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L'AGRICOLTURA NELLA TEMPESTA PERFETTA

Deflazione che comprime i prezzi, cambiamenti climatici sempre pi estremi, una burocrazia
feroce e il colpo di grazia con l'embargo russo: per chi lavora la terra un momento
difficilissimo. Dal latte alle arance siciliane, spesso i prodotti dei campi sono venduti
sottocosto con il risultato che in 15 anni sono fallite oltre 300mila imprese. A salvarsi solo
chi riesce a saltare la filiera distributiva, ma non tutti se lo possono permettere
di ANTONIO FRASCHILLA, VALERIO GUALERZI e JENNER MELETTI. Video LIVIA
CRISAFI
08 giugno 2016

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Un caff vale 11 uova, il paradosso dei prezzi
Il peso di burocrazia, cemento e sanzioni
Il costoso pedaggio del clima che cambia
Arance crack: prodotte a 20, vendute a 5
Asparago contro mais, vince chi salta la filiera
Un caff vale 11 uova, il paradosso dei prezzi
di JENNER MELETTI
ROMA - Bisognerebbe tornare al baratto per capire l'economia "reale". Il contadino italiano,
per avere un caff da 1 euro, dovrebbe andare al bar mettendo sul bancone 11 uova, oppure un
chilo di carne di toro o di maiale, 6 chili di frumento tenero o di mais, quasi 3 chili di riso o 2
di mele. Se produce arance, in cambio della tazzina, ne deve consegnare 6 chili. Gli va meglio
con le patate o con i pomodori di serra: ne bastano 2 chili. Lallevatore di vacche deve portare
almeno 3 litri di latte e magari il barista gli chiede 10 o 20 centesimi in pi in cambio della
"macchia". Non in incubo e nemmeno uno scherzo: questi sono attualmente i prezzi veri
dellagricoltura italiana, ovviamente all'ingrosso, che entrano nei bilanci delle aziende
agricole rischiando di farle crollare. Deflazione purtroppo una parola ora conosciuta anche
nelle campagne: secondo l'indice alimentare della Fao i prezzi allinizio del 2016 sono scesi al
livello di sette anni fa.
Scarse differenze. Fra l'Italia, l'Europa ed il resto del mondo non ci sono molte differenze. La
Fao registra in particolare i prezzi dei cereali, della carne, dei prodotti lattiero caseari, degli
oli vegetali e dello zucchero. L'ultimo rilevamento gennaio 2016 contro dicembre 2015 ha
accertato una diminuzione dei prezzi pari all1,9%, riportando cos il listino ai livelli del 2009.
Calo dello zucchero del 4,9% (per la maggior produzione del Brasile), calo del 3,0% per i
lattiero caseari, calo dell1,7% per i cereali, stessa percentuale per gli oli vegetali. Per la carne
i prezzi diminuiscono dell1,1% (lieve aumento solo per la carne di maiale).Esiste un preicolo
crack per i coltivatori italiani? "C un rischio consistente risponde Lorenzo Bazzana,
responsabile economico della Coldiretti nazionale di abbandono delle attivit, soprattutto in
settori che richiedono fortissimi investimenti".

"Lavoriamo in perdita", il grido d'allarme degli agricoltori italiani


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L'esempio del latte. "Facciamo l'esempio del latte - continua Bazzana - Il prezzo fermo o in
diminuzione ormai da anni. Il latte spot quello che non sotto contratto ma viene messo sul
mercato per la trasformazione nel 2000 veniva pagato 33,83 centesimi al litro. Nel 2008
salito a 50,62 e in questi giorni pagato 23,46. Il latte alla stalla con contratto e raccolta
oggi viene pagato 37,29 centesimi. Per questo latte nel 2008 lallevatore incassava 43,29.
Basterebbero questi numeri per comprendere la gravit della crisi. Ma c di pi. In questi
anni i coltivatori hanno dovuto fare investimenti giusti ma anche pesanti per il benessere
animale, la sicurezza sul lavoro, la tutela dellambiente. Nelle stalle le sale di mungitura sono
piastrellate, negli allevamenti di polli gli animali sono a terra o nelle gabbie pi spaziose. In
agricoltura sono stati eliminati 500 principi attivi ritenuti dannosi ed al loro posto ci sono
prodotti pi ecologici ma pi costosi. Tutto questo mentre i prezzi di vendita continuano a
diminuire. Sar difficile andare avanti. Dalla fine delle quote latte sono gi state chiuse 1500
stalle. Senza interventi seri - stabilendo ad esempio che il prezzo della vendita non deve
essere inferiore al costo di produzione - le stalle vuote (basta un giorno per chiuderle, servono
anni per trovare i milioni necessari per riaprirle) saranno solo l'inizio di un ulteriore
abbandono dellagricoltura".
Non solo una questione di soldi. "Se non sei pi in grado di produrre alimenti sani perch
non ti pagano il prezzo giusto, il cibo arriver anzi, sta arrivando - da altri paesi che hanno
regole e controlli pi leggeri o comunque diversi dai nostri. Cos la sicurezza viene messa in
discussione. Il mercato alimentare come quello della benzina: il petrolio va su e soprattutto
gi ed i prezzi alla pompa restano fermi. Cos per il latte, la pasta, il pane e quasi tutto il
resto. Crollano i prezzi in campagna ma il consumatore non se ne accorge. Se invece, di fronte
al crollo del latte, si abbassassero anche i prezzi del formaggio, il consumo salirebbe e
aiuterebbe la ripresa". Unillusione, almeno per ora. Con il latte a 37,29 il migliore un
mezzo litro di microfiltrato oggi costa 1 euro. Paghi soprattutto la lavorazione, il packaging, il
trasporto, la pubblicit e tutto il resto. E cos in tasca allallevatore, delleuro pagato per
mezzo litro microfiltrato, arrivano poco meno di 19 centesimi.
Crisi agricoltura, l'autocritica di un vinificatore: "Abbiamo innovato poco"
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Pochi centesimi decidono. Nella guerra commerciale spesso sono proprio pochi centesimi a
decidere il successo o il fallimento. Si risparmia su tutto. In tante pubblicit si cita la mitica
nonna con i suoi biscotti, le torte, dolci vari. La "nonna" per usava il burro, mentre adesso
vanno alla grande l'olio di palma e la margarina. Tutto spiegato dai prezzi. Il burro in questi
giorni sul mercato europeo costa 2823 euro la tonnellata, la margarina 980 euro e l'olio di
palma scende a 751. Se vuoi battere la concorrenza, non hai scelta. "Noi della Coldiretti
dice Lorenzo Bazzana crediamo che solo fissando un prezzo non inferiore al costo di
produzione si possano salvare le aziende contadine e risalire la china. Se invece si va avanti
cos, si rischia forte. Se costruisci unautomobile puoi cercare di risparmiare sugli optional.
Ma non puoi usare materiali scadenti nelle gomme o nei freni. Altrimenti vai a sbattere".

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Un caff vale 11 uova, il paradosso dei prezzi
Il peso di burocrazia, cemento e sanzioni
Il costoso pedaggio del clima che cambia
Arance crack: prodotte a 20, vendute a 5
Asparago contro mais, vince chi salta la filiera
Un caff vale 11 uova, il paradosso dei prezzi
di JENNER MELETTI
ROMA - Bisognerebbe tornare al baratto per capire l'economia "reale". Il contadino italiano,
per avere un caff da 1 euro, dovrebbe andare al bar mettendo sul bancone 11 uova, oppure un
chilo di carne di toro o di maiale, 6 chili di frumento tenero o di mais, quasi 3 chili di riso o 2
di mele. Se produce arance, in cambio della tazzina, ne deve consegnare 6 chili. Gli va meglio
con le patate o con i pomodori di serra: ne bastano 2 chili. Lallevatore di vacche deve portare
almeno 3 litri di latte e magari il barista gli chiede 10 o 20 centesimi in pi in cambio della
"macchia". Non in incubo e nemmeno uno scherzo: questi sono attualmente i prezzi veri
dellagricoltura italiana, ovviamente all'ingrosso, che entrano nei bilanci delle aziende
agricole rischiando di farle crollare. Deflazione purtroppo una parola ora conosciuta anche
nelle campagne: secondo l'indice alimentare della Fao i prezzi allinizio del 2016 sono scesi al
livello di sette anni fa.
Scarse differenze. Fra l'Italia, l'Europa ed il resto del mondo non ci sono molte differenze. La
Fao registra in particolare i prezzi dei cereali, della carne, dei prodotti lattiero caseari, degli
oli vegetali e dello zucchero. L'ultimo rilevamento gennaio 2016 contro dicembre 2015 ha
accertato una diminuzione dei prezzi pari all1,9%, riportando cos il listino ai livelli del 2009.
Calo dello zucchero del 4,9% (per la maggior produzione del Brasile), calo del 3,0% per i
lattiero caseari, calo dell1,7% per i cereali, stessa percentuale per gli oli vegetali. Per la carne
i prezzi diminuiscono dell1,1% (lieve aumento solo per la carne di maiale).Esiste un preicolo
crack per i coltivatori italiani? "C un rischio consistente risponde Lorenzo Bazzana,
responsabile economico della Coldiretti nazionale di abbandono delle attivit, soprattutto in
settori che richiedono fortissimi investimenti".
"Lavoriamo in perdita", il grido d'allarme degli agricoltori italiani
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L'esempio del latte. "Facciamo l'esempio del latte - continua Bazzana - Il prezzo fermo o in
diminuzione ormai da anni. Il latte spot quello che non sotto contratto ma viene messo sul
mercato per la trasformazione nel 2000 veniva pagato 33,83 centesimi al litro. Nel 2008
salito a 50,62 e in questi giorni pagato 23,46. Il latte alla stalla con contratto e raccolta
oggi viene pagato 37,29 centesimi. Per questo latte nel 2008 lallevatore incassava 43,29.
Basterebbero questi numeri per comprendere la gravit della crisi. Ma c di pi. In questi
anni i coltivatori hanno dovuto fare investimenti giusti ma anche pesanti per il benessere
animale, la sicurezza sul lavoro, la tutela dellambiente. Nelle stalle le sale di mungitura sono
piastrellate, negli allevamenti di polli gli animali sono a terra o nelle gabbie pi spaziose. In
agricoltura sono stati eliminati 500 principi attivi ritenuti dannosi ed al loro posto ci sono

prodotti pi ecologici ma pi costosi. Tutto questo mentre i prezzi di vendita continuano a


diminuire. Sar difficile andare avanti. Dalla fine delle quote latte sono gi state chiuse 1500
stalle. Senza interventi seri - stabilendo ad esempio che il prezzo della vendita non deve
essere inferiore al costo di produzione - le stalle vuote (basta un giorno per chiuderle, servono
anni per trovare i milioni necessari per riaprirle) saranno solo l'inizio di un ulteriore
abbandono dellagricoltura".
Non solo una questione di soldi. "Se non sei pi in grado di produrre alimenti sani perch
non ti pagano il prezzo giusto, il cibo arriver anzi, sta arrivando - da altri paesi che hanno
regole e controlli pi leggeri o comunque diversi dai nostri. Cos la sicurezza viene messa in
discussione. Il mercato alimentare come quello della benzina: il petrolio va su e soprattutto
gi ed i prezzi alla pompa restano fermi. Cos per il latte, la pasta, il pane e quasi tutto il
resto. Crollano i prezzi in campagna ma il consumatore non se ne accorge. Se invece, di fronte
al crollo del latte, si abbassassero anche i prezzi del formaggio, il consumo salirebbe e
aiuterebbe la ripresa". Unillusione, almeno per ora. Con il latte a 37,29 il migliore un
mezzo litro di microfiltrato oggi costa 1 euro. Paghi soprattutto la lavorazione, il packaging, il
trasporto, la pubblicit e tutto il resto. E cos in tasca allallevatore, delleuro pagato per
mezzo litro microfiltrato, arrivano poco meno di 19 centesimi.
Crisi agricoltura, l'autocritica di un vinificatore: "Abbiamo innovato poco"
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Pochi centesimi decidono. Nella guerra commerciale spesso sono proprio pochi centesimi a
decidere il successo o il fallimento. Si risparmia su tutto. In tante pubblicit si cita la mitica
nonna con i suoi biscotti, le torte, dolci vari. La "nonna" per usava il burro, mentre adesso
vanno alla grande l'olio di palma e la margarina. Tutto spiegato dai prezzi. Il burro in questi
giorni sul mercato europeo costa 2823 euro la tonnellata, la margarina 980 euro e l'olio di
palma scende a 751. Se vuoi battere la concorrenza, non hai scelta. "Noi della Coldiretti
dice Lorenzo Bazzana crediamo che solo fissando un prezzo non inferiore al costo di
produzione si possano salvare le aziende contadine e risalire la china. Se invece si va avanti
cos, si rischia forte. Se costruisci unautomobile puoi cercare di risparmiare sugli optional.
Ma non puoi usare materiali scadenti nelle gomme o nei freni. Altrimenti vai a sbattere".
Il peso di burocrazia, cemento e sanzioni
di JENNER MELETTI
BOLOGNA - Dal 2000 ad oggi questa la denuncia di Confagricoltura, Cia e Copagri in
Italia sono state chiuse oltre 310mila imprese agricole. Per dire basta sono scesi in piazza, nei
giorni scorsi, migliaia di contadini e allevatori. Antonio Dosi il presidente della Cia,
Agricoltori italiani, dellEmilia Romagna ed vice presidente nazionale della stessa
associazione.
possibile fermare questa emorragia?
"Il numero enorme ma pu salire ancora vertiginosamente se non si mette mano ai tanti
problemi 'in campo': i ritardi nei pagamenti comunitari, la burocrazia asfissiante, i prezzi
allorigine in caduta libera e le vendite sottocosto, le incognite dell'embargo russo, gli
investimenti bloccati, la difesa del Made in Italy, la cementificazione del suolo,
labbandono delle aree rurali, i danni da fauna selvatica. Sono ancora troppi i problemi non
risolti: dalla burocrazia ai prezzi sul campo, che schiacciano inesorabilmente il reddito,

impedendo innovazione e sviluppo. Basti pensare che solo la macchina amministrativa - tra
ritardi, lungaggini, disservizi e inefficienze - sottrae allagricoltura 4 miliardi di euro. Ogni
azienda costretta a produrre ogni anno 4 chilometri di materiale cartaceo per rispondere agli
obblighi burocratici, 'bruciando' oltre 100 giornate di lavoro. Per non parlare del crollo
vertiginoso dei prezzi alla produzione e della forbice esorbitante nella filiera tra i listini
allorigine e quelli al consumo".
Quanto resta, rispetto al prezzo pagato dal consumatore, nella tasche di chi produce?
"In media per ogni euro speso dal consumatore finale, solo 15 centesimi vanno nelle tasche
del contadino. Solo per fare alcuni esempi le arance sono pagate agli agricoltori il 40% in
meno di un anno fa: ovvero 18 centesimi al chilo, contro i 2 euro al supermercato, con un
rincaro che dal campo alla tavola tocca il 1111%. O ancora un agricoltore, per pagarsi il
biglietto del cinema, deve vendere 30 chili di melanzane che oggi 'valgono' 26 centesimi al kg
(-61% in un anno), mentre al consumatore vengono proposte a 1,90 euro con un ricarico del
731%".
L'embargo russo ha poi aggravato i problemi.
"Tra frutta, verdura, carni e prodotti lattieri, il blocco di Mosca alle nostre produzioni agricole
costato finora 355 milioni di euro, con esportazioni 'made in Italy' dimezzate in quasi due
anni. Anche per questo siamo scesi in piazza. Ci sono tematiche fondamentali che vanno
affrontate e risolte al pi presto e che devono essere comprese anche dallopinione pubblica.
Perch il settore primario ha un valore inestimabile a livello produttivo, culturale e di
salvaguardia dellambiente che deve essere sostenuto e non lasciato, appunto,
nellimmobilit".
Il costoso pedaggio del clima che cambia
di VALERIO GUALERZI
ROMA "Sotto la neve il pane, sotto la pioggia la fame". Come ci ricorda il proverbio,
dalla sua invenzione che lagricoltura costretta a fare i conti con i capricci del tempo.
Lultimo bollettino dei danni diramato dalla Cia eloquente: le bombe dacqua che hanno
colpito a maggio il Paese hanno causato grosse perdite soprattutto alle ciliegie. In Puglia sono
andati distrutti quasi 80 milioni di euro di frutti da inizio campagna. Mentre a Ferrara, ma
anche in diverse aree del Bolognese, del Basso Veneto e del Mantovano, la situazione
climatica atipica ha provocato nei frutteti un grave fenomeno di "cascola", la caduta anormale
e prematura dei fiori e dei frutti. La confederazione parla di "un colpo durissimo, tanto pi che
la Puglia la prima regione in Italia in termini di produzione di ciliegie, rappresentando il
40% del totale nazionale, con 17mila ettari investiti (di cui 15mila nella sola provincia di
Bari), 600mila quintali prodotti, un volume d'affari di 300 milioni di euro e un fabbisogno
annuo di manodopera stimato in 2 milioni di ore lavorative". Tempi difficili anche per peri e
albicocchi del ferrarese, con perdite tra il 50 e il 60%. Qui a compromettere landamento sono
state le brusche e improvvise variazioni di temperatura dalla fine di aprile con minime tra 0 e
4-5 gradi e fenomeni di brina seguiti da termometri schizzati, nei momenti centrali della
giornata, anche a 28 gradi in pieno sole.
Se vero che da sempre una grandinata, una gelata o un botta di caldo possono facilmente
rovinare il raccolto, altrettanto vero per che quanto sta accadendo ora nei campi italiani
qualcosa di molto diverso dal naturale rischio che ogni contadino si assume nel momento in
cui pianta un seme e sceglie di affidarsi alla clemenza del tempo. L'eccezionale si sta
trasformando in normale e l'anomalo in consueto. Il riscaldamento globale aumenta infatti la

sia frequenza che la violenza degli episodi meteo estremi e lItalia, come certificano il IV e il
V Rapporto realizzati dall'Ipcc (l'organismo Onu che analizza, valuta e sintetizza le
pubblicazioni scientifiche in materia di clima), si trova nel cuore di un cosiddetto hot spot,
ovvero in una zona particolarmente sensibile a cavallo di diverse fasce climatiche dove i
cambiamenti saranno (e hanno iniziato ad essere prima di quanto stimato a suo tempo)
particolarmente accentuati.
Il puntuale "piagnisteo" che arriva dalle associazioni di coltivatori e agricoltori sui danni del
maltempo non pi quindi maliziosamente attribuibile solo alla proverbiale furbizia
contadina per mettere le mani avanti sui prezzi, ma un problema concreto che purtroppo
promette solo di peggiorare. Solo per rimanere alla produzione delle ciliege, il pezzo pregiato
di questa stagione, in un articolo pubblicato sul sito dellAccademia dei Georgofili, il
professor Carlo Fideghelli del Centro ricerche per la frutticoltura, spiega: "La frutticoltura
europea prevalentemente concentrata nei paesi mediterranei e la maggior parte delle cultivar
attualmente coltivate ha un fabbisogno in freddo invernale che varia da 6-700 a 1000-1200
ore (calcolate convenzionalmente da ottobre a febbraio al di sotto di 7,2C), in linea con il
normale andamento climatico. Il progressivo innalzamento delle temperature invernali, che ha
avuto unaccelerazione negli ultimi anni, fa registrare, con sempre maggiore frequenza, un
accumulo di freddo che non supera le 500-600 ore, riportando di attualit un problema che
sembrava risolto".
Anche le gravissime perdite con cui hanno dovuto fare i conti l'olivicoltura italiana nel 2014
in seguito allattacco della mosca olearia, sono stata favorite dal clima che cambia. "Purtroppo
gli eventi meteorologici estremi sono sempre pi frequenti e hanno conseguenze dirette sulle
coltivazioni: dal 2007 a oggi, per gli effetti combinati di maltempo e siccit, caldo e gelate
improvvise, lagricoltura ha gi pagato un conto di 6 miliardi di euro.", commenta il
presidente nazionale della Cia, Dino Scanavino. Il bilancio stilato da Coldiretti persino pi
pesante: 14 miliardi di euro di danni nell'ultimo decennio a causa delle bizzarrie del tempo. "
chiaro, quindi - insiste la Cia - che ora come in futuro, c bisogno di azioni pi incisive tanto
per la prevenzione quanto per i risarcimenti alle perdite subite dagli agricoltori". In tal senso,
conclude Scanavino, " sempre pi necessario rafforzare e rendere pi tempestivi sia gli
interventi in caso di crisi sia gli strumenti di gestione del rischio, come ad esempio quelli
assicurativi e mutualistici".
Arance crack: prodotte a 20, vendute a 5
di ANTONIO FRASCHILLA
PALERMO - Una crisi senza fine. Ogni anno un nuovo record negativo. La produzione di
quello che era una volta loro della Sicilia, adesso soltanto un peso. Anche nellultima
stagione la vendita di agrumi, arancia rossa su tutti e limoni, ha fatto registrare numeri a dir
poco bassi e perdite per tutti i produttori. " stata unannata disastrosa, credo sia stata la
peggiore di sempre dice Giovanni Pappalardo, agrumicoltore e direttore Coldiretti Catania
quest'anno i prezzi sono scesi a 5 centesimi al chilo e non si sono coperti i costi di produzione
perch per il coltivatore il costo al chilo per le arance di circa 20 centesimi. Insomma,
nessuna remunerazione per il lavoro, ancora piante con arance non raccolte e dove le arance
sono rimaste sulla pianta limprenditore non pu fare i lavori per mantenere lagrumeto
pronto per la prossima stagione. Quindi crescer ancora labbandono della coltivazione di
quello che una volta era il fiore allocchiello dellagricoltura siciliana e italiana".
I numeri dellultima stagione sono impietosi. Nell'Isola, leader assoluta nella coltivazione di
agrumi in Italia, la superficie di arance coltivate 53mila ettari: soltanto dieci anni fa erano

60mila. La produzione totale scesa quest'anno a 11,7 milioni di quintali, nel 2006 si
produceva un milione di quintali in pi di arance. Ma il problema che questi numeri non
sono sufficienti a spiegare il calo della redditivit: prima un quintale valeva quattro volte di
pi. Adesso il prezzo alla vendita scende di anno in anno a causa di una filiera troppo lunga,
di una concorrenza agguerrita e per certi versi sleale dei paesi del Nord Africa e di un settore
produttivo che non riesce a fare sistema: in Sicilia non vi sono grandi cooperative di
produttori che possono imporre prezzi e marchi. L'arancia rossa nei supermercati di Catania
venduta a 1 euro e in alcuni casi anche 1,5 euro al chilo, nel resto d'Italia i prezzi sono stati
ancora pi alti. Qui ci guadagnano tutti: dal commerciante che acquista sulla pianta alla
grande distribuzione. Tutti tranne i coltivatori.
Ma a cosa dovuto il crollo del prezzo? "La risposta semplice dice Pappalardo - incide
l'embargo russo, che di fatto riduce la domanda. E incidono gli accordi commerciali di Tunisia
e Marocco con lUnione Europea a dazio zero. L la mano d'opera costa 30 dollari al mese,
noi un operaio lo paghiamo 50 euro al giorno pi contributi. Loro in Nord Africa possono
utilizzare pesticidi, noi no. Questa concorrenza sleale".
Secondo losservatorio Coldiretti il rischio che la produzione di agrumi scompaia e con
questa anche la spremuta di arancia rossa. Negli ultimi quindici anni una pianta di arance su
tre sparita, una su due se si parla di limoni. Se si allarga poi l'orizzonte a tutta la produzione
agrumicola italiana, negli ultimi 15 anni sono andati persi 60mila ettari di agrumi e ne sono
rimasti 124mila, dei quali 30mila in Calabria e 71mila in Sicilia. "Il disboscamento delle
campagne italiane sostiene la Coldiretti - il risultato di una vera invasione di frutta
straniera con le importazioni di agrumi freschi e secchi che negli ultimi 15 anni sono
praticamente raddoppiate per raggiungere nel 2015 il massimo storico di 480 milioni di chili".
Asparago contro mais, vince chi salta la filiera
di JENNER MELETTI
FERRARA - Loris Braga, quando lo andiamo a trovare, sta seminando il mais nelle immense
campagne del ferrarese, in quella che era la valle paludosa del Mezzano. Roberto Lodi sta
raccogliendo gli asparagi nel suo fondo, Corte Roeli di Malalbergo. Due modi diversi di
coltivare la terra, e soprattutto di affrontare il mercato. "Sto seminando racconta Loris Braga
e ancora non ho venduto il mais dellanno scorso. Prezzi troppo bassi, ci avrei rimesso. In
questi giorni il prezzo sembra in leggera ripresa, sopra i 17 euro al quintale, e ogni settimana
cresce di una decina di centesimi, che sono poi quelli che permettono di pagare il magazzino.
Ma basta la notizia di una nave che arriva carica di mais per fare abbassare subito il prezzo. In
sintesi: sto spendendo soldi e fatica per seminare e ancora non so se e a quanto vender la
produzione dello scorso anno".
Sognando 20 euro al quintale. Grandi campi qui imperava il latifondo di soia, barbabietole
e mais. "Il mercato dei cereali c sempre stato. A rovinare noi produttori soprattutto la
speculazione. Il 70% del mais viene comprato allestero anche se meno ricco di proteine e
grassi e con il 30% italiano gli speculatori giocano come il gatto con il topo. Se in prezzo
scende, comprano. Appena sale anche di poco, non si fanno pi sentire, fino al nuovo ribasso.
Fino a una ventina di anni fa c'era pi stabilit dei prezzi ed era possibile programmare una
rotazione delle colture sapendo che comunque il pane lo avresti portato a casa. Fino a quattro
o cinque anni fa il mais era venduto ancora a 20 o 21 euro al quintale e si faceva reddito. Venti
euro sarebbe un prezzo onesto anche oggi ma ormai sembra impossibile. Perch continuo a
seminare? Questa terra benedetta per i cereali e soprattutto per il mais. Qui vicino a
Comacchio produciamo 120-130 quintali per ettaro contro un media della provincia di Ferrara

di 90-100 e medie ancora pi basse in quasi tutta la Valpadana. Chi produce molto meno di
noi, e magari non ha ancora venduto i sacchi dellanno passato, non so proprio come possa
tirare avanti. Capisce adesso perch ogni anno lagricoltura perde migliaia di ettari?".
Davanti alla bottega di Campagna Amica alla Corte Roeli di Malalbergo c' la fila. Al
momento della nostra visita tempo di asparagi verdi: i migliori sono venduti a 4 euro al
chilo. Roberto Lodi ha 8 ettari di terra. Inizio a fine marzo con gli asparagi e finisco a
novembre con i miei cachi che hanno ormai cento anni. In mezzo, albicocche, pesche, prugne,
pere, mele, con tanta attenzione a quelle specie che stavano scomparendo, come le pere dottor
Guyot e abate Fetel".
C' anche lagriturismo. Nei prossimi giorni arriveranno cuochi stranieri per imparare a
cucinare gli asparagi e a preparare i tortelloni. Ho capito da tempo che se non tagli la filiera
non ci salti fuori. I miei asparagi a 4 euro costano comunque molto meno di quelli dei
supermercati e sono pi freschi e buoni. per questo che i miei clienti arrivano da Ferrara, da
Bologna, da Modena, in un raggio di 20-25 chilometri". Una posizione fortunata (poche
centinaia di metri da un casello autostradale) e soprattutto la capacit di tenere aperta la
Bottega tutto lanno. "Vendo frutta e verdura fresche ma soprattutto le conservo. Faccio
lesempio delle pere Abate, che sono Igp. Se le do ai commercianti, prendo 0,37 euro al chilo.
Nella Bottega, appena raccolte, sono vendute a 1,50 al chilo. Le altre le faccio sciroppare in
un laboratorio e mezzo chilo venduto a 3,5 euro. Ci sono spese in pi, certo,per la
lavorazione, il vasetto, lo sciroppo ma un chilo di Abate cos mi viene pagato 7 euro. E posso
incassare tutto lanno".
Le ricette valore aggiunto. Non pretende di insegnare agli altri agricoltori, Roberto Lodi. "E
chiaro che chi produce migliaia di quintali di grano o di mais non pu certo vendere a bottega
in azienda. Io dico soltanto che, dove possibile, questa la strada giusta da prendere. Arrivi
qui, vai nei campi di asparagi, li puoi anche mangiare nel nostro agriturismo, magari ti fai
insegnare qualche ricetta Ci sono verdurai di Bologna che mi telefonano e mi dicono:
portami gli asparagi, il prezzo fallo tu, non importa. Sono soddisfazioni. Quando penso che ci
sono colleghi che consegnano i frutti del loro lavoro ai commercianti o allindustria e non
sanno quando e quanto saranno pagati, sto male per loro. Lagricoltura deve cambiare. Io
posso solo indicare il pezzo di strada che ho scelto".