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CAPIRE DANIELE
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Titolo: Capire Daniele


Autore: Antonio Caracciolo
Redazione: Vittorio Fantoni
Grafica e impaginazione: Valeria Cesarale

Editore: Edizioni ADV snc - Falciani - Impruneta - FI


Tel. 055/2326291 - Fax 055/2326241
Stampatore: Legoprint srl - Trento

© 1998 Edizioni ADV


Tutti i diritti sono riservati all’editore. Ogni riproduzione
anche parziale con qualsiasi mezzo è vietata
senza preventiva autorizzazione scritta dell’editore.

Prima edizione: 1998 - Tiratura: 1.500 copie


Finito di stampare nel mese di ottobre 1998
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Antonio Caracciolo
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Presentazione
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G li studenti di teologia dell’Istituto Avventista hanno sempre lamentato la


mancanza di un testo in lingua italiana per lo studio del libro di Daniele.
Adesso il testo c’è. C’è perché qualcuno lo ha redatto e perché altri si sono premu-
rati di preparare il manoscritto per la stampa.
Lo scrivente insegnava esegesi di Daniele da oltre vent’anni nell’Istituto Avven-
tista «Villa Aurora» quando il suo direttore, il dottor Vittorio Fantoni, gli rivolse la
richiesta di produrre un manuale per il proprio corso così come altri docenti ave-
vano fatto per i loro. Non senza esitazione egli accolse l’invito. Determinante è
stato il concorso del dottor Fantoni, sia per l’incoraggiamento ed il sostegno che ha
dato allo scrivente, sia per quanto attiene al trasferimento del testo nel computer.
Assai valida è stata poi l’opera di Valeria Cesarale, grafico della Casa Editrice
ADV, che ha realizzato l’impaginazione del volume. All’amico Salvatore Vilardo
l’autore esprime gratitudine per aver egli aggiunto, nelle citazioni bibliche origi-
nali, il testo ebraico alla sua traslitterazione in caratteri latini. Un vivo ringrazia-
mento agli apprezzati collaboratori. Particolare riconoscenza lo scrivente deve a
Manuela Casti per avere riveduto e corretto ove necessario le citazioni testuali e le
parole in caratteri ebraici. L’autore non può tralasciare di menzionare la propria
moglie Milena, la cui pazienza e tolleranza per sei lunghi anni gli hanno per-
messo di condurre a buon fine il lavoro intrapreso.
A prescindere dalla sua destinazione primaria, il libro potrà essere letto da
chiunque, con un piccolo sforzo di attenzione. Esso infatti è stato scritto col pen-
siero rivolto anche ai «non iniziati». Costoro potranno trovare ostici alcuni ap-
profondimenti, specie nei punti in cui si fa riferimento al testo ebraico. Saltino
tranquillamente quei paragrafi, che più che altro interessano gli studenti di teolo-
gia. Il resto non sarà difficile da capire.
Una parola sulle metodologie che si sono applicate nella stesura del com-
mento. La forma espositiva è quella analitica: un modo di commentare che ri-
sulta più minuzioso e penetrante dell’esposizione tematica. Il testo biblico è spie-
gato versetto per versetto, dal primo all’ultimo capitolo. Questa particolarità for-
male fa del libro un vero e proprio commentario.
Il metodo interpretativo applicato alle visioni è quello storico-continuo; oltre a
essere il più antico e a essere stato il più seguito nella lunga storia dell’esegesi di
Daniele, questo modo di comprenderne le profezie trova legittimazione nel libro
che è oggetto di studio.
Benché nel presente volume l’ispirazione divina del testo danielico e le conse-
guenze che ne derivano siano tenute per presupposti irrinunciabili, l’attendibilità
storica dei racconti e l’autenticità delle profezie non si danno sempre per scontati;
quand’è possibile, anzi, gli uni si cerca di illuminare attraverso l’apporto della

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PRESENTAZIONE

documentazione storica e archeologica esistente, e le altre di leggere alla luce dei


grandi eventi della Storia Universale.
Potrà essere utile un accenno alla strutturazione del volume. Un’introduzione
precede il testo esegetico. Vi si evidenziano prima di tutto i caratteri formali della
letteratura apocalittica, di quella canonica come di quella apocrifa. Quindi vi si
espone, in un quadro succinto, la storia dell’interpretazione del libro in esame,
dall’antichità fino ai nostri giorni, Infine vi si elencano gli aspetti problematici
che il testo presenta – quegli aspetti che hanno fatto nascere dubbi sulla sua au-
tenticità – e se ne propongono le soluzioni.
Segue l’esposizione preceduta, capitolo per capitolo, da una breve introdu-
zione. Il testo biblico è riprodotto integralmente a monte del commento, secondo
la versione del prof. Giovanni Luzzi. Note supplementari sono aggiunte al com-
mento stesso quando i versetti sotto esame lo richiedono, poste a piè di pagina le
più brevi, raggruppate in fondo ai capitoli le più lunghe.
Chiude il volume un’ampia appendice nella quale sono raccolte estese note
storiche a cui si rimanda nel commento laddove laconici riferimenti richiedono
approfondimenti ulteriori.
Prima e durante la stesura del commento si sono consultati testi specializzati
di varia tendenza; tuttavia, data la particolare scelta esegetica, si sono privilegiati
i lavori di biblisti ed esegeti di scuola conservatrice e storicista, e fra questi in
primo luogo quelli di autori avventisti dai quali, anzi, si è molto attinto. Un’op-
zione, questa, suggerita da due considerazioni ugualmente valide e importanti.
La prima è che l’autore del presente volume, per convinzione personale, salvo
qualche rara riserva, è allineato sulle posizioni esegetiche degli espositori avventi-
sti; la seconda attiene al fatto che il libro sarà utilizzato come testo di studio in
una scuola teologica avventista.
Forse un chiarimento sul titolo che si è voluto dare a questo manuale non
sarà fuori luogo, tanto più che esso potrebbe dare adito a un fraintendimento.
Capire le Scritture fu per l’estensore di queste righe un vivo desiderio fin dall’ado-
lescenza. Nella maturità divenne poi una necessità, incombendogli il compito di
far capire.
Capire e far capire – una formula che idealmente lega insieme l’aspirazione
giovanile e la missione dell’età adulta dello scrivente – è stato qualcosa che ha se-
gnato con forza un aspetto importante del suo ministero e della sua vita. È stato
questo che gli ha suggerito il titolo del libro. Un titolo, oltretutto, che ne mette a
fuoco la destinazione.
L’autore, per quanto abbia cercato di lavorare con scrupolo, non è certo di
non essere incorso in qualche inesattezza. Pertanto fin d’ora si dichiara grato
verso quei lettori che, rilevandone qualcuna, gliela vorranno segnalare. E
nient’altro egli desidera di più se non che divenga realtà per essi tutti quanto il ti-
tolo esprime, e che da ciò sia accresciuta e consolidata la loro fiducia nella profe-
zia biblica.

Firenze, 25 febbraio 1998 Antonio Caracciolo

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Introduzione
____________________________

I. COMPRENSIONE DELLA PROFEZIA


BIBLICA APOCALITTICA

Ermeneutica ed esegesi profetiche

1. Quanto maggiore è l’arco di tempo che separa uno scrittore dai suoi lettori,
tanto più è difficile comprendere la sua opera e tanto più è necessario ap-
plicare norme di interpretazione adeguate.

2. La scienza che studia i criteri da applicare per comprendere un’opera lette-


raria antica si chiama ermeneutica (dal greco e(rmeneu/w, “interpreto” ).
Questo vocabolo nella Bibbia si trova in Luca 24:27 (diermh/neusen
“spiegò”).

3. L’applicazione del metodo ermeneutico per spiegare un testo antico prende


il nome di esegesi (dal greco e)chge/omai, “guido”).
Non vanno dunque confuse tra loro ermeneutica e esegesi: la prima è un
metodo, la seconda è l’applicazione di tale metodo e i suoi risultati.

4. La ermeneutica biblica è l’insieme delle norme applicate per interpretare


la Bibbia. La esegesi biblica è l’applicazione delle norme della ermeneutica
biblica ed il risultato di tale applicazione.

5. La ermeneutica biblica si avvale di un insieme di dati oggettivi come: le


lingue originali (l’ebraico e l’aramaico per l’Antico Testamento, il greco per
il Nuovo), i generi letterari (ovvero le forme espressive caratteristiche in uso
nel tempo in cui vide la luce lo scritto da interpretare), i contesti storico e
socio-culturale in cui visse e operò lo scrittore. I dati linguistici, letterari,
storici e socio-culturali sono elementi comuni all’ermeneutica biblica e a
quella letteraria comune.

6. Poiché la Bibbia in quanto documento della Rivelazione divina occupa un


posto unico nella letteratura di ogni tempo e luogo, l’ermeneutica biblica ri-
chiede fondamentalmente delle norme speciali che scaturiscono appunto
dalla sua divina ispirazione (2Tm 3:16; 2Pie. 1:21).

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INTRODUZIONE

7. La divina ispirazione della Bibbia non è verificabile scientificamente: è una


verità di fede.

8. Per l’influenza dell’Illuminismo, nel XVIII secolo è sorta una nuova erme-
neutica biblica che non tiene conto dell’ispirazione: la ermeneutica razio-
nalistica o liberale.

9. Alla ermeneutica biblica liberale e alla esegesi biblica che ne risulta s’op-
pone la ermeneutica biblica conservatrice con la sua esegesi.

10. La Bibbia come prima interprete di sé stessa è il principio basilare dell’erme-


neutica biblica conservatrice.

Profezia classica e apocalittica

1. Fra i 66 libri che la compongono, la Bibbia annovera due scritti apocalittici:


Daniele 7-12 nell’Antico Testamento e l’Apocalisse di Giovanni nel Nuovo.

2. Sotto il profilo formale, profezia classica e profezia apocalittica si distin-


guono per il diverso genere letterario.

a) Nei libri profetici ordinari (Isaia, Geremia, Ezechiele e i Dodici profeti mi-
nori) predomina la forma discorsiva (predizioni, promesse, rimproveri, in-
vettive, esortazioni, appelli). Il senso è per lo più letterale.

b) I libri apocalittici (Daniele e l’Apocalisse) si distinguono per l’uso costante


di un linguaggio figurato che conferisce loro un carattere di oscurità. La vi-
sione simbolica costituisce l’elemento fondamentale del genere apocalittico.

3. Profezia classica e profezia apocalittica si diversificano anche sotto il pro-


filo dei contenuti.

a) Nella profezia classica la parenesi (cioè l’esortazione) s’intreccia con la pre-


dizione (ossia l’annuncio di eventi futuri), e la predizione per lo più ha ca-
rattere contingente (limitata portata spazio-temporale). Ad eccezione delle
profezie messianiche, le predizioni si spingono generalmente nel futuro im-
mediato (i prossimi anni o decenni) e si rivolgono a una nazione (in genere
Giuda o Israele, ma anche nazioni pagane), ad una classe sociale (il sacer-
dozio, la borghesia, la dirigenza politica) o ad una singola persona (il re, un
funzionario dello stato, il sommo sacerdote, un falso profeta). Sono comun-
que presenti anche spunti apocalittici.

b) Nelle apocalissi, mentre è scarsa la parenesi, predomina l’elemento predit-

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tivo. La notevole ampiezza spazio-temporale conferisce alle predizioni una


dimensione universale: le profezie apocalittiche si proiettano nel futuro lon-
tano, hanno per oggetto il popolo di Dio e le potenze secolari ad esso ostili
(l’Anticristo) e come punto finale d’arrivo gli eventi escatologici (il giudizio,
la risurrezione dei morti, il regno di Dio).

4. Profeti classici e profeti apocalittici si distinguono anche per specificità di


funzioni. Il profeta classico possiede il carisma profetico e ne esercita le
funzioni: vive fra il suo popolo, si dedica a esso, ne condivide le vicissitu-
dini e si rivolge quasi sempre alla sua generazione. Il profeta apocalittico
pure possiede il dono profetico, ma non ne esercita le funzioni: vive isolato
dal suo popolo (in esilio come Daniele in Babilonia e Giovanni a Patmos) e
si rivolge per lo più alle generazioni future.
Libera traduzione e adattamento dell’articolo “History of the Interpretation
of Daniel” in Seventh-day Adventist Bible Commentary, vol. IV, pp. 39-44.

5. Da quel che si è detto sopra risulta evidente che la ermeneutica apocalittica


richiede norme proprie di interpretazione che si differenziano dalle nor
dell’ermeneutica profetica in generale.

II. PROFILO DI STORIA DELLA


INTERPRETAZIONE PROFETICA

Comprensione progressiva della profezia

La comprensione della profezia di Daniele si è sviluppata progressivamente nel


corso del tempo. Daniele stesso ne fu il primo interprete seppure limitatamente
ad alcune parti essenziali delle rivelazioni a lui consegnate.
Via via che si svolsero nella storia i grandi eventi anticipati dalla profezia,
uomini pii e versati negli studi profetici furono in grado di discernere nelle
grandi linee gli sviluppi futuri della storia stessa. Alterazioni sostanziali, ripudio
di retti principi e di risultati acquisiti, periodi di negligenza, disinteresse e sfidu-
cia nei riguardi delle profezie non bastarono a determinare la perdita definitiva
delle conquiste autentiche.
Un patrimonio che sembrava perduto per sempre è stato gradualmente ri-
cuperato, rivalorizzato, approfondito per una comprensione sempre più piena
della parola profetica. La storia dell’interpretazione di Daniele è la storia della
tensione umana verso la comprensione del grandioso disegno profetico tracciato
in questo libro ispirato (2Pie 1:19-21).

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INTRODUZIONE

Daniele può essere compreso. La dichiarazione di Gesù in Mt 24:15 ri-


guardo a Daniele: “chiunque legge pongavi mente”, giustifica lo sforzo profuso
per capire le sue profezie e la certezza che esse sono comprensibili.

Un libro parzialmente sigillato. E.G. White scrive: “il libro che fu sigil-
lato non è l’Apocalisse, ma è quella porzione della profezia di Daniele che si ri-
ferisce agli ultimi tempi”1. La comprensione progressiva di Daniele convalida
questa affermazione. Solo agli inizi del XIX secolo, quando cominciarono effetti-
vamente i “tempi della fine”, si moltiplicarono simultaneamente gli studi sul più
esteso periodo profetico del libro di Daniele, quello delle 2300 sere-mattine.
Questo momento fu comunque preceduto da un lungo periodo preparatorio.

Il punto d’inizio del disegno profetico danielico. Il vasto disegno pro-


fetico rivelato a Daniele doveva esordire nella storia con l’affermazione dell’im-
pero neo-babilonese. Daniele stesso fissa questo momento cruciale, accolto
come verità assiomatica da tutta una schiera di interpreti, quando dice al re di
Babilonia: “Tu (l’impero neo-babilonese con Nabucodonosor come suo sovrano)
sei la testa d’oro” (Dn 2:38). Poi: “dopo di te (dell’impero neo-babilonese) sorgerà
un altro regno inferiore al tuo” (v. 39). In Dn 5:28; 6:12-15, 28 e 8:20,21 sono in-
dicati il secondo ed il terzo regno universale che dovevano succedere a Babilo-
nia: gl’imperi medo-persiano e greco-macedone. È dunque l’ispirazione stessa
che fissa in modo inequivocabile l’inizio del compimento della profezia danielica
nella storia e ne traccia le fasi successive. Daniele fu dunque il primo interprete
delle profezie che gli furono rivelate. Dopo di lui, degli uomini animati da un
vivo interesse per questo aspetto del messaggio biblico confrontarono con i vati-
cini danielici gli eventi del loro tempo per modo che venne formandosi un dise-
gno progressivo di realizzazione della profezia nella storia.

Studiosi eminenti fra gli interpreti di Daniele. Sugl’inizi e gli sviluppi


dell’interpretazione profetica non ci sono incertezze essendo essi ben documen-
tati. Figurano fra gli espositori di Daniele uomini di grande cultura e genialità,
oltre che di fervente pietà religiosa.

Visione pluralista sul compimento della profezia nella storia. Le con-


vergenze più significative della profezia e della storia sono state viste e ricono-
sciute non da una singola persona, ma da tutta una schiera di uomini vissuti in
tempi e luoghi differenti i quali hanno consegnato ai posteri, ciascuno nella pro-
pria lingua, il frutto delle loro indagini.

Rettifica di inesattezze e approssimazioni col progredire degli


studi. Il tempo e gli eventi che nel corso di esso sono nati e si sono sviluppati,
hanno imposto via via di verificare le interpretazioni profetiche precedenti con le
loro inevitabili limitazioni e di rettificarne le comprensibili inesattezze e approssi-

1 - Acts of the Apostles, p. 585.

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mazioni. I pionieri dell’interpretazione profetica meritano comunque il massimo


plauso per il ruolo che svolsero nella formazione di quel patrimonio esegetico
che oggi costituisce la nostra eredità. La conoscenza di questo background è in-
dispensabile nell’ambito dello studio moderno della profezia in generale e di
Daniele in particolare.

Comprensione delle profezie cronologiche. La profezia delle 70 setti-


mane fu compresa e spiegata in base al principio giorno-anno fin dagli albori
della storia dell’interpretazione di Daniele, ma il tempo di capire le 2300 sere-
mattine e il loro rapporto con le 70 settimane era ancora lontano. Né si sareb-
bero potuti comprendere i 1260 giorni-anni (e i corrispettivi 3 anni e mezzo e 42
mesi) prima che si fosse manifestata l’apostasia in seno alla cristianità e fosse
sufficientemente avanzato da essere chiaramente discernibile il processo di cor-
ruzione della verità rivelata. Perciò l’entità storica rappresentata dal “piccolo
corno” non fu riconosciuta che secoli dopo il suo sorgere.

Tramonto dell’interpretazione della Chiesa antica. Con l’avanzare


dell’apostasia venne via via distorta e applicata in modo errato l’interpretazione
profetica lineare della Chiesa antica. Sotto l’influenza perniciosa di ORIGENE (circa
185-254) si cominciò ad allegorizzare e spiritualizzare non solo le profezie ma
tutta la Scrittura.
Dopo la presunta conversione di Costantino ed i favori eccezionali da lui
elargiti alla Chiesa (riconoscimento ufficiale, protezione e arricchimento mate-
riale), EUSEBIO (circa 260-340), vescovo di Cesarea e primo storico della Chiesa,
storicizzò il concetto di Regno di Dio.
Alle innovazioni fuorvianti introdotte da Origene ed Eusebio seguì una vi-
sione escatologica rivoluzionaria promossa da AGOSTINO (354-430), l’influente ve-
scovo di Ippona. Agostino, spiritualizzandola, spiegò la prima risurrezione come
la conversione delle anime “morte” nel peccato e identificò il Regno di Dio con
la Chiesa cattolica in forte espansione: essa, secondo lui, era la “pietra” di Dn
2:34,45 che stava diventando la montagna destinata a riempire la terra. Infine
Agostino affermò che il diavolo era ormai incatenato e che l’umanità già viveva
nel millennio apocalittico. Le idee di Agostino si affermarono e dominarono la
teologia della Chiesa medievale. Queste dottrine deviate nate da una lettura alle-
gorizzata e misticizzata della Scrittura finirono per intorbidire la limpida interpre-
tazione profetica della Chiesa antica, interpretazione che per secoli restò pratica-
mente dimenticata.

Ricupero dell’antica interpretazione profetica. Non furono né i val-


desi né altri gruppi dissidenti medievali a riscoprire e ricuperare l’antica interpre-
tazione storica delle profezie, ma bensì dei vigili figli della Chiesa che si erano
visti costretti a protestare contro gli abusi ed i sovvertimenti della Chiesa stessa;
nel farlo essi applicarono a lei certi simboli profetici della Scrittura.
Dalle profezie di Daniele e dell’Apocalisse, dal Rinascimento in poi, trassero
ispirazione i dissidenti, sempre più numerosi, per formulare le loro critiche all’in-

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INTRODUZIONE

dirizzo della Chiesa. Cosicché le profezie vennero gradualmente riacquistando


credito presso gli spiriti più illuminati.

Il ruolo della profezia nello sviluppo della Riforma. La Riforma prote-


stante nacque dalla riscoperta delle verità del Vangelo che erano state patrimo-
nio della Chiesa antica. Nei secoli prima di Lutero uomini di grande sensibilità
spirituale avevano enfatizzato con sempre maggior chiarezza il tema della sal-
vezza per grazia in Gesù Cristo e contestato le grossolane distorsioni operate da
Roma nell’ambito della dottrina, pur restando nel seno della Chiesa. Dall’enfasi
che era stata posta sulle profezie relative all’Anticristo, la Riforma trasse forti mo-
tivi per una presa di posizione coerente.
Quando Lutero scoprì l’identità della figura profetica dell’Anticristo trovò la
forza di rompere con Roma, e molti altri compirono il medesimo passo per lo
stesso motivo. Tutti costoro, di fronte alle limpide indicazioni e agli ammoni-
menti reiterati della Parola profetica, sentirono l’obbligo morale di uscire dalla
Babilonia papale. Essi avrebbero affrontato il carcere e il martirio piuttosto che
scendere a compromessi sulle verità divine ormai chiaramente comprese.

Una controinterpretazione delle profezie, arma insidiosa della Con-


troriforma. Di fronte al rifiuto virtualmente unanime e all’identificazione del
papato con l’Anticristo della profezia da parte di tutti i gruppi protestanti, il cat-
tolicesimo romano corse ai ripari: esso cercò infatti di distrarre l’attenzione dei
protestanti dall’ermeneutica profetica del cattolicesimo antico, e vi riuscì. I gesuiti
spagnoli FRANCISCO RIBERA nel 1590 e LUIS DE ALCAZAR nel 1614 escogitarono insi-
diose controinterpretazioni delle profezie apocalittiche. Ribera insinuò che l’Anti-
cristo era una figura individuale, un capo di stato infedele, che da Gerusalemme,
nel tempo della fine, avrebbe agito empiamente contro i cristiani durante tre
anni e mezzo letterali.
Il cardinale Roberto Bellarmino, famoso controversista, sostenne con grande
energia le vedute di Ribera che divennero, e sono tuttora, la posizione ufficiale
del cattolicesimo sulla figura profetica dell’Anticristo. L’espediente esegetico del
Ribera prese il nome di ermeneutica futurista. Luis de Alcazar dal canto suo pro-
pose un’interpretazione agli antipodi rispetto a quella di Ribera. Secondo questa
chiave di lettura tutte le predizioni dei due libri apocalittici finirono di adem-
piersi tra il tempo del tramonto della nazione giudaica e l’epoca della caduta
dell’impero romano, e l’Anticristo non è altri che uno degli imperatori che perse-
guitarono i cristiani: Nerone, Domiziano o Diocleziano.
Questo modo di spiegare Daniele e l’Apocalisse è noto col nome di erme-
neutica preterista o semplicemente preterismo. L’interpretazione futurista e
quella preterista, questi due criteri ermeneutici contrapposti e contraddittori,
espressi dalla Chiesa cattolica - spettacolo davvero sconcertante! - sorprendente-
mente raggiunsero lo scopo di confondere l’esegesi profetica protestante.

Le conquiste della Riforma frustrate. Alcuni esegeti protestanti, come


l’olandese HUGO GROTIUS (1583 - 1645) e l’inglese HENRY HAMMOND (1605 - 1660),

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cominciarono ad adottare le controinterpretazioni del gesuita Alcazar gettando


confusione e provocando divisioni tra i protestanti che iniziarono a perdere fidu-
cia e interesse per le profezie.
I protestanti abbandonarono gradualmente l’interpretazione ortodossa (sto-
ricista). Non tutti però: ci furono alcuni espositori, come JOSEPH MEDE, che non si
lasciarono influenzare dall’ermeneutica fuorviante di Alcazar e ristudiarono l’in-
tero ambito della profezia, reintrodussero, contro le vedute di Agostino, il mil-
lennio nel futuro e rivalutarono l’ermeneutica storica.
Il preterismo si insinuò nella scuola razionalistica dei teologi liberali tede-
schi nel XVIII secolo, di cui furono rappresentanti eminenti JOHAN SALOMON SEM-
LER (m. nel 1791) e JOHAN DAVID MICHAELIS (m. pure nel 1791). H.CORRODI iniziò la
critica sistematica di Daniele nel 1783. Nel XIX secolo JOHAN GOTTFRIED EICHHORN
(m. nel 1827) condusse a fondo l’offensiva contro Daniele.
Il futurismo conquistò gradualmente le frange conservatrici del protestante-
simo e nel secolo XX si è diffuso ampiamente anche tra i fondamentalisti.

L’attacco di Porfirio all’autenticità di Daniele. La collocazione del


quarto regno di Dn 2 e 7 nel periodo ellenistico e la conseguente identificazione
del “piccolo corno” con Antioco Epifane, ampiamente sostenute dalla moderna
esegesi liberale, risalgono a PORFIRIO (233 - circa 304).
Il filosofo neoplatonico, allarmato per la straordinaria diffusione del cristia-
nesimo, e informato sull’importanza che aveva per i cristiani la profezia, cercò di
screditarla insinuando che il libro di Daniele non era stato affatto scritto nel VI
secolo a.C., ma era semplicemente un mendace profilo storico tracciato da uno
scrittore vissuto nel tempo dei Maccabei. Porfirio, in ultima analisi, sostenne che
il libro fu “fabbricato” posteriormente agli eventi descritti e fu scritto coi tempi
verbali al futuro per farlo passare per una profezia.
I cristiani dell’Occidente latino respinsero all’unanimità la teoria di Porfirio;
solo pochi cristiani d’Oriente l’accolsero. Comunque la critica di Porfirio cadde
nell’oblio entro breve tempo e rimase ignorata fino a dopo la Riforma. Sul finire
del secolo XVI la rimise in auge l’inglese HUG BROUGHTON (1549-1612) e da al-
lora, senza dubbio ignorandosi da chi e perché era stata escogitata, essa fu adot-
tata in circoli sempre più ampi sia nel Vecchio mondo che nel Nuovo, allo
scopo di contrastare la scuola d’interpretazione storica della profezia, la quale
vedeva nel “piccolo corno” di Dn 7 una figura del papato storico sorto fra le 10
frazioni del quarto regno. Oggi la teoria su Antioco Epifane è ampiamente dif-
fusa tra gli espositori di Daniele e la si ritrova in numerosi commentari di orien-
tamento liberale.

L’esegesi profetica del Nuovo Mondo. I protestanti europei che appro-


darono nel Nuovo Mondo nel XVII secolo portarono con sé, fra gli altri valori
spirituali della vecchia Europa, il sistema d’interpretazione profetica ancora se-
guito dalla maggior parte dei protestanti inglesi e di altre parti d’Europa. Fin da-
gli inizi dell’emigrazione oltre Atlantico il messaggio profetico della Scrittura oc-
cupò una posizione preminente nel pensiero dei coloni. EPHRAIM HUIT nel 1644

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INTRODUZIONE

pubblicò il primo commentario americano su Daniele: The Hole Prophecy of Da-


niel Explained. Nel Nuovo Continente si mantenne autonoma per lungo tempo
la linea interpretativa delle profezie del primo protestantesimo europeo, non
avendo curato i coloni i contatti culturali col Vecchio Continente. Spesso l’ese-
gesi profetica americana in quest’epoca, non ancora influenzata dal Preterismo e
dal Razionalismo europei, fu più limpida e più coerente dell’esegesi europea.

Il risveglio religioso del XIX secolo. Mentre il preterismo veniva conqui-


stando la scienza critica quando il futurismo non era ancora diffuso tra i prote-
stanti, ed il post-millennarismo predominava nelle chiese riformate, in certi set-
tori del protestantesimo fiorì il pre-millennarismo storicista.
L’ermeneutica profetica storica conobbe tre momenti di lustro: i primi secoli
del cristianesimo, il tempo della Riforma e della post-Riforma ed il primo Otto-
cento. Su questo background globale si proiettano il risveglio dell’avvento nella
vecchia Europa ed il movimento dell’avvento nel Nuovo Mondo durante il XIX
secolo. Numerosi espositori indipendenti della parola profetica, specie in Eu-
ropa, precorsero con le loro interpretazioni parallele il risveglio europeo ed il
movimento americano.

Radici lontane della posizione avventista sull’interpretazione profe-


tica. Il ruolo della Chiesa Avventista del Settimo Giorno, erede di venticinque se-
coli di interpretazione profetica, è quello di ricuperare e continuare l’esposizione
ortodossa del passato, oggi restaurata, rivalorizzata e perfezionata alla luce delle
conquiste odierne nel campo dell’esegesi profetica. Nel tempo presente gli studi
profetici in ambito avventista privilegiano a ragione quei segmenti escatologici
della profezia che non erano stati compresi e valorizzati nel passato perché non
era ancora giunto il tempo del loro adempimento e di conseguenza erano prema-
turi il loro riconoscimento, la loro valorizzazione e la loro applicazione storica.

Un nucleo essenziale ereditato dal passato. Le conclusioni a cui è ap-


prodata l’esegesi avventista riguardo alle profezie cronologiche - l’inizio sincro-
nico delle 70 settimane di Dn 9:25 e delle 2300 sere-mattine di Dn 8:14, e lo sca-
dere di quest’ultimo periodo nel 1844 - sono riconducibili a eminenti espositori
del passato. L’esegesi profetica avventista si mantiene dunque sulla linea degli
accorti interpreti di ieri e con gratitudine si riconosce debitrice nei loro confronti.
Erede di un nucleo di verità messe in luce dagli espositori dei secoli trascorsi,
l’esegesi profetica avventista nel medesimo tempo si riconosce annunciatrice de-
gli eventi escatologici preconizzati dalla parola profetica.
Con questo ampio panorama davanti agli occhi, siamo pronti ad intrapren-
dere lo studio delle grandi profezie danieliche: la visione della statua metallica
del cap. 2; la visione delle 4 bestie, le 10 corna, il “piccolo corno” e i 3 tempi e
mezzo del cap. 7; la visione del montone e del capro, delle loro corna e del
lungo periodo profetico del cap. 8; la rivelazione delle 70 settimane che condu-
cono al Messia-Principe del cap. 9, e infine le rivelazioni letterali parallele dei ca-
pitoli 11-12. (Da S.D.A. Bible Commentary, vol. IV, Introduzione).

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III. L’INTERPRETAZIONE E LO STUDIO DI DANIELE


DALL’ANTICHITÀ FINO AI NOSTRI GIORNI

1. La lettura di Daniele nell’età precristiana

A. L’attestazione più antica riguardo all’interpretazione di Daniele risale al III-II


secolo a.C., ovvero all’epoca dell’origine della versione alessandrina
dell’Antico Testamento. La traduzione greca di Daniele nei LXX è libera e
divergente dal Testo Masoretico. In 9:24-27 sono evidenti le alterazioni in-
trodotte per adattare il testo alla figura di Antioco Epifane. In 11:30 l’espres-
sione “le navi di Kittim” del T.M. è tradotta “i Romani”. È significativo che
già nel II secolo a.C. i Giudei alessandrini riconoscessero la presenza di
Roma nelle profezie di Daniele.

B. Nel I Libro dei Maccabei, che vide la luce sul finire del II secolo a.C., l’al-
tare pagano nel tempio è definito “l’abominazione della desolazione” (I
Maccabei 1:54) con evidente riferimento a Dn 8:13 e 11:31. Nel cap. 2:55-60
Daniele e i compagni sono menzionati accanto ad altri personaggi dell’An-
tico Testamento, segno che in quell’epoca Daniele era già riconosciuto ispi-
rato nell’ambiente giudaico.

C. Un riferimento a Daniele si trova in un’altra composizione della letteratura


tardo-giudaica, I Testamenti dei Dodici Patriarchi, risalente pure al II secolo
a.C. Il Testamento di Levi cita ed estende fino all’età romana le 70 settimane
di Dn 9:24-27. Ancora un segno che il tardo giudaismo interpretava Daniele
in chiave storica riconoscendovi ovviamente il valore profetico.

D. Riferimenti alle profezie di Daniele si sono trovati nei testi di Qumran. Nel
Rotolo della Guerra, del I secolo a.C., Dn 11:40 a 12:3 sono applicati alla
guerra escatologica tra i “figli della luce” e i “figli delle tenebre”. Il Docu-
mento di Melchisedec (11Q Ps.Ez.), di data incerta, applica a eventi futuri lo
schema cronologico di Dn 9:24-27. I riferimenti a Daniele nella letteratura
tardo-giudaica attestano che i Giudei, negli ultimi due secoli dell’era precri-
stiana, tennero in debita considerazione questo libro profetico.

2. La lettura di Daniele nell’età cristiana antica

L’interesse del mondo giudaico per il libro di Daniele non si estinse nell’era cristiana.

A. Nel primo secolo lo storico GIUSEPPE FLAVIO si riferì ripetutamente a Daniele


nei suoi scritti, massimamente in Antichità Giudaiche. Nel libro X (275)

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INTRODUZIONE

identifica il re di Siria, Antioco IV Epifane, nel “piccolo corno” di Daniele 8;


sempre nel libro X (208-210) vede Roma nel 4° regno di Dn 2. Ancora nel
X libro di Antichità Giudaiche (276), come pure in Guerre Giudaiche (VI,
212-213), riferisce alla sua epoca gli eventi finali della profezia danielica
delle settanta settimane (Dn 9:24-27).

B. L’apocrifo IV Libro di Esdra, quasi contemporaneo degli scritti di Flavio,


identifica i 4 regni danielici alla stessa maniera di Giuseppe: Babilonia, Per-
sia, Macedonia, Roma. L’aquila come simbolo di Roma è l’equivalente della
4 bestia di Dn 7.

C. Nel secondo secolo l’apologista giudeo Trifone, che dialoga col cristiano
Giustino, allo stesso modo che quest’ultimo vede il “piccolo corno” di Dn
7:25 come un potere persecutorio futuro che dovrà dominare per tre tempi
e mezzo, da Trifone interpretati come tre secoli e mezzo.

D. Sempre nel II secolo il Seder ‘Olam, attribuito generalmente a RABBI JOSE BEN
HALAFTA, nei capitoli 29 e 30 si richiama a Dn 9:24-27 (in pratica è una spe-
cie di midrash di questo passo). La cronologia della distruzione del primo e
del secondo tempio è fatta coincidere coi numeri sabbatici di Dn 9: si so-
stiene che da Nabucodonosor fino a Tito trascorsero 10 giubilei, equivalenti
a 70 cicli sabbatici, a loro volta equivalenti a 490 anni.

E. Nel IV secolo RABBI JOSEF in uno dei suoi scritti identifica i Persiani nell’orso
di Dn 7:5. I rabbini di quest’epoca vedono concordemente la Persia e Roma
rispettivamente nel secondo e nel quarto regno di Dn 2 e 7.

È evidente l’interesse del giudaismo per il libro di Daniele nei primi secoli
dell’era cristiana. Più documentato ancora è l’interesse dei cristiani.

A. Il Nuovo Testamento ha due riferimenti diretti al libro di Daniele come pro-


fezia in Mt 24:15 e in Mr 13:14, e un riferimento indiretto come fonte storica
in Eb 11:33-34. Evidenti contatti col libro di Daniele si scorgono in altri
punti del Nuovo Testamento. L’Anticristo preannunciato in 2Te 2:3-8 è una
figura parallela del “piccolo corno” di Dn 7 e 8. Le 4 bestie di Dn 7 ricom-
paiono riunite in un’unica figura in Ap 13:2. In Ap 12:14 ritornano i 3 tempi
e mezzo di Dn 7:25, e ricompaiono ancora enunciati in termini diversi in
Ap 11:3; 12:6 e 13:5.

B. I riferimenti alle profezie di Daniele sono frequenti nella letteratura patri-


stica dei primi 4 secoli dell’era cristiana.
a) Il riferimento più antico fuori del libro di Daniele lo si coglie nell’ Epistola di
Barnaba. In questo documento cristiano risalente al 130 circa la quarta bestia
di Dn 7 e le sue 10 corna sono viste come figure di eventi presenti e futuri
b) GIUSTINO, morto martire intorno al 165, nel Dialogo col giudeo Trifone vede

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nel futuro l’apparizione del piccolo corno di Dn 7:25 e pensa che il suo do-
minio durerà 3 anni e mezzo letterali.
c) Ancora nel II secolo IRENEO vescovo di Lione (circa 130-200) in uno scritto
apologetico (Adversus Haereses) identifica Roma nel quarto regno di Dn 2 e
7 e pensa che essa sarà divisa in 10 parti. Per Ireneo il “piccolo corno”,
identificato con l’Anticristo, deve ancora manifestarsi, e quando si sarà ma-
nifestato regnerà per 3 anni e mezzo letterali.
d) Fra il II e il III secolo, TERTULLIANO (160-240) usa Dn 9:24-27 per convincere
i Giudei che essi debbono riconoscere Gesù di Nazareth come il Messia
predetto da Daniele.
e) CLEMENTE, il dotto filosofo cristiano di Alessandria (circa 150-220), usa Dn
9:24-27 nel contesto di un’ampia cronologia fra l’epoca israelitica e l’età ro-
mana. Clemente fa decorrere dall’anno II di Dario I re di Persia le 70 setti-
mane di Dn 9 ed estende le 62 settimane fino al tempo del battesimo di
Gesù. La 70° settimana la colloca fra Nerone, secondo Clemente il respon-
sabile della “abominazione della desolazione”, e Vespasiano, il distruttore di
Gerusalemme.
f) Delle 70 settimane s’interessa pure il cronografo cristiano GIULIO AFRICANO
(160-240). Egli pone nel 444 a.C., sotto Artaserse I di Persia e Nehemia,
l’inizio di questo periodo profetico e lo fa terminare nell’anno 31 con la
crocifissione di Cristo.
g) Daniele attrasse anche l’attenzione di ORIGENE (185-254), lo scrittore alessan-
drino responsabile di avere introdotto nel pensiero cristiano concetti fuor-
vianti con la sua esegesi allegorica della Scrittura. Commentando Dn 8, Ori-
gene applica i vv. 23-25 ad un ipotetico anticristo futuro. Le 70 settimane di
Dn 9:24-27 le equipara fantasiosamente a 4900 anni che estende da Adamo
fino alla distruzione di Gerusalemme nell’anno 70 d.C..
h) Per quanto riguarda l’esposizione cristiana antica di Daniele, IPPOLITO RO-
MANO (m. nel 235) merita una menzione speciale come autore del più
esteso commentario del libro pervenutoci dall’antichità cristiana.
Composto tra il 202 e il 204 in greco, il commentario di Ippolito comprende
4 libri. “Storicista” (ante litteram) su Dan 2 e 7, Ippolito si rivela “futurista”
(ante litteram) sul cap. 9 e sui periodi profetici dei capitoli 7 e 8 che
estende fino al tempo della fine. Nei 4 regni danielici Ippolito vede Babilo-
nia, Medio-Persia, Grecia e Roma; nella “pietra” che distrugge la statua
(cap.2) ravvisa il Cristo, e nel “piccolo corno” del cap.8, primo fra i cristiani,
identifica Antioco Epifane. Questo antico commentatore cristiano applica
storicamente anche l’ultima fase della quarta bestia di Dn 7: le 10 corna
sono 10 regni che debbono ancora sorgere; il “piccolo corno” è l’Anticristo
che dovrà nascere tra i 10 regni e sarà vinto e giudicato da Gesù Cristo alla
sua venuta. Ippolito identifica con Cristo anche la “pietra” del cap.2 che di-
strugge la statua dai 4 metalli. Le 62 settimane di Dn 9:26 le colloca tra il
tempo dell’esilio e la nascita di Cristo. La settantesima settimana la stacca
dal contesto e la proietta nel tempo della fine precorrendo i moderni di-
spensazionalisti.

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INTRODUZIONE

C. Nella seconda metà del III secolo un duro attacco contro Daniele venne dal
mondo pagano suscitando la viva reazione degli ambienti cristiani.
a) PORFIRIO DI TIRO (233-304), un filosofo neoplatonico che contestava aspra-
mente il cristianesimo, compose un’opera accusatoria in 15 libri contro i cri-
stiani. Il 12° libro era dedicato alla refutazione del libro di Daniele, uno
scritto inviso al pagano perché sulle sue profezie i cristiani fondavano al-
cune importanti posizioni teologiche. Per screditarlo, Porfirio insinuò che
esso era una falsa profezia (vaticinium ex eventu) scritta da un ignoto giu-
deo all’epoca dei Maccabei. Nel “piccolo corno” dei capitoli 7 e 8 il filosofo
pagano identificò il re di Siria Antioco IV Epifane.
b) Seguirono Porfirio, limitatamente all’identificazione del “piccolo corno” del
cap.7 di Daniele, alcuni interpreti della Chiesa sira. AFRAHAT DI MOSSUL (290-
350) vide Antioco Epifane nell’undicesimo corno di Dn 7. Per il resto si at-
tenne all’interpretazione tradizionale della Chiesa.
c) EFREM SIRO (306-373) pure identificò il “piccolo corno” di Dn 7 con Antioco
Epifane. Questo esegeta orientale credette che l’Impero romano sarebbe
scomparso con la venuta dell’Anticristo. Nelle 10 corna della quarta bestia
del cap.7 vide 10 regnanti seleucidi.
d) POLICRONIO DI APAMEA (374-430) su Dn 2 e 7 seguì Porfirio (vide nei 4 regni
Babilonia, la Persia, la Grecia I e la Grecia II ovvero i regni ellenistici, e
scorse nelle 10 corna dieci re seleucidi tra Alessandro e Antioco IV e nel
“piccolo corno” quest’ultimo sovrano). Policronio, primo fra gli interpreti
cristiani, applicò ad Antioco i 3 tempi e mezzo di Dn 7 e le 2300 sere-mat-
tine di Dn 8. Sul cap. 9 si mantenne cristocentrico.

D. Gli interpreti cristiani latini e greci di Daniele tra il III e il IV secolo segui-
rono la tradizione esegetica della Chiesa.
a) LATTANZIO (250-330) nei suoi scritti si riferì sporadicamente alle profezie di
Daniele. Allude alla caduta futura di Roma e al sorgere di 10 regni dopo di
essa e colloca nel futuro l’Anticristo che sarà distrutto da Dio alla risurre-
zione dei santi. Non ha nessun riferimento ad Antioco.
b) EUSEBIO DI CESAREA (260-340), storico della Chiesa, identifica i 4 regni danie-
lici con l’Assiria (Babilonia), la Persia, la Macedonia e Roma. Dopo Roma
intravede l’instaurarsi del Regno di Dio. Pone in rapporto reciproco Dn 2 e
7, applica Dn 7:9-14 alla seconda venuta di Cristo e Dn 9:24-27 alla prima.
Non fa menzione di Antioco.
c) CIRILLO, vescovo di Gerusalemme (315-386), su Dn 7 segue lo schema tradi-
zionale che definisce “la tradizione degli interpreti della Chiesa”. Anch’egli
pensa che Roma sarà divisa in 10 regni minori tra i quali sorgerà l’Anticristo
(il “piccolo corno”) che alla fine dei tempi sarà distrutto dal Cristo che ritor-
nerà. In Dn 9:24-27 Cirillo scorge una profezia messianica che si è adem-
piuta nel I secolo.
d) CRISOSTOMO di Antiochia e Costantinopoli (347-407), in parte contempora-
neo di Girolamo, segue l’interpretazione tradizionale della Chiesa su Dn 2 e
7. Pensa che quando si dissolverà l’Impero romano sorgerà l’Anticristo e

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CAPIRE DANIELE

sarà il segno che la Parusia è vicina.


e) TEODORETO DI CIRO (386-457) appartiene al gruppo di ecclesiastici che reagi-
rono contro l’attacco di Porfirio a Daniele. Gli scritti di Teodoreto sono in
gran parte posteriori a Girolamo cosicché le sue vedute su Daniele possono
essere state influenzate dal pensiero del grande dottore latino. Teodoreto
vede nei 4 metalli della statua di Dn 2 i regni di Babilonia, Persia, Macedo-
nia e Roma e nell’amalgama ferro-argilla il declino dell’Impero romano.
Nella pietra che distrugge la statua ravvisa una figura del regno eterno di
Cristo che si instaurerà alla sua seconda venuta. Anche sul cap. 7 Teodoreto
segue lo schema tradizionale. Al tramonto dell’Impero romano sorgeranno
10 regni, poi verrà l’Anticristo che regnerà per 3 anni e mezzo. Le 70 setti-
mane sono interpretate da questo esegeta in chiave messianico-cristologica.

E. Confutarono il neoplatonico di Tiro vari Padri del IV e V secolo, fra i quali


ricordiamo EUSEBIO DI CESAREA, APOLLINARE e METODIO. Il maggior rap-presen-
tante della reazione cristiana contro Porfirio resta comunque GIROLAMO.
a) Il commentario su Daniele di GIROLAMO (340-420) è una pietra miliare nella
storia dell’interpretazione cristiana di questo libro profetico. Il commentario
di Girolamo è più completo di quello di Ippolito (rappresenta pure la prin-
cipale fonte d’informazione sulle idee di Porfirio riguardo a Daniele). Su Dn
2 Girolamo segue lo schema standard: Babilonia, Medo-Persia, Macedonia,
Roma. Nel miscuglio ferro-argilla scorge una realtà contemporanea: i Ro-
mani che cercano l’aiuto dei Barbari per sostenere le guerre civili e quelle
contro altre nazioni. Girolamo applica a Cristo e al suo regno la “pietra” che
devasta la statua. Su Dn 7 l’illustre dottore della Chiesa latina ricalca lo
schema applicato al cap. 2. Le 4 teste della terza bestia rappresentano Tolo-
meo, Seleuco, Filippo e Antigono tra i quali fu diviso l’impero di Alessan-
dro. La quarta bestia è figura dell’Impero romano “che ora domina il
mondo”. Le sue 10 corna simbolizzano 10 re che si spartiranno l’impero alla
fine del mondo e tra cui dovrà sorgere l’Anticristo finale. In Dn 8 Girolamo
scorge i re di Media e di Persia nella figura del montone, Alessandro e i Ma-
cedoni nel simbolo del capro, Alessandro nel gran corno del capro e i suoi
successori nelle 4 corna. Nel piccolo corno vede Antioco IV come tipo
dell’Anticristo finale ma incontra notevole difficoltà nell’applicare al re di Si-
ria le 2300 sere-mattine. Su Dn 9 Girolamo non esprime vedute personali,
ma si fa portavoce degli interpreti che l’hanno preceduto: Giulio Africano,
Eusebio, Ippolito, Apollinare, Clemente, Origene, Tertulliano e “gli Ebrei”.
Nessuno di questi interpreti ha scorto nel cap.9 Antioco Epifane. Sul cap.
11 Girolamo concorda con Porfirio fino al v. 21. Diverge dal v. 22, ma solo
perché vede insieme Antioco e l’Anticristo finale.
b) GIROLAMO in Occidente e TEODORETO in Oriente furono praticamente gli ul-
timi rappresentanti della tradizione della Chiesa antica sull’interpretazione di
Daniele. Dopo il V secolo andò affievolendosi fra i cattolici l’interesse per
Daniele e per gli studi profetici in generale, e questo come conseguenza
dell’affermarsi dell’escatologia storicizzata di Agostino nel pensiero teolo-

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INTRODUZIONE

gico cattolico. Col propagarsi del cattolicesimo nel mondo il Regno di Dio
si stava già realizzando, che bisogno c’era di studiare ancora le profezie?

F. Nell’età cristiana antica - a parte la contestazione di Porfirio fuori dell’area


cristiana - non furono mai messi in discussione la data antica (VI secolo
a.C.), l’autenticità e il valore profetico del libro di Daniele. Anche sull’inter-
pretazione delle profezie ci fu una sostanziale convergenza.
Salvo sporadiche eccezioni i regni dei capitoli 2 e 7 furono identificati con
Babilonia, Medo-Persia, Macedonia e Roma, e nella pietra del cap. 2 si vide
il regno eterno del Cristo. Una presenza di Antioco Epifane fu generalmente
ammessa nei capitoli 8 e 11 da alcuni esegeti, soprattutto da Girolamo
come tipo dell’Anticristo finale. Il cap. 9 fu interpretato quasi unanime-
mente in chiave messianico-escatologica.

3. Studio di Daniele nel Medioevo

La fine del V secolo segnò il trapasso dall’Età Antica al Medioevo. In questa


epoca storica Daniele fu oggetto di studio e di commenti sia nella sinagoga che
in seno alla Chiesa.

a) L’esegesi giudaica di Daniele nel Medioevo fu meno entusiastica che


nell’evo antico e ciò, secondo J.A.Montgomery, per due ragioni: la prima
era che nel canone ebraico delle Scritture Daniele era posto fuori dai Pro-
feti; la seconda che i cristiani enfatizzavano la portata messianica del libro.
Nondimeno si occuparono di Daniele fra il X e il XIII secolo i maggiori
maestri dell’ebraismo.
b) Nel Medioevo in seno all’ebraismo commentarono Daniele: SAADIA BEN-JOSEF
(m. nel 941), JAFET BEN-ALI (attorno all’anno 1000), SALOMON BEN-ISAAC (m.
nel 1105), ABRAHAM BEN-MAIMON, detto Maimonide (m. nel 1204), DAVID KIM-
CHI (m. nel 1240).
c) In seguito ci fu nell’ebraismo una reazione contro l’interpretazione messia-
nica di Daniele. L’esponente principale di questa posizione fu ISAAC ABARBA-
NEL, o Abrabanel, (m. nel 1508): egli, contro il rabbinismo ufficiale, anno-
verò Daniele tra i Profeti ma ne avversò l’interpretazione messianica.
d) Anche in ambito cattolico ci fu un certo interesse per Daniele durante il Me-
dioevo. Fra i teologi più ragguardevoli della Chiesa che si occuparono di
questo libro in tale periodo sono da annoverare: ALBERTO MAGNO (m. nel
1280), ARNOLDO DA VILLANOVA (m. nel 1313), NICOLA DA LIRA O LYRANUS (m.
nel 1340), PIETRO ARCIDIACONO (m. nel 1362). L’antica esegesi storica fu co-
munque generalmente trascurata.

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CAPIRE DANIELE

4. Lo studio di Daniele nell’età rinascimentale

A. Nel XVI secolo nuovi stimoli allo studio di Daniele scaturirono dalla
Riforma luterana. I Riformatori ebbero un rapporto particolare con Daniele.
Il dato più significativo nell’ambito di questo rinnovato interesse per le pro-
fezie danieliche fu il ripristino dell’antica esegesi storica.
a) MARTIN LUTERO (1483-1546) non produsse un commentario di Daniele, ma
stimò questo libro una fonte di consolazione per la fede dei cristiani. Fau-
tore dell’esegesi storica, Lutero vide nell’Anticristo una figura storica e non
escatologica come i Padri antichi. La novità dirompente dell’esegesi profe-
tica del padre della Riforma fu l’aver identificato nell’Anticristo il papato sto-
rico (anche se prima di lui EBERARDO, arcivescovo di Salisburgo nel 1240 e
JOHN WYCLIFF poco più di cento anni dopo avevano visto un simbolo del
papato nel “piccolo corno” di Dn 7).
b) Fra i primi esponenti della Riforma luterana si occuparono volentieri di Da-
niele FILIPPO MELANTONE (m. nel 1560), GIOVANNI ECOLAMPADIO (m. nel 1531),
SEBASTIANO MUNSTER (m. nel 1552), UGO DE GROOT o Grotius (m. nel 1545).
c) GIOVANNI CALVINO (1509-1564) produsse una serie originale di letture su Da-
niele.

B. La Chiesa cattolica reagì all’interpretazione delle profezie in funzione anti-


papale promossa vigorosamente dai riformatori cercando di screditare l’er-
meneutica storica.
a) La Controriforma cattolica introdusse una innovazione rivoluzionaria
nell’ambito dell’esegesi profetica, un’innovazione che malauguratamente in
seguito avrebbe influito sull’esegesi profetica protestante. Promotori di que-
sta svolta furono i gesuiti spagnoli FRANCISCO RIBERA e LUIS DE ALCAZAR. Ri-
bera intorno al 1585 divulgò un suo sistema interpretativo dell’Apocalisse
che relegava nel futuro escatologico il compimento delle profezie di Gio-
vanni (ermeneutica futurista).
Alcazar nel 1614 introdusse un metodo esegetico che all’opposto del futuri-
smo di Ribera limitava ai primi quattro secoli dell’era cristiana la portata
delle suddette profezie (ermeneutica preterista). In verità l’Alcazar aveva
avuto un lontano precursore in Porfirio, ma il preterismo del neoplatonico
applicato a Daniele non aveva avuto seguito. Invece le ermeneutiche
dell’Alcazar e del Ribera - queste due chiavi di lettura contraddittorie ed en-
trambe riduttive di Daniele e dell’Apocalisse - ebbero largo seguito fra cat-
tolici e protestanti.
b) Fra i cattolici che scrissero su Daniele nel periodo della Controriforma ricor-
deremo: GIOVANNI MALDONADO (m. nel 1583), EMMANUELE SA (m. nel 1596),
BENEDETTO PEREYRA (m. nel 1610), GIOVANNI MARIANA (m. nel 1624). Dall’anti-
chità pre-cristiana fino al tempo della Riforma e della Controriforma - attra-
verso la Sinagoga, la Chiesa antica e quella medievale - una catena ininter-
rotta di studiosi e esegeti di Daniele, pur divergendo sull’interpretazione

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INTRODUZIONE

delle sue profezie, hanno riconosciuto l’autenticità, la data antica ed il va-


lore profetico del libro. Una svolta si sarebbe però prodotta con l’avvento
dei tempi moderni.

5. Lo studio e l’interpretazione di Daniele nell’età moderna

A. Nella storia dell’interpretazione di Daniele i primi accenni razionalistici


dopo Porfirio si scorgono nel XVII secolo, e sorprendentemente presso au-
tori ebrei e protestanti.
a) URIEL ACOSTA (m. nel 1640) di origine ebraica (conosciuto anche come Ga-
briel da Costa), negò che Daniele fosse stato composto nel VI secolo a.C. e
attribuì la composizione del libro ai circoli farisaici.
b) BENEDETTO SPINOZA, filosofo di estrazione ebraica (m. nel 1677), respinse
anch’egli l’origine antica di Daniele definendolo opera tardiva con aggiunte
redazionali finali ad opera dei sadducei.
c) Sulla stessa posizione negativa ma con più radicalità si tenne il deista in-
glese ANTHONY COLLINS (m. nel 1717). Quest’autore, riesumati gli antichi ar-
gomenti di Porfirio, sostenne che le visioni del libro di Daniele risalivano al
tempo di Antioco Epifane e non erano altro che vaticinia ex eventu.

B. Il razionalismo nato in Inghilterra dal deismo, nella seconda metà del XVIII
secolo si trapiantò e mise salde radici in Germania.
a) GIOVANNI SALOMONE SEMLER (m. nel 1791) elevò a sistema il razionalismo
come criterio di valutazione della Scrittura.
b) GIOVANNI DAVIDE MICHAELIS (m. nel 1791) rappresentò la scienza biblica a ca-
vallo fra l’ortodossia e l’Illuminismo. Michaelis propose una teoria su Da-
niele che sarebbe stata sviluppata dal suo discepolo H.CORRODI.
c) H.CORRODI, rifiutata l’interpretazione ortodossa di Daniele, nel 1783 iniziò la
critica sistematica del libro.
d) L. BERTHOLDT fra il 1806 e il 1808 sviluppò la critica sistematica di Daniele.
e) GIOVANNI GOFFREDO EICHHORN (m. nel 1827) nel 1824 allargò le vedute di
Bertholdt e condusse a fondo l’offensiva contro Daniele, seguito a metà del
XIX secolo da FERDINANDO HITZIG.

C. La reazione degli ambienti conservatori protestanti e cattolici alle intempe-


ranze razionaliste non si fece attendere.
a) In tali ambienti pubblicarono studi specializzati sul libro di Daniele:
E.W.HENGSTENBERG (1831), H.A.C. HAVERNICK (1832-1838), D. ZUNDEL (1861),
O. ZOCKLER (1876), il cattolico R. CORNELY (1887), F. DUSTERWALD (1890).
b) Più numerosi furono i commentari composti da autori conservatori e mode-
rati, protestanti e cattolici, per difendere i valori del libro di Daniele e con-
trobattere le tesi razionaliste. Fra gli autori più ragguardevoli ricordiamo: L.
GAUSSEN (1850), C.A. AUBERLEN (1854), E.B. PUSEY (1864), T. KLIEFOTH (1868),

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CAPIRE DANIELE

R. KRANICHFELD (1868), C.F. KEIL (1869), FULLER (1876) e i cattolici H. ROHLING


(1876), J. FABRE D’ENVIEU (1888), J. KNABENBAUER (1891)

D. La linea conservatrice fu portata avanti ancora nel corso del secolo XX.
a) Nel primo quarantennio del secolo furono pubblicati numerosi studi di au-
tori conservatori. Fra i più notevoli: A.C. GAEBELEIN (1911), R.D. WILSON
(1917-1918), C. BOUTFLOWER (1927), W. MOLLER, (1934), G.C. AELDERS (1935),
M.A. BECK (1935), K. HARTENSTEIN (1936), il cattolico J. LINDER (1939).
b) Dopo la seconda guerra mondiale, soprattutto grazie alle nuove scoperte
archeologiche, si ravvivò negli ambienti conservatori l’interesse per la data
tradizionale di Daniele e per l’esegesi storica. Sono da segnalare fra gli ot-
timi commentari apparsi in tale periodo negli ambienti ortodossi quelli di:
E.J. YOUNG (1949), H.C. LEUPOLD (1949), R.D. CULVER (1954, 1962), J. WAL-
VOORD (1971), L. WOOD (1973), J.G. BALDWIN (1978), C. MAYER (1982), J.L.
ARCHER jr. (1985).
c) Studi specializzati su Daniele che hanno fornito validi apporti all’ermeneu-
tica storica sono stati pubblicati fra gli anni ‘60 e ‘80. Ricordiamo fra gli altri
i lavori di: D.J. WISEMAN (1965), B. WALTKE (1976), A.R. MILLARD (1977), G.L.
ARCHER (1979), J. MC DOWELL (1979), S.J. SCHWANTES (1980), D.W. GOODING
(1981), F. HASEL (1981), A.J. FERCH (1983), W.H. SHEA (1986).

E. La critica e l’esegesi liberali di Daniele ebbero tuttavia più successo e s’im-


posero nell’ambito della scienza biblica ufficiale. “Le obiezioni contro la sto-
ricità di Daniele sono passate da un libro all’altro. Nel secondo decennio
del ventesimo secolo nessuno studioso di formazione liberale a cui pre-
messe la propria reputazione accademica avrebbe osato sfidare il ‘trend’
della critica corrente”2.
a) Mantennero la data tardiva di Daniele e in generale gli altri argomenti con-
tro la sua autenticità: G. HOLSCHER (1919-1920), M. HALLER (1925), M. NOTH
(1926), R.H. CHARLES (1929), il cattolico H. JUNKER (1932), N.W. PORTEUS
(1936), W. BAUMGARTNER (1939), A. JEPSEN (1961), K. KOCH (1961), F. DEXIN-
GER (1969), A. ROBERT - A. FEUILLET (1970), R.J. CLIFFORD (1975), J.J. COLLINS
(1981), P.A. VIVIANO (1983).
b) Riprendendo un’ipotesi enunciata DA S.R. DRIVER agl’inizi del secolo, hanno
optato per la tesi di uno scrittore-redattore che avrebbe rielaborato antiche
tradizioni scritte e/o orali: S.B. FROST (1962), O. EISSFELDT (1965), H.H. ROW-
LEY (1965).
c) M. NOTH (1926), H.L. GINSBERG (1948, 1954), J.G. GAMMIE (1981) hanno imma-
ginato vari stadi di sviluppo del libro dal tempo di Alessandro fino al 165 a.C.
d) J.J. COLLINS, HARTMANN - DI LELLA (1977), P.A. PORTER (1983), J.A. SOGGIN
(1980) fanno risalire le narrazioni del libro (capitoli 1-6) ad un’età pre-mac-

2 - R.K. HARRISON, Introduction to the Old Testament, 1969, p. 1111.

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INTRODUZIONE

cabea, e le visioni (capitoli 7-12) al tempo di Antioco Epifane con materiale


più antico d’origine mitologica.

F. L’unità di Daniele era stata messa in discussione da BENEDETTO SPINOZA nel


1674 e alcuni decenni più tardi da Sir ISAAC NEWTON. Poi questa contesta-
zione era caduta nell’oblio per rifiorire cento anni dopo.
a) La dissezione del libro in diverse unità letterarie di varia provenienza ebbe
il suo momento di gloria nel primo ottocento con L. BERTHOLDT che postulò
ben 9 autori diversi! Nel 1822 con F. BLEEK, che difese l’unità sostanziale del
libro, la teoria entrò in crisi e per quasi un secolo prevalse la tesi dell’unità
di Daniele.
b) La battaglia contro l’unità del libro fu ripresa nel 1926 da M. NOTH e ancora
nel 1948 con H.L. GINSBERG, ma ebbe scarsa fortuna. Difesa da H.H. ROWLEY
(che nondimeno mantenne la data bassa del libro), l’unità di Daniele è stata
mantenuta dalla maggioranza degli autori della scuola liberale.
c) Oggi sembra prevalere tra i criteri d’orientamento liberale la tendenza a far
risalire la serie dei racconti (capitoli 1-6) ad un’epoca anteriore al II secolo
(III secolo e qualche autore anche prima) e a collocare nel II secolo la ste-
sura delle visioni. Un ignoto giudeo vissuto al tempo dei Maccabei avrebbe
rielaborato del materiale antico e vi avrebbe poi aggiunto di proprio le vi-
sioni. Secondo altri critici che si ostinano a negare l’unità di Daniele, la se-
zione narrativa del libro sarebbe opera di più autori mentre un solo autore
avrebbe composto le visioni al tempo di Antioco Epifane. Un redattore, che
potrebbe anche essere l’estensore delle visioni, avrebbe riunito le due por-
zioni nel II secolo a.C.
d) È giusto segnalare il contributo positivo a sostegno del valore storico di al-
cune parti del libro apportato da alcuni critici moderati, come J.A. MONTGO-
MERY (1927), R.P. DAUGHERTY (1929), H.H. ROWLEY (1932). La battaglia in di-
fesa di Daniele è sostenuta dagli Avventisti del Settimo Giorno su due fronti
paralleli ed è condotta con le armi ad essi fornite da aree specifiche del sa-
pere contemporaneo. Sul fronte propriamente apologetico la lotta è portata
avanti con l’ausilio dei risultati positivi acquisiti da scienze come la Storia e
l’Archeologia. Sul fronte dell’esegesi, il confronto è sostenuto mediante
un’analisi molto attenta del testo su base filologica e secondo il metodo er-
meneutico storico che 25 secoli d’interpretazione profetica hanno affinato e
collaudato. Nella sezione che segue, un esame critico delle obiezioni mosse
contro l’antichità e l’autenticità di Daniele chiuderà questa introduzione allo
studio di Daniele. L’esposizione dei capitoli profetici secondo il metodo sto-
rico occuperà la parte più voluminosa del presente manuale.

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CAPIRE DANIELE

IV. ARGOMENTI DELLA CRITICA CONTRO


L’AUTENTICITÀ DI DANIELE E LORO VALORE

1. Argomenti contro Daniele

La critica moderna scorge in Daniele anacronismi, inesattezze storiche, notizie


leggendarie e altre incongruenze.

A. Anacronismi

In Daniele 1:1 si sincronizza il primo anno di regno di Nabucodonosor col


terzo di Gioiachim re di Giuda, mentre è noto da Geremia 25:1 che il primo
anno di Nabucodonosor corrispose al quarto di Gioiachim.

B. Inesattezze storiche

a) In Dn 5:2,11,13,18 Nabucodonosor è detto “padre” di Belsazar e nel v. 22


questi è detto “suo figlio”, mentre sappiamo dai testi babilonesi (“Cronaca
di Babilonia”, ecc...) che Belsazar fu figlio di Nabonide.
b) In Dn 5:31 e nel cap. 6 figura come primo re di Babilonia dopo la caduta
della dinastia caldea un certo Dario il Medo, una figura ignorata da tutte le
fonti storiche antiche.
c) In Daniele 2:2,5,10 ricorre il termine “caldei” (kasdim) come designazione
di una classe di sapienti babilonesi, un uso del termine che divenne co-
mune soltanto in epoca tarda. Anticamente “caldei” si adoperava soltanto in
senso etnico, per designare una popolazione.
d) Nel cap. 5 Daniele menziona Belzasar come ultimo re caldeo di Babilonia,
mentre le liste reali, i documenti amministrativi e la “Cronaca di Babilonia”
conoscono soltanto Nabonide come ultimo re caldeo di Babilonia.

C. Notizie leggendarie

In Dn 4 si allude a una follia di Nabucodonosor di cui non si trova traccia


nei documenti contemporanei.

D. Altre incongruenze

a) In Dn 3 compaiono 3 parole greche, segno che il libro fu scritto nell’età el-


lenistica.

b) L’autore di Daniele enuncia concetti dottrinali, come il giudizio, la risurre-


zione e il ministero degli angeli, che appartengono al tardo giudaismo.

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INTRODUZIONE

c) Le visioni di Daniele appartengono al genere “apocalittico”, una forma lette-


raria che fiorì nel giudaismo in età tarda (II, I secoli a.C.).

d) L’autore del libro rivela una conoscenza esatta degli avvenimenti del II se-
colo a.C.

e) L’autore dell’Ecclesiastico (il Siracide), che redasse il suo libro verso il 180
a.C., non menziona Daniele tra le figure eminenti della storia d’Israele.

f) Il libro di Daniele nel canone ebraico non si trova nella raccolta dei Profeti
ma in quella degli Agiografi, segno che al tempo della sua redazione il ca-
none dei Profeti era già chiuso.

I fatti reali o presunti sopra elencati, secondo la ricerca storico-critica, sono suffi-
cienti per postulare una data tardiva per il libro di Daniele. Le sue profezie, sem-
pre secondo la critica, sono vaticinia ex eventu e le sue visioni un artificio lette-
rario. Il libro è un prodotto delle aspirazioni irredentistiche dei giudei durante la
persecuzione del re di Siria Antioco IV Epifane tra gli anni 167 e 164 a.C.

2. Valore degli argomenti contro l’autenticità di Daniele

Un esame critico degli argomenti su esposti rivela in alcuni casi la loro fragilità,
in altri la loro insufficiente forza probativa.

A. Presunti anacronismi

a) La “Cronaca di Babilonia”, pubblicata da D.J. Wiseman nel 1956, ha rivelato


che i babilonesi contavano gli anni di regno a decorrere dall’inizio
dell’anno civile successivo a quello in cui il re era salito al trono.3 I mesi o i
giorni tra l’ascesa al trono del nuovo re e la fine dell’anno civile in corso
erano denominati “anno di intronizzazione” e non venivano calcolati nel
conteggio degli anni di regno La menzione dell’anno d’intronizzazione si
trova anche nei documenti amministrativi di Babilonia (le tavolette commer-
ciali di Nippur).
Nel regno di Giuda invece era in uso il sistema egiziano, il quale calcolava
come primo anno di regno del nuovo sovrano il periodo di tempo tra la
sua ascesa al trono e la fine dell’anno civile, cosicché gli anni di regno di
un certo sovrano computati in base ai due sistemi (babilonese ed egiziano)
risultavano sfalsati di 1 anno come si vede dal grafico seguente:

3- D.J. WISEMAN, Chronicle of Chaldaean Kings 626-556 B.C., in the British Museum, London,
1956.

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CAPIRE DANIELE

Sistema babilonese (postdatazione) Daniele 1:1

anno di intronizzazione 1° anno 2° anno 3° anno

Sistema egiziano-giudaita (predatazione) Geremia 25:1

1° anno 2° anno 3° anno 4° anno

I due sistemi di datazione si rispecchiano nel cap. 52 del libro di Geremia


dove lo stesso evento (la caduta di Gerusalemme e la deportazione dei su-
perstiti) è datata all’anno 19° di Nabucodonosor nel v. 12 e all’anno 18° nel
v. 29. Probabilmente Gr 52:28-34 è un’appendice storica redatta in Babilo-
nia, in parte (i vv. 31-33) aggiunta in appendice anche al II Libro dei Re
(2Re 25:27-30). Il fatto che questa “appendice”, in riferimento all’inizio del
regno di Evil-merodac, successore di Nabucodonosor, parli dell’anno stesso
che cominciò a regnare (2Re 25:27; Gr. 52:31) e non del primo anno di re-
gno come si sarebbe detto in Palestina, avvalora l’ipotesi che l’appendice
sia stata scritta in Babilonia. L’espressione “l’anno stesso che cominciò a re-
gnare” è l’equivalente della formula babilonese “l’anno di intronizza-
zione”(o di “accessione”). Sembra ovvio che Daniele, inserito nella cultura
babilonese (Dan. 1:4), calcolasse gli anni di regno di Gioiachim secondo il
sistema babilonese ed è altrettanto ovvio che Geremia che visse e scrisse in
Palestina li contasse in base al sistema ivi in uso. Dunque nessun anacroni-
smo tra Dn 1:1 e Gr 25:1.

B. Presunte inesattezze storiche

a) Nell’uso semitico gli appellativi di “padre” e “figlio” erano comunemente


estesi agli ascendenti e ai discendenti (nel nostro linguaggio diremmo “avo”
e “nipote”). Gli esempi relativi a questo modo di applicare i termini “padre”
(ebr ‘ab) e “figlio” (ben) abbondano nella Bibbia. Il termine “Padre” col si-
gnificato di “avo” ricorre in De 26:15; Gs 24:3; 1Re 15:11; 2Re 14:3; 22:2; 2Cr
17:3; 21:12; 29:2; 34:2. “Figlio” nel senso di “nipote”, “discendente”, è usato
in 2Cro 22:9. In 1Re 15:10 la regina Maaca è detta “madre” di Asa, in realtà
era una sua nonna. “Padre” e “figlio” col significato di “avo” e “discendente”
erano ancora in uso nei tempi del Nuovo Testamento: Lc 1:32; Gv. 4:12; Mt.
20:30-31; 22:41. Conformemente a quest’uso dei termini “padre” e “figlio”,
diffuso in tutto l’Oriente semitico, in Dn. 5:11,13 “tuo padre”, “mio padre”
significano “tuo avo”, “mio avo”, e nel v. 22 “suo figliolo” equivale a “suo
discendente”. È dunque ingiusto accusare Daniele di disinformazione. Da
vari indizi significativi risulta che Nabonide, il padre effettivo di Belzasar,
avesse sposato una figlia di Nabucodonosor per legittimare l’usurpazione
del trono; Erodoto le dà il nome di Notocris.

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INTRODUZIONE

b) Dario il Medo, che secondo Daniele assunse la reggenza di Babilonia alla


caduta della dinastia caldea (Dn 5:30,31; 9:1), per la storia è tuttora una fi-
gura enigmatica in quanto il suo nome non figura in nessuna delle fonti
storiche antiche conosciute. Il silenzio delle fonti non è però un argomento
decisivo per negare l’esistenza storica di un personaggio. È noto che
nell’Oriente i re, oltre al nome comune, assumevano a volte un secondo
nome, “il nome del trono”, all’atto dell’incoronazione. I re d’Egitto spesso
solevano fregiarsi di tutta una sfilza di nomi. I documenti assiri ci informano
che Tiglath-Pileser assunse il secondo nome di Pulu quando cinse la corona
di Babilonia. Il doppio nome di questo sovrano assiro è documentato an-
che nell’Antico Testamento (cfr. 2Re 15:19, 29; 1Cr 5:6,26; l’ultimo verso
sembra sdoppiare il personaggio, ma il verbo al singolare indica che si sta
parlando di un’unica persona).
Esistono analogie significative tra il Dario di Dn 5 e un personaggio di
nome Gubaru di cui parla la “Cronaca di Nabonide”, un documento babilo-
nese. Gubaru, governatore del Gutium e valoroso generale di Ciro, fu il
conquistatore di Babilonia. Sebbene la “Cronaca” non lo dica esplicita-
mente, è assai verosimile che Gubaru fosse nominato da Ciro re vassallo di
Babilonia. Sta di fatto che Ciro nei documenti amministrativi babilonesi è
designato col titolo di “re di Babilonia” soltanto a partire dal 14° mese dopo
la conquista persiana della città.
Qualcun altro deve aver esercitato questa funzione in Babilonia in quei 13
mesi. Gubaru deve comunque essere morto poco più di un anno dopo la
conquista di Babilonia. Daniele dice che Dario il Medo “ricevette il regno
all’età di 62 anni” (5:31). Il profeta menziona soltanto l’anno primo di Dario
il Medo (9:1 e 11:1), e in 10:1 data all’anno terzo di Ciro la rivelazione rice-
vuta dopo quella dell’anno primo di Dario il Medo (9:1). Evidentemente il
regno di Dario il Medo deve essere stato di breve durata. In 9:1 Daniele
precisa che Dario il Medo “fu fatto re del regno dei caldei”; ciò non può si-
gnificare altro che un’autorità superiore gli aveva conferito questo titolo.
Non si può escludere che Dario fosse il secondo nome di Gubaru, proba-
bilmente il “nome del trono”.
c) Sebbene Daniele usi il termine “caldei” in senso sociale, vale a dire per de-
signare una classe di sapienti babilonesi, egli conosce anche l’uso etnico del
termine, cioè per indicare un popolo, una razza (1:4 e 9:1). Oltretutto non è
dimostrato che “caldei” in senso sociale fosse adoperato soltanto in epoca
tarda. Erodoto (Le Storie, I. 181,183), verso il 440 a.C., menziona i Caldei
come una casta sacerdotale e ne parla in modo da lasciar supporre che
quest’uso risalisse ad un’epoca anteriore.
d) In effetti i testi babilonesi così come la storiografia antica (Berosso, ecc...)
non conoscono che Nabonide come ultimo re caldeo di Babilonia. Sap-
piamo però dal “racconto in versi di Nabonide” che quest’ultimo conferì al
figlio Belzasar (Bel-shar-usur) la regalità (sharrutim) prima di partire per
Teima, nel nord Arabia, dove, secondo la stele di Harran, rimase 10 anni.
Perciò tra il 549 e il 539 a.C. Belzasar esercitò di fatto i poteri reali in Babi-

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CAPIRE DANIELE

lonia come reggente del trono sebbene suo padre continuasse ad essere il
re di diritto4.

C. Presunte notizie leggendarie

Che gli scribi di corte babilonesi stendessero un velo di silenzio su un avve-


nimento inglorioso per il regno come la follia del sovrano, non dovrebbe
destare meraviglia. Ancora in tempi recentissimi in paesi a regime totalitario
una grave malattia o altro serio impedimento di un dittatore sono stati ta-
ciuti. Lo storico Abideno (circa 200 a.C.), citato da Eusebio di Cesarea, ha
raccolto una notizia più antica secondo la quale Nabucodonosor, invasato
da una divinità, sarebbe salito sul tetto della reggia e avrebbe profetizzato la
fine del suo regno5. Un testo cuneiforme pubblicato nel 1975 da A.K. GRAY-
SON menziona i nomi di Nabucodonosor e di suo figlio Awel-Marduk e al-
lude a comportamenti anomali di un personaggio illustre che non può es-
sere identificato con sicurezza a causa della frammentarietà del testo, ma
che non può essere che uno dei due personaggi menzionati per nome.

D. Altre presunte incongruenze

a) In Dn 3:5,7,9,15 compaiono i nomi greci di tre strumenti musicali (sOr:tyiq,


kitros, }yirT" nº sa P: , pesanterin, hæynº oPm
: Us, sumfoneya). L’archeologia ha documen-
tato un’influenza culturale greca nell’antico Vicino Oriente ben prima
dell’epoca neobabilonese6. È stata anche documentata la presenza greca in
Babilonia al tempo di Nabucodonosor: nella sala del trono della reggia gli
archeologi hanno rinvenuto una colonna ionica e una decorazione di stile
greco7. Inoltre testi cuneiformi dell’epoca di Nabucodonosor informano che
fra gli stranieri che lavoravano alla realizzazione delle opere edilizie in Ba-
bilonia figuravano artigiani ionii e lidii8. Non è affatto inverosimile che in
Babilonia in quest’epoca circolassero strumenti musicali importati dalla Gre-
cia e conservassero i nomi di origine.
b) È vero che l’escatologia e l’angeologia ebbero uno sviluppo notevole nella
letteratura del tardo giudaismo, ma le dottrine sulla risurrezione, il giudizio
e il ministero degli angeli non furono sconosciute agli scrittori biblici più
antichi. Sulla risurrezione cfr. Gb 19:25-27; Is 26:19; Ez 37:13; sul giudizio:
Sl 9:8; Ec 3:17; Is 24:19-22; 25:8,9; Gl 3:12-15; sul ministero degli angeli: Ge
19:1; Nu 22:32-35; Gc 6:11,12; 13:3 e segg.; Is 6:1-7; Ez cap.1; Za 3:1-7; 4:1-
6; 5:1-11; 6:1-8; Ml 3:1. L’argomento della presenza di queste dottrine in Da-

4 - Vedi G. RINALDI, Daniele, pp. 87-88; ANDRÉ PARROT, Babilonia e l’Antico Testamento, pp. 98-99
5 - Vedi G. RINALDI, ibidem, p. 86.
6 - Vedi W. ALBRIGHT, From the Stone Age to Christianity, p. 337.
7 - Vedi G. RINALDI, op. cit., p. 13; A. PARROT, op. cit., p. 27.
8 - Vedi S.D.A. Bible Commentary, vol. IV, p. 781.

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INTRODUZIONE

niele come prova della sua origine tardiva è un argomento pretestuoso.


c) È incontestabile che il genere apocalittico conobbe una fioritura straordina-
ria in seno al tardo giudaismo (II secolo a.C. - II secolo d.C.). Ciò non signi-
fica tuttavia che questa forma letteraria fosse sconosciuta nelle epoche pre-
cedenti. Lo stile apocalittico, caratterizzato dalla visione simbolica, è pre-
sente negli scritti profetici dei periodi assiro (VIII secolo a.C.), come in
Amos 7:1,2,4,7-9; babilonese (VI secolo a.C.), come in Gr. 1:11-14; Ez 1:4-
28; 2:9 - 3:3; 9:1-6, e persiano (VI-V secolo a.C.), come in Za. 3:1-7; 4:1-6;
5:1-11; 6:1-8.
d) Il valore profetico del libro di Daniele è attestato nei Vangeli: Mt 24:15; Mr
13:14. Se Daniele è autenticamente profetico, non fa meraviglia che vi siano
predetti dettagliatamente gli eventi del periodo più tragico della storia fu-
tura d’Israele, cioè gli eventi del III e II secolo a.C. (Dn 11:5 e segg).
e) È molto probabile che Daniele sia stato inserito nella raccolta degli Agio-
grafi all’epoca del concilio giudaico di Jamnia, agl’inizi del II secolo d.C. Di
certo “dal secolo I a.C. importanti testimonianze pongono Daniele tra i pro-
feti, a cominciare dagli Alessandrini”9. Nella versione greca dei LXX infatti
Daniele figura tra i Profeti. Il prof. EDWARD YOUNG ha proposto una spiega-
zione assai plausibile del motivo per cui Daniele fu inserito nel canone de-
gli agiografi. Egli dice: “Gli autori dei libri profetici avevano lo status di pro-
feti, cioè di uomini suscitati in modo speciale da Dio per agire da mediatori
fra lui e la nazione riferendo al popolo le esatte parole ricevute da Dio. Da-
niele però non fu profeta in questo senso ristretto del termine. Uomo di
stato in una corte pagana, ebbe il dono profetico, ma non esercitò l’ufficio
profetico, ed è evidentemente in questo senso che il Nuovo Testamento
parla di lui come profeta (Mt 24:15)”10.
f) Quanto al silenzio del Siracide su Daniele nell’“elogio dei padri” (Ecclesia-
stico, cc. 44-50), si deve dire che non solo il nome di Daniele vi è omesso,
ma anche il nome di altre figure eminenti della storia d’Israele, come i re
riformatori Asa e Giosafat, l’eroe nazionale Mardocheo e la figura premi-
nente del dopo-esilio, il sacerdote e scriba Esdra. È evidente che Giosuè
ben Sirac non ebbe l’intenzione di inserire nel suo libro un elenco completo
delle glorie d’Israele. Il meno che si possa dire a conclusione di questa
breve disamina di argomenti contro l’autenticità di Daniele è che essi non
sono decisivi11.

9 - G. RINALDI, op.cit., p.9.


10- Citato in The New Bible Commentary, Londra, p. 688.
11 - Cfr. G. RINALDI, op.cit, p. 10.

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CAPIRE DANIELE

3. Argomenti a sostegno dell’autenticità di Daniele

Si possono citare un buon numero di argomenti che depongono a favore della


data antica e quindi dell’autenticità di Daniele.

A. Se Daniele fosse stato redatto effettivamente al tempo di Antioco Epifane,


sarebbe logico aspettarsi di cogliervi accenni espliciti o impliciti alle epiche
lotte dei Maccabei, come si può riscontrare nella IV sezione del libro di
Enoc che risale realmente al II secolo. In Daniele invece non c’è il minimo
accenno agli avvenimenti tragici che vissero i Giudei nel II secolo a.C.

B. La concezione universalista, che permea tutto il libro di Daniele, contrasta


fortemente con lo spirito nazionalistico radicale del tardo giudaismo che si
riflette nella letteratura contemporanea.

C. Daniele mostra una conoscenza dell’ambiente babilonese e della storia pri-


mitiva dell’impero persiano più accurata di qualunque storico posteriore al
VI secolo a.C. Infatti:
a) egli sa che Nabucodonosor fu l’artefice della nuova Babilonia (4:30). Questa
circostanza ha messo in imbarazzo i critici di Daniele. R. PFEIFFER ha dovuto
ammettere: “Forse non sapremo mai come il nostro autore abbia potuto es-
sere a conoscenza del fatto che la nuova Babilonia fu una creazione di Na-
bucodonosor”12.
b) Daniele sa che Nabucodonosor promulga e modifica le leggi a suo talento
(Dn 2:12,13,48) e che le leggi dei Medi e dei Persiani sono irrevocabili (Dn
6:8,15). Nell’antico Oriente il dispotismo regio non aveva limiti. Sulla infles-
sibilità delle leggi dei medo-persiani, lo storico Diodoro Siculo riferisce che
Dario III dopo avere pronunciato una sentenza di morte a carico di un sud-
dito di nome Charidemos, si accorse che il verdetto era ingiusto, se ne ram-
maricò ma non poté revocarlo. Daniele è al corrente che i Babilonesi puni-
vano col fuoco i nemici dello Stato (vedi cap.3) e che i Persiani li davano in
pasto alle belve (cap.6). Il supplizio babilonese è conosciuto anche da Gr
(29:23). Nella pianura caldea abbondavano le fornaci da mattoni. I Persiani
aborrivano questo tipo di supplizio perché il fuoco era un elemento sacro a
Zoroastro13.
c) Daniele sa che nel regno di Babilonia la dignità più alta dopo quella di Bel-
zasar viene al terzo e non al secondo posto (Dn 5:16). Egli è dunque al cor-
rente del fatto che Belzasar esercita le funzioni regie come correggente e
che al di sopra di lui c’è un’autorità più alta.

12 - R. PFEIFFER, Introduction to the Old Testament, p. 578.


13 - A.T. OLMSTEAD, The History of the Persian Empire, p. 473.

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INTRODUZIONE

d) Daniele conosce il linguaggio aulico in uso nelle corti orientali. La frase: “O


re, possa tu vivere in perpetuo” (Dn 2:4; 3:9; 5:10) è una formula cortigiane-
sca tipica dell’Oriente antico. Una formula simile è attestata in 1Re 1:39 e
Nehemia 2:3 e in testi cuneiformi del periodo neo-babilonese.

D. In Dn 4:10-12 Babilonia, personificata nel suo re, è paragonata ad un albero


grande e rigoglioso che estende i suoi rami in tutte le direzioni e sotto la
cui chioma trovano riparo e nutrimento tutte le creature. In un testo di Na-
bucodonosor trovato a Wadi Brissa, nella Mesopotamia centro-meridionale,
Babilonia è paragonata a un grande albero che estende la sua ombra a tutti
i popoli14.

E. Nella visione riportata in Dn 7, Babilonia è raffigurata da un leone. Il leone


era effigiato 120 volte in mattonelle smaltate policrome lungo la via proces-
sionale di Babilonia. Un grande leone di basalto fu rinvenuto dagli archeologi
fra le rovine di Babilonia. Il leone era l’emblema della superba città caldea.

F. Nel capitolo cinque del suo libro Daniele descrive la fine repentina della
sovranità caldea su Babilonia con la caduta subitanea della città. Questo ra-
pido trapasso di poteri si rispecchia nella “Cronaca di Babilonia”, pubblicata
da D.J. WISEMAN nel 1956, e nei testi amministrativi di Nippur. Il racconto di
Daniele inoltre ha stretta affinità con notizie parallele nella Ciropedia di Se-
nofonte e nelle Storie di Erodoto. Il prof. R.P. DAUGHERTY scrive: “Di tutte le
fonti non babilonesi che c’informano sugli avvenimenti collegati con la fine
del regno neo-babilonese, il cap.5 di Daniele è la più vicina ai testi cu-
neiformi”15. E conclude: “Resta screditata l’opinione che il capitolo cinque
di Daniele risalga all’epoca dei Maccabei”16. Non è credibile che uno scrit-
tore del II secolo a.C. fosse così bene informato sugli usi, i costumi e la sto-
ria dei babilonesi, addirittura meglio informato degli storiografi greci del V e
IV secolo a.C.!

G. Per motivi che ignoriamo il libo di Daniele comincia in ebraico (1:1 fino a
2:4a), prosegue in aramaico (2:4b fino a 7:28) e finisce in ebraico (8:1 fino a
12:13). Per lungo tempo il bilinguismo del libro, e soprattutto il lessico e la
morfologia delle due lingue, furono invocati come indizi di una data tardiva
del libro stesso. Oggi la situazione si è capovolta soprattutto grazie agli ul-
timi studi nell’ambito della lingua aramaica17. In realtà l’aramaico di Daniele
si allontana dall’aramaico recente quanto si avvicina a quello antico;

14 - Vedi G. RINALDI, op. cit., pp. 78-79.


15 - R.P. DAUGHERTY, Nabonidus and Belshazar, p. 199.
16 - Ibidem.
17 - Cfr. G. RINALDI, op.cit., p. 8.

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CAPIRE DANIELE

l’ebraico è molto vicino a quello di Ezechiele, delle Cronache e di Esdra18.

H. Almeno due degli 8 titoli ufficiali elencati in Dn 3:2 sono d’origine persiana,
e nella forma in cui si leggono nel libro di Daniele non li si riscontra più
dopo il III secolo a.C. È più facile ammettere che una terminologia tecnica
in lingua persiana fosse conosciuta ed usata in Babilonia all’inizio dell’età
persiana piuttosto che in Giudea in piena età ellenistica.
Militano ancora a favore dell’origine antica di Daniele varie circostanze
esterne al libro.
a) Nell’elogio dei padri che il vecchio sacerdote Mattatia, padre dei Maccabei,
fa nel suo testamento (1Maccabei 2:51-60), accanto ad altre figure illustri,
come Abramo, Giuseppe, Fineas, Giosuè, Caleb, Davide ed altri, figurano
Daniele e i suoi tre compagni. Il sacerdote era un rappresentante ufficiale
della cultura ebraica. Pertanto se il sacerdote Mattatia pone Daniele e i suoi
compagni tra i protagonisti della storia patria, vuol dire che questi perso-
naggi nel II secolo a.C. erano accreditati in Israele come figure storiche.
b) GIUSEPPE FLAVIO in Antichità Giudaiche (libro II, 8,5) dice che Alessan-
dro Magno dopo la conquista di Gaza fece visita a Gerusalemme dove il
sommo sacerdote gli mostrò le profezie di Daniele che lo concernevano.
Molti studiosi influenzati dal pregiudizio sull’età recente di Daniele, riten-
gono leggendaria questa notizia, altri, fra i quali il LINDER, la giudicano au-
tentica.
c) Gesù Cristo, nel citare Daniele, lo riconosce esplicitamente come “profeta”
(Mt 24:15). Per ogni cristiano che crede all’autenticità dei Vangeli e all’auto-
rità di Cristo, questo è l’argomento principe a favore dell’autenticità del li-
bro di Daniele, l’argomento decisivo. Il peso della documentazione storica,
archeologica e biblica, è nettamente a favore dell’antichità e perciò dell’au-
tenticità del libro di Daniele. Su questa posizione si sono schierati studiosi
seri e preparati come PUSEY, KEIL, ROHLING, FULLER, AUBERLEN, FABRE D’ENVIEU,
KNABENBAUER nel secolo XIX, e PHILIPPE, DAUGHERTY, MOELLER, HARTENSTEIN,
LINDER, YOUNG, WALVOORD, ARCHER, HASEL, SHEA ed altri nel secolo XX. L’insi-
gne assiriologo francese LENORMANT ha scritto: “Quanto più leggo e rileggo il
libro di Daniele e lo confronto coi dati dei documenti cuneiformi, tanto più
mi colpisce la veridicità del quadro della corte babilonese descritto nei sei
capitoli... e tanto più vedo l’impossibilità di far risalire la redazione originale
del libro all’epoca di Antioco Epifane”19.

18 - Vedi G. HASEL, “Quelques éléments d’ordre historique dans le livre de Daniel” in Daniel,
questions débattues, pp. 36-39.
19 - Citato da H. HEINZ in Daniel, questions débattues, p. 21.

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Capitolo 1
____________________________

I l libro di Daniele si apre con la notizia di un assedio di Gerusalemme ad opera


del re di Babilonia (vv. 1 e 2) e prosegue col descrivere l’impatto di quattro gio-
vani deportati giudei con la dura realtà di un ambiente ostile ai loro principi reli-
giosi (vv. 8-10). Sono messi in risalto la fedeltà dei giovani alla fede dei padri (vv.
7-13) e la ricompensa che ne segue (vv. 17-20).
Quanto veniamo a sapere sulla intransigenza del signore di Babilonia (v.10)
e sulla tempra morale di Daniele, Hanania, Mishael e Azaria (vv. 8, 11-12), offre
una base logica alle vicende narrate nei cinque capitoli seguenti e nello stesso
tempo prelude alle tensioni che verranno via via svelandosi in questi capitoli.
L’eroica resistenza dei compagni di Daniele (cap. 3) e di Daniele stesso (cap.
6) alla invadente intrusione del paganesimo nella loro vita religiosa, l’accortezza
e prudenza di Daniele in situazioni di pericolo (2: 14-16; 4: 19), la sua capacità
di interpretare sogni (cc. 2 e 4) e svelare segreti (cap. 5), il suo carisma profetico e
le straordinarie rivelazioni di cui egli è fatto mediatore per le generazioni future
(cc. 7-12), tutto questo si spiega e si comprende alla luce di quanto è narrato in
questo capitolo. Si può ben dire, dunque, che il capitolo primo di Daniele costitui-
sce un’adeguata introduzione a tutto il libro.

1 Il terzo anno del regno di Joiakim, re di Giuda, Nebucadnetsar, re


di Babilonia, venne contro Gerusalemme, e l’assediò.

La notizia con la quale esordisce il libro ci pone subito di fronte a tre problemi.
Il primo nasce dall’accenno a un assedio di Gerusalemme da parte di Nabu-
codonosor20 nell’anno terzo del re di Giuda Gioiachim.
Questo personaggio fu posto sul trono di Giuda come vassallo dell’Egitto
dal faraone Neco II (2Re 23: 34-35) il quale nel 609 a.C. aveva vinto e ucciso a
Meghiddo re Giosia, padre di Gioiachim (2Re 23: 29). Neco spadroneggiò sul

20 - Il nome del re di Babilonia nell’Antico Testamento compare in due forme lievemente va-
rianti: Nebukadne’zzar [raC)ånd : ka Ubºn] (in Daniele, nei libri storici e poche volte in Geremia) e Ne-
bukadre’zzar [raC)erd
: ka Ubºn] (29 volte in Geremia e 4 volte in Ezechiele). La forma con la r è più
corretta rispecchiando meglio la dizione babilonese Nabu-kudurri-uzur (“Nabu protegge il figlio”
o “Nabu protegga l’erede”). Le fonti greche attestano sia la forma con la n: Nabouchodonosor
[Nabouxodonosor] (i LXX e Giuseppe Flavio), sia la forma con la r: Nabokodrosoros [Na-
bokodrosoroj] (Strabone e, come variante, in un manoscritto di Giuseppe Flavio). Giovanni
Luzzi, nella Versione Riveduta della Bibbia, usa una forma italiana derivata dall’ebraico, Nebu-
cadnetsar. In questo commentario si preferisce la forma derivata dal greco, Nabucodònosor.

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CAPIRE DANIELE

territorio di Giuda per circa quattro anni (2Re 23:33-35), finché Nabucodonosor,
erede del trono di Babilonia, non lo ebbe sconfitto a Carchemish, nella Siria su-
periore, e non lo ebbe respinto entro i confini dell’Egitto, divenendo di fatto egli
stesso il nuovo padrone del territorio (2Re 24: 7).
Geremia (46:2) pone questo avvenimento nell’anno quarto di Gioiachim
(605 a.C.) che in 25: 1 sincronizza con l’anno primo di Nabucodonosor.
È stato osservato che è storicamente impossibile una presenza armata di
Nabucodonosor in Palestina nel 606 a.C., come sembra suggerire Dn 1: 1, giac-
ché in quell’anno il paese era ancora sotto il controllo dell’Egitto. Se ne è de-
dotto che l’autore del libro è disinformato sulla storia e perciò le notizie che for-
nisce sono inattendibili. Dal versante opposto, si è ribattuto che è possibile met-
tere d’accordo Daniele e Geremia sulla data della campagna militare di Nabuco-
donosor nella regione siro-palestinese alla quale entrambi fanno riferimento.
Varie ipotesi sono state proposte21 per appianare la divergenza cronologica
su accennata. La più attendibile è quella che suppone l’uso nei due libri di si-
stemi di datazione differenziati22.
Nell’antichità gli avvenimenti si datavano generalmente in base agli anni di
regno dei sovrani in carica, ma il modo di calcolare detti anni non era uniforme.
In Babilonia li si contava dal principio dell’anno civile successivo a quello in cui
il sovrano aveva cinto la corona. La frazione dell’anno precedente, dal momento
dell’assunzione del potere regale sino alla fine dell’anno, era detta “anno di ac-
cessione” e non veniva calcolata nel computo degli anni di regno. In Egitto in-
vece si calcolava come primo anno di regno l’intervallo di tempo fra l’ascesa al
trono del nuovo sovrano e l’ultimo giorno dell’anno civile in corso. È evidente
che quello che in Babilonia era “l’anno di accessione” del nuovo re, in Egitto era
considerato il primo anno di regno23.
Abbiamo indizi significativi nella Scrittura - lo si documenterà più avanti -
per poter dire che gli scrittori giudaiti dell’ultimo periodo dei re adottarono il si-
stema egiziano di conteggio degli anni di regno. È ovvio che la data di un avve-
nimento qualunque fissata in ambiente egiziano o giudaita in base agli anni di
regno di un certo sovrano risultasse spostata in avanti di un anno rispetto alla
data del medesimo avvenimento calcolata in Babilonia con riferimento agli stessi
anni di regno.
È del tutto verosimile che Daniele, educato in Babilonia fin dalla giovinezza
(Dn 1: 4), calcolasse gli anni di regno di Gioiachim (Dn 1:1) secondo il sistema
babilonese di postdatazione e che Geremia, che visse e scrisse in terra di Giuda,
computasse gli stessi anni di regno in base al sistema giudaita di predatazione.
Questa ipotesi è confortata da almeno due casi di datazione parallela sfalsata di
un anno che si riscontrano nell’Antico Testamento, uno nel libro di Geremia e
uno nel raffronto tra Geremia e il Secondo Libro dei Re. In Gr 52 uno stesso av-

21 - Cfr. H.C.LEUPOLD, Exposition of Daniel, pp. 51-55.


22 - Vedi S.D.A. Bible Commentary, vol. II, pp. 138-139 e vol. IV, pp. 745-746.
23 - Vedi J.FINEGAN, Handbook of Biblical Chronology, pp. 208-209.

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CAPITOLO 1

venimento è datato all’anno diciannovesimo di Nabucodonosor nel v. 12 e


all’anno diciottesimo nel v. 29.
Un altro avvenimento che 2Re 24:12 pone nell’anno ottavo di Nabucodono-
sor, in Gr 52:28 è datato all’anno settimo. Si può pensare che una delle due data-
zioni in entrambi i casi non sia di Geremia, e in effetti è così. Per la sua forma
redazionale, e per il fatto che in buona parte la pericope si ripete quasi identica
in 2Re 25:27-30, Gr 52:28-34 si presenta come un’appendice storica aggiunta al
libro del profeta. Il “pezzo” o fu scritto in Babilonia o rispecchia un documento
redatto in Babilonia. Questo si evince dal fatto che due delle date ivi citate (Gr
52:28, 29) presentano una differenza in meno di un anno rispetto alle stesse date
riportate in Gr 52:12 e 2Re 24:12, e soprattutto dalla menzione dell’anno di ac-
cessione di Evil-merodac “l’anno stesso che cominciò a regnare” (Gr 52:31; cfr.
2Re 25:27). Uno scrittore giudaita avrebbe detto “l’anno primo” (Gr 25:1). Tutto
sommato, è ragionevole concludere che gli anni terzo e quarto di Gioiachim ci-
tati in Dn 1:1 e Gr 25:1 si riferiscono alla stessa data, il 605 a.C.
È parso problematico l’attributo “re di Babilonia” aggiunto al nome di Na-
bucodonosor in Dn 1:1.
In effetti se l’assedio di Gerusalemme a cui accenna questo versetto av-
venne dopo la battaglia di Carchemish, in quest’epoca Nabucodonosor non era
ancora re di Babilonia, essendo tuttora in vita suo padre Nabopolassar. È un in-
dice di ignoranza della storia?
A quel che sembra Daniele raccolse le sue memorie oltre una sessantina di
anni dopo la sua deportazione (Dn 1: 21). Egli sta dunque riferendo un fatto
oramai lontano nel tempo.
È comprensibile che riconsiderando l’episodio a distanza di tempo, egli
chiami Nabucodonosor “re di Babilonia” per ovvia anticipazione. È come se uno
storico della fine degli anni ’50, scrivendo la storia della seconda guerra mon-
diale, annoverasse “il Presidente Eisenhower” fra gli artefici della vittoria alleata.
Per un procedimento mentale analogo, pur se opposto, si continuò a chiamare
Sandro Pertini “il Presidente” finché fu in vita.
Del resto Geremia stesso, il cui libro non è sospettato di inautenticità, esat-
tamente come fa Daniele chiama Nabucodonosor “re di Babilonia” riferendo un
episodio avvenuto prima che egli avesse assunto il trono (vedi Gr 46:2).
Più complesso è il problema che pone la notizia dell’occupazione di Geru-
salemme da parte di Nabucodonosor nel 605 a.C.
Geremia ed Ezechiele sono a conoscenza di due occupazioni di Gerusa-
lemme per mano di Nabucodonosor: l’una all’inizio del regno di Gioiachim (597
a.C.): Ge 22:24-26 ed Ez 17:12, l’altra alla fine del regno di Sedechia (587 a.C.):
Gr 39:1-2; 52:4-5, 12-13 ed Ez 24:1-2; 33:21.
Per la verità Gr 52:30 ricorda una terza incursione di Nabucodonosor nel
territorio di Giuda verso il 581 a.C. ignorata da Ezechiele e dai libri storici e co-
munque ininfluente ai fini della nostra discussione.
I libri storici registrano, datandoli, entrambi gli avvenimenti riferiti da Gere-
mia ed Ezechiele (2Re 24:8-12 e 2Cro 36:9-10; 2Re 25:1-2 e 2Cro 36:17-20), ma
sembrano ignorare una precedente presenza armata babilonese in Gerusalemme,

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CAPIRE DANIELE

per cui l’informazione di Dn 1:1 parrebbe rimanere isolata. In realtà non è così.
Infatti un intervento militare babilonese contro Gerusalemme durante il regno di
Gioiachim è documentato nei libri storici.
Il Secondo Libro dei Re (24: 1) ci ragguaglia su una irruzione di Nabucodo-
nosor a Gerusalemme per reprimere una ribellione di Gioiachim, e 2Cro 36:6, ri-
ferendo probabilmente lo stesso episodio, aggiunge che il sovrano caldeo inca-
tenò Gioiachim “per portarlo a Babilonia”. Purtroppo nessuna delle due fonti
data l’episodio, ma è già notevole che esse ci informino su una campagna mili-
tare del re di Babilonia contro Giuda durante il regno di Gioiachim (i tentativi di
riferire l’episodio accennato a un’epoca diversa congetturando che i libri di Se-
condo Re e Secondo Cronache confondono Sedechia con Gioiachim appaiono
pretestuosi e inconcludenti). Resta comunque documentato nella Scrittura al di
fuori del libro di Daniele, che le irruzioni bellicose di Nabucodonosor nel territo-
rio di Giuda fra i regni di Gioiachim e di Sedechia furono tre e non due. Questo
fatto risulta pure dai riferimenti ai saccheggi del Tempio riportati in 2Cro 36:7-18.
Il v. 7 dà notizia di una prima asportazione di oggetti sacri da Gerusalemme
effettuata da Nabucodonosor in un momento imprecisato del regno di Gioia-
chim: “Nebucadnetsar portò pure a Babilonia parte degli utensili della casa
dell’Eterno”. Si trattò evidentemente di un’asportazione parziale dei sacri vasi del
Tempio.
Una seconda asportazione avvenne all’inizio del regno effimero di Gioia-
chin (597 a.C.) quando, come c’informano i vv. 9 e 10, il re di Babilonia fece pri-
gioniero il neoincoronato re di Giuda “e lo fece menare a Babilonia con gli uten-
sili preziosi della casa dell’Eterno”. In questa occasione ci fu con ogni evidenza
un saccheggio selettivo del Tempio.
Una terza e ultima spogliazione del sacro edificio prima della sua distru-
zione fu portata a termine l’anno undicesimo di Sedechia (587 a.C.) allorché,
come ci ragguaglia il v. 18, il sovrano caldeo “portò a Babilonia tutti gli utensili
della casa di Dio”. Stavolta ci fu chiaramente un saccheggio totale del Tempio:
tutto quello che vi era rimasto fu portato via24.
Significativamente la notizia di Dan 1:2 circa l’entità del bottino prelevato
dal Tempio, coincide con l’informazione di 2Cro 36:7: in entrambi i testi si dice
infatti che Nabucodonosor portò via una parte degli utensili della casa di Jahvé.
È una coincidenza dalla quale ci sentiamo autorizzati a concludere che Dn 1:1-2
e 2Cro 36:6-7 si riferiscono a uno stesso avvenimento accaduto sotto il regno di
Gioiachim.
La notizia parallela dei Re e delle Cronache su una invasione caldea di
Giuda sotto Gioiachim e le informazioni dell’ultimo capitolo di II Cronache sulle
spogliazioni del Tempio, convergono per dirci che l’accenno di Dn 1:1 a un in-
tervento babilonese in Gerusalemme nei primi anni di regno di Gioiachim non è
affatto una notizia isolata.

24 - Cfr. C.O. JONSSON, I Tempi dei Gentili..., pp. 199-200.

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CAPITOLO 1

A questo proposito c’è da aggiungere che le informazioni reperibili nelle


fonti extrabibliche coincidono con quelle desunte dalle fonti bibliche e consen-
tono di formulare un’ipotesi parallela a quella basata su queste ultime.
Dalla Cronaca di Babilonia siamo informati che nell’anno ventunesimo di
Nabopolassar, re di Babilonia (605 a.C.), suo figlio Nabucodonosor marciò su
Carchemish nell’Alta Siria, allora in mano agli Egiziani, e inflisse a questi ultimi
una dura sconfitta. Successivamente Nabucodonosor raggiunse presso Hamat
sull’Oronte i resti del disfatto esercito egiziano e li sbaragliò. D.J.Wiseman consi-
dera come verosimile che dopo questa vittoria Nabucodonosor occupasse Ribla,
a sud di Hamat, e vi stabilisse un posto di comando25.
Giuseppe Flavio dice che a seguito della vittoria sugli Egiziani Nabucodo-
nosor “occupò tutta la Siria fino a Pelusio”26. Poiché Pelusio si trovava sul con-
fine orientale dell’Egitto, è intuitivo che l’espressione “tutta la Siria” nell’intendi-
mento dello storiografo giudeo dovesse abbracciare l’intero territorio fra il corso
superiore dell’Eufrate e le frontiere orientali dell’Egitto, compresa la Palestina.
Giuseppe concorda con la Cronaca di Babilonia la quale informa che “in quel
tempo Nabucodonosor conquistò tutta la regione di Hatti”, un’area geografica
che comprendeva appunto la Siria e la Palestina27.
Giuseppe Flavio dice ancora che Nabucodonosor, essendosi impadronito di
tutta la Siria, non penetrò nel territorio di Giuda28. Non è però escluso che il ge-
nerale caldeo abbia potuto spedire contro Gerusalemme un reparto armato per
garantirsi la sottomissione di Gioiachim. La cosa appare tanto più verosimile se
si consideri che il re di Giuda era vassallo di Neco il quale, di certo non a caso,
lo aveva posto sul trono in luogo del deposto Gioachaz (2Re 23:31-34).
Si è obiettato che comunque a Nabucodonosor sarebbe mancato il tempo
materiale per una puntata offensiva su Gerusalemme dopo la vittoria sugli Egi-
ziani, dovendo egli rientrare precipitosamente a Babilonia a causa della morte
del padre. Una considerazione attenta delle diverse fasi di questa campagna mili-
tare babilonese nella Siria e dei tempi connessi, consente di trarre una dedu-
zione diversa.
Assai verosimilmente le operazioni militari a Carchemish si svolsero a mag-
gio-giugno del 605 a.C.29. La morte di Nabopolassar avvenne a metà agosto,
come ci informa la Cronaca di Babilonia, ma la notizia non poté pervenire a
Nabucodonosor in Siria che verso la fine del mese. Dunque il conquistatore cal-
deo dopo avere battuto Neco si trattenne nella regione un paio di mesi prima di
mettersi in marcia per Babilonia. Gerusalemme era raggiungibile in pochi giorni
di marcia da Ribla o da Hamat, sicché ci fu tutto il tempo per una rapida incur-
sione contro la capitale del regno giudaita; a Gioiachim, che non poteva più

25 - D.J.WISEMAN, Chronicles of Chaldean Kings, p. 26.


26 - GIUSEPPE FLAVIO, Antichità Giudaiche, X. 86.
27 - Vedi D.J.WISEMAN, op. cit., p. 25.
28 - GIUSEPPE FLAVIO, Antichità Giudaiche, X, 86.
29 - Vedi D.J.WISEMAN, op. cit., p. 25.

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CAPIRE DANIELE

contare sull’aiuto dell’Egitto, non restava che aprire le porte della città ai nuovi
padroni. Una resa spontanea di Gerusalemme a Nabucodonosor otto anni più
tardi, è documentata in 2Re 24:11-12.
Lo storico babilonese Berosso, citato da Giuseppe Flavio, riferisce che Na-
bucodonosor, dovendo rientrare in fretta in Babilonia per la via più breve,
quella attraverso il deserto, affidò ad alcuni dei suoi generali perché li conduces-
sero a Babilonia, “i prigionieri che aveva catturato fra i Giudei, i Fenici e i Siri”30.
Questa informazione di fonte extrabiblica concorda significativamente con
quanto scrive Dn 1:1-3. I prigionieri giudei ai quali accenna Berosso possono be-
nissimo essere stati Daniele e i suoi compagni catturati dai soldati di Nabucodo-
nosor. Daniele, è vero, attribuisce direttamente al condottiero caldeo la conqui-
sta di Gerusalemme, ma non si deve dimenticare che è comune nella storiografia
antica, e moderna, ascrivere un’impresa a colui che l’ha voluta e preparata, an-
che se a realizzarla sono stati altri.
Concludendo questa parte della nostra discussione, diciamo che non è af-
fatto impossibile risolvere i problemi cronologici e storici che si presentano al
lettore attento nei primi versetti del libro di Daniele.

2 Il Signore gli diede nelle mani Joiakim, re di Giuda, e una parte de-
gli utensili della casa di Dio; e Nebucadnetsar portò gli utensili nel
paese di Scinear, nella casa del suo dio, e li mise nella casa del te-
soro del suo dio.

Non fu per caso che Gioiachim cadde in potere del re di Babilonia; come tutti
gli scrittori ispirati, Daniele interpreta in chiave teologica gli avvenimenti seco-
lari. Gli utensili sacri di cui si fa menzione erano vasi metallici di varie dimen-
sioni, palette, attizzatoi ecc... (cfr. 2Cro 4:16) che i sacerdoti adoperavano per i
vari servizi del Tempio. Se Nabucodonosor ne portò via solo una parte, fu pro-
babilmente perché volle soltanto mostrare ad un vassallo poco affidabile che egli
aveva il potere di imporgli la sua sovranità. Se avesse voluto spogliare il Tempio,
nessuna autorità terrena avrebbe potuto impedirglielo.
Il paese di Scinear (cfr. Ge 11:2; Is 11:11; Za 5:11) è la Babilonide, o Caldea
ossia la pianura alluvionale delimitata a est dal Tigri e a ovest dall’Eufrate nella
Bassa Mesopotamia. La città di Babilonia, che Nabucodonosor ricostruì e rese
splendida, sorgeva sull’Eufrate nella parte alta della regione. Nel cuore della
città, entro i recinti dell’area sacra, l’Esagila, si trovavano la grande torre tem-
plare o ziggurat (l’Etemenanki) e, più a sud, il superbo tempio dedicato a Mar-
duk, la divinità suprema di Babilonia nota popolarmente anche col nome di Bel
(da un termine accadico che significa “signore”). All’inizio dei festeggiamenti per
l’anno nuovo (Akitu) il primo di Nisan, il nuovo sovrano entrava nel tempio di
Bel e stringeva le mani di Bel-Marduk; si credeva che a seguito di questo rito

30 - GIUSEPPE FLAVIO, Contra Apionem, I. 19, 137

39
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CAPITOLO 1

egli era dal dio investito dell’autorità sovrana. Da quel giorno si cominciava a
contare i suoi anni di regno.
I testi cuneiformi babilonesi menzionano frequentemente i tesori dell’Esa-
gila. Uno degli ambienti del grande complesso templare riportato alla luce dagli
archeologi deve avere custodito i tesori suddetti. Quivi Nabucodonosor deve
avere posto i sacri utensili asportati dal tempio di Yahweh in Gerusalemme.

3 E il re disse a Ashpenaz, capo de’ suoi eunuchi, di menargli alcuni


de’ figliuoli d’Israele di stirpe reale e di famiglie nobili, 4 giovani
senza difetti fisici, belli d’aspetto, dotati d’ogni sorta di talenti,
istruiti e intelligenti, tali che avessero attitudine a stare nel palazzo
del re; e d’insegnare loro la letteratura e la lingua de’ Caldei.

Insieme con gli utensili sacri del Tempio, Nabucodonosor portò via da Gerusa-
lemme, forse come ostaggi, un imprecisato numero di giovani ({yidl f yº yeladîm)
appartenenti a famiglie altolocate. Il capo degli eunuchi (wyfsyirsf bar rav sarîsayu),
al quale il re conferì l’incarico di condurgli nel palazzo alcuni dei giovani giudei
deportati, era un alto funzionario del palazzo il cui ufficio corrispondeva pres-
sappoco a quello del maggiordomo. Il titolo equivale probabilmente al babilo-
nese rav sha reshi (letteralmente “il capo di colui che sta alla testa”) documentato
nei testi cuneiformi.
Il nome del funzionario, Ashpenaz, tradisce un’origine persiana. In una
forma leggermente variante, Ashpazanda, esso è stato letto nei testi di Nippur
del V secolo a.C., e nella forma Aspenaz nei testi magici aramaici pure di
Nippur31.
La presenza in Babilonia di stranieri al servizio dei Caldei durante il regno
di Nabucodonosor è documentata32. Inoltre è noto che Babilonesi e Medi - que-
sti ultimi parenti prossimi dei Persiani - furono alleati nella guerra contro l’Assiria
sul finire del secolo VII a.C. Si sa infine che degli stranieri al servizio di Babilo-
nia furono promossi a incarichi di prestigio.
Non era poco quello che si richiedeva ai candidati per essere ammessi nelle
scuole reali. Il curriculum di studi non era lieve e il servizio nel palazzo richie-
deva resistenza alla fatica. Perciò occorrevano prestanza fisica e non comuni doti
intellettuali e morali. Nel gruppo dei “figli d’Israele” deportati in Babilonia si
scelsero i giovani che possedevano questi requisiti.
L’appellativo “figli d’Israele” in quest’epoca designava i sudditi del regno di
Giuda. Il termine ebraico yeladîm non significa necessariamente “fanciulli”,
come traduce qualche versione, tale termine applicandosi a una fascia di età va-
riabile tra i dieci e i venti anni. “Giovinetti” è la traduzione che conviene meglio
qui (vedi Ec 4:13).
Daniele e i suoi tre compagni dovevano essere formati in vista di un inca-

31 - Vedi S.D.A. Bible Commentary, vol. IV, p. 757.


32 - ibidem, p. 781.

40
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CAPIRE DANIELE

rico da svolgere nel palazzo. “Tal uso è largamente documentato nell’Oriente


(vedi la minaccia d’Is 39:7) e più tardi a Roma, ove esso rivela più chiaramente il
fine politico di prepararsi futuri fidati vassalli nei paesi d’origine”33.
Le lettere, o meglio la scrittura (reps" sefer) e la lingua (}O$fl lashon) dei Cal-
dei di cui si doveva impartire la conoscenza ai giovani deportati, erano in so-
stanza la scrittura cuneiforme in uso nella Mesopotamia e la lingua accadica
nella quale sono redatti tutti i documenti del periodo neo-babilonese.
I Caldei ({yiD&: Ka kasdîm) erano un’etnia di stirpe e di lingua aramaiche da
lungo tempo stanziata nella Bassa Mesopotamia. Con Nabopolassar, fondatore
della dinastia neo-babilonese, i Caldei assunsero il dominio in Babilonia e lo
mantennero per ottantasette anni (626-539 a.C.).
Il termine “Caldei” si applicava anche a una classe di sapienti che coltiva-
vano accanto a discipline come l’astronomia, la matematica, le scienze naturali,
anche l’astrologia e la magia. Secondo alcuni, Daniele e i suoi compagni sareb-
bero stati avviati allo studio di queste discipline nonché della lingua aramaica. In
questo commentario si propende per l’altra ipotesi confortati dal presupposto
che i giovani giudei dovevano soprattutto conoscere ed essere in grado di usare
la scrittura e la lingua ufficiale dello stato che avrebbero dovuto poi servire.

5 Il re assegnò loro una porzione giornaliera delle vivande della


mensa reale, e del vino ch’egli beveva; e disse di mantenerli per tre
anni, dopo i quali sarebbero passati al servizio del re.

Come candidati della scuola reale i giovani debbono essere mantenuti a spese
della corte. Il re in persona dispone che ad essi sia corrisposta una porzione
giornaliera (path-bag) delle vivande della mensa reale e sia servito il vino della
sua cantina. L’usanza è documentata per il tardo periodo persiano del quale esi-
stono attestazioni più abbondanti che per il periodo neo-babilonese34.
L’ebraico path significa “pezzo”, “porzione”, ma la forma composta path-
bag dalla maggioranza dei commentatori è fatta derivare dal persiano antico pa-
tibaga, “cibo reale”, ovvero “cibo prelibato”35.
La durata del curriculum di studi deve essere di tre anni, un costume questo
diffuso nell’Oriente antico e attestato ancora in età cristiana36. Daniele e i suoi
compagni figurano nel novero dei savi di Babilonia (Dn. 2:12, 13) già nell’anno
secondo di Nabucodonosor (Dn. 2:1). Non esiste comunque contraddizione con
1:5 giacché in questo luogo la durata della permanenza dei giovani nella scuola
reale è calcolata secondo il metodo inclusivo in base al quale sono conteggiati
come anni interi le frazioni dell’anno iniziale e dell’anno finale di un determinato
periodo di tempo. L’educazione babilonese dei giovani ebrei cominciò nell’anno

33 - GIOVANNI RINALDI, Daniele, p. 40.


34 - Vedi S.D.A. Bible Commentary, vol. IV, p. 758.
35 - Vedi W. GESENIUS, Hebrew-Chaldee Lexicon to the Old Testament, p. 696.
36 - Vedi G.RINALDI, op. cit., p. 41.

41
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CAPITOLO 1

di accessione del re e fu il primo anno, proseguì per tutto il primo anno di re-
gno e fu il secondo anno, e terminò in un momento imprecisato del secondo
anno di regno di Nabucodonosor e fu il terzo anno.

6 Or fra questi c’erano, di tra i figliuoli di Giuda, Daniele, Hanania,


Mishael e Azaria;

Fra i giovani deportati prescelti per essere educati nella scuola reale di Babilonia
c’era un numero imprecisato di sudditi del regno di Giuda (“figli di Giuda”). Il
testo ne nomina quattro: Daniele, che sarà la figura centrale del libro, e Hanania,
Mishael e Azaria che saranno con Daniele protagonisti della parte iniziale
dell’episodio riportato nel capitolo due, e da soli della vicenda narrata nel capi-
tolo tre.
Daniele [l)¢Yné D f ] “Dio è il mio giudice”, per altri “Dio è il mio giudice”, è un
nome abbastanza comune fra i Semiti. Esso si ritrova presso i Babilonesi, i Sabei
del sud-Arabia, i Palmiregni del nord-Arabia e i Nebatei. In Israele tale nome fu
portato da un figlio di Davide (1Cro 3:1) e da un sacerdote del periodo post-esi-
lico (Ed 8:2; Ne 10:6)37. Il nome del protagonista principale del nostro libro è ri-
cordato tre volte dal profeta Ezechiele (Ez 14:14, 20 e 28:3). È puramente con-
getturale, e discutibile, l’identificazione del personaggio ricordato da Ezechiele
col leggendario re Dan’el nominato nei testi nord-cananei di Ugarit del II millen-
nio a.C.
Hanania [hæynº ná x A ] (“misericordioso è Yahweh”). È un nome che ricorre una
quindicina di volte nell’Antico Testamento, più frequentemente nei libri post-esi-
lici. Nella forma accadica Hananiyama è il nome di un giudeo vissuto a Nippur
nel V secolo a.C. Nella forma aramaica il nome è stato letto in uno dei papiri di
Elefantina (V secolo a.C.).
Mishael [l")$ f yim] (“chi è ciò che Dio è?”), è un nome piuttosto raro nell’An-
tico Testamento trovandosi solo tre volte fuori del libro di Daniele: nell’Esodo,
nel Levitico e in Nehemia.
Azaria [hæyr: zá (A ] (“Yahweh ha aiutato”), è un nome portato da ventitré perso-
naggi dell’Antico Testamento (oltre che da uno dei compagni di Daniele) fra cui
tre re di Giuda, due sommi sacerdoti e un profeta. Fuori della Bibbia il nome è
stato trovato in alcune anse di giare, e nella forma Azriau nei testi cuneiformi as-
siri, riferito a un re di Giuda.

7 e il capo degli eunuchi diede loro altri nomi: a Daniele pose nome
Beltsatsar; ad Hanania, Shadrac; a Mishael, Meshac, e ad Azaria,
Abed-nego.

Secondo una mentalità diffusa nell’Oriente antico e riscontrabile anche nel An-
tico Testamento, il nome esprime la realtà e l’essenza della persona o della cosa

37 - Vedi S.D.A. Bible Commentary, vol. IV, p. 759.

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CAPIRE DANIELE

che lo porta. Nel caso di una persona ne indica anche il destino, per cui il cam-
biamento del nome comporta un mutamento della sua sorte (vedi Ge 17:4-5, 15-
16; 32:27-28). Imporre un nome a qualcuno equivale a imporgli il proprio domi-
nio. Questo probabilmente è il senso che si deve cogliere nell’imposizione di un
nome nuovo ai quattro ostaggi giudei da parte del funzionario babilonese. La
cosa può anche essere vista come un’intenzione di snazionalizzare questi stra-
nieri che dovranno servire alla corte di Babilonia.
Casi analoghi nella Bibbia si riscontrano in Ge 41:45 (Giuseppe-Tsafnath-Pa-
neach) e in Et 2:7 (Hadassa-Ester). Fuori della Bibbia ci sono noti dai testi assiri
il caso del re Tiglath Pileser III, il quale assunse il nome di Pulu quando cinse la
corona di Babilonia, e qualche altro caso.
Belteshazzar [raC)a$+ : l " ] il nome babilonese imposto a Daniele da molti è
: B
considerato traslitterazione di un nome comune in Babilonia, Balatsu-usur, “la
sua vita proteggi”, o Balat-sharri-usur, “la vita del re proteggi”. Da altri questa
tesi è respinta, giacché Nabucodonosor fa derivare il nome babilonese di Da-
niele dal nome del suo dio Bel (Dn 4: 8). Da questi autori più disposti a ricono-
scere il valore storico di Daniele (H.Leopold, D.J.Wiseman, S.H.Horn) si condi-
vide la tesi che il nuovo nome di Daniele sia fatto derivare, per contrazione,
dall’accadico Bel-balatsu-usur, “Bel la sua vita (del re) proteggi”, col nome della
divinità pagana omesso per evitare di offendere un pio giudeo col nome di una
divinità a lui estranea. È la tesi che soddisfa di più.
Shadrac [\ard a ] il nuovo nome imposto ad Hanania, è di oscura etimolo-
: $
gia. È improbabile che sia corruzione di Marduk, il nome della suprema divinità
di Babilonia, o di Shutruk, il nome di una divinità elamitica, come da alcuni è
stato proposto. Né è certo che derivi dall’accadico Shudur-aku, “comando di
Aku”, divinità lunare sumerica (H.Leupold, G.Sarrò). Per alcuni Shadrac sembra
riflettere un nome babilonese attestato nelle fonti cuneiformi, Mishaaku, proba-
bilmente “Chi è come (il dio) Aku?” (Intenational Standard Bible Encycl.).
Meshac [\a$y"m] è il secondo nome di Mishael; non è documentato nei testi
babilonesi. L’etimologia è assai incerta. D.J.Wiseman pensa a un probabile ara-
maismo ibrido, mi-sha, “chi è costui?” costruito a somiglianza del nome ebraico
(“che è ciò che Dio è?”). Altri (H.Leupold, J.Carreras, G.Rinaldi) ipotizzano una
derivazione ibrida da Mi-sha-aku, “chi è ciò che è (il dio) Aku? ”.
Abed-nego [Ogºn d"b(A ] è il nome imposto ad Azaria; è sconosciuto alle fonti
cuneiformi note. Generalmente lo si accosta all’accadico Arad-nebo, “servo di
Nebo” (il dio babilonese della sapienza), con intenzionale alterazione di Nebo in
Nego per evitare di associare una divinità babilonese al nome di un pio figlio
d’Israele.

8 E Daniele prese in cuor suo la risoluzione di non contaminarsi con


le vivande del re e col vino che il re beveva; e chiese al capo degli eu-
nuchi di non obbligarlo a contaminarsi;

I giovani ebrei debbono fare i conti con una terza e più pericolosa intromissione
del potere dispotico della corte nella loro vita privata, dopo l’educazione babilo-

43
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CAPITOLO 1

nese e il cambiamento del nome. L’acquisizione coatta della cultura babilonese e


l’imposizione di un nome pagano, per quanto siano circostanze indesiderate,
non interferiscono tuttavia con le convinzioni e i costumi religiosi dei giovani
deportati, ma l’obbligo di nutrirsi delle vivande e delle bevande della dispensa
reale sì, e questo per almeno quattro ragioni.
La prima è che fra le pietanze che sono servite al sovrano figurano carni
che la legge ebraica proscrive perché impure (Le 11); la seconda consiste
nell’uso invalso fuori d’Israele di non dissanguare le carni macellate, una pratica
che contrasta con un principio fondamentale della legge d’Israele (Le 17:11-14);
la terza risiede nel costume pagano di offrire in sacrificio agli dèi parte delle
carni destinate all’alimentazione: consumare quelle carni equivarrebbe per la co-
scienza di un pio ebreo a rendere omaggio alle divinità pagane, cosa che anche
a costo della vita egli rifiuterebbe di fare. L’ultimo motivo di contrasto con la di-
sposizione del re nasce dalle frugali abitudini alimentari di Daniele e dei suoi
compagni le quali mal s’accordano con il menu ed i vini della mensa reale.
Con ferma determinazione Daniele - i suoi amici non sono nominati -
prende posizione di fronte a questa situazione minacciosa per la sua fede
(“prese in cuor suo la risoluzione di non contaminarsi”). Tuttavia agisce con pru-
denza e accortezza. Non oppone un rifiuto categorico (non ci tiene a sollevare
contro di sé e i suoi compagni una persecuzione non necessaria). Con fine tatto
cerca di farsi dispensare dall’obbligo di nutrirsi coi cibi della mensa reale.

9 e Dio fece trovare a Daniele grazia e compassione presso il capo


degli eunuchi. 10 E il capo degli eunuchi disse a Daniele: “Io temo il
re, mio signore, il quale ha fissato il vostro cibo e le vostre bevande;
e perché vedrebb’egli il vostro volto più triste di quello dei giovani
della vostra medesima età? Voi mettereste in pericolo la mia testa
presso il re”.

La divina Provvidenza interviene in modi imprevedibili per trarre da una situa-


zione difficile un essere umano che ha deciso di restare fedele alla propria co-
scienza e agisce con ponderazione e avvedutezza. Così avviene per Daniele.
L’uomo potente del palazzo alle cui cure il re ha affidato i giovani depor-
tati, potrebbe ravvisare nella richiesta di Daniele una sottile volontà di insubordi-
nazione e di conseguenza potrebbe reagire con tutto il peso della sua autorità.
Non solo potrebbe opporre un diniego categorico alla domanda di Daniele, ma
potrebbe d’ora in poi mostrarsi mal disposto verso di lui e i suoi compagni. Non
avviene nulla di tutto questo, al contrario il capo degli eunuchi si mostra bene-
volo e comprensivo verso il prigioniero. La ragione è che Dio ha agito
nell’animo dell’influente cortigiano. Nondimeno, Ashpenaz non se la sente di as-
sumersi la responsabilità di cambiare la dieta di Daniele e dei suoi compagni.
Non oppone però un rifiuto reciso e rude, come potrebbe fare, ma a sua volta si
appella alla comprensione del richiedente. La cosa dalla quale costui domanda
di essere dispensato è stata disposta dal re in persona. Come potrebbe lui, un
suo fido funzionario, non tenerne conto? Il pallore del volto e il dimagrimento

44
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CAPIRE DANIELE

tradirebbero immancabilmente gli effetti di un’alimentazione frugale (ingiustifi-


cato pregiudizio di tutti i tempi!) e questo comprometterebbe la sua reputazione
presso il sovrano (“voi mettereste in pericolo la mia testa”: non già “mi esporre-
ste a un pericolo mortale”, ma piuttosto “mettereste a repentaglio la mia posi-
zione presso il re”).

11 Allora Daniele disse al maggiordomo, al quale il capo degli eunu-


chi aveva affidato la cura di Daniele, di Hanania, di Mishael e
d’Azaria: 12 “Ti prego, fa’ coi tuoi servi una prova di dieci giorni, e
ci siano dati de’ legumi per mangiare, e dell’acqua per bere; 13 poi ti
si faccia vedere l’aspetto nostro e l’aspetto de’ giovani che mangiano
le vivande del re; e secondo quel che vedrai, ti regolerai coi tuoi
servi”.

Daniele non disarma di fronte al timore e alla titubanza dell’alto funzionario alle
cui cure lui e i suoi compagni sono affidati. Rivolgerà la stessa richiesta a un fun-
zionario subalterno. L’ebraico melzar, che Luzzi traduce “maggiordomo” e Ri-
naldi “sorvegliante”, è fatto derivare dall’accadico mazzaru, “economo”, “dispen-
siere”.
Meno che formulare una richiesta, Daniele propone una sorta di esperi-
mento per un periodo limitato di tempo, solo dieci giorni, e stavolta vi coinvolge
i compagni: “Ci siamo dati de’ legumi ({yi(or¢Zah hazzero‘îm) per mangiare e
dell’acqua per bere. Letteralmente l’ebraico zero‘îm significa: “cose seminate”,
comprende i cereali e i legumi ma anche i vegetali freschi (vedi Is 61:11). “Se-
condo la tradizione giudaica il termine comprende anche le bacche e i datteri. E
poiché i datteri costituiscono il principale prodotto alimentare della Mesopota-
mia, è verosimile che questo frutto debba qui essere incluso”38.
Al termine dell’esperimento - propone ancora Daniele - si faccia un con-
fronto coi giovani che consumano i pasti della mensa reale: l’economo deciderà
sulla base del risultato se dovrà sospendere la loro dieta frugale o se potrà pro-
lungarla indefinitamente (“secondo quello che vedrai, ti regolerai coi tuoi servi”).
Evidentemente Daniele ripone una fiducia quasi illimitata nell’esito felice della
prova, in parte per la sua fede in Dio, in parte come risultato di un’esperienza
vissuta in prima persona.

14 Quegli accordò loro quanto domandavano, e li mise alla prova


per dieci giorni.

La proposta non comporta rischi: in un lasso di tempo così breve gli effetti nega-
tivi sullo stato di salute dei giovani di un regime alimentare strettamente vegeta-
riano saranno appena percettibili, comunque sufficientemente avvertibili perché

38 - S.D.A. Bible Commentary, IV, 761.

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CAPITOLO 1

l’economo se ne accorga, e allora potrà sospenderlo senza indugi.


In tutti i casi egli è tenuto a rendere conto del suo operato al capo degli eu-
nuchi e non al re, e questo comporta meno rischi. La proposta è accolta con fa-
vore dall’economo, il quale deve comunque avere pensato che l’esito finale della
prova avrebbe dato torto ai giovani.

15 E alla fine de’ dieci giorni, essi avevano migliore aspetto ed erano
più grassi di tutti i giovani che aveano mangiato le vivande del re. 16
Così il maggiordomo portò via il cibo e il vino ch’eran loro destinati,
e dette loro de’ legumi.

Certo non senza meraviglia l’economo deve constatare, allo scadere dei dieci
giorni, che il risultato della prova è stato tale da dare pienamente ragione ai gio-
vani stranieri. Il loro ricupero fisico dopo le fatiche e i disagi del lungo viaggio
dalla Giudea fino a Babilonia è stato sorprendentemente rapido, come si vede
chiaramente dall’aspetto florido delle loro persone. È stato più rapido che per i
giovani nutriti coi cibi prelibati della mensa reale.
“Dio onorò questi giovani per il loro fermo proposito di fare ciò che è giu-
sto. L’approvazione divina era a loro più cara dei favori dei più potenti signori di
questo mondo, più cara, persino, della loro vita. Né la loro ferma risoluzione
nacque sotto la pressione di circostanze repentine. Fin dalla fanciullezza questi
giovani erano stati educati secondo rigorosi principi di temperanza.
Essi non ignoravano gli effetti nocivi di una dieta malsana e da lungo
tempo avevano deciso di non indebolire le loro energie fisiche e mentali con
l’indulgere all’appetito”39. Dal testo non è chiaro se l’economo prendesse per sé
le vivande e il vino destinati ai giovani oppure li riponesse nella dispensa del
palazzo. La forma grammaticale dell’ebraico si adatta ad esprimere una sistema-
zione permanente40. Daniele e i suoi compagni potranno d’ora in poi tranquilla-
mente attenersi alle regole alimentari prescritte dalla legge di Dio.

17 E a tutti questi quattro giovani Iddio dette conoscenza e intelli-


genza in tutta la letteratura, e sapienza; e Daniele s’intendeva d’ogni
sorta di visioni e di sogni.

L’avere scelto di attenersi senza esitazioni e cedimenti alla legge di Dio, ha reso
approvati davanti a Lui i quattro giovani ebrei, e i favori speciali del cielo non si
sono fatti attendere.
Non solo la floridezza della loro salute e del loro aspetto fisico, ma anche
l’eccellenza del loro vigore intellettuale è apparsa evidente a tutti. Commenta
H.Leupold: “I doni singoli compresi in questo dono maggiore elargito da Dio

39 - Ibidem.
40 - H.LEUPOLD, Exposition of Daniel, p. 72.

46
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CAPIRE DANIELE

erano, prima di tutto, la ‘conoscenza’, ((fDm a madda‘, cioè la facoltà di penetrare


le nebbie dell’incertezza pagana e scoprirvi quanto vi era di realmente vero; in
secondo luogo la ‘intelligenza di tutta la letteratura o scrittura’, cioè una padro-
nanza di tutti gli scritti esistenti basata su un’acuta intuizione (l"K& a haskel, “avere
: h
intuito”); e finalmente ‘sapienza’, hfmk: xf chokhmah, cioè capacità di applicare ret-
tamente la conoscenza acquisita e applicarla nel timore di Dio. Si deve ricono-
scere che non si trattava di doni banali, erano, anzi, doni che qualificavano que-
sti giovani per posizioni di responsabilità”41.
Oltre ai doni avuti in comune con i tre compagni, Daniele riceve in più da
Dio lo speciale carisma profetico che farà di lui il portavoce del suo Signore alla
corte del signore di Babilonia: “e Daniele s’intendeva d’ogni sorta di visioni e di
sogni” o, come traduce la Versione della C.E.I.: “e (Dio) rese Daniele interprete
di visioni e di sogni”. La visione (}Ozfx chazôn) è una delle vie per le quali Dio si
rivela ai suoi profeti. Per questa via Egli farà conoscere a Daniele, e per mezzo
di Daniele al suo popolo, le grandi svolte della storia futura fino all’apparire del
messia (cc. 7-9) e ancora oltre, fino al levarsi del Principe Michael per la salvezza
del suo popolo nel giorno della finale retribuzione (cap. 12).
Il sogno (tOmolx
A chalomôth) è un’altra delle vie per le quali può pervenire la
rivelazione di Dio ai suoi profeti e in via eccezionale a uomini non dotati del ca-
risma profetico (Ge 41:1-7,25; Dn 2:1, 27,28). Non si tratta di certo dell’ordinario
fenomeno onirico che in Babilonia era creduto un mezzo di comunicazione de-
gli dèi con gli uomini, ma di un fenomeno del tutto eccezionale, un fenomeno
d’origine sovrannaturale.
Per mezzo di esso, e con l’intermediazione di Daniele come interprete ispi-
rato, l’Iddio del cielo farà sapere al re Nabucodonosor che è Lui il re dei re della
terra, Colui che li stabilisce sul trono e li depone (cc. 2 e 4).

18 E alla fine del tempo fissato dal re perché quei giovani gli fossero
menati, il capo degli eunuchi li presentò a Nebucadnetsar. 19 Il re
parlò con loro; e fra tutti quei giovani non se ne trovò alcuno che
fosse come Daniele, Hanania, Mishael e Azaria; e questi furono am-
messi al servizio del re.

I giorni fissati dal re nell’arco dei quali doveva essere impartita ai selezionati pri-
gionieri giudei un’educazione babilonese sono trascorsi, e così come il sovrano
aveva disposto (v. 5) essi debbono ora essere assunti al suo servizio.
Prima però dovrà essere saggiato il loro curriculum culturale, ed è per que-
sto che il capo degli eunuchi li conduce in presenza del sovrano. Dal colloquio
che Nabucodonosor ha con Daniele, Hanania, Mishael e Azaria risulta evidente
la superiorità culturale dei giovani ebrei sui loro coetanei di altre stirpi.

41 - Ibidem, p. 73.

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CAPITOLO 1

20 E su tutti i punti che richiedevano sapienza e intelletto, e sui quali


il re li interrogasse, il re li trovava dieci volte superiori a tutti i magi
ed astrologi ch’erano in tutto il suo regno.

Il sovrano stesso fa da esaminatore. Le domande alle quali i candidati debbono


rispondere investono questioni che richiedono “sapienza e intelligenza”. La con-
giunzione “e” fra i due sostantivi in molte traduzioni moderne è mutuata dalle
antiche versioni.
L’ebraico ha: “sapienza di intelligenza” (hænyiB tam:kfx chokmath-bînah). Il
S.D.A. Bible Commentary condivide il parere dei commentatori che hanno per-
cepito nella costruzione ebraica l’intenzione dell’autore di riferirsi a una forma di
sapienza delle più alte, una sapienza determinata o regolata dall’intelligenza.
“Ciò farebbe pensare che Daniele e i suoi compagni eccelsero sugli uomini eser-
citanti la loro stessa professione sia nel campo delle scienze esatte, come l’astro-
nomia e la matematica, sia in materia linguistica: essi dominavano la scrittura cu-
neiforme e le lingue babilonese e aramaica nonché la scrittura quadrata ara-
maica”42.
Dalle risposte dei candidati su qualsiasi argomento il re li interroghi, questi
scopre che essi superano di dieci volte (tOdæy re&(e ‘eser yadôth, letteralmente
“dieci mani”) “tutti i magi e gli astrologi” del regno (l’espressione “dieci volte”
non va presa alla lettera, “dieci” essendo qui un numero tondo con valore con-
venzionale e cioè significante una quantità indefinita superiore a “pochi”).
I “maghi” sono dei sapienti ai quali si riconoscono poteri divinatori e tau-
maturgici. Il vocabolo applicato da Daniele ai maghi di Babilonia, {yiM+ u r
: x a char-
a h
tummîm, è sconosciuto in questa regione. Esso deriva da un termine egiziano
che designa una classe di sacerdoti versati nella sacra scrittura geroglifica43 e
nelle arti magiche44. Daniele verosimilmente prende il termine del Pentateuco
ove esso ricorre ripetutamente (Ge 41:8, 24; Es 7:22; 9: 11; De 18:10).
Gli “astrologi” sono dei sacerdoti dediti in modo particolare alla pratica
dell’esorcismo. Il termine adoperato da Daniele, {yip< f ) f ha’ashshafîm, dipende
a h
sicuramente dall’accadico ashipu. In Babilonia, e in generale nella Mesopotamia,
gli ashipu costituiscono una classe di sacerdoti il cui compito principale è quello
di allontanare, mediante la recitazione di formule di scongiuro e di incantesimo,
gli spiriti malvagi che, secondo le credenze dell’epoca, tormentano gli uomini
con malattie e altri malanni; gli ashipu offrono anche i sacrifici agli dèi e cele-
brano i riti di purificazione45.
“È erroneo pensare che i sapienti di Babilonia fossero soltanto indovini e
maghi. Quantunque fossero versati in queste arti, essi erano anche uomini di

42 - S.D.A. Bible Commentary, vol. IV, 762-763.


43 - Vedi W. GESENIUS, op. cit., p. 304.
44 - S.D.A. Bible Commentary, vol. IV, 763.
45 - Cfr. G.CONTENAU, La Civiltà degli Assiri e dei Babilonesi, 181-182.

48
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CAPIRE DANIELE

scienza nel vero senso della parola. Così come nel Medioevo uomini realmente
eruditi praticavano l’alchimia e astronomi che per altri versi lavoravano scientifi-
camente e traevano oroscopi, gli esorcisti e gli indovini dell’antichità erano an-
che dediti allo studio di discipline strettamente scientifiche. Le loro conoscenze
astronomiche avevano raggiunto un grado di sviluppo sorprendentemente ele-
vato, per quanto l’astronomia babilonese pervenisse al livello più alto dopo la
conquista persiana. Gli astronomi di Babilonia erano in grado di predire me-
diante il calcolo le eclissi di luna e di sole ed era notevole la loro abilità nel
campo della matematica. Essi adoperavano formule la cui scoperta è general-
mente, ed erroneamente, attribuita ai matematici greci. Erano inoltre buoni archi-
tetti e costruttori, nonché medici accettabili che con metodi empirici curavano
non poche malattie. Deve essere stato in questi campi dello scibile che Daniele
e i suoi tre compagni eccelsero in conoscenza e capacità sui maghi, gli astrologi
e i sapienti di Babilonia”46.
I Greci “non costruirono dal nulla il loro concetto di scienza da noi eredi-
tato, ma furono tributari sia su questo punto capitale sia su molti altri, degli anti-
chi Mesopotamici”47.

21 Così continuò Daniele fino al primo anno del re Ciro.

L’anno primo di Ciro è l’anno della caduta di Babilonia, il 539 a.C. Probabil-
mente Daniele vuol far sapere ai suoi lettori che egli visse durante tutto il tempo
dell’esilio, cominciato appunto con la sua deportazione nel 605 a.C. L’anno
primo di Ciro comunque non segna il limite estremo della durata della vita di
Daniele giacché egli vive ancora nell’anno terzo di Ciro, il 537 a.C. (Dn 10:1).
Altrove (Dn 6:28) si dice che “Daniele prosperò sotto il regno di Dario, e
sotto il regno di Ciro, il Persiano”. Dal capitolo 6 veniamo a sapere che Daniele
non solo non è stato deposto dal suo incarico ufficiale dopo la caduta della di-
nastia caldea, ma che il nuovo signore di Babilonia pensa addirittura di promuo-
verlo ad un più alto incarico (v. 3).
Il regno, o meglio il governatorato di Dario il Medo (la cui identità storica
sarà discussa più avanti), deve essere stato assai breve, se Daniele in 10:1 pone
l’ultima visione sotto il regno di Ciro e non più sotto il regno di Dario come
aveva fatto (per la visione di 9:1). Il servizio di Daniele alla corte persiana di Ba-
bilonia all’inizio del regno di Ciro, a cui sembra alludere Dn 6:28, deve essere
stato di breve durata. Comunque il profeta visse abbastanza sotto l’amministra-
zione persiana (come minimo due anni) perché sia spiegabile l’uso di vocaboli
persiani nel suo libro48.

46 - S.D.A. Bible Commentary, IV, 763.


47 - J. BOTTERO. Mesopotamia, p. 133.
48 - Cfr. S.D.A. Bible Commentary, IV, 764.

49
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Capitolo 2
____________________________

U n sogno ha interrotto il riposo notturno del re Nabucodonosor e ne ha tur-


bato lo spirito. Per il Mesopotamico il sogno è un messaggio premonitore, e
Nabucodonosor è un mesopotamico. È perciò conforme allo spirito della cultura
cui egli appartiene che il re di Babilonia convochi nel palazzo i professionisti
dell’arte divinatoria perché gli svelino il significato del sogno. L’interpretazione
dei sogni rientra infatti nelle competenze ordinarie di questi funzionari dello
stato, ma il re esige più di questo dai suoi indovini, vuole che essi gli svelino il so-
gno prima di fornirgliene l’interpretazione.
L’incapacità degli indovini di rispondere all’assurda richiesta manda in col-
lera il re il quale decreta seduta stante la loro esecuzione capitale. In questo
punto di massima tensione del racconto si inserisce l’intervento provvidenziale di
Daniele che con l’aiuto del suo Dio risolve la difficile situazione. Il sogno che Na-
bucodonosor sembra avere dimenticato è rivelato a Daniele in una visione not-
turna, sì che il profeta può a sua volta descriverlo al re prima di dargliene l’inter-
pretazione. Nabucodonosor riconosce la superiorità di Daniele su tutti i sapienti
di Babilonia, esalta l’Iddio di Daniele e promuove a più alti incarichi il rivelatore
e interprete del sogno e i suoi amici.
Il racconto - che come si è visto s’inquadra bene nella cornice dell’ambiente
culturale mesopotamico - mira nello stesso tempo ad esaltare la fede di Daniele e
la superiorità di una sapienza che discende dalla fede monoteistica sulla sa-
pienza dei cultori del politeismo pagano.
Il capitolo secondo di Daniele presenta una peculiarità linguistica difficile
da spiegare: l’ebraico s’interrompe a un terzo del v. 4 e il racconto prosegue in
lingua aramaica per tutto il capitolo, anzi fino a tutto il capitolo settimo.

1 Il secondo anno del regno di Nebucadnetsar, Nebucadnetsar ebbe


dei sogni; il suo spirito ne fu turbato, e il suo sonno fu rotto.

L’anno secondo di Nabucodonosor corrisponde al 604/603 a.C. se Daniele, come


pare logico, computa gli anni di regno secondo il sistema babilonese (vedi com-
mento a 1:1). I tre anni di studio nella scuola reale di Babilonia sono trascorsi
(vedi commento a 1:5) e Daniele e i suoi compagni sono già al servizio del re.
In Babilonia, come in tutta la Mesopotamia antica, si ravvisava nei sogni
delle premonizioni divine49 e si crede che solo agli specialisti della divinazione

49 - GEORGES CONTENAU, La Civiltà degli Assiri e dei Babilonesi, Ginevra 1976, p. 141.

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CAPIRE DANIELE

potevano capire e svelare il significato dei sogni. Di qui il favore particolare di


cui gode l’oniromanzia (cioè la divinazione per mezzo dei sogni) fra tutte le pra-
tiche divinatorie50.
L’attenzione che i re di questa parte del mondo antico rivolsero ai sogni è
abbondantemente documentata dall’età sumerica fino ai periodi assiro e babilo-
nese. L’assiriologo Georges Contenau, al quale ci siamo testé riferiti, scrive che
“sino alla fine della storia mesopotamica il numero dei sovrani che furono gratifi-
cati dagli dèi di sogni premonitori non si conta”51.
L’episodio narrato da Daniele non è dunque un caso isolato nella storia reli-
giosa del Vicino Oriente antico e meno ancora è un racconto fantasioso. Il turba-
mento di Nabucodonosor potrebbe spiegarsi con la vaga intuizione di una pre-
monizione nefasta.

2 Il re fece chiamare i magi, gli astrologi, gl’incantatori e i Caldei,


perché gli spiegassero i suoi sogni. Ed essi vennero e si presenta-
rono al re. 3 E il re disse loro: “Ho fatto un sogno; e il mio spirito è
turbato, perché vorrei comprendere il sogno”.

Nabucodonosor convoca nel suo palazzo gli indovini perché gli spieghino i so-
gni (tOmolx
A chalomôth) che lo hanno turbato; nel v. 3 si dice però che il re vuole
comprendere il sogno, al singolare (chalom).
Nabucodonosor deve avere avuto vari sogni, ma uno in modo particolare
deve avere colpito la sua immaginazione. Nel racconto si rispecchia con reali-
smo lo spirito religioso dell’antica Mesopotamia, una terra dove la divinazione in
tutte le sue forme, e specialmente nella forma oniromantica (vedi sopra) è stata
sempre in grande voga. Il Mesopotamico è convinto che gli dèi possono man-
dare agli uomini, attraverso canali diversi, avvertimenti e premonizioni e che la
divinazione è il mezzo per venirne a conoscenza52.
L’esercizio delle pratiche divinatorie in quest’area dell’Oriente antico è atte-
stato ininterrottamente dagli inizi del secondo millennio a.C. fino all’epoca seleu-
cidica.
Sono numerosi i testi cuneiformi che ne fanno fede. Si conoscono più di un
centinaio di “trattati” divinatori con oltre trentamila oracoli53. La divinazione ha
poi un ruolo di primo piano negli affari di stato. “Nessuna decisione importante
- citiamo ancora il prof. Contenau - era presa senza che il re interrogasse gli in-
dovini”54. Questi prestigiosi personaggi costituiscono una sorta di corporazione
al servizio del re. “Gli indovini regali sono addetti a ogni specie di interpreta-

50 - Idem, p. 153.
51 - Idem, p. 139.
52 - Vedi G.CONTENAU, ibidem, p. 138.
53 - Vedi JEAN BATTÉRO, Mesopotamia, p. 134.
54 - La Mesopotamia prima di Alessandro, p. 320

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CAPITOLO 2

zioni; sono veri e propri funzionari”55. La convocazione degli indovini di cui


parla Daniele non è dunque un fatto inusitato nell’antica Mesopotamia.
Il testo danielico nomina quattro categorie di professionisti della divina-
zione fatti venire alla corte reale per ordine di Nabucodonosor: chartummîm,
’ashshafîm, mekhashshfîm e kasdîm. Di questi termini ebraici è nota con cer-
tezza o con approssimazione la provenienza.
Chartummîm [{yiM+ u r
: xa ]a (in aramaico }yiM+u r a chartummîn; )æYm
: x a +
u r a chartum-
: x
maya’ in 4:4), tradotto solitamente “maghi”, non è accostabile a nessun vocabolo
accadico conosciuto. Lo si fa derivare dall’egiziano antico cheridem, “capo dei
maghi”56, o dal demotico egiziano chr-tp, “sacerdote che proferisce l’oracolo”,
“sacerdote-mago”57. In Ge 41:2 e 24 sono chiamati chartummîm gli interpreti
egiziani dei sogni, e in Es 7:11, 22 e 9:11 lo stesso termine è applicato ai maghi
che contrastano Mosè e Aaronne. Daniele che ha con sé una collezione di libri
sacri (9:2) e che comunque da pio giudeo deve conoscere il Pentateuco, verosi-
milmente da questa fonte trae il vocabolo col quale designa la prima categoria di
indovini babilonesi in 2:2.
’Ashshafîm [{yip< a ] (in aramaico }yip$
f ) f ’ashfîn; e)Yæ pa $
: ) af ’ashfaya’ in 2:27, 4:4
: )
e 5:7,11) nelle versioni moderne della Bibbia è tradotto ora “astrologi”, ora “in-
dovini”, ora “incantatori”. L’incertezza della traduzione dipende dal fatto che
l’esatto significato del nome sfugge. Di certo si sa che esso viene dall’accadico
ashshipu, termine che in Babilonia indicava una classe di sacerdoti dediti princi-
palmente all’esorcismo e agli scongiuri58. Nei passi del testo aramaico sopra citati
compare una quinta categoria di indovini nominati hartummîn gazrîn. Il ter-
mine viene dal verbo gâzar, “dividere”, e poiché in Babilonia gli astrologi sole-
vano dividere il cielo in settori per trarre i loro auspici dalle stelle, sembra cor-
retto tradurre gazrîn con “astrologi”.
Mekhashshfîm [{yip< : ka m: ] (il singolare mekhashshef si trova in De 18:10)
viene dalla radice ebraica ph<k kshf la quale a sua volta si fa derivare dall’acca-
dico kashshapu, un vocabolo che nell’antica Mesopotamia designava i professio-
nisti nell’incantesimo e della stregoneria. Il verbo ebraico khashaf significa “pra-
ticare l’incantesimo”. La traduzione di mekhashshfîm con “incantatori”, frequente
nelle versioni moderne della Bibbia, sembra dunque essere appropriata.
Kasdîm [{yiD& : Ka ]a (kaldu in accadico) era il nome di una tribù aramea stan-
ziata nella Bassa Mesopotamia la cui menzione più antica compare negli annuali
assiri del tempo di Assurnasirpal II (884-859 a.C.).
Se “Ur dei Caldei” in Ge 11:28 e 15:7 non è la forma recente di un nome
più antico, la presenza dei Caldei nella Mesopotamia del sud è attestata fin dai
tempi patriarcali. Dopo avere contrastato a lungo la dominazione assira nella

55 - G. CONTENAU, ibidem, p. 314.


56 - S.D.A. Bible Commentary, vol. IV, p. 763.
57 - International. Standandard. Bible Encyclopaedia, vol. III, p. 214.
58 - Vedi G.CONTENAU, La Civiltà degli Assiri e dei Babilonesi, pp. 225-226; J.BOTTÉRO, La reli-
gione babilonese, p. 141.

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CAPIRE DANIELE

Bassa Mesopotamia, i Caldei, sul finire del VII secolo a.C., con Nabopolassar oc-
cuparono Babilonia e fondarono la dinastia neo-babilonese di cui Nabucodono-
sor II, figlio e successore di Nabopolassar, fu il rappresentante più illustre. I Cal-
dei e i Medi, alleatisi insieme, attaccarono il decadente impero assiro nel 614
a.C. e due anni dopo presero e distrussero la capitale Ninive.
Nall’Antico Testamento “caldei” come designazione etnica si trova sia nei li-
bri storici (2Re 25:6, 10; 2Cro 36:19; Ed 5:12) sia nei profeti dei periodi assiro (Is
23:13, ecc...) e babilonese (Gr 52:12, ecc.; Ez 12:13, ecc...). Daniele conosce que-
sta accezione corrente del termine (Dn 1:4; 9:1), tuttavia, unico fra gli scrittori bi-
blici, usa il vocabolo anche come denominazione di una categoria sociale (Dn
2:2; 4:7,10; 5:7,11). “Caldei” con questo significato, fuori del libro di Daniele, è
documentato per la prima volta negli scritti di Erodoto (circa 450 a.C.)59. Lo scrit-
tore greco parla dei “caldei” come di una casta sacerdotale babilonese. Circa
quattro secoli più tardi usano il sostantivo “caldei” come designazione sociale
due altri storiografi greci, Strabone e Diodoro Siculo.
Per spiegare l’origine di questa seconda accezione del termine il S.D.A. Bi-
ble Commentary avanza l’ipotesi assai verosimile che i Caldei quando conqui-
starono Babilonia occupassero gli incarichi ufficiali di maggior prestigio, com-
preso il sacerdozio, così che la denominazione etnica finisse per designare l’uffi-
cio sacerdotale con le attività divinatorie accessorie60.
“Con l’introduzione crescente dell’aramaico ‘Caldei’ divenne un termine per
designare i ‘maghi, gli incantatori e gli indovini’, dato che questi aspetti dei testi
religiosi babilonesi sopravvissero più a lungo nell’immaginazione popolare”61.
R.W. Wilson, citato da H.C.Leupold62, accosta l’aramaico kasday’ all’acca-
dico galdu, un termine che ricorre spesso nei testi di Babilonia come designa-
zione di una categoria di funzionari addetti al controllo dei progetti pubblici e
nelle cui mansioni dovevano rientrare anche l’astrologia e altre pratiche divinato-
rie, dato che simili progetti non venivano intrapresi o inaugurati in Babilonia
senza il responso favorevole dei pronosticatori.
Secondo le credenze dei Mesopotamici, numerosi erano i canali attraverso i
quali le divinità potevano comunicare con gli uomini, perciò erano altrettanto
numerose le pratiche divinatorie destinate a cogliere e interpretare le presunte ri-
velazioni divine.
I presagi potevano essere tratti dai sogni (oniromanzia), dalle stelle (astro-
logia), dal fegato delle vittime sacrificate (epatoscopia), dal volo degli uccelli (or-
nitomanzia), dalla direzione di caduta di una freccia dalla feretra scossa (belo-
manzia), dalle gocce d’olio lasciate cadere in un bacino d’acqua
(lecanomanzia), dai movimenti istintivi di individui sani e malati (palmomantica

59 - ERODOTO, Le Storie I, 181, 183.


60 - S.D.A. Bible Dictionary, p. 185.
61 - D.J.WISEMAN, in International. Standandard. Bible Encyclopaedia, vol. I, p. 632.
62 - H.C.LEUPOLD, Exposition of Daniel, pp. 85-86

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CAPITOLO 2

e iatromantica); e ancora: dalle nascite multiple o mostruose, dal luogo di cre-


scita spontanea di un albero, dal suo stato di rigoglio o di avvizzimento. Ez 21:26
allude alle pratiche della belomanzia e della epastocopia.

4 Allora i Caldei risposero al re, in aramaico: “O re, possa tu vivere


in perpetuo! Racconta il sogno ai tuoi servi, e noi ne daremo la inter-
pretazione”.

Fino alla drammatica conclusione del concitato scontro verbale, gli interlocutori
del re sono i Caldei. Essi parlano a nome di tutti perché evidentemente sono il
gruppo più rappresentativo. I Caldei dicono al re in aramaico di descrivere il so-
gno e si dichiarano pronti a darne l’interpretazione. Molti commentatori moderni
considerano le parole “in aramaico” una glossa, cioè una nota posta in margine
al testo da un ignoto copista e che un copista posteriore avrebbe inavvertita-
mente introdotto nel testo.
L’avvertenza che da quel punto i Caldei avrebbero parlato in aramaico ci
sembra talmente futile che non ce la sentiamo di condividere l’ipotesi della
glossa. Qualunque lettore si sarebbe reso conto da sé del cambiamento di lin-
gua. Per di più non solo il discorso dei Caldei, ma l’intero testo del libro prose-
gue in aramaico sino alla fine del capitolo settimo. Ci pare più logico pensare
che i Caldei parlano al re in aramaico invece che in babilonese - la lingua della
popolazione autoctona - perché l’aramaico è la lingua originaria della famiglia
reale e della classe dirigente, l’una e l’altra di stirpe caldea come sappiamo.
La frase: “O re, possa tu vivere in perpetuo!” è un saluto augurale in uso
nelle antiche corti orientali. La formula è attestata altrove nella Bibbia e in Da-
niele stesso (cfr. 1Re 1:39; Ne 2:3; Dn 3:10; 6:6,21) e anche fuori della Bibbia: un
saluto formulato in termini molto simili si è trovato nei testi babilonesi contem-
poranei: “Possano Nabu e Marduk concedere al re mio signore lunghi giorni e
anni interminabili”.

5 Il re replicò, e disse ai Caldei: “La mia decisione è presa: se voi non


mi fate conoscere il sogno e la sua interpretazione, sarete fatti a pezzi;
e le vostre case saran ridotte in tanti immondezzai; 6 ma se mi dite il
sogno e la sua interpretazione, riceverete da me doni, ricompensa e
grandi onori; ditemi dunque il sogno e la sua interpretazione”.

Le traduzioni antiche, leggendo l’aramaico )fDzº )


a ’azda’ come voce verbale (da
’azal, “andar via”, “partire”), rendono le parole di Nabucodonosor ai Caldei: “La
cosa mi è fuggita (di mente)” (Diodati), “La chose m’est échappèe” (Ostervald),
“The thing is gone from me” (King’s James Version).
Questa comprensione della frase aramaica ha l’appoggio dei LXX e di Rabbi
Rashi che traducono ’azda’ “è sfuggito”63. Letto così, il testo sembra suggerire

63 - Vedi S.D.A. Bible Commentary, p. 768.

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CAPIRE DANIELE

che i particolari del sogno sono svaniti dalla mente di Nabucodonosor, una cir-
costanza che pare essere in armonia col tenore generale del racconto. I moderni,
leggendo con la maggior parte delle versioni contemporanee ’azda’ come agget-
tivo (“certo”, “sicuro”), pensano che Nabucodonosor celasse di proposito il so-
gno ai Caldei per saggiarne le capacità divinatorie.
Il re è irremovibile nell’esigere che gli indovini gli descrivano i particolari
del sogno che si sono dileguati nella sua memoria. Per noi moderni è una pre-
tesa assurda, non lo è per un despota orientale del sesto secolo a.C., tanto più
che i suoi indovini vantano poteri che consentono loro di penetrare misteri
profondi.
Se costoro falliranno, la loro punizione sarà delle più crudeli: i loro corpi
saranno smembrati (in aramaico }yimD a haddamîn, “pezzi”, “frammenti”) e le loro
f h
abitazioni saranno demolite e ridotte in letamai. I tiranni orientali erano capaci di
simili atrocità (cfr. 2Maccabei 1:16). Il re assiro Assurbanipal si vanta nelle sue
iscrizioni di avere fatto tagliare a pezzi i principi vassalli che gli si sono ribellati.
Il despota babilonese alterna minacce agghiaccianti e promesse allettanti: i
Caldei e i loro colleghi saranno ricompensati con regale munificenza se si deci-
deranno a descrivergli il sogno prima di dargliene l’interpretazione.

7 Quelli risposero una seconda volta, e dissero: “Dica il re il sogno ai


suoi servi, e noi ne daremo l’interpretazione”.

I sapienti si rendono conto che non hanno scampo e cercano di prendere


tempo. Con grande cautela (la forma verbale è diversa rispetto al v. 4) essi rin-
novano al sovrano l’invito ad esporre il sogno dicendosi pronti ad interpretarlo.

8 Il re replicò, e disse: “Io m’accorgo che di certo voi volete guada-


gnar tempo, perché vedete che la mia decisione è presa; 9 se dunque
non mi fate conoscere il sogno, non c’è che un’unica sentenza per
voi; e voi vi siete messi d’accordo per dire davanti a me delle parole
bugiarde e perverse, aspettando che mutino i tempi. Perciò ditemi il
sogno, e io saprò che siete in grado di darmene l’interpretazione”.

Non sfugge a Nabucodonosor che gli indovini stanno cercando di guadagnare


tempo (in aramaico }yénb : zæ ...)ænD
f (i ‘iddâna’... zavnîn, “comprare tempo”). Il S.D.A.
Bible Commentary ipotizza che la rinnovata richiesta dei Caldei suscitasse nel re
il sospetto che temporeggiando essi pensassero di cavarsela in qualche modo,
chissà, forse sperando che il sovrano concedesse una dilazione e nel frattempo
dimenticasse tutto.
Nabucodonosor, che come ogni mesopotamico è convinto che gli dèi co-
municano con gli uomini tramite i professionisti della divinazione, forse crede
ancora che costoro siano in grado di rispondere alla sua richiesta, ma che esitino
a farlo a causa di qualche oscuro complotto tramato a suo danno (“vi siete messi
d’accordo per dire davanti a me delle parole bugiarde e perverse”).
Perciò insiste nella sua richiesta: se gli indovini gli dichiareranno il sogno,

55
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CAPITOLO 2

egli saprà che essi sono sinceri e che l’interpretazione che ne daranno sarà
conforme a verità.

10 I Caldei risposero in presenza del re, e dissero: “Non c’è uomo


sulla terra che possa far conoscere quello che il re domanda; così
non c’è mai stato re, per grande e potente che fosse, il quale abbia
domandato una cosa siffatta a un mago, a un astrologo, o a un Cal-
deo. 11 La cosa che il re domanda è ardua; e non v’è alcuno che la
possa far conoscere al re, tranne gli dèi, la cui dimora non è fra i
mortali”.

I Caldei e i loro colleghi hanno vantato il possesso di poteri straordinari: ora si


vedono costretti a riconoscere le loro umanissime limitazioni: “La cosa che il re
domanda è ardua”. Con comprensibile cautela cercano di far comprendere al ti-
ranno signore di Babilonia che la cosa che egli pretende da loro è al di là delle
possibilità umane, è un segreto nascosto a tutti i mortali e non a loro soltanto:
“non c’è uomo sulla terra che possa far conoscere quello che il re domanda”. Né
vi fu mai sulla terra sovrano, per quanto grande e potente, che avesse preteso
una cosa simile dai suoi indovini.
In fondo è una forma sottile di adulazione: lui, Nabucodonosor, è implicita-
mente incluso nella categoria dei re grandi e potenti. Forse sperando che il re di-
venti ragionevole e rinunci alla sua pretesa nei loro riguardi, i Caldei aggiungono
che quello che il re esige (in aramaico hfLm
i millah, “cosa”, “parola”) è di dominio
degli dèi “la cui dimora non è fra i mortali” (in aramaico )fr& i bisra’, “carne”),
: B
cioè delle divinità superiori che non hanno rapporti con l’umanità, mentre loro,
gli indovini, possono soltanto ricevere le comunicazioni delle divinità inferiori.

12 A questo, il re s’adirò, montò in furia, e ordinò che tutti i savi di


Babilonia fossero fatti perire. 13 E il decreto fu promulgato, e i savi
dovevano essere uccisi...

A nulla è valsa l’abilità dialettica dei caldei: il re è inflessibile, per loro e per i
loro colleghi non c’è scampo. La collera montante del sovrano è descritta con ef-
ficacia mediante due proposizioni di cui la seconda rafforza la prima: “e il re
s’adirò, montò in furia”. Nella sua ira implacabile Nabucodonosor ordina che
siano messi a morte tutti i sapienti di Babilonia (per la prima volta sono chiamati
“sapienti” - aramaico y"myiKx
a chakîmê - i professionisti della divinazione).
Il re promulga seduta stante il decreto che sentenzia la morte di tutti i sa-
pienti di Babilonia: da monarca assoluto, egli esercita un potere illimitato che
niente e nessuno è in grado di contrastare. Difficile dire se la sentenza riguardi
solo gli indovini residenti nella città o se coinvolge anche quelli dispersi nella
provincia, Babel essendo designazione tanto dell’una che dell’altra.
La proposizione subordinata: “e i savi dovevano essere uccisi” (Luzzi), è
resa da altri: “e i savi erano uccisi” (Diodati), “e già i saggi venivano uccisi” (Ver-
sione CEI). L’aramaico consente quest’ultima traduzione, tuttavia dal confronto

56
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CAPIRE DANIELE

con altri casi di proposizioni coordinate nel testo aramaico di Daniele nelle quali
è presente un rapporto di subordinazione, si può evincere che la prima tradu-
zione è migliore della seconda64.

...e si cercavano Daniele e i suoi compagni per uccidere anche loro

Daniele e i suoi amici alla fine dei tre anni di studio nella scuola reale sono stati
ammessi al servizio del re (Dn 1:19). Se ora li si cerca per metterli a morte in-
sieme coi sapienti di Babilonia vuol dire che essi fanno parte della categoria.
Questo in ogni caso non implica che essi pratichino l’esorcismo e la divinazione
(dei fedeli israeliti affronterebbero la morte piuttosto che scendere a patti col pa-
ganesimo, vedi Dn 3:16-18).
Nella scuola reale Daniele e i suoi compagni hanno acquisito la conoscenza
della lingua e della letteratura dei Caldei (Dn 1:4), Caldei essendo qui designa-
zione di nazionalità, non di ufficio. A proposito della cultura di questo popolo, il
Prof. D.J.Wiseman spiega: “I Caldei mantennero le scuole tradizionali babilonesi
in Babilonia, Borsippa, Sippar, Uruk e Ur. In queste scuole la ‘letteratura dei Cal-
dei’ (Dn 1:4; 2:2; 4:7; 5:7,11) comprendeva lo studio delle lingue sumerica, acca-
dica e aramaica (già ‘caldaica’) e di altre lingue ancora, nonché delle vaste let-
terature in queste lingue.
Facevano parte del curriculum specializzato la storiografia, l’astronomia, la
matematica e le medicina”65. Se i quattro giovani ebrei non sono stati convocati
nel palazzo insieme con i sapienti, è stato perché, pur facendo parte della cate-
goria, essi sono ancora dei novizi. Il re ha voluto sollecitare il responso dei rap-
presentanti più autorevoli della cultura magica e divinatoria.

14 Allora Daniele si rivolse in modo prudente e sensato ad Arioc,


capo delle guardie del re, il quale era uscito per uccidere i savi di
Babilonia.15 Prese la parola e disse ad Arioc, ufficiale del re: “Per-
ché questo decreto così perentorio da parte del re?” Allora Arioc
fece sapere la cosa a Daniele.

In Babilonia l’esecuzione delle pene capitali spetta al capo della guardia


reale (in aramaico) )æYxa B a tabbachayya’, un ufficio paragonabile grosso modo a
f +
quello dell’odierno capo della polizia. Evidentemente il capo della guardia reale
ricopre anche l’incarico di capo dei carnefici. Arioc si dà subito da fare per ese-
guire la sentenza del re di cui Daniele viene a conoscenza per esserne coinvolto
insieme coi suoi compagni. Daniele interviene senza indugio, forse prima che
cominci la strage. Deve usare un tatto non comune per farsi ascoltare dal po-
tente personaggio. Egli ha saputo che una sentenza di morte è stata pronunciata
a carico di tutti i savi di Babilonia e deve essere eseguita con rapidità, ma ne

64 - Cfr. H.C.LEUPOLD, op. cit., pp. 93-94.


65 - D.J.WISEMAN, International Standard Bible Encyclopedia, vol. I, p. 632.

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CAPITOLO 2

ignora il motivo. Perciò domanda una spiegazione ad Arioc “ufficiale del re” (in
aramaico) )fKl
: m a shallîta’ dî-malka’, un attributo che sottolinea il potere
a -yid )f+yiL$
eccezionale di cui l’alto funzionario è rivestito). L’aramaico hfpc : x
: h : mehachzfah
a m
giustamente è tradotto “perentorio”, che è più che “urgente”. In sostanza Daniele
vuole sapere perché il decreto del re non ammette dilazione. Arioc, col quale
probabilmente il profeta intrattiene un buon rapporto di amicizia, fornisce al suo
interlocutore la spiegazione richiesta e verosimilmente, fidando nella capacità di
Daniele di sciogliere l’enigma del re, sospende l’esecuzione dei savi di Babilonia.

16 E Daniele entrò dal re, e gli chiese di dargli tempo; che avrebbe
fatto conoscere al re l’interpretazione del sogno.

Nessuno può presentarsi davanti al sovrano senza esserne stato convocato o


quanto meno senza farsi annunciare (Et 4:11). Questa procedura, omessa forse
per motivo di concisione stilistica, deve darsi per scontata (cfr. v. 24).
Daniele non sa ancora niente sul sogno e sul suo significato quando af-
ferma con sicurezza davanti a Nabucodonosor che gli svelerà il segreto. Non è il
gesto avventato di un uomo in pericolo di vita che cerca disperatamente di gua-
dagnare tempo; Daniele crede a quello che dice perché crede all’onnipotenza e
alla bontà del suo Dio. La fede di Daniele è davvero “certezza di cose che si
sperano e dimostrazione di cose che non si vedono! (Eb 11:1).
Nabucodonosor verosimilmente accorda la proroga richiesta dal giovane sa-
piente giudeo, perché a differenza dei Caldei (v.7) costui non ha posto come
precondizione la conoscenza del sogno per darne l’interpretazione, ma ha di-
chiarato con risolutezza che fornirà al re quella interpretazione.

17 Allora Daniele andò a casa sua, e informò della cosa Hanania, Mi-
shael e Azaria, suoi compagni, 18 perché implorassero la misericordia
dell’Iddio del cielo, a proposito di questo segreto, onde Daniele e i suoi
compagni non fossero messi a morte col resto dei savi di Babilonia.

I quattro giovani giudei fanno parte della categoria sociale sulla quale grava
come una spada di Damocle la spietata sentenza di Nabucodonosor. Il pensiero
del giovane profeta si volge all’“Iddio del cielo” da cui soltanto può venire la sal-
vezza. Daniele è certo che l’Iddio del cielo risponderà alle preghiere sue e dei
suoi compagni, come avrebbe potuto altrimenti farsi introdurre alla presenza del
re e dichiarargli in termini perentori che gli avrebbe svelato il sogno?
Non per questo però reputa superfluo cercare nella preghiera l’aiuto di Dio.
Per quanto Daniele e i suoi compagni nella corte pagana abbiano sempre ono-
rato la loro fede con una condotta limpida e senza mai scendere a compromessi
col paganesimo (cfr. 1:8, 11-12), essi non pensano affatto di avere per questo dei
meriti personali da far valere davanti a Dio.
Come è nel suo stile (cfr. 9:18), Daniele si affida soltanto alla misericordia
dell’Iddio del cielo (l’espressione “Iddio del cielo” suona polemica nei confronti
della religione astrale babilonese). Daniele dice candidamente e onestamente

58
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CAPIRE DANIELE

che è per avere salva la vita che lui e i suoi amici domandano a Dio di rivelare
loro il segreto che Nabucodonosor vuole conoscere. Non è viltà per un uomo
retto cercare di scampare alla morte quando non sia messa in gioco la fedeltà a
Dio e alla sua legge. La vita dei figli di Dio è servizio e missione: accettarne su-
pinamente il sacrificio quando non sia necessario farebbe soltanto il gioco del
nemico dell’Iddio del cielo perché la sua opera sulla terra sarebbe privata di
energie e talenti di cui essa ha tanto bisogno.

19 Allora il segreto fu rivelato a Daniele in una visione notturna. E


Daniele benedisse l’Iddio del cielo.

La rivelazione che Daniele riceve in una visione notturna è la risposta alla pre-
ghiera sua e dei suoi compagni. La visione (in aramaico )æw: zehB
: bechezwah, forma
enfatica di chezû, corrispondente all’ebraico chazôn) è la via per la quale il Si-
gnore si rivela ai profeti del suo popolo.
Il sogno (in aramaico chalôm) è una via di rivelazione divina secondaria at-
traverso la quale Dio talvolta fa pervenire avvertimenti e premonizioni a uomini
alieni dal suo popolo. Daniele non dimentica di ringraziare Dio dopo avere rice-
vuto quanto aveva domandato a Lui in preghiera.

20 Daniele prese a dire: “Sia benedetto il nome di Dio, d’eternità in


eternità! Poiché a lui appartengono la sapienza e la forza. 21 Egli
muta i tempi e le stagioni; depone i re e li stabilisce, dà la sapienza
ai savi, e la scienza a quelli che hanno intelletto. 22 Egli rivela le cose
profonde e occulte; conosce ciò ch’è nelle tenebre, e la luce dimora
con lui. 23 O Dio de’ miei padri, io ti rendo gloria e lode, perché
m’hai dato sapienza e forza, e m’hai fatto conoscere quello che t’ab-
biam domandato, rivelandoci la cosa che il re vuole”.

Questa pericope in versi è stata definita “il salmo di Daniele”66. In effetti sia la
forma letteraria che il tenore del contenuto fanno pensare a un salmo laudativo.
Dalle analogie con espressioni poetiche parallele nel salterio, in Giobbe e in
Isaia, l’autore citato sopra deduce una vasta conoscenza delle Scritture da parte
di Daniele.
In questa bella preghiera il profeta anzitutto benedice il nome di Dio
()fhl
f ) : shemeh dî-’elaha’). Il nome tra i Semiti sta per la persona che lo
E -yiD H"m$
porta. Jahvé è il sacro Nome col quale Dio si è rivelato ai padri per mezzo di
Mosè (Es 3:15), il Nome ineffabile che esprime la totale alterità e atemporalità
del Dio d’Israele. A Lui Daniele ascrive gli attributi della sapienza e della forza e
riconosce il potere di mutare tempi e stagioni (“tempi”, )æYná Df (i ‘iddanayya’ equi-
vale probabilmente ad anni, “stagioni”, )æYná m
: zé zimnayya’, a periodi di più breve
durata). “In questa espressione - nota Montgomery citato da Leupold - c’è una

66 - LEUPOLD, op. cit.

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CAPITOLO 2

sfida al fatalismo della religione astrale babilonese”. Dio, in effetti, ha il controllo


del tempo: è Lui che determina la durata dei regni e delle dinastie, è Lui che sta-
bilisce i re sul trono e li depone. È la filosofia della storia che soggiace a tutto il
libro di Daniele (cfr. 4:17,25,32; 5:21).
Da Dio - riconosce ancora Daniele - discende la vera sapienza ()ft:m:kfx
chokhmetha’) che rende gli uomini savi (}yimyiKx a chakhîmîn), e da Lui procede la
vera scienza (hænyiB bhinah). Ma soprattutto Daniele esalta il potere di Dio di rive-
lare agli uomini cose che altrimenti resterebbero a loro per sempre occulte e im-
penetrabili, e questo potere precisamente Egli ha esercitato in favore dei suoi
servi fedeli.
Daniele chiude la sua bella preghiera col rendere lode e gloria all’Iddio dei
padri che lo ha dotato di sapienza e di forza (l’aramaico gevurtha’ secondo Leu-
pold si tradurrebbe meglio “abilità”: si tratterebbe della capacità di risolvere il
problema del momento) e gli ha fatto conoscere il segreto per il quale egli e i
suoi compagni lo hanno invocato, svelando a lui, Daniele, “la cosa” (aramaico
millâh) che il re vuole.

24 Daniele entrò quindi da Arioc, a cui il re aveva dato l’incarico di


far perire i savi di Babilonia; entrò, e gli disse così: “Non far perire i
savi di Babilonia! Conducimi davanti al re, e io darò al re l’interpre-
tazione”.

Daniele non può presentarsi davanti al re se non accompagnato e introdotto da


qualcuno che sia preposto a tale ufficio. Questo dettaglio, sottaciuto nel v. 16,
qui è dichiarato in modo esplicito. Daniele contatta Arioc per farsi introdurre alla
presenza del sovrano. Ancora una volta è sottolineato l’incarico crudele di cui è
stato investito il capo della guardia reale.
È da notare la nobile premura di Daniele verso i condannati a morte. La
prima richiesta che rivolge al potente funzionario che ha nelle mani la loro vita è
di non farli perire.
Se Daniele e i suoi compagni si fossero trovati essi soltanto in una situa-
zione siffatta ci sarebbe stato qualcuno disposto a intercedere per la loro vita?
“Gli empi non sanno quanto siano debitori ai giusti. Eppure quante volte i mal-
vagi non hanno messo in ridicolo e perseguitato coloro ai quali dovettero la
vita”67. Daniele dunque domanda ad Arioc di risparmiare la vita dei savi di Babi-
lonia e di condurlo dal re al quale svelerà il significato del sogno (è perché ha la
certezza di possedere questo segreto che egli sa di potere osare tanto).

25 Allora Arioc menò in tutta fretta Daniele davanti al re, e gli parlò
così: “Io ha trovato, fra i Giudei che sono in cattività, un uomo che
darà al re l’interpretazione”.

67- S.D.A. Bible Commentary, vol. IV, p. 770

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CAPIRE DANIELE

La fretta (hflhf B
: t
: h : behithbehalah) con cui Arioc conduce Daniele dal re è moti-
i B
vata dalla contentezza che sia stato scoperto il segreto che preme al sovrano,
come suppone il S.D.A. Bible Commentary, oppure dal fatto che incombe una
scadenza improrogabile, forse la dilazione che il re ha concesso a Daniele (v.
16)? A noi sembra più probabile questa seconda ipotesi.
Se essa è corretta, si può immaginare con quanto sollievo Arioc possa avere
accolto la richiesta dell’esule giudeo. Una carneficina, che oltretutto coinvolge gli
uomini più illustri del paese e forse anche degli amici personali del capo della
guardia non deve essere un compito facile neppure per un uomo duro e abi-
tuato a ubbidire ciecamente come quest’ultimo.
Arioc vuole avere un ruolo di protagonista nella drammatica vicenda: si at-
tribuisce il merito di avere scoperto lui fra i Giudei deportati in Babilonia, un
uomo che potrà svelare il segreto del re. Il dettaglio sembra incongruente. Infatti
Nabucodonosor sa che questo giudeo gli fornirà l’interpretazione del sogno (v.
16). L’incongruenza comunque cade se si ammette che Arioc possa avere igno-
rato tale circostanza.
Il v. 16, come si è visto, sottintende che qualcuno abbia introdotto Daniele
in presenza del sovrano la prima volta, ma questi può non essere stato il capo
della guardia del re.

26 Il re prese a dire a Daniele, che si chiamava Beltsatsar: “Sei tu ca-


pace di farmi conoscere il sogno che ho fatto e la sua interpreta-
zione?”

Il nome originario del profeta evoca le sue radici giudaiche, il nome babilonese
ricorda realisticamente che egli è sottoposto alla sovranità ed è al servizio del re
di Babilonia.
Sorvolando i preliminari, Nabucodonosor menziona subito il problema che
lo assilla: “Sei tu capace di farmi conoscere il sogno...?” La domanda sembra sug-
gerire in primo luogo che la rivelazione del sogno prema al re quanto la sua in-
terpretazione se non più, secondariamente che Nabucodonosor sia tuttora con-
vinto che un uomo dotato di vere virtù divinatorie debba essere capace di indo-
vinare il sogno di un altro uomo (“Sei tu capace...?”), e infine che un’ombra di
scetticismo attenui le aspettative del re, cosa peraltro comprensibile dopo il falli-
mento dei celebrati sapienti di Babilonia.

27 Daniele rispose in presenza del re, e disse: “Il segreto che il re do-
manda, né savi, né incantatori, né magi, né astrologi possono sve-
larlo al re; 28 ma v’è nel cielo un Dio che rivela i segreti, ed egli ha
fatto conoscere al re Nebucadnetsar quello che avverrà negli ultimi
giorni...

“Daniele rispose in presenza del re...”. Colui alla cui presenza è stato condotto
questo deportato giudeo, e alla cui domanda deve adesso rispondere, non è un
mortale qualunque, è il re di Babilonia, il potente signore che domina su una va-

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CAPITOLO 2

sta area del mondo abitato (cfr. v. 38), il despota crudele che dispone a suo ta-
lento della vita e della morte dei suoi sudditi (cfr. v. 12).
Al contrario dell’interpellante, che viene subito al sodo, l’interpellato esordi-
sce con un breve preambolo. Le parole introduttive del profeta tradiscono la sua
preoccupazione dominante che è di rendere onore e gloria all’Iddio Unico da-
vanti a questo dominatore pagano la cui visione religiosa è popolata di una mol-
titudine di divinità.
Prima di tutto Daniele dichiara la totale impotenza umana di fronte alla ri-
chiesta del re, preparando in tal modo il terreno per la glorificazione di Dio: “Il
segreto che il re domanda, né savi, né incantatori, né magi, né astrologi possono
svelarlo al re”. Alle categorie di indovini già menzionate (v. 2) se ne aggiunge
una nuova, quella dei gazrîn, termine che viene correttamente tradotto “astro-
logi” (vedi il commento ai vv. 2 e 3).
La premessa ha aperto la via ad un’affermazione ardita che occupa il centro
dei pensieri di Daniele: “v’è nel cielo un Dio che rivela i segreti…”
Quello che Daniele ha detto fin qui in sostanza non differisce da quello che
avevano detto i Caldei. Costoro infatti avevano dichiarato: “Non c’è uomo sulla
terra che possa far conoscere quello che il re domanda tranne gli dèi la cui di-
mora non è fra i mortali” (vv. 10,11). La sola differenza - e non certo di poco
conto - sta nella contrapposizione radicale tra la visione monoteistica di Daniele
(“un Dio”) e la concezione politeistica degli indovini pagani (“gli dèi”).
Daniele, dunque, ha sostanzialmente ribadito un concetto già noto a Nabu-
codonosor, un concetto che aveva eccitato l’ira violenta del re (v. 12). Ma adesso
giunge la rivelazione che appagherà la sua aspettativa. L’Iddio del cielo che ri-
vela i segreti “ha fatto conoscere al re Nebucadnetsar quello che avverrà negli
ultimi giorni”. L’espressione aramaica )æYm a Oy tyirx
A ) : be‘acharîth yomayya‘ indica
a B
lo scadere di un periodo futuro di tempo la cui estensione sarà determinata dalla
successione degli eventi rivelati nel sogno.
Non Bel-Marduk, il signore supremo del pantheon babilonese, non suo fi-
glio Nebo, il dio della scienza il cui nome è incorporato nel nome del re, ma l’Id-
dio del cielo, il vero e unico conoscitore dei segreti, è Quegli che ha voluto far
conoscere al re Nabucodonosor il corso futuro degli eventi fino alla consuma-
zione dei secoli (è già delineato il significato fondamentale della rivelazione).

28b ... Ecco quali erano il tuo sogno e le visioni della tua mente
quand’eri a letto. 29 I tuoi pensieri, o re, quand’eri a letto, si riferi-
vano a quello che deve avvenire da ora innanzi; e colui che rivela i
segreti t’ha fatto conoscere quello che avverrà.

“Sogno” (in aramaico chelem) si riferisce probabilmente all’oggetto globale


dell’esperienza onirica, “visioni” (in aramaico chezwê) ai particolari. Il sogno che
ha suscitato inquietudine nell’animo del re non è stato un fatto accidentale. Per
illuminazione divina Daniele conosce, e svelerà al re, non solo il sogno e la sua
interpretazione, ma finanche la circostanza che lo ha preceduto e in qualche
modo determinato. Disteso nel suo letto regale, Nabucodonosor stentava a pren-

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CAPIRE DANIELE

dere sonno e i suoi pensieri vagavano nell’oscurità impenetrabile che cela agli
uomini il futuro. Con un seguito di rapide e fortunate campagne militari, il so-
vrano della nuova Babilonia ha creato un impero che si estende dalle rive del
Golfo Persico alle sponde del Mediterraneo e raccoglie entro i suoi confini etnie
differenziate per linguaggi e tradizioni culturali e religiose.
Quanto a Babilonia, egli ha in mente progetti ambiziosi per farne la metro-
poli più splendida del mondo. Ma quali sorprese riserba il futuro immediato? E
quale sorte sarà riservata al vasto impero e alla sua superba capitale dopo di lui?
L’Iddio del cielo, sconosciuto a Nabucodonosor ma che Daniele serve e adora, si
è degnato di far conoscere al re tutto questo e ancora più di questo. Lo ha fatto
per una via che tocca particolarmente la sensibilità del re come di ogni mesopo-
tamico: il sogno.
Una forma oscura di rivelazione, sicuramente, ma appunto per questo tale
da richiedere l’intervento dei professionisti della divinazione, col risultato, impre-
vedibile per Nabucodonosor, che si paleseranno da una parte l’impotenza degli
indovini pagani e quindi delle divinità che essi evocano, e dall’altra l’illumina-
zione di Daniele e conseguentemente il potere del Dio che egli serve.

30 E quanto a me, questo segreto m’è stato rivelato, non per una sa-
pienza ch’io possegga superiore a quella di tutti gli altri viventi, ma
perché l’interpretazione ne sia data al re, e tu possa conoscere quel
che preoccupava il tuo cuore.

Con umiltà e onestà Daniele mette da parte la sua persona e di nuovo glorifica
pur senza nominarlo l’Iddio del cielo che ha risposto all’invocazione sua e dei
suoi compagni.
Se egli conosce il segreto del re - dice Daniele in perfetta coerenza con
quanto aveva premesso al v. 27 - è perché gli è stato rivelato, e non perché egli
sia in possesso di una sapienza che sopravanzi ogni umana conoscenza.
Il segreto gli è stato rivelato al solo scopo di far conoscere al re Nabucodo-
nosor la giusta interpretazione del sogno e con esso la risposta del cielo agli in-
terrogativi che lo avevano turbato prima di addormentarsi.

31 Tu, o re, guardavi, ed ecco una grande statua; questa statua,


ch’era immensa e d’uno splendore straordinario, si ergeva dinanzi
a te, e il suo aspetto era terribile.

Nel sogno era parso a Nabucodonosor che una statua di smisurata grandezza si
ergesse davanti a lui. L’imponenza della figura plastica è enfatizzata dall’inter-
prete con un duplice riferimento alla sua dimensione: “una grande statua”
()yiGa& dax {"l:c tzelem chad sagghî’), e: “questa statua che era immensa”
(bar }"KD
i )fml a tzalma’ diken rav). Abbaglianti riflessi metallici conferivano alla gi-
: c
gantesca figura un aspetto se possibile ancor più terrificante. Si può immaginare
lo stupore ammirato del sovrano mentre Daniele gli descrive con precisione il
sogno che era svanito dalla sua mente.

63
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CAPITOLO 2

32 La testa di questa statua era d’oro fino; il suo petto e le sue brac-
cia eran d’argento; il suo ventre e le sue cosce, di rame; 33 le sue
gambe, di ferro; i suoi piedi, in parte di ferro e in parte d’argilla.

Dopo una sommaria presentazione d’insieme dell’immagine onirica, il profeta


passa a descriverla nei dettagli. Quattro metalli di valore e lucentezza decrescenti
si susseguivano dall’alto verso il basso. D’oro fino parevano essere fatti il capo e
il collo, e di argento lucido il torace con le spalle e le braccia.
Il ventre e le cosce sembravano essere di rame (l’aramaico $fxnº nechâsh può
anche tradursi “bronzo”, e forse questa è la traduzione che si addice meglio,
giacché nell’antichità questa lega metallica era più comune del rame puro come
è attestato dall’abbondanza di oggetti di bronzo rinvenuti dagli archeologi). In-
fine le gambe della grande statua sembravano essere di ferro, un metallo che nel
Vicino Oriente si diffuse a partire dal XIII secolo a.C. fin quasi a soppiantare il
bronzo.
L’impressione poteva essere quella di una formidabile solidità, stante la du-
rezza e la compattezza dei metalli; in realtà l’incoerente amalgama di ferro e ar-
gilla su cui il colosso poggiava rendeva quest’ultimo estremamente fragile. G.Ri-
naldi (op. cit., pp. 52, 54) suppone che i piedi fossero di creta con un rivesti-
mento esterno di ferro (“in parte di ferro e in parte d’argilla”), ma l’espressione
del v. 41: “il ferro mescolato con la molle argilla (rfxpe -yiD vasx
A “argilla da vasaio”),
(Rinaldi: “creta fangosa”), fa pensare piuttosto a un miscuglio di argilla e pezzetti
di ferro. Il termine aramaico tradotto “argilla”, vasx
A chasaf, denota piuttosto il ma-
nufatto che non la materia con cui lo si modella. “Terracotta” sarebbe una tradu-
zione più appropriata.

34 Tu stavi guardando, quand’ecco una pietra si staccò, senz’opera


di mano, e colpì i piedi di ferro e d’argilla della statua, e li frantumò.
35 Allora il ferro, l’argilla, il rame, l’argento e l’oro furon frantumati
insieme, e diventarono come la pula sulle aie d’estate; il vento li
portò via, e non se ne trovò più traccia; ma la pietra che aveva col-
pito la statua diventò un gran monte, che riempì tutta la terra.

La scena, finora statica, d’un colpo si fa movimentata. Una pietra non mossa da
mano umana si stacca da un monte che fiancheggia la statua e va a colpirla nella
parte più fragile. Immediatamente il colosso, che pareva indistruttibile, si afflo-
scia su se stesso riducendosi in minuti frammenti d’oro, d’argento, di bronzo, di
ferro e di terracotta subito dispersi dal vento. La totale sparizione dei frammenti
è sottolineata con l’espressione: “non se ne trovò più traccia” (letteralmente “non
si trovò più posto per essi”).
Il sasso che provocò tanto sfacelo crebbe a dismisura fino a diventare una
montagna grande quanto la terra (la “terra”, )f(r a ’ar‘a’ in aramaico, è l’area cir-
: )
costante la statua che il soggetto sognante poteva abbracciare con lo sguardo).
I metalli (v. 35) sono nominati in ordine inverso rispetto ai vv. 32 e 33 per-
ché la statua comincia a disintegrarsi dal basso, dove la pietra l’ha colpita.

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CAPIRE DANIELE

36 Questo è il sogno; ora ne daremo l’interpretazione davanti al re.

Proprio come il re aveva voluto, Daniele distingue nettamente il sogno dalla sua
interpretazione: prima descrive la scena, poi la interpreta. Nabucodonosor sem-
bra convinto che la capacità di svelare il sogno garantisca la giustezza della sua
interpretazione (vedi v. 9 u.p.).
La forma plurale del verbo: “ne daremo l’interpretazione”, esprime l’umiltà
di Daniele che ha voluto dividere coi compagni quello che il re avrebbe consi-
derato come un merito eccezionale. In fondo la rivelazione del segreto che Da-
niele aveva ricevuto in visione (vv. 17, 18) era stata la risposta del Cielo alla pre-
ghiera sua e dei suoi compagni.

37 Tu, o re, sei il re dei re, al quale l’Iddio del cielo ha dato l’impero,
la potenza, la forza e la gloria; 38 e dovunque dimorano i figlioli degli
uomini, le bestie della compagna e gli uccelli del cielo, egli te li ha dati
nelle mani, e t’ha fatto dominare sopra essi tutti. La testa d’oro sei tu.

“Tu, o re, sei il re dei re”. Con questo superlativo aramaico Daniele ha voluto
esprimere la deferenza dovuta a un grande monarca, non certo un complimento
adulatorio.
Del resto questo titolo, che anche Ezechiele riconosce al re di Babilonia (Ez
26:7), si addice bene a Nabucodonosor.
Nel contesto politico dell’epoca, nessun sovrano ha potuto rivaleggiare col
signore di Babilonia, nessun regno ha potuto eguagliare il suo per potenza e
splendore. Tutto questo però non era soltanto né primariamente il risultato di
fattori puramente umani.
È stato l’Iddio del cielo - l’Iddio che ha voluto rivelare a Nabucodonosor il
gran “segreto”- che gli ha conferito l’impero (cioè la sovranità, l’autorità regale),
la potenza (vale a dire la capacità di governare), la forza (ovvero l’energia con
cui far fronte ai problemi esterni) e la gloria (ossia il prestigio che viene da un
esercizio illuminato della sovranità), e ha ridotto sotto la sua signoria le masse
umane e la moltitudine di creature selvatiche che popolano le regioni del suo
vastissimo dominio.
“Tu sei la testa d’oro”. La testa è la parte più nobile del corpo umano e
l’oro è il più nobile dei metalli. Questa parte di maggior pregio della statua che
Nabucodonosor vide in sogno, dunque una raffigurazione dell’impero neo-babi-
lonese che Daniele identifica per metonimia col suo sovrano.
Nell’antichità il re era visto come l’incarnazione del regno e questa conce-
zione si rispecchia anche nel nostro libro dove in più di un luogo (cfr. v. 39a e
7:17, 23) i termini “re” e “regno” sono equivalenti e intercambiabili. Nel caso di
Nabucodonosor tale identificazione tanto più gli si addice essendo stato lui l’ar-
tefice dell’impero sul quale regna.
Per molti aspetti l’epoca di Nabucodonosor fu davvero un’epoca aurea. A
parte l’esercizio dispotico dell’autorità regale - caratteristica peraltro comune a
tutti i regnanti dell’epoca, e non soltanto di quell’epoca - Nabucodonosor fu per

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CAPITOLO 2

altri versi un sovrano illuminato68. Della nuova Babilonia, così come lui la volle
e la realizzò, si può dire che nessuna città del mondo contemporaneo fu in
grado di competere con lei quanto a splendore materiale e culturale.
Sul piano dell’arte, basta ricordare alcune delle sue splendide opere archi-
tettoniche, come i favolosi giardini pensili, come la stupenda porta di Ishtar e la
grande via processionale che si apriva dietro di essa, come gli imponenti edifici
sacri dell’Esagila... Tutte opere che testimoniano l’abilità eccezionale degli archi-
tetti che le eseguirono.
Sul piano della cultura letteraria e scientifica, è sufficiente menzionare i testi
mitologici e le opere di matematica, di astronomia e di medicina che si custodi-
vano nelle biblioteche dei templi e del palazzo reale e che l’archeologia ha ricu-
perato in buona parte. Sono opere che rivelano l’alto livello culturale a cui erano
pervenuti i letterati e gli scienziati di Babilonia. L’oro è davvero un simbolo ap-
propriato per raffigurare la civiltà neo-babilonese!

39 e dopo di te sorgerà un altro regno, inferiore al tuo; poi un terzo


regno, di rame, che dominerà sulla terra; 40 poi vi sarà un quarto re-
gno, forte come il ferro; poiché, come il ferro spezza ed abbatte ogni
cosa, così, pari al ferro che tutto frantuma, esso spezzerà ogni cosa.

L’aggettivo indefinito “altro”, quando è usato come lo usa qui Daniele, stabilisce
un rapporto di uguaglianza tra la cosa a cui è riferito e la cosa nominata prima.
“Un altro” (in aramaico yirx f ’acharî) in questo passo è riferito a “regno” (in ara-
F )
maico Uk:lma malkû), e la cosa nominata prima è la persona del re (“e dopo di te”,
in aramaico uvathrak). Pertanto “dopo di te” non significa “dopo la tua per-
sona”, ma “dopo il tuo regno”.
Difatti il regno di Persia non sorse dopo Nabucodonosor, ma dopo Babilo-
nia. Trascorsero 23 anni e si succedettero sul trono di Babilonia quattro re fra la
scomparsa di Nabucodonosor e l’avvento di Ciro, fondatore dell’impero per-
siano. In definitiva in questo passo danielico la persona del re appare come il
simbolo e l’incarnazione vivente del regno, il che è perfettamente conforme allo
spirito dell’Antico Oriente.
Daniele dunque predice il trapasso del dominio universale da Babilonia a
un regno successivo (in aramaico: yirFxf) Uk:lam {Uq:T \fr:tfbU uvathrak theqûm
malkû ’acharî, alla lettera: “e dopo di te sorgerà un regno un altro”). L’aggettivo
indeterminato ’acharî (“un altro”) che accompagna il sostantivo malkû (“re-
gno”), significa in sostanza “un secondo uguale”; dunque “re” e “regno” in que-
sta frase sono concetti equivalenti. In altre parole, quel “dopo di te” equivale a
dopo il tuo regno.
L’avvento del regno di Persia alla caduta di Babilonia ventitrè anni dopo la
morte di Nabucodonosor convalida, se ve ne fosse bisogno, questa tesi lapalis-
siana. Cfr. il commento di 7:3. L’avverbio temporale bathar, una volta espresso e

68 - Cfr. G. PETTINATO, Babilonia, centro dell’universo, cap. IX.

66
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CAPIRE DANIELE

due volte sottinteso, denota una successione di eventi consecutivi. In sostanza il


sogno di Nabucodonosor anticipa, in una mirabile sintesi allegorico-profetica, il
mutevole panorama politico del mondo futuro.
La sequenza oro/argento/bronzo/ferro-argilla rappresenta il succedersi delle
potenze terrene dal tempo di Daniele fino all’avvento del regno di Dio. La serie
dei regni si apre con Babilonia, all’apice della sua grandezza al tempo di questa
rivelazione (l’Assiria non conta più nel panorama profetico appartenendo oramai
alla storia).
Questa parte del commento si limita a una sommaria disamina delle ipotesi
principali riguardo all’identità dei regni. Sulla loro storia si dilungherà di più il
commento del capitolo settimo.
L’identità del primo regno è rivelata senza possibilità di fraintendimenti (vv.
37 e 38). Sugli altri regni gli espositori sono divisi.
Merita appena un cenno l’ipotesi isolata di qualche studioso che ha visto
nei metalli raffigurazioni di personaggi piuttosto che di nazioni (ROWLEY: 1. Na-
bucodonosor, 2. Belsazar, 3. Dario, 4. Alessandro; VAN HOONACKER: 1. Nabucodo-
nosor, 2, Evil-merodac, 3. Neriglissar, 4. Nabonide).
Dall’antichità fino ai nostri giorni, gli interpreti ebrei e cristiani di Daniele
hanno scorto quasi unanimemente le grandi monarchie universali da Babilonia
in avanti nelle quattro parti della statua. Sull’identità dei regni nell’antichità ci fu
una sostanziale convergenza. Oggi sussiste una notevole divergenza.
Con EMANUELE TESTA69 distinguiamo tre principali indirizzi interpretativi
nell’esegesi moderna di Daniele capitoli due e sette:
(1) la teoria greca, che identifica Babilonia con l’oro, la Media con l’ar-
gento, la Persia col bronzo e la Grecia col ferro;
(2) la teoria siriana che propone la sequenza Babilonia/Medo-Persia/Ales-
sandro e i Diadochi/la Siria dei Seleucidi;
(3) la teoria romana che scorge nei quattro metalli Babilonia, Medo-Persia,
Grecia e Roma.
La teoria “romana” è la più antica ed è quella che ha raccolto i maggiori
consensi nel passato. Oggi è mantenuta dai conservatori, per lo più protestanti.
Le teorie “greca” e “siriana” sono adottate dai commentatori di tendenza critico-
liberale, che sono i più numerosi (i cattolici di lingua italiana si attengono di pre-
ferenza alla spiegazione siriana)70.

La teoria greca appare fragile principalmente per due ragioni:

(1) essa separa arbitrariamente la Media e la Persia, due nazioni affini etni-
camente e culturalmente le quali nel periodo storico a cui si riferisce la profezia
formavano uno stato unitario, come le considera correttamente Daniele (5:28;

69 - EMANUELE TESTA, Messaggio della salvezza, vol. III, nota 7, pp. 142-143.
70 - Vedi E.TESTA, op. cit., G.RINALDI, Daniele.

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CAPITOLO 2

6:8,12,15; 8:20)71.
(2) Questa teoria lascia un vuoto abissale fra il quarto regno e il regno di Dio.

La teoria siriana non è molto più coerente dell’ipotesi “greca”. Intanto


non meglio di quella essa riesce a colmare il “gap” tra il quarto regno e il regno
di Dio. Inoltre i fatti la contraddicono. Daniele attribuisce al quarto regno straor-
dinaria compattezza (“forte come il ferro”) e schiacciante pressione militare
(“esso spezzerà ogni cosa”). Il regno dei Seleucidi non ebbe né l’una né l’altra.
Dal tempo di Antioco III in poi il suo territorio venne riducendosi a causa
di perdite dovute a sconfitte militari o defezioni. Misurandosi con l’Egitto dei To-
lomei la Siria collezionò più sconfitte che successi, e se infine Antioco III riuscì
ad avere ragione di Tolomeo IV, sottraendogli Cipro, la Celesiria e la Palestina,
soccombette poi a Magnesia, nel 190 a.C., di fronte alle forti legioni di Roma e
dovette accettare le dure condizioni di pace imposte da Lucio Cornelio Scipione:
abbandono delle isole egee, cessione dei possedimenti in Asia Minore, consegna
di gran parte della flotta e di venti ostaggi fra cui uno dei suoi figli - il futuro An-
tioco IV - e pagamento di un’indennità di 15.000 talenti entro dodici anni72. Non
migliore fortuna ebbe il figlio e successore di Antioco III, Antioco IV Epifane che
i Romani costrinsero nel 168 a.C. a sgombrare l’Egitto e a rinunciare alla sua an-
nessione73. I successori dell’Epifane dovettero persino abbandonare la Palestina
a seguito delle epiche lotte dei Maccabei74. Può mai essere stata la Siria seleu-
cida il regno del ferro che tutto frantuma?

La spiegazione romana è la più coerente. Non ci sono dubbi che


all’epoca del declino dei regni ellenistici, ultimi eredi dell’impero di Alessandro
(I secolo a.C.), ci fosse una sola potenza nel bacino del Mediterraneo che po-
tesse rispondere alle caratteristiche del quarto regno di Dn 2, e questa potenza
era Roma. Roma che, sbaragliata la forte rivale Cartagine, si affaccia con prepo-
tenza sulle terre bagnate dal Mediterraneo orientale.
Si è detto più sopra che la spiegazione “romana” di Dn 2 e 7 è la più an-
tica. In effetti essa fu adottata dall’esegesi ebraica di Daniele prima dell’era cri-
stiana. L’identificazione di Roma nel quarto regno danielico doveva già essere

71 - Talvolta Daniele usa isolatamente i termini “medo/medi” e “persiano” (5:31; 6:28; 9:1;
11:1), ma li usa come designazioni di nazionalità e non di stati. Varie volte il nome della Persia
compare isolato verso la fine del libro (10:1,13,20 e 11:2), ma poiché senza eccezioni esso è
associato al nome di Ciro - l’unificatore di stirpe persiana dei due regni - o ad anonimi succes-
sori di Ciro, l’inclusione della Media è implicita. Daniele non nomina mai la Media come stato
autonomo e in effetti essa non lo fu più da quando Ciro II l’ebbe ridotta sotto la sovranità degli
Achemenidi nove anni prima della conquista di Babilonia.
72 - Vedi G.RICCIOTTI, Storia d’Israele, IV ediz., vol. II, pp. 59, 60.
73 - G.RICCIOTTI, ibidem, p. 62.
74 - Vedi G.RICCIOTTI, ibidem, p. 321.

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CAPIRE DANIELE

nota ai Giudei della diaspora alessandrina se i traduttori in greco di Daniele re-


sero “i Romani” l’espressione ebraica “le navi di Kittim” in Dn 11:30. Questa in-
terpretazione divenne la norma dell’ebraismo posteriore. Nel primo secolo della
nostra era essa fu applicata dagli ignoti autori del IV Esdra (11:1 e 12:10 e segg.)
e dell’Apocalisse di Baruc. GIUSEPPE FLAVIO non si pronuncia sull’identità del
quarto regno, e si può capirlo avendo egli intrattenuto rapporti di amicizia coi
Romani, ma in Antichità Giudaiche (lib. IX, I, 329) lo storico giudeo interpreta
come compimento della profezia di Daniele la tragica fine di Gerusalemme
nell’anno 70 riconoscendo di fatto Roma nel quarto regno di Dn 2 e 7.
Questa linea interpretativa fu mantenuta in seno all’ebraismo posteriore,
come fanno fede il Talmud, i Midrashim e il Targum, e nei secoli seguenti (dal
IX al XVII) i rabbini che hanno commentato Daniele75.
L’esegesi cristiana antica condivise l’interpretazione tradizionale ebraica sui
quattro regni danielici. Nella seconda metà del secondo secolo IRENEO interpretò
Dn 2 secondo il modello ebraico. Il vescovo di Lione, sebbene non nomini mai
Roma per comprensibili ragioni di prudenza, era conscio di vivere sotto il quarto
impero76.
Invece TERTULLIANO al principio del secolo seguente menziona Roma senza
reticenze in rapporto alle profezie danieliche. Nello stesso periodo IPPOLITO RO-
MANO conferma l’identificazione tradizionale dei quattro regni.
Nel secolo seguente EUSEBIO DI CESAREA vede anch’egli l’Impero Romano
nell’ultimo dei regni terreni di cui parla Daniele, e al principio del V secolo GI-
ROLAMO, il principe degli antichi espositori cristiani di Daniele, scrive testual-
mente riguardo al quarto regno che esso “chiaramente concerne quello dei Ro-
mani”77. Sempre nel V secolo, TEODORETO DI CIRO scorge nel regno del ferro
un’immagine di Roma.
I primi riformatori nel secolo XVI interpretarono secondo il modello
ebraico-cristiano antico Dn 2 e 7.
LUTERO e MELANTONE identificarono con Babilonia, Medo-Persia, Grecia e
Roma le quattro parti della statua.
Nel secolo XVIII però l’ermeneutica biblica protestante si allontanò dalla li-
nea ortodossa dei primi riformatori. Sotto l’influenza del razionalismo illumini-
stico, i biblisti protestanti trattarono la Scrittura alla stregua di un libro comune.
Negato il valore della profezia, essi sostituirono all’interpretazione storicistica di
Daniele quella preteristica escogitata sul finire del XVI secolo dal gesuita L.DE AL-
CAZAR e di conseguenza, ripudiata la tesi romana su Dn 2 e 7, adottarono l’ipo-
tesi “greca” o quella “siriana”.
Oggi questa linea interpretativa, come si è detto, è seguita dall’esegesi libe-
rale protestante e da gran parte dell’esegesi cattolica.

75 - Vedi J.ZURCHER, “Le quatre empires universels” in Daniel, questions débattues, p. 153.
76 - Adv. Haer., V, 26.
77 - Girolamo su Daniele, pp. 48, 49

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CAPITOLO 2

In polemica con gli interpreti liberali, i conservatori hanno difeso e mante-


nuto fino ai nostri giorni il valore profetico del libro di Daniele. Sono stati nume-
rosi gli autori protestanti, e meno quelli cattolici, che hanno adottato la spiega-
zione “romana” di Dn 2 e 7.
Fra i primi ricorderemo C. A. AUBERLEN (1854), L. GAUSSEN (1850), C. BOUT-
FLOWER (1923), R. D. WILSON (1938), E. J. YOUNG (1949), H. C. LEUPOLD (1949), G.
L. ARCHER Jr. (1985); e fra i secondi J. FABRE D’ENVIEU (1888), E. PHILIPPE (1927) E J.
LINDER (1939). Gli autori avventisti che hanno commentato Daniele (U. SMITH, R.
A. ANDERSON, J. VUILLEUMIER, A. F. VAUCHER, A. J. FERCH e altri) si sono attenuti
unanimemente alla tesi “romana”.
Nel testo danielico una o più note individuali caratterizzano ciascuno dei
quattro regni. Del primo si sottolinea la dimensione spaziale: “dovunque dimo-
rano i figlioli degli uomini... egli (l’Iddio del cielo) te li ha dati nelle mani” (v.
38). In effetti Nabucodonosor riunì sotto il suo scettro tutti i popoli della Meso-
potamia (tranne gli Assiri), della Siria e della Palestina, dalle rive del Golfo Per-
sico alle frontiere dell’Egitto.
Del secondo regno si evidenzia l’inferiorità rispetto al primo: “e dopo di te
sorgerà un altro regno inferiore al tuo” (v. 39a). Si è pensato a torto a un’inferio-
rità spaziale; l’impero degli Achemenidi superò per vastità territoriale quello
creato da Nabucodonosor. L’inferiorità dei Persiani rispetto ai Babilonesi fu ma-
nifesta principalmente sul piano culturale.
Del terzo regno si enfatizza l’egemonia universale: esso “dominerà sulla
terra” (v. 36b). Invero l’impero creato da Alessandro non ebbe eguali per vastità
territoriale. Agli sterminati domini della Media e della Persia il Macedone ag-
giunse le province ad est dell’Iran fino alle sponde dell’Indo e oltre, senza con-
tare le terre ad ovest e a sud dell’Eufrate.
Del quarto regno, infine, il profeta mette il risalto la forza e la compattezza:
“poi vi sarà un quarto regno forte come il ferro” (v. 40). Il paragone calza alla
perfezione: lo storico EDWARD GIBBON definì lo stato romano “la monarchia di
ferro” per la sua coesione interna, la sua disciplina e la forza delle sue armi.
Il ferro, nota il LEUPOLD, è anche un simbolo appropriato della durezza cru-
dele con cui i Romani trattarono i nemici.
C. BOUTFLOWER ha colto relazioni significative fra i metalli e i regni che essi
rappresentano. L’oro, profuso nelle immagini delle divinità, negli altari e nelle
decorazioni dei templi, distinse effettivamente la città di Babilonia.
L’argento, sinonimo di denaro in ebraico e in altre lingue antiche, esprime
adeguatamente lo spirito mercantilistico dei Medi e dei Persiani (a questi ultimi
si deve fra l’altro il conio delle prime monete, le famose dariche d’argento).
Il bronzo fu usato largamente dai Greci per produrre armi e scudi.
Il ferro, infine, fu il metallo con cui i romani forgiarono le loro spade, i loro
elmi e i loro scudi.
Merita attenzione la circostanza che Daniele, mentre è laconico sul primo,
secondo e terzo regno, sul quarto si dilunga molto di più, e questo sia nel capi-
tolo due che nel settimo. Si consideri che dal quarto regno prendono l’avvio de-
gli sviluppi che condurranno fino all’avvento del Regno di Dio.

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CAPIRE DANIELE

41 E come hai visto i piedi e le dita, in parte d’argilla di vasaio e in


parte di ferro, così quel regno sarà diviso; ma vi sarà in lui qual-
cosa della consistenza del ferro, giacché tu hai visto il ferro mesco-
lato con la molle argilla.

Come nel corpo umano i piedi sono il prolungamento naturale delle gambe,
così in questo simulacro d’uomo le parti inferiori rappresentano la continuazione
del regno del ferro, ma nella fase discendente della sua parabola storica. Infatti
al duro e compatto metallo delle gambe si è sostituito quell’assurdo miscuglio di
ferro e terracotta dei piedi.
La durezza del ferro e la fragilità della terracotta sono una plastica imma-
gine del coesistere di elementi di forza e di debolezza nel tessuto vivo di questo
regno che avrà perso la sua monolitica compattezza: “quel regno sarà in parte
forte e in parte fragile” (v. 42). E come i piedi si suddividono nelle dita
(anch’esse di ferro e terracotta) così, in questa fase decadente della sua storia, il
quarto regno si frazionerà in una moltitudine di regni minori (“quel regno sarà
diviso”, v. 41) caratterizzati anch’essi da elementi di forza e debolezza.
I fautori della teoria “greca” scorgono i successori di Alessandro nei piedi di
ferro e terracotta e invocano come argomento a sostegno la divisione in quattro
dell’impero macedone alla morte del suo fondatore (Dn 7:6; 8:8,22). Anche que-
sta interpretazione è resa fragile dalle difficoltà segnalate nel commento del ver-
setto precedente, ovvero dall’impossibilità di colmare il vuoto fra il quarto regno
e il regno di Dio.
Con più coerenza, i difensori dell’interpretazione “romana” scorgono nei
piedi di ferro e terracotta un’immagine dell’Impero latino decadente all’epoca
delle invasioni barbariche. I due materiali così diversi rappresentano con molta
verosimiglianza le due razze tanto differenti per cultura e civiltà che convissero
gomito a gomito in questo momento critico della storia dell’Impero: la forte
stirpe romana e le più “plastiche” etnie germaniche suscettibili di essere pla-
smate in qualche misura dalla superiore cultura latina (Leupold).

42 E come le dita dei piedi erano in parte di ferro e in parte d’argilla,


così quel regno sarà in parte forte e in parte fragile.

Numerosi commentatori hanno ravvisato nelle dieci corna della quarta bestia
(Dn 7:7) una replica delle dieci dita della statua (2:41)78. Poiché le dieci corna
rappresentano “dieci re” (Dn 7:24) e in Daniele i termini “re” e “regno” sono
equivalenti (cfr. 7:17 e 23), gli interpreti conservatori hanno scorto generalmente
nelle dita della statua un’allusione ai regni romano-barbarici nati dalla disintegra-
zione dell’Impero latino79.

78 - Vedi C.A.AUBERLEN, Le prophète Daniel..., Losanna 1880, p. 56.


79 - Vedi per es. H.C.LEUPOLD, op. cit., p. 122.

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CAPITOLO 2

Se Daniele riferendosi alle dita parla di “regno” al singolare (“così quel re-
gno sarà in parte forte e in parte fragile”), è perché sta ancora descrivendo gli
sviluppi del quarto regno in una fase successiva alla sua esistenza unitaria. Nel v.
41, alludendo ancora alle dita, il profeta usa la forma plurale: “e al tempo di que-
sti re”. In definitiva Daniele sta parlando del quarto regno in una fase di trasfor-
mazione in seguito alla quale esso sarà diviso e sarà in parte forte e in parte fra-
gile. Il S.D.A. Bible Commentary accosta questa forza e fragilità delle dita alla no-
tevole disparità dei regni romano-barbarici sul piano militare: “Questi regni bar-
barici furono molto diversi fra loro quanto allo spirito guerriero, come nota Gib-
bon quando parla delle potenti monarchie dei Franchi e dei Visigoti e dei regni
vassalli degli Svevi e dei Burgundi”80. Quantificare i regni barbarici, come ha
tentato di fare qualche commentatore (p.e. L.Gaussen), è un’impresa disperata.
In questo contesto simbolico, anche il numero deve essere valutato come
elemento simbolico; dieci qui denota pluralità in contrasto con l’unità di par-
tenza. Del resto ciò che il testo enfatizza non è il numero, che non viene nean-
che menzionato, ma il fatto che gli stessi materiali che compongono i piedi si ri-
trovano nelle dita.

43 Tu hai visto il ferro mescolato con la molle argilla, perché quelli si


mescoleranno mediante connubi umani; ma non saranno uniti l’uno
all’altro, nello stesso modo che il ferro non s’amalgama con l’argilla.

Chi sono “quelli” che “si mescoleranno mediante connubi umani”? L’antecedente
a cui può collegarsi questo pronome è il sostantivo “dita” al principio del v. 42.
I fautori della teoria “siriana”, ammettendo un parallelismo col cap. 11, ve-
dono nel v. 43 un’allusione alle fragili alleanze fra Lagidi e Seleucidi raggiunte
mediante matrimoni dinastici81. Con più verosimiglianza C.H.Leupold (p. 120) e
altri conservatori hanno pensato alla mescolanza della razza latina con quella
germanica attraverso matrimoni incrociati. Il S.D.A. Bible Commentary propende
per la tesi dei matrimoni dinastici tra le monarchie europee eredi del dissolto Im-
pero romano (vol. IV, p. 775).
Il miscuglio ferro-terracotta è interpretato in vari modi da Daniele. Nel v. 41
questa eterogenea composizione appare come simbolo della frammentazione
del regno del ferro in una pluralità di unità minori (“così quel regno sarà di-
viso”); nel v. 42 l’immagine viene ripresa ed è riferita alla coesistenza nel quarto
regno di elementi di forza e di debolezza (“così quel regno sarà in parte forte e
in parte fragile”); nel v. 43 essa ritorna per la terza volta ed è interpretata come
fallimentari tentativi di ricongiungimento mediante connubi umani delle parti di-
verse, (“quelli si mescoleranno mediante connubi umani”). Non siamo davanti a
un quadro confuso e contraddittorio, bensì ci confrontiamo con una visione uni-
taria in cui uno stesso simbolo esprime tre aspetti di una stessa situazione. La si-

80 - Vol. IV, p. 775.


81 - Vedi G. RINALDI, op. cit., p. 54; G. BERNINI, Daniele, pp. 116, 117.

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CAPIRE DANIELE

tuazione è il deterioramento del quarto regno, gli aspetti differenziati sono la


frammentazione del regno già compatto, il coesistere in esso e nei suoi fram-
menti di elementi di forza e di fragilità e i vani tentativi di ricompattazione.
Su quest’ultimo punto il S.D.A. Bible Commentary osserva: “La profezia non
dice in modo specifico che non potrà esserci una riunificazione delle parti sepa-
rate raggiunta magari col ricorso alle armi o attraverso il predominio politico.
Essa afferma che qualora una siffatta riunificazione fosse tentata o attuata, le na-
zioni coinvolte non sarebbero organicamente fuse tra loro ma continuerebbero
ad essere diffidenti e ostili le une verso le altre. Una federazione di stati fondata
su simili presupposti sarebbe votata allo sfacelo. Il successo temporaneo di un
dittatore o di una nazione non smentirebbe la profezia di Daniele” (ibidem, p.
776). Si consideri che queste parole furono scritte più di quarant’anni prima del
collasso dell’impero Sovietico!
Ai giorni nostri, l’Unione Economica Europea non costituisce una sfida alla
profezia. Istituzioni europee sovrannazionali come il Mercato Comune Europeo
e il Consiglio d’Europa sono il risultato di compromessi concordati fra i capi di
stato, non certo espressione di un reale desiderio di unificazione da parte dei
popoli europei. Al di là degli accordi tra i governi, restano vivi all’interno della
comunità gli egoismi nazionali. Peraltro i conflitti di interesse e i dissensi all’in-
terno degli stessi organi comunitari tradiscono continuamente il persistere di forti
tendenze conservatrici e separatiste in seno agli stati membri. Un futuro stato fe-
derativo europeo che riunisca sotto un governo e una legge comuni italiani,
francesi, tedeschi, inglesi, danesi, spagnoli... è davvero una visione utopistica !
D’altro canto il dissolvimento recente di stati federativi europei, come l’Unione
Sovietica e la Federazione Jugoslava, coi sanguinosi conflitti etnici che ne sono
seguiti, dimostra a sufficienza quanta poca disponibilità a convivere insieme vi
sia tra le differenti etnie che popolano il nostro continente!

44 E al tempo di questi re, l’Iddio del cielo farà sorgere un regno, che
non sarà mai distrutto, e che non passerà sotto la dominazione d’un
altro popolo; quello spezzerà e annienterà tutti quei regni; ma esso
sussisterà in perpetuo, 45 nel modo che hai visto la pietra staccarsi
dal monte, senz’opera di mano, e spezzare il ferro, il rame, l’argilla,
l’argento e l’oro.

L’epoca, che si apre con lo smembramento dell’Impero latino, deve prolungarsi


fino al tempo in cui “l’Iddio del cielo farà sorgere un regno che non sarà mai di-
strutto”. Sulla natura di questo regno non possono esserci dubbi, è un regno spi-
rituale. Sulla sua identità invece le opinioni appaiono divergenti fin dall’antichità
cristiana.
I Padri che hanno interpretato Daniele sono stati quasi unanimi fino al V
secolo nel riconoscere un evento escatologico nella pietra distruttrice. Per IRENEO
(m. c.ca nel 200 ) la “pietra” rappresenta Cristo che alla sua venuta distruggerà i
regni della terra. IPPOLITO ROMANO (m. c.ca nel 235) sottolinea il parallelismo fra
Daniele 2 e 7 e identifica la “pietra” con Cristo che viene dal cielo per giudicare

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CAPITOLO 2

il mondo. AFRAHAT SIRO (m. c.ca nel 350) vede nella “pietra” un’immagine dell’in-
staurazione del futuro regno di Dio. Lo storico ecclesiastico SULPICIO SEVERO (m.
nel 420) pensa che la “pietra” che frantuma la statua prefiguri il Cristo e il suo
regno futuro; lo stesso pensiero esprime il suo illustre contemporaneo GIROLAMO
(m. nel 420) nel commentario su Daniele.
Da questa linea concorde diverge EUSEBIO DI CESAREA (m. nel 340) che rav-
visa nella “pietra” il primo avvento di Cristo. TEODORETO DI CIRO (m. nel 457) con-
testa Eusebio e identifica la “pietra” col Cristo che colpirà le nazioni al suo se-
condo avvento.
La mutata condizione della Chiesa con l’avvento al potere di Costantino in-
fluì in maniera rilevante sul pensiero escatologico cristiano. Le persecuzioni
erano cessate e la Chiesa, favorita dallo Stato e non più ostacolata dal pagane-
simo, venne acquistando prestigio e affermandosi nelle province dell’Impero.
Parve ad alcuni pensatori cristiani che si stesse realizzando l’evento preconizzato
da Daniele con l’immagine della “pietra”, insomma che si stesse instaurando
sulla terra il regno di Cristo.
Nel V secolo TICONIO si fece paladino di questa ipotesi già avanzata da Eu-
sebio e la sviluppò ulteriormente. L’ermeneutica di Ticonio influenzò notevol-
mente il pensiero di AGOSTINO (m. nel 430). In De Civitate Dei il vescovo di Ip-
pona sostenne che il regno di Dio inaugurato da Cristo - e che egli identificò
con la Chiesa - durerà in eterno, mentre i regni del mondo saranno distrutti. Per
Agostino la “pietra” era già diventata un monte che ricopriva la terra.
Sotto il peso di tanta autorità, questa concezione storicizzata del regno di
Dio s’impose nella Chiesa e dominò incontrastata la teologia cattolica nei secoli
seguenti82.
Si iniziò a mettere in discussione il pensiero di Agostino sul regno di Dio
soltanto nel XII secolo. Intorno al 1158, ANSELMO DI HAVELBERG, restaurando l’an-
tica ermeneutica storica, preparò il terreno per una vera rivoluzione nel campo
dell’esegesi apocalittica. Sulla scorta dell’ermeneutica anselmiana, GIOACCHINO DA
FIORE (c.ca 1130-1202), spiegò le profezie apocalittiche come sviluppo continuo
della storia della Chiesa e, contro la tesi agostiniana, proiettò nel futuro il regno
di Dio, come avevano fatto i Padri antichi. Per Gioacchino la “pietra” devasta-
trice rappresenta il regno che Cristo instaurerà sulla terra alla fine dei tempi83.
LUTERO (1483-1546) concorda con la visione gioachimita: Cristo al suo av-
vento distruggerà i regni nati dall’antico Impero e fonderà il suo regno sulla
terra. Sono sulla linea di Lutero MELANTONE (1497-1560), ANDREAS OSIANDER (1498-
1552), DAVID CYTRAEUS (1530-1600), TOBIAS STIMMER (1539-1584) e JEORGE JOYE (m.
nel 1553). CALVINO invece si attesta sulle posizioni di Agostino84.

82 - Per maggiori approfondimenti sulla teologia del regno nei Padri antichi, vedi L.E. FROOM, The
Prophetic Faith of Our Fathers, 1950, vol. I, pp. 401-464
83 - Vedi L.E. FROOM, op. cit., p. 565.
84 - Vedi D. BENNET, “The Stone Kingdom of Daniel 2” in Symposium on Daniel, p. 339.

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CAPIRE DANIELE

Identificando il papa con l’Anticristo, Lutero aveva scardinato la concezione


agostiniana del regno di Dio. Per demolire la tesi luterana la Controriforma at-
taccò l’ermeneutica storica ed escogitò nuove chiavi di lettura delle profezie apo-
calittiche. Il gesuita FRANCISCO RIBERA (1537-1591) sviluppò il metodo futurista per
proiettare nel lontano futuro escatologico quanto Lutero applicava ai suoi tempi.
Poco tempo dopo un altro gesuita, LUIS DE ALCAZAR (1554-1613), ideò l’ermeneu-
tica preterista in base alla quale egli credette di poter circoscrivere entro i primi
secoli dell’era cristiana gran parte delle profezie apocalittiche. I due metodi, pur
muovendo da presupposti contrari, arrivavano allo stesso risultato: escludevano
dalla visuale profetica i secoli di mezzo tra la prima e la seconda venuta di Cristo.
Nel XVIII e nel XIX secolo il futurismo fu adottato da una parte dell’esegesi
protestante conservatrice. Il preterismo divenne ed è tuttora il metodo ermeneu-
tico preferito dai Protestanti liberali e da gran parte dell’esegesi cattolica85.
Per cogliere correttamente il significato della “pietra” in Dn 2 non si può
prescindere dall’analogia con la profezia parallela del cap. 7, né si può ignorare
il testo circa l’origine della “pietra” stessa e gli effetti della sua caduta. Si conside-
rino i fatti seguenti:

● Fin dall’antichità gli interpreti di Daniele hanno riconosciuto che la

profezia del cap. 7 è una replica della rivelazione del cap. 2. Ora, poiché nel
cap. 7 la serie dei regni terreni culmina col giudizio (vv. 9, 10, 26) e l’avvento
del regno eterno dell’Altissimo (vv. 14 e 27), anche nel cap. 2 la successione
dei regni deve avere uno sbocco escatologico.
● La “pietra” si stacca dal monte “senz’opera di mano” (Dn 2: 34). Que-

sto significa che l’evento che essa prefigura non dipenderà da interventi
umani ma sarà determinato interamente da Dio.
● Il regno raffigurato dalla “pietra” non potrà coesistere coi regni terreni

che lo avranno preceduto, poiché questi saranno totalmente scomparsi (“non


se ne trovò traccia”, v. 35) quando il regno di Dio si sarà instaurato. La “pie-
tra” non può dunque essere un’immagine della Chiesa storica la quale è sem-
pre coesistita coi regni terreni. Il regno della “pietra” che “l’Iddio del cielo
farà sorgere” non è un’entità storica e terrena, sarà un evento escatologico e
cosmico.

Diversi studiosi moderni, liberali e conservatori, hanno tenuto conto delle


circostanze che affiorano nel testo.
GERHARD VON RAD scrive: “Nei suoi elementi essenziali... il testo è perfetta-
mente chiaro: con l’avvento dell’ultimo terribile rampollo del quarto impero la
storia universale sarà giunta al suo epilogo. La pietra che si distaccherà ‘non per
mano d’uomo’ per infrangere l’impero ed ergersi essa stessa a grande montagna
è immagine del regno di Dio che tutto riempie”86.

85 - Vedi S.D.A. Bible Commentary, vol. IV, pp. 39-45.


86 - GERHARD VON RAD, Teologia dell’Antico Testamento, Brescia 1974, vol. II, p. 377.

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CAPITOLO 2

ARNO C.GAEBELEIN (1911) commenta: “Chiunque può vedere che la pietra


che colpisce non può significare l’estensione pacifica di un regno spirituale, né
la predicazione dell’Evangelo, ma una grande catastrofe. E non si dimentichi che
solo dopo aver fatto la sua opera distruttiva, dopo che la statua sarà stata frantu-
mata, la pietra si trasformerà in un gran monte che ricopre tutta la terra. La pietra
che cade dall’alto è la seconda venuta del nostro Signore Gesù Cristo, la sua ve-
nuta con ‘gran potenza e gloria’ 87.
SILVERIO ZEDDA puntualizza: “Il regno viene dopo e al posto dei regni del
mondo (cfr. Dan 12:1-4). Esso è presentato come celeste, dalle dimensioni cosmi-
che, come appartenente al tempo della fine. Il regno che Dio innalzerà, il regno
messianico, non sarà mai distrutto (cfr. Dn 2:44), a differenza degli altri quattro
regni della terra che l’uno dopo l’altro saranno annientati...”88.
Oltre agli autori citati sopra riconoscono nella “pietra” il regno finale di Dio:
J. A. MONTGOMERY89, J.WALVOORD90, L.WOOD91, A.LACOCQUE92, J.BALDWIN93 e altri.

45b Il grande Iddio ha fatto conoscere al re ciò che deve avvenire


d’ora innanzi; il sogno è verace, e la interpretazione n’è sicura”.

Concludendo la spiegazione del sogno, prima di tutto Daniele ribadisce due cir-
costanze sulle quali già aveva richiamato l’attenzione del re: la prima è che la ri-
velazione viene dall’Iddio che svela i segreti (v. 28a), la seconda che essa con-
cerne il futuro (v. 28b); poi il profeta garantisce l’autenticità del sogno come ri-
velazione divina (“il sogno è verace”) e la correttezza dell’interpretazione che ne
ha data (“l’interpretazione è sicura”).

46 Allora il re Nebucadnetsar cadde sulla sua faccia, si prostrò da-


vanti a Daniele, e ordinò che gli fossero presentati offerte e profumi.

Nel mondo semitico la prostrazione era un gesto riverenziale. In Israele ci si pro-


strava davanti alla Divinità (1Sam. 1:28) ma anche davanti al re (1Sam. 24:9;
2Sam. 14:22) e talvolta davanti al profeta (1Re 18:7).
Tale è stata l’impressione suscitata in Nabucodonosor dalla rivelazione e in-
terpretazione del sogno, che egli vede in Daniele quasi un essere sovrumano.
Eppure Daniele aveva detto tutto quello che si poteva dire (v. 30) per distogliere
l’attenzione del re dalla sua persona e volgerla verso l’Iddio del cielo.

87 - ARNO C.GAEBELEIN, Il profeta Daniele, Rivoli 1989, pp. 42-43.


88 - SILVERIO ZEDDA, L’escatologia biblica, Brescia 1972, vol. I, p. 84.
89 - J. A. MONTGOMERY, “The Book of Daniel” in International Critical Commentary, 1927.
90 - J.WALVOORD, Daniel, 1971.
91 - L.WOOD, Daniel, 1973.
92 - A.LACOCQUE, Daniel, 1976.
93 - J.BALDWIN, Daniel, 1978.

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CAPIRE DANIELE

La prostrazione di Nabucodonosor davanti a Daniele è più che un gesto ri-


verenziale. L’espressione aramaica ûledaniêl segid si può tradurre, come fa G.
Bernini (Nuovissima Versione Della Bibbia): “e adorò Daniele”94. Il seguito del v.
46 rafforza questa comprensione del vocabolo aramaico: il re ordina che siano
offerti a Daniele oblazioni (aramaico minchah) e profumi, come a una divinità.
Il testo si limita a riferire l’ordine del re senza specificare se esso fosse stato ese-
guito. Ripugna l’idea che Daniele, che ha rifiutato le pietanze e le bevande della
mensa reale (1:8) in obbedienza alla legge del suo Dio, possa avere accettato
che la sua persona, sia pure contro la sua volontà, fosse fatta oggetto di culto in
violazione del primo comandamento del Decalogo.
Girolamo, seguito da molti commentatori moderni, ha opinato che Nabuco-
donosor “in Daniele adora il Dio che ha svelato i misteri” e cita un episodio ana-
logo che ebbe a protagonista Alessandro il Macedone95. L’episodio è riferito da
Giuseppe Flavio. Lo storico giudeo riporta che Alessandro in visita a Gerusa-
lemme si genuflette davanti al sommo sacerdote Jaddua, e al suo generale Par-
menio che lo interroga sul significato di quel gesto risponde: “Io non adoro lui,
ma il Dio che lo ha onorato col sommo sacerdozio”96.
Il S.D.A Bible Commentary commenta: “Finora Nabucodonosor ha avuto sol-
tanto una scarsa conoscenza del vero Dio e una conoscenza ancora più ridotta
del modo di adorarlo. Fino a questo momento la sua nozione di Dio si è limitata
al riflesso del suo carattere che si poteva cogliere nella vita di Daniele, e a ciò che
questi aveva detto di Lui. È del tutto possibile che Nabucodonosor, scorgendo in
Daniele il rappresentante vivente degli dèi la cui dimora non è coi mortali’ (v.
11), intendesse rivolgere al Dio di Daniele gli atti di culto offerti a Daniele. Certa-
mente Nabucodonosor con la sua limitata conoscenza del Dio vero fece del suo
meglio per esprimere la sua riconoscenza e onorare Colui la cui sapienza e po-
tenza si erano manifestate in modo così straordinario” (vol. IV, p. 777).

47 Il re parlò a Daniele, e disse: “In verità il vostro Dio è l’Iddio degli


dèi, il Signore dei re, e il rivelatore dei segreti, giacché tu hai potuto
rivelare questo segreto”.

Nabucodonosor riconosce la superiorità del Dio dei giovani ebrei (“il vostro
Dio”). L’espressione “l’Iddio degli dèi” è una forma superlativa che equivale a
“l’Iddio supremo”. Inoltre il sovrano di Babilonia pone il Dio di Daniele e dei
suoi compagni al di sopra di tutti i potentati terreni col riconoscerlo “Signore dei
re”. LEUPOLD osserva con ragione che nulla poteva dimostrare meglio quale fosse
l’intenzione di Nabucodonosor nell’offrire oblazioni e profumi davanti a Daniele:

94 - Vedi W.GENESIUS, Hebrew-Chaldee Lexicon..., alla voce segid; vedi anche S.D.A. Bible Com-
mentary, vol. IV, pp. 776-777.
95 - Girolamo su Daniele, p. 50.
96 - GIUSEPPE FLAVIO, Antichità Giudiache, XI. 8, 5.

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CAPITOLO 2

la sconfinata ammirazione del re è rivolta non a Daniele, ma al Dio di Daniele.


Nel mito babilonese della creazione, “Signore dei re” è il titolo dato a Mar-
duk, la suprema divinità del pantheon babilonese, e Nabucodonosor certamente
non lo ignora, giacché al principio di ogni anno, durante i solenni festeggiamenti
dell’akitu egli entra nel tempio di Marduk per essere reinvestito dal dio dell’au-
torità regale. Il re sa anche che il figlio di Marduk, Nebo, di cui egli porta il
nome, è la divinità che redige le Tavole del Destino. Ora è costretto a ricono-
scere che il Dio di Daniele e dei suoi compagni è più grande o quanto meno al-
trettanto grande che Marduk e Nebo, poiché conosce e svela i segreti come gli è
stato dimostrato attraverso il suo servo Daniele.

48 Allora il re elevò Daniele in dignità, lo colmò di numerosi e ricchi


doni, gli diede il comando di tutta la provincia di Babilonia, e lo sta-
bilì capo supremo di tutti i savi di Babilonia.

Non una bramosia di ricompensa e onorificenze ha spinto Daniele a presentarsi


davanti al re per svelargli e interpretargli il sogno, ma soltanto il desiderio di
esaltare il suo Dio davanti al re di Babilonia e al suo popolo (vv. 28, 29, 37, 45),
pur se l’occasione era stata, come sappiamo, il decreto di sterminio dei sapienti
del regno. Eppure il servo di Dio riceve cose che non ha desiderato e ricercato.
Nabucodonosor aveva promesso “doni, ricompense e grandi onori” a chiunque
gli avesse svelato e interpretato il sogno (v. 6).
Adesso, fedele alla sua promessa, tratta Daniele con regale munificenza. “Il
re elevò Daniele in dignità”, vale a dire lo promosse a un rango sociale supe-
riore; “lo colmò di numerosi e ricchi doni”, consistenti verosimilmente in abiti
pregiati e oggetti preziosi; “gli diede il comando di tutta la provincia di Babilo-
nia”, cioè, probabilmente, gli conferì il governatorato della regione caldea; e fi-
nalmente “lo stabilì capo supremo (piuttosto capo dei prefetti) di tutti i savi di
Babilonia” rispetto ai quali Daniele aveva, in effetti, mostrato una sapienza supe-
riore, anche se egli, con molta umiltà, non si riconoscesse più saggio degli altri
viventi (v. 30). Come capo dei prefetti dei sapienti, Daniele deve esercitare la su-
pervisione sulle attività di questi uomini influenti, ma questo non implica affatto
che egli debba condividerne le credenze e le pratiche religiose.

49 E Daniele ottenne dal re che Shadrac, Meshac e Abed-nego fossero


preposti agli affari della provincia di Babilonia; ma Daniele stava
alla corte del re.

Daniele non dimentica i compagni. Essi hanno diviso con lui i momenti di ansia
e di preghiera, è giusto che ne condividano gli onori. Domanda per ciascuno di
loro, e ottiene dal re, un incarico amministrativo nella “provincia di Babilonia”,
verosimilmente la regione caldea, che il re aveva posto sotto l’amministrazione
di Daniele. Quanto a lui, Daniele, egli svolgerà il suo alto incarico dal palazzo
reale (letteralmente della “porta del re”) per essere pronto a qualsiasi richiesta
del sovrano.

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CAPIRE DANIELE

Capitolo 3
____________________________

U na statua è il tema comune dei capitoli 2 e 3 di Daniele. Elemento figurativo


nel sogno-rivelazione del capitolo secondo, essa compare come concreto og-
getto materiale nel capitolo terzo. Nel sogno l’immagine pareva avere la testa
d’oro e le altre parti del corpo, dal busto in giù, di metalli di valore decrescente.
Nella realtà essa è d’oro dalla testa ai piedi. Nell’interpretare il sogno del re,
Daniele aveva identificato con Nabucodonosor la testa d’oro della statua, ovvero
con l’impero di Babilonia di cui il sovrano era come l’incarnazione vivente. E
aveva aggiunto che dopo Babilonia sarebbe sorto un altro regno.
La realizzazione da parte di Nabucodonosor di una grande statua d’oro -
probabile raffigurazione dell’impero e della divinità suprema di Babilonia sotto
la cui tutela esso era posto - e la sua solenne dedicazione alla presenza dei
grandi dell’impero, hanno tutta l’apparenza di una sfida ai decreti dell’Iddio del
cielo: una statua tutta d’oro è contrapposta ad una sola testa d’oro, come a signi-
ficare che non ci sarà un dopo Babilonia.
I tre compagni di Daniele, oramai inseriti nell’apparato amministrativo
dello stato babilonese, figurano tra i dignitari convocati per la dedicazione della
statua (Daniele è assente per motivi che il testo non spiega).
Il racconto giunge presto a una tensione drammatica. Poiché è una cerimo-
nia pagana quella che sta per avere luogo, la presenza dei giovani giudei prelude
a un conflitto sicuro. È certo che Shadrac, Meshac e Abed-Nego non compiranno
un atto che ripugna alla loro coscienza, e d’altra parte l’ordine del re non am-
mette disattenzioni e la pena minacciata ai trasgressori è delle più atroci. I com-
pagni di Daniele sono pronti a subire il supplizio del fuoco piuttosto che tradire la
fede dei padri. Inaspettatamente per il re e i suoi funzionari, il dramma si risolve
con la liberazione miracolosa dei tre giovani che hanno reso una splendida testi-
monianza di fede nel potere illimitato del Dio che essi servono. L’episodio è stato
giudicato leggendario dalla critica liberale, mentre la ricerca biblica conserva-
trice ne ha sempre difeso l’autenticità. In effetti, come si vedrà nel commento, ri-
scontri biblici, letterari e archeologici conferiscono credibilità al racconto.

1 Il re Nebucadnetsar fece una statua d’oro, alta sessanta cubiti e


larga sei cubiti, e la eresse nella pianura di Dura, nella provincia di
Babilonia.

Sull’esistenza di statue gigantesche nel mondo antico ci ragguagliano le fonti sto-


riche. ERODOTO (Storia, I, 183), ci dà notizia di una grande statua di Zeus assiso

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CAPITOLO 3

sul trono posta in uno dei santuari di Babilonia. Non ne dà le misure, ma riferi-
sce un’informazione avuta dai sacerdoti secondo la quale erano occorsi 800 ta-
lenti d’oro (circa 24 tonnellate!) per realizzare la statua col trono e il basamento.
Se ne deduce che le dimensioni dovevano essere ragguardevoli.
DIODORO SICULO (2, 9) c’informa su tre immagini d’oro poste sulla sommità
del tempio di Bel in Babilonia, la più alta delle quali misurava 40 piedi (poco
più di 13 metri) e pesava 1000 talenti babilonesi.
Il primato per quanto concerne le antiche statue gigantesche spetta comun-
que al Colosso di Rodi. Era questo una figura di guerriero alta 70 cubiti (circa 32
metri) eretta verso il 304 a.C. all’entrata del porto dell’isola. Le lamine di bronzo
che ne ricoprivano il supporto ligneo erano state ricavate dalle armi e dagli scudi
lasciati sul terreno da Demetrio Poliorcete dopo un vano tentativo di impadronirsi
dell’isola nel 305 a.C. Annoverata fra le sette meraviglie del mondo antico, la
grande statua eretta in onore del dio Elios fu distrutta da un terremoto nel 224 a.C.
In Egitto si possono ancora ammirare, nella necropoli di Tebe, due statue di
pietra alte circa 20 metri, i cosiddetti Colossi di Memnon, raffiguranti Amenofi III,
e più a sud, ad Abu-Simbel, dominano la pianura antistante quattro figure di
Ramses II alte quanto le precedenti, scolpite sulla parete rocciosa del tempio fu-
nerario di questo faraone.
Le dimensioni della grande statua che, secondo Daniele, Nabucodonosor
fece erigere nella Piana di Dura, non debbono comunque destare meraviglia. Le
misure che ce ne dà il nostro libro (60 x 6 cubiti) rispecchiano il sistema metrico
sessagesimale che come è noto nacque in Mesopotamia e fu d’uso corrente in
Babilonia97.
Il rapporto fra l’altezza e la larghezza della statua su cui ci ragguaglia Da-
niele (10 a 1) è chiaramente sproporzionato se le misure si riferiscono alla sola
figura umana. Infatti le proporzioni normali della figura umana sono di circa 5 a
1. È intuitivo però che la misura dell’altezza indicata da Daniele deve compren-
dere anche quella della base. In un’iscrizione aramaica del VII secolo a.C. rinve-
nuta a Nerab, presso Aleppo, il vocabolo {"lc : tzelem tradotto “statua” in Dn 3:1
indica una stele recante nella parte alta un busto umano in rilievo98. In Daniele
zelem può benissimo designare la figura umana col suo piedistallo, il che giusti-
ficherebbe il rapporto 10 a 1 fra l’altezza e la larghezza.
Si è obiettato che sono inverosimili sia l’altezza della statua (circa 27 metri)
che la sua composizione aurea. Per quanto riguarda l’altezza, si è visto che
quella del Colosso di Rodi, posteriore di circa due secoli, la superava di circa 5
metri. Il genitivo di materia (“statua d’oro”) non implica necessariamente che
l’immagine fosse fatta d’oro massiccio. Le grandi statue metalliche nell’antichità,
come si è visto a proposito del Colosso di Rodi, consistettero di un supporto li-
gneo o di altro materiale rivestito di lamine metalliche. Ricorre altrove nell’Antico
Testamento questa forma genitivale per indicare che un oggetto era fatto par-

97 - Vedi G.CONTENAU, La Mesopotamia prima di Alessandro, p. 249.


98 - J. A. MONTGOMERY, “The Book of Daniel” in International Critical Commentari, 1927.

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CAPIRE DANIELE

zialmente di un certo materiale. “L’altare d’oro” (Es 39:38) e “l’altare di rame” (Es
39:39) del santuario mosaico in realtà erano fatti di legno d’acacia rivestito d’oro
nel primo caso (Es 37:25, 26) e di rame nel secondo (Es 38:1, 2).
Le “case d’avorio” a cui allude Am 3:14 (vedi anche 1Re 22:39) erano edifici
in muratura con le pareti delle sale ornate di pannelli d’avorio, come hanno rive-
lato gli scavi di Samaria e di Nimrud99.
Sebbene oggi non sia possibile individuare con sicurezza il luogo della fa-
stosa cerimonia di cui parla Daniele, è certo che il toponimo menzionato, Dura,
è d’origine babilonese (l’accadico duru significa circonferenza, muro o luogo
cinto da mura). Nella regione di Babilonia “Dura” si applicava a qualsiasi luogo
circondato da mura100. Il toponimo antico sopravvive tuttora nel nome di un
emissario dell’Eufrate (Nahr Dûra) che scorre a una decina di chilometri a sud di
Babilonia, come pure nel nome delle colline adiacenti. Inoltre Tolûl Dûra è il
nome di una pianura a circa 8 chilometri a sud-est di Babilonia, ove un rialzo di
pietre di 14 metri di lato per 6 di altezza potrebbe essere stato la base dello ze-
lem di cui parla Daniele101.
Sulla data dell’episodio il testo aramaico non offre alcuna indicazione; i testi
greci dei LXX e di Teodozione invece - e non si sa su quale base - datano l’avve-
nimento nell’anno 18° di Nabucodonosor, un anno prima della conquista e di-
struzione di Gerusalemme.
Qualche commentatore ha opinato, sulla base di Gr 51:59 che allude a un
viaggio di Sedechia a Babilonia nell’anno IV del suo regno (594/93 a.C.), che il
re giudaita possa essere stato convocato da Nabucodonosor come principe vas-
sallo per partecipare alla cerimonia descritta nel capitolo terzo di Daniele102. È
soltanto una possibilità.

2 E il re Nebucadnetsar mandò a radunare i satrapi, i prefetti, i go-


vernatori, i giudici, i tesorieri, i giureconsulti, i presidenti e tutte le
autorità delle province, perchè venissero all’inaugurazione della
statua che il re Nebucadnetsar aveva eretta. 3 Allora i satrapi, i pre-
fetti e i governatori, i giudici, i tesorieri, i giureconsulti, i presidenti
e tutte le autorità delle province s’adunarono per la inaugurazione
della statua, che il re Nebucadnetsar aveva eretta; e stavano in pié
davanti alla statua che Nebucadnetsar aveva eretta.

Il re convoca per la cerimonia di dedicazione della statua i rappresentanti delle


province e dei poteri dell’impero. “Lo spettacolo della folla dei funzionari grandi
e piccoli, civili, militari e della giurisprudenza che si prostrano all’unisono da-

99 - Vedi S. H. HORN, Pietre che parlano, Firenze 1963, pp. 81, 82.
100 - Vedi LEUPOLD, op. cit., p. 137.
101 - Idem, p. 138.
102 - Vedi S.D.A. Bible Commentary, pp. 779, 780.

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CAPITOLO 3

vanti all’immagine, deve aver prodotto un effetto irresistibile quale imponente


esibizione della potenza dell’impero. Ma soprattutto la cerimonia fu per i convo-
cati un’occasione per rinnovare un corale giuramento di fedeltà all’impero e al
suo sovrano invitto”103.
Daniele menziona sette categorie di funzionari statali: ’achashdarpenayya’,
sàtrapi; sighnayya,’ prefetti, governatori; pachawatha’, governatori, luogotenenti,
prefetti; ’adargazrayya’, giudici, generali, consiglieri; ghedovrayya’, tesorieri; de-
tovrayya’, giureconsulti, giudici; tiftaye’, presidenti, questori, magistrati.
Il significato e la derivazione di parte di questi termini aramaici sono ancora
incerti. Si possono però ricavare le seguenti spiegazioni sul significato dei voca-
boli aramaici sopra elencati:
’Achashdarpenayya’ [)æYná P: r : D
a $
: x A ] Nel periodo persiano era il titolo con cui
a )
si designavano i funzionari posti a capo delle satrapie che erano le divisioni
maggiori dell’impero104.
“Per quanto riguarda ’achashdarpenayya’, oggi non si insiste più su una
sua origine persiana, dato che il termine, nella forma satarpanu, è stato trovato
in testi cuneiformi dell’epoca di Sargon II (VIII secolo a.C.). Si propende per una
sua origine hurrita”105.
Sighnayya’ [)æYná g: si ] è fatto derivare dall’accadico shaknu. Erano così chia-
mati i funzionari che amministravano le province, cioè i distretti amministrativi
inferiori nei quali erano suddivise le satrapie, quindi le traduzioni “governatori” e
“prefetti” sono entrambe corrette).
La LXX traduce con strathgo¿j. Nell’antica Atene era così chiamato la su-
prema magistratura militare, il comandante delle armate, lo statega. Presso i Per-
siani era il governatore militare di una provincia. Nel Nuovo Testamento era il
capitano delle guardie del tempio.
Pachawatha’ [)ftwæ x A pa ] è sinonimo di sighnayya’, quindi si traduce “gover-
natori” o “prefetti” come fanno tutte le versioni.
’Adargazrayya’ [)æYr a zº Gf r
: d A ] è traducibile con “giudici”, ma il vocabolo per-
a )
siano-medio da cui deriva, andarzaghar, significa “consigliere”.
La LXX traduce con tu¿rannoi, da túrannos che significa: “che avanza ga-
gliardamente”, quindi imperioso, dominante.

103 - LEUPOLD, op. cit., p. 138.


104 - Ciascuna provincia era retta da un satrapo il cui titolo lettermente significa “protettore del
regno”. Succeduto a un precedente re e preposto a un territorio davvero immenso, in effetti era
egli stesso un monarca ed era circondato da una piccola corte. Non solo era responsabile della
amministrazione civile, ma comandava anche i militari reclutati nella satrapia. Quando questa
carica diventò ereditaria, costituì per l’autorità centrale una minaccia che non poteva essere
ignorata. Per far fronte a questa minaccia furono istituiti certi controlli: il segretario, il principale
funzionario amministrativo e il generale che comandava la guarnigione di stanza nella cittadella
della capitale di ciascuna satrapia erano direttamente agli ordini del gran re in persona, e dove-
vano far rapporto a lui. A. T. OLMSTEAD, History of the Persian Empire, 1948, p. 59.
105 - S.D.A. Bible Commentary, p. 781.

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CAPIRE DANIELE

Ghedovrayya’ [)æYr a b: df g: ] ha un significato abbastanza sicuro: “tesoriere”. La


sua origine però non è stata ancora determinata. Una forma accadica di deto-
vrayya’, databari, è attestata nelle fonti cuneiformi. È possibile che i babilonesi
avessero tesorerie in diverse parti dell’impero106. I persiani le avevano, e in que-
ste tesorerie provinciali si custodiva parte del denaro raccolto sotto forma di
tasse dai satrapi.
Detovrayya’ [)æYr a b
: tf D: ] significa propriamente “giudice”; tiftaye’ “capo della
polizia”. Tiftaye’ si trova nei papiri aramaici di Elefantina con identica forma e si-
gnificato (“funzionario di polizia”). Shiltoney, tradotto “autorità” nella Riveduta,
designa i funzionari subalterni di qualunque categoria (da questo vocabolo de-
riva il titolo tuttora in uso di “sultano”)107.
La possibile origine persiana dei titoli ufficiali che ricorrono in Daniele cap.
3 non costituirebbe un problema, dal momento che l’autore del libro visse gli ul-
timi anni della sua vita nel periodo persiano.108 È conforme alla retorica semitica
ripetere le cose nominate, come fa Daniele nel v. 3.

4 E l’araldo gridò forte: “A voi, popoli, nazioni e lingue è imposto


che, 5 nel momento in cui udrete il suono del corno, del flauto, della
cetra, della lira, del saltèro, della zampogna e d’ogni sorta di stru-
menti, vi prostriate per adorare la statua d’oro che il re Nebucad-
netsar ha eretta; 6 e chiunque non si prostrerà per adorare, sarà
immantinente gettato in mezzo ad una fornace di fuoco ardente”.

L’apparato predisposto da Nabucodonosor mira evidentemente a creare


un’atmosfera di intimidazione per modo che la partecipazione al rito sia corale.
La sanzione penale minacciata ha lo scopo di ottenere una dimostrazione una-
nime di sottomissione al sovrano attraverso l’omaggio reso alla divinità da cui il
sovrano ha ricevuto l’investitura.
“Popoli, nazioni e lingue” è un’espressione convenzionale con cui si indica
la totalità delle genti sottoposte all’autorità del sovrano. “Popoli”, aramaico
)æYm : (a ‘ammayya’, designa le unità nazionali maggiori, “nazioni”, aramaico )æYM
a m a )
u
’ummayya’, i gruppi tribali, e “lingue”, aramaico )æYná < i lishshanayya’, i gruppi
f l
etnici parlanti una lingua comune.
L’aramaico )æzOrfk karôza’, “araldo”, “banditore”, nel passato è stato accostato
al greco keryx di eguale significato. Oggi non si riconosce più una relazione fra i
due termini109, essendo stata dimostrata l’origine iranica del vocabolo ara-
maico110.

106 - Un’iscrizione fa dire a Nabucodonosor a proposito del tempio di Merodac: “vi accumulai
argento e oro e pietre preziose ... e vi posi la casa del tesoro del mio regno” (cfr. Ed 1:8). Per-
spicacia nello studio delle Scritture, p. 1102.
107 - S.D.A. Bible Commentary, p. 780.
108 - LEUPOLD, op. cit., p. 140.
109 - Vedi G. RINALDI, op. cit., p. 61.
110 - Vedi S.D.A. Bible Commentary, vol. IV, p. 781.

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CAPITOLO 3

Sono invece quasi certamente d’origine greca i nomi di tre dei sei strumenti
musicali ricordati nel v. 5 e ripetuti nei vv. 7, 10 e 15. Essi sono: sort : yaq qaythros
(“cetra”), molto simile al greco kiqa/raj. kitharas; }yirT" nº sa P: pesanterin (“salterio”),
somigliante al greco yalthri¿on psalterion, e hæynº oPm: Us sumponeya’ (“zampogna”),
affine al greco sumfwni¿aj symfonias.
La presenza di queste tre parole greche nel testo di Daniele non è necessa-
riamente indizio di un’origine tardiva del libro. Se questo fosse stato composto
in età ellenistica, dovremmo aspettarci di trovarvi un numero ben maggiore di
vocaboli greci.
Dai ritrovamenti archeologici è risultato sempre più evidente che la cultura
greca penetrò nel Vicino Oriente semitico assai prima dell’epoca di Nabucodo-
nosor111. Contatti commerciali e culturali fra il mondo greco e quello semitico
avvennero fin dal II millennio a.C. (è noto che i Greci mutuarono dai Fenici il
loro alfabeto).
Trattando della distribuzione linguistica nel Vicino Oriente, il prof. Pelio
Fronzaroli osserva che i Greci micenei parteciparono alle vicende culturali di
quest’area geografica già nella seconda metà del II millennio a.C.112. Dalla docu-
mentazione archeologica risulta che insediamenti commerciali ionii erano pre-
senti a Sinope, sul Mar Nero, quando questa località era già un avamposto com-
merciale e militare assiro prima del periodo imperiale113.
La presenza greca lungo le coste dell’Anatolia e della Siria settentrionale è
segnalata in documenti dell’VIII secolo a.C. Dai testi di Sargon II (722-705 a.C.)
veniamo a sapere che una generazione prima di questo sovrano, navigatori greci
frequentavano le coste della Cilicia, e i ritrovamenti archeologici a Tarso hanno
confermato questa notizia114. Sappiamo pure da fonti contemporanee che mer-
cenari greci militavano nell’esercito di Assarhaddon (681-669 a.C.).
La presenza greca in Babilonia è documentata per l’epoca di Nabucodono-
sor. Negli scavi di Carchemish, per esempio, il ritrovamento di uno scudo greco
ha convalidato una notizia di Strabone secondo cui mercenari greci combatte-
vano al fianco dei Babilonesi contro gli Egiziani115.
La presenza dell’arte greca in Babilonia è stata attestata grazie agli scavi ese-
guiti in questa località a partire dalla fine del secolo scorso. Colonne sormontate
da capitelli di stile ionico sono state rinvenute fra le rovine della fortezza meridio-
nale di Babilonia116. Infine, testi cuneiformi del tempo di Nabucodonosor c’infor-
mano che fra gli stranieri che concorsero alla realizzazione dei progetti edilizi di
questo sovrano in Babilonia figuravano carpentieri e altri artigiani ionii e lidii117.

111 - Vedi W. ALBRIGHT, From the Stone Age to Christianity, p. 337.


112 - P. FRONZAROLI, L’alba della Civiltà, a cura di S. MOSCATI, Torino 1976, vol. III, p. 42.
113 - Vedi H. C.LEUPOLD, op. cit., p. 143
114 - Vedi E. CASSIN, Storia Universale Feltrinelli, Milano 1969, vol. 4, p. 123.
115 - Vedi G. PETTINATO, Babilonia centro dell’Universo, Milano 1988, p. 75.
116 - Vedi A. PARROT, Babilonia e l’Antico Testamento, Roma 1973, p. 27.
117 - Vedi S.D.A. Bible Commentary, vol. IV, p. 781.

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CAPIRE DANIELE

I Babilonesi a quel che sembra furono amanti della musica. Ammontano in-
fatti a 53 gli strumenti musicali a corde, a fiato e a percussione menzionati nei
testi cuneiformi, raffigurati nell’iconografia o di cui si sono rinvenuti degli esem-
plari. Tutti gli strumenti dell’orchestra di Nabucodonosor sono attestati in docu-
menti scritti o in ritrovamenti archeologici del VI secolo a.C.118.
Esistono dunque attestazioni più che sufficiente per sostenere che è del
tutto verosimile che strumenti musicali importati dalla Grecia fossero usati in Ba-
bilonia al tempo di Nabucodonosor e fossero conosciuti coi nomi di origine.
L’identificazione degli strumenti musicali nominati da Daniele è abbastanza
sicura. Il corno ()ænr : qa qarna’) era uno strumento a fiato tipicamente semitico ri-
cavato dal corno di qualche animale. Il flauto ()ftyiqOr:$m a mashroqitha’) era uno
strumento a fiato con diverse canne molto in uso fra i semiti. La cetra (sort : yaq
qaythros) era uno strumento a corde d’origine greca col quale di solito si accom-
pagnava la danza. La lira ()fkB : sa sabbeka’), strumento di forma triangolare con 4
corde, era nota rispettivamente coi nomi di sambuke e sambuca presso i Greci e
i Latini i quali la adottarono dai Fenici, come attesta STRABONE spiegando che il
vocabolo è di origine “barbarica”119. Il saltèro (}yirT" nº sa P: pesanterin) era uno stru-
mento a corde di forma triangolare molto usato dai Greci. La zampogna
(hæynº oPm
: Us sumponeya’) era uno strumento a fiato, pure di origine greca, consi-
stente di un certo numero di canne inserite in un involucro gonfiabile di pelle
animale120.

7 Non appena quindi tutti i popoli ebbero udito il suono del corno,
del flauto, della cetra, della lira, del saltèro e d’ogni sorta di stru-
menti, tutti i popoli, tutte le nazioni e lingue si prostrarono e adora-
rono la statua d’oro, che il re Nebucadnetsar aveva eretta.

Le misure intimidatorie messe in atto con prontezza hanno avuto un effetto im-
mediato. Al suono dell’orchestra “tutti i popoli, tutte le nazioni e lingue” (cioè a
dire i rappresentanti di tutte le unità nazionali e i gruppi linguistici dell’impero)
si sono prostrati e hanno reso omaggio alla statua.
Questa prostrazione servile è tanto segno di sottomissione al sovrano
quanto riconoscimento della supremazia degli dèi di Babilonia sulle divinità di
tutti i raggruppamenti nazionali rappresentati nella colorita assemblea.

8 Allora, in quello stesso momento, alcuni uomini Caldei si fecero


avanti, e accusarono i Giudei; 9 e, rivolgendosi al re Nebucadnetsar,
gli dissero: “O re, possa tu vivere in perpetuo! 10 Tu, o re, hai ema-
nato un decreto, per il quale chiunque ha udito il suono del corno,
del flauto, della cetra, della lira, del saltèro, della zampogna e d’ogni

118 - Vedi D.J. WISEMAN in The International Standard Bible Encyclopedia, vol. I, p. 401.
119 - STRABONE, Geografia, X, 3.17.
120 - Vedi S.D.A. Bible Commentary, vol. IV, p. 781.

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CAPITOLO 3

sorta di strumenti deve prostrarsi per adorare la statua d’oro; 11 e


chiunque non si prostra e non adora, dev’esser gettato in mezzo a
una fornace di fuoco ardente. 12 Or vi sono degli uomini giudei, che
tu hai preposti agli affari della provincia di Babilonia: Shadrac, Me-
shac, e Abed-nego; codesti uomini, o re, non ti tengono in alcun
conto; non servono i tuoi dèi, e non adorano la statua d’oro che tu
hai eretta”.

L’intervento di alcuni caldei a danno dei giovani giudei motivato da invidia e ge-
losia professionale piuttosto che da antagonismo razziale e nazionalistico (ciò
sembra evidente dall’appunto velato che muovono al re: “degli uomini giudei
che tu hai preposti agli affari di Babilonia...”)121. Per alcuni quindi questi uomini
apparterrebbero alla casta dei maghi e astronomi-astrologi piuttosto che all’etnia
caldea122 mentre altri sono di parere contrario123.
L’espressione figurata aramaica )¢yd
f Uhºy yiD }Ohy"cr A ’akalu qarzehôn dî
: qa Ulak)
yehûdâye’, letteralmente “divorarono i brandelli dei giudei”, significa “calunnia-
rono”, “accusarono i Giudei”. La formula augurale “O re, possa tu vivere in per-
petuo!” era di prammatica nelle antiche corti orientali (vedi commento a 2: 4).
Prima di formulare i capi d’accusa, i delatori si appellano al decreto che il re ha
appena fatto proclamare e alla sanzione penale che esso prevede per i trasgres-
sori. Shadrac, Meshac e Abed-nego sono accusati di tre gravi delitti contro il so-
vrano, e cioè: di lesa maestà (“non ti tengono in alcun conto”), di insubordina-
zione (“non servono i tuoi dèi”, quindi rifiutano la tua autorità) e di rifiuto del
giuramento di fedeltà attraverso l’omaggio reso alla statua (“non adorano la sta-
tua d’oro che tu hai eretta”).
Le accuse sono calunniose: i giovani giudei non hanno certamente voluto
venire meno alla loro lealtà verso il sovrano, ma poiché questa lealtà doveva ve-
nire espressa attraverso un atto di omaggio alle divinità pagane, essi hanno pre-
ferito lasciarlo credere a costo di sfidare l’ira del re piuttosto che venire meno
alla loro fedeltà al Dio che servono.

13 Allora Nebucadnetsar, irritato e furioso, ordinò che gli fossero


menati Shadrac, Meshac e Abed-nego; e quegli uomini furon menati
in presenza del re. 14 Nebucadnetsar, rivolgendosi a loro, disse:
“Shadrac, Meshac, Abed-nego, lo fate deliberatamente di non servire
i miei dèi e di non adorare la statua d’oro che io ho eretto? 15 Ora,
se non appena udrete il suono del corno, del flauto, della cetra, della
lira, del saltèro, della zampogna e d’ogni sorta di strumenti, siete
pronti a prostrarvi per adorare la statua che io ho fatto, bene; ma
se non l’adorate, sarete immantinente gettati in mezzo a una fornace

121 - S.D.A. Bible Commentary, p. 783.


122 - Vedi LEUPOLD, op. cit., vol. IV, p. 147.
123 - Vedi G. RINALDI, op. cit., p. 62.

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CAPIRE DANIELE

di fuoco ardente; e qual è quel dio che vi libererà dalle mie mani?”

È immaginabile quanto possa avere inasprito l’animo di un monarca dispotico il


rifiuto di obbedienza da parte di alcuni suoi funzionari che oltretutto erano stati
da lui favoriti col conferimento di alti incarichi. Quel gesto deve essere stato vi-
sto come incomprensibile segno di ingratitudine oltre che come intollerabile ri-
bellione.
Nabucodonosor ha raccolto la denuncia dei Caldei: l’interrogatorio cui sot-
topone Shadrac, Meshac e Abed-nego verte precisamente sui loro capi d’accusa.
Sembra, tuttavia, che il re stenti a credere che ci siano uomini talmente temerari
da sfidare deliberatamente la sua autorità, e che piuttosto propenda ad ammet-
tere che gli accusati possano non avere compreso il suo proclama (non lo sfiora
il pensiero che il loro atteggiamento possa essere stato dettato da solide motiva-
zioni religiose). Di conseguenza si mostra conciliante verso di loro. Ai giovani
sarà accordata una seconda “chance”, ma guai a loro se persisteranno nel loro
atteggiamento provocatorio! Non sorprendono più di tanto le parole di sfida irri-
verente che Nabucodonosor proferisce all’indirizzo del Dio di Shadrac, Meshac e
Abed-nego del quale aveva riconosciuto la superiorità rispetto a tutti gli dèi.

16 Shadrac, Meshac e Abed-nego risposero al re, dicendo: “O Nebu-


cadnetsar, noi non abbiam bisogno di darti risposta su questo. 17
Ecco, il nostro Dio che noi serviamo, è potente da liberarci, e ci libe-
rerà dalla fornace del fuoco ardente, e dalla tua mano, o re. 18 Se no,
sappi o re, che noi non serviremo i tuoi dèi e non adoreremo la sta-
tua d’oro che tu hai eretto”.

Noi non conosciamo tutte le formule di rito in uso nella corte imperiale di Babi-
lonia, non siamo dunque in grado di sapere se il vocativo con l’omissione del ti-
tolo regale (semplicemente “O Nebucadnetsar”) sia o non sia conforme all’eti-
chetta di palazzo.
L’atteggiamento dei giovani accusati (“noi non abbiamo bisogno di darti ri-
sposta su questo”) non è segno di arroganza come potrebbe sembrare. È stato
dimostrato attraverso analogie con altre lingue semitiche che il verbo aramaico
tradotto “darti risposta” ha il senso giuridico di “difenderci”, “giustificarci”124.
I giovani dunque dicono semplicemente che rinunciano all’autodifesa. Il
non avere ottemperato all’ordine del re è stato in effetti un atto consapevole e
deliberato, ma del quale Nabucodonosor non potrebbe in alcun modo capire la
ragione.
Il v. 17 nell’aramaico comincia con un “se” che la versione Riveduta omette.
G. BERNINI traduce, conformemente all’aramaico: “Se il Dio che noi serviamo è
capace di liberarci, ci salverà dalla fornace...”125. Così com’è la frase esprime in-

124 - Vedi S.D.A. Bible Commentary, vol. IV, p. 783.


125 - G. BERNINI, Daniele, p.129.

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CAPITOLO 3

certezza sulla capacità di Dio di salvare dalla fornace, ma certamente non era
questo il sentimento dei giovani giudei. G. RINALDI traduce più coerentemente:
“Se ciò avverrà, il nostro Dio, che noi serviamo, è capace di liberarci...” È una re-
plica ferma e convinta alla sfida di Nabucodonosor: “...e qual è quel dio che vi
libererà dalle mie mani?” (v. 15). Shadrac, Meshac e Abed-nego non dubitano
che il loro Dio è potente da salvarli dal fuoco della fornace, ma non sanno se
vorrà farlo. Se Dio nella sua sovrana libertà avesse deliberato di non salvarli, essi
non desisteranno comunque dal rimanergli fedeli: “Se no (ovvero: Se Dio non
vorrà salvarci), sappi, o re, che noi non serviremo i tuoi dèi e non adoreremo la
statua d’oro che tu hai eretto (è evidente che l’omaggio reso alla statua equiva-
leva a un atto di venerazione e di sottomissione agli dèi di Babilonia). In ogni
tempo l’eroica determinazione dei compagni di Daniele ha suscitato commo-
zione e ammirazione.

19 Allora Nebucadnetsar fu ripieno di furore, e l’aspetto del suo viso


fu mutato verso Shadrac, Meshac e Abed-nego. Egli riprese la pa-
rola, e si ordinò che si accendesse la fornace sette volte più di quello
che s’era pensato di fare; 20 Poi comandò ad alcuni uomini de’ più
vigorosi del suo esercito di legare Shadrac, Meshac e Abed-nego, e
di gettarli nella fornace del fuoco ardente.

Nabucodonosor aveva mantenuto un atteggiamento conciliante verso Shadrac,


Meshac e Abed-nego. Ma ora il rifiuto esplicito dei giovani di conformarsi alle
sue disposizioni fa esplodere la sua collera ()fmxE chema’, “ira infuocata”). Il mu-
tamento repentino di atteggiamento del re verso i tre giovani è descritto con effi-
cacia: “l’aspetto del suo volto fu mutato” (i lineamenti del suo viso si contrag-
gono e il colore si fa paonazzo).
Nella pianura mesopotamica non esistono cave di pietra, ma lungo il corso
dell’Eufrate abbonda l’argilla. I Babilonesi ne fecero largo uso per produrre mat-
toni. Le fornaci da mattoni in quest’epoca non dovevano essere rare nella pia-
nura di Babilonia e dovettero lavorare a pieno ritmo, stante i vasti progetti edilizi
di Nabucodonosor nella città di Babilonia. Fatte di mattoni cotti, queste fornaci
avevano probabilmente forma tronco-conica con un’apertura in alto per lo sfogo
dei fumi ed una laterale per l’introduzione del combustibile e dei laterizi da cuo-
cere. Per riscaldare le fornaci si adoperava della paglia o del legno sminuzzato
mescolato con bitume (fin da epoca immemorabile il bitume affiora spontanea-
mente nella pianura mesopotamica, notoriamente una delle regioni del mondo
più ricca di giacimenti petroliferi). Questo tipo di combustibile, come è facile ca-
pire, sviluppava un calore molto intenso.
Sulla pratica barbara del supplizio del fuoco in Babilonia ci ragguagliano al-
cuni documenti antichi. Intanto la pena del fuoco per certi delitti era prevista nel
Codice di Hammurabi (25. 110). Questa pena è minacciata a certi servi infedeli
in un testo cuneiforme del II millennio a.C. (il vocabolo per “fornace”, utûnum,
è affine al termine aramaico usato da Daniele, }UTa) ‘attûn). Il genero di Nabuco-
donosor, Nergal-shar-usur, si vanta in una sua iscrizione di avere “bruciato fino

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CAPIRE DANIELE

alla morte gli avversari e i ribelli”126. Anche Geremia ci dà notizia di un fatto si-
mile in 29:22, dove fa riferimento a due pseudo-profeti giudei “che il re di Babi-
lonia ha fatti arrostire al fuoco”.
Nabucodonosor prende tutte le precauzioni per sventare qualunque tenta-
tivo di fuga dei condannati o, addirittura, per prevenire un intervento sopranna-
turale: fa riscaldare la fornace sette volte più di quanto si era pensato e consegna
i malcapitati ai soldati più robusti della sua milizia. E come se non bastasse, li fa
legare per modo che non possano muoversi. “Sette volte di più...”, cioè al mas-
simo grado possibile, probabilmente, secondo qualche commentatore, bruciando
un quantitativo di combustibile sette volte maggiore del consueto. Ancora di più
queste misure precauzionali faranno risaltare il prodigio che sta per avere luogo.

21 Allora questi tre uomini furono legati con le loro tuniche, le loro
sopravvesti, i loro mantelli e tutti i loro vestiti, e furon gettati in
mezzo alla fornace del fuoco ardente. 22 E siccome l’ordine del re
era perentorio e la fornace era straordinariamente riscaldata, la
fiamma del fuoco uccise gli uomini che vi avevan gettato dentro Sha-
drac, Meshac e Abed-nego. 23 E quei tre uomini, Shadrac, Meshac e
Abed-nego, caddero legati in mezzo alla fornace del fuoco ardente.

I condannati sono gettati nella fornace incandescente e con tutti i loro vestiti ad-
dosso perché l’ordine del re deve essere eseguito con la massima rapidità, e
forse anche affinché l’effetto del fuoco sia se possibile ancora più drastico con la
combustione dei panni.
Non è facile oggi tradurre i termini aramaici con i quali sono indicati i capi
di vestiario dei condannati. Il significato più probabile del primo (}Ohy"lfB:ras:B
besarbalêhôn) sembra essere “calzari”; il secondo (}Ohy"$y:=Pa pateyshêhôn) può
tradursi “calzoni”; il terzo (}OtflB : ka karbelathôn), d’origine accadica (karballatu)
: r
significa con molta probabilità “copricapo”, e il quarto (}Ohy"$b : levushehôn) desi-
u l
gna gli indumenti in generale.
Un incidente repentino e imprevisto segna drammaticamente l’esecuzione
dell’ordine di Nabucodonosor: una vampa di calore erompe dalla bocca della
fornace e investe i soldati che vi hanno gettato i condannati, e in un attimo essi
bruciano come torce. È un primo smacco per il re.
Tra i vv. 23 e 24, i manoscritti greci dei LXX e di Teodozione inseriscono
un’aggiunta apocrifa di 67 versetti (24-90) contenente una preghiera in versi
messa sulla bocca di Azaria (Abed-nego) (vv. 24-25), un breve interludio narra-
tivo in prosa (vv. 46-50) e un cantico in versi attribuito ai tre giovani (vv. 51-90).
È la prima di tre aggiunte apocrife al nostro libro le quali, insieme con altri scritti
apocrifi, furono dichiarate deuterocanoniche dal Concilio di Trento nel 1546 e
sono tuttora accolte nel canone anticotestamentario delle versioni cattoliche della
Bibbia. Girolamo tradusse in latino questo lungo brano ma avvertì di non averlo

126 - S.D.A. Bible Commentary, vol. IV, p. 782.

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CAPITOLO 3

trovato nei testi ebraici. Effettivamente esso non figura nel Testo Masoretico di
Daniele e, significativamente, non si trova nei frammenti aramaici del nostro li-
bro rinvenuti nelle grotte di Qumrân (anteriori di quasi 1.000 anni al Testo Maso-
retico) uno dei quali contiene i vv. 22-30 del capitolo terzo. È incerto se il brano
aggiuntivo, che da vari studiosi è fatto risalire all’inizio del I secolo a.C., sia stato
composto originariamente in aramaico.

24 Allora il re Nebucadnetsar fu spaventato, si levò in gran fretta, e


prese a dire ai suoi consiglieri: “Non abbiam noi gettato in mezzo al
fuoco tre uomini legati?” quelli risposero e dissero al re: “Certo, o
re!” 25 Ed egli riprese a dire: “Ecco, io vedo quattro uomini, sciolti,
che camminano in mezzo al fuoco, senz’aver sofferto danno alcuno;
e l’aspetto del quarto è come quello d’un figlio degli dèi”.

Il re si era avvicinato al luogo del supplizio e si era posto a sedere a distanza di


sicurezza per controllare di persona che i suoi ordini fossero eseguiti rigorosa-
mente. Dal suo punto d’osservazione egli può vedere agevolmente, attraverso
l’apertura della fornace, quello che avviene all’interno di essa, e quello che vede
lo fa trasalire. Non solo i tre giovani si muovono a loro agio tra i riverberi acce-
canti, come se il calore terrificante non procurasse loro né danni né fastidio, ma
insieme a loro c’è un quarto personaggio che ha un aspetto sovrumano.
Alcune versioni antiche (la King’s James, per esempio), hanno reso “il Figlio
di Dio” l’aramaico }yihl E -rab bar-’elahîn, ma generalmente l’espressione è tra-
f )
dotta, come fa la Riveduta, “un figlio degli dèi”. Il S.D.A. Bible Commentary pre-
ferisce la prima traduzione, la seconda però è più consona alla mentalità del pa-
gano Nabucodonosor. Era comune fuori d’Israele la credenza che esistessero fi-
gli di dèi generati con divinità femminili o con umanissime donne.
Quasi non credendo ai suoi occhi, il re si alza di scatto dal suo scanno e
corre a interpellare i suoi consiglieri per accertarsi che siano stati gettati nella for-
nace soltanto tre uomini.

26 Poi Nebucadnetsar s’avvicinò alla bocca della fornace del fuoco


ardente, e prese a dire: “Shadrac, Meshac, Abed-nego, servi dell’Id-
dio altissimo, uscite, venite!” E Shadrac, Meshac e Abed-nego usci-
rono di mezzo al fuoco.

“Shadrac, Meshac e Abed-nego... uscite...!” È una revoca implicita della con-


danna e un implicito riconoscimento della sconfitta subita. L’Iddio Altissimo che
Shadrac, Meshac e Abed-nego servono ha raccolto la sfida temeraria di Nabuco-
donosor (“e qual è quel dio che vi libererà dalle mie mani?”) e ha risposto come
Egli sa rispondere.
Il quarto personaggio è scomparso dopo che i giovani sono usciti dalla for-
nace, una prova ulteriore della sua appartenenza all’ordine sovrannaturale.
Liberi dai legami e assolutamente indenni, i tre giovani sarebbero potuti
uscire dalla fornace prima che il re lo ordinasse loro. Con ciò hanno dato prova

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CAPIRE DANIELE

che se non hanno reso omaggio alla statua secondo l’ordine del sovrano, non è
stato per avere voluto sfidare la sua autorità, come li si era accusati, ma per mo-
tivi di ben altra natura che adesso Nabucodonosor sembra avere capito e di vo-
lere riconoscere chiamandoli “servi dell’Iddio Altissimo”.
“L’avere Nabucodonosor riconosciuto che il dio dei tre giudei è ‘l’Iddio Al-
tissimo’, non implica necessariamente che il re rinunciasse alla sua mentalità po-
liteista. Il Dio di Shadrac, Meshac e Abed-nego era per lui non l’unico vero Dio,
ma semplicemente il Dio più alto, il Dio supremo sopra tutti gli dèi (i Greci chia-
mavano il loro supremo Zeus, ho hupsistos theos, ‘il dio più alto’). Con questo
senso il termine è attestato anche in Fenicia e più tardi nelle iscrizioni di Pal-
mira”127.

27 E i satrapi, i prefetti, i governatori e i consiglieri del re, essendosi


adunati, guardarono quegli uomini, e videro che il fuoco non aveva
avuto alcun potere sul loro corpo, che i capelli del loro capo non
erano stati arsi, che le loro tuniche non erano alterate, e ch’essi non
avevano odor di fuoco.

È talmente inaudito che degli uomini escano vivi da una fornace infuocata, che
tutti vogliono osservare da vicino i tre giovani oggetto di un simile prodigio. I di-
gnitari fanno ressa intorno a loro e possono constatare de visu che il fuoco non
li ha neanche sfiorati: la capigliatura, la prima parte del corpo a soffrire gli effetti
del calore, è intatta, le tuniche (o meglio, i calzari, come traducono altri) non re-
cano tracce di combustione, i loro corpi non odorano di bruciato.
L’Iddio che essi servono li ha prodigiosamente salvati, manifestando il suo
gran potere davanti gli occhi dei rappresentanti di tutte le province imperiali.
Certo, non tutti hanno potuto osservare da vicino i loro corpi indenni, infatti il
narratore menziona solo tre delle sette categorie di funzionari menzionati nel v.
2: ’achashdarpenayya’ (sàtrapi), sighnayya’ (prefetti) e pachawatha’ (governa-
tori), più una quarta categoria, quella )fKl : m
a y" rb
: D a haddavrê malka’ (consiglieri
f h
del re) nominata per la seconda volta dopo il v. 24. Tutti, comunque, hanno vi-
sto i giovani uscire vivi dalla fornace.

28 E Nebucadnetsar prese a dire: “Benedetto sia l’Iddio di Shadrac,


di Meshac e di Abed-nego, il quale ha mandato il suo angelo, e ha li-
berato i suoi servi che hanno confidato in lui, hanno trasgredito
l’ordine del re, e hanno esposto i loro corpi, per non servire e non
adorare altro dio che il loro! 29 Perciò, io faccio questo decreto: che
chiunque, a qualsiasi popolo, nazione o lingua appartenga, dirà
male dell’Iddio di Shadrac, Meshac e Abed-nego, sia fatto a pezzi, e
la sua casa sia ridotta in un immondezzaio; perché non v’è alcun al-
tro dio che possa salvare a questo modo”.

127 - Idem, p. 785.

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CAPITOLO 3

I pagani in genere rispettavano le divinità straniere, tanto più se ad esse si po-


teva accreditare, a torto o a ragione, un qualche prodigio (in questo caso, evi-
dentemente, il fatto portentoso è accreditato a ragione!).
Ammettere nel pantheon nazionale una divinità straniera, o quanto meno
riconoscerne il potere, non era poi un problema. L’atteggiamento di Nabucodo-
nosor verso il Dio dei Giudei è conforme a questa mentalità. Il prodigio di cui è
stato spettatore ha suscitato nel re timore e riverenza verso questo Dio talmente
potente. Egli non può non ammettere che sia stato lui a liberare dal fuoco, con
la mediazione di un suo inviato, i giovani che hanno avuto fiducia in lui. Questo
non significa però - sia detto ancora una volta - che egli rinunci alla sua menta-
lità politeistica.
Adesso Nabucodonosor ha capito e riconosce che non è stato per temeraria
rivolta contro la sua autorità che i giovani giudei hanno trasgredito il suo ordine,
ma soltanto “per non servire e non adorare altro dio che il loro”.
Il re emana seduta stante un decreto col quale si fa obbligo a tutti i gruppi
etnici e linguistici del suo impero di rispettare e riverire il Dio di Shadrac, Me-
shac e Abed-nego. La sanzione che dovranno subire i trasgressori di questo de-
creto è identica a quella che doveva abbattersi sui sapienti di Babilonia rei di
non avergli saputo rivelare il sogno (vedi commento a 2: 5).

30 Allora il re fece prosperare Shadrac, Meshac e Abed-nego nella


provincia di Babilonia.

Il rifiuto di ubbidire all’ordine del re nella piana di Dura aveva fatto decadere
automaticamente dai loro incarichi ufficiali Shadrac, Meshac e Abed-nego. Ora
essi sono reintegrati in quegli incarichi, dopo che per l’intervento del Dio che
servono sono scampati ad una morte atroce.
Il verbo xalc a hatzlach, “fece prosperare”, “promosse”, fa pensare che i gio-
: h
vani siano stati posti dal re nelle condizioni più favorevoli per svolgere le loro
mansioni amministrative con pieno successo. L’esito felice della vicenda è enfa-
tizzato per mostrare che Dio rimunera i suoi figli che lo servono con fedeltà.

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CAPIRE DANIELE

Capitolo 4
____________________________

I l racconto di questo capitolo ha qualche somiglianza con la storia narrata nel


capitolo 2. Anche in questo episodio Nabucodonosor ha un sogno che i maghi
di Babilonia non sanno interpretare. E anche qui l’intervento di Daniele è risolu-
tivo. Ma se vi sono analogie fra le due storie, vi sono anche differenze. Nel cap. 4
il sogno non è stato dimenticato e non c’è minaccia di morte a carico dei maghi
reticenti. E ancora, a differenza del primo episodio, nel secondo il sogno prean-
nuncia un evento infausto per il re di Babilonia. Evento che si compie puntual-
mente perché Nabucodonosor ha esaltato se stesso anziché l’Iddio Altissimo.
Ridotto in uno stato di abbrutimento a causa di una rara malattia mentale,
il sovrano vaga per i campi come una bestia selvatica. Trascorso il tempo predetto
da Daniele, Nabucodonosor, forse in un momento di lucidità, prende coscienza
della sua condizione miserevole, benedice l’Iddio Altissimo, ne esalta la signoria
eterna e riacquista le facoltà mentali così come Daniele aveva detto.
Singolare è la forma letteraria del racconto. Prima di tutto perché si apre e
prosegue nella forma di un proclama rivolto a tutti i popoli dell’impero, poi perché
i verbi e i pronomi sono alla prima persona fino al v. 18, passano alla terza per-
sona nel v. 19 e ritornano alla prima persona nel v. 34.
Nella versione italiana della Bibbia utilizzata in questo commentario,
conformemente ad alcuni codici di versioni antiche, il cap. 4 si apre col pream-
bolo del proclama di Nabucodonosor.
Nel Testo Masoretico invece, seguito da numerosi codici di versioni antiche e
da molte versioni moderne, questo capitolo esordisce col racconto di Nabucodono-
sor in prima persona; in altre parole i primi 3 versetti del cap. 4 nella versione Ri-
veduta di Giovanni Luzzi, figurano nel testo Masoretico come gli ultimi 3 (31-33)
del capitolo terzo. Non v’è dubbio che questi tre versetti stanno al loro posto al prin-
cipio del cap. 4. Infatti la vicenda del cap. 3 è già conclusa nel v. 30 con l’osserva-
zione che i compagni di Daniele scampati al giudizio del fuoco sono stati reinte-
grati nei loro incarichi pubblici, mentre il proclama che il re rivolge a tutti i popoli
del suo impero per far conoscere i segni e i prodigi che l’Iddio del cielo ha fatto
nella sua persona, introduce in modo del tutto naturale il racconto del cap. 4.

1 “Il re Nebucadnetsar a tutti i popoli, a tutte le nazioni e le lingue,


che abitano su tutta la terra. La vostra pace abbondi.

La narrazione comincia e prosegue fino a un certo punto nella forma di un pro-


clama che il re Nabucodonosor ha rivolto alle genti dei suoi vasti domini (“po-

93
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CAPITOLO 4

poli... nazioni e lingue”, vedi commento a 3:4) le cui dimensioni geografiche


sono iperbolicamente enfatizzate (“su tutta la terra”).
Il proclama si apre con un preambolo redatto nell’antica forma epistolare,
con l’indicazione del mittente (“il re Nabucodonosor”) e dei destinatari (“a tutti i
popoli, a tutte le nazioni e lingue”) seguita dal saluto augurale (“la vostra pace
abbondi”). “L’indirizzo a tutto il mondo civile era abituale (cfr. 6:26) nei docu-
menti usciti dalle cancellerie dell’antico Oriente”128.
Forme varianti di saluti augurali si trovano anche in decreti imperiali e in un
documento epistolare di età persiana riportati nel libro di Esdra (4:17; 7:12, [BG,
5:7]). Una formula augurale si legge nei Papiri aramaici di Elefantina del V secolo
a.C.: “Possa l’Iddio del cielo procacciare la salute di...”129. Un editto reale rinve-
nuto da Rawlinson in Mesopotamia si chiude con la formula: “Possa il mio saluto
rallegrare il vostro cuore”130.

2 M’è parso bene di far conoscere i segni e i prodigi che l’Iddio altis-
simo ha fatto nella mia persona. 3 Come son grandi i suoi segni!
Come son potenti i suoi prodigi! Il suo regno è un regno eterno, e il
suo dominio dura di generazione in generazione.

Nabucodonosor ha voluto rendere di pubblico dominio nei territori del suo im-
pero una drammatica vicenda personale che riconosce come un giudizio dell’Id-
dio Altissimo. Dichiarato lo scopo del proclama, il re pronuncia una dossologia
per esaltare in vibranti versi lirici la potenza di questo Dio, che si è resa manife-
sta nella sua persona, e la sua signoria imperitura.
Poiché non si conoscono casi paralleli nei documenti antichi, vari autori
moderni hanno definito storicamente assurdo questo proclama che Daniele attri-
buisce al re Nabucodonosor. Il S.D.A. Bible Commentary131 ribatte giustamente
che gli argomenti basati sul silenzio delle fonti non sono decisivi. La Scrittura de-
scrive avvenimenti che non hanno riscontri nei documenti coevi che sono a no-
stra conoscenza (si pensi per esempio alla distruzione di Gerusalemme per
mano di Nabucodonosor), eppure nessuno ne contesta l’attendibilità. “Questo
tipo di approccio - osserva Leupold - fa della storia extra-biblica il criterio per
decidere che cosa sia o non sia credibile e ragionevole nell’ambito della rivela-
zione”132.
Su radicali riforme religiose promosse da qualche sovrano del mondo an-
tico siamo comunque informati dalle fonti storiche. Si sa, per esempio, che il fa-
raone Amenofi IV nel secolo XIV a.C. ripudiò la religione politeistica degli avi e
istituì nell’Egitto una sorta di culto monoteistico rivolto all’antica divinità solare

128 - G. RINALDI, op. cit., p. 77.


129 - S.D.A. Bible Commentary, vol. IV, p. 788.
130 - H. C. LEUPOLD, op. cit., p. 168.
131 - S.D.A. Bible Commentary, vol. IV , p. 788.
132 - H. C. LEUPOLD, op. cit., p. 168.

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CAPIRE DANIELE

Aton in onore della quale eresse un tempio nella nuova capitale Aketaton e
mutò il proprio nome in Ikhnaton.
Un’analoga rivoluzione religiosa pare essere avvenuta in Mesopotamia cin-
que secoli più tardi: indizi concreti fanno pensare che durante il regno di Adad-
nirari III (810-782 a.C.) Nabu, dio di Borsippa, fosse proclamato unica o princi-
pale divinità di Ninive133.

4 Io, Nebucadnetsar, stavo tranquillo in casa mia, e fiorente nel mio


palazzo. 5 Ebbi un sogno, che mi spaventò; e i pensieri che m’assali-
vano sul mio letto, e le visioni del mio spirito m’empiron di terrore.

Il proclama prosegue col racconto di Nabucodonosor in prima persona. “Stavo


tranquillo in casa mia...”. L’episodio sembra potersi situare nell’ultimo scorcio del
lungo regno di Nabucodonosor quando, terminate le guerre di conquista, il
grande sovrano assicurò lunghi anni di pace e prosperità al paese. “... Fiorente
nel mio palazzo...”: l’aramaico }án(: r
a ra‘anan, lett. “essere verdeggiante”, era usato
metaforicamente per indicare la condizione di qualcuno che prosperava in circo-
stanze particolarmente fortunate (W. GESENIUS).
L’espressione, nello stesso tempo che enfatizza l’opulenza di Babilonia, an-
ticipa l’argomento della prima parte del sogno descritto nei versetti seguenti.
Ancora un sogno dunque, un sogno che turba la tranquillità del re, anzi che
lo terrorizza (si tenga presente l’importanza che si annetteva ai sogni in Babilo-
nia - vedi commento a 2:1). Nabucodonosor sembra che colga nel sogno una
vaga premonizione infausta. “La repentinità con cui è introdotto questo versetto -
commenta Leupold - è un artificio letterario per indicare che il sogno soprav-
venne in modo del tutto inaspettato”134. L’emozione che il re ha provato durante
il sogno si rinnova e intensifica al risveglio mentre egli riflette sulle cose viste e
le parole udite nel sogno stesso (“le visioni del mio spirito”).

6 Ordine fu dato da parte mia di condurre davanti a me tutti i savi


di Babilonia, perché mi facessero conoscere l’interpretazione del so-
gno. 7 Allora vennero i magi, gl’incantatori, i Caldei e gli astrologi; io
dissi loro il sogno, ma essi non poterono farmene conoscere l’inter-
pretazione.

Il fallimento di cui si dà notizia nel cap. 2 non sembra avere scosso la fiducia di
Nabucodonosor nei poteri dell’arte divinatoria babilonese. Sono convocati nel
palazzo i professionisti della mantica, una prima volta designati con un termine
collettivo (lebb
f y"myiKx a chakkîmê bavel, “i sapienti di Babilonia”) e una seconda
volta distinti in 4 categorie: )Yam+ u r a chartummayyâ’, ) Yæ pa $
: x f ’ashfayyâ’, )
: ) " yfD: &Ka ka-
shdday’e e )æYr a º zgf gazraya’ (per i significati vedi commento a 2:2, 3). Ma il re non

133 - Vedi S.D.A. Bible Commentary, ivi p. 996.


134 - H. C. LEUPOLD, op. cit., pp. 172, 173.

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CAPITOLO 4

esige da loro che indovinino il sogno come nell’episodio precedente perché sta-
volta il sogno non lo ha dimenticato (“io dissi loro il sogno”). Tuttavia i profes-
sionisti della divinazione ancora una volta rimangono muti davanti alla richiesta
del re. Essi avranno certamente intuito il significato infausto del sogno, ma non
avrebbero saputo dire più di questo. Oltretutto non era piacevole, e poteva an-
che essere pericoloso per loro, annunciare al sovrano un presagio nefasto, sia
pure senza poterne precisare la natura.

8 Alla fine si presentò davanti a me Daniele, che si chiama Beltsat-


sar, dal nome del mio dio, e nel quale è lo spirito degli dèi santi; e io
gli raccontai il sogno.

Daniele riappare per la prima volta sulla scena dopo l’episodio del cap. 2. Non è
chiaro se sia stato convocato dal re o se si sia presentato di sua iniziativa. Se è
valida la prima ipotesi, che effettivamente sembra la più verosimile, Nabucodo-
nosor può aver voluto prima ascoltare il responso degli specialisti nazionali della
divinazione, poi, visto il silenzio di questi, avrebbe consultato l’esperto straniero.
Ma si può anche supporre che Daniele fosse stato convocato insieme con
gli altri sapienti, ma che qualche motivo a noi sconosciuto gli abbia impedito di
ottemperare subito all’ordine del re. L’ipotesi di una presentazione spontanea di
Daniele sembra la meno probabile. Bisognerebbe ammettere che il re Nabuco-
donosor lo avesse messo da parte dopo averlo investito di un alto incarico che
tuttora riconosceva (cfr. 2:48 con 4:9).
Nabucodonosor prima nomina Daniele col suo nome giudaico, poi col
nome babilonese che egli stesso gli ha imposto (vedi commento a 1:7). Osserva
giustamente Leupold135 che dopo la lezione che gli era stata impartita attraverso
l’esperienza narrata in questo capitolo, è comprensibile che Nabucodonosor si
preoccupasse di non dire e fare nulla che potesse apparire come un’offesa verso
il Dio di Daniele, ciò che appunto avrebbe significato il non tenere conto del
nome originale di quest’uomo (Dani’el = “Dio è il mio giudice”) dopo averlo
sostituito con un nome che onorava la sua divinità personale.
La forma plurale dell’espressione aramaica }yi $yiDqa }yi hl E ’elahîn qaddîshîn,
f )
“gli dèi santi”, può anche tradursi al singolare, “l’iddio santo” come rileva il
S.D.A. Bible Commentary136, il quale propende per questa traduzione tanto più
che la versione greca di Teodozione rende la frase: “il quale ha in sé lo spirito
santo di Dio”. Leupold, Rinaldi e altri, come il Luzzi, preferiscono la forma plu-
rale, la quale in effetti, oltre ad attenersi alla letteralità dell’aramaico, tiene conto
del fatto che chi parla è un politeista, anche se rispetta il Dio di Daniele.

135 - Ibidem, pp. 175, 176.


136 - Vol. IV, p. 789.

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CAPIRE DANIELE

9 Beltsatsar, capo dei magi, siccome io so che lo spirito degli dèi


santi è in te, e che nessun segreto t’è difficile, dimmi le visioni che ho
avuto nel mio sogno, e la loro interpretazione.

“Capo dei magi” ()æYM a +


u r a bar rav chartummayyâ’), traducibile anche “capo degli
: x
indovini” (vedi commento a 2:2-3), deve essere l’equivalente di “capo supremo
di tutti i savi di Babilonia” (cfr. 2:48). Nabucodonosor si rivolge a Daniele quale
suo eminente ministro. Per la seconda volta riconosce la presenza in lui dello
“spirito degli dèi santi”, ed esprime la convinzione che non ci sono per lui se-
greti impenetrabili.
“Dimmi la visione che ho avuto...” Poiché nei versetti seguenti Nabucodo-
nosor descrive il sogno, non si capisce il motivo di questa richiesta rivolta a Da-
niele. Teodozione traduce: “Ascolta la visione del sogno che ho avuto...” Questa
lezione è senz’altro più coerente. Varie versioni ed espositori moderni seguono
Teodozione. La Bible de Jérusalem corregge l’aramaico y¢wzº x e hezwê, “visioni”, in
hazî, “ecco”, e traduce: “Ecco il sogno che ho avuto...” Il testo italiano della
C.E.I., Rinaldi, Bernini e altri si attengono a questo modo di leggere il passo.

10 Ed ecco le visioni della mia mente quand’ero sul mio letto. Io guar-
davo, ed ecco un albero in mezzo alla terra, la cui altezza era
grande.

“Io guardavo...” La forma aramaica del verbo esprime azione progressiva (“io
stavo guardando”) e attenta considerazione di ciò che si sta guardando137.
Anche Ezechiele e Isaia usano l’immagine dell’albero per raffigurare una na-
zione (Ez 17:22, 23; 19: 10-14; 31: 3-14; Is 10: 33, 34). In una delle iscrizioni rin-
venute a Wadi Brissa, nel Libano, e pubblicata da F. H. WEISSBACH nel 1906, Ba-
bilonia è paragonata a un grande albero che fa ombra a tutti i popoli138.
Erodoto, in Storie I, 108, riporta un fatto che ha qualche somiglianza con la
storia narrata da Daniele. Egli dice che Astiage re dei Medi sognò che sua figlia
Mandane, andata in sposa a Cambise, principe persiano, partorì una vite che
crebbe fino a coprire tutta l’Asia.
Sollecitato il responso degli interpreti dei sogni, costoro gli predissero che il
figlio di sua figlia avrebbe regnato in vece sua. L’albero visto in sogno da Nabu-
codonosor, l’albero che si erge forte e maestoso nel bel mezzo della terra e
estende i suoi rami in tutte le direzioni potrebbe essere una figura idonea della
nuova Babilonia creata da Nabucodonosor.

137 - Cfr. LEUPOLD, op. cit., p. 178.


138 - Cfr. G. RINALDI, op. cit., pp. 78, 79 e G. PETTINATO, op. cit., p. 17.

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CAPITOLO 4

11 l’albero era cresciuto e diventato forte, e la sua vetta giungeva al


cielo, e lo si vedeva dalle estremità di tutta la terra. 12 Il suo fogliame
era bello, il suo frutto abbondante, c’era in lui nutrimento per tutti; le
bestie dei campi si riparavano sotto la sua ombra, gli uccelli del cielo
dimoravano fra i suoi rami, e ogni creatura si nutriva d’esso.

L’immagine è imponente. Le dimensioni dell’albero, il suo vigore, la sua flori-


dezza, tutto è superlativo e tutto sembra potersi riferire alla gran città che do-
minò il mondo tra il 605 e il 539 a.C.
“... ecco un albero in mezzo alla terra”. Spesso nelle iscrizioni reali di que-
sto periodo Babilonia è descritta come il centro del mondo.
“... L’albero era cresciuto e diventato forte”. Sotto la guida energica e illumi-
nata di Nabucodonosor i confini dell’impero di Babilonia si erano dilatati fino a
incorporare tutta la Mesopotamia, la Siria e la Palestina.
“Il suo fogliame era bello, il suo frutto abbondante...” Immagine eloquente
della prosperità e dell’opulenza della nuova Babilonia creazione di Nabucodo-
nosor.
“... c’era in lui nutrimento per tutti...” Nulla potrebbe commentare questa
frase meglio delle parole dello stesso Nabucodonosor che si leggono in una
delle sue numerose iscrizioni: “Nabucodonosor, il re di giustizia, sono Io. La
moltitudine della gente che Marduk, mio signore, ha dato nelle mie mani, go-
verno io con bontà... [...] ... sotto la sua eterna protezione radunai tutti i popoli
per il loro bene. Un governo pieno di abbondanza, anni pieni di benedizioni ga-
rantii al mio paese”139.
Gli storici riconoscono senza riserve a Nabucodonosor i meriti che questo
sovrano ascrive a se stesso. Scrive il prof. Pettinato: “anche se può sembrare
noioso, non mi stancherò di ripetere che la vera grandezza del sovrano Nabuco-
donosor non consiste nel fatto che egli abbia creato un impero e abbia costruito
una degna capitale, quanto piuttosto all’aver regnato con giustizia ed equità,
nell’essere stato, in poche parole, un ‘pastore fedele’ per il suo popolo”140.
Bisogna dire che nell’intento della Rivelazione l’albero grande e maestoso
visto in sogno da Nabucodonosor, vuole raffigurare piuttosto lui stesso che non
la città e l’impero di Babilonia, quantunque nell’antichità il re venisse conside-
rato l’incarnazione vivente del regno e fosse quindi con esso identificato.

13 Nelle visioni della mia mente, quand’ero sul mio letto, io guar-
davo, ed ecco uno dei santi Veglianti scese dal cielo, 14 gridò con
forza, e disse così: - Abbattete l’albero, e tagliatene i rami; scotetene
il fogliame, e dispergetene il frutto; fuggano gli animali di sotto a lui,
e gli uccelli di tra i suoi rami!

139 - G. PETTINATO, op. cit., pp. 182/183.


140 - Ibidem, p. 185.

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CAPIRE DANIELE

Un essere sovrumano compare sulla scena mentre il re contempla nel sogno l’al-
bero maestoso. Questo essere è designato con un termine che non ha riscontri
nell’Antico Testamento (non si deve dimenticare che chi lo usa non appartiene
alla cultura ebraica). L’aramaico ryi( - dal verbo ‘ur, “vigilare” - significa “vigi-
lante”, “uno che sta sempre all’erta”. I LXX lo traducono angelos “angelo”, men-
tre Teodozione si limita a traslitterarlo in caratteri greci [ir]. Nell’apocalittica giu-
daica (Enoch, Giubilei) aggeloi designa gli esseri celesti che eseguono i decreti
divini, vale a dire gli angeli. È improbabile che i Caldei conoscessero la nozione
giudaica espressa da questo termine, come suggerirebbe la versione dei LXX.
Nondimeno l’attributo “santo” aggiunto a “vigilante” (aramaico $yiDqa wº ryi( ‘ir we-
qaddêsh, letteralmente “un vigilante e santo”) e la natura sovrumana (“scese dal
cielo”) di questo essere cui nulla sfugge, fanno pensare che Nabucodonosor
debba avere riconosciuto il lui un messaggero della divinità.
Una sentenza a carico dell’albero è stata emanata in cielo; il “vigilante e
santo” che ne è disceso ha il compito non di eseguirla ma di comandare che
venga eseguita. Egli “gridò con forza”, questa frase sottolinea l’autorità di cui è
stato investito l’essere sovrumano. Non uno ma più giustizieri eseguiranno la
sentenza (gli imperativi sono tutti al plurale: “abbattete... tagliate... scuotete... di-
sperdete...”). L’identità dei giustizieri non è rivelata, ma si può presumere che
appartengano alla stessa natura e al medesimo rango del “vigilante e santo” (il v.
17 menziona i “vigilanti”, al plurale, ‘irîn).
L’azione punitiva a carico dell’albero deve essere severa: non questo ha da
essere abbattuto, ma i suoi rami dovranno essere tagliati, il suo fogliame scosso
e il suo frutto disperso sì che le creature che si riparavano in esso e di esso si
nutrivano se ne fuggano lontano. Il significato nefasto del sogno è evidente.

15 Però, lasciate in terra il ceppo delle sue radici, ma in catene di


ferro e di rame, fra l’erba de’ campi, e sia bagnato dalla rugiada del
cielo, e abbia con gli animali la sua parte d’erba della terra.

Il castigo decretato a carico dell’albero sarà severo ma non radicale. L’ordine di


lasciare in terra il ceppo con le sue radici contiene l’annuncio implicito di una ri-
fioritura (cfr. Gb 14: 7; Is 11: 1). La metafora è riferita a Nabucodonosor, non
alla sua dinastia. La pratica di stringere con catene o legami metallici i ceppi
delle piante tagliate è sconosciuta alle fonti antiche né si comprende quale
scopo potrebbe avere avuto (è da rifiutare, perché non ha alcun fondamento nel
testo, qualunque relazione fra il ferro e il rame mentovati in questo passo e gli
stessi metalli di cui si parla nel cap. 2).
Secondo Girolamo, le catene che cingono il ceppo nel sogno sarebbero un
riferimento alla persona di Nabucodonosor immobilizzata con catene vere negli
accessi di follia (è un’ipotesi poco probabile). Più verosimile appare il riferi-
mento alle restrizioni che le alterate condizioni mentali avrebbero imposto al so-
vrano. Il Commentario biblico avventista ritiene più motivato rapportare le ca-
tene soltanto all’elemento figurativo, ossia al ceppo dell’albero abbattuto, e ravvi-
sare in esse un segno della cura che si sarebbe avuta per preservarlo.

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CAPITOLO 4

I commentatori, che applicano le “catene” alla persona di Nabucodonosor,


pensano che a lui si debba anche applicare l’essere bagnato dalla rugiada e que-
sto significherebbe che nel suo vagare per i campi il re colpito da alienazione
mentale non avrebbe alcun riparo per la notte. Quanti invece applicano ancora
al ceppo l’essere bagnato dalla rugiada ravvisano in questo un segno della cura
che si avrà per garantirne la sopravvivenza. Se ci si attiene alla prima ipotesi, la
realtà si sovrappone all’immagine già nella prima frase del v. 15 dopo il punto e
virgola (“e sia bagnato dalla rugiada del cielo”). Se invece è giusta la seconda
ipotesi, allora il trapasso dalla figura alla realtà interviene nella seconda frase (“e
abbia con gli animali la sua parte d’erba della terra”). Che in questo caso il riferi-
mento sia a una persona umana e non al ceppo di una pianta e alla sua radice è
fin troppo ovvio.

16 Gli sia mutato il cuore; e invece d’un cuor d’uomo, gli sia dato un
cuore di bestia; e passino si di lui sette tempi.

Il sovrapporsi dell’oggetto reale alla figura si fa più chiaro e deciso. È evidente


che il riferimento è direttamente alla persona di Nabucodonosor. Secondo la
mentalità semitica il cuore è la sede dell’intelligenza nell’uomo e dell’istinto nella
bestia. Togliere il cuore a un uomo e introdurre in lui un cuore di bestia è una
metafora che significa privarlo dell’intelligenza e abbandonarlo in balia di istinti
animaleschi. È questo che succederà a Nabucodonosor se non si umilierà da-
vanti all’Altissimo e non ne riconoscerà l’eterna signoria.
“Tempi” (aramaico }yénDf (i ‘iddanîn) è reso generalmente “anni” dagli antichi
(i LXX, Giuseppe Flavio, Girolamo, Rashi, Ibn Ezra, Jefet...). Tra i moderni pre-
vale la traduzione letterale “tempi”. Così Luzzi, Rinaldi, Bernini, la Bibbia di Ge-
rusalemme, Osterwald ecc...). Anche Leupold preferisce l’espressione “sette
tempi”, pur riconoscendo che l’aramaico è traducibile anche “sette anni”. Questo
autore propende per un valore simbolico del numero sette (perfezione, compiu-
tezza), quindi opina che dovrà trascorrere tutto il tempo necessario perché Dio
compia la sua opera nell’animo del re141. Lo stesso Rinaldi: “...‘sette’ è indetermi-
nato per ‘molti’, o è numero perfetto, per dire ‘tanti quanti saranno necessari’”142.

17 La cosa è decretata dai Veglianti, e la sentenza emana dai santi,


affinché i viventi conoscano che l’Altissimo domina sul regno degli
uomini, ch’egli lo dà a chi vuole, e vi innalza l’infimo degli uomini.

Nabucodonosor deve sapere che l’ordine di abbattere l’albero non è una frase
banale. È un “decreto”, una “sentenza” e nello stesso tempo una “richiesta” che
procedono dai “vigilanti e santi” (a ragione identificati con gli angeli da molti
commentatori).

141 - Vedi H. C. LEUPOLD, op. cit., p. 185.


142 - Vedi G. RINALDI, op. cit., p. 80.

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CAPIRE DANIELE

Il fato che si abbatterà sul re di Babilonia è stato dunque decretato in un’as-


semblea celeste (ad un’assemblea nel cielo si riferiscono Gb 1:1; 2:6 e 1Re 22:19-
22). La sorte degli uomini è dunque fissata dagli angeli e non da Dio? Non è
questo che vuole dire il passo danielico.
Nel v. 24 il profeta spiega al re di Babilonia che quanto è rivelato nel sogno
“è un decreto dell’Altissimo”. Gli angeli tuttavia non sono esecutori passivi dei
decreti divini: Dio li coinvolge attivamente nelle decisioni solenni che riguardano
i figli degli uomini. Così farà Dio con gli eletti risorti nel giudizio finale (vedi Ap
20: 4).
Nabucodonosor non ha voluto riconoscere che la sovranità che egli esercita
su un vasto impero gli è stata conferita dall’Iddio Altissimo. L’annunciato castigo
gli servirà da lezione, e non a lui soltanto (“affinché i viventi conoscano...”).
Quello che accadrà all’illustre sovrano di Babilonia se non si ravvederà farà co-
noscere a tutti gli uomini che v’è nel cielo un Sovrano più grande del più grande
dei dominatori di questo mondo, e che da Lui ricevono il potere i regnanti di
quaggiù (“il regno... egli lo dà a chi vuole...”). Non è dunque solo per le loro in-
trinseche virtù e capacità che i re della terra acquisiscono ed esercitano il potere:
l’Altissimo “vi innalza (anche) l’infimo degli uomini”. L’elezione del pastorello
Davide a futuro re d’Israele (1Sm 16) è uno dei fatti storici che illustrano questa
dichiarazione paradossale.

18 Questo è il sogno che io, il re Nebucadnetsar, ho fatto; e tu, Belt-


satsar, danne l’interpretazione, giacché tutti i savi del mio regno
non me lo possono interpretare; ma tu puoi, perché lo spirito degli
dèi santi è in te”

Esposto il sogno in ogni dettaglio, il re si aspetta che Daniele, designato col suo
nome babilonese, ne dia l’interpretazione. Il riconoscimento esplicito dell’incapa-
cità degli interpreti ufficiali del regno (“giacché i savi del mio regno non me lo
possono interpretare”) equivale a un’implicita ammissione del fallimento della
scienza ufficiale di Babilonia.
Nabucodonosor dichiara ancora una volta (cfr. v. 8) la sua convinzione che
non ci sono segreti impenetrabili per Daniele, “perché lo spirito degli dèi santi”
è in lui (sul senso di quest’ultima frase vedi il commento del v. 8).

19 Allora Daniele il cui nome è Beltsatsar, rimase per un momento


stupefatto, e i suoi pensieri lo spaventarono. Il re prese a dire: “Belt-
satsar, il sogno e la interpretazione non ti spaventino!” Beltsatsar ri-
spose, e disse: “Signor mio, il sogno s’avveri per i tuoi nemici, e la
sua interpretazione per i tuoi avversari!

“Daniele il cui nome è Beltsatsar...” Il nome ebraico del nostro personaggio ne


evoca l’appartenenza al popolo di Dio, il nome babilonese, lo stato di esule al
servizio di un monarca straniero nemico del suo popolo, verso il quale tuttavia
l’uomo di Dio non nutre risentimenti.

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CAPITOLO 4

In questo frangente l’esule giudeo prova un forte turbamento nel cogliere le


implicazioni sinistre per la persona del re del sogno che questi gli ha esposto:
“(Daniele) rimase per un momento stupefatto...”, aramaico ’eshtomam kesha‘ah
chadah [hfdx A hf($
f K: {amOT:$)e ]. Il verbo shamam nella forma in cui compare in
questo passo significa “essere sgomento”, “essere perplesso”, “essere imbaraz-
zato”143. Non è la paura per una possibile reazione violenta del re di fronte a un
annuncio per lui nefasto che rende perplesso Daniele, ma piuttosto l’imbarazzo
e il dispiacere per dovergli porgere un messaggio infausto. L’aramaico kesha‘ah
chadah, letteralmente “circa un’ora”, qui denota uno spazio di tempo indetermi-
nato ma non brevissimo; una traduzione più accettabile potrebbe essere: “per un
certo tempo”.
“Il re prese a dire...”: il passaggio alla terza persona non è da intendersi ne-
cessariamente, alla stregua di certi critici, come un indizio che da questo punto
un’altra persona stia parlando di Nabucodonosor e di conseguenza il brano che
segue debba ritenersi un’interpolazione. Il passaggio dalla prima alla terza per-
sona e viceversa in un medesimo contesto letterario è una particolarità ricorrente
con una certa frequenza in vari libri dell’A.T. (vedi per es. Ed 7: 13-15; Ne 7: 1,
2; 8: 9, 10; Gr 18: 1,5; Ez 1: 3,4; Za 1: 7,8 ecc...).
Dallo sgomento che traspare sul volto di Daniele, Nabucodonosor intuisce
che il sogno non preconizza niente di buono; comunque si mostra disposto ad
accettarne l’interpretazione quale che essa sia, e rassicura il suo fido ministro:
“Beltsatsar, il sogno e la sua interpretazione non ti spaventino”. Il breve pream-
bolo che Daniele premette all’interpretazione (“Signor mio, il sogno si avveri per
i tuoi nemici e la sua interpretazione per i tuoi avversari”) non tradisce affatto
un’intenzione adulatoria nei confronti del sovrano, ma esprime semplicemente i
sentimenti di deferenza verso una persona rivestita d’autorità.
L’augurare la malasorte ai nemici del re è parso non in armonia con la retti-
tudine di un santo uomo di Dio, per cui si è tentata una diversa lettura della
frase aramaica, come ha fatto il Kliefoth: “Il sogno è per i tuoi nemici”, cioè:
questo è il sogno che i tuoi nemici vorrebbero si avverasse nei tuoi confronti”144.

20 L’albero che il re ha visto, che era divenuto grande e forte, la cui


vetta giungeva al cielo e che si vedeva da tutti i punti della terra, 21
l’albero dal fogliame bello, dal frutto abbondante e in cui era nutri-
mento per tutti, sotto il quale si riparavano le bestie dei campi e fra
i cui rami dimoravano gli uccelli del cielo, 22 sei tu, o re; tu, che sei
divenuto grande e forte, la cui grandezza s’è accresciuta e giunge
fino al cielo, e il cui dominio s’estende fino all’estremità della terra.

Daniele esordisce con l’evocare la figura centrale del sogno quasi con gli stessi
termini con cui l’ha descritta Nabucodonosor, senza trascurare alcun dettaglio

143 - Vedi S.D.A. Bible Commentary.


144 - Cfr. H. C. LEUPOLD, op. cit., p. 190.

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CAPIRE DANIELE

(cfr. vv. 11, 12), segno che il profeta ha seguito con estrema attenzione l’esposi-
zione del sovrano. Quindi, senza prolungare oltre l’attesa ansiosa del suo regale
interlocutore, identifica nel modo più esplicito e diretto il sovrano di Babilonia
nell’albero forte e maestoso: “L’albero... sei tu, o re !”
La prima parte del sogno - e conseguentemente della sua spiegazione - ri-
veste carattere decisamente positivo, riferendosi alla grandezza e potenza di Na-
bucodonosor evidenti a tutti fino al momento presente, nonché alla vastità dei
suoi domini territoriali che Daniele vede in una dimensione iperbolica confor-
memente all’uso orientale (“... il cui dominio si estende fino alle estremità della
terra”). In effetti il prestigio politico (la grandezza) e la potenza militare (la forza)
del grande sovrano di Babilonia si accrebbero considerevolmente, e di pari
passo si dilatarono i confini del suo impero, a mano a mano che egli in un se-
guito di campagne militari fortunate, vinse e sottomise gli staterelli della regione
siro-palestinese e le popolazioni dell’Alta Mesopotamia dopo la sua vittoria sugli
Egiziani nel 605 a.C. Il fasto e lo splendore di Babilonia sono spesso celebrati
con grande enfasi nelle iscrizioni di Nabucodonosor. Questo quadro di potenza
e grandezza senza eguali esaspera il contrasto con la seconda parte del sogno.

23 E quanto al santo Vegliante che hai visto scendere dal cielo e che
ha detto: - Abbattete l’albero e distruggetelo, ma lasciate in terra il
ceppo delle radici, in catene di ferro e di rame, fra l’erba de’ campi,
e sia bagnato dalla rugiada del cielo, e abbia la sua parte con gli
animali della campagna finché sian passati sopra di lui sette tempi -
24 eccone l’interpretazione, o re; è un decreto dell’Altissimo, che sarà
eseguito sul re mio signore:

Daniele introduce l’interpretazione della seconda parte del sogno - come ha fatto
delucidandone la prima parte - ripetendo la descrizione fattane dal re, ma sta-
volta in forma sintetica: riunisce in uno solo i primi dettagli (“distruggetelo” in
luogo di “tagliatene i rami, scuotetene il fogliame, disperdetene il frutto”) e altri
ne omette (“fuggano gli animali di sotto a lui, e gli uccelli di tra i suoi rami” e
“gli sia mutato il cuore; e invece di un cuor d’uomo gli sia dato un cuore di be-
stia”, cfr. vv. 14-16 e relativo commento). Il santo e vigilante che sentenzia l’ab-
battimento dell’albero (v. 23) esercita in sostanza un potere delegato, giacché di
fatto il decreto procede dall’Altissimo (v. 24 u.p.).

25 tu sarai cacciato di fra gli uomini e la tua dimora sarà con le be-
stie dei campi; ti sarà data a mangiare dell’erba come ai buoi; sarai
bagnato dalla rugiada del cielo, e passeranno su di te sette tempi,
finché tu non riconosca che l’Altissimo domina sul regno degli uo-
mini, e lo dà a chi vuole. 26 E quanto all’ordine di lasciare il ceppo
delle radici dell’albero, ciò significa che il tuo regno ti sarà ristabi-
lito, dopo che avrai riconosciuto che il cielo domina.

Dalla descrizione fatta dal re Nabucodonosor, i sapienti di Babilonia non pos-

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CAPITOLO 4

sono non avere intuito che una grande sventura incombe sul sovrano, ma non
saprebbero precisare di più. Daniele invece può delucidare con precisione la na-
tura di questo malanno.
Annunciare eventi calamitosi deve essere sempre stato per i profeti uno dei
compiti più ingrati, e lo fu certamente anche per Daniele. Nondimeno questo in-
carico sgradito egli lo assolve con assoluta fedeltà, senza nulla omettere di
quanto gli è stato rivelato e senza attenuarne la portata funesta. Il fato che in-
combe sulla persona del re è descritto con una schiettezza che può perfino sem-
brare rudezza. Nabucodonosor sarà bandito dal consorzio umano, vivrà come
un selvaggio nella natura selvaggia nutrendosi alla maniera degli animali selvatici
e come gli animali selvatici sarà esposto alle intemperie.
Il quadro fosco è tuttavia illuminato da un raggio di speranza: questo stato
di cose non durerà indefinitamente. L’albero del sogno è stato tagliato, non sra-
dicato. Dopo che saranno passati “sette tempi” (vedi commento al v. 16), cioè,
probabilmente, dopo che sia trascorso tutto il tempo necessario finché il re abbia
imparato la lezione che deve essergli impartita (ovvero “che l’Altissimo domina
sul regno degli uomini, e lo dà a chi vuole”), la sua sorte muterà. Quando avrà
riconosciuto che “il cielo domina”, allora Nabucodonosor tornerà alla vita nor-
male e gli sarà restituito il potere sovrano.
Il “cielo” per metonimia sta ad indicare Colui che dal cielo domina sul re-
gno degli uomini, cioè l’Iddio Altissimo.

27 Perciò, o re, ti sia gradito il mio consiglio! Poni fine ai tuoi pec-
cati con la giustizia, e alle tue iniquità con la compassione verso gli
afflitti; e, forse, la tua prosperità potrà esser prolungata”.

L’interprete si muta in consigliere senza che gli sia stato richiesto. Sulla linea dei
profeti che lo hanno preceduto, Daniele unisce la parenesi alla predizione.
Dopo avergli annunciato il giudizio di Dio, esorta il suo interlocutore alla peni-
tenza affinché il giudizio sia scongiurato (è notevole questo accento etico in un
discorso predittivo!). Daniele sa infatti che così come le promesse, le minacce di-
vine sono condizionate (Gr 18:7-10), onde se Nabucodonosor, la cui sorte non
lo lascia indifferente, emenderà le sue vie, la presente condizione di prosperità
potrà prolungarsi.
Perché ciò avvenga, dunque, non sarà sufficiente che il re receda dal suo or-
goglio e riconosca l’autorità suprema dell’Altissimo, sarà anche necessario che egli
sia equanime verso tutti nell’amministrare la giustizia ed usi compassione nei ri-
guardi dei diseredati del suo regno (l’aramaico }éynæ (A ‘anayîn, tradotto “afflitti”, se-
condo il Leupold designa persone senza alcuna influenza sociale e vittime di ogni
sorta di abusi per non avere nessuno che prenda a cuore la loro causa).
Se per certi versi, come ricordato prima, Nabucodonosor fu un sovrano illu-
minato, sollecito del benessere dei suoi sudditi, per altri versi fu un dominatore
dispotico e crudele che non esitò ad usare il pugno di ferro per affermare la pro-
pria autorità, come attestano gli episodi narrati nei capp. 2 e 3 del nostro libro
(vedi pure Gr 29:22). Tuttavia in questo frangente sono messi a nudo piuttosto la

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CAPIRE DANIELE

non imparzialità nell’amministrazione della giustizia e la noncuranza verso gli in-


difesi. Daniele non ha paura di mentovare i peccati e le iniquità del gran re di
Babilonia, del resto lo fa con l’intento di sottrarlo ad una sorte durissima. Porre
fine ai peccati con la giustizia e alle iniquità con la compassione non equivale ad
autogiustificarsi davanti a Dio, acquisire il merito della propria salvezza (ciò sa-
rebbe in contrasto con l’insegnamento unanime della Scrittura!). Il discorso di
Daniele ha una portata etica, non teologica.
Non ci è detto nulla circa la reazione di Nabucodonosor alle parole di esorta-
zione del suo interprete. Qualche commentatore ha opinato che la non menzione
nel racconto di una ricompensa accordata o di particolari onorificenze tributate a
Daniele, possa essere un segno che il re non abbia gradito il suo consiglio.

28 Tutto questo avvenne al re Nebucadnetsar. 29 In capo a dodici


mesi egli passeggiava sul palazzo reale di Babilonia. 30 Il re prese a
dire: “Non è questa la gran Babilonia che io ho edificata come resi-
denza reale con la forza della mia potenza e per la gloria della mia
maestà?”

“Il Signore, l’Eterno, non fa nulla senza rivelare il suo segreto ai suoi servi, i pro-
feti”, dichiara Amos (3:7). È la norma, il principio al quale si attiene l’Iddio del
cielo nei suoi rapporti con le creature terrene. Tramite i suoi portavoce, i profeti,
Egli rimprovera agli uomini i loro peccati, minaccia il castigo, esorta alla conver-
sione, offre perdono e salvezza (Is 1:10-20; 58:1-7; Gioe 2:11-13; Am 5:11-15,
ecc...). Al tempo di Giona i Niniviti erano stati avvertiti che essi avevano quaranta
giorni di tempo per emendare la loro malvagia condotta, pena la totale distruzione
(Giona 3: 4). I Niniviti si ravvidero e il castigo fu scongiurato (Giona 3:5-10).
A Nabucodonosor è stato concesso un anno intero per riformare i suoi
comportamenti quale garante della giustizia nel suo regno, ma a nulla sono valsi
l’avvertimento di Dio e il consiglio del suo profeta: apparentemente tutto è conti-
nuato come prima nella sua vita.
“In capo a dodici mesi egli passeggiava sul palazzo reale di Babilonia”, pro-
babilmente il grandioso palazzo meridionale o i suoi favolosi giardini pensili le
cui rovine sono state riportate alla luce da Koldevey tra la fine dell’800 e i primi
del ‘900. Dall’alto del tetto del palazzo o dei terrazzi dei giardini pensili Nabuco-
donosor può dominare con lo sguardo tutta la città che si allarga verso est, sud e
ovest. Pervaso da smisurato orgoglio, si esalta nell’autoglorificazione: “Non è
questa la gran Babilonia che io ho edificata come residenza reale...?”
Cento o più anni prima, antivedendo con profetica illuminazione i tempi di
Nabucodonosor, Isaia aveva definito Babilonia “lo splendore dei regni, la su-
perba bellezza dei Caldei” (Is 13:19).
Gli storici moderni volentieri fanno riferimento a Isaia e a Daniele quando
parlano di Babilonia. Dice il Prof. Pettinato: “Adesso, dopo che gli scavi archeo-
logici ci hanno restituito parte dei monumenti fatti edificare da Nabucodonosor e
le iscrizioni reali che sottolineano continuamente l’intensa attività di architetto
del sovrano di Babilonia, siamo in grado di valutare tutta la portata dell’espres-

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CAPITOLO 4

sione del profeta Isaia e possiamo ben immaginare quanto giustificato fosse l’or-
goglio del re, che traspare dalle parole messegli in bocca da Daniele”145.
La storiografia antica, da Erodoto a Ctesia a Berosso, si è compiaciuta di tra-
mandare ai posteri l’immagine di grandezza e di splendore di questa metropoli
orientale con i suoi palazzi superbi, i suoi templi maestosi, le sue vie spaziose, le
sue mura possenti.
Il vanto che ne trae Nabucodonosor: “... la gran Babilonia che io ho edifi-
cata... con la forza della mia potenza...” non è ingiustificato sul piano della realtà
storica. Poche cose si potevano vedere in Babilonia che non fossero opera del
grande sovrano e si dice che quasi non c’è mattone che affiora dalla sabbia
nell’area dell’antica metropoli che non rechi l’impronta di Nabucodonosor. Non-
dimeno le sue parole trasudano arroganza e vanagloria!146.
Nabucodonosor, proseguendo i lavori di restaurazione iniziati da suo padre
Nabopolassar, ingrandì Babilonia raddoppiandone le dimensioni, circondò la
città di un secondo muro di cinta, l’arricchì di pregevoli opere architettoniche;
tuttavia non ne fu il fondatore. L’origine di Babilonia quasi si perde nella notte
dei tempi. Per Berosso essa fu il primo dei centri urbani sorti prima del dilu-
vio147, per la Bibbia fu la prima città fondata dopo il diluvio (Ge 11:1-9).
“... per la gloria della mia maestà”, fu questo il movente di fondo che spinse
Nabucodonosor a realizzare i suoi faraonici progetti edilizi: esaltare, dare lustro
alla sua maestà regale. Vari testi di questo sovrano quasi riecheggiano le parole
che Daniele mette sulla sua bocca.
Uno di essi dice: “Poi edificai il palazzo, sede della mia regalità, legame
della razza degli uomini, dimora dell’esultanza e della gioia”148.
Un altro testo recita: “In Babilonia, la mia città prediletta, la città che io
amo, ha sede il palazzo, la meraviglia dei popoli, il legame del paese, il palazzo
splendente, la sede della maestà sul suolo di Babilonia”149.
Gli storici greci parlano della grandezza e magnificenza di Babilonia ma
non sanno che Nabucodonosor ne fu l’artefice. Questa circostanza è venuta in
luce nei tempi moderni a seguito degli scavi archeologici. Di fronte a tale evi-
denza un critico contemporaneo che pone la composizione di Daniele nel II se-
colo a.C., il prof. Pfeiffer, ammette onestamente: “Forse non sapremo mai come
il nostro autore sia venuto a conoscenza del fatto che la nuova Babilonia fu una
creazione di Nabucodonosor come hanno attestato gli scavi”150.

145 - G. PETTINATO, op. cit., p. 99.


146 - Vedi S.D.A. Bible Commentary. vol. IV, p. 793.
147 - G. PETTINATO, op. cit., p. 149.
148 - Cilindro di Grotefend in E. SCHRADE, Keilinschriftliche Bibliotheke, vol. III, parte II, p. 39.
149 - Ibidem, p. 25, da S.D.A. Bible Commentary, vol. IV, p. 793.
150 - R. H. PFEIFFER, Introduction to the Old Testament, New York, 1941, pp. 758, 759; citato
da S.D.A. Bible Commentary, ibidem, p. 807.

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CAPIRE DANIELE

31 Il re aveva ancora la parola in bocca, quando una voce discese


dal cielo: “Sappi, o re Nebucadnetsar, che il tuo regno t’è tolto; 32 e tu
sarai cacciato di fra gli uomini, la tua dimora sarà con le bestie de’
campi; ti sarà data a mangiare dell’erba come ai buoi, e passeranno
su di te sette tempi, finché tu non riconosca che l’Altissimo domina
sul regno degli uomini e lo dà a chi vuole”.

In Dio giustizia e misericordia sono indissolubilmente congiunte (cfr. Es 34:6, 7),


onde in ogni circostanza Egli sceglie il momento giusto per intervenire coi suoi
giudizi: al peccatore è lasciato tutto il tempo per ravvedersi (cfr. 2Pie 3:9 u.p.).
Dio attese centoventi anni prima di mandare il diluvio sulla terra ai giorni di Noè
(Ge 6:3) e nel tempo dei Patriarchi sopportò per 430 anni l’iniquità degli Amor-
rei prima di punirli (Ge 15:13,16).
Non si può però sfidare indefinitamente la pazienza di Dio! Viene per tutti il
momento della resa dei conti in cui ognuno raccoglie quel che ha seminato (Ga
6:7). Allora non ci saranno più indugi e dilazioni da parte del Giudice celeste.
Così avvenne per il re di Babilonia sordo all’appello di Dio: “Il re aveva an-
cora la parola in bocca” quando in quel medesimo istante quella parola (la sen-
tenza divina) “si adempì su Nebucadnetsar”.
“Una voce discese dal cielo...”. In altre circostanze ancora fu dato a dei
mortali di udire la voce discendente dal cielo. Al battesimo di Cristo, per esem-
pio (Mt 3:17), o quando per la prima volta dei pagani vollero vedere Gesù (Gv
12:28-30), o ancora nel tempo della prima persecuzione dei cristiani (At 9: 4).
La voce che discende dal cielo avverte Nabucodonosor che è giunta per lui
l’ora della resa dei conti. La lezione che l’orgoglioso re di Babilonia non ha vo-
luto trarre dal sogno mandatogli dall’Iddio del cielo, dovrà impararla attraverso
un’esperienza dura e umiliante.
La voce celeste ripete parola per parola quanto Nabucodonosor aveva udito
un anno prima dalla bocca di Daniele, non più però come un avvertimento e un
appello, bensì come una sentenza irrevocabile che già si attua: “Sappi, o re Ne-
bucadnetsar, che il tuo regno t’è tolto”. Non appartiene più al vanaglorioso mo-
narca quanto egli aveva appena vantato di possedere in virtù della propria forza
e potenza!

33 In quel medesimo istante quella parola si adempì su Nebucadnet-


sar. Egli fu cacciato di fra gli uomini, mangiò l’erba come i buoi, e il
suo corpo fu bagnato dalla rugiada del cielo, finché il pelo gli
crebbe come le penne alle aquile, e le unghie come agli uccelli.

La parola, annunciata un anno prima da Daniele, si compie. In un istante la sorte


del superbo signore di Babilonia si capovolge: dal sommo della potenza e della
gloria terreni egli precipita nell’abisso di un’esistenza miserevole che non ha più
niente di umano. La descrizione del tragico evento segue passo passo il quadro
profetico che ne aveva tracciato Daniele dodici mesi prima (v. 25), tranne che
per un dettaglio omesso (la dimora con le bestie dei campi) ed uno aggiunto (la

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CAPITOLO 4

crescita del pelo e delle unghie). Bandito dal consorzio umano (non è detto se
dai suoi stessi ministri o dall’Iddio del cielo che lo ha punito) Nabucodonosor è
segregato fra le bestie selvatiche di cui divide le condizioni di vita: si nutre
dell’erba dei campi come loro e a somiglianza di esse rimane esposto alle intem-
perie. Non avendo più alcuna cura per la sua persona, i capelli, la barba, il pe-
lame del corpo gli crescono incolti “come alle aquile” (la parola “penne” manca
nel testo aramaico) e sotto l’azione combinata del sole e dell’umidità si fanno
ispidi; le unghie divengono simili agli artigli dei rapaci. L’abbrutimento è com-
pleto. L’aspetto è quello di un selvaggio.
È certo che Nabucodonosor fu colto da un improvviso attacco di follia (per
due volte, nei vv. 34 e 36, si allude a un ricupero della ragione), ma data l’esi-
guità dei dettagli rilevabili nel testo, è impossibile dire che genere di malattia
mentale lo avesse ridotto in uno stato così miserevole. Molti commentatori
hanno pensato a una forma di zoomania, una condizione di inanità mentale in
cui il malato si crede un animale e come tale si comporta (la fantasia popolare
ha dato il nome di “lupi mannari” agli alienati afflitti da una forma particolare di
zoomania, la licantropia, che spinge il malato a imitare il comportamento dei
lupi151. Un caso di zoomania sembra essere attestato nella letteratura antica. Un
testo non pubblicato del British Museum fa menzione di un uomo che mangiava
l’erba come un bue152. Uno psichiatra contemporaneo, il dottor Bless, cita la ma-
lattia di Nabucodonosor come caso tipico di psicosi maniaco-depressiva153.
Sull’autenticità dell’episodio sono stati espressi forti dubbi, dato che manca
qualsiasi riferimento esplicito a un incidente del genere nei testi babilonesi che
ci sono noti. Per quanto l’annalistica babilonese fosse meno adulatoria e più
obiettiva di quella assira, sembra ovvio che gli scribi di corte si guardassero bene
dal tramandare ai posteri un fatto che avrebbe gettato un’ombra sulla figura di
un grande monarca come Nabucodonosor. Comunque, sia nella storiografia
greca che nell’annalistica babilonese, si colgono allusioni a qualche avvenimento
insolito e anomalo che ebbe per protagonista Nabucodonosor o che si produsse
alla corte di Babilonia durante il suo regno.
Il prof. Rinaldi riporta una notizia riguardante Nabucodonosor riferita dallo
storico greco MEGASTENE (IV secolo a.C.) e raccolta da ABIDENO, altro storico
greco (III secolo a.C.), a sua volta citato da EUSEBIO in Praeparatio Evangelica, 9,
41, 6. Secondo questa informazione Nabucodonosor “salì sulla reggia e, preso
all’improvviso da ispirazione divina, pronunziò questo vaticinio (...). Dette que-
ste parole - conclude lo storico antico - all’improvviso (Nabucodonosor) scom-
parve dalla vista degli uomini”154

151 - Per un ulteriore approfondimento di questa problematica vedi J. DOUKHAN, Le soupir de la


terre, Dammarie-les-Lys, Francia, 1993, pp. 94-96.
152 - F.M. Th. de Liagre Böhl, Opera Minora (1953), p. 527, citato dal S.D.A. Bible
Commentary, vol. IV, p. 792.
153 - H. BLESS, Manuale di Psichiatria Pastorale, Torino, 1952, p. 128.
154 - G. RINALDI, Daniele, nota XI, p. 165.

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CAPIRE DANIELE

Nel 1975 l’assiriologo A. K.GRAYSON pubblicò un testo cuneiforme frammen-


tario che si trova nel British Museum (BM 34113) nel quale sono nominati Nabu-
codonosor e suo figlio Amel-Marduk. Ecco la traduzione italiana effettuata dal
prof. Pettinato155:

Nabucodonosor ponderava... la sua vita non era di alcun valore


per lui... e Babilonia [...] Ad Amel-Marduk egli dice ciò che non...; egli
allora dà ordine differente, ma... questi non presta attenzione alle sue
disposizioni; un cortigiano... Egli cambiò ma non oppose resistenza
davanti... Sulle sorti dell’Esagila e di Babilonia e di... centri di culto dei
grandi dèi essi riflettono. Egli non aveva nessun piano per il figlio o fi-
glia, per lui non esisteva né famiglia né clan... nel suo cuore per ogni
cosa che fosse abbondan[te...]. La sua attenzione non era rivolta alla
promozione dell’Esagila [e Babilonia]. Con le orecchie arricciate egli
entrò attraverso la Porta Santa... egli rivolse la sua preghiera al signore
degli dèi, alzando la mano [supplice]. Egli piange amaramente davanti
al suo dio, ai grandi dèi. Le sue preghiere si innalzano...

Fin qui il testo babilonese. L’interpretazione non è facile dato lo stato fram-
mentario dello stesso. Da esso comunque appare abbastanza chiaro questo: che
la persona della quale si parla (Nabucodonosor o Amel-Marduk) (1) reputa priva
di valore la propria vita, (2) dà ordini contraddittori, (3) non ha progetti per i fi-
gli e trascura la famiglia, (4) non si cura dell’Esagila, l’area sacra che circonda la
torre templare Etemenanki e il grande tempio di Marduk, (5) piange amaramente
davanti al suo dio. Sono comportamenti del tutto anomali riconducibili o a uno
stato di insanità mentale o a incapacità di governo. Alcuni156 riferiscono a Nabu-
codonosor questi strani comportamenti e li collegano con l’episodio narrato in
Dn 4, Pettinato li rapporta ad Amel-Marduk, il biblico Evil-Merodac (2Re 25: 27;
Gr 52: 31).
Diversi autori moderni hanno supposto che l’estensore del racconto danie-
lico abbia confuso Nabucodonosor con Nabonide, l’ultimo re di Babilonia, di cui
un testo dice che trascorse sette anni nell’Arabia per curarsi di una malattia cuta-
nea; ma le differenze sostanziali tra i due fatti tolgono credibilità a questa
ipotesi157.
Inquadrare cronologicamente l’episodio narrato da Daniele non è agevole,
mancando nel testo riferimenti precisi a questo riguardo. Tuttavia dalle parole di
autocompiacimento di Nabucodonosor: “Non è questa la gran Babilonia che io
ho edificata...?” si può dedurre che all’epoca i grandiosi lavori di ampliamento e
abbellimento della città fossero compiuti o quasi, onde l’episodio può essere

155 - G. PETTINATO, op. cit., p. 179.


156 - Vedi G. HASEL, in Daniel, questions débattues, p. 30.
157 - Per più ampi ragguagli in merito vedi G.HASEL, “Quelques éléments d’ordre historique
dans le livre de Daniel” in Daniel, questions débattues, pp. 28-29.

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CAPITOLO 4

ascritto agli ultimi anni di regno del grande monarca.


Ci si è domandati come mai Nabucodonosor, che certo deve avere avuto i
suoi nemici, non fosse stato soppresso durante la follia. Nell’antichità non furono
rare le congiure di corte. Nella stessa Babilonia, e nel periodo storico a cui
stiamo facendo riferimento, due regnanti perirono di morte violenta per mano
dei congiurati: Evil-Merodac, figlio e successore di Nabucodonosor, e Labashi-
Marduk, figlio e successore del capo della congiura che soppresse Evil-Merodac.
Il fatto è che nell’antichità gli alienati mentali erano creduti posseduti da spiriti
cattivi, per cui ci si guardava bene dal mettere loro le mani addosso, credendosi
che gli spiriti cattivi prendessero possesso dei loro assassini. Con uno strata-
gemma fondato su queste credenze Davide salvò la vita quando tra i Filistei fu
riconosciuto come il loro grande nemico (1Sm 21:10-15)158.

34 “Alla fine di que’ giorni, io, Nebucadnetsar, alzai gli occhi al cielo,
la ragione mi tornò, e benedissi l’Altissimo, e lodai e glorificai colui
che vive in eterno, il cui dominio è un dominio perpetuo, e il cui re-
gno dura di generazione in generazione. 35 Tutti gli abitanti della
terra sono da lui reputati un nulla; egli agisce come vuole con l’eser-
cito del cielo e con gli abitanti della terra; e non v’è alcuno che possa
fermare la sua mano o dirgli: - Che fai? -

Lo stile cambia ancora una volta, verbi e pronomi tornano alla prima persona: “
io, Nabucodonosor, alzai gli occhi al cielo...” Su questa particolarità stilistica si è
già discusso.
“Alla fine di quei giorni”, cioè allo scadere dei “sette tempi” mentovati nei
vv. 16, 25 e 32. Come si è visto i pareri sul valore dell’espressione “sette tempi”
non sono unanimi: sette anni, sette stagioni oppure, attribuendosi senso metafo-
rico al numero sette (perfezione, compiutezza), tutto il tempo necessario perché
Nabucodonosor riconoscesse che “l’Altissimo domina sul regno degli uomini e
lo dà a chi vuole”. Il S.D.A. Bible Commentary propende per la prima ipotesi,
questo commentario per la terza. Ad ogni modo non è la durata del castigo in-
flitto al re di Babilonia il dato che conta, ma la motivazione di quel castigo.
Può essere interessante citare il lavoro recente di un autore svedese, CARL
JONSSON, il quale ha raccolto tutti i riferimenti alle attività militari e civili di Nabu-
codonosor durante il suo lungo regno e i relativi dati cronologici che sono docu-
mentati nei testi babilonesi, nella Bibbia e in qualche storiografo posteriore. Il
quadro che ne è risultato mostra due sole lacune, fra il 33° e il 37° e fra il 37° e
il 43° anno di regno159. Uno di quei vuoti potrebbe essere messo in relazione
con la demenza di Nabucodonosor a cui allude Daniele.
Nabucodonosor ricupera il senno quando alza lo guardo al cielo. Qualche
autore ha creduto di dovere ribaltare l’ordine dei due eventi: prima il re deve es-

158 - Vedi S.D.A. Bible Commentary, vol. IV, p. 792..


159 - Vedi C. JONSSON, I tempi dei Gentili, Roma 1989, p. 207.

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CAPIRE DANIELE

sere tornato in sé, poi deve avere rivolto il pensiero all’Altissimo che ha umiliato
la sua alterigia. Ma non era necessario ricorrere a questa inversione delle frasi
per avere una successione logica dei fatti. Un barlume di lucidità sufficiente a far
prendere coscienza a Nabucodonosor del suo stato miserevole e a far nascere in
lui il bisogno di supplicare quel Dio del cielo che lo ha umiliato, può avere pre-
ceduto il ritorno pieno della ragione. Risulta comunque abbastanza chiaro che il
riconoscimento della sovranità eterna dell’Altissimo da parte del re viene dopo il
ricupero delle facoltà psichiche. A tale riconoscimento fa seguito l’esaltazione e
la glorificazione, con accenti lirici, di “Colui che vive in eterno, il cui dominio è
un dominio perpetuo”.
A sue spese e attraverso un’esperienza durissima, giova ribadirlo, Nabuco-
donosor ha dovuto imparare una lezione che avrebbe potuto e non ha voluto
acquisire pacificamente nello stato della prosperità.
“Tutti gli abitanti della terra sono da lui reputati come un nulla...”: non si-
gnifica che Dio non abbia alcuna considerazione per gli esseri umani, vuol dire
semplicemente che di fronte alla sua infinita grandezza gli uomini appaiono insi-
gnificanti.
“Egli agisce come vuole con l’esercito del cielo e con gli abitanti della
terra...”, ciò che equivale a dire che non v’è alcuna creatura né in cielo né in
terra che possa frustrare i suoi disegni. Il riconoscimento della supremazia
dell’Altissimo è totale e incondizionato.

36 In quel tempo la ragione mi tornò; la gloria del mio regno, la mia


maestà, il mio splendore mi furono restituiti; i miei consiglieri e i
miei grandi mi cercarono, e io fui ristabilito nel mio regno, e la mia
grandezza fu accresciuta più che mai.

Col ricupero delle facoltà psichiche, Nabucodonosor rientra in possesso del suo
fasto (“la gloria del mio regno”), della dignità regale (“la mia maestà”) e del suo
lustro (“il mio splendore”), ma non per sua virtù personale (“mi furono restituiti”:
il re ha imparato la lezione).
“In quel tempo la ragione mi tornò”. Con la ripetizione di questa osserva-
zione viene a stabilirsi un nesso con ciò che è detto nel v. 34 dopo la stessa
frase. Dunque la dignità regale e la grandezza sono stati restituiti a Nabucodono-
sor perché egli si è umiliato davanti all’Iddio del cielo e ne ha riconosciuto il po-
tere illimitato e imperituro.
Durante la vacanza del trono il governo di Babilonia è stato retto verosimil-
mente da un consiglio di reggenza. In questo periodo tuttavia il re non deve es-
sere stato abbandonato a se stesso; i suoi ministri debbono averlo seguito sia
pure a distanza, nell’attesa che egli tornasse alla vita normale (Daniele aveva
predetto che quella triste condizione sarebbe durata per un tempo determinato).
Adesso che il sovrano è tornato in sé, gli ufficiali che compongono il suo
consiglio privato (“i miei consiglieri”) e gli alti funzionari dello stato (“i miei
grandi”) lo avvicinano, lo riconducono nel palazzo e lo reintegrano nei suoi
pieni poteri sovrani (“fui ristabilito nel mio regno”).

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CAPITOLO 4

Come a Giobbe (42: 10) accade a Nabucodonosor, per essersi umiliato e


avere esaltato l’Iddio del cielo, di ricevere in misura maggiore quanto gli era
stato tolto (“la mia grandezza fu accresciuta più che mai”).

37 Ora, io, Nebucadnetsar, lodo, esalto e glorifico il Re del cielo, per-


ché tutte le sue opere sono, verità, e le sue vie, giustizia, ed egli ha il
potere di umiliare quelli che camminano superbamente.

Il lungo proclama di Nabucodonosor si chiude con un inno di lode al “Re del


cielo” del quale lui, il re di Babilonia, riconosce la giustizia nell’avere umiliato il
suo orgoglio: “tutte le sue opere sono verità, e le sue vie, giustizia” (è più forte
che dire: “sono veraci, e sono giuste”).
Chiamando l’Iddio Altissimo “Re del cielo”, Nabucodonosor ammette che
c’è nel cielo un Re che lo sovrasta e al quale deve rendere conto delle sue
azioni di governo.
“Egli ha il potere di umiliare quelli che camminano superbamente”: Nabu-
codonosor lo ha sperimentato sulla propria pelle!

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CAPIRE DANIELE

Capitolo 5
____________________________

I l re Belsazar ha offerto nel palazzo di Babilonia un fastoso ricevimento ai


grandi dignitari del regno. Quando lui e i suoi ospiti, eccitati dal vino, inneg-
giano rumorosamente agli dèi e accostano alle labbra i sacri vasi del tempio giu-
daita che sono stati portati per ordine di Belsazar, una mano senza braccio e
senza corpo compare sulla parete di fondo della grande sala e muovendosi da de-
stra a sinistra traccia alcuni segni incomprensibili con uno stilo che stringe fra le
dita. Poi svanisce, ma i segni rimangono.
I sapienti di corte, convocati immediatamente, non sanno decifrare la
scritta che spicca sull’intonaco bianco, e la costernazione fra i partecipanti al
banchetto aumenta. Su istanza della regina madre viene convocato Daniele. Il
vecchio profeta rifiuta il ricco compenso promesso dal re e, non senza stigmatiz-
zare l’atto sacrilego che è stato appena consumato, decifra la scritta e ne inter-
preta il significato. È una sentenza dell’Iddio Altissimo contro Belsazar che ha
osato sfidarlo col profanare i simboli della sua santità. Il potere regale sarà tolto a
Belsazar e passerà nelle mani di dominatori stranieri. Quella stessa notte Belsa-
zar muore di morte violenta e Babilonia cade sotto la sovranità dei Medi e dei
Persiani.

1 Il re Belsatsar fece un gran convito a mille dei suoi grandi; e bevve


del vino in presenza dei mille.

Il grande Nabucodonosor è scomparso da 23 anni e quattro successori hanno


occupato l’uno dopo l’altro il trono di Babilonia. Sono: Amel-Marduk (il biblico
Evil-Merodac), figlio di Nabucodonosor; Nergal-sar-usur (Neriglissar per i Greci),
usurpatore; Labashi-Marduk (il Labosordach dei Greci), figlio di Neriglissar, e
Nabu-naid (Nabonide), usurpatore anche lui. Nabonide porta il titolo di re di Ba-
bilonia da 17 anni, quando accadono i fatti narrati in questo capitolo del libro di
Daniele (Belsazar è ignorato dalle liste reali e dai testi amministrativi come re di
Babilonia).
Fino al 1861, anzi, il nome di questo personaggio fu sconosciuto sia alle
fonti greche che a quelle babilonesi note. Questo silenzio delle fonti antiche su
Belsazar offriva un forte argomento per screditare il libro di Daniele.
Nel 1861 H. F.TALBOT pubblicò i testi di alcuni cilindri di terracotta rinvenuti
sette anni prima da J. E.TAYLOR presso la torre templare di Ur. Uno di quei testi
era una preghiera che il re Nabonide aveva rivolto al dio Sin in occasione del re-

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CAPITOLO 5

stauro della ziqqurat. In quella preghiera per la prima volta compariva il nome
di Belsazar. Le righe 24-28 del testo recitano:

... e quanto a Bel-sar-usur (Belsazar), il figlio primogenito, il rampollo del


mio cuore, il timore della tua grande divinità nel suo cuore fa esistere!160.

Il nome di Belsazar era dunque documentato per la prima volta in una


fonte babilonese contemporanea, non solo, ma in essa questo personaggio com-
pariva come figlio primogenito di Nabonide! Altri documenti venuti in luce nei
decenni seguenti attestarono ancora il nome di Belsazar. Con ciò perdeva consi-
stenza uno degli argomenti della critica contro l’attendibilità storica dei racconti
di Daniele. Rimaneva tuttavia un problema, ed era che nella storiografia babilo-
nese e greca (Berosso, Erodoto, Abideno), così come nelle liste reali, nelle cro-
nache e nei testi amministrativi babilonesi, compariva sempre e soltanto Nabo-
nide come ultimo re di Babilonia. In nessun caso il titolo di “re” era riferito a
Belsazar nei testi cuneiformi che lo menzionavano.
Nel 1944 fu pubblicata a Londra una versione più corretta di un testo babi-
lonese già reso noto vari decenni prima da S. TAYLOR. Il testo suddetto, conser-
vato nel British Museum (BM 38, 299), è conosciuto come il “Racconto in versi
di Nabonide”. A un certo punto questo documento storico riferisce che il re Na-
bonide, partendo per l’Arabia, affidò il governo di Babilonia al figlio primoge-
nito. Ma lasciamo parlare il documento:

Egli [Nabonide] affidò il “Campo” al [figlio] più


anziano, il primogenito,
le truppe in [tutto] il paese pose sotto il suo [comando]
Si [disinteressò] di tutto, conferì la regalità
(sharrûtim) a lui
ed egli stesso partì per un lungo viaggio
........
si diresse verso Tema [lontano] nell’occidente161.

In uno dei testi delle stele di Harran pubblicato nel 1958, Nabonide stesso con-
ferma questa notizia:

Io mi recai molto lontano dalla mia città di Babilonia in direzione di


tema... Per dieci anni io mi trattenni in mezzo a loro e non feci ritorno nella
mia città di Babilonia162.

Un altro documento contemporaneo, la cosiddetta “Cronaca di Nabonide” pub-

160 - Riportato da G. RINALDI, in op. cit., nota XI, f, p. 165.


161 - ANET, p. 313
162 - G. PETTINATO, op. cit., p. 231.

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CAPIRE DANIELE

blicata la prima volta da F. G. PINCHES nel 1882 e in seguito da SIDNEY TAYLOR nel
1924, riferisce che la festa dell’Anno nuovo non fu celebrata a partire dall’anno
settimo di Nabonide perché questi non tornò più a Babilonia da Tema163. Dai
documenti citati si evince:

● che nell’anno settimo del suo regno Nabonide partì per Tema, lontano da
Babilonia,
● che prima di partire conferì la regalità al figlio primogenito, il quale da

uno dei testi dei cilindri di Ur pubblicati da H. F.TALBOT nel 1861 sappiamo
essere Bel-sar-usur (Belsazar),
● che a Tema rimase ininterrottamente per 10 anni.

Chi può avere gestito il potere in Babilonia durante questo decennio di va-
canza del trono se non Belsazar a cui Nabonide aveva conferito la regalità? Altre
circostanze attestate dai documenti confermano che in quel tempo Belsazar, seb-
bene non gli fosse mai stato attribuito ufficialmente il titolo di “re”, esercitò di
fatto l’autorità regia.
È significativo che i nomi di Nabonide e Belsazar compaiano affiancati nelle
formule di giuramento e nei testi di fondazione164
“Il potere regale di Belsazar - sottolinea il prof. E. J. YOUNG - è ancora atte-
stato dalla facoltà che egli aveva di concedere affitti, di emanare ordini, di ese-
guire un atto amministrativo riguardante il tempio di Erech”165. Dunque, pur se
nei documenti ufficiali Nabonide figura come re di Babilonia sino alla caduta
della città nel 539 a.C., sta di fatto che chi tenne le redini del governo negli ul-
timi 10 anni fu suo figlio Belsazar. Niente di strano che Daniele, il quale segue
gli sviluppi politici dall’interno della città, gli attribuisca il titolo di “re”.
Poiché Daniele in 5:30 chiama Belsazar “re dei Caldei”, è possibile che co-
stui governasse la Caldea, che era il centro e il cuore dell’impero, e che suo pa-
dre Nabonide regnasse su tutto l’impero da Tema divenuta quasi una seconda
capitale.
Gli storiografi antichi, da Erodoto a Berosso a Senofonte a Ctesia... hanno to-
talmente ignorato che un reggente di nome Belsazar esercitasse le prerogative della
regalità in Babilonia fino alla caduta della città. Ciò ha fatto dire a uno studioso libe-
rale, il prof. R. H. PFEIFFER: “Probabilmente non sapremo mai come il nostro autore
(l’autore di Daniele)... fosse venuto a conoscenza del fatto che Belsazar, ricordato
soltanto nelle fonti babilonesi, in Daniele e in Baruc 1:1, peraltro dipendente da
Daniele, esercitasse funzioni regali quando Ciro conquistò Babilonia”166.

163 - ANET, p. 306.


164 - Vedi A. J. FERCH, Daniel on Solid Ground, Washington D.C., 1988, p. 39.
165 - E. J. YOUNG, The Prophecy of Daniel: A Commentary, cit. da G. H. HASEL in Symposium on
Daniel, p. 100.
166 - R. H. PFEIFFER, Introduction to the Old Testament, pp. 758, 759, cit. da S.D.A. Bible Com-
mentary, ivi. p. 807.

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CAPITOLO 5

Il numero degli ospiti di Belsazar non è affatto iperbolico come può sem-
brare, se si pensa che i monarchi di allora avevano il gusto delle riunioni convi-
viali oceaniche. Una stele trovata a Nimrud, nell’antica Assiria, riferisce che il re
Assurnasirpal II offrì cibo, vino e alloggio per 10 giorni a una folla di 69.574 per-
sone in occasione dell’inaugurazione di un nuovo palazzo, e lo storico greco
Ctesia dice che i re di Persia nutrivano ogni giorno 15.000 persone e che al ban-
chetto di nozze di Alessandro il Grande presero parte 10.000 ospiti. Di fronte a
queste cifre i 1.000 ospiti di Belsazar appaiono davvero un numero modesto! Di
uno sfarzoso banchetto regale alla corte persiana abbiamo notizie in Et 1:3-7.

2 Belsatsar, mentre stava assaporando il vino, ordinò che si recas-


sero i vasi d’oro e d’argento che Nebucadnetsar suo padre aveva
portati via dal tempio di Gerusalemme, perché il re, i suoi grandi, le
sue mogli e le sue concubine se ne servissero per bere.

IBabilonesi, come gli Assiri (cfr. Nahum 1:10), erano noti per essere forti bevi-
tori. Peraltro nei banchetti delle corti orientali il vino era servito con regale muni-
ficenza (cfr. Et 1:7).
Non fa dunque meraviglia che il re Belsazar e i suoi ospiti bevano abbon-
dantemente durante il banchetto. Questo è precisamente il senso della frase ara-
maica tradotta da LUZZI “mentre stava assaporando il vino”. LEUPOLD la rende:
“quando cominciava a gustare il vino”, ovvero quando Belsazar ne aveva bevuto
abbastanza per cominciare ad apprezzarne il gusto. Più esplicitamente la Ver-
sione della C.E.I. traduce: “Quando Beltassar ebbe molto bevuto”, e RINALDI: “Un
po’ brillo per il vino, Baldassarre ecc...”
Con la mente annebbiata dal vino, dunque, Belsazar decide di compiere un
gesto d’inaudita provocazione verso l’Iddio d’Israele: comandò che siano portati
nella sala i sacri vasi del tempio di Yahweh, trasferiti molti anni prima da Geru-
salemme a Babilonia, per profanarli.
Accadeva spesso nell’antichità che nelle città espugnate durante le guerre ri-
manessero distrutti anche i templi, ma i simulacri delle divinità erano general-
mente rispettati. Così si era comportato Nabucodonosor, “padre” di Belsazar,
quando aveva parzialmente spogliato il tempio di Gerusalemme una prima volta
nel 605 a.C. (Dn 1:2), una seconda volta nel 598 (2Cr 36:7) e una terza nel 587
(2Cr 36:18) prima di distruggere il sacro edificio. Il gran re aveva trattato con ri-
guardo i sacri utensili riponendoli in un santuario di Babilonia (Dn 1:2).
Secondo l’inventario riportato in Ed 1:10, 11 erano custoditi in Babilonia
5.400 utensili vari d’oro e d’argento già appartenuti al tempio gerosolimitano, fra
i quali figuravano 440 calici. Quei calici mai sfiorati da labbra impure Belsazar ha
deciso di profanare. “Il bere nei vasi consacrati a una divinità straniera - osserva
G.RINALDI - ... ha un significato particolare sullo sfondo cortigianesco come affer-
mazione di dominio”167.

167 - Op. cit., p. 87.

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CAPIRE DANIELE

Al banchetto prendono parte anche le donne dell’harem reale, non si pre-


cisa dall’inizio o dal momento della libagione (sembra più probabile questa se-
conda evenienza: cfr. Et 1:3, 9).
Il riferimento a Nabucodonosor come “padre” di Belsazar è stato uno degli
argomenti utilizzati contro Daniele. È notorio, infatti, che Nabonide e non Nabu-
codonosor fu il padre di Belsazar. Si consideri però che nell’ambiente semitico
“padre” aveva altri significati secondari oltre a quello principale di “genitore”.
Nell’Antico Testamento “padre” significa in certi casi capostipite (vedi Ge 36:43;
De 26:5), in altri antenato (I Re 2:10; Lamentazioni 5:7); qualche volta è un ap-
pellativo riverenziale (cfr. Gc 17:20, II Re 2:12).
Nulla obbliga a prendere nel senso primitivo di “genitore” l’aramaico ’av in
Dn 5:2. Fra le varie traduzioni possibili del termine in questo passo segnaliamo
le seguenti:

● Avo. Nabonide può essere stato genero di Nabucodonosor per averne


sposato una figlia. In questo caso il grande sovrano sarebbe stato nonno di
Belsazar dalla parte della madre.
Oppure: Nabucodonosor può essere stato considerato padre di Nabonide
(quindi nonno di Belsazar) in quanto la madre dell’uno e nonna dell’altro
avrebbe fatto parte dell’harem del re di Babilonia.
● Successore. Nabucodonosor può essere stato chiamato padre di Belsazar

per il fatto che quest’ultimo si è seduto sul suo trono. L’uso del termine “fi-
glio” col significato di successore è documentato in un testo assiro come si
vedrà più avanti.

Dalle fonti cuneiformi si sa che Nabonide era figlio di un principe di Haran di


nome Nabû-balazû-iqbi e di una sacerdotessa del tempio di Sin nella stessa
città. Vari indizi fanno pensare che quando Haran fu presa dai Medi e dai Babi-
lonesi nel 610 a.C. la madre di Nabonide, Adda-guppi, fu portata in Babilonia
come prigioniera di riguardo e introdotta nell’harem reale. Nabonide, allora fan-
ciullo, sarebbe cresciuto alla corte di Nabucodonosor.
Questo personaggio viene generalmente identificato con quel Labynetus
che secondo ERODOTO (1, 74) svolse il ruolo di intermediario nella guerra fra Lidi
e Persiani nel 585 a.C. L’essere stato prescelto per un incarico diplomatico cosi
rilevante denota che il giovane Nabonide alla corte di Babilonia dovette godere
del favore particolare del re.
È probabile che la moglie di lui - quella Notocris che ERODOTO (I, 185, 188)
descrive come donna scaltra e avveduta - fosse figlia di Nabucodonosor, come
ha proposto R. P.DAUGHERTY168. In questo caso, come già rilevato, Belsazar sa-
rebbe stato nipote di Nabucodonosor attraverso la linea materna.

168 - Vedi S.D.A. Bible Commentary, vol. IV, p. 807.

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CAPITOLO 5

3 Allora furono recati i vasi d’oro ch’erano stati portati via dal tem-
pio, dalla casa di Dio, ch’era in Gerusalemme; e il re, i suoi grandi,
le sue mogli e le sue concubine se ne servirono per bere. 4 Bevvero
del vino e lodarono gli dèi d’oro, d’argento, di rame, di ferro, di le-
gno e di pietra.

L’ordine del re è eseguito con prontezza. Nella sala del palazzo, dove si sta svol-
gendo un’orgia pagana, vengono portati i calici d’oro e d’argento (v. 2) che
erano stati portati via dal tempio di Gerusalemme, “dalla casa di Dio”,
()fhl E ty"b-yiD di-veth ’elaha’) aggiunge Daniele come volendo sottolineare la gra-
f )
vità del sacrilegio perpetrato da Belsazar.
Quei vasi consacrati al culto di Jahvé che nessuno aveva più rimossi dal
luogo dove rispettosamente li aveva custoditi Nabucodonosor, quei vasi mai
prima d’ora profanati, adesso vengono usati come volgari vasi da tavola per una
chiassosa libagione.
E come se fosse poco, mentre si beve si esaltano in dispregio dell’Iddio im-
materiale che domina dall’alto del cielo gli dèi terreni e materiali che non ve-
dono, non odono e non parlano. È difficile immaginare una sfida più audace !
“È curioso - osserva J.DOUKHAN - che siano menzionati gli stessi metalli che for-
mavano la statua vista in sogno da Nabucodonosor, e siano menzionati nello
stesso ordine, come se il banchetto offerto da Belsazar avesse indirettamente di
mira il sogno del suo avo con l’intenzione di contraddirlo”169.

5 In quel momento apparvero delle dita d’una mano d’uomo, che si


misero a scrivere di faccia al candelabro, sull’intonaco della parete
del palazzo reale. E il re vide quel mozzicone di mano che scriveva.

“In quel momento...” La risposta dell’Iddio offeso alla sfida dell’incauto Belsazar
non si fa attendere. È una risposta enigmatica, indecifrabile e perciò tanto più in-
quietante.
Quelle dita senza mano, senza braccio, senza corpo che compaiono tutt’a
un tratto alla luce incerta del grande candelabro, quei segni incomprensibili che
esse tracciano sulla parete prima di scomparire, debbono essere parsi subito a
Belsazar, che per primo se ne avvede (“il re vide quel mozzicone di mano...”)
come un presagio nefasto, chissà, forse come la risposta severa del Dio che egli
ha appena oltraggiato.
È menzionato il “palazzo reale”. All’inizio del secolo, Robert KOLDEWEY ri-
portò alla luce nella parte settentrionale dell’area dell’antica Babilonia le rovine
di un vasto complesso edilizio che l’archeologo interpretò correttamente come il
palazzo reale. Una sala lunga 52 metri e larga 17, che KOLDEWEY chiamò “la sala
del trono”, si affacciava su un ampio cortile al centro della grande struttura. Sulla
parete di fronte alla porta d’ingresso c’era una nicchia dove molto verosimil-

169 - J. DOUKHAN, op. cit., p. 106.

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CAPIRE DANIELE

mente si trovava il trono sul quale prendeva posto il re nelle feste e le cerimonie
ufficiali. Gli scavatori tedeschi notarono anche tracce di stucco bianco su un
tratto di muro170. Con tutta probabilità, fu quella la sala del palazzo reale di Ba-
bilonia dove si svolse il sontuoso ricevimento descritto in questo capitolo del li-
bro di Daniele.

6 Allora il re mutò di colore, e i suoi pensieri lo spaventarono; le


giunture de’ suoi fianchi si rilassarono, e i suoi ginocchi comincia-
rono ad urtarsi l’uno contro l’altro. 7 Il re gridò forte che si faces-
sero entrare gl’incantatori, i Caldei e gli astrologi; e il re prese a
dire ai savi di Babilonia: “Chiunque leggerà questo scritto e me ne
darà l’interpretazione sarà rivestito di porpora, avrà al collo una
collana d’oro, e sarà terzo nel governo del regno”.

Sono descritti con grande realismo i segni esteriori di un violento shock emotivo
che ha colto il re Belsazar alla vista di quelle dita-fantasma e di quello scritto
pieno di mistero che esse hanno lasciato sulla parete: il volto si scolora, le mem-
bra si accasciano, gli arti inferiori sono scossi da un tremito convulso. Quello
che Belsazar ha visto ha fatto nascere nella sua mente pensieri angoscianti (“i
suoi pensieri lo spaventarono...”).
“Che spettacolo pietoso - commenta LEUPOLD - questo re che pochi istanti
prima aveva avuto l’ardire di sfidare l’Onnipotente!”171.
La gran paura ha fatto perdere a Belsazar il controllo dei nervi. In condi-
zioni normali egli avrebbe semplicemente dato ordine di convocare i sapienti
(cfr. 2:2 e 4:6). Invece grida con forza, come in preda a un forte turbamento
emotivo. Il re nomina tre categorie di esperti della divinazione: gli incantatori, i
caldei e gli astrologi (vedi commento a 2:2) nel seguito indicati sempre colletti-
vamente come “i savi di Babilonia”. Belsazar promette a chi scioglierà l’enigma:
(1) la porpora ()ænwæ G: r a ’argewana’), il colore che contraddistingue la regalità
: )
o una posizione prossima alla dignità regale (cfr. Ether 8:15);
(2) la collana d’oro ()fkyénm a hamnîka’), ancora un’insegna della regalità o di
: h
un incarico di alta responsabilità (cfr. Ge 41:42);
(3) la posizione di terzo ((yiTl a taltî‘ ) nel governo del regno. Si è obiettato
: t
che “terzo” si dice in aramaico telîthî e che taltî‘ doveva piuttosto designare un
titolo onorifico. Sta di fatto che quasi tutti i traduttori di Daniele hanno reso
“terzo” l’aramaico talti (qualcuno ha preferito traslitterare pari pari la parola ara-
maica: “sarà talti”). W.GESENIUS nel suo Lessico ebraico e aramaico dell’Antico Te-
stamento dà come significato di taltî‘ “terzo” e spiega che talîthî è una forma più
comune.
Prima che fossero noti dalle fonti cuneiformi il ruolo vero di Belsazar nel
governo del regno e il suo grado di parentela con Nabonide, ritenendosi che

170 - Vedi A. PARROT, Babilonia e l’Antico Testamento, pp. 6, 27; G.RINALDI, op. cit., p. 88.
171 - H.C. LEUPOLD, op. cit., p. 88.

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CAPITOLO 5

Belsazar stesso fosse la prima autorità di Babilonia, si poteva solo ipotizzare


l’identità della seconda presupposta dalla nomina a terza promessa a chi avesse
letto e interpretato lo scritto. Le congetture andavano dalla madre alla moglie al
figlio di Belsazar.
Oggi, conoscendosi con precisione il ruolo politico di Belsazar quale cor-
reggente col padre Nabonide, non ci sono dubbi che era lui, Belsazar, la se-
conda autorità nel governo del regno, per cui egli non poteva conferire altro
grado di autorità che il terzo172.
Vari espositori hanno supposto che Nabonide pensasse a un governo a tre,
o triumvirato, ma la tesi precedente ci sembra preferibile; essa è condivisa fra al-
tri da DOUGHERTY, uno specialista nell’ambito degli studi danielici.

8 Allora entrarono tutti i savi del re; ma non poteron leggere lo


scritto, né darne al re l’interpretazione. 9 Allora il re Belsatsar fu
preso da grande spavento, mutò di colore, e i suoi grandi furono co-
sternati.

La presenza dei professionisti della divinazione nella sala del convito sembra es-
sere presupposta già nel verso precedente ove si dice che il re, dopo avere gridato
forte che si facessero entrare “gli incantatori, i caldei e gli astrologi” “prese a dire ai
savi ecc...” Ma secondo il v. 8 costoro entrano nella sala dopo che il re ha fatto “ai
savi di Babilonia” (v. 7) la promessa di ambite onorificenze se qualcuno di loro
avesse risolto l’enigma. Una incongruenza? Solo in apparenza se si ammette che
nel v. 7 Belsazar si rivolgesse ad alcuni sapienti già presenti fra gli ospiti173. L’en-
trata successiva di “tutti i savi del re” sembra corroborare questa tesi.
Dunque per la terza volta entrano in scena gli specialisti babilonesi dell’arte
divinatoria (cfr. 2:2 e 4:6, 7) e per la terza volta si deve prendere atto di un loro
completo fallimento: non ce n’è uno che riesca a decifrare lo scritto consegnato
all’intonaco della parete dalla mano-fantasma. Il silenzio degli indovini delude le
aspettative di Belsazar e ne accresce lo sgomento che traspare nel pallore del
volto; una grande costernazione si diffonde tra i suoi mille ospiti.
Sul perché gli indovini non riuscissero a decifrare lo scritto si può solo fare
congetture dato il silenzio del testo. Le tre parole erano sicuramente aramaiche
(vedi commento al v. 25) e poiché il caldaico era molto affine all’aramaico, non
doveva essere difficile per i sapienti leggere quelle parole. Si è pensato che esse
fossero scritte con gli antichi caratteri ebraici sconosciuti in Babilonia, un’ipotesi
che sembra verosimile, ma che il S.D.A. Bible Commentary scarta ritenendo
poco probabile che gli uomini colti di Babilonia non conoscessero l’antica scrit-
tura ebraica usata dai Fenici e da altri popoli dell’Asia occidentale oltre che dagli
Ebrei. Il commentario avventista pensa piuttosto che le tre parole formassero
una sorta di criptogramma per cui anche leggendole sarebbe stato impossibile

172 - S.D.A. Bible Commentary, ivi, p. 803.


173 - Ibidem.

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CAPIRE DANIELE

coglierne il messaggio celato in una loro sconosciuta combinazione. La com-


prensione di questo messaggio sarebbe stata possibile solo per illuminazione di-
vina. Sembra l‘ipotesi più plausibile.

10 La regina, com’ebbe udito le parole del re e dei suoi grandi, entrò


nella sala del convito. La regina prese a dire: “O re, possa tu vivere
in perpetuo! I tuoi pensieri non ti spaventino, e non mutar di colore!
11 C’è un uomo nel tuo regno, in cui è lo spirito degli dèi santi; e al
tempo di tuo padre si trovò in lui una luce, un intelletto e una sa-
pienza, pari alla sapienza degli dèi; e il re Nebucadnetsar tuo pa-
dre, il padre tuo, o re, lo stabilì capo dei magi, degli incantatori, de’
Caldei e degli astrologi, 12 perché in lui, in questo Daniele, a cui il re
avea posto nome Beltsatsar, fu trovato uno spirito straordinario,
conoscenza, intelletto, facoltà d’interpretare i sogni, di spiegare
enigmi, e di risolvere questioni difficili. Si chiami dunque Daniele ed
egli darà l’interpretazione”.

La “regina” ()ftK: l a malketha’) non ha preso parte al banchetto giacché entra


: m
nella sala dopo avere udito “le parole del re e dei suoi grandi”. Quelle parole o
le sono state riferite da qualcuno - possibilmente da qualche inserviente uscito
dalla sala - o le ha udite da una sala attigua (ipotesi meno probabile). Sull’iden-
tità di questa figura femminile si possono fare solo congetture perché il testo
non precisa niente di più oltre al suo rango.
La congettura meno probabile è che fosse la moglie di Belsazar (la moglie
di primo rango evidentemente), giacché vigeva nelle antiche corti il divieto rigo-
roso imposto alla moglie del re, come a chiunque altro tranne che alla madre, di
presentarsi davanti al sovrano senza esserne stata convocata (cfr. Ether 4:11,16).
Non si può neanche identificare questa “regina” con la nonna di Belsazar, Adda-
guppi, perché questa era deceduta 8 anni prima. Resta la possibilità che si trat-
tasse della madre di Belsazar. In effetti la regina-madre era oggetto di grande de-
ferenza in tutte le corti dell’Oriente antico (nelle Scritture ebraiche ciò è reso evi-
dente dalla citazione della regina-madre nei passi in cui si ricorda l’inizio del re-
gno dei re giudaiti: vedi per es. 1Re 14:21; 15:2; 22:42 ecc...).
Le fonti cuneiformi attestano l’elevato prestigio della regina-madre nell’am-
biente mesopotamico. Si conoscono lettere di regnanti alla madre dal tono alta-
mente deferente174. Una stele della già ricordata Adda-guppi informa che alla
morte di questo notevole personaggio femminile l’anno nono del regno di suo
figlio Nabonide (547 a.C.), costui fece venire gente da Babilonia e Borsippa e
persino da paesi lontani (“dall’Egitto fino al Mare Superiore - il Mediterraneo -
e... al Mare Inferiore - il Golfo Persico -”) per le solenni esequie ufficiali durate
sette giorni. L’ipotesi più verosimile sembra dunque essere che la “regina” men-

174 - Vedi S.D.A. Bible Commentary, vol. IV, p. 803.

121
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CAPITOLO 5

zionata in questo v. 10 fosse la madre di Belsazar e moglie di Nabonide. La sag-


gia Notocris figlia di Nabucodonosor ricordata da Erodoto? È possibile175. LEU-
POLD176 propende per la moglie di Nabucodonosor; così pure DOUKHAN177. A noi
sembra preferibile l’altra identificazione.
Fra l’agitazione generale, la “regina” sembra essere la sola persona che ab-
bia mantenuto i nervi saldi. Ella si rivolge al re con la formula di rito (vedi com-
mento a 2:4). Il suo intervento mira a placare il grande turbamento di Belsazar.
La “regina” è convinta che soltanto dal vecchio ministro giudeo di Nabucodono-
sor potrà venire la soluzione del mistero che ha provocato nel palazzo scompi-
glio e costernazione, e propone che Daniele sia convocato subito. Ella sa tutto
su Daniele: sa che in lui “è lo spirito degli dèi santi” (usa l’identica espressione
di Nabucodonosor in 4:8 e 18); sa che al tempo di Nabucodonosor, “padre” di
lui (di Belsazar), si trovarono in Daniele “luce” (in aramaico nahîrû, Uryihná ossia
capacità di penetrare le cose occulte), “intelletto” (in aramaico sokletânû, Unftl f ,
: k: &
ovvero facoltà di comprendere le cose difficili) e “sapienza” (in aramaico chok-
f vale a dire capacità di applicare al meglio la conoscenza acquisita);
mah, hfmk: x
sa che Nabucodonosor gli conferì l’alto incarico di capo supremo dei sapienti di
Babilonia (cfr. 2:48; 4:9); sa che gli ha mutato il nome in Beltsha’zzar (cfr. 4:8);
sa che Daniele ha “facoltà di interpretare i sogni” (cfr. 1:17; 2:36 e 4: 24), di
“spiegare enigmi” (cfr. 4:9), di “risolvere questioni difficili” (cfr. cc. 2 e 4), in ara-
maico qitrîn, }yir+: qi letteralmente “nodi”, un termine che comparirà più tardi in
testi siriaci e arabici come vocabolo della magia. Appoggiandosi al Beek, uno
studioso di Daniele, 178 pensa a nodi letterali adoperati in determinati riti magici.
La perfetta conoscenza di Daniele da parte della “regina” fa presupporre che
questa fosse vissuta alla corte di Babilonia durante il regno di Nabucodonosor
quando appunto Daniele esercitò ivi funzioni pubbliche (2:49); e questo a sua
volta rafforza l’ipotesi di uno stretto rapporto di parentela di lei col grande mo-
narca.

13 Allora Daniele fu introdotto alla presenza del re; e il re parlò a


Daniele, e gli disse: “Sei tu Daniele, uno dei Giudei che il re mio pa-
dre menò in cattività da Giuda?

Daniele, introdotto seduta stante nella sala del banchetto, è sottoposto a interro-
gatorio da parte di Belsazar che sembra volere accertarsi della sua identità: “Sei
tu Daniele...?”
Pur trattandosi di una procedura formale, è tuttavia probabile che Belsazar
non avesse avuto rapporti ufficiali con Daniele. Sosterrebbe questa tesi la possi-
bilità concreta di tradurre la frase interrogativa aramaica: “Sei tu quel

175 - Vedi G.RINALDI, op. cit., p. 89.


176 - H.C. LEUPOLD, op. cit., p. 225.
177 - J. DOUKHAN, op. cit., p. 109.
178 - G.RINALDI, op. cit., p. 90; vedi anche S.D.A. Bible Commentary, ivi, p. 804.

122
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CAPIRE DANIELE

Daniele?”179. Comunque Belsazar sa che Daniele fu deportato in Babilonia dal


paese di Giuda da suo “padre” Nabucodonosor.
È molto probabile che dopo la morte di Nabucodonosor Daniele non eser-
citasse più l’alto incarico cui era stato chiamato dal grande sovrano. Il S.D.A. Bi-
ble Commentary dice al riguardo: “Pare che dopo la scomparsa di Nabucodono-
sor, la politica a cui Daniele aveva dato il suo sostegno non godesse più il fa-
vore della corte di Babilonia, onde Daniele stesso si sarebbe ritirato dal suo inca-
rico pubblico.
Belsazar e i suoi predecessori evidentemente erano del tutto al corrente del
modo di procedere di Dio verso Nabucodonosor (5:22), ma avevano deliberata-
mente ripudiato la sua politica di riconoscimento del vero Dio e di cooperazione
con la sua volontà (4:28-37; 5:23).
Il fatto che Daniele più tardi fosse al servizio della Persia (6:1-3) implica che
il suo ritiro dalla vita pubblica negli ultimi anni dell’impero babilonese non fosse
dovuto a cattiva salute o all’età avanzata. La censura severa di Daniele nei con-
fronti di Belsazar (5:22, 23) mette in evidenza l’ostilità del re verso i princìpi e la
politica statale che Daniele rappresentava.
La disapprovazione della politica ufficiale di Babilonia da parte di Daniele
potrebbe essere stato uno dei motivi che indussero i primi governanti dell’im-
pero persiano a mostrarsi a lui più favorevoli”180.

14 Io ha sentito dire di te che lo spirito degli dèi è in te, e che in te si


trova luce, intelletto, e una sapienza straordinaria.

Belsazar dice a Daniele di aver “sentito dire” (e da chi se non dalla regina di cui
quasi ripete le parole?) che in lui è “lo spirito degli dèi” (omette l’aggettivo
“santi” usato dalla regina, forse perché pensa al Dio d’Israele?), e che lui pos-
siede facoltà eccezionali (luce, intelligenza e sapienza straordinaria - in ara-
maico chokmâh yattîrah, hfryiTyá hfmk: x
f ). Non sembra però ancora convinto che ciò
sia vero.

15 Ora, i savi e gl’incantatori sono stati introdotti alla mia presenza,


per leggere questo scritto e farmene conoscere l’interpretazione; ma
non hanno potuto darmi l’interpretazione della cosa.

Per la terza volta un monarca babilonese (cfr. 2:11 e 4:18) deve constatare l’im-
potenza dei rappresentanti ufficiali della scienza di Babilonia (“i savi e gli incan-
tatori”) di fronte a un enigma che era importante e urgente sciogliere (“non
hanno potuto darmi l’interpretazione della cosa...”).

179 - Vedi H.C. LEUPOLD, op. cit., p. 28; S.D.A. Bible Commentary, ivi, p. 804.
180 - S.D.A. Bible Commentary, ivi.

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CAPITOLO 5

16 Però, ho sentito dire di te che tu puoi dare interpretazioni e risol-


vere questioni difficili; ora, se puoi leggere questo scritto e farmene
conoscere l’interpretazione, tu sarai rivestito di porpora, avrai al
collo una collana d’oro, e sarai terzo nel governo del regno”.

“... ho sentito dire di te...”. Non è una ripetizione superflua di quanto Belsazar
ha detto nel v. 14. Lì il re si riferiva a un insieme di facoltà straordinarie posse-
dute dal suo interlocutore secondo quanto gli era stato riferito, qui allude alle
cose che egli sarebbe stato in grado di fare attraverso l’esercizio di quelle facoltà:
“dare interpretazioni e risolvere questioni difficili”.
Belsazar però non ha la stessa convinzione della regina circa la capacità
reale di Daniele di “risolvere questioni difficili”. La regina aveva detto del pro-
feta: “... egli darà l’interpretazione...” (v. 12 u.p.); lui, Belsazar, dice a Daniele:
“se puoi leggere questo scritto...”. Il re ripete a Daniele la promessa fatta prima ai
sapienti (v. 7): egli riceverà la porpora, la collana d’oro e la posizione di terza
autorità nel governo del regno se decifrerà e interpreterà lo scritto (vedi com-
mento al v. 7).

17 Allora Daniele prese a dire in presenza del re: “Tieniti i tuoi doni
e da’ a un altro le tue ricompense; nondimeno io leggerò lo scritto al
re e gliene farò conoscere l’interpretazione.

I doni di Dio sono gratuiti, così deve essere il loro esercizio. Del resto Daniele
non ambisce i beni e gli onori terreni: “Tieni per te i tuoi doni e dai a un altro le
tue ricompense !”
Può sembrare una risposta brusca e scortese. Si è detto, a ragione, che non
era il caso per il profeta di introdurre la sua risposta alla richiesta del re con una
formula di cortesia dal momento che questi non ha avuto alcun riguardo verso il
suo Dio.
Daniele dunque rifiuta l’altissima onorificenza che gli viene offerta (quanto
è diverso lo spirito di questo autentico uomo di Dio da quello del mago-profeta
Balaam! Vedi Nu 22:7,8; De 23:4); nondimeno risponderà alla richiesta del re.

18 O re, l’Iddio altissimo aveva dato a Nebucadnetsar tuo padre, re-


gno, grandezza, gloria e maestà;

Daniele fa precedere la lettura e l’interpretazione dello scritto da una considera-


zione di ordine religioso e morale. Il discorso preliminare ne ricalca nello
schema e nei contenuti un altro fatto molti anni prima davanti all’avo di Belsa-
zar, il re Nabucodonosor (vedi 4:21-25).
Con tutta evidenza è la drammatica vicenda della follia di Nabucodonosor
che il profeta rievoca in questa premessa. Esattamente come aveva fatto al
tempo di quella vicenda prima di interpretare il sogno dell’albero (cfr. 4:21-25),
Daniele pone in contrasto la grandezza superlativa dell’allora sovrano di Babilo-
nia e l’estrema miseria fisica e morale nella quale egli precipitò per avere esal-

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CAPIRE DANIELE

tato se stesso anziché l’Iddio altissimo dal quale proveniva la sua fortuna: Egli
“aveva dato a Nabucodonosor... regno, grandezza, gloria e maestà” (vedi 2:37 e
relativo commento).

19 e a motivo della grandezza ch’Egli gli aveva dato, tutti i popoli,


tutte le nazioni e lingue temevano e tremavano alla sua presenza;
egli faceva morire chi voleva, lasciava in vita chi voleva; innalzava
chi voleva, abbassava chi voleva.

Colpisce la preoccupazione costante di Daniele di porre in cima ad ogni succes-


siva considerazione l’Iddio altissimo (cfr. 2:28, 29; 4:25).
Fu per la grandezza che aveva ricevuto da Lui - puntualizza Daniele - che
furono ridotti sotto il dominio di Nabucodonosor, l’avo di Belsazar, gli svariati
gruppi etnici, nazionali e linguistici che formarono il suo impero (cfr. Gr 28:14),
e fu per la stessa ragione che i suoi sudditi lo temettero e tremarono in sua pre-
senza (cfr. l’oracolo sul re di Babilonia in Is 14:16, 17), e che egli poté esercitare
sugli uomini un potere illimitato (“faceva morire chi voleva...” cfr. 2Re 25:6, 7; Gr
29:21, 22).

20 Ma quando il suo cuore divenne altero e il suo spirito s’indurò


fino a diventare arrogante, fu deposto dal suo trono reale e gli fu
tolta la sua gloria; 21 fu cacciato di tra i figliuoli degli uomini, il suo
cuore fu reso simile a quello delle bestie, e la sua dimora fu con gli
asini selvatici; gli fu data a mangiare dell’erba come ai buoi, e il suo
corpo fu bagnato dalla rugiada del cielo, finché non riconobbe che
l’Iddio altissimo, domina sul regno degli uomini, e ch’egli vi stabili-
sce sopra chi vuole.

Dopo avere rievocato la grandezza di Nabucodonosor quale segno del favore


dell’Iddio altissimo, Daniele ne ricorda la perdita repentina del potere (il “trono
reale”) e del prestigio (la “gloria”) a seguito della follia che lo ha ridotto in uno
stato di abbrutimento, e questo per essersi egli fatto altero e arrogante in dispre-
gio dell’avvertimento ricevuto attraverso il sogno dell’albero (cfr. 4:25, 27).
La rievocazione della cupa vicenda è fatta dal profeta quasi con le stesse
parole del suo preannuncio e della sua descrizione in 4: 16, 25, 33, con qualche
omissione e qualche variante (per es. in 5: 21 “asini selvatici” anziché “bestie dei
campi” come in 4:25). I verbi alla forma passiva denotano la provenienza so-
vrannaturale della sciagura che si abbatté su Nabucodonosor.

22 E tu, o Belsatsar, suo figliuolo, non hai umiliato il tuo cuore,


quantunque tu sapessi tutto questo; 23 ma ti sei innalzato contro il
Signore del cielo; ti sono stati portati davanti i vasi della sua casa, e
tu, i tuoi grandi, le tue mogli e le tue concubine ve ne siete serviti per
bere; e tu hai lodato gli dèi d’argento, d’oro, di rame, di ferro, di le-
gno e di pietra, i quali non vedono, non odono, non hanno cono-

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CAPITOLO 5

scenza di sorta, e non hai glorificato l’Iddio che ha nella sua mano il
tuo soffio vitale, e da cui dipendono tutte le tue vie. 24 Perciò è stato
mandato, da parte sua, quel mozzicone di mano, che ha tracciato
quello scritto.

Belsazar non è all’oscuro dello sconvolgente avvenimento che Daniele ha rievo-


cato, e sebbene esso sia lontano nel tempo, l’impatto su quanti vissero nel pa-
lazzo in quei giorni fu tale che esso non poteva essere dimenticato nemmeno
dopo tanti anni. Ma Belsazar, il “figlio” del protagonista di quella storia alluci-
nante, pur rammentandola, non ne ha tenuto conto (“quantunque tu sapessi
tutto questo... ti sei innalzato contro il Signore del cielo...”). È proprio vero che
“la storia insegna che gli uomini non imparano niente dalla storia”!
Nel v. 18 Daniele aveva alluso a un rapporto di paternità di Nabucodonosor
con Belsazar (“Nabucadnetsar tuo padre”), qui accenna a una relazione di filglio-
lanza di Belsazar con Nabucodonosor (“E tu, Belsatsar, suo figliolo...”). Sui signi-
ficati possibili del termine “padre” (’av, in aramaico ed ebraico) si è detto nel
commento al v. 2. Qui si può aggiungere che nell’Antico Testamento “figlio”
(bar in aramaico, ben in ebraico), allo stesso modo che “padre”, può rivestire
una varietà di sensi. Può significare discendente (Es 32:26; Ml 3:6), e in qualche
caso uno che domanda aiuto e protezione a un’autorità spirituale (1Sm 25:8). In
1Sm 26:17 Saul si rivolge a Davide con l’appellativo di “figlio”, mentre sappiamo
che in realtà ne era genero. Sensi traslati del vocabolo “figlio” sono documentati
anche fuori d’Israele.
Per esempio un testo assiro del IX secolo a.C. chiama Jehu, il generale ri-
belle di Joram di Samaria, “figlio di Omri”, benché non ci fosse tra i due alcun
rapporto di parentela, anzi Jehu fu lo sterminatore della discendenza di Omri
(2Re 10:17). Nel documento assiro “figlio di Omri” ha il significato evidente di
successore dell’ultimo discendente di Omri. Nell’ambiente semitico, dunque, suc-
cessore è un altro significato del vocabolo “figlio”. In Dn 5:22 “suo figlio” può
leggersi “suo discendente” o anche “suo successore”.
Torniamo a Belsazar. L’offesa che costui ha recato all’Iddio del cielo è più
grave ancora di quella di cui si rese colpevole il suo avo. Nabucodonosor non
aveva voluto riconoscere la sovranità universale dell’Iddio altissimo (4:25); il suo
discendente gli si è levato contro, lo ha oltraggiato profanando le sue cose sacre
e lodando in dispregio di Lui gli idoli ciechi, sordi e privi di conoscenza. Eppure
l’Iddio che Belsazar ha offeso è Colui dal quale egli ha ricevuto la vita e da cui
dipende ad ogni istante la conservazione di essa. L’Iddio del cielo ha raccolto la
sfida insensata e vi ha risposto prontamente. Ecco il significato di quel mozzi-
cone di mano e di quello scritto che hanno atterrito Belsazar. “Questa spiega-
zione preliminare - commenta LEUPOLD - in un cero senso era più necessaria per
Belsazar che la stessa interpretazione dello scritto”181.

181 - H.C. LEUPOLD, op. cit., p. 233.

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CAPIRE DANIELE

Daniele prima denuncia con chiarezza e grande coraggio il gesto sacrilego


di Belsazar, poi svela il messaggio nascosto nello scritto misterioso.

25 Questo e lo scritto ch’è stato tracciato: MENE, MENE, TEKEL,


UFARSIN.

Il profeta procede alla lettura dello scritto. Sono tre parole aramaiche: la prima è
ripetuta due volte e la terza è alla forma plurale. Difficile dire con che tipo di
scrittura fossero state tracciate. Con quella cuneiforme certamente no, altrimenti
il re e i suoi dignitari le avrebbero lette. Probabilmente le parole erano scritte
con i caratteri aramaici (non sconosciuti ai sapienti di Babilonia) o con i più anti-
chi caratteri ebraici.
Di certo erano formate di sole consonanti: MN’ MN’ TKL FRSN (la vocaliz-
zazione del testo attuale di Daniele come di tutta la Bibbia ebraica risale a non
oltre il IX secolo della nostra era). Si deve comunque notare che alla luce dell’in-
terpretazione di Daniele, la vocalizzazione masoretica delle tre parole aramaiche
appare più che plausibile, come si vedrà più avanti. È stata rilevata un’affinità
delle parole lette da Daniele con dei termini del vocabolario commerciale: )¢nm :
MENE’ = mina, l"qT: TEKEL = siclo (shekel in ebraico), }yisr : pa U UFARSIN, plurale di
PERES = mezzo siclo (la terza parola è preceduta dalla congiunzione aramaica
“u” (= “e”) la quale, per una legge fonetica, muta in “f” la “p” della parola a cui
di unisce).
Se i tre vocaboli si leggono come sostantivi, si hanno questi tre valori ponde-
rali e monetari decrescenti: MINA (2 volte), SICLO, MEZZI SICLI (il gruppo conso-
nantico PRS compare col significato di “mezzo siclo” nell’Iscrizione di Senchirli).
Se il primo dei due MENE’ si interpreta come imperativo del verbo menã’,
lo scritto si può leggere: “Conta una mina, un siclo, mezzo siclo.” I sapienti del
re, non sappiamo per quale ragione, non possono leggere lo scritto. Ad ogni
buon conto, anche se ne fossero stati capaci, non avrebbero potuto interpretarlo,
giacché non disponevano di un contesto logico in cui inserirlo perché avesse
senso. In tempi recenti, degli studiosi che hanno letto i tre vocaboli aramaici
come sostantivi hanno tentato di rapportare i valori monetari così desunti a dei
re babilonesi che regnarono consecutivamente.
Sono riportate di seguito, attinte da The New Bible Dictionary, le proposte
più interessanti:
● C.S.CLERMONT GANNEAU: NABUCODONOSOR (mina’), BELSAZAR (siclo),

MEDI e PERSIANI (mezzi sicli).


● E.G. KRAELING: EVIL-MERODAC e NERIGLISSAR (mina’, mina’), LABASHI

MARDUK (siclo), NABONIDE e BELSAZAR (mezzi sicli).


● N.L. GINSBERG: NABUCODONOSOR (mina’), EVIL-MERODAC (siclo), BEL-

SAZAR (messi sicli).


● D.N. FREEDMAN: NABUCODONOSOR (mina’), NABONIDE (siclo), BELSA-

ZAR (mezzi sicli).


Sono proposte allettanti ma tutto sommato inconcludenti.
I tre gruppi consonantici possono leggersi come radici verbali e così in effetti le

127
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CAPITOLO 5

lesse Daniele stando all’interpretazione che ne fornì. Per la maggioranza degli


espositori moderni le tre parole hanno la forma di participi passivi (dissente il
S.D.A.Bible Commentary che riconosce questa forma soltanto alla prima).

26 E questa è l’interpretazione delle parole: MENE: Dio ha fatto il


conto del tuo regno, e vi ha posto fine. 27 TEKEL: tu sei stato pesato
con la bilancia, e sei stato trovato mancante. 28 PERES: il tuo regno è
diviso, e dato ai Medi e ai Persiani”.

Decifrato lo scritto, la frase criptica che ne risulta ha bisogno di essere interpre-


tata, e questo solo Daniele può farlo perché solo lui è illuminato dallo spirito
dell’Iddio altissimo da cui il messaggio proviene. Da ciascuna delle tre parole
l’interprete ispirato trae una doppia proposizione, la seconda consecutiva ri-
spetto alla prima. Esaminiamole una dopo l’altra.
MENE’, dal verbo aramaico menã’, “contare”, “numerare”, come participio
passivo “contato”, “numerto”. Dio ha contato i giorni assegnati alla durata del re-
gno di Belsazar e ha decretato che essi sono giunti alla fine. Secondo LEUPOLD la
ripetizione di mene’ nella lettura potrebbe essere indice di un doppio senso del
vocabolo: “contato” la prima volta, “fissato il limite” la seconda.
TEKEL, dal verbo tekãl, forma aramaica del verbo ebraico shakal (lo “sh”
ebraico si muta in “t” nell’aramaico). Altrove nell’Antico Testamento “pesare” in
senso metaforico significa “giudicare”: cfr. 1Sm 2:3; Gb 31:6; Pr 24:12. Dio ha fis-
sato per ogni individuo uno “standard” di crescita e di maturità a seconda dei ta-
lenti, della posizione e del grado di responsabilità nella vita. Il re Belsazar è stato
pesato sulla bilancia di Dio ed è risultato al di sotto dello “standard” che corri-
sponde alla sua posizione. Egli è colpevole per questo, allo stesso modo che nel
commercio è reato di frode un peso inferiore a quello pattuito fra venditore e
compratore.
PERES, dal verbo aramaico paras, “dividere”, “spezzare”. È la forma singo-
lare di parsîn che preceduta dalla congiunzione “u” diventa farsin. Il regno di
Belsazar è diviso e assegnato ai Medi e ai Persiani. Non metà agli uni e metà agli
altri, giacché Daniele considera sempre la Media e la Persia come un regno uni-
tario (con un unico simbolo le rappresenta nel capitoli. 2, 7 e 8: il petto d’ar-
gento, l’orso e il montone).
È ben vero tuttavia che una provincia dell’impero babilonese (la Caldea) sa-
rebbe governata d’ora innanzi da un medo (9:1) investito di tale potere (“rice-
vette il regno”) da un’autorità superiore (verosimilmente il re “di Media e di Per-
sia” - 8:20 - che governa il resto dell’impero).
Forse si allude a questo dicendosi che il regno di Belsazar sarebbe diviso e
dato ai Medi e ai Persiani. Il regno di Dario in tutti i casi è una porzione ben
modesta dell’immenso impero medo-persiano.
Vocalizzata in modo che suoni paras la radice prs significa “Persia” (e “per-
siani” nella forma plurale prsn, perasin): Daniele vi coglie i due sensi: “il tuo re-
gno è DIVISO e dato ai Medi e ai PERSIANI”.
Il senso globale del messaggio è quello di un giudizio e di una sentenza

128
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CAPIRE DANIELE

con effetto immediato. Il riferimento alla Media e alla Persia come entità politica
unitaria (cfr. 6:8, 12, 15; 8:20) mostra che il nostro autore ha una conoscenza
esatta della storia.
Fino al 550 a.C. le tribù persiane erano rimaste sotto la sovranità dei Medi ,
ma in quell’anno esse ebbero il sopravvento sui loro dominatori avendo Ciro,
principe persiano, vinto e deposto Astiage loro re. Ciro però non impose ai vinti
la sua sovranità, al contrario li associò nel governo del nuovo stato unendo di
fatto le due etnie in un’unica nazione. È difficile credere che un giudeo palesti-
nese del II secolo a.C. fosse così bene informato sulla composizione etnica e la
struttura politica di un impero che non esisteva più da oltre 160 anni!

29 Allora, per ordine di Belsatsar, Daniele fu rivestito di porpora, gli


fu messa al collo una collana d’oro, e fu proclamato che egli sarebbe
terzo nel governo del regno.

L’uomo che si è rivelato superiore a tutti i sapienti di Babilonia col decifrare e in-
terpretare lo scritto misterioso, riceve le onorificenze che il re ha promesso. Da-
niele le aveva rifiutate, ma gli ordini del re non si discutono ed egli deve suo mal-
grado vestire l’abito di porpora, indossare la collana d’oro (cfr. Ge 44:42) e farsi
proclamare la terza autorità del regno, un regno che ha peraltro le ore contate.

30 In quella stessa notte, Belsatsar, re de’ Caldei, fu ucciso;

Si compie inesorabilmente e in brevissimo tempo il pesante verdetto su Belsazar


che Daniele ha tratto dall’ultima delle tre parole scritte sulla parete. Il testo de-
dica poche parole all’evento tragico e repentino, ma alla sua laconicità suppli-
scono le notizie più dettagliate che ne forniscono gli storiografi greci. ERODOTO
(ca. 480-420 a.C.) descrive così la conquista persiana di Babilonia:

... per mezzo di un canale, avendo immesso le acque dell’Eufrate


nel bacino scavato che era allo stato di palude, (Ciro) fece sì che, ab-
bassandosi il livello del fiume, il vecchio letto diventasse guadabile.
Ottenuto un tale risultato, i Persiani che avevano ricevuto l’ordine
proprio in vista di questo, quando l’Eufrate si fu abbassato tanto da
non giungere nemmeno a metà coscia d’un uomo, ne seguirono il
corso ed entrarono in Babilonia. (...)
... i persiani si trovarono loro davanti all’improvviso.
Data la grande estensione della città... erano già in mano dei ne-
mici i quartieri estremi della città, quando i Babilonesi che abitavano il
centro non sapevano ancora di essere presi; ma in quel momento si
davano alla danza (capitava infatti, che per loro fosse giorno di festa) e
alla pazza gioia...
In questo modo allora fu presa Babilonia per la prima volta.

Anche SENOFONTE (ca. 430-354 a.C.) è informato che Belsazar cadde in po-

129
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CAPITOLO 5

tere dei Persiani durante una notte di bagordi. Lo storico ateniese riferisce che i
soldati di Ciro penetrarono di notte nella città e, avuta facilmente ragione delle
guardie ubriache, entrarono nel palazzo dove si svolgeva un festino e vi uccisero
il re che tentò di opporre resistenza182. Secondo la Cronaca di Babilonia era il
14 di tishratu dell’anno 17° di Nabonide, il 10 ottobre del 539 a.C. secondo il ca-
lendario giuliano183.

31 e Dario il Medo, ricevette il regno, all’età di sessantadue anni.

“... dopo di te sorgerà un altro regno, inferiore al tuo”, aveva sentenziato


Daniele molti anni prima al re Nabucodonosor (2:39). La profezia si avvera, tra-
monta il dominio babilonese, sorge il dominio dei Medi e dei Persiani: “Dario il
Medo ricevette il regno”. È il trapasso dall’oro all’argento nel sogno di Nabuco-
donosor (2:30, 36-39); dal leone all’orso nella visione di Daniele (7:4, 5).
Sull’identità di Dario il medo si discuterà nel commento al v. 1 del capitolo
seguente. Per concludere il commento del cap. 5 ci sembra pertinente la se-
guente osservazione del prof. R.P.DAUGHERTY: “Fra tutte le fonti non babilonesi
che parlano della situazione vigente alla fine dell’impero neo-babilonese, il capi-
tolo quinto di Daniele è la più vicina ai documenti letterari cuneiformi per
quanto attiene agli eventi più importanti. Il resoconto biblico può considerarsi
una fonte di grande valore, perché cita il nome di Belsazar, perché attribuisce
potere regale a Belsazar e perché riconosce l’esistenza di una doppia autorità nel
governo del regno. I documenti cuneiformi babilonesi del sesto secolo a.C. for-
niscono prove ineccepibili sulla correttezza di questi tre nuclei storici basilari,
contenuti nella narrazione biblica sulla caduta di Babilonia”184.

182 - SENOFONTE, Ciropedia, VII, 5, 15-31.


183 - R.A.PARKER e W.H.DUBBERSTEIN, Babylon Chronology... p. 13
184 - R.P.DAUGHERTY, Nabonidus and Belshazzar, p. 216, citato da S.D.A.Bible Commentary,
ivi, p. 808.

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CAPIRE DANIELE

Capitolo 6
____________________________

D aniele non è stato travolto dagli avvenimenti che hanno cambiato la fisiono-
mia politica della pianura mesopotamica. Nonostante che avesse svolto man-
sioni di governo sotto la passata amministrazione, il nuovo re di Babilonia, Da-
rio il medo, lo vuole accanto a sé mentre procede alla riforma amministrativa
dello Stato. Pensa addirittura di affidargli la supervisione di tutta l’amministra-
zione statale. Ciò suscita la gelosia dei funzionari subalterni che non esitano a
tramare un complotto contro di lui, ma la competenza e la correttezza di Daniele
vanificano il loro malvagio disegno.
I nemici di Daniele però non demordono: escogitano un piano diabolico per
volgere in violazione della legge dello Stato la fedeltà di Daniele alla legge del suo
Dio. Stavolta l’ignobile progetto va a buon fine con la complicità inconsapevole
del sovrano. Quando Dario si accorge di essere caduto in un tranello, è troppo
tardi per tornare indietro: non può fare nulla per sottrarre il suo fedele ministro
alla pena capitale. A questo punto interviene l’evento miracoloso.
Come tanti anni prima un angelo del Signore aveva protetto dall’ardore del
fuoco Shadrac, Meshac e Abed-nego, così adesso un angelo del Signore rende
inoffensive le belve alle quali Daniele è stato dato in pasto. Per ordine del re Da-
rio, Daniele è tratto fuori dalla fossa dei leoni e i suoi accusatori vi finiscono den-
tro con le mogli e i figli; e stavolta le belve non rimangono inoperose.
Il racconto si chiude con un proclama reale rivolto a tutti i sudditi del regno,
un proclama nel quale si impone il rispetto del Dio di Daniele e si esaltano la sua
sovranità eterna e il suo potere di salvare.

1 Parve bene a Dario di stabilire sul regno centoventi satrapi, i quali


fossero per tutto il regno;

Il nuovo signore di Babilonia come primo atto di governo attua una riforma am-
ministrativa dello Stato, che si identifica non con l’impero di Persia sul quale
Ciro esercita la sovranità, ma con la provincia di Caldea (cfr. 9:1) nella Mesopo-
tamia inferiore.
R.H.CHARLES osserva che “una sorta di divisione di Babilonia è documentata
nelle tavolette annalistiche di Ciro ove si dice che Gubaru, governatore di Babi-
lonia sotto Ciro, ‘nominò dei governatori in Babilonia’”185. Si è osservato che du-

185 - Citato da H.C. LEUPOLD, op. cit., p. 248.

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CAPITOLO 6

rante la dominazione persiana i “satrapi” governavano le vaste unità territoriali in


cui era suddiviso l’impero, le “satrapie”, mentre i 120 “satrapi” nominati da Dario
il Medo amministravano aree geografiche di ben modesta entità. Se ne è dedotto
che Daniele deve essere incorso in una inesattezza, ma poiché la stessa “inesat-
tezza”, come ha notato R.D. WILSON, si riscontra nella storiografia greca, LEUPOLD
giustamente conclude che il termine “satrapi” doveva essere usato sia in riferi-
mento a funzionari di alto grado, sia per designare funzionari di grado infe-
riore186.
Sappiamo da ERODOTO (III. 89) che Dario I divise l’impero in 20 satrapie e
suddivise queste ultime in unità amministrative minori. Nei testi di Dario le satra-
pie figurano essere più numerose (da 21 a 29), probabilmente perché più volte
questo sovrano modificò il numero e le dimensioni di codeste vaste regioni am-
ministrative durante il suo regno. Secondo Ether 1:1 il re Assuero (il Serse della
storia) regnò su 127 province (ebr. medînâh), verosimilmente il numero totale
dei distretti in cui erano suddivise le satrapie. Ma le “satrapie” di cui parla Ero-
doto e le “province” ricordate in Ether 1:1 non hanno niente a che vedere con i
distretti amministrativi istituiti da Dario il Medo: quelle riguardavano tutto l’im-
pero, queste il solo territorio del “regno dei Caldei” (9:1) sul quale si esercitava
la sovranità subordinata del Dario di Daniele.
Chi è Dario il Medo? Per Daniele è una persona concreta. È figlio di As-
suero (9:1), succede a Belsazar (5:31), precede Ciro (6:28), riforma l’amministra-
zione dello stato (6:1). Ma per la storia rimane tuttora una figura avvolta nel mi-
stero. Nessuna delle fonti greche e babilonesi che documentano la fine dell’im-
pero caldeo conosce il suo nome. Certi studiosi di scuola liberale hanno liqui-
dato la questione affermando che Dario il Medo è una figura leggendaria parto-
rita dalla fantasia dell’autore del libro; altri hanno insinuato che lo scrittore giu-
deo confonda Dario il medo con Dario I, terzo successore di Ciro. Non solo, ma
fa di Serse (Assuero) il padre di Dario mentre in realtà ne era figlio. Sono giudizi
affrettati e in buona parte ingiustificati. Infatti:

● è accaduto e potrebbe ancora accadere che il nome di un personaggio bi-


blico sconosciuto alla storia (il caso di Belsazar è emblematico) riaffiori
dalla sabbia dopo millenario oblio grazie a uno scavo archeologico;
● Daniele distingue il successore di Belsazar da Dario I figlio di Istaspe col

precisare che quegli appartiene alla stirpe dei Medi (9:1), mentre questi è di
estrazione persiana, e che occupa il trono di Babilonia all’età di 62 anni,
mentre Dario I cominciò a regnare sulla Persia in età più giovanile;
● Daniele mostra di conoscere bene la successione dei primi regnanti di

Persia dopo la caduta di Babilonia. Infatti in 11:2 allude a tre re che deb-
bono sorgere in Persia (dopo Ciro) e a un quarto che sarà più ricco e “sol-
leverà tutti contro il regno di Grecia”. Poiché è trasparente in questo quarto

186 - Vedi H.C. LEUPOLD, op. cit., pp. 247-248.

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CAPIRE DANIELE

re la figura di Serse, è ovvio che i tre che dovevano precederlo sono Dario
I, il falso Smerdis e Cambise il figlio di Ciro.
● Daniele sa infine che Ciro regna sulla Persia (10:1) e che Dario il Medo

governa soltanto la Caldea e con potere subordinato (9:1): “fu fatto re dei
Caldei”.

Comunque, sull’identità di Dario il medo, mancando riferimenti diretti nelle fonti


storiche note, possiamo solo fare congetture. Intanto possiamo ipotizzare con
verosimiglianza che questo personaggio fosse conosciuto anche sotto un nome
diverso. A dire il vero, è più che un’ipotesi se dobbiamo credere a GIUSEPPE FLA-
VIO il quale asserisce che il Dario di Daniele era “chiamato dai Greci con un altro
nome”187.

Abbiamo effettivamente notizie su regnanti dell’Antico Oriente che adotta-


rono un secondo nome.
Il re assiro Tiglat-Pileser III (745-727 a.C.), per esempio, assunse il nuovo
nome di Pûlû quando cinse la corona di Babilonia188. Anche la Bibbia conosce il
doppio nome di questo sovrano (vedi 2Re 15:19, 29; 1Cr 5:26). Suo figlio Salma-
nassar V (727-722 a. C.) pure adottò un secondo nome, ululãya, come re di Babi-
lonia189. I testi amministrativi di Borsippa del periodo persiano menzionano un re
di nome Akshimakshu sconosciuto alle altre fonti antiche. Si è accertato che Ak-
shimakshu era una variante del nome di un noto regnante persiano, Serse I190.
Dario potrebbe dunque essere una variante del nome del re medo che fu
posto sul trono di Babilonia dopo la morte di Belsazar. Gli espositori che danno
come attendibili i racconti danielici hanno cercato di far coincidere la figura di
Dario il Medo con quella di un personaggio noto della storia. Vediamo quali
sono stati i personaggi coi quali si è tentato di identificarlo.

1. Astiage, ultimo re dei Medi. Proposto da B. ALFRINK e altri studiosi come


il possibile equivalente storico del Dario danielico. Secondo ERODOTO (I,107,108)
Ciro nacque da una sua figlia e dal principe persiano Cambise I. A parte l’origine
etnica non si riscontrano altre attribuzioni comuni ad Astiage e Dario il Medo.
a) Il padre di Astiage fu Ciassare I, non Assuero (Serse).
b) Dario il medo aveva 62 anni quando fu fatto re dei caldei (5:31), Astiage,
se era ancora in vita, era molto più anziano nel 539 a.C., avendo cominciato
a regnare quasi 50 anni prima.

187 - GIUSEPPE FLAVIO, Antichità Giudaiche, X. 11. 4.


188 - Vedi E. CASSIN - J. BOTTERO - J. VERCOUTTER, Gli imperi dell’Antico Oriente, St. Univers. Feltri-
nelli, vol.4, p. 54.
189 - Ibidem, p. 47.
190 - Vedi C.O. JONSSON, I tempi dei Gentili..., p. 246.

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CAPITOLO 6

c) Astiage cercò di sopprimere Ciro fin dalla nascita191; da adulto Ciro lo


vinse e, secondo alcune fonti, lo relegò in Ircania, secondo altre lo uccise. È
difficile ammettere che Ciro possa averlo fatto re di Babilonia.

2. Ciassàre II, figlio di Astiage. Come ultimo re dei Medi è noto soltanto a
SENOFONTE192. Nell’antichità è stato identificato col Dario di Daniele da GIUSEPPE
FLAVIO193. GIROLAMO194 cita questa opinione dello storico giudaico e sembra con-
dividerla. Ai nostri giorni hanno mantenuto tale identificazione un buon numero
di autori. H.H. ROWLEY195 ricorda LOWTH, HENGSTENBERG, ROSENMULLER, HÄVERNICK,
KRANICHFELD, KLIEFOTH, ZÖKLER, KNABENBAUER. In ambito avventista questa tesi ha
raccolto il consenso del S.D.A. Bible Commentary196 e più recentemente di G.H.
HASEL197. Fra i cattolici di lingua italiana è condivisa da E.TESTA198. Effettivamente
si riscontrano vari punti di contatto fra Ciassàre II e il Dario di Daniele. Ciassàre
appartenne alla stirpe dei Medi, fu zio, e secondo SENOFONTE anche suocero di
Ciro, ebbe rapporti amichevoli con lui; la sua età all’epoca della caduta di Babi-
lonia coincideva su per giù con quella di Dario il Medo, indicata da Daniele. In-
fine Senofonte non dà più notizie di lui in rapporto agli anni che seguirono di
poco la caduta di Babilonia. Tuttavia altre circostanze rendono problematica
questa identificazione.
a) Le notizie di Senofonte su Ciassàre non sempre sono attendibili, specie
laddove le contraddicono le fonti cuneiformi;
b) il nome del padre di Ciassàre era Astiage, non Assuero;
c) una presenza di Ciassàre II in Babilonia come successore di Belsazar-Na-
bonide non è attestata nelle fonti storiche.

3. Ciro II, re di Persia. D.J. WISEMAN ha proposto di identificarlo col Dario


danielico supponendo che Dario fosse un altro nome di Ciro e che la congiun-
zione aramaica “u” in Dn 6:28 abbia funzione esplicativa (“cioè”) e non congiun-
tiva (“e”), cosa possibile secondo i grammatici. WISEMAN ha letto così il passo in
questione: “E questo Daniele prosperò sotto il regno di Dario, cioè sotto il regno
di Ciro il persiano.” J.N. BULMAN e J.D. DOUGLAS hanno appoggiato questa propo-
sta dell’assiriologo inglese e altri studiosi, come J.G. BALDWIN, A.R. MILLARD e G.
WENHAM l’hanno condivisa199. Questa tesi nondimeno ha contro di sé non minori
difficoltà che le precedenti.

191 - Cfr. ERODOTO I, 108.


192 - Vedi, Ciropedia, 1.5, 2, ecc...
193 - Antichità Giudaiche, X. 11, 4
194 - Cfr. Girolamo su Daniele, p. 89
195 - Citato da G.H. HASEL in Symp. On Daniel, p. 113, nota 173.
196 - Vedi Vol IV, pp. 816, 817.
197 - Vedi Daniel, questions débattues, p. 33.
198 - Vedi Il messaggio della Salvezza, vol. III, p. 140.
199 - Vedi HASEL, op. cit., pp. 113, 114.

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CAPIRE DANIELE

a) Ciro aveva meno i 62 anni all’epoca della conquista di Babilonia;


b) Daniele distingue i due personaggi notando che l’uno è persiano (6:28) e
l’altro medo (5:30; 9:1; 11:1);
c) Ciro regna sulla Persia (10:1), Dario sui Caldei (9:1);
d) il padre di Ciro fu Cambise, Dario fu figlio di Assuero (9:1).

4. Cambise II figlio di Ciro. Da una trentina di testi cuneiformi si evince


che Ciro nominò suo figlio Cambise re-vassallo di Babilonia per il periodo di un
anno, mentre lui continuò a regnare sulla Persia. Sulla base di questo dato docu-
mentato vari autori moderni hanno proposto di identificare il Dario danielico col
figlio di Ciro200. Si deve dire che questo tentativo pure urta contro non lievi diffi-
coltà.
1) Non si sa in quale dei 10 anni del regno di Ciro dopo la conquista di Ba-
bilonia Cambise abbia regnato come re-vassallo;
2) Cambise era persiano, non medo;
3) era figlio di Ciro, non di Assuero;
4) aveva meno di 62 anni nel 539 a.C.

5. Gubaru. Per vari decenni si è tentato di identificare il Dario di Daniele


con Gubaru governatore di Babilonia secondo la Cronaca di Nabonide. È stato
E.BABELON il primo a proporre, nel 1881, questa identificazione poi condivisa da
studiosi come F.DELITZSCH, F.W.ALBRIGTH, G.PINCHES, R.D.WILSON, MÖLLER e altri201.
Ma poiché le notizie di fonte babilonese e greca su questo personaggio sembra-
vano contraddittorie, H.H.ROWLEY, seguito da altri, rifiutò questa identificazione.
Fu merito di J.C.WHITCOMB l’avere dimostrato nel 1959, sulla base di uno studio
comparato di tutti i documenti antichi che facevano riferimento a Gubaru, che
dalla caduta di Babilonia fino all’anno V di Cambise ci furono due personaggi
che portarono questo nome: il governatore di Babilonia di cui si è detto sopra e
il generale di Ciro, che conquistò Babilonia, ricordato nella stessa Cronaca di
Babilonia, anche col nome di Ugbaru, e da Senofonte col nome di Gobryas.
Whitcomb ha mantenuto l’identificazione di Dario il Medo col primo Gubaru - il
governatore di Babilonia - in quanto il secondo sembrava essere vissuto troppo
poco dopo la presa di Babilonia per poter avere svolto il ruolo attribuitogli da
Daniele. Due fatti però rendono problematica l’identificazione proposta da Whit-
comb. Il primo è che Gubaru fu governatore di Babilonia mentre Dario il Medo
occupò secondo Daniele una posizione più elevata (“fu fatto re”, 9:1). Il secondo
è che Gubaru cominciò a governare nell’anno IV di Ciro e rimase in carica fino
all’anno V di Cambise, mentre Dario il Medo fu posto sul trono di Babilonia su-
bito dopo la morte di Belsazar e il suo regno finì prima dell’anno III di Ciro (cfr.
Dn 9:1 con 10:1). W.H.SHEA, dopo uno studio accurato dei testi babilonesi, è
giunto alla conclusione che Ugbaru governatore del Gutium e generale di Ciro

200 - HASEL, op. cit., p. 113 nota 176, ricorda H.WINKLER, P.RIESSLER e C.BOUTFLOWER.
201 - Vedi HASEL, op. cit., p. 114.

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CAPITOLO 6

risponde meglio di Gubaru governatore di Babilonia alle attribuzioni del Dario


danielico. Ecco in sintesi l’argomentazione del nostro autore:

● In tutti i documenti datati dei re neobabilonesi, da Nabopolassar a Nabo-


nide, il titolo reale è “Re di Babilonia”.
● Nel periodo persiano, da Ciro a Dario I, a questo titolo si aggiunge “Re

dei Paesi”.
● Dopo la rivolta antipersiana di Babilonia, repressa da Serse I nel 482 a.C.,

questo sovrano abolì il titolo di “Re di Babilonia” e mantenne soltanto


quello di “Re dei Paesi”. Tale uso continuò fino ad Alessandro il Macedone.
● I testi economici e amministrativi di Babilonia rivelano che Ciro, contraria-

mente ai suoi predecessori neo-babilonesi, non assunse il titolo di “Re di


Babilonia” durante i 4 mesi dell’anno di accessione e i primi 10 mesi
dell’anno seguente. Il titolo che gli danno questi documenti è “Re dei
Paesi”.
● Ciò può significare soltanto una cosa, e cioè che Ciro, nei primi 14 mesi

dopo la caduta di Babilonia, non fu re di questa città.


● La spiegazione più verosimile è che durante questo periodo un re vassallo

di Ciro svolgesse in Babilonia le funzioni di re, o meglio di viceré.


● Questo spazio di tempo coincide abbastanza bene con la durata del regno

di Dario il Medo deducibile dalle informazioni di Daniele. Infatti il nostro


autore menziona soltanto il primo anno di regno di Dario (9:1 e 11:1) e ci
fa capire che nell’anno III di Ciro egli era scomparso dalla scena (10:1).

Sembra tuttavia opporsi a questa tesi il fatto già segnalato che Ugbaru non sa-
rebbe vissuto abbastanza da poter gestire gli affari di governo, come vuole Da-
niele. La Cronaca di Nabonide informa che Babilonia fu conquistata dai Persiani
il 16 di Tishratu e che Ciro vi entrò da trionfatore 17 giorni appresso, il 3 di Ara-
shamnu. Poi riferisce che fra i mesi di Kislimu e Addaru le immagini degli dèi fu-
rono riportate nelle loro sedi, e subito dopo segnala che Gubaru (Ugbaru) morì
l’11 di Arashamnu.
Si è creduto che la notizia del trasferimento delle divinità nelle loro sedi in-
serita fra il 3 e l’11 di Arashamnu fosse cronologicamente fuori posto, ed è stato
in base a questa supposizione che si è pensato che Ugbaru fosse morto circa tre
settimane dopo la presa di Babilonia. William H.Shea non condivide questa opi-
nione. Egli è convinto che tutti gli avvenimenti riportati nella Cronaca si susse-
guono nell’ordine cronologico naturale, e crede di poterlo dimostrare. Avendo
verificato accuratamente gli avvenimenti datati dal tempo di Nabonassar (VIII se-
colo a.C.) fino al tempo della Cronaca di Nabonide (VI secolo a.C.), egli ha po-
tuto notare che su 318 osservazioni cronologiche contenute nei testi presi in
esame, 313 si susseguivano secondo l’ordine naturale e solo 5 secondo un or-
dine anomalo. Shea conclude che i 313 casi in cui l’ordine degli avvenimenti è
quello consecutivo debbono riflettere la regola corrente, e che i 5 casi nei quali
l’ordine è diverso debbono ritenersi una deroga da questa. È parso legittimo a
questo autore applicare la regola corrente ai fatti riportati nella terza colonna

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CAPIRE DANIELE

della Cronaca di Nabonide. Se l’ordine degli avvenimenti in questo documento è


quello consecutivo, come sembra ragionevole, allora Gubaru-Ugbaru morì un
anno e tre settimane dopo l’occupazione persiana di Babilonia202.
La deduzione più significativa che trae Shea dal confronto dei testi ammini-
strativi con la Cronaca è che il cambiamento del titolo reale di Ciro nei testi sud-
detti dal 14° mese dopo la caduta di Babilonia, debba rapportarsi a un avveni-
mento importante della Cronaca stessa, e a quale se non alla morte di Ugbaru?
Se ci si attiene all’interpretazione consecutiva degli avvenimenti della Cro-
naca di Babilonia, il titolo di “Re di Babilonia” fu aggiunto al titolo corrente di
Ciro, “Re dei Paesi”, circa 6 settimane dopo la morte del conquistatore di Babilo-
nia. Poiché Ciro assunse il titolo suddetto a così breve distanza di tempo dalla
morte di Ugbaru, sembra logico dedurne che quest’ultimo debba avere svolto
tale funzione fino alla sua scomparsa. Sei settimane - osserva Shea - era più o
meno il tempo occorrente perché la notizia della morte di Ugbaru arrivasse fino
a Ciro e le disposizioni di questi sulla successione giungessero a Babilonia.
Il prof. Shea segnala sei linee di convergenza fra il personaggio danielico e
l’ex-governatore del Gutium:

● Ugbaru comandò le truppe medo-persiane che si impadronirono di Babi-


lonia. Dn 5:31 sembra presupporre lo stesso ruolo per Dario il Medo;
● Secondo la Cronaca di Nabonide Ugbaru costituì dei governatori su Babi-

lonia. Dario il Medo fece la stessa cosa secondo Dn 6:1,2.


● Ugbaru morì a un anno circa dalla conquista persiana di Babilonia, ciò fa

supporre che egli non fosse giovane, per quanto la Cronaca non ne indichi
l’età. Dario il Medo secondo Dn 5:31 aveva 62 anni quando divenne re di
Babilonia.
● Combinando la cronologia della Cronaca con quella dei titoli reali nei te-

sti amministrativi, si deduce che Ugbaru morì 14 mesi circa dopo la caduta
di Babilonia. Daniele - come già notato - ricorda solo il primo anno di Da-
rio il Medo (9:1; 11:1) e in 10:1 menziona l’anno III di Ciro. La spiegazione
più logica è che Dario fosse scomparso prima del terzo anno di Ciro.
● La distinzione che fa Daniele fra i regni di Ciro e di Dario corrisponde

bene alla situazione che descrivono i testi cuneiformi. Il titolo di “Re di Per-
sia” che Dan 10:1 dà a Ciro concorda col titolo che gli attribuiscono i testi
amministrativi, “Re dei Paesi”, e la notizia di Dn 9:1 secondo la quale Dario
il Medo regnò sul “regno dei Caldei” coincide col titolo di “Re di Babilonia”
che Ciro cominciò a portare dopo la morte di Ugbaru.
● La condizione di vassallo di Ugbaru concorda bene con l’informazione di

Dan 9:1 secondo cui Dario “fu fatto re”.

202 - Per ragguagli più esaurienti vedi gli articoli di W.H.SHEA su Andrews University Seminary
Studies, n. 20, 1982, e Daniel, questions débattues, specialmente da p. 94. Vedi anche la
nota 1 a pg. 244 e segg. nel presente volume.

137
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CAPITOLO 6

Le fonti cuneiformi e classiche tacciono sulla famiglia di Ugbaru, cosicché non


abbiamo modo di sapere se il padre di costui si chiamasse Assuero o altro. Se-
nofonte definisce “assiro” il generale Gobryas che conquistò Babilonia per conto
di Ciro (“assiro” fra i Greci equivaleva a “babilonese”). Ma nei racconti di questo
storico ci sono tante inesattezze e approssimazioni che non si può prendere alla
lettera ogni sua informazione.
La Cronaca riferisce che Gubaru-Ugbaru prima della conquista di Babilonia
fu governatore del Gutium, una provincia dell’impero di Ciro che confinava con
la Media. Secondo il prof. R.D.WILSON203, il Gutium “era una contrada di esten-
sione indefinita che probabilmente abbracciava tutto il territorio tra la Babilonia
da una parte e le montagne dell’Armenia a nord e i Monti Zagros a nord-est
dall’altra, e forse anche il paese al di là dei Monti Zagros che aveva Ecbatana per
capitale”, cioè la Media.
Riassumendo la sua analisi il prof. Shea conclude che sei attribuzioni riferite
da Daniele a Dario il Medo coincidono con le notizie su Gubaru-Ugbaru fornite
dalle fonti cuneiformi mentre due - la paternità e l’origine etnica - non possono
essere verificate per la mancanza di informazioni nelle fonti storiche esistenti. È
questo che non consente di identificare con sicurezza Dario il Medo con Ugbaru
il conquistatore di Babilonia; comunque il peso dell’evidenza favorisce decisa-
mente questa identificazione.

2 E sopra questi, tre capi, uno dei quali era Daniele, perché questi
satrapi rendessero loro conto, e il re non avesse a soffrire alcun
danno.

Dario ha creato una burocrazia statale più sofisticata di quella babilonese. Non
solo ha istituito 120 distretti amministrativi e ha posto a capo di ciascuno un fun-
zionario governativo, ma ha nominato tre alti commissari col compito di soprin-
tendere all’operato di questi amministratori locali.
Si direbbe che Dario avesse alle spalle una consumata esperienza di go-
verno (se è corretta l’identificazione con Ugbaru, come è assai probabile che lo
sia, è appena necessario ricordare che costui fu governatore di una provincia del
regno di Persia prima di occupare Babilonia per conto di Ciro).
Dal testo parrebbe che il “re” i cui interessi economici debbono essere sal-
vaguardati sia lo stesso Dario; in realtà, come dice giustamente Leupold204, “Da-
rio sta salvaguardando gli interessi di Ciro”. I regnanti achemenidi dedicarono
un’attenzione particolare all’economia di Stato.
Dario il Medo, che governa la Caldea come vassallo del re di Persia, si pre-
mura di tutelare gli interessi del gran sovrano. Questo fu il compito più rilevante
e la preoccupazione costante dei funzionari che amministrarono le province
dell’impero persiano (cfr. Ed 4:13-16).

203 - Citato da H.C.LEUPOLD, op. cit., p. 44.


204 - Op. cit, p. 249.

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CAPIRE DANIELE

I tre commissari nominati da Dario, uno dei quali è Daniele, debbono in


primo luogo vigilare affinché il servizio di raccolta delle imposte nei distretti del
regno sia svolto correttamente, ma essi formano anche una sorta di consiglio
della corona per cui hanno notevole autorità e prestigio. Osserva il S.D.A. Bible
Commentary a proposito di Daniele: “È bastata a Dario una conoscenza somma-
ria di questo venerabile uomo di Stato, di questo superstite dell’aurea età impe-
riale babilonese per convincersi che la sua scelta come amministratore-capo
dell’impero e consigliere della corona sarebbe stata una scelta saggia”205.
Il verbo aramaico qéznæ nazîq, “subire danno”, da qualche autore contempora-
neo (G.Rinaldi, G.Bernini) è stato tradotto “essere molestato”. Secondo questa
comprensione del termine Dario avrebbe nominato i tre commissari per essere
tenuto al corrente della gestione generale del servizio delle imposte senza do-
vere esaminare i rendiconti particolari. L’interpretazione può accordarsi abba-
stanza bene col contesto immediato del racconto, tuttavia ci sembra sia preferi-
bile mantenere il senso proprio del verbo, come fanno la versione di G.Luzzi e
quella della C.E.I.

3 Or questo Daniele si distingueva più dei capi e dei satrapi, perché


c’era in lui uno spirito straordinario; e il re pensava di stabilirlo so-
pra tutto il regno.

“...questo Daniele...”, vale a dire il Daniele già noto al lettore dai racconti prece-
denti. L’autore del libro parla di sé con distacco, come se stesse parlando di
un’altra persona. È ancora un indice di umiltà e modestia. “Questo Daniele” su-
pera i funzionari pari grado e i subalterni per competenza e abilità nell’ammini-
strare la cosa pubblica.
Fin dalla giovinezza Daniele si era distinto per le non comuni doti naturali
che possedeva (1:4), doti che una sapienza ricevuta in dono da Dio aveva esal-
tato (1:17). Il re Nabucodonosor, e dopo di lui la innominata regina del tempo di
Belsazar, avevano riconosciuto quei talenti straordinari come manifestazione di
un principio sovrumano (cfr. 4:18 e 5:11, 12).
Questo giudizio trova conferma nelle parole stesse di Daniele il quale usa
un’espressione quasi identica (“c’era in lui uno spirito straordinario”, aramaico
)fryiTyá xa Ur ruach yattîra’) per spiegare che il suo eccellere come uomo di Stato
non dipende da innate virtù personali ma è il risultato di un dono sovrannatu-
rale. Egli vi accenna dunque non per dare lustro alla sua persona, ma al contra-
rio per glorificare il suo Dio.
Il re Dario si è accorto della perizia ineguagliabile del suo venerabile mini-
stro e si è convinto che egli potrà servire meglio lo Stato da una posizione di go-
verno più elevata, perciò ha deciso di porlo al vertice della burocrazia ammini-
strativa del regno.

205 - S.D.A. Bible Commentary,vol. IV, p. 818.

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CAPITOLO 6

4 Allora i capi e i satrapi cercarono di trovare un’occasione d’accu-


sar Daniele circa l’amministrazione del regno; ma non potevano tro-
vare alcuna occasione, né alcun motivo di riprensione, perch’egli
era fedele, e non c’era da trovare in lui alcunché di male o da ri-
prendere.

I “capi” sono i due colleghi di Daniele, i “satrapi” sono i funzionari in subordine.


Non è presupposta una partecipazione generale dei “satrapi” al complotto. È dif-
ficile ammettere una presenza simultanea in Babilonia di tutti gli amministratori
pubblici locali, dal momento che non v’è accenno ad una convocazione ufficiale
da parte del re. Alla congiura contro Daniele deve dunque avere preso parte un
numero limitato di ufficiali statali. Del resto un loro intervento massiccio avrebbe
potuto far nascere dei sospetti nella mente di Dario. Quando si sparge la voce
che il re intende promuovere a un più alto incarico di governo l’anziano mini-
stro giudeo, la gelosia latente di questi amministratori pubblici meno capaci di
lui si tramuta in aspro malanimo e decisa volontà di nuocergli.
Costoro - uomini di nobile stirpe meda e persiana - non permetteranno che
uno straniero, un ex deportato giudeo, li superi per autorità e prestigio; e
nell’ombra tramano la sua rovina, poi passano alle vie di fatto. Senza farsi notare
sottopongono a minuzioso controllo gli atti amministrativi del rivale, certi di po-
tervi cogliere una qualche irregolarità - è facile per un uomo di età avanzata in-
correre in una dimenticanza! - onde poterlo accusare di incompetenza o infe-
deltà. Gli inquisitori però restano delusi, “perché egli (Daniele) era fedele, e non
c’era da trovare in lui alcunché di male o da riprendere”. Splendido esempio di
integrità morale e raro caso di perfetta efficienza professionale alla bella età di
ottant’anni e passa!

5 Quegli uomini dissero dunque: “Noi non troveremo occasione al-


cuna d’accusar questo Daniele, se non la troviamo in quel che con-
cerne la legge del suo Dio”.

La perfidia umana non conosce limiti quando il cuore è dominato da sentimenti


di invidia e gelosia. Gli avversari di Daniele, che non hanno potuto cogliere ne-
gli atti amministrativi del rivale un pretesto plausibile per accusarlo di ineffi-
cienza o infedeltà, escogitano un piano diabolico per ritorcere contro di lui
quella sua indefettibile linearità di condotta che ha frustrato il loro malvagio di-
segno. Conoscendo tutte le pieghe del potere ed essendo loro noto che la fe-
deltà dell’anziano ministro di Dario verso il suo Dio è pari alla sua lealtà verso
gli uomini, non sarà difficile per loro far nascere un aspro conflitto fra la fede di
Daniele e la ragion di Stato. La frase “questo Daniele” sulla bocca dei suoi avver-
sari tradisce il disprezzo che nutrono verso di lui. Osserva Girolamo nel suo
commentario su Daniele: “È una bella condotta di vita quella in cui i nemici non
trovano alcun capo d’accusa che non sia la fedeltà alle prescrizioni di Dio”206.

206 - Op. cit., p. 91.

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CAPIRE DANIELE

6 Allora quei capi e quei satrapi vennero tumultuosamente presso ai


re, e gli dissero: “O re Dario, possa tu vivere in perpetuo! 7 Tutti i
capi del regno, i prefetti e i satrapi, i consiglieri e i governatori si
sono concertati perché il re promulghi un decreto e pubblichi un se-
vero divieto, per i quali chiunque, entro lo spazio di trenta giorni, ri-
volgerà qualche richiesta a qualsivoglia dio o uomo tranne che a te,
o re, sia gettato nella fossa dei leoni.

“...quei capi e quei satrapi...”, cioè i funzionari di grado superiore e inferiore


che hanno congiurato contro Daniele. Come si è notato prima, non è presuppo-
sta una partecipazione totale degli ufficiali pubblici del regno.
L’aramaico U$iGr a hargishû (dal verbo ragash, “tumultuare”) è tradotto alla
: h
lettera dal Luzzi: “vennero tumultuosamente presso il re”. Poiché è parso invero-
simile che dei funzionari statali ardissero irrompere “tumultuosamente” alla pre-
senza di un potente sovrano, vari traduttori hanno attenuato il senso del voca-
bolo originale. Ecco come rendono la frase aramaica alcune versioni moderne:

“... si radunarono presso il re...” (versione della C.E.I)


“... si recarono insieme dal re...” (G.Rinaldi)
“... si recarono subito dal re...” (TILC)
“... si precipitarono dal re...” (G.Bernini)
“... vennero dal re accalcandosi...” (H.C.Leupold)

L’ultima ci sembra la traduzione più accettabile.


Il saluto originale al re è espresso con la formula cortigianesca di rito. “O
re, possa tu vivere in perpetuo!” (vedi 3:9 e relativo commento, e 5:10). L’ara-
maico }yiml : le‘almîn, “in perpetuo”, si può tradurre anche, come l’equivalente
: (f l
ebraico, “per un lungo tempo”. In sostanza con questa formula si augura al re
lunga vita, non vita eterna.
Può sembrare una procedura insolita che degli amministratori pubblici sot-
topongono alla più alta autorità dello stato un decreto perché lo approvi. “Il na-
scere del decreto com’è qui rappresentato - nota il prof. Rinaldi - non è semplici-
smo da narratore popolare, ma corrisponde al procedimento vigente nell’antica
Persia, ove le cricche di corte erano solitamente molto influenti e furono in qual-
che caso arbitre dello stato”207.
In apparenza il decreto mira a consolidare l’autorità del sovrano in un mo-
mento delicato qual è l’inizio del regno, ma nella realtà, come sappiamo, esso è
motivato da ben altra intenzione.
Non deve meravigliare, quasi appaia cosa improbabile, che in questo episo-
dio del libro di Daniele si imponga per legge ai sudditi di una nazione di rivol-
gere atti di culto alla persona del re. Nell’antichità non era una pratica insolita. In
Egitto da lungo tempo si tributavano onori divini alla persona del sovrano, e si
continuò a farlo anche quando a regnare sul paese furono dei monarchi stra-

207 - Op. cit., pp. 96, 97.

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CAPITOLO 6

nieri. In tempi di poco posteriori ai giorni di Daniele, per esempio, i sacerdoti


egiziani attribuirono titoli divini a due monarchi persiani, Cambise e Dario I,
come attestano alcune iscrizioni geroglifiche.
È comunque risaputo che i re di Persia - circostanza piuttosto insolita
nell’antichità - furono generalmente tolleranti e rispettosi verso i culti e le divi-
nità stranieri.
Per il S.D.A. Bible Commentary208, è impensabile che un uomo come Ciro
potesse approvare un decreto sul tipo di quello che fu sottoposto a Dario il
Medo. Sui Medi però siamo assai poco informati. Si conosce tuttavia un episodio
di violenta intolleranza religiosa. Le fonti greche informano che il mago Gau-
mata, di stirpe meda al dire di Erodoto (III, 73), quando usurpò il trono degli
Achemenidi mentre Cambise combatteva in Egitto, nei pochi mesi di regno si
dette a distruggere con furore i templi dedicati a divinità straniere. Erodoto (I,
99) narra di un altro personaggio della stessa etnia, Deioce re dei Medi, il quale
decretò che nessuno dovesse vederlo onde gli uomini non meno valenti di lui
“lo potessero ritenere di un’altra natura”.
Non deve dunque sorprendere che il medo Dario acconsentisse che lo si
onorasse come una divinità, fosse pure per un tempo limitato. Infatti, il decreto
che gli avversari di Daniele gli estorcono implica praticamente una sua divinizza-
zione o quanto meno una sua elevazione a unico rappresentante della divinità
(Montgomery): per lo spazio di trenta giorni in tutto il paese non si rivolgeranno
richieste a qualsivoglia divinità o autorità umana tranne che a lui.
Il divieto non sembra riferirsi alle richieste in rapporto con le necessità della
vita quotidiana - chi avrebbe potuto garantirne l’osservanza? - ma piuttosto alle
suppliche e alle preghiere che si rivolgono alle divinità nei templi. Una severa
disposizione di legge che interferisse con la vita religiosa era ciò che ci voleva
per mettere Daniele con le spalle al muro. Gli intriganti, per agire con maggiore
incisività sull’animo del re, dichiarano, mentendo, di essere i portavoce di tutte
le autorità dello Stato, quelle della città e del palazzo (i capi del regno e i consi-
glieri) e quelle delle province (i prefetti, i satrapi e i governatori). Si sottopone
all’approvazione del sovrano anche la sanzione penale da applicarsi a carico de-
gli eventuali trasgressori del decreto: costoro dovranno essere dati in pasto alle
belve rinchiuse nella fossa.
È documentato che i Babilonesi punivano col fuoco i delitti contro la per-
sona del re, come la ribellione o la congiura (vedi commento a 3:19, 20). I Per-
siani non praticavano questa forma di supplizio, perché il fuoco era l’elemento
sacro per eccellenza nel culto mazdeico209. Sebbene non sia attestato nei docu-
menti noti che i Medo-persiani punissero i delitti di lesa maestà facendo sbra-
nare i colpevoli dalle belve affamate, è ben documentato in dipinti murali e bas-
sorilievi che in Egitto e in Assiria i sovrani praticavano la caccia di animali sel-
vaggi: leoni, leopardi, ippopotami, elefanti. Gli esemplari catturati vivi venivano

208 - Vol. IV, p. 811.


209 - Vedi E.MEYNIER, Storia delle Religioni, p. 109; F.A. ARBORIO MELLA, L’impero persiano, p. 15.

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CAPIRE DANIELE

rinchiusi in sicuri serragli affinché i sudditi, osservandoli, potessero ammirare la


forza e il coraggio del re.
Da questa pratica Ezechiele trae un’immagine significativa che applica ai
principi d’Israele (Ez 19:1-9).
La “fossa dei leoni”, nella quale si sarebbero gettati gli eventuali trasgressori
del decreto reale, era un serraglio sotterraneo la cui apertura era probabilmente
ricoperta con una grata metallica.

8 Ora, o re, promulga il divieto e firmane l’atto perché sia immuta-


bile, conformemente alla legge dei Medi e de’ Persiani, che è irrevo-
cabile”.

La frase aramaica )fbt f K: {u$r


: t
i wº )frsf )
E {yiqT: )fKl a }a(K: ke‘an malka’ teqîm ’esara’
: m
wetirshum ketava’..., che Luzzi traduce: “Ora, o re, promulga il divieto e firmane
l’atto...”, ci sembra sia resa meglio da Rinaldi: “Ora, o re, emana il divieto e
fanne mettere in iscritto il documento...”
I congiurati, insomma, domandano al re di tramutare in decreto seduta
stante il divieto che essi hanno proposto e di farlo mettere per iscritto per modo
che esso diventi subito legge vincolante per tutti i sudditi del regno. E si premu-
rano di sottolineare che il decreto ha da essere inalterabile “conformemente alla
legge dei Medi e dei Persiani che è irrevocabile”.
Preme ai malvagi funzionari mettere l’accento sulla non revocabilità delle
leggi dei Medi e dei Persiani, cosicché il sovrano, quando si accorga del tranello,
non possa fare nulla per sottrarre Daniele alla pena capitale.
Sulla irrevocabilità delle leggi emanate dai re di Persia ci ragguagliano an-
che il libro di Ether (1:19 e 8:8) e un episodio tramandatoci da Diodoro Siculo.
Narra lo storico greco (XVII, 30) che Dario III, accortosi di avere emanato un’in-
giusta sentenza capitale a carico di un certo Charidemos risultato poi innocente,
se ne rammaricasse molto ma non potesse revocare il verdetto.
Il riferimento alla legge “dei Medi e dei Persiani” nel v. 8 ha fatto storcere il
naso ai critici moderni i quali contestano che in quest’epoca l’antico regno dei
Medi fosse sotto il controllo dei Persiani oramai dominatori della scena politica.
Il S.D.A. Bible Commentary respinge quest’accusa di disinformazione rivolta a
Daniele appellandosi a documenti contemporanei venuti in luce in epoca più re-
cente. “Tali documenti - spiega il Commentario - parlano dei Persiani chiaman-
doli ‘medi’, e dei Medi chiamandoli ‘persiani’, alla stessa maniera della Bibbia.
Anche i documenti cuneiformi menzionano diversi re persiani col titolo di ‘re dei
Medi’ oltre che con quello abituale di ‘re di Persia’.
Poiché Dario era un medo, è del tutto naturale che dei cortigiani riferentisi
alla legge del paese in sua presenza ne parlassero come della ‘legge dei Medi e
dei Persiani’”210.

210 - Vol IV, p. 812.

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CAPITOLO 6

9 Il re Dario quindi firmò il decreto e il divieto. 10 E quando Daniele


seppe che il decreto era firmato, entrò in casa sua; e, tenendo le fine-
stre della sua camera superiore aperte verso Gerusalemme, tre
volte al giorno si metteva in ginocchi, pregava e rendeva grazie al
suo Dio, come soleva fare per l’addietro.

Questo versetto è più comprensibile nella traduzione del Prof. G.Rinaldi: “In se-
guito a ciò il re Dario fece scrivere il documento col divieto”. La vile congiura a
danno di Daniele ha funzionato. Senza sospettare quello che sta dietro la propo-
sta dei suoi ministri, il re Dario ha fatto redigere il divieto che diventa subito
legge irrevocabile. Presto scatterà per Daniele una trappola mortale.
Come sia venuto a conoscenza del decreto la vittima designata, il racconto
non lo dice. Certo è che il divieto ha messo Daniele in una situazione estrema-
mente difficile. Quale sarebbe stata la sua scelta non c’era da dubitarne, si trat-
tava comunque di una scelta sofferta. Fin dai tempi della sua attività di governo
alla corte di Nabucodonosor, quest’uomo di Dio aveva tenuto un contegno di
assoluto rispetto verso il re e la legge del paese che serviva. Tanto più gli sarà
premuto rispettare la volontà di un sovrano come Dario che gli è amico. Co-
munque Dio occupa e occuperà sempre il primo posto nella considerazione di
Daniele. La severità e inflessibilità delle leggi di Media e di Persia gli sono note
per cui egli è ben consapevole della sorte a cui va incontro, ma non modifica le
sue abitudini religiose: “Come soleva fare per l’addietro”, tre volte al giorno si
genuflette davanti alle finestre della sua camera superiore spalancate in direzione
di Gerusalemme e prega il suo Dio, verosimilmente a voce alta. Il principio: “Bi-
sogna ubbidire a Dio anziché agli uomini” (At 5:29) è stato applicato cinque se-
coli prima che fosse enunciato.
Le case nell’Oriente antico avevano generalmente il tetto piatto e non di
rado in un angolo del tetto avevano una piccola stanza dove ci si poteva isolare
per il riposo o la preghiera. Le finestre probabilmente erano munite di una grata.
Daniele dunque prega davanti alle finestre della sua stanza superiore che guar-
dano a ponente.
Per gli israeliti lontani dalla loro terra volgersi in direzione di essa nel mo-
mento della preghiera doveva essere una consuetudine molto antica se ne allude
Salomone nella cerimonia di dedicazione del Tempio (1Re 8:44, 48).
Sull’attitudine corporale durante la preghiera, il S.D.A. Bible Commentary
nota: “La Bibbia allude a svariate posizioni nella preghiera. Incontriamo dei servi
di Dio che pregano seduti, come Davide (1Sam 7:18), inchinati, come Eliezer
(Ge 24:26) ed Elia (1Re 18:42) e spesso in piedi, come Anna (1Sam 1:26). L’atti-
tudine più comune nella preghiera sembra essere stata la genuflessione, come
attestano gli esempi seguenti: Esdra (9:25), Gesù (Lc 22:41), Stefano (At 7:60)”211.
La consuetudine degli israeliti di pregare tre volte al giorno è attestata al-
trove nella Bibbia (vedi Sl 55:17). Nel tardo giudaismo tale consuetudine di-

211 - Ibidem.

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CAPIRE DANIELE

venne una norma quotidiana per i pii giudei. I tre momenti della preghiera
erano l’ora terza, l’ora sesta e l’ora nona a partire dal sorgere del sole (grosso
modo le 9 a.m., mezzodì e le 3 p.m.). La prima e la terza preghiera erano fatte in
coincidenza con l’offerta del sacrificio del mattino e della sera212.
Ci si potrebbe chiedere se non sarebbe stata una ragionevole misura di pru-
denza da parte di Daniele pregare in segreto finché non fossero trascorsi i trenta
giorni, e se il non averlo fatto non sia stata un’inutile sfida al potere e un’altret-
tanta inutile esposizione della propria vita.
Niente di tutto questo. Se Daniele in quel frangente avesse agito diversa-
mente di come agì, avrebbe dato modo ai pagani di credere che i servi dell’Id-
dio Altissimo in fondo non credono nel suo potere salvifico e di conseguenza lo
servono finché non corrono grossi rischi.213 Con la sua scelta coraggiosa e coe-
rente Daniele ha dimostrato tutto il contrario!

11 Allora quegli uomini accorsero tumultuosamente, e trovarono Da-


niele che faceva richieste e supplicazioni al suo Dio.

“... accorsero tumultuosamente” o “vennero accalcandosi” (Leupold). Daniele


non si è lasciato intimidire dall’iniquo decreto. Per i suoi avversari non è stato
difficile coglierlo in flagrante violazione di esso.

12 Poi s’accostarono al re, e gli parlarono del divieto reale: “Non hai
tu firmato un divieto, per il quale chiunque entro lo spazio di trenta
giorni farà qualche richiesta a qualsivoglia dio o uomo tranne che
a te, o re, deve essere gettato nella fossa de’ leoni?” Il re rispose e
disse: “La cosa è stabilita, conformemente alla legge dei Medi e de’
Persiani, che è irrevocabile”.

Gli avversari di Daniele procedono con sottile scaltrezza per prevenire un tenta-
tivo in extremis del re di sottrarre alla pena capitale il loro odiato ‘concorrente’.
Non denunciano subito l’accaduto di cui sono stati spettatori, ma interpellano il
sovrano sul decreto che ha promulgato, in modo da ottenere da lui una piena
conferma del divieto che esso impone e della sanzione che prevede per i tra-
sgressori. L’intrigo è stato tramato con cura per modo che Daniele non abbia
scampo.
Questi ignobili individui recitano davanti al re la parte di zelanti tutori della
legge e dell’autorità del sovrano. E ancora una volta il re Dario li asseconda in
perfetta buona fede, stavolta col confermare solennemente il decreto e la sua ir-
revocabilità. Senza rendersene conto, Dario convalida una sentenza di morte a
carico del più fidato e stimato dei suoi ministri.

212 - Cfr. S.D.A. Bible Commentary, ivi.


213 - Osserva J.DOUKHAN: “... quando la preghiera è di moda, è tempo di pregare in segreto, ma
quando è proscritta, pregare di nascosto significherebbe temere il re più di Dio” (op. cit., p. 128).

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CAPITOLO 6

13 Allora quelli ripresero a dire in presenza del re: “Daniele, che è


fra quelli che sono stati menati in cattività da Giuda, non tiene in al-
cun conto né te, o re, né il divieto che tu hai firmato, ma prega il suo
Dio tre volte al giorno”.

Dopo che hanno fatto dichiarare al re la conferma incondizionata del decreto e


della sanzione penale che esso prescrive, i malvagi funzionari denunciano la
“violazione” commessa da Daniele. Le parole che usano trasudano disprezzo
verso il loro rivale. In primo luogo usano il suo nome ebraico, come a volere
sottolineare la sua origine straniera.
Poi, ignorandone volutamente la dignità di alto funzionario dello Stato, lo
caratterizzano come uno dei deportati dalla Giudea, questo paese che già in
quel tempo era visto in una luce negativa (vedi Ed 4:12-15). Infine insinuano
malignamente che questo straniero non ha avuto riguardo per la persona del re
e ha sfidato sfrontatamente la sua autorità: “non tiene in alcun conto né te, o re,
né il decreto che tu hai firmato...” È l’interpretazione calcolatamente distorta di
un atto che ha tutt’altro significato nell’intenzione di chi lo ha compiuto. L’atto
da cui muove l’imputazione gravissima (e calunniosa) di lesa maestà e ribellione
è questo: “...prega il suo Dio tre volte al giorno”.
Senza volerlo e senza saperlo questi loschi personaggi di fatto hanno ono-
rato Daniele. I delatori non hanno bisogno di esibire delle prove: sono funzio-
nari dello Stato e perciò testimoni attendibili; in ogni caso il delitto di cui accu-
sano l’avversario potrà essere verificato in qualunque momento poiché è nota la
fedeltà di Daniele alla legge del suo Dio (v. 5).

14 Quand’ebbe udito questo, il re ne fu dolentissimo, e si mise in


cuore di liberar Daniele; e fino al tramonto del sole fece di tutto per
salvarlo.15 Ma quegli uomini vennero tumultuosamente al re, e gli
dissero: “Sappi, o re, che è legge dei Medi e de’ Persiani che nessun
divieto o decreto promulgato dal re possa essere mutato”.

Troppo tardi Dario si è accorto di essere caduto in un tranello. A nessuno fa pia-


cere di essere gabbato, tanto meno a un uomo potente. Grande deve dunque
essere stato lo sdegno del re quando ha scoperto l’inganno. Avrebbe potuto rea-
gire con tutto il peso della sua autorità; non lo ha fatto. Forse perché avrebbe
dovuto ammettere, non senza pregiudizio per la sua regale dignità, di avere
agito con leggerezza nel promulgare il decreto, o, più semplicemente, perché
non sarebbe servito a salvare Daniele.
Ha quindi dovuto fare buon viso a cattivo giuoco. Il dolore per la sorte cru-
dele riservata al suo fedele ministro è più forte dell’indignazione verso i perfidi
funzionari che quel decreto gli hanno estorto: “il re ne fu dolentissimo”.
Non può comunque ignorare la loro denuncia, visto che lo si pone di
fronte al fatto inoppugnabile che è stato violato un decreto da lui stesso promul-
gato e solennemente ratificato in presenza degli stessi delatori; né può ignorare
che formalmente si tratta di un atto di ribellione che non può non essere punito

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CAPIRE DANIELE

con la massima pena, come il decreto stesso prescrive. Dario però ha deciso in
cuor suo di salvare Daniele, pur se non sa ancora come. Intanto prende tempo.
Rinvia l’esecuzione della sentenza e per tutto il giorno cerca un modo di sot-
trarre Daniele dalle fauci dei leoni; chissà, forse fruga anche nelle pieghe della
legge con la speranza di trovare un cavillo per poter salvare Daniele senza abo-
lire il decreto. Ma è tutto inutile. Dario è fatalmente prigioniero di una sua legge-
rezza.
Trascorsa la giornata e constatato che Daniele non è stato ancora giusti-
ziato, i suoi nemici accorrono eccitati dal re per manifestare il loro dissenso. Te-
mono forse che col favore delle tenebre, e magari con la complicità del sovrano,
il loro avversario si renda irreperibile e scampi alla morte ? È possibile.
Insistono che presso i Medi e i Persiani i decreti emanati dall’autorità so-
vrana non si possono in alcun modo revocare. È evidente la pretesa che la sen-
tenza venga eseguita senza ulteriore indugio.

16 Allora il re diede l’ordine, e Daniele fu menato e gettato nella fossa


dei leoni. E il re parlò a Daniele, e gli disse: “L’Iddio tuo, che tu servi
del continuo, sarà quegli che ti libererà”.

Con la loro vivace rimostranza gli accusatori di Daniele hanno vinto la riluttanza
del re. Dario non ha potuto sottrarsi alla sua responsabilità di supremo garante
della legge. Per quanto se ne dolga, non ha altra scelta che fare arrestare Daniele
e consegnarlo alle guardie preposte all’esecuzione delle sentenze capitali.
Egli stesso si porta sul luogo del supplizio insieme con i suoi dignitari per
verificare, come vuole la prassi, l’applicazione della pena.
Il serraglio delle belve è una cavità naturale o artificiale a cielo chiuso, che
in origine può essere stata utilizzata per raccogliere l’acqua piovana. Dire di più
non è possibile giacché a tutt’oggi non è stata rinvenuta nessuna caverna come
quella a cui si accenna in questo racconto. Di certo la fossa aveva un’apertura
sul cielo dalla quale si introducevano le carni per sfamare le belve.
Prima che Daniele sia dato in pasto alle fiere, il re Dario, sinceramente ad-
dolorato per non avere potuto sottrarlo a quel supplizio crudele, e quasi scusan-
dosene, lo rincuora dicendogli che il suo Dio, l’Iddio al quale egli è rimasto fe-
dele in ogni circostanza, sarà quegli che proteggerà la sua vita.
Sarebbe eccessivo pensare che Dario si stia convertendo alla fede monotei-
stica di Daniele. Da buon pagano, egli crede nel potere sovrannaturale degli dèi
ed è persuaso che l’Iddio dei Giudei non è da meno delle divinità che egli venera.

17 E fu portata una pietra, che fu messa sulla bocca della fossa; e il


re la sigillò col suo anello e con l’anello dei suoi grandi, perché nulla
fosse mutato riguardo a Daniele. 18 Allora il re se ne andò al suo pa-
lazzo, e passò la notte in digiuno; non si fece venire alcuna concu-
bina e il sonno fuggì da lui.

Dopo avere calato Daniele nella fossa, gli addetti ne ricoprono l’apertura con

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CAPITOLO 6

una pesante lastra di pietra e contornano la lastra con dell’argilla fresca sulla
quale il re e i suoi dignitari imprimono i loro sigilli allo scopo di impedire qual-
siasi manomissione.
Nell’antichità le persone importanti avevano sempre con sé il proprio si-
gillo. Il nome e il simbolo del proprietario erano incisi su una pietra dura inca-
stonata in un anello, o più comunemente su un cilindretto d’osso o di pietra fo-
rato longitudinalmente e attraversato da un cordoncino annodato alle estremità
in modo da potersi portare al collo. Difficile dire se il re Dario e i suoi dignitari
in questa circostanza facessero uso dell’anello o del cilindretto, giacché il ter-
mine aramaico )fqzº (i ‘izqa’ significa genericamente “sigillo”, come traducono cor-
rettamente varie versioni. Sta di fatto che il sigillo cilindrico si affermò e si dif-
fuse in tutta l’area dell’Oriente antico214.
Ufficialmente i sigilli apposti su quella che doveva divenire la tomba di Da-
niele servivano a impedire che essa venisse manomessa per sottrarre alla morte
il condannato. Ma se Dario, come pare certo, ha creduto davvero che Daniele
non sarebbe morto, allora nella sua intenzione il sigillamento del luogo del sup-
plizio doveva mirare al duplice scopo di: a) rendere evidente il carattere miraco-
loso dell’evento, e b) impedire che i nemici facessero morire Daniele in altro
modo.
Mentre l’uomo di dio rimane tranquillo nell’antro freddo e buio in compa-
gnia dei leoni che sembrano avere perso il fiuto, il potente re di Babilonia tra-
scorre la notte insonne ed agitato nel suo splendido palazzo. Lo tormenta il dub-
bio se Daniele scamperà davvero alle zanne dei leoni, e lo coglie insieme l’ango-
scia per la perdita possibile di un amico e uomo di valore e il senso di colpa per
esserne in qualche modo responsabile.
Nella pianura mesopotamica il pasto principale si consumava la sera, giac-
ché a mezzodì la gran calura del giorno affievoliva l’appetito. Ma quella sera il re
Dario non tocca cibo perché il tormento dell’animo gli ha tolto l’appetito.
La seconda parte del v. 18 è resa variamente dai traduttori:

“non gli fu introdotta alcuna donna...” (C.E.I., molto simile alla Luzzi);
“senza farsi portar cibi...” (G.Rinaldi);
“non gli fu recato alcuno svago...” (H.C.Leupold);
“né furono portati davanti a lui strumenti musicali...” (King’s James Vers.).

Questa varietà di traduzioni dipende dall’incertezza riguardo al significato speci-


fico del vocabolo aramaico }æwx a dachawan, reso di volta in volta “concubine”,
A d
“donne”, “danzatrici”, “cibi”, “svaghi”, “strumenti musicali”.
È significativo che la versione greca dei LXX ometta del tutto il vocabolo. Il
senso generico di dachawan sembra essere: “cose deliziose”. Il passo pare voler
dire che i fatti del giorno hanno gettato il re in uno stato di tale costernazione
che in lui è svanito ogni desiderio di godimento.

214 - Vedi S.MOSCATI, L’alba della Civiltà, vol. III, pp. 265, 266.

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CAPIRE DANIELE

19 Poi il re si levò la mattina di buon’ora, appena fu giorno, e si recò


in fretta alla fossa dei leoni. 20 E come fu vicino alla fossa, chiamò
Daniele con voce dolorosa, e il re prese a dire a Daniele: “Daniele,
servo dell’Iddio vivente! Il tuo Dio, che tu servi del continuo, t’ha egli
potuto liberare dai leoni?”

Alla fine di una giornata carica di emozioni il re Dario si è disteso sul letto ma
non ha chiuso occhio per tutta la notte. Ansioso di sapere quale sia la sorte del
suo fido ministro, non attende che sia giorno chiaro per accertarsene: alle prime
luci dell’alba si alza e si affretta verso il luogo del supplizio combattuto fra la
speranza che Daniele sia ancora in vita e la paura che le belve lo abbiano fatto a
pezzi. “E come fu vicino alla fossa, chiamò Daniele...”
Nell’ansia di sciogliere il dubbio tormentoso Dario chiama Daniele prima
ancora che sia giunto sopra la fossa nella quale è stato rinchiuso. Lo chiama
“con voce dolorosa” (“con voce angosciata” secondo un’altra traduzione;
nell’aramaico: byic(A lfqB
: beqol ‘atzîv, “con voce afflitta, dolorosa”). La voce tradi-
sce l’affanno e il rimorso che agitano l’animo del re.
“Daniele, servo dell’Iddio vivente!” Sorprende l’attributo “vivente” riferito da
un pagano al Dio dei Giudei. Così avevano talvolta designato l’Altissimo i profeti
d’Israele (vedere Gr 10:10; Os 1:10), così lo avrebbero ancora designato i disce-
poli di Cristo (vedi Mt.16:16; At 14:15; Rm 9:26; Ap 7:2). “... l’Iddio vivente” sulla
bocca di Dario tradisce forse un concetto più alto rispetto alla nozione che egli
aveva delle divinità pagane? Può darsi. In ogni caso è segno che il rapporto con
Daniele non è stato ininfluente.
Purnondimeno Dario tentenna fra la speranza e il dubbio: “Il tuo Dio... t’ha
egli potuto liberare dai leoni?” Sembra dubitare del miracolo nel quale il giorno
avanti aveva professato di credere.

21 Allora Daniele disse al re: “O re, possa tu vivere in perpetuo! 22 Il


mio Dio ha mandato il suo angelo e ha chiuso la bocca dei leoni che
non m’hanno fatto alcun male, perché io sono stato trovato innocente
nel suo cospetto; e anche davanti a te, o re, non ho fatto alcun male”.

Probabilmente qualche feritoia per l’areazione consente una sia pur precaria co-
municazione fra l’esterno e l’interno della caverna e viceversa. Sta di fatto che
Daniele può udire la voce del re e il re la sua. Con tono calmo e rispettoso
l’uomo di Dio rivolge al sovrano il saluto augurale (“... possa tu vivere in perpe-
tuo !”), come se si trovasse nella sala di udienze del palazzo e non in un antro
buio e tra voraci felini. Si vede chiaramente che egli non nutre alcun rancore
verso l’uomo potente che, seppure a malincuore, lo ha fatto relegare in quel
luogo orribile.
Al saluto deferente, il prigioniero fa seguire la spiegazione del perché egli
sia rimasto in vita in una situazione in cui nessun uomo sarebbe potuto scam-
pare alla morte. E la spiegazione è un prodigio sovrannaturale: il suo Dio ha
mandato il suo angelo per tenere chiuse le fauci dei leoni. È stato lo stesso an-

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CAPITOLO 6

gelo che in un’altra circostanza (vedi 3:24, 25) ha neutralizzato l’ardore di una
fornace ?... Certo è che ancora una volta l’Iddio del cielo ha spiegato la sua forza
irresistibile per impedire che fosse stroncata la vita di un innocente il cui “torto”
era stato di avere anteposto il Creatore alla creatura.
Il primo pensiero di Daniele è stato dunque di testimoniare la potenza e la
benevolenza di Dio a suo riguardo. Soltanto dopo egli manifesta la sua serenità
interiore per sentirsi assolto da Lui: “Perché io sono stato trovato innocente nel
suo cospetto”. Come dire che non sarebbe certamente sopravvissuto se il Giu-
dice supremo degli uomini avesse riconosciuto giusta la pena severa che gli è
stata inflitta. Per conseguenza egli è netto di qualsiasi colpa pure nei confronti
del re: “Anche davanti a te, o re, non ho fatto alcun male”. È insieme una pacata
protesta d’innocenza e un garbato rimprovero al sovrano che non ha saputo sca-
gionarlo dall’imputazione infamante di non aver voluto tenere conto della sua
persona e della sua autorità.
Può sembrare privo di senso che Daniele si discolpi dopo che è stato con-
dannato e non lo abbia fatto prima. Invece c’è una logica in questa postuma ri-
vendicazione d’innocenza. I nemici lo avevano accusato di ribellione contro il
sovrano e la sua legge (v. 13), e tutto faceva credere che avessero ragione giac-
ché in effetti Daniele aveva contravvenuto al decreto reale. L’accusa però era ca-
lunniosa perché si fondava su una interpretazione distorta dei fatti, ma Daniele
non aveva alcun modo di dimostrarlo. La sua protesta d’innocenza sarebbe dun-
que stata vana; egli non aveva altra scelta che accettare di subire l’iniqua con-
danna e rimettere la sua sorte nelle mani di Dio (e non era poco!).
Adesso la prova della sua innocenza c’è ed è irrefutabile: è la sua sopravvi-
venza. In Babilonia come nel resto dell’Oriente antico nei casi di dubbia colpe-
volezza si faceva ricorso all’ordalia giudiziaria o giudizio degli dèi215. L’accusato
veniva gettato nelle acque di un fiume e la sua colpevolezza o innocenza veniva
stabilita secondo che il suo corpo sprofondasse o galleggiasse.
Nel caso di Daniele c’è stato un normale giudizio del sovrano, non un’orda-
lia giudiziaria, comunque ha funzionato quello che si credeva essere il principio
su cui si fondava questa pratica. L’essere Daniele scampato miracolosamente alla
morte cui era stato legalmente condannato, non poteva non essere interpretato
come il giudizio favorevole della divinità e dunque come una prova della sua in-
nocenza.

23 Allora il re fu ricolmo di gioia, e ordinò che Daniele fosse tratto


fuori dalla fossa; e Daniele fu tratto fuori dalla fossa, e non si trovò
su di lui lesione di sorta, perché s’era confidato nel suo Dio.

La benevolenza di Dario verso Daniele e la sincerità del suo dolore per non
avere potuto evitare la sua condanna, si palesano nella sua intensa reazione

215 - Vedi F.PINTORE, L’alba della Civiltà, vol. I, pp. 490, 491; R.DE VAUX, Le Istituzioni dell’Antico
Testamento, pp. 164, 165.

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CAPIRE DANIELE

emotiva all’udire la voce del prigioniero: “Fu ricolmo di gioia” (aramaico


: )yiGa & saggî’ t’ev, letteralmente “fu sommamente felice”).
b")+
Secondo il giudizio del re l’esigenza della legge dei Medi e dei Persiani è
stata soddisfatta con l’aver gettato Daniele nella fossa dei leoni. Il non essere egli
stato assalito dalle belve è un segno inequivocabile del giudizio di Dio favore-
vole al condannato, un giudizio cui nessuna autorità umana può opporsi.
Se prima Dario ha dovuto esercitare con gran pena i suoi poteri regali per
sentenziare la condanna capitale di Daniele, adesso se ne avvale con somma
gioia per ordinarne l’immediata liberazione.
I sigilli che dovevano rimanere intatti a testimoniare l’avvenuta esecuzione
del condannato, ora vengono infranti per ordine di colui stesso che li aveva ap-
posti affinché il condannato sia liberato.
Ora veramente è stata fatta giustizia.
Come al tempo del re Nabucodonosor non era stata riscontrata alcuna
ustione sui corpi di Shadrac, Meshac e Abed-nego usciti vivi dalla fornace, così
ora non si scorge la più piccola lesione sul corpo di Daniele tratto vivo dal serra-
glio delle belve. Il miracolo appare in tutta la sua irrefutabile realtà e concretezza.
Daniele è stato protetto dall’aggressione dei felini perché è innocente e per-
ché si è “confidato nel suo Dio”. Molto tempo dopo, il miracolo che ha fatto ri-
fulgere la potenza di Dio e la fede del suo servo devoto sarebbe stato riproposto
alla riflessione dei cristiani (Eb 11:33), e più in là ancora avrebbe ispirato capola-
vori di arte figurativa.

24 E per ordine del re furon menati quegli uomini che avevano accu-
sato Daniele, e furon gettati nella fossa dei leoni, essi, i loro figliuoli
e le loro mogli; e non erano ancora giunti in fondo alla fossa, che i
leoni furono loro addosso, e fiaccaron loro tutte le ossa.

L’oscuro disegno dei capi e dei satrapi quando costoro hanno denunciato Da-
niele si è svelato in tutta la sua nefandezza. Il re si è accorto che col falso prete-
sto di salvaguardare la sua autorità essi gli hanno estorto un decreto iniquo,
giacché mirava soltanto a colpire senza motivo il più fidato e capace dei suoi mi-
nistri. Il complotto contro un uomo incolpevole ha dunque un risvolto non
meno grave: esso ha offeso la dignità del sovrano poiché lo ha coinvolto a sua
insaputa in un atto di suprema ingiustizia. Allora però Dario non ha potuto rea-
gire in conformità della legge, giacché nessuno sarebbe stato in grado di scagio-
nare Daniele dall’imputazione di ribellione.
Ma ora che il giudizio divino ha messo in piena luce l’innocenza dell’accu-
sato (vedi commento al v. 22), nulla potrà impedire al re di agire col massimo ri-
gore nei confronti dei cospiratori. Saranno loro a sperimentare l’inflessibile du-
rezza della legge dei Medi e dei Persiani che avevano invocata contro Daniele
(vedi v. 15). Saranno loro, e i loro familiari purtroppo, a subire la pena atroce
che avevano preparato per il loro avversario.
Più o meno come sarebbe accaduto ad Haman, l’implacabile nemico di
Mardocheo e dei Giudei (vedi Et 6:9, 10). È proprio vero che “chi scava una

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CAPITOLO 6

fossa vi cadrà, e la pietra torna addosso a chi la rotola” (Pr 26:27). È raccapric-
ciante che siano coinvolti mogli e figli nelle colpe dei mariti e padri e nelle san-
zioni loro riservate. Ma tant’è: nell’antichità era molto vivo il sentimento di soli-
darietà e corresponsabilità familiare (vedi Gs 7:24, 25).
Su questa pratica crudele presso i Persiani ci dà notizia anche Erodoto.
Narra lo storico greco che essendosi un tale Intafrene reso reo di grave colpa
verso il re Dario (da non confondersi col Dario del nostro racconto), il sovrano
facesse arrestare lui, i suoi figli e altri parenti, e li mandasse a morte tutti tranne
due, risparmiati grazie all’intercessione appassionata di una donna che era ma-
dre dell’uno e sorella dell’altro (III, 118, 119).

25 Allora il re Dario scrisse a tutti i popoli, a tutte le nazioni e lingue


che abitavano su tutta la terra: “La vostra pace abbondi!

Per la seconda volta Dario promulga un decreto indirizzato a tutti i sudditi del
regno che sono espressamente distinti nei gruppi etnici, nazionali e linguistici
che lo compongono (vedi comm. a 4:1).
La frase “su tutta la terra” aggiunge il concetto di universalità spaziale a
quello di universalità sociale già enunciato con le espressioni “tutti i popoli” e
“tutte le nazioni e lingue”. L’aggettivo kol (“tutta”, “tutti”, “tutte”) ha una portata
limitata all’ambito territoriale del regno, e il sostantivo “terra” è usato nell’acce-
zione ristretta di “paese” (anche noi diciamo, per es., “la terra dei padri” vo-
lendo significare il paese dove siamo nati, la patria). Il senso dell’espressione
aramaica )f(r : ) : bekol-’ar‘a’ è dunque “in tutto il paese”, e non “in tutto il
a -lfkB
mondo”.
L’editto di Dario si apre col saluto augurale di prammatica nei proclami reali
dell’epoca (vedi 4:1 e relativo commento).

26 Io decreto che in tutto il dominio del mio regno si tema e si tremi


nel cospetto dell’Iddio di Daniele; perch’egli è l’Iddio vivente, che
sussiste in eterno; il suo regno non sarà mai distrutto, e il suo domi-
nio durerà sino alla fine. 27 Egli libera e salva, e opera segni e pro-
digi in cielo e in terra; egli è quei che ha liberato Daniele dalle bran-
che dei leoni”.

La frase: “in tutto il dominio del mio regno”, chiarisce e ridimensiona l’espres-
sione: “su tutta la terra” nel v. 25, a conferma di quanto si è detto in proposito
nel commento si quel versetto.
Il nuovo editto di Dario si differenzia in modo sostanziale dal precedente,
anzi si colloca agli antipodi: quello poneva in primo piano la persona del re, ne
faceva oggetto esclusivo di religiosa riverenza; questo esalta l’Iddio del cielo e
prescrive che Lui si tema e si riverisca. Non sarebbe stato di certo emanato que-
sto secondo decreto reale se Daniele si fosse lasciato intimorire dal primo: an-
cora una volta si è visto come l’avere anteposto a rischio della vita l’imperativo
della coscienza alle dispotiche esigenze del potere, in definitiva abbia sortito

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CAPIRE DANIELE

l’esito di far proclamare a un’intera nazione pagana la supremazia dell’Iddio Al-


tissimo (cfr. con 3:28, 29). Infatti il nuovo decreto del re Dario, a somiglianza
dell’editto di Nabucodonosor nell’episodio della fornace ardente (cfr. 3:29), or-
dina che si tema e si riverisca in tutto il regno l’Iddio di Daniele, sebbene a diffe-
renza di quello sia formulato in termini affermativi e soprattutto non abbia un
tono brutale.
Per l’intonazione lirica della seconda parte, l’editto Dario ricorda un altro
proclama di Nabucodonosor, quello relativo al racconto del sogno dell’albero
(cfr. 4:3). In questa parte del documento Dario riconosce nel Dio d’Israele “l’Id-
dio vivente” (vedi il commento del v. 20) e ne proclama l’eternità (“... sussiste in
eterno”), l’intramontabile dominio (“il suo regno non sarà mai distrutto”) e il
gran potere taumaturgico (“Egli libera e salva, opera segni e prodigi”) che si è
manifestato nella liberazione di Daniele (“ha liberato Daniele dalle bocche dei
leoni”). Questo non significa tuttavia, come si è notato a proposito del v. 16, che
il re Dario si sia convertito all’Iddio d’Israele. In un ambiente pagano il fatto che
si riconoscano gli attributi straordinari di una divinità straniera non implica af-
fatto il rinnegamento degli dèi nazionali.

28 E questo Daniele prosperò sotto il regno di Dario, e sotto il regno


di Ciro, il Persiano.

“Questo Daniele...” Nota C.F.KEIL216 che il pronome “questo” accentua l’identità


del personaggio: colui che prospera è lo stesso Daniele che i nemici volevano
mandare in rovina.
Poiché un evento soprannaturale ne ha dimostrato l’innocenza, Daniele è
subito reintegrato nelle funzioni pubbliche dalle quali era stato destituito a se-
guito della condanna. Così riassume in pieno l’incarico a cui il re lo aveva pro-
mosso e ne svolge con grande competenza e successo le mansioni (“prosperò”)
sino alla fine del regno di Dario, che peraltro non deve essere stato lungo, e an-
cora sotto il regno di Ciro.
Se Dario il Medo si identifica con Ugbaru il conquistatore di Babilonia,
com’è assai verosimile (vedi il commento del v. 1), il suo regno durò poco più
di un anno. Poiché 1:21 c’informa che l’attività pubblica di Daniele durò “fino al
primo anno del re Ciro” (il primo anno come re di Babilonia, vedi il commento
del v. 1), bisogna supporre che egli svolgesse tale attività per almeno due anni
ancora dopo l’episodio qui narrato. Il suo successo durante questo periodo è vi-
sto implicitamente come premio per la fedeltà al suo Dio.
Da 6:28 sappiamo che il profeta ricevette l’ultima rivelazione nell’anno terzo
di Ciro, ma non si dice in quel passo che egli fosse tuttora in carica come uffi-
ciale pubblico del regno di Babilonia.
Col racconto della liberazione miracolosa di Daniele e della sua reintegra-
zione nelle mansioni di governo si chiude la sezione narrativa del libro ma non
si interrompe l’uso della lingua aramaica.

216 - Citato da H.C.LEUPOLD, op. cit., p. 274.

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Capitolo 7
____________________________________________________

C ol capitolo sette comincia la sezione profetica del libro di Daniele, la quale si


estende fino al capitolo dodici. La sezione precedente (capitoli 1-6) compren-
deva una serie di sei racconti uno dei quali (il secondo, nel capitolo due) conte-
neva una rivelazione profetica.
Nella serie dei racconti tre volte Daniele è stato interprete di messaggi del
cielo inviati a uomini potenti (capitoli 2, 4 e 5). Nella seconda parte del libro egli
stesso sarà il destinatario delle rivelazioni divine, mentre il ruolo di interprete
sarà svolto da un angelo217 (cfr. 7:1,16; 8:2.16,17; 9:21,22; 10:1,14).
Nella visione del capitolo due abbiamo visto uno schizzo profetico della sto-
ria del mondo da un punto di vista politico (il sogno profetico era stato dato a
Nabucodonosor) e per un periodo che va dall’inizio del regno di Babilonia, fino
alla fine del mondo. Nel capitolo sette abbiamo una visione data direttamente a
Daniele che è assolutamente parallela a quella del capitolo due, nel senso che ri-
percorre, tramite l’ausilio di simboli diversi (adattati alla persona che la riceve),
la stessa storia, le stesse tappe, ma con l’aggiunta di altri dettagli di carattere reli-
giosi. Infatti il quadro della visione del capitolo 7 è ricco di maggiori dettagli che
ci permettono di meglio capire l’interferenza di poteri umani politici e religiosi
nella lotta contro il popolo di Dio. Nabucodonosor vede una statua fatta di me-
talli splendenti; ciò perché come re pagano egli è suscettibile all’influenza di cose
facili atte a influenzare i sensi. Il re babilonese è abbagliato dal fasto delle ric-
chezze e vede le cose solo nella loro apparenza, il regno degli uomini è un metallo
brillante e il regno di Dio una pietra insignificante. Daniele invece ha una vi-
sione più complessa in cui entrano in gioco le passioni che muovono i popoli.
Egli come figlio di Dio può penetrare la realtà intima delle potenze del
mondo senza Dio che non hanno nulla della dignità umana e che vengono per
questo descritte per mezzo di simboliche bestie feroci. Daniele riceve questa vi-
sione quando il glorioso impero babilonese sta ormai avviandosi verso la fine.

217 - Appare spesso nella letteratura apocalittica una figura angelica (l’angelus interpres) che
spiega e interpreta la profezia. L’angelus interpres richiamandosi esplicitamente al discernimento
sapienziale proveniente da Dio, ricorda alla comunità cristiana il compito di propagatrice delle ve-
rità divine che le spetta. Infatti la figura angelica nell’apocalittica, quando è implicata a vari livelli e
con diversi ruoli nel dinamismo della storia della salvezza, è un segno positivo. In questo caso
l’angelo diventa un simbolo che esprime il rapporto fra la realtà umana e quella divina. L’angelo
diventa l’entità celeste che mette in un rapporto particolare e diretto col trascendente.

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CAPIRE DANIELE

1 Nel primo anno di Belsatsar, re di Babilonia, Daniele fece un so-


gno, mentre era a letto, ed ebbe delle visioni nella sua mente. Poi
scrisse il sogno, e narrò la sostanza delle cose.

La visione è datata all’anno primo di Belsatsar218 “re di Babilonia”219 (re di


fatto220; di diritto lo era suo padre Nabonide)221. Il primo anno della co-reggenza
di Belzasar corrisponde al 549 a.C.
Daniele introduce la sua relazione parlando di sé in terza persona (vv. .1 e
2a), poi passa alla prima persona (“io guardavo”) e prosegue così fino alla fine
del capitolo. Il cambiamento di persona è un fenomeno letterario non infre-
quente negli scritti dei profeti (cfr. Is 2:1; 6:1; 8:1,2; Gr 11:1; 13:1; 17:19; 18:17;
Ez 1:3,4; Os 1:1; 3:1; Am 1:1; 7:1; Za 1:7; 2:1 ecc...).

218 - raC$ " Belshatsar era probabilmente il figlio di Nitocri, figlia di Nabucodonosor (Vedi R.P.
a ):lb
DOUGHERTY, Nabonidus and Belshazzar, 1926).
219 - Una tavoletta con un’iscrizione cuneiforme che risale all’anno di accessione di Neriglissar
sul trono babilonese, menziona un certo “Belshazzar, il principale funzionario del re”, in rela-
zione a un’operazione finanziaria. Nel 1924 è stata pubblicata la decifrazione del testo cu-
neiforme detto Storia in versi di Nabonide, grazie al quale sono state portate alla luce preziose
informazioni che avvalorarono senz’altro la posizione regale che Baldassar aveva a Babilonia e
spiegano in che modo divenne corregente di Nabonide. A proposito della conquista di Tema da
parte di Nabonide nel terzo anno del suo regno, parte del testo dice: “Egli affidò l’accampa-
mento al [figlio] maggiore, il primogenito [Baldassar] le truppe ovunque nel paese sottopose al
suo [comando]. Lasciò andare [ogni cosa], a lui affidò il regno e, lui stesso [Nabonide] partì per
un lungo viaggio, e le forze [militari] di Akkad marciarono con lui; egli si volse verso Tema, [molto
più ad ovest]” (J. B. PRITCHARD, Ancient Near Eastern Texts, 1974, p. 313). Nella Cronaca di Babi-
lonia, a proposito del settimo, nono, dicimo e undicesimo anno del regno di Nabonide, viene ri-
petuta questa dichiarazione: “Il re [era] a Tema [mentre] il principe, gli ufficiali e il suo esercito
[erano] in Akkad [Babilonia]” (A.K. GRAYSON, Assyrian and Babylonian Chronicles, 1975, p. 108).
Un altro documento, una delle stele di Harran (NABON H1, B) il cui testo è stato pubblicato da
J.C. GADD in Anatolian Studies, “The Harran Inscriptions of Nabonidus”, vol VIII, 1958, ci informa
che Nabonide trascorse nell’Arabia, a Tema, 10 anni dei suoi 17 anni di regno. Quindi Baldassar
esercitò senz’altro l’autorità regale dal terzo anno di Nabonide (549 a.C.) in poi, e questo avveni-
mento corrisponde al riferimento “primo anno di Baldassar” (Dan 7:1).
220 - Nel 1979 venne riportata alla luce una statua a grandezza naturale di un governatore
dell’antica Gozan. Sul lembo della veste c’erano due iscrizioni, una in lingua assira, l’altra in
aramaico: la lingua in cui Daniele scrisse di Baldassar. Le due iscrizioni quasi identiche differi-
vano in un punto significativo. Il testo nella lingua imperiale assira dice che si tratta della sta-
tua del “governatore di Gozar”. Il testo in aramaico, la lingua della popolazione locale, lo defini-
sce “re”. “Alla luce delle fonti babilonesi e delle nuove iscrizioni su questa statua, poteva es-
sere del tutto appropriato per un documento non ufficiale come il Libro di Daniele chiamare Bal-
dassar re. Agiva in qualità di re, in rappresentanza del padre, per quanto non fosse legalmente
re. Infatti le iscrizioni ufficiali Baldassar ha il titolo di “principe ereditario”, mentre in Daniele ha
il titolo di re. (ALAN MILLARD, Biblical Archaeology Review, maggio-giugno 1985, p. 77).
221 - Vedi Introduzione, IV.

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CAPITOLO 7

“Daniele... fece un sogno ed ebbe delle visioni”: le immagini viste durante il


sonno notturno erano una rivelazione divina (y¢wzº xe chezwê, “visione”), pur avendo
l’apparenza di un sogno comune ({elx" chelem).
“...narrò la sostanza delle cose”. L’aramaico $)"r re’sh, letteralmente “capo”,
“principio”, qui è usato nell’accezione secondaria di “somma”, “insieme di cose”
(Gesenius)222. Daniele vuole dire che ha esposto la visione nelle sue linee essen-
ziali tralasciando i particolari non indispensabili per la sua comprensione.

2 Daniele disse: Io guardavo, nella mia visione notturna, ed ecco sca-


tenarsi sul mar grande i quattro venti del cielo.

“Io guardavo nella visione [yéwzº x


e B
: ty¢wh f ]”: la forma imperfetta del verbo ara-
A h¢zx
maico h¢zxf “vedere” esprime un’azione continuata. L’attenzione del veggente è
concentrata senza interruzione sulle immagini che scorrono nella sua mente.
Daniele vede il mare agitarsi sotto l’impeto dei venti che soffiano simulta-
neamente dai quattro punti cardinali. Nella realtà non succede mai che il vento
soffi nel medesimo tempo da direzioni diverse, ma non dobbiamo dimenticare
che qui si tratta di una rivelazione profetica dove tutto ha valore simbolico.
Il “mar grande” (aramaico )fBr a )fMyá yâmma’ rabba’) nel linguaggio ordina-
rio degli ebrei antichi era il Mediterraneo, mare che per molto tempo e quasi
fino al nostro periodo storico fu il centro geografico attorno al quale hanno gra-
vitato i grandi imperi e sulle rive del quale le monarchie universali descritte da
Daniele si sono sedute223. Ma nella visione apocalittica il “mar grande” riveste
sostanzialmente valore simbolico e non geografico. Al “mare” della figurazione
del v. 3 corrisponde nella spiegazione del v. 17 la “terra”. La terra non come en-
tità geografica ma come mondo abitato, consorzio umano (cfr. Ap 17:15).
Nella tradizione profetica ebraica e cristiana le “molte acque” sono simbolo
di moltitudini (cfr. Ap 17:1,15). Geremia paragona al muggito del mare il cla-
more dell’esercito babilonese che marcia contro Gerusalemme (Gr 6:23); Eze-
chiele descrive con la figura del mare agitato il dilagare degli eserciti stranieri
che devasteranno Tiro (Ez 26:3,19; vedi anche Is 8:7,8; Gr 46: 7,8; 47:2).
Quindi il mare o le acque agitate nel linguaggio apocalittico sono il simbolo
naturale della massa umana, specialmente dell’umanità pagana, nel seno della
quale si formano i diversi imperi224.
L’agitazione incessante del mare corrisponde allo stato di perenne irrequie-

222 - Gesenius’ Hebrew-Chaldee Lexicon to the Old Testament. p. 751.


223 - A. PELLEGRINI, Il popolo di Dio e l’anticristo attraverso i secoli, Minigraf, 1980, p. 167
224 - A. CRAMPON, Daniel, t. V, p. 685.

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CAPIRE DANIELE

tezza delle nazioni. Il fatto che le ‘quattro bestie’ sembrano sorgere dal mare in-
dica chiaramente che dallo stato agitato del mondo hanno origine le potenze
mondiali che compaiono l’una dopo l’altra sullo scenario del storia umana”225.
L’espressione aramaica ()æYm a $
: y"xUr (aBr a ) “i quattro venti del cielo” nel lin-
: )
guaggio biblico denota in generale le quattro direzioni dello spazio (anche uni-
versalità spaziale: cfr. Ez 37:9; Dn 8:8; 11:4; Za 6:5; Ap 7:1). Qui però si vuole al-
ludere al vento come fenomeno fisico. Nei profeti il vento con senso metaforico
indica la guerra: Geremia descrive come un vento impetuoso l’immi-nente inva-
sione caldea (Gr 4:13; vedi anche Ez 13:12,13; 24:32,33).
Nella visione danielica i “quattro venti del cielo” che si scatenano sul mar
grande evocano non un singolo evento bellico, ma il flagello della guerra in ge-
nerale che coinvolge popoli e nazioni e sconvolge l’assetto politico del mondo
cancellando nazioni potenti e facendone sorgere di nuove226.

3 Quattro grandi bestie salirono dal mare, una diversa dall’altra.

Fin dall’antichità si è riconosciuto che il “sogno” del cap. 2 e la “visione” del cap.
7 sono rivelazioni parallele.
Le quattro grandi bestie del cap. 7 sono il corrispettivo dei quattro metalli
della statua. Colpisce il contrasto fra le due figurazioni parallele: un simulacro
umano di grande splendore nell’una, una serie di bestie selvagge nell’altra. Si
consideri che la prima rivelazione fu data a un monarca pagano, la seconda a un
profeta dell’Altissimo. La statua di metalli pregiati rispecchia la concezione
umana del potere (la concezione di Nabucodonosor); le bestie selvagge evocano
il punto di vista di Dio: il potere raggiunto e mantenuto con l’uso della forza
bruta, con l’inganno, con la sopraffazione è paragonabile al dominio delle belve
nella foresta. Una belva come figura è quanto di più attinente per mettere a
nudo l’anima vera del potere terreno.

225 - H.C. LEUPOLD, Exposition of Daniel, pp. 284, 285.


226 - I quattro venti del cielo che si precipitano sul gran mare, raffigurano le rivoluzioni politiche
che sollevano i popoli come le onde del mare (A. PELLEGRINI, op. cit., 167).

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CAPITOLO 7

Le bestie della visione danielica227 differiscono l’una dall’altra228 come diffe-


rivano tra loro i metalli della grande statua: riflesso fedele della diversificazione
geografica, etnica, politica, culturale dei regni che quelle belve e quei metalli raf-
figuravano.

4 La prima era simile a un leone, ed avea delle ali d’aquila. Io guar-


dai, finché non le furono strappate le ali; e fu sollevata da terra, fu
fatta stare in piedi come un uomo, e le fu dato un cuor d’uomo.

In natura queste bestie non esistono. Di loro viene detto che sono simili, ma non
uguali. Sono degli animali particolari perché rispetto agli animali del nostro mondo
che uccidono per mangiare, essi uccidono per uccidere, non mangiano per vivere,
ma vivono per mangiare. Essi raffigurano il potere umano separato da Dio.
“La prima era come un leone” (aramaico h¢y :ra)k: ke’aryeh), cioè somigliante a
un leone. Il parallelismo tra i capitoli 2 e 7 consente, anzi obbliga a identificare
Babilonia nel grande leone alato. A un leone che balza sulla preda Geremia pa-

227 - Le bestie rappresentano dei re e una successione di re o, in altri termini delle domina-
zioni, dei regimi, dei regni o degli imperi idolatri, opposti o indifferenti al regno di Dio. Questi im-
peri sono rappresentati sotto l’immagine di bestie, per far notare che le passioni ne sono il
principale movente. È da rivelare che queste bestie indicano le sovranità o monarchie univer-
sali. Daniele le considera tanto nel loro capo quanto nell’insieme dei loro successori. In tal
modo, le quattro bestie rappresentano quattro re e la serie dei re, che continuano la loro domi-
nazione o il loro regno. Chiaramente nel testo di Dn 7:17, le bestie indicano dei re. L’interprete
della visione dice a Daniele: “Queste quattro grandi bestie sono quattro re [malkin]”. Ma le tra-
duzioni antiche o moderne hanno tradotto per “quattro regni”. Esse hanno compreso, in effetti,
che si tratta qui, non solamente di un individuo, ma della serie dei re che si riallacciano a lui. È
così che l’angelo ci fa comprendere che, con la parola “re”, intende il seguito dei successori di
questi regni: “La quarta bestia è un quarto regno” (Dn 7:23). Le bestie rappresentano dunque,
non solamente il primo re indicato dalla visione, ma anche successivamente dagli altri re. Ogni
regno è così rappresentato come una unica bestia, sebbene comprenda più persone diverse,
poiché tutte queste persone sono considerate come membri di uno stesso corpo, che concor-
rono a una specie di unità, mossi da uno stesso spirito, per uno stesso regime nazionale (J. FA-
BRE D’ENVIEU, Le livre du prophète Daniel, Paris 1880, t. II, p. 565). “In queste profezie, il re rap-
presenta il regno, e il regno è concentrato nel re” (PUSEY, Lectures on Daniel, p. 78).
228 - La differenza di queste bestie non consiste nel grado di potere che è loro accordato, - poi-
ché tutte simboleggiono delle monarchie universali, - bensì nel carattere della loro potenza.
Come ogni bestia ha la sua organizzazione e le sue caratteristiche proprie, così ognuno di que-
sti imperi ha uno spirito e un modo di agire particolare (Bible Annotée, Ancien Testament, Les
prophètes, t. II, Daniel, p. 285).
Ognuna di questi imperi universali ha i suoi tratti distintivi: c’è la regale Babilonia e la Persia vo-
luttuosa. la Grecia colta e Roma imperiale e vittoriosa (H.C. LEUPOLD, op. cit., p. 286).

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CAPIRE DANIELE

ragona i Caldei che stanno per aggredire il regno di Giuda (Gr 4:7). La figura del
leone apparteneva all’iconografia ufficiale babilonese. Il leone, insieme col toro
e il drago, era riprodotto a sbalzo 575 volte sui mattoni smaltati che ricoprivano
le strutture murarie della splendida porta di Ishtar in Babilonia229.
Il leone della visione danielica aveva due ali d’aquila sul dorso. Il re della
foresta e la regina delle vette inviolate riuniti in un unico simbolo rappresentano
la regalità di Babilonia con la stessa efficacia dell’oro230, il re dei metalli, nella vi-
sione parallela del cap. 2. Le ali evocano anche la rapidità con cui Nabucodono-
sor avrebbe esteso l’egemonia di Babilonia verso ovest e verso sud231.
La perdita delle ali e l’umanizzazione del leone232 (la belva si rizza sulle
zampe posteriori o meglio fu sollevata da terra e fu fatta stare in piede come un
uomo, e riceve un cuore umano) possono simbolizzano la decadenza dell’im-
pero babilonese dopo la morte di Nabucodonosor233. Anche se al tempo in cui
Daniele scrive, la monarchia babilonese era già apparsa ed era giunta alla sua
fine; lo scrittore sacro si esprime ugualmente al futuro a causa delle altre tre, che
appariranno in avvenire (vedi Dn 7:3)234.

229 - Cfr. C.J. DU RY, L’arte nell’Antico Oriente, Firenze 1965, p. 113
230 - Il leone è il più nobile degli animali selvatici e l’aquila il più nobile degli uccelli: queste ca-
ratteristiche ricordano l’immagine della testa d’oro, il più nobile dei metalli, immagine applicata
espressamente a Nanucodonosor (A. CRAMPON, op. cit., p. 686).
231 - Simile all’aquila che trasporta lontano la sua preda, Babilonia planava sulle popolazioni.
S’abbatteva come dall’alto delle nuvole sulle loro città più forti, e quando le aveva prese era
contemporaneamente un’aquila e un leone sulla sua preda. L’esercito babilonese portava via
dalle città conquistate tutto ciò che era possibile trasportare quello che non poteva essere tra-
sferito nelle città babilonesi veniva distrutto.
232 - Queste ali d’aquila che vengono strappate, indicano un atto violento, col quale si suole
designare il periodo in cui Nabucodonosor cessò le sue conquiste per darsi alle arti e alla
pace, dando al suo regno un carattere più umano. Il cuore d’uomo raffigura il cambiamento reli-
gioso che si operò in lui negli ultimi anni del suo regno nel riconoscere la sovranità del Dio
d’Israele (Dn 4:16, 34; 3:28-29).
233 - Le ali che vengono strappate e l’offerta del cuore simile a quello di un uomo possono rife-
rirsi anche agli ultimi anni dell’impero babilonese, indebolito e cadente sotto i colpi dei Medo-
Persiani; non è più un leone vigoroso, né un aquila rapida che tocca appena terra, ma l’uomo
debole e mortale, incapace di difendersi contro la seconda bestia (A. CRAMPON, op. cit., p. 686).
Già da quando Nabucodonosor fu tolto dalla scena, prima con la sua malattia mentale e poi
con la morte che lo seguì da vicino, i suoi eserciti cessarono di volare come aquile; essi subbi-
rono sconfitte una dopo l’altra e le sue conquiste gli vennero rapite una dopo l’altra (LOUIS GAUS-
SEN, Daniel le Prophète, t. II, Paris 1848, p. 30-31).
234 - Vedi A. CRAMPON, op. cit., p. 689.

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CAPITOLO 7

5 Poi vidi una seconda bestia, simile ad un orso; essa stava eretta
sopra un fianco, teneva tre costole in bocca fra i denti e le fu detto:
“Alzati, mangia molta carne!”

La locuzione aramaica wa’arû chêwah ‘acharî tinyanah [hænyæ nº t


i yirx f hæwy"x UrA)wá ] è
F )
resa correttamente da un buon numero di versioni: “Ed ecco un’altra bestia, una
seconda”. L’espressione sottolinea la differenza della seconda bestia rispetto alla
prima. Il secondo regno dovrà differire tanto dal primo quanto l’orso differisce
dal leone. Le formule di transizione usate tra una bestia e l’altra chiariscono che
queste sono consecutive e non contemporanee.
Alcuni espositori moderni vedono nell’orso con le tre costole in bocca, un
simbolo del regno di Media. L’esegesi conservatrice vi ha ravvisato unanime-
mente l’Impero medo-persiano235. Questa identificazione è corretta storicamente
ed esegeticamente perché:

(1) furono i Medo-Persiani ad abbattere l’impero neo-babilonese e a


prenderne il posto236;
(2) il contrasto fra le due figure animalesche esprime bene la diffe-
renza tra i Medo-Persiani e i Babilonesi.

La figura massiccia, l’aspetto rude e selvaggio, la voracità insaziabile dell’orso


sono caratteristiche che si adattano bene a raffigurare la rude cultura iranica237,
la mole elefantiaca dell’Impero medo-persiano, le guerre continue di Ciro II,
Cambise II, Dario I e Serse I per accrescere la grandezza dell’impero e dei loro
successori per mantenerla.

235 - L’orso animale tozzo, lento nei movimenti e di grande ferocia rappresenta bene l’Impero
Medo-Persiano che corrisponde, nella statua, al petto e alle braccia d’argento (A PELLEGRRINI,
op. cit., p. 169).
236 - Gli imperi universali vengono presi in considerazione solo a partire dal momento in cui
conquistano il precedente. Per questo datiamo la Medo-Persia dal 539/38 (presa di Babilonia)
al 331 a.C. (anno in cui fu annessa all’impero di Alessadro Magno): 207 anni in tutto.
237 - Gli storici dicono che i Persiani furono i più barbari di tutti i popoli conquistatori. Nulla ca-
ratterizza meglio la nazione persiana delle sue leggi criminali. Esse si distinguevano per la cru-
deltà delle pene: i colpevoli erano scorticati e seppelliti vivi. C’era più crudeltà ancora nelle mu-
tilazioni che i Persiani si compiacevano d’infliggere. Il persiano Ciro che, secondo la testimo-
nianza di Senofonte, aveva tutte le virtù di un grande re, esercitava la giustizia con tale zelo
che - narra sempre lo storico greco - le grandi strade erano affollate d’uomini mutilati nei piedi,
nelle mani, agli occhi. Dopo la presa di Babilonia, Dario fece mettere in croce tremila abitanti
tra i più distinti della città. Serse sorpassò Dario in crudeltà. Seneca riporta che un re persiano
fece tagliare il naso a tutto un popolo (E. LAURENT, Histoire du Droit des gens, t. I, p. 176).

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CAPIRE DANIELE

Per contro il portamento nobile e maestoso del leone, la sua snellezza e


agilità, la sua dieta regolare evocano realisticamente la maestosità di Babilonia,
lo splendore della sua cultura, la snella configurazione territoriale dell’Impero
caldeo, la relativamente breve stagione guerresca di Nabucodonosor II nel corso
della quale praticamente si formò e si consolidò l’Impero neo-babilonese.
L’orso si “rizzava sopra un lato” o “aveva un lato più alto”. Questa imma-
gine indica sicuramente la componente etnica persiana che aveva un ruolo pre-
ponderante rispetto a quella meda. Infatti, come vedremo al capitolo otto di Da-
niele, lo stesso impero viene raffigurato da un montone avente un corno più alto
dell’altro: l’analogia è evidente238.
L’esegesi storica di Daniele ha generalmente ravvisato, nelle tre costole che
l’orso stringe fra i denti, le tre maggiori conquiste dei primi regnanti achemenidi:
il regno di Lidia annesso da Ciro II nel 457 a.C., l’Impero di Babilonia conqui-
stato ancora da Ciro II nel 539 a.C. e il regno d’Egitto occupato da suo figlio
Cambise II nel 525 a.C.239
L’ordine “alzati”, non deve far concludere che l’animale fosse accovacciato,
poiché usciva proprio in quel momento dal mare. Questa apostrofe ha il senso
di “Andiamo! Avanti!” (vedi Gd 8:20).
Mangia molta carne! è l’emblema dell’avidità, tipica dell’orso, con la quale
questo secondo impero si impossesserà delle ricchezze dei popoli conquistati.
L’ordine significa: “Compi il tuo ruolo nella storia! Nessun ostacolo ti arresta!”240.
Mentre i Caldei trasportavano lontano i popoli vinti, i Medo-Persiani senza to-
glierli dalle loro terre, li calpestavano sotto i piedi, dimostrando grande crudeltà
nella loro guerra.
Per un certo numero di esegeti moderni l’Orso rappresenta la potenza
meda e la terza bestia (il leopardo alato) quella persiana. Questa spiegazione
urta contro la realtà storica e del testo biblico241.

238 - Uno, il lato medo, resta a riposo; l’altro, il lato persiano, si alza e diventa più alto del
primo (A. CRAMPON, op. cit., p. 686).
239 - Le tre costole in bocca rappresentano le conquiste della parte occidentale, della parte
settentrionale e della parte meridionale (Bible Annotée, op. cit., t. II, p. 286).
240 - Idem.
241 - Inoltre, non si capisce in quali particolari l’orso corrisponderebbe alle caratteristiche del
popolo medo: perchè esso dovrebbe avere un lato più alto dell’altro, perchè le tre costole in
bocca, dal momento che le conquiste sopra elencate furono compiute insieme ai Persiani. Di
conseguenza, in che modo il leopardo a quattro teste e quattro ali rappresenterebbe i Persiani,
mentre sembra così bene adattarsi all’impero Greco-Macedone (anche in analogia con il capi-
tolo 8 di Daniele). E dove andrebbero a finire i Romani, dal momento che il mostro seguente
dovrebbe rappresentare i Greci?!...

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CAPITOLO 7

La storia biblica non conosce che un impero medo-persiano unico. I Medi


più civilizzati giocarono un ruolo di primo piano finché, più tardi, i Persiani non
ebbero un ruolo di preminenza e furono descritti come predominanti. Il Libro di
Daniele insiste a varie riprese nel presentare questo impero come unico. Al re
Baldassar Daniele annuncia che il regno di Babilonia viene dato ai “Medi e ai
Persiani” (Dn 5:28), l’angelo dice al profeta: “il montone che hai veduto, rappre-
senta il re di Madia e di Persia” (Dn 8:20). Dario il medo promulga un decreto
conformemente alla “legge dei Medi e dei Persiani” (Dn 6:8, 12, 15).
Ai tempi della regina Ester, sebbene la dinastia fosse ormai persiana, si
parla ancora delle “cronache dei re di Media e di Persia” (Et. 10:2) mantenendo
l’antico titolo che poneva i Medi al primo posto secondo l’ordine storico.
Nelle varie iscrizioni di Dario Istarpe i Persiani e i Medi vi sono menzionati
come due popoli uniti in un solo popolo: “L’armata dei Persiani e dei Medi che
erano con me”, “io inviai una armata di Persiani e di Medi”, “nessun uomo, né
Persiano né Medo, l’avrebbe spodestato242.

6 Dopo questo, io guardavo, ed eccone un’altra simile ad un leo-


pardo, che aveva addosso quattro ali d’uccello; questa bestia aveva
quattro teste, e le fu dato il dominio.

Il contrasto tra il leopardo e l’orso è ancora più forte che tra l’orso e il leone.
La velocità e l’agilità del leopardo suggeriscono che il terzo impero univer-
sale243 doveva crescere più rapidamente del secondo244.
Le quattro ali sul dorso dell’animale (il doppio rispetto al leone) accentuano
questa impressione. Ci vollero 35 anni di guerre e l’impegno militare di tre re-
gnanti (Ciro II, Cambise II e Dario I) perché l’Impero Medo-Persiano giungesse
alla sua massima estensione territoriale.
Ai Macedoni, che si celano sotto il simbolo del leopardo, bastarono 11 anni

242 - Cit. da J. FABRE D’ENVIEU, op. cit:, t. II, p. 645.


243 - La durata dell’impero greco-macedone è di meno di due secoli (163 anni per la preci-
sione): dal 331 al 168 a.C., anno in cui il suo territorio viene conquistato dai Romani.
244 - Il terzo animale rappresenta il regno greco-macedone che conquistò il mondo antico con
una rapidità eccezionale. La velocità del felino è rafforzata da quella delle ali d’uccello che
sono ben quattro. Già Teodoreto faceva notare che la visione designa il regno macedone che,
soprattutto al tempo di Alessandro il Grande, suo massimo esponente, si poteva paragonare
ad un leopardo a causa della sua prontezza, della sua rapidità, della mobilità del suo carattere
e delle sue passioni.

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CAPIRE DANIELE

e la leadership di un solo capo, Alessandro245, per costruire l’impero più vasto


che fosse mai esistito nella storia. L’identificazione del leopardo con l’Impero
macedone è quella che ha raccolto il più gran numero di consensi, dai tempi dei
primi espositori cristiani di Daniele fino ai nostri giorni.
L’espressione: “le fu dato il dominio” sottolinea la sconfinata estensione
dell’Impero di Alessandro.
Le quattro teste246 sul corpo del leopardo anticipano la durata effimera
dell’Impero greco-macedone. Ventidue anni dopo la morte del suo fondatore,
l’impero si frazionò in quattro monarchie indipendenti, due di effimera durata (i
regni di Macedonia e di Tracia) e due assai più longevi (i regni di Siria e d’Egitto
rispettivamente sotto i Seleucidi e i Tolomei).

7 Dopo questo, io guardavo, nelle visione notturne, ed ecco una


quarta bestia spaventevole, terribile e straordinariamente forte;
aveva dei denti grandi, di ferro; divorava e sbranava, e calpestava il
resto coi piedi; era diversa da tutte le bestie che l’avevano prece-
duta, e aveva dieci corna.

Gran parte dell’esegesi moderna di Daniele scorge in questo mostro senza nome

245 - Alessandro, come il felino che lo designa, era senza posa, inquieto, agitato, intrattabile,
insoddisfatto; e questo carattere si è trovato in quasi tutti i suoi successori. Non aveva ancora
21 anni quando tutti gli Stati della Grecia lo nominarono generale dei Greci, per attaccare il po-
tente impero dei Medo-Persiani. Nell’anno successivo passa in Asia e rovescia tutto sul suo
cammino, marcia, o piuttosto vola come una tempesta; la potente Tiro è bruciata; Gaza è an-
nientata; l’Egitto è conquistato in qualche settimana; Babilonia cade in mano sua: in cinque
anni di guerra rapida e vittoriosa come non si vide mai, questo giovane principe, appena all’età
di 26 anni, sale sul trono di Nabucodonosor e di Ciro, si vede monarca del mondo e si fa chia-
mare “il padrone della terra e del mare”.
246 - Alessandro muore giovane, a trent’anni circa, prima di riuscire ad organizzare il suo vasto
impero. Sul letto di morte, aveva detto ai suoi generali che gli avrebbero preparato dei funerali
sanguinosi. Infatti, vent’anni dopo, le sue conquiste furono divise fra i suoi quattro generali: Se-
leuco, Cassandro, Tolomeo e Lisimaco, che avevano trucidato tutti i suoi legittimi discendenti.
Questi quattro regni che si formarono furono quelli di Macedonia, Tracia, Egitto e Siria. Ecco
che cosa stavano a significare le quattro teste del leopardo: una divisione del territorio geogra-
fico del regno greco-macedone. Questa interpretazione è certa, anche perché assolutamente
analoga alla rappresentazione che, al cap. 8 di Daniele, si fa dello stesso impero. Qui esso è
simboleggiato da un caprone avente un grande corno fra gli occhi che poi si spezzerà e verrà
rimpiazzato da altre quattro corna. É l’angelo stesso a spiegare al profeta Daniele che si tratta
di una divisione dell’ impero in quattro regni distinti, aventi però minore potenza di prima (Dn
8:5-8,21,22).

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CAPITOLO 7

un simbolo del regno ellenistico della Siria247. Discordanze macroscopiche col


testo danielico, in parte già segnalate e che qui completiamo, rendono proble-
matica questa identificazione.

(1) La Siria dei Seleucidi è stata già prefigurata con una delle quattro
teste del leopardo.
(2) Il carattere universale della quarta monarchia è espressamente sotto-
lineato nel testo: “...divorerà tutta la terra” (v. 23). Il regno dei Seleucidi fu
soltanto una frazione dell’Impero macedone. Alessandro, e prima di lui i re
di Persia e di Babilonia, esercitarono un dominio universale, i Seleucidi mai.
(3) Il testo danielico differenzia espressamente le bestie-simbolo l’una
dall’altra: “...una diversa dall’altra” (v. 3). Marcate differenze etniche, lin-
guistiche, politiche e culturali distinsero fra loro i Babilonesi, i Persiani e i
Macedoni. Il regno dei Seleucidi fu un prolungamento ridotto dell’Impero
macedone del quale condivise la lingua, la cultura e l’appartenenza etnica
dei suoi dinasti. La diversità della quarta bestia è enfatizzata con insistenza
nel testo: “era diversa da tutte le bestie che l’avevano preceduta” (v. 7);
“...era diversa da tutte le altre...” (v. 19); “...un quarto regno ... che diffe-
rirà da tutti i regni” (v. 23).
(4) Le formule di transizione tra una bestia e l’altra nei vv. 4-7 presup-
pongono un distacco netto tra i regni che quelle bestie rappresentano: “ed
ecco un’altra bestia...” (v. 5); “dopo questo...eccone un’altra” (v. 6);
“dopo questo... ecco una quarta bestia...” (v. 7). Questo modo di rappor-
tare i regni fra loro suggerisce che ognuno di essi debba sorgere dopo che
il precedente sia caduto. I regni ellenistici, di cui uno fu la Siria dei Seleu-
cidi, non succedettero all’Impero macedone, ne furono la naturale conti-
nuazione.
(5) Gli aggettivi e i verbi che descrivono l’aspetto e l’attività della
quarta bestia (“spaventevole”, “terribile”, “straordinariamente forte”, “divo-
rava”, “sbranava”, “calpestava”), evocano una potenza politica e militare for-
midabile e invincibile quale non fu storicamente la Siria dei Seleucidi (cfr. il
commento a 2:39-40).
(6) L’identificazione del regno di Siria nella quarta bestia è una forza-
tura a cui obbliga l’aprioristica identificazione di Antioco Epifane nell’undi-
cesimo corno di quella bestia.

247 - Cfr. E. TESTA, “Daniele” in Il messaggio della salvezza a cura di G. CANFORA - P. ROSSANO - S.
ZEDDA, Torino-Leumann, 1965-69, vol. III, nota 7 alle pp. 142-143; C. SCHEDL, Storia del Vecchio
Testamento, Roma, 1959-66, vol. IV, p. 75; G. RINALDI, Daniele, Torino 1962, p. 111; G.
BERNINI, Daniele, Roma 1976, p. 215

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CAPIRE DANIELE

L’esegesi antica di Daniele, sia ebraica che cristiana, ha riconosciuto unanime-


mente l’Impero romano nel mostro indefinibile di Dn 7:7-8248. “Nel quarto regno
la massima parte dell’esegesi ha riconosciuto l’impero romano, a cominciare
dall’autore dell’apocrifo 4 Ed 12,10 ss (sec. I d.C.)249. In effetti si può affermare
che Dn 7:7,23 fotografa l’Impero romano.

(1) La quarta bestia è una delle quattro grandi bestie (vv. 3 e 17). L’im-
ponenza del mostro risponde alla dimensione mondiale dello stato romano
nell’età imperiale.
(2) La diversificazione della quarta bestia sottolineata con insistenza ha
riscontro nei caratteri peculiari della stirpe e della civiltà romana. Diversa fu
l’indole dei latini rispetto ai Greci e agli asiatici, diverse furono le strutture
di governo dei Romani, diverse le loro strategie militari, diversa la loro
struttura politica, diversa l’organizzazione amministrativa dell’Impero (si noti
che Alessandro aveva improntato a quelle dei Persiani le strutture di go-
verno e l’organizzazione amministrativa del suo impero mentre i Romani
mantennero le loro proprie strutture di governo e amministrative).
(3) All’entrata in scena della quarta bestia dopo l’uscita del leopardo,
risponde bene, storicamente, l’affermarsi di Roma nel Vicino Oriente dopo
che essa ebbe “fagocitato” ad uno ad uno i regni ellenistici eredi dell’Im-
pero di Alessandro.
(4) L’aspetto aggressivo della quarta belva, la sua forza, la sua voracità
e ferocia, la sua tracotanza evocano adeguatamente l’indole guerriera dei
Romani, la loro indomabile volontà di dominio, la potenza delle loro le-
gioni, la durezza verso i nemici sconfitti (“guai ai vinti !”): mai nel mondo si
erano visti tanti schiavi come nell’età imperiale romana.

Le 10 corna sulla testa della mostruosa creatura sono l’equivalente delle 10 dita
in cui si suddividono i piedi della statua nel cap. 2. Le corna sono interpretate
come “dieci re che sorgeranno da questo regno” (v. 24).
I moderni identificano nelle 10 corna 10 sovrani seleucidi e nell’undicesimo
Antioco Epifane. Su questa interpretazione torneremo più avanti. Nei capitoli 7 e
8 di Daniele sia le bestie che le corna appaiono ora come simboli di “re” (vedi
7:17,24), ora come simboli di “regni” (vedi 7:23; 8:32).
In Dn 7:19 e 23, 2:39 e 8:21 il termine “re”, o un pronome personale che sta
per esso, sono adoperati al posto del termine “regno”.
“Dieci re” in 7:24, come mostra la struttura grammaticale della frase, va in-

248 - Cfr. A. WIKENHAUSER, L’Apocalisse di Giovanni, Brescia 1968, nota 6 alle pp. 150-151; vedi
pure Introduzione, III, 1, 2.
249- G. RINALDI, op.cit., nota VI, p. 113.

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CAPITOLO 7

teso in senso collettivo (“regni”) e non in senso individuale. Il testo dice: “Le
dieci corna sono dieci re che sorgeranno da questo regno” (v. 24). La preposi-
zione aramaica min, come la corrispondente preposizione italiana “da”, denota
derivazione. Da uno stato unitario che si fraziona derivano stati minori, non re-
gnanti.
Quando Daniele vuole riferirsi al sorgere di regnanti individuali in una na-
zione, usa una preposizione aramaica diversa da min, come in Dn 11:2: “Ecco,
sorgeranno ancora in Persia tre re” (“in”, aramaico le).
Con una schiera numerosa di espositori antichi e moderni250, l’esegesi av-
ventista sostiene che le 10 corna, alla stregua delle 10 dita nel cap. 2, rappresen-
tano i regni romano-barbarici che s’instaurarono nei territori dell’Impero latino
quando venne meno la sua unità nel V secolo (vedi commento a 2:41-43).

8 Io esaminavo quelle corna, ed ecco un altro piccolo corno spuntò


tra quelle, e tre delle prime corna furono divelte dinanzi ad esso; ed
ecco che quel corno avea degli occhi simili a occhi d’uomo, e una
bocca che proferiva grandi cose.

Un fatto nuovo cattura l’attenzione di Daniele mentre osserva le 10 corna: fra di


esse ne spunta un undicesimo. Il nuovo corno cresce rapidamente e si fa spazio
fra le altre abbattendone tre. Presto il veggente si accorge che questo corno è di-
verso dalle altre, ha qualcosa di umano: ha occhi e bocca. E dalla bocca gli
escono “parole grandi”.

9 Io continuai a guardare fino al momento in cui furon collocati de’


troni, e un vegliardo s’assise. La sua veste era bianca come la neve, e
i capelli del suo capo eran come lana pura; fiamme di fuoco erano il
suo trono e le ruote d’esso erano fuoco ardente. 10 Un fiume di fuoco
sgorgava e scendeva dalla sua presenza; mille migliaia lo servivano,
e diecimila miriadi gli stavan davanti. Il giudizio si tenne, e i libri fu-
rono aperti.

Lo scenario cambia repentinamente. Un quadro di dimensione cosmica sovrasta


e fa impallidire la figura del mostro dalle 10 corna col “piccolo corno” cresciuto
che proferisce cose inaudite. Daniele adesso vede “l’aula giudiziaria” del tribu-
nale di Dio nella quale vengono collocati innumerevoli “troni” (aramaico korse’).
Il vocabolo aramaico indica un seggio speciale che era riservato a personaggi di
riguardo e per circostanze eccezionali (H.C. Leupold).

250 - Vedi Introduzione, III

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CAPIRE DANIELE

Sullo scanno centrale prende posto il Giudice dell’universo che Daniele de-
scrive come un “vegliardo” (aramaico }yimOy qyiT(a ’attîq yomîn, letteralmente “un
antico di giorni”). Il candore dei capelli (“come lana pura”) è indice di età vene-
randa. Non è una descrizione letterale della Maestà del cielo, ma una sua figura-
zione antropomorfica. Nessun occhio umano ha mai visto Dio nella realtà (1Tm
6:16; Gn 6:46; Es 33:20). Il biancore niveo delle vesti è simbolo di purezza,
quindi di equità assoluta.
Il “trono” sul quale siede l’”antico di giorni” è composto di sostanza eterea:
“fiamme di fuoco” (Leupold). Le “ruote” (cfr. Ez 1:16,26) evocano l’idea di movi-
mento rapido e cotinuo, quindi di onnipresenza e onniveggenza (in Ez 1:18 le
“ruote” del trono di Dio sono “piene di occhi”). Lo splendore insostenibile che
irradia dalla maestosa Figura centrale è descritto dal profeta come un accecante
torrente di fuoco. Daniele non identifica la moltitudine di esseri che stanno da-
vanti all’ìantico di giorni”, ma è chiaro che questi esseri sono angeli. Delle due
cifre “mille migliaia” (}yipl : )
a vel)e ’elef ‘alfîn) e “diecimila miriadi” (}fw: br
i OBir ribbô
rivwan), la seconda sembra voler rettificare la prima stimata al di sotto della
realtà, oppure si tratta semplicemente di parallelismo poetico.
Gli angeli stanno in presenza dell’Onnipotente pronti ad eseguire i suoi or-
dini. “Il giudizio si tenne e i libri furono aperti” (così la versione Riveduta). L’ara-
maico UxyitP: }yirp: si wº bityº )æ nyiD dinâ’ yetîv wesifrîn petîchîn è resa dalla versione
TOB: “ La corte sedette e i libri furono aperti” (lo stesso G. Rinaldi). Questa tra-
duzione è migliore: ddinâ’ è un pronome dimostrativo (“questi”, “costoro”), e
yetîv è un verbo che significa “sedettero”. Il testo descrive precisamente una
grande assise giudiziaria nella quale gli angeli fungono insieme da testimoni e
da giurati251. Quello che descrive Daniele in questo punto è il giudizio che pre-
cede il secondo avvento di Cristo, ovvero la prima fase del giudizio finale, la
quale per gli eletti di Dio costituirà un’azione liberatoria.
La seconda fase sarà rappresentata dal giudizio esecutivo il quale avrà per
oggetto la punizione dei reprobi252.
Quando siede la corte i libri si aprono (una scena analoga è descritta in
Apocalisse 20:12 dove pure si dice: “ed i libri furono aperti”).
Le Scritture alludono a tre libri celesti nei quali sono accuratamente regi-
strati i nomi e le azioni degli uomini:

1) Il libro della vita, dove sono scritti i nomi degli eletti di Dio (Es 32:32;
Sl 69:28). Nel libro della vita resteranno scritti i nomi degli eletti che avranno
perseverato fino alla fine (Ap 3:5). I nomi degli eletti che avranno apostatato sa-
ranno cancellati e la sorte di costoro sarà “lo stagno di fuoco” (Ap 20:15).

251 - Cfr. S.D.A.B.C., IV, p. 828.


252 - Cfr. S.D.A.B.C., ibidem.

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CAPITOLO 7

2) Il libro delle memorie, nel quale sono registrate con cura le azioni giu-
ste dei santi (Ml 3:16), ovvero le opere della fede (Ga 5:6).

3) Il libro della morte, sul quale sono riportate le opere malvage degli uo-
mini che si chiusero all’appello di Dio. Questo “libro” è presupposto in Ap 20:12
dove il giudizio e la sorte finale degli uomini sono fatti dipendere “dalle cose
scritte nei libri” in base alle loro azioni.
Poiché il destino finale degli uomini sarà la vita eterna o la morte eterna
(cfr. Dn 12:2; Mt 25:46; Gn 5:28,29; Rm 2:6-8), i “libri” debbono contenere le me-
morie delle opere giuste dei santi (il libro delle memorie) e il ricordo delle azioni
perverse dei ribelli (il libro della morte) I libri celesti non debbono essere imma-
ginati come oggetti materiali253..

11 Allora io guardai a motivo delle parole orgogliose che il corno


proferiva; guardai, finché la bestia non fu uccisa, e il suo corpo di-
strutto, gettato nel fuoco per esser arso. 12 Quanto alle altre bestie, il
dominio fu loro tolto; ma fu loro concesso un prolungamento di vita
per un tempo determinato.

A metà dell’interludio celeste si apre una parentesi. Lo sguardo del veggente ri-
torna sullo scenario terreno, dove si svolge l’atto finale del dramma cominciato
con l’uscita delle bestie dal mare agitato. Echeggiano ancora, nelle orecchie di
Daniele, le parole arroganti proferite dal “piccolo corno” e sono esse che lo
spingono a rivolgere di nuovo lo sguardo verso quella figura nefanda.
“Guardai finché...” (aramaico da( ty¢wh A hawêth ‘ad): questa frase presuppone
una continuazione dell’azione riferita precedentemente, ossia del parlare traco-
tante del corno. Probabilmente, Daniele ha visto anche l’attività devastante del
corno descritta nel v. 25 e può avere omesso di menzionarla volendo subito mo-
strare l’intervento risolutivo della giustizia divina.
Il corno agisce e la bestia viene punita. Evidentemente c’è una solidarietà
organica fra i due per cui la distruzione dell’una comporta quella dell’altro. La
bestia incarna più specificamente il potere secolare ostile a Dio ed al suo po-
polo, il corno rappresenta un’entità politico-ecclesiastica.
L’incenerimento della bestia con le sue corna, compreso l’undicesimo, ri-
chiama l’attenzione sull’annientamento radicale e definitivo del sistema di potere
che questi simboli rappresentano (Ap 19:20). E’ lo stesso sistema che Paolo in
2Te 2:3-4 designa con le espressioni “l’uomo del peccato”, “il figlio della perdi-
zione”, “ l’avversario”; è l’Anticristo che il Signore Gesù annienterà alla sua ve-

253 - Sui libri celesti vedi S.D.A.B.C., ibidem, p. 329; E.G.WHITE, The Great Controversy, pp.
480-481.

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CAPIRE DANIELE

nuta (2Te 2:8). Anche Giovanni predice la distruzione di questo sistema me-
diante il fuoco (Ap 19:20), e d’accordo con Paolo la associa alla seconda venuta
di Cristo (vv. 11-16). La quarta bestia dunque è annientata nel giudizio finale. E
delle altre che ne sarà? Con una rapida proiezione retrospettiva Daniele le rin-
traccia e nota che ad esse è stato dato di sopravvivere per un certo tempo dopo
che hanno perso il dominio.
Difatti se gli imperi di Babilonia, di Medo-Persia e di Macedonia scompar-
vero l’uno dopo l’altro, non scomparvero i popoli che ad essi avevano dato vita:
i Babilonesi, i Persiani ed i Greci continuarono ad esistere ciascuno con la pro-
pria lingua, le proprie tradizioni, la propria cultura, dopo il tramonto dell’entità
politica dentro la quale erano vissuti. Per Roma fu diverso. Ad essa non succe-
dette un quinto impero universale. Roma, sia pure sotto una forma diversa, ha
continuato e continua a imperare.

13 Io guardavo, nelle visioni notturne, ed ecco venire sulle nuvole del


cielo uno simile a un figliuol d’uomo; egli giunse fino al vegliardo, e
fu fatto accostare a lui. 14 E gli furon dati dominio, gloria e regno,
perché tutti i popoli, tutte le nazioni e lingue lo servissero; il suo do-
minio è un dominio eterno che non passerà, e il suo regno, un regno
che non sarà distrutto.

“Io guardavo nelle visioni notturne...” Questa formula nelle visioni apocalittiche
introduce un cambiamento di scena. La “parentesi” terrena si è chiusa, si apre di
nuovo lo scenario celeste e appare un quadro diverso dal precedente: “...ecco
venire sulle nuvole del cielo uno simile a un figliol d’uomo” (aramaico $æn) E rabK:
kevar ‘enash, letteralmente “come un figlio d’uomo”). Gli espositori della scuola
storica sono unanimi nell’identificare in questa figura celeste dall’aspetto umano
il Figlio di Dio.
L’espressione “un figlio d’uomo” è indeterminata. Il S.D.A.B.C. (vol. IV, p.
829) osserva che l’aramaico, alla stregua di altre lingue antiche, omette l’articolo
davanti al nome quando l’enfasi è posta sulla qualità, e lo adopera quando si
vuole sottolineare l’identità. Su questa enfatizzazione differenziata il Commenta-
rio avventista offre vari esempi: “ quattro bestie” in Dn 7:3, “tutte le bestie” nel v.
7; “un antico di giorni” (7:9), “ l’antico di giorni” nei verss. 13 e 22. Se la figura
che viene sulle nuvole fosse stata nominata una seconda volta, probabilmente
sarebbe comparsa preceduta dall’articolo.
“... ecco venire sulle nuvole del cielo...”. Nell’Antico Testamento le nuvole
sono spesso collegate alla presenza divina (Es 13:21; 14:24; 16:10; Le 16:2; Sl
97:2; 104:3).
Nel Nuovo Testamento la nuvola è associata al Cristo glorificato in terra (Mt
17:5; At 1:8) e più sovente al Cristo che viene dal cielo (Mt 21:27; 26:64; Mr

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CAPITOLO 7

13:26; 1Te 4:17; Ap 1:7; 14:4). In Dn 7:13 il simile a un figlio d’uomo non di-
scende sulla terra, si ferma presso l’Antico di giorni.
Non si descrive qui, dunque, il secondo avvento di Cristo, ma la sua investi-
tura regale al termine del ministero sacerdotale nel santuario del cielo (Eb 9:
11,12).
Questo evento celeste si compirà tra la fine del giudizio pre-avvento de-
scritto in Dn 7:9-10 e il giudizio esecutivo quando Cristo tornerà “per rendere a
ciascuno secondo l’opera sua” (Mt 16:27; Rm 16:6).
Il dominio di cui sarà investito il Figlio di Dio tra le due fasi del giudizio
sarà un dominio universale (“tutti i popoli, tutte le nazioni e lingue” lo servi-
ranno) e la sua signoria sarà eterna (il suo regno sarà “un regno che non sarà di-
strutto”; non ci sarà più un “dopo” come nel caso dei regni terreni).
Con questo colpo d’occhio sull’eternità si chiude la stupenda visione del
cap.7 di Daniele.

15 Quanto a me, Daniele, il mio spirito fu turbato dentro di me, e le


visioni della mia mente mi spaventarono. 16 M’accostai a uno degli
astanti, e gli domandai la verità intorno a tutto questo; ed egli mi
parlò, e mi dette l’interpretazione di quelle cose:

Un fugace cenno autobiografico s’interpone fra la descrizione della visione e la


sua interpretazione. Daniele declina il suo nome, quasi a volere attestare l’auten-
ticità di quanto ha esposto finora.
Il profeta confessa il profondo turbamento che ha suscitato in lui la visione
ed esterna il forte desiderio che ha provato di “conoscere la verità” sulle cose
che ha visto. Presso il profeta stanno alcuni personaggi non identificati.
L’aramaico )æYm A qf qa’amayya’ è tradotto “gli astanti” dalla Riveduta, “quelli
a )
che stanno là” da G.Rinaldi, “i vicini” dalla versione della C.E.I. È opinione gene-
rale fra gli espositori che si tratti di angeli.
Non è detto se essi siano stati presenti fin dal principio della visione o se
siano comparsi alla fine di essa. Daniele si avvicina ad uno degli angeli e gli do-
manda “la verità” sulle cose viste nella visione; la sua richiesta è accolta pronta-
mente: “ed egli mi parlò e mi dette l’interpretazione di quelle cose”.

17 “Queste quattro grandi bestie, sono quattro re che sorgeranno


dalla terra; 18 poi i santi dell’Altissimo riceveranno il regno e lo pos-
sederanno per sempre, d’eternità in eternità”.

L’interpretazione fornita dall’angelo è estremamente laconica. Le 4 grandi bestie


sono identificate come 4 re (nel vv. 23 sono dette “regni”) che debbono ancora
venire sulla terra (sulla loro identità vedi il commento ai vv. 4-7).

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CAPIRE DANIELE

Nel v. 17 è anticipata con estrema stringatezza e per grandi linee la storia


dei prossimi mille anni a partire da quel momento, e nel v. 18 è accennato il
lontano futuro escatologico, rimanendo in mezzo un vuoto di millenni.

19 Allora desiderai sapere la verità intorno alla quarta bestia, ch’era


diversa da tutte le altre, straordinariamente terribile, che aveva i
denti di ferro e le unghie di rame, che divorava, sbranava, e calpe-
stava il resto con i piedi, 20 e intorno alle dieci corna che aveva in
capo, e intorno all’altro corno che spuntava, e davanti al quale tre
erano cadute: a quel corno che avea degli occhi, e una bocca profe-
renti cose grandi, e che appariva maggiore delle altre corna.

La spiegazione estremamente generica e laconica dell’angelo ha lasciato Daniele


insoddisfatto.
Egli vorrebbe saperne di più sulla quarta bestia, sulle sue dieci corna e so-
prattutto sull’undicesimo tanto diverso dalle altre. Evidentemente sono stati que-
sti i particolari della visione che lo hanno impressionato di più.

21 Io guardai, e quello stesso corno faceva guerra ai santi e aveva il


sopravvento, 22 finché non giunse il vegliardo e il giudicio fu dato ai
santi dell’Altissimo, e venne il tempo che i santi possederono il regno.

Daniele torna col pensiero sulla visione e ne evoca due dettagli che aveva
omesso nella descrizione di essa. Il primo riguarda l’oggetto contro il quale si ri-
volse l’ira dell’undicesimo corno, il secondo concerne l’esito finale del conflitto.
Il “corno” perverso non solo parlava con arroganza, ma combatteva “i santi”
e li vinceva. Questo particolare deve avere suscitato nel profeta perplessità e an-
goscia. Per la seconda volta compaiono nelle rivelazioni danieliche “i santi”, e
qui compaiono come vittime e non come protagonisti.
Il riferimento precedente è stato fatto dall’angelo-interprete nel vers. 18
dove se ne anticipa la vittoria finale.
Qaddîshîn (“santi”) nell’aramaico è privo dell’articolo, il che implica che
l’accento è posto sulla qualità di questi esseri umani, non sulla loro identità. Chi
sono i “santi”? Sono i “separati”, secondo il senso fondamentale del termine
nell’aramaico come nell’ebraico. Sono il popolo di Dio (“i santi dell’Altissimo”).
La loro aspirazione è di servire il loro Signore: è questo che li mette in conflitto
con le potestà secolari.
I “santi” non saranno lasciati indefinitamente alla mercè del corno: essi sa-
ranno vendicati quando siederà in giudizio il Giudice delle nazioni: “e fu resa
giustizia ai santi” (versione T.O.B.). Allora saranno resi pertecipi della signoria
eterna (“e venne il tempo che i santi possedettero il regno”).

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CAPITOLO 7

23 Ed egli mi parlò così: “La quarta bestia è un quarto regno sulla


terra, che differirà da tutti i regni, divorerà tutta la terra, la calpe-
sterà e la frantumerà.

Il desiderio di Daniele di conoscere “la verità” sui dettagli finali della visione è
appagato. La quarta bestia raffigura un regno che sarà diverso da tutti i regni che
lo avranno preceduto, e tutti li supererà per la vastità dei territori conquistati
(“divorerà tutta la terra”), per l’attitudine sprezzante (“la calpesterà”), per la po-
tenza e la durezza (“la frantumerà”). Sulla identità storica di questo regno vedi il
commento del v. 7.

24 Le dieci corna sono dieci re che sorgeranno da questo regno; e,


dopo quelli, ne sorgerà un altro, che sarà diverso dai precedenti, e
abbatterà tre re. 25 Egli proferirà parole contro l’Altissimo, ridurrà
allo stremo i santi dell’Altissimo, e penserà di mutare i tempi e la
legge; i santi saran dati nelle sue mani per un tempo, dei tempi, e la
metà d’un tempo.

Le dieci corna sono interpretate come altrettanti “re” che sorgeranno dal quarto
regno (è presupposta la dissoluzione di quest’ultimo). Come si è già detto (vedi
commento al v. 7) “re” in questo punto deve comprendersi nel senso collettivo
di “regni” (anche le bestie interpretate come “re” nel vers. 17 sono identificate
come “regni” nel v. 24, ‘da questo regno’, e nel precedente ‘la quarta bestia è un
quarto regno’. Sull’identità dei 10 regni vedi il commento al v.7.
Il corno sorto per ultimo è identificato anch’esso come un “re” (“dopo
quelli ne sorgerà un altro”). Per questo corno vale quanto detto sopra riguardo
alle altre. Il carattere di questo re-regno e gli obiettivi che esso perseguirà sono
definiti attraverso una serie di caratteristiche e attribuzioni che gli vengono rife-
rite e che si possono così elencare:

1. Sarà diverso dagli altri regni.

2. Di quei re-regni ne abbatterà tre.

3. Parlerà contro l’Altissimo.

4. Penserà di sterminare i santi dell’Altissimo.

5. Avrà in animo di mutare i tempi e la legge (stabiliti da Dio).

6. Avrà in suo potere i santi dell’Altissimo per tre tempi e mezzo.

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CAPIRE DANIELE

Gli interpreti moderni vedono nel “piccolo corno” un simbolo del re di Siria An-
tioco IV Epifane (175-164 a.C.) oppressore dei Giudei.
Per quanto ci sia qualche analogia fra l’attività vessatoria di Antioco IV con-
tro il popolo giudaico (cfr. 1Maccabei 1:41-61), macroscopiche discrepanze fra il
simbolo profetico e la figura storica a cui si è voluto accostarlo rendono molto
problematica questa identificazione.

(1) Il “piccolo corno” sorge dopo le dieci (v. 24 u.p.). Esso si configure-
rebbe dunque come un undicesimo “re”. Antioco IV fu l’ottavo dinasta se-
leucide, non l’undicesimo, avendo avuto sette e non dieci predecessori.
Dieci corna non possono rappresentare sette regnanti.
(2) Il “piccolo corno” nella sua crescita fa cadere tre delle corna preesi-
stenti. Antioco IV passò sopra i diritti dinastici di due nipoti, Demetrio e An-
tioco, figli del defunto Seleuco IV fratello dell’Epifane254. L’esistenza di un
terzo figlio di Seleuco IV, ipotizzata per far coincidere la storia col testo da-
nielico, non è stata mai dimostrata255.
(3) Antioco Epifane non tentò di cambiare le sacre istituzioni dei Giu-
dei (i “tempi” e la “legge”) come si dice in Dn 7:25 a proposito del “piccolo
corno”, semplicemente ne decretò la soppressione (cfr. 1Maccabei 1:44,45).
(4) Daniele fa durare tre tempi e mezzo, ovvero, come si spiegherà più
avanti, tre anni e mezzo, la persecuzione del “piccolo corno” contro i “santi
dell’Altissimo”. La persecuzione antigiudaica di Antioco Epifane si colloca
fra il 15 Dicembre 167 a.C. (la data della erezione di una statua di Giove ca-
pitolino nel tempio di Yahweh in Gerusalemme) e il 25 Dicembre 164 a.C.,
quando fu celebrata la dedicazione del tempio purificato256. La durata della
persecuzione fu dunque di tre anni e dieci giorni. Il divario di quasi sei
mesi rispetto al tempo indicato da Daniele è davvero inspiegabile se la
composizione del libro risale, come si dice, esattamente a quell’epoca.
(5) L’attività del “piccolo corno” copre uno spazio temporale che su-
pera di gran lunga il breve arco di tempo di una vita umana, estendendosi
fino al tempo del giudizio e dell’instaurazione del regno eterno di Dio (Dn
7:26,27). La persecuzione dei “santi” rappresentò soltanto una parte di tale
attività. Ne consegue una impossibilità logica di identificare questo simbolo
con una figura storica individuale.

254 - Cfr. G.RICCIOTTI, Storia d’Israele, Torino 1947, vol.II, pp. 266-267.
255 - Cfr. G. RINALDI, op.cit., p. 112.
256 - Cfr. G.RICCIOTTI, op.cit., pp. 270 e 292.

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CAPITOLO 7

I primi espositori cristiani di Daniele, avendo identificato l’Impero romano nella


quarta bestia e una serie di re o regni minori nelle dieci corna, riconobbero
quasi all’unanimità l’Anticristo futuro nell’undicesimo corno.
Girolamo in particolare difese con energia questo punto di vista contro
l’opinione di Porfirio. Egli scrisse nel suo commentario su Daniele: “ E’ inutile
che Porfirio insinui che il corno piccolo spuntato dopo le dieci corna, sia An-
tioco Epifane...”257. Poche righe più avanti aggiunge: “ Diciamo dunque ciò che
ci hanno tramandato tutti gli scrittori ecclesiastici: verso la fine del mondo,
quando l’Impero romano sarà in completa dissoluzione, verranno dieci re che si
divideranno l’Impero romano, e sorgerà poi un altro piccolo re, l’undicesimo,
che dei dieci re ne abbatterà tre”. Due paragrafi dopo Girolamo identifica l’undi-
cesimo corno con “l’uomo del peccato” preconizzato in 2Te 2:2,3: “è l’uomo del
peccato, il figlio della perdizione, tanto che ha il coraggio di piazzarsi nel tempio
di Dio proclamandosi lui stesso Dio”258.
Sull’interpretazione della parte finale della visione Girolamo si fa dunque
portavoce di una tradizione esegetica ben consolidata nella Chiesa antica: “...di-
ciamo... ciò che ci hanno tramandato tutti gli scrittori ecclesiastici...”. In effetti
prima di lui avevano commentato allo stesso modo Dn 7:7,8: Giustino, Ireneo,
Ippolito (eccezion fatta per il “piccolo corno”), Cipriano, Lattanzio e Cirillo.
Eccettuati i primi tre, questi antichi espositori cristiani di Daniele si aspetta-
vano nel futuro immediato la dissoluzione dell’Impero romano (già in declino al
loro tempo) e l’insorgere dell’Anticristo seguito a breve intervallo di tempo dal
ritorno del Signore, il giudizio dell’Anticristo e la fondazione del regno eterno di
Dio. Non c’era quindi nessuna difficoltà per loro a immaginare il “piccolo corno”
come una figura umana individuale. Nel nostro tempo, con sedici secoli di storia
alle spalle, quel punto di vista è superato. Nel potere antidivino che nasce dopo
lo sfacelo del quarto regno è giocoforza intravedere una successione di “re”, una
sorta di dinastia ininterrotta, un sistema di potere che doveva svilupparsi nella
storia fra la caduta dell’Impero romano d’Occidente e il tempo ancora futuro del
ritorno di Cristo. Nel rispetto delle opinioni contrarie e senza volere offendere i
sentimenti religiosi dei cattolici, dobbiamo ricordare che fin dal XIII secolo è
stato scorto nel “piccolo corno” di Dn 7 un simbolo del papato storico. Fu Ebe-
rardo II, arcivescovo di Salisburgo (1200-1246), il primo a proporre questa identi-
ficazione nel 1240259. In Inghilterra fece sua questa interpretazione John Wycliff,
il noto professore di Oxford e precursore della Riforma, morto nel 1384. Nel XVI
secolo fu rilanciata dai padri della Riforma e in seguito fu mantenuta dai loro
continuatori (da Cramner a Knox) e applicata praticamente da tutti gli espositori

257 - Girolamo su Daniele, Roma 1966, p. 105,


258 - Ibidem
259 - Cfr. LE ROY EDWIN FROOM, op.cit., pp. 797, 798; S.D.A.B.C., vol. IV, pp. 50,51.

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CAPIRE DANIELE

protestanti conservatori nel Vecchio e nel Nuovo continente260. Un espositore


evangelico contemporaneo osserva: “...le confessioni luterane hanno visto giusto
nell’identificare il papa con l’anticristo, anche se il loro punto di vista è stato ridi-
colizzato o minimizzato. Siffatta svalutazione dipende dal non avere tenuto
conto di quanto i riformatori avessero compreso a fondo il papato. L’odierna
comprensione superficiale di questa realtà non poteva che condurre ad una in-
terpretazione superficiale”261. La chiesa romana reagì a questa presa di posizione
dei protestanti sull’identità dell’Anticristo e, rifiutata l’ermeneutica profetica sto-
rica, stravolse l’esegesi antica e introdusse due sistemi interpretativi rivoluzionari
e contraddittori tra loro: l’ermeneutica futurista e l’ermeneutica preterista (vedi
Introduzione, III, 4).
Gli espositori avventisti di Daniele fin dal principio si sono attestati sulle
posizioni dei primi esegeti cristiani privilegiando l’ermeneutica storica applicata
dai Padri della Chiesa fino al V secolo, ripristinata da Gioacchino da Fiore nell’XI
secolo, ripresa dai Riformatori nel XVI secolo e mantenuta dai continuatori della
Riforma fino alle soglie dei tempi moderni. L’identificazione del persecutore di
Dn 7:8,21-25 deve necessariamente tenere conto di tutte le informazioni che for-
nisce il testo danielico: delle implicazioni spazio-temporali come dei caratteri
distintivi e degli aspetti differenziati della sua attività.
Consideriamo ad una ad una le suddette informazioni e confrontiamole con
lo sviluppo storico del papato.
1. Il potere raffigurato dal “piccolo corno” sarebbe sorto quando già avreb-
bero regnato i “re” simboleggiati dalle dieci corna: “e dopo di quelli ne sorgerà
un altro...” (v. 24). Questa indicazione di ordine temporale orienta al periodo
post-romanico, quando nei territori dell’Impero d’Occidente già dominavano i
regni barbarici. Il potere temporale dei pontefici romani si affermò nel secolo
VIII, quando i re franchi donarono al vescovo di Roma i territori italici tolti ai
Longobardi.262 Nacque così lo Stato della Chiesa sul quale i pontefici romani re-

260 - Cfr. S.D.A.B.C., ibidem.


261 - H.C. LEUPOLD, op.cit., p. 323.
262 - Nel 752 Astolfo re dei Longobardi occupò Ravenna ponendo fine al dominio bizantino
nell’Italia del Nord. Poi marciò alla volta di Roma. Papa Stefano II, dopo avere inutilmente solle-
citato l’intervento di Costantinopoli, si rivolse ai Franchi. Nel 754 Pipino il Breve scese in Italia
alla testa di un esercito franco e sconfisse Astolfo, costringendolo a cedergli Ravenna e le altre
terre occupate. Di quelle terre Pipino fece dono al papa “che ormai senza più esitare cercava di
sostituirsi in Italia all’Impero” (P. VILLARI, Le invasioni barbariche in Italia, Milano 1905, p. 379).
Pipino dovette tornare in Italia due anni dopo, ancora su richiesta di papa Stefano, perché
Astolfo minacciò di nuovo Roma. Sconfitto per la seconda volta il Longobardo dovette conse-
gnare al vincitore un numero maggiore di città di cui il re dei Franchi consegnò le chiavi a Ste-
fano II insieme con l’atto di donazione “a San Pietro, alla santa Repubblica romana ed a tutti i
successivi pontefici” (P. VILLARI, ibidem, p. 374). Nacque così lo Stato della Chiesa sul quale i
pontefici regnarono da veri sovrani.

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CAPITOLO 7

gnarono da veri sovrani fino al 1870. Ma la supremazia universale della sede ro-
mana sulla cristianità in realtà era stata riconosciuta ufficialmente con un editto
imperiale due secoli prima.263
2. Secondo Dn 7:8 l’undicesimo corno cresce (aramaico silqath) fra le dieci
corna. Girolamo traduce meglio l’aramaico beneheon: “de medio eorum”; così
pure varie versioni moderne: “in mezzo a quelle” (TOB), “in mezzo ad esse”
(Bernini), “in mezzo a queste” (G.Rinaldi). La locuzione avverbiale orienta in
senso spaziale. Il potere di cui è simbolo il “piccolo corno” doveva sorgere e
crescere in un punto geografico centrale rispetto ai regni germanici sparsi nei
territori dell’ex impero latino, ovvero nel cuore stesso di quei territori, a Roma. E
in Roma si sviluppò e si affermò il papato storico.264
3. Il “piccolo corno” crescendo si fa spazio con l’abbattere tre delle corna
precednti (vv. 8a e 20a). Ciò sta a significare che il potere che esso raffigura nel
corso del suo sviluppo storico avrebbe fatto cadere tre dei regni preesistenti (v.
24 u.p.). È noto dalla storia che le popolazioni germaniche che si insediarono
nei territori dell’Impero latino, a parte i Franchi, abbracciarono via via la fede
ariana invisa ai cattolici. La presenza di forti regni ariani in Italia e nell’Africa del
nord, dove il cattolicesimo era fiorente, era una circostanza assai sgradita per il
vescovo di Roma. L’intervento diretto o indiretto di Bisanzio, che allora si ergeva
a paladina della fede cattolica, determinò la caduta, uno dopo l’altro, di tre regni
germanici ariani che riducevano la libertà d’azione di Roma papale: degli Eruli in

263 L’imperatore Giustiniano verso la Chiesa si comportò da degno successore di Costantino.


Sulle questioni religiose egli ebbe completa identità di vedute col pontefice romano. Nel 533
annunciò con una lettera a papa Giovanni II (532 - 535) di avere posto sotto l’autorità del pon-
tefice il clero e la chiesa d’Oriente fino ad allora separati da Roma. Ecco i passi più significativi
della lettera di Giustiniano a Giovanni II: “ Giustiniano, vittorioso, pio, beato, illustre trionfante,
sempre augusto; a Giovanni, patriarca e santissimo arcivescovo della città di Roma:... Poiché
abbiamo sempre cercato di mantenere l’unità della Vostra Sede Apostolica e di mantenere le
sante chiese di Dio nello stato in cui sono oggi, ovvero nella pace, e liberarle da ogni contra-
rietà, abbiamo invitato tutto il clero dell’Oriente ad unirsi e a sottomettersi alla Vostra Santità...
Voi che siete il Capo della Chiesa ... Noi domandiamo dunque... che Vostra Santità approvi tutti
coloro che credono a quanto abbiamo sopra esposto e condanni la perfidia di quanti giudaica-
mente hanno osato negare la fede legittima... Che la Divinità, o santo e religiosissimo Padre,
Vi conceda lunga vita” (da JEAN VEULLEUMIER, L’Apocalypse..., Dammarie-les-lys 1948, p. 231).
Nella stessa lettera Giustiniano conferma legalmente il vescovo di Roma “capo di tutte le
sante chiese” e “capo di tutti i santi ministri”. In una seconda lettera si compiace col papa per
la sua solerzia nel “correggere” (leggi “perseguitare”) gli eretici (vedi S.D.A.B.C., vol. IV, p.
827). Le lettere di Giustiniano furono incorporate nel Codex del Corpus Juris Civilis, libro I, ti-
tolo I, con piena forza di editto imperiale. Per la prima volta nella storia l’autorità imperiale rico-
nosceva ufficialmente il vescovo di Roma capo supremo della Chiesa universale e “correttore
degli eretici”.
264 - Vedi Appendice 7A a fine capitolo.

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CAPIRE DANIELE

Italia nel 493, dei Vandali nell’Africa del nord nel 534, degli Ostrogoti ancora in
Italia fra il 535 e il 553.265 In questi tre avvenimenti storici gli espositori avventisti
hanno ravvisato all’unanimità il compimento di ciò che raffigurava la caduta
delle tre corna al crescere del “piccolo corno”.
4. L’undicesimo corno, insignificante al suo nascere (aramaico hfry"(zº zê’irah,
“minuscolo”, v. 8 u.p.), cresce fino a superare le altre corna (“appariva maggiore
delle altre corna”, v. 20 u.p.). Dal tempo di Leone I (V secolo) l’influenza ed il
prestigio del papato crebbero grandemente fino a giungere alla massima po-
tenza nei secoli XI e XIII con i pontificati di Gregorio VII (1073-1085) e Inno-
cenzo III (1198-1216). Le Crociate, l’Inquisizione, le lotte sostenute contro l’Im-
pero furono tra le espressioni più significative del potere enorme dei papi nel
Medioevo. In questo periodo storico l’autorità dei pontefici romani spesso sovra-
stò quella dei potentati secolari.
5. Il “piccolo corno” si presenta agli occhi del veggente con insoliti carat-
teri umani (“aveva degli occhi simili a occhi d’uomo e una bocca che proferiva
grandi cose”, v. 8 u.p.). Questi particolari evidenziano una diversificazione ed
una singolarità dell’undicesimo corno rispetto alle altre che il testo sottolinea
espressamente: “ne sorgerà un altro, che sarà diverso dai precedenti” (v. 24 u.p.).
Il potere dei papi si differenziò dal potere dei sovrani secolari per essere stato
nel medesimo tempo spirituale e secolare, ecclesiastico e politico; i pontefici ro-
mani furono sovrani teocratici. Gli “occhi simili a occhi d’uomo” nel “piccolo
corno” evocano chiaroveggenza e lungimiranza non comuni.
La storia dei papi mostra come gli uomini che hanno occupato nei secoli il
trono pontificio siano stati fra i più sagaci e perspicaci che la Chiesa cattolica ab-
bia saputo esprimere: uomini che hanno visto chiaro nelle cose e lontano nel
tempo, che hanno espresso una rara capacità di prevedere e provvedere con
tempestività. La “bocca che proferisce cose grandi” (aramaico }fbr : b
: r
a liLm
a m
: {upU
ufum memallil revrevân, vv. 8 e 20b) fa pensare a pronunciamenti che avreb-
bero avuto un impatto enorme nella storia ecclesiastica e politica. Tali furono in
effetti le bolle, in specie quelle di scomunica, e le encicliche dei papi nei secoli.
Il v. 25 spiega ulteriormente: “proferirà parole contro l’Altissimo” (aramaico liLm a yº
)
f yfL(i dacl: }yiLmi U umillîn letzad ‘illay’a yemallil ). Il S.D.A.B.C. osserva: “Letzad si
può tradurre ‘in alto contro’, con l’implicazione che il piccolo corno nell’opporsi
all’Altissimo si esalti al punto di eguagliarsi a Dio (vedi su II Te 2:4; cfr. Is 14:12-
14)”266.
Il passo parallelo di Ap 13:5 recita: “E le fu data una bocca che proferiva
parole arroganti e bestemmie”. Certe rivendicazioni inaudite dei pontefici romani

265 - Vedi Appendice 7B a fine capitolo.


266 - Vol. IV, p. 831.

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CAPITOLO 7

nei secoli passati267 rispondono in modo sorprendente a queste anticipazioni


della Parola profetica. Nella nostra cultura la bestemmia è l’insulto verbale all’in-
dirizzo della Divinità, ma nell’ambiente giudaico essa si configurava come l’attri-
buzione indebita di prerogative divine a creature umane o la rivendicazione di
siffatte prerogative da parte di una creatura umana. Il vangelo di Giovanni ri-
corda un episodio in cui Gesù, essendosi eguagliato a Dio, i giudei lo accusa-
rono di bestemmia e tentarono di lapidarlo (Gv 10:30-33).
6. Il potere che s’incarna nel simbolo del “piccolo corno”, dice l’angelo al
profeta, “ridurrà allo stremo i santi dell’Altissimo” (aramaico )"Lb a yº }yénOy:l(e y"$yiDqa l: U
uleqaddîshê ‘elyonîn yevalle’). Il verbo bl’, di cui yevalle’ è la terza persona sin-
golare dell’imperfetto, significa “distruggere”, “sterminare” (la Bibbia TOB tra-
duce letteralmente: “distruggerà i santi dell’Altissimo”). Nel v. 21 la stessa azione
violenta del “piccolo corno” è descritta così: “faceva guerra ai santi e aveva il so-
pravvento”. Come non scorgere in queste parole un riferimento profetico alle
guerre di religione che funestarono la Francia nel XVI secolo, come non vedervi
un’anticipazione delle persecuzioni continue e implacabili contro gli “eretici” ad
opera dei principi e dei sovrani cattolici su istigazione della curia romana? Le
crociate sanguinose contro gli Albigesi e i Valdesi nel Medioevo e contro gli
Hussiti e gli Ugonotti in tempi più recenti, figurano tra le pagine più nere della
storia dell’Europa cattolica.
La Chiesa romana non nega di aver perseguitato gli “eretici” e rivendica la
legittimità di siffatta violenta azione repressiva nell’ambito dell’esercizio di un’au-
torità che essa pretende di avere ricevuto da Gesù Cristo.
7. L’angelo-rivelatore spiega a Daniele che il sinistro persecutore dei santi
penserà anche “di mutare i tempi e la legge” (aramaico tfdwº }yénm : zé hfy næ $
: h
a l
: raBs: yé wº
weyisbar lehashnayah zimnîn wedath).
Il vocabolo sevar (da cui viene l’imperfetto isbar reso dalla Riveduta “pen-
serà”), secondo B.DAVIDSON come verbo significa “sperare” e come sostantivo
“scopo”, “mira”, “intenzione” (The Analythical Hebrew and Chaldee Lexicon). Il
verbo shna’ (da cui deriva l’imperfetto hashnâyah) significa “cambiare”, “alte-
rare”, “rendere diverso” (ibidem). In riferimento all’oggetto dell’intenzione del
“piccolo corno”, Daniele usa il vocabolo zimnîn (forma plurale di zimn’) che ha
il senso di “tempi fissati, tempi stabiliti”. Con questa valenza il termine ricorre in
Dn 2:16; 3:8; 4:36; 6:10,13; 7:12.
Per esprimere il concetto più generico di “tempo” (anche di “anno”) Da-
niele usa un altro vocabolo, ‘iddan (plur. ‘iddanîn): cfr. 2:21; 4:16,23,25,32.
W.Gesenius spiega in Hebrew - Chaldee Lexicon to the Old Testament, alla voce
zimna’, che questo termine “è usato in riferimento ai tempi sacri (giorni festivi)”

267 - Vedi Appendice 7C a fine capitolo.

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CAPIRE DANIELE

e cita come esempio Dn 7:25. L’aramaico dath significa “legge” in generale, ma


in un contesto religioso acquista il senso specifico di “legge divina”, anche di
“religione”, “sistema religioso” (cfr. W.GESENIUS, ibidem, il quale rimanda a Dn
7:25 ove dath ricorre con questa accezione).
Dunque Daniele ha voluto dirci che il potere che si cela nel “piccolo corno”
avrebbe avuto in animo (si sarebbe prefisso) non già di abolire, ma di alterare i
tempi sacri fissati da Dio (i Sabati) e la legge divina, ovverosia il Decalogo base
morale dell’Antica e della Nuova Alleanza (vedi Es 24:3,8; Gr 31:31-33; Eb 10:14-
17; Rm 2:13; 13:8-10).
La Chiesa romana non ha abolito il riposo religioso settimanale prescritto dal
IV comandamento del Decalogo, ne ha alterato il valore e il significato con
l’averlo trasferito arbitrariamente dal settimo al primo giorno della settimana268. Il
cambiamento del giorno di riposo da un lato e l’introduzione del culto delle im-
magini dall’altro hanno condotto all’alterazione della legge divina con la soppres-
sione del secondo comandamento, il cambiamento del quarto e la divisione in due
del decimo per colmare il vuoto lasciato dall’eliminazione del secondo. Quella
legge Gesù Cristo l’aveva dichiarata solennemente inalterabile (Mt 5:17-18).
8. La durata del sopravvento del “piccolo corno” sui santi dell’Altissimo è
fissata con precisione: “i santi saranno dati nelle sue mani per un tempo, dei
tempi e la metà d’un tempo” (aramaico }fD(i galp: U }yénD
f (i wº }fD(i -da( ‘ad ‘iddan we‘id-
danîn ûfelag ‘iddân, letteralmente “fino a un tempo, tempi e la metà di un
tempo”). Per largo consenso dei commentatori in questo contesto ‘iddân - ‘id-
danîn si deve intendere “anno - anni”269.
I massoreti lessero il gruppo consonantico ‘ddnn come una forma plurale e
così lo vocalizzarono, ma è opinione diffusa tra gli studiosi di Daniele che esso
dovrebbe leggersi come un duale (‘iddanaîn). Sta di fatto che lo stesso periodo
profetico ricorrente nell’identica forma in Ap 12:14 (“un tempo, dei tempi e la
metà di un tempo”, greco ’ekei kairòn kaì kairoùs kaì ‘emisu kairou), nel v. 6
dello stesso capitolo compare in una forma diversa che autorizza a leggere kai-
roùs “due tempi”, cioè nella forma “milleduecentosessanta giorni” (greco ‘eméras
chilias diakosìas ‘exekonta). Milleduecentosessanta giorni equivalgono esatta-
mente a tre anni e mezzo calcolando gli anni come formati da 360 giorni (non
sono giorni ed anni di calendario, ma giorni ed anni profetici). In definitiva, la
durata del sopravvento del “piccolo corno” sui santi dell’Altissimo è fissata in Dn
7:25 in tre anni e mezzo profetici.
Espositori ebrei di Daniele equipararono ad anni solari i giorni degli anni
profetici prima ancora dei commentatori cristiani. Agli inizi del IX secolo il dotto
giudeo Nahawendi interpretò come anni solari i 1290 e i 2300 giorni profetici di

268 - Vedi S.BACCHIOCCHI, Un esame dei testi biblici e patristici..., tesi di laurea, 1974.
269 - Cfr. S.D.A.B.C., vol. IV, p. 833.

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CAPITOLO 7

Dn 12:11 e 8:14. Altri studiosi ebrei nei secoli X, XI, XII e XIII applicarono lo
stesso principio d’interpretazione ai “giorni” delle profezie danieliche270.
Fra i cristiani l’abate Gioacchino da Fiore, nel XII secolo, fu il primo esposi-
tore delle profezie apocalittiche ad eguagliare ad anni solari i giorni profetici271.
Da allora fino ai nostri giorni sono stati numerosi, in particolare fra gli acattolici,
gli espositori di Daniele e dell’Apocalisse di Giovanni che hanno seguito questo
criterio esegetico272. Gli avventisti, da William Miller in poi, lo hanno applicato
senza eccezioni.
Dunque per 1260 anni i santi dell’Altissimo dovevano essere alla mercé di
un potere autoritario e persecutore, quel potere che abbiamo identificato nel pa-
pato storico.
Come delimitare nella storia questo ampio arco di tempo? Vari espositori
protestanti avevano proposto prima di Miller gli anni 538 e 1798 come terminus
a quo e terminus ad quem di questo periodo temporale. Vediamo come si giusti-
ficano sul piano della storia queste date.
Nel 533 l’imperatore Giustiniano introdusse nel Corpus iuris civilis un de-
creto col quale poneva tutte le chiese e tutti i vescovi d’Oriente, fino ad allora
indipendenti da Roma, sotto l’autorità del pontefice romano, e conferiva a lui
l’ufficio ed il potere di “correttore degli eretici”, in pratica lo investiva del diritto
e dell’autorità di perseguitare i cristiani dissidenti. Solo 5 anni dopo, però,
quando gli Ostrogoti abbandonarono l’assedio di Roma strenuamente difesa dai
Bizantini, il papa fu in grado di esercitare i poteri che gli conferiva l’editto impe-
riale. Dunque dal 538 il pontefice romano fu di fatto e non soltanto di diritto il
capo universale della Chiesa e il correttore degli “eretici”.
Milleduecentosessanta anni dopo, nel 1798, un evento che allora parve in-
credibile mise fine al potere temporale dei papi: le truppe francesi agli ordini del
generale Berthier, vittoriose nella campagna d’Italia, occuparono Roma, e il loro
comandante supremo per incarico del Direttorio depose Pio VI e lo mandò in
esilio a Valence, nella Francia del sud, proclamando solennemente la fondazione
della Repubblica Romana.
“Con la morte di Pio VI a Valence il papato sembrò annientato. Tant’è vero
che in Francia papa Braschi veniva chiamato Pio Sesto ed Ultimo”273.
Con la deposizione e l’esilio di Pio VI ad opera del Direttorio, finivano per
la Chiesa romana dodici secoli e mezzo di influenza sui potentati secolari per re-

270 - Cfr. LE ROY EDWIN FROOM, op. cit., p. 713.


271 - Ibidem, pp. 712-713.
272 - Cfr. LE ROY EDWIN FROOM, op.cit., voll. II, III e IV.
273 - J.GELMI, I Papi da Pietro a Giovanni Paolo II, Milano 1987, pp. 214-215.

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CAPIRE DANIELE

primere la dissidenza religiosa, e per i cristiani dissidenti terminava un lungo pe-


riodo di vessazioni e persecuzioni sanguinose.
La rispondenza dei fatti storici ai vaticini della profezia avalla nello stesso
tempo la profezia stessa e l’interpretazione storica che se ne è data fin qui.

26 Poi si terrà il giudizio e gli sarà tolto il dominio, che verrà di-
strutto ed annientato per sempre. 27 E il regno e il dominio e la gran-
dezza dei regni che sono sotto tutti i cieli saranno dati al popolo dei
santi dell’Altissimo; il suo regno è un regno eterno, e tutti i domini lo
serviranno e gli ubbidiranno”.

Nell’aramaico le prime due parole del v. 26 sono identiche alle prime due parole
dell’ultima frase del v.10: dinâ’ yittiv. La traduzione di G.Rinaldi è più conforme
all’originale di quanto non lo sia la traduzione della Riveduta: “La corte poi s’as-
siderà”. Questo versetto dunque (il 26) non fa che interpretare i vv. 10 e 11, ma
avendo in più un riferimento al dominio che verrà tolto al corno.
Finalmente il “piccolo corno” (e non il dominio come sembra suggerire la
Riveduta) sarà “distrutto e annientato per sempre” (è un’allusione al giudizio ese-
cutivo che avrà luogo alla fine dei mille anni dei quali si parla in Ap 20:7,10. La
fine del sistema anti-divino rappresentato dal corno, decretato nel giudizio pre-
avvento (“la corte poi s’assiderà”), sarà radicale e definitiva.
Mentre nel v. 11 è la bestia che viene distrutta, secondo il v. 26 lo è il
corno. Segno evidente, come si è osservato nel commento del v.11, che la bestia
e il corno formano una unità organica: essi che hanno in comune la responsabi-
lità morale dell’opposizione contro Dio, divideranno infine la sorte finale.
Il v. 27 riprende e amplifica la rivelazione stringata che era stata fatta nel
v.18 circa l’attribuzione del regno ai santi dell’Altissimo: Lì si diceva laconica-
mente che “i santi dell’Altissimo riceveranno il regno...”, qui si annuncia che “il
regno e il dominio e la grandezza dei regni che sono sotto tutti i cieli saranno
dati al popolo dei santi dell’Altissimo”.
Tre espressioni di senso affine: “il regno”, “il dominio” e “la grandezza dei
regni”, sottolineano la pienezza del potere che sarà conferito ai santi; una quarta:
“che sono sotto tutti i cieli”, ne evidenzia l’universalità spaziale. L’ultima frase: “è
un regno eterno”, enfatizza la durata senza fine del regno dei “santi”.
Secondo il v.14 è il “figlio dell’uomo” ad essere investito del dominio e del
regno eterni dopo la sessione della corte celeste; i vv. 18 e 27 invece li attribui-
scono ai santi dopo la distruzione del corno, mentre l’ultima parte del v. 27 li ag-
giudica all’Altissimo (“il suo regno”).
La triplice attribuzione non è contraddittoria. Il Nuovo Testamento cita 19
volte il Sl 101:1, direttamente o implicitamente, riferendolo al Messia (Mt. 22:44;
26:64;At 2:34; Rm 8:34; Ef 1:20; Cl. 3:1; Eb 1:13; 13:12; 1Pie 3:22, ecc...). Lo stare

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CAPITOLO 7

seduto e l’essere stato esaltato alla destra del Padre indicano lo status regale del
Figlio di Dio274. La reggenza di Dio Padre sul mondo e la co-reggenza del Figlio
furono per così dire una reggenza e una co-reggenza di diritto ma non di fatto
giacché di fatto quaggiù regnarono la bestia e il suo undicesimo corno quali
strumenti di potere del “principe di questo mondo” (Gv 14:30). Soltanto alla vigi-
lia del suo ritorno in gloria, dopo il giudizio pre-avvento, quando sarà stata pro-
nunciata la sentenza definitiva sul “principe di questo mondo” e sui suoi emis-
sari terreni, Gesù Cristo riceverà l’investitura del regno tolto al diavolo e ai suoi
accoliti umani. È anche scritto che Gesù Cristo renderà partecipi i suoi eletti glo-
rificati della sovranità universale che Egli a sua volta dividerà col Padre: “ed essi
tornarono in vita e regnarono con lui mille anni” (Ap 20:4; cfr. 2Tm 2:12).

28 Qui finirono le parole rivoltemi. Quanto a me, Daniele, i miei pen-


sieri mi spaventarono molto, e mutai di colore; ma serbai la cosa nel
cuore.

Daniele chiude con un rapido cenno autobiografico il racconto della visione e


della sua interpretazione, e ancora una volta declina il suo nome come a voler
confermare l’autenticità di quanto ha riferito.
C’informa sul forte impatto fisico ed emotivo che la visione ha avuto su lui:
“i miei pensieri mi spaventarono molto, e mutai di colore”. Tutto questo è indice
di un forte stress psicofisico. Daniele vuole mantenere vive nella memoria le
cose che gli sono state rivelate (“serbai la cosa nel cuore”).

274 - Cfr. Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento a cura di L.COENEN - E.BEYREUTHER -
H.BRETENHARD, Bologna 1980, pp. 973, 974

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CAPIRE DANIELE

APPENDICE 7A del vescovo di Roma nell’Occidente.


Dal 496 il pontefice romano ebbe dalla
Nel IV secolo si giunse ad un’equiparazione sua parte un potente alleato con la conver-
delle sedi patriarcali della cristianità (Gerusa- sione al cattolicesimo di Clodoveo re dei Fran-
lemme, Antiochia, Alessandria, Roma), poi col chi. Nel 533 l’Imperatore Giustiniano fece
favore dell’Imperatore Costantino la sede ro- pervenire a papa Giovanni II delle lettere nelle
mana acquistò una posizione preminente. La quali riconosceva il pontefice romano capo
Chiesa cercò di adeguarsi alla politica dell’Im- della Chiesa universale. In risposta Giovanni
pero: ne prese a modello la riorganizzazione II si compiacque con l’Imperatore per avere
dell’amministrazione politica attuata da Co- egli mantenuto la preminenza della sede ro-
stantino, per organizzare la propria ammini- mana, ripristinato l’unità della Chiesa e pro-
strazione e la stessa gerarchia ecclesiastica. mosso la persecuzione degli “eretici”. Le let-
DAMASO I (366 - 384) sostenne l’auto- tere di Giustiniano al vescovo di Roma furono
rità preminente del vescovo di Roma in base incorporate nel Corpus Juris con piena forza
alla tradizione sul soggiorno romano dell’apo- di decreti imperiali.
stolo Pietro. GREGORIO MAGNO (590 - 604) fondò di
Nacque il concetto di Sede Apostolica fatto il potere temporale dei papi con l’accen-
ed ebbe inizio l’evoluzione dell’ufficio del ve- trare i fondi della Chiesa e divenne in con-
scovo di Roma verso il papato. creto sovrano temporale della città di Roma.
SIRICIO I (384 - 399) pretese che tutte Papa ZACCARIA (741 - 752) nel 751 ap-
le chiese si uniformassero alla condotta della provò l’usurpazione del trono dei Franchi ad
chiesa di Roma. Ispirandosi alla forma dei de- opera di Pipino e consacrò l’usurpatore re dei
creti imperiali, Siricio redasse le Costituzioni Franchi dopo avere sciolto i sudditi dal giura-
Pontificie (Decretalia constituta) in cui si af- mento di fedeltà a Childerico, ultimo legittimo
ferma l’identità del papa e di Pietro. Sembra sovrano merovingio.
che Siricio sia stato il primo vescovo di Roma STEFANO II (752 - 757) si distaccò da
ad assumere il titolo di papa. Costantinopoli e si legò al regno dei Franchi.
LEONE I MAGNO (440 - 461) è conside- Da Pipino papa Stefano ricevette nel 756 i
rato il fondatore del primato romano. Con territori tolti ai Longobardi (v. nota 1); in se-
l’appoggio dell’Impero, papa Leone si pose al guito il pontefice pretese una sovranità territo-
di sopra dei concili e avocò a sé il diritto di riale indipendente fondando tale rivendica-
definire i dogmi della Chiesa e dettare le deci- zione su un presunto documento di Costan-
sioni importanti. Leone I si proclamò “primo tino (Donatio Constantini) di cui l’umanista
fra tutti i vescovi” e pretese di esercitare “con Lorenzo Valla nel 1440 dimostrò la falsità.
piena potestà” la “cura della Chiesa univer- LEONE III (795 - 816) nell’800 incoronò
sale” (E. MEYNIER, Storia dei papi, Torre Pellice il franco Carlomagno imperatore del sacro Ro-
1932, p. 62). Nel 452 papa Leone acquistò mano Impero. I suoi successori e in seguito
grande prestigio per avere dissuaso a Man- anche i sovrani di varie nazioni europee, attri-
tova il re degli Unni dal saccheggiare Roma. buirono all’incoronazione papale valore di con-
Sotto il pontificato di Leone I l’imperatore VA- ferimento reale della dignità imperiale.
LENTINIANO III, nel 445, confermò il primato Nell’875 papa GIOVANNI VIII (872 -

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CAPITOLO 7

881) incoronò imperatore Carlo il Calvo di Nel 1095, papa URBANO II (1088 -
Francia senza tenere conto dei diritti legittimi 1099) colpì di scomunica il re di Francia Fi-
del fratello maggiore Ludovico il Germanico. lippo I per avere ripudiato la moglie Bertha e
Oramai “il papato appariva come l’autorità sposato in seconde nozze Berthrada. Sotto il
che poteva disporre della corona e darla a chi pontificato di PASQUALE II (1099 - 1118), nel
riteneva degno e rifiutarla all’indegno” (S.HEL- 1103, Filippo I dovette implorare il perdono
LMAN, Storia del Medioevo, Genova 1990, p. del papa a piedi nudi e col saio di penitente
111). per essere riammesso nella Chiesa.
Nel 1054 il conflitto di potere tra il pa- L’imperatore Enrico V di Germania nel
triarca di Costantinopoli e papa LEONE IX 1111 ricevette la corona imperiale dai piedi di
(1049 - 1054) per il primato universale, pro- papa PASQUALE II assiso sul trono pontificio.
vocò la rottura fra la Chiesa Orientale e la Federico I Barbarossa, scomunicato per
Chiesa Occidentale. avere voluto imporre al papato l’autorità impe-
GREGORIO VII (1073 - 1085) fu uno dei riale, nel 1177, dopo essere stato battuto a
più grandi pontefici del Medioevo. Papa Gre- Legnano dalla Lega Lombarda, si vide co-
gorio concepì il progetto di porre tutta la so- stretto a stipulare la pace con papa ALES-
cietà umana sotto la completa direzione della SANDRO III (1159 - 1181) per ricevere l’asso-
Chiesa. luzione.
“Egli vagheggiò uno stato mondiale teo- Enrico II Plantageneto re d’Inghilterra fu
cratico sotto la direzione del sommo sacer- duramente avversato dall’arcivescovo di Can-
dote della chiesa cristiana” (S. HELLMAN, op. tenbury, Thomas Becket, per avere sottopo-
cit., p. 252). sto il clero alla giurisdizione del tribunale re-
Nella lotta con l’Impero per la questione gio con le Costituzioni di Clarendon del 1164.
delle investiture ecclesiastiche, Gregorio ebbe A seguito dell’assassinio di Thomas Becket,
la meglio. Nel 1075 l’energico pontefice de- di cui la curia romana accusò il re, questi fu
pose e scomunicò Enrico IV sciogliendone i colpito di anatema da papa ALESSANDRO III.
sudditi dal giuramento di fedeltà. Abbando- Per ottenere la sospensione della pena il re
nato dai principi vassalli e dai sudditi in ri- dovette sottoporsi pubblicamente alla fustiga-
volta, l’Imperatore nel 1077 si vide costretto zione sulla tomba del suo mortale nemico.
a recarsi a Canossa in veste di penitente per INNOCENZO III (1198 - 1216), un ponte-
chiedere al papa l’assoluzione. Gregorio lo ri- fice della statura morale di un Gregorio VII, si
cevette nel castello di Matilde di Toscana batté con grande energia per l’affermazione
dopo tre giorni di attesa a piedi nudi in pieno assoluta dei pontefici all’esterno come all’in-
inverno e gli concesse la revoca della scomu- terno della Chiesa. Nel 1201 papa Innocenzo
nica. Nel 1075 Gregorio VII promosse una scagliò l’interdetto sul regno di Francia per co-
riforma radicale del papato che si compendiò stringerne il re Filippo Augusto a riprendere la
nelle 27 massime del Dictatus Papae fra le moglie ripudiata, Ingerburge. Nel 1213, Inno-
cui inaudite rivendicazioni figurava la procla- cenzo III mise sotto interdetto il regno d’In-
mazione del potere assoluto del papa di de- ghilterra il cui sovrano, Giovanni Senza Terra,
porre i sovrani temporali sottoposti all’auto- era entrato in conflitto col pontefice. Giovanni,
rità della Chiesa. abbandonato dai sudditi, fu costretto a de-

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CAPIRE DANIELE

porre la corona ai piedi del pontefice per rice- pontificio che sempre più venne assumendo il
verla dalle sue mani come vassallo della carattere di un vero e proprio principato.
Chiesa. Per volere di papa Innocenzo il IV Con- Sotto il pontificato di LEONE X (1513 -
cilio Lateranense riunitosi nel 1215 istituì i tri- 1521) una crisi ancora più grave scosse la
bunali ecclesiastici per la repressione delle Chiesa di Roma. Nel 1517 il frate agostiniano
eresie dando origine a quella istituzione sini- Martin Lutero in Germania attaccò duramente
stra che prese il nome di Inquisizione. Inno- il commercio delle indulgenze con le famose
cenzo III fu il promotore della sanguinosa cro- 95 tesi di Wittenberg. Nel 1519 Lutero rifiutò
ciata contro gli Albigesi della Francia del Sud. di riconoscere il primato papale e la tradi-
BONIFACIO VIII (1294 - 1303) fu l’ultimo zione della Chiesa romana. Nel 1520 con
grande papa del Medioevo. Papa Bonifacio ri- l’abbruciamento pubblico della bolla di sco-
lanciò con grande energia la politica teocra- munica Exsurge Domine ruppe definitiva-
tica perseguita dai suoi illustri predecessori mente con Roma. Era nata la riforma prote-
Innocenzo III e Gregorio VII, pretendendo per stante.
la Chiesa romana la supremazia temporale. PAOLO III (1534 - 1549), per combat-
Con la bolla Unam Sancta papa Bonifacio riaf- tere il protestantesimo, nel 1542 reintro-
fermò la supremazia dei pontefici romani su dusse l’Inquisizione e nel 1545 indisse il
tutti i principi temporali mediante la tesi delle Concilio di Trento, massima espressione di
due chiavi e delle due spade, simboli dei po- quel vasto movimento di reazione della
teri temporale ed ecclesiastico. Chiesa di Roma alla Riforma luterana che
Con la morte di Bonifacio VIII cominciò prese il nome di Controriforma. Per merito dei
un periodo di declino del papato. Nel 1309 Gesuiti, i veri paladini della Controriforma,
per l’influenza preponderante del clero fran- trionfò e si affermò il centralismo papale.
cese, la Santa Sede fu trasferita ad Avignone, PAOLO IV (1555 - 1559), Pio IV (1559 -
nella Francia del sud. Era l’inizio della Catti- 1565) e Pio V (1566 - 1572) dettero grande
vità avignonese del papato. Il diffondersi della impulso all’Inquisizione in Italia (Inquisizione
corruzione e del nepotismo nella corte papale Romana).
di Avignone determinò una caduta di autorità GREGORIO XIII (1572- 1585) fece co-
della Chiesa. niare una medaglia-ricordo e indisse un
Nel 1376 GREGORIO XI (1370 - 1378) grande giubileo per celebrare il massacro de-
riportò a Roma la sede papale. Due anni gli Ugonotti in Francia del 1572.
dopo i cardinali francesi elessero papa CLE- Sisto V (1585 - 1590) e Gregorio XIV
MENTE VII (1378 - 1394) che si insediò nella (1590 - 1591) interferirono nella politica in-
ripristinata corte di Avignone, e fu l’inizio del terna della Francia e della Spagna per stron-
Grande Scisma d’Occidente. Due papi, uno a care la candidatura al trono di Francia di En-
Roma ed uno ad Avignone, si contesero il rico di Navarra amico degli Ugonotti.
pontificato legittimo anatemizzandosi a vi- La Pace di Westfalia (1648), che mise
cenda. Con la elezione di MARTINO V a Co- fine alla Guerra dei Trent’anni, segnò il falli-
stanza nel 1417 finì lo Scisma d’Occidente. mento della restaurazione cattolica in Europa
Ripristinata l’unità della Chiesa, i ponte- e rappresentò un notevole passo avanti sulla
fici si adoperarono per consolidare lo Stato via delle libertà religiosa, civile e politica in

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CAPITOLO 7

Europa. Il potere papale, già scosso dall’affer- Nepote a sua volta esautorato nel 475 da
marsi della Riforma in gran parte dell’Europa Oreste, un romano della Pannonia, già mini-
del nord e in Inghilterra, nel secolo XVIII stro di Attila, al quale l’Imperatore d’Oriente
venne ad essere ulteriormente indebolito per Zenone aveva conferito il titolo di “Patrizio Ro-
l’impatto che ebbero sulla cultura europea le mano”. Non avendo osato assumere egli
idee innovatrici dell’Illuminismo. Sul finire del stesso la porpora imperiale, Oreste fece ac-
secolo la Rivoluzione Francese assestò al po- clamare imperatore il proprio figlio Romolo
tere papale quello che allora sembrò il colpo che per la giovanissima età fu soprannomi-
di grazia. nato Augustolo.
Il 25 febbraio 1798 le truppe francesi agli I barbari (Eruli, Sciri, Turingi) che forma-
ordini del generale Louis Alexandre Berthier oc- vano la parte preponderante dell’esercito,
cuparono Roma per mandato del generale Bo- non avendo ricevuto da Oreste le terre che
naparte che aveva invaso i territori dello Stato avevano richieste, si ribellarono ed elessero
pontificio. Berthier depose Pio VI (1775 - 1798) loro capo Odoacre, un barbaro che era sceso
e proclamò la Repubblica Romana. Il deposto in Italia qualche anno prima alla testa di una
pontefice, deportato a Valence, nel sud della banda di avventurieri.
Francia, vi morì l’anno seguente. “Con la morte Oreste fuggì e riparò a Pavia. Odoacre
di Pio VI a Valence il papato sembrò annien- lo inseguì ma non riuscì a catturarlo sebbene
tato” (I. GELMI, I Papi da Pietro a Giovanni Paolo avesse espugnato la città. Oreste fuggì an-
II, Milano 1987, p. 215). cora una volta e si rinchiuse in Piacenza dove
La caduta definitiva del potere tempo- lo raggiunse il suo avversario e stavolta lo uc-
rale dei pontefici romani avvenne il 2 ottobre cise. Poi Odoacre corse a Ravenna e depose
1870 quando un plebiscito sanzionò il fatto Romolo Augustolo. Era il 28 agosto del 476.
compiuto dell’occupazione di Roma da parte Tramontava l’Impero d’Occidente e comin-
delle truppe di Vittorio Emanuele II il 20 set- ciava la storia d’Italia; finiva l’Età antica e si
tembre di quello stesso anno. apriva il Medioevo.
Odoacre non osò neppure lui assumere
il governo dell’Impero. Nel 478 spedì a Co-
APPENDICE 7B stantinopoli le insegne imperiali e chiese per
sé, ottenendolo, il titolo di “Patrizio Romano”.
Dopo la morte di Valentiniano III nel 455, si Di fatto però governò l’Italia da principe indi-
verificò nell’Impero d’Occidente una crisi di pendente.
potere. Ne approfittò Ricimero, un generale di A causa della sua ingerenza nell’ele-
origine svevo-gotica che era salito ai massimi zione del nuovo vescovo di Roma alla morte
onori sotto Valentiniano, per nominare e de- di Simplicio nel 483, Odoacre, che per giunta
porre gli imperatori a suo talento: ben 5 impe- era di fede ariana, si attirò la profonda avver-
ratori si succedettero l’uno all’altro fra il 455 sione della Chiesa.
e il 472. Intanto l’Imperatore, insospettito della
Morto Ricimero nel 473, fu messo sul condotta insubordinata del barbaro, sollecitò a
trono imperiale a Ravenna Glicerio che in scendere in Italia Teodorico che appena ven-
capo a qualche mese fu deposto da Giulio tenne gli Ostrogoti della Pannonia avevano

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CONOSCERE DANIELE

eletto loro capo. Nel 488 un popolo intero, va- neo-Imperatore si mise a perseguitare i mono-
lutato dagli storici fra i 200 e i 300 mila indivi- fisiti. Il nuovo corso che s’instaurò a Costanti-
dui, varcò le Alpi con alla sua testa Teodorico. nopoli favorì un riavvicinamento fra il papa e
Battuto ripetutamente dai Goti, Odoacre l’Imperatore a cui non fu estranea l’azione di
raggiunse Roma, ma la città gli chiuse le Teodorico. Presto però l’accordo fra Roma e
porte. Le popolazioni del Centro Italia gli si Costantinopoli si volse a danno del re ostro-
mostrarono ostili sia per le sue razzie che per goto. Essendo entrambi ortodossi, il papa e
i suoi contrasti col papa. Infine una vasta co- l’Imperatore si trovarono uniti contro l’ariano
spirazione organizzata dal clero lo costrinse a Teodorico.
tornare coi suoi uomini verso il nord. Giustino verso il 524 cominciò a perse-
L’11 agosto del 490 sulle rive dell’Adda guitare gli ariani in Oriente. Teodorico reagì
ci fu la battaglia decisiva. Duramente scon- perseguitando a sua volta i cattolici in Italia.
fitto dagli Ostrogoti, Odoacre riparò a Ra- L’urto col papa fu inevitabile. Per giunta es-
venna. La città si arrese a Teodorico il 27 feb- sendo morto papa Giovanni I nel 526, Teodo-
braio del 493 dopo 3 anni di assedio. Odoa- rico volle ingerirsi nell’elezione del suo suc-
cre sul momento ebbe salva la vita, ma meno cessore e questo sollevò contro di lui grande
di un mese dopo fu ucciso a tradimento da e generale malcontento. Il re ostrogoto morì
Teodorico e così ebbe termine il suo regno pochi mesi dopo mentre si preparava alla
durato 17 anni. guerra che sembrava inevitabile. Aveva re-
Subito dopo la vittoria su Odoacre nel gnato in Italia per 32 anni.
490, Teodorico chiese all’Imperatore Zenone A Teodorico succedette in giovanissima
l’investitura della dignità regia. Morto Zenone età il nipote Atalarico con la reggenza della
nel 491, il suo successore, Anastasio, lasciò madre Amalasunta. Intanto, morto Giustino a
senza risposta la rinnovata istanza di Teodo- Costantinopoli nel 527, salì sul trono impe-
rico. Finalmente nel 498, essendo divenuto riale il nipote Giustiniano. Il nuovo Imperatore
assai potente, l’Ostrogoto rinnovò la richiesta riconobbe la successione di Atalarico e la reg-
e stavolta ottenne da Anastasio le insegne genza di Amalasunta.
imperiali a condizione che il suo potere fosse La morte prematura di Atalarico nel 534
subordinato a quello dell’Imperatore. In so- portò sul trono degli Ostrogoti un cugino di lui
stanza Teodorico esercitò una sorta di go- di nome Teodato il quale si sbarazzò subito
verno militare sotto l’egida dell’Imperatore. della zia, deciso a regnare da solo. Fu un
Romani e Ostrogoti convissero a lungo buon pretesto per Giustiniano per attuare il
in Italia ma non si fusero mai. Tutto sommato proposito che meditava da tempo di cacciare
comunque quello di Teodorico fu un buon go- i Goti dall’Italia.
verno. Restaurare l’unità dell’Impero e resti-
Intanto i rapporti tra il papa l’Imperatore tuirgli l’antico splendore fu uno degli obiettivi
si deteriorarono. Teodorico, con non comune primari della politica di Giustiniano. Prima di
abilità politica, riuscì a mantenere buoni rap- liberare l’Italia dal dominio dei Goti era però
porti con l’uno e con l’altro. necessario, per avere le spalle coperte, an-
Nel 518 salì sul trono imperiale di Co- nientare il potere dei Vandali nell’Africa del
stantinopoli Giustino. Ortodosso fervente, il nord. Il pretesto per un intervento militare fu

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CAPITOLO 7

offerto a Giustiniano dalle lotte interne e i di- rale bizantino, per dare attuazione alla vo-
sordini che travagliavano il regno dei Vandali. lontà dell’Imperatrice Teodora di deporre
Alla decisione di Giustiniano certo non papa Silverio a lei inviso e fare eleggere in
fu estranea la persecuzione dei cattolici ad sua vece il diacono Vigilio incline a favorire i
opera dei Vandali ariani. monofisiti che l’Imperatrice aveva preso sotto
Nel 531 fu deposto a Cartagine, la capi- la sua protezione. Belisari,o con un pretesto,
tale del regno vandalo, Ilderico, nipote di Va- depose Silverio - che morì esule nell’isola di
lentiniano III per parte di madre, che non na- Palmarola nel 538 - e fece eleggere al suo po-
scondeva le sue simpatie romane e cattoli- sto Vigilio come l’Imperatrice aveva voluto.
che. A succedergli fu chiamato Gelimero, Intanto l’assedio di Roma si protraeva;
uomo bellicoso e di tutt’altri sentimenti. Fu il nuovi tentativi di assalto da parte di Vitige fal-
casus belli che permise a Giustiniano di inter- lirono. I Goti cominciarono a manifestare se-
venire legittimamente. gni di stanchezza e intanto marciava verso
Nel 533 una grande flotta partita da Co- Roma dal sud un corpo di spedizione bizan-
stantinopoli sbarcò in Africa, a 9 giorni di mar- tino per prendere i nemici alle spalle. Vitige
cia da Cartagine, 10.000 fanti e 5.000 cava- decise di ritirarsi: era il 12 marzo del 538.
lieri agli ordini del valoroso generale Belisario. Roma era salva, ma la guerra coi Goti non era
La prima battaglia, il 13 settembre, fu vinta finita.
dagl’Imperiali nonostante la loro inferiorità nu- Morto Vitige, i Goti nel 541 elessero
merica. Due giorni dopo Belisario entrò da come loro capo Totila, uno dei più valorosi ca-
trionfatore a Cartagine. Gelimero fuggì in Nu- pitani ostrogoti. Totila dette del filo da torcere
midia e in seguito contrattaccò ma senza for- ai Bizantini: nel 543 tolse loro Napoli e mar-
tuna e uscì definitivamente di scena. I Vandali ciò alla volta di Roma. Nel 546 gli Ostrogoti ri-
che avevano portato tanto terrore e tante ro- presero la “città eterna” ma fu un successo
vine nell’Impero scomparvero dalla storia. effimero. L’anno seguente dovettero abban-
L’assassinio di Amalasunta nel 535 of- donarla a seguito di un forte contrattacco bi-
frì a Giustiniano il pretesto per intervenire in zantino. Il destino dei Goti in Italia era ormai
Italia. Quello stesso anno Belisario sbarcò in segnato. Nel 551 Giustiniano richiamò in pa-
Sicilia con 7000 uomini e in 7 mesi l’isola fu tria Belisario e lo sostituì con Narsete per pro-
conquistata. Gl’Imperiali avanzarono verso seguire la guerra contro i Goti.
Roma senza quasi incontrare resistenza, Il nuovo generale impegnò in battaglia il
tranne che a Napoli. Teodato temporeggiò e nemico in Umbria, presso Gualdo Tadino, e
venne deposto. In sua vece fu eletto Vitige, gl’inflisse una tremenda sconfitta. Totila
uomo deciso ed energico. Non potendo difen- cadde in combattimento. Il suo successore,
dere Roma Vitige si ritirò e gli Imperiali vi en- Teja, non ebbe più fortuna di lui. Costretto da
trarono trionfalmente il 10 dicembre del 536. Narsete ad accettare battaglia in condizioni
I Goti contrattaccarono a varie riprese sfavorevoli presso Nocera nel 553, ebbe
senza successo nonostante la schiacciante l’esercito quasi distrutto ed egli stesso cadde
superiorità numerica. nella pugna.Finì per sempre non solo il domi-
Intanto - correva l’anno 537 - giunse a nio dei Goti in Italia, che durava da 60 anni,
Roma Antonina, l’energica moglie del gene- ma anche la stessa nazione gotica.

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CAPIRE DANIELE

APPENDICE 7C diti dal giuramento di fedeltà verso sovrani in-


giusti. Nessun sinodo può essere chiamato
Si attribuisce a Costantino una dichiarazione generale senza il suo ordine, nessun testo ca-
che egli avrebbe fatto al concilio di Nicea nel nonico esiste al di fuori della sua autorità.
325. L’Imperatore avrebbe detto che i vescovi Non può essere giudicato da nessuno. Le
sono “dèi”. Storica o leggendaria che sia la cause importanti di ogni chiesa devono es-
notizia, il fatto è che i papi del Medioevo ne sere a lui sottoposte.
fecero il fondamento della supremazia politica La chiesa romana non ha mai sbagliato,
dei pontefici. e secondo le promesse della Sacra Scrittura
Ignaz von Doellinger dice che nella pre- non sbaglierà mai e il papa ordinato canonica-
sunta dichiarazione di Costantino Gregorio VII mente diviene indubbiamente santo per i me-
“vide la prova che lui, il papa, il vescovo dei riti di San Pietro” (K. HEUSSI - G. MIEGGE, Som-
vescovi, dominava nella sua inviolabile mae- mario di Storia del Cristianesimo, Torino
stà al di sopra di tutti i monarchi della terra. 1984, p. 95).
E’ evidente - affermava Ildebrando - che il Gregorio IX (1227-1241) affermò che “il
Pontefice, chiamato dio dal pio Costantino, papa... è signore del mondo, tanto delle cose
non può essere legato o sciolto da nessuna quanto delle persone”.
potestà temporale più di quanto Dio non Clemente V (1305-1314) dichiarò: “in
possa essere giudicato dagli uomini” (La Pa- nome della sua autorità apostolica che ogni
pautè, Parigi 1904, p. 41, n. 57, cit. da J. imperatore doveva obbedire al papa e di con-
VUILLEUMIER in Apocalypse..., p. 210). seguenza non gli era consentito di stringere
Questo papa, dice ancora Doellinger, “il alleanza con un principe che fosse sospetto
primo che depose un monarca e ne sciolse i al papa. Lo stesso pontefice sostenne che
sudditi dal giuramento di fedeltà, dichiarò al “essendo vacante il trono imperiale il papa
Sinodo di Roma nel 1080: ‘ Noi vogliamo mo- doveva succedere alla potestà regia e che
strare al mondo che abbiamo il potere di to- ogni imperatore aveva l’obbligo di prestargli
gliere a chiunque e darli a chi ci par bene i re- giuramento di vassallaggio” (V UILLEUMIER ,
gni, i ducati, le contee, in breve i possedi- op.cit., p. 211).
menti di tutti gli uomini, perché abbiamo il po- Ecco alcuni estratti da un’opera enciclo-
tere di legare e di sciogliere” (op. cit., p. 54, pedica compilata da un ecclesiastico cattolico
n. 154 in VUILLEUMIER, ibidem). del XVIII secolo:
Giovanni Miegge scrive a proposito del “Così alte sono la dignità e l’eccellenza
Dictatus Papae formulato da Gregorio VII: del papa che egli non è semplicemente
“Fondandosi sul De Civitate Dèi di Agostino, uomo, ma quasi Dio e vicario di Dio...
sulle Decretali pseudo-isidoriane e sulle enun- “Il papa cinge la triplice corona come re
ciazioni di Nicola I, il papa afferma la propria del cielo, della terra e degl’inferi...
signoria sulla chiesa universale e sul mondo “Il papa è quasi Dio in terra, unico so-
intero. Egli è il solo uomo di cui si debba ba- vrano dei fedeli di Cristo, capo dei re, rivestito
ciare il piede e che può portare le insegne im- della pienezza del potere, investito dall’Iddio
periali. Egli solo può nominare e deporre i ve- Onnipotente del governo non solo del regno
scovi, deporre gl’imperatori e sciogliere i sud- terreno ma anche del regno celeste...

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CAPITOLO 7

“Così grandi sono l’autorità ed il potere mano, alla luce della dottrina del Nuovo Te-
del papa che egli può modificare, spiegare e stamento sono indebitamente attribuiti ad un
interpretare le leggi divine... essere umano sia pure rivestito di autorità re-
“Il papa può modificare la legge divina ligiosa. Tali titoli evocano e presuppongono
perché il suo potere discende da Dio e non un’autorità ed una dignità sovrumane.
dall’uomo e dato che egli agisce da vicege- Col titolo di Sommo Sacerdote (Sommo
rente di Dio sulla terra col più ampio potere di Pontefice) l’Epistola agli Ebrei indica la dignità
legare e di sciogliere... e la funzione di Cristo in cielo: Eb 4:15,16;
“Tutto ciò che il Signore Iddio e il Reden- 6:20; 8:1,2; 9:11; 10:21.
tore fanno lo fa anche il suo vicario, purché non Padre Santo è l’appellativo col quale
faccia alcunché che sia contrario alla fede” (LUCIO Gesù si rivolse a Dio nella preghiera di inter-
FERRARIS, art. “Papa” in Prompta Bibliotheca, vol. cessione per i suoi apostoli alla vigilia della
VI, pp. 25-29, cit. in S.D.A.B.C., vol. IV, p. 831). crocefissione: Gv 17:11.
I cardinali del sacro collegio offrono il La funzione di Vicario di Cristo secondo
loro omaggio e la sottomissione al pontefice il Vangelo di Giovanni spetta allo Spirito
neo eletto nel corso di una cerimonia che Santo (“vicario” significa “facente le veci
prende il nome di “triplice adorazione del sa- di...”, “supplente”, “sostituto”).
cro collegio”. Gesù Cristo ha indicato lo Spirito Santo
Nella cerimonia d’incoronazione del come suo supplente e sostituto fra gli uomini:
nuovo pontefice il cardinale-diacono gli dice Gv 14:16; 17:26; 16:7,12,13.
mentre gli pone sul capo il “triregno”: “Ricevi Infine il Nuovo Testamento riconosce
la tiara ornata di tre corone e sappi che tu sei Gesù Cristo soltanto come Capo della
il padre dei principi, l’arbitro del mondo e il vi- Chiesa: Ef 1:22; Cl 1:18.
cario del Salvatore nostro Gesù Cristo sulla La rivendicazione dei titoli suddetti da
terra” (J.VUILLEUMIER, op.cit., p. 211). parte di una creatura umana, o la loro attribu-
Titoli quali “Sommo Pontefice”, “Santo zione ad essa da parte di terze persone, se-
Padre”, “Vicario di Cristo”, “Capo della condo lo spirito del Nuovo Testamento si confi-
Chiesa” riferiti correntemente al pontefice ro- gura come una usurpazione e una “blasfemia”.

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Capitolo 8
____________________________________________________

I n questo capitolo l’autore del libro narra la seconda visione che gli è stata rive-
lata. E’ una visione parallela alla precedente, ma solo in parte, giacché qui la
serie dei regni dei quali la profezia anticipa l’esistenza inizia con la Persia (Babi-
lonia, oramai prossima al tramonto, è rimasta fuori dal campo visuale della rive-
lazione); inoltre la nuova visione si arricchisce di dettagli inesistenti in quella che
l’ha preceduta.
I simboli provengono ancora dal regno animale ma, a differenza del capi-
tolo 7, qui tengono il campo bestie domestiche anziché belve selvagge.
La diversa natura delle figure animalesche orienta a un oggetto diverso
come tema centrale della seconda profezia. In entrambe le visioni la lotta per
l’egemonia politica, raffigurata dall’attività delle bestie simboliche dalla quale si
sviluppano condizioni che portano alla persecuzione del popolo santo, costituisce
un motivo comune.
Ma nella seconda sul tema della persecuzione s’innesta quello della prevari-
cazione contro il santuario del Signore (il quale sarà tuttavia giustificato e purifi-
cato in capo a un arco di tempo determinato con precisione); è la novità della se-
conda rivelazione alla quale ha già orientato la natura singolare degli animali
simbolici: il montone e il capro, entrambi animali sacrificali, hanno infatti evo-
cato l’ambiente del santuario e la sua liturgia.

1 Il terzo anno del regno del re Belsatsar, io, Daniele, ebbi una vi-
sione, dopo quella che avevo avuta al principio del regno.

Tutte le visioni di Daniele sono datate (cfr. 7:1; 9:1; 10:1). La visione narrata nel
cap. 8 è del “terzo anno del regno del re Beltsazar” ovvero della sua co-reggenza
col padre Nabonide (vedi Introduzione, parte IV). Questa data corrisponde al
546 a.C.
“...dopo quella che avevo avuto al principio del regno”: è un’allusione alla
visione delle quattro bestie avuta appunto l’anno primo di Beltsazar (7:1). Da-
niele declina il suo nome per attestare l’autenticità di quanto verrà esponendo.
“...ebbi una visione”, ebr. yal) : né }Ozfx chazôn nir’ah ’êlay, letteralmente
" hf)r
“una visione apparve a me”. Chazôn è il termine con cui i profeti (ad eccezione
di Ezechiele) designano correntemente le rivelazioni ricevute in visione. (cfr. Is

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CAPITOLO 8

1:1, 21:2; Lam 2:9; Ad 1:1; Aba 2:23 ecc...). Dalla radice verbale chzh, “vedere”,
châzôn evoca con immediatezza la modalità di questa forma di rivelazione.

2 Ero in visione; e, mentre guardavo, ero a Susan, la residenza reale,


che è nella provincia di Elam; e, nella visione, mi trovavo presso il
fiume Ulai.

Daniele fu presente fisicamente in Susa o lo fu “in ispirito” ? La seconda alterna-


tiva in base al testo appare la più probabile: “ Ero in visione / e mentre guar-
davo / ero a Susa...” L’essere trasportato “in ispirito” durante la visione in luogo
diverso dalla residenza abituale fu un’esperienza comune ad altri veggenti (cfr.
Ez 8:3; 11:1; 37:1; 40:1; 43:1; Ap 17:3; 21:10).
Susa fu la capitale del forte regno elamita. Un testo cuneiforme dell’inizio
dell’età persiana, il “Cilindro di Ciro”, cita Susa fra le città alle quali questo so-
vrano, dopo la presa di Babilonia, restituì le statue delle divinità che i re caldei
avevano trafugato, segno che dopo la caduta dell’Elam la città era passata sotto
la sovranità babilonese.
La menzione di Susa come luogo dal quale il profeta contemplò la visione
non è casuale. Presto Susa sarebbe divenuta la prima fra le città reali del primo
regno di cui la visione avrebbe preconizzato la nascita, l’ascesa ed il tramonto: il
regno di Persia.
“...a Susa, la residenza reale” (ebr. hfryiBh a }a$U$:B beshûshan habbîrah).
È stata notata l’affinità dell’ebraico bîrah con l’assiro birtu che significa “for-
tezza”. Bîrah designa il palazzo reale che sorgeva nell’area fortificata della citta-
della la quale a sua volta si trovava all’interno delle città reali. Le versioni italiane
traducono bîrah “residenza reale”, “palazzo”, “cittadella”, “castello”, “fortezza”. Il
libro di Esther distingue la “cittadella” di Susa (shûshan habbîrah) dalla città vera
e propria (‘îr shûshan): Et 3:15 e 8:14,15. Nella residenza reale, o cittadella di
Susa, cento anni dopo svolse la mansione di coppiere del re Artaserse I il giu-
daita in esilio Nehemia (cfr. Ne. 1 e 2).
Nella visione Daniele riconobbe la “cittadella” (bîrah) di Susa: probabil-
mente c’era stato come funzionario della corte di Babilonia. Non dalla cittadella
comunque contemplò la visione ma dalla riva orientale di un fiume che scorreva
non lontano: “nella visione mi trovavo presso il fiume Ulai” (ebr.
yflU) labU)-la( yityéyh
f yén)
A wá }OzfxB
e he)r e wæ wa’er’eh bechazôn w’anî hayiytî ‘al-’ûval
: )
’ûlai, letteralmente “e mentre guardavo nella visione io mi trovavo presso il
fiume Ulai”).
Il termine corrente per “fiume” nella lingua ebraica è nahar (cfr. Gr 46:6; Ez
1:1; Dn 10:4 ecc...). ’Uval è un termine raro che praticamente è usato solo in
questo versetto in tutto l’Antico Testamento. Secondo C.BOUTFLOWER il termine
deriva da una radice verbale che significa “condurre”. Questo espositore afferma

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CAPIRE DANIELE

che “canale” sarebbe la traduzione più appropriata di ’uval. In effetti presso le


rovine dell’antica Susa, riportate alla luce da Marcel e Jane Dieulafoy e Jacques
de Morgan fra il 1884 e il 1897, sono ancora visibili le tracce di un ampio canale
che nell’antichità congiungeva i fiumi Choaspes e Coprates (oggi Kerka e Abdiz-
ful) che scorrevano ai due lati dell’altura allungata sulla quale sorgeva Susa. Il
Boutflower identifica quel canale con l’Ulai di Daniele (l’Eulaeus degli antichi
scrittori greci).
Come via di traffici fluviali l’Ulai deve essere stato per Susa una fonte di ric-
chezza. L’Ulai appare dunque come un simbolo dell’immensa ricchezza del fu-
turo Impero persiano (BOUTFLOWER).

3 Alzai gli occhi, guardai, ed ecco, ritto davanti al fiume, un montone


che aveva due corna; e le due corna erano alte, ma una era più alta
dell’altra, e la più alta veniva su l’ultima.

Nell’ebraico il sostantivo ’ayil, “montone”, è seguito dall’aggettivo numerale


’echad, “uno” (dfx) e léy) a ), come a voler sottolineare la singolarità della figura che
per prima appare nella visione: un singolo animale ne occupa tutto il campo. Il
montone è dunque il simbolo di una potenza egemone, quale fu appunto l’Im-
pero dei Medi e dei Persiani con cui l’animale è espressamente identificato (v. 20).
A differenza delle visioni parallele dei capitoli 2 e 7, in questo capitolo la
serie dei regni comincia con la Medo-Persia. La ragione è ovvia: Babilonia è in
pieno declino, sette anni la separano dal tracollo. Essa appartiene oramai alla
storia, non è più oggetto di anticipazione profetica.
Mentre nel cap.7 le monarchie universali sono rappresentate da belve sel-
vagge - simboli che evocano il carattere violento della conquista e del dominio -
nel cap. 8 le stesse entità politiche sono raffigurate con animali domestici, segno
che in questa rivelazione esse sono viste da un’ottica diversa.
Il montone e il capro che verrà dopo introducono ad un contesto culturale
ebraico; nell’ordinamento liturgico d’Israele infatti questi animali figuravano fra
le vittime sacrificali (cfr. Le 5:15; 16:5; Nu 28:22,27 ecc...). In effetti il centro fo-
cale della visione è l’offesa che sarà arrecata al culto di Jahvé nel suo santuario e
il ripristino di esso in capo a 2300 “sere-mattine” (vv. 11-14). Gli altri simboli che
compaiono nella visione sono figure di contorno.
Il montone “aveva due corna”. Nella simbologia apocalittica le corna rap-
presentano regni e nazioni (confrontare il commento a 7:24). Poiché il montone
è identificato con “i re di Media e di Persia” (v. 20), le due alte corna dell’ani-
male raffigurano le due nazioni - i Medi e i Persiani - sulle quali regnarono i di-
nasti achemenidi dopo che Ciro II nel 549 a.C. le ebbe unificate.
“...una era più alta dell’altra, e la più alta veniva su l’ultima” (ebr.
hænorx
A )
a B
f hflo(h h a wº wehaggevohah ‘olah ba’acharonah) “il (corno) più alto sa-
f obG: h

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CAPITOLO 8

liva dopo”. Quando nel VII secolo a.C. le tribù persiane unificate da Teispe - il
trisavolo di Ciro II - formarono il piccolo regno di Anshan, la Media era già da
molti anni un regno forte e temuto; i Persiani ne divennero tributari. Ma con la
vittoria di Ciro II su Astiage a metà del secolo VI a.C., questi ultimi prevalsero
sui loro antichi dominatori. Il corno “salito dopo” rappresenta precisamente que-
sto evento.
Il montone sta “ritto davanti al fiume”, cioè sulla sua sponda orientale, guar-
dando davanti a sé, ovvero a occidente, in atteggiamento di sfida. Ciro volse su-
bito la sua attenzione verso l’Anatolia giusto a occidente della Media e della Persia.

4 Vidi il montone che cozzava a occidente, a settentrione e a mezzo-


giorno; nessuna bestia gli poteva tener fronte, e non c’era nessuno
che la potesse liberare dalla sua potenza; esso faceva quel che vo-
leva, e diventò grande.

Il montone carica con impeto irresistibile verso occidente, settentrione e mezzo-


giorno. Se osserviamo una cartina della regione del Vicino Oriente noteremo che
dritto ad ovest di Susa si trovava Babilonia, a nord-ovest c’era il regno di Lydia e
a sud-ovest il regno d’Egitto.
Nel 546 a.C. - tre anni dopo avere unificato la Media e la Persia - Ciro at-
taccò e sconfisse Creso conquistando il regno di Lydia e con esso l’Asia Minore
occidentale e le isole della Ionia. Sette anni dopo (nel 539) prese Babilonia e se
ne annesse i territori. Nel 525 suo figlio Cambise II invase l’Egitto avendo scon-
fitto i mercenari greci di Psammetico II a Pelusio e fece di questa antica nazione
un possedimento persiano.
Le acquisizioni territoriali, ad est realizzate dai successori di Ciro e Cambise,
non sono prese in considerazione nella visione perché erano irrilevanti in rap-
porto all’oggetto centrale della medesima: l’attacco del corno al santuario ed il ri-
pristino di quest’ultimo.
“...nessuna bestia gli poteva tenere fronte, e non c’era nessuno che la po-
tesse liberare dalla sua potenza”. L’alleanza militare in funzione anti-persiana fra
Atene, l’Egitto e Babilonia all’inizio del regno di Ciro non poté contrastare
l’espansione della giovane nazione iranica.
Quando le città e le isole greche della Ionia si sollevarono contro il domi-
nio persiano intorno al 500 a.C., l’appoggio di Atene non poté impedire che la
rivolta fosse domata con durezza da Dario I e che Mileto, l’istigatrice della som-
mossa, fosse rasa al suolo.
“Il montone faceva quel che voleva e diventò grande”. In questa frase sono sin-
tetizzati il dispotismo dei sovrani achenemidi e le dimensioni gigantesche dell’im-
pero sul quale essi regnarono dopo le conquiste di Ciro II, Cambise II e Dario I.

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5 E com’io stavo considerando questo, ecco venire dall’occidente un


capro, che percorreva tutta la superficie della terra senza toccare il
suolo; e questo capro aveva un corno cospicuo fra i suoi occhi.

“E com’io stavo considerando...” Le cose che Daniele vede nella visione cattu-
rano la sua attenzione e stimolano la sua riflessione (i profeti di Yahweh non
sono stati strumenti passivi dell’ispirazione profetica).
“...ecco venire dall’occidente...”. Con i rovesci subiti in Grecia da Dario I
negli ultimi anni di regno e da suo figlio Serse I, cominciò il declino lento ma
inarrestabile dell’Impero persiano. Il capro che viene dall’occidente è identificato
espressamente col regno di Iawan (v. 21), cioè con la Grecia (Iawan, da Ionia,
era il nome con cui i Semiti designavano i Greci).
La corsa frenetica del capro verso oriente anticipa con sorprendente reali-
smo la marcia rapida e travolgente delle falangi di Alessandro lungo le fasce co-
stiere dell’Asia Minore, della Siria e della Palestina fino all’antica terra dei faraoni
fra il 334 e il 332 a.C. Il gran corno fra i due occhi del capro è il simbolo del
“primo re” di Iawan (v. 21), ovvero di Alessandro Magno, il secondo ed ultimo
rappresentante della dinastia macedone.

6 Esso venne fino al montone dalle due corna che avevo visto ritto
davanti al fiume, e gli s’avventò contro, nel furore della sua forza. 7
E lo vidi giungere vicino al montone, pieno di rabbia contro di lui, in-
vestirlo, e spezzargli le due corna; il montone non ebbe la forza di te-
nergli fronte, e il capro lo atterrò e lo calpestò; e non ci fu nessuno
che potesse liberare il montone dalla potenza d’esso.

Quello che descrive il v. 6 non è un duello fra due avversari mossi dalla stessa
determinazione di abbattere l’altro, ma l’assalto impetuoso di uno degli avversari
contro l’altro. Tale fu in effetti la guerra fra Alessandro e Dario III.
“(Il capro) gli s’avventò contro nel furore della sua forza... il montone non
ebbe la forza di tenergli fronte, e il capro lo atterrò e lo calpestò”. Con estrema
sinteticità e con precisione sono anticipati la folgorante campagna militare di
Alessandro in Oriente ed il crollo dell’Impero persiano.
Nel 334, Alessandro sbarcò con le sue falangi e la sua cavalleria sulla costa
dell’Asia Minore; sulle rive del Granico attaccò e travolse le truppe dei satrapi
persiani dell’Asia Minore e avanzò incontrastato lungo la costa fino alla Cilicia,
accolto come liberatore dalle città della Ionia.
Presso Isso, nell’autunno del 333, battè per la seconda volta l’armata per-
siana nell’occasione agli ordini del re Dario in persona. Poi volse a mezzogiorno:
Sidone e Biblo lungo la costa fenicia si sottomisero spontaneamente; Tiro resi-
stette e fu distrutta. La stessa sorte toccò a Gaza, sulla costa palestinese, per

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CAPITOLO 8

avere rifiutato il vassallaggio ai Macedoni. In Egitto Alessandro entrò da trionfa-


tore nel 332 accolto dai sacerdoti come il figlio di Horus. Fondata una nuova
Alessandria sulla costa del Mediterraneo, il Macedone, nella primavera del 331,
riprese la marcia verso nord. Percorse la Palestina e la Siria senza combattere e
ad est dell’alto corso dell’Eufrate, fra Arbela e Gaugamela, attaccò per la terza
volta e sbaragliò l’esercito avversario. Dario si dette alla fuga e non si fece più
vivo; Alessandro entrò da trionfatore in Babilonia: l’Impero persiano era crollato
di schianto dopo avere dominato per 218 anni. L’ineluttabilità dell’evento è
preannunciata con sorprendente precisione nell’ultima frase del v. 7: “...e non ci
fu nessuno che potesse liberare il montone dalla potenza d’esso”.

8 Il capro diventò sommamente grande; ma, quando fu potente, il


suo gran corno si spezzò; e, in luogo di quello, sorsero quattro
corna cospicue, verso i quattro venti del cielo.

“Il capro divenne sommamente grande...” (ebr. do)m : -da( lyiDg: h


i {yéZ(i h : U ûtzefîr
f ryipc
ha‘izzîm higdîl ‘ad-me’od ). La voce verbale higddîl, “s’ingrandì”, è rafforzata
dall’avverbio ‘ad me’od, “molto”.
L’impero simboleggiato dal capro avrebbe superato quello raffigurato dal
montone per dimensione territoriale. In effetti l’Impero macedone fu più esteso
dell’Impero medo-persiano. Dopo la vittoria dei Macedoni ad Arbela nel 331,
cadde in potere di Alessandro l’immenso territorio già sotto la sovranità dei re
persiani. Occupate l’una dopo l’altra le città reali coi loro favolosi tesori (Babilo-
nia, Susa, Pasargade, Persepoli, Ecbatana), Alessandro riprese la marcia verso
est. Il suo obiettivo primario era la cattura del satrapo della Battriana, Besso, che
teneva prigioniero il re sconfitto. In realtà Besso aveva fatto assassinare Dario e
se ne era proclamato successore.
Nella Battriana l’usurpatore cadde nelle mani di Alessandro e questi lo conse-
gnò a un tribunale persiano che lo condannò a morte. Così il re dei Macedoni
poté proclamarsi re dei Medi e dei Persiani come legittimo successore di Dario III.
Non pago delle conquiste realizzate Alessandro, dopo la cattura di Besso, si
spinse ancora verso est. Nel 328 condusse le sue falangi oltre l’Indo e sconfisse
l’esercito del re Poro schierato al di là dell’Idaspe. Anche l’India favolosa era
nelle sue mani. Il capro greco-macedone era diventato “sommamente grande”.
“Ma quando fu potente, il suo gran corno si spezzò...” Il gran corno del ca-
pro non s’infranse nella lotta, come le due corna del montone, ma si ruppe
spontaneamente. Alessandro sarebbe morto di morte naturale, non in battaglia.
Avvenne esattamente così. Sottomessa l’India, il condottiero vittorioso dovette ri-
nunciare ai propositi di nuove conquiste oltre l’Idaspe per il rifiuto delle truppe
di seguirlo. A malincuore dovette prendere la via del ritorno. Nel tardo inverno
del 324 i reduci di tante battaglie e di tante vittorie giunsero stremati a Pasar-

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CAPIRE DANIELE

gade. Alessandro proseguì per Susa e Babilonia. Quivi si dedicò a riorganizzare


l’amministrazione dell’immenso impero. Ai primi di giugno del 323 cadde in
preda ad accessi febbrili che in pochi giorni lo condussero alla morte.
“...e in luogo di quello sorsero quattro corna cospicue verso i quattro venti
del cielo”. Con queste parole la profezia sentenzia la fine dell’unità dell’Impero
di Alessandro, anzi la fine dell’Impero stesso. Questo avvenne 21 anni dopo la
morte del grande sovrano. Era caduto il gran corno del capro macedone. Poiché
l’erede al trono era un fanciullino in tenera età, per disposizione del re morente
la reggenza fu assunta da Perdicca, il più fidato dei suoi generali. Gli altri gene-
rali si divisero il comando dell’esercito ed il governo provvisorio delle province.
Nel 321 morì il reggente e si procedette ad una nuova ripartizione delle ca-
riche militari e politiche.
Seguì una serie di vicende intricate che videro coinvolti quasi tutti gli alti
funzionari dell’Impero e nel corso delle quali perirono di morte violenta alcuni
di costoro e quasi tutti i familiari del defunto sovrano (la madre Olimpia, la mo-
glie Rossane, il figlioletto Alessandro II e il fratello Filippo Arrideo). Per ultima
nel 308 scomparve la sorella Tessalonica. Estintasi così la famiglia reale, uno dei
generali più anziani del defunto sovrano, Antigono Monoftalmo, si proclamò suo
unico successore. Per tutta risposta quattro altri generali che governavano altret-
tante province, Lisimaco, Cassandro, Seleuco e Tolomeo, si dichiararono rispetti-
vamente re di Tracia, di Macedonia, di Babilonia e dell’Egitto. Fu l’inizio della
fine dell’unità dell’Impero. Questa si consumò definitivamente nel 301 quando
l’esercito di Antigono e di suo figlio Demetrio fu sbaragliato ad Isso, nella Cilicia,
dalle forze coalizzate di Tolomeo, Seleuco, Cassandro e Lisimaco. Erano sorti i
regni ellenistici, le quattro corna volte verso i quattro venti del cielo.
Fin qui l’interpretazione del cap. 8 di Daniele è univoca: gli espositori di
ogni tendenza si trovano concordi nell’identificare la Persia degli Achemenidi nel
montone, il regno di Macedonia nel capro, Alessandro nel gran corno sulla
fronte del capro e i regni ellenistici eredi dell’Impero di Alessandro nelle sue
quattro corna. Questa esegesi a senso unico è ciò che ci si deve aspettare dal
momento che siffatta interpretazione della prima parte della visione è data
espressamente nel libro (vv. 20-22). Dal v. 9 in poi invece l’esegesi storica e
l’esegesi storico-critica divergono l’una dall’altra in modo inconciliabile.

9 E dall’una d’esse uscì un piccolo corno, che diventò molto grande


verso mezzogiorno, verso levante, e verso il paese splendido.

Il v. 9 introduce con la parte finale della visione una nuova tematica che si svi-
lupperà dalla precedente nei 5 versetti successivi. Questi versetti formano un
blocco unitario e costituiscono il centro tematico dell’intero capitolo ottavo.
“E dall’una di esse uscì un piccolo corno...”. Questa traduzione modifica il

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CAPITOLO 8

pronome che nell’originale è di genere maschile. L’ebraico infatti recita:


hfryi(C
: m
i tax)
a -}erqe )fcyæ {ehm" tax) f -}imU ûmin ha’achath mehem yatza’ qeren ’achath
a h
mitz‘îrah, letteralmente: “e dall’una di essi uscì un corno dalla piccolezza”.
Come si vede, l’aggettivo numerale ’achath, “una”, ed il pronome hem,
“essi”, non concordano nel genere. I sostantivi antecedenti a cui può riferirsi il
pronome hem sono, nel v. 8, qarnayîm, “corna” (femminile) e ruchôth, “venti”
(che come un buon numero di sostantivi ebraici ha i due generi)275. “Venti” co-
munque è scritto nella forma femminile, ruchôth, per cui il pronome hem, di ge-
nere maschile, non concorda con nessuno dei due sostantivi antecedenti del v. 8.
W.H. SHEA276, seguito da G.H. HASEL277, ha scorto la soluzione di questa ap-
parente confusione di generi nella particolare costruzione sintattica dei vv. 8 e 9.
La parte finale del v. 8 presenta una sequenza di generi secondo l’ordine: fem-
minile-maschile: (“verso i quattro venti - ruchôth, femminile - dei cieli - hash-
shamayîm, maschile - “), alla quale corrisponde una identica sequenza di generi
nella parte iniziale del v. 9: “...dall’una (ûmin ha’achath, femminile) di essi
(mehem, maschile)”. Esiste dunque un parallelismo di generi secondo lo schema
A + B - A + B che Shea ha espresso graficamente nel modo seguente:

A B

Daniele 8: 8b le ’arba‘ ruchôth hashshamayim


“verso i quattro venti” “dei cieli”

FEMMINILE MASCHILE

A B

Daniele 8:9a ûmin ha’achath mehem


“e da la una” “di essi”

275 - Vedi P.JOÜON, Grammaire de l’hebreu biblique, p. 412; L.KOHLER e W.BAUMGARTNER, Lexicon
in Veteris Testamenti Libros, p. 877.
276 - Daniel and the Judjement, p. 85.
277 - Symposium on Daniel, p. 378.

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CAPIRE DANIELE

G.HASEL278 così spiega lo schema riportato sopra:


“Mentre è mantenuta la sequenza dei generi femminile - maschile, c’è anche
concordanza di numero tra le forme plurali del sostantivo maschile ‘cieli’ (sha-
mayîm) e del suffisso pronominale maschile ‘essi’ (hem). L’aggettivo numerale
‘una’ (’achath) nel v. 9 a sua volta fa coppia con la forma femminile del sostan-
tivo ‘venti’ (ruchôth) nel v. 8.
“Questa costruzione sintattica - prosegue Hasel - è del tutto corretta sotto il
profilo della grammatica ebraica e autorizza a ravvisare nel passo un paralleli-
smo fra generi accoppiati... che ha l’equivalente nel parallelismo sinonimico se-
condo lo schema femminile + maschile - femminile + maschile caratteristico
della poesia ebraica” (in nota l’Autore cita come esempi: Is 62:1b; 28:15; 42:4;
44:3b; Sl 57:6,11; 108:6; Gb 5:9; 18:10; Pr 5:5; 29:3).
“In breve - osserva Hasel - abbiamo a che fare con una sintassi basata
sull’accoppiamento dei generi la quale, per quanto attiene all’origine del ‘piccolo
corno’, orienta verso uno dei punti cardinali...”
E conclude, citando Shea: “Pertanto ‘risulta evidente da questa compren-
sione della sintassi di Dn 8:8,9 che nella visione il ‘piccolo corno’ entrò in scena
provenendo da uno dei quattro venti del cielo’ e non dal corno seleucide o da
una qualsiasi delle altre corna”. Questa comprensione di Dn 8:8,9 ha il pregio di
rispettare l’integrità del testo, laddove l’esegesi storico-critica per adattarlo alla fi-
gura di Antioco Epifane ha dovuto alterarlo. Cambiando senza fondate ragioni il
genere del pronome essa ha letto la frase iniziale del v. 8: “e dall’una di esse”, e
l’ha collegata con l’espressione “quattro corna” del versetto precedente per fare
uscire il quinto corno da una di quelle quattro corna.
Anche la traduzione “un piccolo corno” ha richiesto un “aggiustamento” del
testo originale. Come abbiamo visto l’ebraico dice letteralmente: “uscì un corno
dalla piccolezza” (hfryi(C: m
i tax)a -}erqe )fcyæ yatza’ qeren ’achath mitztze‘îrah). Del
vocabolo composto mitztze‘îrah, “dalla piccolezza”, è stato soppresso il prefisso
min, “da”, per modo che ‘îrah da sostantivo (“piccolezza”) è diventato aggettivo
(“piccolo”).
Con un ulteriore emendamento si è modificato anche l’aggettivo numerale
’achath (“una”) inserendovi la lettera resh per trasformarlo in ’achereth (“un al-
tro”). In definitiva l’espressione originale “un corno dalla piccolezza” si è tramu-
tata in “un altro piccolo corno”279, come si legge in molte versioni moderne.

278 - Op. cit., pp. 380-381.


279- Cfr. G.H. HASEL, op.cit., p. 395, nota 44.

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CAPITOLO 8

Il raffronto fra 5 versioni italiane riportato sotto evidenzia delle variazioni


nella traduzione della seconda parte del v. 9:

“...diventò molto grande verso il mezzogiorno,


verso il levante e verso il paese splendido” (Luzzi)

“... s’ingrandì verso il sud,


verso l’ovest e verso il paese dello splendore” (Bernini)

“... crebbe molto verso il mezzogiorno, l’oriente


e verso la Palestina” (TOB)

“... s’ingrandì assai verso mezzogiorno, verso oriente


e verso lo splendore della terra” (Bibbia Concordata)

L’ebraico dice: yibC


e h
a -le)wº xfrzº M
i h a -le) retyå -laDg: Ti wá wattigddal-yether ’el han-
a -le)wº begNå h
negev we’el hammizrach we’el hatztzevî, letteralmente: “e s’ingrandì enorme-
mente verso il sud, verso l’est e verso lo splendore”. Prima di prendere in esame
l’ultima espressione del versetto, conviene soffermarsi sull’avverbio yeter.
La Riveduta (Luzzi) e la TOB lo traducono “molto”, la Bibbia Concordata
“assai”, Bernini lo omette addirittura. Rinaldi, con più aderenza all’originale, lo
rende “enormemente”. È significativo che Daniele applichi con forza crescente il
verbo gâdâl, “ingrandire”, al montone, al capro e al “piccolo corno”.

a) In riferimento al montone persiano il profeta usa la forma attiva-ri-


flessiva higdîl, che significa “si ingrandì”.
b) Con la stessa forma verbale seguita dall’accrescitivo ’ad me’od,
“molto”, “grandemente”, descrive la crescita del capro greco-macedone.
c) Per rappresentare l’ingrandirsi del “piccolo corno” adopera una
forma diversa dello stesso verbo seguita dall’avverbio yeter, “enormemente”,
“smisuratamente”, (il verbo yatar significa “eccellere”, “essere preminente”,
GESENIUS e DAVIDSON).

Se Daniele, come sostiene l’esegesi moderna, avesse inteso davvero raffigu-


rare Antioco Epifane col simbolo del “piccolo corno”, in sostanza ci avrebbe
detto che il re di Siria sarebbe stato più potente dei re di Persia e di Alessandro
e avrebbe dominato su un territorio più vasto di quello degli imperi persiano e
macedone.
Questo sarebbe stato assolutamente fuori della realtà storica perché Antioco
non fu affatto più potente di Ciro, di Dario o di Serse e neanche di Alessandro e
il territorio sul quale regnò fu soltanto una frazione di quello dell’Impero mace-

200
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CAPIRE DANIELE

done. Come vedremo in seguito, col simbolo del “piccolo corno” Daniele volle
rappresentare una realtà del tutto diversa.
Il nostro autore indica con chiarezza le direzioni dello spazio nelle quali si
espanse il dominio del “piccolo corno”: verso il sud (’el hannegev), verso l’est
(’el hammizrach) e verso lo splendore (we’el hatztzevî).
Antioco tentò caparbiamente di estendere il suo dominio a mezzogiorno,
cioè di impadronirsi dell’Egitto, ma non vi riuscì per l’intervento risoluto di
Roma. Pertanto egli non s’ingrandì enormemente verso il sud.
L’Epifane intervenne militarmente nelle province alte e orientali del regno
(l’Armenia, la Persia, l’Elimaide, la Sogdiana), ma non per conquistarle, giacché
esse facevano parte dello stato seleucide fin dalla sua nascita, intervenne bensì
per mantenerle dato che le popolazioni locali - e in particolare i potentissimi
Parti - minacciavano di riprendersele280. Dunque nessuna estensione del potere
di Antioco verso oriente.
Veniamo all’espressione finale del v. 9, ’el hatztzevî.
Le versioni moderne aggiungono alla fine del versetto un vocabolo che
nell’originale non c’è. È il termine “paese” (Riveduta, Bernini, Rinaldi) o “terra”
(Bibbia Concordata). La TOB non traduce il vocabolo ebraico (zevi) ma lo inter-
preta dando per scontato che esso si riferisca alla Palestina.
Che ’el hatztzevî “verso lo splendore” designi la Palestina è soltanto una
congettura.
Nel v. 10 si dice che il corno s’ingrandì “fino all’esercito del cielo” e fece ca-
dere in terra delle stelle. È un riferimento evidente al firmamento. Nel v. 9 Da-
niele dopo avere descritto un’espansione orizzontale del corno (verso il sud e
verso l’est) ha voluto alludere ad una sua estensione in verticale (verso lo splen-
dore, cioè verso il firmamento). Quale possa essere il senso di questa sua proie-
zione verso l’alto si vedrà subito.

10 S’ingrandì, fino a giungere all’esercito del cielo; fece cader in terra


parte di quell’esercito e delle stelle, e le calpestò.

“S’ingrandì fino a giungere all’esercito del cielo...” HASEL281 osserva che il termine
“esercito” (ebr.)fbc: tzeva’) nell’Antico Testamento è applicato anche al popolo di
Dio (Es 7:4: “...farò uscire dal paese d’Egitto le mie schiere”, ebr. tziv’othay).
Se in Dn 8:10 il termine è applicato alla stessa maniera, esso si riferisce al
popolo di Dio sulla terra sul quale si estende sinistramente il potere del corno.
In effetti il v. 24 interpreta l’azione descritta nel v. 10 come la distruzione “dei

280 - Vedi F.A. ARBORIO MELLA, L’Impero Persiano, Milano 1979, p. 217.
281 - Op.cit., p. 398.

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CAPITOLO 8

potenti e dei santi dell’Altissimo” per mano del “corno” (i “santi dell’Altissimo” in
7:27 sono i fedeli di Dio che ricevono il regno dopo il giudizio).
“L’attacco mosso ai ‘potenti ed al popolo dei santi’ - commenta Hasel - è
un’allusione alla persecuzione del popolo di Dio. In breve l’attività del ‘piccolo
corno’ consiste: (1) in una espansione orizzontale (possibilmente mirata a un
rafforzamento di sé stesso mediante l’adozione del culto idolatrico) e (2) nella
persecuzione dei santi di Dio sulla terra”282. Dio e Gesù Cristo s’identificano col
popolo eletto perseguitato: “chi tocca voi tocca la pupilla dell’occhio suo” (Za
2:8); “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” (At 9:4). Combattendo il suo popolo, il
corno si aderge contro Dio.

11 S’elevò anzi fino al capo di quell’esercito, gli tolse il sacrifizio per-


petuo, e il luogo del suo santuario fu abbattuto.

È stato notato un significativo cambiamento del genere dei verbi tra i vv. 9-10 e
il v. 11. Nei vv. 9 e 10 ricorrono quattro forme verbali che a parte la prima sono
tutte di genere femminile come si può vedere dallo specchietto sotto:

vv. 9-10
)fcyæ yaza’ (“uscì”) m.
laDg: Ti thigddal (“s’ingrandì”) f.
laDg: Ti thigddal (“s’ingrandì”) f.
l”PaT thafal (“fece cadere”) f.
{“s:mr : Ti thirmesem (“calpestò”) f.

Nel v. 11 ci sono 3 forme verbali tutte di genere maschile come mostra lo spec-
chietto che segue sotto:

v. 11
lyiDg: hi higddîl (“s’ingrandì”) m.
{yir”h hurayîm (“tolse”) m.
\al$: hu hushlak (“abbattuto”) m.

Svariate opinioni - tutte poco convincenti - sono state formulate per spiegare
questo singolare cambiamento del genere dei verbi tra i vv. 9-10 ed il v. 11. Da
ultimo si è ipotizzata - senza fondati motivi – un’interpolazione nel testo.
Gli esegeti della scuola storicista hanno ravvisato in siffatto mutamento di
genere il trapasso da una prima ad una seconda fase di sviluppo dell’entità rap-

282 - Ibidem.

202
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CAPIRE DANIELE

presentata dal simbolo unico del corno, vale a dire Roma. Qualcuno di loro -
G.M. PRICE per esempio - ha visto in 8:9-12 uno svolgimento simultaneo delle
fasi politico-pagana ed ecclesiastico-papale. G.H.HASEL283 propende per uno
svolgimento consecutivo: nei vv. 9-10 egli scorge Roma nella fase politico-pa-
gana (premedievale) e nei vv. 11-12 la stessa entità storica nella fase ecclesia-
stico-papale (medievale e post-medievale).
Il commento che segue, improntato al pensiero di questo autore, fornirà ar-
gomenti validi (filologici soprattutto) a supporto di questa visione, in particolare
per quanto attiene al v. 11.
“S’elevò fino al capo di quell’esercito...”, ebr. lyiDg: h
i )fbC a -ra& da(wº we ‘ad sar
f h
hazzavâ’ higgdîl, letteralmente: “fino al principe dell’esercito s’ingrandì”. Hasel
facendo riferimento a R. MOSIS284, osserva che usato in questa forma (cioè nella
forma hifil) il verbo gadâl esprime l’idea che farsi grande “è un atto arrogante,
presuntuoso e illegale”. Il “piccolo corno” si appropria in modo illegale, arro-
gante e presuntuoso le prerogative che appartengono in maniera esclusiva al
“Principe dell’esercito”285.
Chi è il “Principe dell’esercito” (sar hazzavâ’)? I commentatori che appli-
cano ad Antioco Epifane Dn 8:9-14 vi identificano il sommo sacerdote Onia III
assassinato nel 171 a.C. HASEL286 osserva con ragione che sebbene il termine sar
(“principe”) nell’Antico Testamento sia talvolta riferito al sommo sacerdote (vedi
1Cr 24:5; Ed 8:24,29), l’espressione sar hazzavâ (“principe dell’esercito”) in nes-
sun caso è applicata ad un sommo sacerdote.
In Gs 5:14 è un Essere sovrumano che si presenta al leader delle tribù israe-
litiche con l’attributo di “Principe dell’esercito di Yahweh” (sar zevâ’ YHWH). In
Dn 10:13 Micael è chiamato “uno dei primi principi” (’achad hassârîm hari’sh-
shonîm) e 11:1 menziona “Micael vostro principe” (mîkâ’el sarkem), principe
cioè del popolo di Dio. In 12:1 si annuncia il levarsi di “Micael, il gran principe”
(mika’el hassar haggâdôl), in difesa del suo popolo (qui il principe Micael ap-
pare rivestito di potere giudiziale e lo si può con fondati motivi identificare con
la figura del Figlio dell’uomo che esercita lo stesso potere in 7:13,14,26).
Nel Nuovo Testamento Micael riceve il titolo di “arcangelo” (archangelos)
ed è identificato con Gesù Cristo (Gd 9; 1Te 4:16; Ap 12:7,8).
In Daniele tutto lascia credere che Mika’el e il sar hazzavâ siano la stessa
figura celeste. È dunque contro il Figlio di Dio e non contro un sacerdote giu-
daico che si fa grande il “piccolo corno”.

283 - Op. cit., p. 401.


284 - “gadhal”, TDOT, 1975, 2:404.
285 - HASEL, op. cit., p. 402.
286 - Idem, p. 403.

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CAPITOLO 8

“...gli tolse il sacrificio perpetuo...”, ebr. dyimTf h


a {yarh
u UNeMmi U umimmennû hû-
raym hattamîd, letteralmente: “e a lui fu tolta la perpetuità”. L’antecedente più
prossimo a cui possa essere riferita l’espressione ebraica mimmennû (“a lui”) è
“principe dell’esercito”. È dunque a questo Essere celeste che fu tolto il tamîd.
La forma verbale hûraym è difficile da tradurre.
Dalla radice verbale rwm, “togliere via”, “rimuovere”, la traduzione più
plausibile sembra essere “fu tolto”, “fu rimosso”.
Tamîd nell’Antico Testamento ricorre invariabilmente con funzione di ag-
gettivo (“continuo”, “perpetuo”) o di avverbio (“del continuo”, “perpetuamente”).
In 8:11-13, 11:31 e 12:11 tamîd è preceduto dall’articolo (hattamîd) e di conse-
guenza ha valore di sostantivo (“la continuità”, “la perpetuità”). Dandosi per
scontato senza motivi plausibili che tamîd in 8,11 e 12 si riferisca al sacrificio
quotidiano (Es 29:38-42; Nu 28 e 29), tutte le versioni suppliscono in 8:11-13,
11:31 e 12:11 il vocabolo “sacrificio” (Rinaldi ha: “il sacrificio quotidiano”, altre
versioni: “il sacrificio continuo” o “perpetuo”).
Daniele conosce ed usa a proposito la terminologia liturgica del santuario:
in 9:21 menziona “l’oblazione della sera” (minchath ‘erev). Se in 8:11-13, 11:31 e
12:11 avesse voluto riferirsi al sacrificio continuo, avrebbe usato il termine tec-
nico ‘olath hattamîd (“olocausto continuo”) proprio della terminologia del san-
tuario (cfr. Nu 28 e 29 nell’ebraico). Sembra ovvio che con l’usare tamîd come
sostantivo Daniele abbia voluto dire una cosa diversa.
Tamîd nella legislazione cultuale del Pentateuco, oltre che all’olocausto
quotidiano come aggettivo (‘olath hattamîd, “l’olocausto perpetuo”: vedi Es
29:42; Nu 28:3,6,10 ecc.), è applicato con funzione di avverbio a svariati atti litur-
gici, come il mantenimento del fuoco sacro sull’altare dei sacrifici (Le 6:13 - 6:6
nell’ebraico -), il mantenimento delle luci del candelabro del santuario (Le 24:2,
vedi anche Es 27:20), il cambio settimanale dei pani di presentazione nel taber-
nacolo (Le 24:8). In 1Cr 16:37 tamîd con valore di avverbio è riferito al servizio
dei sacerdoti davanti all’arca dell’Alleanza. In 8:11-13, 11:31 e 12:11 semmai sa-
rebbe più logico supplire il termine generico “servizio” piuttosto che quello re-
strittivo “sacrificio”.
Ma a prescindere da tutto questo, tenendo conto dell’uso che ne fa Daniele
con funzione di sostantivo (una forma che non ricorre altrove nell’Antico Testa-
mento), hattamîd (“la continuità”, “la perpetuità”) non può riferirsi ad altra cosa
che ad una attività del celeste “Principe dell’esercito” che si svolge senza interru-
zione.
L’ultima frase del v. 11 (nell’ebraico O$fDq: m i }Ok:m \al$: hu wº wehushlak mekôn
miqdashô) nelle versioni in lingua italiana è resa con notevoli varianti:

“... e il luogo del suo santuario fu abbattuto...” (G. Luzzi).

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CAPIRE DANIELE

“... e fu profanato il luogo del suo santuario...” (G. Rinaldi).

“... e fu profanata la santa dimora...” (TOB).

“... e fu rovesciato il fondamento del suo santuario...”


(Bibbia Concordata).

Hushlak è la forma hofal del verbo shalak, “gettare”, “abbattere”, “rovesciare”,


“distruggere”, sia in senso letterale che in senso metaforico. “Fu abbattuto”
(Luzzi) e “ fu gettata a basso” (Diodati) sono dunque traduzioni coerenti di hu-
shlâk. Ma poiché questo verbo non consente di armonizzare il passo danielico
col modello della persecuzione di Antioco, giacché il re di Siria profanò ma non
distrusse il tempio giudaico di Gerusalemme287, si è proceduto ad un’arbitraria
sostituzione della forma verbale originale hushlak, attestata dai manoscritti più
antichi, con una forma verbale totalmente diversa: tirmos (“contaminato”, “profa-
nato”, “dissacrato”) la quale mette d’accordo il testo biblico col modello storico
scelto dagli esegeti storico-critici288. La RINALDI e la TOB seguono il testo ebraico
così modificato.
Mekôn è il complemento del verbo hushlak. Luzzi e Rinaldi traducono
“luogo” il sostantivo mekôn, Diodati “stanza” e Bernini e la Concordata “fonda-
mento”. La TOB lo omette. Dal verbo kwn, “stabilire”, “fissare”, “confermare”,
mekôn significa “dimora”, “luogo”, “fondamento”.
Quest’ultimo è il senso preferito da Hasel289 il quale rileva che su 17 volte
che mekôn ricorre nell’Antico Testamento, 16 volte si trova in contesti cultuali: in
7 casi come designazione del luogo della dimora di Dio in cielo (1Re 8:39, ecc.),
cioè del suo santuario, come si vede da Es 15:17 dove l’equivalenza “dimora (di
Dio)” - “santuario” è attestata dal parallelismo poetico. In 3 casi mekôn è riferito
alla “dimora” terrestre di Jahvé, il santuario mosaico (Es 15:17), e il tempio salo-
monico (1Re 8:13; 2Cr 6:2); due volte, infine, è associato metaforicamente al
trono celeste di Dio: nei Sl 89:14 (15 nell’ebraico) e 97:2, dove si dice che “giu-
stizia ed equità sono le basi (mekôn) del suo trono”. Ulteriori indicazioni, nota
ancora l’Hasel, emergono da un’analisi dei contesti cultuali di mekôn.
“Dal luogo della sua celeste dimora - dice testualmente - cioè dal suo san-
tuario nel cielo, Egli ascolta le preghiere dei suoi fedeli, israeliti e non (1Re 8:39,
41, 43), e da esso elargisce il perdono e rende giustizia”290.

287 - Vedi I Maccabei capitolo 1; G. RICCIOTTI, Storia d’Israele, vol. II, pagg. 270-271.
288 - Cfr. G. HASEL, op.cit., pp. 410-411.
289 - Ibidem, p. 412.
290 - Ibidem, pp. 412-413.

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CAPITOLO 8

L’azione ostile del corno è diretta precisamente contro questa attività divina.
“Ma l’atto del corno di abbattere il mekôn (‘fondamento’) del santuario celeste -
osserva ancora il nostro autore - è una interferenza nell’atto di Dio di ascoltare le
preghiere dei suoi devoti e di offrire il perdono, base/fondamento del santuario
di Dio nei cieli. L’atto del corno implica dunque un’intromissione nel senso che
esso rende inefficace il ‘fondamento’ o la ‘base’ (mekôn) del santuario celeste dal
quale procede la giustizia divina”291.
Secondo la cristologia del Nuovo Testamento il Figlio di Dio, esaltato alla
destra del Padre dopo la risurrezione (At 5:55-56; Rm 8:34; Eb 1:3,8), svolge nel
suo celeste santuario (Eb 8:1-2; 9:11-12) un ministero continuo di mediazione e
intercessione a favore nostro (1Tm 2:5; Rm 8:34; Eb 7:25; 1Gv. 2:1).
“Questo ‘abbattere’ è un modo di trasmettere in un linguaggio grafico me-
taforico, l’idea che il potere del ‘piccolo corno’ giunge, per così dire, al centro
stesso dell’attività divina nel santuario del cielo, un’attività che comporta il per-
dono del peccato. Siffatta azione tocca il cuore dell’intercessione e del ministero
continui del ‘Principe dell’esercito’ (il Cristo) che ministra nel santuario celeste.
In altri termini il potere del corno anti-divino attacca la base stessa dell’interces-
sione del celeste santuario con le sue attività mediatoria e salvifica a beneficio
dell’uomo fedele”292.
Mekôn miqdashô è il complemento del verbo hushlak, è ciò che il corno ha
abbattuto. Miqdash, dal verbo qadâsh, “essere santo”, è il termine col quale il
Pentateuco designa il santuario mosaico (cfr. Es 25:8; Le 12:4; 21:12; Nu 10:21;
18:1 ecc.) e con cui il cronista indica il tempio di Yahweh in Gerusalemme (1Cr
22:19; 2Cr 29:21).
“Santuario” è dunque la traduzione corretta di miqdash e non “oblazione”
come nella versione del Bernini. La TOB traduce miqdashô “la santa dimora”,
non tenendo conto del suffisso di terza persona maschile unito a miqdâsh. Da-
niele ha voluto dire che fu il santuario del “Principe dell’esercito”, e non il san-
tuario in senso indefinito, che il corno empio abbatté.
“La dimensione cosmica del rovesciamento della base celeste del santuario -
citiamo ancora Hasel - esprime la realtà del tentativo di vanificare il ministero di
Cristo in cielo mediante l’instaurazione di un rivale sistema mediatorio che disto-
glie l’attenzione degli uomini dall’opera sommo-sacerdotale di Cristo, privandoli
così dei benefici continui del suo ministero nelle corti celesti”293.

291 - Ibidem, p. 414.


292 - Ibidem.
293 - Ibidem, p. 415.

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CAPIRE DANIELE

12 L’esercito gli fu dato in mano col sacrifizio perpetuo a motivo


della ribellione; e il corno gettò a terra la verità, e prosperò nelle sue
imprese.

Nei primi 7 versetti del cap. 8 s’incontrano 6 riferimenti che hanno attinenza con
l’uso della facoltà visiva: 3 volte (vv. 1 e 2) si ripete la parola “visione” (chazôn),
2 volte (vv. 4 e 7) ricorre la voce verbale “io vidi” (ra’îthî) e 1 volta (v. 3) si
legge l’espressione “alzai gli occhi e guardai” (wa’essa’ ’enay wa’er’eh). È evi-
dente che l’attenzione di Daniele in questa parte della visione è concentrata sulle
figure simboliche che scorrono davanti ai suoi occhi.
Nel v. 12, con un attacco mosso alla “continuità” e un oltraggio inflitto alla
“verità”, si conclude l’attività del “corno” contro il “Principe”, il suo “esercito” e il
suo tamîd (“continuità”), e con essa si chiude anche la parte “visiva” della rivela-
zione.
Nelle versioni moderne della Bibbia la prima parte del v. 12 è resa con no-
tevoli differenze di senso. Si confrontino le seguenti traduzioni italiane:

“L’esercito gli fu dato in mano col sacrificio perpetuo a motivo della ribel-
lione; e il corno gettò a terra la verità e prosperò nelle sue imprese” (Luzzi).

“Una milizia fu incaricata del sacrificio perpetuo sacrilego e la verità fu get-


tata a terra. Ciò si fece e vi riuscì” (Bernini)

“E fu posto sul sacrificio quotidiano il peccato e si gettò a terra la verità; e ciò


si fece e si riuscì” (Rinaldi)

“In luogo del sacrificio quotidiano fu posto il peccato e fu gettata a terra la


verità. Ciò esso fece, e vi riuscì” (TOB)

“Una stele fu collocata nel luogo del sacrificio perpetuo con empietà e fu get-
tata a terra la verità. Così fece ed ebbe successo” (Bibbia Concordata)

Alcune osservazioni s’impongono.

1. A parte le prime due traduzioni, le altre omettono il vocabolo “eser-


cito” o “milizia” (tzava’) che si trova nell’originale.
2. Tutte le traduzioni riportate sopra aggiungono il termine “sacrificio”
che manca nell’ebraico (il Luzzi vi supplisce anche la parola “corno”).
3. In tutte le versioni citate sopra si nota la preoccupazione dei traduttoti
di armonizzare la prima parte del versetto col fatto storico della profanazione
del tempio giudaico perpetrata da Antioco Epifane nel 167 a.C. (vedi 1Mac-

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CAPITOLO 8

cabei 1:54; 2Maccabei 6:1-2). Le versioni moderne interpretano il testo origi-


nale più che tradurlo.

Proviamo a leggere il passo nell’ebraico: ;hfxyilc : h


i wº hft&
: (f wº hfcr
: )
a tem)
E \"l$
: t
a wº (a$pf B
:
dyimTf h f wº wetzava’ tinnathen ‘al hattamîd befasha‘ wetashlek ’emeth
a -la( }"tNæ Ti )fbc
’artzâh we’ashtah wehitzlîchah.

Letteralmente: Un esercito fu dato sopra la continuità nella trasgres-


sione, e si gettò la verità a terra; si fece e riuscì.

L’interpretazione del passo che sarà data di seguito si attiene all’analisi che ne fa
Hasel nell’opera citata alle pagine 416-420.
Il sostantivo tzava’, “esercito”, può essere tenuto come il soggetto della pro-
posizione perché precede il verbo (tinnaten, “dato”). Detto sostantivo essendo
indeterminato (non è preceduto dall’articolo) si dovrebbe mantenerlo distinto
dallo stesso sostantivo nei vv. 10 e 11. In altre parole, “l’esercito” che agisce in
questo versetto non è lo stesso “esercito” contro il quale si volge l’attacco del
“corno” nel v. 10.
“La continuità” (hattamid) è la stessa entità menzionata nel v. 11 (il sostan-
tivo è preceduto dall’articolo).
“Esercito dunque nel v. 12 designa qualcosa che va contro ‘la continuità’ e
deve essere messo in relazione col ‘corno’, in definitiva è l’esercito del ‘corno’
che si pone contro la ‘continuità’ del ‘Principe’. In questo contesto l’azione de-
scritta nel v. 12 sembra suggerire l’idea che un esercito del piccolo corno nella
forma di Roma ecclesiastica (questo simbolo può essere riferito al clero) sia inve-
stito del potere di opporsi alla continuità, cioè al ministero ininterrotto di media-
zione e intercessione del celeste Principe dell’esercito. L’intercessione, la media-
zione ed altri benefici connessi col tamîd sono completamente in potere
dell’esercito del ‘piccolo corno’”294.
Tinnaten è la forma passiva (nifal) femminile del verbo natan, “dare”. La
preposizione ‘al (“sopra”), che nel testo in esame segue il verbo tinnaten,
spesso, alla stessa stregua della preposizione be (“in”), ha il senso peggiorativo
di “contro”295. Il verbo natan, “dare”, associato alla preposizione ‘al (o alla pre-
posizione be), acquista il senso negativo di “porre contro”, “far ricadere su”296.

294 - G. HASEL, op.cit., pp. 416-417.


295 - Cfr. P.P. JOÜON, Grammaire de l’hebreu biblique, p. 407.
296 - 1Re 8:32: “... facendo ricadere sul suo capo...”, ebraico: ...latheth (dal verbo nathan)
darkô ber’osho (vedi anche 2Cr 6:23; Ez 7:3,4: “... ti farò ricadere addosso...”, ebraico: we-
naththathi (dal verbo nathan) ‘alaîk ... (vedi anche 9:10; 11:21; 16:43; 17:19; 22:31).

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CAPIRE DANIELE

In definitiva, il “piccolo corno” ha posto qualcosa contro il ministero conti-


nuo del “Principe dell’esercito” e ciò facendo ha commesso una trasgressione
(befasha‘, “con trasgressione”).
Nella seconda proposizione del v. 8: wetashlek ’emet ’artzâh, “e gettò la ve-
rità a terra”, il verbo è ancora al femminile; esso può dunque avere come sog-
getto tanto il qeren (“corno”) del versetto precedente, quanto lo tzava’ (“eser-
cito”) nominato in questo versetto, dal momento che entrambi i sostantivi
nell’ebraico sono di genere femminile. Fu dunque il “corno”, o l’“esercito” del
corno, che gettò a terra la verità.
’Emet, “verità”, spesso nell’Antico Testamento è usato in riferimento alla
vera dottrina e al vero culto divino (W.GESENIUS). In Sl 119:142 ’emet è associato
alla Parola di Dio: ûthoratkâ ’emet, “la tua legge è verità”. Questo vocabolo in al-
tri punti del libro di Daniele (8:26; 10:1, 21; 11:2) è riferito alla rivelazione che
procede da Dio.
“Sulla base di questi usi del vocabolo - spiega Hasel - ‘verità’ nel v. 12 può
comprendersi come un riferimento alla rivelazione di Dio nel suo insieme, com-
prese ‘la legge di Mosè’ e la rivelazione apocalittica contenuta nello stesso libro
di Daniele. Questo contesto danielico corrobora l’idea che ‘verità’, qui nel v. 12,
si riferisca alla divina verità della rivelazione che il corno getta a terra. Tale verità
rivelatoria contiene le istruzioni relative al culto, alla salvezza e ad altri temi cor-
relativi compreso il tema sul piano di Dio attinente all’instaurazione dei regni
della grazia e della gloria”297.
L’idea espressa dai due verbi che concludono il versetto è chiara: il potere
simboleggiato dal “piccolo corno” riesce nelle sue imprese volte a contrastare
l’azione di Dio. Ma solo in apparenza, giacché nella realtà Dio mantiene il con-
trollo della situazione.

13 Poi udii un santo che parlava; e un altro santo disse a quello che
parlava: “Fino a quando durerà la visione del sacrifizio continuo e
la ribellione che produce la desolazione, abbandonando il luogo
santo e l’esercito ad essere calpestati?”

È stata notata nel libro di Daniele una correlazione costante fra cielo e terra. Nel
cap. 2 i quattro metalli che compongono la statua vista in sogno dal re di Babilo-
nia evocano realtà “orizzontali”, terrene; mentre la pietra che cade dall’alto e
frantuma la statua richiama ad una realtà “verticale”, celeste.
Nel cap. 7 il giudizio e l’instaurazione del Regno eterno di Dio (realtà “verti-

297 - G. HASEL, op.cit., p. 419.

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CAPITOLO 8

cale”) fanno seguito alle attività delle 4 bestie e del “piccolo corno” (realtà “oriz-
zontale”).
Nei capp. 11 e 12 da una successione di eventi terreni che coinvolgono di
volta in volta le potenze del mondo (la Medo-Persia, la Macedonia, i regni elleni-
stici e l’Impero romano), realtà “orizzontali”, si passa all’entrata in scena di Mi-
cael che redime i giusti alla risurrezione dei morti (realtà “verticale”).
Il cap. 8 non fa eccezione: prende l’avvio dall’ambito delle cose terrene, poi
si eleva in “verticale” svelandoci una violenta aggressione portata dal “corno”
contro il “Principe” del cielo e culmina con l’audizione che introduce piena-
mente nella realtà celeste.
Nel v. 12, come abbiamo visto, si è conclusa la fase “visiva” della rivela-
zione. Col v. 13 ha inizio una nuova fase nella quale il profeta deve impegnare
soprattutto la facoltà auditiva. Due volte (vv. 13 e 16) egli dice: “e udii” (hf(m
: $
: )
e wæ
wa’eshme‘ah), e 3 volte (vv. 14, 17 e 18) usa l’espressione “e disse” (wayy’omer).
Attonito per le cose sconvolgenti che ha visto nella parte finale della visione,
Daniele assiste adesso a un dialogo fra due esseri celesti. Il dialogo verte precisa-
mente su quelle attività dissacratorie del “corno” che hanno scosso il profeta.
La maggior parte delle versioni moderne della Bibbia traduce il passo in
modo da lasciar capire che la domanda dell’uno dei “santi” rivolta all’altro ri-
guardi la durata dell’attività maligna del “corno”:
“Poi udii un santo che parlava; e un altro santo disse a quello che parlava:
‘Fino a quando durerà la visione del sacrificio continuo e la ribellione che pro-
duce la desolazione abbandonando il luogo santo e l’esercito ad esser calpe-
stati?” (così la versione di Luzzi).

Altre versioni rendono il passo sostanzialmente alla stessa maniera:

“Udii un santo parlare e un altro santo dire a quello che parlava: ‘Fino a
quando durerà questa visione: il sacrificio quotidiano abolito, la desola-
zione dell’iniquità, il santuario e la milizia calpestati?” (TOB)

“Udii parlare un santo e un altro santo disse a quel tale che parlava: ‘Fino a
quando durerà la visione, vale a dire, fino a quando il sacrificio perpetuo
sarà abolito, l’iniquità devastatrice sussisterà, e il santuario con il suo eser-
cito sarà calpestato?” (Concordata)

“Allora intesi un santo che parlava e un alto santo disse a quel tale che par-
lava: ‘Fino a quando durerà la visione: il sacrificio perpetuo rimosso, l’em-
pietà devastatrice che vi è stata installata e la milizia conculcata?” (Bernini)

In queste traduzioni sono aggiunte delle parole che nel testo originale non ci

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CAPIRE DANIELE

sono (le forme verbali durerà, abolito o rimosso, sussisterà ed il sostantivo sacri-
ficio). S’avvicina un po’ di più all’ebraico la traduzione di G.Rinaldi:

“Or io udii un santo parlare, e un altro santo disse a quel tale, che parlava:
‘Fino a quando la visione: il sacrificio quotidiano abolito e il peccato deva-
statore posto là e il santuario e il celeste esercito oggetto di conculcazione?”

Questo traduttore non aggiunge il verbo “durerà”. Si deve comunque ricono-


scere che il testo ebraico è alquanto oscuro:;sfmr
: m
i )fbc
f wº $edoqwº t"T {"mo$ (a$Pe h
a wº
dyimT
f h
a }Ozfxh f -da( ‘Ad matay hachazôn hattamîd wehappesha‘ shomem teth
e yatm
weqodesh wetzava’ mirmas?

Letteralmente: Fino a quando la visione, la continuità e la trasgres-


sione desolante (cioè che produce desolazione) e il santuario e l’esercito
calpestati?

Si ha l’impressione che effettivamente manchino delle parole nella frase. Ma il


supplirle congetturalmente, come si è fatto, comporta - è naturale - il rischio di
alterare il pensiero originale. Conviene meglio procedere ad un’accurata analisi
filologica e contestuale del passo. È quello che ha fatto Hasel298, noi seguiremo
la sua analisi.
‘Ad è una preposizione temporale: “fino a”, e il vocabolo che segue,
mathay, è un avverbio interrogativo di tempo: “quando...?” L’aggiunta della
forma verbale “durerà” nella maggior parte delle traduzioni moderne altera il
senso della domanda. La frase interrogativa: ‘ad matay...? (“fino a quando...?”)
esprime non già durata, ma limite di tempo. Quel che si vuol sapere non è
quanto durerà l’azione devastante del “corno” (l’attacco mosso al tamîd, la tra-
sgressione che cagiona desolazione e l’oltraggio fatto al santuario e all’ “eser-
cito”), ma quando tutto questo finirà.
Ben a proposito Hasel ricorda che l’angelo-interprete svela a Daniele in ter-
mini espliciti il tempo futuro a cui si riferisce la visione: “questa visione concerne
il tempo della fine”, }Ozfxhe j"q-te(l : yiK kî le‘eth qetz hechazôn (v. 17); e ancora:
“poiché si tratta del tempo fissato per la fine”, j"q d"(Om:l yiK kî lemô‘ed qetz (v.
19); e di nuovo: “la visione delle sere e delle mattine... è vera”, ma “si riferisce a
un tempo lontano”, {yiBr a {yimyæ l
: tem)
E reqoBh
a wº ber(e h
f h")r a U ûmar’eh ha‘erev wehab-
: m
boqer... ’emeth... leyamîm rabbîm (v. 26).
“Siffatta enfasi posta sul tempo della fine nel v. 8 - sottolinea testualmente il

298 - Op. cit., pp. 439-448.

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CAPITOLO 8

nostro Autore - avvalora il senso di fine di un tempo che abbiamo dato al dia-
logo in forma di domanda/risposta nei vv.13 e 14”299.
La comprensione del responso dell’interpellato nel v. 14 ovviamente ri-
chiede a monte la comprensione dei termini con i quali l’interpellanza è stata
formulata nel v. 13. I termini su accennati, ricordiamolo ancora una volta, sono:
“continuità” (tamîd), “trasgressione” (peshâ‘), “desolazione” (shomem) e “santua-
rio” (qodesh) (il senso di “esercito” - tzeva‘ - è già stato chiarito).
Si è già osservato come l’aggiunta del vocabolo “sacrificio” a “continuità”
letta come aggettivo (“continuo”), sia un’operazione non autorizzata dal contesto
né - aggiungiamo qui - dai manoscritti.
Nell’ebraico non c’è alcun aggettivo che qualifichi il termine tamîd e i nu-
merosi manoscritti masoretici di Daniele esistenti hanno tutti l’identica forma.
Thamîd nel v. 13 ha lo stesso significato che nei vv. 11 e 12: il vocabolo si riferi-
sce al ministero sacerdotale ininterrotto di Gesù Cristo nel santuario celeste.
Il termine ebraico per “trasgressione”, peshâ‘, è “la parola più profonda
usata nel Antico Testamento per esprimere il concetto di ‘peccato’”300. Fonda-
mentalmente questa parola significa “ribellione” nel senso di azione mediante
cui “uno interrompe ogni rapporto con Dio sottraendogli ciò che è suo, deru-
bandolo, appropriandosi fraudolentemente di ciò che gli appartiene”301.
Il nostro Autore ha studiato le connessioni terminologiche e teologiche fra
pesha‘ e vari contesti scritturali. In Dn 9:24 il vocabolo compare nella frase: “per
porre fine alla trasgressione (pesha‘)”. Dio ha fissato un tempo entro il quale
Israele dovrà far cessare la “trasgressione”.
In Le 16:16 e 21 pesha‘ è usato nel contesto della purificazione del santua-
rio nel giorno dell’espiazione. Sia in Dn 9:24 che in Le 16:16,21 questo vocabolo
è usato in relazione col popolo di Dio (in Le 16 l’enfasi cultico-giudiziale è ine-
quivocabile ed un contesto cultico è evidente in Dn 8:11-14). La “trasgressione”
a cui si allude in Dn 8:11-14 può essere la trasgressione alla quale il popolo di
Dio è stato trascinato mediante l’attività del “piccolo corno”.
Il participio shomem in certe versioni della Bibbia è tradotto “causante or-
rore”, in altre è reso “che produce la desolazione” (Luzzi) e da certi espositori è
stato accostato all’espressione “abominazione della desolazione” ricorrente in Dn
9:27, 11:31 e 12:11. In realtà in questi 3 passi l’unico elemento comune è il ter-
mine shomen; a parte questo “non ci sono due espressioni che siano identi-
che”302.

299 - Ibidem, p. 430.


300 - L. KÖHLER, Old Testament Theology, p. 170, citato da HASEL, op. cit., p. 440.
301 - R. KNIERIM, “pesha‘ Verbrechen”, THAT, 2:493, citato da HASEL, op.cit., p. 440.
302 - H.H.ROWLEY riportato da HASEL, op. cit., p. 441.

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CAPIRE DANIELE

Alcuni autori hanno collegato l’espressione wehappesha‘ shomem (resa in


qualche versione “la ribellione che produce la desolazione”) alle parole di Gesù
in Mt 24:15: “Quando dunque avrete veduta l’abominazione della desola-
zione, della quale ha parlato il profeta Daniele, posta in luogo santo (chi legge
pongavi mente)...”. Hasel osserva che da come ne parla Gesù risulta chiaro che
la profezia nel suo tempo non si era ancora adempiuta. Poi si pone la domanda
se Gesù in Mt 24:15 si riferisca davvero a Dn 8:13.
La fraseologia scelta da certi traduttori per tradurre Dn 8:13 e Mt. 24:15 - os-
serva - parrebbe presupporlo. Ma nel testo greco che soggiace alla frase “l’abo-
minazione della desolazione” nella traduzione di Mt. 24:15 - puntualizza Hasel -
l’espressione è to bdelygma tas eremoseos, un’espressione molto simile a quella
che si trova nella traduzione di Dn 11:31 nella versione greca di Teodozione:
bdelygma eremoseos è identica alla traduzione della stessa frase in Dn 12:11: to
bdelygma tes eremoseos. I LXX rendono l’espressione ebraica wehappesha‘ sho-
men in Dn 8:13 he hamartia eremoseos. In queste traduzioni si riflette la termi-
nologia ebraica differenziata usata in Dn 8:13 da una parte e 11:31 e 12:11
dall’altra.
Il termine bdelygma - spiega Hasel richiamandosi a W. BAUER e ad altre au-
tori - significa “abominazione” e traduce l’ebraico shiqqutz. Si può dunque osser-
vare che dal punto di vista della linguistica la frase di Mt 24:15 (“l’abominazione
della desolazione”) non deriva da Dn 8:13 (o 9:27) ma piuttosto da Dn 12:11 e
possibilmente da 11:31.
“In breve - ne deduce il nostro Autore - l’attività descritta in Dn 8:13 con la
frase ‘la trasgressione che provoca orrore’ non è identica a quella con cui Gesù
in Mt 24:15 descrive ‘l’abominazione della desolazione’. Gesù sembra fare riferi-
mento agli eventi descritti in 12:11 e verosimilmente anche in 11:31”303, ma non
in 8:13.
Il senso di shomem in 8:13 può essere chiarito dall’uso che si fa dello stesso
termine in altri punti del libro. In 8:27 ricorre una forma della radice shmm da
cui deriva shomem. Daniele dice di essere “spaventato” o “ costernato” (’eshthô-
mem) a motivo della visione.
L’uso differenziato di parole che provengono dalla stessa radice (shmm) -
osserva Hasel - consente di cogliere 3 idee: (1) uno stato psicologico caratteriz-
zato da orrore traumatizzante; (2) devastazione/desolazione quando il termine è
riferito a santuario/tempio; (3) giudizio decretato da Dio. E conclude: “Sulla base
di questo background la frase: ‘la trasgressione che provoca orrore’ sembra
esprimere un fortissimo raccapriccio suscitato dalla trasgressione cultico-religiosa

303 - HASEL, op. cit., p. 443.

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CAPITOLO 8

a cui ha dato origine il ‘piccolo corno’ mediante un sistema contraffatto di servi-


zio sacerdotale e di mediazione che rivaleggia col sistema celeste e induce gli
uomini a trasgredire la verità sulle attività redentive divine”304.
Nei vv. 11 e 13-14 due parole differenti ma aventi la stessa radice (qdsh):
miqdash (v. 11) e qodesh (vv. 13 e 14), in sostanza significano la stessa cosa. Mi-
qdash è reso “santuario” in varie versioni italiane (Luzzi, Rinaldi, Concordata)
mentre altre lo traducono “santa dimora” (CEI) o “oblazione” (Bernini). Qodesh
nei vv. 13 e 14 è reso concordemente “santuario” nelle versioni citate di solito in
questo commentario (TOB, Concordata, Bernini, Rinaldi, Luzzi; quest’ultimo nel
v. 13 lo traduce “luogo santo”). La TOB francese traduce uniformemente “santua-
rio” sia miqdash in 8:11 che qodesh in 8:13 e 14.
Hasel305 sostiene l’identità di senso dei due termini contro quegli autori che
li distinguono semanticamente (MARTI, PLOGER, HASSLBERGER) riconoscendo al
primo il significato di “santuario” e annettendo al secondo quello di “cose sante”,
“disposizioni” e “istituzioni religiose” o di “sacri insegnamenti”. A questi autori il
nostro teologo oppone un’argomentazione scritturale convincente che riprodu-
ciamo nelle righe che seguono.
Nell’Antico Testamento qodesh ricorre non meno di 469 volte, 326 nella
forma singolare allo stesso modo che 8:13-14. Come nome astratto qodesh può
riferirsi alla santità di Dio (Es 15:11; Is 52:10 ecc...), ma in senso concreto spesso
designa il santuario terreno (Es 36:1; Le 4:6; Nu 3:28, 31-32; 1Cr 22:19; Is 43:28;
Ml 2:11; Sl 68:24 ecc...), e qualche volta anche il santuario dei cieli (Sl 60:6; 68:5;
102:19 ecc...). Talora qodesh designa il luogo santissimo del santuario (Le 16:2;
Ez 41:21,23).
Con valore di aggettivo qodesh è associato a “sacerdoti” (Le. 21:6) e a “le-
viti” (2Cr 23:6 ecc...); a volte qualifica il popolo di Dio (Is 62:12; Dn 12:7 ecc....).
Ma nell’Antico Testamento neanche una volta sola - puntualizza Hasel - questo
termine designa “disposizioni” e “istituzioni religiose”, “sacri insegnamenti” e si-
mili in senso collettivo.
L’uso di qodesh nelle Scritture ebraiche aiuta a chiarire il senso del termine
in 8:13-14. In questo contesto danielico qodesh fa parte dei termini e delle frasi
che ricapitolano i concetti espressi nei vv. 11 e 12 dove compare il vocabolo mi-
qdash, che qodesh ricapitola nei vv. 13-14.
Entrambi questi termini ricorrono con frequenza nell’Antico Testamento
come designazioni del santuario/tempio sia terreno che celeste.
Nell’audizione che comincia in 8:13, qodesh ricompare con ulteriori implica-
zioni. Una è rilevabile inequivocabilmente nell’espressione “il ‘luogo’ santissimo”
(qodesh qodashîm) riferita al “santuario” in 9:24.

304 - Ibidem, p. 443.


305 - Ibidem, pp. 445-446.

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CAPIRE DANIELE

“L’unzione del santuario dei cieli è il preludio dell’epilogo di quella ‘purifi-


cazione’ del santuario alla quale si allude in 8:13-14”.
Un’altra implicazione ha attinenza diretta col popolo di Dio o con i termini
usati in altre parti del libro per designarlo. Il cap. 7 menziona ripetutamente “i
santi dell’Altissimo” (aramaico: qaddîshe ‘elyônîn), detti anche “il popolo dei
santi dell’Altissimo” (‘am qaddîshe ‘elyônîn).
Ai “santi dell’Altissimo” perseguitati dal “piccolo corno” è “resa giustizia”
(7:22 Concordata, TOB) nel giudizio dell’Altissimo che precede l’avvento del re-
gno eterno che i “santi” riceveranno dalle mani del Figlio dell’uomo.
Anche nel cap. 8 il “corno” che nasce “dalla piccolezza” perseguita il “po-
polo dei santi” (‘am qedoshîm, v. 24). E finalmente avrà fine la dissipazione delle
“forze del popolo santo” (‘am qodesh) (12:7). Queste associazioni terminologiche
e concettuali di qodesh col santuario, i santi ed il giudizio nel libro di Daniele -
dice Hasel - non possono essere accidentali: qodesh in 8:13 mira a stabilire delle
connessioni terminologiche e concettuali per chiarire i punti di massima tensione
delle visioni dei capitoli 7, 8-9 e 11-12.
Evidenziate le implicazioni di qodesh (“santuario”) in daniele, Hasel ritorna
su 8:13 per rilevare che nella frase “il santuario e l’esercito dati ad essere calpe-
stati” non si può scorgere una correlazione sintattica fra i termini “santuario” (qo-
desh) ed “esercito” (tzava’). “Esercito - egli dice - ricapitola quanto lo stesso ter-
mine esprimeva nel v. 10, ovvero il popolo di Dio identificato come “il popolo
dei santi” nel v. 24. Il “santuario” e “l’esercito” sono abbandonati ad un “calpe-
stio”. Mirmas come sostantivo nell’Antico Testamento compare con due sole atti-
nenze, dice Hasel:
(1) il calpestio del terreno coltivato da parte degli animali da pascolo
(Is 5:5; 7:25; Ez 34:19);
(2) il calpestio del popolo da parte del nemico (Is 10:6; 28:18; Mic
10:7). In Is 1:12 una forma verbale dalla quale deriva mirmas è usata in un
contesto cultico. Si allude in questo passo agli adoratori e agli animali sacri-
ficali che calcano i sacri cortili del tempio.

Nelle forme verbali e nominali derivate dalla radice rms manca qualunque idea
di contaminazione o dissacrazione. Mirmas in 8:13 esprime il concetto di preva-
ricazione a danno del “santuario” e dell’ “esercito”.
“Abbiamo condotto con accuratezza la nostra indagine in merito alla do-
manda formulata in 8:13 - conclude Hasel - con l’intento di farne emergere il si-
gnificato dal testo stesso letto alla luce del contesto del capitolo, del libro di Da-
niele e della Bibbia in generale.
Da questa indagine è risultato chiaro che il tenore della interpellanza
orienta alle cose che dovranno accadere al termine della visione. L’espressione
temporale in 8:13 non è incentrata su quello che avverrà durante il lasso di

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CAPITOLO 8

tempo contemplato nella visione, dirige bensì l’attenzione verso il punto termi-
nale di questo lasso di tempo ed oltre”306.

14 Egli mi disse: “Fino a duemila trecento sere e mattine; poi il san-


tuario sarà purificato”.

Il responso dell’essere celeste è rivolto non all’altro essere celeste che lo ha sol-
lecitato con la sua domanda, ma al profeta che ha assistito al dialogo fra i due:
“Ed egli mi disse...”, yal)" rem)oYwá wayy’omer ’elay... L’angelo-rivelatore parla a Da-
niele come se avesse letto nel suo pensiero un intenso desiderio di conoscere il
tempo futuro in cui terminerebbe infine la guerra accanita del “corno” contro il
celeste “Principe”, il suo “santuario” ed il suo “esercito”.
La rivelazione dell’angelo è diretta e concisa: “Fino a duemilatrecento sere-
mattine...”, tO)"m $ol$: U {éyPa l a reqoB ber(e da( ‘ad ‘erev boqer ’alpaym ûshelosh
: )
me’oth... Interpellanza e responso iniziano con la stessa parola: ‘ad, “fino a”. Se-
gno che interpellante e interpellato hanno in mente la stessa cosa: un punto di ar-
rivo, una scadenza (non una durata come interpretano generalmente le versioni).
Questo punto d’arrivo è posto al termine di un periodo di “2300 sere-mattine”.
Gli studiosi di Daniele - e non soltanto quelli contemporanei - che abbas-
sano al II secolo a.C. la data di composizione del libro, sono concordi nel dire
che l’espressione del testo ebraico ‘erev-boqer ’alpaym ûshelosh me’ôth, “due-
mila-trecento sere-mattine” indica il numero totale di sacrifici tamîd (“continui”)
che furono soppressi nel tempio di Gerusalemme durante la persecuzione di An-
tioco Epifane tra il 167 e il 164 a.C. Poiché ogni giorno si immolavano nel tem-
pio gerosolimitano due olocausti - uno al mattino e uno la sera - 2300 sacrifici si
offrivano in 1150 giorni (così A.BENTZEN, K.MARTI, J.A.MONTGOMERY, N.W. POR-
TEOUS, O.PLÖGGER, M.DELCOR, A.LACOCQUE ed altri seguiti quasi senza eccezioni
dai commentatori e dai compilatori delle note delle versioni)307.
Contro il dimezzamento delle 2300 sere-mattine militano però serie diffi-
coltà che gli espositori conservatori non hanno mancato di rilevare. Hasel le ha
riassunte nei punti seguenti:

1. Nel linguaggio del rituale sacrificale quotidiano il doppio sacrificio


del mattino e della sera è designato invariabilmente con l’espressione “olo-

306 - Ibidem, p. 448.


307 - Vedi G.RINALDI, Daniele, pp. 117-118; G.BERNINI (come interpretazione alternativa),
Daniele, p.238; Bibbia Concordata, nota a Dn 8:14; Traduzione ecumenica, TOB (col testo
della CEI), nota X a p. 1640; Bibbia di Gerusalemme, testo della CEI (come opzione possibile)
nella nota a Dn 8:14 a p. 1935.

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CAPIRE DANIELE

causto continuo” al singolare (dyimTf talo(‘olath tamîd). Questa espressione è


applicata, con un’unica eccezione (Nu 28:23), ai due olocausti quotidiani in-
sieme308. Ogni ‘olath tamîd comprendeva due sacrifici quotidiani, non uno
solo309. Pertanto la divisione in due del ‘olath tamîd - e conseguentemente
delle 2300 sere-mattine in 8:14 - è arbitraria.

2. Nel linguaggio della liturgia sacrificale dell’Antico Testamento, per


quanto attiene al doppio sacrificio quotidiano l’ordine di successione dei
due olocausti è invariabilmente mattina e sera, mai sera e mattina 310. Dun-
que l’espressione “sere-mattine” in 8:14 non è riferita ai sacrifici tamîd ma
ad un periodo di tempo.

3. La separazione delle “sere” e delle “mattine” allo scopo di dimezzare


il numero 2300 non ha alcun sostegno esegetico. L’espressione “sera e mat-
tina” per designare un giorno intero compare per la prima volta nel rac-
conto della creazione in Ge 1: “fu sera e fu mattina, e fu il primo giorno”,
e {Oy reqob-yihyº wá ber(e -yihyº wá wayhî ‘erev wayhî voqer yom ’echad (l’espres-
dfx)
sione si ripete 6 volte). Daniele per indicare i giorni profetici usa il linguag-
gio lapidario del racconto della creazione (S.J. SCHWANTES).
C.F. KEIL311 osserva con ragione: “Un lettore ebreo non potrebbe ca-
pire il periodo temporale (di) 2300 sere-mattine... (come equivalente a)
2300 mezze giornate o 1150 giorni completi, poiché alla creazione sera e
mattina costituirono un giorno pieno e non due mezze giornate... Dob-
biamo dunque prendere le parole così come sono, vale a dire dobbiamo
comprenderle nel senso di 2300 giorni completi”.
Gli ebrei quando volevano indicare separatamente i giorni e le notti
numeravano gli uni e le altre: “quaranta giorni e quaranta notti”, “tre giorni
e tre notti” (cfr. Es 34:28; 1Re 19:8; Gion 2:1; Mt 12:40). “Quaranta giorni e
quaranta notti” non significava 20 giorni pieni ma 40 giorni di calendario.
Correttamente i LXX traducono “2300 giorni” l’espressione ebraica “2300
sere-mattine”.

308 - “Questo è il sacrificio mediante il fuoco che offrirete all’Eterno: degli agnelli dell’anno,
senza difetti, due al giorno come olocausto perfetto (‘olath thamîd)”. Nu 28:3. In Nu 28 e 29
l’espressione ‘olath thamîd (“olocausto continuo”, al singolare), è riferita 15 volte al doppio
olocausto quotidiano (28:3,4,10,15,31; 29:11,16,19,22,25,28,31,34,38). L’unica eccezione
in 28:23 non invalida quest’uso costante.
309 - Vedi S.J. SCHWANTES, “‘Ereb Boqer of Daniel 8:14 Re-examined” in Symposium on Daniel,
pp. 462 e seguenti
310 - Vedi Es 29:39; Le 6:12,13; Nu 28:4, II Re 16:15; 1Cr 16:40; 23:30; 2Cr 2:4; 13:11; Ed 3:3.
311 - Biblical Commentary on the Book of Daniel, Grand Rapids 1949, p. 630, citato da
G.HASEL, op. cit., p. 432.

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CAPITOLO 8

4. Comunque, che le 2300 “sere-mattine” si comprendano corretta-


mente come 2300 giorni pieni o erroneamente come 2300 mezze giornate,
resta il fatto incontestabile che nessun periodo di 6 anni, 4 mesi e 20 giorni
(a tanto corrisponderebbero 2300 giorni di calendario considerando l’anno
di 360 giorni), o di 3 anni, 2 mesi e 10 giorni, da riferire a un episodio della
campagna antigiudaica di Antioco IV è deducibile dai due libri dei Macca-
bei o dagli scritti di Giuseppe Flavio.
C.H.H. WRIGHT312 scrive: “Tuttavia, che si consideri questo periodo
come equivalente a 2300 o a 1150 giorni, i tentativi di armonizzarlo con
un’epoca storica specifica menzionata nei libri dei Maccabei o in Giuseppe,
sono falliti...
Ha ragione il prof. Driver - conclude Wright - quando dichiara: ‘Sem-
bra impossibile trovare due eventi separati da 2300 giorni (6 anni e 4 mesi)
che corrispondano ai fatti descritti’”.
La profanazione del tempio ad opera di Antioco durò esattamente 3
anni e 10 giorni (vedi 1Maccabei 1:54; 4:52) , cioè 1090 giorni di calendario.
C’è un divario di 60 giorni rispetto ai presunti 1150 giorni, un divario che
non si spiegherebbe se il libro fosse stato davvero composto al tempo dei
Maccabei! Senza contare il fatto che il dimezzamento dei 2300 giorni è co-
munque un’operazione arbitraria perché non sostenibile biblicamente.
All’argomentazione del Dott. Hasel aggiungiamo una nostra considerazione.
Le profezie di Daniele hanno di regola uno sbocco escatologico (cfr. 2:44;
7:25-26; 12:1-3). Quella riportata nel cap. 8 non fa eccezione. Gli eventi pre-
detti in questo capitolo si estendono dall’età persiana (v. 20) sino alla fine
dei tempi (v.19).
I primi 8 versetti del capitolo anticipano profeticamente eventi storici
che si sarebbero svolti lungo un arco di tempo di circa 240 anni (dal sor-
gere dell’Impero medo-persiano al tramonto dei regni ellenistici). Poi sa-
rebbe sorto il potere raffigurato dal “piccolo corno” (vv. 9-12) che avrebbe
agito a suo talento sino alla sua finale distruzione “senz’opera di mano”,
r"b<
f yé dæy sep) : U ûve’efes yâd yishshaver (v. 25). L’identica espressione in 2:34
e b
è interpretata da Daniele nei vv. 44-45 come un intervento risolutivo di Dio
alla fine dei tempi. Comprimere in soli 3 anni di calendario una successione
di eventi di così vasta portata come sono quelli descritti in 8:9-12 e interpre-
tati nei vv. 22-25, ci sembra francamente un’impresa disperata!
È sana norma esegetica riconoscere valore simbolico a riferimenti tem-
porali inseriti in contesti letterari simbolici. Questo principio è stato com-

312 - Citato da G.HASEL, op. cit., nota 25, pp. 432-433.

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CAPIRE DANIELE

preso a applicato fin dagl’inizi del IX secolo in ambito ebraico e a partire


dalla seconda metà del XII secolo fra i cristiani. Sono stati numerosi, nei
due campi, gli espositori di Daniele che nei secoli seguenti hanno equipa-
rato ad anni storici i giorni profetici menzionati in questo libro313.
Un consenso ampio su un’interpretazione biblica è certamente una cir-
costanza confortante, ma non è di per sé sufficiente a garantire la corret-
tezza dell’interpretazione stessa. La prova del nove sta nel sostegno ogget-
tivo che quest’ultima può ricevere da una solida documentazione biblica.
Una siffatta documentazione sul principio di equivalenza giorno-anno nelle
profezie danieliche e offerta dal prof. WILLIAM H. SHEA314.

313 - Agl’inizi del IX secolo il dotto giudeo Nahawendi eguagliò ad altrettanti anni i 1290 e i
2300 giorni delle profezie di Daniele. Nel secolo X utilizzarono lo stesso principio per interpre-
tare le 70 settimane e uno o più di uno dei periodi di 1290, 1335 e 2300 giorni del libro di Da-
niele, i dotti giudei Saadia ben-Josef, Jeroham, Hakohen, Iefet ibn-Alì e Rashi. Nei secoli XI e XII
applicarono questo criterio esegetico ai più lunghi periodi profetici di Daniele i rabbi Hanasi e
Eliezer, e nel secolo XIII lo studioso giudeo Nahmanides (vedi LEROY EDWIN FROOM, The Prophetic
Faith of Our Fathers, Washington DC 1946,1950, vol. I, p. 713. Vedi anche ALFRED-FELIX
VAUCHER, Lacunziana I, 1949, pp. 54-56). Fra i cristiani l’abate calabrese Gioacchino da Fiore
(circa 1130-1202) fu il primo espositore delle profezie apocalittiche ad utilizzare il principio
giorno-anno per interpretare i lunghi periodi profetici di Daniele (i 1260, i 1335 e i 2300 giorni).
Lo seguirono il teologo laico spagnolo Arnoldo da Villanova (circa 1235- circa 1313), il france-
scano della Linguadoca Pierre Jean d’Olivi (1248-1298) e l’italiano Ubertino da Casale nato nel
1259 (vedi L.E.FROOM, op. cit., pp. 750-751; 772-773; 780).
L’escatologo ALFRED-FELIX VAUCHER nel suo saggio Les prophécies apocalyptiques et leur interpre-
tation (Collonges-sous-Salève 1972, p. 9) cita lo studioso William Bell Dawson (nato nel 1854)
il quale ha scritto: “Che un giorno nella profezia corrisponda ad un anno lo hanno riconosciuto i
principali esegeti dalla Riforma in poi” (“Solar and Lunar Cycles implied in the prophetical Num-
bers in the Book of Daniel” in Transactions of the Royal Soc. of Canada, 2d Series, XI, III, Ot-
tawa 1905, p.51).
A.F.Vaucher dice che “non basterebbero parecchie pagine per menzionare tutti gli autori prote-
stanti che si sono occupati dei 2300 giorni compresi come altrettanti anni” e ne nomina alcuni
fra i più noti: il fisico inglese Isaac Newton (1643-1727), l’astronomo valdese Jean Philippe
Loys de Cheseaux (1718-1751), il vescovo anglicano Thomas Newton (1704-1782), il crono-
logo William Hales (1747-1831), l’espositore Edward Bishop Elliott (1793-1853) (Les prophé-
cies apocalyptiques et leur interpretation, p. 10).
Fra gli autori cattolici che hanno interpretato i 2300 giorni di Dn 8:14 in termini di anni il Vau-
cher ricorda il canonico Claude Lesquevin (seconda metà del XVIII secolo), l’ebraicista Francois
Houbigant (1686-1783), il canonico giansenista Pierre Jourdan, morto nel 1746, il giurista
messicano José Maria Rosas-Gutierrez (1769-1848), Pierre Lacheze (1840), William Palmer
(1811-1879), Salvatore Di Pietro (1830-1898) ed altri (ibidem, p. 11).
314 - Vedi Appendice 8A a fine capitolo.

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CAPITOLO 8

In questo commentario l’equivalere dei “giorni” profetici delle visioni


danieliche ad anni storici è fondato primariamente sull’autorità della Scrit-
tura, come si dimostra nella nota 40, e solo secondariamente sul consenso
di un buon numero di interpreti distribuiti lungo un ampio arco di tempo.
Come già detto prima, qui si respinge l’interpretazione corrente delle
2300 sere-mattine di 8:14 in termini di mezze giornate di calendario, e si so-
stiene l’equivalere di questo periodo profetico a 2300 anni storici interi.
Annunciare un evento che si produrrà in capo ad un periodo di tempo
esattamente quantificato sarebbe una cosa futile se non fosse dato di poter
determinare con precisione la data di scadenza del periodo stesso. Daniele
non fornisce la data di scadenza dei 2300 giorni-anni annunciati in 8:14
(aspettarselo sarebbe pretendere troppo dalla profezia!), ma fa riferimento
ad un evento storico futuro cronologicamente determinabile che consente
di fissare nella storia l’inizio di quel periodo, e conseguentemente il suo
scadere. Prima di entrare nel merito però dovremo analizzare i termini del
v. 14, che fanno seguito all’elemento numerico allo scopo di cogliere il
senso e la portata dell’evento predetto per la fine dei 2300 giorni-anni.

L’angelo rivelatore rispondendo all’angelo che lo ha interpellato fa seguire


all’elemento numerico la frase: “poi il santuario sarà purificato” (G. Luzzi) o “giu-
stificato” (altre versioni). L’ebraico ha: $edoq qaDc
: né wº wenitzdaq qodesh.
Nitzdaq è la forma nifal (passivo semplice) del verbo tzadaq, “essere giu-
sto” “essere corretto”, “giustificare”, “rivendicare”, “rendere giusto”, “addurre alla
giustizia” (B. DAVIDSON).
Le versioni antiche traducono unanimemente nitzdaq: “sarà purificato” i LXX
e Teodozione, la Vulgata, la Siriaca e la Copta, dipendenti dai LXX, traducono
allo stesso modo. Si vedrà più avanti che la nozione di “purificazione” non è
estranea ai termini derivati dalla radice tzdq, secondo l’uso che ne fa l’Antico Te-
stamento. La maggior parte dei traduttori contemporanei si attiene però alle acce-
zioni comuni del verbo tzadaq. La Versione della CEI, per esempio, traduce nitz-
daq “sarà rivendicato”, la Concordata: “sarà resa giustizia”, la TOB francese: “sera
rétabli dans ses droits”, Bernini: “sarà fatta giustizia”, Rinaldi: “sarà giustificato”.
Hasel ha studiato la gamma piuttosto ampia di significati che esprime il
verbo ebraico tzadaq basandosi sui termini paralleli ricorrenti nella poesia
ebraica e sulle forme verbali affini usate nell’Antico Testamento.

1. Termini paralleli nella poesia ebraica. Giustamente, questo studioso


osserva che un procedimento importante per ricuperare i significati delle parole
ebraiche consiste nel confrontare i termini paralleli nei componimenti poetici
dell’Antico Testamento. Per quanto attiene alla radice tzdq, si è notato che vari
vocaboli derivanti da essa ricorrono in parallelismo coi termini zakah, “essere

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CAPIRE DANIELE

puro”, thaher, “essere pulito”, “netto”, e bor, “pulizia”, “nettezza”315.


In Gb 15:14 e 25:4 sono messi in parallelo zakah, “essere puro”, e tzadaq,
“essere giusto” (nelle forme yizkeh e yitzdaq). Il Sl 51:6 (51:4 nella Riveduta) re-
cita: “...perciò sei giusto (thitztzddak) quando parli, retto (tizqeh) nel tuo giudi-
zio” (Versione. CEI).
In Gb 4:17 compaiono in parallelo gli aggettivi tzaddîq, “il giusto”, e tahar
yadayîm, “il puro di mani” (Hasel nota che taher è il termine tipico dell’Antico
Testamento per indicare la purezza cultico-rituale, e cita Le 16:9, 30 dove il ter-
mine è usato in rapporto alla purificazione del Santuario).
Il Sl 18:20 pone in parallelo i sostantivi tzedeq, “giustizia”, e bor, “nettezza”:
ivi la “giustizia” dell’uomo retto è eguagliata alla “purezza delle sue mani”.
“Sembra ragionevole arguire sulla base di questi termini paralleli e delle
loro strette associazioni - conclude Hasel - che le nozioni di pulizia/purezza, net-
tare/purificare debbano considerarsi parte del contenuto semantico delle varie
forme di tzadaq secondo i loro usi contestuali. Si può pensare che l’unanimità
con cui le versioni antiche traducono “sarà nettato/purificato” l’ebraico nitzdaq
in 8:14, rifletta le suddette sfumature semantiche di netto/puro e nettezza/pu-
rezza che si colgono in questi termini sinonimi del parallelismo poetico
ebraico”316.

2. Forme verbali affini nell’Antico Testamento. Si conoscono una qua-


rantina di forme verbali della radice zdq le quali esprimono tutta una gamma di
sfumature di senso della radice stessa. Hasel menziona la forma qal (attivo sem-
plice) che significa “essere nel giusto”, “avere ragione”, “detenere la giusta
causa”, “essere giusto, retto”, “ rivendicare”; la forma piel (attivo intensivo) che
significa “dichiarare giusto”, “mostrare che qualcuno è giusto, innocente”, “voler
essere giusto”; la forma hifil (attivo causativo) che ha il senso di “rendere giusti-
zia”, “dichiarare giusto”, “giustificare”, “rivendicare”; e infine la forma hitpael (ri-
flessivo intensivo) che vuol dire “giustificarsi”. Dall’uso biblico delle varie forme
verbali derivate dalla radice tzdq - osserva Hasel - emergono tre idee fondamen-
tali che sono: giustificare, rivendicare, rettificare. Anche nelle lingue moderne
questi verbi evocano la corte di giustizia ed il processo giudiziario. Il nostro au-
tore cita vari passi di Isaia nei quali dei vocaboli derivati dalla radice tzdq ap-
paiono in stretta relazione con l’ambiente della corte di giustizia. In Is 43:9, per
esempio, il Signore rivolge ai popoli pagani una sfida in questi termini: “Produ-
cano i loro testimoni e stabiliscano il loro diritto” (tzadaq, forma qal). È il lin-
guaggio della giurisprudenza. È come se il Signore sfidasse le divinità pagane a

315 - G.HASEL, op. cit., p. 450.


316 - Ibidem, p. 451.

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CAPITOLO 8

portare la loro causa davanti a dei testimoni in una corte di giustizia. Il processo
deve, per così dire, stabilire il diritto di Yahweh di assolvere in giudizio: “Io son
quegli che per amor di me stesso cancello le tue trasgressioni (pesha‘) e non mi
ricorderò più dei tuoi peccati (v. 25).
In Is 45:25 il Signore promette: “Nell’Eterno sarà giustificata (tzadaq, forma
qal) e si glorierà tutta la progenie d’Israele”. L’ambiente della corte giudiziaria
appare ancora in Is 50:8, nel “terzo canto del Servo di Yahweh”, dove si dice:
“Vicino è colui che mi giustifica (tzadaq nella forma hifil); chi contenderà meco?
Compariamo assieme! Chi è il mio avversario? Mi venga vicino!”
Hasel osserva che il verbo tzadaq, che appare in questi passi in un linguag-
gio giudiziario, non deve sorprendere giacché l’uso di tutta una varietà di forme
della radice tzdq - e in particolare delle forme nominali - appartiene al linguag-
gio forense e alla prassi giudiziaria dell’Antico Testamento. Infine riassume nei
punti seguenti i risultati della sua analisi:

a) L’uso che fa la Bibbia delle forme verbali e aggettivali della radice zdq
le colloca nel contesto del linguaggio della corte di giustizia e del processo giu-
diziario.
b) Diverse forme derivate da tzdq appartengono alla terminologia del
linguaggio forense.
c) Yahweh è colui che scagiona l’accusato ristabilendo il diritto col fargli
giustizia.
d) La questione su chi cancellerà “le... trasgressioni” (Is 43:25) deve es-
sere inquadrata in uno scenario che vede contrapposti Yahweh e le divinità
pagane.

Da tutto questo Hasel trae la seguente deduzione:


“L’associazione, all’interno di un quadro cosmico che vede coinvolti
Yahweh e le divinità pagane, dell’ambiente giudiziale e della rivendicazione di
Yahweh del potere di cancellare la trasgressione (pesha‘), può essere una chiave
di lettura per capire come mai in 8:14 sia usato il verbo nitzdaq. Anche 8:14 è
inserito in uno scenario cosmico dove si svolge una divina attività giudiziaria che
coinvolge e il santuario celeste e la trasgressione (pesha‘) del popolo di Dio.
In ogni caso lo scenario da corte di giustizia che compare in Dn 8 riguarda
il tempo della fine ed è illuminato con grande efficacia dalla parallela visione sul
giudizio in 7:9-19, 13-14.
“Queste considerazioni fondate su diversi elementi di prova - prosegue il
nostro Autore - orientano ad una comprensione di nitzdaq come una designa-
zione variegata che racchiude nella sua sfera semantica accezioni quali: ‘purifica-
zione’, ‘rivendicazione’, ‘giustificazione’, ‘rettificazione’, ‘restaurazione’. Comun-
que si traduca il termine ebraico nelle lingue moderne, la ‘purificazione’ del san-

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CAPIRE DANIELE

tuario implica nello stesso tempo reale purificazione, rivendicazione, giustifica-


zione e restaurazione.
“Si direbbe che Daniele abbia scelto il termine nitzdaq - un termine deri-
vante da una radice ricca di connotazioni ampiamente utilizzate in ambito giuri-
dico e nei procedimenti giudiziari - allo scopo di trasmettere con efficacia gli
aspetti interconnessi della ‘purificazione’ del santuario celeste nel contesto co-
smico del giudizio finale. Le accezioni ristrette e limitate di altri termini possibili
non avrebbero reso giustizia alle implicazioni di vasta portata dell’attività divina
nella corte celeste”317.
Ritornando sul tema del “santuario”, Hasel vede nel trapasso terminologico
da miqdash (“santuario”) in 8:11-12 a qodesh (“santuario”) nei vv. 13-14, un ri-
flesso della transizione dalla visione nei vv. 3-12 all’audizione nei vv. 13-14. La
ricapitolazione nel v, 13 dei misfatti del “piccolo corno” descritti nei vv. 10-12
può essere un indizio che qodesh nel v. 13 si riferisca al santuario celeste aggre-
dito da questo potere. Il v. 13 segnerebbe perciò il trapasso dalle cose accadute
nel passato a quelle che avverranno allo scadere delle 2300 sere-mattine nel
tempo della fine.
Il significato del trapasso da miqdash nella visione a qodesh nell’audizione
può essere illuminato attraverso uno studio del rituale dell’espiazione in Le 16.
Qodesh rappresenta un legame terminologico fra Dn 8:14 e Le 16. Sembra ovvio
- puntualizza l’Autore al quale stiamo facendo riferimento - che un ebreo a cui
era talmente familiare il rito sacrificale culminante ogni anno con la purificazione
del santuario nel Giorno dell’Espiazione, pensasse a questo rituale (il rituale
dell’Espiazione) quando udiva la frase nitzdaq qodesh (“il santuario sarà purifi-
cato”). In 1Cr 23:28 qodesh è posto in relazione diretta con taher, “purificare”: si
dice in questo passo che i sacerdoti avevano l’incarico della “purificazione
(thaher) di tutte le cose sante (qodesh)”, in pratica del santuario nel suo insieme.
Dn 8:14 usa un linguaggio che evoca associazioni cultiche, in particolare
con riferimento al Giorno dell’Espiazione che racchiudeva in sé nozioni come
purificazione, giustificazione, rivendicazione, nozioni che coinvolgevano tanto il
santuario quanto il popolo.
In Dn 8:8-12 manca qualunque accenno ad una contaminazione/profana-
zione del santuario ad opera del “piccolo corno”. In 8:11 l’attacco del “corno” è
diretto contro il “fondamento” del santuario e non contro il santuario stesso
(vedi commento a 8:11). Nella pericope che descrive l’attività del “corno” sono
oggetto di aggressione “l’esercito del cielo” e “le stelle” (v. 10), “il Principe
dell’esercito” (v. 11a), il servizio tamîd (vv. 11b-12a), “il fondamento” del santua-
rio celeste (v. 11c) e “la verità” (v. 12b).

317 - Ibidem, pp. 453-454.

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