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Prof.

Luigi Gedda

Getsemani
Edizioni Operaie 1952 Testo offerto dalla Societ Operaia http://www.societaoperaia.org Al lettore si chiede unAve Maria in ringraziamento

Prefazione Alla seconda edizione di Getsemani devo premettere una parola di testimonianza. Pi scorrono gli anni e pi mi convinco che l'agonia di Ges attuale perch non viene travolta dagli avvenimenti, ma li domina e li compone. Il Getsemani vince il tempo. Questo pu dirsi di tutta la vita del Redentore che fu data all'uomo come luce nel misterioso fluire degli uomini e delle cose. Ma lasciate che io applichi questa verit generale in modo tutto particolare all'episodio del Getsemani, sia per la riconoscenza che la mia anima sente di dover esprimere alla fonte del suo conforto, sia perch mi sembra che l'esperienza del dolore spirituale riassuma in s ogni altra difficile esperienza della vita umana. Il Getsemani ci offre la possibilit di affrontare la somma di ogni angoscia con il Cristo e come il Cristo. E' il pi grande dono di cui l'anima abbia bisogno. Alla Vergine che per il suo immacolato concepimento avrebbe potuto sfuggire al dolore, ma che visse nell'agonia spirituale il Suo compito di Corredentrice, affido il lettore perch sia Lei a parlargli con il Suo esempio e con la Sua intercessione. L.G. Lourdes, 30 luglio 1952

Premessa sullattualit del Getsemani Andiamo al Getsemani Il Getsemani attuale La serva di Dio Suor Pierina De Micheli fu protagonista a dodici anni, e precisamente nel venerd santo del 1902, di un fatto che, se non straordinario, fu certamente singolare. Nella chiesa di S. Pietro in Sala a Milano si trovava fra la gente che baciava il crocefisso deposto a terra, accostando le labbra ai segni delle cinque piaghe. Ala bambina ebbe allora la nettissima sensazione (e fu lei stessa a rievocare pi volte quel giorno e quel fatto) di udire una voce che diceva: Nessuno mi d un bacio damore in volto per riparare al bacio di Giuda?. La bimba si stup al notare che la gente restava insensibile a quella richiesta che lei aveva sentito distintamente. Non os rispondere ad alta voce, ma diede il bacio richiesto dicendo: Te lo d io il bacio damore, Ges abbi pazienza. Senza voler dare a questo episodio una particolare importanza prima che la Chiesa ne riconosca lattendibilit, ma collocandolo in ordine di tempo rispetto allappassionata e ripetuta richiesta di Ges ai tre discepoli: Fermatevi qui e vegliate con me (Matt.26,38) e rispetto a quanto Ges disse a S. Margherita Maria: tutte le notti dal gioved al venerd ti far partecipare a questa mortale tristezza che ho voluto sentire nel giardino degli Ulivi troviamo che il ricordo di Suor Pierina, la quale allet di dodici anni non conosceva i testi evangelici del Getsemani n gli scritti di S. Margherita Maria, misticamente sulla medesima direttrice dei precedenti inviti a penetrare e conoscere il mistero del Getsemani. Daltra parte bisogna rendersi conto di una legge di vita che riguarda anche la Chiesa la quale impone un accrescimento progressivo e graduale di quantit e qualit. Nei duemila anni di storia vissuta, a prescindere dai periodi critici, che per ebbero anchessi unimportanza a volte paradossale per lo sviluppo della verit rivelata, la Chiesa, nellambito dellortodossia, venuta chiarendo a se stessa principi e comportamenti racchiusi nel messaggio evangelico, ma non ancora esplorati. Vi furono tempi in cui lattenzione della Chiesa venne focalizzata sul problema delle due nature di Cristo ed altri, molto vicini a noi, nei quali lo studio dei teologi e le definizioni dellautorit si concentrarono sulla persona e le grazie singolari concesse alla Madre di Ges, come nel secolo scorso quando Pio IX defin la Madonna concepita senza il peccato originale (ossia lImmacolata Concezione di Maria) e nel nostro secolo quando Pio XII defin lAssunzione della Vergine. Per quanto riguarda lepisodio del Getsemani, malgrado la considerazione espressa da Pascal che lagonia getsemanica di Cristo continua fino alla fine del mondo, la Chiesa non ha messo un accento particolare su questo episodio. Un esperto di Cristologia come labate G. Ricciotti, fornisce una spiegazione attendibile di questo scarso interesse. Egli scrive nella Vita di Ges Cristo: In questa notizia (del sudore di sangue) che mette in rilievo la realt della natura umana in Ges trovarono scandalo taluni antichi cristiani nel leggere il vangelo del medico Luca. Essi giudicarono che, sebbene il medico aveva narrato un fatto vero, era meglio che la narrazione non fosse ripetuta, perch sembrava fornire una conferma alle calunnie dei nemici del cristianesimo: probabilmente gli
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attacchi di Celso contro la persona di Ges avevano suscitato tale preoccupazione. Perci avvenne che la narrazione del sudore di sangue, insieme col precedente accenno allangelo confortatore, cominci a scomparire dai codici del III Vangelo, soppressa per questo infondato timore. Oggi essa manca in vari codici uncinali, e questa mancanza era gi stata segnalata nel quarto secolo da Ilario e Gerolamo. Tuttavia allorch quella vana preoccupazione si dissip col cessare degli attacchi contro il cristianesimo, cess anche la soppressione dellombroso passo. Intanto chiediamoci: non forse vero che la Chiesa parla di uno sviluppo nella intelligenza del dogma? Non vero che importanti espressioni della piet cristiana si sono innestate molto tardi sullalbero della tradizione cattolica? Presso la Chiesa delle catacombe la raffigurazione preferita di Ges era quella del Buon Pastore. Durante questo periodo ed anche in seguito la Croce fu oggetto di culto, ma sulla croce non compariva il Crocefisso, ed anche oggi le Chiese orientali che si separarono in quei secoli dal tronco del cattolicesimo usano comunemente la croce senza il Crocefisso. Fu soprattutto nel basso medioevo che la figura del Crocefisso inalberato sulla croce invase la mente e conquist il cuore del popolo cristiano. Larte non tard ad esprimere questo diffuso e vibrante sentimento nelle innumerevoli raffigurazioni del Golgota che arricchiscono le nostre chiese e pinacoteche. Per la ragione opposta, cio per la mancata popolarizzazione del Getsemani, lespressione in forma darte di questo episodio appare scarsa e poco convincente, poco convincente perch poco convinta. Pu darsi che la Provvidenza riservi proprio a questa nostra epoca, umana e disumana ad un tempo, il privilegio ed il conforto di meditare sullumanit di Cristo nella tragedia del Getsemani. In realt vi qu7alcosa di nuovo a questo riguardo, nello spazio e nellatmosfera della Chiesa cattolica da quando il Patriarcato di Gerusalemme e la Custodia della Terra Santa stabilirono, nel primo quarto del nostro secolo, di erigere un Santuario moderno nel luogo del Getsemani storico, dove viene conservata la piattaforma di pietra sulla quale, secondo la tradizione, il Cristo agonizz spiritualmente e sud sangue. Questo santuario di stile composito che copre con tre navate il luogo dellAgonia viene chiamato Basilica delle Nazioni la quale iniziata nel gennaio del 1920 su disegno dellarchitetto Antonio Barluzzi fu inaugurata il 15 giugno 1924. E il solo santuario interamente cattolico di Gerusalemme ed servito dai Frati minori francescani. A questo avvenimento topografico e devozionale ha fatto seguito il dono di una statua grande al naturale di Ges che agonizza nel Getsemani regalata dalla Francia a Pio XI il quale, nel gradirla, stabil che fosse collocata in Roma in quel convento dei Passionisti sul Celio, che lo stesso Pio XI volle incluso nei Trattati Lateranensi come propriet del Vaticano. Questa commovente scultura oggetto di visita e meditazione da parte di cattolici di tutto il mondo ed il riferimento di molte iniziative e opere getsemaniche, per esempio dei due Santuari dedicati al Getsemani che sono sorti in Italia, luno a Casale Corte Cerro (Novara) nel 1950 e laltro a Paestum (Salerno) nel 1959. Anche in una parrocchia di Roma sulla via del mare a Vitinia inaugurata nel 1955 viene riprodotta la statua del Celio e il titolo della Chiesa riproduce con fedelt linterpretazione mistica dellepisodio
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evangelico in quanto essa dedicata al Sacro Cuore di Ges Agonizzante, cio collega lepisodio evangelico del Getsemani alle rivelazioni del Sacro Cuore di Paray-le-Monial. Fu lAzione Cattolica Italiana che regal questa chiesa alla diocesi del Papa. Numerosi luoghi per onorare lagonia getsemanica del Salvatore sono sorti in questi ultimi anni come a Lecce, Siracusa, Imperia, Acireale, Cuglieri e nella Chiesa della Navicella a Roma. Ma vi dellaltro, fra cui due libri di esegesi scritturale relativa al Getsemani editi negli anni settanta, uno a cura di Mario Galizzi: GESU NEL GETSEMANI e laltro di Andr Feuillet: LAGONIE DE GETHSEMANI che puntualizzano criticamente i testi e lavvenimento storico; senza dire del mio libro GETSEMANI che dal 1945 ad oggi ebbe varie edizioni. Dal punto di vista liturgico importante che la devozione del Rosario, fin dalle origini,abbia ricordato lagonia del Getsemani come prima stazione dei misteri dolorosi e che la forma prevista dal Concilio Vaticano II abbia preso in considerazione lo schema della Via Crucis indicato da San Leonardo da Porto Maurizio includendo in essa il Getsemani come seconda delle 14 stazioni. Di grande rilievo il fatto che Paolo VI nel pellegrinaggio eminentemente religioso in Terra Santa, effettuato nel gennaio 1964 e precisamente nella notte del 4 gennaio, giorno del suo arrivo in Gerusalemme, abbia voluto praticare lOra Santa nella Basilica delle nazioni, al Getsemani storico. Durante la meditazione getsemanica vennero alternati canti, preghiere e passi del Vangelo che narrano dellAgonia vissuta in quel luogo dal Salvatore, letti in latino, greco, arabo, armeno, slavo e copto. Nellattualit del Getsemani prende posto anche lipotesi affacciata in sede scientifica a proposito della Santa Sindone, riguardante limpronta diffusa che disegna sulle due superfici del lenzuolo funerario limmagine anteriore e posteriore di Cristo. Finora le osservazioni relative alle impronte a stampo delle piaghe e delle colature ematiche avevano prevalso nello studio della preziosa reliquia. Oggi, un pi attento esame, tende a valorizzare limpronta diffusa che profila la sagoma del corpo dell Uomo della Sindone e la spiegazione pi attendibile la riconduce al sudore ematico, cio allematoidrosi sofferta da Cristo nel Getsemani la quale copr il suo corpo di un velo di sudore e di emoglobina che certo non fu rimosso durante le 14 ore della passione, e durante le pratiche della sepoltura pot riprendere, in parte, fluidit e capacit di lasciare delle impronte in seguito allapplicazione di quegli olii aromatici di cui parla il Vangelo di Giovanni (19,40) che furono provveduti da Nicodemo per la composizione del cadavere. Oggi dunque una voce multanime parte dalla Chiesa invocando lesempio e linsegnamento di Cristo lasciato in quella notte e la grazia meritata da lui per i nostri bisogni attuali. Il Getsemani necessario Un aspetto particolare dellattualit la necessit. Gli uomini di oggi hanno estremo bisogno della dottrina e del modello che Ges presenta nel Getsemani. Anzitutto hanno bisogno di abbandonare i pensieri di illusione e di comodo, di avvertire il pericolo che sovrasta lumanit, e di accorgersi che una notte di regressione, di
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violenza e di animalit favorisce il nemico e la congiura organizzata contro la Chiesa. Latteggiamento dei discepoli nel Getsemani i quali non pensano alla veglia, ma a soddisfare il sonno quello che dobbiamo rimproverare a noi stessi. Il sonno pu essere autentico e incosciente, ma anche spirituale, cio consiste in falso ottimismo, disinteresse, egoismo. LItalia a cui Pio XI aveva augurato Dio allItalia e lItalia a Dio riassumendo in queste parole le lacrime, il sangue e le speranze dei Santi e dei cattolici che avevano combattuto nellepoca del Risorgimento e nel primo periodo dellunit, cammina ora sopra un sentiero fra i pi pericolosi della sua storia. Da un lato labisso del divorzio, dallaltro quello dellaborto e di fronte la muraglia della tirannia comunista. Aborto e divorzio portano a offendere Dio, a distruggere la vita, la famiglia, la moralit e lamore quello vero. Il muraglione comunista quello di carcere semi-universale (cio che imprigiona mezza umanit), di una tirannia che distrugge la libert, la democrazia e vorrebbe cancellare la religione. Il frequente uso, anche di giovani, degli stupefacenti per dare un assurdo contenuto alla vita di cui non conoscono il significato, il ricorso frequente alla violenza e alla menzogna per soffocare i problemi della giustizia sociale, lesibizione degli istinti e laccettazione acritica dellopinione pubblica prevalente da parte del cittadino, denunciano il disfacimento della nostra societ. La situazione politica italiana che richiederebbe estrema vigilanza, saggezza, disinteresse, si sviluppa in un ambiente internazionale di estrema difficolt per lestensione del messaggio di salvezza che Cristo ha affidato a Pietro e Pietro a Roma. Laspetto anticristiano della societ ha due principali componenti che si riflettono anche nel nostro popolo e nei popoli a cui dovremmo con lesempio e con lopera annunziare il Vangelo. Si tratta in primo luogo di un effetto procurato dalla tecnica che mediante le comunicazioni sociali dei mass-media e attraverso i trasporti aerei ha impicciolito il mondo e mette a contatto quotidiano popoli di tutte le lingue, religioni, costumi e di tutte le empiet. Contatto significa contagio perch il male pi diffusivo del bene e chi buono tende a considerare buone anche le idee sbagliate, le religioni assurde, le filosofie del male e le teorie scientificamente superate come marxismo, freudismo, evoluzionismo. Si va stabilizzando fra gli uomini di oggi un denominatore comune di galateo formale, un vocabolario universale di interlingua a servizio delledonismo, un codice di comportamento materializzante. Se vero che ciascuno render conto a dio secondo quello che ha ricevuto e che il cristiano deve rispettare la coscienza di chi non ha la sua fede, altrettanto vero che trascendenza, legge e grazia, di cui il cristiano ha conoscenza e disponibilit, lo rendono responsabile della situazione. La parola di Dio non pu essere messa in catene ed quella che risuona nel Getsemani: Vigilate. Vigilare significa affrontare le ore notturne che i latini chiamavano vigiliae, resistendo al sonno e restando allerta per scoprire le manovre del nemico e quelle dei traditori che lo conducono nel campo del bene. I cristiani devono valorizzare la carica di doni dello Spirito Santo che hanno ricevuto per
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rovesciare il piano di satana e rendere strade aperte al messaggio evangelico la politica, la scienza, la tecnica e il costume del nostro tempo. Gli anni che separano dal terzo millennio sono decisivi per trasformare lItalia e il mondo in quel popolo che Dio descriveva a Geremia come il vaso di creta modellato dal vasaio e come una persona che ha la sua veste raccolta ai fianchi da una cintura di lino che simboleggia la legge divina. Questo possibile se i cattolici italiani affrontano la notte disposti al sacrificio richiesto dalla vigilanza di cui Cristo ha dato ordine ed esempio. Specialmente e puntualmente il cristiano deve abituarsi a praticare il sacrificio, cio a rendere sacro il dolore offrendolo a Dio nella veglia getsemanica con Ges. Sacrificio non vuol dire dolore sofferto con spirito di ribellione interiore ma dolore, piccolo o grande che sia, reso sacro, cio grato a dio, perch si compia il suo disegno di salvezza. Ci troviamo a questo punto di fronte allostacolo forse pi grave, perch la tecnica ha aumentato a dismisura la produzione dei beni mediante lautomazione, e questa ha diminuito la fatica del lavoro (cio la scuola del sacrificio), mentre ha creato la necessit di suscitare nuovi bisogni voluttuari e spesso inutili, per consumare i prodotti gettati sul mercato con ritmo crescente. Cos nato il consumismo che significa bisogno di godere per consumare di pi. Cos diminuita nel cristiano la capacit di sacrificarsi per un ideale trascendente ed aumentata la schiavit che lo tiene legato al carro della moda e della sensualit. La nostra una societ cristiana di nome e neopagana di fatto, forse, peggio ancora, postcristiana cio la comunit di Giuda. Il Getsemani sulla sponda opposta, contraltare del consumismo e del materialismo, perch nel Getsemani il comando quello della vigilanza e della preghiera pagati da Cristo con il sudore di sangue. Limpresa che la Chiesa si propone, cio di risalire la corrente del paganesimo e di partecipare la salvezza cristiana allintera umanit, limpegno di sempre e il Getsemani traccia il cammino. La vigilanza, come Ges la intendeva in quella notte, era una mobilitazione delle forze fisiche e spirituali dei suoi discepoli. Anche per il presente vigilanza significa incontro, intesa e sforzo individuale e comune per mettere fine alla situazione di pericolo, debolezza e confusione nella quale ci troviamo. La forza di noi che seguiamo Cristo, ma siamo uomini, non basta. Come in quella notte bisogna imparare da lui che la preghiera una legge che condiziona il successo. La Chiesa, nelle pi gravi ore della sua storia, si buttata ai piedi degli altari per strappare dal Cuore di dio la salvezza. Cos oggi necessario, urgente, primario, inevitabile il ricorso alla forza divina la quale soltanto pu concederci di superare le difficolt umanamente insormontabili che abbiamo di fronte, di lato e fra noi. E questione di fede. Chi crede sul serio che Dio sostiene lesistenza delluniverso e di ogni uomo in esso, deve rivolgersi a questa suprema Origine puntando su di essa con tutte le forze di cui pu disporre. Questo era chiaro e praticato dal popolo ebreo quando non era aberrante e sotto il castigo di Dio. Ma pi chiaro e pi facile da venti secoli a questa parte, perch lepisodio del Getsemani dimostra che Ges vuole averci con s nel momento del pericolo, che vuole essere con noi, che la nostra battaglia la sua, che lui n il capo e noi la sua gente.
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La preghiera che Ges consiglia preventiva per non entrare in tentazione, cio diretta a respingere le seduzioni, le illusioni, le discordie, le debolezze suscitate da satana che ritornato nella notte; poi la preghiera viene presentata in forma pi intima dal suo esempio e dalla sua parola. Quando rimprovera i tre che avevano ceduto al sonno usa unespressione complementare e incisiva: Non avete potuto vegliare unora con me?. La preghiera si trasforma nellinvito a rimanere con lui in una veglia orante nella quale si rivolge al Padre perch la Redenzione raggiunga il suo fine. Questo il significato pi profondo della richiesta di preghiera che leggiamo in questo episodio del Vangelo: vita di unione con Cristo perch luomo possa partecipare con Dio alla salvezza del mondo. Il Getsemani dove Ges chiede amore il sentiero della nostra preghiera e della nostra vigilanza perch il mistero dellincarnazione produca, nel tragico momento che viviamo, il suo frutto. Il Getsemani permanente La Chiesa preconciliare era favorevole a considerare la Messa specialmente come il rinnovo della morte di Cristo, cio come il sacrificio del Calvario che si ripete nel tempo. La Chiesa postconciliare preferisce vedere nella Messa ilo rinnovo della cena nella quale il Cristo ha istituito lEucarestia e perci laltare stato rivolto verso il popolo e la disposizione del rito ricorda il quadro di Leonardo da Vinci. Questa sovrumana sintesi e contestualit di misteri divini autentica in virt del mistero fondamentale che si realizza nella Messa: la presenza di nostro Signore e Redentore, Ges Cristo. Il recente Concilio lo ha confermato definendo la Messa memoriale della morte e della resurrezione di Cristo: sacramento di piet, segno di unit, vincolo di carit, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, lanima viene ricolma di grazia e ci dato il segno della gloria futura. Per questo e di conseguenza la Messa deve anche essere considerata come un memoriale della passione spirituale di Ges, unoccasione per rivivere in modo reale tanto il Cenacolo, il Calvario e la Resurrezione, quanto il Getsemani. Lautenticit di questa interpretazione poggia sul fatto che la transustanziazione del pane e del vino produce il mistero eucaristico. Il Cristo ormai fuori dee tempo, ritorna bel tempo con la piena attualit di ci che ha detto e fatto in ogni epoca della sua vita, tantoch a Natale proprio la Messa che trasforma laltare in un presepio dove nasce di nuovo Ges. La rievocazione del Getsemani nella Messa suggerita da tre motivi principali dei quali il primo la sincronizzazione del rito con la notte nella quale ebbe luogo lavvenimento del Getsemani. Dopo le letture, il credo, loffertorio e il sanctus, e cio nel cuore della preghiera eucaristica, le parole della transustanziazione pronunciate dal sacerdote sono solennemente precedute da questo riferimento: Nella notte in cui fu tradito. La notte di cui il sacerdote parla quella annunciata quando Cristo volle celebrare la pasqua con i suoi, la quale notte finisce con il canto del gallo, quando Pietro piange per il suo triplice rinnegamento, cio con lalba del giorno nel quale Ges muore. Dunque la notte rivissuta nella Messa anche la notte del Getsemani perch in quella notte gli undici andarono con Ges oltre il Cedron nel luogo dove cera il frantoio. Ed
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la notte del tradimento di Giuda conosciuto e annunziato da Cristo durante la cena non solo perch lo indic a Giovanni, ma anche perch disse a Giuda: Ci che vuoi fare, fallo presto (Gv.13,27). Il tradimento di cui parla il canone fu consumato nel Getsemani quando Giuda lo baci per indicarlo ai soldati e Ges di rimando: Amico, perch sei qui? Tradisci con un bacio il figlio delluomo? (Lc.22,48). La seconda nota getsemanica della Messa quella per cui sacerdote e popolo recitano il Padre nostro. Secondo il racconto di Matteo (6,9-15), allinizio della sua vita pubblica, Ges salito sul monte pronuncia il discorso nel quale esalta le beatitudini e insegna la formula del Padre nostro, preghiera fondamentale per il cristiano, inserita fin dallantichit nella Messa e, oggi, nei Riti di Comunione. Il Padre nostro semplice ma solenne, in quanto il fremito della preghiera individuale contenuto nella maestosit ieratica della preghiera collettiva. Cos la preghiera insegnata da Ges; ma nel Getsemani scopriamo che questa preghiera vissuta da Ges, il Padre nostro individualizzato, cio applicato da Ges a s stesso. Nella preghiera del Getsemani si ravvisano facilmente gli elementi fondamentali della preghiera insegnata. Ges incomincia a pregare, anche qui, rivolgendosi al Padre: Padre, se tu vuoi, allontana da me questo calice (Lc.22,42). Anche Matteo e Marco riferiscono questa preghiera al Padre con leggere varianti che si spiegano pensando che Ges nel Getsemani abbia ripetuto molte volte la preghiera, mantenendo fissi i concetti essenziali e modificando di poco la formula. Per mentre nella preghiera insegnata, il Padre invocato collettivamente come Padre nostro, qui, nella preghiera personalmente sofferta, linvocazione si individualizza e diventa Padre mio (Mt.26,39). Si misura in questa variante non solo la coscienza della filiazione propria di Ges, ma anche il senso di isolamento e di costernazione che invadeva il suo cuore, cos da fargli richiamare lattenzione e del Padre, urgentemente, sopra di s. Lapertura del Pater nella versione getsemanica assume un tale accento di necessit e fiducia che Ges, come un uomo qualsiasi, si rivolge a suo Padre, chiamandolo Pap. La parola Abba in aramaico significa questo ed la parola che Maria, sua Madre, aveva insegnato a Ges fanciullo come appellativo ordinario e domestico di Giuseppe, suo sposo e padre di Ges di fronte allopinione pubblica. Ges sa che il Padre che lo ha non creato ma generato, onnipotente e dovendosi rivolgere a lui per un motivo grave che lo angoscia, lo chiama con lappellativo che certamente gradisce: Abba, Pap. Non solo un dettaglio linguistico, ma un taglio teologico e biografico, che si introduce nella preghiera ufficiale e pu insegnare a chi la ripete ricordando il Getsemani, lintimit che la nostra qualit di cristiani ci permette non solo con la Seconda Persona della Trinit, ma anche con la Prima che ha creato luniverso e di cui siamo figli adottivi. Altro cardine della preghiera insegnata consiste nellaccettazione della volont del Padre e qui il parallelo con la preghiera vissuta non potrebbe essere pi toccante. Ges insegn a dire: sia fatta la tua volont (Mt.6,16) e nel Getsemani esclama non la mia volont, ma la tua sia fatta (Lc.22,42). Balza agli occhi non solo lidentit del concetto, ma anche la profonda somiglianza delle parole, per cui non si pu dubitare che Ges sia lautore della prima e della seconda preghiera. Conseguentemente al carattere della
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preghiera getsemanica che vissuta, sofferta, personalizzata, la volont del Padre viene contrapposta alla sua volont umana, contrapposizione che manca nella preghiera insegnata. Altri dettagli meritano di essere rilevati nella nostra meditazione comparata. Ges aveva insegnato sia santificato il tuo nome (Mt.6,9; Lc.22,2) per esprimere il desiderio che il Padre suo e nostro venga riconosciuto e lodato. Nella preghiera del Getsemani il desiderio viene sostituito da unaffermazione elogiativa carica di fiducia in quanto Ges dice: Abba, Padre, tutto ti possibile (Mc. 14,36). E una santificazione del nome del Padre, basata sul riconoscimento della sua onnipotenza. Ges ha insegnato e Ges realizza il proprio insegnamento. Inoltre il Padre nostro insegnato da Cristo e ripetuto nella liturgia della Messa, termina con una domanda: Non ci indurre in tentazione (Mt. 6,13; Lc.21-1,4). Un senso di sfiducia nelluomo anima queste parole che esprimono un riconoscimento della sua fragilit. Ovviamente Ges non poteva applicarle a se stesso e perci non si trovano nella preghiera individualizzata del Getsemani. Per anche qui vi traccia di questo timore di Ges per gli uomini di cui conosceva la grande debolezza e traspare nelle parole rivolte ai discepoli: Vegliate e pregate per non cadere in tentazione. Lo spirito pronto, ma la carne debole (Mc.14,38), parole che possono essere ricollegate allultima domanda del Padre nostro anche per dimostrare lautenticit del ricordo getsemanico nella Messa. Un parallelo getsemanico che dipende dal modo stesso come Cristo celebr il sacrificio nellultima cena, consiste nel fatto che il pane e il vino vengono transustanziati separatamente per cui sullaltare si verifica una separazione del sangue dal corpo di Cristo. E ben vero che la Chiesa crede che tutto Cristo in ciascuna delle due specie consacrate e lo significa disponendo che il sacerdote dopo la consacrazione mette nel calice un frammento dellostia. Ma altrettanto vero che anche nel Getsemani a motivo dellematoidrosi, il sangue di Cristo, in parte, si separa dal corpo. In ogni caso dato certo che sullaltare dopo la consacrazione, la specie del corpo separata dalla specie del sangue e questo rilevante perch induce il fedele a pensare al sangue di cui parla il medico evangelista Luca: il suo sudore divent come gocce di sangue che cadevano a terra (Lc.22,44). Infine il Getsemani dimostra in modo palese la verit di quanto la Preghiera Eucaristica afferma nella Messa con queste parole: Accettando liberamente la sua passione. Che il Cristo avesse la possibilit di fuggire, ma che abbia voluto cadere nelle mani di coloro che volevano ucciderlo provato dal fatto che scelse, per passarvi la notte, il Getsemani dove Giuda lo avrebbe cercato. Anche la presenza dellangelo confortatore, leffetto delle parole Sono io di cui parler nel paragrafo seguente, la guarigione miracolosa dellorecchio di un servo di Caifa che Pietro aveva ferito e losservazione fatta al medesimo Pietro che il padre avrebbe potuto inviare legioni di angeli per salvarlo indicano che Cristo, per i mezzi soprannaturali di cui disponeva, avrebbe potuto sfuggire alla sua passione, ma non lo volle per rispetto alla volont del padre che impegnava la sua libert.
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Sono Io Nel Getsemani, luogo della sua pi grande angoscia, Ges volle che non mancasse un piccolo Tabor, cio una dimostrazione della sua divinit come prova che egli accettava liberamente la sua passione e perci come esempio ai cristiani e sostegno della loro fede. Il piccolo Tabor sinnesta nellavvenimento getsemanico quando arriva Giuda con i servi e i soldati del tempio per catturare Ges. Levangelista Giovanni ne riferisce puntualmente con questo dettaglio: Allora Ges, che sapeva tutto quello che doveva accadere, si fece avanti e chiese loro: Chi cercate?. Gli rispondono: Ges Nazareni. Ges dice loro: Sono io. Cera anche Giuda, il suo traditore, con loro. Ma appena Ges ebbe detto loro: Sono io, indietreggiarono e caddero per terra. (Gv.18, 4-6). Ges aveva usato queste parole Sono io nella tempesta del lago quando i suoi credettero di vedere un fantasma (Mt.14, 26-27) e le user per convincerli della sua resurrezione (Lc.24,36), mentre nel Getsemani Sono io ha il significato di attestare la sua divinit come Dio aveva fatto nellAntico Testamento: Io sono il Signore (Isaia 43,11). A queste parole quelli indietreggiarono e caddero a terra. Anche se lapparizione della divinit fugace e la cattura riprende, serve a dimostrare che il piano delle cose umane e delle cause naturali superficiale e dietro ad esso si sviluppa il piano divino delle cause soprannaturali efficienti. Andare al Getsemani significa dunque oltrepassare con il pensiero la contingenza delle cose terrestri e vivere nella realt divina, piano che il cristiano raggiunge con losservanza dei comandamenti e approfondisce seguendo con docilit la voce dello Spirito Santo che guida la sua coscienza, come guida chiunque perch raggiunga ed eserciti la funzione soprannaturale che gli stata assegnata nel piano creativo di Dio. Il consiglio Getsemanico vigilate non riguarda solo il nemico che opera allesterno, ma ancor prima la tentazione che aggredisce lanima per allontanarla dal progetto di Dio e che Ges ci ha insegnato a temere chiedendo al Padre non ci indurre in tentazione ancor prima di chiedergli liberaci dal male. Per la comprensione, la difesa e lo sviluppo del piano soprannaturale della nostra vita individuale sono utili e perci raccolti e suggeriti dalla Chiesa gli esempi dei Santi. Nella molteplicit di espressione di questi uomini che in tempi e condizioni diversissime hanno compiutamente realizzato il volere di Dio e la vocazione individuale, vi la dimostrazione lampante che ciascuno ha il suo compito da svolgere, diverso nel contesto della societ, ma egualmente essenziale di fronte a Dio. La voce della coscienza individualizza il compito di ciascun uomo e gli ripete lorigine della sua vocazione: Sono io, Ges Cristo. Lesistenza naturale, temporale delluomo provvisoria e precaria. Lesistenza autentica e perenne sar quella in Dio che viene preparata dalla vita soprannaturale che luomo pu condurre nel tempo rispondendo positivamente alla vocazione di Dio. Sta scritto nel Vangelo: Tutto mi stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare (Mt.11,27). Dunque il Figlio che sceglie e chiama, come pure tramite per realizzare il disegno di Dio. Che cosa dobbiamo fare gli chiede la folla per
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compiere le opere di Dio? Ges risponde: Questa lopera di Dio, credere in colui che ha mandato (Gv. 6,27) e San Paolo sviluppando questo principio, aggiunge: Egli morto per tutti perch quelli che vivono non vivano pi per s stessi, ma per colui che morto e risuscitato per loro (Cor.5,15). Che poi Ges, a sua volta, desideri questo lo ha dimostrato anche attraverso la materia e la forma con la quale ha istituito lEucarestia. Nulla ha maggior senso di unione nella vita delluomo del cibo e della bevanda per chi li assume. Questo il mio corpo questo il mio sangue mangiate e bevete tutti. Lordine che viene ripetuto nella Messa semplice e trasparente. Ges desidera la vita dunione con ciascuno di quelli che ha prescelto per arricchirlo di grazia e renderlo capace di ritrasmettere il messaggio e dilatare la luce, la grazia, la salvezza. I discepoli non avevano ancora capito tutto questo ed essendosi addormentati avevano lasciato Ges solo nel Getsemani. Di qui il suo lamento, e la frustrazione del suo desiderio di vivere la vita dunione con luomo che non solo arricchisce divinamente luomo stesso, ma conforta il suo Cuore per il tradimento di altri uomini. Nella vita dei Santi questo ricambio damore fra Cristo e luomo la sostanza della vita soprannaturale condotta in grado eroico. Meditando sul dato getsemanico di Ges che dopo aver affermato il suo desiderio di amore umano, prima di lasciarsi imprigionare, condannare e giustiziare ritiene opportuno di dimostrare la sua forza divina buttando a terra la banda di Caifa, ci mette in grado di superare il volto terrestre degli avvenimenti e vedere il dramma di Dio che si mescola al dramma umano ricavandone una lezione di certezza e di fiducia. La fiducia deve essere quella che traspare dal Padre nostro nel quale Ges insegna a chiedere il pane quotidiano cio non pi dellaiuto per ci che giornalmente occorre, senza eccessivi calcoli previdenziali o di apprensione per gli avvenimenti del futuro che sono inclusi nella volont di Dio. Al volere divino il cristiano non solo si attiene e si affida ma lo invoca. Linciso sia fatta la tua volont del Pater Noster come pure quello Non la mia volont ma la tua sia fatta del Getsemani, non hanno un significato di rassegnazione per un avvenimento inevitabile, ma di primato assoluto per ci che Dio vuole. In altri termini, la lezione fondamentale di Ges nel Getsemani quella della disponibilit perch Dio stesso, cio la sua grazia, che costruisce la vita e la santit del cristiano, la Chiesa, la salvezza dellumanit e ricostruisce con vantaggio il piano che Dio aveva stabilito nel creare luniverso ed in questo ciascun uomo. La disponibilit rispetto a Dio scalza dalle fondamenta lorizzontalit delle scelte umane che le tecnocrazie dei governi politici, della vita e del comportamento umano hanno seminato e vanno seminando nella societ di oggi e fra i cristiani. La notte che dobbiamo vivere perch Cristo ci ha invitato nel Getsemani, una notte illuminante e feconda che si chiuder con il canto del gallo, canto di vittoria perch Cristo si incaricato di vincere, con la sua, la nostra morte. Nella luce delle rivelazioni del Sacro Cuore a Paray-le-Monial, Sono io ha il significato delle parole che sono scritte sullaltare di Santa Margherita Maria: Ne crains rien, je regnairais malgr mes ennemis (non temere nulla, regner malgrado i miei
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nemici).

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Primo gruppo di Meditazioni SCANDALUM PATIEMINI Voi tutti resterete scandalizzati

1 - Cantato l'inno dell' hallel, Ges e gli Apostoli uscirono dal Cenacolo, attraversarono Gerusalemme e si avviarono verso il monte degli ulivi. Uscendo dalla porta della citt, chiamata Porta della fonte, entrarono nella notte della valle di Giosafat e fu questo passaggio, forse, a cambiare il tono e la sostanza delle parole di Ges. La notte gli veniva incontro ostile, a guisa di una cappa di piombo, e come desiderosa di soffocare quell'immensa carit che era divampata poc'anzi nell'istituzione del sacramento eucaristico. Le tenebre potevano apparire al Redentore come un'immagine del buio spirituale verso il quale procedeva. Il regno dell'errore e del peccato sembrava aprirsi per inghiottire la vittima, o ergersi di fronte a somiglianza di una misteriosa e inesorabile muraglia. Gli uomini si difendono dalla notte dormendo, ed anche a Ges poteva sembrare un conforto cedere di fronte alla stanchezza di quel giorno di eccezione e cercare un luogo dove riposare. Ma il sonno finito per Lui; il Cristo non dormir pi ed Egli lo sa... La notte lo avvolge quasi coltre funebre e richiama al suo spirito la realt imminente ed atroce. E' l'ultima notte della sua vita terrena e sar la pi tragica. Egli richiamer fra poco l'attenzione degli Apostoli su questa notte: In ista nocte; il programma di sofferenze che essa gli serba si apre con un dolore intimo che attanaglia in questo momento il suo cuore. Egli sente di doverlo comunicare ai suoi Apostoli, poich di essi si tratta, e vuole in qualche modo premunirli: Omnes vos scandalum patiemini in me, in ista nocte L'espressione di Ges lascia prevedere che gli Apostoli non solo si sarebbero scandalizzati per le vicende della passione ma anche, scandalizzandosi, ne avrebbero sofferto. Ges profondamente turbato per questo duplice pensiero. Egli che aveva sempre evitato gli scandali, anche quelli che potevano derivare da inosservanze tributarie come quando volle che Pietro pescasse quel pesce che portava nella bocca una moneta Per non recar ad essi scandalo (Mt. 17,26); Egli che aveva usato contro gli scandali le parole pi aspre, come quelle pronunciate a difesa dell'innocenza dei piccoli Guai al mondo per causa degli scandali... guai all'uomo per colpa del quale viene lo scandalo (Mt. 18,7), Egli sta ora per diventare motivo di scandalo, e coloro che si scandalizzeranno non sono uomini qualsiasi, ma quelli che ha scelto e sopra ogni altro amato, e dai quali, cos come essi possono, riamato. Vi sono modi diversi di subire uno scandalo; vi chi si scandalizza e ne ride; vi chi si scandalizza con finta ira stracciandosi le vesti, ma vi anche chi soffre per lo scandalo che riceve e cos avverr per gli Apostoli. Ges, tormentato dal pensiero di procurare scandalo e dolore, cerca un rimedio ricorrendo alle profezie e ripete agli Apostoli, come tante volte in passato, la necessit
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che Egli soffra, che il pastore sia percosso, che le pecore siano disperse. Le sue parole giungono nella notte alle orecchie di quelli che camminano con lui e particolarmente di Pietro, il quale, forse, Gli era a lato e lo colpiscono. Egli ferma il suo pensiero sulle parole: Omnes vos scandalum patiemini in me (Tutti voi patirete scandalo per me). Quelle successive non lo interessano. Si direbbe che neppure gli importi che avvenga o non avvenga, in linea assoluta, lo scandalo annunziato da Ges. A Pietro importa che non si creda ad una sua infedelt ed esclama: Et si omnes scandalizati fuerint in te, ego numquam scandalizabor (Mt. 26, 33 Quand'anche tutti patissero scandalo per te, io non mi scandalizzer mai) E Ges gli risponde con tristezza, ma anche con dolcezza: Amen dico tibi quia in hac nocte, antequam gallus cantet, ter me negabis (Mt, 26, 34 In verit ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte) Le negazioni di Pietro, ecco una conseguenza dello scandalo annunziato da Ges. Percutiam pastorem, et dispergentur oves gregis (Mt. 26,31 - Percuoter il pastore, e saranno disperse le pecorelle del gregge) Ges sa che le parole del profeta furono pronunciate per questi suoi Apostoli che lo accompagnano protestando la loro fedelt, e che nel Getsemani, fra poco, saranno scandalizzati e dispersi. Egli sente avvicinarsi il momento critico per il suo collegio apostolico, eppure avanza, nella notte, verso il Getsemani. 2 - Non solo per Ges, ma per chiunque collabori alla grande opera della Redenzione pu accadere quello che accadde in quella notte e cio che il mondo si scandalizzi di lui. Lo scandalo vorr dire meraviglia per il suo operato, dolore, perdita della stima. L'opinione pubblica uno strano impasto di impressioni collettive, ordinariamente sfavorevole a tutto ci che rappresenta un fattore di novit e tanto pi quando sgorga dall'iniziativa privata. Si discutono le intenzioni, si scoprono fini reconditi, si demolisce ( facile demolire!), si stronca; per cui un'atmosfera di scandalo circonda alle origini le opere nuove, proprio quando esse dovrebbero riscuotere maggior comprensione ed aiuto. Ma non soltanto le opere destano scandalo, sincero o falso, nell'opinione pubblica, ma la stessa vocazione operaia pu essere accolta dal mondo come un motivo di smarrimento, come se essa venisse ad infrangere le norme del buon senso, della consuetudine, dei diritti e dei doveri! Quando un'anima raccoglie nella sua intimit la voce di Dio e si avvede che Egli le va dischiudendo gelosi orizzonti soprannaturali insegnandole a considerare i valori terreni come mezzi per i quali non occorre impegnarsi come per un fine assoluto, poich questo risiede unicamente nella adorabile volont di Colui che ha creato e redento il mondo; quando quest'anima concepisce la determinazione di votare a tale scopo la vita rinunciando a determinati diritti ed accettando nuovi doveri; quando questa liberazione dell'anima dai lacci dell'umanit fa sbocciare sulle labbra, e prima nel cuore, una parola rivoluzionatrice: consacrazione, allora si determina spesso un controscena doloroso,
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reazione di anime e talora di ambiente, incomprensione e scandalo. Rappresentanti del passato e del presente insorgono, in nome della famiglia, dell'avvenire ed anche dell'apostolato. In buona fede, di solito, e anche con zelo, molti cercano di alzare delle barricate sul cammino che mette l'anima in relazione con Dio. Vi almeno un'ora nella quale le vocazioni pi folgoranti e le opere pi splendide appaiono in una luce di scandalo. E il turbamento suscitato dallo scandalo tanto pi grave e doloroso, quando delle anime buone e care appaiono vittime della mormorazione, della calunnia, delle visioni limitate, dell'esagerato tradizionalismo, dell'opinione pubblica, insomma. Non essere capito dai cattivi, anzi essere combattuto dai nemici buon segno, pu preoccupare, ma non addolora, uno stimolo al bene, un pungolo per il nostro apostolato spesso lento come il bue. Ma non godere della comprensione dei buoni ed esser osteggiato, travisato, al punto da suscitare dello scandalo, straziante per il cuore dell'operaio. Allora egli consideri che il Cristo, avviandosi al Getsemani, ha sofferto indicibilmente questo dolore. 3 - Quando si affaccia la possibilit di uno scandalo, anche se lo scandalo artificioso o comunque ingiustificato, il primo moto di un'anima finemente educata dallo Spirito Santo, consiste nel cercare di evitare, fin dove possibile, lo scandalo. Pu capitare di essere causa di scandalo in modo involontario, ma non senza un motivo oggettivo. Pur essendo animati dalla migliore buona fede e di ottima volont sono possibili valutazioni sbagliate, parziali, inconsistenti. Da un programma ottimo possono derivare conseguenze dannose. Ma anche quando tutto procede per il meglio ed il fine conseguito appare buono, le affilatissime lame della mormorazione e della calunnia aprono ferite alle spalle di chi lavora, deformando l'opinione pubblica e spargendo il seme dello scandalo. Lo scandalo sempre dannoso. Anche quando il presunto autore dello scandalo estraneo al fatto, oppure il fatto non deve essere interpretato a suo favore, anzi talora a sua lode. Lo scandalo porta sempre a galla della melma per cui il malvagio, approfittandone, pu pescare nel torbido. Gli onesti perdono la serenit, hanno la penosa sensazione di un crollo interiore, di aver incontrato qualcuno che abbia abusato della loro fiducia. calunniate, calunniate, qualche cosa rester; restano infatti delle cicatrici nelle anime che hanno sofferto uno scandalo, anche se provocato dalla calunnia, che non sempre il tempo e le circostanze riescono a cancellare. Perci lo scandalo, fin dove possibile, deve essere evitato. Spesso bastano delle precauzioni modeste, cos modeste da sembrare inutili e trascurabili. Ma una carit pi esperta deve suggerirci che nulla piccolo e secondario quando si pu
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evitare al prossimo un motivo di incertezza, o un dolore. Talora basta comunicare ad altri le intenzioni prima di agire non solo per chiedere consiglio, che sarebbe gi molto, ma anche per studiare la reazione del prossimo al progettato piano d'azione. Questo sondaggio rende esperto l'operaio, gli mostra gli aspetti della sua impresa che sono, o che possono sembrare, meno simpatici; egli scoprir in anticipo rispondenze inimmaginabili, potr smussare gli angoli, prevenire gli equivoci, ed avr in seguito, nei suoi consiglieri, dei sostenitori convinti. Noi, povero uomini siamo cos fatti che le notizie improvvise ci muovono alla diffidenza, alla critica e talora allo scandalo. E basta cos poco, a volte, per evitare tutto questo... Un altro accorgimento per ovviare all'atmosfera di scandalo intorno alle nostre opere consiste nel rivestirle, come si conviene, di umilt. L'esempio del Cottolengo, cos antitetico a tutte le forme della moderna propaganda, il quale chiamava Piccola Casa la sua opera colossale, insegni. Tutto piccolo al cospetto di Dio e di ci che Dio merita! Tutto insignificante quando si pensi a ci che avrebbe dovuto essere, se la nostra miseria non avesse avvelenato l'impresa. Non per opportunismo che dobbiamo evitare ogni lode verso l'opera nostra, ma per convinzione e come in omaggio alla verit. Avviene che il fascino dell'umilt si espande attorno al lavoro dell'operaio evitando che se ne parli a torto, con ipercritica e con sapore di scandalo. 4 - Ma spesso la buona volont non basta. Quando un'anima sente la chiamata di Dio e si dispone a seguirla per consacrarsi a Lui, non manca quasi mai, come si disse, chi non ritenga inopportuna la decisione, nociva ed anche scandalosa. E' lo scandalo dei pusillanimi, di chi non sa misurare le cose se non con il metro umano, di chi non ricorda le apostrofi di Ges: Qui amat patrem aut matrem plus quam me, non est me dignus (Mt. 10, 37 - Chi ama il padre e la madre pi di me, non degno di me). Di fronte a questo scandalismo che tenta di sbarrargli la strada, esauriti tutti gli argomenti che la carit pu suggerire, chi chiamato non pu indugiare: prima il volere di Dio e poi il volere degli uomini. In questo caso, e sempre quando lo scandalo si oppone all'adempimento di un dovere, bisogna saper affrontare lo scandalo. Con il pensiero rivolto a Ges che, pur dolorando per lo scandalo imminente, procedeva verso il Getsemani. Con la sua ferma e serena decisione. Con la sua dolcezza, affinch le anime non siano, per quanto possibile, turbate. Con la sua tristezza, per sincerit interiore e perch sia chiaro che a malincuore si affronta la condanna del prossimo. Da questo esempio che riguarda il primo passo della vita operaia, ossia la consacrazione individuale, il pensiero di chi medita pu passare ad innumerevoli altre circostanze che il
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buon operaio pu incontrare sul suo cammino. Per ogni opera, e quasi per ogni atteggiamento dell'operaio, vi la possibilit che le sue intenzioni vengano travisate e che il mondo sollevi il polverone dello scandalo attorno a lui, speculando sulle manchevolezze o sulle circostanze sfavorevoli. La prima cosa che diranno sar che l'operaio lavora per il suo interesse, o per vanagloria, o per tornaconto della Societ a cui appartiene. Quando poi sar chiaro lo spirito di rinuncia con il quale le opere vengono costruite, si troveranno altri modi per intaccare sottilmente l'impresa apostolica. E lo scandalo sar tanto pi aspro, doloroso e meritorio, quanto pi viene da coloro che dovrebbero invece comprendere, scusare, favorire, ringraziare. Bisogna rifarsi, allora, alla tragica notte del Getsemani e mettersi accanto a Ges che procede nelle tenebre con il cuore squarciato dal dolore. Egli temeva di sollevare uno scandalo e noi diciamogli che soffriamo con Lui, del suo stesso dolore, e che vogliamo essere partecipi, per consolarlo, del suo scandalo.

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2. POSTQUAM RESURREXERO 1 - Camminando nella notte, fuori della porta esterna di Gerusalemme e nella direzione del Getsemani, Ges aveva cercato di premunire gli Apostoli contro lo scandalo che avrebbero sofferto a cagione sua, richiamando le parole della Bibbia. Ma questo tentativo non basta alla sua carit. Ges ora fa ricorso ad un altro mezzo per sostenere, nella prova, la fede degli Apostoli: egli profetizza nuovamente la sua resurrezione. Spesso Ges aveva parlato della passione ed aveva anche annunciato, pi o meno apertamente, la risurrezione. Anche i prncipi dei sacerdoti e i farisei ne erano a conoscenza e, temendo una risurrezione, vera o simulata, chiederanno a Pilato di mettere delle guardie al sepolcro: Domine, recordati sumus, quia seductor ille dixit adhuc vivens: post tres dies resurgam (Mt. 27,63 - Signore, ci siamo rammentati che quel seduttore disse ancor vivo: dopo tre giorni risusciter). Se gli Apostoli avessero meditato queste parole la loro fede non sarebbe ora in pericolo. Ma Ges li conosce, sa che cercano ogni volta di confinare i suoi insegnamenti nell'ambito pi ristretto, sensibile, tradizionale. Perci Egli ritiene opportuno di ritornare, in questo momento decisivo, sull'argomento della resurrezione. Ne parla di scorcio, come di cosa ben nota che gli serve di riferimento per dare ai suoi Apostoli un appuntamento in Galilea: Postquam resurexero - Egli dice - praecedam vos in Galileam (Risuscitato ch'io sia, vi preceder in Galilea - Mt. 26, 32). Sembra di scoprire in questa frase un finissimo accorgimento di Ges per dare al pensiero della sua resurrezione un tono pratico, domestico, convincente. Non pi l'annunzio di sapore profetico con il quale Egli disse un giorno che il popolo ebreo non avrebbe visto altro miracolo se non quello, rinnovantesi, di Giona profeta: Generatio mala et adultera signum quaerit, et signum non dabitur ei, nisi signum Ionae prophetae - Sicut enim fuit Ionas in ventre ceti tribus diebus, et tribus noctibus; sic erit Filius hominis in corde terrae tribus diebus, et tribus noctibus (Questa generazione malvagia e adultera va chiedendo un prodigio: e nessun prodigio le sar concesso tranne quello del profeta Giona - Ch, come Giona stette tre giorni e tre notti nel ventre del cetaceo, cos star il Figlio dell'uomo tre giorni e tre notti nel seno della terra - Mt. 12, 39-40) Egli parla ora della resurrezione quasi con noncuranza, come di un fatto di cronaca che pu essere facilmente anticipato per uno scopo preciso e pratico: quello di convocare gli Apostoli fra poco in Galilea; come di un avvenimento assolutamente sicuro che entra nella sfera degli impegni imminenti. Questo tocco leggero non indice di trascuratezza, anzi sembra pensato per incidere nella mente e nel cuore degli Apostoli, diffidenti ed impressionabili, pi di quanto non potesse un'affermazione solenne; quasi per creare un'atmosfera di convinzione intima e di attesa serena intorno al fatto della resurrezione. E' una parola che Ges adopera, non pi di una; quanto strettamente necessario per ricordare il miracolo: resurexero. Eppure in questa parola vi una sicurezza
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conquistatrice, poich il miracolo cos certo che non solo viene annunziato, ma dato per sicuro in relazione al viaggio da compiersi in Galilea. Questa parola, che parla del pi grande miracolo di Cristo, come un'attestazione della sua divinit alle soglie dell'episodio che deporr pi d'ogni altro per la sua umanit. E' come l'ultimo raggio del Tabor prima del Getsemani. 2 - Il trionfo sulla morte la grande prova offerta al mondo per testimoniare la divinit di Ges. Egli risorto e poich non proprio della natura umana rompere i lacci della morte ridonando vita ad un cadavere, per questo Egli Dio. Ges risorto. Ges Dio. Fra queste due espressioni corre un legame logico pari ad un segno matematico di eguaglianza. Non dell'uomo sopraffare la morte. Ma se Ges Cristo Dio, deve riscuotere, pi e meglio la nostra fede e la nostra adorazione. E' singolare che, prossimo ad entrare nel Giardino degli ulivi, Ges abbia voluto richiamare, accennando alla resurrezione, i fulgori della sua divinit. Come per ammonire gli Apostoli, e noi stessi, che l'estremo abbattimento del Getsemani non dovr mai farci dimenticare che colui che soffre il Figlio di Dio e perci Dio, infinitamente sapiente nell'ammaestrarci e infinitamente potente nell'aiutarci. Possediamo noi, veramente, questa fede nella divinit del Cristo? Non essa pi dottrinale che pratica, giustapposta alla nostra vita piuttosto che macinata e intimamente commista alle nostre azioni? La nostra una fede gelida come quella di chi crede in un fatto storico perch ottimi documenti lo provano, ma non purtroppo, o non a sufficienza, la fede in una realt operante che l'uomo, e perci noi stessi, abbiamo a disposizione: la divinit del Cristo. Come agli Apostoli, cos sembra che Ges dica a noi che non possibile accostare il Getsemani senza prima rinvigorire in noi stessi la fede nella sua divinit. Il Magnificat che l'operaio recita ogni mattina quando riceve il sacramento eucaristico ha il significato di un riconoscimento di questa verit che rende il dono di Dio sopra ogni altro prezioso, di una lode all'Altissimo per la quale non possibile trovare parole pi degne di quelle usate da Maria, di un atto di fede che si appunta in Colui che un giorno si fece carne in Maria e che ora si fa carne, per cos dire, in ciascuno di noi. Ges Cristo Dio! 3 - La concretezza operaia richiede che lo spirito di fede nella divinit di Cristo non sia contenuto nei confini della devozione, ma che da questa dirami, alimentando ogni espressione della sua vita. Un aspetto pratico e fecondo consiste nel prestare fede assoluta alle parole scritturali che racchiudono il segreto pensiero e la volont del Cristo. L'operaio deve avere dimestichezza quotidiana con il Vangelo, e tutti gli episodi che riportano l'esempio di Ges ed il suo insegnamento devono essere oggetto di una meditazione che non avr modo di esaurirsi nel corso della vita, ma ogni giorno si rinnoveller cogliendo nuovi particolari e nuove applicazioni. Le parole del Vangelo sono profumate di una giovinezza inesauribile e diffusiva. Nelle pieghe di ogni frase racchiuso il segreto della santit, e ciascuno vi pu ritrovare il suo tipo, quello che si adatta alla sua costituzione spirituale ed al momento particolare che egli attraversa.
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L'esperienza della Chiesa insegna che molti santi trassero dal Vangelo lo stimolo e la direttiva della loro azione. Classico l'esempio di San Francesco che avendo udito dal Sacerdote nella Messa il Vangelo che dice: Nihil tuleritis in via, neque virgam, neque peram, neque panem, neque pecuniam, neque duas tunicas habeatis (Non prendete niente per viaggio, n bastone, n bisaccia, n pane, n danaro, e non portate due vestiti - Lc. 9,3), concep l'ardito disegno di condurre a nozze Madonna Povert. Ges medesimo ha chiesto che alle sue parole fosse attribuita tutta la fede. Occorre piegarsi sul Vangelo come il navigatore sulla bussola dove l'ago magnetico sostituisce la stella polare quando il cielo coperto. Il Vangelo sostituisce, in parte, la presenza sensibile, umana, del Cristo al nostro fianco. Come l'Eucarestia il Verbo fatto carne, cos il Vangelo il Verbo fatto parola adatta per noi. Egli lo ha detto. Alle parole di Ges dobbiamo aggrapparci con le radici pi profonde del nostro essere, cos che la fede in Lui non ci possa venire tolta quand'anche ci fosse tolta la vita; fede umile, indistruttibile, generosa, fiera. Quando le ore getsemaniche incombono e l'orizzonte umano appare gravato, la nostra fede nell'esempio e nella parola di Cristo deve esaltarsi. La fede virt specialmente quando l'atto di credere costa sacrificio e rinunzia; ora questo non tanto avviene nel settore speculativo dove affermare il trascendente, per chi ragiona, una necessit pi che un merito, ma piuttosto nelle vicende della vita ordinaria quando l'insegnamento del Cristo pare contrasti con il punto di vista umano che sembrerebbe richiedere superbia invece di umilt, violenza invece di bont, disperazione invece di speranza. In tali giorni, cos frequenti sul cammino dell'operaio, veniamo a constatare quanto costi un atto di fede pratica. Allora, quand'anche la natura insorga in un conato di ribellione, dobbiamo raccogliere tutte le forze di resistenza di cui possiamo disporre per dire a Ges che crediamo in Lui, vero Dio, vittorioso della morte e di ogni raggiro demoniaco, e per ripetergli l'espressione di Pietro: Domine verba vitae aeternae habes (Signore, tu hai parole di vita eterna - Mc. 16,7) 4 - L'ultimo grande colloquio con i Dodici ebbe luogo nel Cenacolo e si protrasse nella notte attraverso le vie di Gerusalemme e fuori le mura. Siamo ora alle ultime battute e poi verranno i persecutori a disperdere il gregge apostolico. Ges prende una misura di sicurezza e d convegno ai suoi apostoli in Galilea per quando sar risorto. Questo annunzio rimarr nei loro cuori trascurato e quasi sommerso dagli avvenimenti della passione, ma rivivr quando questi galilei impauriti ascolteranno dalle donne le parole ammonitrici dell'angelo trovato a custodia del sepolcro: dicite discipulis eius, et Petro, quia praecedit vos in Galileam; ibi eum videbitis, sicut dixit vobis (Andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea; quivi lo vedrete come vi ha detto Mc. 16,7). Sorger allora, dalle profondit del loro essere, il richiamo dei monti, del lago, delle
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case.... Muoveranno verso il Nord e la promessa ritorner come da lontano, le parole udite nella notte acquisteranno uno splendore come se fossero scritte col fuoco: Pracedam vos.... (Vi preceder - Mt. 26,31 - Mc. 14,28). Ed essi partirono fiduciosi. Ma chiediamoci il perch di questa espressione di Ges. Egli avrebbe potuto dire: Andate ed io vi raggiunger. Invece vuole precedere in Galilea il suo collegio apostolico: Praecedam vos. C' lo stile di Ges, in queste parole. Il dolcissimo Nazareno annunziatore delle beatitudini ed operatore dei miracoli vuole essere un Capo, e il Capo precede. Mille volte ha predicato questo stile con l'esempio ed ora lo dichiara in forma circostanziata con le parole. Ges ha sempre preceduto i suoi cristiani aprendo la via della buona novella, come la prua precede la nave. Egli ha affrontato i Farisei, i Sadducei, i lapidatori dell'adultera, i venditori nel tempio e potr dire fra poco, nel Getsemani, a quelli che lo odiano: Cum quotidie vobiscum fuerim in templo, non extendistis manus in me ... (Quando mi trovavo con voi ogni giorno nel tempio, non stendeste mai la mano contro di me - Lc. 22, 53). Il Cristo non conobbe vilt, fu pronto a pagare di persona, a fare e ad insegnare, a precedere in ogni momento quelli che ebbero fede in Lui, ed ora lascia intendere che questo sar il suo stile anche in seguito, dopo la resurrezione. Praecedam vos sono parole che devono suonare come monito e come conforto al cuore dell'operaio. Per mancanza di idee, di volont, di virt, o per altre mancanze, gli uomini sono di solito inerti, attendono che altri li trascini per le vie del bene e perci l'operaio deve spesso assumere il pi grave peso delle opere apostoliche, l'iniziativa. Rompere il ghiaccio dell'indifferenza e il tenace avvolgimento dell'inerzia spirituale per lui un compito preciso e frequente. Egli non pu trovarsi di fronte ad una situazione spiritualmente stagnante senza avvertire l'impulso di agitare quelle acque perch si compia il miracolo dell'apostolato cristiano. Risvegliare i dormienti, indicare la meta ai dubbiosi, sostenerli, spingerli, trascinarli, se occorre. In una parole: precedere. Quando l'operaio si trover in queste contingenze, amareggiato e stanco, quando la tentazione di fermarsi, di accontentarsi, di pensare a s si insinuer nella sua anima strisciando, come un serpente, allora egli risenta la parola programmatica di Ges Praecedam vos e dica a se stesso che tale la sua missione sulle orme dell'Operaio divino: precedere. Lo stile di Ges continua, nel tempo, dopo la sua resurrezione. Chiunque ha la fortuna di collaborare con Lui alla Redenzione sa, per esperienza, che questo il metodo del nostro Capo, il Cristo. Per vie misteriose ed espertissime, interiori od esterne, giunge il momento nel quale l'operaio sente di essere preceduto da una forza invisibile che al tempo giusto abbatte le difficolt, illumina, conforta, sprona, indica la strada. Non una percezione umana, ma pure cos evidente, direi sensibile, che rappresenta per chi la esperimenta, una prova intima, personale dell'esistenza di Dio. Lungi dall'abbandonare il suo operaio, Egli lo accompagna, passo passo; il suo aiuto nascosto all'occhio del profano ed anche colui che lo riceve non pu antivedere per dove e come sar preceduto da Ges. E' u aiuto, dunque, che viene fornito all'uomo con un meccanismo che non rende mai superflua la virt della fede, anzi la postula: e perci
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deve applicarsi all'operaio la parola della Sapienza: Iustus ex fide vivit (Il giusto vive di fede Abac. I, 2,4). Lavorando con retta intenzione e al cospetto di Dio, egli sa che Ges lo precede, ed il suo pi grande conforto vivere di questa fede.

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3. NON TE NEGABO 1 - Il colloquio di Ges con Pietro nel quale Egli profetizza la triplice negazione del principale degli apostoli viene riferito da Matteo e da Marco come se fosse avvenuto durante il percorso dal Cenacolo al Getsemani, mentre Luca, che il Vannutelli considera come l'ordinatore dei testi sinottici, lo anticipa durante le cerimonie dell'ultima cena; ed anche Giovanni lo fa precedere ai grandi discorsi che Ges tenne agli Apostoli prima di abbandonare il cenacolo. Riportiamo a questo proposito, un'osservazione di Sant'Agostino: L'ordine non importa alla realt delle cose, sia cos fosse, sia cos. Pu avvenire che un evangelista abbia narrato dopo, non quello che dopo era avvenuto, ma ci che prima egli aveva tralasciato, o che anticipi quel che era avvenuto pi tardi, come da Dio gli era suggerito ("De consensu evangelistarum", II c. XXXIX, 86). Noi che ci siamo attenuti a quanto Dio ha suggerito a Matteo ed a Marco, dobbiamo ora meditare sulla seconda reazione di Pietro alle parole di Ges. All'annunzio del divino Maestro, appoggiato sul testo scritturale, che stava per aver luogo la dispersione dei suoi apostoli, Pietro rispose prontamente che se anche tutti avessero abbandonato Ges, egli non si sarebbe mai staccato da Lui. Questa frase avventata viene raccolta da Ges, il quale ora ripete la sua accusa specificando che Pietro lo avrebbe tradito tre volte prima del canto del gallo. Tali parole circostanziate e inequivocabili avrebbero dovuto ammutolire Pietro. Ma egli invece, come nota Marco, pi e pi parlava (At ille amplius loquebatur) ed usc in quella frase imprudente che rimane nella storia come un classico esempio della presunzione umana: Et si oportuerit me simul commori tibi, non te negabo (Mc.14,31Quand'anche fosse necessario che io muoia insieme con te non ti rinnegher). Di fronte alla spavalda sicurezza di Pietro che osa opporsi due volte, e sempre pi gravemente, alla parola di Ges ipotecando il domani, la sua fedelt ed, anzi, il suo eroismo, il pensiero corre al miserabile episodio che si svolge sul far dell'alba nel cortile del Sommo Sacerdote, dove attorno ad un fuoco due serve accusano Pietro di essere un seguace del Nazareno. Quasi dimentico delle parole pronunciate poche ore innanzi, e dimentico, pi ancora, della divina avventura alla quale da tre anni era stato chiamato, con la foga e con la leggerezza propria del suo carattere disse e giur: Non lo conosco. Queste parole ... nescio hominem istum (Mc 14,71 - Non conosco quest'uomo) riferite da Marco discepolo di San Pietro e congiunte a quelle che stiamo meditando Non te negabo, ci danno la sensazione di quanto sia spaventosa l'improntitudine dell'uomo riguardo a se stesso. Il tradimento del principe degli apostoli, cos sicuro di s nella notte del Getsemani, tale da atterrire l'animo di ogni operaio. 2 - Quando Pietro affermava di non voler negare il Cristo anche a costo della vita, qualora fosse stato necessario, era indubbiamente sincero. In questo tratto del Vangelo Pietro non un bugiardo ma un presuntuoso, non un traditore ma un tradito dalla stima eccessiva che ha di s e delle proprie forze.
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Egli ritiene di poter essere all'altezza dei suoi compiti, degno della fiducia che il Maestro ripone in lui e su questa certezza ipoteca il futuro. Nell'impetuosit di Pietro traspare un sentimento di soddisfazione per la posizione spirituale raggiunta, la quale viene considerata come una garanzia di vittoria e quasi un piedistallo da cui possibile misurare i valori assoluti degli uomini e delle cose. Questo senso di benestantismo, o di sufficienza spirituale, un inciampo sulla via della perfezione, la quale sempre accompagnata da un senso di incompiutezza, e cio da un'ansia insaziabile di purificazione e di ascesi. Non basta essere insoddisfatti, ma occorre positivamente diffidare di s. Diffidare di s vuol dire credere sinceramente alla demolizione procurata nell'essere umano dal peccato d'origine, cos da renderlo squilibrato e pericolante nell'anima e nel corpo, senza togliergli l'impulso alle cose altissime per cui stato creato. Diffidare di s vuol dire che, data la precariet del complesso spirituale umano, si riconosce la necessit assoluta di poggiare la propria vita interiore sopra un fondamento di certezza che solo Iddio creatore pu fornire. Perci la diffidenza di s un tacito avviamento alla verit, una postulazione umile e certamente gradita a Dio della sua luce rivelante e della sua grazia redentiva. La diffidenza di s un appello al Cristo, una posizione spirituale che attira il suo Cuore verso l'uomo, cos come fu attirato un giorno dalle parole del centurione Domine non sum dignus ut intres sub tectum meum (Signore io non son degno che entri sotto il mio tetto - Mt. 8,8), dalle parole della cananea: Domine, adiuva me, nam et catelli edunt de micis quae cadunt de mensa dominorum suorum (Aiutami, Signore....anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla mensa dei loro padroni - Mt. 15, 25-27), e dalla fede senza parole dell'emorroissa che cercava salute nel Cristo: Dicebat enim intra s: Si tetigero tantum vestimentum eius, salva ero (Poich diceva dentro di s: Sol ch'io tocchi la sua veste sar guarita Mt. 9,21). Come l'igiene del corpo fondata sulla considerazione delle malattie nelle quali l'uomo pu incorrere e contro le quali il sapere medico prende le opportune precauzioni, cos l'igiene spirituale fondata sul pensiero costante della fragilit e della morbilit dell'anima umana, che si esprime in una paziente, intelligente e inobliabile diffidenza di s. 3 - La diffidenza deve anzitutto esercitarsi nei riguardi dell'intelligenza personale. Ciascuno deve dubitare della propria capacit di vedere giusto in ordine ai suoi doveri, anche se, da un punto di vista umano, pu sembrare che egli sia lungimirante, accorto, sensibile, pronto, istruito e saggio. La sapienza dell'uomo sempre un'entit ridicola a confronto della sapienza di Dio ed questa che regge il mondo. Il meccanismo degli avvenimenti spirituali e materiali non pu essere raggiunto che faticosamente e incompiutamente dall'intelligenza umana, la quale in ogni decisione si trova di fronte a dei fattori imponderabili. Quanto pi si allarga la conoscenza dei problemi, tanto pi si avverte la responsabilit e la difficolt della decisione, cosicch, diminuendo l'ignoranza, aumenta
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proporzionalmente il senso della limitazione dell'intelligenza umana. Tanto intricato il groviglio dei fenomeni che si svolgono nell'uomo e attorno all'uomo, che meditando su di esso, non solo la presunzione di chi crede di saper tutto e di poter giudicare di tutto appare insostenibile, ma perfino si corre pericolo di cadere nell'estremo opposto e cio nella vilt spirituale di chi non si sente di prendere una decisione e di uscire dall'incertezza per agire secondo una precisa direttiva. La diffidenza verso il proprio pensiero si traduce pertanto nel ricorso fiducioso a Colui che Sapienza increata, Verit redentrice, Datore di ogni lume. Dagli abissi della nostra ignoranza sale l'invocazione del cieco di Gerico: Domine, ut videam (Signore che io veda! Lc. 18,41). Per ogni giornata: Domine, ut videam!. Per ogni opera: Domine, ut videam!. Per ogni problema da risolvere: Domine, ut videam!. Ed anche se la strada sembra illuminata e sgombra, allora pi che mai, per evitare la presunzione, il superficialismo, la mediocrit, l'ignoranza colposa: Domine, ut videam!. Secondariamente, l'atto pi importante consiste nel costringere il proprio pensiero a ragionare a fil di logica con obiettivit e completezza. Il buon operaio un'anima orante ed un cervello pensante. Prima di accingersi ad un'opera qualsiasi, grande o piccola, prima di stabilire il piano della giornata, oppure di giudicare o di consigliare qualcuno, come pure di fronte ad ogni altra circostanza che richieda un suo consapevole impegno, l'operaio deve raccogliersi e pensare. Iddio non lascia mancare i lumi a chi umilmente li chiede. E' l'uomo che troppo spesso non si trattiene a consultare se stesso e procede trascinato dalle sue passioni, buone o cattive, ma sempre irrazionali. L'uomo dotato, in grado pi o meno grande, di una qualit preziosa: l'intuizione; ma ricordi l'operaio che l'intuizione deve sempre essere rigorosamente controllata perch diversamente pu guidare alla rovina. Chiedere alla propria intelligenza il massimo sforzo, sorvegliarla perch non si lasci intorbidire dal sentimento, impegnarla nella minuta analisi di ci che giunge nel raggio dell'azione personale, un modo pratico e salutare con il quale l'operaio prende posizione contro le costruzioni affrettate e provvisorie della sua intelligenza. L'autocritica da esercitarsi mediante la consultazione pacata e spietata del proprio pensiero, richiede di essere integrata dalla consultazione del prossimo ed anzitutto dei Superiori. La teologia insegna che i Superiori posseggono una grazia speciale per dirigere i dipendenti, la grazia di stato, e perci privo di senso comune chi non ne approfitta. L'operaio non deve guardare ai suoi Superiori con timore panico, oppure con il segreto desiderio di evadere da quelle che possono essere le loro direttive. Bisogna considerare i Superiori con devozione, con disciplina, come i detentori per mandato divino di segreti importantissimi per la buona riuscita delle nostre opere, ma anche con semplicit e con la massima confidenza, cos che ogni iniziativa sia di fronte ad essi come una casa di vetro dove il loro sguardo possa penetrare liberamente.
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Superiori sono anzitutto quelli che il Redentore ha disposto al governo della sua Chiesa: il Papa e i Vescovi. Ma Superiori sono anche coloro da cui, per altri titoli, devono dipendere le opere alle quali l'operaio si dedica. Una superiorit specifica l'operaio deve poi riconoscere a tutti coloro che sono in grado di fornirgli consigli e idee intorno al suo programma di azione, sia dal punto di vista spirituale come dal punto di vista tecnico, a cominciare dal direttore spirituale fino all'uomo di strada. Consultare il pensiero degli altri deve diventare per l'operaio non un atto di umiliazione, ma una sorgente di gioia; una ricerca del volere divino, un alleggerimento della propria responsabilit. 4 - La diffidenza di s si estende necessariamente dal settore dell'intelligenza al settore della volont. Quando, per illuminazione interna od esterna, il giudizio dell'uomo pu dirsi esatto vi pur sempre motivo di temere che le passioni pervertano i giudizi dell'intelligenza trascinando la volont verso l'errore. La nostra volont ammalata, ed il cammino lungo ed aspro della perfezione non altro che un processo di irrobustimento della volont affinch essa risponda fedelmente al magistero divino. Conoscenza del dovere da compiere e disobbedienza della volont, ci che avvenne in Pietro quando nell'atrio del sommo sacerdote gli fu chiesto se egli appartenesse ai seguaci di Ges. La paura irret la sua volont e la devi verso lo spergiuro. Perci da questo tratto del Getsemani, l'operaio deve imparare a diffidare della sua volont ancor pi che della sua intelligenza. Non possiamo dare affidamento di noi stessi, se non condizionatamente all'aiuto che ci verr da Dio e cio per grazia di Dio e se Dio vorr. Ogni altra posizione irreale e dannosa perch alimenta una certezza infondata ed impedisce il ricorso alla fonte unica della fortezza, la grazia, dalla quale non possiamo prescindere. La convinzione della debolezza congenita della nostra buona volont non deve essere una posa suggerita da una umilt affettata, ma una robusta convinzione che non tanto si esercita nelle dichiarazioni verbali, quanto nel giudicare severamente noi stessi e nel prendere le misure opportune. Il tradimento della volont pu essere evitato a condizione di mantenere in efficienza l'esercizio del libero arbitrio che Iddio regal all'uomo. Che la vera libert non consista solo nella libert fisica ma nella libert morale e cio nella libera scelta del bene, in ordine al fine, come la teologia insegna, appare evidente quando si consideri che ogni adesione al male ordinariamente una capitolazione dell'uomo di fronte alle forze oscure di un istinto ammalato e irrazionale. Dominare perfettamente nella nostra anima tutto ci che istintivo equivale ad assicurarsi uno svincolamento vittorioso dagli assalti del maligno. Il congegno del libero arbitrio deve essere conservato con la cura assidua con la quale si
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conservano le macchine per le quali non vi peggior nemico del non-uso. Una macchina lasciata ferma viene invasa dalla ruggine e perde quella messa a punto di ogni parte che garantisce il buon funzionamento. Non esercitarsi a volere, equivale a soccombere. Di qui l'importanza che l'operaio deve attribuire alle piccole mortificazioni, ai sacrifici pi grandi e liberamente ricercati, alla rinuncia di ci che pure rappresenterebbe un suo diritto. Tutto questo fa parte della manutenzione della volont la quale deve essere come un acciaio lucente in condizioni di piena efficienza. Le amare lacrime versate da Pietro al canto del gallo, saranno evitate all'anima accorta che diffida di s e confida nell'aiuto onnipotente di Dio.

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4. GETSEMANI 1 - Uscito dalla citt nel cuore della notte, Ges scende in una triste valle cosparsa di sepolcri che ha nome Giosafat e cio Giudizio di Dio, oltrepassa il torrente che scorre in essa chiamato Cedron e cio fiume nero, ed entra in un luogo che Matteo chiama villa, Marco podere e Giovanni orto. E' il Getsemani, che si estende sulla riva sinistra del Cedron alle falde del monte degli ulivi. Che Ges abbia attraversato il Cedron non risulta dal racconto dei sinottici se non per logica necessit topografica, mentre Giovanni lo nota espressamente trans torrentem Cedron (Gv. 18,1 Al di l del torrente Cedron). E queste parole di Giovanni ne richiamano altre dell'Antico Testamento che si riferiscono ad un episodio svoltosi in quel medesimo luogo ed in modo straordinariamente allusivo e profetico. E' nel Libro dei Re dove si racconta della ribellione di Assalonne contro il padre Davide, della congiura scoppiata in Hebron e della fuga di Davide con i suoi dalla citt santa. Cos narra la Bibbia: Egressus est ergo rex, et universa domus eius pedibus suis... Dixit autem rex... ego autem vadam, quo iturus sum... Omnesque flebant voce magna; et universus populus transibat; rex quoque transgrediebatur torrentem Cedron; et cunctus populus incedebat contra viam, quae respicit ad desertum... David ascendebat Clivum olivarum, scandens, et flens, nudis pedibus incedens, et operto capite... dixitque David: Infatua, quaso, Domine consilium Achitophel... Si forte respicit Dominus afflictionem meam: et reddam mihi Dominus bonum pro maledictione hac hodierna (2 Re, 15, 16.19.20.23.30.31; 16, 12 - Il re usc con tutto il popolo che lo seguiva a piedi... Ma il re disse... io me ne andr dove debbo andare... Tutti piangevano a gran voce e il popolo passava. Anche il re oltrepass il torrente Cedron e tutta la gente s'incamminava per la via che conduce al deserto... Davide saliva il colle degli ulivi e saliva piangendo, camminando a piedi nudi e a capo coperto... e Davide disse: O Signore, sventa, ti prego il consiglio di Achitofel... Chi sa che il Signore guardando alla mia afflizione non mi renda del bene per la maledizione di questo giorno) Un nuovo re passa ora, a piedi, con i suoi, attraverso il torrente Cedron... e pianger inoltrandosi fra gli ulivi, e si rivolger al Padre chiedendogli che sia allontanato da lui il calice dell'amarezza... ma come Davide il quale disse che sarebbe andato dove doveva andare, cos questo nostro re soggiunger al Padre il fiat della partecipazione incondizionata al divino volere... e dalle sue membra uscir sudore di sangue tanto lo spasimo della maledizione del peccato che egli sente sopra di s... Davide, anticip nella sua persona, in modo misterioso, l'angoscia per il tradimento, la fuga dalla citt oltre il torrente, lo spasimo del dolore sulle pendici del monte ricoperto di ulivi. Ges, obbediente fino alla morte, esegue con fedelt il volere divino prefigurato nel sacro testo.
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2 - Siamo oltre il Cedron, sul limitare del podere che ha nome Getsemani. Nome misterioso che dalle origini del cristianesimo ad oggi sembra comunicare alle anime un senso di sgomento, come velario di un episodio terrificante e difficilmente accessibile alla nostra ragione. Come Cedron, come Giosafat, anche il nome di Getsemani ha un significato etimologico austero e per di pi funzionale. In quel podere si raccoglievano le olive maturate sulle pendici del monte per essere torchiate nel pressoio. Getsemani un nome ebraico che significa appunto torchio dell'olio. E' naturale che le olive non fossero trasportate al torchio se non a maturazione raggiunta; e cos per le anime l'accostamento al Getsemani, richiede un grado sufficiente di maturazione spirituale. La grande scuola del Getsemani esige una conoscenza dottrinale della fede quanto possibile completa e quindi una preparazione teologica accurata dal punto di vista dogmatico e dal punto di vista morale, preparazione sempre perfettibile in guisa che l'operaio non dovr mai considerarla compiuta, ma dimostrarsi desideroso di accrescerla, e felice quando gli si presenti l'occasione di procedere nella conoscenza delle cose di Dio. Dalla sfera dell'intelligenza la fede deve passare a quella della volont in quanto la conoscenza speculativa della verit non giustifica al cospetto di Dio, anzi aumenta la responsabilit, di tanto quanto aumenta nel singolo la consapevolezza. Secondo la parola dell'Apostolo Veritatem facientes in charitate (Ef. 4,15 - Seguendo la verit nella carit) la maturazione dell'anima richiede il passaggio dalla veritas alla charitas e cio che si divenga realizzatori della verit, operai nel senso positivo, dinamico, sociale di questa bella parola. Non sufficiente una fede statica, calcolatrice, ingenerosa, simile ad un contratto stipulato fra l'anima e la giustizia divina per garantire ad essa con un minimo di sforzo la salute eterna. Iddio, infinitamente buono, sembra talora accontentarsi anche di questo; ma non rivela il Getsemani se non a coloro che sanno seguirlo nella notte dei sensi, oltre il torrente nero del dolore, fra lo stormire delle tentazioni. In realt, il Getsemani da venti secoli aperto, spalancato, per chiunque voglia entrarvi; ma succede che le anime non a sufficienza maturate passeggino per l'orto senza capire il sovrumano insegnamento dell'agonia di Cristo. La maturazione sostanziale risiede nell'acquisto di una ferma volont di estendere la charitas verso Dio e verso l'uomo sino ai supremi confini indicati dalla perfezione cristiana. Si vis perfectus esse (Mt. 19,21 - Se vuoi essere perfetto) disse un giorno Ges, e sembrano parole dettate per chi si accosta al Getsemani. La chiave dell'orto consiste in quel monosillabo che collega, come un ponte agilissimo, l'anima con la perfezione: si vis se vuoi. Le anime malate che non sanno chiamare la propria volont a raccolta per superare le insidie esterne ed interne, le anime succubi delle passioni riaffioranti, delle costumanze
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mondane, delle comodit, le anime che facilmente si accontentano, non possono capire il linguaggio del Getsemani, non sono mature. Ed anche coloro che si avvicinarono un giorno al mistero di Ges e raccolsero qualche luce dal divino Agonizzante, temono di arrestarsi nella comprensione o di compiere il cammino inverso, retrocedendo verso la citt dove si medita l'uccisione di Dio. Perci si fermino a rinnovare o a compiere quella maturazione spirituale a cui si deve tendere per tutta la vita, meditando quelle misteriose parole di Ges che dicono: Qui enim voluerit animam suam salvam facere, perdet eam, qui autem perdiderit animam suam piopter me, inveniet eam (Mt. 16,25 - Chi vorr salvare la vita sua la perder, e chi perder la vita sua per amor mio, la trover). 3 - Le olive mature che giungono al torchio vengono infrante e per questo il torchio delle olive viene chiamato, comunemente , frantoio. Anche le anime che giungono al Getsemani devono, in qualche modo, infrangersi perch possa gemere da esse olio purissimo. Ciascun uomo incontra nelle vicende della vita il dolore necessario per la sua purificazione e per la sua salute eterna; ma questo non pu bastare all'anima dell'operaio poich essa tende ad un livello spirituale pi alto, alla santit. Chi non sente l'assillo della perfezione e non disposto a giudicare con il metro dell'eternit la sua vita e la vita del mondo, non possiede il fondamento della costruzione interiore la quale richiede dall'anima un'accettazione generosa, consapevole e volontaria del Getsemani. Questo spirito serve all'operaio per interpretare e utilizzare il dolore che andr incontrando per il suo cammino, ma, prima ancora, ispira la libera offerta di s al frantoio getsemanico e cio la consacrazione. Consacrare vuol dire donare, offrire a Dio in spirito di sacrificio, e quindi consacrazione l'offerta a Dio di un bene che si possiede ed a cui si rinunzia in vista di lui. E' proprio il carattere sacrificatorio che giustifica il nome e rende sempre pi grande e preziosa, con il crescere del sacrificio, la consacrazione. Gli operai sono chiamati ad una consacrazione differente nell'espressione, ma eguale nella sostanza, che consiste nell'offrire in olocausto a Dio particolari diritti onde corrispondere alla vocazione operaia. La spogliazione che l'operaio accetta dopo maturo esame, con chiarezza di mente, piena libert, massima decisione e con letizia poich sta scritto: hilarem datorem diligit Deus (II Cor. 9,7 - Dio ama chi dona con gioia), costituisce la frantumazione spirituale che il Getsemani richiede dalle anime che si consacrano nel suo spirito. L'anima, questo piccolo mondo che per la sua libert fa s che l'uomo rassomigli a Dio, questo tesoro vagheggiato dal suo stesso Autore, e degno del sangue di Ges, come oliva matura qual un'anima cristianamente educata, ecco che volontariamente infrange il suo corredo di libert e si rende schiava al suo Signore. La rinunzia a tanta parte di s, richiede, a volte, di contrastare la natura a tal punto che il sottosuolo istintivo della personalit sembra fendersi e distruggersi come l'oliva nel pressoio del torchio.
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In realt si verifica la sublimazione dell'anima poich essa col sacrificio s'innesta, cruentemente, sull'onnipotenza di Dio. La consacrazione, come tributo di amore a Colui che diede per ciascuno di noi tutto S stesso, una risposta degna di coloro che furono prescelti a capire e ad amare; una liberazione dai compromessi di una vita mediocre; una sorgente di fecondit. Dagli squarci che il frantoio provoca nella polpa delle olive come dalle anime che si offrono nella consacrazione, stilla fragrante l'olio della virt. 4 - Ogni mattina l'operaio rinnova la sua consacrazione. La ripetizione quotidiana ha un profondo significato, perch quotidiana deve essere l'offerta che trasporta ed attua la meditazione getsemanica nel cuore della vita. Sarebbe erroneo pensare che la consacrazione sia la formula di un giorno oppure di un periodo, vale a dire di quando l'anima avverte la chiamata dall'alto, concepisce e realizza la grande offerta. Tempo di luce, quello, e di confronti che talora smorzano l'asprezza della rinunzia e inducono, erroneamente, a sottovalutare il significato sacrificatorio della consacrazione. Il frantoio comprime le olive ma non le frantuma ancora. Viene poi la vita a mettere l'operaio spietatamente di fronte a s stesso. Le persone, gli avvenimenti, gli studi, le letture, il volgere degli anni sono reattivi che risvegliano aspetti nuovi della sua personalit che egli stesso ignorava e che va scoprendo non senza stupore. Queste nuove manifestazioni dell'io devono, quando affiorano, trovare posto, man mano, nel quadro della consacrazione, la quale si protrae nel tempo ed ha ragione di ripetersi ogni giorno, sempre nuova e sempre diversa, pi completa e ricca, fino a quando, nel transito, l'operaio potr dire di avere consacrato a Dio veramente, tutta la sua vita. Non un curriculum di riposo quello dell'operaio perch la fiamma della consacrazione chiede di bruciare ogni scoria e di essere alimentata, per non spegnersi, con gli affetti e le azioni di ogni giorno; essa come un fiore che, dimenticato, avvizzisce e nessun fiore pi splendido e delicato di questo. La consacrazione unofferta incessante che ha motivo di rinnovarsi ogni qualvolta la voce della natura sorga in contrasto con la soprannatura.

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5. ET JUDAS 1 - Dopo aver detto che Ges entr in un orto con i suoi discepoli, l'evangelista Giovanni soggiunge:Sciebat autem et Judas, qui tradebat eum, locum (Gv. 18,2 - Conosceva poi anche Giuda, che lo consegnava, il luogo). Questa preoccupazione di seguire con il pensiero Giuda che andava svolgendo il piano del suo tradimento, non solamente una necessit per Giovanni in quanto narratore, ma era un'esigenza della sua anima in quella notte, fin da quando ricevette da Ges la grande confidenza di chi fosse, nel collegio apostolico, il traditore. Il fatto avvenne nell'ultima cena quando Ges, turbandosi, annunzi che uno dei presenti lo avrebbe tradito; e mentre tutti si guardavano l'un l'altro cercando di capire l'allusione del Maestro, Pietro si rivolse a Giovanni che riposava sul petto di Ges chiedendogli: Di chi parla? E Giovanni in quella posizione di grande confidenza che il Maestro gli concedeva, gli chiese: Signore, chi ? Ges rispose: Colui al quale porger il pane intinto. E intinto il pane lo diede a Giuda di Simone Iscariota: Et cum intinxisset panem, dedit Iudae Simonis Iscariotae (Gv. 13,26 - E avendo intinto un pezzetto di pane lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone). E' chiaro che Giovanni era al corrente di chi fosse il traditore. Perch non abbia tirato delle conseguenze pratiche da questa precisa notizia, gettando l'allarme fra gli apostoli, o pedinando Giuda, o altrimenti, non ci dato di sapere. Forse si deve alla sua giovane et, oppure a Ges stesso che non gli permise di agire. Ma indubbiamente Giovanni penetr le successive parole del Maestro rivolte all'Iscariota: fa presto quello che stai facendo e segu con il pensiero il traditore quando si allontan, rapidamente, nel buio della notte. E' significativo che Ges abbia riservato per Giovanni quem diligebat (Gv. 13,23 Che egli amava), la rivelazione del tradimento che pendeva sul suo capo. Ai suoi pi intimi Ges non risparmia il dolore, anzi desidera di metterli a parte di quei medesimi dolori che tormentano il suo Cuore. L'assenza del dolore non segno di predilezione divina, anzi vero il contrario, poich dalla volont umana vagliata dal dolore che sale a Dio l'omaggio pi degno, mentre le anime, attraverso gli squarci del dolore, si aprono alla comprensione delle cose di Dio. E perci l'operaio, nel pensiero della dolorosa fiducia meritata dall'apostolo prediletto, vada meditando queste parole dello Spirito Santo: Fili, accedens ad servitutem Dei, praepara animam tuam ad tentationem (Eccl. 2,1 Figlio, entrando nel servizio di Dio, prepara la tua anima alla tentazione) Omnes qui pie volunt vivere in Christo Jesu persecutionem patientur (II Tim. 3,12 Tutti quanti vogliono piamente vivere in Cristo Ges saranno perseguitati) 2 - Respondit eis Iesus: Nonne ego vos duodecim elegi? et ex vobis unus diabolus est. Dicebat autem Iudam Simonis Iscariotam (Gv. 6, 71-72 - Rispose loro Ges: Non sono stato forse io a scegliere voi dodici? Eppure uno di voi un diavolo. Voleva dire di
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Giuda di Simone Iscariota) A molta distanza di tempo dalla sua passione, Ges caratterizza con queste parole il triste compito dell'Iscariota. Egli rappresenta il principio del male e pu essere chiamato addirittura diavolo. Nella passione di Ges molti uomini agiscono per conto di satana, ma Giuda pi di tutti. Dire che questa l'ora di Giuda vuol dire che l'ora del diavolo. Osservare che Giuda conosceva il Getsemani per esservi stato altre volte con Ges, equivale ad osservare che il diavolo conosceva il Getsemani e voleva portare, fin qui, la sua insidia. Non basta al diavolo di aver inquinato il collegio apostolico, di essersi seduto, con Giuda, al primo banchetto eucaristico, ora egli vuole essere presente in questo luogo di solitudine e di preghiera. Come Giuda conosceva il segreto del Getsemani, cos il diavolo in certo senso conosce il segreto di ogni anima. Non vi sono mura di conventi o di basiliche, lontananze o profondit di luoghi, combinazioni di date o di orari, capaci di dirottare satana dalla nostra strada. Sempre ed ovunque, finch l'uomo ha vita, il tentatore lo segue voglioso di preda. Se pu, egli vuole impossessarsi dell'anima e servirsene come fece con Giuda. Ma anche se l'anima riuscir a sfuggirgli, egli si accontenta di poco, di un peccato, di un'infedelt veniale.... Come certi mercanti che chiedono molto, e poi si accontentano anche di poco, il diavolo pronto a raccogliere, fra le anime, ogni sorta di immondezza purch abbia il significato di un oltraggio a Dio. L'assedio del maligno non ha termine che il giorno della morte e solo per le anime che giungono a salvezza. Esiste nel mondo un piano di Dio, del suo Regno, e della sua volont; ma esiste anche un piano di satana altrettanto minuto, cauto, lungimirante, seppure non altrettanto potente, che cerca di contrastare il piano di Dio. Ogni peccato dell'uomo un'articolazione di questo piano che gli permettere di espandere i suoi tentacoli nelle posizioni tenute da Dio. Perci s'intende come il tentativo di satana di penetrare in ogni anima sia continuo, e tanto pi insistente ed abile quanto pi l'anima appare forte e difficilmente espugnabile, poich egli non si rassegna a considerare imprendibile un'anima finch non sia spento l'ultimo guizzo della vita umana. Le anime guidate dallo Spirito Santo scorgono chiaramente nel mondo, e in se stesse, queste due posizioni contrapposto, la citt di Dio e la citt di satana. Esse subiscono i pi violenti attacchi, di una potenza tale che i peccatori non conoscono perch con questi satana ha ragione facilmente usando minimi allettamenti. Ma queste anime hanno il dono di vedere il campo di battaglia come dall'alto di un monte, si rendono conto degli assalti impetuosi, li prevedono, li sostengono e innalzano a Dio ogni giorno il canto della vittoria. 3 - Se dunque satana segue ogni anima, conosce e sorveglia anche chi chiamato da Dio alla vocazione operaia. La bellezza di questa vocazione che le anime sentono corrispondere ai bisogni attuali, le possibilit che essa offre a categorie diverse di persone creando fra esse il cor unum
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apostolico come nella Chiesa delle origini, le grazie notevoli che la Provvidenza ha elargito agli operai, non devono far pensare che una strada cos bella sia anche facilmente praticabile. Essa fra le pi difficili, ma per fortuna lo spirito del Getsemani, adeguatamente vissuto, previene e risolve le difficolt. L'operaio che non si aggrappa fortemente a questo spirito in ogni giorno della sua vita si accinge ad un'impresa impossibile. Dalle profondit dell'anima attraverso il rigurgito delle passioni, o dall'esterno attraverso difficolt di ogni genere egli sentir continuamente il morso dell'insidia diabolica. E' un assalto che talora non lascia respiro, oppure che sembra languire per riaccendersi improvvisamente quando l'anima, illusa dalla bonaccia, sonnecchia. Come utile e fondamentale il pensiero della presenza di Dio, cos utile e fondamentale il pensiero che satana ci sorveglia. La scuola del Getsemani avverte che anche Giuda conosceva il ritiro spirituale di Ges e degli Apostoli, per dire che il diavolo conosce ogni movimento dell'operaio e lo raggiunge ovunque si trovi: in viaggio, in casa, nel ritiro spirituale, nelle opere del suo apostolato. satana conosce i recessi dell'anima, le sorgenti a cui la sua virt si rinnovella, i punti di minore resistenza, le cicatrici delle antiche battaglie, i temporanei abbandoni... Egli sa e ne approfitta. L'operaio ricordi di avere il demonio alle calcagna e non si illuda intorno alla fisionomia della sua vita spirituale che non di pace, ma di combattimento. Il grande cantiere invisibile al quale appartiene non lo immunizza dagli assalti del nemico, anzi richiede questo continuo impegno come prestazione fondamentale per dilatare l'opera di Cristo nelle anime e nella societ. Il demonio conosce i punti deboli della posizione spirituale di ciascun operaio e talora, non potendo vincere con la persecuzione diretta, assume le vesti, come dice San Paolo, di un angelo della luce: Ipse satanas transfigurat se in angelum lucis (II Cor.11,14 - Lo stesso satana si trasfigura in angelo di luce). Ed questa l'insidia che pi si deve temere. 4 - Giuda, nel quale entr satana, arriver in seguito, con la squadra di uomini incaricata di imprigionare Ges, ma l'insidia di satana aleggia fin da principio nell'episodio del giardino. Le parole che Ges andr pronunziando svelano un'ansia continua, una preoccupazione insopprimibile che satana possa aumentare la sua triste messe fra le anime degli Apostoli. Nel silenzio della notte plenilunare, fra le tenui ombre degli olivi, sembra di vedere l'angelo delle tenebre che si aggira guardingo e che si apposta in agguato. La presenza invisibile, ma reale, del nemico un motivo dominante del Getsemani. L' operaio impari a scoprire satana fra le ombre e a temerlo. Il pensiero dell'intelligenza di satana e della sua presenza serve alla vita spirituale per impedire che le avversit e i dolori abbattano l'animo dell'operaio e lo distolgano dal lavoro. Le difficolt che le opere incontrano sono un segno di questo interesse negativo di satana che di tutto si avvale per contrastare il passo alla Redenzione. Come necessario che avvengano gli scandali, cos logico che il piano di Cristo urti contro il piano di satana.
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Le difficolt si devono prevedere e portare con fierezza come una sigla delle sofferenze di Ges per il riscatto del mondo, le quali continuano in noi. Nelle difficolt che incontra, l'operaio non veda la malignit dei tempi, o delle cose, o degli uomini, quanto l'attentato del nemico, ed allora il suo giudizio sar pi sereno e adeguato. Del resto, anche satana ha il suo compito nella preparazione del Regno. Lo ha precisato Ges quando rivolse a Pietro le seguenti parole: Simon, Simon, ecce satanas expetivit vos ut cribraret sicut triticum (Lc. 22, 31 - Simone, Simone, ecco satana va in cerca di voi per vagliarvi come il grano). L'arsenale di cui satana dispone costituisce un vaglio severissimo per selezionare le anime. La vita nostra come una corsa agli ostacoli dove i fossati, le siepi ed i muri sono rappresentati dagli inganni, dalle tentazioni e dalle difficolt che satana dissemina sul cammino dell'operaio. Superando gli ostacoli, le anime distruggono il piano di satana e costruiscono la propria santificazione, abbandonano lungo il cammino ogni impedimento e giungono alla mta purificate.

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6. CONVENERAT ILLUC 1 - Uno degli apostoli prescelti, Giovanni l'evangelista, ci fornisce una notizia che serve a presentarci il Getsemani sotto un nuovo aspetto. L'atmosfera di dolore e di tragedia che aleggia attorno a questo nome si risolve nella contemplazione di una scena di familiare intimit fra il Maestro ed i suoi discepoli. Giovanni dice, infatti, che in quel luogo Ges conveniva frequentemente con i suoi discepoli frequenter Jesus convenerat illuc cum discipulis suis (Gv. 18,2 - Spesso Ges si era ritirato l coi suoi discepoli) Dunque, non una volta sola, ma molte, il Getsemani vide arrivare Ges con gli Apostoli e forse sempre intorno a quell'ora, dopo intense giornate di lavoro apostolico, per trascorrervi la notte come usano gli orientali, i quali dormono anche all'aperto avvolti nei loro mantelli. Anche il testo di Luca, trattando del Getsemani, accenna a questo frequente recapito di Ges e dei suoi discepoli: ibat secundum consuetudinem in montem olivarum (Lc. 22, 39 - Usc per andare, secondo il solito, al monte degli ulivi); considerazione questa che deve essere messa in relazione con quanto il medesimo evangelista dice dei pernottamenti di Ges negli ultimi giorni della sua predicazione in Gerusalemme: Erat autem diebus docens in templo; noctibus vero xiens, morabatur in monte, qui vocatur Oliveti (Lc. 21,37 - Insegnava di giorno nel tempio, e usciva la notte per ritirarsi sul monte degli ulivi). Ai margini di Gerusalemme, centro dei cuori palestinesi e mta ultima della predicazione di Ges, occasione di conforto, ma anche sorgente di incomprensione e di persecuzioni senza numero, vi erano delle localit che servivano di base a Ges ed ai suoi Apostoli, cio luoghi di rifugio, di ritiro, di distensione e di ripresa, quasi capisaldi dell'assedio di cui era cinta la citt santa da parte degli annunziatori della buona novella. Cos in Betania la casa dei tre fratelli, Lazzaro, Maria e Marta, e cos nelle immediate vicinanze di Gerusalemme il Getsemani dove si poteva giungere rapidamente, come in quella sera che si era fatto tardi per le cerimonie della Pasqua, per l'istituzione dell'Eucaristia, e per i discorsi tenuti da Ges nella circostanza. Secondo una supposizione avanzata dal Macduff, il Getsemani fu anche il luogo dove avvenne nottetempo il colloquio di Ges con Nicodemo. La notizia non ha che il valore di un'ipotesi, ma si inquadra bene nella funzionalit del Getsemani. Mentre gli altri dormivano possiamo facilmente pensare a Ges assorto divino colloquio con il padre, oppure a colloquio con gli uomini che Egli aveva convocati in quel luogo per sviluppare i motivi esposti nella predicazione pubblica diurna adattandoli, con squisita carit, ai bisogni e alle caratteristiche di ciascuno. Luogo di preghiera, di convegno, di apostolato personale, ecco il Getsemani prima della grande notte. 2 - Ubi enim sunt duo, vel tres congregati in nomine meo, ibi sum in medio eorum (Mt. 18,20 - Infatti dove sono due o tre persone riunite nel nome mio, ci sono io in
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mezzo ad esse). Queste parole di Ges riferite dal primo evangelista, consentono ai cristiani di ripetere all'infinito, sia pure misticamente, i convegni con Ges che gli apostoli solevano tenere nel Getsemani. Ges presente in mezzo a coloro che si radunano nel suo nome. L'espressione in nomine meo vuol dire in nome di Ges, della sua dottrina e della sua missione redentrice, nel suo spirito e nella sua grazia. Non sono le adunanze purchessia che hanno questo privilegio dell'invisibile, eppure certa, assistenza di Ges, ma quelle che si propongono di continuare e sviluppare la grande opera dell'Operaio divino, e cio la Redenzione. A queste riunioni assicurata la presenza del Cristo che vuol dire garanzia di luce e di fecondit. Quando i discepoli convenivano nel Giardino degli ulivi possiamo pensare che essi sedessero a cerchio attorno al Maestro, il quale riassumeva gli avvenimenti della giornata e li commentava discoprendo i panorami inesausti del regno di Dio e ricavando dai fatti, come da parabole vissute, le supreme verit della fede. Fuori del Getsemani, il Maestro parlava per tutti, qui parlava per loro, poveri ignoranti Galilei, ma destinati ad una grande missione che solo oscuramente intuivano. Gli evangelisti non ci permettono di ricostruire i verbali dei convegni che si tennero nel Giardino degli ulivi, ma si pu credere che ivi le cure pi assidue fossero dedicate da Ges a quel pugno di uomini che rappresentavano la Chiesa, sua sposa. Quando gli operai convengono in colloqui a due o in adunanze pi numerose, la preoccupazione dev'essere di rinnovare lo spirito delle riunioni getsemaniche cos da meritare la presenza di Ges. Per questo gli argomenti dei loro discorsi siano pratici, circostanziati, concreti, traspaia sempre l'anima dell'operaio proteso verso la costruzione del Regno di Dio in s o negli altri, costruzione a cui si pu contribuire perfino con la ricreazione, quale mezzo di ricupero delle forze fisiche e spirituali necessarie per il lavoro. Nulla di ci che buono alieno dalla conversazione degli operai, ma tutto deve apparire come vivificato dalla grazia, cos che gli argomenti anche umani si distacchino da terra per l'intenzione che muove coloro che si trovano a trattarne. Le chiacchiere oziose e maldicenti ripugnano all'operaio, per cui egli cerca di spegnere questi discorsi con molta semplicit, passando ad altro argomento. La tensione apostolica delle riunioni operaie non deve essere ricercata, ma spontanea come risultato della formazione dei singoli i quali non respirano, e cio non possono sentirsi a loro agio, se non in un'atmosfera satura di spirito evangelico; perci questa tensione un indice della formazione raggiunta. Ciascuno chiamato a collaborare perch si stabilisca fra gli operai questo modo di essere dove appare, per cos dire, la trasformazione degli uomini in figli adottivi di Dio, i quali mettono tutto il possibile impegno ad occuparsi, come Ges, degli interessi del Padre che sta nei cieli. Tali riunioni rinnovano le pause getsemaniche del collegio apostolico e sostengono l'operaio lungo la via, facendogli gustare le dolcezze del Paradiso.
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3 - Gli incontri operai possono avere anche un significato particolare pi riservato, per il quale conviene il termine di correzione fraterna. Vi una frase assai bella di Ges che dice Si autem peccaverit in te frater tuus, vade et corripe eum inter te et ipsum solum: si te audierit, lucratus eris fratrem tuum (Mt. 18,15 - Se poi tuo fratello ha peccato contro di te, va e correggilo fra te e lui solo. Se t'ascolta hai guadagnato tuo fratello). Tale la norma per la correzione fraterna fra gli operai. E l'occasione si presenta non solo quando un operaio si accorga, per avventura, di una mancanza di un altro operaio nei suoi riguardi, ma anche quando la mancanza interessa persone o situazioni estranee. In altri termini, l'operaio non pu restare indifferente dinanzi all'errore, volontario o involontario di un altro operaio, anche se direttamente non lo riguarda, ma deve, per quanto possibile, arginarlo e neutralizzarlo. N si pu pensare che questo vada oltre il comando di Ges per il fatto che in quel brano si parla di un'offesa recata alla persona ( Si autem peccaverit in te); in senso pi vasto, qualsivoglia errore compiuto da un operaio offende almeno indirettamente gli altri operai perch diminuisce l' efficienza spirituale della Societ, cos come si pu dire che ogni peccato un'offesa per tutti i cristiani poich ferisce il Corpo Mistico del Cristo. Di molti errori i principali responsabili sono quelli che potendo influire non influiscono, vedono l'abisso e non parlano, o per timore, o per adulazione, o per negligenza. Chi commette un errore spesso non misura la gravit di esso e vi giunge quasi trascinato dall'impeto delle passioni, ma chi stando al di fuori misura freddamente il pericolo e tace, responsabile pi del primo, se ha il dovere di intervenire. Il disinteresse verso una persona una forma di oltraggio meno perseguibile, ma talora pi dannosa dell'ingiuria; questa ferisce, ma anche mette in guardia e pu contribuire all'emendazione, quella una manifestazione di raffinato egoismo. La correzione dev'essere fraterna e cio fatta in modo da non umiliare colui al quale diretta; il primo requisito indicato da Ges: inter te et ipsum solum, e cio deve farsi a quattr'occhi. Ma vi pur sempre la possibilit che la correzione non sia bene accolta se Ges adopera la forma dubitativa dicendo si te audierit, lucratus erit fratrem tuum.Dobbiamo quindi preoccuparci, in primo luogo, di essere accoglienti per la correzione operata da altri nei nostri personali riguardi, e poi essere d'utilit al prossimo praticando quelle forme di correzione fraterna che furono usate con successo verso di noi. Le correzioni migliori sono quelle che non tanto sono rivolte contro il fallo quanto contro le cause che lo hanno prodotto, correzioni motivate, delicate, amabili. 4 - I convegni di Ges e dei suoi al Getsemani avvenivano frequentemente (frequenter) ed ancora pi frequenti erano gli incontri, i colloqui, le vicende collettive nella giornata, poich il Divino Maestro e gli Apostoli conducevano, per cos dire, vita comune durante gli anni del Vangelo. Anche per gli operai, di solito, frequente l'occasione di trovarsi, di adunarsi e di
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correggersi fraternamente. Per ci nell'operaio dev'esservi una disposizione d'animo alla vita collettiva che gli permetta di ricavarne tutto quell'utile che gli Apostoli ricevevano frequentando il Redentore. A prescindere da ogni istruzione impartita in adunanza e da ogni correzione fraterna propriamente detta, la vita in comune ha un altissimo valore di ammaestramento per le anime docili allo Spirito Santo. Negli altri possiamo meditare di noi stessi sia per quanto dovremmo avere e ci manca, sia per quanto abbiamo di difettoso e di cui dovremmo spogliarci. Ammirare nel prossimo operaio e, pi in genere, in tutte le persone che si frequentano, le belle doti spirituali abbastanza facile, ma non sufficiente perch gli esempi buoni che si ricevono possono essere imputati dalla Giustizia divina come argomento di giudizio; bisogna preoccuparsi di imitare. La possibilit di avvicinare persone virtuose fra i pi grandi doni di Dio, perch in esse il cristianesimo si manifesta, come non avviene altrimenti, neppure attraverso il migliore insegnamento dottrinale. La pratica della virt pi semplice e sicura quando vien dato di conoscerla attraverso un esempio, anche perch allora non si pu a meno di amarla e cio di desiderare di possederla. Nelle tentazioni vale spesso assai pi il ricordo di persone sante ed il pensiero di ci che esse farebbero in tale circostanza, che non quello degli insegnamenti teorici ricevuti. Perci la fraternit operaia rappresenta un mezzo principe di santificazione che ogni operaio deve coltivare accettando di buon grado ci che essa pu importare di sacrificio. Non sempre i caratteri che si incontrano sono capaci di fondersi, anzi possono manifestarsi delle superfici di attrito che bloccano, se non interviene lo spirito soprannaturale, il rendimento dell'amicizia cristiana. Allora non il caso di pensare alle ragioni proprie, ma alle ragioni altrui; bisogna mettersi dal punto di vista della persona con la quale si sente di non andare d'accordo, e rendersi conto delle proprie deficienze che destano in quella dei sentimenti sfavorevoli. Le persone che ci criticano hanno sempre una percentuale di ragione. Studiare severamente noi stessi nella reazione che destiamo in coloro che ci avvicinano considerando soprattutto le ombre della nostra socialit, un segreto della perfezione cristiana. Gli uomini sono cos fatti e disposti dalla Provvidenza divina che mediante un'influenza reciproca, quando la vita comune sia bene accolta e utilizzata, perdono ogni asprezza come avviene per i ciottoli nel greto del torrente, che, urtandosi a vicenda, diventano puliti e levigati. La vita comune che per taluni un tormento diventa, in questo modo, un banco di prova di grande, insostituibile importanza. Quando poi si svolge in seno alla Societ Operaia dove questo accorgimento reciproco, per cui ciascuno va modellando s stesso sulle migliori qualit dei fratelli cosicch la fusione delle anime viene preparata e facilitata, la vita comune diventa una lieta necessit spirituale che i veri operai ardentemente desiderano pur essendo educati dalla scuola getsemanica a sopportare, fortemente, il tormento della solitudine.
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7. SEDETE HIC 1 - I confini del podere, ben noto ai suoi notturni visitatori, vengono raggiunti e oltrepassati. Ges con gli Undici s'inoltra fra gli ulivi, fino al luogo dove essi usavano sostare nei consueti convegni. Qui giunti, si pu pensare che i discepoli si siano fermati in attesa di ordini. Difatti le parole di Ges ingiungono ai discepoli di sedere. Tanto Matteo come Marco riportano l'ordine di Ges: Sedete hic (Mt. 26,36 - Mc. 14,32 - Fermatevi qui) e quest'ordine motivato dal fatto che i discepoli devono trattenersi in quel luogo e attendere : donec orem (Mc. 14,32 - Fin che io prego) riferisce il secondo evangelista, mentre il primo, pi completo, dice: donec vadam illuc, et orem (Mt. 26,36 Fin che vado l a pregare). Ges lascia intendere fin da queste parole che Egli ha un piano prestabilito da svolgere, deve pregare e cio mettersi in relazione con il Padre. Per fare questo vuole appartarsi come tante altre volte, secondo il racconto degli Evangelisti. Ascendit in montem solus orare - Si legge per un'altra occasione nel Vangelo di Matteo - Vespere autem facto solus erat ibi (Mt. 14,23 - Sal solo sul monte a pregare. E venuta la sera era solo in quel luogo). Abiit in desertum locum, - si legge nel Vangelo di Marco - ibique orabat (Mt. 1,35 Usc per andare in un luogo solitario; ed ivi pregava). Ipse autem secedebat in desertum, et orabat (Lc. 5,16 - Ma egli si ritirava in luoghi solitari e pregava) si legge nel Vangelo di Luca e poi ancora: Cum solus esset orans (Lc. 9,18 - Mentre egli stava solo a pregare). Una zona di rispetto sembra dover circondare le relazioni personali che passano fra il Figlio di Dio e il Padre. Quando pocanzi, dopo l'ultima cena, Ges rivolse al Padre la sublime preghiera dell'unit per la sua Chiesa, attorno a Lui erano i discepoli, ma la preghiera aveva allora uno scopo collettivo. La preghiera del Getsemani sar invece personalissima e una divina cautela sembra vietargli di rivolgersi al padre al cospetto di tutti i discepoli. Per quanto, questa volta, il dolcissimo Redentore acconsenta a sollevare i veli della sua intimit con il Padre, pure l'assistenza degli uomini sar ridotta al minimo. Il grosso della comitiva deve attendere in disparte. All'ordine di Ges i discepoli obbediscono. Il Vangelo li chiama, semplicemente, discepoli, ma sono, fra i discepoli, quelli che la Chiesa chiamer apostoli. Mentre si dispongono a sedere fra le ombre lunari degli ulivi e ad attendere che si compia la preghiera di Ges, ricordiamo i loro nomi: Andrea, fratello di Pietro, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo, Giacomo d'Alfeo e Taddeo, Simone cananeo. Mancano in questo gruppo, Pietro di Giovanni, Giacomo e Giovanni di Zebedeo perch dovranno seguire Ges pi oltre, nel segreto della notte.
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2 - Secondo i calcoli degli Autori pi accreditati, l'ingresso di Ges con i discepoli nel Getsemani avvenne intorno alle 11 di notte e la permanenza si protrasse fino intorno alla mezzanotte. Perci la preghiera al Padre dovette occupare un'ora circa e Ges, avendo stabilito di non portare con s nell'agonia il maggior numero dei discepoli, non volle che essi rimanessero in apprensione per Lui, in un'attesa debilitante per l'anima e per il corpo. Di qui l'ordine di sedere che come l'annunzio di un periodo non breve, ma tranquillo, di aspettazione. Con questo tratto semplice, eppure prezioso ed eloquentissimo, Ges mostra un delicato dettaglio della sua carit verso i discepoli. Egli veramente il Buon Pastore che ha cura del benessere di ogni pecora che Gli fu affidata. Egli che sa do procedere verso l'ora pi atroce e disumana della sua vita terrena, umanissimo verso gli altri, delicato come una madre. Il dolore imminente non altera la sua dolce fisionomia spirituale e, nonostante l'imminenza della sua personale tragedia, egli si occupa di alleviare il dolore altrui. Una ricca umanit dote dell'anima consacrata e tanto pi dell'operaio che vive, mescolato fra gli uomini, la sua consacrazione. Spirito di umanit vuol dire spirito di comprensione verso ogni essere umano, non per debolezza o tornaconto, ma per la divina carit insegnataci dal Maestro. L'esempio di Ges ci invita ad estendere la comprensione ai pi discosti limiti essendo altrettanto esigenti con noi stessi, quanto favorevoli ad ogni possibile concessione verso il prossimo. Comprensivo ed umano chi ascolta, con affettuosa attenzione, quello che un altro vuole dirgli; se anche non possibile accondiscendere alla richiesta, l'ascolto e il consiglio sono di per s un dono che fa del bene. Comprensivo ed umano colui che interpreta, e possibilmente previene, i bisogni anche materiali di un altro uomo, aiutandolo a mettere la sua vita in carreggiata. Cos anche chi sa concedere signorilmente la sua fiducia a colui che, stanco e avvilito, pu trovare in questo stimolo la forza della ripresa e della resurrezione. E' pure segno di comprensione concedere riconoscimento e lode a chi ha, per qualche titolo, ben meritato. Anteporre il pensiero delle condizioni del prossimo a quello delle condizioni personali, accettare la disumanit per s e ricercare l'umanit per gli altri, un preciso insegnamento del Getsemani. 3 - L'ordine di Ges trova i discepoli disposti ad obbedire. Non abbiamo notizia di nessuno che abbia tentato di rompere la consegna per seguire Ges, o per recarsi altrove. Solamente Pietro, Giacomo e Giovanni si distaccheranno dal gruppo, ma sar per un ordine esplicito del Maestro. Gli altri rimangono e siedono. I discepoli, non ancora illuminato dallo Spirito Santo, obbedirono materialmente, forse senza rendersi conto esatto di ci che poteva significare per essi sostare, oppure accompagnare Ges. Ma guardando a Ges non vi dubbio che Egli intese stabilire una gerarchia nelle
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attribuzioni dei suoi discepoli e che un posto di minore risalto affettivo fu attribuito a questi otto, i quali sono chiamati da Dio a vivere da lontano, seduti, la grande ora del Getsemani. Per questi il comando pi leggero e pi leggero sar il rendiconto, perch Ges non li rimproverer di aver ceduto al sonno come far con Pietro, Giacomo e Giovanni. Essi, gli otto, hanno nel Getsemani un compito diverso da assolvere, sottolineato con cura da Ges, il quale li colloca in un posto determinato, con un ordine particolare. La diversit delle vocazioni che risulta in questo tratto del Getsemani un fenomeno spirituale di ogni giorno, che richiede di essere riconosciuto e rispettato. Al Maestro che si occupa di ogni anima, come si occup in quella notte di disporre i suoi discepoli, dobbiamo lasciare la pi ampia libert di manovra, e poich Egli, con le differenti vocazioni di ognuno, compone come in un mosaico il quadro della vita, dobbiamo docilmente assumere la posizione assegnata a ciascuno di noi. Il buon operaio contento del posto che Iddio gli ha dato nel mondo, qualunque esso sia e non soffre di quelle agitazioni interiori per cui certe anime ripensano continuamente la propria vocazione, e cambiano strada con facilit, in ricerca di una risoluzione pi soddisfacente. La vera risoluzione non pu essere che interiore, e consiste nel rendersi conto che non tanto importa quale sia il posto occupato nella Chiesa di Dio, quanto il modo col quale tale posto viene occupato. Anche il compito pi umile pu illuminarsi con la luce della santit ed questo che conta, solamente questo. Colui che si affanna per organizzare, dirigere oppure servire un gran numero di opere apostoliche, per quanto con retta intenzione, corre pericolo di sbagliare. Chi invece si accontenta della propria missione e si sforza di approfondirla, pi che di superarla per rivolgersi ad altro, cos che in essa tutto sia appropriato e ben fatto, a servizio di Dio e degli uomini, possiede una formula di felicit, di perfezione e di successo: non multa sed multum. Che se poi le vie misteriose della Provvidenza tolgono addirittura il lavoro dalle mani dell'operaio, per esempio a causa di una malattia, ed egli si trova a dover sostare, inattivo, mentre l'appello delle opere vibra nel suo cuore, allora pensi all'ordine getsemanico sedete hic e sia grato a Ges che vuole in quel momento, per ragioni imperscrutabili, un periodo di riposo; e si abbandoni a Lui. 4 - Talvolta l'ordine che il Cristo sussurra alle orecchie dell'anima, oppure manifesta attraverso la parola di un Superiore, non significa solo l'interrompimento del lavoro e il riposo, ma anche l'attesa. Similmente nella notte del Getsemani l'ordine di sostare, equivaleva all'ordine di attendere. Non solo l'umana preoccupazione di un accorto tempismo a consigliarci, talora, di temporeggiare, ma di principi nettamente soprannaturali che si alimenta l'attesa degli operai. Chi illumina, chi redime tanto la singola anima, quanto le moltitudini, non l'uomo, ma il Cristo.
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Essendo sostanzialmente suo il lavoro, sua la direzione, la responsabilit, suo il metodo, il risultato di ogni opera apostolica. Per tramiti invisibili, servendosi delle forze corredentrici che gli uomini mettono a sua disposizione, il Cristo continua a lavorare nel mondo, senza soste e secondo un piano preordinato. Bisogna avvertire, al di l dei sensi, i colpi d'ascia e di martello che il divino Operaio vibra, alla costruzione del capolavoro, cos come un giorno gli abitanti di Nazaret seguivano il suo lavoro nella bottega artigiana di Giuseppe. I tempi dell'apostolato sono scanditi da Ges. Lui che accelera. Lui che rallenta. Come il falegname prepara le assi e le ripone perch serviranno un giorno per un bisogno determinato, cos nelle opere apostoliche avviene spesso che il lavoro iniziato non giunga a compimento subito, od anche apparentemente non vi giunga mai. La visione soprannaturale del mondo impedisce all'operaio di legare la sua soddisfazione al successo immediato e sensibile, oppure anche ad un piano determinato di azione. Egli lieto di lavorare intensamente e intelligentemente, secondo le direttive che di volta in volta riceve dai suoi Superiori, o dalla sua coscienza. Ma anche lieto di fermarsi e di attendere che si chiarisca il volere di Dio, che i tempi maturino, che si compia il piano della Provvidenza nei suoi dettagli. Lieto anche se l'attesa oltrepassa la sua vita perch la sua anima non vive nel tempo, ma aderisce ai piani di Colui che riempie del suo Essere l'eternit.

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8. ASSUMIT... SECUM 1 - Quando ebbe ordinato agli Apostoli di sedere e di pregare per non cadere in tentazione, Ges chiam tre di essi, Pietro, Giacomo e Giovanni, e li condusse oltre, con S. Dal gruppo apostolico viene dunque estratto un piccolo nucleo di uomini, in testa ai quali si mette Ges. L'invito rivolto ai tre annulla il precedente comando di sedere; essi dovranno camminare seguendo Ges dove Egli riterr opportuno di andare, nel cuore nella notte misteriosa. Pietro, Giacomo e Giovanni obbediscono, non siedono, o se gi seduti si alzano, vincono la stanchezza che impigrisce il corpo e la mente, si distaccano dai compagni e obbediscono al Maestro mettendosi sui passi di Lui. Pietro, Giacomo e Giovanni. Ma quale destino pesa su questi tre uomini? Che cosa vuole da essi il Redentore? Perch questi e non altri? La risposta racchiusa nella mente di Dio. Noi possiamo appena constatare i fatti e cercare di decifrarli accostandoli ad altri fatti. Questo certo, che nel Vangelo vi sono indubbie tracce di predilezione di Ges verso i tre del Getsemani; e non solo per ciascuno di essi singolarmente considerato, ma per il gruppo qualificato che essi costituiscono in seno al collegio apostolico e che Ges, non senza intenzione, mise spesso in evidenza. Cos, per esempio, quando fu operato il miracolo della resurrezione della figlia di Giairo, Ges non volle con s altri se non i tre prediletti; Marco riferisce la disposizione di Ges con le seguenti parole: ((Et non admisit quemquam se sequi, nisi Petrum, et Jacobum, et Joannem jratem Jacob (Mc.5, 37 - E non ammise a seguirlo se non Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo). Cos pure, nell'occasione pi solenne della salita sul Tabor per la Trasfigurazione, i compagni prescelti furono questi tre Apostoli : Post dies sex narra Matteo assumit Jesus Petrum, et Jacobum, et Joannem jratem eius, et ducit illos in montem excelsum seorsum (Mt. 17, 1 - Sei giorni dopo Ges, presi con s Pietro e Giacomo e Giovanni suo fratello li conduce in disparte sopra un alto monte). Non dunque a caso che Ges sceglie anche nel Getsemani quei tre, distaccandoli dagli altri Apostoli. Negli anni della vita pubblica essi erano stati collocati chiaramente in condizioni di precedenza ed era giusto che anche in questa circostanza fossero pi degli altri vicini al Maestro. Marco che riflette il pensiero di Pietro e quindi, in un certo senso, le sfumature del pensiero del Principe degli Apostoli, rende un tributo alla precedenza di Pietro, Giacomo e Giovanni di fronte agli altri apostoli anche l dove parla dell'elezione dei dodici. A differenza di Matteo che rispetta i legami del sangue ed incomincia ricordando prima i due figli di Alfeo e poi i due figli di Zebedeo, Marco d la precedenza ai tre del Getsemani con queste parole: Et imposuit Simoni nomen Petrus: et Jacobum Zebedaei, et Joannem fratrem Jacobi, et imposuit eis nomina Boanrges, quod est, Filii tronitrui (Mc.3, 16-17 - Simone cui mise nome Pietro, Giacomo di Zebedeo e Giovanni fratello di
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Giacomo ai quali mise nome Boanerges, cio figli del tuono). Come si vede, mentre Marco elenca rapidamente il nome degli altri Apostoli, sui tre del Getsemani si indugia notando un particolare degno di rilievo e cio che Ges diede ad essi un nome nuovo, a Simone quello di Pietro, a Giacomo ed a Giovanni quello di Figli del tuono. difficile penetrare il significato profondo di questa disposizione del Maestro, ma una cosa appare evidente che, mettendoli davanti agli altri, Egli volle da essi una trasformazione anche pi radicale, non solamente nell'anima ma anche nel nome. 2 - L'assunzione di Pietro, Giacomo e Giovanni ripete, con il linguaggio che promana da un fatto concreto, il pensiero che Ges aveva esposto ai commensali durante l'ultima cena, quando disse: Non vos me elegistis sed ego elegi vos, et posui vos ut eatis, et fructum afferatis (Gv. 15, 16 - Non avete voi scelto me, ma io ho scelto voi, e vi ho designati per andare a far frutto). Non sono gli uomini, in questo caso Pietro, Giacomo e Giovanni, che scelgono Ges ma Ges che li sceglie in ordine ad un fine positivo da raggiungere e cio ad un frutto che la pianta deve produrre. L'operaio deve pensare similmente di se stesso e della propria vocazione. E non difficile; per poco che egli si raccolga a meditare vedr distintamente e, pi ancora, sentir che l'impulso gli venne dall'alto attraverso vie nascoste od inconsuete che si pensava conducessero in ben altre direzioni. facile e doveroso riconoscere la nullit dei meriti e la gravita delle colpe commesse, per cui non si pu pensare che la vocazione sia giunta in qualche modo sollecitata dalla giustizia. A ragione di giustizia la bilancia di Dio giudice avrebbe spostato inesorabilmente l'indice verso una vita opaca, oppure, verso una vita non inserita nel circuito della grazia. Non si poteva meritare altro in base alle cattive prove precedenti. Di che cosa mai pu aver diritto l'uomo, ogni uomo, di fronte a Dio, dopo il tradimento originale della sua volont? Eppure su questa nullit presuntuosa, su questa ingratitudine personificata, su questo groviglio di passioni si piegata la misericordia di Dio e la sua voce ha indicato una strada, ed i cicli si apersero per infondere nell'operaio la grazia occorrente. Non vi possibilit di dubbio: l'assunzione fu decretata da Dio ed Egli ha ragione di ripetere anche per le nostre povere anime di operai: Non vos me elegistis; sed ego elegi vos (Gv. 15,16 - Non avete voi scelto me, ma io ho scelto voi). Questa elezione divina desta nell'anima dell'operaio una sorgente di gioia e di fierezza. A questo pensiero si dissipa il senso della solitudine; per quanto umanamente isolato e magari in compagnia di persone ostili, l'operaio sente su di s gli occhi del Maestro che lo ha scelto nella massa e gli ha dato un compito. Il mondo con le sue cattiverie e con le sue incomprensioni lo pu tormentare, con inesauribile malizia, nel cuore e nel corpo, ma, al di l degli sbarramenti di una anima consacrata, il mondo non pu passare e qui l'operaio si intrattiene dolcemente con il suo Dio e Padre.
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Chi lo ha chiamato sa la pochezza delle sue forze, la fragilit delle sue virt e la potenza contrapposta del male. Non vi capello del suo capo che cada senza che sia contemplato e permesso dai piani della Provvidenza divina. Egli non ha indossato la tuta dell'operaio per vanagloria, ma per lavorare a servizio di un Capo, che lo ha chiamato, il Cristo, e che non gli lascer mancare n il lavoro, n il salario. Innumerevoli altri certamente pi buoni e pi capaci potevano essere chiamati in sua vece e messi al suo posto. Perch l'elezione si sia posata su di lui un grande mistero. Sono forse le virt e le preghiere di una persona apparentata, nota od ignota, viva o defunta, che hanno piegato la volont di Dio verso la sua anima procurandole la vocazione operaia. Forse sono le preghiere di suore di clausura, di missionari... Lo sapremo un giorno, quando i meravigliosi congegni di giustizia e di carit della Comunione dei Santi saranno noti. Intanto l'operaio sente tutta la sua indegnit, ma sa anche di essere un prescelto, di avere una missione da parte di Dio. A contatto con la fiducia di Dio anche l'anima pi raggelata deve sentirsi penetrare dal calore vitale di un grande sole. Anche se il passato ha saputo di quest'anima tante promesse e tanti tradimenti, tante insufficienze, tante miserie, l'avvenire con l'aiuto di Dio sar diverso. Iddio ha fiducia nell'operaio e l'operaio ha fiducia in Dio. 3 - L'assunzione da parte di Dio, o vocazione, un dono che non deve insuperbire, ma piuttosto intimorire l'anima designata. il timore di Dio che passa, dello sposo che giunge nella notte ed esige che le anime in attesa abbiano delle lampade ricolme d'olio. Bisogna temere di trafficare poco e male il talento aureo ricevuto; n basta, per conservarlo, di seppellirlo in un terreno di vita senza slanci. nauseante per la sua tiepidezza, spiritualmente vile e vuota. Non il caso di lamentarsi quando la Provvidenza usa chiedere, e specialmente alle anime consacrate, qualcosa di superiore alle forze di cui ciascuno crede di poter disporre. La virt richiede uno sforzo continuo, la tensione di tutte le energie in un tentativo di superamento. Bisogna rendersi conto che in questo modo si costruisce il reddito del talento ricevuto e che la somma di tali acquisti, da parte di tutte le anime in grazia, produce l'accrescimento complessivo del corpo mistico di Cristo nella dottrina e nella virt, nel tempo e nello spazio. Soffrendo per il travaglio a cui la nostra consacrazione ci sottopone, dobbiamo sentire il travaglio di Maria nel dare alla luce Ges. Al timore di non corrispondere deve unirsi il timore di perdere il dono ricevuto della vocazione. Non esiste consacrazione che non sia stata contrastata, che non abbia costato, prima o poi, delle autentiche rinunzie, che non continui ad essere minacciata dal mondo esteriore e dalle passioni che affiorano nel mondo inferiore. Ogni mattina l'operaio deve partire alla conquista e alla difesa della sua vocazione, la
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quale deve essere operante in lui, come il motore nella fabbrica. L'avviamento del motore avviene allorquando vengono pronunciate le parole del Simbolo: Noi crediamo in Dio Padre e lo ringraziarne per la vocazione che ci diede.... Il sentimento di riconoscenza sale come incenso al cospetto di Dio e conduce l'anima a rinnovare la consacrazione per il giorno che inizia. Le opere della giornata, piccole o grandi al cospetto degli uomini, ma sempre imbevute di sacrificio, hanno il significato di un'offerta in olocausto che continua e rinnova la consacrazione operaia. Mentre l'offerta si sviluppa durante le ore del giorno e della vita, l'operaio deve continuamente controllarsi perch troppo fragile e prezioso il tesoro che gli stato affidato, ripetendo alla sua anima queste belle parole di una scrittrice norvegese: Ogni altro amore come il riflesso del sole in una pozzanghera della vita. Non puoi abbandonarti ad esso senza macchiarti; solo quanto tu tenga sempre presente che non che la pallida immagine di una luce che viene da un mondo pi alto, tua vera patria, soltanto allora davanti ai tuoi occhi risplender un aureo fulgore che tu guarderai bene dall'ottenebrare frugando nel torbido fondo. 4 - Vi una parola nel testo di Marco che stiamo meditando la quale ha molta importanza per il mondo interiore dell'anima consacrata, ed la parola secum, con S. Il secondo evangelista non si limita a dire che Ges assunse Pietro, Giacomo e Giovanni, ma sottolinea ci che Matteo sottintende, che Ges li prese con S: secum. Molta dolcezza racchiusa in questa parola ed bene fermarsi a meditarla. Le anime che seguono la chiamata e che appoggiano la loro vita, come una leva, sul fulcro della consacrazione per sollevare il mondo, devono sapere di non essere sole. Ges le prende con S: assumit secum. Questo pensiero vale quello della presenza di Dio che veramente fondamentale per le anime che tendono alla perfezione ma anche, per cos dire, lo supera. Non soltanto l'occhio di Dio su di noi, ma la compagnia di Ges dalla quale irradiano i prodigi della sua amicizia. Come pu essere triste un operaio quando un pellegrino misterioso lo accompagna ricordandogli le Scritture e spiegandogli gli avvenimenti che si vanno svolgendo? In quel modo che Ges non manda gli Apostoli nel Getsemani, ma li porta con S e si occupa continuamente di loro, cos all'operaio Egli non solamente addita la strada, ma lo conduce quasi per mano. Se questo il pensiero che deve ad ogni istante infondere certezza e gaudio, lo in special modo quando l'operaio trattiene, non solo spiritualmente, ma realisticamente il Cristo con s, vale a dire quando riceve la Santa Comunione. Molti fanno ressa attorno al Sacramento, come la gente attorno a Ges in quel giorno nel quale Egli si recava verso la casa di Giairo. Ges era sospinto da ogni parte cos che i discepoli si stupirono quando Egli disse: Quis tetigit vestimenta mea? (Mc. 5,30 - Chi ha toccato le mie vesti?) e gli osservarono: Vides turbam comprimentem te, et dicis: Quis me tetigit? (MC. 5,31 - Vedi come ti preme la folla, e domandi: Chi mi ha toccato?).
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In realt una donna, una sola povera donna ammalata, fra quei tanti che si stringevano attorno a Ges, era riuscita a strappargli una forza misteriosa, operatrice del miracolo: Jesus in semetipso cognoscens virtutem, quae exierat de illo... (Mc. 5, 30 - Ges accortosi subito dentro di s della virt che era emanata da lui...). Quella donna che aveva saputo accostare Ges come nessun altro, deve il segreto della sua fortuna a quel pensiero che si era radicato nella sua mente e che l'Evangelista riporta: Quia si vel vestimentum eius tetigero, salva ero (Mc. 5,28 - Solo ch'io tocchi la sua veste sar salva). appunto la fede che costringe Ges al miracolo Filia Egli disse fides tua te salvanti fecit: vade in pace, et esto sana a plaga tua (Mc. 5, 34 - Figlia, la tua fede ti ha salvata: va in pace e sii guarita dal tuo male). Quando Ges prende seco l'operaio sacramentalmente, nella Santa Comunione, questi deve realizzare un rapporto di fede sull'esempio dell'emorroissa. Non basta accostarsi a Ges, bisogna toccarlo con quella certezza interiore che risana. La Comunione di ogni giorno l'ambulatorio spirituale dell'operaio dove egli ritrova la salvezza e pace.

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9. COEPIT CONTRISTARI 1 - Il primo ed il secondo evangelista sono concordi nel riferire che Ges incominci la sua agonia dopo aver prescelto Pietro, Giacomo e Giovanni ed averli portati con s oltre il luogo dove si era fermato il grosso della comitiva. Allora Ges coepit contristari et maestus esse (Mt 26,37 - Cominci a rattristarsi e ad affliggersi). Questo verbo incominciare usato da Matteo e anche da Marco, deve essere evidentemente riferito alle manifestazioni esterne del dolore, perch non si pu pensare che il cuore di Ges non fosse addolorato quando poc'anzi annunziava il tradimento di Giuda, oppure le negazioni di Pietro. Ma Ges fino a quel momento aveva contenuto il dolore e solo adesso volontariamente d libero corso a tutti gli affetti della natura inferiore come il tedio, la noia e il dolore, per iniziare la sua passione. I discepoli, cos tardi a comprendere i pensieri di Ges, possono ora conoscere dal suo viso sconvolto, dal suo atteggiamento e dalle sue parole le inaudite sofferenze che Lo trafiggono. Ges, vincendo quel riserbo che la carit Gli aveva imposto per impedire che la mente dei suoi discepoli fosse alterata dalla paura in quelle ore che Egli aveva destinato alle sublimit della prima comunione eucaristica, cede al bisogno umano di manifestare esternamente il proprio stato d'animo. Egli incomincia a comunicare agli uomini il suo dolore con grande umilt e con assoluta schiettezza. Accostiamoci al divino sofferente con riconoscenza perch non vi norma pi preziosa di questa che Egli viene tracciandoci con il suo esempio ed impariamo anzitutto da Lui ad evitare la superbia del dolore nascosto. Quando non vi sono ragioni di carit che inducano a dissimulare il dolore, vi sono spesso ragioni di orgoglio. Manifestare il proprio dolore vuol dire accusare un colpo, svelare una debolezza, scoprire la propria vulnerabilit e perci non sempre cosa gradita. Vi sono anime che al sopraggiungere del dolore si chiudono nel mutismo, si appartano, non si confidano. Anime altere che vorrebbero essere conosciute soltanto quando gli eventi sono prosperi e non tollerano che l'occhio del prossimo si posi sulle proprie ferite foss'anche per sanarle. La scuola getsemanica insegna all'operaio la modulazione del dolore la quale incomincia con una vena di grande spontaneit. Perci l'operaio non deve lasciarsi irretire dall'alterigia che trasforma le anime in un blocco di amarissimo sale, come pure deve evitare che questo avvenga in altri. Egli ha infatti una seconda missione da compiere: decongelare il dolore degli altri, nascosto e rappreso. Non vi sono sofferenze pi atroci di quelle che provoca la superbia congiunta al dolore. Senza dire che queste anime quanto pi soffrono tanto pi si rendono impermeabili ed
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inguaribili. Il dolore, questa salutare medicina dell'uomo, diventa per costoro il tossico della felicit terrena e della salute eterna. Abbia l'operaio una tenerezza particolare per queste anime altere e sottoponga ad esse, ma non con le parole soltanto, l'esempio del Cristo che ci ha insegnato la fecondit spirituale di un dolore comunicato ad altri, sofferto al cospetto del mondo. 2 - Incomincia la tristezza e la mestizia di Ges. Il Figlio di Dio del quale i Vangeli non dicono mai che abbia riso, fu provato molte volte dal dolore durante la vita terrena la quale non fu sotto molti aspetti che una catena di ostacoli opposti alla sua missione redentrice, dalla nascita nella stalla di Betlemme fino a poco prima del Getsemani, quando Egli annunzi il tradimento di Giuda e la debolezza di Pietro. Tali ostacoli suscitarono certamente una reazione dolorosa nel Cuore di Ges che alcune volte apparve esternamente, come quando pianse per la morte di Lazzaro che Egli amava. Ma non vi fu mai nel Cuore del Redentore una tragedia come quella del Getsemani a cui stiamo approssimandoci. Ed a questo Cuore che dobbiamo rivolgere anzitutto il nostro pensiero, cio a quella capacit di amare e di soffrire che ogni uomo porta con s e che trova in Ges la sua sublimazione. La tristezza e la mestizia di questa notte rappresentano una crisi dolorosa, la pi grave, del Cuore di Ges. del tutto logico che rivelandosi a distanza di secoli a Santa Margherita Maria, il Sacro Cuore le abbia chiesto di praticare l'Ora Santa a ricordo ed a conforto della sua agonia nell'orto perch l dove avvenne lo strazio ivi si rende necessaria la riparazione, cio presso il Cuore divino. Resi pi accorti dalle rivelazioni di Paray le Monial siamo in grado di capire meglio la tragedia del Getsemani. Bisogna partire dalla meditazione del Cuore che ha tanto amato gli uomini, tutti gli uomini, di un amore purissimo e cio senza tornaconto. Il Cuore di Ges chiede di dare, soltanto di poter dare e non ha bisogno, per la sua gioia, di ricevere. Fatte le debite proporzioni, simile all'amore di una madre che felice quando pu darsi al figlio anche se il figlio piccolo e non capisce, oppure se grande, ma ingrato e incomprensivo. La radice profonda della tristezza e della mestizia di Ges consiste dunque negli sbarramenti che il suo amore sta per incontrare, pi grandi che mai, fino al folle tentativo operato da quegli stessi uomini che sono l'oggetto dell'amore, di arrestare per sempre le pulsazioni del suo Cuore. Ges che ha dato luce alle intelligenze e salute ai corpi, senza nulla chiedere, anzi rifiutando gli onori e le altre ricompense umane, ormai non potr dare agli uomini se non la sua passione, dono sovreminente, ma conclusivo. Poi questo Cuore cesser materialmente di battere, mentre contiene un infinito
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potenziale di amore... L'incomprensione e la malvagit degli uomini straziano il Cuore divino che una cosa sola desiderava e desidera: di immettere nelle arterie di ogni anima il sangue della sua Grazia. Egli sembra esclamare: O uomini, perch non vi lasciate amare da me ?. 3 - Talora sulle anime scende la sera. Come al vespro tutte le ombre si allungano e sembrano invadere la terra per condurla nel dominio delle tenebre, cos allora per le anime le difficolt sembrano ingigantire, e piccoli indizi contrari si adergono come ostacoli preoccupanti, pericoli nascosti divengono palesi, uomini fidati appaiono in una luce di debolezza o di tradimento, la forza morale e fisica viene meno, la via che si batte appare rivolta verso un abisso. In questi momenti nei quali il coraggio abbandona il cuore dell'uomo, un'angoscia invincibile ne attanaglia l'anima e ne scuote il corpo: la paura. Cos si apre il dramma di Ges, con la paura. Che il Signore del cielo e della terra possa essere triste lo comprendiamo; ma pi difficile intendere come Egli abbia potuto aver paura, se non pensando alla realt della sua natura umana che era, come la nostra, soggetta alla marea del sentimento che talora sale quasi a sommergere l'intelligenza e la volont. Non vi umiliazione pi profonda per l'essere razionale di trovarsi in bala di un meccanismo oscuro che non si pu dominare anche volendo. Non poteva il Redentore abbassarsi di pi di quanto fece nell'orto sottoponendosi alla paura, tormento pi grave di quanti altri ebbe a soffrire durante la passione, perch questi verranno dall'esterno, quella invece una sofferenza che sale dalle profondit della sua natura umana. Come per Ges, cos per ogni uomo, la paura si affaccia allorquando una prova reputata difficile e necessaria si approssima. Alle difficolt esterne, obiettive e previste, si aggiunge lo sconvolgimento del proprio essere che perde la serenit e la dolcezza cos necessarie nel momento del pericolo. L'uomo trova difficolt a dominarsi, perde il controllo di s, e sorge allora come grave tentazione la vilt, che spinge a fuggire. Qualora il pericolo suggerisca la fuga, l'operaio pensi a Ges che pur gravemente tentato dalla paura, non fugg, ma lott con violenza indicibile, con quell'assoluta padronanza di s di cui diede continuamente prova durante la passione. Questa la prima vittoria che ogni operaio deve realizzare nelle circostanze pi difficili della sua vita: la padronanza di s. 4 - La carit del Padre giunta fino al punto di sovvenire, nel Cristo, ad un'altra grave infermit e tentazione nostra: il tedio. Come la paura cos il tedio fu grande sorgente di tristezza per il divino agonizzante e dobbiamo essere grati al secondo evangelista di avere analizzato in modo cos aderente ed efficace lo stato d'animo di Ges: et coepit pavere et taedere (Mc. 14,33 - Cominci a sentire paura e angoscia). Il tedio non la noia perch questa affligge colui che sta inoperoso ed una giusta
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sanzione dell'ozio e dell'accidia; perci la noia non , in questo senso almeno, una tentazione per il buon operaio, ma lo il tedio che pu giungere subitaneo nel mezzo dell'azione a sconvolgere il cuore e la volont. il panorama delle opere che cambia improvvisamente come se ad un bosco verdeggiante fossero tolte le foglie, quasi che alla fiorente estate subentrasse di colpo uno squallido inverno. il mondo interiore che si raffredda, il prossimo che disgusta, la vita di domani che appare monotona come quella di oggi e di ieri. L'anima diventa simile a quelle persone a cui una malattia toglie il gusto dei cibi; le vivande sono quelle di sempre, ma appaiono insipide, non allietano, non soddisfano. Questo vento che sembra venire da un deserto, prosciuga e insecchisce ogni fioritura spirituale e lascia dietro di s una terra bruciata. Quando le anime ne avvertono il soffio devono riparare nel giardino del Getsemani come in un'oasi. Ges agonizzante ha voluto affrontare e vincere il tedio, per noi. La sua grande opera gli appare scipita, proprio quando sta per scoccare l'ora suprema, eroica, sublime, della riconciliazione fra l'uomo e Dio. Se il peso di ci che fluisce nel tempo grav sul cuore di Ges che pur conosceva i segreti di Dio, pi che naturale che affligga l'uomo il quale intuisce i suoi destini eterni, ma non li conosce. Il tedio deve essere interpretato dall'operaio come il risultato del contrasto fra le aspirazioni alle perfezioni divine deposte in seme nel cuore dell'uomo e lo squallore, la limitatezza del mondo. Il tedio dice all'operaio che egli non fatto per quaggi, che le sue opere anche se riuscite e apprezzate, sono frammenti impercettibili di fronte all'eternit e alla maest di Dio. Il tedio sofferto e santificato da Ges deve essere considerato come un amico che ci conduce sulle rive di un mare sul quale salperemo un giorno: il mare dell'infinito.

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10. USQUE AD MORTEM 1 - Penetrati nel santuario del dolore sopportato da Ges nel Getsemani, giunge al nostro orecchio come un suono di organi da sovrumane distanze. la voce dello Spirito Santo che ha previsto e descritto mediante la parola dei Profeti lo strazio al quale va incontro il Figlio dell'Uomo. Ascoltiamo queste voci profetiche con lo spirito raccolto e sospeso con il quale si accosta il miracolo, poich veramente miracoloso che a distanza di secoli il Messia sia stato cos fedelmente vaticinato. (1) Deus, Deus meus, respice in me, quare me dereliquisti? Longe a salute mea verba delictorum meorum. Deus meus, clamabo per diem, et non exaudies, et nocte, et non ad insipientiam mihi. Ego autem sum vermis et non homo, opprobrium hominum et abiectio plebis. Omnes videntes me deriserun me, locuti sunt labiis et moverunt caput: Speravit in Domino, eripiat eum, salvum faciat eum, quoniam vult eum. Circumdederunt me vituli multi, tauri pingues obsederunt me, aperuerunt super me os suum sicut leo rapiens et rugiens. Sicut aqua effusus sum, et dispersa sunt omnia ossa mea: factum est cor meum tamquam cera liquescens in medio ventris mei. Aruit tamquam testa virtus mea, et lingua mea adhaesit faucibus meis, et in pulverem mortis deduxisti me. Quoniam circumdederunt me canes multi, concilium malignantium obsedit me, foderunt manus meas et pedes meos. Dinumeraverunt omnia ossa mea, ipsi vero consideraverunt et inspexerunt me. Diviserunt sibi vestimenta mea et super vestem meam miserunt sortem. Tu autem Domine, ne elongaveris auxilium tuum a me; ad defensionem meam conspice. Erue a framea, Deus, animam meam, et de manu canis unicam meam; salva me ex ore leonis, et a cornibus unicornium humilitatem meam.
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(1) - Dio mio, Dio mio, volgiti a me, perch mi hai abbandonato? te ne stai lontano dalle mie preghiere, dalle mie grida supplichevoli. Dio mio grido il giorno, e non mi esaudisci, la notte, e non mi dai ascolto. Ma io sono un verme e non un uomo, l'obbrobrio degli uomini e lo spregio della plebe. Tutti quelli che mi vedono mi deridono, muovono le labbra, scuotono il capo: Ha sperato nel Signore: egli lo liberi, 10 salvi se lo ama. Mi circondano molti giovenchi, tori di Basan mi assediano. Aprono contro di me la loro bocca come leone rapace e ruggente. Mi sono effuso come un'acqua e si sono disgiunte tutte le mie ossa. 11 mio cuore s' fatto come cera, si scioglie nelle mie viscere. La mia gola s' inaridita come un coccio . e la mia lingua s' attaccata al mio palato e mi hai ridotto alla polvere della morte, Infatti molti cani mi stanno attorno, una caterva di persone inique mi circonda. Hanno traforato le mie mani ed i miei piedi: possono contare tutte le mie ossa. Essi mi vedono e vedendomi si rallegrano, si dividono i miei panni e tirano la sorte sulla mia tunica. Ma tu, o Signore non startene lontano: aiuto mio, affrettati ad aiutarmi. Salva dalla spada la mia anima e dalle unghie del cane la mia vita; Salvami dalla bocca del leone e me misero dalle corna dei bufali. (Salmo 21, 2, 3, 7, 9, 13, 22) 2 - La tristezza denunciata da Ges anzitutto, per sua confessione, una sofferenza dell'anima e cio una manifestazione interiore: Tristis est anima mea (Mt 26, 38- Mc 14, 34). Ma il dolore spirituale che pu talora esistere senza riflettersi sul fisico, altre volte di tale violenza che si riversa sui fenomeni materiali della vita scuotendoli e perfino sradicandoli. Il dolore spirituale pu uccidere, ed questo il limite verso il quale Ges sembra essere trascinato poich la tristezza non solo avviluppa la sua anima, ma giunge a scavare nell'equilibrio delle sue forze corporali fino a minacciarne la distruzione: Tristis est anima mea usque ad mortem. Fino a morirne. Queste parole non si spiegano se Ges non avesse accusato quel travaglio anche fisico e cio il sentimento dell'angoscia, che si riversa dall'anima sul corpo dell'uomo. L'angoscia stronca le energie dell'uomo e lo annienta. Non vi argine capace di contenere questa marea crescente; non vi considerazione umana, n ricordo, n speranza che tenga.
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I giorni dell'angoscia sono di polverizzazione, di nullificazione. Colpito da un dolore disumano, l'uomo sente che il tempo lo divora, che la vita gli sfugge, che la morte prossima. Il dolore di Ges dunque totale; egli si dibatte in una morsa che avviluppa tutto il suo essere umano. 3 - Come dinanzi ad ogni problema, cos di fronte al dolore, l'operaio si dispone ad affrontare la realt con visione chiara e radicale. Ogni dolore provoca una ferita caratteristica e suscita una reazione, per quanto sempre molesta, diversa di volta in volta; ma un legame sostanziale congiunge tutti i dolori ed ha il valore di una legge che domina la vita dell'uomo. La visione frammentaria del dolore si esaurisce nell'analisi umana delle cause e dei rimedi di ogni sofferenza; ma si completa ed innalza nel cristiano poich egli si rende conto che il dolore una sanzione ineluttabile la quale pu assumere volti diversi, ma non pu essere allontanata in modo permanente dall'uomo. Questo o quel dolore potr essere evitato con opportuni accorgimenti, ma non pu darsi che il dolore, nella pi vasta accessione del termine, venga escluso. La legge del dolore uscita dalla bocca di Dio Padre quando comparve ai nostri progenitori dopo il peccato di origine. Quia audisti vocem uxoris tuae et comedisti de ligno Egli disse , ex quo praeceperam tibi ne comederes, maledicta terra in opere tuo: in laboribus comedes ex ea cunctis diebus vitae tuae. Spinas et tribulos germinabit ubi, et comedes herbam terrae. In sudore vultus tui vesceris pane, donec revertaris in terram de qua sumptus es: quia pulvis es et in pulverem reverteris (Gen. 3, 17, 19 Perch hai ascoltato la voce di tua moglie, ed hai mangiato dell' albero di cui ti avevo comandato di non mangiare, la terra sar maledetta nel tuo lavoro: con grandi fatiche ne trarrai il nutrimento per tutti i giorni della tua vita. Essa ti produrr spine e triboli, e tu mangerai l'erba della terra. Mangerai il pane nel sudore della tua fronte, finch ritorni alla terra dalla quale sei stato tratto: giacch polvere sei e in polvere ritornerai). Di qui deriva l'universalit del dolore e la sua eccellenza perch non vi ha liberazione, vale a dire espiazione del peccato originale e del peccato attuale, senza dolore. Ges, che ha voluto assumere la posizione dell'uomo decaduto onde operarne la redenzione, ce lo insegna con la sua vita e soprattutto con la terribile agonia del Getsemani. L'accostamento del pi grande dolore che mai uomo abbia sofferto e il pensiero che esso fu ritenuto necessario dall'Uomo-Dio, che era personalmente innocente e che disponeva di ogni altro mezzo per fondare la sua Chiesa, deve accrescere a dismisura nelle anime la stima per il dolore. L'operaio, pur soffrendone, deve apprezzare il dolore fino a condividere la grande espressione di Santa Teresa o soffrire o morire, perch una vita senza dolore sfornita del suo valore redentivo pi alto e caratteristico. Occorre che l'operaio sappia spiritualmente superare le contingenze del suo dolore per assaporarne il succo amarissimo che ha il valore di una medicina individuale e universale.
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Quanto pi l'anima cristianamente soffre, tanto pi aumenta in s il potere assorbente della grazia, e tanto pi estende nel mondo l'opera redentiva del Cristo. L'operaio compreso di questa elementare verit che il dolore cosa grande e che ci accompagna nella vita come un fuoco sacro destinato a consumare in noi tutte le scorie. Il dolore comune a tutti gli esseri umani, li affratella, li unisce, li salda in una simpatia universale! Il dolore annulla le distanze, cancella le diversit morali e sociali e permette che due persone piangenti, una nel freddo e nel buio di una strada deserta, l'altra in una stanza ricchissima e deserta siano assolutamente eguali! Un intento del Redentore nell'accettare la tortura del Getsemani fu certamente quella di farci apprezzare, nella giusta misura, il dolore come mezzo di redenzione. 4 - Aprendo il suo cuore a Pietro, Giacomo e Giovanni, Ges obbedisce a un disegno divino di redenzione che tiene conto della necessit nella quale si trover l'uomo, di avere da Lui un esempio di sovrumana sofferenza, ma corrisponde anche al bisogno umanissimo, di confidare ad altri le proprie pene. Se vi un certo numero di persone che la superbia conduce a nascondere il dolore, pur vero che la grande maggioranza sente l'impellente bisogno di rendere manifeste le proprie sofferenze, di invocare l'aiuto del prossimo almeno chiedendo ci che sempre possibile dare, la comprensione e l'affetto. questo un denominatore comune a tutti i dolori fisici e morali da chiunque sofferti ed pure un'ancora di salvezza, quasi una passerella che permette all'uomo di accostare e di sovvenire un altro uomo che soffre. Per quanto prezioso, il dolore sempre una piaga esposta che induce l'uomo al lamento, e cio a quella comunicazione della propria sofferenza che la traduzione del dolore nella vita sociale. Chi dissimula il dolore per ragioni superiori di vita spirituale e specialmente di carit o di espiazione, non che non senta il bisogno di sfogare l'amarezza che porta in s, anzi la vittoria su questo istinto che gli acquista un particolare merito. Non l'impassibilit degli stoici che il cristiano deve prefiggersi; ma la sofferenza di Cristo piena di sensibilit e di generosit, di riguardo per gli altri e di spontaneit. Conservare la spontaneit al dolore cos che il prossimo possa leggerlo attraverso il volto e ascoltarlo dalle parole, una caratteristica della vita spirituale che non mai ermetica e antisociale, ma sempre unitiva, nella gioia e nella sofferenza. buona regola quella di non soffrire da soli, ma di scegliersi con cura dei confidenti come fece Ges, anime superiori capaci di comprendere, di preferenza anime sacerdotali e anime consacrate. Pochi devono essere i confidenti, ma pure bene che ci siano, e ricercati in modo da non dare purchessia la fiducia, riversando in persone superficiali, frivole, indicate dal sentimento pi che dalla ragione, i propri dolori. Il dolore non deve essere profanato dalla confidenza, ma reso pi alto, pi accetto, pi meritorio.
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Negli ambulacri della sofferenza bisogna entrare con spirito di raccoglimento poich il luogo santo.

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11. VIGILATE MECUM 1 - Non a tutti dato di penetrare egualmente nei dolori .del Cristo. L'accostamento predisposto da Dio ed segno di predilezione come si vede dai tre che il Maestro ha portato con s nella notte e che erano, secondo quanto osserva San Cipriano, i pi fedeli e forti. Vi dunque una gerarchia fra le anime, che il mondo non apprezza perch capovolta rispetto ai suoi gusti ed alle sue aspirazioni, ed la gerarchia delle anime che conoscono il dolore. Ges vuole distinguere con questo sigillo doloroso i suoi tre prediletti perch si sappia che quanto pi si aspira alla vicinanza di Lui tanto pi si richiede conoscenza e comprensione dei suoi dolori. Non soltanto una richiesta indiretta che il Cristo rivolge a Pietro, Giacomo e Giovanni; cio non si limita a manifestare l'angoscia che sommerge il suo animo, ma chiede espressamente, con una spontaneit e un'umilt che sbalordisce, il conforto dell'uomo: Sustinete hic - Egli dice et vigilate mecum (Mt. 26,38 - Restate qui e vigilate con me) Egli chiede due cose, di sostare in quel luogo e di vegliare con Lui. Non vuole che essi tornino sui loro passi mescolandosi agli otto che pi addietro si sono seduti e forse sono gi immersi nel sonno. Per quelli l'ordine era diverso; da questi invece, che stanno pi innanzi nella gerarchia dell'amore e del dolore, si richiede il coraggio di fermarsi in quel luogo e di affrontare la notte dell'agonia. Osserva giustamente il Garofalo che nello studio del Vangelo a noi manca, di solito, un dato importantissimo e cio la notizia del tono con il quale le parole furono pronunciate dai diversi personaggi, e anzitutto da Ges, poich il tono determina spesso il significato preciso delle parole che vengono pronunciate traducendo lo stato d'animo di chi le pronuncia. Ma qui non vi pu essere dubbio, queste parole sulle quali meditiamo Sustinete hic et vigilate mecum che, isolate dal contesto, potrebbero anche apparire come un ordine secco e vibrato, seguono immediatamente alla terribile confessione del Maestro Tristis est anima mea usque ad mortem e necessariamente partecipano di quel tono di estremo abbandono e sconforto. Parole che dobbiamo immaginare non come un ordine, ma come un'invocazione; come una preghiera rivolta da Ges ai suoi intimi sui quali pensava di poter contare; come un soffio che i tre raccolsero perch il silenzio della notte era profondo. 2 - Ges desidera che gli Apostoli prediletti si fermino sul luogo della sua agonia: sustinete hic ed il suo invito, come ogni parola del Vangelo, si prolunga nel tempo e giunge fino a noi. Avendo Egli parlato per ogni uomo, di ogni tempo, doveroso che l'attenzione si fermi su questo preciso desiderio e che ciascuno si chieda perch mai il Cristo abbia voluto e voglia questa sosta delle anime nel Getsemani.
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Essendo il Maestro venuto fra noi per insegnare la via della salute, possiamo ritenere che anche questo episodio della sua vita, e perci questo suo desiderio, abbia come scopo essenziale la redenzione dell'uomo. per noi che Egli si dispone a soffrire ed per noi, anzitutto, che Egli ci chiede di sostare nella notte del suo dolore. In altri termini, noi siamo invitati a fermarci per imparare da Lui, dal suo esempio e dalle sue parole in circostanze cos straordinarie; perci hic, in questo luogo santo, dobbiamo anzitutto raccoglierci e meditare. La meditazione, muovendo dagli elementi certissimi che ci vengono offerti dalla parola dello Spirito Santo, divino Relatore di quanto avvenne nel Getsemani, deve analizzarne ogni parte utilizzando il sapere raccolto dalla Chiesa nel corso dei secoli e ricavando quegli insegnamenti che la mente umana pu formulare in questa mistica sosta. La fermata non per immobilizzare l'uomo ma per concentrare le sue forze spirituali sopra l'oggetto che la bont divina ha predisposto per lui, forze spirituali che constano nel tempo stesso di pensiero e di volont. Non basta contemplare, bisogna assimilare, cos che l'anima trovi nel Getsemani i gradini della sua ascensione, dolorosamente scolpiti dal Cristo, e li percorra. Come geograficamente il Getsemani si trova alle falde del monte degli ulivi, cos misticamente si trova alla radice del monte della perfezione. Bisogna saper trovare, fra le ombre del Getsemani, la via. 3 - Non basta a Ges che i suoi apostoli si fermino accanto a Lui nell'ora del dolore, come non gli basta che i cristiani si raccolgano a meditare sul Getsemani nutrendosi a questa eccelsa scuola spirituale. Egli vuole dagli apostoli e dai cristiani una singolare presenza che ora va elemosinando con parole che attestano l'umilt del suo Cuore divino. Egli vuole la presenza affettiva delle persone amate, che esse prendano parte intimamente ai suoi dolori. Colui, del quale era stato scritto: Misertus est eis, et curavit languidos eorum (Mt. 14,14 - Ebbe compassione di essi e guar i loro infermi) chiede ora che l'esempio si compia nei suoi riguardi e che si vegli con Lui: mecum. Ges non chiede un'assistenza fisica, n, pur sapendo che fra poco verr il traditore per catturarlo, intende disporre nella notte delle sentinelle a vigilare il podere; Egli invoca che il cuore dei fedeli sia vicino al suo Cuore, e che la loro attenzione comprensiva non sia rivolta all'esterno verso l'inevitabile, ma che si trattenga sui dolori che trafiggono e devastano la sua anima. Mecum. In questo desiderio di Ges che i tre Apostoli veglino con Lui dobbiamo scorgere il suo invito a circondare di una devozione amorosa il ricordo dell'agonia. Il Getsemani non soltanto un episodio del Vangelo, ma una realt in atto; come il Dio vivo pende anche oggi dalla Croce del peccato che gli uomini rinnovano, cos agonizza nella notte profonda dell'incomprensione e del tradimento. La devozione getsemanica parte da una rievocazione storica, ma si allarga ad abbracciare una realt soprannaturale che accompagna in ogni tempo e luogo, come pure
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in ogni anima, l'estendersi della redenzione, poich tutti siamo coinvolti in quanto a colpa e in quanto a merito in quest'agonia, e siamo invitati a parteciparvi. Mecum. Questa parola esce come sussurro da ogni tabernacolo. l'invito che si rinnova da quel mistico Getsemani dove il Cristo soffre nei secoli la solitudine, l'incomprensione e il tradimento. La notte del tabernacolo non meno pesante della notte nella macchia degli ulivi, non altra la vittima nascosta sotto le specie del pane, n diverso il comportamento degli uomini, di quelli che dovrebbero vegliare e pregare, e di quelli che compiono il sacrilegio di imprigionare Ges. La pratica della devozione getsemanica come quella dell'ascetica getsemanica il punto di riferimento delle anime operaie che, per altro, devono guardarsi dall'attribuire un tono sentimentale a questa devozione per non diminuirla e per non profanare l'austerit che domina nella tragedia del Getsemani. Giova modellarsi sull'esempio degli evangelisti. Di essi scrive il Lebreton: il loro amore per il Maestro superava di molto il nostro; i sentimenti che agitavano il loro cuore, specie di Giovanni, il testimonio oculare del dramma, erano infinitamente pi forti e vivi di quelli che possiamo ora provare noi; eppure il loro racconto procede con un tono commosso e modesto che ci impressiona di pi di ogni lamento. Gli evangelisti hanno compreso che il rispetto per la vittima adorata imponeva loro questo silenzio (P. G. LEBRETON, La vita e l'insegnamento d Ges Cristo Nostro Signore, Morcelliana, 1934, p. 337). Lo stile degli evangelisti di esempio alla devozione getsemanica, la quale, essendo concreta, deve condurre l'operaio frequentemente dinanzi al tabernacolo e soprattutto a visitare i tabernacoli di quelle chiese che il pubblico diserta e dove il Cristo sembra ripetere con particolare ragione: Sustinete hic et vigilate mecum. 4 - Nella festa del Sacro Cuore la Chiesa ricorda l'epistola di San Paolo agli abitanti di Efeso dove l'apostolo, avendo detto che gli fu accordata la grazia di annunziare presso i gentili le incommensurabili ricchezze del Cristo, soggiunge che egli ha il compito di mettere in luce davanti a tutti l'economia del mistero nascosto, dalle origini dei secoli, in Dio: Illuminare omnes, quae sit dispensatio sacramenti absconditi a saeculis in Deo (Ef. 3,9 - Mettere a tutti in luce quale sia la traduzione in atto dell'arcano nascosto da secoli in Dio). Questa economia si realizzata nella storia attraverso una distribuzione sempre pi larga dei sacri misteri, cosicch nuova capacit di comprendere fu data progressivamente all'uomo e la Chiesa vide con sempre maggiore chiarezza ci che fin dall'inizio fu annunziato. Questo accrescimento della Sposa di Cristo nella conoscenza del suo Sposo una dolce anticipazione della luce totale che irromper dopo morte nella mente degli eletti. Con la sua liturgia la Chiesa mette dunque in relazione questa progressiva distribuzione del mistero con la conoscenza del Sacro Cuore di Ges che, pur essendo stato
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annunziato dai Padri, dai Dottori, dai Santi e dalle anime contemplative fin dai primi secoli della Chiesa, ebbe il suo trionfo nelle rivelazioni concesse, durante la seconda met del '600, a Santa Margherita Maria Alacoque. Fra le istruzioni e le richieste rivolte da Ges alla grande figlia di San Francesco di Sales, vi quella di praticare l'ora santa e cio di vegliare con lui nella notte in memoria dell'ora di agonia che Egli trascorse nel Getsemani. Il Sacro Cuore ripet pi volte questa richiesta come si pu leggere negli scritti della Santa. Queste ripetute richieste di Ges rivolte a Margherita Maria portano della luce nel mistero del Getsemani perch ci fanno comprendere che le sofferenze alle quali il Cristo si sottopone riguardarono soprattutto il suo Cuore, se questo Cuore benedetto chiede di essere compreso e confortato. Anche il Sustinete hic et vigilate si rivela, in questo modo, come un'espressione del sentimento di Ges e cio come un bisogno del suo Cuore, come una necessit creata in lui dall'amore. Perci sembra possibile di concludere che la devozione verso l'agonia del Getsemani l'essenza intima della devozione verso il Sacro Cuore la quale destinata, come disse San Giovanni Evangelista a santa Geltrude, a riscaldare l'amore verso Dio in un mondo invecchiato e raffreddato. Consilium Domini in aeternum manet; cogitationes cordis ejus in generatione et generationem... Ut eruat a morte animas eorum et alat eos in fame (Salmo 32, 11,19 II disegno del Signore sussiste in eterno: e i pensieri del suo cuore per tutte le et... Per liberare dalla morte le anime loro e nutrirli in tempo di fame).

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12. AVULSUS EST 1 - Scaglionati i suoi discepoli in due gruppi, l'uno di otto e l'altro di tre, Ges si allontan, da solo, nel cuore del Getsemani. Di questo fatto ci informano Matteo, Marco e Luca; per quest'ultimo adopera un'espressione che rende lo stato d'animo di Ges ben pi di quanto non facciano Matteo e Marco. Mentre questi si limitano a dire che Ges avanz alquanto, Luca adopera un'espressione fortissima dicendo che Egli si strapp da loro per un tiro di sasso. Questa espressione fa intendere che la separazione di Ges dai tre prediletti avvenne nel dolore e indica la violenza del distacco. Da un punto di vista umano Ges non desiderava in quel momento di essere solo; perch dunque volle superare s stesso e portarsi pi avanti, a un tiro di pietra dai suoi discepoli ? Possiamo dire che non fu per quel sentimento di pudore di cui a volte il dolore si cinge poich, seppure a distanza, i tre poterono assistere all'agonia di Ges. Ci a cui essi a distanza non avrebbero potuto assolvere, anche se lo avessero voluto, era il compito di confortare Ges. Ed in ci consiste, probabilmente, lo strazio del distacco per la deliberata rinuncia di Ges a quelli che avrebbero potuto essere i suoi confortatori. Le parole del salmo ho cercato dei consolatori e non li ho trovati si adattano mirabilmente a questo particolare momento della passione quando Ges, avendo invocata nobilmente la comprensione e il conforto dei suoi, rinuncia a chiedere pi oltre ci che essi non gli danno, e si allontana. Forse Ges si sentiva portato a invocare di nuovo l'assistenza di quelli che Egli amava, a mendicare l'amore come usa l'uomo nei momenti di supremo sconforto, quando proteso sull'abisso e si aggrappa disperatamente anche ai pi inconsistenti arbusti del sentimento. Cos Ges avrebbe fatto, se non fosse prevalsa in Lui, precisa e dominante, la volont del Padre la quale non indicava il conforto, in quel momento, ma l'accettazione totale del sacrificio. E Ges ebbe la forza di strapparsi da ogni possibilit di umano compianto e mosse, quasi impietrito dal dolore, come una pietra lanciata dalla volont di Dio, verso la solitudine. 2 - L'anima dell'operaio non dev'essere come la vite o l'edera che richiedono per espandersi di appoggiarsi a muri, a piante o ad altri sostegni umani, ma come la quercia che cresce solitaria, diritta e possente verso il ciclo. Non che l'operaio tenga in poco conto la compagnia degli uomini, non la desideri e non sappia trarne quel profitto di carit e di umilt che essa soprattutto procura, ma questa compagnia non deve essere condizione indispensabile della sua vita la quale ha una sola condizione assoluta e cio l'amicizia di Dio, che i sacramenti e i sacramentali alimentano.
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L'operaio deve trovare in questo dolce legame interiore tutto quanto necessario e sufficiente per sostenerlo e sospingerlo nella sua missione fino al giorno del transito. Gli stimoli ed i conforti che provengono dal di fuori, e cio dalla compagnia degli uomini, sono complementari, devono essere ricercati e apprezzati, ma si deve anche, all'occorrenza, farne a meno. Quindi giova all'operaio la solitudine volontariamente ricercata perch lo mette di fronte alla realt interiore, gli fa comprendere di quanto sia tributario ad altri il suo equilibrio spirituale, quale e quanta sia la sua autonomia personale e cio la sua capacit di attingere direttamente alle fonti che il Salvatore apre a ciascuno. Nella solitudine, l'operaio studia la sua anima come un motore al banco di prova e, specialmente, anticipa quella prova suprema nella quale si risolve la vita dell'uomo quando solo, e perci carico delle responsabilit personali, e soltanto di queste, egli si presenter al giudizio di Dio. Nella solitudine degli Esercizi Spirituali e delle giornate di ritiro, nella solitudine che il monte e il mare regalano all'uomo, nella solitudine della notte vegliata, o in quella particolare solitudine che procura un paese dove le persone e talora anche la lingua sono sconosciute, l'operaio si mette, con grande frutto, alla presenza di Dio, valuta le sue debolezze, le sue necessit, le sue risorse. Quando esce dalla solitudine egli pi forte e come traboccante di vita interiore; la riconquista dell'ordine e la chiara nozione del cammino da percorrere lo sostengono. La solitudine dunque feconda quando non ricercata per un desiderio egoistico di tranquillit, per fuggire alle preoccupazioni che il lavoro apostolico procura, o per altri motivi di vilt spirituale, ma quando si verifica come una parentesi attiva della vita quotidiana nella quale l'uomo viene a colloquio con se stesso, vive spiritualmente di quanto la Grazia produce nella sua anima, e guarda con l'obiettivit di un estraneo alla sua vita d'ogni giorno, misurandola con il metro dei valori assoluti. L'operaio ama questa solitudine anche quando ridotta in frammenti, come nella meditazione o nell'esame di coscienza, la gusta e la ricerca. 3 - La solitudine ricercata un esercizio perch le anime si allenino a quella solitudine involontaria che Iddio concede come un periodo di prova e quindi come occasione di merito. La morte di persone care, il rovesciamento di una situazione economica o di altri valori umani, un lungo periodo di malattia o di prigionia e molti altri motivi possono creare attorno alle anime la solitudine. Pu anche succedere che la fedelt agli ordini ricevuti dai superiori, o la fedelt alle opere intraprese per il servizio della Chiesa determini una zona di incomprensione, di freddezza e di solitudine attorno all'operaio. La solitudine non ricercata, ma imposta e quindi subita, molto amara non solo per quello che produce, ma anche per ci che significa: malevolenza, ingratitudine, doppiezza, povert di spirito cristiano. una prova fra le pi difficili a sopportare, la prova del vuoto. Il cuore sente il bisogno di essere compreso e incontra indifferenza, distrazione.
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L'intelligenza chiede di capire e non vi chi la illumini. Le necessit materiali urgono e il prossimo abbandona Giobbe sulle immondezze. L'operaio di fronte a questa ingiustizia autentica ma sottile e quasi inafferrabile, non mai cos superficiale da profondersi in lamenti od accuse, ma circonda di dolcezza e di tranquillit la propria condizione. Le possibilit dolorifiche della solitudine sono innumerevoli e cangianti. La solitudine pu esistere nel cuore dell'uomo anche se egli assediato da mane a sera da una folla di uomini. Tormentosa la solitudine procurata dalla mancanza di affetti domestici, di amicizie, oppure dalla mancanza di un ambiente professionale, culturale, ricreativo. la socialit dell'uomo che si desta, talora all'improvviso, e reagisce contro la mutilazione procurata ad essa dalla solitudine, da quel tipo di solitudine, che gli procura dolore. Talora non in gioco la propria sensibilit, ma quella del prossimo e non di rado passa vicino a noi il dramma di un'anima che va singhiozzando per le strade della vita poich sola. Altre solitudini, non meno tragiche, sono contegnose e pudiche e non si svelano che all'osservatore attento. A volte la solitudine si ammanta di una particolare asprezza e si parla di misantropia, strano impasto di superbia, di delusione e di anomalia psichica. La solitudine uno straordinario testimone che rivela l'uomo a se stesso e l'uomo all'uomo. Di fronte alla solitudine propria, l'atteggiamento dell'operaio di chi conosce la preziosit del soffrire sull'esempio di Chi, nel Getsemani, affront la pi desolata solitudine. In questo modo la solitudine apparente pi che reale poich popolata dal conforto divino e dal pensiero delle anime che il Getsemani affratella. Di fronte alla solitudine altrui, l'operaio ha il compito di medicare con mano soave le ferite di chi soffre e di esporre le anime ai raggi vitali del pi gran sole, la carit di Cristo. 4 - I Vangeli parlano per ci che dicono e per ci che non dicono. Essi non descrivono il distacco di Ges dalla Madonna prima della Passione, ma certo che nel Getsemani il pi crudele motivo d'angoscia fu per lui la lontananza della Madre, di quella Madre. Il suo cuore umano lo portava a sperare anche dai discepoli la comprensione e il conforto, ma era chiaro alla sua intelligenza che quegli uomini non potevano, in quel momento, comprendere il suo dolore. Maria s, l'Immacolata, la Vergine, avrebbe potuto capire il suo Figlio divino ed assisterlo, unica fra gli uomini che avesse ricevuto, nella sua qualit di sposa, lo Spirito Santo. Maria, con il suo silenzio adorante e amante, con il tocco sovrasensibile e incommensurabile della sua bont, Maria che conosceva le Scritture e che aveva chiuso
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nel suo cuore fedelissimo gli ammaestramenti del Figlio, soltanto Maria. Eppure Ges non volle che Maria fosse con lui in quell'ora perch se il Getsemani avesse posseduto Maria non avrebbe potuto essere il luogo del supremo distacco, il vertice dell'offerta e della passione. Se Maria s fosse trovata nel Getsemani n il dolore redentore di Ges, n il dolore corredentore di Maria avrebbero raggiunto la notazione pi alta. Meno doloroso sar il Golgota perch ai piedi della croce vi saranno delle anime fedeli e, anzitutto, Maria. Non un gioco di parole dire che Maria presente al Getsemani perch assente, e cio partecipe, a motivo dell'assenza, di ci che il Getsemani significa: solitudine, dolore sovrumano, accettazione assoluta del volere del Padre, culmine della Redenzione. Anche Maria soffr, in quella notte, il suo Getsemani, perch i dolori del Figlio erano conosciuti e condivisi dalla Madre e perch la lontananza centuplicava il suo dolore. Maria dunque la prima ad insegnarci che il Getsemani pu essere vissuto ovunque, associando le nostre anime all'agonia del Cristo, anche di lontano, nello spazio e nel tempo.

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13. SUPER TERRAM 1 Ges giunge sul luogo esatto della sua agonia. A distanza di un tiro di sasso vi sono Pietro, Giacomo e Giovanni; pi lontano, gli altri apostoli. Egli ora solo e il dolore va crescendo nella sua anima; se Ges ascoltasse il desiderio del cuore forse tornerebbe sui suoi passi per tentare di nuovo, con parole pi toccanti, di scuotere i prediletti, di commuoverli, di farsi comprendere, di farsi amare. Anche la nausea e la paura crescono, e gli consigliano di fuggire da quel luogo ripugnante per salvarsi dalle acque fetide del tradimento, dell'invidia, della sensualit e dell'ipocrisia, acque che hanno rotto gli argini e stanno per sommergerlo. Il consiglio che sembra salire dalla sfera dell'umana sensibilit a quella della volont del Cristo dunque uno solo: andarsene. Ma il Cristo non ascolta queste voci e con uno di quei gesti che troncano ogni discussione e che ammaestrano pi che un discorso, si abbatte sulle ginocchia con la faccia contro la terra amarissima del Getsemani. Non un atto di debolezza fisica come di uno a cui le forze vengano a mancare in seguito ad una fatica o ad una malattia, perch fino a poc'anzi le forze di Ges apparivano integre e tali appariranno fra poco quando Egli torner presso il gruppo degli Apostoli addormentati. La causa del gesto improvviso di Ges, una prostrazione morale, prostrazione che Egli avrebbe in certo modo potuto evitare portandosi altrove. Ma egli si abbatte al suolo, come per impedire che le forze istintive della sua umanit lo muovano alla fuga da quel luogo dove un dovere lo costringe, come per anticipare con un atto simbolico il fiat che uscir fra poco dalle sue labbra, come per consegnarsi effettivamente prigioniero al Padre, prima di consegnarsi prigioniero agli uomini, e come per adorare la volont di Colui che Lo ha mandato poich, le ginocchia ed il viso a terra, Egli nella posizione di chi adora. 2 - Non vi era certamente al mondo, in quella notte, un luogo pi ingrato del Getsemani per il cuore del Cristo. Egli sapeva che in quel posto avrebbe dovuto svolgersi il combattimento interiore pi terribile per la sua anima, anzi sentiva che il combattimento era gi iniziato con un attacco serrato di dolore, di nausea e di paura. Ma pure quello era il suo posto, e Ges lo occupa nell'atteggiamento adorante di chi accetta il posto assegnategli da Dio. Per quanto possa essere nascosto, difficile o spregevole il posto dove la Provvidenza ha collocato l'operaio, non potr mai darsi che quello di Ges nel Getsemani appaia meno penoso e pi tollerabile. Agli occhi di chiunque Ges ha toccato in quella notte, in quel posto, il massimo della sofferenza di cui l'anima umana capace. Stabilito il confronto, l'operaio sar condotto in ogni caso a concludere che il suo pur sempre un Getsemani minore, un pallido riflesso della riluttanza che il Cristo dovette superare nell'occupare il suo posto nella notte dell'oliveto. Difficilmente dunque il posto dell'operaio sar tanto ingrato e repulsivo come il
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Getsemani in quella notte, ma spesso accade che non piaccia o che venga a noia. Gli aspetti sfavorevoli del posto che si occupa sono, come naturale, ben pi noti di quelli dei posti tenuti da altri; di qui un cronico desiderio di evasione, di cambiamento. Talora succede che non si possa parlare neppure di un posto qualsiasi poich il volere della Provvidenza sembra essere quello che l'operaio si purifichi attraverso la mancanza di ogni condizione di sicurezza umana, vivendo, per cos dire, alla giornata. Ma anche il non-posto un posto determinato al cospetto di Dio, anzi quello destinato agli apostoli quando Ges li mand a predicare il Vangelo spogli di ogni precauzione umana. Non peram in via, neque duas tunicas, neque calceamenta, neque virgam: dignus enim est operarius cibo suo (Mt. 10,10 - Non sacca da viaggio, n due vesti n calzari, n bastone: poich l'operaio degno del suo nutrimento). E spesso la vita dell'operaio fluisce cos, come un continuo atto di abbandono a Dio, e come una continua manifestazione della Provvidenza divina. Comunque sia la fisionomia del posto assegnato all'operaio, questi deve pensare che ogni posto, nonostante le diversit umane, si equivale, poich ogni posto trova la sua giustificazione e la sua fecondit nel volere di Dio. Il divino mosaicista il Cristo, ed Egli ha bisogno di tessere d'ogni colore. Questo importa: che l'operaio trovi una collocazione nella grande macchina della redenzione e come nelle macchine materiali, cos anche in questa, gli ingranaggi pi delicati sono i pi piccoli ed i pi nascosti. Che il posto sia spesso doloroso, amaro, facilmente prevedibile perch senza la componente del dolore quel posto non potrebbe aspirare alla corredenzione del Getsemani e del Calvario. L'operaio non deve preoccuparsi dell'avversione che pu sentire per il suo posto, ma di trasformarlo, di sublimarlo, di renderlo degno delle operazioni redentrici del Cristo. Ogni posto, per minuto e duro che sia, pu spiritualmente attivarsi e diventare un faro di luce, un gioiello della grazia, una dimostrazione che Dio esiste ed con l'uomo, un nodo stradale per le anime. Per produrre bisogna fermarsi, inginocchiarsi sul posto che Iddio ci ha consegnato, baciare questa terra che attende di essere fertilizzata dal sudore e dal sangue dell'operaio, adorando. 3 - Un modo certo per occupare con spirito di cristiana perfezione il proprio posto, consiste nel rispettare il posto che altri occupa evitando di giudicarne il perch ed il come. L'operaio non deve trar motivo dai doni che Iddio gli ha dato per natura, o di cui gli ha permesso l'acquisto, n tanto meno dal fatto della sua consacrazione per adergersi a giudice, non richiesto, delle azioni altrui. Anzi, deve trasparire dal suo mondo spirituale un grande rispetto per le idee e per le azioni degli altri e tanto pi, quanto pi si tratta di estranei, cio di persone intorno alle quali non si possiedono che insufficienti motivi di giudizio. Ma anche per i prossimi, e per qualsiasi compito che ad essi abbia affidato la Provvidenza, l'operaio deve interpretare con estrema accondiscendenza e dolcezza ogni
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atteggiamento

ed

ogni

azione.

Cos ha piena attuazione il comando di Ges Nolite iudicare (Mt. 7,1 - Non giudicate) che non solo pieno di giustizia, ma di opportunit, perch anche da un punto di vista umano i saccenti che tutto sanno e di tutto giudicano riescono difficilmente sopportabili. L'operaio invece deve studiarsi, per la sua missione, di riuscire accetto a tutti e questo successo psicologico molto facilitato da quel riserbo per cui egli evita, ispirato dall'umilt e dalla carit, di pronunciare giudizi intorno al prossimo. Egli eviter anche di richiamare l'attenzione sopra s stesso e sul suo posto di lavoro, ma se necessario parlarne lo far con grande semplicit, con quella competenza che il posto tenuto gli procura, accettando quelle osservazioni e quei rimproveri che gli potessero giungere con spirito di riconoscenza, anche se non perfettamente intonati o se ingiusti. 4 - II proprio posto deve essere tenuto dall'operaio con fedelt e con decoro; cio con quel riguardo, con quella compiutezza e con quella dignit con cui si adopera un oggetto di valore che non ci appartiene poich il posto che si occupa, qualunque esso sia, rappresenta una missione affidata da Dio e come tale grandemente prezioso. Dall'uso che l'operaio ne fa, dipende la sua salute spirituale e l'estensione del regno di Dio. Soprattutto il proprio posto dovr essere tenuto con vigile senso di responsabilit. Ogni posto riassume un complesso di doveri, pi o meno facili e graditi, ai quali bisogna far fronte con fermezza e costanza. Il comportamento di chi si sbigottisce di fronte al dovere arduo, oppure di chi cerca di escludere il dovere scomodo, o anche di chi cerca abilmente o affannosamente di delegare ad altri il proprio dovere, non conforme allo stile cristiano, n quindi allo stile operaio. Guardiamoci da ogni vilt spirituale e anzitutto da quella che ci consiglia di fuggire di fronte alla responsabilit da assumere per non comprometterci e cio per una sottile forma di rispetto umano. Coprire il proprio posto non vuoi dire soltanto che lo si deve occupare, ma anche che bisogna assumere onestamente tutte le responsabilit che il posto occupato porta con s. veramente uomo, cio cristiano, cio operaio, colui che accetta le responsabilit del proprio agire anche quando appaiono ingrate poich, se vi fu errore, si accoglie serenamente l'avversit come un'espiazione, se invece non vi fu errore basta la testimonianza della coscienza a confortare l'operaio nel ricordo delle parole di Ges: Beati i perseguitati per amore della giustizia, poich di essi il regno dei cieli (Mt. 5,10). Questo atteggiamento richiede talora una presa di posizione energica, come quando si devono riprendere dei dipendenti che non compiono il proprio dovere, compito ingrato da cui per non lecito esimersi pur cercando di togliere dal rimprovero, con la carit, ogni aspetto passionale. Vi sono delle anime per le quali questo atteggiamento franco e virile spontaneo, ma ve
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ne sono delle altre che devono vincere la timidezza naturale; allora necessario un forte impegno della volont il quale crea nell'anima, per mezzo della grazia, questa particolare virt, la fortezza. L'operazione si compie con tanto maggior merito e miglior risultato, quanto pi la vittoria faticosa, perch ci che si conquista con la grazia supera in qualit ci che proviene dalla natura. Al rispetto per il posto degli altri il buon operaio unisce l'aiuto perch ciascuno possa fare fronte alle responsabilit del proprio posto. Senza pose, senza annoiare, senza far pesare, ma con naturalezza e discrezione il prossimo deve essere aiutato a portare il peso del dovere quotidiano. Un estraneo pu vedere ci che la persona direttamente interessata non vede, pu scongiurare pericoli, pu avviare verso una soluzione, pu fornire aiuti insperati; ed allora l'estraneo, tanto pi se operaio, non deve pi sentirsi estraneo, ma chiamato in causa dai fili invisibili del volere divino ed ha il dovere di intervenire circondando il suo interessamento di bont e di tatto. nelle piccole cose, nelle minute circostanze della vita, che il cristianesimo rifulge della sua pi commovente bellezza ed qui che la virt dell'operaio trova il suo vaglio, il suo incremento, la sua principale funzione.

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14. PATER..... 1 - La solitudine ormai totale attorno a Ges. La Madre distante perch in questo modo deve compiersi il volere di Dio. I fedeli e i fedelissimi, se anche materialmente prossimi, sono spiritualmente assenti perch avvinti dalla stanchezza e trascinati lontano nelle irrealt del torpore che precede il sonno. Ges aveva descritto agli apostoli, con parole aderentissime, l'abbandono nel quale lo avrebbero lasciato, ma non era stato capito. Riascoltiamole, quelle parole, che non solo predicono la solitudine inflitta a Ges dagli uomini, ma anche il grande conforto che sosterr Ges nell'ora dell'abbandono: Ecce venit hora aveva detto Ges durante il cammino dal Cenacolo al Getsemani et etiam venit, ut dispergamini unusquisque in propria, et me solum relinquatis: et non sum solus, quia Pater mecum est (Gv. 16, 32 - Ecco viene l'ora, anzi gi venuta, che vi disperderete ciascuno dal canto suo, e mi lascerete solo; ma non sono solo, perch con me il Padre). L'umanit del Cristo si rivela, in queste parole, con un'evidenza che sconvolge e commuove. La presenza del Padre l'ancoraggio di Ges mentre il suo Cuore sanguina per l'assenza degli uomini, la realt a cui Egli si appoggia, come per rincuorarsi, onde affermare et non sum solus. Con un tono di fierezza e di sicurezza queste parole devono essere uscite dalla bocca di Ges dopo che la sua voce si era velata, forse, nel descrivere l'abbandono degli apostoli. Gli uomini lo abbandonano, ma il Padre con Lui: Pater mecum est. Del Padre, Ges aveva parlato in quella sera e in quella notte pi che in ogni altro momento. Basta rileggere nel Vangelo di Giovanni il racconto dell'ultima cena per trovare nelle parole di Ges, ad ogni passo, l'accenno al Padre. Egli aveva affermato di essere nel Padre Ego sum in Patre meo (Gv. 14,20 - Io sono nel Padre...) al punto che colui che odia Lui, odia il Padre Qui me odii, et Patrem meum odit (Gv. 15,28 - Chi odia me, odia anche il Padre mio). Egli aveva dichiarato il suo amore verso il Padre Diligo Patrem (Gv. 14,31 - Amo il Padre) e l'amore del Padre verso di Lui, amore che Egli assunse ad esempio per amare, nello stesso modo, gli uomini Sicut dilexit me Pater et ego dilexi vos (Gv. 15,9 Come il Padre am me cos io ho amato voi). Ma anche il Padre ama gli uomini e li ama in quanto essi amano Ges Ipse enim Pater amat vos, quia vos me amastis (Gv. 16,27 - Lo stesso Padre vi ama, perch avete amato me). Ges aveva spiegato, per ci che dato agli uomini di capire, il legame intimo ed indissolubile che lo stringe al Padre. Ora venuto il momento di mostrare in atto questo legame che unisce, pur mantenendole distinte, le prime due Persone della Santissima Trinit. Durante la cena, Filippo aveva detto a Ges: Domine ostende nobis Patrem (Gv. 14,8 70

Signore, mostraci il Padre). E Ges aveva risposto: Philippe, qui videt me, videt et Patrem (Gv. 14, 9 - Filippo, chi vede me vede il Padre) e aveva soggiunto Pater autem in me manens, ipse facit opera (Gv, 14,10 - Il Padre che sta in me egli stesso che opera). Come il Padre sia in Ges e come vada operando attraverso la libera accettazione del Figlio, sta ora per essere dimostrato nel divino colloquio dell'agonia. 2 - Uscendo dal Cenacolo, Ges aveva anche parlato del Padre suo per mezzo di quella parabola che viene detta della vite e dei tralci : Ego sum vitis vera aveva detto Ges et Pater meus agricola est (Gv. 15, 1 - Io sono la vera vite, il Padre mio il vignaiuolo). Questo ingresso ampio e fermo della parabola ci presenta il Padre nella veste di un operaio e precisamente di un agricoltore. Che il Padre sia un grande operaio chiaro quando si pensi alla creazione che il suo capolavoro, cos come la redenzione il capolavoro del Figlio. N la creazione, n la redenzione sono dei fatti che hanno avuto termine nel tempo, poich l'esistenza attuale del mondo pu anche dirsi una creazione continuata, ossia un prolungamento della creazione (prolixitas creationis), e nello stesso modo si pu dire che la redenzione in atto a motivo del lavoro incessante della Grazia che fluisce dal costato del Cristo. Mentre il Figlio pende, tuttora, dal patibolo, il Padre ripete su di noi, anche oggi, il fiat della creazione. Il Padre viene dunque presentato da Ges come un agricoltore, il quale toglie ogni tralcio della sua vite che non d frutto e pota quei tralci che danno frutto perch ne diano di pi: Omnem palmitem in me non ferentem fructum, tollet eum; et omnem qui ferit fructum, purgabit eum, ut fructum plus afferat (Gv. 15, 2 - Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglier via; e quello che porta frutto la poter, perch frutti di pi). Sull'esempio e secondo l'insegnamento di Ges, l'operaio deve sentire la presenza del Padre non altrimenti di quanto la parabola consiglia, e cio come una presenza direttiva ed operante. Il Padre Colui che secondo un piano determinato ha piantato la vite e richiede da essa il frutto corrispondente. Egli segue con occhio vigile la vita della pianta cos da incrementarla, toglie i rami secchi e pota i rami fecondi. Fuori della metafora, Egli segue le espansioni della redenzione operata dal Cristo attraverso le diramazioni del Corpo Mistico ed ha gelosa cura di esse. Siccome ogni tralcio sorvegliato, l'operaio ha motivo di sentire sopra di s l'occhio del Padre, di temere il suo giudizio, ma anche di abbandonarsi alla sapienza di questo divino agricoltore il quale valuta secondo una giustizia che gli uomini non conoscono, dosata con infinita bont. Al Padre preme il reddito della pianta, che quanto dire della creazione e della redenzione, non solo in genere, ma nella fattispecie di ogni cristiano. Il pensiero della fecondit che Iddio esige dalla sua mistica vite sprona l'operaio alle opere per non essere considerato tralcio sterile destinato alla distruzione.
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Se poi il lavoro mescolato alle sofferenze, l'operaio pensa che le cesoie dell'agricoltore vanno potando in lui il superfluo perch le sue forze, concentrate sull'essenziale, conducano a frutti pi pregiati. Il piano, che vive nel cuore di ogni buon operaio, di lavorare onde produrre frutti nella Chiesa di Dio, ispirato al desiderio di rendere gloria al Padre perch i frutti, e cio le opere, onorino l'agricoltore divino. In hoc clarificatus est Pater meus ha osservato Ges a conclusione della parabola ut fructum plurimum afferatis (Gv.15,8 - Il Padre mio glorificato in questo, che portiate molto frutto). 3 - II Padre, in quest'ora, dinanzi al Figlio come giudice. Ges , per il Padre, l'ambasciatore e il procuratore dell'uomo, uno schermo immacolato che copre il disfacimento della natura umana e i peccati innumerevoli che da quello iniziale traggono origine. Poich si addossa le colpe degli uomini, Ges come l'accusato che in veste di reo si presenta al giudizio del Padre. La sentenza nota ab aeterno, ma nel Getsemani si svolge l'ultimo appello nel quale Ges tenta di modificare la decisione del Padre e di mitigare i rigori della divina giustizia ricorrendo all'onnipotenza divina, per dimostrare la realt della sua natura umana, in tutto simile alla nostra fuorch nel peccato. Nel silenzio della notte che avvolge l'oliveto, si aderge un tribunale che deve pronunziarsi in ultima istanza sulla sorte che spetta al novello Adamo. Di fronte a questo, i tribunali di Caifa, di Pilato e di Erode non sono che secondarie strutture a cui Ges si sottoporr, mansueto e silenzioso, convinto della morte che Lo attende e che Egli accetta. Non la sentenza degli uomini che Lo conduce al Calvario ma la sentenza del Padre. L'ultima udienza del processo contro il Figlio viene celebrata al cospetto di alcuni uomini assonnati, ma talora in ascolto e che riferiranno, perch da tutti si sappia che Ges non cede alla forza del male ma alla forza del bene, che non satana attraverso i suoi sgherri a giudicare del Figlio di Dio, ma il Padre in persona; che la vittoria non dunque di satana, ma che spetta a Dio infinitamente giusto e potente, a cui corrisponde l'infinita carit del Figlio nel darsi alla morte per noi. Ges aveva detto agli apostoli che il principe del mondo non ha su di Lui nessun potere (... enim princeps mundi huius et in me non habet quidquam (Gv. 14,30 - ...il principe di questo mondo non ha da fare nulla con me) ed ora, permettendoci di assistere al suo Getsemani, ci dimostra che Egli il prigioniero del Padre e che solamente perch tale, si consegner prigioniero agli uomini. Fierezza e verit del Cuore di Cristo! Ma anche fierezza e verit dell'operaio ogniqualvolta egli giudicher del mondo, delle sue vicende e delle sue condanne da questo medesimo punto di vista. Non il giudizio dell'uomo che importa, ma il giudizio di Dio. Attraverso la miopia e la cattiveria degli uomini passa, invisibile e misteriosa, la corrente del volere divino; a questo si cede e non al male; con la fiducia di chi si abbandona alla sentenza di un
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Padre. 4 - Grande operaio il Padre, grande operaio il Figlio, non di meno grande operaio lo Spirito Santo. Come al Padre e al Figlio attribuita la creazione e la redenzione, cos alla terza persona della SS.ma Trinit si attribuisce il capolavoro della sapienza divina e cio l'incarnazione, in quanto per opera dello Spirito Santo che il Verbo prese carne e nacque da Maria. Congiungimento del divino e dell'umano che supera ogni immaginazione, coronamento della creazione e architrave della redenzione, l'incarnazione continua, per cos dire, oltre il concepimento di Maria e si realizza ogni qualvolta le cose divine devono essere accolte, capite, assimilate dall'uomo. Lo Spirito Santo costru allora il ponte di passaggio fra la natura umana e la natura divina ed presente ogniqualvolta questa osmosi spirituale, fra le due nature, si realizza. La stessa comprensione della verit e della grazia portate al mondo dal Cristo, non sar sufficiente se non quando scender il Paraclito a renderla compiutamente possibile. Infatti Ges disse intorno allo Spirito Santo, in quella medesima notte, queste parole: Spiritus Sanctus, quem mittet Pater in nomine meo, ille vos docebit omnia, et suggeret vobis omnia, quaecumque dixero vobis (Gv. 14, 26 - Lo Spirito Santo, che il Padre mander nel nome mio, egli vi insegner ogni cosa, e vi rammenter tutto quanto gi vi dissi). Lo Spirito Santo dunque l'interprete divino di ci che Ges ha detto ed ha fatto, ed lo Spirito Santo che rende perfetta testimonianza del Cristo di fronte all'umanit secondo quanto Ges medesimo volle soggiungere per chiarire il suo pensiero agli apostoli: Cum autem venerit Paraclitus quem ego mittam vobis a Patre, Spiritum Veritatis, qui a Patre procedit, ille testimonium perhibebit de me (Gv.15,26 - Quando sar venuto il Consolatore ch'io vi mander dal Padre, lo Spirito di verit che procede dal Padre, egli attester per me). Per questo motivo la Chiesa, interprete sensibile della redenzione, ispira il suo mandato allo Spirito Santo. Nei confronti del Getsemani il ricorso allo Spirito Santo dunque necessario perch l'anima possa accostarsi al mistero per ricavarne la luce di cui abbisogna, affinch la verit si renda accessibile, adeguata ai bisogni ed in progressivo aumento. Ma anche sotto un altro aspetto lo Spirito Santo aleggia, per cos dire, nella mistica notte getsemanica. Ges che ci suggerisce questo attraverso alcune parole rivolte agli apostoli, sempre in quella notte, poco prima di entrare nel giardino: Si enim non abiero Egli disse Paraclitus non veniet ad vos (Gv. 16,7 - Se non me ne andr, non verr a voi il Consolatore). La volont del Padre che condiziona il dono dello Spirito alla morte del Figlio, presente alla mente ed al cuore di Ges. Egli sa di dover pagare questo tributo pesantissimo perch l'umanit possa ricevere il Paraclito con i suoi doni e dissetarsi, finalmente, alle acque trasformatrici della redenzione.
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Tutto ci che ha fatto finora non potr essere compreso, n fruttificare, n confermarsi, se non verr lo Spirito, e lo Spirito non verr se il Cristo non accetter di uscire dal mondo, attraverso il tormento della condanna e del patibolo. Quando ascolteremo Ges invocare il Padre dicendogli che, potendo fare ogni cosa, allontani il calice amarissimo dalle sue labbra, dovremo anzitutto pensare che Ges voglia dire al Padre che trovi modo di mandare egualmente lo Spirito Santo agli uomini senza chiedere a Lui, suo Figlio, un prezzo cos alto e cos ripugnante. E quando ascolteremo il fiat di Ges dinanzi all'immutata volont del Padre, saremo condotti a pensare che il motivo dominante dell'accettazione da parte del Figlio consista nella sua volont di non privare gli uomini dello Spirito Santo e dei suoi carismi. L'agonia del Getsemani il primo e pi grave tributo versato da Ges alla giustizia del Padre per acquistare agli uomini il dono della Pentecoste. Nella piet del buon operaio vien fatto continuo ricorso allo Spirito Santo perch illumini e fecondi la difficile via delle opere. La piet dischiude la via alla conoscenza, e la conoscenza all'azione trasformatrice del Paraclito; onde si verifichi la parola di Ges: Spiritum veritatis, quem mundus non potest accipere, quia non videi eum, vos autem cognoscetis eum, qua apud vos manebit, et in vobis erit (Gv. 14-16,17 - Lo Spirito di verit che il mondo non pu ricevere, perch non lo vede, n lo conosce: ma voi lo conoscerete, perch abiter con voi, e sar in voi).

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15. Omnia tibi possibilia sunt 1- Abbandonato dagli uomini che gli sono amici, prossimo a cadere nelle mani degli uomini che gli sono nemici, il Figlio ricorre al Padre che pi grande di lui ( Pater maior me est (Gv. 14,24 - II Padre pi grande di me) e nel quale, per il mistero della santissima e indivisibile Trinit, egli si trova (Unigenitus Filius, qui est in sinu Patris - Gv. 1,18 - L'Unigenito Figlio che nel seno del Padre). Il rapporto del Figlio con il Padre un colloquio del quale noi conosciamo direttamente solo le parole pronunziate dal Cristo. Il pensiero del Padre pu essere intuito ma non si esprime con parole umane o, quanto meno, si esprime con parole che non ci sono note. Perci il colloquio, come viene riferito dagli Evangeli, consiste in una preghiera che il Figlio rivolge al Padre, ripetutamente. Ges aveva insegnato: Orantes autem, nolite multum loqu... scit enim Pater vester, quid opus st vobis, antequam petatis eum (Mt. 6, 7,8 - Pregando, poi, non usate tante parole... poich il vostro Padre sa, prima che glielo domandiate, di quali cose avete bisogno) ed Egli difatti adopera nella sua preghiera poche parole che rappresentano una parafrasi della preghiera ufficiale, il Pater noster, insegnato ai discepoli. Sic orabitis (Mt. 6, 9 - Pregate cos) aveva detto un giorno il Maestro ed ora Egli stesso adopera quei pensieri e quelle parole nel rivolgersi al Padre. Ges, logico ed esemplare in tutto, vuole esserlo anche in questo momento e sotto questo particolare aspetto. La preghiera ufficiale si apre con l'invocazione a Dio, chiamato con l'appellativo di Padre, e cos pure ha inizio la preghiera di Ges nel Getsemani: Pater.... Al nome segue, con dolcezza, un monosillabo che rivela, in qualche modo, un possesso dell'orante e cio un suo diritto ad essere ascoltato ed esaudito: Pater mi, Padre mio!. Mentre Ges ha insegnato ai suoi discepoli: Pater noster, ora esclama, stretto nel torchio del dolore, Pater mi. Dopo l'invocazione del Padre, la preghiera si allarga, con vastit oceanica, sopra un orizzonte di infinita gloria e potenza. Le tenebre del Getsemani sembrano squarciate da una grande luce, il tranello che gli uomini tendono a Dio sembra risolversi di fronte alla Verit che rifulge nel suo eterno splendore. Ges aveva insegnato nel Pater noster che dopo aver invocato il Padre bisogna desiderare la gloria del suo nome: sanctificetur nomen tuum. Prima di ogni altra domanda occorre che la creatura chieda a Dio che gli scopi della creazione siano raggiunti, e la creazione fu determinata appunto per la gloria di Dio. Dovere di ogni uomo di contribuire a questa gloria e di pregare e di operare perch Iddio venga glorificato e proclamato come nel trisagio angelico: santo! santo! santo! Gi altre volte Ges aveva praticato questa regola di rendere gloria al Padre nella sua preghiera, e cos nel cenacolo si era rivolto al Padre con l'appellativo di santo: Pater sancte (Gv. 17, 11 - Padre santo), e con l'appellativo di giusto: Pater juste (Gv. 18, 25
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Padre giusto). Nella preghiera del Getsemani, la glorificazione del Padre avviene attraverso un sublime riconoscimento della sua potenza. Il nome del Padre viene santificato con queste parole che ad un tempo esaltano e commuovono: Omnia tibi possibilia sunt (Mc. 14, 36 - Tutto ti possibile). Il Cristo esalta nel Padre l'Onnipotente. come il frammento di un cantico d'angeli e di santi che echeggia nel Getsemani e che porta le nostre anime alle soglie del paradiso, una parentesi di gloria che sale al Padre riverberandosi sul Figlio. Cos, nel Getsemani di ogni uomo, vi sono luci improvvise che squarciano, a periodi, le nubi del dolore per dare alle anime il senso dell'altezza e della purificazione a cui la sofferenza, cristianamente accettata, le conduce. 2 - Leggi fisiche e chimiche, note ed ignote, reggono il mondo materiale a cui appartiene il corpo dell'uomo; misteriose leggi psicologiche ne influenzano l'anima. Una rete di forze avvolge la volont dell'uomo, la delimita e spesso la imprigiona. Chi non avverte, dolorando, la sproporzione che passa fra il desiderio e la realt, fra lo spirito e la materia? Chi non ha mai sofferto come di una asfissia spirituale, eppure ha dovuto continuare a vivere in quell'ambiente che sembra soffocarlo perch tale la voce del dovere? Chi poi, lavorando per l'avvento del regno, non si trovato di fronte a difficolt quasi impossibili a sciogliersi, oppure stretto come in una morsa da forze negative prevalenti? In queste circostanze la frase del Getsemani: Omnia tibi possibilia sunt suona simile ad un inno di liberazione e di vittoria al cuore dell'operaio. Dunque non vero che le forze del male abbiano definitivamente arrestato il programma del bene; non vero che la nostra incapacit, inferiorit, limitazione sia un ostacolo insuperabile sulla strada delle opere; non vero che le porte di una prigione senza sbarre si siano chiuse pesantemente alle nostre spalle soffocando ogni motivo di speranza. Gli stessi peccati non sono una palla al piede tale da impedire il riscatto e la fioritura apostolica di un'anima consacrata. Basta sollevare gli occhi verso il Padre e riporre in Lui la fede: Egli pu tutto. Non vi sono posizioni incrollabili, n sconfitte senza rimedio, n difficolt insuperabili, n debolezze che non possano essere fortificate di fronte all'onnipotenza di Dio. Egli padrone del meccanismo di ogni legge poich Egli la legge suprema. I determinismi delle forze materiali e morali si sciolgono dinanzi a Lui come neve al sole, poich la suprema determinante il suo volere. Gli sbarramenti giuridici, le convenzioni umane, le previsioni, le mormorazioni, le calunnie si disperdono al suo cospetto, e nuove realt si affermano che non erano previste. Quand'anche l'orizzonte fosse chiuso e le previsioni degli uomini pessimiste, l'operaio che agisce secondo coscienza non si turba e non indietreggia, in quanto ogni cosa possibile a quel Padre a cui egli si affida. Infatti Ges disse, prima ancora di rivolgere al Padre nel Getsemani l'inno dell'onnipotenza, queste chiarissime parole: Quae impossibilia sunt apud homines,
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possibilia sunt apud Deum (Lc. 18, 27 - Quel che non possibile agli uomini possibile a Dio). 3 - La santificazione del nome divino particolarmente doverosa quando l'anima avverte di essere destinataria di un dono da parte di Dio: allora l'inno di lode si trasforma in un inno di riconoscenza. E quando mai l'anima pu pensare di sottrarsi alla pioggia di grazie di cui Iddio la ricolma? Non forse ogni battito del cuore, ogni respiro, ogni pensiero, ogni attimo della vita soprannaturale un dono immenso e gratuito da parte di Dio? Non forse questo il dovere di ogni istante, per cui nella santificazione del suo nome la lode verso l'Altissimo deve mescolarsi intimamente alla riconoscenza? Il ringraziamento una testimonianza resa alle opere e questa una forma molto doverosa di lode. L'episodio evangelico del lebbroso mondato che torna da Ges per ringraziarlo e le parole di Ges dimostrano con quale desiderio Dio attenda la riconoscenza dell'uomoNonne decem mundati sunt? et novem ubi sunt? Non est inventus qui rediret, et daret gloriam Deo, nisi his alienigena? (Lc. 17, 17,18 - Non furono guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non s' trovato chi tornasse a dare gloria a Dio, se non questo straniero?). Perci l'operaio deve sempre dedicare un posto adeguato nella sua preghiera al ringraziamento per i particolari benefici ricevuti dalla misericordia divina. Ma sarebbe poco limitare la riconoscenza a queste grazie speciali, poich il giudizio dell'uomo assai limitato e la nostra riconoscenza corre pericolo di essere troppo scarsa e superficiale. Occorre invece che il cuore dell'operaio sia dilatato dai palpiti di una riconoscenza totale, che abbracci ogni sua facolt, naturale e soprannaturale, mobilitando tutto l'essere in un'azione di grazie incessante, preludio ai cantici dell'eternit. Questo si ottiene facilmente pensando che tutte le realt nelle quali ci incontriamo, belle, brutte o indifferenti, piccole o grandi, superficiali o profonde, transitorie o definitive, naturali o soprannaturali, che partano dagli uomini o dalle cose, previste o impreviste, ben al disopra del valore umano e sensibile che pu venire ad esse attribuito, posseggono un significato provvidenziale. Tutto e tutti rientrano in un piano misterioso di santificazione concepito dalla onniscienza e dalla onnipotenza di Dio per ciascun uomo, piano che noi andiamo continuamente lacerando con i nostri peccati, ma che la divina bont incessantemente riprende e ricompone. La santificazione dell'uomo il fastigio della redenzione e cio il trionfo della grande opera affidata dal Padre al Figlio, e Questi la persegue nei riguardi di ciascuno con un'azione che non finisce se non quando finisce la vita. Lo svolgersi di questo divino assedio dell'anima la profonda, unica verit. Tutti i piani secondo cui i fenomeni sensibili e ultrasensibili paiono ordinarsi sono costruzioni effimere che acquistano un significato solo per l'apporto recato al piano divino della santificazione individuale.
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Il Redentore lavora a questo piano sia con l'intervento positivo della Grazia, sia permettendo alla forza negativa del dolore di aprire il terreno spirituale delle anime rendendolo recettivo e fecondabile. Non vi circostanza della vita che non trovi la sua precisa collocazione in questo capolavoro del Cristo che si ripete per ogni anima. Non dobbiamo ringraziare soltanto per quei benefici singoli, pi evidenti e piacevoli, che la bont di Dio concede, ma per tutti i fattori che incidono nella nostra vita, anche per le circostanze che sembrano inutili, dolorose, per quelle lame fredde e taglienti che il dolore sa insinuare nelle latebre pi gelose dei nostri desideri e dei nostri affetti, con precisione che sbalordisce. Anche queste realt, che ci sconvolgono e ci abbattono, sono dettagli di quel piano, filtrazioni dell'anima, fattori di richiamo e di purificazione, dosati dal medico divino con l'esattezza con la quale si dosa un farmaco. L'anima cristiana, e tanto pi l'anima consacrata, deve possedere spiritualmente un'acutezza visiva cos sviluppata da saper discernere i lineamenti di questa economia che va sviluppandosi nei suoi riguardi, e se anche non sempre riesce a comprenderla deve credere in essa con fede certa. Soprattutto deve trasportare questa certezza sul piano dell'amore, trasformandola in un cantico incessante di riconoscenza per la divina, implacabile, travolgente persecuzione delle anime che si abbandonano all'azione santificatrice della grazia e del dolore. 4 - II pensiero del Padre, a cui tutto possibile, del Figlio che lava ogni colpa acquistando per ogni anima meriti infiniti, e dello Spirito Santo che si impegna a perfezionare in ciascuno l'opera redentrice fino a farle conseguire la santit, infonde nel cuore dell'operaio un sentimento di gioia schietta e permanente. L'accostamento al Getsemani non altera questo sentimento di gioia ma lo alimenta e lo irrobustisce, preparando l'anima a sopportare il dolore e trasformando anche questo in una sorgente di letizia soprannaturale. Il dolore guardato in faccia perde, poco a poco, la fisionomia nemica di un castigo che la giustizia divina gli ha attribuito, per acquistare soprattutto la fisionomia di uno strumento di salvezza secondo il disegno mirabile della carit divina. Perci nella vita dell'operaio anche le spine si trasformano in rose; non l'allegria del mondo che lo distingue n lo attrae, ma l'inesauribile serenit delle anime che superano il fenomeno per fermare il pensiero, adorando, al volere di Dio. L'operaio procede fra gli uomini umilmente come si conviene alla sua missione, ma la sua conversazione nei cieli; il giardino del Getsemani, per i meriti del Cristo, si trasforma prodigiosamente nel giardino dell'Eden dove la conversazione di Adamo con Dio era consueta. una letizia che richiede di essere non tanto apparente quanto sostanziale e continua, ben difesa contro gli assalti degli uomini e delle cose; letizia da cui traspare la fede e che alla fede richiama quanti vanno per il mondo cercando di orientarsi nella notte di un dolore inevitabile e incomprensibile. Chi ha bisogno di luce, di conforto, di certezza, di consiglio, di aiuto, deve trovare un po'
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di tutto questo presso l'operaio attraverso quella sua gioia che sale dal profondo e che si comunica istantaneamente alle anime, trasportandole in un clima di carit e di pace. Non turbetur, cor vestrum. Credite in Deum, et in me credite (Gv. 14,1 - Non si turbi il cuore vostro. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me). Queste parole pronunciate da Ges, in quella notte, nel Cenacolo, devono ispirare il cuore dell'operaio in ogni circostanza. Per quanto inesplicabili, avverse, strazianti possano apparire le vicende umane egli non si turba, anzi custodisce nel cuore una visione ottimistica degli avvenimenti la quale non deve procedere da un assurdo spirito di contraddizione al buon senso o ai sentimenti naturali, ma come da una ricchezza sovrumana a disposizione di chi crede in Dio ed a Lui si affida. Non turbetur cor vestrum ebbe a ripetere Ges in quella notte neque formidet... Si diligeretis me, gauderelis utique (Gv. 14, 27,28 - Non s'angusti il cuore vostro, n si sgomenti... Se mi amate, vi rallegrerete). E le sue parole rivelano la volont di procurare ai suoi un gaudio completo: ut gaudium meum in vobis sit; et gaudium vestrum impleatur (Gv. 15, 11 - Affinch sia in voi la mia gioia, e la gioia vostra sia piena).

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16. Transeat a me 1- La passione era prevista da Ges, non solo per la sua qualit di Dio onnisciente, ma anche per la sua qualit di Uomo in quanto la Scrittura diceva chiaramente, per chi voleva serenamente interpretarla, quale fosse il destino riserbato al Messia. Ges ebbe sempre presente la conclusione tragica della sua vita e realizz un continuo superamento dell'angoscia umana che tale visione procurava, superamento che Gli permise di essere sempre, nonostante la certissima ingratitudine, il buon Pastore di quel popolo che pure un giorno Lo avrebbe condotto a morte. Questo perfetto equilibrio della volont di Ges di fronte al suo dovere viene ora, nel Getsemani, duramente provato. Da lunghi anni Egli venuto preparandosi a vivere quest'ora di dolore e, con suprema fortezza, ha cercato anche di preparare gli altri, e soprattutto gli apostoli, a vivere lo strazio e lo scandalo della passione. Ma la retta intenzione, la buona volont e le risorse umane non bastano. Quando, fra poco, Ges dir agli apostoli: Lo spirito pronto, ma la carne debole le sue parole saranno particolarmente spontanee ed incisive perch rifletteranno la tragica prova che si agita adesso nel suo cuore fra il volere e il dovere, fra la repulsione che la passione imminente provoca nel suo essere umano e l'adesione incrollabile della sua anima ai disegni del Padre. Lo spirito di Ges pronto, ma la sua carne debole, tremante, accasciata, e dalla sua carne esce, spontanea come un gemito, la preghiera rivolta al Padre perch Lo liberi, se possibile, da questo supremo dolore. Questa preghiera, nella quale vibra, autentica e inconfondibile, con la sua vibrazione pi alta, l'umanit del Redentore per sempre composta, dignitosa, ieratica. Dai Vangeli sappiamo che gi in passato quei dolori che comporranno la passione sono apparsi a Ges come un calice disgustoso, assai difficile a bersi. Quando la madre di Giacomo e di Giovanni si rivolse a Lui per chiedere che i suoi figliuoli sedessero nel regno l'uno alla sua destra e l'altro alla sua sinistra, Egli chiese agli interessati: Potestis bibere calicem, quem ego bibiturus sum? (Mt. 20, 22 - Potete voi bere il calice che berr io?). La passione gli dunque dinanzi come il calice di tutte le amarezze, come la prova suprema; ed a questa immagine del calice, che gli familiare, Egli ricorre nella preghiera del Getsemani: Transeat a me calix iste... Transfer calicem istum a me (Mt. 26, 39 - Passi da me questo calice - Lc. 22, 42 - Allontana da me questo calice). Per quanto addolcita dal linguaggio figurato, l'espressione fortissima. l'umanit di Ges che insorge contro il dolore, e chiede salvezza. Con devozione, l'operaio mediti sopra questo grido che Ges benedetto ha voluto lasciare, per conforto ed esempio, alla nostra umanit. Nessun'altra circostanza della vita di Ges, per umile che sia, contiene maggiore umilt di questa; Ges che ci permette di toccare con mano, per cos dire, la sua natura umana.
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2 - II dolore una pesante macina che passa e ripassa sulle anime come sui chicchi di frumento. Sotto il suo peso i chicchi si aprono, si dissolvono, ma da essi nasce bianca, utile, profumata, la farina per il pane. Dobbiamo quindi avvezzarci a considerare cristianamente il dolore, non soltanto come una forza nemica e cieca. Esso proviene, non vi dubbio, dal peccato perch da Dio procedono soltanto azioni ed opere perfette. Ma la bont di Dio ha voluto prendere questo sottoprodotto della colpa trasformandolo in principio medicamentoso per cui, nell'economia della redenzione, il dolore un farmaco; inoltre non cieca la applicazione del dolore all'uomo, ma permessa da Dio secondo giustizia, e cio secondo le forze di ciascuno ed in vista del suo cammino verso la santificazione. Considerando in questo modo il dolore, sul volto di chi soffre, per quanto triste, si disegna una grande pace. Egli sa che la sofferenza non va oltre la misura della sua spirituale sopportazione e che per effetto del dolore tutto va componendosi secondo un ordine nuovo che sfugge al suo personale giudizio, ma non alla bont provvidente di Dio. Egli fronteggia la situazione dolorosa con tutta quella intelligenza e quella volont che il Signore gli ha dato, ma nel tempo stesso si affida al dolore pensando che non , come spesso accade per le medicine terrene, una cosa inutile, ma un farmaco che non falla, sorvegliato da un medico perfettissimo, Iddio. Vi un motivo per cui il dolore dovrebbe essere accolto dalle anime con grande riconoscenza ed che esso ci permette di saldare quei conti che i nostri peccati hanno aperto presso la Giustizia divina. Il dolore come espiazione. Ges parl di penitenza e la penitenza non altro che dolore accettato, meritorio. La modesta fisionomia spirituale dell'operaio non gli consente, di solito, di cercarsi la penitenza come fanno i religiosi degli ordini contemplativi. Egli deve mantenersi a livello della vita comune anche nelle manifestazioni della sua vita spirituale. Ma non per questo la penitenza gli viene a mancare perch il dolore imbeve la vita quotidiana di tutti e si pu dire che nessuna penitenza pu essere pi immaginosa di quella che il dolore spontaneamente suscita nelle nostre carni, o nella nostra anima, durante la vita di ogni giorno. 3 - Per sopportare il dolore bisogna mettersi idealmente nelle condizioni di un ammalato disteso sul letto operatorio; egli ha una malattia che si pu giudicare fatale per la sua vita se il chirurgo non interviene o se, intervenendo, non giunge in tempo. Il chirurgo ha dei coltelli affilati coi quali aprir le carni, recider i nervi, scoprir i visceri; ma condizione di salute e l'ammalato si offre al medico per essere mondato, rigenerato, risanato. Il dolore come il chirurgo.
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Chi soffre pensi anche di s come di un marmo informe che venga distaccato dalla cava e che debba trasformarsi in una statua; il dolore l'artista che va colpendo e scolpendo il marmo, asportando, modellando, levigando, e con ci creando il suo capolavoro. Il dolore simile al bulino temprato ed aguzzo del cesellatore che incide ricami nel metallo con pazienza infinita e con risultati indelebili. Le gocce del dolore sono come le gocce pazienti che cadono dalla volta delle grotte creando stalattiti e stalagmiti, capolavori fantastici, imprevisti e inconfondibili. Quando il dolore alle prese con il suo corpo o con la sua anima, l'operaio pensi al lebbroso al quale Ges disse: Volo, mundare (Mt. 8,3 - Lo voglio, sii mondato), pensi alle sensazioni di quell'uomo nel dissolverai dei granulomi lebbrosi, nel distaccarsi delle squame, nel chiudersi dei tragitti fistolosi, nel risolversi delle anchilosi, nel mondarsi, insomma. Egli deve avvertire, per quanto immaterialmente, un senso equivalente di freschezza e di rinascita. Poco importa la direzione nella quale la perforatrice del dolore applicata; il dolore sta lavorando l'anima dell'operaio ed egli accetta, pregando, questa divina operazione. Il dolore un bagno gelato che mette i brividi della paura nel cuore dell'uomo, ma anche un bagno caldissimo che scioglie ogni incrostazione umana dalle anime, rigenerandole. Beati quelli che soffrono poich vedono; in essi il dolore raffina, decanta, sublima il pensiero. Lasci l'operaio che il dolore vada e venga come una lima sul suo cuore e sul suo corpo; non importa allora se gli anni passano, se l'arco della vita declina, e se i valori materiali vanno in polvere; ogni anno segna un progresso, una trasparenza, l'acquisto di una luce, in ogni anno si perfeziona il santo, creato in noi dal battesimo, ed questo, soltanto questo, che conta. 4 - La nostra stima per il dolore cresce quando si consideri che esso funziona ordinariamente nelle mani di Dio e, se noi lo permettiamo, anche nelle nostre, come un meccanismo rivelatore. Pensi l'operaio all'accorgimento del vasaio che si accerta se il suo vaso integro percuotendolo e giudicando dal suono che esso produce; pensi al ferroviere che per assicurarsi dell'integrit delle ruote prima della partenza del treno le percuote, una ad una, e giudica, dal suono, delle loro condizioni. Cos Iddio va saggiando le nostre virt, una ad una, e il grado di formazione che abbiamo raggiunto con il dolore. Se l'operaio tiene nel debito conto questa rivelazione realizzata dalla sofferenza, potr ricavarne concreti e rapidi benefici. Come nella tecnica fotografica il bagno di sviluppo intensifica le deboli tracce lasciate dalla luce sulla gelatina sensibile e le rivela, cos il dolore mette in evidenza questi aspetti delle anime che in tempo di tranquillit difficilmente possono essere individuati. Sotto i colpi del dolore la superbia affiora provocando uno stato di insofferenza, la sensualit si tradisce nel continuo ricorso dell'anima a conforti sensibili, l'ignavia si manifesta con i segni della depressione o addirittura della vilt spirituale, ma per contro
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appare in chiara luce la robustezza della fede del cristiano attraverso quella serenit del dolore che l'experimentum crucis della sua formazione alle verit soprannaturali. L'operaio sorvegli se stesso durante il tempo del dolore con l'occhio obiettivo del medico che studia il suo ammalato, ed andr scoprendo nella propria anima delle pieghe insospettate, dei ritorni incredibili, delle lacune, ma anche quelle forze nascoste che la Grazia va creando nel cristiano e che corrispondono agli abiti virtuosi. Come la fatica fisica una prova funzionale del nostro corpo al punto che solamente gli organismi sani possono sopportarla, cos quell'autentica fatica spirituale che il dolore una prova funzionale dell'anima che ne collauda il valore e le possibilit.

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17. CALIX ISTE 1 - Ges sapeva con esattezza che la sua morte era prossima. Lo dice espressamente l'evangelista Giovanni con queste parole: Ante diem festum Paschae sciens Jesus quia venit hora eius ut transeat ex hoc mundo ad Patrem... (Gv. 13,1 - Prima della festa di Pasqua, sapendo Ges che era venuta l'ora sua di passare da questo mondo al Padre...) Egli conosce anche le tragiche e strazianti circostanze che avrebbero preceduto ed accompagnato la sua morte, al punto che gi nei giorni precedenti, al pensiero dei prossimi avvenimenti, il suo cuore si era profondamente rattristato ed Egli aveva chiesto al Padre di salvarLo: Nunc anima mea turbata est. Et quid dicam? Pater, salvifica me ex hac hora (Gv. 12,27 - Adesso l'anima mia turbata. E che dir? Padre, salvami da quest'ora). Con queste parole, Ges lascia intendere chiaramente che appunto quest'ora che si approssima, e cio il tempo della sua passione, ad incutergli timore e dolore. Di fronte all'espressione allegorica del calice, siamo dunque nel vero pensando che esso contenga anzitutto i dolori morali e fisici della passione alla quale Ges va incontro. Per la sua divina sapienza Egli conosce e valuta fin da ora tutti i particolari della cattura, del giudizio e del supplizio. Egli anticipa, con il pensiero, tutta la passione e l'accetta in ogni suo dettaglio. La veglia getsemanica dunque simile all'ultima notte del condannato a morte che dev'essere fucilato all'alba, con la differenza che per Ges la morte verr pi tardi e dopo molte, pi atroci sofferenze. Quando l'operaio percorre le stazioni della Via Crucis vada pensando che tutte quelle stazioni sono contenute nel calice repellente che Ges vuole allontanare dalle sue labbra: la condanna di Pilato, l'assunzione della croce, le tre cadute, l'incontro con la Madonna, con la Veronica e con le donne di Gerusalemme, l'intervento di Simone il Cireneo, la spogliazione, l'inchiodamento e la morte nonch la frettolosa deposizione e la sepoltura... Tutto questo nel calice e molti altri dolori, molte altre umiliazioni ed offese. Perci giusto considerare il Getsemani come una sintesi di tutta la passione la quale viene anticipatamente accettata e sofferta dal nostro buon Ges a tal punto che non solo la sua anima, ma anche il suo corpo ne ebbe a soffrire. Da ci deriva anche che la Via Crucis pu essere considerata come uno sviluppo del Getsemani e un mezzo per indagare i dolori sofferti da Ges durante l'agonia e per riviverli. Come nel seme racchiusa la pianta, cos nel Getsemani riassunta e contenuta tutta la passione di Ges 2 - La Passione di N. S. Ges Cristo la conseguenza del peccato dell'uomo, da quello che fu commesso nel Paradiso terrestre, fino a quello che potr dirsi, nella successione dei tempi, l'ultimo peccato. Dallo squarcio che il peccato d'origine apr nella natura umana usc, come da un argine
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infranto, l'onda del peccato a sommergere il mondo, ed il Cristo venuto per riparare quell'argine e per cancellare il peccato. Ogni peccato commesso dagli uomini, piccolo o grande, notorio o segreto, assunto dal Cristo ed espiato con la sua passione. Se dunque il calice del Getsemani contiene misticamente tutti i dolori della passione, esso contiene anche tutti i peccati che sono la causa di quei dolori. Come il condannato non pu separare il pensiero della sua prossima fine da quello del delitto che lo conduce alla morte, cos il Cristo non pu separare il pensiero della passione imminente da quello dei peccati degli uomini che lo condurranno sul Golgota. Per mentre il condannato a morte sente sopra di s la sua colpa e talora un senso di giusta espiazione lo sorregge e quasi lo invoglia al supremo sacrificio, il Cristo innocente avverte il terribile contrasto fra la colpa che gli viene addossata e l'infinita, incolpevole perfezione della sua persona e delle sue nature, e per questo soffre anche pi intensamente. Per quanto il nostro linguaggio sia inadatto ad esprimere ci che passa in quest'ora fra il Padre e il Figlio, ci sembra di intuire che la giustizia divina, che pur poteva essere placata mediante un'assunzione qualsiasi, simbolica, superficiale, dei peccati degli uomini, richiese che Ges diventasse il mallevadore per tutte le colpe degli uomini dando una riparazione infinita e condegna alla divina giustizia. Noi uomini che crediamo in Dio, ma che abbiamo una sensazione assolutamente primitiva della sua maest, non possiamo renderci conto di quanto fosse lo strazio di Ges nell'apparire cos lordo di peccati non suoi di fronte al Padre, allo Spirito Santo e agli Angeli del Paradiso. Possiamo appena supporre lo strazio da cui fu invasa la natura umana di Ges a contatto dei peccati degli uomini. Il sentimento della giustizia fra i pi radicati nella coscienza dell'uomo e solamente chi ha perso ogni traccia di moralit naturale rimane indifferente di fronte ad un oltraggio recato ad essa. Ma ogni ingiustizia umana un nulla di fronte alla condanna che sta per essere pronunciata contro Ges e questo capovolgimento della giustizia strappa dal profondo del suo cuore quei sentimenti che ciascun uomo prova in circostanze incomparabilmente meno gravi, sentimenti di sdegno, di nausea e di ribellione verso il delitto e verso il colpevole. Questa posizione di Ges nella veglia del Getsemani per cui appare vittima di un'infinita ingiustizia, sconvolto e agonizzante a motivo di essa, deve ispirare all'operaio il culto della giustizia e un'attenzione incessante perch, nelle piccole come nelle grandi cose, la giustizia sia salva. Chi pratica e difende la giustizia acquista l'abito morale della rettitudine, fondamentale per l'operaio tanto pi che questi, a motivo del suo lavoro, si trova continuamente alle prese con la vita minuta delle organizzazioni, dei commerci e delle industrie umane dove le violazioni della giustizia sono continue. Su questo mondo di intrighi e di raggiri, la figura morale dell'operaio si deve stagliare come quella di colui che respinge ogni stortura che possa incrinare la giustizia
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quand'anche una certa larghezza di coscienza possa apparentemente giovare alle opere di apostolato e cio a costo di rimetterci. L'operaio anzitutto un uomo onesto che lavora per costruire la giustizia sociale e che soffre allorquando l'ingiustizia prevale, ed egli si trova impotente di fronte ad essa. Quando poi l'operaio cade personalmente vittima dell'ingiustizia umana volga il suo pensiero al divino Agonizzante colpito dalla pi grande ingiustizia ed alle parole che Egli pronunzi sul monte: Beati i perseguitati per amore detta giustizia, perch di questi il regno dei celi (Mt. 5, 10). 3 - I peccati che gli uomini hanno commesso, o commetteranno, sono dunque presenti alla mente di Colui che, pur essendo l'Innocente, deve espiarli. Le ombre dell'oliveto, gli spiazzi del terreno illuminati dalla luce, il freddo ciclo notturno si popolano dei fantasmi di questi peccati che la scienza del Ges-Dio conosce e che il Cuore di Ges-Uomo, agonizzando, accusa come un insulto. L'occhio di Dio precorre i tempi e rileva ogni delitto, ogni ingiustizia, ogni sozzura, ogni prevaricazione, ogni vilt, ogni atto di superbia, ogni bestemmia, ogni tradimento. Questa visione non solo turpe, ma contro Ges personalmente; questi peccati sono i suoi carnefici, sono la maschera di fango che Gli stata gettata sul viso. Per questi peccati gli uomini stessi nelle rare parentesi di vera giustizia di cui sono capaci insorsero e insorgeranno mettendo i colpevoli in catene ed anche uccidendoli. Contro questi peccati la giustizia di Dio vigilante ed armata, la porta del purgatorio e le bocche dell'inferno sono aperte per vendicare l'offesa recata a Dio e per ristabilire l'ordine. D questi peccati, di questo disordine Egli ora ricoperto. I fantasmi notturni sembrano coalizzarsi; il peccato di ogni tempo riconosce la sua unit satanica e si confonde come in un serpaio che Lucifero alimenta e muove contro Ges. Peccatum meum coram me est semper (Sal. 50, 5 - II mio peccato mi sta sempre dinnanzi). Queste parole del salmo non si adattano a Ges perch il peccato che si rizza contro di Lui non suo. Ma si adattano con assoluta propriet all'uomo e particolarmente all'operaio. Se il peccato non suo presente a Ges, deve essere a maggior ragione presente a colui che lo ha commesso e presente nel senso indicato dal salmo, come un nemico. Non vi altro modo per considerare il peccato, per giungere ad una sua espiazione, per impedire che, ristagnando nel subcosciente, infracidisca l'anima. Il peccato il nostro vero, unico, sostanziale nemico. il peccato che ha macchiato la veste candida del battesimo, che ha insultato lo Spirito Santo che abita in noi, che ha avvelenato la nostre parole, che ha permesso a satana di agire per mezzo nostro, che ha cancellata la Grazia delle nostre anime rendendo ostile lo sguardo di Dio verso di noi. il peccato che ci ha condotto a profanare l'opera di Dio Creatore, a diminuire l'opera di Dio Redentore, a ostacolare l'opera dello Spirito Santificatore.
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L'operaio vuole che il Regno di Dio si diffonda ed ogni peccato una sconfitta per questo Regno. L'operaio vuole costruire delle opere ed ogni peccato una mina contro le opere. L'operaio vuole confortare l'Agonizzante del Getsemani ed ogni peccato accresce l'amarezza di questa agonia che continua anche nel nostro tempo. Peccatum meum coram me est semper 4 - Et accipiens calicem gratias egit: et dedit illis, dicens: Bibite ex hoc omnes... (Mt. 26, 27 - E, preso un calice, rese grazie e lo diede loro dicendo: Bevetene tutti...). Il Vangelo parla di un altro calice. Quello del Getsemani un calice che Ges cerca di allontanare da s, ma che poi accetta. Quest'altro, invece, un calice che egli porge ai suoi fedeli invitandoli a bere. Quello il calice del peccato e del dolore. Questo il calice della virt, del perdono e della grazia. Se non vi fosse questo calice a portata delle nostre anime vi sarebbe motivo di cadere nella disperazione. Il peccato commesso che si aderge contro il peccatore come un'accusa, come un fatto irreversibile, toglie il sonno materiale e la pace spirituale all'uomo consapevole. Il peso della colpa stronca le energie interiori, paralizza e offusca le anime. L'uomo giace, per il peccato, come un ammalato incapace di reggersi, di muoversi, di alimentarsi. Ma ecco Ges, medico divino, che si accosta al suo capezzale e gli porge il calice della grazia. L'uomo crede, accosta le labbra e beve a lunghi sorsi. Allora il calore della fiducia si riaccende, un sangue nuovo sembra circolare nelle sue arterie, un senso di giovinezza e di rinascita lo pervade. Che cos' questa vita nuova, questa libert, questa pace? la vita di Cristo che per i sacramenti si comunica, misteriosamente, all'uomo e lo trasporta sopra un piano astralmente diverso da quello dell'umanit peccante. L'uomo vive, ma non lui che vive, vive in lui il Cristo che cancella il peccato e rigenera l'anima. L'opera di Ges contro il peccato di cui l'uomo si pente un divino capolavoro; ci che era motivo di disperazione diventa argomento di fiducia e di abbandono: ci che era fomite di corruzione diventa stimolo alla virt ed al bene; l'esperienza peccaminosa si trasforma in saggezza cristiana a servizio dell'anima e del prossimo; le cicatrici della colpa sono radici di umilt e di comprensione presso quelle anime che il Cristo redime, una ad una, dal peccato. Chi prova su di s questa divina cura operata dal Cristo per mezzo della grazia sente il Getsemani e cio si accorge che il Cristo in quella notte ha veramente conosciuto la terribile condanna del peccato. Avendolo fatto suo, Egli ora ne il medico pi accorto, pi deciso e pi potente. La disperazione, il rimorso, l'onta che ogni peccato dell'uomo provoca, sono stati misteriosamente provati da Ges in quella notte ed Egli ben deciso a vendicare
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l'insulto che satana ha scagliato a Lui prima che ad ogni altro, ed impegna la sua divina potenza a sconfiggere il male ed ogni traccia del male. Purch l'uomo si abbandoni a Lui, lasci al suo bisturi la libert di operare, creda nel suo potere taumaturgico e non chieda se non di amare. L'unico, terribile, sostanziale dolore che pu colpire l'uomo quello provocato dal peccato, ma anche questo medicato e tolto dalla mano santa di Ges. La vita spirituale del cristiano si muove attorno ai due calici come a due poli: il calice del peccato commesso che gli ricorda il baratro dell'eterna condanna, la sua fragilit e la sua insufficienza; il calice della grazia che lo deterge, lo conforta e lo rende capace di raggiungere, nonostante tutto, la fratellanza di Ges e la divina figliolanza al cospetto del Padre.

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18. NON MEA VOLUNTAS 1 La preghiera di Ges nell'orto consta di due parti. Nella prima, Ges manifesta al Padre la sua volont che di non bere a quel calice della colpa e del castigo, orrendamente disgustoso. Nella seconda, Ges dichiara di accettare la volont del Padre. Fra queste due parti fondamentali, come logico anello di congiunzione, Ges inserisce la rinuncia al suo volere perch Egli sa che non coincide i con i disegni del Padre. Tre evangelisti, Matteo, Marco e Luca riportano questo inserto con parole somigliantissime: Non sicut ego volo (Mt. 26,39 - Non come voglio io); non quod ego volo (Mc 14,36 - Non quello che voglio io); non mea voluntas (Lc. 22,42- Non la mia volont). La non totale identit delle parole riferite dagli evangelisti si spiega pensando che Ges ripet molte volte, con estrema umilt, quella preghiera cos semplice, e forse con piccole varianti formali che rimasero impresse differentemente nella memoria dei tre apostoli sonnolenti. Se Giovanni, unico fra gli evangelisti presente alla preghiera di Ges, ed ultimo nel tempo a compilare il suo Vangelo, non credette di intervenire fissando i suoi personali ricordi intorno alle espressioni attribuite a Ges, certamente perch approvava quanto stava scritto nei sinottici e lo reputava esatto, cio fedele anche nelle varianti, alle parole pronunziate dal Maestro. Lo stesso Ges, nel passato, aveva messo in evidenza come la sua volont umana fosse ben distinta da quella del Padre, ma che la volont del Padre e non la sua era la norma alla quale si atteneva durante la vita terrena. La dottrina cattolica insegna che Dio uno solo, cio una sola la natura divina alla quale appartengono tutti gli attributi della natura intelligente. Quindi Dio spirito purissimo, intelligenza suprema, volont assoluta. Come l'intelligenza attributo inseparabile della spiritualit di Dio, cos la volont, che segue l'intelligenza nel possesso del bene conosciuto attraverso l'intelligenza, necessariamente segue la stessa intelligenza. Perci in Dio unica la natura, unica la volont, unica la potenza. Ma la fede cattolica ci insegna che in Dio vi sono tre Persone, perci dobbiamo concludere che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, pur essendo realmente distinti tra di loro, sono sempre lo stesso Dio, quindi posseggono totalmente l'unica natura divina. La conclusione questa che unico l'essere, unica l'intelligenza, unica la volont, unica la potenza delle tre divine Persone. Riguardo a Ges Cristo la dottrina cattolica definita dalla Chiesa nel Concilio Constantinopolitano III dell'anno 680 contro i Monoteliti (cio i sostenitori di un'unica volont in Cristo) insegna che in N. S. Ges Cristo, essendovi realmente due nature distinte e inconfuse, vi devono essere necessariamente due principi d'operazione e quindi due volont fisiche, realmente distinte tra di loro, essendo la volont una propriet essenziale della natura intelligente. Perci: due nature, due principi intelligenti, due volont, divina e umana.
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Per queste due volont, ambedue vere volont, ambedue dotate di libero arbitrio, in Cristo non possono essere discordi inquantoch la volont umana sempre conforme alla volont divina in quella che la determinazione libera del libero arbitrio. Nella tendenza naturale al bene in s, qualora trovasi in opposizione col bene voluto razionalmente, vi pu essere manifestazione discorde; ma nell'oggetto definitivo questa discordia non pu esistere. L'esempio ce lo d proprio l'episodio del Getsemani. La volont divina non pu volere il male, quindi nemmeno la passione di Cristo come fine, cio come bene. Per la passione un mezzo di riabilitazione per l'uomo; per suo mezzo, l'uomo, mediante l'eroica ubbidienza di Cristo dettata dal suo amore infinito per la gloria del Padre e per noi, pu essere di nuovo accolto nel novero dei figli di Dio, eredi del Paradiso. Considerata quindi come mezzo ad un fine cos sublime e trattandosi di male fisico e non morale (peccato), Iddio ha stabilito la passione di Cristo come mezzo di redenzione. La volont umana di Cristo naturalmente rifugge dal dolore, perci davanti alla prospettiva della Passione imminente l'anima di Cristo talmente presa dallo sgomento e dalla ripugnanza che arriva a sudare sangue. Per, considerando la medesima passione come atto di sublime carit verso il Padre e come mezzo di redenzione per gli uomini, Nostro Signore liberamente l'accetta e pronuncia il suo fiat. Ecco come le due volont in apparenza discordi, realmente convengono nel medesimo oggetto, cio nel non volere la I Passione come fine, ma nel volerla come mezzo per la gloria del Padre e per la salvezza del mondo. Anche l'ammalato assumendo una medicina non la ingerisce come se fosse una cosa buona in s, ma unicamente in quanto una ragione di bene in vista della sanit che essa pu conferire. Per esempio, Egli disse un giorno: Non possum ego a meipso facere quidquam. Sicut audio, indico: et iudicium meum iustum est: quia non quaero voluntatem meam, sed voluntatem eius, qui misit me (Gv. 5,30 - Non posso fare cosa alcuna da me. Giudico secondo quello che ascolto; e il mio giudizio retto, perch non cerco il volere mio, ma il volere di Colui che mi ha mandato). Nel Getsemani ci troviamo, per cos dire, in contatto con il mistero della volont umana di Cristo come uomo e della volont di Cristo come Dio, che in tutto eguale a quella del Padre e dello Spirito Santo, essendo unica. Se cos fu per il Cristo a maggior ragione sar per l'uomo, e per l'operaio che la sua volont talvolta non si trovi a coincidere con quella di Dio, che gli avvenimenti diretti dalla Provvidenza prendano una piega diversa da quella desiderata o prevista, che il pensiero di chi rappresenta l'autorit divina sia differente dal pensiero dell'operaio il quale deve necessariamente sottoporsi e obbedire. Tutto questo non pu suscitare scandalo n smarrimento, poich fu vissuto e superato dal Cristo nel podere del Getsemani.
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L'operaio che vive di fede penser allora di quanto l'onniscienza e l'onnipotenza divina superi l'intelligenza e la potenza umana, sentir sopra di s una mano che lo salva dai mali passi e da ci che mediocre per portarlo verso le sublimi vette dell'abbandono filiale, e trover in questa circostanza un'occasione di merito e di gioia. 2 - La rinunzia alla nostra personale volont, qualora si manifesti diversa dalla volont di Dio, trova un aiuto di grande importanza, nell'esempio dateci da Ges durante l'agonia del Getsemani. A questo dato fondamentale altri dati e altre considerazioni possono essere congiunti per sorreggere l'anima nel difficile passo della rinunzia, e, fra queste, la considerazione che la nostra volont, sotto molti aspetti, cieca, cio priva di quei lumi che potrebbero consentirle di non sbagliare. Non necessario discutere in astratto sulla volont dell'uomo e sulla sua intelligenza per giungere a questa conclusione, basta soffermarsi in concreto sulle vicende del nostro passato, per concludere che molte decisione prese per quanto in buona fede, si dimostrarono in prosieguo di tempo sbagliate e che altrettante volte le decisioni della Provvidenza, intervenuta all'infuori o a dispetto della nostra personale volont, si sono poi dimostrate sapienti ed utili. Perfino il dolore, che desta tanta ripugnanza nella nostra natura, si spesso rivelato a distanza pi o meno grande di tempo, come un rimedio efficace, o come un ostacolo che ci ha impedito di cadere nell'abisso, oppure come un segno d'allarme che ha richiamato provvidenzialmente la nostra attenzione sopra un determinato oggetto. L'orizzonte sul quale l'uomo posa il suo sguardo prima di decidersi, quanto mai limitato, una zona d'ombra impenetrabile circonda sempre il cerchio di luce della sua conoscenza, e quindi la sua volont si muove partendo da dati insufficienti od erronei. A parte ogni cattiva intenzione, o debolezza di fronte alle passioni, e cio anche quando l'uomo e deciso ad agire perseguendo il bene, non infrequentemente sbaglia, mettendosi per una strada che non conduce allo scopo che egli si proposto. Questa infermit dell'intelligenza la quale si riflette sulla volont rendendola tanto spesso cieca, una triste conseguenza del peccato d'origine ed affligge ogni uomo. Perci non senza sollievo che l'uomo deve considerare l'esistenza di un piano di salvazione che lo sovrasta, stabilito dalla sapienza divina, per il quale richiesta la sua adesione e la sua partecipazione, sia quando la volont infallibile di Dio appare conforme al suo pensiero, sia quando non lo , ma egualmente si manifesta attraverso la Legge, attraverso i Superiori, oppure attraverso altre cause seconde. un'abdicazione gioiosa dell'uomo il quale cede a Dio il suo massimo tesoro, cio il meccanismo del libero arbitrio, ben sapendo di quanto l'intelligenza divina superi la intelligenza umana. Questa abdicazione una pura manifestazione di fede e cio di quella virt che non soltanto conoscenza, ma superamento della propria volont in ordine alla verit conosciuta Haec est victoria, quae vincit mundum, fides nostra (I Gv. 5,4 - Questa la vittoria che vince il mondo: la nostra fede). E non sar difficile all'operaio di conseguire la vittoria della fede quando consideri, nel
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momento della battaglia, che spesso la sua volont, guidata da un'intelligenza cieca, essa stessa cieca. 3 - La volont dell'uomo non solo cieca, ma spesso schiava. Anche quando la verit rifulge dinanzi all'intelletto e la voce della coscienza suggerisce di seguirla, altre voci si levano dal complesso umano, materiale o spirituale, per irretire la volont. Le ferite che il peccato di Adamo ha lasciato nel nostro corpo e nella nostra anima si riaprono e fermano l'uomo sulla strada del dovere conosciuto. Dal corpo partono impulsi disordinati che coloriscono di seduzione il male ed indeboliscono la volont; quando poi i sensi non sono custoditi, l'uragano degli istinti si scatena soffocando ogni appello della coscienza. Dall'anima, ammalata d'orgoglio, si sprigionano sottili e inebrianti veleni che addormentano le facolt mentali presentando all'intelligenza, e quindi alla volont, una visione falsa del mondo e della missione che l'uomo chiamato a svolgervi. Il sentimento fondamentale della giustizia gradualmente si dissolve e non muove, al momento opportuno e quasi automaticamente come dovrebbe, la volont. Anche gli altri abiti delle virt si riducono a pochi cenci colorati, e, cos spoglia, l'anima in bala delle influenze esterne che la portano or qua ed or l, lontano dalla strada del suo progressivo accrescimento in Ges Cristo. veramente una prigione quella nella quale si dibatte la volont dell'uomo, e se non vi fosse la grazia di Dio a rompere i ceppi della schiavit, prima o poi, l'anima si ridurrebbe ad agire secondo il pi volgare determinismo materialista. Ma il lato tragico di questa situazione si verifica quando l'uomo non si rende conto di ci, e continua a credere nella sua libert, senza custodirla di fronte agli assalti delle passioni e soprattutto quando preferisce la sua volont, asservita al peccato d'origine, alla perfettissima e adorabile volont di Dio. Se la nostra volont tanto spesso cieca e altrettanto schiava, l'operaio deve sentirsi pronto, ogniqualvolta si renda necessario, a rinunciarvi posponendola alla volont di Dio. Quando in coscienza si certi che la corrente del divino volere si rivolge verso una direzione determinata, l'operaio deve mettere la sua anima sul filo della corrente e seguirla non passivamente, ma con quello zelo e con quella accortezza che la collaborazione alla suprema volont richiede. Chi deliberatamente va contro questa corrente compie un gesto empio, inutile ed anche privo d'intelligenza perch dettato dall'ignoranza di quanto sia fragile e fallace la sua volont. Se il Cristo, la cui volont per quanto immune dalle tare del peccato d'origine e infinitamente pi illuminata e libera della nostra, adott la volont del Padre, tanto pi lieta, spontanea ed agile dev'essere per l'uomo la rinunzia alla sua personale volont. Egli abbandona un punto di appoggio pericolante, per ancorarsi ad una certezza eterna. 4 - Pronto a sottomettere il proprio volere a quello di Dio, l'operaio deve per guardarsi da quella deformazione del pensiero cristiano che consiste nel rifuggire da una
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testimonianza aperta e ferma del proprio pensiero. Ges medesimo, nel Getsemani, ce ne offre un esempio assai convincente perch nella stessa preghiera nella quale rinuncia alla propria volont, fa presente al Padre che suo desiderio sarebbe di evitare il calice che Gli viene offerto. Solamente dopo aver invocato con parole toccanti e ripetute l'esaudimento del suo personale volere, lo abbandona sottoponendosi alle decisioni del Padre. L'operaio, in vista dalla sua vocazione e della sua missione deve essere un uomo dalla forte e consapevole volont. Egli, come uomo, sa di possedere nel libero arbitrio il pi alto decoro della natura umana, il dono sovreminente ricevuto da Dio quando volle crearlo a sua immagine e somiglianza. I doni si rispettano, e cio si trattano con sommo riguardo e si utilizzano, sia per il valore intrinseco che posseggono, sia per deferenza verso la persona che li ha donati. Il dono di una volont libera non pu essere ignorato n sottovalutato dall'uomo, anche per rispetto ed amore verso Iddio che si compiaciuto di arricchirlo di tanto. L'uomo ha dunque il dovere di esercitare la volont che Iddio gli ha donato costringendola a servizio di ci che a lui sembra essere, secondo scienza e coscienza, il bene da perseguire. Elaborare attraverso le operazioni del pensiero, sulla scorta di tutti i dati che l'esperienza, la logica e la consultazione possono fornire, un'opinione personale, un'operazione doverosa a cui l'operaio non pu sottrarsi con il pretesto di un conformismo che ricopre mortiferi strati di pigrizia spirituale. Egli tenuto ad attivare la sua intelligenza e a sollecitare proporzionalmente la sua volont cos da raggiungere, per ogni obiettivo, il massimo rendimento personale, presupposto, s'intende, il concorso divino e l'aiuto soprannaturale della grazia. Solamente quando, per via diretta o mediata, risulti che il volere divino non coincida con la sua opinione, l'operaio con soavit e decisione abbandoner il suo punto di vista. Allora la sua offerta preziosa come il sacrificio di Abele perch egli non presenter una volont arrugginita, ma una volont lucente, palpitante, esercitata, bella come una primizia sacrificata sull'altare. Iddio non chiede che di giungere al soccorso di una consimile volont tesa come un arco; e giunge difatti a rettificarne la mira, onde la freccia dell'azione non scocchi verso un cattivo bersaglio. Perch ci sia questa rinunzia occorre a fortiori che ci sia il volere a cui rinunciare, ed per questo motivo che il cristianesimo in genere e la spiritualit getsemanica in specie, non costituisce un avvilimento della volont e della personalit dell'uomo, ma un trionfo. Il superamento di questo volere, con l'accettazione del volere divino, rappresenta, poi, la sublimazione della persona umana che giunge in questo modo ad attingere i vertici della vita divina.

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19. TUA VOLUNTAS FIAT 1 - Dopo aver esposto al Padre la propria volont di non bere a quel calice, e dopo aver dichiarato di rinunciare a questa volont, Ges disposto ad accettare la volont del Padre e pronuncia il fiat. la conclusione della preghiera di Ges, ed il vertice dell'insegnamento che Egli ci dona nella notte dell'uliveto, per cui dobbiamo accostarci a questa meditazione con il cuore aperto e trepidante, chiedendo allo Spirito Santo di poterne cogliere ed assimilare il frutto. Il fiat del Getsemani non pu essere separato da altri fiat che accompagnano la storia dei rapporti fra Dio e l'uomo, i quali servono a farci comprendere il profondo significato di questa parola che esce come un sospiro dal cuore di Ges, mentre ha inizio la sua passione. Il fiat del Getsemani si ricollega al fiat della Creazione di cui parla il Genesi. Questo fiat, misteriosamente pronunciato da Dio Padre sul caos, popol il cielo di astri, diede esistenza e forma alla terra, suscit la vita nelle sue innumerevoli espressioni e con le sue meravigliose armonie, trasse dal fango il capostipite del genere umano, Adamo. Il fiat della creazione il fiat della maest divina la quale dai suoi effetti traspare ricolma di un'infinita sapienza e di un'infinita potenza. Il fiat del Getsemani invece il fiat della redenzione, dell'estrema umiliazione e sofferenza, accettate da Ges perch meglio rifulgessero l'infinita bont e l'infinita giustizia di Dio. Nella pienezza dei tempi, Gabriele si present a Maria e le annunzio il divino concepimento spiegando che lo Spirito Santo sarebbe disceso in Lei per accendervi la vita di Ges : Spiritus Sanctus superveniet in te... Ideoque et quod nascetur ex te sanctum, vocabitur Filius Dei (Lc 1, 35 - Lo Spirito Santo scender in te... Perci quel santo che nascer da te sar chiamato Figlio di Dio), cos disse l'Angelo annunziando un futuro prossimo, ma pur sempre un futuro perch fra l'annunzio e la realt del concepimento si richiedeva l'adesione di Maria. Ed il fiat dell'accettazione corredentrice usc dal cuore turbato, ma eroico della nostra Madre con queste parole: Ecce ancilla Domini, fiat mihi secundum verbum tuum (Lc. 1,38 - Ecco l'ancella del Signore; si faccia di me secondo la tua parola ). Questo fiat come una porta che si apre sul mondo onde permettervi l'ingresso e l'azione dello Spirito Santo; ma nel tempo stesso la porta si apre alla venuta di Ges Cristo nel mondo, e perci questo fiat come un'accettazione della missione redentrice del Verbo pronunciata da Colei che, essendo fra gli uomini la pi degna, aveva diritto di interpretare, di fronte all'Altissimo, l'umanit. Il fiat mariano dunque il pi perfetto che uomo possa pronunciare e giustamente precede il fiat getsemanico della Redenzione perch l'azione di Dio presso l'uomo richiede sempre l'adesione preventiva dell'uomo. Un altro fiat stato insegnato da Ges nel Pater Noster. La preghiera dell'orto non che una divina parafrasi della preghiera dominicale ed in
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questa Ges aveva insegnato a ripetere : fiat voluntas tua. Sono le medesime parole che ora ritornano nella preghiera personale del Divino Maestro e stanno a dimostrare come sia importante il fiat nella preghiera del Pater Noster, che quanto dire nel pensiero e nella vita di ogni cristiano. Al disopra di ogni desiderio e di ogni progetto, di ogni bisogno contingente e di ogni prospettiva umana, questo importa: che il cristiano desideri il compimento, in ogni direzione, della perfettissima volont di Dio, che la libert umana si pieghi dinanzi a questa luce e che il mondo si adegui ad essa come avviene, con perfetto gaudio, in paradiso. L'immedesimazione della nostra volont con la volont di Dio il grande oggetto della redenzione, il segreto nascosto nell'insegnamento del Getsemani. La Creazione non conclusa. La Redenzione nella sua applicazione non conclusa. Come Iddio Padre ripete su di noi, ad ogni istante, il fiat della Creazione, cos Iddio Figlio ripete dall'Eucaristia il fiat della Redenzione. Ma si richiede che l'uomo collabori, sull'esempio di Maria, ripetendo a Dio la preghiera essenziale: Fiat! 2 - Nell'abbandonarsi alla volont di Dio, seguendola con fedelt e con zelo, l'operaio sorretto dal pensiero che la volont di Dio promana da Colui che infinita sapienza. La volont di Dio, come Dio stesso, onnisciente, si esercita per ogni dove con la sicurezza e con la perfezione di cui soltanto essa pu godere; non ha ombre dinanzi, n segreti impenetrabili creati dalle circostanze o elaborati dall'uomo, n pensieri nascosti che non siano palesi, n colpe che possano rimanere occulte. L'astuzia dell'uomo, il raggiro, la calunnia, l'ambizione, la vilt, sono in piena luce dinanzi alla volont di Dio che di tutto tiene conto per le sue definitive e perfette decisioni. Tutti i motivi che rendono incerta, fallace e perci relativa la volont dell'uomo, non riguardano la volont di Dio che pu e vuole esercitarsi con piena obiettivit. Ma il pi grande conforto nell'accogliere il volere di Dio consiste non tanto nel sapere che esso illuminato su ogni problema esterno, quanto nel sapere che dinanzi al volere di Dio manifesto ogni problema interiore dell'anima che a questo volere si affida. La conoscenza del nostro io che noi stessi non possediamo appieno e che ci sgomenta per i dati negativi che mette in luce, ma pi ancora per la sua frammentariet ed insufficienza, invece posseduta dalla mente di Dio, che non solo discerne ogni elemento della nostra condizione attuale, ma ne scopre le cause determinanti, fino alle pi remote, ed i possibili sviluppi, tenendo conto delle debolezze, delle riserve, delle attitudini, dei desideri e di ogni altra facolt positiva o negativa dell'anima umana. Il nostro io, che giustamente e continuamente ci preoccupa come primo oggetto di responsabilit di fronte a Dio e come strumento di ogni azione spirituale o materiale, questo io che rivela ogni giorno tesori nascosti di resistenza, di adattamento, di speranze di cui non ci saremmo ritenuti capaci, ma anche sbandamenti paurosi che ci riportano tanto spesso alle posizioni spirituali del passato, questo io come un libro aperto dinanzi alla volont di Dio e cedendo ad essa, sappiamo di entrare in un porto sicuro costruito
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per

accogliere

riparare

lo

scafo

della

nostra

esistenza.

Il senso di responsabilit dell'operaio, che deve essere sviluppatissimo, trova il suo limite l dove la volont di Dio, manifestandosi, assume essa stessa la responsabilit della situazione che si viene creando nell'equilibrio delle forze interiori e delle forze esterne. una liberazione dalla nostra responsabilit che si realizza pronunciando il fiat dell'accettazione, e cio da tutte quelle preoccupazioni che la nostra limitatezza, la nostra incapacit e la nostra paura quotidianamente ci procurano. Le nostre necessit vengono considerate dalla Provvidenza come le malattie dall'occhio del medico e cio con intenzione di risolverle, non superficialmente e temporaneamente, ma in radice e per sempre. Attraverso l'accettazione della volont di Dio il piano della Redenzione che si individualizza raggiungendo ogni uomo, mettendolo in grado di salvare e di perfezionare la propria anima e di contribuire certamente alla realizzazione delle supreme intenzioni di Dio. Divine intenzioni sovrastano il mondo, ad ogni istante; non ci dato di conoscerle se non di riflesso, ma possiamo egualmente rintracciarle e seguirle collaborando con fiducia al volere di Dio. Nel suo progetto infinitamente paterno di servirsi dell'uomo per il compimento dei piani concepiti dalla divina sapienza, Iddio non chiede se non di incontrarsi con l'uomo disposto ad accettare il suo volere. Quest'uomo, come dice il testo biblico ricordato da S. Paolo nella sinagoga di Antiochia, secondo il cuore di Dio: Inveni David filium Jesse, virum secundum cor meum, qui faciet omnes voluntates meas (Atti, 13, 22 - Ho trovato David di Jesse, uomo secondo il cuor mio, che far tutti i miei voleri). L'operaio dev'essere un uomo secondo il cuore di Dio. La volont di Dio sale sull'orizzonte come il sole vittorioso che squarcia le tenebre ed espande per ogni dove i suoi raggi apportatori di luce, di calore, di vita. 3 - Opporsi alla volont di Dio non solo da stolto perch essa percorre vie sapientissime, ma anche perch essa sempre si adempie. Per ogni anima che tenti di evadere alla volont di Dio si addicono le parole di Ges a Paolo: Durum est tibi contra stimulum calcitrare (Atti 9,5 - E' duro per te recalcitrare contro il pungolo). Come si possa conciliare la libera volont di Dio con la libera volont dell'uomo, non dato all'uomo di spiegare, ma bens di credere che questo possibile al Creatore il quale, pur rispettando sempre l'arbitrio dell'uomo, preordina ogni cosa e la dispone in effetti perch contribuisca ai suoi piani i quali, in ogni caso, hanno compimento per la manifestazione dei suoi attributi di bont o di giustizia. Questo indulgere e temporeggiare di Dio di fronte alla libert dell'uomo non contraddice alla divina potenza, anzi la esalta poich un omaggio libero che Iddio si propose di
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raccogliere creando l'uomo, ed per raggiungere questo scopo che Iddio aggiunse al capolavoro della Creazione il capolavoro della Redenzione per effetto della quale la volont dell'uomo pu liberarsi dai lacci del peccato e donarsi in olocausto. Quell'onnipotenza che seppe mettere un riparo alle immense rovine del peccato affinch fosse salvo il piano della Creazione, quella medesima onnipotenza entra in giuoco ogni qual volta la divina volont si trovi impegnata, per attribuire ad essa, al di sopra di ogni ostacolo contingente, la vittoria. Non pu essere che i piani divini siano neppure turbati dalla cattiva volont dell'uomo, e se questo pu talora sembrare, non che un'illusione prodotta dalla limitatezza del nostro sguardo. Al di l del campo visivo dell'uomo, la volont di Dio scandisce inesorabilmente i suoi tempi e con tanto maggior trionfo quanto pi le forze avverse si sono coalizzate contro di essa. Il grido di guerra dell'Arcangelo Michele sembra aleggiare ogniqualvolta un uomo ardisce contrapporsi al volere di Dio: Quis ut Deus?. Mentre la pi elementare prudenza impedisce all'uomo di ergersi a giudice della divina strategia nel mondo, la pi semplice cultura ammaestra intorno all'infallibile realizzarsi del volere divino contro ogni difficolt che gli uomini e le cose volontariamente o involontariamente possono opporre. Basta fermarsi a considerare la vita della Chiesa e specialmente del Pontificato Romano per trovare un tema di meditazione intorno alla volont di Dio manifestatasi un giorno con le parole di Ges: Portae inferi non fraevalebunt adversus eam (Mt. 16, 18 - Le porte dell'inferno non prevarranno contro di lei). Dalle porte dell'inferno uscirono in ogni tempo, ed escono tuttora, insidie di ogni genere contro la Chiesa, grossolane e sottili, esterne ed interne, materiali e spirituali; nessun istituto umano che non fosse sorretto dal volere di Dio avrebbe potuto affrontare e superare tante difficolt. Ed ancor pi sorprende nella Chiesa la sua perenne giovinezza che si esprime in quella primavera spirituale che donano ad essa i Santi e tutti quelli che si impegnano al lavoro apostolico, con le loro virt ed opere, ripetendo a distanza di duemila anni, l'ardimento, il disinteresse, la carit travolgente che alitava nella Chiesa delle origini. In questo mondo dove ogni cosa intristisce, degenera, invecchia, o almeno viene a noia, questa inesauribile attualit della Chiesa convince, come una dimostrazione, che una forza misteriosa la sorregge e questa non altro se non la volont di Dio. Con questo stile di fedelt e di onnipotenza il volere di Dio andr accompagnando il lavoro dell'operaio, purch la sua fede sia perfetta ed il fiat pronunciato con adesione totale, fino dalle radici pi nascoste dell'anima. 4 - Un giorno Ges parlava alle turbe. Ed uno gli disse: Tua madre e i tuoi fratelli son fuori e cercano di te. Ma Egli rispose a chi gli parlava: Chi mia madre, e chi sono i miei fratelli ?. E, stesa la mano verso i suoi discepoli, disse: Ecco mia madre e i miei fratelli; perch
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chi fa la volont del Padre mio che ne' cieli, colui mi fratello e sorella e madre (Mt. 12, 46-50). Bastano queste fortissime parole di Ges per significare quale importanza Iddio attribuisca all'accettazione del suo volere e quale valore quest'accettazione abbia nella vita dello spirito. Perci la vita dell'operaio deve essere come una continua resa a discrezione alla volont di Dio, che trova la sua formula pi alta e compendiosa nel fiat del Getsemani. Nell'affidarsi a Dio non passivamente, ma esercitando il proprio volere per intendere e per servire la volont di Dio, l'operaio, adorando le disposizioni ammirabili attraverso le quali la Provvidenza lo conduce, pure ha il conforto sovreminente di conoscere il significato generico delle operazioni predisposte dalla volont di Dio nei suoi riguardi, attraverso le chiarissime parole: Haec est voluntas Dei: santificatione vestra (Tess. 4,3 - Questa la volont di Dio, la vostra santificazione). Tutto ci che Iddio dispone o permette ha il significato di rendere santa la nostra anima, cio monda dal peccato e adorna di ogni virt. Le finalit umane, anche lecite, non hanno un valore essenziale per il volere divino che le considera, come sono, effimere e provvisorie. Secondo un paragone di S. Teresa, la vita terrena non che un sogno, e cio una parvenza che deforma e tradisce la realt dei valori sulla quale invece poggia solidamente il piano divino della redenzione. Anche i piani apostolici, che sono pur sempre di corta veduta ed imperfetti, interessano relativamente il volere divino, e solo in quanto dimostrano la disposizione dell'anima, i santi desideri e le virt dell'operaio, ma non in senso assoluto, perch Iddio non ha bisogno dei nostri progetti che la sua intelligenza compendia e supera in ogni dimensione. L'obiettivo che Iddio si prefigge a scapito delle umane previsioni, travolgendo le aspettative, i timori, le esitazioni, ed ogni altro ostacolo, con perfetta tempestivit e rispondenza allo scopo, questo e non altro: la santificazione. Da questa santificazione sgorga la sua gloria e la nostra felicit; questo il valore essenziale di cui Iddio si occupa, e l'uomo con Dio, qualora ripeta, anche se non capisce, anche se gli sembra di non potere, il fiat del Getsemani. Cedere alla volont di Dio, significa dunque cedere al supremo tentativo di santificare la nostra anima, che Iddio rinnova ad ogni istante, e che sarebbe gi stato coronato di successo se finora non avessimo sistematicamente opposto la nostra volont alla sua. Quanto pi il cristiano procede sulla via della virt, tanto pi appare in chiara luce questo assedio che Iddio pone ad ogni singola anima ed a tutto ci che in essa non gli appartiene, perch nulla resista alla sua grazia santificante. Non solo il peccato colpito dalla volont di Dio, ma ogni imperfezione, ogni vilt, ogni accomodamento; i colli vengono spianati e le strade rettificate; ogni piaga aperta, detersa e guarita. Dove trovare nell'uomo tanta penetrazione di intelligenza e tanta forza di volont? Iddio si incarica di questo compito superando l'incapacit e l'inerzia dell'uomo, trasportandolo sulle ali di un vento misterioso, e con velocit crescente fino alla santit. Condizione, perch l'incapacit umana venga colmata ed operi in sua vece la potenza
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divina, che l'anima si abbandoni al vento misterioso della volont di Dio rinnovando, ad ogni tappa, il fiat, con fede e con amore.

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20. FACTUS IN AGONIA 1 - Agonia lotta della vita contro la morte, dell'organismo contro le forze che tendono a distruggerlo. Di solito per agonia s'intende l'estremo dell'esistenza quando la reazione della vita alla morte non basata sulla volont, che spesso assente perch assente la coscienza, o impotente, ma sull'istinto di conservazione che si trasforma in un conato di tutti gli organi che cercano, fino agli estremi limiti, di sopravvivere. Ma lecito dilatare il significato di questa parola conducendola a indicare non solo la lotta dell'organismo fisico, ma anche dell'anima contro la morte. Non che l'anima possa perire, ma sono, per cos dire, i suoi legami con il corpo che vengono messi a durissima prova, al punto che i dolori morali paiono capaci, a volte, di reciderli e di uccidere. questa un'agonia spirituale per cui si pu giungere alle soglie della morte e talora anche alla morte, non per cause che interessano il corpo, ma per cause che agiscono sull'anima. Tale il combattimento di Ges nell'orto degli ulivi contro la marea montante del dolore spirituale che dilaga nella sua anima, annichilendo l'Uomo-Dio di fronte agli uomini e di fronte a Dio. Ges solo, ma la solitudine non il dolore pi grande; per chi possiede una vita interiore pu anche essere una beatitudine, purch nell'individuo sia la pace. Ora in Ges la passione interiore: la sua immaginazione non pu non rappresentargli la passione imminente, fisica e morale, e la sua intelligenza non pu distogliersi dal peso del peccato che Egli deve portare; una via senza scampo; una sofferenza che non si pu frenare; tutto crolla attorno a Ges; non gli rimane che la vita, questa delicata fiamma corporea che viene agitata, strappata, dal vento del dolore e che minaccia di spegnersi. La resistenza spirituale di Ges si tende fino allo spasimo fisico e si comunica ad ogni parte del corpo. l'agonia di cui parla il Vangelo: Factus in agonia (Lc. 22,43 - Venuto in agonia). Ma il testo che descrive con parole cos aspre e chiuse lo stato fisico e morale del divino Maestro, subito si apre, come in un sussurro di speranza, dicendo di Lui: prolixiits orabat (Lc. 22,43 Pregava pi intensamente). Dunque, la vita non spenta. Sotto i macigni del dolore essa scorre mormorando come un ruscello e il suo mormorio la preghiera. Ridotto dal dolore sulla soglia della morte, Ges pregava. Le parole di Luca: Factus in agonia ricordano le parole di Ges pronunciate nell'atto di congedarsi dagli apostoli: Tristis est anima mea usque ad mortem, ed entrambi i testi richiamano quelle parole profetiche dell'Antico Testamento che dicono: Inundaverunt aquae super caput meum: dixi: perii (Lamento 3, 54 - Le acque dilagarono sopra il mio capo: io dissi: Sono perduto). Non un dolore parziale, per quanto grave, che opprime l'anima di Ges, ma un dolore totale che Lo demolisce e Lo schiaccia contro terra.
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La divina agonia insegna all'operaio che egli pu incontrare, nella sua vita, tale dolore per cui tutto l'uomo entra in sofferenza, mentre ogni via di salvezza appare chiusa. Sono momenti nei quali i meriti acquisiti vengono dimenticati, le amicizie crollano, il favore pubblico si capovolge, le opere appaiono come massi pesanti e sterili, difficolt finanziarie avvelenano le acque dell'apostolato, i cattivi prevalgono, i Superiori riescono incomprensibili, le calunnie dilagano, l'intelligenza non riesce a risolvere i problemi innumerevoli che si pongono, e manca il coraggio per affrontarli con quella decisione che assicura la vittoria. In questi momenti, all'operaio non rimane che la possibilit di trascinare la vita di giorno in giorno, di ora in ora, questa povera vita fisica che vibra anch'essa sotto i colpi di maglio del dolore, e sembra cedere di fronte alla violenza dell'angoscia. Tempo di agonia che conduce l'uomo del mondo alla disperazione, alla bestemmia, alla follia e talora anche al suicidio, e che l'operaio affronta come la prova suprema della sua consacrazione. Il dolore presente, per cos dire, allo stato puro, in quanto non d adito a nessuna gioia, a nessun conforto; e ci che spesso gli dona il suggello getsemanico che l'uomo deve soffrire non per colpe proprie, ma per colpe commesse, in buona o cattiva fede, da altri. L'operaio in questo modo si trova, evidentemente, accanto a Ges nell'orto degli ulivi, prostrato a terra, come Lui grondante lacrime e sangue, colmo di dolore, di paura e di nausea, lontano dagli altri uomini che dormono : factus in agonia. Ma un sovrumano pensiero lo alimenta: Ges non pi solo, vi chi veglia e soffre con Lui; in questo momento l'operaio sicuro di assolvere la sua missione pi recondita e preziosa. Non dagli uomini o dalle cose umane, ma da una sorgente di pura fede giunge a lui una certezza che lo sorregge oltre ogni ostacolo: poich egli divide con Ges l'agonia, divider con Ges anche la gloria. Quando e come, in questo mondo o nell'altro, in modo cognito agli uomini o incognito, non importa. Ges lo sa ed egli, disarticolato e purificato dal dolore, si affida a Lui con le parole di consapevole abbandono dettate dall'Apostolo: Scio cui credidi (II Tim. 1, 12 Conosco di chi mi sono fidato). 2 - L'esempio di Ges, nel supremo istante della sua agonia spirituale nel Getsemani come anche della sua agonia corporea sul Calvario, ci insegna che il dolore deve essere accompagnato dalla preghiera e che pi il dolore grande, tanto pi la preghiera deve essere abbondante: prolixius. Soffrire pregando ecco la formula suggeritaci dal divino agonizzante la quale equivale ad un'altra formula soffrire amando perch l'amore trova a questo punto, una sola espressione di fiducioso abbandono: la preghiera. La congiunzione fra il dolore e la preghiera, fondamentale per il cristiano, e pi ancora per l'operaio, viene giustificata anzitutto dal valore dedicatorio che la preghiera assume nei confronti del dolore, accompagnandolo. La sofferenza non per l'uomo una pietra rara; volente o nolente egli la incontra ad ogni
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passo sul cammino della vita. Sia l'uomo nella grazia o all'infuori di essa, cade sotto il castigo del peccato d'origine e perci viene raggiunto e dilaniato dal dolore: presto o tardi. Quando il dolore si affaccia facile cadere in errore perdendo il dominio di s, considerando il fatto singolo senza incastonarlo, come doveroso, nel diadema della santificazione personale; facile scendere a considerazioni strettamente umane, imprecare, avvilirsi, ribellarsi. L'intenzione di Dio nel permettere il dolore viene in questo modo frustrata e l'uomo soffre inutilmente; talora la situazione addirittura si capovolge e l'uomo trova nel dolore un incentivo alla colpa. Se l'arte pi difficile da apprendersi quella di saper soffrire pur vero che la preghiera il regolo che avvia le anime verso un'interpretazione e un'accettazione del dolore secondo il Cuore di Cristo. Chi, durante i giorni della sofferenza, perdura nell'orazione non pu sbagliare: le parole che egli pronuncia avvolgono il dolore in un manto di grazia e lo presentano a Dio come un'offerta di grande valore. La preghiera dona al dolore il suo giusto significato sia per l'uomo che soffre, sia per la maest di Dio che valuta il dolore sopportato dall'uomo secondo giustizia e carit. La preghiera che umile, fiduciosa, incessante accompagna la sofferenza ricorda all'uomo che egli non solo a soffrire, ma che soffre con il Cristo, che ogni lacrima una moneta per il riscatto, che Iddio ha in mano la situazione ed interverr per modificarla quando sar il tempo opportuno. La medesima preghiera dice a Dio, al quale rivolta, che il cristiano non trae scandalo dal dolore, ma che si affida alla sua Provvidenza ed lieto di completare con i suoi dolori la passione redentrice del Cristo. La preghiera come una melodia che si distacca sullo sfondo delle note cupe del dolore a guisa di un canto che esalta le perfezioni divine; come un filo d'oro che ricuce le labbra della grande ferita aperta dal peccato d'origine, purificata dal dolore. Coloro che cercano il godimento sulla base dell'istinto, soffrono, come gli animali, brutalmente, come chiusi in un carcere senza luce e senza respiro. Chi soffre e prega sente crescere in s il regno di Dio e, se anche umanamente imprigionato dal dolore, sente la sua anima pi ricca, pi libera, pi lieta che mai. 3 - II dolore uno scoglio contro il quale urtano tutte le filosofie, vi chi cerca di sminuirlo considerandolo come l'effetto di una cattiva organizzazione del mondo e perci come un problema che pu essere risolto, mentre vi chi lo considera come il motivo dominante della vita umana dal quale non solo non si pu evadere, ma di cui bisogna pascersi, e parlano perfino di un culto del dolore. Sono queste delle concezioni errate che il cristiano non pu alimentare. Come non pu credere ad una vita senza dolore perch il castigo del peccato d'origine grava penosamente su ogni uomo, cos non pu considerare il dolore come un oggetto desiderabile per se stesso, poich il dolore pur sempre un male che ripugna alla natura dell'uomo e per il quale l'uomo non stato creato.
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Se giusto guardare con fermezza in faccia al dolore anche giusto considerarlo per quello che , come un male inevitabile trasformato dai meriti del Cristo in una preziosa medicina. In quel modo che gli uomini, pur apprezzando le medicine del corpo e adoperandole, cercano di raggiungere quelle buone condizioni di salute che li rendano indipendenti dalle medesime medicine, cos ben naturale che il cristiano desideri che si allontani da lui il calice del dolore, come anche Ges ha desiderato, e che alla soddisfazione della giustizia di Dio si giunga pi presto ed in altro modo. Di qui parte una seconda considerazione relativa ai rapporti fra preghiera e dolore che deve essere familiare all'operaio: il valore satisfattorio della preghiera. La preghiera passando, per cos dire, attraverso l'infinita bont di Dio giunge a placare la sua infinita giustizia; essa capace di strappare a Dio, per i meriti e secondo le promesse di Ges, l'indulgenza e il perdono. La preghiera, in questo modo, vicaria del dolore poich ne fa le veci, lo sostituisce, lo previene, lo integra. Chi soffre pregando, soffre meno, non solo per il conforto che la preghiera gli dona, ma anche perch il dolore viene abbreviato nel tempo e diminuito d'intensit. La preghiera che si mescola alle lacrime, raggiunge il cuore di Ges e lo muove a misericordia perch non pu essere diverso il suo atteggiamento alla destra del Padre, da quello che fu nella vita terrena quando le preghiere degli uomini mossero la sua onnipotenza e valsero a confortare ogni dolore. Nell'agonia del Getsemani il divino Maestro sembra dettarci un testamento spirituale che consiste in due realt, le quali si intrecciano nel suo esempio come devono intrecciarsi nella vita dell'operaio: dolore e preghiera. Quanto pi si sviluppa il dolore, tanto pi ha da crescere nell'intensit la preghiera.

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21. ANGELUS DE COELO 1 - Che lo Spirito Santo attribuisca grande importanza, nella formazione dell'anima cristiana, all'episodio del Getsemani si deduce dal fatto che non solo i quattro evangelisti ne parlano, ma anche un altro grande Autore neotestamentario, San Paolo, nell'epistola agli Ebrei. L'Apostolo cos scrive: Qui in diebus carnis suae preces supplicationesque ad eum, qui possit illum salvum facere a morte, cum clamore valido et lacrimis offerens exauditus est pro sua reverentia... (Ebrei 5, 7 - ...il quale nei giorni della sua vita mortale, avendo con grandi grida e lacrime offerto preghiere e suppliche a colui che lo poteva salvare da morte, fu esaudito a motivo della sua piet...). Queste le parole, che la Chiesa ha inserito nell'epistola della Messa dedicata al ricordo del Getsemani, descrivono con lo stile aderente e profondo di San Paolo, la preghiera getsemanica di Ges, la quale a motivo di questo contributo paolino, ci appare integra da un punto di vista descrittivo e da un punto di vista dottrinale. Dal punto di vista descrittivo noi veniamo a confermare due particolari raccolti dalla tradizione probabilmente orale dei contemporanei, e cio che la preghiera getsemanica avvenne a gran voce e che fu accompagnata da lacrime. Gli evangelisti lasciano supporre questo perch se le parole di Ges giunsero alle orecchie degli Apostoli, discosti ed insonnoliti, perch furono pronunciate ad alta voce; cos pure la descrizione del dolore di Ges fa pensare che il suo strazio fosse accompagnato da lacrime. Ma il testo di San Paolo ci assicura direttamente intorno a questi particolari dimostrando che il dolore di Ges, lungi dall'essere un dolore raccolto e muto, fu profondamente e compiutamente simile al pi manifesto dolore dell'uomo. Dal punto di vista, poi, dell'interpretazione della passione di Ges nel Getsemani, Paolo ci offre una precisazione di grande importanza scrivendo che Ges fu esaudito da Colui che lo poteva salvare da morte : exauditus est pro sua reverentia. Pu stupire questa espressione dell'Apostolo quando si pensi alla prima parte della preghiera di Ges nella quale egli chiede di non bere il calice della passione, poich le tragiche ore del Venerd Santo dimostrano il contrario, e cio che il Padre non esaud questa preghiera del Figlio. Ma se l'attenzione si posa sulle successive parole di Ges: Non mea voluntas sed tua fiat possiamo scorgere in esse non soltanto una preghiera-accettazione ma anche una preghiera-invocazione rivolta a chiedere tutto l'aiuto necessario per affrontare il volere del Padre e per condurlo al termine. Il fiat pu significare nel tempo stesso consenso e supplica onde il Padre venga in aiuto, sollevando il Figlio dal peso enorme che grava sulla sua anima e dalla fragilit del corpo stroncato dal dolore. In questo senso, essendo il fiat una preghiera di Ges perch il Padre Lo renda capace di obbedirgli, possiamo dire con San Paolo che Ges ottenne ci che chiedeva : exauditus est e che il Padre Lo esaud per il suo atteggiamento di totale sottomissione: pr sua reverentia.
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Messaggio visibile di questo aiuto concesso al Figlio, simbolo e strumento della piet del Padre, apparve un Angelo a confortare Ges Apparuit autem illi Angelus de coelo, confortans eum (Lc. 22,43 - Allora gli apparve un Angelo dal cielo a confortarlo). 2 - Ges non preg invano. Privo di ogni conforto da parte degli uomini, Egli fu consolato da un Angelo. Che cosa l'Angelo abbia detto al divino Maestro e come, non sappiano; ma possiamo, forse, intuirlo, leggendo questa profonda meditazione di un sacerdote fiammingo: ...Aveva affermato nella notte innanzi di voler bere il suo calice sino alla feccia. In quell'istante una voce tacita, discesa dalla suprema luce della sua anima, Gli testimoni che ora quella feccia era bevuta, ora quella volont era compiuta in ogni cosa (Gv. 19, 28-30), e penetr nelle zone pi umili della sua umanit, dove tuonava la bufera del suo dolore. Egli percep la voce di suo Padre, da lontananze di l dalla notte e dal giorno; giungeva a Lui di tra le nubi nere come una potenza dolce, onnipotente, e, senza parole, a Lui parlava una lingua tutta luce e gli annunci la pace: Tu hai compiuto la volont del Padre, il Padre ha compiuto la tua volont. Tu volesti il cielo chiuso in tutte le ore della tua passione; a quel modo che serr il cielo Elia per tre anni. Volesti che nessuna luce di lass non menomasse la forza risanatrice della tua notte di passione. Sia fatta la tua volont mi dicesti di sotto quegli ulivi; Sia fatta la tua volont ti risposi io, di qua dalle mie stelle. Abbiamo compiuto, tu ed io, l'uno la volont dell'altro. Ti ho abbandonato per lasciare te tutto a te stesso, e permettere al tuo sacrificio di crescere a merito senza fine. Ti ho abbandonato, perch il redentore che tu volevi essere con tutte le tue forze, non sperimentasse limitazione alcuna alla sua forza di redenzione. Ti ho abbandonato, perch se non avessi abbandonato te, avrei dovuto con un abbandono di sempre, abbandonare alla sua condanna il peccato, che tu portavi sulle tue spalle innanzi a me; e lo avrei cos abbandonato qualora la tua totale solitudine di un solo istante, non mi avesse invece consentito, per l'eternit, di riceverlo, in ritorno, conciliato. Ti ho abbandonato, perch il peccato, abbandono di Dio, pu essere espiato realmente solo da quello smarrimento dell'abbandono totale che nasce dalla perdita di Dio. Non v' uomo che possa mai comprendere a pieno, e rappresentare a se stesso quale abisso egli diviene allorch si vuota di Dio. Questa la pena della dannazione. Tu puoi, tu solo, comprenderla interamente: tu puoi sentirla interamente: per questo dovesti sperimentarla, tu per tutti. Tu dovesti, tu, senza peccato, portare la pena della dannazione, per redimere chi ha peccato. Ti ho abbandonato, ed ho ritirato dal sentimento della tua vita il mio amore divino, perch il peccato scaccia Dio dal proprio sentimento della vita e pu essere realmente espiato a fondo soltanto da un Dio abbandonato da un Dio. Ti ho abbandonato per non essere costretto a quell'estremo, eterno abbandono della condanna lontano da me . Ogni istante di Dio una eternit, e quel solo istante di
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sentimento della dannazione che il tuo amore ha permesso nella sua eroica sostituzione, ha dato a me il diritto di lasciare ancora aperta la porta della Grazia, in luogo della porta della dannazione. Io non posso abbandonarti nel tuo essere, ma ti ho abbandonato nell'accordo e nel sentimento d'unit delle tue facolt di Uomo-Dio, ti ho privato della tua armonia divina, acciocch io, abbandonando l'uomo in te, Dio, in te, Dio, riacquistassi l'umanit. Solo respingendoti potevo guadagnarti; sol trattandoti da maledetto potevo consacrarti redentore. Il capro espiatorio degli uomini doveva diventare il capro espiatorio di Dio, se voleva essere il buon pastore che riconduce il suo gregge. Essere il buon pastore e ritrovare la pecora sperduta nella notte e nel deserto, fu il tuo pi bel sogno, il tuo desiderio pi eroico, il pi bel canto fra le tue parabole. In quella notte ed in quel deserto che sono al di l d'ogni notte e d'ogni deserto, nella notte di Dio e nel deserto d Dio, stato concesso a te di cercarla. Occorrevano un dolore estremo ed un estremo coraggio: occorreva una bellezza estrema a coronarli. Questo io ti dovevo nella solitudine dell'abbandono. Le mie braccia ora si aprono pi vaste dei cicli a te ed al tuo gregge. Ritornate. Vi posto per tutti quanti vorranno fare la via del ritorno insieme con te. Il tuo smisurato abbandono da parte di Dio, ti ha smisuratamente aperto il grembo della divinit. Il vuoto del tuo cuore colmer il ciclo universo. II tuo desiderio estremo per la tua passione esaudito (Verschaeve Cyriel: Crocifisso. Traduzione di Romana Guarnieri, Morcelliana, Brescia, pag. 46) 3 - Le parole di Isaia Vere languore nostros ipse tulit et dolores nostros ipse portavit (Is. 54,4 - Veramente egli ha preso sopra di s i nostri dolori) commentano assai bene la passione di Ges, sottolineando il fatto che Egli ebbe a soffrire i languori e i dolori di tutti gli uomini e di ciascuno in particolare. Fra questi languori, che abbiamo in comune con il Figlio di Dio fattosi uomo, vi quel profondo bisogno di conforto che si manifesta nei giorni del dolore. Il bisogno di conforto anzitutto un bisogno di comprensione e di aiuto, di comprensione pi ancora che di aiuto o, per meglio dire, di un aiuto che, se anche non grande e non risolutivo, sia quasi un simbolo della comprensione del prossimo. L'uomo immerso nel dolore ha bisogno che altri, intendendo il suo stato d'animo, si commuova di lui, con lui e per lui, secondo il significato profondo della parola compassione. Dalla comprensione e dalla compassione nasce il conforto che solleva l'animo di chi soffre, lo rende sereno e forte, terge le lacrime e rinfranca, nel tempo stesso, le forze fisiche. L'operaio uomo e l'umilt vuole che egli si assoggetti, come Ges, alle esigenze dell'anima umana la quale non attraversa impunemente il dolore, ma vibra al suo contatto, sollecita, invoca, esige il conforto. Il dolore muto, che allontana l'uomo dall'uomo, spesso un dolore superbo, di chi non vuole dimostrare le sue debolezze o le sue disavventure, dolore disumano contrario alle
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leggi di natura e allo spirito soprannaturale del cristianesimo. L'operaio riconosce con semplicit, di fronte a se stesso ed agli altri, il bisogno che sente di essere confortato, ma nel chiedere e nel valutare il conforto, il suo pensiero vola al Getsemani che si ripete inevitabilmente nelle vicende del suo dolore. La frase profetica ho aspettato dei consolatori e non li ho trovati (Salmo 68,21) che si attaglia cos bene a Ges agonizzante, esprime anche la condizione in cui viene a trovarsi l'uomo che soffre. Non sempre egli ridotto nella tragica e totale solitudine di Ges perch lo Spirito Consolatore ha insegnato ed insegna a consolare gli afflitti, ma se anche il conforto da parte dell'uomo presente, molto spesso non in quella misura ed in quella forma che l'uomo investito dal dolore desidera e attende, poich all'infuori di ogni volontaria insufficienza vi sempre nel consolatore l'insufficienza involontaria ed essenziale della natura umana, che riduce in stretti limiti le possibilit e frena le nobili intenzioni. Il parente pi intimo, l'amico pi caro non riescono, pur desiderandolo, a portare quel sollievo che il caso richiede, mentre la grande maggioranza delle persone apparentate o amiche dorme pesantemente, vinta dal sonno della propria sofferenza, delle ambizioni, della paura, della distrazione, dell'ignoranza, dell'opportunismo. Nel dolore dell'uomo vi sono sempre delle ore nelle quali egli si sente solo e abbandonato. Allora chi soffre, e particolarmente l'operaio, memore di quanto avvenne a Ges nel Getsemani, senza inveire contro gli uomini che non sanno e che non possono, deve chiedere e attendere il conforto dall'alto. Fu il Padre a condurre il Figlio in questa posizione-limite per assolvere al suo piano redentivo e cio per uno scopo di amore, ed ancor Lui che conduce l'operaio nel deserto dove il conforto umano assente per uno scopo di amore, per legare l'anima della creatura non ad altri che a Se stesso. L'operaio legge, al disotto degli avvenimenti, questa intenzione del Padre, si ispira al luminoso esempio del Figlio, e invoca il conforto dallo Spirito Consolatore. 4 - Chi medita il Getsemani non pu ignorare l'esempio dell'Angelo n sottrarsi al dovere di imitarlo. Se, prima della morte di Ges, della resurrezione e della pentecoste, fu possibile che il pi grande fra gli uomini, immerso nel pi grande dolore, fosse privo del pi tenue conforto umano, cosicch si rese necessario l'intervento di una creatura angelica, dopo il Getsemani l'uomo sa che il Cristo agonizzante attende il conforto e glielo deve porgere. Il Cristo agonizza in tutti coloro che soffrono ingiustamente; l'incorporazione di Ges nella natura umana va oltre l'incarnazione e riguarda, in modo arcano, ogni uomo sia perch la giustizia redentrice si preoccupa di salvare, per mezzo del Cristo, ciascun uomo, sia perch il Cristo ha tutti rappresentato e potenzialmente giustificato, al cospetto del Padre. Perci l'operaio vede il Cristo attraverso le fattezze del prossimo, il Cristo glorioso nelle anime in grazia, il Cristo crocifisso nelle anime immerse nel dolore, e come si preoccupa di venerare il Cristo nelle anime in grazia e di risuscitarlo nelle anime in colpa, cos deve
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studiarsi di confortare il Cristo nelle anime agonizzanti per il dolore. L'operaio, per vocazione e formazione, pu acquistare una sensibilit speciale per le sofferenze dell'uomo diventando al suo fianco un angelo consolatore. Non solamente egli non passa indifferente accanto a chi soffre, ma lo spirito del Getsemani, coltivato nel suo cuore, gli deve suggerire quelle strade e quei mezzi che riescono, per quanto possibile, a confortare l'uomo. Il primo requisito quello di non rimanere estraneo alla sofferenza altrui e cio di rendersi conto delle sue cause e dei suoi effetti, cercando di investirsene come di cosa propria secondo il detto dell'Apostolo flere cum flentibus (Rom. 12,15- Piangere con chi piange). Il secondo requisito consiste nel porgere aiuto a chi soffre intervenendo con il consiglio, con l'appoggio, con il denaro, con le medicine e in quegli altri mille modi pratici che la carit suggerisce nelle diverse circostanze. Nell'un tempo e nell'altro, perch il conforto sia veramente quello che il Getsemani suggerisce, l'operaio deve fare in modo che l'aiuto appaia come proveniente dal cielo, sebbene per suo tramite; in quest'azione di conforto l'operaio deve angelicarsi togliendo rigorosamente di mezzo tutto ci che la sua umanit pu suggerirgli di tornaconto, sotto qualsiasi forma, e dimostrando il disinteresse pi sostanziale. Nel cuore dell'operaio non vi se non il desiderio di sostituirsi all'Angelo nel confortare Ges che agonizza nel prossimo e di fare questo il meno indegnamente possibile, avendo cura che anche il suo atteggiamento fisico verso chi soffre abbia tutta quella soavit a cui ripugna ogni forma di sentimentalismo o di pesantezza umana. Trasparente per le sue intenzioni purissime, discreto nella parola onde non profanare il dolore, rispettoso di ogni conforto arrecato da altri, sollecito di procurare il vero bene a chi soffre, senza mai sfruttare il dolore per scopi di altro genere anche se ottimi, ma unicamente preoccupato di avviare l'anima sofferente a congiungere il suo tormento con quello del Cristo, l'operaio accosta le agonie dell'uomo e le conforta: confortans eum.

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22. GUTTAE SANGUINIS 1 - Una disposizione legale del Levitico (Lev. 16,27) e dell'Esodo (Es. 19,12), prescriveva che i condannati a morte fossero giustiziati fuori delle mura di Gerusalemme e per questo Ges fu condotto, per la crocifissione, sul Golgota. San Paolo, rivolgendosi agli Ebrei, volle sottolineare questo fatto che si prestava bene a colpire la mentalit rabbinica e scrisse: Propter quod et Jesus, ut santificaret per suum sanguinem populum, extra portam passus est. (Ebr. 13,12) Per una di quelle singolari coincidenze, cos frequenti nei Libri sacri i quali ci appaiono come gravidi di innumerevoli verit, la frase di Paolo si presta tanto bene alla passione del Golgota come a quella del Getsemani. Anche la passione del Getsemani avvenne fuori delle mura perimetrali di Gerusalemme e precisamente fuori della Porta della fontana, ed anche la passione del Getsemani contribu alla santificazione del popolo mediante un sacrificio di sangue. L'effusione di sangue da parte di Ges, nel giardino degli ulivi, viene descritta nel terzo Vangelo in questo modo: Et factus est sudor eius, sicut guttae sanguinis decurrentis in terram (Lc. 22,44 - E il suo sudore divenne simile a gocce di sangue che cadevano in terra). Sono parole di Luca, il medico, e rispecchiano la mentalit dell'autore il quale si preoccupa di descrivere obiettivamente il singolare fenomeno verificatosi durante l'agonia di Ges, come fa onestamente ogni medico quando si trova di fronte ad un fatto non esattamente comprensibile. La descrizione di Luca non solo fedele, ma efficace poich ci permette di ravvisare i caratteri di quel fenomeno che i medici conoscono con il nome di ematidrosi di sicura, per quanto rarissima, evenienza. Non si tratta di un fenomeno soprannaturale come quello dell'apparizione dell'Angelo, ma naturale, bench insolito, e di significato patologico, cio indice di una malattia del corpo. Per quanto possiamo arguire, il sudore ematico non fu per se stesso causa di dolore, ma piuttosto sintomo di un profondo sconvolgimento di tutto l'organismo che trov la sua origine nella tragedia interiore di Ges e che si ripercosse in modo particolare sull'equilibrio del sistema circolatorio (*). Se cos straordinarie furono le conseguenze, possiamo immaginare quanto gravi fossero le sofferenze corporali di Ges a motivo dell'angoscia che gli soffocava l'anima: la pauvre nature humaine osserva il Klein force d'craser toutes les repugnances, succombait sous son hroysme (1). Attraverso quei misteriosi tramiti che congiungono l'anima al corpo, la passione morale di Ges si trasform in passione fisica, la quale si manifest all'esterno con la profonda tristezza che fu notata dagli Apostoli, l'abbandono delle forze per cui il Maestro si abbatt sul terreno, le lacrime, le grida e, da ultimo, mediante il sudore ematico. Questo tipo di sofferenza corporea che procede dal mondo morale ben diversa da quella che viene provocata dalle offese arrecate direttamente al corpo dell'uomo, ma certo non inferiore.
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Il tormento del corpo per motivi spirituali ha in s qualcosa di perfido, di crudele, di immeritato e di ripugnante, per cui spesso si portati a preferire i dolori fisici, che riguardano direttamente il corpo, a questi che riflettono sulle funzioni del corpo le terribili bufere dell'anima. A cagione di tali sofferenze, ad un tempo spirituali e materiali, e cos strazianti, si pu pensare che il Cristo abbia toccato nel Getsemani il vertice doloroso della sua passione e della sua vita, ed anche il pi alto vertice della sofferenza consentita alla natura di un uomo.
(1) - La povera natura umana a forza di superare tutte le ripugnanze soccombeva sotto il suo eroismo. F. Kiein - La vie humaine et divine de Jesus Crist - Paris, Bloud et Gay - 1933, p. 396.

2 - Intorno al sudore sanguigno di Ges cos scrive il Ricciotti: ln questa notizia, che mette tanto in rilievo la realt della natura umana di Ges, trovarono scandalo alcuni antichi cristiani al leggere il Vangelo del medico Luca. Essi giudicarono che, sebbene il medico aveva narrato un fatto vero, era meglio che la narrazione non fosse ripetuta, perch sembrava fornire una conferma alle calunnie dei nemici del cristianesimo: probabilmente gli attacchi di Gelso contro la persona di Ges avevano suscitato tale preoccupazione (1). Perci avvenne che la narrazione del sudore di sangue, insieme col precedente accenno all'Angelo confortatore, cominci a scomparire dai codici del III Vangelo; soppressa per questo infondato timore. Oggi essa manca in vari codici unciali, fra cui l'autorevolissimo Vaticano, in alcuni minuscoli e in altri documenti, e questa mancanza era gi stata segnalata nel IV secolo da Ilario e Girolamo. Tuttavia, allorch questa vana preoccupazione si dissip col cessare degli attacchi contro il cristianesimo, cess anche la soppressione dell'ombroso passo; del resto le testimonianze in suo favore sia di codici, sia di scrittori antichi a cominciare da Giustino e Ireneo sono cos numerose e gravi da non lasciare alcun serio dubbio sulla autenticit del passo (2). A questo proposito i P.P. Valensin e Huby cos scrivono : Sant'Ilario e San Gerolamo conobbero dei manoscritti che non contenevano il passo, ma essi lo conservarono. del pari conservato, nel secondo secolo, da San Giustino e da Sant'Ireneo, e in seguito da San Ippolito, San Dionigi d'Alessandria, Eusebio di Cesarea, Sant'Efrem, San Gregorio di Nazianzo, Didimo d'Alessandria, Sant'Epifanie, Teodoro di Mopsuestia, Sant'Agostino. I testimoni in favore dell'autenticit, sia che si considerino i manoscritti, le traduzioni o i Padri, sono i pi numerosi e svariati, mentre i dissidenti pi notevoli sono originar! da una medesima regione, l'Egitto; e ancora non rappresentano una tradizione egiziana unanime, poich il passo attestato dal Sinaitico, di origine egiziana anch'esso, senza parlare di Dionigi d'Alessandria e di Didimo. L'omissione si comprende pi facilmente che un'interpolazione. Secondo Sant'Epifanio (3), certi ortodossi ebbero paura di dettagli cos realistici come il sudore di sangue, e soppressero il passo.
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Sembra che questi scrupoli teologici abbiano prodotto una certa fronda, probabilmente verso la fine del III secolo, che dur durante il IV secolo, poi la tradizione riprese il suo imperio (Lagrange) (4). Di questo scandalo che l'agonia del Getsemani suscit tra i cristiani durante i primi secoli traccia in Sant'Ambrogio, presso il quale si pu leggere: Trovansi alcuni che pare si scandalizzino ad udire che il Figlio di Dio, fatto uomo per noi, tem, pianse, si dolse, si lament e si sforzano di escludere da Lui simiglianti affetti; ma non gi io che, quanto pi confesso, pi pretendo di tenere la verit. Gran beneficio, invero, mi avrebbe fatto Iddio liberandomi colla sua onnipotenza dalle tristezze e dal timore della morte; ma tuttavia molto meglio mi ha dimostrato la sua piet, la sua misericordia, il suo amore, prendendo tali passioni sopra di s medesimo per liberare cos me stesso (5). Un'allusione a questi contrasti si trova anche in Sant'Agostino il quale, commentando il Salmo 93, cos si esprime: Se, dicendo il Vangelo che Nostro Signore si rattrist, si avesse a ritenere che non si rattrist veramente, bisognerebbe parimenti dire che quando sentiamo dagli evangelisti che il Signore mangi, non mangi veramente, e che quando dorm, non dorm propriamente, non fu vero sonno. E cos non avremmo niente di sicuro nella Divina Scrittura, e si potrebbe anche dire che, essendosi fatto uomo, non si fece un vero uomo, e non vera carne. E sarebbero tutte bestemmie. Dunque tutto ci che fu scritto di lui avvenuto, vero. Dunque fu triste; ma accett volontariamente la tristezza, come volontariamente aveva preso la carne (6). Questo brano del Vangelo che fu pietra di scandalo per uomini di poca fede, e argomento di discussioni in varie epoche della storia, viene considerato dall'operaio come una preziosa reliquia di Ges, dono di Dio all'umanit sofferente, focolare a cui le anime attingono la scintilla dell'apostolato, sorgente di vita spirituale sgorgante dalla rupe del dolore. L'operaio non ha rispetto umano nel confessare e nel venerare il sudore ematico del suo Ges perch sa di essere causa, anche lui, di questa suprema agonia, e riconosce di dovere ad essa, in larga misura, la sua redenzione e la sua vocazione. Ges agonizzante sembra ripetergli queste parole: Je pensais a toi dans mon agonie, j'ai vers telles gouttes de mon sang pour toi
(1) Celso, poco prima del 180, pubblic il suo Discorso veritiero con cui assale in minor parte Ges e in maggior parte i cristiani. Egli tiene a far rilevare che in precedenza si informato bene del suo argomento, giacch ripete fiduciosamente rivolto ai cristiani Io so tutto (sul conto vostro); ha infatti letto i Vangeli, li cita nel suo discorso attribuendoli regolarmente ai discepoli di Ges. Ciononostante egli accetta dai Vangeli solo i fatti che corrispondono alle sue mire polemiche, quali le debolezze della natura umana di Ges, il lamento della sua angoscia, la sua morte, ecc., che sarebbero a parer suo tutte cose indecorose per un Dio: invece sostituisce gli altri dati biografici con le sconce calunnie anticristiane messe in giro gi allora dai giudei; spesso poi altera l'indole dei fatti, talvolta deforma anche le parole delle citazioni, e in genere sparge a piene mani il ridicolo sull'odiato argomento con un metodo che anticipa sotto vari aspetti quello di Voltaire - RICCIOTTI, Vita di Ges Cristo, Milano, Rizzoli, 1941, pag. 209. (2) RICCIOTTI, op. cit., pag. 684.

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(3) S. Epifanio - Ancoratus XXXI (P. G. 43, 73). (4) P. P. Valensin et Huby, Evangile slon Saint Lue. Paris, Beauschene, 1929, pag. 395. (5) S. Ambrogio In Lc. 22, v. 42-43, Migne vol. 15, ed. (6) S. Agostino Enarratio in Ps. 93, 19, Migne voi. 37, ed. 1908. (7) "Pensavo a te nella mia agonia, ho versato quelle gocce del mio sangue per te" . Pascal

Patrologia Patrologia

latina, 1910. latina,

3 L'inizio della passione di Ges nel Getsemani. Questo risulta non solo dalla narrazione evangelica, ma dal pensiero stesso di Ges il quale, disponendo per la celebrazione della Pasqua con i suoi discepoli, ebbe a dire Desiderio desideravi hoc Pascha manducare vobiscum antequam patiar (Lc. 22,15 Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi prima di patire). Si pu pensare che il patimento di Ges incominci con il chiudersi della parentesi pasquale del cenacolo e coll'aprirsi dell'episodio getsemanico. La passione del Getsemani totale, non meno della passione del Golgota, poich interessa ad un tempo l'anima e il corpo di Ges con la differenza che la prima prevalentemente spirituale perch dalla tragedia interiore che deriv l'agonia anche fisica di Ges, mentre la seconda prevalentemente corporale in quanto il Divino Maestro dopo la vittoria riportata nel Getsemani entr in uno stato d'animo di eroica serenit. Nella notte dell'oliveto un principio di morte entr in quelle carni che il Cristo aveva ricevuto da Maria, poich una cospicua quantit di sangue, rotti gli argini consueti del letto circolatorio, si separ dal corpo suo spargendosi sulle vesti e sul terreno. San Bonaventura commenta con queste parole l'effusione di sangue avvenuta nel Getsemani: Trema e spezzati, o mio misero cuore, e piangi lacrime di sangue: ecco il mio Creatore per me cosparso di sanguigno sudore, e non lieve, ma scorrente in terra. Guai al miserabile cuore che non s'intenerisce per un tale sudore! Ma tu considera l'intima tribolazione da cui era straziato quel mitissimo Cuore, quando tutto il corpo emanava sudore di sangue. Non sarebbe uscito fuori tale e tanto sudore dal corpo, se la prepotenza del dolore non avesse schiacciato di dentro, il viscere del cuore. Fu stritolato il cuore dentro di me, disse il Profeta (Ger. 23, 9). E, spezzato internamente il cuore, fu lacerata di fuori la pelle al vero Salomone, Ges amorosissimo, e si diffuse per terra il sanguigno sudore. E divenne pi rossa in Ges la rosa della carit, e della passione. Eccolo come tutto rosso! N poco misterioso questo spargimento generale di sangue versato dall'ottimo Ges. In tutto il corpo sud, perch era venuto a togliere tutte le malattie dal nostro corpo e dal nostro sangue. Per la convalescenza e per la sanit di tutto il corpo spirituale la Chiesa ben sar sufficiente il sudore di sangue profuso da ogni parte corporea del nostro capo Ges. Siamo liberati noi, dai sanguinari, una volta che Dio, nostro medico, ha sudato sangue per noi. Un'altra considerazione. Quel sanguigno sudore preannunziava questo certo
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che in tutto il corpo mistico della Chiesa sarebbe per essere versato il sangue dei martiri, onde la Chiesa si imporpora (1) Su questo motivo, l'allora Card. Pacelli, quando predic l'ora santa nella basilica vaticana, ebbe a dire: Novella Sefora, la Chiesa dir al nuovo Mos, liberatore del nuovo popolo di Dio: Sponsus sanguinum tu mihi es (Exod. 4, 25). Tu mi sei sposo di sangue. Ecco i miei figli nel sangue, per farli simili a te e salvarli. Anch'io voglio essere Sposa di sangue e di dolore per ritrarre in me la tua immagine, per soffrire, per combattere, per pregare con te, per piangere con te. Il tuo dolore il mio dolore, come il mio amore il tuo amore. Il sangue che te arrossa porpora alle mie guance; il tuo pallore candore alla mia fronte (2). Intorno alla necessit del sacrificio anche cruento da parte della Chiesa poich Cristo, nostro capo, lo sostenne e volle insegnarcelo con il suo esempio, l'operaio deve fermare la sua meditazione. La conquista facile delle posizioni tenute dal male non nello stile del Cristo, ma invece la conquista difficile, strappata con lotta incessante e logorante alle mani di satana, il modulo delle rivendicazioni cristiane. Carissimi... dice San Pietro Christus passus est pro nobis, vobis relinquens exemplum, ut sequamini vestigia eius (3). Questa grande legge dell'effusione del sangue, mistica o reale, nelle opere di apostolato dall'operaio conosciuta, desiderata, perch se ne fosse esente potrebbe dubitare di non trovarsi inserito nel circuito della redenzione, e amata, poich mediante l'accettazione di questo tormento fisico e morale che egli pu accostarsi, come l'angelo, al Cristo del Getsemani e confortarlo.
(1) S. Bonaventura da Bagnoregio - Opuscoli Mistici - Milano - Vita e Pensiero, 1926 - La vita mistica, pag. 511. (2) Eugenio Card. Pacelli - Discorsi e Panegirici- Milano - Vita e Pensiero, 1936, pag. 163. (3) Carissimi... Cristo pat per voi, lasciandovi un esempio perch ne seguiate le orme Petr. 2, 21, 25.

4 - Un'altra volta, circa nove mesi prima, Ges aveva preso con s Pietro, Giacomo e Giovanni ed era salito su di un monte a pregare. Ed anche allora Pietro e i suoi compagni erano stati sorpresi dal sopore e si erano addormentati; ma ad un tratto, svegliandosi, videro la gloria di Lui, poich mentre il Cristo pregava: l'aspetto del suo volto divenne un altro e la sua veste divenne candida e risplendente (Lc. 9, 29,32). Et vestimento, eius facta sunt splendentia et candida nimis velut nix, qualia fullo non potest super terram candida facere (Mc. 9,2 - E le sue vesti divennero risplendenti e candidissime come neve; cosicch nessun lavandaio della terra saprebbe farle tanto candide). Alla trasfigurazione gloriosa del Tabor si contrappone la trasfigurazione dolorosa del Getsemani. Anche qui Ges, mentre assorto in preghiera, appare trasfigurato; una trasfigurazione che non veste di gloria ma di dolore, che non rende risplendente il suo volto ed i suoi abiti, ma rigato il volto ed imbevuti gli abiti di sudore e di sangue.
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Anche nel Getsemani vi un'apparizione, non di Mos n di Elia, ma di un Angelo il quale dice parole di conforto, poich il Cristo appare accasciato e distrutto, pi uomo di ogni uomo, essendo colpito da un dolore che mai cuore d'uomo ha sofferto o potr soffrire. Come la trasfigurazione gloriosa del Tabor dimostra che il Cristo fu veramente Dio, cos la trasfigurazione dolorosa del Getsemani dimostra che il Cristo fu veramente uomo e che dell'uomo assume ogni miseria, fatta eccezione per il peccato. Ma anche il peccato Egli conosce, pur essendo immune da ogni colpa, in quanto condanna, conseguenza, espiazione: Qui peccata nostra ipse pertulit in corpore suo (Pt. 1, 2,24 - I nostri peccati lui stesso espi nel suo corpo). Egli, che l'Uomo per eccellenza, conosce ogni peccato per il dolore, la nausea, la paura che il peccato produce. E non di un solo peccato porta il carico, ma di tutti i peccati di fronte alla perfetta giustizia di Dio. Come Adamo ricevette nel giardino dell'Eden la condanna per tutti gli uomini, cos il Cristo nell'orto degli ulivi espia la condanna per tutti gli uomini. Dinanzi al Cristo trasfigurato dal dolore l'anima conquista la profonda verit dell'Incarnazione che non fu una assunzione simbolica o approssimativa di parvenze umane, ma una realt concreta per cui la vita di un vero uomo fu innestata nella vita del Figlio di Dio. L'anima sente di capire meglio il Cristo e di poterlo amare di pi. Egli l'uomo che ogni uomo pu sentire vicino a s quando l'ira divina lo sovrasta. Egli l'Uomo che ha diritto di introdursi con la sua legge in ogni latebra del cuore umano perch non abbandon l'uomo ai pericoli della libert, al destino della sua colpa, all'inganno del tentatore, ma giunse ovunque con la sua presenza compartecipe e redentrice. Fermandosi a meditare nel Getsemani l'operaio non teme, non si turba; inginocchiato accanto al divino agonizzante madido di sudore e di sangue, avverte il fascino del suo infinito amore, attinge la forza di cui ha bisogno per il suo cammino, sente di poter ripetere le parole di Pietro dinanzi alla trasfigurazione del Tabor: Rabbi, bonum est nos hic esse (Mc. 9, 4 - Maestro, bello per noi lo stare qui). Ed egli sa quello che dice.

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23. QUID DORMITIS? 1 - Ges ripet pi volte, come verosimile, la sublime preghiera dell'accettazione che gli evangelisti sinottici riportano con leggere varianti; poi interruppe il colloquio col Padre, alz il viso, che aveva rivolto verso terra, e sorse in piedi per raggiungere Pietro, Giacomo e Giovanni. Stavano, questi Apostoli, discosti da Lui un tiro di sasso e li trov addormentati. Poc'anzi, quando Ges si era separato da loro raccomandando che vegliassero con Lui pregando, i tre probabilmente si erano accinti ad ubbidire e per qualche tempo erano rimasti desti lottando contro il sonno. Fu cos che poterono ascoltare la preghiera di Ges e possiamo supporre che, proprio a motivo di questa, il loro cuore fosse invaso da profonda tristezza. Luca che ci induce a pensare cos riferendo che Pietro, Giacomo e Giovanni si erano addormentati a cagione della tristezza. Le fasi precedenti di quella serata e di quella notte non sono tali da giustificare una tristezza tanto grave. Non la cena, che anzi dovette riempire di tenerezza il cuore degli apostoli, e non i discorsi che Ges fece fra il Cenacolo e il Getsemani per quanto forieri di tempesta. Essi avrebbero dovuto incutere allarme ed anche paura, pi che tristezza. Se i tre cadono in questa condizione di spirito che li paralizza e li addormenta per il fatto nuovo della preghiera di Ges accompagnata dal suo profondo abbattimento che sconvolge il cuore di quegli uomini semplici, incerti, ma affezionati. Se essi avessero supposto l'imminenza di un pericolo materiale per loro stessi, o per il Maestro, avrebbero certamente vegliato. Ma essi non lo supponevano, anzi fra le ombre dell'uliveto al di l del Cedron, si sentivano particolarmente sicuri, al riparo, per alcune ore almeno, dalle insidie dei nemici del Cristo. La tensione di spirito che li manteneva in allarme in citt, qui si era risolta in un senso di raccoglimento e di pace. Sennonch lo stato d'animo di Ges li aveva turbati. Essi non capivano bene il perch delle sue previsioni che si andavano incupendo di minuto in minuto e soffrivano nel vederlo cos profondamente turbato. Quando, poi, assistettero alla scena della preghiera, videro Ges prostrato a terra e raccolsero le sue desolate parole, non il dolore, la preoccupazione o lo spavento per la propria condizione che non sembrava, l per l, pericolosa, ma una profonda tristezza li colse per le condizioni in cui versava l'amato Maestro, il Cristo, condizioni che superavano le loro intelligenze, ma facevano capire oscuramente essere quello il momento del suo pi grande dolore. Come dalla tristezza quegli apostoli siano passati al sonno, si spiega pensando alla stanchezza fisica che gravava su di loro e come il pensiero fosse per quei pescatori galilei pi pesante di una fatica materiale. Non c'era l'istinto di conservazione a mantenerli desti in quel momento, e perci di fronte al dolore del Cristo si rattristarono e poi si addormentarono, come dinanzi ad una
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lezione troppo difficile per essere capita. 2 - II sonno materiale degli apostoli nell'uliveto un simbolo toccante del sonno spirituale che spesso scende sull'intelligenza e sulla volont dei cristiani distogliendoli dalle buone opere e perci la domanda di Ges: Quid dormtis? (Lc 22,46 - Perch dormite?) si rivolge con precisione a coloro che si lasciano vincere e paralizzare dal sonno spirituale. Se ogni cristiano ha il dovere di reagire contro l'influenza soporifera dell'egoismo, per motivi anche pi gravi, l'operaio deve guardarsene perch il lavoro apostolico fa parte integrante della sua vocazione e, diminuendone il ritmo e l'efficienza, si dimostra infedele alla voce di Dio. Da mattina a sera, in ogni giorno della sua vita, il buon operaio lavora a servizio delle opere che la Provvidenza gli ha confidato e si mantiene desto per respingere il leone che circuisce ruggendo le posizioni del bene, per scoprire con intelligenza apostolica le necessit della Chiesa e per venire incontro ad esse nel modo pi confacente, affinch la verit del Cristo sia difesa, affermata e propagata. Anche se le difficolt si ammassano di fronte all'operaio ed i suoi sforzi appaiono troppo deboli per rimuoverle, anche se considerazioni umane lo invitano a deporre i progetti, anche se la pigrizia e l'accidia, talora ammantate di prudenza e di umilt, consigliano l'ozio, l'operaio prontamente reagisce perch nulla pi fatale per lui dell'inazione apostolica. Quando una strada bloccata l'operaio si sforza di aprirne altre. Quando il maggior bene richiede che l'orientamento del lavoro sia cambiato, l'operaio non esita a modificare il suo programma; quando il nemico sembra sconfitto, l'operaio pensa a confermare il trionfo del bene perch la bonaccia non pu essere che apparente; quando il dolore falcia il suo entusiasmo e lo abbatte, con cuore puro e fidente egli ritorna, come palla che lanciata verso il suolo rimbalzi, al suo lavoro. E cos sempre, perch non si pu concepire un operaio che non desideri di continuamente donarsi al lavoro di propagazione e difesa del regno di Dio. Se anche le pause possono giovare e devono essere accolte con docilit dalla mano di Dio che pu ripetere, come Ges nel Getsemani, sedete hic, pure l'operaio deve attendere, con incessante desiderio, l'ora del ritorno all'attivit apostolica affrettandola con la preghiera. La sua vocazione marcata dal timbro arroventato del Getsemani che significa attaccamento alla volont di Dio e consapevole accettazione del dolore; il fatalismo e l'apatia sono la negazione di questo spirito perch il divino volere richiede di essere attuato e il dolore di essere sofferto. Lo spirito getsemanico mette capo, naturalmente, alle opere e perci l'operaio che non lavora non un buon operaio. L'operaio fatto dalla Provvidenza per il lavoro; la sua formazione indirizzata a ci e la Societ a cui appartiene non ha altro scopo che di stimolare gli operai a santificarsi per mezzo del lavoro apostolico, umilissimo ma incessante, equilibrato esattamente con la contemplazione.
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L'operaio fatto per quelle opere che altri non fa perch troppo difficili o rischiose; per quelle opere dove necessario che uno si metta innanzi nudo di ambizioni e di mire umane, cos che gli altri credano alla purezza delle sue intenzioni, e lo seguano. L'operaio suscitato dalla Provvidenza perch il nemico che non disarma trovi sul confine del regno di Dio una sentinella all'erta e perch egli possa, a sua volta, umilmente, ma con il diritto che discende dall'esempio, ripetere ai cristiani sonnolenti la domanda di Ges: Quid dormitis?. 3 - Per essere pronto al lavoro e zelante nell'assolverlo, l'operaio dovr tenere lontana da s la tristezza, poich essa produce, non meno del sonno del corpo, il sonno dell'anima. Come la tristezza ebbe il potere di addormentare gli apostoli nel Getsemani, cos la tristezza pu debilitare l'attivit apostolica dell'operaio rendendolo insensibile, lento, incapace, spegnendo il fuoco dell'entusiasmo e togliendogli il conforto ed il fascino della letizia cristiana. Per lottare efficacemente contro la tristezza, bisogna approfondire la meditazione intorno al fiat del Getsemani, interpretandolo alla luce di quanto Ges volle insegnare agli uomini in altra occasione, e cio con il Pater noster. Se vero che la preghiera di Ges nell'orto serve a farci meglio capire il significato della preghiera ufficiale, anche vero, reciprocamente, che questa preghiera serve a meglio penetrare i profondi significati del fiat getsemanico. L'espressione adoperata da Ges nel Getsemani tua voluntas fiat pu essere interpretata e spiegata con quelle altre parole del Pater: fiat voluntas tua sicut in coelo et in terra; infatti, ci che Ges accetta non se non questo: che la volont di Dio Padre si compia in terra perfettamente, da parte sua, come si compie ad ogni istante in Paradiso. L'espressione generica del Pater Noster si precisa, si individualizza e si concreta intorno alla pi alta realizzazione del volere divino in terra, operata dall'Uomo-Dio, con merito di valore infinito. Sono due orizzonti che si aprono mentre Ges pronunzia il fiat, l'uno che abbraccia la terra e l'altro che abbraccia il cielo, l'uno e l'altro tali da vincere ogni tristezza nel cuore dell'operaio. L'orizzonte terrestre come quello che la natura ci offre dopo una tempesta, quando fra le nubi squarciate si disegna l'arcobaleno. L'uragano scatenato nella natura del peccato d'origine sedato; alla ribellione di Adamo nel giardino dell'Eden si contrappone il fiat del nuovo Adamo nel giardino del Getsemani, l'arcobaleno della redenzione tracciato nei cieli e si riflette per ogni dove nelle gocce del dolore di cui ancora madida la terra. L'umanit sconvolta, che non sa ritrovare se stessa, n la strada, n la mta, pu rivolgersi verso il porto della salvezza, ricuperando e accrescendo la nobilt originaria. Le forze del bene hanno incatenato le forze del male e il mondo pu tornare nel solco originario dell'armonia e della pace. Iddio visita di nuovo l'uomo come nel paradiso terrestre e s'intrattiene con lui, s'impegna con promesse ad esaudirne le preghiere, lo sublima nei Santi e lo esalta conferendogli,
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nel Pontefice, il compito di rappresentarlo. Lo spettacolo della volont di Dio che al fiat dell'accettazione torna nel mondo, per cos dire ricreandolo ad una vita nuova, tanto grande, tanto bello e tanto buono che l'operaio, sentendo di collaborare a questo disegno di rigenerazione, dimentica ogni tristezza e procede festante anche in mezzo al necessario dolore. Egli sa di completare l'opera di Dio Padre e l'opera di Dio Figlio cooperando a ripristinare l'obbedienza desiderata dal Creatore e a far fruttificare i meriti apportati dal Redentore; ogni motivo di tristezza diventa un'occasione per cui chiamato a collaborare al piano divino e perci si trasforma in un motivo di gioia. Che cosa sono le piccole, malcerte soddisfazioni umane, di fronte alla felicit sovrumana di sentirsi partecipi di una manovra divina che salva il mondo e nel mondo, in ragione del nostro impegno, ogni uomo? Come pu contrapporsi la felicit che viene dall'uomo e dalle cose che l'uomo conosce, alla sterminata felicit che viene da Dio e dalla sua Provvidenza? Anche se la limitazione del pensiero e la debolezza del sentimento conduce l'uomo a rattristarsi, il buon operaio, ansioso che si realizzi nel mondo il disegno divino, trova le forze per reagire e procede con serena letizia. 4 - Se la contemplazione della volont di Dio che ritorna sul mondo apportatrice di ordine, di pace, di salvezza tale da riempire il cuore dell'operaio di gioia e da fargli lietamente sostenere ogni avversit come prezzo della libera partecipazione al trionfo della divina volont e alla reden-zione degli uomini, ancor pi lieta per l'operaio la contemplazione della volont di Dio in atto, quale si verifica in cielo. La pienezza di questa realt tale che Ges la prese a modello per il trionfo della volont di Dio in terra, insegnandoci a chiedere nel Pater Noster che la volont divina si compia fra noi in quella guisa che si compie in cielo : fiat voluntas tua sicut in coelo et in terra. Possiamo ritenere che anche il fiat del Getsemani racchiuda, come termine di paragone, inespresso ma sottinteso, la contemplazione della volont di Dio attuantesi in Paradiso, sulla quale Ges veniva modellando la sua accettazione. Anche per l'anima consacrata la contemplazione del Paradiso deve essere una dolce consuetudine, motivo di gioia e di liberazione dalle tristezze che il mondo procura. Paradiso! Quale pensiero pi dolce di questo, poich significa il raggiungimento della mta, la soddisfazione e il superamento di ogni bisogno deposto dal Creatore nell'anima umana! Non forse in Paradiso dove l'anima giunger giustificata per i meriti del Cristo, e dove tutte le ingiustizie, le incomprensioni, i dolori di cui ebbe a soffrire in terra verranno riconosciuti, riscattati, colmati, soddisfatti e premiati? Non il Paradiso dove la felicit, oltre ad essere completa, definitiva e quindi al riparo da quella tristezza che la nostra incostanza ci procura e da quel timore che risorge di fronte alle difficolt che si rinnovellano sul nostro cammino? Non il Paradiso il luogo dell'imperturbata pace che Iddio render beata dischiudendo i tesori generati dalla sua natura divina ai fedelissimi che corrisposero alla sua volont
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creatrice e redentrice? Quando l'operaio percorre la sua strada seminata di ostacoli e tale, a volte, da generare il timore, il dolore e la nausea che Ges ebbe a soffrire nel Getsemani, il suo cuore si rivolge spontaneamente al Paradiso che egli desidera con le parole di San Paolo: desiderium habens dissolvi et esse cum Christo (Fil. 1,23 - Bramando di essere disciolto, e di essere con Cristo). Quando, poi, i valori terreni gli sembrano, come naturale, volgari e caduchi e i conforti spirituali di cui l'uomo pu fruire una corresponsione limitata di fronte al suo desiderio che non ha confini, solo il pensiero del Paradiso, dove il possesso di Dio totale ed eterno, pu mettere in fuga le nubi di questa terribile tristezza che il nemico scatena, a volte, contro le anime.

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24. UNA HORA 1 - Dall'arrivo di Ges nel Getsemani alla prima interruzione della sua preghiera, trascorse uno spazio di tempo che le parole di Ges nel colloquio con gli apostoli ci permettono di valutare. Rivolto a Pietro, Ges disse, secondo la versione di Marco: Simon dormis? non potuisti una hora vigilare? (Mc. 14,37 - Simone, dormi? Non hai potuto vegliare un'ora sola?). Anche Matteo nota che il Maestro si rivolse a Pietro, ma il vocativo taciuto ed il rimprovero rivolto in plurale, ai tre apostoli: Sic non potuistis una hora vigilare mecum? (Mt 26,40 - Cos non avete potuto vegliare un'ora con me?). L'una e l'altra versione riportano con parole identiche la valutazione del tempo: una hora. Perci possiamo pensare che un'ora, e non di pi, fosse trascorsa da quando il Redentore si appart per entrare in colloquio col Padre. Un'ora di preghiera da parte di Ges, un'ora di dormiveglia e di sonno da parte di Pietro, Giacomo e Giovanni. Reduce dal pi grande dolore che mai essere umano abbia potuto soffrire, con l'anima tuttora avvolta nella caligine dell'angoscia e con le tracce di essa nel suo corpo, Ges viene amaramente colpito da questo atteggiamento estraneo di Pietro e lo rimprovera. Il rimprovero non fatto in modo diretto e vibrato, come altre volte Egli fece nel corso della sua vita mortale, ma indirettamente, con una domanda, come per lasciare a Pietro la possibilit di giustificarsi e quasi suggerendogli la risposta: che egli s aveva voluto, ma che non aveva potuto; come per raccogliere una testimonianza di buona volont e di amore per quanto sopraffatti dalla fragilit della carne. Poich si trattava di un'ora della notte, Ges adopera l'espressione adeguata, vigilare, che vuol dire, trascorrere senza dormire quelle ore notturne che venivano, per l'appunto, chiamate vigiliae. In altre circostanze Ges aveva dimostrato di prediligere questa parola come nella parabola dei servi fedeli quando disse: Beati servi illi quos cum venerit dominus, invenerit vigilantes... et si venerit in secunda vigilia, et si in tertia vigilia venerit, et ita invenerit, beati sunt servi illi (Lc. 12, 37-38 - Beati quei servi che il padrone arrivando trover desti... e se giunger alla seconda o alla terza vigilia e li trover cos, beati loro). In quella circostanza Ges aveva anche soggiunto: Et vos estote parati; quia qua hora non putatis, Filius hominis veniet (Lc. 12,40 - E voi state preparati, perch nell'ora che non pensate, verr il Figlio dell'uomo). Se gli apostoli avessero rimeditato queste parole nel Getsemani, il Figlio dell'Uomo non li avrebbe trovati immersi nel sonno. Ma lo Spirito Santo non era ancor sceso in essi a lievitare il pane evangelico... La voce di Ges, probabilmente, diede un accento particolare alle parole una hora perch questo breve spazio di tempo misurava, in qualche modo, la debolezza di cui Ges rimproverava, con profonda amarezza, gli apostoli. Un'ora sola. Ges si rende conto delle difficolt nelle quali si dibatte l'uomo e si accontenta di poco; ma questo lo vuole come testimonianza della fede e dell'amore.
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Tanto pi quando si tratta, come in questo caso, di vegliare con lui, mecum, per consolare la sua solitudine e il suo dolore, per togliere dal suo cuore il tedio e la nausea che il peccato gli procura. Un'ora con Lui, una piccola dimostrazione adeguata alla povert delle nostre forze, una piccola cosa resa grande dal suo amore. 2 - La pi grande irriverenza verso il Getsemani non fu quella di chi, vergognandosi della divina agonia, tolse dalla narrazione di Luca il particolare del sudore di sangue, ma di coloro che circondarono e circondano di indifferenza il Ges del Getsemani, irriverenza pi grave, perch pi diffusa e quasi consueta. Perci non stupisce che dopo secoli la parola di Ges si sia levata ad implorare dalle anime comprensione e conforto. Fu nelle rivelazioni di Paray le Monial a S. Margherita Maria Alacoque. Rimeditiamo, seguendo le parole della Santa, i sentimenti espressi dal Cuore di Ges a proposito dell'agonia del Getsemani e dell'ora di veglia destinata a ricordarla. Considerando attentamente il mio Salvatore nel Giardino degli Ulivi, in una delle mie preghiere, immerso nella tristezza e nell'agonia di un dolore rigorosamente amoroso, e sentendomi profondamente spinta dal desiderio di partecipare alle sue angosce dolorose, Egli mi disse amorevolmente: E' qui dove ho pi sofferto (interiormente) che in tutto il resto della mia Passione. Vedendomi in un abbandono generale del cielo e della terra, caricato di tutti i peccati degli uomini. Sono comparso dinnanzi alla santit di Dio che senza riguardo per la mia innocenza mi ha colpito nel suo furore facendomi bere il calice che conteneva tutto il fiele e l'amarezza della sua giusta indignazione, e, come se Egli avesse dimenticato il nome di Padre, sacrificandomi alla sua giusta collera. Non c' creatura che possa comprendere la grandezza dei tormenti che soffrii allora. E' lo stesso dolore che l'anima criminale sente quando, essendosi presentata davanti al tribunale della santit divina che s'appesantisce su di lei, la percuote e la opprime e l'inabissa nella sua giusta collera (1). Una volta che il mio santo Angelo si era ritirato da me, commisi una colpa di fragilit, e mi furono dette interiormente queste parole : Sono io che ho voluto cos, affinch tu facendo penitenza mi rappresenti Colui nel quale io trovo le mie compiacenze tuffato nel dolore mortale della sua agonia nel Giardino degli ulivi, e affinch tu continuamente me lo offra unendoti a Lui per soddisfare il mio giusto desiderio (2). Io sar la tua forza mi disse non temere di nulla, ma sii attenta alla mia voce e a quanto ti domando per disporti al compimento dei miei disegni. In primo luogo tu mi riceverai nell'Eucaristia tutte le volte che l'obbedienza te lo permetter qualunque mortificazione o umiliazione te ne possa venire: queste tu le devi ricevere come pegni del mio amore. Ti comunicherai inoltre ogni primo venerd del mese e tutte le notti dal gioved al venerd ti render partecipe di quella mortale tristezza che io volli provare nel Giardino degli ulivi, e tale tristezza ti ridurr, senza che tu lo possa comprendere, a una specie d'agonia pi difficile a sopportarsi che la morte. Per tenermi compagnia in quest'umile preghiera che io presentai allora a mio Padre fra tutte le mie angosce, tu ti alzerai fra le undici e mezzanotte, per prostrarti tanto per
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rappacificare la collera divina, domandando misericordia per i peccatori, quanto per addolcire in qualche modo l'amarezza che io provai per l'abbandono dei miei Apostoli che mi obblig a rimproverarli per non aver potuto vegliare un'ora con me, e durante quest'ora tu farai quelli che io t'insegner (3).
(1) Vie et oeuvres de Sainte Marguerite Marie Alacoque par Mr. Gautney Paris - Ancienne librairie Poussielgue, 1920 Tom. II, pag. 164. (2) Ibid., pag. 161. (3) Ibid., pag. 73.

3 - Nell'Enciclica Miserentissimus Redempor, nella quale Pio XI tratt sotto vari aspetti della riparazione al Sacratissimo Cuore di Ges, si pone la seguente domanda: In illo enim auspicatissimo signo atque in ea, quae exinde consequitur, pietatis forma nonne totius religionis summa atque adeo perfectioris vitae norma continetur, quippe quae et ad Christum Dominum penitus conoscendum mentes conducat expeditius et ad eumdem vehementius diligendum pressiusque imitandum animos inflectat efficacius? (1). Nella medesima Enciclica si accenna in modo esplicito al dovere di recare conforto a Ges per le sofferenze sopportate nell'agonia del Getsemani, presentando questa pratica come una manifestazione della piet che scaturisce dalla devozione al Cuore divino, e che viene vivamente raccomandata : Quodsi propter peccata quoque nostra, quae futura quidem erant et praevisa, anima Christi tristis facta est usque ad mortem, haud dubium quin solatii nonnihil jam tuam ceperit etiam e nostra item praevisa reparatione, cum apparuit illi Angelus de coelo ut cor cum taedio et angoribus appressum consolaretur. Atque ita Cor illud sanctissimum, quod ingratorum hominum peccatis continenter sauciatur, etiam nunc mira quidem sed vera ratione consolari possumus ac debemus, quandoquidem, ut in sacra quoque liturgia legitur, ex ore Psaltis, Christus ipse se ab amicis suis derelictum conqueritur: Improperium expectavit Cor meum et miseriam, et sustinui qui simul contristaretur et non fuit, et qui consolaretur et non inveni (2). il pressante invito del Getsemani rinnovato dal Cuore divino a santa Margherita Maria che viene echeggiato nella parola del Vicario di Cristo. Dalla meditazione del Getsemani, cos autorevolmente consigliata, l'operaio ricava due impulsi: l'uno che lo spinge ad appropriarsi gli insegnamenti che Ges volle donarci in quell'ora della sua vita col suo esempio e colle sue parole, l'altro che lo spinge a porgere a Ges quello che Egli cerc e non trov nell'orto degli ulivi: la compassione, e il conforto. Questo secondo impulso che muove l'anima alla devozione getsemanica si esprime in molte forme, come in quella che consiste nel riconoscere la realt di un mistico Getsemani nella vita eucaristica di Ges sofferente nel Tabernacolo per l'abbandono in cui viene lasciato dai fedeli soprattutto nelle ore notturne e per il tradimento di tante anime in colpa che osano accostarlo come Giuda nell'orto. Ma sopra ogni altra manifestazione quella che dobbiamo considerare pi adatta a
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confortare Ges, poich Egli stesso la precis e la chiese a S. Margherita Maria, la pratica dell'Ora santa nella notte fra il gioved e il venerd di ogni settimana. LOra Santa molto adatta all'operaio, perch pu essere praticata ovunque, anche all'aperto, come avvenne da parte di Ges nel Getsemani, ma richiede di essere vissuta in collegamento ai dolori che il Redentore soffr allora ed a quelli che anche oggi soffre misticamente a cagione degli uomini. Dopo diciannove secoli Ges deve trovare una risposta adeguata al suo invito; lungi dal trarne scandalo, l'operaio nell'Ora santa si mette al fianco di Ges e partecipa alla sua divina agonia. Perch il conforto ricevuto dall'uomo sia proporzionale a quello che Ges ricevette nel Getsemani, e cio valido, occorre che l'anima si preoccupi di angelicarsi. Se questo necessario perch l'uomo conforti l'uomo, ancora pi necessario quando l'uomo pensa di confortare Iddio. Perci l'operaio con la mente rivolta a questo compito vada spogliandosi della sua umanit e cio di se stesso, affinch in purezza assoluta, con disinteresse totale e con fiducioso abbandono venga offerto al divino Maestro quel conforto che Egli invoca e che non trova.
(1) In quel felicissimo segno e nella forma di devozione che ne emana, non si contiene forse tutta la sostanza della religione, e la norma specialmente di una vita pi perfetta, come quella che guida per via pi facile le menti a conoscere intimamente Ges Cristo e induce i cuori ad amarlo pi ardentemente e pi generosamente imitarlo? - Tutte le encicliche dei Sommi Pontefici - Ediz. Corbaccio, Milano, 1940, pag. 981. (2) Che se a cagione anche dei nostri peccati futuri, ma previsti, l'anima di Ges divenne triste sino alla morte, non a dubitare che qualche conforto non abbia fin da allora provato per la previsione della nostra riparazione quando, a lui apparve l'Angelo del cielo (Lc. 22, 43) per consolare il Cuore di lui oppresso dalla tristezza e dalle angosce. E cos anche ora in modo mirabile, ma vero, noi possiamo e dobbiamo consolare quel Cuore sacratissimo che viene continuamente ferito dai peccati degli uomini sconoscenti, giacch - come si legge nella Sacra Liturgia - Cristo stesso si duole per bocca del Salmista di essere abbandonato dai suoi amici: il mio cuore si aspett obbrobri e miseria, mi aspettai chi entrasse a parte di mia tristezza, ma non vi fu, e qualche consolatore non l'ho trovato. (Ps. 68, 21). Ibid. 989

4 - Per accompagnare il Cristo nell'agonia del Getsemani durante l'Ora santa e sempre, cos da trasformare in Ore sante tutte le ore della nostra vita, non vi modo migliore di quello che consiste nell'offrirGli i dolori attuali dichiarando di volerli soffrire in accompagnamento e in sintonia con i suoi dolori. Cos facendo togliamo dall'isolamento del dolore Ges e noi stessi, e questa unione cementata dalla sofferenza, la quale pu dirsi sacra perch il dolore stato consacrato dal Cristo a strumento di redenzione, ha un grandissimo valore espiatorio e impetratorio. Ma ci che dobbiamo particolarmente sottolineare l'aspetto devozionale di queste sofferenze dedicate al Cristo agonizzante, poich ci preme di portare a Lui quel conforto che Egli desidera e che non riceve. Quando infatti sopraggiungono le ore del dolore, si aggravano, si estendono fino ad imbevere il corpo e l'anima dell'uomo, quando sotto i colpi dell'irresistibile piccone
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cadono le pi care e le pi fondate architetture della nostra vita; quando l'anima giace nella notte e nell'abbandono con sentimenti di tedio, di paura, di angoscia, simili a quelli di Ges nel Getsemani; quando l'uomo sente il bisogno dell'assistenza come pu recare, cos sconvolto, soccorso e conforto al Cristo agonizzante? La preghiera muore sul suo labbro, la mente incapace di fermarsi e di formulare frasi che non siano di lamento, il sentimento appare devastato e sterile, la fantasia occupata da fantasmi paurosi, non si riesce ad articolare parola. In questi momenti che, ad onta di ogni umana apparenza, sono particolarmente preziosi e meritori, l'anima deve sapere che una preghiera insolita pronta e facile: consiste questa preghiera nel ricordare a Ges ad uno ad uno, i dolori che pesano sull'orizzonte, cos come naturalmente si affacciano, dicendo a Lui, con semplicit fraterna, che vengono sofferti in unione alle sue sofferenze. Che questa unione, nel dolore, del Cristo con l'operaio, non sia una semplice costruzione della fantasia, ma un contributo positivo, lo si dimostra pensando che effettivamente nel calice ripugnante che provoca l'agonia del Cristo, insieme ad innumerevoli altri peccati, vi sono anche i nostri e che questi per l'appunto andiamo scontando soffrendo i nostri dolori in unione alle sofferenze del Redentore. Si realizza in questo modo una sottrazione, per quanto piccola, ai motivi di angoscia che opprimono il Cristo. La mistica unione dell'anima agonizzante con il Maestro agonizzante ha dunque un fondamento reale e questo le dona un grande valore presso il Cuore del Cristo il quale avverte il sollievo di tale conforto dell'uomo per ragioni di giustizia e lo apprezza, ingrandendolo a dismisura, per ragioni di carit. Perci l'operaio non si dolga pensando che il dolore possa spegnere la sua devozione; procuri invece di sublimarla unendosi all'agonia del Cristo e ricordi con dolcezza le parole rivolte da Ges a quanti prendono parte alle sue sofferenze: Vos autem estis qui permansistis mecum in tentationibus meis, et ego dispono vobis, sicut disposuit mihi Pater meus, regnum, ut edatis et bibatis super mensam meam in regno meo, et sedeatis super tronos indicantes duodecim tribus Israel (1).
(1) E voi siete quelli che avete continuato a stare con me nei miei cimenti. Perci io dispongo del regno per voi, come il Padre ha disposto per me, affinch mangiate e beviate alla mia mensa nel regno mio, e sediate in trono a giudicare le dodici trib d'Israele. Lc. 22, 2829.

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25. VIGILATE ET ORATE 1 - Secondo quanto la narrazione di Luca ci permette di intendere, fin da quando Ges si distacc la prima volta da Pietro, Giacomo e Giovanni, e cio prima ancora di iniziare la preghiera al Padre, egli raccomand la preghiera: Et cum pervenisset ad locum racconta infatti il terzo evangelista dixit illis: orate ne intretis in tentationem (Lc 22,40 - Giunti sul luogo disse loro: Pregate per non cadere in tentazione). Che le persone a cui Ges si rivolse con quelle parole fossero i tre prescelti e non tutti gli Apostoli, si pu dedurre dal fatto che agli otto lasciati pi addietro secondo il racconto di Matteo e di Marco Ges aveva ingiunto di sedersi mentre la preghiera non era praticata dagli ebrei in posizione seduta, ma soprattutto dalla frase successiva di Luca che dice: Et ipseavulsus est ab eis quantum iactus est lapidis (Lc 22,41 - E si stacc da loro quanto un tiro di sasso). Ora noi sappiamo che coloro dai quali Ges si accomiat per ultimo, allontanandosi alquanto da essi, furono soltanto i tre prediletti, e quindi non vi dubbio che il dixit illis si riferisca alle medesime persone indicate dall' ab eis e perci a Pietro, Giacomo e Giovanni. Ma il primo invito alla preghiera o non fu chiaramente inteso (come farebbe supporre il fatto che soltanto Luca la riporti, oppure, se inteso, non fu accolto dai tre apostoli i quali si accomodarono alla meglio e presero sonno. Di qui il lamento al primo ritorno di Ges e di qui la sua esortazione che si propone, come dianzi, di contrastare la tentazione di satana, ma che prende ora un'espressione pi dettagliata, pi completa, senza dire che fu meglio apprezzata dagli apostoli, se due evangelisti hanno cura di riportarla. Nasce in questo modo la grande massima del Getsemani, una delle pi grandi del Vangelo: vigilate et orate ut non intretis in tentationem (Mt 26,42 - Mc 14,38 - Vegliate e pregate per non cadere in tentazione). Penetrarne l'intimo significato e viverla, compito dell'operaio il quale, come i tre del Getsemani, ha molte infedelt da espiare, molto sonno, molta accidia. Quante volte i consigli e quante volte gli ordini del Cristo non furono eseguiti? Il riconoscimento delle proprie colpe la posizione che bisogna assumere perch risuoni giustamente nell'anima la parola di Colui che vuole affrancarci dalla schiavit di satana. 2 - La vigilanza consigliata da Ges in quella notte consisteva essenzialmente in una lotta contro il sonno fisico che gravava su Pietro, Giacomo e Giovanni. Ma Ges non parlava solo per quella circostanza n solo per quegli Apostoli; ogni sua parola manet in aeternum, assurge a significato universale e vale per ciascun uomo; sono leggi spirituali che il Redentore manifesta durante la sua vita, misteriose e possenti come il seme che racchiude in piccole dimensioni uno sviluppo potenziale enorme. Su questo piano il vigilate del Getsemani comprende e supera il significato di una lotta contro il sonno fisico per incitare ad una lotta contro tutte quelle influenze soporifere che partendo, come il sonno, dall'uomo, ne intorpidiscono e paralizzano le forze spirituali.
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Pi vastamente ancora la vigilanza indicata contro tutti quei fattori, anche esterni, capaci di irretire le anime abbassandone la tensione spirituale verso la perfezione e togliendo ad esse quell'impeto apostolico che il Cristo ha comunicato alla sua Chiesa. L'anima del cristiano, e tanto pi l'anima dell'operaio, deve vigilare con attenzione minuta e continua per non perdere quota n forza ascensionale, considerando che il peccato d'origine agisce sull'uomo come una forza di gravit di cui si avvertono le conseguenze sotto forma di una inguaribile tendenza all'inerzia e al peccato. Il vigilate del Getsemani un invito permanente a reagire contro questo vischio che imprigiona le anime mantenendo desta l'intelligenza perch discopra in tempo ed affronti il nemico. Da quando il peccato ha fatto il suo ingresso nel mondo, l'uomo deve mantenersi sul chi va l e non vi luogo n tempo che dispensi da questo atteggiamento spirituale al quale Ges ci esorta. La consacrazione dell'operaio moltiplica il dovere della vigilanza poich oltre ad aumentarne l'importanza nel primo e fondamentale combattimento della perfezione individuale, lo estende alla concezione del regno di Dio e quindi alla vigilanza degli interessi di questo regno. Non sapevate che devo occuparmi di quel che spetta al Padre mio ? (Lc 2,49) disse Ges a sua Madre e sono parole programmatiche per l'operaio che volontariamente ha consacrato la sua vita all'estensione dell'opera redentiva voluta dal Padre e realizzata dal Figlio. Occuparsi di ci che interessa il Padre, la riconquista del mondo alla volont del Creatore, vuol dire vigilare perch all'infuori di noi stessi tutto il bene possibile avvenga e tutto il male possibile sia evitato. Il programma delle opere in definitiva un programma di vigilanza essenzialmente getsemanico che mantiene l'operaio all'erta, come una sentinella posta dalla Provvidenza a servizio della Chiesa, sentinella che sa di vigilare non solo per difendere se stessa, ma per custodire e proteggere la dolce sposa di Ges agonizzante. 3 - La formula di salvezza non dipende esclusivamente dall'uomo, ma postula un aiuto esterno proveniente da Dio. Nessun uomo pu salvarsi da solo dal naufragio del peccato d'origine, a tal punto che il Cristo pur sollecitando ad ogni istante l'attivismo corredentore degli uomini, afferm la fondamentale inanit di questi sforzi qualora fossero disgiunti dai suoi meriti, con le parole chiarissime: sine me nihil potestis facere (Gv 15,5 - Senza di me non potete fare nulla). L'uomo da solo incapace di conquistare la sua salvezza, ma la carit di Dio fu tale e tanta che anche l'indispensabile fattore esterno e divino di salute, e cio la grazia, viene offerta a tutti. Il meccanismo spirituale che in tal modo pu essere azionato dall'uomo e che obbliga Iddio a obbedirgli, la preghiera. Le parole di Ges che qualificano la preghiera e la presentano come una leva infallibile per muovere l'onnipotenza di Dio, sono chiarissime: Chiedete e vi sar dato, cercate e
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troverete, bussate e vi sar aperto (Lc 11,9). Tutto ci che domanderete con fede nell'orazione l'otterrete (Mt 21,22). Se due di voi si uniranno sulla terra a domandare qualsiasi cosa, verr loro concessa (Mt 18,19). L'invito del Getsemani orate una ricapitolazione di tutto questo, un invito a credere alle promesse, un ordine impartito all'uomo di praticare l'orazione come condizione di vita. L'operaio che informa la sua anima allo spirito getsemanico dunque un uomo di preghiera. La preghiera per lui come il pane che non pu essere sostituito da altro nel nostro consueto alimento; pi ancora, la preghiera come l'ossigeno dell'aria, indispensabile. La preghiera del buon operaio semplice come la piet del popolo cristiano, basata, quanto possibile, sulle formule indicate dai sacri testi e dalla pi vasta tradizione della Chiesa; ma anche spontanea cos che spesso l'anima parli direttamente al suo Signore narrandogli le gioie, i dolori e chiedendo, chiedendo, chiedendo. Siccome Ges ci ha insegnato nel Pater Noster che la preghiera deve incominciare con la lode a Dio, la richiesta di aiuto sar sempre accompagnata da espressioni di gratitudine per le grazie ricevute, per quelle determinate d'ogni giorno, e per quelle supreme come la creazione, la redenzione e la vocazione. Dal mattino che sorge al riposo notturno, la preghiera accompagna il lavoro dell'operaio che non pu come i monaci salmodiare ad ore precise. Per lui la preghiera come il canto della mietitura che non distoglie dalla fatica, ma la rende pi facile, e soprattutto come il ponte che collega ogni sua giornata, anche la pi monotona, alle sponde dell'onnipotenza e della magnificenza divina. 4 - Lo scopo della vigilanza e della preghiera ordinate da Ges agli apostoli da Lui stesso dichiarato con queste parole: ut non intretis in tentationem (Mt 26,41 - Per non entrare in tentazione). Come noto, vi una toccante analogia fra il Pater noster insegnato da Ges ai fedeli e la preghiera che Ges stesso rivolge al Padre nell'orto degli ulivi. Anche in queste parole, per quanto non facenti parte dell'invocazione al Padre, ritroviamo un elemento della preghiera dominicale la quale termina dicendo: et ne nos inducas in tentationem. il medesimo, divino Cuore che rivela un'identica costante preoccupazione, che i suoi discepoli non cadano nella tentazione; perci mentre Ges ha provveduto a trasfondere questo suo tormento in una preghiera che i cristiani dovranno recitare ogni giorno, ecco che ora li ammaestra direttamente intorno al modo migliore per sventare l'insidia di satana e per non mettersi, essi stessi, in tentazione. Nel Pater noster Ges aveva insegnato a dire et ne nos inducas in tentationem perch quella era una formula di preghiera coniata per gli uomini e non per s come appare dalla espressione che Egli usa sic vos orabitis (Mt 6,9 - Voi pregate cos..). N si addice al Figlio di Dio la paura dell'insidia diabolica poich Egli poteva essere tentato dal maligno, come difatti avvenne, ma non poteva essere vinto.
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Per all'uomo, che offre il fianco scoperto dal peccato d'origine, e che combatte la sua battaglia sul terreno minato dalle passioni, si addice la paura per l'assalto del demonio. Ges teme per lui l'ora della tentazione. I tronchi e i rami degli ulivi che si stagliavano contorti contro il freddo cielo lunare forse ricordavano a Ges un altro albero del bene e del male ai piedi del quale per la prima volta satana aveva tentato l'uomo e lo aveva vinto. Egli conosce la sua abilit a nascondersi, a trasformarsi e ad insinuarsi nell'animo umano, come pure a scoprirne ogni piega e quei punti deboli sui quali punta rapidamente per aprirsi un varco e catturare la preda. La redenzione il pi ardente assalto dato da Dio alla roccaforte del libero arbitrio dell'uomo, mentre la tentazione il terribile assalto sferrato dal maligno. La redenzione una tentazione al bene, la grande tentazione di Dio offerta all'uomo con tutti i mezzi per coglierne i frutti e si oppone direttamente alla tentazione di satana. Offrendosi ai tormenti della passione morale e materiale, Ges si preoccupa di quel piano satanico che insidier le sue conquiste in ogni tempo e vi si oppone mettendo sull'avviso gli apostoli. Il buon operaio teme, pi di ogni altra cosa, ed anche pi del peccato, la tentazione. La cognizione della sua debolezza lo conduce a temere gli assalti di satana ed a guardarsene. Mentre chiede di liberarlo dalla tentazione, procede cautamente e umilmente per evitare di cadere nel laccio teso contro di lui.

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Altri scritti di Luigi Gedda


1.

Testamento Spirituale

Ringrazio Dio di avermi creato e di avermi tenuto in vita fino ad oggi 1996. Lo ringrazio di avermi dato una madre esemplare la quale, essendo morta nel 1926, mi disse, sul letto di morte, ricordati di fare sempre il tuo dovere e un padre che mi volle seguire, abbandonando la sua casa di Torino, per essere con me a Roma, una sorella poi che non devo esaltare dato che la Chiesa lha confermata Serva di Dio ed ora attende il giudizio della Congregazione dei Santi. E che dire di mia moglie, figlia del meridione, la quale ha accettato tutti i miei ideali con grande generosit, risolvendo molti dei miei problemi e conservandomi un affetto che non solo di sposa, ma anche di madre? Tutto questo io devo alla Provvidenza Divina che non ringrazier mai abbastanza anche per avermi concesso di servire due grandi Pontefici, Pio XI e Pio XII come ho descritto, in parte, nel libro delle udienze che mi hanno concesso. Ringrazio la Provvidenza di non essermi disorientato, quando decaddero i tempi delle mie cariche in Azione Cattolica e di non essermi dedicato alla politica, ma alla Genetica Medica e alla Gemellologia. Sono ora molto lieto di poter passare questo centro di ricerca e di cura, lIstituto G. Mendel, alla Fondazione Casa Sollievo della Sofferenza di Padre Pio da Pietralcina che estender dora in poi il suo Sollievo anche a Roma. Ma il pi grande dono che Dio mi ha fatto stato quello di conoscere e di coltivare in me stesso e in altri la spiritualit getsemanica scoperta nel 1940 nel Convento dei Passionisti sul Celio. Mi trovavo a Roma in licenza militare ed essendo Presidente della Giovent Italiana di Azione Cattolica, preoccupato per la sorte dei miei giovani sparsi sui vari fronti di guerra ne approfittai per dedicare quei giorni alla preghiera. Fu allora che incontrai la statua di Ges nel Getsemani fatta collocare da Pio XI nel giardino dei Passionisti. La meditazione del Getsemani mi ha condotto a pensare che le nostre sofferenze sono nel tempo stesso una espiazione dei nostri peccati ed una partecipazione ai dolori sofferti da Ges per cancellarli. Dolori di Ges che ebbero il loro culmine in quella tragica notte nella quale Egli non fu ascoltato dai discepoli, ma tradito e arrestato. Dobbiamo ripagarlo adorando il Suo Cuore come Egli chiese a Santa Margherita Maria. Chiudo ora questa riflessione il mio testamento spirituale, scusandomi con coloro ai quali, senza volerlo, avessi procurato dolore e ringraziando affettuosamente quanti mi hanno voluto bene e mi hanno aiutato. Agli uni e agli altri chiedo di pregare per me. Roma, 23 ottobre 1996

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2. La SOCIETA' OPERAIA e la SPIRITUALITA' GETSEMANICA

Introduzione Invitato a scrivere un articolo sulla Societ Operaia, ho accettato volentieri, pregando che si ricercasse nell'archivio generale dei Padri Passionisti come e perch Pio XI abbia pensato di erigere nel giardino del loro convento sul Celio, la scenografia del Getsemani che ebbe per me e per la Societ Operaia una importanza fondamentale. La ricerca, sollecitata da P. Paolo Maria Totaro, ebbe un esito positivo in quanto valse a dimostrare che la statua di Ges Agonizzante deriva dall'eremitaggio di Peyrotine, cio da un monastero di eremiti che esiste nel nord-ovest della Francia a circa 200 chilometri dal Santuario di Ntre Dame de la Salette. Quando nel 1911 fu eretta la "Via Crucis" nell' "ermitage" si era gi pensato di farla precedere da un ricordo marmoreo dell'Agonia di Ges nel Getsemani. Lo scultore M. Castex, condotto un giorno all' " ermitage" da un suo amico e messo al corrente del progetto di erigervi una statua di Ges nel Getsemani, disse che un suo collega, il sig. Thomasen, aveva creato poco prima una statua di Ges nel Getsemani che per era gi comperata da un gioielliere e orefice parigino, il Sig. Giuseppe Chaumet recentemente convertitosi, per grazia ricevuta, alla fede cristiana. Bisognava quindi rivolgersi a lui per averne una riproduzione. La domanda fu rivolta subito, ma la pratica fu interrotta dallo scoppio della prima guerra mondiale. Ritornata la pace, il sig. Chaumet, abbandonata l'idea di aggiungervi una statua dedicata all'angelo confortatore di cui scrive l'evangelista Luca, fece dono all'eremitaggio della statua che lo scultore Ziebig aveva scolpito su un blocco di travertino bianco nello studio dello stesso Chaumet a Auteil (Parigi). Egli poi decise di farne una copia da offrire a Pio XI perch fosse collocata nei giardini del Vaticano. Successe per che la statua, giunta nella stazione di Roma, rimase per due anni abbandonata in un magazzino. Fu il Cardinale Eugenio Pacelli, allora Segretario di Stato e titolare della Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, che informato di tale noncuranza, decise che la statua fosse collocata nel giardino dei Passionisti dove poi Pio XI, a sue spese, fece erigere da fratel Gabriele, ingegnere fattosi passionista, una grotta artificiale per collocarvi la statua di Ges Agonizzante. Ai piedi della grotta Pio XI volle apporvi una lapide dedicatoria, evidentemente da Lui stesso concepita, con il seguente testo: D.N. IESU CHRISTI ORANTIS ET IN AGONIA SANGUINE MANANTIS MARMOREUM SIGNUM PIUS XI PONT. MAX
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SODALIBUS A PASSIONE ET ADVENIS DIVINAE CHARITATIS MONUMENTUM SUB CRYPTA SUIS SUMPTIBUS EXCITATA INSIGNI MUNIFICENTI A STATUENDUM DONAVIT ANNO CHRISTIANO MCMXXXI SACRI PRINCIPATUS X Termino con il testo dell'iscrizione che Pio XI pose ai piedi della grotta sia perch ritengo che egli, insigne latinista, l'abbia composta, sia perch la data la stessa dell'anno nel quale Mussolini, violando gli articoli del Concordato, cerc di sciogliere i rami giovanili dell'Azione Cattolica per cui Pio XI, superando evidentemente un episodio getsemanico del suo pontificato, scrisse di suo pugno, in italiano, l'enciclica "Non abbiamo bisogno..." che obblig Mussolini a recedere con alcune e poco significative richieste. Premessa Nel 1940, circa dieci anni dopo gli avvenimenti rilevati dall'archivio dei Passionisti che ho riferito, mi trovavo a Cagliari richiamato come medico militare a motivo dell'inizio della seconda guerra mondiale dichiarata il 10 giugno di quell'anno. Nella vicinanza del Natale, chiesi e ottenni il permesso di visitare la mia famiglia che abitava a Roma ai piedi del Colle Celio, in via dell'Amba Aradam 1. Approfittai della licenza per effettuare un ritiro spirituale presso i Padri Passionisti del sovrastante convento con i quali mi trattenni alcuni giorni per riordinare i miei pensieri, visto che la guerra e il richiamo militare avevano allontanato da me gran parte dei dirigenti della Giac (la Giovent Italiana di Azione Cattolica di cui Pio XI mi aveva nominato Presidente Centrale nel 1932), disperdendoli sui vari fronti di guerra, per cui non ero in grado di mantenere con essi un qualsiasi collegamento. Fu allora che passeggiando nel giardino del Convento mi trovai di fronte alla scena del Getsemani e mi colpirono le parole in rilievo sul ceppo dove poggia la statua di Ges: "Non mea voluntas sed tua fiat". Parole che Ges rivolge a suo Padre che Gli chiede di accettare la Passione e la morte per salvare l'umanit, parole che divennero la chiave di volta del problema che mi angosciava perch se Dio aveva permesso questa situazione di guerra, dovevo accettarla come espressione della Sua volont. Allora io non lessi la lapide che Pio XI aveva posto a conferma della sua disposizione di creare la scenografia del Getsemani presentandola ai Padri Passionisti e agli "advenis", cio ai "visitatori". Io ero uno di questi. Ritornai a Cagliari dove il mio soggiorno fu brevissimo perch destinato all'Ospedale
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Militare di Roma, ma ebbi il tempo necessario per meditare sul Getsemani e sull' utilizzo che di questo episodio della vita di Ges ero in dovere di fare. Le conclusioni a cui giunsi furono le seguenti: 1) La tragica notte getsemanica vissuta da Ges deve essere meglio conosciuta di quanto non lo sia. Anzitutto sulla base delle parole di Ges stesso che vengono riferite da Matteo, Marco e Luca "l'anima mia triste fino alla morte"(*). Inoltre per le parole che seguono nel racconto di Matteo 26, 38-44: "Ges disse a Pietro, Giacomo e Giovanni: restate qui e vegliate con me, e allontanatesi un poco si prostr con la faccia a terra e pregava dicendo: Padre mio, se possibile passi da me questo calice! Per non come voglio io, ma come vuoi tu!". Il racconto di Marco (14, 33-37) simile a quello di Matteo, per con un dettaglio che non si pu ignorare. Ges si rivolge a suo Padre chiamandolo "Abb", o "Papa", cio usa l'espressione familiare "Abb" usata dai bambini nel rivolgersi al genitore, la quale indica l'intimit che Lo lega al Padre Creatore. Ancor pi importante il racconto di Luca (22, 40-44): "Poi si allontan da loro quasi un tiro di sasso e inginocchiato pregava: Padre se vuoi allontana da me questo calice. Tuttavia non la mia ma la tua volont sia fatta. Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. In preda all'angoscia pregava pi intensamente e il suo sudore divent come gocce di sangue che cadono a terra". L'apparizione dell'angelo dimostra che il Padre seguiva la tragedia di Ges e la sua obbedienza per la salvezza dell'umanit. Il sudore misto a sangue un fenomeno che la medicina di oggi considera molto raro e chiama "ematoidrosi", dimostra che la sofferenza di Ges non riguardava solo la sua anima, ma anche il suo corpo. Questo dettaglio importante perch Luca era un medico e quindi abituato all'obiettivit. Ed infine necessario conoscere la lettera agli Ebrei (5, 7-8) dove le seguenti parole si riferiscono al Getsemani: "Cristo nei giorni della sua vita terrena offr preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a Colui che poteva liberarlo da morte... pur essendo Figlio, impar tuttavia l'obbedienza dalle cose che pat e, reso perfetto, divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono". 2) Pietro, Giacomo e Giovanni non furono, in quella notte getsemanica all'altezza della situazione, cos come non lo fu poche ore dopo Pietro che prima che il gallo cantasse rinneg Ges per tre volte. Queste gravi trasgressioni si possono spiegare pensando che i tre discepoli non avevano ancora ricevuto lo Spirito Santo che discese sugli Apostoli dopo l'Ascensione di Ges. Rimane per aperto il dovere per i cristiani di oggi di riparare a quanto i discepoli di
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allora non fecero. La Passione di Ges continua nel tempo ed in questa specialmente l'agonia del Getsemani. necessario quindi che i cristiani di oggi, che hanno ricevuto lo Spirito Santo, osservino l'ordine che Pietro, Giacomo e Giovanni non ebbero la capacit di capire e la forza di assolvere: "vegliate e pregate con me". 3) II Getsemani di Ges non solo un episodio della Sua vita terrena, ma un modello che deve essere meditato per devozione da ogni cristiano e specialmente rivissuto, cio adottato nei momenti pi difficili della sua vita, cos da mantenerlo unito a Lui, fonte di amore, di esempio e di salvezza. 4) La Giovent Italiana di Azione Cattolica al termine della guerra, con il ritorno dei militari dai fronti, tornava a vivere sia a Roma come in tutta Italia, ma per la triste esperienza bellica e l'incertezza del futuro aveva bisogno di un forte riferimento spirituale in forma adeguata ai tempi della Chiesa nel presente e nel futuro, come pu essere il Getsemani di Ges nella notte in cui Egli sapeva di essere tradito, imprigionato e crocifisso. Ci vollero due anni perch io giungessi alla decisione di convocare un gruppo di giovani della Giac e questo avvenne nel convento del Celio nei giorni 1, 2 e 3 maggio 1942. Nasce la Societ Operaia II primo problema che ci siamo posti fu quello di trovare un nome che potesse qualificare un gruppo di laici desiderosi di partecipare, umilmente ma attivamente, alla missione salvatrice di Ges, che raggiunge nel Getsemani quando Egli fu catturato, un sublime esempio di obbedienza al volere divino. Il nome prescelto per il singolo fu quello di "Operaio" e, di conseguenza, il nome del gruppo fu quello di "Societ Operaia". Con questo nome volevamo anche ricordare che Ges forse per oltre vent'anni aveva frequentato il laboratorio di falegnameria di San Giuseppe e lavorato in esso. Per i rapporti che S. Giuseppe ebbe con la vita nascosta e operativa di Ges lo scegliemmo come nostro Patrono! "Operaio" fu il nome che Ges adoper quando "vedendo le folle che ricorrevano a Lui ne sent compassione perch erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: "La messe molta e gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!" (Matteo 9, 36-38) ed anche quando istruisce gli apostoli inviandoli con ampi poteri a evangelizzare le citt d'Israele, Egli soggiunge "L'operaio ha diritto al suo nutrimento" (Matteo 10, 10). Le citazioni della parola "operaio" da parte di Ges vengono riportate anche dal Vangelo di Luca (Luca 10, 2-7).
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Non essendo possibile n prudente abbozzare in quei giorni del nostro primo incontro uno Statuto della Societ Operaia, decidemmo di redigere quanto meno un testo che valesse ad esprimere una volont comune e cio, con termine derivato dal greco, un Simbolo. Per stendere la minuta del Simbolo scesi dal convento del Celio a Porta Metronia, e cio a casa mia, anche per aggiornare mia sorella Marie (oggi Serva di Dio) e poterla considerare come membro femminile della Societ Operaia. La prima stesura del Simbolo avvenne sull'ampio terrazzo di cui l'appartamento disponeva. Il testo del Simbolo sottoposto all'approvazione dei primi "Operai di Cristo" sub solo alcuni ritocchi, ed il seguente: Noi crediamo in Dio Padre e lo ringraziamo per la vocazione che ci diede. Noi crediamo in Dio Figlio e ci consacriamo come suoi Operai. Noi crediamo in Dio Spirito Santo e gli chiediamo i lumi per bene intendere la via delle opere alla quale vogliamo dedicarci: con spirito di santificazione cos che ogni opera venga anzitutto costruita con la preghiera, il sacrificio e le virt cristiane; con spirito di rinuncia cos che ogni opera costruita non appartenga agli Operai come tali, ma alla Chiesa attraverso le persone e gli enti che naturalmente devono possederla; con spirito di rispetto per le altre organizzazioni, iniziative e persone. Noi crediamo in Maria nella sua onnipotente intercessione e le chiediamo di poter conoscere e fare la volont di Dio per confortare i dolori di Ges nel Getsemani; le chiediamo inoltre di servire la Chiesa e il Papa con il cuore ardente dei primi cristiani secondo i bisogni dell'ora che volge. Sia aperta la nostra vita a quanti ne comprendono la bellezza e siamo tutti, al cospetto di Dio e del mondo, buoni Operai Cos sia.
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Stabilimmo di denominare "Reparti" i gruppi degli Operai di Cristo che potevano sorgere nelle Diocesi con l'autorizzazione del Vescovo come era consuetudine dell'Azione Cattolica e che i Capi-Reparto si raccogliessero ogni anno per un corso di Esercizi Spirituali nel convento dei Santi Giovanni e Paolo affinch lo spirito getsemanico della Societ non venisse meno e potesse espandersi. Un'altra Operaia di Cristo che desidero ricordare fu Teresa Filippi, la quale prima ancora che sorgesse il Reparto di Torino, appartenendo alla famiglia che possedeva una cartiera alla periferia di Torino, regal alla S.O. il materiale che occorreva. Intesa comune era quella di recitare il Simbolo e di pregare nella serata fra il Gioved e il Venerd di ogni settimana, cio in coincidenza approssimata del Getsemani sofferto da Ges. L'inserto contenuto nel simbolo "noi crediamo in Maria - nella sua onnipotente intercessione - e le chiediamo di poter conoscere e fare la volont di Dio - per confortare i dolori di Ges nel Getsemani" - ebbe tale importanza nella vita di piet dell'Operaio di Cristo che da allora parecchi Operai recitano ogni giorno il Piccolo Ufficio della Beata Vergine. Dato che gli Operai del Reparto di Roma lavoravano quasi tutti negli uffici dell'Azione Cattolica di Largo Cavalleggeri 33, nelle immediate vicinanze del Vaticano, usavamo raccoglierci nell'ultima spianata della Basilica per pregare, mentre nell'ultimo piano del palazzo pontificio era illuminata una finestra che documentava la presenza e il lavoro di Pio XII. Il riconoscimento della S.O. Nella seconda sessione del Concilio Vaticano II diverse persone laiche furono ammesse dal Pontefice Paolo VI come "uditori" al Concilio e fra queste anch'io, chiamato a far parte di una speciale commissione destinata a studiare i problemi dei laici nella Chiesa. In questa commissione era presente anche l'arcivescovo di Cracovia e cos ebbi modo di anticipare la conoscenza del futuro Pontefice Giovanni Paolo II. Questo interesse del Concilio al problema dei laici indusse la Santa Sede a creare un apposito Pontificium Consilium pro laicis. A questo Consiglio ci siamo rivolti per ottenere lapprovazione della Societ Operaia da parte della Santa Sede, la quale ci fu concessa dal suo Presidente il Cardinale Opilio Rossi in data 21 ottobre 1981. Alle soglie del 2000 II bilancio della Societ Operaia alle soglie del nuovo millennio presente (fra molte) due voci che ritengo doveroso ricordare. Anzitutto mi riferisco alle OPERE di cui parla il Simbolo e che furono a Roma l'Istituto Mendel di Genetica Medica e Gemellologia, la "Domus Pacis" per la Giac, il Getsemani di Casale Corte Cerro per gli "Attivisti" del Comitato Civico, il Getsemani di Capaccio
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Scalo pensato per correggere l'affermazione di Carlo Levi del titolo del libro "Cristo si fermato a Eboli", il Getsemani di Vitinia, che una chiesa parrocchiale, diventato ormai un Santuario alla periferia di Roma, il Piccolo Getsemani di Piedimonte Etneo. La seconda voce di questo bilancio di fine secolo quella che ci riempie di meraviglia e di gioia: un Operaio di Cristo stato dichiarato "Venerabile", un' Operaia di Cristo "Serva di Dio", presso la Pontificia Congregazione dei Santi, un Operaio di Cristo "Servo di Dio" presso il tribunale diocesano di Ivrea. L'Operaio di Cristo Venerabile l'ingegnere Alberto Marvelli che fece ingresso nella Societ Operaia il Gioved Santo del 1945, nel Corso di Esercizi Spirituali tenutosi a Rho nella casa degli Oblati e dal 1945 teneva sul comodino accanto al letto il libro Getsemani. Nell'udienza concessa agli Operai di Cristo in occasione del 50 di fondazione della S.O., il Pontefice Giovanni Paolo II disse di lui: "Carissimi, la vostra Associazione nacque nel 1942, come derivazione dell'Azione Cattolica Italiana: erano gli anni difficili della guerra, regimi autoritari impedivano in Europa la libera attivit religiosa e sociale. In quella situazione fu per voi illuminante il mistero della veglia di Cristo nel Getsemani: vigilare per amore, offrirsi completamente alla volont di salvezza del Padre. Come fu vera quella ispirazione! Com' urgente anche oggi tale volontaria vigilanza in intima unione col Redentore dell'uomo! Numerosi membri della vostra Associazione - tra questi il pensiero va in special modo all'ingegner Alberto Marvelli, apostolo esemplare nella vita spirituale e nell'impegno civile - hanno mostrato come, nel mutare dei tempi e delle situazioni - i laici cristiani sappiano dedicarsi senza riserve alla costruzione del regno di Dio nella famiglia, nel lavoro, nella cultura, nella politica, portando il Vangelo nel cuore della societ. Auguro pertanto a tutti voi di perseverare nella fedelt a Cristo, vegliando e pregando insieme con Lui, per essere, oggi come ieri, "operai" generosamente impegnati nella vigna del Signore". L'Operaia di Cristo Mary Gedda morta il 29 gennaio 1985 e proposta dal Capo Reparto di Roma al Tribunale ecclesiastico per il processo di beatificazione, fu qualificata dal Cardinale Vicario Camillo Ruini con parole di alto elogio. La sua causa ora presso la Pontificia Congregazione dei Santi. "Un testamento scritto col sangue", cos viene presentata la biografia di Gino Pistoni del Reparto di Ivrea scritta da Claudio Russo (*). La presentazione cos conclude: "Mi auguro che questa vita di Gino Pistoni, rapida ma completa e convincente, possa entusiasmare tanti giovani di oggi e far loro capire quanto sia bello impegnare la propria vita per i grandi ideali della fede e dell'umanit". Nato a Ivrea nel 1924 frequenta le scuole medie presso i Salesiani e i Fratelli delle Scuole Cristiane, essendo gi iscritto all'Azione Cattolica. In un corso di Esercizi
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Spirituali presso il Castello di Bollengo nel gioved santo del 1944 entra a far parte della Societ Operaia e scrive: "II mio cuore oggi eleva a te un inno di lode... Ti chiedo la grazia di dividere con te le sofferenze del Getsemani". Nell'Italia spaccata in due dalla Repubblica nazifascista di Sal e dall'esercito italiano in dissoluzione, Gino aderisce alla formazione partigiana e al progetto di distruggere il ponte che immette nella Valle di Gressoney. L'impresa rischiosa e Gino viene colpito alla gamba sinistra dalle schegge di una bomba. Non potendo frenare l'emorragia, egli intinge un dito nel suo sangue e scrive sul telo del sacchetto per i viveri: "Offro la mia vita per l'A.C. e l'Italia, W Cristo Re". Accanto alla sua salma fu trovato l'Ufficio della Madonna e un'immagine di Ges nel Getsemani. Spiritualit getsemanica La nascita e gli sviluppi della Societ Operaia che ho riassunto, derivano dal linguaggio muto ma eloquente della statua di Ges agonizzante nella grotta voluta da Pio XI nel giardino dei Passionisti sul Colle Celio e dai testi dei Vangeli e della lettera agli Ebrei che ho citato. Non sapevamo che vi fossero altre fonti getsemaniche a cui ispirarci fino al 1984, quando l'editrice Ares di Milano pubblic la prima edizione italiana di uno scritto di San Tommaso More a cui fu dato il titolo "Nell'orto degli ulivi". San Tommaso More fu Lord Cancelliere, ossia Primo Ministro del re Enrico VIII di Inghilterra, il quale ripudi sua moglie Caterina d'Aragona per sostituirla con Anna Bolena e dopo aver chiesto inutilmente alla Santa Sede l'annullamento del suo matrimonio, separ la Chiesa di Inghilterra dalla Chiesa Cattolica Romana. A tal fine chiese ai suoi sudditi di firmare una dichiarazione di non obbedienza ad autorit estere (cio al Papa) e di considerare lui stesso come capo della Chiesa d'Inghilterra. Sir Thomas More diede le dimissioni dalla sua carica politica e fu l'unico laico che rifiut di firmare la dichiarazione richiesta dal re. Per questo fu arrestato e recluso nella Torre di Londra. Propostosi di occupare il tempo della sua prigionia scrivendo in inglese la storia della Passione di Cristo, incominci dalla minuta descrizione di ci che Ges soffr nel Getsemani, ma non pot continuare perch fu processato il 1 luglio 1535, condannato e decapitato il 6 luglio. La prima edizione in inglese di quest'opera getsemanica del 1557. Una seconda e pi copiosa fonte di spiritualit getsemanica fu quella che conoscemmo nel 1995 in base al libro di Jean Ladam: "La Sainte de Paray, Margherite Marie", stampato nel 1977 con l'imprimatur del vescovo Mons. Gaidon. Pur avendo visitato precedentemente il monastero e la cappella dove Ges manifest a
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Santa Margherita Maria Alacoque il suo dolore per il disinteresse dei cristiani al suo amore per cui aveva sofferto e li aveva salvati, non conoscevo le parole che Ges le rivolse in un venerd del 1674 e che traduco dal francese: "Tutte le notti dal gioved al venerd ti far partecipare a quella mortale tristezza senza che tu la possa comprendere, a una specie di agonia pi atroce della morte. E per unirti a me in questa umile preghiera che io presentai allora a mio Padre durante tutte le mie angosce, ti alzerai fra le undici e mezzanotte per prostarti durante un'ora con me, la faccia contro terra, sia per attenuare la divina collera invocando misericordia per i peccatori, sia per attenuare in qualche modo l'amarezza che io provavo per l'abbandono dei miei apostoli, che mi obblig a rimproverarli perch non avevano potuto vegliare un'ora con me e durante un'ora farai ci che io ti insegner... qui che io ho sofferto pi che in tutto il seguito della mia Passione, vedendomi totalmente abbandonato dal cielo e dalla terra, carico dei peccati di tutti gli uomini. Comparso davanti alla santit di Dio, che senza alcun riguardo alla mia innocenza ma in preda al suo furore mi faceva bere il calice che conteneva il fiele e l'amarezza della sua giusta collera. Non esiste creatura che possa capire la gravita dei dolori che io dovetti allora soffrire. esattamente il dolore che prova l'anima criminale quando compare davanti al tribunale della santit che pesa su di lei e la sommerge nel suo giusto furore". Un'altra ed anche maggiore rivelazione, che si riallaccia al Getsemani, viene fatta dal Sacro Cuore a Santa Margherita Maria, che la comunica alla superiora in una lettera del 1688: "Un giorno di venerd, durante la santa comunione, Egli disse a questa sua indegna serva... Io ti prometto, la grande misericordia del mio Cuore che il suo potentissimo amore conceder a tutti quelli che si comunicheranno per nove primi venerd del mese consecutivi, la grazia della penitenza finale. Non moriranno in mia disgrazia e senza ricevere i sacramenti, il mio Cuore sar il loro sicuro rifugio negli ultimi istanti". San Tommaso More fu canonizzato il 19.5.1935 e Santa Margherita Maria il 13.5.1920. Essi sono il suggello di quella che la Societ Operaia vive e diffonde con il nome di Spiritualit Getsemanica.

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