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Espressioni e parole inventate da Dante che usiamo ancora oggi

Padre della lingua italiana, il sommo poeta ha lasciato un'impronta indelebile nella storia della
letteratura, creando delle espressioni divenute proverbiali. Ecco quelle pi famose, che molti
utilizzano senza saperlo
Deborah Macchiavelli 27 Gennaio 2015
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Dante Alighieri Credits: Wikipedia
Fertile
Un aggettivo oggi diffusissimo, ma che nel '300 non era ancora entrato nell'uso comune. Fu
proprio grazie alla Divina Commedia che questo latinismo venne introdotto per la prima
volta. Dal verbo latino ferre, ovvero portare, produrre, Dante utilizza questo termine nel
canto XI del Paradiso: siamo nel celebre canto di San Francesco, e la fertile costa (verso
45) descritta dal poeta indica il luogo dove nacque il santo.
Gabbo/gabbare
Il verbo gabbare compare per ben 4 volte in un'altra celebre opera dantesca, Vita Nova,
dove il poeta ripercorre le tappe fondamentali del suo amore per Beatrice. La parola deriva dal
francese antico gaber, tratto a sua volta dall'antico nordico gabb, ovvero scherzo, beffa.
Il verbo gi presente nella lingua fin dai primi anni del XIII secolo con il significato di
ingannare, prendersi gioco, anche se la fortuna del termine, insieme al sostantivo gabbo,
certamente attribuibile agli scritti del poeta. Si pensi, ad esempio, al celebre proverbio fatta
la grazia/finita la festa, gabbato lo santo.
Mesto
Un termine che compare per la prima volta proprio nella Divina Commedia, ricorrendo per
ben tre volte nella cantica infernale. Dal latino maestus, participio passato del verbo
maerere, ovvero essere addolorato, il sommo utilizza questo termine per descrivere la
triste condizione dei dannati.
Molesto
Dal latino moles, ovvero peso, fardello, questo termine presente in tre canti infernali e
in uno del Paradiso. Gli episodi in cui ricorre sono famosissimi, da quello di Farinata degli
Uberti fino al canto di Cacciaguida, che usa il termine per annunciare al poeta il triste futuro
che lo attende. Anche in questo caso il termine era gi in uso, ma fu certamente il poeta a
decretarne la diffusione capillare.
Quisquilia
Altro termine latino, traducibile con rifiuti, immondezze e con il significato di bazzecola,
inezia, piccolezza. Sebbene l'uso sia attestato gi nel 1321, ancora una volta Dante a
diffonderne il significato moderno, cos come lo conosciamo oggi, nel XVI canto del
Paradiso.
Far tremare le vene e i polsi
Ancora oggi la usiamo per riferirci a qualcosa che ci terrorizza profondamente. Dante la
utilizza nel canto I dell'inferno, quando nei versi 87-90 chiede a Virgilio di salvarlo dalla

Lupa, una delle tre fiere che ha incontrato nella selva oscura, dove la dritta via era smarrita
(v.3, canto I).
Non mi tange
Ovvero non mi sfiora neppure, non mi interessa. E' Beatrice a pronunciare queste parole nel
canto II dell'Inferno, quando spiega a a Virgilio di non temere affatto il regno di Lucifero,
poich lei una creatura di Dio, ormai tra i beati del Paradiso, e quindi l'infelicit di quel
luogo non ha alcun effetto su di lei.
Lasciate ogne speranza, voi chintrate
Sicuramente avrete letto questa frase sul portone di qualche scuola. Si tratta dei terribili versi
incisi sulla porta dell'inferno (v. 9, canto III), che ammoniscono chi entra a lasciarsi alle spalle
ogni speranza di salvezza dall'eterna dannazione.
Il gran rifiuto
Colui che fece per viltade il gran rifiuto (v.60) nel canto III dell'inferno altri non che
Celestino V, il papa che rinunci al pontificato (dove gli successe Bonifacio VIII, tra i
promotori dell'esilio di Dante), in favore di una vita eremitica. Questo dannato si trova fra
coloro che vissero sanza 'nfamia e sanza lodo (v.38). Si tratta degli ignavi, coloro che in vita
non ebbero il coraggio di prendere una posizione tra bene e male, evitando di assumersi le
proprie responsabilit.
Non ragioniam di lor, ma guarda e passa
Nel canto III ha origine un altro famosissimo proverbio. Con queste parole (spesso
riportate con la variante "non ti curar di loro") Virgilio esorta Dante a non parlare con gli
ignavi, rivolgendo loro la stessa indifferenza e apatia che essi ebbero nei confronti del mondo
quando erano in vita. Perch certe volte, l'indifferenza pi forte dell'odio.
Galeotto fu
Nella versione originale la frase termina con 'l libro e chi lo scrisse, oggi invece siamo soliti
completarla con le espressioni pi variegate. Ci troviamo nel famosissimo canto V
dell'Inferno, dove Francesca racconta al poeta il suo infelice amore per Paolo. I due amanti
infatti si innamorarono leggendo un libro sulle imprese di Lancillotto e i cavalieri della Tavola
Rotonda, dove fu proprio Galehaut, siniscalco di Ginevra, a spingere la regina tra le braccia
del bel cavaliere, tradendo cos re Art. Il libro che la coppia di Rimini leggeva (prima di
abbandonarsi ad un peccaminoso bacio) ha dunque assolto lo stesso compito che nel racconto
cavalleresco fu di Galeotto: spingere l'uno tra le braccia dell'altra.
Fatti non foste a viver come bruti...
...ma per seguir virtute e canoscenza (vv.119-120,canto XXVI ). E' con queste parole che il
personaggio di Ulisse incita i suoi compagni a seguirlo nella folle impresa di attraversare le
colonne d'Ercole (lo stretto di Gibilterra), un tempo ritenute i confini del mondo. Oggi
un'espressione proverbiale, usata per incitare a vivere come uomini e non come bestie,
seguendo la virt e e la scienza come grandi ideali.
Cosa fatta, capo ha
Proverbio che pi toscano non si pu, che Dante cita nel canto XXVIII dell'inferno con le
parole "capo ha cosa fatta" (v.107). Il poeta riporta la frase attribuita a Mosca dei
Lamberti, che pronunci il celebre motto durante una riunione indetta per uccidere

Buondelmonte dei Buondelmonti. La frase risoluta significa che una cosa, quando viene fatta,
ha sempre un capo, ovvero un fine, uno scopo preciso, mentre l'indugiare non porta a nulla.
Stai fresco
Un'espressione comunissima, che deriva dalla struttura stessa dell'Inferno dantesco. Secondo
il poeta il regno di Lucifero avrebbe la forma di un cono rovesciato, il cui vertice
coinciderebbe col centro della Terra. E' proprio nel nono cerchio, il punto pi basso della
struttura, che si trovano i traditori, ovvero coloro che si sono macchiati del peccato pi grave
agli occhi di Dio e che, a seconda della gravit della colpa, sono pi o meno immersi nel
Cocito, un enorme lago ghiacciato. Nel XXXII canto con l'espressione i peccatori stanno
freschi (verso 117), il poeta si riferisce proprio a questa zona, dove i dannati vengono colpiti
da gelide raffiche di vento prodotte dalle ali di Lucifero. Grazie alle potenti immagini del
poeta, l'espressione viene ancora usata per indicare qualcosa che andr a finire male.
Il fiero pasto
Un pasto bestiale, ovvero quello che il Conte Ugolino sta consumando nel canto XXXIII
dell'Inferno. Quando Dante e Virgilio arrivano al suo cospetto, il dannato imprigionato nel
ghiaccio sta letteralmente divorando il cranio dell'arcivescovo Ruggieri, colui che in vita fu la
causa di tutte le sue sventure che lo portarono all'Inferno. Un vero e proprio atto di
cannibalismo, con cui il Conte cerca invano di vendicarsi.
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Il bel paese
Sempre nel canto del Conte Ugolino, Dante si abbandona ad un'invettiva contro la citt di
Pisa, definendola vituperio de le genti di quel bel paese l dove 'l s suona (vv.7980). Dante definisce la Penisola un bel paese dove si parla il volgare del s, ovvero l'italiano
volgare.
*
Il vero volto di Dante Alighieri
Vi siete mai chiesti che aspetto avesse il sommo poeta? Per rispondere a questa domanda
basta andare in via del Proconsolo, dove si conserva il primo ritratto attestato dello scrittore
fiorentino
Deborah Macchiavelli 3 Marzo 2015
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Palazzo dell'Arte dei Giudici e Notai
Lungo via del Proconsolo si trova il palazzo dell'Arte dei Giudici e Notai, antica sede della
corporazione dalla quale prende il nome, risalente alla prima met del 300. Grazie a una serie
di scavi archeologici effettuati nel 2005 furono recuperati importantissimi reperti: oltre ad
alcune tracce della Florentia romana, spicca un suggestivo ciclo di affreschi dedicato ai poeti
fiorentini.

E qui che si trova infatti il ritratto pi antico di Dante, raffigurato in una lunetta insieme a
Giovanni Boccaccio. Sebbene alquanto compromessa, tutti i critici concordano sullautenticit
dellopera, la quale offre un volto del poeta molto simile al ritratto conservato nel Museo del
Bargello, risalente pi o meno allo stesso periodo e situato allinterno della Cappella della
Maddalena.
Lopera del palazzo dell'Arte dei Giudici e Notai raffigura un uomo dalla carnagione
leggermente scura e linconfondibile naso allungato, sebbene non cos aguzzo come nelle
celebri illustrazioni della Divina Commedia ad opera di Gustave Dor.
La struttura, visitabile tutti i giorni dalle 9 alle 17, conserva anche una suggestiva
rappresentazione dellorganizzazione civile e politica della Firenze trecentesca. Nello
specifico, si tratta di un rosone realizzato da Jacopo di Cione, che raffigur la citt come
nuova Gerusalemme Celeste: protetta dalle mura e sotto legida del giglio, Firenze dipinta
dall'artista secondo una struttura circolare, circondata dalle quattro virt cardinali (Prudenza,
Giustizia, Fortezza e Temperanza), a simboleggiare la nascente supremazia della res publica
Fiorentina medievale su quella romana dell'antichit.
*
Le espressioni che solo un vero fiorentino riesce a capire
Sebbene quasi tutte presenti nel dizionario di lingua italiana, ci sono espressioni a cui solo i
fiorentini ricorrono spesso e volentieri. Ecco quelle che potrebbero lasciare interdetto un
interlocutore non toscano
Deborah Macchiavelli 17 Gennaio 2015
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David di Michelangelo Credits: Wikipedia
Allungare
In toscano va inteso non solo come aumentare la lunghezza di qualcosa, ma anche come
sinonimo di avvicinare, passare. Es. Che mallunghi la borsa? Un carrivo!
Bailam(m)e
Dalla rumorosa festa turca del bairam deriva lespressione tutta toscana per indicare una
confusione incontenibile. Es. In questa stanza c un bailame porta via!
Bischero e Grullo
Due degli epiteti pi famosi del dialetto toscano, che nascondono altrettante storie,
rispettivamente quella della famiglia dei Bischeri e quella dei Dal Borgo. Leggere per
credere.
Brindellone
E' il carro che da secoli viene portato davanti al Duomo di Firenze per Pasqua. Talmente alto e
ingombrante che non si riferisce esclusivamente al tradizionale Scoppio del carro, ma indica
anche un giovanotto di statura elevata, sgraziato e po' sempliciotto.

Buhaiolo
Unespressione colorita, legata ad un antico mestiere fiorentino. Quale? Ve lo avevamo
raccontato poco tempo fa in un bellarticolo.
Calosce,Ciantelle, Pezzola, Toni e Bru-Ginsi
La moda a Firenze necessiterebbe di un dizionario a parte. Alcune espressioni sono semplici
storpiature (brusotto invece di giubbotto o bru-ginsi per i blue jeans), mentre le calosce (o
anche chantilly, dallomonima cittadina francese) sono gli stivali per la pioggia, le ciantelle
sono ciabatte e/o i sandali, la pezzola indica il fazzoletto (impiegato per molteplici usi), ma la
storia pi curiosa riguarda sicuramente il toni, ovvero la tuta da ginnastica. Che, secondo la
leggenda, arriverebbe direttamente dallAmerica.
Cannella
No, non la deliziosa spezia impiegata per cucinare dolci e biscotti. La cannella a Firenze
indica sempre e solo il rubinetto dellacqua. Da intendere come diminutivo della parola
canna.
Cencio
In Toscana non si usa lo straccio per spolverare i mobili o pulire i pavimenti, ma si
preferisce dare i cencio. Letimologia incerta, forse riconducibile alla parola latina cento,
centonis, indicante un abito, una coperta o un panno composti da vari pezzi di stoffa cuciti
insieme. Attenzione: da non confondere con gli omonimi dolcetti toscani del periodo
carnevalesco.
Cinci
Uno degli innumerevoli modi scherzosi per indicare il membro maschile, corrispettivo del
femminile passera, altrettanto colorito. Se per questultima espressione si collega ad una
frequentatissima piazza fiorentina, lorigine etimologica del primo termine resta sconosciuta.
Diospero e Popone
Due parole che vi torneranno utili dal fruttivendolo. Il diospero altro non che la variante
fiorentina del cosiddetto loto del Giappone, gustosi frutti meglio noti come cachi.
Entrambe le parole derivano dal suo nome latino, ovvero diospyros kaki. Il popone indica
invece il melone, talvolta usato anche come sinonimo di persona poco furba e lenta. La parola
deriverebbe dal greco ppon, ovvero cotto al sole, maturo. Non una caso dunque che
il popone sia davvero buono solo quando completamente maturo.
Fare forca/forcare
Ogni dialetto possiede la sua espressione per indicare questa comunissima azione, ovvero
marinare la scuola. Nel dialetto toscano probabilmente un riferimento alla forma stessa della
forca, ovvero un lungo manico che si divide in due o pi parti, richiamando un bivio stradale.
Fare forca significa quindi arrivare all'incrocio che porta verso la scuola e prendere la strada
opposta.
Gnamo
Forma colloquiale dell'imperativo andiamo. Es. 'gnamo, si fa tardi!

Granata
Nessun ordigno esplosivo: se in Toscana vi chiedono la granata, solo per pulire il
pavimento. Il termine qui indica la scopa, nello specifico quella formata da mazzetti di
saggina essiccati e legati attorno ad un bastone. La parola sarebbe riconducibile al grano,
ovvero agli steli da cui le vecchie scope sono composte, ricavate appunto dalla pannocchia
granata della pianta (la saggina).
Lapis
Niente matita, gli scolari fiorentini usano il lapis. Dal latino lapis haematitos ovvero pietra
color sangue, nome usato nell'antichit per indicare le pietre con cui era possibile disegnare.
Salire/Montare/Prendere in collo
Mi pigli in collo?!, ovvero la tipica richiesta dei bimbi toscani che vogliono essere presi in
braccio dai genitori. Espressione figurata, indica anche quando una persona si siede sulle
ginocchia dell'altra.
Rigovernare
Il toscano non lava i piatti, rigoverna. La parola viene dalla particella ri e il verbo latino
gubernare, letteralmente reggere il timone, dunque amministrare, ma anche avere
cura, dunque pulire.
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Sudicio e Troiaio
Invece di buttare la spazzatura, in Toscana si porta via i' sudicio. Per indicare invece un
luogo pieno di sporcizia (sinonimo di porcile) oppure dove ci si abbandona a comportamenti
libertini e dissoluti, si usa la pittoresca espressione troiaio. In entrambi i significati l'origine
della parola riconducibile al latino tardo troia(m), da un piatto a base di maiale ripieno
(ovvero il porcus Troianus), forse riconducibile alla vicenda del cavallo di Troia, ovvero la
macchina da guerra entro cui si nascosero i guerrieri greci (dunque tutt'altro che vuota al suo
interno, ma piena di nemici) per espugnare l'omonima citt. La parola pu indicare anche
qualcosa che non funziona, un oggetto malfatto e/o di bassa lega. Es. Questo cellulare non
funziona, l' proprio un troiaio!
*
Giuseppe Fantasia Diventa fan
Giornalista
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"Come donna innamorata", la vita di Dante diventa un romanzo nel nuovo libro di Marco
Santagata
Pubblicato: 06/03/2015 11:46 CET Aggiornato: 06/03/2015 11:46 CET
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Un grande ritorno, che poi un'ennesima e positiva conferma: Marco Santagata e il 'suo'
Dante. Vincitore del Premio Campiello nel 2003 con Il Maestro dei santi pallidi e del Premio
Stresa nel 2006 con L'amore in s (entrambi pubblicati da Guanda), lo scrittore e docente
universitario italiano uno dei massimi esperti del "sommo poeta": ha curato tutte le sue
opere nell'edizione Meridiani Mondadori e scritto la biografia Dante, il romanzo della sua
vita(Mondadori), in cui ha evidenziato quel suo essere profondamente calato nella vita
pubblica e culturale di Firenze, la citt che gli diede i natali, oltre che nelle complesse
dinamiche della storia italiana agli inizi del Trecento.
Nell'anno in cui ricorre il 750 esimo anniversario della sua nascita, Santagata lo celebra con
un suo nuovo libro, Come donna innamorata, appena pubblicato da Guanda, in cui mostra un
Dante pi intimo come non si era mai visto o raccontato prima. Per scelta, lo ha diviso in due
parti, dedicandole a due persone per lui fondamentali, nel male e nel bene: Bice - ovvero Bice
(Beatrice) Portinari, la figlia di Folco, sposata con Simone dei Bardi, del cui amore ci parla
nella Vita Nova e che poi sar uno dei personaggi principali della Commedia - e Guido,
l'amico Guido Cavalcanti, filosofo e poeta, membro di una delle pi ricche famiglie di
Firenze.
Il romanzo inizia l'8 giugno del 1294, il giorno di un triste anniversario, la morte di Beatrice,
avvenuta quattro anni prima. Quell'anniversario nel presente far viaggiare la mente di
Alighieri al passato e lo far cambiare per sempre, nella vita come nella poesia. Ripensa a
quella morte, al suo funerale e alla prima visione angelica che ebbe di lei, "la dama dagli
occhi smeraldi", "la signora triste che calamitava l'attenzione dei presenti e li rendeva pi
gentili, pi rispettosi, pi affabili". Una donna che non era una bellezza, ma aveva un sorriso
fresco, spontaneo, appena velato di tristezza. Una donna che non brillava affatto in societ, ma
"la sua straordinariet consisteva nel donare gioia, serenit, speranza e pace". La rivede morta,
ma lei era un'anima buona e "la morte molto pi della fine della sofferenza, l'inizio della
beatitudine". Aveva un corpo minuto, rivestito di un abito rosso, le mani incrociate sul petto e
la faccia coperta da un velo di seta bianca. "Dall'orlo della veste spuntavano due piedini
avvolti da calze nere. Rest a fissarli ipnotizzato", dir. Ripensa all'amore che ci sarebbe
potuto essere tra loro se le cose fossero andate diversamente, un amore fatto di gesti e di frasi
non dette, un amore che comunque, in quanto tale, " annebbia il cervello, ti sfibra l'anima",
"perch l'amore vero sofferenza".
Dalla morte ha inizio cos una nuova vita per lui, un nuovo e rinnovato amore per Bice
attraverso la poesia che "ci vede anche nel buio" e che perfetta per quell'anima buona. Con
la poesia ripara a quel dolore e in essa ritrover la consapevolezza di cui ha bisogno,
sentendosi meno frustrato. Scrive la Vita Nova, ovvero la vita rinnovata dal vero amore, "il
racconto dell'immenso privilegio che Dio gli ha concesso", un'opera che gli servir da apri
porta per la successiva Commedia, "l'unica roccaforte solida e potente in un mondo che
andava in pezzi" e in cui Beatrice beata sar al centro del tutto.
La seconda parte ha invece inizio a Mulazzo nell'ottobre del 1314. Troviamo un Dante in
esilio da dodici anni perch aderente al partito dei guelfi bianchi: ripensa alla sua citt
("apparteneva ad un'altra vita") e ai suoi affetti pi cari, rovinati dalle trame della politica,
ovvero a sua moglie Gemma Donati e all'amico Guido, al suo sarcasmo dopo la pubblicazione
della Vita Nova che aveva avuto un grande successo ("nessuno si era scandalizzato del fatto
che lui raccontasse di avere visto l'anima di Bice Portinari salire in Cielo, perch forse non lo
avevano capito. L'avevano preso per una fantasia, per un'invenzione poetica"), al suo
disprezzo per la sua carriera politica e ai suoi propositi di vendetta. Dante un uomo e un

poeta sgomento e smarrito: alla ricerca della sua vera strada (che sar, appunto, la
Commedia) che non tarder ad arrivare, ma per ora disorientato, in posti sconosciuti e il
quotidiano non gli pi familiare. Come il lettore del suo capolavoro, si muove tra la folla
variegata che cammina o sosta per le strade: "pu riconoscere qualcuno da lui gi incontrato
in altro luogo o a lui noto per altra via, ma il pi delle volte si imbatte in sconosciuti", "ne ha
una conoscenza indiziaria, che pu anche diventare precisa, ma che il pi delle volte resta una
semplice suggestione".
Rifacendosi a Dante e raccontandoci la sua vita, Santagata riuscito con questo libro a
riprodurre nel migliore dei modi i meccanismi di percezione del reale propri dell'esperienza
umana: a volte, con piena cognizione di ci che vediamo e ascoltiamo; altre volte, con
cognizioni solo parziali; spesso semplicemente per induzione o per intuizioni e altre ancora
senza comprendere ci che vediamo e ascoltiamo. Il risultato per chi lo legge sorprendente e
fa essere Dante pi contemporaneo di quanto si pensi: partecipiamo ai suoi dolori, alle sue
frustrazioni, alle sue ambizioni, ai suoi tormenti e alle sue gioie, alle sue insicurezze e
mitomanie, ai suoi fallimenti e ai suoi successi. Riviviamo con lui quel particolare momento
storico tutto italiano, fiorentino in particolare, con le sue atmosfere ed inquietudini e speriamo
che possa trovare una nuova strada, una strada migliore magari, perch una nuova luce
sempre possibile. "Fino a quel momento Dante aveva viaggiato in lungo e in largo con la
fantasia", scrive Santagata, "adesso pronto, pu cominciare a scrivere". E lo fa parlando di
un luogo sconosciuto ed affascinante: il paradiso terrestre, "il luogo dell'eterna primavera", "il
luogo della giovinezza dell'umanit".