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ENCICLOPEDIA

ARCHEOLOGICA
ISTITUTO DELLA
ENCICLOPEDIA ITALIANA
FONDATA DA GIOVANNI TRECCANI
ROMA
Il termine copto fu coniato dagli Arabi, i quali, al momen-
to della conquista dellEgitto, nel 641 d.C., designarono la
popolazione con il termine di al-qub, derivante da Agup-
tioi, mentre definirono rm, da `Rwmaoi, i dominatori ro-
mano-bizantini del Paese. Gli stessi Egiziani, tuttavia, conti-
nuarono a definirsi premenkemi cio, dallegiziano antico, la
gente di Kemi: lEgitto, la terra nera, quella stretta fascia di
terra fertile fecondata dal limo dellinondazione del Nilo in
contrapposizione con desheret, la terra rossa che indica il de-
serto. Con arte copta si definisce la produzione artistica in
Egitto dai primi secoli della nostra era fino allepoca ottoma-
na. Lequazione arte copta = arte dellEgitto cristiano, che
ancora oggi traspare dalle opere di alcuni studiosi, vera sol-
tanto a partire dallepoca islamica.
La cronologia dellarte copta tuttaltro che certa e defini-
ta nei particolari; nondimeno, in linea generale, si possono ri-
conoscere periodi diversi: 1) la fase definibile protocopta,
dallImpero di Augusto a quello di Costantino; 2) lepoca del
dominio bizantino e della piena fioritura copta, nonch del-
la massima diffusione del cristianesimo; 3) lepoca islamica,
da Muhammad agli Ottomani, nella quale i Copti, pur ridotti
a minoranze, danno vita a una produzione artistica feconda
che si realizza soprattutto nelle fondazioni monastiche e nel-
le icone. La caduta di Costantinopoli, conquistata dai Turchi
(1453), mette fine a unepoca e segna lingresso dellEgitto
nelle contese che coinvolgono limpero ottomano e, di con-
seguenza, in un tessuto pi fitto di rapporti con lOccidente.
STORIA DELLE RICERCHE ARCHEOLOGICHE E DEGLI STUDI
Le prime ricerche sullarte copta furono promosse dallInstitut Franais
dArchologie Orientale (IFAO), fondato al Cairo nel 1881. E. Gui-
met aveva commissionato ad A. Gayet alcune indagini nella citt di
Antinoe allo scopo di conoscere lestensione del culto di Isis nel mon-
do romano. In diciassette campagne di scavo, dal 1896-97 al 1911,
Gayet mise in luce migliaia di sepolture e di tesori, oggi patrimonio
delle principali collezioni, soprattutto francesi. Delle ricerche inglesi
di fine Ottocento, condotte con metodologie pi scientifiche da W.M.F.
Petrie per conto dellEgypt Exploration Fund (ora Egypt Exploration
Society), sono frutto i ritrovamenti dei ritratti funerari del Fayyum.
Al 1891 risale, per iniziativa dellitaliano G. Botti, la fondazione del
Museo Greco-Romano di Alessandria. Il museo promuoveva anche ri-
cerche sul terreno: fra i rinvenimenti pi interessanti sono le pitture
di Kom Abu Girgis e di Alam Shaltut, a sud-ovest di Alessandria, e il
sito monastico delle Celle (Kellia).
Linizio del XX secolo vede la pubblicazione del materiale copto
allora conservato nel Museo Egizio del Cairo e gli scavi nel monaste-
ro di Bawit, il luogo pi importante, dal punto di vista artistico e ar-
cheologico, dellEgitto copto. Alliniziativa inglese si devono i rinve-
nimenti nel monastero di Apa Geremia a Saqqara, in cui si sono con-
servati resti architettonici, scultorei e pittorici da considerarsi con ogni
evidenza strettamente apparentati con quelli di Bawit. Tedesca la ri-
cerca nel complesso di Abu Mina nel Mariut. Altra tappa importan-
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LAFRICA TARDOANTICA
E MEDIEVALE
Arte copta - LAfrica settentrionale tra il IV e il VII secolo
ARTE COPTA
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Ampolla fittile
con s. Mena.
Parigi, Louvre.
te la fondazione, nel 1908 a opera di M. Simaika, del Museo Cop-
to del Cairo. Simaika ottenne unordinanza patriarcale che lo auto-
rizzava a richiedere materiale di interesse archeologico agli antichi mo-
nasteri e alle chiese: infatti, al nuovo museo fu assegnato il materiale
copto da Bawit e Saqqara; fece inoltre espropriare materiali incorpo-
rati nelle case pi antiche dei Copti. Il museo, che ha varato un pro-
gramma di catalogazione del materiale con la collaborazione di stu-
diosi di diversi paesi, costituisce la pi importante collezione pubbli-
ca di arte copta.
Alla ripresa delle ricerche dopo la prima guerra mondiale si ascrive
lattivit di U. Monneret de Villard, con studi sulla scultura di Ahnas,
e sui conventi di Sohag, S. Simeone, Deir al-Muharraq. Negli anni
Venti furono pubblicati i cataloghi di importanti collezioni di tessuti
copti: quella del Victoria and Albert Museum di Londra e quella dei
Musei di Berlino. Nel frattempo lanalisi iconografica delle pitture di
Bawit e di Saqqara, in precedenza concentrata sullindividuazione del-
le fonti che ne erano alla base, si indirizz verso una pi stretta con-
nessione con la liturgia, inaugurando cos un campo dindagine an-
cora oggi ricco di spunti. Molte localit di interesse artistico e ar-
cheologico vennero scoperte durante le indagini volte alla ricerca dei
papiri: Tebtynis nel 1899 e 1933 e ancora nellarea di Antinoe, dal
1936. Nel 1934 fu fondata al Cairo la Socit dArchologie Copte
che pubblica regolarmente un bollettino e che ha al suo attivo unin-
teressante serie di monografie. Al 1956 risale la fondamentale scoper-
ta dei codici di Nag Hammadi. Nel 1963 la mostra sullarte copta,
promossa da W.F. Volbach, pose questa produzione allattenzione di
un pubblico pi vasto. Da allora in poi si moltiplicarono gli studi; nel
1976 si tenne al Cairo il primo Congresso Internazionale di Studi
Copti e nacque lAssociazione Internazionale di Studi Copti.
Nel 1965-66 presero avvio le ricerche archeologiche nellarea del-
le fondazioni monastiche delle Celle per iniziativa dellIFAO e del-
lUniversit di Ginevra, inaugurando cos unepoca di indagini in-
tenzionalmente rivolte al mondo copto. Tra le pi rilevanti sono quel-
le di P. Grossmann, per conto del Deutsches Archologisches Institut
del Cairo, nellarea del convento di Apa Geremia a Saqqara, di Abu
Mina nel Mariut, di Deir Balayza e Wadi Farain. Parimenti degno di
nota il programma che ha condotto le ricerche verso la pittura mu-
rale delle fondazioni monastiche avviato da S. Sauneron, a seguito del-
la scoperta delle pitture cristiane di Nubia, e da lui affidato a J. Leroy,
cui poi si affiancato P. Van Moorsel. Nel 2000 stato completato,
da parte di restauratori italiani per lAmerican Research Center in
Egypt, il restauro delle pitture del monastero di S. Antonio, nel De-
serto Orientale, e sono ora in corso nellambito dello stesso program-
ma quelli del convento di S. Paolo e del cosiddetto Monastero Rosso
a Sohag, dove una missione italiana ha intrapreso ricerche; una mis-
sione olandese invece investiga e restaura i conventi del Wadi Natrun.
Questi interventi, insieme alle recenti mostre e pubblicazioni, hanno
contribuito allapprofondimento degli studi nel campo.
PRINCIPI GENERALI DEL LINGUAGGIO FIGURATIVO COPTO.
IL QUADRO STORICO-RELIGIOSO
Il linguaggio figurativo copto fonda le sue premesse iconogra-
fiche e stilistiche nellEgitto ellenistico e romano. Compaiono,
ad esempio, Dioniso e il suo thiasos, cui si unisce per anche
Eracle; Afrodite e il suo corteo di creature marine, che si snoda
in unambientazione acquatica con forti connotazioni niloti-
che; Isis e Serapis con la presentazione delle offerte per saluta-
re la piena del Nilo. Accanto a queste divinit spicca la costan-
te presenza dei putti e degli eroti, una delle caratteristiche sa-
lienti dellellenismo egiziano, che deriva dallaccentuazione del
concetto di rinnovamento della natura espresso dalle cerimo-
nie della piena del Nilo e dal potere profetico attribuito ai
bambini dalle fonti antiche.
La traduzione della Bibbia in greco apre la via a unesege-
si dei testi sacri che in Alessandria appare largamente impo-
stata in chiave allegorica, a differenza di quella che ebbe vita,
ad esempio, in Antiochia. Allintroduzione del cristianesimo,
tradizionalmente ascritta alla predicazione di Marco, fece poi
seguito listituzione, sempre in Alessandria e per opera del ve-
scovo Demetrio, di una scuola catechetica, il Didaskaleion, al-
lo scopo di definire una visione canonica del pensiero cri-
stiano. Gi esistente, secondo la testimonianza di Eusebio, in-
torno al 180 d.C., il Didaskaleion ebbe noti direttori: Panteno,
Clemente di Alessandria (fino al 202, epoca della persecuzio-
ne di Settimio Severo), Origene, dal 215, Heraklas, Dionisio
di Alessandria e Didimo il Cieco, che si avvicendarono in un
contesto caratterizzato da persecuzioni e da violenti conflitti
interreligiosi. Fra i cristiani alcuni optavano per un allonta-
namento (anachoresis) dallo scenario dei conflitti, altri anda-
vano incontro volontariamente al martirio.
La civilt copta, sia in termini di testi, sia di immagini, sia
sul piano delle consuetudini che da allora si adottarono, fon-
data sul culto dei martiri e delle loro reliquie. I corpi dei san-
ti martiri furono smembrati e quasi ogni chiesa poteva van-
tarne il possesso di una parte, al punto che la Chiesa copta do-
vette intervenire per porre freno a tale usanza, che poteva
facilmente aprire le porte allidolatria.
Daltra parte, la popolazione egiziana aveva nelle sue tradizioni una
tale e tanta abbondanza di divinit che il passaggio a una fede mono-
teista non avvenne senza adattamenti. Il cristianesimo egiziano indi-
vidu ben presto gli intermediari ai quali pi direttamente rivolgersi
AFRICA
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M A R M E D I T E R R A N E O
Tebe
Karnak
Menfi
Deir Abu Darag
S. Antonio
S. Paolo
Heliopolis
Matarya
Menouthis
Abu Girgis
Abu Makar
Abu Mina
Alam Shaltut
Hermes
Deir al-Baramus
Deir Anba Bishoi
Deir Apa Johannes
Kolobos
Terenouthis
Thmuis
Pelusio
(Tell al-Farama)
Ostracina
Deir Sitt Damyana
Assuan Deir Anba Hadra
Edfu
Adaima
Gebel es-Silsila
Esna
Hermonthis
(Armant)
Maximianoupolis
Dendera
Tabennesi
Pbow
Senest
Chenoboskion
Apa Geremia
Karanis
(Kom Aushim)
Theadelphia
Arsinoe
Hawara
Pispir
Deir Kalamon
Ossirinco
(Bahnasa)
Alabasdria
Deir Abu Fano
Hermopolis Magna
(el-Ashmunein)
Delga
Bawit
Titkooh
Licopoli (Assiut)
Panopolis
(Akhmim)
Deir Apa
Shenute
Deir Anba Bishoi
Beni Hasan
Tell el-Amarna
Antinoe
Tebtynis Deir Naqlun
Herakleopolis
(Ahnas)
Narmunthis
S I N A I
Alessandria
Marea
Lago del Fayyum
N
i
l
o
150 km 0 75
area di insediamento eremitico
sito archeologico
685
Carta dellEgitto copto
con i principali siti
archeologici.
per protezione, salvezza, guarigione; riconobbe cos una grande im-
portanza non solo alla Vergine Maria e a Giovanni Battista, ma anche
alle varie schiere angeliche, che in Egitto appaiono ordinate in gerar-
chie abbastanza diverse da quelle pi diffuse in Occidente. Ma un ruo-
lo da protagonisti, fra gli intermediari, goduto dai santi: martiri, pa-
dri del monachesimo, santi cavalieri; infine santi guaritori, qualifica-
ti come medici, o che operavano guarigioni miracolose, come attestano
le parti del corpo guarite di metallo cavo che venivano lasciate sulle
pareti del santuario a mo di ex voto. Il martire godeva, nel momento
estremo, del sostegno divino e della promessa che sarebbe stato am-
messo direttamente nel Paradiso senza dover attendere il Giudizio Fi-
nale; nel luogo (topos) a lui dedicato vi sarebbe stata una particolare
concentrazione di grazie. Cos i luoghi dedicati ai martiri venivano vi-
sitati dai pellegrini nel giorno in cui si ricordava il loro martirio; an-
che lIslam sciita ismailita dei Fatimidi condivise per alcuni aspetti for-
me di culto cristiane in Egitto. Tra le persecuzioni che toccarono lE-
gitto quella iniziata da Diocleziano nel 303 d.C. fu lultima e la pi
sanguinosa e lanno in cui limperatore sal al trono segna linizio del
computo copto: lera dei martiri. Ad Antinoe Ariano, prefetto della
Tebaide, organizz il martirio di decine e decine di persone prima di
convertirsi ed egli stesso affrontare il martirio, come vuole la tradi-
zione. Nel 313 Costantino proclam la libert di culto per i cristiani
e anche in Egitto questo editto trov applicazione.
LEgitto precostantiniano era stato teatro di eventi impor-
tanti sul piano storico e religioso. Sul finire del III sec. d.C.
aveva trovato origine il monachesimo. Tra le varie fedi si se-
gnalano lo gnosticismo e il manicheismo, alla cui diffusione
contribu la dominazione dellEgitto da parte di Zenobia di
Palmira, che fra il III e il IV sec. d.C. aument dimportan-
za. Se da un lato la libert di culto portava a unespansione
del cristianesimo e delle sue fondazioni, per contro non tace-
vano i contrasti con gli adepti delle religioni tradizionali e per
dirimere le questioni si faceva ricorso allimperatore. Questi,
chiamato in causa anche per la soluzione di contrasti dottri-
nari interni al cristianesimo, assumeva quindi poteri relativi
al campo religioso e si profilava il determinarsi di un rappor-
to privilegiato fra il papato di Roma e il patriarcato della Nuo-
va Roma, Costantinopoli, minacciando cos il ruolo di primo
interlocutore di Roma svolto dalla Chiesa di Alessandria. Nel
325 Costantino convoc il primo concilio ecumenico a Ni-
cea che si concluse con la condanna dellarianesimo. Il vesco-
vo di Costantinopoli diveniva secondo al papa di Roma, sop-
piantando il patriarca di Alessandria.
Nel 391 Teodosio dichiar il cristianesimo religione del-
lImpero romano; come altrove si scaten allora in Egitto la
furia dei cristiani contro gli dei del passato e i loro templi. Mor-
to Teodosio nel 395 lImpero che egli aveva riunificato si di-
vise definitivamente in Impero dOccidente e Impero dO-
riente. LEgitto pass dunque sotto il diretto dominio di Co-
stantinopoli, non senza contrasti di carattere amministrativo,
politico, religioso. Sotto Teodosio II il dibattito dottrinario
sfoci in un aspro contrasto fra Alessandria e Costantinopoli
sul tema del riconoscimento alla Vergine Maria del titolo di
Theotokos. Da una parte Nestorio, vescovo di Costantinopo-
li, negava alla Vergine tale qualifica; dallaltra Alessandria, per
azione del vescovo Cirillo, al pari di Roma si impegn in una
strenua lotta a difesa della qualifica di Madre di Dio, asseren-
do che una sola natura, quella divina, era nel Verbo incarna-
to. Il concilio che Teodosio II convoc a Efeso nel 431 (il ter-
zo concilio ecumenico) condann le tesi di Nestorio e port
a unenfatizzazione del culto e dellimmagine della Vergine.
Sempre sotto il regno di Teodosio II e del suo successore Mar-
ciano avvenne il cosiddetto dramma di Calcedonia. Il quar-
to concilio ecumenico tenutosi a Calcedonia nel 451 vide la
controversia dottrinaria (in gran parte basata su un frainten-
dimento delle parole del vescovo di Roma Leone I) tra Euti-
che, archimandrita di un monastero di Costantinopoli, ap-
poggiato da Dioscoro, patriarca di Alessandria, da una parte,
e il vescovo Flaviano, patriarca di Costantinopoli, e limpera-
tore Marciano, dallaltra. Il concilio appoggi la tesi di questi
ultimi condannando Eutiche e Dioscoro. Si consum cos quel-
la scissione fra Chiese dOccidente duofisite e Chiese dO-
riente monofisite che, almeno nelle motivazioni formali, pog-
gia su un fraintendimento, ma che nasconde un dissidio po-
litico profondo: la lotta per la supremazia condotta dai grandi
patriarcati. Le comunit di Egitto, Siria e Armenia saranno da
allora in poi staccate dalle Chiese di Roma e Costantinopoli e
vano sar ogni successivo tentativo di unificazione.
La scissione influ anche sulle comunit monastiche, che in
quel tempo erano fiorentissime e popolate da centinaia di mo-
naci. Due chiese furono erette, ad esempio, alle Celle, una per
i calcedonesi, laltra per gli anticalcedonesi. Sembra che si sia
sviluppata una diversa liturgia che ha ispirato distinzioni nella
planimetria delle chiese: in quelle prossime alle coste del Me-
diterraneo e in quelle del Sinai, fedeli a Costantinopoli, non ap-
pare, ad esempio, la navata di raccordo fra le due navate latera-
li, che motivata da una circumambulazione rituale. Questo
elemento invece presente nelle chiese della valle del Nilo e del-
le oasi, dove talvolta si rivela essere unaggiunta posteriore.
Dopo il concilio di Calcedonia, Alessandria e il resto del-
lEgitto furono teatro di altri conflitti dottrinari. Nel 619 lE-
gitto, come altri Paesi del Vicino Oriente, venne conquistato
dal sovrano sasanide Khusraw II; dopo un decennio limpe-
ratore Eraclio riconquist il Paese. Ventanni dopo gli Arabi
attaccarono lEgitto e ne operarono agevolmente la conqui-
sta. Ma i conquistatori si avvalsero della consulenza di ammi-
nistratori egiziani e della manodopera egiziana; inglobarono
nelle loro costruzioni elementi precedenti, blocchi di granito
LAFRICA TARDOANTICA E MEDIEVALE
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Rilievo di calcare
con Leda
e il cigno da Ahnas.
Il Cairo, Museo Copto.
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Rilievo
con Nereidi ed Erote
su delfino. Trieste,
Civico Museo
di Storia e Arte.
con iscrizioni faraoniche, colonne, capitelli. La toponomasti-
ca fu riformulata in arabo dai termini antico-egiziani o pi
esplicitamente copti.
Il dominio arabo non fu particolarmente vessatorio. Allar-
rivo degli invasori molti si rifugiarono nei monasteri. Llite
dei governanti, i cosiddetti rm, di fede calcedonese, lasci
lEgitto, altri si convertirono allIslam. Ma la religione cristia-
na rimase viva e i cristiani costituirono diverse comunit, non
molto numerose ma attive e vitali. Conquistato dalle truppe
arabe nel 641, dal 661 lEgitto retto da un governatore entr
a far parte del califfato omayyade con capitale Damasco. Nei
centanni di vita del califfato (661-750) si registrarono alcune
discriminazioni come, ad esempio, lobbligo di portare un brac-
ciale di riconoscimento, lesclusione della lingua copta dai do-
cumenti ufficiali, lordine emesso nel 722 di distruggere le ico-
ne. Sotto gli Abbasidi (750-868) vi fu loppressione pi grave
e lultima delle insurrezioni. La situazione miglior con una
dinastia locale, quella dei Tulunidi (868-905), con i quali i
Copti godettero di una rinnovata considerazione; larchitetto
copto Ibn Katib al-Firghani fu incaricato della costruzione del-
la grande moschea del Cairo, che porta il nome del commit-
tente Ibn Tulun, e del nilometro di Roda.
Anche sotto gli Ikhshididi (935-968) i Copti furono tolle-
rati e coinvolti nei fatti di governo. Lepoca dei Fatimidi in
Egitto (969-1171), seguaci della fede sciita, fu tra le pi felici.
Vi fu una grande fioritura dellarte copta, in specie nelle fon-
dazioni monastiche, grazie anche allopera del patriarcato di
Alessandria, che ebbe in Gabriele II (1132-1145) una figura
di grande capacit ed energia. Il regno degli Ayyubidi (1169-
1250) fu quello delle crociate, quando numerose distruzioni
furono operate contro i monumenti cristiani. Nondimeno fu
un architetto copto a costruire la cinta muraria del Cairo e la
relativa cittadella. Il clima di rinascita culturale che i Mame-
lucchi (1250-1517) determinarono invest, pur con alterne vi-
cende, anche la Chiesa copta. Fra il XIII e il XIV secolo nac-
que una fiorente letteratura copto-araba relativa alla teologia,
alla dogmatica, allapologetica, alla storia ecclesiastica. Il coin-
volgimento dei Copti nella vita civile fu caratterizzato da mo-
menti diversi, ma la comunit era divenuta abbastanza esigua.
Con lavvento al potere degli Ottomani (1517-1798) lEgitto
fu inglobato nel loro impero; i Mamelucchi vi detenevano an-
cora il potere, fino allavvento di Mohammed Ali (1811). Le
crociate avevano rinverdito i rapporti fra il papato di Roma e
lEgitto. Venne luso di far preparare i missionari al loro com-
pito in Paesi islamici presso conventi egiziani.
Nella Chiesa le trasformazioni avvennero soprattutto gra-
zie allopera del patriarca Cirillo IV, in carica negli anni (1854-
1861) che seguirono di poco la morte di Mohammed Ali. Ci-
rillo IV considerato il padre della riforma, che egli impres-
se in nome del richiamo ai valori culturali del passato e di pro-
grammi educativi con fini e strumenti moderni.
LARCHITETTURA
Larchitettura copta documentata fondamentalmente da edi-
fici funerari, da edifici ecclesiastici e da fondazioni monasti-
che. Numerosi sono gli ipogei, che nelle falesie che costeg-
giano la valle del Nilo ospitano chiese, celle e monasteri, uti-
lizzando vecchie tombe e cave, prevedendo talvolta una parte
scavata e una costruita. Limponente fenomeno della riutiliz-
zazione di costruzioni preesistenti a fini abitativi e cultuali si
svolto a spese di templi faraonici e di fortezze romane. Si
tratta dunque di una consuetudine antica e largamente atte-
stata. Limpiego di determinati materiali e tecniche di co-
struzione si relaziona con la tradizione preesistente, con le nu-
merose innovazioni introdotte dai Romani, dai Bizantini e dai
conquistatori arabi. Presso la basilica di Dendera, sulla pavi-
mentazione del cortile del mammisi romano nella cinta del
tempio di Hathor, rimane inciso il tracciato del triconco ab-
sidale, in una posizione che fu poi abbandonata in favore di
quella attuale. Risalgono alla tradizione luso del piede reale
nella metrologia e quello del mattone crudo, con strutture
murarie di grande spessore. Si deve ai Romani luso del mat-
tone cotto (later) e la tecnica costruttiva a corsi alternati di
pietre e mattoni legati da gettate di calcestruzzo, come nella
fortezza dioclezianea di Babilonia, nel Cairo Vecchio, oltre al-
la ricerca di pietre di pregio, che dette luogo a unintensa at-
tivit estrattiva.
Citt e villaggi - Nei primi secoli della nostra era lE-
gitto presenta un quadro in cui figurano, oltre ad Alessandria,
poche grandi citt, un certo numero di grandi villaggi e nu-
merosi piccoli agglomerati rurali di qualche centinaio di abi-
tanti. I centri urbani ricalcano la collocazione di alcune delle
antiche capitali dei nmi, i distretti amministrativi dellAlto e
del Basso Egitto in cui il Paese era sempre stato diviso, anche
se con una certa fluidit di confini e con variazioni numeri-
che attraverso i tempi. Una zona che appare particolarmente
popolosa in questo periodo loasi del Fayyum. I cospicui rin-
venimenti papiracei ci parlano di Philadelphia, Karanis (Kom
Aushim), Tebtynis, Kleopatris (forse Arsinoe), Theadelphia,
Soknopaiou Nesos, centri che, se non sono vere e proprie citt,
rappresentano aggregazioni abitative consistenti e stabili no-
nostante occasionali flessioni del numero degli abitanti. Citt
popolose sono Ossirinco (od. Bahnasa), Hermopolis Magna
(od. el-Ashmunein), Herakleopolis (od. Ahnas), Panopolis (od.
Akhmim), Licopoli (od. Assiut).
Le maggiori citt erano circondate da una cinta muraria nel-
la quale si aprivano porte; vie colonnate collegavano gli edifi-
ci pubblici e i numerosi templi. Questi ultimi erano dedicati
alle antiche divinit faraoniche e alle divinit olimpiche, ma
ovunque era venerato Serapis, il cui tempio era anche il cen-
tro della vita amministrativa e commerciale e, in epoca roma-
na, Giove Capitolino e gli imperatori. Un culto speciale rice-
veva il dio cittadino eponimo: Hermes-Toth a Hermopolis Ma-
gna, Pan-Min a Panopolis. Gli edifici pubblici erano il ginnasio,
i bagni, larchivio e la tesoreria, la sala consiliare, il teatro e gli
impianti sportivi, fra cui talvolta un ippodromo. Il ginnasio
era per i Greci il fulcro della vita cittadina e il centro delledu-
cazione dei giovani destinati a costituire la classe dirigente e
comprendeva un complesso di impianti con aule, sale per con-
ferenze, palestre, bagni. Nel teatro di Ossirinco, che poteva
contenere fino a 11.000 spettatori, non si tenevano soltanto
spettacoli, ma anche i saggi ginnici degli efebi, danze, gare ed
eventi musicali; vi terminavano anche le processioni delle fe-
ste religiose e civili, come quella che celebrava annualmente il
AFRICA
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Necropoli di Hibis
a Bagawat presso
loasi di Kharga.
raggiungimento della massima altezza della piena del Nilo. Nel-
lippodromo si tenevano le popolari corse dei carri.
Per ci che riguarda le tipologie residenziali a Hermopolis
Magna, ad esempio, stato rinvenuto un palazzo di sette pia-
ni, forse a destinazione abitativa come a Roma nel periodo
imperiale. Se i papiri ci danno notizia di residenze di lusso e
di propriet immobiliari in diverse citt, la norma era costi-
tuita tuttavia da abitazioni modeste, che potevano compren-
dere anche una bottega per le attivit artigiane. Era praticato
lallevamento di piccioni, alimento ricercato per la nutrizio-
ne quotidiana, in piccionaie, ancora caratteristiche dellEgit-
to rurale di oggi. Nei villaggi era tutto pi concentrato: il tem-
pio, che pi a lungo conserva il culto al dio locale, edifici pub-
blici, sia pure di dimensioni minori, bagni, talvolta caserme
se era di stanza un contingente militare.
Architettura funeraria - Le necropoli documentano il
passaggio verso una nuova concezione delloltretomba e il len-
to abbandono delle pratiche di mummificazione del corpo. In
Alessandria le sepolture venivano effettuate in loculi entro ipo-
gei, mentre ambienti di una certa ampiezza, con rilievi o pit-
ture parietali che evocavano significati escatologici, erano de-
dicati al culto, di cui era parte il banchetto funebre. Nelle citt
della chora, proporzionalmente alla loro grandezza e alluti-
lizzo nel tempo, le sepolture si effettuavano in necropoli ubi-
cate nel deserto. Le pi antiche erano organizzate attorno a
strade, ai lati delle quali si collocavano cappelle che rivelava-
no lappartenenza a etnie e religioni diverse, come, ad esem-
pio, nelle necropoli di Hermopolis (Tuna el-Gebel) e nella ne-
cropoli di Hibis a Bagawat nelloasi di Kharga. Le necropoli
potevano avere una grande estensione e conservare suppellet-
tili e oggetti di una vita agiata: particolarmente ricchi sono i
materiali provenienti da Akhmim. Talvolta, come nel caso di
Antinoe, i diversi quartieri delle necropoli erano talmente este-
si da stringere dappresso e da ogni parte le mura della citt.
Accanto alle cappelle di famiglia si trovano diverse sepol-
ture collettive. Alcune erano certamente primarie, altre sem-
brano secondarie e frutto di restringimenti per poter adope-
rare gli spazi che cos si rendevano liberi. Talvolta i corpi era-
no estromessi e non pi inumati, come rivelano parti di membra
nei riempimenti dei pozzi effettuati dopo le nuove sepolture.
opinione generale che di natura funeraria fossero gli am-
bienti riutilizzati dai monaci per la costruzione del convento
di Apa Geremia a Saqqara e che da questi ampiamente si fos-
se attinto per la decorazione architettonica delle nuove fon-
dazioni. Probabilmente di natura funeraria erano le cappelle
di Ahnas, dalle quali provengono fregi e nicchie con le im-
magini di divinit del Pantheon olimpico (Dioniso, Apollo,
Dafne, Leda e il cigno, Afrodite) e immagini del Nilo, con i
putti che esprimono il numero dei 16 cubiti dellinondazio-
ne ottimale. Una stele funeraria, secondo una tradizione atte-
stata con continuit per millenni in Egitto, era collocata a ri-
cordo del defunto. Le stele cristiane contengono uninvoca-
zione al Dio unico e mostrano un denso affollarsi di simboli;
spesso sono centinate, rivelando la collocazione a incastro sul
lato breve di una tomba a volta; talora mostrano limmagine
del defunto allingresso di una cappella.
I corpi dei defunti venivano distesi su un letto o su una ta-
vola di legno e in un primo tempo, fino in et severiana, av-
volti in bendaggi con masse di tessuti usate come riempimento
delle parti rientranti (ad es., attorno al collo) e per il miglio-
re allineamento del corpo. Si ricercava leffetto di un sarcofa-
go mummiforme, talvolta con la parte superiore piana. In cor-
rispondenza del volto era collocata una maschera di stucco, o
un ritratto dipinto su tavola, oppure semplicemente unin-
cannucciata, come un tettuccio a spioventi, di fibre di palma.
Rami di palma erano posti ai lati del sepolcro e sopra di esso.
Spesso venivano sovrapposte alla deposizione grandi tele di li-
no, superbamente dipinte, a costituire lultimo rivestimento,
poi fermato da rade strisce di lino. Rarissimo era, in questo
periodo, luso del sarcofago (Antinoe, Karara). Pi tardi i cor-
pi furono deposti attorniati dai loro oggetti, con fiori e anche
con i loro piccoli animali. Labbigliamento prevedeva luso di
calzature e limpiego di molti abiti indossati luno sullaltro;
nel caso delle donne la fronte era incorniciata da grandi ac-
conciature e i capelli venivano racchiusi in una reticella. Per
gli uomini sono stati rilevati, oltre alle tuniche e agli ampi
mantelli, soprabiti tagliati e cuciti a redingote con risvolti sul
davanti e ai piedi stivali e gambali.
Le fondazioni cristiane: le chiese - La diffusione del
cristianesimo e ancor pi la liberalizzazione del culto portaro-
no a un grande sviluppo delle fondazioni cristiane. Le divinit
dei faraoni e quelle dellOlimpo lasciarono il posto al culto cri-
stiano, non senza una certa resistenza da parte della popola-
zione, specie nellabbandono del culto di Serapis, perch con-
nesso con il buon esito della piena annuale del Nilo. Sono sta-
te rinvenute chiese ubicate nei pressi ed entro le cinte murarie
dei grandi templi e dei forti romani; alcune costituivano gran-
di luoghi di pellegrinaggio, spesso a fini di guarigione.
La pianta correntemente adottata fino al VII sec. d.C. era
quella basilicale, con caratteristiche che lasciano individuare
una versione egiziana della basilica cristiana. Nelle fasi pi an-
tiche la struttura basilicale prevede unaula rettangolare al-
lungata, divisa da colonnati in cinque, o pi comunemente
in tre navate, con abside semicircolare ma inclusa, poco profon-
da e orientata verso est. Labside affiancata da due ambien-
ti laterali, che possono essere adibiti a battistero o anche a va-
LAFRICA TARDOANTICA E MEDIEVALE
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10 m 0
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N
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Pianta del quartiere
di Qasr al-Shamaa
al Cairo Vecchio:
1) mura romane;
2-3) torri romane;
4) chiesa della Vergine
al-Muallaqa;
5) porta Romana;
6) chiesa di S. Sergio;
7) chiesa di S. Barbara;
8) sinagoga.
no scala. Raramente presente un atrio, talvolta portici co-
lonnati esterni fiancheggiano i lati. Il loro uso, a quanto espli-
citamente indicano le fonti, era quello di fungere da riparo
per i fedeli che venivano da lontano. Laccesso allaula avve-
niva attraverso un ambiente che, a partire dallinizio del V sec.
d.C., viene avvertito come separato: il nartece. Esso posto
pi o meno in asse con labside, ma pu anche essere sposta-
to verso lestremit di uno dei lati lunghi. In questultimo ca-
so il nartece immetteva in una navatella che, sempre a parti-
re da un certo periodo e per esigenze di carattere liturgico le-
gate alla celebrazione della messa, fu creata per collegare le due
navate laterali. In qualche esempio il percorso che si veniva a
costituire era continuo, se veniva introdotto un collegamen-
to anche sul lato dellabside. Ed proprio la parte absidale a
presentare il maggior numero di varianti: labside pu essere
a tre conche (trikonchos), pu essere preceduta da un avan-
corpo separato chiuso da cancelli per lalloggiamento del co-
ro, pu contenere un synthronon per ospitare il vescovo e il
clero, pu presentare un corridoio posteriore di collegamen-
to fra gli ambienti annessi, secondo un modello attestato in
Nubia e in Alto Egitto.
Levoluzione delle soluzioni planimetriche in relazione an-
che alluso di materiali diversi determin nel tempo modifi-
che della pianta basilicale e un radicale allontanamento da es-
sa. Si registra la tendenza a separare pi nettamente la zona
presbiteriale dalle navate: venne introdotto un ambiente di
passaggio, il khrus, la zona riservata ai religiosi. Altro modo
di rendere pi netta la separazione del presbiterio quello di
chiudere la zona del santuario non pi con bassi cancelli op-
pure con cortine amovibili, ma con iconostasi lignee, in cui si
aprivano porte. Una generale tendenza ad adottare coperture
a cupola orient scelte diverse anche circa le planimetrie. La
navata venne talvolta dotata di due cupole, luna successiva
allaltra, determinando di fatto una divisione della campata in
due ambienti. Piuttosto raro in Egitto lo schema crucifor-
me, con sviluppo in altezza della cupola situata nella navata
centrale di fronte allabside. Molto comune divenne invece la
pianta centrale con partizioni in ambienti di limitate dimen-
sioni e coperti da piccole cupole, spesso in numero di dodici.
Se ne conservano numerosi esempi in Alto e in Medio Egit-
to, nel Fayyum e nellarea di Giza, probabilmente a partire
dallepoca dei Fatimidi. Il modello si attesta anche nella tar-
da architettura bizantina e nubiana (X-XIV sec.). Una vici-
nanza di soluzioni planimetriche con quelle della Nubia cri-
stiana si apprezza soprattutto nella zona di Akhmim, a moti-
vo di eventi storici precisi che vedono contatti e contrasti in
Alto Egitto con il regno nubiano di Makuria. La pianta che
appare pi volte attestata quella a triplice santuario absida-
to, con le tre absidi adorne di nicchie, con ambienti laterali al
santuario a pianta rettangolare e un corridoio di collegamen-
to fra di essi collocato dietro le absidi (difir). Dinanzi al san-
tuario centrale una cupola su pilastri e il resto del corpo del-
la chiesa, pi esteso in larghezza e coperto da cupolette mi-
nori. Una tendenza allespansione in larghezza divenne pi
netta dallepoca dei Mamelucchi (1250-1517), risentendo dei
dettami e delle formule architettoniche dellIslam. Talvolta gli
edifici possono risultare notevolmente ampliati perch si ten-
deva a costruire una chiesa nellimmediata contiguit di unal-
tra. Nel Fayyum recenti scavi hanno posto in luce una chiesa
a sette navate raccorciate, cos da configurare unaula molto
pi larga che lunga. Rispetto alle aree vicine lEgitto porta que-
ste soluzioni alle estreme conseguenze, moltiplicando il nu-
mero dei santuari, delle separazioni, degli ambienti coperti
con piccole cupole. Tali soluzioni sono adottate sia per le chie-
se dei centri abitati, sia per quelle dei monasteri, fino allepo-
ca ottomana e oltre.
Fra le chiese egiziane ben poche sono attribuibili con certezza al
IV secolo. La piccola chiesa di Leucapsis (Marina el-Alamein), 40 km
circa a ovest del santuario di S. Mena, presenta un accesso dal narte-
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690
La basilica di Dendera
entro il recinto
del tempio di Hathor.
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La basilica di Hermopolis Magna.
20 m 0
N
ce con un tribelon sostenuto da due colonne, un ambiente interme-
dio tripartito fra il nartece e le navate, tre navate e abside inclusa. A
cinque navate la chiesa rinvenuta nella necropoli meridionale di An-
tinoe. La sua particolarit risiede soprattutto nelle proporzioni delle
navate, lunghe e strette, la navata centrale non molto pi larga delle
intermedie e le due estreme molto strette; vi sono inoltre le navate di
raccordo orientale e occidentale; labside inclusa e assai poco profon-
da sottolineata da una serie di colonne e affiancata da due ambien-
ti, di cui quello di sinistra include un vano scala. Una scala si trova an-
che nellangolo nord-ovest del nartece.
Alla prima met del V sec. d.C. (410-440) appartiene la grande
chiesa episcopale di Hermopolis Magna (66 46 m). Grazie a portici
esterni correnti su due lati, la basilica si colloca entro un complesso di
edifici e di vie porticate che collegano le strutture sorte su quelle anti-
che e il tessuto urbano. La basilica sorge infatti sul luogo di un san-
tuario dellepoca di Tolemeo III Evergete, probabilmente un Serapeo,
di cui incorpora, nelle fondamenta, elementi architettonici. La pianta
basilicale, a tre navate, con navata di raccordo sul lato occidentale,
transetto colonnato con le terminazioni dei bracci a conca, abside non
molto profonda e inclusa con coro antistante, nartece e due ingressi
entrambi preceduti da un tetrapylon; lingresso esterno del nartece non
in asse con labside della basilica, ma spostato a nord, collegandosi
con una via colonnata al grande propileo sorto sulle rovine di quello
tolemaico che immetteva nel recinto rettangolare del complesso tem-
plare. Colonne monolitiche di granito di Assuan dividevano le navate
e correvano sul profilo del transetto, che insieme con la conca absida-
le veniva a disegnare una specie di triconco. Resti di colonnine di mi-
nori dimensioni con capitelli appositamente lavorati dovevano riferir-
si al piano superiore. Il battistero era accanto allabside, sul lato nord e
i numerosi altri ambienti annessi denotano una notevole articolazione
del complesso. Vennero utilizzati anche materiali di reimpiego; i capi-
telli corinzi delle colonne sono attribuibili al secondo venticinquennio
del II sec. d.C. Sotto la parte centrale dellabside era una cripta di mat-
toni coperta a botte. Lastroni di granito rosso di Assuan contrassegna-
no larea in cui furono impostate le transenne del presbiterio e i sedili
del synthronon. attribuita alla prima met del V secolo anche la cat-
tedrale di Armant (Hermonthis), la citt poco a sud di Luxor intitola-
ta al dio Montu. Ancora parzialmente conservata ai tempi della spedi-
zione napoleonica, ha dimensioni notevoli (46 26,5 m), una pianta
a cinque navate divise da colonnati di granito di Assuan, con navata
occidentale di raccordo, abside inclusa con nicchie, nartece con absi-
de contrapposta a quella del santuario. Due portici colonnati corrono
lungo i lati sud e nord della basilica.
La consuetudine di alleggerire le strutture di mattoni con nicchie
venne applicata anche alle costruzioni di pietra, che di per s non lo
avrebbero richiesto. Lo si pu verificare nella basilica copta costruita,
verso la fine del V sec. d.C., nel tempio di Hathor a Dendera, una del-
le pi armoniose e meglio conservate fra quelle che sorsero entro la
cinta dei templi faraonici. Il suo caso diverso da altri esempi appar-
tenenti alla stessa tipologia: infatti perfettamente inserita fra i due
mammisi, quello di Nectanebo e quello romano, in allineamento con
essi e con il vicino sanatorium. La chiesa costruita con blocchetti ret-
tangolari di arenaria, tratti dal mammisi romano; traccia del suo im-
pianto originario a triconco rimane incisa sulla corte antistante; lal-
zato si conserva in alcuni punti fino a includere le conche di corona-
mento delle nicchie. Si apprezza cos la mole compatta e geometrica
della chiesa (36 18 m), che presenta alcune caratteristiche singola-
ri: i due ingressi simmetrici, sul lato nord e sul lato sud, davano ac-
cesso ciascuno a un ambiente quadrato da cui ci si immetteva a go-
mito nel nartece. Questo provvisto di nicchie e con tre accessi im-
mette nel corpo della chiesa, mentre con altri tre negli ambienti che
sono posti contro il lato ovest: un vano scala, una stanza quadrata e
un battistero. Labside a triconco, con cupola centrale e due ambienti
laterali in comunicazione con le conche laterali. Queste comunicano
anche con larea antistante al presbiterio, nella quale quattro colonne
dovevano sostenere un arco trionfale; si raccordava cos larea presbi-
teriale con la pi larga navata centrale, che era del tipo a deambula-
torio occidentale con piano superiore e con nicchie che sottolineava-
no le pareti laterali e il profilo della conca absidale.
Fra le chiese costruite entro i templi faraonici da ricordare anche
quella del tempio funerario di Ramesse III a Medinet Habu, consa-
crata a s. Mena, posta in orientamento trasverso rispetto allasse del
tempio e occupante con i suoi colonnati tutta la seconda corte. Fra le
chiese annesse ai templi le pi interessanti sono le quattro chiese del
tempio di Luxor, la maggiore antistante al pilone di ingresso, le due
entro il perimetro del castrum di Diocleziano, una visibile al disotto
della moschea di Abul Aggag, nel cortile di Ramesse II, e la chiesa an-
tistante al tempio di Esna. Una basilica che richiama la pianta di quel-
la di Hermopolis Magna stata posta in luce presso il porto di Huwa-
riya Marea, sulla riva meridionale del Lago Mareotide. Appartiene for-
se al VI sec. d.C. e vi si manifesta la tendenza allaccorciamento della
lunghezza delle navate, che prelude alle scelte delle epoche successive.
Le colonne sono in numero di 10 nelle navate e di 12 in ciascuno dei
bracci del transetto, che come a Hermopolis Magna terminano a con-
ca. Permangono tracce di rivestimenti di marmo. Labside invece ag-
gettante e non inclusa nel perimetro della chiesa, caratteristica che la
accomuna alle chiese sul Mediterraneo e che si ritrova nel complesso
di Abu Mina. Nello stesso centro esisteva un edificio che stato in-
terpretato da Grossmann come una residenza per anziani, un geroko-
mion. La zona era situata sul percorso che i pellegrini seguivano per
LAFRICA TARDOANTICA E MEDIEVALE
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693
Veduta dei resti
della grande basilica
di Abu Mina.
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Particolare
di un capitello
della grande basilica
di Abu Mina.
giungere al santuario di Abu Mina. Dallencomio di Giovanni di Ales-
sandria (VII sec. d.C.) sappiamo che, a conforto dei pellegrini, ven-
nero realizzati alloggiamenti e luoghi di sosta dal prefetto del pretorio
dellimperatore Anastasio.
Abu Mina il santuario cristiano pi significativo di tutto lEgit-
to, tanto che stato inserito fra i monumenti patrimonio delluma-
nit che lUNESCO intende tutelare. Fu eretto in onore di s. Mena,
un santo sulla cui vita mancano notizie certe e di cui si sa quindi po-
co, di contro allimportanza del santuario a lui dedicato. Giovanni di
Alessandria attribuisce i primi interventi sulla tomba del santo al pa-
triarca Atanasio, linaugurazione della prima costruzione sotto gli im-
peratori Valente II e Valentiniano I, un ampliamento sotto limpera-
tore Arcadio, cui si era rivolto il patriarca Teofilo, e interventi sotto
limperatore Zenone. Sul periodo successivo le fonti attestano un con-
trasto fra il patriarcato monofisita e quello melchita per il controllo
del santuario, che dalla conquista araba sarebbe stato stato assegnato
ai giacobiti (monofisiti). La contesa ebbe luogo al tempo del patriar-
ca copto Michele I (744-768) e fu riconfermata lattribuzione ai Cop-
ti monofisiti. A seguito di distruzioni, dovute anche a terremoti, fu-
rono promossi alcuni rifacimenti da questo patriarca, talvolta con mu-
rature rozze e a scopo solamente statico. La grande basilica cadde poi
in disuso. La crisi continu anche durante il patriarcato di Giacomo
(819-830). Allepoca del patriarca Giuseppe (830-849) il messo del
califfo abbaside, incaricato di cercare per tutto lEgitto materiali pre-
ziosi per la costruzione del suo palazzo, effettu radicali spoliazioni a
danno del santuario. Al-Bakri (m. 1094) descrive la chiesa con la gran-
de immagine del santo di marmo fra due cammelli nellabside e nu-
merose altre immagini sacre, parla inoltre della lampada sempre acce-
sa e dei frutteti e dei vigneti che sorgevano allintorno, come rivela il
nome di Karm Abu Mina, la vigna di s. Mena, attribuito alla loca-
lit situata a nord del centro. Aggiunge anche che in una parte della
chiesa era una moschea dove i musulmani pregavano. Nel XIV seco-
lo le reliquie del santo furono traslate nella sua chiesa al Cairo, segno
che il luogo non veniva pi ritenuto sicuro. Nel 1962 le reliquie del
santo furono in parte riportate nella sua sede del Mariut, dove sorge
un grande convento a lui dedicato.
Il sito di Abu Mina conserva rovine degli antichi edifici distribuite
su una vasta area. Sul luogo della tomba ipogea tradizionalmente at-
tribuita al santo, in realt una catacomba precristiana, fu eretta inizial-
mente una chiesa martiriale, la cosiddetta piccola basilica, o chiesa
della cripta; essa presentava tre navate, nartece, battistero a due am-
bienti separati e due vasche, con una scala discendente alla tomba. Fu
poi operato un grandioso ampliamento nel V sec. d.C., quando fu co-
struita una grande basilica a tre navate e transetto mononave in conti-
guit alla chiesa martiriale, come viene indicato anche dalle fonti. Sem-
pre le fonti attestano che allepoca dellimperatore Zenone dovettero
essere operati interventi non solo per la fondazione di un centro urba-
no ma anche per labbellimento del santuario. Potrebbe trattarsi del
completamento della cosiddetta grande basilica, di cui fu ampliato
il transetto: le fondamenta del primitivo muro perimetrale servirono
da stilobate al colonnato che lo percorre lungo tutti i lati. Una delle fa-
si pi significative del santuario resta in ogni caso quella di epoca giu-
stinianea. Sulla tomba del santo fu costruito un nuovo martyrion, te-
traconco, a doppio involucro, con aula centrale rettangolare, muro
esterno rettilineo e una seconda scala di accesso alla tomba, giustifica-
ta probabilmente dal grande aumento dei pellegrini. Il complesso tri-
partito comprendeva quindi, da est a ovest, la grande basilica con un
nartece (terminante sui due lati brevi con unesedra a colonne), il marty-
rion tetraconco e il battistero. Questultimo un ambiente a s stante,
la cui costruzione in relazione con le diverse fasi di costruzione del
martyrion: comprende una sala principale a pianta ottagona con gran-
de vasca centrale, una sala secondaria con la seconda vasca, un ambiente
di raccordo con il martyrion e, sul lato sud, un portico colonnato.
Anche la tomba del santo venne modificata in relazione alle diverse
fasi edilizie del complesso, che incluso entro un sistema di edifici,
strade colonnate, piazze, ambienti di accoglienza, frutteti e giardini,
oasi di ristoro per i pellegrini. Sul lato sud del complesso, in corri-
spondenza del martyrion e del battistero, si apriva un grande emiciclo
a portico colonnato avente come centro ideale la tomba del santo. Sul
lato nord del complesso era un grande cortile rettangolare, il cosid-
detto cortile dei pellegrini; verso il centro era situata una fontana
sotto un tetrapylon e, proprio in corrispondenza della tomba del san-
to, una colonna commemorativa. Era da questo cortile che si accede-
va alla basilica. Sul lato nord della piazza erano gli xenodochia, allog-
giamenti per pellegrini; laccesso alla piazza era attraverso una via por-
ticata introdotta da un tetrapylon e verso la sua terminazione nord la
via incrociava unaltra strada ad andamento ortogonale. Su questo in-
crocio dava uno stabilimento termale, definito doppie terme, per-
ch comprendente due impianti; a nord delle terme era unaltra chie-
sa, la cosiddetta basilica nord o cimiteriale, a tre navate con absi-
de inclusa e navata occidentale di raccordo, accesso da un atrio
rettangolare e diversi edifici annessi, fra cui un battistero aggiunto pi
tardi. Alla distanza di 1,5 km a est dellabitato si trova un edificio te-
traconco con aula centrale quadrata, simile a quello martiriale, con ro-
busti pilastri atti a sostenere una copertura a cupola. La chiesa era pre-
ceduta da un atrio e in un piccolo ambiente annesso si trovava un fon-
te battesimale. Si ritiene che ledificio possa essere la chiesa di una
fondazione monastica e, se cos fosse, sarebbe veramente unica nel suo
genere. I capitelli e gli altri elementi di decorazione architettonica che
il centro di Abu Mina ha conservato sono la testimonianza pi ricca
e articolata nellambito della decorazione lapidea egiziana. I tipi rap-
presentati sono tra i pi variegati e la cronologia oscilla dal III-IV al
VI sec. d.C. Sono presenti in gran numero capitelli di marmo, alcu-
ni apparentemente importati allo stato di semilavorato.
Lo studio del santuario di Abu Mina ha portato lattenzione degli
studiosi sulle guarigioni e sui centri in cui venivano effettuate, un am-
bito su cui lEgitto vanta una lunga tradizione. Non da escludersi
che si possano ravvisare forme dirette di continuit (ad es., a Me-
nouthis). Significative scoperte sono state effettuate nellarea sinaiti-
ca, dove si segnala il complesso di edifici religiosi di Tell al-Makhzan,
a est della citt di Pelusio (Tell al-Farama), in particolare la grande
chiesa dedicata a s. Epimaco, con annesso un ambiente a pianta cen-
trale e una cripta. Le particolarit della planimetria avvicinano questa
chiesa alle altre fondazioni del Sinai (fra cui la chiesa del monastero
di S. Caterina e le chiese di Faran) e a quelle di Palestina.
La pianta basilicale venne mantenuta anche nel VII secolo negli
edifici di maggiore importanza, come le principali chiese del Cairo
Vecchio, ove si trov a lungo la sede del patriarcato copto. Il quar-
tiere copto del Cairo Vecchio sorge sul luogo della fortezza romana
di Babilonia, risalente nella sua attuale configurazione allepoca di
Diocleziano. Oggi il quartiere comprende diverse chiese, delle quali
le pi celebri sono la chiesa di S. Sergio e quella della Vergine al-Mual-
laqa (La Sospesa). La chiesa di S. Sergio in onore di Sergio, ser-
vitore di s. Bacco alla corte di Massimiano. Sergio e Bacco subirono
il martirio nel 296 in Siria e sono molto venerati nel mondo bizan-
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Cd. Monastero Bianco
di S. Shenute a Sohag.
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Pianta del santuario
di Abu Mina, allepoca
di Giustiniano:
1) battistero;
2) chiesa della cripta;
3) grande basilica.
tino e orientale. La chiesa a loro dedicata fra le pi antiche e vene-
rate di tutto lEgitto. Una tradizione che secondo gli studiosi non pu
essere confermata, ma alla quale i Copti prestano grande rispetto, ri-
ferisce che la cripta della chiesa sia stata riparo della Sacra Famiglia
durante il suo viaggio in Egitto. La chiesa a pianta basilicale; di-
struzioni e rimaneggiamenti le hanno conferito laspetto attuale a tre
navate con abside affiancata a nord dal battistero e a sud da una cap-
pella absidata, haykal e soffitto di legno, ciborio di legno sostenuto
da quattro colonne, navata occidentale di raccordo, nella quale il
laqqn, la tanca incassata nel pavimento per la cerimonia della be-
nedizione dellacqua nellEpifania e per la lavanda dei piedi nel gio-
ved santo, elemento sempre presente nelle chiese egiziane. La crip-
ta, posta al disotto dellarea antistante labside, a tre navate con co-
lonne di marmo.
La chiesa della Vergine denominata La Sospesa perch costrui-
ta sopra i torrioni che fiancheggiavano lingresso principale della for-
tezza dioclezianea. Per questo motivo i materiali impiegati non sono
particolarmente pesanti (la copertura di legno) e laccesso servito
da una lunga scalinata. Questa immette in un atrio a cielo aperto, por-
ticato sul lato orientale, da cui si accede allaula che ha due colonna-
ti laterali, di otto colonne ciascuno, che separano due strette navate
laterali; verso il centro della navata centrale una serie di tre colonne la
spartisce insolitamente in due settori diseguali. Rilevante lambone,
con intarsi di vari marmi colorati e marmo proconnesio; esso si data
allXI secolo, periodo in cui la chiesa, dopo alterne vicende che ave-
vano visto perfino la sua trasformazione in moschea, divenne la sede
del patriarcato copto. Il santuario triplice e separato da iconostasi li-
gnee con pregevoli rilievi e pannelli con intarsi davorio e debano, di
cui quello centrale dedicato alla Vergine, i laterali a s. Giovanni Bat-
tista e a s. Giorgio. I rilievi dellarchitrave del portale, oggi al Museo
Copto del Cairo, rappresentano lentrata a Gerusalemme e probabil-
mente una delle pi antiche attestazioni di Cristo in trono fra i Quat-
tro Viventi. La porta che d accesso alla cappella di Takla Haymanot,
la parte pi antica delledificio, di notevole pregio, con le sue incro-
stazioni davorio su legno di cedro.
LA SCULTURA, IL RILIEVO
In linea con il generale orientamento del Tardoantico la sta-
tuaria viene quasi generalmente a essere sostituita dal rilievo,
in tutte le sue modulazioni, dallaltorilievo che distacca di po-
co dal fondo le figure, concepite in piena volumetria, al rilie-
vo inciso che ricava dal fondo figure di quasi impercettibile
spessore. Il rilievo ha per lo pi impiego in ambito architet-
tonico e si attua in una pluralit di espressioni derivanti da
una comune matrice ellenistica. Con la diffusione del cristia-
nesimo e la dominazione bizantina in Egitto si attesta una let-
tura del mondo celeste e dei suoi personaggi in chiave di una
corte lussuosa, con regnanti incoronati in trono (Cristo, la
Vergine), alti dignitari (gli Arcangeli), attendenti e diaconi in-
censanti (gli Angeli).
Luomo compare come individuo nelle stele funerarie, come esse-
re simbolico nelle cacce e nei combattimenti con le bestie feroci, le
multiformi espressioni del male, con le mani dietro la schiena si tro-
va al cospetto o al disotto dellimperatore a cavallo, infine compare
nei graffiti dei pellegrini nei luoghi santi.
Pi rappresentato il mondo animale. Nellambito del cristiane-
simo la sua interpretazione in chiave simbolica porta alla creazione di
un nutrito bestiario di Cristo, con figure attinte dalla tradizione fa-
raonica, da quella ellenistica, da quella ebraica e da quella romana im-
periale. Questo straordinario mondo venne elaborato sulla base del-
lesegesi alessandrina, che propendeva per uninterpretazione simbo-
lica delle Sacre Scritture. Nella quasi totalit dei casi viene riconosciuto
allanimale un valore ambivalente, per cui esso non si presenta quasi
mai totalmente positivo o totalmente negativo; incarna invece un in-
sieme di significati ispirati alle sue caratteristiche in natura. Larga par-
te di tali interpretazioni si rivela artificiosa e ripetitiva, con caratteri-
stiche di un animale passate di peso a un altro (ad es., pellicano e leo-
ne), ma queste creazioni hanno comunque ispirato i bestiari medievali
e come tali sono giunte a noi. Fra gli animali simbolici rientrano an-
che esseri fantastici, come la fenice e lunicorno. La fenice, che nel-
lEgitto antico era probabilmente il benu, uccello solare che si ince-
nerisce nelle fiamme nella sua casa in Heliopolis e risorge dalle sue ce-
neri annunciando una nuova era, animale cristologico, in quanto
Cristo stesso lartefice dellinizio di una nuova era. Lunicorno, la cui
documentazione iconografica in Egitto ampia, prevalentemente
associato alla Croce.
Ugualmente il mondo vegetale evoca significati simbolici, recupe-
rando elementi delle civilt preesistenti: il loto, con i suoi frutti il
fiore che indica la rinascita, lacanto adombra significati di eternit,
ledera di Dioniso, la rosa, il lauro e la palma, piante della vittoria e
del trionfo eterno sulla morte, il melograno e sopra tutte le piante la
vite, che con i suoi grappoli collega Osiris, Dioniso e Cristo, espres-
sione dellabbondanza eterna, cos come il vino allude alla trasforma-
zione per eccellenza, quella che riguarda la morte. Anche nella tema-
tica di origine classica si d la preferenza ai temi che simboleggiano
lunione con la divinit e il rapimento (Leda e il cigno, Europa e il to-
ro), che indicano un viaggio verso le isole dei beati (Afrodite e il suo
corteo marino) e lascesa allOlimpo a seguito di imprese meritorie
(Dioniso con Arianna, Eracle), ma sono rappresentati anche i prota-
gonisti dei miti, dei racconti e dei poemi che hanno nutrito genera-
zioni di popolazioni greche ed ellenizzate. I temi nilotici sono evoca-
zioni di scenari e di fenomeni che assicurano in Paradiso laffranca-
mento dal bisogno. Si ricollegano sempre allabbondanza dei raccolti
e delle offerte: Serapis, con il suo copricapo, il modius, recipiente per
misurare il grano; la personificazione del Nilo con i putti e la cornu-
copia, il corno spezzato della capra Amaltea; la Terra, con la mappula
piena di frutti.
Molti ritengono che la maggior parte di questi temi sia sta-
ta oggetto di una reinterpretazione cristiana. Ve ne la prova
soltanto per alcuni, ad esempio per Orfeo, il cantore che am-
mansisce le belve, o per Afrodite che, soprattutto evocata dal-
LAFRICA TARDOANTICA E MEDIEVALE
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Pianta della Chiesa A
di Tebtynis.
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Rilievo con Horo
in veste di cavaliere
che uccide Seth
in forma di coccodrillo.
Parigi, Louvre.
la conchiglia, allusiva alla sua nascita dal mare, viene a sim-
boleggiare lanima che rinasce dopo essere stata purificata dal-
lacqua del battesimo. Sono illustrati dal rilievo anche molti
simboli e temi cristiani, la Croce innanzitutto e, pi raramente,
temi vetero- e neotestamentari che rappresentano diversi epi-
sodi biblici, scelti per lo pi fra quelli che possono costituire
paradigmi di salvezza e che ricordano il percorso della salvez-
za disegnato dal sacrificio di Cristo. Un capitolo a parte quel-
lo degli oggetti e delle immagini che alludono a cure e guari-
gioni, anche miracolose: pu essere documentato da pissidi
davorio, usate come contenitori di unguenti, pettini davo-
rio e stele che illustrano i miracoli di Cristo relativi a guari-
gioni (ad es., del cieco, del paralitico); piccoli rilievi di me-
tallo mostrano la parte del corpo che stata guarita.
Un caso singolare e di eccezionale interesse rappresentato da un
rilievo del IV sec. d.C. con la rappresentazione a traforo del dio Ho-
ro a testa di falco, rappresentato in veste di militare romano a cavallo
mentre trafigge con la lancia un coccodrillo. Nel mondo faraonico
Horo, figlio di Osiris, il vendicatore di suo padre, che affronta e vin-
ce Seth, raffigurato sotto forma di coccodrillo. Horo dunque il dio
figlio, rappresentato in terra dal faraone. Il dio Horo fu ben accolto
dallesercito romano. A determinare la sua assimilazione iconografica
e simbolica presso i Romani, fin dal principato di Augusto, concorse
anche il fatto che egli rappresentato come falco, uccello che richia-
ma laquila di Zeus/Iuppiter e soprattutto quella delle legioni roma-
ne. Spesso compaiono raffigurazioni di Horo come legionario, come
nel caso di una statua di bronzo in cui egli raffigurato stante, a gam-
be ben piantate, con il braccio sinistro avvolto nel mantello. Singola-
re anche una statua in cui il dio raffigurato come un imperatore in
trono, a figura umana e testa di falco, con le penne che si prolungano
lungo il busto a disegnare una corazza sopra la quale allacciato il
mantello. Come vendicatore del padre egli diviene campione contro
il male e precursore della figura del santo cavaliere che uccide il dra-
go o altre creature maligne.
Il rilievo di carattere architettonico investe trabeazioni, pi-
lastri, ma soprattutto il modulo base della decorazione archi-
tettonica: la nicchia, vero leitmotiv di ogni fase dellarte cop-
ta e diretta filiazione da impianti classici; essa si pu presen-
tare con profilo arrotondato o terminante a frontone, spesso
interrotto. Dalla scultura a rilievo si trae la testimonianza, vi-
sta labbondanza della documentazione, del graduale passag-
gio dai modi figurativi di tradizione ellenistica a quelli tar-
doantichi e bizantini. La breve dominazione dellEgitto da
parte di Zenobia di Palmira e la perdurante presenza di co-
munit palmirene in Egitto suggerisce probabilmente sfuma-
ture stilistiche simili a quelle di opere palmirene. Di notevo-
le importanza, per variet e qualit, la documentazione of-
ferta dai capitelli. Quelli di marmo proconnesio venivano
importati, anche allo stato semilavorato. I capitelli di calcare
e di arenaria sono prodotti localmente, ma sempre sulla base
dei modelli dellarte ufficiale; gli ordini adottati sono lo ioni-
co e il corinzio, limitato il primo, largamente prevalente il se-
condo, in un notevole numero di varianti. Si affermano an-
che il composito e diverse altre tipologie: a calice, a foglie di
olivo e di vite, a cesto, bizonale, baccellato. Il capitello corin-
zio con le sue variet ad acanto spinoso, dentellato, naturali-
stico o pi astratto rimarr per sempre in uso. I monumen-
ti bizantini che presentano capitelli che servirono da model-
lo per le costruzioni egiziane sono a Costantinopoli: il grande
arco del foro di Teodosio e la chiesa di S. Giovanni di Studio,
della met del V sec. d.C. (ca. 463). I capitelli figurati si atte-
starono nel VI sec. d.C. e dovevano essere nella chiesa costan-
tinopolitana dei Ss. Apostoli (536-546); i fregi della chiesa dei
Ss. Sergio e Bacco (tra il 527 e il 536) mostrano il passaggio
da un rilievo pieno alla lavorazione a intaglio, caratteristica
del VI sec. d.C. e attestata, ad esempio, in S. Sofia o, a Ra-
venna, in S. Vitale.
La decorazione delle lastre si effettua con un traforo a giorno e si
utilizza per le finestre, per le transenne e le recinzioni del coro nelle
basiliche, queste ultime assai diffuse. Un mutamento nel rituale sot-
to Giustino II (565-578), lintroduzione del rito cosiddetto della gran-
de entrata, determin un cambiamento di struttura nel coro, che fu
separato dalle navate della chiesa da un recinto continuo, che prelu-
de alliconostasi. Si attribuisce di norma al IV sec. d.C. la serie di ele-
menti architettonici di fattura classicheggiante provenienti da Ales-
sandria, Bahnasa, Ahnas, el-Ashmunein. La colonna di Diocleziano
nel Serapeo di Alessandria, con il suo gigantesco fusto monolitico di
granito di Assuan e il suo capitello corinzio, doveva forse servire per
sostenere una statua di porfido. Sappiamo dalle fonti che ad Alessan-
dria esistevano diversi edifici ecclesiastici, ma non sono pi collegabi-
li a essi gli elementi architettonici che tuttora sussistono in aree aper-
te e nel locale museo. Diverso il caso dellauditoriumdi Kom el-Dik,
che conserva ancora materiale in situ; anche Bahnasa conserva copio-
si materiali provenienti dalle costruzioni cittadine e dalla necropoli.
La fattura classicheggiante di queste opere si riconosce dallandamen-
to naturalistico dei particolari architettonici di ispirazione vegetale.
Ahnas larea di provenienza di un complesso di rilievi in cui, al-
linterno di nicchie decorate con foglie di acanto, sono rappresentate
figure tratte dal repertorio classico e riferibili per lo pi allarte fune-
raria. Linsieme appartiene a un medesimo edificio ed ritenuto ab-
bastanza omogeneo, pur potendovi riconoscere almeno due stili: lu-
no volumetrico, laltro intagliato e con un senso della figura pi asciut-
to. I due stili sono stati valutati come contemporanei e collocabili nel
IV sec. d.C. Appartengono al primo gruppo di Ahnas quelle figure
che mostrano analogia con immagini palmirene. Senza provenienza
sono numerosi altri rilievi in cui sono rappresentati temi mitologici,
con stili riferibili sia a quello pi addolcito, sia a quello pi vigoroso
e massiccio. Permane la fortuna dei temi nilotici, con levocazione di
pesci, anatre, coccodrilli, ippopotami, fiori e frutti di loto, temi di an-
tica tradizione rivisitati in ambito ellenistico. Altro tema ricorrente
quello della caccia, rappresentato entro una fitta vegetazione oppure
entro girali di acanto, un motivo caratteristico nel mondo ellenistico
sino a quello tardoantico. Compaiono spesso uccelli, di frequente as-
sociati a rami di vite con grappoli e rappresentati nellatto di cibarse-
ne, allusivi al nutrimento eterno del Paradiso e al sacrificio di Cristo.
Il tema dei due uccelli che si chinano a bere dallorlo di un kantharos
viene assunto con significato simile in chiave cristiana. Anche la ven-
demmia e la raccolta dei frutti si trovano rappresentate in pregevoli
rilievi del Museo Copto del Cairo. Uno dei frammenti presenta mu-
sicanti con nacchere e doppio flauto che accompagnano il lavoro.
AFRICA
416
698
Particolare di un rilievo
da Ahnas.
Il Cairo, Museo Copto.
699
Rilievo con aquila
che sorregge una croce
entro una corona.
Berlino,
Staatliche Museen.
Con lepoca costantiniana temi e simboli cristiani entra-
no nel repertorio del rilievo. Nel rendere il trionfo della Cro-
ce in una corona si ripercorre il modulo dei Geni portatori,
in coppia, di clipei o di corone, ma in una nicchia con in-
trecci di foglie di acanto sono due putti nudi a sorreggere
limmagine della croce, che poi sar portata da due angeli.
Con la vittoria di Costantino si moltiplicano raffigurazioni
della croce, associata a simboli del trionfo: laquila delle le-
gioni romane che serra fra i suoi artigli una corona con iscrit-
ta una croce; oppure entro una ghirlanda, come nei capitel-
li dellauditorium di Kom el-Dik. Probabilmente con Teo-
dosio si diffonde limmagine della croce gemmata, aprendo
la via a una serie di simboli e ornamenti che saranno in par-
ticolare replicati nelle pitture delle fondazioni monastiche.
Al suo primo apparire in Egitto la croce spesso associata con
il segno geroglifico che indica la parola vita e il chrismn
presenta locchiello della rho aperto, come a disegnare una
ciocca di capelli. Si tratta dellallusione allidea del Figlio, con
levocazione della treccia dellinfanzia, un elemento che si tro-
va anche giustapposto alla croce. Unantologia di simboli cri-
stiani proposta dai rilievi delle nicchie della chiesa del mo-
nastero di S. Shenute a Sohag (cd. Monastero Bianco). La
croce vi appare in contesti vegetali e affiancata da animali, tra
i quali si riconoscono unicorni. Questi ultimi compaiono ai
lati di una croce trionfale in un rilievo al disopra di una por-
ta della chiesa della Vergine Maria a Delga (Deir Muwas, nel-
larea di Minya), non lontano da Bawit, e certamente pi an-
tico delledificio nel quale collocato. Dallo stesso centro
proviene un capitello a calice, con kalathos a grossi grappoli
duva, quarto superiore a profonde baccellature e abaco con
motivo a meandro.
Un gruppo di blocchi di pietra di natura eterogenea fu posto in
luce durante i lavori di risistemazione del nilometro di Roda esegui-
ti fra il 1934 e il 1939. Furono estratti dalle sostruzioni del nilome-
tro ed erano inseriti nello spesso blocco di muratura che costituiva il
rivestimento sotterraneo del pozzo. Dovettero esservi collocati al tem-
po della sistemazione dellVIII sec. d.C. Il lotto si compone di una
stele egiziana della XXVI Dinastia, di altri blocchi scolpiti da tombe
di epoca faraonica e di epoca greco-romana; i materiali copti sono una
trentina e sono relativi alla decorazione architettonica di edifici di-
versi: nicchie, piedistalli di colonna, fregi e capitelli di colonne, di pi-
lastri e di pilastri angolari. Si segnalano per il loro interesse: una nic-
chia con raffigurazione di Europa e il toro, dalla composizione mos-
sa e dinamica in unambientazione di acanto dentellato e con due
delfini al disopra della nicchia; una nicchia con una croce affiancata
da due pilastrini con intrecci di acanto; un piedistallo di colonna, che
presenta, in buono stato di conservazione, un campo rettangolare con
intreccio di acanto intagliato e sui lati incavi per incastri; un capitel-
lo corinzio di pilastro, con croce inserita in una corona trionfale; due
capitelli di pilastro.
Appartengono alla decorazione architettonica anche pilastri con
lavorazione a intaglio di grande eleganza, come quello dei Musei di
Berlino, e due transenne con figure di animali, una gazzella e un ele-
fante, nel Museo Copto del Cairo, che dovevano essere impiegate per
finestre. Ma allinterno delle nicchie non intervengono soltanto i sim-
boli del cristianesimo. Pi raramente sono evocate anche scene vete-
ro- e neotestamentarie. Una nicchia del Museo Copto del Cairo rac-
chiude la raffigurazione del Sacrificio di Isacco, con interessanti par-
ticolarit iconografiche. Alcune lastre a rilievo propongono figure di
santi, come, ad esempio, una rappresentazione di s. Tecla e del suo
doppio supplizio: fu messa prima al rogo, che sopport aprendo le
braccia per simboleggiare la Croce e, dopo che una pioggia miracolo-
sa lo ebbe spento, fu data ad bestias. Ma raramente i Copti mostrano
il tormento inflitto ai loro martiri. Unaltra lastra, stilisticamente mol-
to simile, rappresenta un santo cavaliere nellatto di trafiggere una fi-
gura umana. Alcuni fori, evidenti nella lastra di Tecla, fanno pensare
che questi pannelli (dalle dimensioni simili) fossero applicati a sup-
porti o pareti. Una lastra di calcare del Museo Copto del Cairo mo-
stra i Tre Ebrei nella fornace, salvati dallangelo, che con la lunga asta
doma le fiamme.
Gli elementi di decorazione architettonica pi significati-
vi appartengono alle fondazioni monastiche: a Sohag, nella
chiesa del monastero di S. Shenute, della met del V sec. d.C.,
nel suo impianto originario, e in quella del monastero di An-
ba Bishoi, della seconda met del V sec. d.C.; inoltre, elementi
architettonici significativi si trovano nei complessi di Bawit e
di Saqqara, del VI-VII sec. d.C. Con il mutare delle condi-
zioni dei Copti nel Paese, in conseguenza delloccupazione
araba, luso della pianta basilicale e dei materiali da costru-
zione di pietra venne progressivamente abbandonato. Le crea-
zioni pi tarde, i fregi e le cornici delle nicchie che si manife-
stano in una dizione pi astratta e calligrafica, furono il pa-
trimonio da cui trassero ispirazione le formulazioni islamiche.
Luso delle pietre di pregio permane a lungo nelle chiese del
Cairo, in relazione alla loro maggiore importanza. conser-
vato un synthronon marmoreo, con intarsi di pietre colorate
nella chiesa di S. Mercurio, mentre lesempio pi importan-
te lambone marmoreo della chiesa di al-Muallaqa.
Altrettanto importante per il mondo copto la produzio-
ne di stele di pietra: votive, commemorative o sepolcrali. Non
molto numerose sono quelle a carattere commemorativo: si
ricorda la stele dellapa Shenute, che ce ne tramanda con po-
chi tratti, rozzi ma molto efficaci, limponente figura. Una ste-
le con limmagine di un Pacomio, che si dice provenga dal
monastero di Apa Geremia a Saqqara, forse da riferirsi al
fondatore del cenobitismo. Egli rappresentato nellatteggia-
mento di orante, con un ricco abbigliamento di rango, ed
nimbato. Vi anche un certo numero di stele votive con raf-
figurati Maria e il Bambino Ges fra gli arcangeli Michele e
Gabriele, o con immagini di santi, come, ad esempio, s. Me-
na. Infinitamente pi numerose sono le stele funerarie, cui si
affianca un certo numero di rilievi a carattere ugualmente fu-
nerario. Sulla linea di una tradizione che risale in Egitto alle
prime dinastie la stele il punto di comunicazione fra il mon-
LAFRICA TARDOANTICA E MEDIEVALE
417 27. Africa
700
Stele dal Fayyum
con donna che allatta.
Berlino,
Staatliche Museen.
701
Stele con apa Shenute.
Berlino,
Staatliche Museen.
do dei morti e quello dei vivi. La attraversava il ba del defun-
to (uno dei corrispettivi immateriali del corpo) per tornare nel
mondo e poi rientrare nella tomba, la sua casa di eternit. Al-
tre stele non relazionate alla tomba venivano poste nel domi-
nio sacro di Osiris ad Abido, in occasione del pellegrinaggio
che ognuno doveva compiere per venerare il sovrano del tem-
po pi lungo dellesistenza, quello oltremondano. Altre an-
cora, di carattere votivo, erano offerte ad altre divinit, spes-
so connesse con loltretomba. Luso della stele funeraria, co-
mune ad altre civilt presenti in Egitto, la greca, la romana, la
palmirena, perdur nelle forme che da un lato ereditavano i
segni dei credi faraonici, dallaltro accoglievano quelli delle
nuove convinzioni religiose. Si presentano in forma seriale, in
schemi e soggetti ripetuti in un numero che potremmo defi-
nire aperto, visto che nuovi ritrovamenti vengono di conti-
nuo ad aggiungersi a quelli gi noti.
Presso le citt dei morti vi erano officine che offrivano prodotti gi
finiti, cui mancava solo il nome del defunto. Un corpus delle stele fu-
nerarie copte non ha mai visto la luce, ma la materia di estremo in-
teresse e rivela linguaggi locali, che si traducono nella scelta dei for-
mulari, del programma figurativo, dello stile delle rappresentazioni.
Un gruppo consistente, ove compaiono temi legati alla tradizione fa-
raonica, proviene da Kom Abu Billo, la necropoli dellantica Tere-
nouthis. In stile diverso una stele da Ossirinco, che presenta un per-
sonaggio stante entro una profonda nicchia liscia. Affine, quanto a
concezione, una categoria di nicchie che ospitano un fanciullo se-
duto su un cuscino, che tiene una colomba nella sinistra e nella destra
ha un grappolo duva o una ghirlanda. Queste nicchie, che portano
talvolta un coronamento con acroteri, sono assai numerose. Alcuni ri-
tengono che stele di questo tipo siano da riconnettersi al culto isiaco.
Caratteristica una stele dal Fayyum, a lungo ritenuta unimmagine
della Virgo Lactans; presenta la figura di una donna che allatta il suo
bambino, nello stesso schema iconografico di Isis che allatta Horo.
Uniscrizione dipinta in giallo la colloca ora, con la sua formula nota
al mondo classico, nellambito funerario, e la trasformazione in senso
cristiano data dalla presenza di due grandi croci incise ai lati del ca-
po della donna. La formula delliscrizione si ritrova anche in stele di
Edfu, di Armant e di altri centri egiziani e nubiani. Le stele prove-
nienti dal Fayyum mostrano sovente la figura del defunto o della de-
funta di fronte a un sacello, che da intendersi come una cappella fu-
neraria, talvolta nel gesto dellorante. In alcuni casi compare una con-
chiglia, simbolo di rinascita. Lindicazione di appartenenza a cristiani
data dalla presenza di croci, talvolta da un segno ankh, dai cui brac-
ci pendono le lettere alfa e omega, come nella stele di Rhodia; due se-
gni ankh possono affiancare una croce con ricciolo laterale, con ai la-
ti alfa e omega. Un pezzo straordinario una stele in cui i due segni
ankh si trovano ai lati di un elemento centrale dalla forma di un ge-
roglifico indicante unione. Il segno della ankh viene dunque accolto
nel suo significato di vita eterna.
Le stele con rappresentazioni di uccelli, dalle diverse valenze sim-
boliche, costituiscono un insieme consistente. Sono un gruppo omo-
geneo quelle che presentano due pavoni ai lati di una coppa posta su
di un altare ad alto piedistallo, sotto un frontone triangolare con acro-
teri molto evidenziati: possibile che siano repliche di una figura-
zione bizantina. Altre rappresentano una fenice che rinasce dalle sue
ceneri e torna ad annunciare una nuova era. Generalmente la fenice
resa con le ali alzate a racchiudere il disco solare e sotto le sue zam-
pe sono le fiamme del rogo da cui risorta. Ma il mondo dei simbo-
li il terreno pi fecondo per la genesi di trasformazioni, assimila-
zioni o fraintendimenti. Cos il disco solare diviene progressivamen-
te una corona trionfale che racchiude una croce e laquila, che aveva
un suo significato distinto, viene a identificarsi con la fenice e si ri-
collega anchessa alle fiamme. La presenza di questi uccelli contrad-
distingue un gruppo nutrito e ben riconoscibile di stele provenienti
dallAlto Egitto, dalle aree di Edfu, Esna, Armant e Luxor. Una for-
ma particolare di stele, alta, stretta, leggermente rastremata e termi-
nante a frontoncino triangolare, contrassegna un gruppo di Armant.
Anche laquila che vi rappresentata ha una forma particolare, con
corpo globulare in cui le piume sono stilizzate a bolli, ali alzate a rac-
chiudere una corona trionfale con croce e in basso le lettere alfa e
omega. In quelle di Edfu e di Luxor, invece, la superficie fittamen-
te ricoperta da motivi vegetali simbolici, croci, ankh e spesso una-
quila che si leva in volo, di profilo, reggendo nel becco unankh e nel-
le zampe una corona trionfale.
In tema di rilievi a carattere funerario vanno ricordati un rilievo
della Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen, con un personaggio
accompagnato da un arcangelo con globo e asta crociata, in funzio-
ne di psicopompo, entro un tempietto a frontone su colonne, e un
rilievo di Magonza, nel quale, entro una pi complessa architettura,
raffigurato un arcangelo che preleva lanima di una defunta dor-
miente sul suo letto. Lanima ha laspetto di una bambina in atteg-
giamento di orante e larcangelo la tiene seduta sul suo braccio sini-
AFRICA
418
702
Pisside davorio
con Iside e scene
nilotiche. Wiesbaden,
Sammlung Nassauische
Altertmer.
703
Ossi con figure
di Satiri e Menadi.
Collezione privata.
704
Mensola lignea da el-Ashmunein. Berlino, Staatliche Museen.
stro ricoperto dal mantello. Si tratta dunque di due raffigurazioni di
un arcangelo psicopompo, probabilmente Michele, cui era affidato
questo compito.
Nel mondo copto il rilievo si esprime anche in altri mate-
riali: il legno e lavorio, che viene ricavato da denti di ippo-
potamo e zanne di elefante. In epoca tolemaica, quando la-
vorio era molto apprezzato, il rifornimento avveniva a Meroe
e in India; non diversamente dovette accadere in epoca ro-
mana. Oggetti di fattura particolarmente curata sono giunti
a noi in gran numero, testimoniando una produzione fioren-
te a uso di classi elevate. Si tratta di piccoli oggetti, parti di
giochi, di mobilio, poggiatesta, statuette di animali, bastoni
magici, manici di specchi, strumenti musicali; inoltre le pis-
sidi, che erano tratte da sezioni di zanne di elefante ed erano
usate anche come contenitori di medicamenti. Tagliato a sot-
tili lamelle, lavorio veniva anche impiegato per incrostazioni
o applicazioni su mobili o su cofanetti, talora con decorazio-
ni incise e policrome. La maestria degli artigiani alessandrini
tramand alle generazioni successive un patrimonio di espe-
rienze che produssero o ispirarono lesecuzione di oggetti che
ancor oggi destano la generale ammirazione.
Al mondo copto appartengono dei piccoli rilievi che tramandano
temi e personaggi della mitologia greca. Alcuni sono di espressione
naturalistica e dinamica, come il pezzo al Louvre di Parigi con raffi-
gurazione di una Menade e un Sileno, o un avorio di Ravenna con
Apollo e Dafne. Anche cofanetti illustrano temi analoghi; ricorren-
te la figura del putto impegnato nei lavori di vendemmia. Un pezzo
notevole e unico lavorio di Trieste, con raffigurati i Dioscuri e Pa-
sife con il toro. Interessanti raffigurazioni compaiono anche sulle pis-
sidi. Quella di Wiesbaden, databile al VI sec. d.C., mostra la celebra-
zione della festa della piena del Nilo: il Nilo recumbente con cornu-
copia attorniato dai putti, la sua paredra sciorina in grembo i frutti
contenuti nella sua mappula, si celebrano libagioni e intorno, nellac-
qua, sono un coccodrillo e grandi fiori di loto. La pisside del Museo
di Bonn, databile fra il VI e il VII sec. d.C., mostra invece la Resur-
rezione di Lazzaro, uno dei temi ricorrenti nelle rappresentazioni e
nelle epigrafi delle stele funerarie in Egitto. Il tema, associato con quel-
lo della Guarigione del cieco, ricorre anche in un pettine davorio ora
al Museo Copto del Cairo.
La pisside del British Museum di Londra illustra s. Mena entro un
tempietto ad arco ribassato su due alte colonnine tortili. nel con-
sueto atteggiamento dellorante, affiancato dai due cammelli e da sup-
plici che lo invocano a mani tese. Vi compare anche il martirio del
santo: inginocchiato davanti a un giudice, le mani dietro il dorso,
afferrato per i capelli da un esecutore che solleva in alto la spada per
decapitarlo. S. Mena raffigurato anche in una placca eburnea, oggi
nel Castello Sforzesco a Milano, di fronte al santuario, con le lampa-
de che ricordano uno dei suoi miracoli e con due cammelli inginoc-
chiati, accanto ai suoi piedi. unopera raffinata, espressa in un lin-
guaggio di matrice bizantina; fra le ipotesi cronologiche che sono sta-
te proposte sembra pi attendibile quella del VI sec. d.C.
Limpiego del legno nellesecuzione di rilievi ripercorre in
gran parte temi e stili del rilievo di pietra e davorio; le muta-
te caratteristiche delle chiese ne prevedono la presenza in ma-
niera estensiva e a lungo perdurante nella decorazione archi-
tettonica. Pur essendo tra i materiali pi deperibili, soggetto
allattacco di microrganismi, in Egitto le particolarit am-
bientali ne hanno permesso la conservazione. Autentico ca-
polavoro del IV sec. d.C. la mensola da el-Ashmunein con
scena di battaglia e liberazione di una citt, che si vuol riferi-
re a una vittoria dellimperatore Diocleziano. Un altro rilievo
notevole raffigura Daniele nella fossa dei leoni: la scena am-
bientata fra due colonnine con fusto lavorato, capitello co-
rinzieggiante e acroteri a palmetta espansa. Di legno sono ese-
guiti fregi a girali, in analogia con quelli di pietra. La poli-
cromia, che molto spesso interveniva in entrambi i casi,
meglio conservata nei legni.
Uno dei luoghi in cui furono rinvenuti legni figurati, come un sar-
cofago dipinto con pavone, Karara; un altro cospicuo insieme quel-
lo del monastero di Bawit. Il legno particolarmente impiegato per
le delimitazioni degli haykal, la zona del presbiterio, e per le porte del-
le chiese. Ricordiamo quella di S. Barbara al Cairo Vecchio e quella di
al-Muallaqa. Nei quattro pannelli delle due porte, databili attorno al
1300, eseguiti in un rilievo molto basso trattato con estrema cura, so-
no raffigurati in un linguaggio aulico: Annunciazione e Battesimo di
Cristo; Nativit e primo bagno; Ascensione; Discesa di Cristo agli In-
feri con Cristo che preleva Adamo ed Eva, e nel seguito di Cristo so-
no riconoscibili il re David e s. Giovanni Battista. Utilizzati in ambi-
to liturgico sono i cosiddetti troni del calice, baldacchini su colon-
nine che proteggevano i calici eucaristici. Uno dei settori in cui il legno
trova duraturo impiego quello delle tavole dipinte, pannelli o icone,
oggetti della devozione e della liturgia prima che opere darte, per i
quali i Copti ebbero grande attenzione e che produssero in uninfi-
nit di esemplari.
LA PITTURA
La pittura copta si rinviene sulle pareti delle tombe ipogee e
delle cappelle funerarie, sulle pareti delle chiese, degli altri edi-
fici religiosi e delle fondazioni monastiche, sulle tavolette li-
gnee, che discendono dalla tradizione dei ritratti funerari gre-
co-romani e che preludono alla produzione delle icone, su tes-
suto e su papiro. Gli antecedenti vanno rintracciati nellambito
funerario: catacombe alessandrine, ipogeo di Wardiyan, tom-
be della necropoli di Tuna el-Gebel; ma anche nei mosaici di
Alessandria e delle altre citt egiziane, di ville o fortini come
Sheikh Zueda, nelle pitture romane, come quelle del sacello
tetrarchico del culto imperiale nel forte romano che riutiliz-
zava il tempio di Luxor, esempi di una produzione volta alle
classi dominanti e di commissione imperiale.
Le attestazioni pi antiche sulla pittura copta riguardano lambito
funerario. Una testimonianza ricorda che nelle catacombe alessandri-
ne di Karmuz, non lontano dalla colonna di Diocleziano, alla fine del-
lOttocento era ancora possibile riconoscere alcune pitture raffiguranti
immagini di Cristo; i nomi che sono tracciati al disopra delle figure
consentono inoltre di identificare una delle pi antiche rappresenta-
zioni della Vergine Maria.
LAFRICA TARDOANTICA E MEDIEVALE
419
705
Frammento
di intaglio su legno
raffigurante la Vergine.
Parigi, Louvre.
706
Pittura murale
con Cristo in trono,
dal monastero
di Apa Geremia
a Saqqara.
Il Cairo, Museo Copto.
La figura della Vergine si ritrova anche nel complesso delle pittu-
re della necropoli di Bagawat. Alcune delle cappelle di questa necro-
poli appartengono a giudeo-cristiani, come la cappella dellEsodo, vi-
sto il repertorio di episodi veterotestamentari ivi raffigurato insieme
allEsodo degli Ebrei dallEgitto. Singolare la scelta di alcuni episo-
di, come quello di Ietro che mangia con gli anziani di Israele e che,
come primo dei convertiti, prefigura la fondazione della Chiesa dei
Gentili; oppure luccisione del profeta Isaia per ordine di Manasse o,
ancora, Geremia davanti a Gerusalemme. Il grande edificio della Ge-
rusalemme celeste contrassegnato dal segno ankh, che compare an-
che affiancato da due croci, alla sommit dellarco est della cappella.
Di norma gli episodi raffigurati sono paradigmi di salvezza, modelli
dellintervento divino a salvezza delluomo dopo il peccato originale:
lArca di No; il Sacrificio di Isacco; Daniele nella fossa dei leoni; i Tre
Ebrei nella fornace; Giona; Susanna. La salvezza si rinnova nel primo
martirio di Tecla: una processione di vergini sale a un tempio con fiac-
cole e incensieri, lultima si trova al disotto del martirio di Tecla e al
disopra di una figuretta di orante. Tale figura stata posta in rappor-
to con Tecla, tuttavia potrebbe trattarsi della defunta, che trova in Te-
cla un modello.
Tecla raffigurata anche in unaltra cappella della medesima ne-
cropoli, quella della Pace. Qui le pitture occupano in registri concen-
trici la sommit della cupola. La composizione quindi impostata su
partizioni geometriche regolari, abbandonando la libert dellimpianto
figurativo della cappella dellEsodo. Il significato simbolico si arric-
chisce con la raffigurazione delle personificazioni della Pace, della Giu-
stizia e della Preghiera, ossia: la pace del riposo eterno, la giustizia che
presiede alla sentenza di destinazione oltremondana, la preghiera di
ricevere la salvezza che hanno avuto, ad esempio, No, Isacco, Da-
niele. Al peccato dei progenitori pone rimedio la Vergine Maria, la
quale, raffigurata con una folta massa di capelli biondi, un grande ve-
lo chiaro e una tunica con clavi, posta vicino allarca di No. Nello
spazio di risulta sono rappresentate due colombe, quella in basso la
colomba in volo verso larca di No, in alto la colomba dello Spirito
Santo che si avvicina allorecchio di Maria (conceptio per aurem). Ac-
canto a Maria sono seduti, luno di fronte allaltra, Paolo e Tecla. La
giovane fu convertita al cristianesimo proprio da Paolo, secondo quan-
to si dice nel testo apocrifo degli Acta di Paolo e Tecla, che ebbe larga
diffusione in Egitto. Un papiro da Antinoe, ad esempio, ne riporta
una versione copta. Nella medesima cappella compaiono altre parti-
colarit iconografiche di grande interesse: i due coltelli che cadono
dalla grande mano di Dio, in relazione al Sacrificio di Isacco; la pre-
senza inconsueta di Rebecca sulla scena del sacrificio; i familiari di
No raffigurati nellarca.
Le pitture rinvenute nella Cappella 25, un edificio di notevoli di-
mensioni, indicano questa come una fra le pi antiche della necropo-
li. La semicupola dellabside decorata con cassettoni, gi presenti in
epoca pi antica (si veda la semicupola da Wardiyan, nel Museo di
Alessandria); nella cupola una grande ruota di fuoco sorretta da quat-
tro fenici ad ali sollevate. La testimonianza delle pitture di Bagawat
dunque importante, perch densa di significati che la ricollegano ad
ambienti colti e al contesto culturale di Alessandria (la Grande Oasi
fu luogo di esilio di personaggi rilevanti, come Nestorio e Atanasio) e
perch, attestando una produzione altrove perduta, presenta temi e
personaggi in un aspetto che precede le standardizzazioni successive.
Evidente il caso della Vergine Maria, che non risulterebbe in alcun
modo riconoscibile in quellaspetto se non fosse per il nome che com-
pare al disopra della sua figura, come per gli altri personaggi, sullo
sfondo della sottile banda rossa che sovrasta il registro figurato.
Maria che orienta la pittura funeraria di poco successiva. Ella
compare infatti nella cappella di Teodosia ad Antinoe. Alcuni studio-
si ne hanno messo in dubbio lidentificazione per la sua collocazione,
inadeguata, a lato della defunta, ma le immagini della Vergine vanno
valutate entro un percorso diacronico, che ne attesta la progressiva ac-
quisizione di centralit, iconografica e teologica. In Egitto un mo-
mento importante quello in cui, in opposizione a forze consistenti,
il patriarcato di Alessandria ottiene il riconoscimento della Vergine co-
me Theotokos, generatrice di Dio. La Vergine designata in Egitto
come Haghia Maria, Santa Maria. La cappella di Teodosia mostra gi
il titolo di Haghia Maria. La defunta, la giovane ed elegante Teodosia
(il suo abito paradigma dellabbigliamento dellepoca) accompa-
gnata dal venerando s. Colluto, il santo di Antinoe, che le poggia una
mano sulla spalla e la introduce nel giardino del Paradiso. La Vergine
le mostra la croce nella corona della vittoria, ormai gemmata: Cristo
ha vinto la morte. Labbigliamento della Vergine si avvia alla standar-
dizzazione, essendo costituito dalla cuffia bianca delle matrone roma-
ne e dal manto color porpora: un abbigliamento tipico delle donne
consacrate e della Vergine nelle pitture dei monasteri, salvo eccezioni.
Cristo raffigurato in trono, fra i due arcangeli Michele e Gabrie-
le, in una parete dellambiente attiguo a quello dellarcosolio. Lat-
teggiamento e labbigliamento degli arcangeli indica una datazione al-
la fine del IV - inizi V sec. d.C.: indossano la tunica clavata e sono
stanti. Seguendo lindicazione che lo studio delle modifiche icono-
grafiche nelle raffigurazioni dei santi e lintroduzione di nuove scene
ci apporta, vanno collocate a unepoca di poco posteriore le pitture
messe in luce da A.E. Breccia (1912) a ovest di Alessandria, ad Abu
Girgis, e da A. Adriani (1933) ad Alam Shaltut, oggi conservate nel
Museo di Alessandria. Pi antiche quelle di Abu Girgis (IV sec. d.C.),
dove fu posto in luce un edificio cristiano dal quale si accedeva a un
ipogeo costituito da due ambienti, di cui il secondo provvisto di una
nicchia. Qui un giovane martire rappresentato con nimbo, tunica
con sottili clavi e mantello in un paradiso connotato come un am-
biente nilotico. La cristianizzazione indicata da due elementi sorretti
da quattro sottili colonnine di cui non chiara lidentificazione: for-
se si tratta di tavole, al disopra delle quali un pane eucaristico con al
centro una croce. Nello stretto passaggio di comunicazione con la sala
attigua limmagine di Cristo in trono. Decorazioni dipinte a cas-
settoni e imitanti intarsi di marmi arricchivano gli ambienti. Nella
prima sala si distingue la parte inferiore di unimmagine di s. Mena
(parete est); sulla parete nord, di fronte alla scala, una scena di An-
nunciazione di cui si conserva quasi esclusivamente la figura dellar-
cangelo Gabriele che indossa una tunica adorna di clavi verticali con
grandi clavi caudati che sottolineano lorlo inferiore e ospitano due
tabulae. Egli tende il braccio destro verso la Vergine, la cui figura
quasi completamente perduta, e regge nella sinistra una sottile asta.
AFRICA
420
707
Pittura murale
con Adamo ed Eva
da Tebtynis.
Il Cairo, Museo Copto.
708
Riproduzione
dei dipinti dellarcosolio
nella cappella
di Teodosia ad Antinoe.
Poco pi tarde dovrebbero essere le pitture di Alam Shaltut, da cui
sono stati recuperati riquadri a intrecci geometrici, figure di animali
e motivi vegetali.
La produzione pittorica di questo periodo costituisce il pun-
to di partenza di temi e stili che troveranno la pi compiuta
espressione nei monasteri di Bawit e Saqqara. Degne di nota
sono le decorazioni pittoriche delle chiese del Fayyum e quel-
le delle chiese del Cairo Vecchio. Siamo comunque in une-
poca molto pi tarda, quando il Paese sotto il pieno domi-
nio dellIslam. Rinvenimenti straordinari furono effettuati nel
Fayyum da B.P. Grenfell e A.S. Hunt, a Tebtynis nel 1899 e
ancora qualche decennio pi tardi, negli anni Trenta del No-
vecento, da C. Anti e G. Bagnani. Nello stesso centro gli stu-
diosi che li effettuarono erano concentrati sul rinvenimento
di papiri, al punto che le pitture scoperte nel 1899 furono stu-
diate novantanni pi tardi da C.C. Walters, mentre i rinve-
nimenti del 1933 furono pubblicati dal Bagnani in un arti-
colo rimasto a lungo ignorato.
Queste pitture non sono di norma prese in considerazione nei re-
centi studi sullarte copta, eppure il loro interesse notevole e le ico-
nografie spesso uniche. Uno degli ambienti posti in luce nel 1899 ,
a evidenza, una chiesa ove sono state riutilizzate colonne provenien-
ti da templi faraonici. Labside decorata nella parte inferiore da una
fila di colonnine con capitelli corinzi; la conca absidale ospita Cristo
in trono con i Quattro Viventi e i medaglioni del Sole e della Luna,
questultima segnalata dalliscrizione Selene; al disotto figurano tre ve-
nerabili personaggi seduti: al centro s. Atanasio, alla sua destra s. An-
tonio, che liscrizione definisce anacoreta, a destra s. Pacomio. Sul-
la parete occidentale della seconda stanza, evidentemente il khrus,
rappresentato uno degli episodi della vita di s. Teodoro Stratelate, con
la vedova supplice dinanzi al santo a cavallo e i due figli di lei che egli
salver dal drago. Vi raffigurato anche un altro santo cavaliere. Se le
iscrizioni trascritte in occasione del rinvenimento delle pitture posso-
no riferirsi a lui, si tratterebbe dunque di s. Sisinnio Stratelate mentre
combatte con un essere semiumano che dalla vita in gi ha corpo di
serpente, qualificato in uniscrizione come Mastema, uno dei nomi di
Satana. Uniscrizione di un donatore, o dellesecutore della pittura,
invoca la benedizione e la protezione di Cristo. Le pitture conserva-
no altre immagini e scene: s. Mercurio, monaci con grandi libri in ma-
no, un gallo rappresentato al disotto di una finestra. Vi poi una sce-
na che allude alla resurrezione di Cristo: un angelo, accanto al sepol-
cro vuoto, indica che Cristo altrove, tre grandi figure, forse le tre
Marie, sono conservate soltanto in parte.
Ma davvero unica, per iconografia e stile, una scena di Inferno
con rappresentazione di Abbaton e delle anime dei dannati. Qui il pit-
tore ha elaborato con fantasia una composizione che vede al centro la
grande figura di un angelo; non conservato il suo volto, ma nella
parte inferiore sembra esservi una grande lingua tirata fuori dalla boc-
ca. Egli indossa unarmatura e un grande mantello; in vita, come cin-
tura, annodato un serpente; i suoi piedi sono artigli, il braccio de-
stro alzato a reggere una corda a pi estremit cui sono legati teste,
busti, corpi interi di dannati con iscrizioni che indicano i peccati com-
messi da ciascuno. Sulla sinistra di questa sorta di catena leggibile la
figura di una donna con due serpenti attaccati ai seni: la donna che
vive con un marito pagano. Allopposto un demone a figura umana e
testa di coccodrillo tormenta un uomo: colui che prende il salario dei
lavoratori. Altri particolari mostrano una coppia in cui il pene del-
luomo e i seni della donna sono morsi da serpenti, mentre un altro
grosso serpente si rizza contro il volto delluomo. Infine una donna
emette dalla bocca lanima, che viene divorata dal decano che ma-
stica (?) le anime.
Una grande figura seduta rappresentata nella parte superiore, a
fianco dellala di Abbaton, e regge nella sinistra un rotolo aperto in
cui scritto: Enoch, lo scriba che registra i peccati dellumanit. In-
fine, uniscrizione recita: Signore Ges Cristo, benedici e proteggi la
vita di nostro fratello Papas, figlio di Mercurio, per quello che ha do-
nato a questo arcangelo con le sue fatiche, cos che il mio signore Ge-
s Cristo possa dargli la sua ricompensa centuplicata nella Gerusa-
lemme celeste, la citt di tutti i giusti. Amen. Cos sia, A. M. 669 (953
d.C.). Frammenti di unaltra iscrizione relativa al donatore menzio-
nano il nome dellarcangelo Michele, a conferma dellipotesi che la
chiesa appartenesse a un monastero dellArcangelo. Queste pitture di
cos alto interesse, che vanno oggi poste in relazione con quelle re-
centemente messe in luce nel Wadi Natrun, concernenti il destino dei
beati (di cui sempre Enoch aveva descritto la sorte), sono da rappor-
tare a quelle rinvenute nel 1933 nella stessa citt di Tebtynis, che so-
no state distaccate e si conservano nel Museo Copto del Cairo. La
missione italiana rilev sul sito, nellarea nord, tre chiese, una delle
quali conservava pitture di non minore interesse e per qualche aspet-
to simili a quelle sopra descritte. La scena pi interessante mostra Ada-
mo ed Eva nel Paradiso terrestre. Adamo porta alla bocca con la ma-
no destra un frutto, mentre nella sinistra ne tiene due; anche Eva ha
in mano frutti e con la destra ne solleva uno. Nella sequenza succes-
siva Adamo alza la destra, a rivolgere la parola a Eva. Le espressioni
sono intense: le due figure, prima nude, si coprono ora con larghe fo-
glie; il Paradiso lussureggiante, con alberi carichi di frutti; le figure
hanno capelli biondi; Adamo porta barba e baffi. In altri frammenti
ivi rinvenuti sono raffigurati, fra gli altri, due santi cavalieri, di cui
uno di dimensioni minori. In un altro lacerto rappresentata la sce-
na di s. Pietro e il gallo. Tebtynis uno dei maggiori centri del culto
del dio-coccodrillo Sobek. Le pitture dellInferno conservano uneco
di tale tradizione nelliconografia, ad esempio della dea che allatta due
coccodrilli. La presenza di serpenti riflette la realt di quel distretto
umido e fertile.
Notevolmente differenti, perch di diversa destinazione e
collocazione, sono le pitture che si trovano nelle chiese del
Cairo Vecchio: S. Sergio (Abu Sarga), S. Shenute, al-Mualla-
qa. A S. Sergio frammenti di pitture, probabilmente risalenti
allXI-XII sec. d.C., mostrano, in maniere simili a quelle di S.
Macario e di Deir al-Baramus, figure di santi dipinte su pare-
ti e su alcune colonne. Un santo in armi e un vescovo sono
rappresentati nella chiesa di S. Shenute. Nella chiesa di al-
Muallaqa una colonna presenta limmagine di un arcangelo;
nel santuario di Takla Haymanot, nella conca absidale, raf-
figurata la Vergine con al disotto le immagini di venti perso-
naggi nimbati, dai volti affilati e dalle lunghe barbe; ancora al
LAFRICA TARDOANTICA E MEDIEVALE
421
709
Icona con apa Victor
da Antinoe.
Firenze,
Museo Archeologico
Nazionale.
disotto una scena di Nativit. La Vergine semisdraiata su
di un letto e indica il Bambino, avvolto in fasce rosse, che gia-
ce su una greppia. Intorno sono angeli e pastori e fra gli altri,
uninsolita figura di s. Giuseppe stante. I canoni iconografici
tipici della tradizione bizantina sono qui rivisitati; la pittura,
in cui predominano i toni brillanti del verde, del rosso e del-
lazzurro, di buona fattura.
LEgitto copto nellambito delle pitture su tavola si attesta
come erede di una tradizione eccezionale. Tale produzione na-
sce nellEgitto ellenistico e d luogo ai famosi ritratti funera-
ri, i cosiddetti ritratti del Fayyum. La pratica di sepoltura
che giustificava questo impiego dovette prolungarsi nel tem-
po, ma gli stessi pittori che dipingevano per la necropoli ave-
vano da tempo prodotto anche dipinti su tavola di destina-
zione diversa, dedicati alle case o a edifici pubblici, come la-
scia intendere, ad esempio, uno dei pezzi pi celebri dellEgitto
romano: il tondo di Settimio Severo, Giulia Domna, Geta e
Caracalla. Ma gli eredi copti di questa tradizione sono per lo
pi lontani da questaulica raffinatezza. Un rinvenimento sin-
golare fa comprendere la natura di tali realizzazioni. In una
tomba di Antinoe, scavata nel 1938, furono poste in luce set-
te tavolette lignee dipinte. Erano raccolte insieme entro un
vaso; alcune portavano ancora traccia del foro in cui passava
un cordoncino per appenderle. Rappresentavano ciascuna un
santo, il cui nome e la cui funzione si leggevano ai lati in co-
lonne verticali di scrittura. Recentemente stata individuata
liscrizione che identifica lapa Victor. Non molto numerose
sono le tavole dipinte di questo genere; ricordiamo quella di
Cristo con apa Mena, proveniente da Bawit e conservata nel
Museo del Louvre, limmagine del vescovo Abraham, della stes-
sa provenienza e oggi nei Musei di Berlino, entrambi databi-
li al VI-VII sec. d.C. Con qualche incertezza si pensa possa
provenire dallo stesso luogo una tavola dipinta sui due lati in
uno stile differente: da un lato figura larcangelo Gabriele, dal-
laltro s. Teodoro (VI-VII sec. d.C.).
Molto pi tarde sono le icone, che trovano largo impiego
in Egitto. Esse costituiscono un patrimonio che stato og-
getto di distruzioni casuali o programmate e alcune di esse
erano bruciate annualmente per il fuoco con cui si estraeva
lolio santo per le cerimonie. Le fonti riferiscono che alle ico-
ne era riconosciuto il potere dellimmagine che rappresenta-
vano. Per uso privato, dunque, furono oggetto di un culto
che rasentava lidolatria. Ma ben pi vasto il loro impiego
nelle chiese e nei monasteri come parte integrante delle cele-
brazioni liturgiche. Nel Sinassario ogni giorno era destinato
alla celebrazione di un evento legato a personaggi divini, a
santi e martiri, alle festivit dellanno liturgico; le icone che
ritraevano il personaggio o levento che si doveva celebrare
venivano allora portate in processione e presentate allomag-
gio dei fedeli, talvolta espresso con fervente fisicit. Cos, at-
traverso questo rituale, lEgitto, che non aveva mai dato lar-
go spazio a immagini narrative, fin per introdurle a corredo
visivo e segnico dei racconti evangelici, delle vite dei santi,
delle passioni dei martiri e dei miracoli dei divini personag-
gi, che i fedeli ascoltavano dagli officianti e dai predicatori
durante le omelie. Le icone sono dunque parte integrante del-
la liturgia; come tali vengono esposte nelle iconostasi delle
chiese e conservate in gran numero negli ambienti annessi al-
le medesime. Molte icone copte si trovano oggi nel Museo
Copto del Cairo, una delle pi significative collezioni, ma
quasi ogni fondazione cristiana in Egitto, antica o moderna,
ne possiede un buon numero. Una collezione importante
anche quella del monastero di S. Caterina sul Monte Sinai,
che ben testimonia lampiezza dello sviluppo di tali immagi-
ni nel mondo bizantino.
Le icone copte rappresentano di preferenza la Vergine Maria, con
il Bambino o anche in molti episodi della sua vita, ivi compresi la Fu-
ga in Egitto, la Dormizione e lAssunzione. Inoltre, raffigurato Cri-
sto, in trono, o nelle sue vicende terrene, come la Crocifissione, che
rappresentata altrove quasi esclusivamente nei manoscritti, e lAscen-
sione. Ancora, gli Arcangeli, presenze molto vicine alluomo egiziano
e ai quali erano affidate per tradizione specifiche funzioni. Viene poi
linnumerevole schiera dei santi. I martiri, i santi cavalieri, le cui leg-
gende si arricchirono di particolari avventurosi ed eroici, distanzian-
dosi nel tempo dalla sobriet degli Acta antichi e determinando so-
vrapposizioni e contraddizioni; i santi guaritori, che si fin per defini-
re medici; i padri del monachesimo. Questi temi, pi volte ripetuti,
sono realizzati in una sorprendente pluralit di linguaggi. Se ne distin-
guono alcuni filoni: uno, che potremmo chiamare locale, quello che
maggiormente si collega alle pitture su tavola pi antiche e alle pittu-
re delle fondazioni monastiche pi recenti; un altro, pi aulico e lega-
AFRICA
422
710
Icona con il vescovo
Abraham da Bawit.
Berlino,
Staatliche Museen.
711
Icona con Cristo e apa Mena da Bawit. Parigi, Louvre.
LAFRICA TARDOANTICA E MEDIEVALE
423
to a formulazioni bizantine; un terzo, connesso con lEtiopia e il suo
particolare stile. Molte icone portano frasi scritte in arabo, dediche e
anche firme di artisti. Il riconoscimento di cifre stilistiche particola-
ri ha condotto allindividuazione di singole figure di artisti, fra cui
vanno menzionati Ibrahim al-Nasikh, attivo fra il 1742 e il 1780, e
Yuhanna al-Armani, la cui attivit si colloca fra il 1742 e il 1783. Al-
cune differenze tuttavia lasciano individuare il linguaggio dei due ar-
tisti, passato, attraverso le loro rinomate scuole, alle successive gene-
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Loretta Del Francia Barocas
I MANOSCRITTI
Lutilizzazione del papiro, o meglio della carta di papiro, co-
me materiale librario attestata in Egitto sin dal III millennio
a.C. e dur sin oltre la conquista araba del Paese (641 d.C.).
Diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo, la carta di papiro
fu impiegata come supporto scrittorio fino allavvento della
pergamena che, utilizzata principalmente per confezionare co-
dici per opere letterarie tra il I e il XV sec. d.C. (soprattutto tra
il IX e il XIV sec.), non la sostitu mai completamente.
Il pi antico esemplare scritto di carta di papiro giunto fino a noi
datato alla V Dinastia, anche se nel Museo del Cairo conservato
un rotolo non utilizzato datato alla I Dinastia. Questi primi esempla-
ri non erano tuttavia illustrati. Lusanza di arricchire il testo con raf-
figurazioni attestata solo a partire dal Medio Regno, documentata
da un celebre papiro proveniente dal Ramesseo che, datato al 1980
a.C. circa, ci tramanda una cerimonia per la festa di ascensione al tro-
no di Sesostris I, secondo sovrano della XII Dinastia. In seguito, du-
rante il Nuovo Regno, le illustrazioni divengono cosa comune sia sui
papiri contenenti il cosiddetto Libro dei Morti, sia anche su papiri
non funerari; tra questi il celebre papiro delle miniere doro conser-
vato nel Museo Egizio di Torino. I Greci conobbero la carta di papi-
ro presumibilmente intorno al VII sec. a.C., allepoca della fondazio-
ne della citt di Naukratis, ma fu soprattutto con il dominio mace-
done e con la fondazione di Alessandria che vennero a contatto con i
volumi illustrati. La nuova capitale divenne, inoltre, il pi grande cen-
tro di produzione e commercio dei rotoli di papiro.
Di carta di papiro furono realizzati anche i pi antichi codici che,
a partire dai primi secoli dellera cristiana, rimpiazzarono progressiva-
mente il rotolo (volumen). Da un rotolo iscritto non pi utilizzato si
tagliavano dei fogli che poi venivano sovrapposti e incollati faccia scrit-
ta contro faccia scritta, ottenendo un foglio vergine. Il foglio cos ri-
cavato veniva poi piegato in due in modo da ottenere un quaderno.
questo anche il principio di composizione in cui furono realizzati i co-
dici gnostici rinvenuti nel 1945 a Nag Hammadi, che, oltre al note-
vole interesse che suscitano per i testi che tramandano, rivestono an-
che una grande importanza per la storia del libro. Questi volumi, da-
tati tra la fine del III e la met del IV secolo, presentano delle pagine
di 23-30 cm di altezza per 12-18 cm di larghezza e sono protetti da
un astuccio di cuoio, in alcuni casi ornato da simboli. Vi sono nume-
rosi altri esempi del IV e VI secolo che presentano questa tecnica di
realizzazione, tra cui il manoscritto della Pierpont Morgan Library a
New York, che tramanda gli Atti degli Apostoli in dialetto mesokemi-
co (od. ossirinchita), e il Codice Mudil del Museo Copto del Cairo,
che ci restituisce i Salmi nello stesso dialetto. Del IV secolo anche il
manoscritto Copto 135 della Bibliothque Nationale di Parigi, che con-
serva frammenti dellEsodo in dialetto akhmimico e che proviene da
Akhmim, uno dei centri di pi intensa attivit letteraria in Egitto.
Tra queste realizzazioni di grande interesse letterario si inseriscono
anche delle rare raffigurazioni su papiro, purtroppo mutile, che do-
cumentano per il V-VI secolo lusanza della miniatura. Si tratta di un
papiro, rinvenuto da una missione italiana e proveniente dalla necro-
poli settentrionale di Antinoe, che raffigura la Vergine Maria nimba-
ta che allatta Ges. Presumibilmente da Bahnasa proviene anche unil-
lustrazione tratteggiata sul verso di un frammento di foglio papiraceo
che raffigura una scena ispirata ai Vangeli: Ges riposa sulla barca di
Pietro, mentre sul Lago di Tiberiade infuria una tempesta; i discepo-
li preoccupati per la loro sorte lo svegliano ed egli placa i venti con la
sola forza della sua parola. Al centro posto Ges con alla sua sinistra
i discepoli, uno dei quali, Pietro, tiene lindice e il medio della mano
destra uniti e alzati, nellatto di rivolgersi al Signore. Tracce di colora-
zione violacea rimangono ancora sulle teste degli Apostoli.
Lo studio della produzione manoscritta egiziana si arricch di nuo-
vi elementi nel 1880, quando J. Maspero scopr il luogo di provenien-
za di numerosi fogli di pergamena apparsi nel mercato antiquario. Si
trattava di testi in dialetto saidico provenienti dalle vicinanze del mo-
nastero di S. Shenute a Sohag. Questi manoscritti, pervenutici quasi
tutti in un cattivo stato di conservazione, furono acquistati in gran par-
te dalla Bibliothque Nationale di Parigi, mentre il resto della collezio-
ne stato disperso. Di grande pregio il Manoscritto 129 datato al-
lVIII-IX secolo; ci tramanda, tra laltro, il testo di Isaia, ma si caratte-
rizza per lestrema raffinatezza degli elementi decorativi. Il titolo della
profezia scritto in inchiostro rosso e con un modulo differente rispet-
to al resto del testo, mentre la prima lettera del testo biblico riccamente
decorata con motivi a spirale neri e rossi. Originali, per gli elementi de-
corativi, sono anche altri fogli dello stesso manoscritto che, diversamente
datati al X secolo, presentano nel margine inferiore varie rappresenta-
zioni di animali, sia reali che immaginari. Queste pagine di pergamena
furono probabilmente realizzate da un copista che operava nel Fayyum
e poi acquistate dai monaci del monastero di S. Shenute a Sohag.
proprio, infatti, con i codici scoperti nel 1910 tra le rovine di un
convento del Fayyum dedicato allarcangelo Michele, presso il villag-
gio di Hamuli, che si assiste allutilizzo sempre maggiore di elementi
decorativi: motivi vegetali spesso colorati, lettere ingrandite e dipin-
te, uccelli e animali vari. Questi codici appaiono meglio conservati ri-
spetto a quelli del monastero di S. Shenute a Sohag, possedendo qua-
si tutti ancora la rilegatura originale. Acquistati tutti per conto della
Pierpont Morgan Library di New York contengono sia testi biblici, sia
omelie e testi agiografici. Di formato pi grande rispetto ai manoscritti
pi antichi, presentano il testo scritto su due colonne ed elemento
nuovo, dei ricchi colofoni che ci tramandano la data di copiatura, il
luogo in cui questa venne effettuata e il nome del copista. Informa-
zioni utili che ci fanno anche capire limportante ruolo svolto dai mo-
nasteri del Fayyum, area che si configurava come uno dei centri di co-
piatura di opere letterarie pi importanti dEgitto, tale da approvvi-
gionare anche la biblioteca del monastero di S. Shenute a Sohag. Un
altro elemento decorativo che si ritrova comunemente nei codici di
Hamuli labitudine di rappresentare, allinizio del volume, una gran-
de croce o, al posto di essa, un santo, un arcangelo (spesso Michele)
o la Vergine Maria. Ne un esempio il Manoscritto 612, datato al-
l892/3, che impreziosito da unimmagine di Maria, seduta su un
trono che allatta Ges, alle cui spalle sono rappresentati due angeli
AFRICA
424
713
Particolare del papiro
cd. di Artemidoro.
Torino, Museo Egizio.
712
Particolare del papiro
cd. di Artemidoro.
Torino, Museo Egizio.
che protendono le mani in segno di venerazione. I personaggi hanno
uno sguardo fisso e tratti stilizzati; la rappresentazione sottolineata
da colori vivaci e porta la firma del copista: io, Isacco, prete, il pi
piccolo, ho scritto [o dipinto questo].
Dalla stessa collezione proviene anche il Manoscritto 603, datato
al 902/3, che presenta un frontespizio ornato con la figura dellar-
cangelo Michele, riccamente vestito con una tunica e coperto da un
mantello di porpora, che tiene nella mano sinistra un globo segnato
dalla croce. Ma lelemento decorativo non si limita al frontespizio: let-
tere e segni di punteggiatura assumono, di volta in volta, un ruolo de-
corativo. Arricchito con due illustrazioni anche il Manoscritto 6782
conservato nella British Library di Londra e proveniente dal Fayyum.
Copiato dal diacono Philotheos nellanno 706 dellera dei Martiri
(989-999 d.C.), presenta il frontespizio con unimmagine della Vir-
go Lactans, assisa su un trono maestoso e affiancata dallapostolo Gio-
vanni. Alla stessa epoca appartengono anche i manoscritti di perga-
mena in dialetto boairico della biblioteca del monastero di S. Maca-
rio, nel Wadi Natrun, oggi in gran parte conservati nella Biblioteca
Apostolica Vaticana.
Datato al 1178/9 il manoscritto Copto 13 della Bibliothque Na-
tionale di Parigi. Si tratta del pi sontuoso codice copto che ci sta-
to tramandato, un esemplare di lusso. Sotto il patriarcato di Marco III
(1166-1189), fece parte della biblioteca del cardinal Mazzarino ed en-
tr nella Biblioteca Reale di Francia nel 1661. Secondo una leggenda
sarebbe stato portato in Francia direttamente da Luigi IX. Il codice,
che ci trasmette una versione dei Vangeli, presenta delle illustrazioni
inserite nel testo caratterizzate da un estremo realismo e da una viva-
cit di colori e di motivi ornamentali che discendono direttamente
dalla pi ricca tradizione ereditata dai manoscritti greci di lusso.
I secoli XII e XIII vedono infatti la realizzazione dei pi begli esem-
plari di codici di lusso. Tra questi spicca il codice Vaticano Copto 60,
che raccoglie estratti di pi manoscritti contenenti opere agiografiche,
tra le quali il martirio dei ss. Giovanni e Simeone. Il foglio 60 pre-
senta, sotto otto linee di testo elegantemente scritte, una grande im-
magine rappresentante due santi in piedi, separati uno dallaltro da
una sottile linea rossa verticale. A sinistra il santo martire Giovanni
raffigurato nellatto di liberare la figlia del re, posta ai suoi piedi, dal
serpente che fuoriesce dalla bocca della ragazza; il re e la regina sono
seduti su un seggio cubico. A destra di questa rappresentazione vi
limmagine di s. Simeone, imberbe e con una tunica turchese. Il tut-
to segna linizio della passione dei due santi che descritta a partire
dal foglio successivo. Altrettanto ricco e finemente realizzato il co-
dice boairico-arabo Vaticano Copto 9, proveniente dalla ricca biblio-
teca del monastero di S. Antonio nel Deserto Orientale e datato al
1205. Il foglio 20 di questo manoscritto decorato con una croce che
presenta un medaglione con la figura di Cristo, mentre altri quattro
medaglioni con limmagine degli evangelisti occupano gli spazi fra i
bracci della croce. Nel foglio 146 ritratto invece levangelista Mar-
co seduto davanti allarcangelo Michele, suo ispiratore, mentre il fo-
glio 388 presenta la Vergine Maria, qui definita come Madre di Dio,
che ispira levangelista Giovanni, anche lui seduto e nellatto di scri-
vere. Si tratta di miniature raffinatissime eseguite con unestrema cu-
ra dei particolari.
Nei secoli seguenti la tradizione manoscritta si perpetua e talvolta
si arricchisce con dei veri e propri capolavori, come il manoscritto Cop-
to 114 della Bibliothque Nationale, datato al 1555, oppure il mano-
scritto Orientale 1316 della British Library, datato al 1733, che con-
tiene i quattro Vangeli in boairico e arabo, ciascuno introdotto da una
raffigurazione a pagina piena dellevangelista che ne lautore con la-
nimale apocalittico a lui connesso. La pagina di fronte a queste rap-
presentazioni ha delle lettere maiuscole sontuosamente decorate, men-
tre altre 134 miniature impreziosiscono il resto dellopera. Larte del-
la miniatura ancora viva nel XIX secolo e ne sono testimonianza
levangeliario copto-arabo commissionato da Sergios Ghali nel 1801,
nonch altri manoscritti di questo periodo che presentano decorazio-
ni aniconiche dispirazione islamica che si limitano a volte solamente
alle pagine iniziali.
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Mario Cappozzo
LAFRICA TARDOANTICA E MEDIEVALE
425
715
Papiro con Amore
e Psiche. Firenze,
Museo Archeologico
Nazionale.
714
Miniatura con distruzione di Sodoma della Genesi di Vienna. Vien-
na, sterreichische Nationalbibliothek.
716
Papiro con la Vergine
che allatta, da Antinoe.
Firenze,
Istituto Papirologico
G. Vitelli.
I TESSUTI
La produzione tessile uno degli ambiti artistici in cui lE-
gitto si esprime con maggior eloquenza. I tessuti giunti a noi
sono migliaia, conservati in collezioni pubbliche e private e
circolanti nel commercio antiquario, anche con un certo nu-
mero di falsi. Le radici di tale vasta produzione risiedono nel-
lepoca della dominazione tolemaica, con lincontro fra la tra-
dizione tessile egiziana e quella greca, luna incentrata sul li-
no, laltra sulla lana. La produzione si svolgeva nelle botteghe,
ma anche in ambito privato, in casa o fuori, mediante telai
portatili appesi agli alberi: tessere faceva parte della vita quo-
tidiana. Non si insister mai abbastanza sullimportanza del-
le condizioni climatiche e ambientali, che favoriscono sia la
coltivazione del lino sia la conservazione di materiali altrimenti
facilmente deperibili, per spiegare labbondanza della docu-
mentazione.
Il Nilo, con la fertilit che assicura al Paese, permette due
raccolti lanno; la fascia di coltivazione del lino era immedia-
tamente successiva a quella del grano. Durante le fasi di trat-
tamento dei fusti di lino era necessario utilizzare acque li-
macciose, perch i microrganismi che vi proliferavano erano
importanti per il rapido svolgimento del processo di decom-
posizione delle parti legnose. Il lavaggio non presentava pro-
blemi, vista la vicinanza allacqua di tutte le installazioni egi-
ziane; lo sbiancamento neppure: si utilizzava il natron (car-
bonato di sodio idrato), presente in molti luoghi nel Paese, e
la radica saponaria come detergente. Locale era anche la mag-
gior parte dei coloranti utilizzati e soprattutto dei mordenti
per il fissaggio del colore, che gli Egiziani usavano con mae-
stria. Lambiente ha anche favorito la conservazione dei re-
perti, nella maggior parte dei casi rinvenuti nelle necropoli si-
tuate nellarea desertica adiacente alla valle. La composizione
del suolo, laridit del clima e la conseguente assenza di umi-
dit hanno permesso la conservazione di migliaia di esempla-
ri. Unaltra fonte di reperimento dei tessuti costituita dalle
discariche degli abitati, in cui venivano gettati i frammenti
usurati o che si voleva dismettere. attualmente oggetto di
studio la documentazione proveniente dal Mons Claudianus.
Quello che invece dovette essere migliorato e potenziato in
Egitto il settore della lana, poco attinente alle abitudini egi-
ziane, sia per ragioni climatiche, sia perch non poteva inve-
stire tutti gli ambiti di impiego. Preclusioni a noi note attra-
verso le fonti (Hdt., II, 81) ne impedivano luso, come mate-
riale di origine animale, nellambito del sacro. Nella processione
di Tolemeo Filadelfo in Alessandria sfilarono greggi di peco-
re. Che le lane egiziane siano state giudicate talvolta insoddi-
sfacenti si pu dedurre dalla presenza di frammenti di lana del
Kashmir rinvenuti ad Antinoe. Non era semplice tingere con
la porpora perch si dovevano impiegare decine di migliaia di
murici (Murex brandaris) e quindi creare tintorie in prossi-
mit del mare. Non era locale lindaco, non lo fu neanche la
lacca, tratta da un insetto (Coccus lacca) non presente nel Pae-
se. I tintori egiziani studiarono comunque combinazioni cro-
matiche con cui ottennero colorazioni fortemente simili alla
porpora e per il resto utilizzarono materiale di importazione.
Gli Egiziani impiegarono soprattutto il lino, ritenuto ab origine la
veste degli dei. La pianta veniva seminata dopo il ritrarsi della piena e
veniva raccolta in diverse fasi di maturazione, a seconda del filato che
si voleva ottenere, pi fine (raccolta nella prima maturazione) o meno
fine (nella fase ultima di maturazione). Tutte le operazioni, dalla semi-
na al lavaggio del tessuto ultimato, sono documentate dalle raffigura-
zioni tombali egiziane e vi anche una documentazione a tutto ton-
do, costituita dai modelli di ambienti di tessitura. Le fibre si colloca-
vano entro recipienti di ceramica e venivano poi filate. Il filo di ordito,
quello portante, doveva essere pi forte; la trama richiedeva di norma
un filato meno resistente e pertanto meno attorto. Ci mostrato dai
frammenti rinvenuti nelle discariche, che talvolta hanno perduto qua-
si completamente la lavorazione di trama e presentano solo lo schele-
tro di ordito. Il telaio tradizionale egiziano era quello orizzontale: pian-
tati a terra quattro pioli si fissava una barra da cui partiva lordito e si
inseriva la trama facendo uso di una navetta. A partire da un certo mo-
mento si impieg anche il telaio verticale. Questo passaggio avvenne
forse durante il regno di Thutmosis IV, come prova tra laltro il fatto
che proprio in una tomba di questo periodo rappresentato un telaio
verticale, eccezionale per la sua mole, dinanzi al quale i tessitori ope-
rano seduti su sgabelli. Gli strumenti accessori della tessitura sono pet-
tini per serrare il tessuto in trama, aghi per le chiusure e finiture.
Durante il Nuovo Regno, come indicano i rinvenimenti tessili del-
la tomba di Tutankhamon e di quella dellarchitetto Kha, si attesta lu-
so della tunica, con parti decorate, per lo pi bordure. Tale indumento,
con tutte le modifiche del caso, sar alla base dellabbigliamento del
Paese per millenni a seguire. Lintroduzione su vasta scala della lana,
che pure gli Egiziani conoscevano e adoperavano, port a usarla sia
per tessuti interamente di lana, sia per parti decorate. Cos le tuniche,
i mantelli, gli scialli portarono clavi, orbiculi, tabulae, clavi caudati,
medaglioni sagomati a foglia con trama di lino e lana su ordito di li-
no. Nellarredo vengono impiegati grandi tessuti per adornare le pa-
reti oppure come coperte; nella pratica funeraria sono usati per av-
volgere il defunto al disotto dei lenzuoli dipinti, che rappresentano
laltro aspetto della produzione, specialmente nel periodo pi antico,
in cui persiste luso della mummificazione. Grandi tessuti dipinti era-
no usati anche come decorazione parietale. La facilit della pratica del-
la tessitura nel Paese fa s che limpiego del tessuto sia in Egitto pi
ampio che altrove. Si usava per labbigliamento, per larredo pubbli-
co, sacro, privato, per vele di barche e di navi, per avvolgere e proteg-
gere oggetti preziosi (come la parrucca di Merit, moglie dellarchitet-
to Kha, rinvenuta nella loro tomba). Si usava anche per avvolgere co-
se da spedire o trasportare. Il grande impiego del tessuto spiega la
presenza relativamente scarsa di mosaici. Era impiegato anche in luo-
ghi dove il suo utilizzo non era indicato: terme, palestre, cortili alla-
ria aperta, aree in cui, come quella prospiciente il Mediterraneo, si tro-
vava una maggiore umidit. Sappiamo che lEgitto inviava forniture
di lino a Roma: Possiamo andare avanti senza il lino egiziano? si
chiese limperatore Gallieno, quando si interruppero, a causa di una
rivolta, i rapporti con Alessandria. Il lino serviva tra laltro anche per
gli indumenti dellesercito.
Per il periodo copto i materiali pi largamente usati sono
il lino e la lana; pi rara la seta. Circa le tecniche di tessitura
e i tipi di tessuti, i pi frequenti sono: la tessitura unita, con
inserti di decorazioni a tappezzeria eseguiti in corso dopera;
la tappezzeria, cio un tessuto in cui i fili di trama per centi-
metro quadro sono in numero maggiore di quelli di ordito; la
tessitura a nodi, con alcuni fili di trama lasciati a file regolari
di occhielli liberi sul dritto del tessuto; tessuti con trama sup-
plementare e gruppi di fili lasciati liberi sul rovescio. Altre tec-
niche di uso pi limitato sono lo sciamito e il taquet, pi pre-
giati, in cui i motivi sono leggibili in negativo sul rovescio e
che comportano lintroduzione di una trama di legatura, al-
linterno del tessuto, e di due trame, una per il diritto, laltra
per il rovescio. Queste due ultime tecniche si trovano appli-
cate nei tessuti di lusso, anche di seta, e comportano luso del
AFRICA
426
718
Stoffe copte:
1) personificazione
di Ghe.
San Pietroburgo,
Ermitage;
2) personificazione
del Nilo.
Mosca, Museo Pukin.
717
Orbiculus con Nilo
e nilometro.
Parigi, Louvre.
1 2
telaio al tiro, tra i pi costosi. Esiste infine il feltro, che non
un tessuto, ma lana pressata. Sembra che fosse impiegato an-
che nei casi in cui ci si voleva proteggere con qualcosa di mag-
giore spessore. Raro il ricamo. La cucitura si impiegava per
chiudere ai lati le tuniche, che erano eseguite in un sol pezzo,
o anche in tre pezzi (uno per la parte superiore, fino alla vita,
gli altri due per i pezzi inferiori della gonna). Oltre le innu-
merevoli fonti dirette vi un cospicuo insieme di fonti indi-
rette costituito dai papiri, cui dobbiamo informazioni circa la
tessitura di bottega, i contratti di apprendistato, la fornitura
di materiali, la spedizione di indumenti, la consistenza di un
corredo dotale.
I tessuti ci lasciano intravedere molti aspetti della vita pubblica e
privata del Paese, dei monopoli imperiali, dellorganizzazione del la-
voro nelle grandi officine nei possedimenti dei grandi proprietari ter-
rieri o nelle piccole botteghe; ma insostituibile il loro apporto alla
conoscenza della cultura e delle convinzioni religiose: i motivi e le im-
magini che vi compaiono sono ispirati dalle idee degli esecutori e dei
committenti, dalle loro letture, dagli spettacoli teatrali, dagli dei in cui
credevano. I cambiamenti di questi temi e di questi motivi simbolici
si possono seguire attraverso i tempi, come pure i mutamenti stilisti-
ci, che incisero con profondit maggiore di quella relativa alla scelta
dei temi. Il mondo dei simboli e delle immagini rispecchia quello do-
cumentato con altri mezzi di espressione nellEgitto coevo, ma il re-
pertorio molto pi ampio. Alcuni temi sono documentati, allo sta-
to attuale, solo nel tessuto. Si possono individuare temi diversi. Il pi
ampio quello relativo alla mitologia classica e connesso con la lette-
ratura ellenistica e latina; vi poi quello relativo alla piena del Nilo,
alle feste, alle offerte, alla buona gestione delle risorse che la piena con-
sente; il tema del Cavaliere fra i pi illustrati in contestualizzazioni
che attengono a mondi diversi (romano, bizantino, iranico); un altro
insieme quello dei simboli e dei personaggi della fede cristiana e del-
le storie del Vecchio e del Nuovo Testamento; un gruppo attesta ele-
menti di ascendenza persiana; un altro, identificato solo di recente (L.
Del Francia Barocas), di ascendenza nubiana. Vi sono poi esemplari
in cui i personaggi della mitologia classica sono visti entro una corni-
ce di festa nilotica.
Se lindividuazione dei temi si presenta chiara, pi complesso il
discorso sugli stili, vari e molteplici, che il tessuto documenta attra-
verso i tempi. Questi vanno chiariti in rapporto alle varie classi di tes-
suti. Ci si spesso chiesti se si possa delineare il profilo della produ-
zione tessile di un certo centro. Le fonti indicano Alessandria come
insigne centro di tessitura, patria dei celebri polymita, i tessuti a mol-
ti fili. Da Antinoe proverrebbero particolari tessuti per cuscini. Di si-
cura fattura antinoita sono migliaia di tessuti provenienti da scavi nel-
le necropoli della citt e si pu in questo caso tracciare il profilo del-
la produzione. Altro centro rinomato della tessitura Akhmim, citt
che ha caratteristiche peculiari e anche una storia diversa dalle altre
citt egiziane; cospicui rinvenimenti di tessuti provengono dalle tom-
be dellarea.
Quello della seta un capitolo a parte. La sua presenza ec-
cezionale e qualifica prodotti di lusso. La sua pi antica atte-
stazione in Egitto in connessione con Cleopatra, come infor-
ma Lucano (Bell. civ., X, 140-143); a parte esemplari di igno-
ta provenienza e che per la loro squisita fattura ameremmo
attribuire ad ambienti colti, come quelli di Alessandria: la se-
ta delle Nereidi musicanti, quella della processione di festa del
Nilo, oggi a Berna, le sete vaticane con i celebri tondi del-
lAnnunciazione e della Nativit. I tessuti di seta di cui nota
la provenienza sono stati rinvenuti negli scavi di Antinoe e di
Akhmim, gli uni, pi antichi, ispirati a motivi iranici, gli altri,
pi recenti, con immagini classicheggianti e figure regali.
Gli elementi a nostra disposizione non consentono di ar-
ticolare una cronologia del tessuto copto: si pu tuttavia trac-
ciare un profilo cronologico sulla base dei dati di provenien-
za conosciuti, degli spunti tematici e degli elementi stilistici.
Al periodo pi antico appartengono tessuti di lino grezzo, con
medaglioni a motivi vegetali, fra cui prevale la foglia di vite.
Le divinit sono raffigurate in atteggiamenti e schemi cano-
nici. Prevalgono Dioniso e il suo thiasos, Arianna, il vecchio
Sileno, Satiri e Menadi, Amazzoni; talvolta rappresentato
anche Eracle. Significativo un pettorale di tunica del Me-
tropolitan Museum di New York in cui Dioniso innalzato
allOlimpo nel carro trainato da pantere, mentre, accanto a
lui, Menadi e Satiri danzano nellebbrezza. Egli ha compiuto
limpresa richiestagli da Zeus: portare il suo culto e la colti-
vazione della vite fin nelle lontane plaghe dellIndia, dove ave-
va condotto i suoi eserciti Alessandro, e ora merita di salire
presso suo padre. La vendemmia e lebbrezza sono evocati nel-
la decorazione del pettorale e nei clavi di una tunica del Pukin
Museum. In una tabula dellErmitage di San Pietroburgo il
tondo centrale vede Dioniso sul carro accanto ad Arianna,
mentre li precede Eracle. Alcuni personaggi del thiasos trova-
no posto entro medaglioni a cornice vegetale in un grande tes-
suto del Metropolitan Museum di New York.
In un ampio tessuto della Abegg-Stiftung di Berna Dioniso, nel
tipico atteggiamento con il braccio sinistro alzato, la mano portata
alla sua corona di vite e il braccio destro abbassato ad abbeverare la
pantera al disotto, trova posto con i suoi accoliti entro una serie di
arcate magnificamente decorate da lussureggianti intrecci di vite.
un pezzo straordinario, uno dei maggiori capolavori dellarte tessile.
Di pari livello una doppia banda del Victoria and Albert Museum
di Londra in cui nelle concavit di un tralcio ondulato di vite si si-
stemano pappagallini. Le sfumature azzurre, gialle e verdi delle fo-
glie, il rosso delle venature, il rosso e il porpora dei grappoli si com-
pongono con grande armonia. Dioniso allinterno di un albero, che
ormai una vite, linterpretazione egiziana del Dioniso arboreo del
periodo pi antico ed accompagnato da putti vendemmianti. Era-
LAFRICA TARDOANTICA E MEDIEVALE
427
719
Tessuto da Antinoe
con la conquista
del vello doro.
Firenze, Museo
Archeologico Nazionale.
720
Cd. scialle di Sabina
da Antinoe.
Parigi, Louvre.
cle che uccide la regina delle Amazzoni per sottrarle la cintura occu-
pa il tondo centrale di una tabula, che lo raffigura anche con Nesso
e Deianira. Afrodite rappresentata di frequente, fra le Nereidi del
suo corteo o mentre, con fare aggraziato, piega il ginocchio per fare
la sua toeletta al ruscello. Una contaminazione fra il tema della na-
scita e quello della toeletta porta a immagini in cui la dea ricono-
scibile per il tipico gesto di torcersi i capelli bagnati. Ancora pi fre-
quente il tema delle Nereidi, che hanno ispirato celebri pezzi e una
serie infinita di pi modeste repliche. Un insieme di bande decorate
da una tunica di notevole qualit, rinvenuta ad Antinoe, mostra una
Centauromachia e la sottomissione di due Amazzoni; i motivi sono
tracciati in azzurro scuro su fondo grezzo, richiamando formulazio-
ni di III sec. d.C.
Sempre proveniente da Antinoe un pezzo singolare che illustra la
conquista del vello doro da parte di Teseo con laiuto di Medea. Il vel-
lo, che sembra piuttosto lanimale vivo, al disopra dellalbero custo-
dito dal serpente che Medea ammansisce spalmandogli un unguento
sulla testa e facendolo accostare a una coppa da cui berr la pozione
soporifera. Da Antinoe proviene anche un altro pezzo straordinario,
il cosiddetto scialle di Sabina; tra i vari frammenti conservati, di cui
il maggiore al Louvre di Parigi, vi sono due tabulae raffiguranti Ar-
temide cacciatrice e Apollo e Dafne; un tondo raffigura Bellerofonte
che ha atterrato la Chimera e tiene per la briglia Pegaso. I clavi cau-
dati racchiudono temi nilotici, con putti in barca che cavalcano coc-
codrilli e ippopotami alzando trofei floreali, nuotano fra grandi fiori
e foglie di loto azzurre e verdi, abbracciano grandi anatre di palude,
mentre allintorno nuotano pesci. Questa raffigurazione ci introduce
nel grande ambito dei temi del Nilo e della piena, fra i pi importan-
ti in Egitto. Dalle iconografie di Isis e Serapis come dei tutelari della
piena derivano quelle di due tondi rappresentanti la Terra-Ghe, qua-
lificata dalliscrizione ma la cui veste presenta il tipico nodo isiaco, e
il Nilo, caratterizzato da unespressione intensa e penetrante, da una
magnifica acconciatura di fiori di loto e da una cornucopia. La forte
volumetria di queste figure, racchiuse entro una cornice di fiori di lo-
to, resa con chiaroscuri che evidenziano le parti salienti dei corpi e
degli abiti.
Il mondo del Nilo anche alla base di un tessuto a nodi del British
Museum di Londra, databile al III sec. d.C. un rettangolo di note-
voli dimensioni, entro una cornice di fiori di loto con volti entro pic-
coli medaglioni agli angoli: mostra due giovani alati in barca, luno ai
remi, laltro intento alla pesca. Indicano chiaramente la celebrazione
del raggiungimento della piena ottimale del Nilo due tondi, pi tar-
di, da Antinoe. Il Nilo, con la sua paredra, raffigurato nella parte su-
periore degli orbiculi, mentre nella parte inferiore vi un nilometro;
sulla cupola, indicate da un giovinetto, sono le cifre di altezza della
piena; labbondanza che la piena assicura deve essere messa a frutto
con unoculata gestione, nel pubblico e nel privato. Riteniamo che
possa essere espressione di questi concetti uno splendido e unico tes-
suto in cui il microcosmo della casa prospera sotto la tutela di Hestia,
la dea del focolare, raffigurata in trono affiancata da tre putti per la-
to, recanti in un tondo lindicazione dei valori che rappresentano (ric-
chezza, gioia, lode, abbondanza, virt, progresso).
Alla ricca collezione del Textile Museum di Washington appartie-
ne un grande tessuto parietale in cui i temi nilotici sono rappresenta-
ti in una contestualizzazione che riflette esperienze iraniche. Il campo
centrale rappresenta Nereidi su animali marini e putti in barca, men-
tre la cornice vede unalternanza di alberi e cavalli alati. Il cavallo ala-
to rappresentato in un numero assai consistente di tessuti copti ed
evoca a un tempo Pegaso e Veretraghna, lessenza della regalit irani-
ca. Motivi iranici si riscontrano soprattutto ad Antinoe e investono il
campo della seta, come il tessuto di seta con Veretraghna e quello con
leoni conservati al Louvre. Di una imitazione di motivi iranici da par-
te di tessitori locali parlano invece le immagini sui gambali, quello con
tondi che racchiudono cavalli alati e quelli pi celebri con un sovra-
no in trono, reso alla maniera sasanide e al centro di una scena di bat-
taglia (Parigi, Louvre e Museo dei tessuti di Lione). I tessuti di seta o
di lana con pappagallini, arieti, elementi architettonici con maschere
e protomi di animali testimoniano il fiorire di elementi iranici ad An-
tinoe fino alla vigilia delloccupazione islamica.
Nellambito dei temi del Vecchio e del Nuovo Testamento sono
frequenti le storie del patriarca Giuseppe, probabilmente a evocare la
previdenza nella gestione delle risorse; fra gli altri temi vi sono quelli
veterotestamentari che costituiscono paradigmi di salvezza. Un gran-
de tessuto parietale con Daniele nella fossa dei leoni rappresenta, in-
sistendo sulla nutrizione del pane e del vino recata da Abacuc a Da-
niele, un antecedente delleucarestia; sono infatti rappresentate nello
stesso tessuto, in dimensioni minori, immagini della Moltiplicazione
dei pani e dei pesci e delle Nozze di Cana. Un pi modesto tessuto,
una banda da manica, illustra il Sacrificio di Isacco. Annunciazione,
Visitazione, Nativit, Adorazione dei Magi, Battesimo di Cristo sono
anche usualmente rappresentati. Molto pi rara la Fuga in Egitto,
di cui sono noti tre soli esemplari tutti probabilmente da Akhmim. Il
tessuto di Berna a nodi con rappresentazione dellAscensione di Elia
e della croce, affiancata in Paradiso da due unicorni, testimonianza
di una tecnica che trova le sue pi antiche formulazioni almeno a par-
tire dallet severiana, con raffigurazione di temi classici (delfini), co-
me anche vetero- e neotestamentari (Giona rigettato dalla balena, in
un pregevole esemplare del Louvre), o pi in generale cristiani (sacer-
doti, oranti).
I motivi fin qui trattati, appartenenti ai primi secoli e col-
locabili fino alle soglie dellepoca islamica, subiscono poi mo-
dificazioni stilistiche con tendenza alla miniaturizzazione e al-
laffollamento delle figure. Nellambito delle tematiche si as-
siste alla progressiva scomparsa delle divinit del Pantheon
ellenico. I temi cristiani tendono ad acquistare maggiore spa-
zio. Si mantengono i temi nilotici, privati anchessi delle loro
divinit tradizionali. Lesame della tessitura in seta ci ha con-
sentito di mettere in luce un dato nuovo: la produzione seri-
ca attestata ad Akhmim diversa da quella presente ad Anti-
noe e indica lappartenenza a manifatture operanti dopo lin-
troduzione della sericoltura a Bisanzio. Akhmim presenta
particolarit che la differenziano, e sempre lhanno differen-
AFRICA
428
721
Particolare di stoffa
con Nereide.
Cleveland,
Museum of Art.
722
Frammento di seta
con la scritta Zachariou
da Akhmim.
Londra, Victoria
and Albert Museum.
ziata, dal resto dellEgitto; profondamente legata alla tradi-
zione religiosa classica, dopo la conversione dei suoi abitanti
al cristianesimo promosse la costruzione di un numero note-
volissimo di chiese e monasteri. I rinvenimenti delle tombe di
Akhmim hanno rivelato tessuti di seta, tessuti con uso dello-
ro, croci con limmagine di Cristo e con la Crocifissione, in
un linguaggio attribuibile ad ambienti melchiti.
Le sete di Akhmim permettono ora di formulare nuove ipo-
tesi su possibili contatti con la Nubia: un esemplare rappre-
senta figure regali con corona e un altro un Cavaliere con una-
quila accanto al suo capo mentre leva in alto uno scettro, un
assistente al disotto tiene a bada con lasta un trampoliere (San
Pietroburgo, Ermitage). Al disopra del personaggio, in un
esemplare quasi identico del Victoria and Albert Museum di
Londra, la scritta Zachariou. Uniscrizione su una stele nu-
biana dal mausoleo di Dongola riporta il testo Ioannes Eparkos
ton Gadarheron Zachariou Augustou. LAugusto Zaccaria po-
trebbe essere il padre del re Giorgio I, che regn fra l840 e il
920. Il nome di Zaccaria sulle sete di Akhmim, finora non
spiegato, pu essere dunque quello di un sovrano nubiano for-
se di qualche decennio pi tardi. Sete simili portano il nome
di Giuseppe, altre limmagine di un personaggio definito re
David. Panoplis fu conquistata dai nubiani nel 951 e il mo-
nastero di S. Mercurio, nella citt, divenne centro di cultura
nubiana fino al 1500. Levangelizzazione della Nubia di ma-
trice bizantina e tutta larte cristiana di Nubia rivela, anche se
allinterno di una configurazione tematica e stilistica del tut-
to particolare, continui rimandi alla tradizione bizantina. La
documentazione di Akhmim rivela per diversi aspetti contat-
ti con la Nubia e testimonia la presenza di Melchiti. Ritenia-
mo quindi che le immagini delle sete di Akhmim possano ri-
ferirsi a sovrani del regno cristiano nubiano di Makuria e che
linterpretazione del quadro documentario offerto da Akh-
mim, che sta attualmente impegnando gli studiosi, possa gio-
varsi anche della considerazione di questi elementi.
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Orbiculus
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to the 7
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Loretta Del Francia Barocas
MONACHESIMO E FONDAZIONI MONASTICHE
Uno degli aspetti pi significativi del cristianesimo egiziano
il fenomeno del monachesimo, che si diffuse in Egitto a par-
tire dal III sec. d.C. e divenne punto di riferimento per tutto
il mondo cristiano. Lo studio delle fonti ne ha fatto ricono-
scere diversi tipi, ad esempio quello eremitico, che riguarda
un singolo che prende la via del deserto o, come si suol dire,
del monte, in unarea pi o meno prossima alla zona abitata
e che soltanto in un secondo momento accede talvolta al de-
serto interno. Se si tratta di un anziano egli di norma ac-
compagnato da un discepolo o da un ristretto numero di di-
scepoli. Oppure il monachesimo cenobitico, che consiste in
comunit organizzate che conducono una vita associata, con
incombenze divise e gerarchie. Vi poi il monachesimo iti-
nerante, cui dobbiamo la maggior parte delle fonti. prati-
cato da individui che viaggiano e visitano i centri di vita mo-
nastica, fermandovisi per qualche tempo come ospiti. Se il lo-
ro soggiorno si prolunga sono coinvolti nel ritmo della vita
monastica. Dalle fonti si evince che il modello eremitico fu
sempre riguardato come quello dellincontro con il divino e,
nelle sue pi estreme attuazioni, accessibile a pochi. I mona-
steri sono costruiti talvolta presso una falesia, un monte pi
AFRICA
430
726
Pianta del complesso
di Deir Anba Hadra,
presso Assuan.
40 m 0
N
725
Pittura murale
con croce a Kellia.
o meno alto e inaccessibile dove grotte naturali o cave atte-
stano la frequentazione di cristiani. Linsediamento si pu con-
figurare come laurae, piccoli monasteri per lo pi rupestri che
ospitavano ridotti gruppi di monaci, oppure come il luogo di
meditazione per soggiorni di solitaria preghiera di breve du-
rata. Alla base della falesia si potevano trovare postazioni fis-
se per monaci che non potevano accedere alle parti pi sco-
scese del monte.
Fondatore del monachesimo eremitico in Egitto consi-
derato Paolo di Tebe; lesponente pi eminente e pi noto,
grazie alla biografia che di lui scrisse Atanasio, fu Antonio. La
sua Vita, modellata sul genere biografico di derivazione elle-
nistica, ne inserisce i caratteri nella spiritualit cristiana la-
sciando in ombra gli aspetti pi legati alle radici egiziane. Lor-
ganizzatore del monachesimo cenobitico fu Pacomio; espo-
nente di alta statura morale Shenute, il quale fu a capo di una
comunit di modello pacomiano. Di molti altri personaggi
popolato il mondo dei testi e delle immagini copte: Onofrio,
prototipo delleremita; Macario il Grande; Apollo. Non man-
cano figure femminili: sono talvolta donne appartenenti a clas-
si sociali agiate, figlie di governanti e sovrani, che hanno fat-
to la scelta di rinuncia al mondo donando i loro beni alle chie-
se. Si ha notizia di monasteri femminili, molto rispettati. Della
vita dei monaci sappiamo da diverse fonti: la Historia mona-
chorum, gli Apophtegmata Patrum, la Historia Lausiaca, le ope-
re di Giovanni Cassiano, la Storia dei monaci presso Siene. Vi
sono poi le vite dei maggiori esponenti, scritte sul modello di
quella di Antonio: quella di Paolo di Tebe, opera di Girola-
mo; di Pacomio; di Shenute, per mano del suo discepolo Be-
sa; di Apollo di Bawit, opera di Stefano di Hnes; di Samuele
di Kalamon, scritta da Isaac. Si tratta per di una letteratura
risalente in linea generale al V sec. d.C., distante di almeno
un secolo dalle esperienze di cui riferiva. Pi viva testimo-
nianza data dalle lettere: di Pacomio e dei suoi successori, di
Antonio, di Shenute e di Besa. La vita quotidiana dei mona-
ci si ispirava a determinati principi. Per gli eremiti fu Anto-
nio a formularne le indicazioni basilari; nel caso del cenobiti-
smo si tratta invece di una vera e propria regola. Fu questa a
ispirare il monachesimo occidentale.
Se guardiamo alle attestazioni che il monachesimo ha la-
sciato in Egitto un dato risulta evidente: le distinzioni note
dai testi non sono cos nettamente riscontrabili nelle fonda-
zioni. Il denominatore comune quasi ovunque quello delle
trasformazioni, ingrandimenti, riduzioni, ricostruzioni con
materiali e planimetrie diversi, e questo pu alterare il quadro
originario. Si pu affermare tuttavia che quasi ogni localit
nel Paese porti la traccia della presenza di cristiani e di espe-
rienze di vita monastica. Le fondazioni pi sontuose furono
sostenute da largizioni imperiali, ma anche da evergetismo pri-
vato e in pi dalle tassazioni e dalle offerte dei fedeli e dei pel-
legrini. Fra i monumenti che le pubblicazioni recenti hanno
fatto conoscere o meglio illustrato sono: Deir Abi Hennis, con
un notevole ciclo pittorico relativo a s. Giovanni Battista; il
forte di Abu Shaar, divenuto luogo di pellegrinaggio; Deir Na-
qlun, nel Fayyum.
LE PRINCIPALI FONDAZIONI
Kellia (Celle) - La fondazione dellinsediamento narrata negli
Apophtegmata Patrum: Antonio si era recato a visitare Amun, nella
montagna (deserto) di Nitria, questi gli aveva segnalato che la comu-
nit di Nitria era divenuta troppo numerosa e che alcuni monaci de-
sideravano costruire delle celle pi lontano. Il sito prescelto da Anto-
nio era raggiungibile agevolmente dagli insediamenti di Nitria, ora
scomparsi ma che possibile localizzare presso il villaggio di al-Bar-
nugi. Linsediamento si svilupp enormemente, ma dopo quattro se-
coli (nellVIII, al pi tardi allinizio del IX sec. d.C.) fu abbandonato
e dimenticato. Fu possibile individuarlo solo nel 1964 e lanno se-
guente si dette inizio agli scavi. Lestensione dellarea e il pericolo di
coltivazioni estensive consigliarono di ripartire il sito in due zone, una
sarebbe stata indagata dagli archeologi francesi, laltra da quelli sviz-
zeri. Il sito presenta, su unampia area pianeggiante, nuclei abitativi a
uso di un ristretto numero di monaci. Gli agglomerati dellestremo
Sud-Est, Qusur Hegeila e Qusur Ereima, non devono essere pi con-
siderati appartenenti alle Celle, ma sono da identificarsi con il sito di
Phermes, citato nelle fonti come situato nel deserto esterno.
Delle primitive installazioni della fine del IV sec. d.C., che preve-
devano caverne oscure scavate sotto terra senza alcuna apertura salvo
un foro per introdurvisi, restano apparentemente scarse tracce. Lere-
mitaggio tipico delle aree indagate un insieme di ambienti gravitan-
ti su una corte a cielo aperto e racchiuso da una recinzione rettangola-
re di muri piuttosto alti. Un locale di ingresso immetteva nella corte
con il pozzo coperto da recipienti per la raccolta differenziata delle
acque piovane , in parte coltivata. La porta dingresso delle celle in-
troduceva in un vestibolo, che un arco divideva in due parti; era lam-
biente di accoglienza dei visitatori che dal V sec. d.C. fu riccamente
decorato con pitture. Un corridoio, adorno sovente di pitture, dava ac-
cesso alloratorio, lambiente pi importante, dove il monaco anziano
si ritirava in preghiera. Vi si trovava una nicchia con cornici e pitture
allinterno e fiancheggiata spesso da colonne. Sulle pareti ai lati si tro-
vavano piccole nicchie per lampade. A sud delloratorio, in comunica-
zione con esso, era una stanza, un recesso per il riposo. In una stanza
attigua leremita lavorava o si ritirava in solitudine e lunghi digiuni. A
sud del vestibolo era un disimpegno che conduceva alla cucina do-
tata di un focolare, un forno per il pane e un condotto per la fuoriu-
scita del fumo e al quartiere dei discepoli. La latrina, con seggio a due
posti e sedili senza separazione, era in comunicazione con una cister-
na a volta collocata al di fuori delleremitaggio. Lalloggiamento dei di-
scepoli non comunicava con quello dellanziano e non era provvisto di
un oratorio autonomo; era previsto per un vano ripostiglio. Lillumi-
nazione era per lo pi zenitale e si effettuava da chiusure di vetro sulle
sommit delle cupolette, sporgenti appena dalle terrazze. Sistemi sem-
plici per la circolazione dellaria, forse appartenenti alla tradizione e
certamente trasmessi alle costruzioni islamiche, come pure lo studio
della direzione dei venti per la collocazione degli ambienti sono qui ap-
plicati, come anche in altre fondazioni monastiche.
LAFRICA TARDOANTICA E MEDIEVALE
431
727
Pianta di un settore
di Kellia.
20 m 0
N
728
Pittura murale
con s. Mena da Kellia.
Parigi, Louvre.
I monaci vivevano in solitudine oppure con uno o pochi discepo-
li. Il giorno era scandito da ritmi regolari di attivit lavorative, di pre-
ghiera e di meditazione. Il solo momento comunitario era quello del-
la celebrazione, il sabato e la domenica, della preghiera comune, dei
vespri e del sacrificio eucaristico, seguito poi dallagape fraterna, che
si teneva nel refettorio (agapeion). Convenuti alla chiesa del comples-
so, i monaci vi portavano il prodotto delle loro attivit settimanali,
per lo pi cesti intrecciati che si eseguivano meditando. Ricevevano
in cambio un pane per giorno, che serviva anche come indicatore del
tempo, specie nel periodo pi antico.
Vi erano grandi chiese a uso della collettivit. Una di queste ven-
ne costruita per i monaci di scelta calcedonese. I pi semplici nuclei
abitativi del periodo antico tendono a divenire pi articolati, riflet-
tendo un allargarsi del piccolo gruppo di conviventi e la ricerca di
unautonomia (vere e proprie laurae, cos definite dalle fonti), come
mostra la presenza di chiese, di ambienti comunitari e di una cucina
con forno, elementi costitutivi essenziali dei monasteri tipici dei pe-
riodi successivi. La pianta della chiesa quella basilicale; le modifiche
che si determinano in prosieguo prevedono lintroduzione della na-
vatella occidentale di raccordo fra le due laterali. I materiali da co-
struzione comprendono limpiego della pietra per le colonne e le la-
stre pavimentali e parietali. La presenza di torri riscontrata nel sito
di Phermes. Nei monasteri pi tardi, di altre zone, la loro funzione di-
fensiva segnalata dalla presenza, al piano superiore, di una cappella
dedicata allarcangelo Michele, larcistratego della milizia celeste, pro-
tettore dei monaci; la funzione di rifugio in caso di assedio mostra-
ta dalla presenza di una cisterna raggiungibile con un percorso sotter-
raneo e da magazzini. Una scala di legno, che dava accesso al secondo
piano, poteva essere ritirata in caso di attacco. Questi casi si verifica-
vano regolarmente, perch i deserti divennero teatro di scorrerie di
predoni, libici e nubiani. Fu questa una causa che determin lab-
bandono di alcuni monasteri. Altre distruzioni furono commissiona-
te dai governanti musulmani.
Lanalisi della struttura delle Celle d unidea viva dellesperienza
di vita di modello eremitico e della sua evoluzione attraverso i tempi.
Il luogo di abitazione e di sepoltura di personaggi reputati viene tal-
volta a configurarsi come luogo della memoria e diviene meta di pel-
legrinaggio. Le strutture sono realizzate con mattoni crudi, ricoperte
dintonaco e dipinte di bianco. Alcune soluzioni architettoniche sono
tipiche, come quella del raccordo di ambienti a pianta quadrata con
coperture a volta e delle doppie alzate di muri; si riscontrata la prati-
ca di includere nella muratura una o pi monete, che pu forse avere
un valore rituale. Alcuni ambienti sono decorati con pitture: il vesti-
bolo, il corridoio di accesso al quartiere dellanziano, loratorio del-
lanziano; i graffiti indicano la frequentazione da parte di visitatori e
ripetono alcune formule, come quella del Christus vincit, in greco (XP
NIKA), o anche quella dellinvocazione alla piet divina. Molte han-
no carattere funerario. Il simbolismo delle immagini concentrato nel-
le nicchie. La presenza della croce, in diverse formulazioni e conte-
stualizzazioni, costituisce la caratteristica preminente. significativa la
pittura nel Kom 219, che raffigura Cristo entro un medaglione dinanzi
alla croce, in uniconografia i cui rari paralleli si ritrovano in Nubia.
Allesterno le nicchie sono incorniciate da motivi decorativi a ca-
rattere simbolico, con tralci di vite e intrecci di acanto, mentre la pre-
senza di figure umane meno attestata. Va menzionata uninteressante
pittura, che non rappresenta, come si credeva, tre santi ma tre arcan-
geli, Michele, Gabriele e Raffaele (il terzo potrebbe anche essere Su-
riele). Ricco il bestiario, una delle pi antiche traduzioni in imma-
gini del bestiario di Cristo sulla base dei testi dei padri alessandrini.
Una pittura mostra due leoni alla catena. Simbolo della vigilanza, il
leone incarna per contro la sfrenatezza e limpeto delle passioni. con-
servata anche unimmagine di unicorno, probabilmente fra le pi an-
tiche. Non tutte le raffigurazioni sono da collegarsi al periodo di atti-
vit degli eremitaggi. Larea fu poi occupata occasionalmente da gen-
ti nomadi. Per ci che concerne la cronologia i testi menzionano la
localit fra il 335 e il 900 d.C. Le date che si possono trarre dalle iscri-
zioni parietali vanno fra il 670 e il 738; quelle che si deducono dai rin-
venimenti di monete sono concentrate fra il IV e lVIII secolo; la ce-
ramica (anche in sigillata) databile del pari fra il IV e lVIII secolo.
Le datazioni con il metodo del radiocarbonio vanno dal 390 al 750.
Il periodo di massima fioritura dellinsediamento si colloca fra il VI e
il VII sec. d.C.
Larea di Esna - Un altro complesso di eremitaggi di grande inte-
resse quello di Adaima, in Alto Egitto, nel deserto a ovest di Esna.
Nel sito sono stati identificati eremitaggi diversi, parzialmente ipogei,
scavati nel conglomerato ghiaioso della pianura o delle deboli alture
della zona. Il gruppo principale consiste in quindici agglomerati di nu-
clei abitativi cui si accede attraverso una scala che scende in una corte
a cielo aperto. Le celle di abitazione e gli oratori si distribuiscono a par-
tire dalla corte. In alcuni casi le scale sono due, cos pure gli oratori; il
tipo pi semplice prevede un oratorio che si affaccia sulla corte e vi
prende luce, una stanza per il riposo, una cucina, magazzini; un am-
biente sembra sia stato adibito a riserva dacqua. La sqiya (ruota per
attingere lacqua) pi vicina era quella annessa alla chiesa del Kom 11
e distava fino a quasi due ore di cammino dal pi lontano degli ere-
mitaggi. Gli ambienti erano scavati nella roccia; completamenti, re-
stauri, rifacimenti erano effettuati con mattoni crudi o cotti e con lim-
piego di vasellame. Le pitture rinvenute sono poco rilevanti, sia dal
punto di vista iconografico che della qualit; compare spesso il segno
della Croce e lunghe iscrizioni riportano preghiere ed elenchi di santi.
Il rinvenimento, in un sito vicino, di eremitaggi a un solo ambiente
sotterraneo e a due ambienti posti a livelli diversi, collegati da una sca-
la interna, suggerisce lesistenza di tipologie diverse e indica che par-
te delle funzioni essenziali poteva svolgersi in una soprastruttura. Non
sono stati rilevati negli eremitaggi segni di frequentazione da parte de-
gli Arabi. Erano invece i Blemmi a imperversare in quei luoghi. Lu-
tilizzazione degli eremitaggi pu essere situata fra il 550 e il 630, un
periodo in cui nella stessa area era in piena fioritura lesperienza ce-
nobitica. A nord degli eremitaggi di Adaima situato il Deir el-Fakhu-
ri, il monastero del Vasaio o di Matteo. Forse degli inizi dellVIII sec.
d.C., dotato di mura, torre, celle per i monaci, refettorio; la chiesa
presenta resti di interessanti affreschi. A sud, presso la citt di Esna,
il monastero dei Martiri, Deir el-Shuhada, che commemora il marti-
rio subito da Ammonio, vescovo della citt, e dai suoi fedeli allepoca
dellimperatore Diocleziano. Le pitture conservate nelle due chiese,
AFRICA
432
10 m 0
729
Pianta
di uno dei complessi
di eremitaggi a Esna.
N
730
Pianta
della basilica di Pbow.
10 m 0
N
731
Riproduzione di pittura murale da Deir Abu Fano con il segno ankh
gemmato e unicorni.
gravemente danneggiate, presentano uno stile simile a quello del mo-
nastero settentrionale e singolari particolarit iconografiche. Un di-
pinto raffigurante s. Teodoro a cavallo porta la data del 1123/4.
Pbow - Lorganizzatore del monachesimo cenobitico fu Pacomio.
Nato da famiglia benestante a Esna, arruolato nellesercito romano ver-
so il 312, si convert al cristianesimo. Divenuto monaco e discepolo
delleremita Palamone organizz a Tabennesi la sua comunit come
fosse un villaggio. Quando i seguaci si fecero troppo numerosi li rag-
grupp in case, sotto la guida di un capo. Nel 328 si un alla comu-
nit Teodoro, che sarebbe divenuto vicario. Fra il 329 e il 340 Paco-
mio fond monasteri a Pbow e in altre localit, mentre altri monasteri
preesistenti si univano alla congregazione. Nel 336 lasci Tabennesi
alla guida di Teodoro e si stabil nel nuovo monastero di Pbow; mor
nel 346. Fra i suoi successori, oltre a Teodoro, sono Horsiese, cui suc-
cessero Bessarione e Victor; questultimo si presume sia stato il co-
struttore della pi grande basilica di Pbow. La congregazione dei mo-
nasteri pacomiani costituiva la koinonia, che indica associazione, cor-
porazione. Due volte lanno tutta la comunit si riuniva in assemblea
generale alla sede di Pbow: una per celebrare insieme la Pasqua e lal-
tra, nel mese di mesore, per la presentazione dei conti e per il rinno-
vo delle cariche. A Pbow nel 352 d.C. erano riuniti 2000 confratelli
e allinizio del V sec. d.C. 5000. Circa la consistenza complessiva del-
la koinonia, cos attesta Palladio: Dunque, i monasteri che hanno
adottato questa regola sono molti e si estendono fino a 7000 uomini.
Il primo grande monastero quello in cui abitava lo stesso Pacomio,
e che diede appunto origine agli altri: ospita 1300 uomini... Vi sono
altri monasteri che ospitano ciascuno 200 e 300 monaci. In esso ho
visto 15 sarti, 7 fabbri, 4 carpentieri, 12 cammellieri e 15 gualchierai.
Esercitano ogni arte e con quello che loro resta mantengono i mona-
steri femminili e le prigioni. Allevano anche dei porci... I porci devo-
no poi venire macellati, la carne venduta e le estremit vengono con-
sumate dai malati e dai vecchi, perch il paese di modesta estensio-
ne ed ricco di abitanti. Infatti il popolo dei Blemmi risiede l vicino
(Historia Lausiaca, 32, 8-10).
Si motivano cos le vicende edilizie della basilica di Pbow, le cui
dimensioni si accrescono nelle tre diverse fasi costruttive individuate,
pur mantenendo sempre limpianto a cinque navate. Non esiste nar-
tece, perch non prevista la presenza di catecumeni o di persone non
autorizzate ad assistere allintero svolgimento della messa; non esiste
un fonte battesimale. presente tuttavia una rete di canalizzazioni
dacqua, come spesso si verifica quando il luogo usato da molte per-
sone. Tra i pochi resti della basilica si segnalano fusti di grandi colon-
ne di granito, ora a terra e, come reimpiego, un blocco di un tempio
faraonico di epoca romana. La basilica di Pbow il solo edificio pa-
comiano di cui resti traccia di una certa rilevanza monumentale, no-
nostante latteggiamento di Pacomio, avverso alla realizzazione di edi-
fici lussuosi.
Deir Abu Fano - Il monastero ubicato nella provincia di Minya,
nella diocesi di el-Ashmunein, sulla riva sinistra del Nilo e oltre il Bahr
Yusuf. il monastero dellapa Bane, vissuto tra il 355 e il 395 d.C. Il
monastero si estende ai piedi di una collinetta sulla quale conserva-
ta una chiesa del VI sec. d.C. ancora in funzione. La zona era ai mar-
gini del Deserto Libico: i muri edificati attorno a questa chiesa sono
per la protezione dalla sabbia. La pianta della chiesa era a triconco, con
abside percorsa da una fila di colonne incluse e nicchie, ambienti la-
terali sviluppati, successivamente modificati, tre navate con navata di
collegamento. La chiesa conserva resti di pitture pi tarde, del XII-
XIII sec. d.C., in cui pi volte figura la croce, cosa che le valso il no-
me di Deir es-Salib. Nella conca principale dellabside raffigurata
una grande croce su piedistallo a gradini e un grande drappo color por-
pora pendente dai bracci. Sulle pareti sono altre forme di croci, fra cui
una con drappo di porpora pi sottile che passa al disopra dei bracci.
Le scoperte pi interessanti riguardano la parte del monastero si-
tuata ai piedi della collina, verso nord. Linsediamento molto am-
pio, con un fitto addensamento di ambienti accentrati attorno alle co-
struzioni pi importanti. Si compone di una chiesa, sempre del VI
sec. d.C., alla quale annessa una grande sala rettangolare in cui con-
servato un fonte. Questa sala in comunicazione con unaltra, lunga
e stretta, destinata a refettorio; a ovest, dallaltro lato della sala del fon-
te, sono state rinvenute installazioni di cucina. La chiesa fu realizzata
in due fasi di costruzione, originariamente a navata unica divenne poi
a pianta basilicale a tre navate, con navata occidentale di collegamen-
to, nartece tripartito e tracce di scale nellambiente centrale. Labside
semicircolare, con nicchie fiancheggiate da pilastri e pavimento rial-
zato di un gradino rispetto alle navate. Gli ambienti di servizio la cir-
condano sui tre lati. Al disotto del pavimento della chiesa, che fu spo-
stato in due fasi, la prima del IV, la seconda del V-VI secolo, furono
effettuati rinvenimenti eccezionali: si tratta di un complesso di sepol-
ture cristiane con altre pagane al disotto, che presenta le lapidi votive
di alcuni padri del monastero, come apa Kafka e apa Herakleides. Nel
1992 stata rinvenuta anche quella dellabate titolare del monastero,
apa Bane, situata esattamente al centro della chiesa pi antica e anco-
ra contenente il suo corpo. Era dotata di una copertura di mattoni con
intonaco e le monete ivi rinvenute si collocano fra il IV e il V sec. d.C.
Il corpo era composto in un bendaggio; lanalisi delle parti scheletri-
che rivela che il santo era affetto da spondilosi iperostitica, con spon-
dilite anchilosante (morbo di Bechterew). La deformazione della co-
lonna vertebrale richiama laspetto di un tronco nodoso, di qui pro-
babilmente la denominazione di apa Bane (palma). significativo che
liconografia del santo lo mostri curvo e sofferente, appoggiato al ba-
stone pastorale, in unambientazione di palme. Per la prima volta pos-
siamo essere certi di trovarci di fronte alle spoglie di un santo del mo-
nachesimo.
Di notevole qualit e importanza sono le pitture rinvenute nella
chiesa. Sul quinto pilastro della parete nord della navata mediana
raffigurata una grande croce latina con gemme incastonate, sottoli-
neata da un armonioso viluppo vegetale e con ai lati due arieti gra-
dienti. Al disotto un motivo vegetale continuo e una banda a cas-
settoni geometrici. Unaltra pittura ancor pi interessante sul se-
condo pilastro della parete sud: mostra una grande ankh gemmata
circondata da fronde, davanti alla quale sono due unicorni addorsati
e retrospicienti. La rara iconografia indica che il legno della croce per
il sacrificio di Cristo di nuovo verdeggiante e si tramuta in simbolo
di vita eterna. Al disopra del segno di vita vi traccia di uniscrizione,
kosmou, che va posta in relazione con una pittura di Faras (Nubia, XI
sec. d.C.), oggi al Museo di Khartum, in cui, al disopra di una croce
cristofanica uniscrizione con il monogramma di Cristo seguito dal-
lepiteto di Salvatore del Mondo. La grande sala contenente il fonte
fra gli ambienti pi singolari fra quelli recentemente posti in luce. Nel-
LAFRICA TARDOANTICA E MEDIEVALE
433 28. Africa
732
Pianta della chiesa
del monastero
dellapa Bane
a Deir Abu Fano.
10 m 0
N
733
Particolare
della decorazione
architettonica
della chiesa del cd.
Monastero Bianco
a Sohag.
lambiente avevano luogo cerimonie connesse con lacqua. In corri-
spondenza del fonte, una vasca quadrata, si trovava sul lato est una
nicchia absidata. Le pitture che rivestono le pareti presentano una de-
corazione geometrica imitante tarsie marmoree.
I conventi di Sohag, Deir Apa Shenute e Deir Anba Bishoi -
I conventi di Sohag sono noti per la loro eccezionale qualit artistica,
per il loro stato di conservazione e per essere connessi alla figura di
Shenute di Atripe, attivo anche sullo scenario delle controversie dot-
trinarie del tempo. Nato ad Atripe (Adriba), nella zona di Akhmim,
fu avviato alla vita monastica da suo zio Pgol, anchegli monaco in
quella stessa zona. Al principio visse la vita eremitica; nel 371 entr
nel monastero fondato da Pgol e alla sua morte, nel 385, ne prese la
guida. Partecip con il patriarca Cirillo al concilio di Efeso nel 431;
mor nel 466. Per le epoche successive, oltre ad alcune fonti mano-
scritte, sono le pitture e le iscrizioni relative a fornire dei termini cro-
nologici. La grande pittura absidale con la raffigurazione di Cristo in
trono accompagnata dalliscrizione bilingue che la dice eseguita al
tempo dellarchimandrita Paolo, nel 1124; un altro testo ricorda il ri-
facimento della cupola, nel 1259; unaltra iscrizione cita il pittore Mer-
curio, lo stesso che lasci un graffito datato nel vicino convento di An-
ba Bishoi, con la data del 1301 e iscrizioni a Esna e ad Assuan (que-
stultima del 1317/8). Altre fonti sono la Storia dei Patriarchi, Abu al-
Makarim e al-Maqrizi (morto nel 1441), che riferisce che la denomi-
nazione corrente del monastero era Monastero Bianco e che, salvo la
grande chiesa, era ai suoi tempi gi in rovina.
Shenute promosse luso letterario della lingua copta e la traduzio-
ne in copto di un gran numero di testi patristici greci. La vastit del-
la sua produzione (sermoni, lettere, opere teologiche) lo rende il pa-
dre della letteratura copta e la sua opera contribu a definire una co-
munit cristiana autenticamente egiziana. Il convento di Shenute si
estendeva su di unarea definita geograficamente dallo stesso fonda-
tore: Il nostro dominio fra la valle che a nord del villaggio di
Triphois verso il Nord, fino alla valle che a sud della dimora del no-
stro padre, lanziano apa Pshoi, il luogo dove egli visse per la prima
volta nel deserto. Rimangono tracce degli edifici che lo attorniava-
no, unit abitative a pi piani e una parte della recinzione perimetra-
le. La chiesa, con gli ambienti annessi, costituisce per la sua impor-
tanza il parametro di riferimento dellarchitettura della regione. Al-
cuni dati sembrerebbero attestare un atto di munificenza privata, che
conosciamo per altre localit. La struttura della chiesa e la decorazio-
ne architettonica sono del resto frutto di un programma di vasto re-
spiro. La struttura (75 37 m) realizzata con arenaria bianca; la pian-
ta basilicale: tre navate divise da colonne di granito rosa, navata oc-
cidentale, gallerie superiori, nartece. Il santuario triconco, leggermente
rilevato rispetto al resto della basilica. Due colonne, su cui si impo-
stava un secondo arco trionfale, fiancheggiavano il lato di accesso al-
le navate, come nel convento di Anba Bishoi.
Alcuni ambienti comunicanti con le conche laterali svolgevano al-
tre funzioni: un vano scala si trova sul lato nord; sul lato opposto un
ambiente ottagono conserva traccia di un fonte battesimale. Una stan-
za quadrata coperta a cupola e con le pareti provviste di numerose nic-
chie poteva essere adibita a biblioteca; sulle pareti sono iscrizioni in-
dicanti i titoli dei volumi e il numero delle copie, con una ripartizio-
ne secondo il contenuto: Antico Testamento, Nuovo Testamento,
letteratura omiletica, storica, biografica. Lambiente rettangolare che
fiancheggia la chiesa sul lato meridionale, provvisto di unabside ver-
so sud-ovest, resta ancora di incerta identificazione. Aggiunte e rifa-
cimenti successivi hanno portato alla costruzione di un muro trasver-
sale alle navate della chiesa, per isolare il khrus, di una cupola sopra
il centro del santuario e di una cupola sul khrus. La decorazione ar-
chitettonica composita ed prevalentemente costituita da rilievi di
pietra, di reimpiego o appositamente eseguiti, con linclusione di bloc-
chi di riporto da templi faraonici. Si rileva luso del granito, del mar-
mo, dellarenaria, del calcare. Di calcare era la decorazione del tricon-
co, particolarmente monumentale, omogenea e originale. Distribuita
in due registri sovrapposti divisi da un fregio con cornice aggettante
e una minuta lavorazione a girali, comporta serie di colonne alterna-
te a nicchie: rettangolari con volta a botte e fiancheggiate da pilastri,
oppure semicircolari con volta emisferica, frontone interrotto e fian-
cheggiate da colonnine. I due piani di profondit, le grandi colonne
in primo piano e le nicchie con le loro incorniciature in secondo pia-
no, conferiscono allinsieme un aspetto articolato.
Alcune parti della decorazione architettonica sono meglio conser-
vate, come labside e la parete settentrionale del nartece, la sala del
fonte battesimale e quella dellambiente meridionale. Sono pure con-
servati capitelli corinzieggianti di colonna e di pilastro. Verso la met
della navata centrale, addossato al lato nord, un blocco monolitico di
granito con gradini quanto rimane della cattedra. La decorazione
delle nicchie, largamente presenti ovunque, ricca e adombra signi-
ficati simbolici espressi attraverso animali, motivi vegetali, vasi da cui
fuoriescono piante. La pi tarda decorazione pittorica annovera un
unicum in Egitto: nella grande pittura della conca centrale dellabsi-
de raffigurato Cristo in trono, entro un alone a disco dietro il qua-
le emergono le protomi dei Quattro Viventi. In corrispondenza, ai la-
ti, un medaglione che racchiude la figura di un evangelista. Lacco-
stamento non ha trovato in Egitto che esempi pi tardi, su manoscritti
figurati dei Vangeli.
Il Deir Anba Bishoi presenta un migliore stato di conservazione.
situato 3 km a nord del Deir Apa Shenute e per il prestigio del mag-
giore monastero rest sempre in secondordine. Al-Maqrizi riporta an-
che la denominazione popolare di Monastero Rosso, dovuta al fatto
che la costruzione era di mattoni cotti. Laspetto massiccio, come
quello dellaltro monastero, ma con dimensioni leggermente inferio-
ri (44 23 m), mancando il nartece. attribuibile allultimo quarto
del V sec. d.C. La planimetria simile a quella dellaltro monastero:
AFRICA
434
734
Pianta della chiesa
del cd. Monastero
Bianco
(Deir Apa Shenute)
a Sohag.
30 m 0
N
735
Particolare
della decorazione
interna del cd.
Monastero Rosso
(Deir Anba Bishoi)
a Sohag.
una basilica a tre navate e navata di raccordo occidentale, gallerie su-
periori, abside a triconco con due colonne di fronte al varco per ri-
durre il divario con lampiezza della navata, lunga sala rettangolare sul
lato sud, in comunicazione con un ambiente a pianta quadrata che si
colloca in corrispondenza di quelli che fiancheggiano labside. Que-
sti sono simmetrici, hanno pianta a L e sono in comunicazione con le
conche laterali. Di fronte allingresso meridionale sono i resti di una
torre, ritenuta una aggiunta successiva. Notevole la decorazione del-
labside, ispirata alle stesse partizioni del monastero di Shenute, ma
con maggior ricorso alla decorazione pittorica, che sostituisce parti
delle membrature architettoniche usualmente a rilievo o che le rico-
pre minutamente. Compaiono elementi architettonici, rivestimenti a
riquadri imitanti marmi, rappresentazioni di tendaggi e anche figure
di santi personaggi, capitelli corinzi e corinzieggianti. Rimangono scar-
se tracce di costruzioni adiacenti e di mura perimetrali.
Bawit - Non minori sono la fama e il prestigio dei monasteri di
Bawit e Saqqara, che per la loro decorazione architettonica a rilievo e
per le loro pitture sono considerati la pi alta espressione artistica del
mondo copto. Il monastero di Bawit si trova fra Deirut e Assiut, nel
Deserto Occidentale, ai margini delle terre coltivate. connesso con
il nome di apa Apollo, nominato in associazione con Phib, suo se-
guace e Papohe, leconomo che scrisse la sua biografia. Molteplici ac-
cenni nelle fonti configurano un quadro secondo il quale Apollo, gi
monaco a Titkois, fond un centro monastico a Bawit. Paolo di Tam-
mah riporta che egli istruiva i monaci con sermoni, seduto su di un
trono, e in una pittura del monastero egli infatti raffigurato seduto
su una cattedra fra i suoi discepoli Phib e Anup. Il monastero fu fon-
dato verso la fine del IV secolo, conobbe un grande sviluppo nel VI e
fino al IX secolo, per essere poi distrutto nella seconda met del XIII.
I resti delle sue fondazioni si collocano su una vasta area di cui sta-
ta individuata parte della recinzione perimetrale. Sono state scavate
due chiese e, collocati a una certa distanza luno dallaltro, complessi
di cappelle con planimetria pi o meno articolata. Sono queste strut-
ture a conservare le pitture, mentre la decorazione delle chiese era pre-
valentemente di pietra.
Sul tipo di esperienza monastica del centro di Bawit e sulla natu-
ra delle cappelle dipinte vi sono interpretazioni diverse e contraddit-
torie. La Historia monachorum e la Vita di Paolo di Tammah, indica-
tive almeno per il periodo pi antico, forniscono elementi atti a do-
cumentare che nel centro di Bawit i monaci si radunavano una volta
al giorno in strutture comunitarie per la celebrazione delleucarestia e
lagape fraterna, e che vi ricevevano un sermone di ammaestramento,
dopo il quale facevano ritorno alle loro dimore. La differenza rispet-
to al tipo di eremitismo altrove attestato sta dunque nel fatto che lin-
contro dei monaci avveniva quotidianamente. Non si tratta, dunque,
di una forma di vita cenobitica, sia pure modificata, come alcuni han-
no pensato, ma di una formula pi vicina a quella eremitica. Il por-
tato delle fonti sembra trovare riscontro nei dati archeologici, che per
quanto non indicativi dellintero complesso, scavato solo in minima
parte, sono tuttavia significativi. Le chiese, individuate in due aree di-
verse, sarebbero i punti di riferimento di gruppi di monaci nel loro
convegno quotidiano, che difficilmente pu intendersi di tutta la col-
lettivit, vista la notevole estensione del territorio. Fra laltro le fonti
attestano la presenza di una postazione per donne. Le cappelle dipin-
te sono dunque, con ogni probabilit, i quartieri di piccoli gruppi di
monaci, con un ambiente devozionale maggiore e un oratorio a uso
del piccolo nucleo. Alcuni di questi oratori sembrano dedicati a san-
ti, talvolta a santi e sante dello stesso nome, come quello di Ascla, e
come tali erano oggetto di pellegrinaggio da parte di tutta la comu-
nit e di altri visitatori, in particolare nel giorno della festa del santo,
durante il quale loratorio a lui dedicato sarebbe stato colmo di gra-
zie. Ci indicato dal numero dei graffiti e ci spiega la rilevante quan-
tit di santi rappresentati nelle pitture: sono le personalit alle quali i
monaci prestavano venerazione.
Alcune celle monastiche sono state poste in luce al di fuori della-
rea del monastero, un insediamento costituito dunque da unaggre-
gazione di postazioni monastiche pi vicina alla tipologia, ad esem-
pio, delle Celle. Negli studi pi recenti sugli elementi architettonici
di pietra delle chiese si esprime la convinzione che le costruzioni ab-
biano attinto alle strutture di fondazioni precedenti, non necessaria-
mente cristiane, forse di carattere funerario. Le chiese erano colloca-
te luna accanto allaltra, divise da una corte con al centro una fonta-
na, entro un complesso pi ampio in cui si riscontrano due fasi
costruttive. La prima con muratura di pietra da taglio e profusione
di rilievi, la seconda con luso del mattone e linserzione di pezzi pi
antichi di pietra. Probabilmente la prima fase si colloca nel V sec.
d.C., la seconda, cui appartiene la trasformazione degli edifici pree-
sistenti, si colloca per la chiesa sud nel VI sec. d.C., per la chiesa nord,
che comporta la presenza del khrus, che modulo pi tardo, nel-
lVIII sec. d.C. La chiesa sud nella seconda fase utilizza materiali
della precedente costruzione, ugualmente antichi ma di provenienza
ignota, e materiali appositamente lavorati per il nuovo edificio. Si
compone di tre ambienti, gli elementi architettonici rimandano a ti-
pi attestati fra il IV e il VII sec. d.C. e sono costituiti da capitelli di
tipo corinzio di colonne e di pilastri, capitelli bizonali, a canestro nel-
la parte inferiore e con arieti e croce entro una corona di lauro nella
parte superiore (come nellatrio sud-ovest di S. Sofia a Costantino-
poli), capitelli polilobati a traforo, porte inquadrate da pilastri, nic-
chie fiancheggiate da pilastri con capitelli a foglie di palma, fregi che
correvano lungo le pareti.
La chiesa nord presenta apparentemente un maggior ricorso alla
decorazione pittorica e a elementi di legno, fra cui una porta e forse
una cattedra. Sono le colonne dipinte a costituire lelemento di mag-
gior interesse; nella parte inferiore erano dipinte a scanalature, nella
parte superiore portavano ciascuna un personaggio: Cristo, la Vergi-
ne con il Bambino, un santo cavaliere che uccide un serpente, s. Gior-
gio, un arcangelo, re David. Gli oratori e le celle si distribuiscono a
una certa distanza gli uni dagli altri, sono di dimensioni e articola-
zione molto diversa, da ambienti isolati a complessi a pi piani con
unampia sala rettangolare. In questa, al centro della parete est, era
una nicchia absidata in cui trovava posto lo schema iconografico pi
tipico delle pitture di Bawit: la Teofania nella parte superiore, con Cri-
sto in trono, i Quattro Viventi e i medaglioni del Sole e della Luna e,
nella parte inferiore, la Vergine in trono con il Bambino fra gli apo-
stoli, cui si aggiungono, agli estremi, i padri del monastero. Uno de-
gli esempi pi completi quello della nicchia della sala 6, grande am-
biente rettangolare, situato in un complesso nella zona nord. La sala
presenta anche un ricco e variato repertorio di decorazioni imitanti
incrostazioni marmoree.
Le immagini teofaniche utilizzano, come fonte scritturistica prin-
cipale, il Libro di Ezechiele. Il profeta stesso rappresentato al disot-
to del carro di Cristo nellabside della cappella XLV. A sud-ovest del-
le chiese un insieme particolarmente ampio di ambienti, numerato I-
XV, conserva pitture fra le pi tarde del monastero e con soggetti non
LAFRICA TARDOANTICA E MEDIEVALE
435
737
Pittura murale
con Cristo tra angeli,
dal monastero
di Apa Apollo a Bawit.
Il Cairo, Museo Copto.
738
Particolare
di pittura murale
con santo cavaliere
da Bawit.
Il Cairo, Museo Copto.
736
Veduta aerea del monastero di Apa Geremia a Saqqara.
comuni: nella cappella III appaiono storie della vita di David; nella
cappella XII raffigurato Cristo affiancato da angeli e profeti e al di-
sotto, entro un intreccio vegetale, le immagini a mezzo busto delle
Virt teologali. Poco distante la cappella XVII, a pianta quadrata vol-
tata a cupola, preserva pitture originali con immagini di santi cava-
lieri, fra cui uninteressantissima e rara figura di s. Sisinnio che ucci-
de la demone Alabasdria. presente in questo ambiente anche una
delle rare figure di Abbaton: unica la sua rappresentazione accanto
alla bocca dellinferno. Pi a ovest la sala XVIII conserva, soltanto in
parte, pitture di grande raffinatezza. Rilevanti sono le scene relative
alla vita di Maria nella cappella LI e quelle nella cappella XLVI, in cui
raffigurata lAscensione. Le pitture di Bawit sono una delle attesta-
zioni pi alte e complete della pittura copta e rappresentano un pa-
trimonio di raffigurazioni dal quale trarranno ispirazione le realizza-
zioni dei secoli seguenti.
Saqqara - Larea della necropoli faraonica, tolemaica e romana,
ospita, ai margini del pianoro che affaccia sulla valle del Nilo, un con-
vento copto intitolato ad apa Geremia. Il suo nome compare nelle-
pigrafia del monastero associato a quello di apa Enoch e talvolta con
quello di ama Sibilla, ad attestare che una parte del monastero era de-
dicata alle donne. Il monastero citato nella cronaca di Giovanni di
Nikiu, il quale afferma che lo visit il futuro imperatore di Bisanzio,
Anastasio, mandato in esilio dallimperatore Zenone (474-491). Lo
citano anche il monaco Teodosio nel suo Itinerario, insieme con il mo-
nastero di Apollo, segnalando che erano di diversa appartenenza; inol-
tre citato da Abu al-Makarim e da al-Maqrizi. sempre Giovanni di
Nikiu ad attestare la fondazione di una grande chiesa da parte di Ana-
stasio, il quale, alla morte di Zenone, ne spos la vedova Ariadne e di-
venne imperatore (491-518). Si ricorder che Zenone era stato pro-
digo di donativi alle fondazioni cristiane dEgitto; lecito attendersi
che anche Anastasio seguisse questa prassi, tanto pi che le sue sim-
patie verso i monofisiti sono note e che la sua politica fiscale aveva
arricchito le casse del tesoro. La costruzione di una chiesa per il con-
vento di Apa Geremia rientra dunque in un quadro coerente. La mu-
nificenza imperiale pu spiegare la straordinaria ricchezza della deco-
razione architettonica e pu collocare a questo periodo la ricostruzio-
ne della chiesa principale e larricchimento decorativo degli edifici,
come, ad esempio, la decorazione con lastre parietali nella cosiddetta
chiesa tombale. A ulteriore conferma di ci sono i rinvenimenti di
monete, che cominciano con Anastasio e finiscono con il primo so-
vrano abbaside.
Gli scavi recenti hanno chiarito che sul luogo della basilica princi-
pale esisteva una pi piccola e modesta basilica, forse quella in uso nel
convento al tempo della visita del futuro imperatore. La ricostruzio-
ne di Anastasio inaugura la fase di maggior splendore del monastero,
che presenta segni di declino gi nellVIII sec. d.C. Tuttavia la deco-
razione architettonica e pittorica, ispirata a uno stile coerente e alla
scelta di un numero consistente, ma non elevato, di temi, indica che
la fase creativa delle realizzazioni di Saqqara si colloca in un periodo
preciso e in un arco limitato di tempo. Saqqara rientra inoltre nella ti-
pologia del cenobio e documenta archeologicamente dellorganizza-
zione e delle attivit dei cenobi contemporanei, noti altrove solo dal-
le fonti in quanto di essi conservata quasi esclusivamente la chiesa
principale. Si pu trovare un corrispettivo nel convento di Deir An-
ba Hadra ad Assuan, posteriore probabilmente di qualche decennio.
Ma laspetto del convento di Saqqara diverso, per la sua magnifi-
cenza e per la sua collocazione in unarea intensamente abitata e fre-
quentata, che porta alladdensarsi e allaffastellarsi delle costruzioni in
edifici comuni. Ciascun monaco poteva in ogni caso disporre di una
cella individuale alla quale accedeva da unanticamera comune. La pla-
nimetria generale del monastero rivela che esso gravitava attorno alla
grande chiesa che ne costituisce il centro; vi era inoltre la cosiddetta
chiesa tombale, forse un antico mausoleo edificato fra il IV e il V
sec. d.C. da famiglie abbienti romane, fra quelle che lasciarono il Pae-
se allingresso degli Arabi. La struttura collocata a un livello inferio-
re, quindi parzialmente ipogea, ed stata impiegata anche nel mona-
stero come edificio sepolcrale per personalit eminenti.
stato, inoltre, individuato un refettorio, diviso da due serie di co-
lonne in tre navate, che appartiene alla fase di ampliamento del con-
vento. Gli scavi recenti ne hanno infatti posto in luce uno pi antico
a nord della chiesa, costruito con mattoni crudi e presumibilmente a
due navate. Adiacente al nuovo refettorio una grande corte a cielo
aperto in cui stato rinvenuto il pulpito a gradini, affiancato da due
colonne, oggi al Museo Copto del Cairo, da cui presumibilmente la-
bate del monastero teneva i sermoni. Altri ambienti rivelano diverse
attivit: di falegnameria, di tintoria, di preparazione di alimenti, un
frantoio. Le epigrafi funerarie indicano le attivit di giardiniere, di ad-
detto al refettorio, di economo, di insegnante, di pittore e di scavato-
re di tombe. Un secondo refettorio potrebbe essere quello interpreta-
to da J.E. Quibell come un ospedale. Il monastero era chiuso da una
cinta muraria della quale stato individuato il portale principale sul
lato sud, come indicano gli ambienti di accoglienza e un porticato, ti-
pico per il riparo dei visitatori e dei pellegrini. La decorazione archi-
tettonica mostra un reimpiego oculato e il riadattamento di materia-
li preesistenti. Nella chiesa principale, ancora in situ, si trovano co-
lonne di granito e colonne e piedistalli di marmo. La chiesa misura 39
20 m, a pianta basilicale a tre navate e navata occidentale di colle-
gamento, nartece, abside inclusa con stanze laterali collocate a un li-
vello inferiore. Era costruita a blocchi di calcare; le colonne delle na-
vate sono dipinte, come quelle di Bawit. La variet dei capitelli ripor-
ta a tipi in uso contemporaneamente a Bisanzio; un unico capitello
mostra lacanto mosso dal vento, come quelli del monastero di S. Ca-
terina sul Monte Sinai, ma vi sono anche capitelli a imposta, bizona-
li con parte inferiore a cesto e animali nella parte superiore, a foglie di
vite e grappoli, polilobati, a traforo di calcare con foglie di acanto di-
pinte. Il solo ambiente che presenta una decorazione architettonica
omogenea la cappella sepolcrale, i cui elementi si riportano, come
ledificio stesso, al V sec. d.C.
La decorazione pittorica del monastero rivela in molti aspetti un
linguaggio aulico. Le pitture sono dislocate nella chiesa, negli am-
bienti comuni, come il refettorio, nelle celle monastiche. Nella ca-
mera 709 sono conservate pitture rilevanti: rappresentano le Virt,
intese come ordine angelico, in figure femminili riccamente accon-
ciate e ingioiellate. Raffronti iconografici sono nel monastero di Bawit,
dove le Virt accompagnano ama Sibilla, la badessa pi volte nomi-
nata a Saqqara. Accanto alle Virt teologali e cardinali compaiono an-
che quelle tipiche della vita monastica, soprattutto di quella cenobi-
tica: la Saggezza, la Pazienza, la Longanimit, lObbedienza, la Man-
suetudine, la Misericordia (e la Clemenza), la Prudenza, la Verginit
(e la Castit). Le Virt di Saqqara di cui conservata lindicazione
scritta sono: Fede, Speranza, Carit, Pazienza, Saggezza e Lungimi-
ranza. In questo stesso ambiente, sul muro est, la nicchia conteneva
unimmagine di Cristo in trono con il libro. Nel registro superiore al-
la sua sinistra vi erano tre croci latine su piedistallo, gemmate, forse
allusive alla Trinit, come lascerebbe supporre lanalogia con una pit-
tura di Faras; nel registro inferiore compaiono due pavoni. A destra
AFRICA
436
739
Capitello dal monastero
di Apa Geremia
a Saqqara. Il Cairo,
Museo Copto.
740
Nicchia dipinta
con la Vergine
che allatta il Bambino,
dal monastero
di Apa Geremia
a Saqqara. Il Cairo,
Museo Copto.
iniziava il fregio con le Virt e, al disotto, era raffigurata una palma
con frutti, un riferimento alla vita eremitica. Una pittura significati-
va si conserva, rovinata, nellambiente originariamente identificato
come un ospedale, successivamente come refettorio. Qui su un alto e
lungo seggio sono seduti luno accanto allaltro cinque personaggi, so-
lennemente vestiti, che tengono in mano un libro, identificabili con
i fondatori del monastero. Allestremit destra raffigurata ama Si-
billa, in dimensioni maggiori, forse a indicare una destinazione fem-
minile dellambiente. Ricorre talvolta nelle nicchie la raffigurazione
della Vergine Maria in trono con il Bambino che allatta o tiene in
grembo. una delle pi antiche attestazioni del tema in ambito mona-
stico. Nella cella A lassenza di cuffia e maphorion e i capelli leggia-
dramente acconciati e con piccoli fiori sparsi denotano lassimilazio-
ne delliconografia della Vergine non tanto al tipo della severa ma-
trona, quanto a quello di una gentildonna bizantina. In aggiunta alle
figurazioni, in specie nella parte inferiore delle pareti, sono riquadri
riproducenti incrostazioni marmoree e tendaggi, che contribuiscono
a conferire sontuosit allinsieme.
Deir Anba Hadra - Correntemente noto con il nome di S. Si-
meone, un convento fortezza situato sulla riva occidentale del Nilo
in corrispondenza delle isole della I Cateratta, le cui imponenti strut-
ture sono ancora ben conservate. Il monastero fu costruito probabil-
mente nel VII sec. d.C., distrutto e ricostruito nel X secolo, nuova-
mente distrutto nel XII. Era originariamente dedicato a un santo ere-
mita del luogo, divenuto vescovo di Assuan sotto il patriarca Teofilo
(385-412). Fu poi intitolato a un santo locale, s. Simeone. Abu al-
Makarim ne parla come monastero di Anba Hadra. Numerose stele
funerarie, databili fra il VI e il IX sec. d.C., sono state rinvenute nel-
la necropoli e negli ambienti del monastero. Il luogo in cui si trova
una zona particolarmente esposta agli assalti delle popolazioni nubia-
ne e alle repressioni degli eserciti romano, bizantino, poi musulmano,
il che giustifica il suo aspetto di fortezza. Il monastero dovette sorge-
re attorno alla cella eremitica del primitivo titolare, corrispondente
forse allattuale cella XIII nella numerazione di U. Monneret de Vil-
lard. Allintorno sono state rilevate abitazioni e oratori di monaci, con
pitture del VI-VII sec. d.C., sul genere di quelle delle nicchie di Bawit.
Sono state abitate anche le tombe rupestri della necropoli faraonica di
Qubbet el-Hawa.
Il monastero si colloca su due livelli utilizzando una conformazio-
ne della roccia ed racchiuso da alte mura con camminamento e tor-
ri di guardia. Le mura disegnano una pianta trapezoidale con i due la-
ti paralleli rispecchianti la direzione del Nilo. Ogni livello ha il suo in-
gresso in una struttura a torre con entrata a gomito. Gli accessi sono
quindi due e le torri sono collocate luna di fronte allaltra, una a est
verso il Nilo, laltra a ovest verso la montagna. stato osservato che
queste tre caratteristiche (la cinta muraria trapezoidale, due accessi,
luno di fronte allaltro, e la forma a gomito del passaggio di ingresso)
sono peculiari delle fortificazioni nubiane di Alto Medioevo e si ri-
trovano anche in fortificazioni bizantine dellAfrica del Nord. Acce-
dendo dallingresso principale si incontrano gli edifici della terrazza
inferiore: la chiesa con il battistero, le celle eremitiche, le foresterie.
La chiesa una costruzione del X sec. d.C. a pianta rettangolare, tre
navate, abside tripartita a impianto cruciforme. I tre ambienti del san-
tuario erano coperti a conca a quarti di sfera su trombe dangolo, quel-
lo centrale da una cupola; le navate laterali, voltate a botte, termina-
vano oltre il santuario in due stanze, di cui quella meridionale ospita-
va il battistero. La navata centrale era divisa in due ambienti coperti
a cupola su trombe dangolo e poggianti su pilastri a L. La pavimen-
tazione, ben conservata, a lastre di pietra regolari. Il piano posto a
un livello leggermente inferiore rispetto a quello dingresso.
La chiesa conserva degli affreschi, sia pure frammentari. Rispetto
alle riproduzioni effettuate dai primi visitatori lo stato di conserva-
zione ulteriormente peggiorato, ma si distinguono al centro del-
labside Cristo in trono affiancato dagli arcangeli Michele e Gabriele,
vestiti con tuniche adorne di clavi e di orbiculi; uno di loro porta il
globo. Nella parte superiore della parete sono rappresentati sei perso-
naggi seduti, alcuni dei Ventiquattro Vegliardi dellApocalisse, che go-
dono in Egitto di una riverenza particolare, con i loro nomi indicati
in alto. Sopra alcune vesti sono incisi graffiti in arabo e un cedimen-
to dellintonaco lascia allo scoperto uno strato inferiore di pittura, ap-
parentemente di buona qualit. Della pittura dellabside occidentale
non si distingue molto: sembra essere raffigurato un personaggio cen-
trale verso il quale convergono due angeli prostrati in venerazione ed
confrontabile con una pittura del Deir Anba Bishoi (stanza a nord
dellabside) in cui raffigurato Cristo con il libro nella sinistra e con
la destra benedicente. La parete occidentale della chiesa appoggia al-
la falesia su cui si trova la terrazza superiore. In questo punto erano
scavate le grotte, che probabilmente offrirono riparo agli eremiti del
periodo pi antico. Dallestremit occidentale della navata nord si ac-
cedeva alla grotta XIII, che conserva, sul soffitto e sulle pareti, pittu-
re in parte ricoperte dai muri della chiesa. Era, nellipotesi di Mon-
neret de Villard, unabitazione di un eremita, probabilmente di par-
ticolare importanza, vista linsolita presenza di pitture e la collocazione
in comunicazione con la chiesa, ed databile al VII sec. d.C.
Dal cortile a nord della chiesa si sale con una scala alla terrazza su-
periore, che presenta ambienti di tuttaltra natura. Vi si trova un cam-
minamento sul quale un ambiente quadrato coperto a cupola sottoli-
nea lingresso al qar, un enorme torrione su tre piani che occupa gran
parte della terrazza superiore e che doveva costituire lestremo baluar-
do. Il piano terra era il luogo di abitazione dei monaci e le stanze, con-
tenenti pi giacigli, si aprivano ai lati di un grande corridoio centrale
voltato a botte. Sul lato nord-occidentale erano una sala rettangolare
a due navate, probabilmente un refettorio, e diversi ambienti come
cucine e magazzini, mentre al di fuori erano altri ambienti di servizio.
Al piano superiore del qar alloggi pi ampi potevano essere a uso dei
notabili del monastero. La porta ovest costituiva laccesso secondario
al monastero. Alla sua destra si trovano ambienti che sono stati iden-
tificati come scuderie e un lungo bacino continuo. Vi poi una gran-
LAFRICA TARDOANTICA E MEDIEVALE
437
741
Lucerna di bronzo a forma di pavone. Washington, Dumbarton Oaks.
742
Veduta del monastero
di S. Antonio.
de corte attraversata da una canalizzazione che partiva da un bacino;
il canale (prof. 12 cm, largh. 18 cm) era ricoperto da lastre di pietra.
Una torre dangolo racchiude un torchio per il vino; vi erano poi del-
le mole, un torchio per lolio, forni per ceramica, vasche per la tintu-
ra. Un insieme di canalizzazioni proveniente da vasche di raccolta por-
tava acqua a tutti gli ambienti per le varie esigenze della comunit: ai
diversi bacini, alle latrine, agli abbeveratoi per gli animali.
I monasteri del Deserto Orientale: S. Antonio, S. Paolo -
Gli unici conventi che siano stati edificati nel Deserto Orientale so-
no quelli dei due pi alti esponenti del monachesimo eremitico, i qua-
li abitarono a lungo nella zona e si incontrarono soltanto negli anni
della loro pi avanzata vecchiaia, secondo quanto narra la biografia
di Paolo. Il monastero di S. Antonio si trova a 45 km dal Mar Rosso,
nella catena dei monti Gialala, nel deserto arabico. Fu costruito ai pie-
di della falesia dove la grotta in cui il santo abit per circa cin-
quantanni fino alla morte (356 d.C.). Le pi antiche costruzioni l
attorno risalgono al tempo di Giuliano lApostata (361-363). Dovet-
tero essere quelle frequentate dagli eremiti: una chiesa, un refettorio,
ambienti di servizio. Pi tardi, nel V sec. d.C., abbiamo notizia del-
lesistenza di un monastero. Vi si rifugiarono monaci in fuga da Sce-
te dopo le devastazioni inflitte dai nomadi. Le numerose fonti ren-
dono note le tappe fondamentali della vita del monastero: nel VII-
VIII secolo fu occupato da monaci melchiti; nellXI secolo fu sac-
cheggiato e molti monaci furono uccisi; nel XII secolo i monaci cop-
ti di S. Antonio fornirono candidati per lufficio di Abuna, il patriar-
ca etiopico, sottolineando un rapporto privilegiato con lEtiopia. Nel
XIII secolo il monastero venne circondato da un muro fortificato. In-
torno al 1484 fu distrutto, ma il patriarca Gabriele VII invi venti
monaci dal monastero dei Siriani, nel Wadi Natrun, perch coope-
rassero alla sua ricostruzione (1540).
Il ruolo del monastero fu di primo piano nella storia del patriar-
cato copto: molti patriarchi furono scelti fra i suoi monaci, special-
mente fra il XVII e il XIX sec. d.C. Parte dei manoscritti conservati
un tempo nella sua celebre biblioteca ora sono nella Biblioteca Apo-
stolica Vaticana. Il monastero racchiuso entro una cinta muraria di
notevole altezza, in parte provvista di un camminamento, che inclu-
de anche un orto, un palmeto e una fonte. Laccesso avveniva un tem-
po mediante una carrucola: i visitatori venivano issati con una cesta.
Vi si trovano una foresteria, la torre, la chiesa di S. Antonio e altre
chiese, le celle per i monaci, la biblioteca, una collezione di oggetti sa-
cri, fra cui icone, lantico refettorio, cucine, mulino, forno, frantoio.
La sorgente si trova nella parte posteriore del convento, sotto la fale-
sia nella quale era la grotta del santo. La chiesa ha due campate con il
khrus e un santuario tripartito con ambiente centrale absidato e co-
pertura a cupola. Un passaggio collocato di fronte allingresso condu-
ce in un ambiente laterale angusto: la cappella cosiddetta dei Quat-
tro Viventi. Il restauro completo delle pitture, nonch quello del sof-
fitto del khrus, illuminato da due serie parallele di esagoni chiusi da
vetri colorati, stato terminato nel 2000 e a seguito di questa impor-
tante impresa bisogna probabilmente riscrivere la storia del monu-
mento e quella dellarte copta del XIII sec. d.C.
La chiesa ospita affreschi che compongono un ciclo principale, a
opera del pittore Teodoro e dei suoi aiuti, e alcuni affreschi di epoca
successiva. Vi sono stati rinvenuti anche affreschi precedenti, proba-
bilmente appartenenti a due momenti diversi, che per non facile
collocare. Le pitture occupano la parte mediosuperiore delle pareti, le
absidi, le cupole, gli archi. Nella campata occidentale, la parte riser-
vata ai laici, sono immagini di santi cavalieri, abbinati due a due o sin-
goli, identificabili da uniscrizione e da una contestualizzazione di ele-
menti episodici dei loro miracoli: si distinguono fra gli altri Teodoro
lOrientale, Claudio, Victor, Mena, Teodoro Stratelate, Sisinnio, Gior-
gio, Phebamon. Un passaggio verso la campata successiva presenta le
figure del monachesimo cenobitico: Pacomio e Shenute. Nella cam-
pata sono rappresentati i padri del monachesimo, a cominciare da An-
tonio, seguito da Paolo, in una serie conclusa dalla Vergine Maria in
trono con il Bambino. Si accede poi al khrus, sulle cui pareti latera-
li sono Giorgio e Mercurio, i Tre Ebrei nella fornace e le anime dei
giusti accolte in cielo nel seno di Abramo, Isacco e Giacobbe.
Nel santuario sono figure di patriarchi, s. Marco, Cristo Panto-
krator, cherubini, i Ventiquattro Vegliardi dellApocalisse, paradigmi
di salvezza, profeti; nellabside sono raffigurati Cristo in trono e, al di-
sotto, la Vergine in trono con il Bambino. Alla cappella laterale in-
troducono, nellintradosso dellarco, Michele e Gabriele. La cappella
stessa porta una figurazione di Cristo Signore del Mondo, lAdora-
zione della Croce, i Quattro Viventi e la Vergine Maria. I Quattro Vi-
venti sono rappresentati con i volti che sono loro propri e i corpi a fi-
gura intera, stanti e con piedi umani e con le mani in gesto di suppli-
ca. Si descrive un percorso che indica dei modelli di santit, da quelli
pi legati allazione e alla vita terrena, pi adatti ai laici, a quelli che
attraverso la scelta della vita monastica portano a pi alti livelli di spi-
ritualit, proposti a modello dei monaci. Il ciclo di Teodoro datato
da uniscrizione al 1232/3. Pi di 33 nomi, alcuni di monaci del mo-
nastero, ne attestano la committenza. Talvolta si indica che il finan-
ziamento destinato allesecuzione di una particolare immagine, co-
me accade per quella di Mercurio dipinta nel khrus. Le pitture della
parete orientale del khrus furono eseguite da un pittore diverso, in
uno stile che si ricollega ad ambienti ciprioti e vicini al monastero di
S. Caterina sul Monte Sinai, nel tardo XII - inizi XIII secolo.
Il monastero di S. Paolo situato a 39 km di distanza dal Mar Ros-
so e fu edificato nellarea in cui, al tempo della persecuzione di Decio
e allet di 16 anni, il santo si rifugi e vi rimase tutta la vita. La sua
ascesi era severa, il suo rifugio una spelonca, un recesso a cielo aperto
con una fonte e una palma che gli assicuravano lessenziale in cibo e
in vesti; in pi un corvo gli portava ogni giorno mezza pagnotta. Quan-
do Paolo mor e tocc ad Antonio seppellirlo, due leoni sbucarono dal
deserto e scavarono una fossa in cui egli pot agevolmente deporlo.
il tema di innumerevoli icone che illustrano lincontro dei due santi.
Il monastero fu costruito presumibilmente non molto dopo la sua
morte, avvenuta nel 343. La sua attestazione certa per del 560-570.
Abu al-Makarim afferma che esso era dipendente da quello di S. An-
tonio e fu cos anche dal punto di vista amministrativo fino al XIX se-
colo. Il monastero si presenta racchiuso da alte mura; ancora visibi-
le laccesso con la stanza della carrucola. Allinterno ha laspetto di un
villaggio; vi sono quattro chiese, di cui quella di S. Paolo, angusta e
posta al disotto del piano stradale, la pi antica e custodisce le reli-
quie del santo. Reca pitture eseguite nel XVIII secolo che per lico-
nografia e per lo stile sono diverse da quelle delle altre fondazioni mo-
nastiche. Maria con il Bambino fra due cherubini; gli arcangeli an-
nunciano il Giudizio Finale al suono delle trombe; i Ventiquattro
Vegliardi si dispongono intorno a Cristo in una cupola. Fra i santi ca-
valieri anche il piccolo Ciriaco, figlio di Julitta. Vi sono per tracce
di pitture precedenti, del XIII e XIV sec. d.C.
AFRICA
438
743
Adorazione della Croce
nella cappella cd.
dei Quattro Viventi,
monastero di S. Antonio.
744
Particolare
di due simboli
degli evangelisti
nella cappella cd.
dei Quattro Viventi,
monastero di S. Antonio.