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Minima Moralia - Excerpta

Villa Adriana tra cielo e terra


Quando la realt, che si presenta con tutta la sua potenza dessere, supera
ogni prefigurazione, est mirabilia. Una specie di cratofania litica e spaziale, di
manifestazione devastante di ci che Rudolf Otto ha definito come Das Heilige
(il Sacro), mi si presentata un pomeriggio di una tarda estate. Villa Adriana a
Tivoli, sulle prime propaggini dellAppennino, che poi si innalza verso l
altopiano di Arcinazzo e verso Subiaco. Le pietre cantano, dirute e possenti pi
ancora di quando (come il plastico spiega) erano visitate dallimperatore, che
nelle lunghe notti insonni scrutava gli astri e faceva denominare una
costellazione con il nome del suo amico Antinoo. Lispanico Adriano, cuginonipote di Marco Ulpio Traiano, si sentiva investito dalla Divinit (che lo
permeava), del compito di salvaguardare la bellezza nel mondo e per il mondo.
La villa suburbana un luogo vivo. Ulivi, animali. C chi ha trovato persone in
cerca di un ricovero. tutto altro che una villa hollywoodiana o smeraldina,
dove si consumano i riti vacui e ridicoli dei briatore, delle veline e di calciatori
miliardari analfabeti. Come una citt, ha spazi per molte persone ed attivit.
Qui lo sguardo cerca i legami tra cielo e terra, tra luomo e il cosmo tutto,
perch guidato da significati ancora evidentissimi di una volont che non fu
solo di potenza. Qui losservatore, fatte salve tutte le considerazioni della
politica sullassolutismo imperiale, che nei due traianei si manifest quasi al
suo massimo, si trova di fronte a un qualcosa che sintetizza un sogno, che ,
prima ancora che politico, umanistico. Volont di uno che poteva dire cos:
Animula, vagula, blandula,/ hospes comesque corporis,/ quae nunc abibis in
loca/ pallidula, rigida, nudula/ nec, ut soles, dabis iocos ()/ ( P. Aelius
Hadrianus, Imp), (traduco senza pretese poetiche: piccola, vaga e leggera
anima,/ ospite e compagna del corpo,/ che ora andrai in luoghi/ pallidi, rigidi e
un po nudi/ e non (pi) sarai giocosa (). Il varius multiplex multiformis
universo mondo costituiva loggetto principale delle osservazioni di Adriano,
che spesso indugiava per i viali, nottetempo, tra le Thermae e il Teatro
Marittimo, spingendosi talora fino al Canpo e alle sue acque vibranti alla luce
della luna. L contemplava le immagini dei fiumi, del Tevere e del Nilo. E poi
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tornava verso il grande muro del Pcile, e vicino al vascone attorno al quale
correvano i cocchi bardati, conversava con la guardia che camminava su e gi,
lo sguardo rivolto alla vallecola, e pi lontano alle vaghe luci dellUrbe, che non
si vedeva, ma sintuiva da un flebile chiarore. Oppure, se desiderava un silenzio
ancora pi alto, poteva portarsi a contemplare le statue dei sette savi, i filosofi
greci, posti nei sette nicchioni della Sala omonima, statue da molti secoli
scomparse, inghiottite dal tempo. Aristotele, Platone, Sesto Empirico, Epitteto,
Eraclito, Parmenide, Talete, cos, in ordine sparso. Non sappiamo, lelenco
arbitrariamente mio. Margherite Yourcenar scrive Les mmoires dHadrien
pensando (o ritenendo di poterlo fare) con la testa dellimperatore: ()
Qualsiasi costruzione umana che pretenda leternit costretta ad adattarsi al
ritmo mutevole dei grandi eventi della natura, conformarsi al mutare degli
astri. () La nostra Roma non ormai pi la borgata pastorale dei tempi di
Evandro, culla dun avvenire che in parte gi passato, la Roma predatrice
della Repubblica ha gi svolto la sua funzione, la folle capitale dei primi Cesari
tende gi a rinsavire da s; altre Rome verranno e io non so immaginarne il
volto; ma avr contribuito a formarlo. () (Op. cit., Einaudi, Torino 1965, p.
106). E ancora: () Nel momento in cui ti scrivo io so esattamente quali stelle
passano qui, a Tivoli, sopra questo soffitto ornato di stucchi e di pitture
preziose, e altrove, laggi un sepolcro. Qualche anno dopo la morte doveva
diventare oggetto delle mie meditazioni costanti, il pensiero al quale ho
dedicato tutte quelle forze del mio Spirito che lo Stato non assorbiva. E chi
dice morte esprime anche quel mondo misterioso al quale forse per suo mezzo
si accede. Dopo tante riflessioni ed esperienze, talora condannabili, ignoro
ancora quello che accade dietro quella buia cortina. Ma la notte siriaca
(dedicata interamente alla contemplazione degli astri, ndr) rappresenta la mia
parte consapevole dimmortalit. () (Ibidem, p. 142).
Ce ne andiamo quando il sole declina verso Roma, la nuvolaglia allorizzonte di
un lucore iridescente, mentre verso lAppennino gi comincia a scendere la
sera.

Il male, il vizio, la colpa, il peccato


Secondo la comune accezione il male il contrario del bene, cio si oppone al
bene come un qualche cosa che lo impedisce o lo contrasta, per un'immediata
intuizione dell'atto umano come non buono. Si pu dire che si tratta di un
significato accettabile, anche se incompleto, perch del male, come dei
correlati concetti filosofici, etici, religiosi e giuridici citati nel titolo, si possono e
si debbono chiarire anche altre dimensioni. Pi precisamente, vi opposizione
di contrariet tra virt e vizio, cio gli habitus (disposizione stabile dell'animo
umano orientata al bene o al male), che fondano le azioni umane
rispettivamente buone o di malizia. Possiamo dire che l'idea del male
presente nella legge naturale che ogni uomo ha inscritto nel "cuore" (cuore
qui inteso secondo il significato semitico di "centro della persona"), cos come
nozione ammessa in tutte le culture, filosofie e religioni. Nel manicheismo (da
Mani) filosofia religiosa proveniente dall'altopiano iranico e molto diffusa ai
tempi del primo cristianesimo, insieme con lo zoroastrismo e il mazdeismo, vi
una concezione talmente dualistica della realt, che prevede perfino
l'esistenza, accanto a un Principio o Dio del Bene, di un Principio del male, che
cos condizionerebbe la volont umana piegandola al male stesso.
Dopo Aristotele, che sar recuperato prima da Boezio e successivamente da
san Tommaso, l'analisi pi approfondita sulla questione del male viene
filosoficamente sviluppata da sant'Agostino. Il Dottore d'Ippona, partendo dalle
giovanili posizioni manichee, che forse nel substrato del suo pensiero
conserver a lungo, tratteggia un'analisi sul principio del male che costituir in
seguito la base, sia per il pensiero morale di Tommaso, che per la riflessione
moderna e contemporanea (e nella linea neo-tomista di un Maritain o di un
padre Fabro, che nella linea induzionista-riflessiva di Cartesio, Kant, Husserl,
Heidegger, Edith Stein, ma anche dello stesso Sartre). Sant'Agostino
concepisce il male secondo tre gradi o dimensioni: il male metafisico, il male
morale e il male fisico, reciprocamente in qualche modo collegati e
interdipendenti. Attenzione, per, al linguaggio, che strettamente filosofico: il
male metafisico l'"imperfezione", nel senso che ogni res umana, ogni atto
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umano, ogni modo dell'"essere" (nella duplice accezione di infinito sostantivo e


di principio di analogia) umano, limitato, defettibile, perfettibile, incompleto,
o errato, colpevole, e via dicendo. E dunque, in questo senso il male da
intendersi come "non essere", come deficienza di bene. Il male metafisico
quindi un "non essere" oggettivo, ineliminabile, appartenendo esso alla stessa
natura delle cose umane. Vi poi il male morale, che quello che pi interessa
le azioni umane. Il male morale il non conformare l'agire pratico alla legge
naturale, che conforme alla legge divina. Fin qui il filosofo africano. Pi
ancora San Tommaso, soprattutto nella Somma teologica, sviluppa la morale
delle virt, riprendendo Agostino nello schema delle Etiche aristoteliche
(soprattutto la Nicomachea), e sostenendo che, se la volont umana si
conforma all'intelletto delle cose, non pu non agire virtuosamente, guidata
dalla prudenza (che recta ratio agibilium), la quale sovrintende alle altre virt
(oggi diremmo valori o qualit).
E' una visione un po' strana, forse, per la contemporaneit, dove si combattono
una morale dell'obbligo, della colpa e del peccato, e una morale, spesso
amorale, del relativo e del contingente. Il male morale, dunque, per Agostino
suppone la colpa e il peccato, che un "mancare" verso Dio e verso il
prossimo. Suppone una responsabilit che insita nell'umano libero arbitrio. In
altre parole, Dio non impedisce il male, pur conoscendolo nella sua prescienza,
perch all'uomo data costitutivamente la libert di scelta. Vi infine il male
fisico, la malattia, la sofferenza in tutti i suoi gradi, che appartengono al modo
d'essere del vivente (le piante), sensibile (gli animali), sensibile e razionale
(l'uomo), che sono imperfetti e mortali. Nell'uomo, il male fisico pu essere
anche inteso come conseguenza del male morale, ma senza che fra i due mali
vi sia un rapporto di causa-effetto. Ci particolarmente evidente nei mali
dello spirito, nelle sofferenze interiori, nelle somatizzazioni dei sensi di colpa
(qui non intesi come nevrotizzazioni), che non sono da rimuovere, ma sono da
verificare alla luce della coscienza morale.
Per ci che concerne il peccato, che presuppone la colpa derivante dal libero
esercizio della volont, si pu dire che si tratta di un principio di valutazione
morale, che lede la natura, la coscienza, e la "legge", e che presente in
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ambedue le Tradizioni cui fa riferimento la nostra cultura e la nostra scienza


etica, sia quella greco-latina, che quella giudaica. Nella Bibbia (si veda ad
esempio Esodo 23, 21 e Isaia 1, 2) il riferimento al peccato verbalmente
amplissimo, constando di oltre trenta etimi, i cui principali si trovano nelle aree
semantiche di infedelt (m'al), di "oltrepassamento" (bar), e ingiustiziaviolenza (wel), ma vi anche il concetto generale del peccato come di un
senso di fallimento (wn, letteralmente: mancare il bersaglio). Nei Vangeli
sinottici e di san Giovanni, e in san Paolo (si veda Lettera ai Romani), i lessemi
greci rinviano a concetti e significati analoghi, poich, per ingiustizia troviamo
adicha (dalla radice di dichaiusne, giustizia), e amarta per peccato di
infedelt. Nell'etica greca e latina (Platone, Aristotele, Seneca, Marco Varrone,
Cicerone, Marco Aurelio) cos ben studiata da Agostino e Tommaso, troviamo,
sia pure senza la dimensione soprannaturale della rivelazione cristiana,
un'impostazione che possiede ampie corrispondenze soprattutto nell'ambito
morale connotato dall'azione delle virt e degli opposti vizi. In ambito cristiano
si mantiene dunque un'impostazione legata al valore della fedelt a Dio, la cui
negazione (aversio a Deo, conversio ad creaturas: allontanamento da Dio per
scegliere i beni finiti, cio le creature) porta al peccato, cio all'"atto umano
cattivo", a tutti i peccati, sia contro se stessi che contro gli altri.
Ricapitolando possiamo dire: il male di per s non come principio, ma esiste
ed conseguenza della responsabile e libera azione dell'uomo, che di s
decide, anche quando agisce verso gli altri, perch in fondo ogni "peccato" di
omissione alla propria umanit. Cio di rifiuto della possibilit di essere
intelligenti.

La lode e il biasimo
Sia a Dio la lode, si dice da millenni. Ma anche alluomo. La lode grazia come dono e
benevolenza. Il biasimo un rilievo del male che si fa, ma anche una sottolineatura
e unesortazione per indurre le azioni umane libere verso il bene. La lode e il biasimo
sono collegati. Non vi deve essere un biasimo senza la lode per un qualcosa di buono
che anche il peggiore di noi fa, n una lode senza che si lasci trasparire una
sospensione di giudizio, tale da mettere in guardia chi viene lodato dal rischio
costituito dal montare in superbia.
Lodare e biasimare sono una modalit comunicazionale difficile. La lode non deve
essere sperticata, smisurata, senza un richiamo allesigenza dellumilt, allesercizio
della virt somma della pazienza. Le due virt proposte sono la via maestra per
lesercizio della lode e del biasimo, perch proiettano in una prospettiva di verit e di
equilibrio il giudizio stesso.
Il biasimo deve lasciare la porta del dialogo sempre aperta, deve valere come
correzione, come richiamo ad una dirittura morale che non pu assopirsi dietro le
scelte facili o furbesche, o truffaldine.
Quante lodi esagerate, invece, si sentono correntemente nellambito mediatico, e
soprattutto politico.
Lalleato, lamico, talvolta il complice, sempre una specie di eroe, un divino fanciullo,
un condottiero.
Di contro, quanto disequilibrio, se si criticano gli avversari, i nemici, i rivali! Essi sono
sempre dei reprobi, dei ribaldi, ovvero dei reietti, dei falliti, dei perdenti.
Si pensi in particolare al linguaggio della politica, recentissimo. Di questultima,
infuocata, ma arida di contenuti profondi, campagna elettorale.
Per criticare qualcuno che modifica i propri assetti ricomponendo schieramenti politici,
lo si accusa di mero maquillage (Veltroni vs Popolo della Libert). Maquillage una
diminutio, e quindi unoffesa.
Per banalizzare le scelte di un altro gli si d del patetico (Fini vs Veltroni). Il pathos di
patetico non ha pi la grave accezione classica di sofferenza, ma quasi uno
scadere nel ridicolo.
Per convincere un popolo che si ritiene incolto si caricano i toni, dicendo scelleratezza,
l dove si dovrebbe dire accordo non condiviso (Diliberto vs Veltroni e Berlusconi,
nellipotesi di unintesa su una nuova Legge elettorale). Ah, Diliberto, professore di
Diritto romano! Un consiglio: consulti il Vocabolaro Latino-Italiano Campanini-Carboni,

Ed. Paravia, p. 630, alla voce scelus, sceleris, della terza declinazione: scelleratezza,
crimine, delitto, misfatto, assassinio, ribalderia, empiet, etc.. Addirittura, oh,
Diliberto.
Si stracciano i programmi degli avversari con gesto plateale, invece di leggerli e di
controdedurre altre proposte (Berlusconi vs Partito Democratico).
Occorre il rispetto sia per lodare, sia per biasimare. Senza rispetto la barbarie, cio il
farfugliamento, il bar-bar ancestrale, di prima della formazione dei linguaggi, come
dicevano i Greci, che se ne intendevano di barbari.
E a livello locale, regionale? Le conosciamo le mascherine. Che dire di chi proprio non
riesce a fare a meno della politica? Che non saprebbe fare altro? Ma almeno potrebbe
imparare a parlare, mehercules! Il teatrino continua imperterrito. Le situazioni
cambiano, il tempo scorre, ma le facce restano ad occhieggiare dai fogli locali. Ogni
tanto qualcuno (o qualcuna) resta fuori gioco, facendo finta di prenderla bene.
Come considerare il biasimo e la lode in politica? Come fidarsi di chi ti loda? E, se ti
meriti un biasimo, chi ha il coraggio di fartelo, se sei potente?
Chi dei potenti si d il tempo per la lode e per il biasimo con la ponderatezza della
riflessione radicale sui comportamenti propri e degli altri?
Quaestiones pusillae, direbbero gli antichi Romani, sapendo bene che si tratta di
domande retoriche.
Lesigenza mediatica di pronunziare sempre frasi brevi, apodittiche, icastiche, induce a
semplificazioni terminologiche inaccettabili, a sciatterie espressive e a inganni
discorsivi. Quasi nessuno si sforza (non essendo in grado di farlo, forse, in molta parte
dei casi) di operare la comunicazione della lode o del biasimo utilizzando il flusso della
logica formale, che la stessa logica grammaticale, sintattica e semantica.
questione di onest intellettuale e di scelta eticamente finalizzata, quella di usare un
linguaggio chiaro, rigoroso, rispettoso dell'altro anche nella critica, con il quale
esprimere la lode e il biasimo secondo il fine buono della correzione e del rinforzo.

Individuo e persona
L'individuo l'indivisibile, l'uno, ci che individuabile come unit concettuale
e reale. Individuo l'uomo, l'animale, un albero. Beninteso sempre a livello di
pensiero naturale, ch anche un individuo umano divisibile in parti,
composto di organi e sostanze chimiche e biologiche differenti. Tralasciamo qui
anche la distinzione metafisica fra anima e corpo, che serve alle discipline
filosofiche e teologiche per spiegare la spiritualit dell'essere umano, ma che
non inficia la sostanziale unit dell'uomo, "composto umano" come dice san
Tommaso. La persona altro. Non l'albero, non l'animale. E' un uomo.
Spieghiamo, onde evitare le confusioni lessicali e nominalistiche, che spesso
sono responsabili di incomprensioni e di chiusura al dialogo. Severino Boezio
nel VI secolo dopo Cristo diceva: "Persona est rationalis natura individua
substantia", cio "La persona una sostanza individuale di natura
intellettuale". E' quindi escluso che siano persone esseri che non appartengono
al genere umano, in quanto privi di intelletto razionale, di volont capace di
agire in base a un giudizio elaborato dall'intelletto, e quindi di coscienza
riflessa. Con ci non volendo significare che gli animali, specie quelli superiori,
non abbiano significative attivit che potremmo definire, se pure
traslatamente, psicologiche: infatti, sappiamo che l'istinto geneticamente dato
una specie di vis aestimativa, di capacit di estimo, che essi hanno anche in
misura notevole. Ma tale facolt non deve essere confusa con la facolt,
solamente umana, di percepirsi per ci e per come si (coscienza riflessa), e
di formulare tutti i gradi dell'astrazione concettuale, dal grado della percezione
sensibile e quindi delle scienze sperimentali, a quello degli enti matematici, a
quello, infine, dei principi primi delle scienze dell'essere (identit, non
contraddizione, principio di causa efficiente, di causa finale, etc.). Bisogna
quindi mettersi d'accordo sul significato delle parole, pena la Babele delle
lingue. Diciamo anche che "persona" in lingua latina significa "maschera", in
quanto era un attrezzo usato dagli attori del teatro, appunto, "per-sonre",
cio "per suonare", affinch la loro voce rimbombasse in una sorta di prima
cassa armonica, per diffondersi poi meglio negli ampi spazi del teatro. Quindi
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l'individuo pu essere persona, ma non ogni individuo persona.


Altro argomento, oltremodo arduo, e perci ci limiteremo ad accennarlo,
quello della persona e delle persone divine, quelle s indivisibili in senso proprio
e assoluto. Dio, infatti, se inteso nel modo delle religioni cosiddette bibliche o
abramitiche (ebraismo, cristianesimo, islamismo), ma anche nella visione pi
pura del brahmanesimo, sostanza semplice ed (ma solo per il ceppo biblico)
persona, come si dice, per sommo analogato, o, ma solo per il cristianesimo,
unica essenza in tre persone (il Padre, il Figlio, lo Spirito). Tornando al discorso
iniziale, alla questione di ci che sia individuo e di ci che sia persona,
consideriamo un altro aspetto: quello del "sorgere" della persona. Questo
problema non da poco, perch pone fondamentali quesiti morali in ordine al
rispetto inalienabile per la persona, che la stessa morale naturale ispira, e che i
vari ordinamenti giuridici umani hanno variamente trattato e trattano. Quando
sorge la persona alla vita? Vi sono, semplificando un poco, due posizioni, quella
cristiana (e anche musulmana ed ebraica) e quella che potremmo chiamare
scientista - positivista. La prima visione ritiene che la persona umana sia tale
dal momento del concepimento, vale a dire da quando avviene felicemente
l'incontro del gamete maschile e di quello femminile nella formazione dello
zigote, poich in esso sono contenute tutte le potenzialit dell'essere umano
maturo. La seconda visione ritiene che la persona acquisisca dignit e diritti
solo da un certo punto in poi della gravidanza, riconoscendo legittimit
giuridica alla sua interruzione. E' evidente che si tratta di due visioni molto
distanti, e in qualche modo inconciliabili. Sarebbe bello e buono che gli
ordinamenti giuridici non dovessero essere posti per rimediare alle pratiche
clandestine dell'aborto, e che l'uomo capisse la grandezza della vita, come non
posseduta, ma data.

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Della politica: stile, cultura, genti


Eccovi qua/, compagni,/ e ora ricompattarsi/ dobbligo/ per salvaguardare la
sicurezza/ della linea/ la fiducia/ del quadro intermedio/ vacillante/ e cos
credendo/ recuperare consenso/ tra i lavoratori/ rimuovendo contrasti/ omissis
diffusis,/ in unit fittizia./ Cari compagni, se non altro/ se non progetti di
politica/ vi accomuna la forfora.
Cos in liberi versi anni fa cantavo, si fa per dire, uninvettiva, in un mio
vecchio volumetto di liriche, La cerchia delle montagne, per raccontare in modo
scherzoso (ma non troppo) di chi stavo frequentando nellattivit socio-politica
che svolgevo in quel tempo. Volevo rappresentare la distanza siderale che
spesso si manifestava tra le buone intenzioni, le dichiarazioni e i documenti
ufficiali che venivano prodotti con dovizia, e in taluni con sinceri intenti, e i
comportamenti reali: il sarcasmo acido del verso mi aiutava a non inquietarmi
di pi. Naturalmente ricambiato nei sentimenti dallambiente, forse io bestia
troppo differente, ne sono stato espulso. O meglio, mi sono auto-espulso. Era
la prima repubblica della politica, ed era il vecchio (sempre) e nuovo (un poco)
sindacato dei lavoratori. I politici somigliavano maledettamente a quelli attuali,
anzi, alcuni di loro sono rimasti, andati, tornati, molti con la gabbana diversa,
ma sempre gli stessi nel cuore. Con costanza e coerenza nel perseguire il
proprio particulare, non importa sotto che egida, o sotto che cieli o padrone.
Non faccio nomi: lascio che traspaiano. Mi disturba il loro linguaggio medio,
che trascolora tra lapprossimazione dello stereotipo e la cacofonia dellinveire
generico, sempre contro qualcuno, il cui nome talora spudoratamente
sottaciuto, ma avvisato e individuabile tra le righe del messaggio. Non mi
piacciono i titoli mediatici che essi stessi suggeriscono, la loro prosa
palingenetica quando si ergono ad opinion makers, la magniloquenza tronfia
dei loro distinguo. Non ammiro la loro costanza nel perseguire la candidatura,
provo pena per la cura che hanno nel farsi attorno terra bruciata di possibili
concorrenti, mi meraviglio ancora e stupisco come un bambino a constatare
che le molte promesse fatte valgono un flatus vocis, specie quando sono del
tipo ci vediamo presto, facciamo qualcosa insieme, ti chiamo presto, o,
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chiamami. E la preoccupazione cresce quando la politica noto che permea del


suo stantio modello e stile anche altri ambienti, di natura (almeno un poco) pi
trasparenti, come laccademia o la cultura. Politicanti stanno diventano in molti,
chi per una prebenda comoda, chi per un finanziamento a perdere, chi per una
conferma sullo scranno occupato. Anche costoro, se non considerati, si
stracciano le vesti usando le espressioni pi trite della lamentela e del guaito
pubblico.
Non amo la dietrologia, ma questa si impone, quando non si riesce a dipanare i
motivi di una scelta, di un cambiamento di rotta, di vecchie alleanze che si
sfaldano e di nuove che si stringono. C sempre il sospetto che a qualcheduno
sia stato tolto qualcosa e a qualche altro dato qualcosaltro. Non capisco n
questi n quelli, e non mi adeguo. Mentalmente, sintende, ch praticamente
non cambia nulla, e la mia solo una piccola voce che bisbiglia.
Sono costretto a pensare che laccomunamento dei politici sia quasi tutto su
basi di mestiere, ch tale diventato per molti. Altrove ho rilevato liniquo
(esagerato) emolumento che ricevono, specialmente nei piani alti,
confrontandolo con il mercato. Io darei mille euro al mese in pi a chi ne
guadagna da duemila a tremila con la sua professione (per spese di
rappresentanza), e porrei un tetto a cinquemila per tutti gli altri che hanno pi
alti redditi personali da lavoro. Punto. Si vedrebbe allora chi ci sta. Obiezione:
allora il conte-duca ci starebbe lo stesso, o lindustriale di famiglia, o quelli che
il potere economico e mass-mediatico contemporaneo elegge nella schiera dei
vip di una cena esclusiva (Villa Manin) o di un convegno a numero chiuso (Villa
Valmarana). Certo, come sempre, ma si taglierebbero le unghie e i denti aguzzi
a moltissimi altri che provengono dalla suburra e gi imitano i feudatari, nel
loro intimo.
Ah, se la forfora, oggi sconfitta da unalimentazione sana (non sempre), e da
prodotti ad hoc, non fosse ancora, spesso, lunico elemento che accomuna chi
lavora nel mestiere pi nobile del mondo!

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Istinti, passioni, ragione


L'uomo agisce inizialmente con azioni i cui moti sono istintivi, quasi come quelli
degli animali. L'impulso a dare un pugno sul naso di chi mi offende, fa il paio
con l'artiglio veloce del gatto che mi scoraggia a tormentarlo ancora. Questi
atti si chiamano moti primi-primi, o pulsioni pre-riflesse, o gesti istintivi. Non
hanno rilevanza morale di sorta, anche se possono averne di giuridica e
penale. In questo caso, pur se il diritto si deve fondare sull'etica, esso
interviene l dove l'etica resta ancora un "attimo in attesa", perch essa deve
interrogarsi innanzitutto se vi siano nel soggetto agente cattive intenzioni,
mentre il diritto deve sanzionare comunque la violazione oggettiva. Gli impulsi
talvolta sono irresistibili, e quindi vanno messi nel conto del normale agire
umano. Risulta dalle biografie di tante persone virtuose, che comunque ebbero
i loro momenti d'ira, cui seguiva solitamente una fase di ripresa
dell'autocontrollo.
Poi abbiamo i moti primi-secondi, passioni o emozioni. Inizia l'area del
cosiddetto "governo politico" della ragione, o coscienza, sulle passioni che
spingono per un'agire immediato e forte. Qui la ragione, guidata dalla
prudenza, dovrebbe possibilmente "limitare i danni", se proprio non riesce a
governare. Ma spesso non riesce. Perch le passioni sono principi forti,
fortissimi. La tradizione filosofica ne propone addirittura undici, che qui non
elencheremo, poich si possono riassumere in due grandi generi: le passioni
legate al principio dell'irascibile (uno dei due cavalli che secondo Platone
trainano la vita di ogni uomo, e che debbono essere controllati e guidati
dall'anima razionale), e al principio del concupiscibile (l'altro "cavallo").
All'irascibile si annettono tutte le passioni correlate ai moti d'ira, collera,
esercizio del coraggio nell'affrontare prove ardue: l'esercizio della sua
moderazione aiutato dalla fortezza, che induce a controllare lo slancio e ad
avere pazienza. Molti aspetti e circostanze dell'esercizio dell'irascibile sono da
considerare positivi: basti pensare a tutte le volte in cui si chiamati a
superare degli ostacoli e a vincere la paura. Al concupiscibile ineriscono invece
le passioni legate al desiderio di possesso, di qualsiasi specie lo intendiamo: il
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potere, i beni, il sesso fine a se stesso, le altre persone. Concupire brama di


acquisizione di dominio sulle cose e sugli altri. Come si vede, ognuna di queste
due grandi pulsioni concorrono a rendere difficile il rapporto dell'individuo con
le altre persone e con le cose. Si pu dire, a titolo esemplificativo, che Bush e
Saddam sono stati, sia pure in condizioni molto diverse, presi in modo
irresistibile dalle stesse passioni: l'uno per dimostrare al mondo la propria
primazia, a qualsiasi costo, l'altro per tentare di continuare ad essere un "re
pastore", padrone del popolo, crudele e spietato.
Da ultimo, e soprattutto vi la ragione, o coscienza, o luce dello spirito. L c'
una sorta di "risonanza ontologica dell'uomo", una specie di manifestazione
dell'essere dell'uomo quale non si trova in nessun'altra facolt sottostante. Si
pu dire che la ragione denota l'uomo differenziandolo in modo radicale dagli
altri animali. La ragione, non solo accede alla conoscenza razionale, tramite i
tre livelli dei processi astrattivi, dell'esperienza e delle scienze fisiche, della
matematica e della metafisica, ma il "luogo" nel quale risuona quella che si
pu chiamare "voce della coscienza" o della "legge morale naturale". E' un
luogo che pu essere pieno di vita, cio di idee, ragionamenti, deduzioni,
intuizioni, oggetti d'immaginazione, interpretazioni, ipotesi, scelte, decisioni di
esercizio della volont, ma anche luogo di silenzio, esperienza di deserto, l
dove ci pu essere spazio per l'indagine pi intima sulle scelte morali. Che per
sono sempre passibili di essere fuorviate, poich resta rilevante la pressione
dell'inconscio e delle passioni: ricordiamo anche che l'uomo non pu avere mai
una conoscenza completa di s, poich molto di questo s resta inespresso o
inesprimibile, nascosto, ottenebrato e ambiguo. Perch, infine, si possono
considerare in qualche modo sinonimi i tre termini elencati in apertura di
capoverso? Credo si possa dire che lo sono in quanto collegano il vero che si
esplora con la ragione con il buono che si ricerca con la coscienza, il tutto alla
luce dello spirito, per potere anche dire di s, pur nella sofferenza della
condizione umana: sono lieto di esistere.

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Tempo ed eternit
Tempo ed eternit stanno insieme. L'eternit, che preesiste al tempo, al tempo
ha dato inizio, e a un certo punto segner la sua fine, del tempo. Ma l'eternit
d al tempo anche il suo proprio Fine, il suo tlos (in greco), cui tende per
necessit. Cos dice la grande filosofia della Tradizione occidentale, che i teorici
del cosiddetto "pensiero debole" oggi tendono a sminuire, se non a
dimenticare. E' interessante notare come la nostra lingua preveda due modi
per dire fine, una con l'articolo femminile "la", per significare una
"conclusione", l'altra con l'articolo maschile "il", per intendere una finalit, uno
scopo. La questione del tempo stata una delle domande prime e
fondamentali che l'uomo si fatto, tentando di darsi risposte plausibili.
Nell'induismo, che per legato da sempre ad una visione "circolare" del
tempo, con il ciclo delle reincarnazioni, fino al ricongiungimento dell'Atmn
(l'anima sensibile e spirituale dell'uomo) al Brahmn, la divinit, il Dio
assoluto, indicibile (Nirgna); nel buddhismo con il concetto del khrma
personale (una specie di "retribuzione" in qualche modo analoga a quella
giudaico-cristiana e islamica, che prevede il premio per i giusti o il castigo per i
peccatori) e del raggiungimento del Nirvana, dopo un lungo esercizio delle virt
umane, nella cessazione del desiderio e quindi del dolore. Nel nostro occidente,
invece, il problema del tempo stato inizialmente questione studiata, non solo
dalle "teologie", ma anche dalla filosofia naturale, cio da quelle discipline che
oggi noi chiamiamo scienze naturali o fisiche. Tra i filosofi pre-socratici, vi fu
Anassimandro di Mileto, discepolo di Talete, che addirittura consider l'infinito
(peiron) come categoria immisurabile del tempo e dello spazio, come arch,
cio come principio di tutte le altre cose. Platone attribu all'iperuraneo mondo
delle Idee e al Sommo Bene la qualit dell'eternit. Gli Eleatici (filosofi attivi
nell'attuale Salernitano, dove vi era l'antica citt di Ela), con Parmenide, e
soprattutto con Zenone, sostenevano che il moto nel tempo solo apparente,
perch l'unica realt vera l'Essere. Quindi il tempo sarebbe una categoria non
reale. Fu poi Aristotele nella sua Fisica a trattare del tempo come di una
categoria dove si realizza l'essere delle cose tramite il moto e l'estensione, non
15

ponendosi per egli n il problema dell'eternit, n quello dell'infinito, se non


per affermarne il non-essere. Nelle religioni abramitiche, fra cui il
cristianesimo, il tempo ha una dimensione lineare, storica, di un divenire
umano e delle cose, ma provvidenziale e inscritto nella storia della salvezza, ed
un essere eterno, che non tempo, ma un presente che da prima dei secoli e
dopo i secoli, un Essere presente che Dio stesso. Sant'Agostino pose la
questione del tempo nel libro decimo de Le Confessioni, laddove egli si chiede
che cosa sia possibile sapere del tempo naturale, il quale si colloca fra il
trascendente e l'immanente, cio resta inafferrabile, e comunque diverso dalla
dimensione fuori del tempo, dell'eternit: "(...) se non me lo chiedi (cosa sia,
n.d.r.) credo di saperlo, se me lo chiedi, non so pi (...)". La rivoluzione
galileiana - newtoniana concepisce il tempo come dimensione in cui si sviluppa
la creazione degli enti fisici e ne d una misurazione matematica. Heidegger,
nel suo fondamentale Sein und Zeit (Essere e Tempo) relaziona
metafisicamente i due principi. Einstein lo collega allo spazio e individua una
dimensione che relativizza il tempo in quanto viene concepito per rapporto allo
spazio e alla possibilit di percorrere lo spazio ad una velocit pari o superiore
a quella della luce. E qui si torna in qualche modo alla filosofia naturale degli
antichi: siccome la luce mette in evidenza le cose, la luce l'elemento cui
rapportarsi per conoscere il tempo. Hawking e Davies stanno ancora studiando,
aspettiamo.
Forse conviene pensare all'Eternit come a ci che d l'Inizio al tempo, e
determinazione essenziale (provvidenziale?) alla fine, anzi al suo proprio Fine.

16

La parola e lo sguardo
Logos, verbum, korn: greco, latino, arabo per dire la parola, cio l'insieme di
suoni cui attribuiamo da migliaia di anni un significato, segno che rinvia a
senso e significato, sia nel contesto di un'espressione, che nel mutare delle
accezioni. Perch la parola ci distingue da ogni altro animale, quale evidenza
esterna di un pensiero razionale, come particolarissimo esprimersi dell'umano
nell'ambito del vivente. Anche gli animali comunicano, ma con suoni le cui
articolazioni non hanno nulla a che fare con il pensiero che sorge dalla
coscienza riflessa. Anch'essi possono avere un sistema di comunicazione
interno alle varie specie molto complicato, fatto di suoni vocali, o fonemi, e di
gesti, ma nulla che somigli se pure lontanamente all'universo relazionale e
concettuale insito nel linguaggio umano. Basterebbe pensare alla metafora,
all'analogia, alla capacit di menzogna o a quella di sapere distinguere le cose
dalle loro immagini, la concettualizzazione, per dire che l'uomo
assolutamente altro dagli animali.
Circa poi l'importanza dei tre termini sopra citati, essa evidente per la stessa
storia umana dell'occidente e del vicino oriente. Il lgos la ragione filosofica
greca, e anche, ma in ambito teologico, il pensiero creatore del Dio biblicocristiano, con un punto d'incontro nella visione di san Giovanni evangelista,
ambiguamente ripreso dal pensiero gnostico antico (Marcione) e moderno
(dalla Massoneria e dalla New Age). Il verbum non soltanto il termine latino
che indica l'azione umana, ma lo stesso lgos creatore, che diventa la seconda
persona dell'unica Sostanza divina nel Mistero trinitario del Cristianesimo.
Korn la parola creatrice, il libro di Dio secondo l'Islm. Direttamente e
letteralmente dettato dall'angelo Gabriele al profeta Mohmed. Il Corano.
Parliamo quindi della Parola al singolare, non delle tante, talora troppe, parole
che si proferiscono.
Eidon, idolum, vista, vedere: ancora, greco, latino, italiano per dire ci che
concerne la vista, l'immagine di ci che si vede. La vista considerata il
maggiore dei sensi esterni, insieme con l'udito, che nei ciechi la pu in qualche
modo supplire. Vi l'etimo di idea in eidon e quello di idolo, come se fosse
17

insito il rischio che un eccesso di visione renda idolatri.


L'impostazione idealistica, soprattutto con Hegel, lo dimostra la storia
successiva, ha provocato conseguenze che hanno travalicato le intenzioni: il
distacco delle idee dal loro oggetto, che la realt, abolendo di fatto il
passaggio della rappresentazione concettuale, che necessario nel processo
conoscitivo, ha favorito il sorgere di ipotesi rivelatesi abominevoli, soprattutto
nelle applicazioni politiche del nazismo e dello stalinismo. Pensiamo inoltre a
termini come oroscopo, oracolo, dove il verbo greco oro sta ad indicare il
vedere, il veder oltre, il tentare di conoscere gli avvenimenti futuri con la
divinazione o altre modalit pi moderne, come la cartomanzia e le altre
ciarlatanerie in voga.
Ma, in realt, ci che dovremmo considerare l'insufficienza a livello umano di
una visione del mondo e degli altri che non sia uno sguardo intenzionale, cio
un tendere vero verso l'altro, e di una parola che non sia significativa, cio non
vana. Quanti sguardi superficiali, quante inanit verbali nel nostro quotidiano
attuale!
Il nostro esempio potrebbe essere lo sguardo di Ges. Vediamo il quadro
proposto dal vangelo di san Luca, al numero 19, dove il peccatore (oggi
diremmo un usuraio) Zaccheo vuole vedere il Maestro, ma si nasconde tra le
fronde di un sicomoro. Il Maestro lo "sente" pi che vederlo, e lo apostrofa
dicendogli di andare a casa lestamente, poich in serata sar suo ospite a
cena. Che cosa ha visto in Zaccheo: semplicemente quello che quell'uomo
poteva essere, le possibilit di un riscatto morale e le sue potenzialit intatte di
essere umano.

18

De laccidia
LAccidia una freddura,/ ce reca senza mesura,/ posta n estrema paura,/ co
la mente alienata. (Jacopone da todi, Laudi Trattato e Detti, a cura di Franca
Ageno, Ed. Le Monnier, Firenze 1953).
Cos il Tuderte, frate matto e geniale, autore dello Stabat Mater (dolorosa,/
iuxta crucem lacrimosa,/ dum pendebat filius,/ etc.), parla del vizio dellaccidia,
il pi controverso, il meno citato, il pi arcaico dei vizi capitali classici. Di per s
laccidia (dal greco a-kdion, dove lalfa privativo sta per senza, mentre
kdion significa cura), unindolenza, una specie di contrariet alloperare,
una noia, uno stato di indifferenza. Dante, nel Convivio, seguendo in questo
San Tommaso dAquino, ritiene laccidia un vizio per difetto dellira, poich
nella dottrina classica lira s un vizio, ma anche una passione, la quale, se
governata, spinge luomo al combattimento spirituale, anche per superare
ostacoli ardui. Il Poeta, poi, tratta molto male gli accidiosi, collocandoli, al
Canto VII dellInferno, nella palude dello Stige insieme con gli iracondi, e in ci
vi una specie di contrappasso, mentre nel Purgatorio li colloca nel Canto
XVII, dove si comportano da veri penitenti, invocando la sollecitudine come
virt contraria al loro vizio.
Correntemente, dunque, laccidioso colui che si fa prendere dalla noia, che
declina ogni entusiasmo e perci si presenta incline alla depressione.
Scoraggiamento, negligenza, prostrazione, indebolimento psicologico e
spirituale, sono sintomi e nello stesso tempo effetti dellaccidia, in un circolo
che si pu rivelare, molto spesso, vizioso. Probabilmente le neuroscienze ci
possono e ci potranno spiegare qualcosa di pi circa eventuali origini di tipo
organico-genetico individuale, ma ci non inficia in alcunch la connotazione
anche morale di quello stato danimo. Si deve piuttosto fare attenzione a non
scambiare per accidia latteggiamento di chi non ritiene di dover dedicare tutto
il proprio tempo ed energie ad unoccupazione lucrativa o alla ricerca di un
sempre maggiore potere. Cio di un amor, una libido sui (amore di s) smodati
e devastanti. In questo caso si tratterebbe di un attivismo smodato, e
paradossalmente fomite un tipo particolare di accidia, quella di chi crede di
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potere fare qualsiasi cosa, anche al di l delle proprie forze, finendo per
crollare, sia sul piano psicologico, sia, molto spesso, sul piano fisico.
Laccidia porta con s dolore, senso di spaesamento, disequilibrio nelle scelte
quotidiane, facendo talora apparire i problemi e le difficolt come ostacoli
insuperabili. In questo senso veramente una carenza di ira, nel senso di
una mancanza di forza vitale.
Bisogna dunque rifuggire sia lozio sia lattivismo smodato, ambedue
comportamenti estremi che possono favorire laccidia. invece opportuno
scoprire o riscoprire il senso creaturale di s, cio la nozione del limite e della
finitudine esistenziale, che riguarda, senza eccezioni, ognuno di noi. Ho
conosciuto in vita mia molti padreterni, ma ho sempre pensato che dietro la
loro onnipotenza stava in agguato il tempo, con i suoi corollari
dellinvecchiamento, dellindebolimento, della perdita di un qualcosa.
Affinch questa condizione non sia solo di perdita, bisogna attrezzarsi per dare
valore anche ad altro, agli aspetti pi interiori, spirituali, disinteressati della
propria esperienza.
Un altro suggerimento pu essere quello di dare spazio a virt morali, che
fanno parte della fortezza, come la pazienza e la perseveranza, le quali
possono vaccinare la psiche umana da un eccesso di aspettative,
dallimpazienza, dallansia, le quali, a loro volta, se frustrate, possono originare
accidia, e poi depressione, e poi..
Laccidia unespressione antica e, nel contempo, una malattia
contemporanea, ma anche un peccato, o, laicamente, un venire meno a se
stessi, perch implica responsabilit personale, e dunque possiede una
rilevanza morale. Bisogna quindi essere indaffarati, ma per dei fini buoni,
positivi, costruttivi, solidali, evitando le esagerazioni. Il lavoro un valore in
s, ma anche un equilibrato riposo lo , cos come anche la consapevolezza (=
coscienza sapiente) dei propri limiti, del senso di opportunit nellagire,
dellascolto attivo degli altri.
LApocalisse di Giovanni al capitolo terzo, recita cos: Io conosco le tue opere,
che tu non sei n freddo n caldo. Oh, fossi tu freddo e caldo! Cos, perch sei
tiepido e non sei n freddo n caldo, io sto per vomitarti dalla mia bocca.
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Poich tu dici: io sono ricco, mi sono arricchito e non ho bisogno di nulla e non
sai invece di essere disgraziato, miserabile, povero, cieco e nudo. Ti consiglio
di comperare da me delloro affinato col fuco per arricchirti, e delle vesti
bianche per coprirti, e non far apparire cos la vergogna della tua nudit, e di
ungerti gli occhi con del collirio, affinch tu veda ().
Si tratta di un passo della lettera alla chiesa di Laodicea (Anatolia), che San
Paolo aveva fondato nel corso del suo secondo viaggio missionario, verso il 52
- 54 d. C..
Anche allora luomo era come adesso, cosicch deve (e dovr) sempre
emendarsi.

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Analogia, metafora, similitudine e metalemmi vari


Uno dei grandi problemi del linguaggio umano corrente sempre stato quello
di riuscire a paragonare i concetti e le cose simili tra di loro, individuando e
utilizzando strutture logiche e verbali adatte, spesso anche per rendere pi
comprensibile e gradevole il discorso. Il resto lo ha poi fatto la letteratura, con
il suo sviluppo, sia di tipo tecnico - linguistico1 che di genere: prima la retorica,
come scienza del "bel dire", poi la semantica ed l'etimologia da un lato, la
storia, la filosofia, la teologia, la narrativa, la poesia dall'altro, hanno
"scoperto" e valorizzato i principali modi di significare le somiglianze, pi o
meno intense, fra i concetti e le cose. Sono state individuate allora le
cosiddette "figure retoriche", come la metafora, l'allegoria, la similitudine, e le
"figure logiche e metafisiche", come l'analogia o il sillogismo.
Cerchiamo di collegare i termini principali del tema, partendo dalle figure
retoriche tipiche della letteratura. Metafora e allegoria sono parenti stretti,
perch l'allegoria una specie di metafora continuata, come le favole e le
parabole. La metafora la figura pi usata nel linguaggio corrente. Funziona
come metalessi tipica: si dice una parola o una proposizione per intenderne
un'altra, esprimendosi in modo pi efficace o colorito. Degli esempi: "Me l'hai
fatta grossa!" significa "Mi hai dato un grande dispiacere"; "Non prendermi per
i fondelli" significa "Non prendermi in giro", che un'altra metafora, cio "Non
ingannarmi". Oppure, se diciamo: "Quel volto bruciato dal sole" non
intendiamo che realmente bruciato, quindi combusto, ma che cos
abbronzato che sembra bruciato. La metafora quindi distingue un significato
"proprio" delle parole da un significato, appunto, metaforico.
La similitudine invece un modo esplicito di paragonare una cosa o un
concetto ad un altro, rilevandone gli elementi comuni, per cui, senza che si
possano ritenere sinonimi, possono essere in qualche misura considerati
abbastanza analoghi.
Ecco dunque che possiamo introdurre il tema pi complesso, quello
dell'analogia. Anzitutto si deve dire che il concetto di analogia non appartiene a
tutte le strutture logiche del pensiero umano. Si tratta infatti di una conquista
1

Vedi ricerche contemporanee di Perelman e Olbrechts-Tytheca.

22

tipicamente legata allo sviluppo della logica e della metafisica filosofica greca.
Nel mondo hindu l'analogia stemperata nel concetti di attrazione o
somiglianza: l'atman personale (l'anima umana) attratto verso il brahmn
(l'assoluto, Dio), cui somiglia ma non analogamente. Nel mondo semitico,
ebraico ed islamico, l'analogia, specie quella relativa allo spirito (anima
razionale umana e Spirito di Dio-l'Eterno-Jahw-Allh), una bestemmia, la
pi grave bestemmia.
I greci, invece, hanno costituito come struttura fondamentale del ragionamento
l'analogia, suddividendola in generale in due tipologie: l'analogia di
partecipazione e l'analogia di attribuzione. Ora vedremo come ci aiutano nella
riflessione radicale. Se diciamo "bianco" tutti sappiamo che si tratta del colore,
e siamo in grado di "attribuirlo" ad ogni oggetto che sia di colore bianco: quindi
possiamo dire che "una parete bianca come un lenzuolo" senza scandalizzare
nessuno, come potremmo dire che "lo spirito, o l'anima umana assomigliano
allo spirito divino per l'immaterialit e per l'immortalit, non per l'eternit",
sempre senza scandalizzare nessuno. Se diciamo "vita" possiamo pensare, sia
alla vita dei batteri e dei virus, magari esitando se attagliarla al regno vegetale
o a quello animale, sia alla vita delle piante (la vegetativa), sia alla vita degli
animali (la sensibile), sia alla vita dell'uomo (la razionale), sia alla vita di Dio
(eterna, perfetta, felice, assoluta, impassibile - nel senso di non-raggiungibiledal-dolore, ecc...), se crediamo in Dio. Abbiamo quindi la possibilit di
concepire le cose in modo pi ricco e vario, operando comparazioni e richiami
di significato per migliorare la comunicazione e completare, per quanto
possibile, le relazioni umane.

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Della nascita e della morte


Che cosa la nascita se non l'entrata di un essere nel tempo dal nulla? Che
cosa la morte se non l'uscita di un essere dal tempo nell'eternit? Gli eoni
(dal greco ain) ci hanno preceduto e ci stanno aspettando. Sono mensura
temporis alii (misura di un tempo altro), cio di una diversa concezione
dell'essere. A volte, per convenienza di comunicazione, gli storici hanno
definito certi lunghi periodi "evi" (si tratta della traduzione latina di ain) o
"ere": medio evo, evo moderno, era volgare (era dei popoli) che sinonimo di
"dopo Cristo", etc..
Non semplice riflettere di come l'essere delle cose, inanimate, viventi e
razionali (dai minerali all'uomo), possa appunto giungere all'esistenza: di
come, cio, sia data l'essenza a ciascun ente che . E di come questo essere
regga nell'esistere al mondo. Gi gli antichi filosofi ionici, Talete, Anassimne,
Anassimandro, prima di Anassagora, Parmenide, Platone e Aristotele, si erano
posti la questione dell'origine delle cose, quindi l'origine del loro essere.
Ognuno di loro aveva ipotizzato un principio dell'essere, l'arch, appunto: chi
aveva individuato l'acqua come principio, chi il fuoco, chi l'infinito, chi i quattro
elementi (Empedocle). Ma fu Parmenide ad avere per primo l'idea di un
principio assoluto da cui ogni cosa trae origine: l'Essere, impassibile ed eterno,
"Rotondo e perfetto", come dice un suo frammento, imperscrutabile e
impenetrabile. Sono gli attributi divini che troviamo poi variamente anche nella
Bibbia quando si parla di Dio (ebr. Elohm, Adoni), o del Signore (ebr. Jahw)
nel Corano (ar. Allh), ma anche nella grande Tradizione hindu e buddista,
dove, pure cambiando i nomi, Brahmn, Nirvana, il concetto sotteso analogo.
Poi Eraclito colse il senso e l'importanza del Divenire delle cose (pnta ri, tutto
scorre), dicendo che "nessuno si bagna in un fiume nella stessa acqua".
Ma furono Platone e Aristotele, oltrepassando decisamente l'antropomorfo mito
degli dei olimpici, i primi che colsero con la ragione, partendo da Parmenide, il
senso profondo dell'Essere: Platone, pi intuitivo e poetico, lo chiam Sommo
Bene, Aristotele, pi speculativo e metafisico, Primo Motore Immobile.
Ambedue sostenevano che la ragione umana, quando procede a chiedersi il
24

perch delle cose e dei fenomeni ha bisogno, per la sua stessa possibilit di
operare, di giungere ad un punto, principio, causa delle cause, ad un causa
prima. Annche stnai (gr. bisogna fermarsi) sostenevano, pena lo sfaldamento
dei principi primi che rendono sano l'intelletto dell'uomo. Quindi, seguendo il
principio di ragione che impone di chiedersi il perch (propter quid) delle cose,
possibile giungere all'esigenza, alla necessit di una causa prima. Ma la
causa prima come opera? Pu la causa prima fare il mondo e l'uomo usando
materia esistente? Qualcuno lo pensava, Plotino ad esempio, che riteneva che
l'Uno (Dio) avesse utilizzato la materia bruta e oscura per dare vita e luce al
mondo e alle creature superiori. Anche i dualisti di ogni tempo, gli gnostici, i
manichei, monisti come Spinoza, e in fondo anche l'idealista Hegel (e quindi, a
contrario, Marx), hanno in qualche modo ipotizzato una specie di "creazione
dialettica" nel corso della quale si sono scontrati il Bene e il Male.
Epper si tratta di una visione che non regge. Non pu, infatti, darsi una
doppia origine delle cose e dei viventi: dalla partenogenesi alla gemmazione,
dalla riproduzione vivipara ai mammiferi, si nota un solo principio causale, che
sia o meno sessuato, quindi sintesi di due differenze. I genitori umani sono
due, ma lo zigote uno. Ecco: lo zigote la cellula originaria che nasce dalla
fusione di uno spermatozoo nell'ovulo. Prima che tale fusione avvenga vi sono:
uno spermatozoo e un ovulo, cio materiale biologico. Dopo la fusione vi lo
zigote, cio materiale biologico dotato di potenza di essere. Qui sta la
questione. Un attimo prima della fusione quella potenza di essere era nulla, era
nel nulla; un attimo dopo la fusione quella potenza di essere c'. Dal nulla
all'essere assumendo l'essenza umana, e la "potenza" (potenzialit) di un
essere umano. Sappiamo inoltre che ci che distingue l'uomo dagli animali
superiori la coscienza morale e l'autocoscienza psicologica. Pu quindi
tranquillamente esserci stata un'evoluzione dei grandi primati antropoidi, in un
fascio dei quali, a un certo punto, si accesa una luce (Qualcuno ha acceso
una luce, perch non pu darsi effetto senza causa, o no?). Il concetto biblico
di Adm (uomo fatto di terra, traduzione elementare dall'ebraico che sta per
"materiali") di carattere "corporativo" e pu benissimo essere inteso come
ceppo umano originario. Chi crede afferma che, a questo punto Dio infonde
25

l'anima spirituale e razionale, creandola ad hoc, unica, semplice ed immortale,


come spiega, prima ancora della Bibbia (II libro dei Maccabei, che risalgono al
secondo secolo a. C.), Platone nel dialogo Fedone, dicendo "l'anima razionale
dell'uomo immortale perch, essendo perfettamente spirituale, sostanza
semplice e dunque non corruttibile come i composti materiali". Che l'anima
razionale non sia spirituale lo possono dire solo gli anatomopatologi materialisti
dell''800, che la cercavano tra lo stomaco e le budella, se non nel cranio, o loro
emuli attuali, che sono vittime di pre-giudizi (etim., giudizio incompleto) e di
informazioni scientifiche poco aggiornate. Si pensi solo alla nostra attivit
intellettuale, all'astrazione, alla creativit artistica, alle emozioni, ai sentimenti,
al processo razionale del giudizio. Basta. La morte, allora, se interviene dopo
che si stati posti nell'essere dal nulla, sembrerebbe un ripiombare nel nulla.
Cos non pu essere, se non per il corpo fisico, che si decompone nei fosfati e
altro del cadavere, privo com' di "ci che gli d forma", l'anima spirituale.
Che, non potendo morire, entra nella sfera dell'essere sua propria, l'eternit.

26

La bellezza delle rovine


Piranesi. Abbiamo tutti presenti le sue stampe sull'antica Roma diruta e piena
di rampicanti tra e sopra le pietre antiche. Bianco e nero, grigi, dettagli
minuziosi. Le rovine sono belle.
Ma oggi c' chi teorizza altri tipi di bellezza rovinosa, come l'attentato alle Twin
Towers, per tutto quel fumo che con volute "barocche" sale verso un cielo
terribilmente azzurro, per quella polvere che mulina verso le strade e le piazze
sottostanti, per quel venire gi gravitazionale dei parallelepipedi abitati, colpiti
a morte.
Ho sentito architetti (alcuni architetti sono dei tuttologhi, letterati, filosofi, che
per hanno bisogno dell'ingegnere per i calcoli del cemento) inquadrare
l'attentato dell'11 settembre 2001 nell'ambito di una lotta di alcuni contro
l'umana superbia che erige simboli di "potenza fallica" verso il cielo, quasi a
sfidarlo, costruendo oggi i grattacieli, come un tempo fecero lo ziqurrat i Caldei
a Babilonia. La sfida a Dio che ha sempre avuto adeguata e proporzionata
punizione.
Costoro hanno paragonato Ground Zero alle rovine di Persepoli o di Baalbeck,
filosofeggiando sull'equivalenza delle umane prepotenze in ogni secolo della
storia. Dario il Grande come Bush. Viene da fare un sorriso al paragone, ch
implausibile. Gli stessi teorizzano sulla bellezza intrinseca dei palazzi sventrati
di Sarajevo, anneriti dal fuoco, con le finestre come occhiaie di morti. Mah. Li
inviterei magari ad abitare quelle rovine, che sono conseguenza, non dello
scorrere del tempo che tutto rende prima o poi obsoleto, ma della malvagit
umana, responsabile, colpevole, storicamente e politicamente data. Non di
fantasmagorie estetizzanti.
Forse questi pensatori hanno qualche debito di ispirazione con il futurismo, che
quasi cent'anni fa auspicava l'avvento della velocit come paradigma
universale, del macchinismo, la distruzione del "vecchio", lo smantellamento
del "superato", in nome di un "nuovismo" rigeneratore, non escludendo
neppure la guerra e il lavacro di sangue. Una specie di mistica, che poi favor lo
sviluppo di certi filoni superomistici (non nel senso nitszcheano) e fascistici.
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Ma, fatta salva una certa teatralit del "marinettismo", quel movimento serv
pure a svecchiare la cultura da alcuni accademismi.
Forse la questione un'altra, l'origine di questo estetismo decadente deriva
dalla debolezza del pensiero contemporaneo. Mi veniva da dire "debolezza di
mente", quasi parafrasando i filoni di pazzia che si percepiscono in giro.
Intendo per la "debolezza di pensiero" come una situazione della ricerca
filosofica attuale, che deriva in toto dalla perdita del senso dell'essere. Il
pensiero contemporaneo fondato, non tanto sull'apparire mediatico, che
solitamente si oppone all'essere, memorando l'antico detto latino "Melius esse
quam videri", "Meglio essere che apparire", quanto sulla negazione della
possibilit di conoscere il reale.
Cartesio, quando spost il punto di osservazione dell'uomo, dal mondo degli
objecta all'autocoscienza, apr la strada al fenomenismo e all'idealismo (Kant,
Hegel, Husserl, Heidegger, Sartre). L si posero le basi alla non ammissione
delle condizioni di conoscibilit del mondo, lasciato, a quel punto, alla sua sola
manifestazione fenomenica.
Da allora l'essere stato sempre pi fondato sul nulla. L'uomo diventato
"L'essere-per-la-morte" di Martin Heidegger, per il quale la conoscenza
metafisica dell'essere impossibile, non possedendo l'essere, di per s,
valenza ontologica, ma solamente "ontica", esistenziale. L'uomo diventato
colui che pu conoscere solo se consapevole che il suo "esistere" appeso al
"nulla" (L'etre et le nant, I. P. Sartre).
Risulta dunque di immediata evidenza come, se il propter quid (il perch
radicale) della "domanda sull'uomo" non fondato su qualcosa d'altro, di
metafisicamente dato, resta l'essere appeso al nulla (Padre Cornelio Fabro,
L'uomo e il problema di Dio, Coletti, Roma, 1950), il nichilismo, la lode delle
rovine, il belato di un uomo oramai incapace di prendere in mano la propria
vita.

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Il potere e gli scodinzolanti


Ovvero, potremmo dire, il potere e i genuflessi. I potenti di ogni tempo e luogo
hanno sempre avuto (e hanno) bisogno di seguaci, pi o meno dignitosi o, di
converso, servili, appunto, gli scodinzolanti che, come i cani degli antichi
castelli, si affannano attorno al loro signore e padrone, per avere un osso da
leccare o una prebenda da portare a casa. E si fanno manipolare e dominare e
comandare, ma proni, non mai eretti, dignitosi, uomini. Lo osserviamo nel
mondo della politica innanzitutto, ma anche in quello economico, delle imprese.
Ho appena riletto il bel libretto di Hugh Freeman, (Le malattie del potere,
Garzanti, I Coriandoli, 1994, trad. dallinglese The Human Brain and Political
Behaviour, articoli tratti da The British Journal of Psychiatry, 1991, 159, 19 32) psichiatra inglese, studioso di biografie (e cartelle cliniche) degli uomini
politici, da cui si evincono molte cosette interessanti. Da Hitler alla Thatcher, da
Stalin a Franklin Delano Roosevelt, Freeman individua dei minimi comun
denominatori che hanno, da un lato prodotto il leader carismatico, dallaltro
le accentuazioni anche patologiche che hanno portato alcuni di questi capi a
superare il limite e ad agire in modo criminale, talora assecondati da una folla
di ipnotizzati o di personaggi che basavano il loro piccolo potere sul grande
potere del leader, e dunque lo tutelavano, anche quando diventava preda della
paranoia (Stalin), del Parkinson precoce, istrionismo, paranoia (Hitler), di
handicap fisici (il kaiser Guglielmo II) o della senilit (Breznev, Mao, Thatcher,
Franco, etc., e oggi, forse, Fidel Castro).
Un altro aspetto segnalato dal Freeman quello relativo allatteggiamento delle
masse nei confronti dei leader. E qui lo studioso inglese si appoggia alla non
scarsa letteratura psico-sociologica dellultimo secolo e mezzo, a partire da Max
Weber. In particolare, tra molti altri, egli cita G. Bateson, (1972) autore di
Steps to an Echology of the Mind (San Francisco, Chandler, trad. it. Verso
unecologia della mente, Adelphi 1988), J. Van Ginneken (1992) autore di
Crowds, Psychology&Politics, 1871 - 1899 (Cambridge, Cambridge University
Press, trad. it. Folla, psicologia e politica, Pieraldo, Roma 1991), Y.Y.I.
Vertzberger (1990) The World in their Minds, (Stanford, Stanford University
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Press), A. Sinjavskij (1990), Soviet Civilisation: a Cultural History, (New Jorh


Arcade/Little Brown), il francese G. Le Bon (1895), autore di Psichologie des
Foules (Paris, Alcon, trad. it. Psicologia delle folle, Mondadori, 1982), e H.
LEtang (1969) Pathology of Leadership, (London, Heinemann).
Per Freeman soprattutto Le Bon lo studioso cui riferirsi per la psicologia delle
masse. In Psychologie des Foules, troviamo una conclusione preoccupante:
() la folla sempre intellettualmente inferiore alluomo isolato ().
Personalmente ed empiricamente lho sempre pensato. come se, nella folla,
scendesse di diversi gradi la soglia critica dellintelletto, per cui si portati ad
agire come fanno i pi (le adunate oceaniche nei regimi totalitari, le
manifestazioni che sconfinano nella violenza, magari pilotate da provocatori,
lambiente del calcio, ma anche, pi modestamente, i gruppi gregari nellagire
del bulling, i branchi giovanili, gli autori di bossing e mobbing aziendali, etc.).
Diversamente dagli animali che nel gruppo, nel branco o nello stormo trovano il
loro sviluppo e sopravvivenza (lupi, uccelli, api), luomo si degrada.
Ma lo fa anche nellindividuale, nel piccolo, quando si sottomette al suo capo
rinunziando anche alla dignit dei tratti personali. Ho assistito innumerevoli
volte alla prostrazione informale del cambiamento del tono di voce,
dellaccelerazione del parlato, dellimitazione della postura, al fine di
rassomigliare sempre di pi al capo. Beninteso, si tratta di comportamenti
esplicitamente non richiesti dal leader stesso, ma altrettanto implicitamente
ritenuti utili, se non addirittura necessari da parte del subalterno. E cos
accadendo le cose, il capo, che pu gi avere le caratteristiche e i tratti di
carattere descritti sopra, matura il convincimento inconscio prima, per poi
evidenziarlo, che tutto ci gli gradito, anzi, dovuto.
I capi spesso amano la teatralit, il vlkisch, cio la popolarit populista, la
recitazione del ruolo, forsanche qualche livello di ipnosi, e gli scodinzolanti, i
genuflessi si adeguano, accettando di essere manipolati.
Viene da chiedersi se ci sia inscritto nelle strutture mentali arcaiche fino da
quando eravamo cacciatori-raccoglitori, cio laltro ieri, o se possa esservi
una qualche evoluzione positiva, nel senso dellautonomizzazione e del rispetto
di se stessi. Indomiti, proviamo.
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Le diverse libert
La greca parresa, cio la "libert di dire tutto", come libert umana e civile
primaria, e la latina libertas, forse anche derivata dall'etimo liber (libro, ma poi
nell''accezione di "libero" come aggettivo), un tema che avvince e fa
discutere da sempre. La eleuthera, invece, sempre termine greco per dire
libert, appartiene piuttosto all'ambiente stoico, ed ha principalmente
un'accezione morale, in quanto "libert di agire". I classici greci, da Socrate in
poi ne hanno trattato: la libert costituisce uno dei temi principali della
Repubblica (libro X) di Platone, dell'Etica Nicomachea (libri I e X) e dell'Etica
Eudemia di Aristotele, ed poi trattata da Agostino nello scritto De gratia et
libero arbitrio. E' l'eterna questione se l'uomo sia essenzialmente libero o
prevalentemente condizionato. Tra questi due estremi si gioca la vita umana,
tra la grandezza dell'intelletto e la condizionatezza della struttura psico-fisica e
socio-storica individuale e collettiva.
San Tommaso ha trattato lungamente nella Summa teologica (I-II) della libert
come attuazione del fine dell'ente, sostenendo che ogni ente agisce per un
fine, e dunque la libert deve essere concepita e usata dentro il percorso
verso il fine proprio: per l'uomo la beatitudine eterna. Si tratta della libertas
major, quella che consiglia le scelte giuste per diventare-ci-che-si-. (La
libertas minor invece quella che pu consentire anche le scelte sbagliate)
Lutero, estremizzando i le diadi agostiniane di libert umana e prescienza
divina, come conoscenza previa ex parte Dei (che egli, come molti altri,
confondendo la questio difficillima, identifica con predestinazione, come
decisione divina circa il destino eterno di un'anima, che non si d poich l'uomo
sufficientemente libero di decidere di s) polemizza con Erasmo parlando di
"servo arbitrio", cio di sostanziale impossibilit di darsi della libert umana.
Kant, nella seconda Critica, ne ha dato una dimensione deontologica: l'uomo
deve fare ci che il suo dovere perch suo dovere, cosicch la norma del
suo agire possa essere considerata norma universale. E qui si nota un'influenza
forte dell'empirismo inglese di Hume.

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Stuart Mill, campione del liberalismo classico, ha coniato la celebre definizione


della libert come azione nell'ambito proprio senza sconfinare nell'altrui.
Max Weber ne ha trattato nelle sue distinzioni etiche: etica della responsabilit,
di retaggio kantiano, ed etica della convinzione, di retaggio forse evangelicoluterano.
Nella contemporaneit ne hanno trattato Camus con folgorante profondit: la
libert come condanna e come gloria, e Sartre, dicendo che l'uomo si fa e si
disfa perennemente, nella sua propria libert, che un dato necessario (cio
che-non-cessa). E infine Eric Fromm che ipotizza addirittura una "fuga dalla
libert" - per paura della libert stessa - da parte dell'uomo di oggi, per cui si
spiegano i totalitarismi del ventesimo secolo e i conformismi della societ
dell'immagine e del mercato.
Ci che intriga il pensare che la libert cos tante cose.
La libert, dunque, non si configura come un mero "fare ci che si vuole", ma
si valorizza se strettamente correlata alle scelte morali, di cui costituisce
l'essenza. Infatti, ogni atto umano ha rilevanza morale solamente se un atto
libero e cosciente di un soggetto razionale come l'uomo. Tant' che nel
sillogismo dimostrativo la libert umana si dimostra indefettibilmente con la
sua razionalit, come si vede di seguito: a) l'uomo razionale (premessa
minore), il razionale libero (premessa maggiore, e la copula "" come
medium demonstrationis), c) l'uomo libero (conclusione logica).
L'uomo libero, in qualche modo, ma veramente.

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