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1984 by NUOVA

VITA*

*Soc. Coop. a r.l. aderente al Consozio Nazionale Cooperative Culturali Universitarie

PRESENTAZIONE

V' un senso metafjsico che pu andare perduto. N basta par'lare di metafsca e considerarsi metafisici per
posseder'lo.

La perdita del senso metafisico anche

zionale e, qundi de'll' i p o c r i s i vanzerei la pnoposta", "mi si passi 'l'espressione", "vorrei che i1 lettore ricavasse l'impressione". "", "anche se siamo, il lettore e io, -certo o- immensamente pccoi"""", "a mo sommesso avviso" e cosi via in un continuo spostare l'attenzone su di s e un contnuo, nutile, domandare scusa al lettore della propria -scontata- pochezza, rivelando che non poi cos scontata da non pararne"
Nudo

trionfo del condia : "direi", "a-

il metafisco non lo pu essene di meno di fnonte agl uomini, i qual -di certo- non sono '[a verit.

e indifeso

a'lla

pnesenz

a della Verit,

Padova, Universit 1983

PRESENfAZIONE

V' un senso metafisico che pu andare perduto. N basta par'lare d metafisica e considerarsi metafis'ici per
posseder'lo.

del senso metafisico anche trionfo del condizionale e, quindi dell' i p o c r i s i a : "direi", "aLa perd'ita

vanzerei 'la pnoposta", "mi si passi 'espressione", "vorrei che 1 lettore ricavasse l'mpressione"".", "anche se siamo, i lettore e io, -certo io- immensamente piccoli...", "a mio sommesso avviso" e cosi via n un continuo spostare 'l'attenzione su df s e un continuo, inutile, domandare scusa al lettore de'lla propria -scontata- pochezza, rivelando che non pol cosl scontata da non parlarne.

e indifeso alla p r e s e n z a dela Verit, il metafisico non lo pu essere di meno di fronte agli uomini, i qual -dl. certo- non sono ]a verit.
Nudo

Padova, Universt

.l983

L'cutore fa presente
L'cutone fa preeente ehe La grafia ueata neL ptesente testo inteea - a tna&twe pi fede1snente iL moumento delLa rif'Leesione - a ri&ure Lteecipente Lin4a#i eo d,eLL'eepoeizione - a, eoneenttwe e deeenttane Ltattenztone deL Lettore - a, terlere pte*soeh intpoeedbiLe La Letttea a ehd ?1on penea - a rendere La Lethua ageuole a
ehd pensa.

-'/

-9I
Domandare SE metafisica sia "poss'ibile" i d i s p 'i e g a t o jgnonare SE quetrla accertata sia vQJLanen tz, ehe di certo intanto , esistendo E' quun ignorare -non altro- che IMPONE, sapendo-

si indaghi olffie, le accertate "meper pluralit d'i linguaggio, e che si tafsiche", moite indaghi nel Modo da esse indicato -unico per tutt- per cui nomansi tutte "metafisica". N i'l d i s p i e g a r s i del'l'ignorare, indefinitivo, pu valelte cone 'mantenere' che st ignora per inadeguatezza invi nci bi I e, perch I ' i gnorato 'accompagna' (va insieme e non vi s'i riduce) -per s- ogni "metafisica" per i1 meta-fisico dichiararsi per la VERITA', definitiva
s naccettabile,
che

mente

Ci che si ignora SE clue,tta che, per tutte e cia scuna, intendendo di essere non pure 'possibile', m; 'necessaria', questo pretenda con dirtto: che sia iilegittimo dscuterla" Non che essa accetti d venire diseussa pu pretendersi, ch se lo accettasse pi non sa' rebbe, na devea.c pretendere che si discuta altresi la "ragione" sua propria che con essa fa corpo e si accerta, per la quale a s 1egttima senz'altro, onde i'l suo e s i s t e r e anche il sottrarsi a discussione" Vqlo _chq_9_i _es1g-q_que_gto_ {q *_ melafsica: che es guardi sa 1'espenienza per lasciarsi condume correttamen/ te, poi che attiene alI'essere "metafisica" dichiarare i QUALq sia autentica "esperienza" nel suo trascendere. E i pen il v'isionario i sogni sono rea'lt" E quel'la "realit"' di esperienze che gli si presenta di contro di gi, per lui, svuotata di 'essere'. Qui si incetfia a questione: legittimo pe,tL
^.,con del ragione, l'essere legittimo del ritenersi tale in AA la "metafisica"? A a legittima a (onL-ortL, ritenendosi 'necessit', la metafisica legittima puL AA., ritenendo-

to ignorare

si tale con diritto e ragione? I'l domandare SE sia'possi bile' ci che ritiene se stesso necessario i'l dispiegaSE

questo'ritenere' (che in s appunto'rJ

-10tener-per-vero) con ogni SUA ragione -ad esso comunque sufficiente- sia 'la RAGI0NE come tale, onde il "tener per vero" a'ltro non sarebbe se non I'essere-tenuto-dal-vero istesso.

II
camryw"te ma per il cost tuirsi in ordine o funzione del certificare, ignora ed il ilnora di ignorare. Essa, p!F vero, BES]A il proprio -legit
Questo ogni "metafisica"

diritto a costituirsi ne,[-It. ragione propria che fa corpo con il dirsi "metafisica" che , appunto, il sottrarre se stessa a "fisica" per i n t e n z i o n e di verit. Ma, per altro, ignorare di ignorare ,subi,to -inrnediatamente- credere di sapere ed tubi,to, a s, s p e r e A a -a1lo interno dunque del suo stesso costi tuirsi- essa non prprio "meta-fisica", bens d i r e t tamente l'unica "fisica" possibilede'l suo ,saytu,tooltre il quale non il non-saputo, ma il non-essente. Co s non pu non accadere (che conseguire di necessit) interna del
che, se mai, lreventuale discutente o adversante che de vesi "giustificare" nei suoi confronti, accreditandosi,
non viceversa. Ora proprio

,suo, insuperabile perch immanente, sottrarsi a discussione, che essa anche si espone ad essere bensl la ragione ultima e fondativa -ma non "fonappunto, PRIVA di RAGIONE" Poi che il sottrarsi a discussione "" in nome di au tentica (e da essa autent'icata) "esperienza" e di ineludT bile "necessit", _ appunto lin. lgmef- di esperienza goue fu"Le g di ragione c,ome fnLz che non s'i pu sottrarre a di scussione senza anelre sporsi a discussione, a ,auo-l-?i '' di scussi one.'- da queste come tal i proveni ente "

nel

dante"- delle proprie "ragioni"

come

proprie e,

per

ci

-'l'l
appunto perch
una "metafisica" ignora di esporsi, i1 suo dirsi "'r il dirsi esperienza e ragone cctme- ta.Ii, ch altrimenti non direbbe nulla" Qui l'intreccio da distrcare: metafistca che riconosca 'pos-

Con

c, ancora,

venire discussa non pi -o mai- se stessa e metafisca che non riconosce tale 'possibilit' non subisce affatto discussione alcuna" I1 discutente r e t r o c e d e a'l proprio non venire veduto poi che il discussip r o c e d e nel proprio non vedersi discusso. N pu, a ragione, dirsi che, comunque, attiene al "metafisico" dogmatizzare, addove, al'incontro, pensare critico antimetafisico se, ancora, devesi legittimare cluo(ln "critica" e non lasciare che essa 'legittimi se stes sa, ch questo appunto "metafisico", n AQtlao de'tenLorc"

sibiiit'di

iI
v PUO' essere "metafisica" ehe non vaga a. ,squale 'criterio' unico legittimo onde le risu'lta "incompren
Non

"comprendere" come al'l'originario atteggiarsi d e r i v a a dispetto di Heidegger -e di ogni impotenza specuativadal la metafisica stessa. Non , infatti, della metafisica cencare-di-compren dere, ma della metafisica dichiararsi non compresa anzich NEGATA, che implicito -ma attuale- dichiarare che non v' comprensione possibile oltre c1ue,tLa. che fa tutt'uno con l'essere metafisica, onde la comprensione metafisica o, per 'la metafisica, nulla" Cosi Heidegger appartiene -per paradosso del I' impotenza speculativa- a1la eomytttzyr.s.tpne nu.[La- e, ancora per paradosso, 'la nullit de SUO "compnendere" che si pretende 'or gi nari o ' nel 'la volont-di -compren dere che di i n d a g a r e entro il gi fatto valere "ambito" -o sstema- per il quale pu venire escluso ci che "n eAo non 'risulta' compreso, o precontenuto.

sione" ,siny:Lio.Ltu 1a tentata discussione. Questo non deve sfuggire: che proprio della "metafisica" dich'iarars non compresa ogni qual volta le si oppone altna valorazione dal la sua -o "istanza" che essa trascuri-che non riconoscerl ne la ragione-. Da ci segue che i'l conclamato RIC0RS0 al

-12Qui il paradosso appunto che la pre-comprensione cui si crede di affidare la k r i s i s in atto della "metafisica" l'insuperable godizio metafisico circa il "comprendere"che ri su'l ta allametafsica un "ridurre" a ragioni estranee, dunque -per ogn'i metafisica- estranee a'lla stessa 'ragione'. Se, appunto, compren dere pre-comprendene (dunque avere gi compreso) I'indagine deX conprendere s v o I g e se stessa anzich it 'da comprendere' si che -a dispetto di Heidegger-_ani-cXelq gqs_i-dde-t-tq "c-grlrprensi one' ont91 ogi ca' -Q_ 9:i-qtema potetico-deduttivo e la sua differenza da'lla 'logistica' non-a s -non'd.i g r a d o, che grado di avvertimento del suo eisre ancia ci che c r e d e di non essere" ntriitro, i'indagine tu.(- comprendere (quella ag punto che lo ri-conduce all'avere gi compreso) d e r iv a propriamente dal giudizio che 1a metafisica (e, in s, ogni "metafis'ica") sentenzia, esigendo a ragione che la si comprenda cos come.-non altrimenti- uaa 'decide' di venire compresa, che non altro dall'essere "metafisi
carr.

T.,IV

La accertata "metafisica" che, esistente, non pu 'dg mandare' di venire c o m p r e s a non potento non IMPORRE -essendo- che si riconosca i'l SUO stesso "comprende re" anche si e s pone pelt[onza invincibile, insieme ma differentemente, a cgue,tlr-'discussione' che intende le gittimarne 1a pre-tesa (in s di gi considerata legittif

e indiscutibile) di VALERE ,sinytUtifuL cone LA rag'ione stessa e a que'lla che peril discutente 'd'iscussione', mentre per essa non altro se non 'incomprensione'" Per ci che attiene questo verso -che essa non pu ri conoscere- il suo e s p o r v i s i non SUO appunto perchessa, piuttosto, vi si sottrae peressenza e, dunque, c a d e nell'altrui volont di "comprendere" restando a I t r o da essa. Cosi, per, essa appare, di vo'lta in volta, doppiamente VINC0LATA ne1 dirsi "metafisica": vincolata a ci-em-ESSA ritiene di VALERE a s pnema

13 1

sente, unicamente; vincolata a ci che ALTRI di essa ritene che VALGA o NON VALGA. Metafisica, per ci appunto, clme vedesi da s, meta fisica cone da a'ltri veduta" Di qui, concrescente, lo ecluivacaru.c ineludjbf le del 'termine'" Di contro al quale funge NON lo itetzpne,tilte, quale atto che si ponga per ori ginario, ma i1 tenfane linguaggio talmente UNIV0CO e PRECI S0 da non abbisognare di interprete, mai. E, infatti, "erl meneusi" invenz ione estraneaalla intenz i o n e del dichiaranter pBF s proteso ad inequivocabi le chiarit nel d i r e. Non solo, infatti, ermeneutca richiesta dall'avvertito 'rischio' di fraintendere, il altresl a v v e r s a t a dal'dire', ch questo non pu intendere di essere "equivoco". Lo e q u i v o c a r s i bensl ineludibile -onde vi si trascina il limite (non 1'orginario!) bisogno di "interpretare"-ma, appunto per volont d comprendere che pre-comprendere inerente al 'riconoscere' solo ci che vi si fa 'riconoscere' sul fondativo -non fondante- N0T0" *$ Nel cotpu"tchenomasi "metafisico" coes stono (e come sa possibile da vedersi), pertanto, e ci che la metafisica di s VEDE e ci che di essa altri VEDE e ci che di essa, ancora, altrt VEDE che essa NON VEDE. E' per lo AtntuLr cosi in-dicabile che il discutente arrogasi il diritto a "discutere", ch ogni suo a s s e r i r e di contro "", comunque, m o s t r a r e al suo discusso che non "vede" ci che , invece, "da vedere", onde implicitamente ritiened s apere del discusso ci che questo di s i g n o r a" Cosl, appunto, tribunalmente, metafisica viene "giudicata" per ragioni non sue (che essa non riconosce esservi) e sue (che in essa sarebbero, da essa sconosciute). E anche nel progetto (o intendimento) di ovviare 'arbitrio con il disporsi ad accoglie re -in neutra'le 'ascolto'- 1e 'ragioni" de'l discusso y:n na di sentenziare, l'ascolto non pu non aversi se non nei M0 DI suoi e del discutente" L'equivocarsi, dunque, concresce costrittivamente per pnnpnfun del "comprendere" e per il ytnoprvfun de1 "moi1 strare" al discusso pucclt. lo si discute. Comprendere, infatti, c o s t r u i r e il "da comprendere" e non in

tendere

'14

ci-che esso, per suo difetto, non vede, s che dzve , per mostrare appunto, in uno, ogliena a1 difettivo "vedere" il de|ec-tuA che da s non pu togliere a'lasciar'lo essere il vedere che "" " Con ci, appunto, se a'l m o s t r a r e si voleva ri correre pen evitare il "dimostrare", il mostrare , invece, t e n t a t i v o se non i'l eonvLneznLe d i m o s t r a r e cui irrilevante il "riconoscimento" da parte del dT mostrante stesso. Se, dunque, il discutente f i n a I m e n t e accede a'l "dimostrare" che la "metafisica" twtza nngi-one, per quante ragioni ritenga essa di avere, non i1 comprendere pre-comprendente in opera, bensi la RAGIONE in atto e come

tanto pu riconoscere quel "costruito", non rieonoscendovi Da parte sua "mostrare" a chi non vede, onde, p.t d'i l^littgenstein e del'l impoter':za onta attuarsi deve -ad speculativa- anche mostrare che chi non vede anche non vede non vedere, nonch questot eLte i1 non-veduto da essortut tavia rrrr e, peF ci,il non vederlo so'lo de[echu de1 suo "vedere"l lndr dunque, deve mostrare a laLe difettivo vedere

di

costruir-1.0

(er per tale verso,

i'l

discusso sol-

si).

il

'

di

ta'le, cui appunto, i n t e n d e n d o di valere, la tafisica ai 'espone' nel suo dirsi "metafisica""
V

me-

Incontrasi qui un testo kantiano: "Perch un privilegio... su cui la metafisica pu contare sola fra tutte le scienze questo: che pu essere compiuta e posta'in condi zioni durevoli, perch non pu cambiarsi n suscettibile di accrescimento per nuove scoperte. Infatti qui 1a ragio-

le fonti della sua conoscenza non negli oggetti e nel'la loro intuizione, ma in se stessa; e, se essa ha espo
ne ha
cosa che 1a ragione pura potrebbe conoscere a-pror, anz addrittura non altro che essa possa chiedere. !-a sicura prospettiva di un sapere tanto determinato e conpiuto ha in s un fascino speciae, anche se si prescinda da ogni

sto determinatamente, completamente e senza equivoco principi fondamentali della sua facolt, non rirnane altra

utilit..."
ci ano 1 932,
pp

15 -

(Pnologamui ece.; trad"

Ragione per-che essa da a escude BISOGN0-neeessit accrescimento lo ESSERE essa "fonte" (or"igine e fonda mento) della SUA ragione, l dove -di contro- ragione dT essenziale non-compiutezza delle altre scienze PRENDE

Poi che "privilegio" p e c u I i a r t esclusiva -ed escludente-, avvantaggiarsi di metafisica su le altre 'scienze' tutte anche dichiarare il LIMITE da esse -tutte- condiviso: lo a essenziale non compiutezza" M sti-t-u-isee-"EssA lo .i d e 1"J,* di ESSTRE scienza, pienamen lo di 'scienza' e nomasi tale

"

'l

it"

0berdorfer, Lan-

37-l 38) "

di

origine e legittimit, per 'intuizione',da 0GGETTI in se stessi 'altri'" Con ci detto questo: che SE mai vi fossero 'oggetti di metafsica', metafisica, per s ncompiuta ed accrescente, univoca sarebbe alle altre scienze,
RE

il

non

SE essa "ha esposto determ'inatamente, compiutamente e senza equivoco", la Ragione vi coincide, ma CHE questo e e sia deve cov amen munque venire 'riconosciuto'" Dove a 'riconoscere' siano

pi 'altre'. E, di certo,

ff tti

te

tende che deva essere, anche si prentende -a torto- 'discussione', essendo, invece, IMPOSIZIONE di statuto, acritica e pre-metafisica" Mette conto qui proseguire nell'esame del modo kantiano -paradigmatico- di (ane insorgere quella 'domanda'

non-compiutezza e mai sareb be. Per ci, dunque, a riconoscere compiutezza PUO' esserE non altro che la stessa 'metafisica', quale CRITERI0 -unicodel proprio ri-conoscimento" 0nde essa compiuta se a'i dhe tale. E non viceversa " 1gruL "metafisica" -dunque- non potendo non riconoscersi 'definitiva' nel suo CRITERI0 compiu to appunto tutto e solo ci che ESSA riconosce di essere, si che la e v e n i e n t e'critica' intesa a domanda SE sia o non sia come p r e t e n d e vi resta'esteriore' e VANA" Fino a che, dunque, discussione insorge a domanda CHE la metafisica sia non altrimenti da c o m e si pre-

vo'statuto di queste che la

le 'altre' scienze, avrebbesi riconoscimento sul 'fondati-

16 -

che p o s t u I a z i o n e " DL af,tct Kant NON contrap pone "critica" a "metafisica", bensi -pi accortamente- me tafisica a "metafisica", nelIo intendimento di VERA metafT sica" A caue,[-ta, che ritiene "vecchia" e "sofistica" a "doE matica" o "scienza di apparenza", basantesi -non fondantesisu d'i una ILLUSORIA'intuizione a priori di oggetti' o p p o n e que.W che, svelandone'l 'illusoriet, dicesi "critica". Che come dire questo: che la stessa metafisica -non altro- riconosce -ma come?- di non essere anco,Ll. come deve essere e per ci appunto cerca di essere SE STES
SA.

manda

, invece, propriamente in questione, SE quel'le "metafisiche" ri su I tano 'errore'NONasestesser/na ad altro da esse. Poi che, poF Kant, questo'altro' la ragione stessa che la RAGI0NE puccl,- "pura", non effettivamente'altro'dalla intenz ione pura di quel'le metafisiche, altre, invece, rispetto a tale "inten
zi one' Da

In che, p!f Kant, consiste propriamente 1'wtone delle "metafisiche"? E' a questa domanda che progettasi rispo sta nella sua indagine. La poaabi2).t. stessa di tale do-

vedersi, per, SE clueJln 'ragione pura' sia effettivamente 'pura' e, dunque, effettivamente RAGIONE come tale, non pre-comprendente e, quindi, escludente. Ci che, tuttavia, Kant stesso intende con il suo po,uLe in evidenza Ia preliminare "critica" de'lIa facolt conoscitiva ' o tteoretica' . Ta,l-e "cri ti ca" , creduta prel imi nare,
che la metafisica da discutersi pretende tale "intuizione" senza do mandarsi SE essa v e r a m e n t e sia. La nailfr Au6L eu della sua pretesa sarebbe questa: possedere 'oggetti'

in Kant alla IMP0SSIBILITAT di tuizione a priori di oggetti". Ci che Kant d per accr-f*to. , intanto,
perverr appunto

una

"in-

auaL, i quali NON sono di ESPERIENZA. Per oggetto suo, essa si al,sitwln" alle 'scienze' che h a n n o 'oggetti' o non sono e, pertanto, manca di 'riconoscersi' nel'la propria peculiarit, sdoppiandosi in ci che di fatto rrrt e in ci che "deve poter essere" si che e r r a -essa, non altrinei confronti di se stessa, riducendosi a que'le 'scienze' al di l del loro essere ci che sono: d'esperienza. Poi

-17che i SUOI'oggett' non sono d'esperienza, d e che sono intuiti apriormente, onde non abbisogna

ci de

tinger'li'
I1

di ,at-

esperendo,

a priori r i c h i e s t a peh6orLzad,L.hzv,tabi,UA da'lla 'presenza' di oggetti NON d'esperienza" Poi che I'umana

procedere

di

Kant cosi

si enuclea: I'intuizione

queElf 'oggettf

"intu'izione" e s c l u s i v a m e n t e'empirica', quellt,'intuizione' illusoria e, dunque, illusione

negabile

' e la 'loro "metafisica", si che la i

n-

non

'la metafisica, non se stessa, che rc.tLa effettiva di 'cri tica'. Che l'intuizione -l'umana- "" per se stessa solo'empirica' d e v e poter signifcare ci che Kant non consegue: i sapere empirico dell'essere empirca dell'intuizione umana. Non qui luogo per tale conseguenza, mentre lo per questo: i procedimento di Kant c o s t i- -----\ tuti vo (interno) della "metafisica" opropedeutico?
VI

rducibile- mette in crisi,

ne.taythqti-cn nnfulul,i,s -es i genza negando legittimit, quel-

effettvamente ci che la "dogmatica" NON fonda, dunque m a n t e n e r e la sua 'pretesa' di oggetti e t o g I i e r e la pretesa che sia fondata la loro 'conoscenza'. Se non ch Kant considera "dogmatica" la pretesa di quegi "oggetti", onde i suo inteso 'fondare' , piuttosto, un d i s s o v e r e, per altro richiedente ciche deve venire 'dissolto': la "metafisica dogmatica"" 0Fd, 'prima' del porsi kantiano la metafisica condonde se stessar p!F oggetti pretesi, con le 'scienze' alle quai si assimila, e r r a n d o" Come -prima di Kant, dunque
non

'costitutivo', la pretesa intuizione apriori di 'oggetti' NON d'esperienza, quindi 'la "metafisi ca illusoria" nonch la dimostrazione -improgredibil e pq. chZ definitiva-.di quella 'illusione' S0N0 essenziali alla VERA metafisica, si che SEMPRE esster, pF essenza del la "metafisica critica", quel'la "dogmatica". Se ',dogna tico" ci che non "" criticamente [anda.to, 1a "critict,'
Che se esso

se non

onda

re

- l8 storicamente- la metafis'ica NON riconosce 1a pncp'jr.'natg ra"? SE l'errore scoperto 'necessario' alla SUA scoperta, pnima" non era 'errore', essendo "momento" del processo culminante nel saperlo finalmente 'enrore', md i nBtafi sici 'dogmatici' erano nella VERITA' unica loro possbilel L'errore come fnLe, nfatti, per struttura il "N0N cosi, MA altrimenti" e solo apparendo Io "altrimenti-da-cosi" es so appare 'errore', S che, piuttosto, a dirsi questo T non 'prima' di Kant critico, la metafisica e r a errore, ma 'dopo' la critica di Kant ogwL (altra) metafisica f a 'f s a" Fa1sa ytutcl. non pi necessaria a'llo 'sviluppo' della RAGIONE, sviluppo che consiste, peraltro, ne1 pnoeeL Ao -unico- che esige il dogmatico senza essere 'dogmatico'. NON propriamente 'sviluppo del1a Ragione', dunque,ben si'sviluppo come ragione'per i'l quale -fnesorabil mente- la RAGIONE sdoppiasi in SUO svi'luppo e in 'ragione' -non storica, n storicizzabile- del SUO svi'luppo " Lo adop p.ntui , cosl , senza ' ragi one ' , essendo La rag one e, dunque, ragione come suo sdoppiarsi " In quale dei DUE sdop piati "" veramente Kant? E, con Kant per paradigma, i di scutenti a'legittimi t me,tn"(i,siea de1'la metafisica? E se, di contro, il procedimento kantiano p r o p e d e u t i c o, allora que11'essere 'errore' del'le dogmati che, dissolto nel venire storicamente rconosciuto, storico appunto, ma in tuL(wfuentn non eludibi'le a'lla ve/La,
\r

ca incryanto as"metafisica" o "critica", d S tori scurante Ia pndi"ia validit "in futuro", definitivamente; s to r i ca ='Tnqu,qylfo comparente nella storia nella
"novit". E Kant -e

SUA

quanto',

si

i discutenti- in QUALE dei due'in


VII

collocano?

vocare "intuizioni apriori" di oggetti e'concetti puri'. I1 fondativo -basilare- dell'equivoco questo: il mancato a v v e r t i m e n t o che la VALIDITA' delle "intuizioni" non altro se non r i f e r i m e n t o

del

la

L0

ERRORE

metaf i si

ca "dogmati ca" , per Kant, questo: e q u i

-fatto

essere veramente nel riconoscerlo-

ad una

19 -

'disposizione' {iduor'-immediata- di conoscere oggetti 'real' non d'i esperienza. Fino a che la fiducia persiste la dogmatica. E solo a condizione che ytuuiste, 1r la fiducia ai lnor.twi -incrinando se stessa- di s dubitan U do, non pi "cieca" e dormiente, sar quella "critica"" Se non che, la mmediata 'fiducia' nella propria capacit non altro se non la stessa disposizione 'natura'le' della nngone un&n&, si che questa persiste -indisturbatanel proprio sonno, iegittimo per natura, o non ESSA che dal SUO sonno si desta a dubitarsi " La 'umana ragione' -per sua Nafun- dallaNoun appunto pontata. per entro la sua "fiducia", per s immediata, a conoscenza a.t d.L LA del'l 'esperienza, s che questa "na tura'f ita" la yu,tuna.U,s Mefaphqaica non incrinata da dubbio" E il dubitare di se stessa ha per nascimento SE e solo SE essa di gi'incrinata'e per dubitare e per riconoscersi dubbiosa. Ne'l suo essere "naturale" quella pretesa si dn/.furna'legittima o viene meno a s, contraddicendosi.Quel la, dunque, che si incrina, per il venire meno a s della fiducia, non la "natura'lis" come ritornante su di s, 11
QUESTA

-possibile- 'esperienza', l dove i "concetti puri" puri sono da e,sa, ma puri puL o in {unzi,one di essa. E da che prtovwte 1a 'assnza' di questo avvertimento? Qui I'inatteso" ESSA proviene e inevitab'i'lmente dalla ytnhttn Le dlsposizione della mevueh,ti.c-l+e Vennundf che a n d r e al di l del'la poulb.Le 'esperienza' o 'trascendere'i 1 imi ti propr, intrascendibi'li, di questa.

bire se stessa delta natura ingannante. Se, comunque, l; non sopprimibile esigenza "" di trascendere i LIMITI ine renti al 'riferimento all'esperienza', per tale esigenzal a s lasciata, questi non sono "limiti" affatto si che es-

a 'domandare' circa le sue pretesen MA un'al tra, in totale d,scontinu,f.. Per altro Kant dispone, invece, di f i d u c i a che ESSA incrini la fducia che "u e, tuttavia, resti la medesima, divenendo critica. Alora che egli declara essere \a nntunal-'s, nsiem!, 'reale'perch non vincibile nel proprio e s i g er e e'dia'lettica' come ingannevole, i n t r o d u c e l'inganno nella 'natura', modificando ad arbitrio come se possa esservi "inganno di s" o il.uinnz che sarebbe su
flessivamente

-20quelli che intanto, per esigenza, trascende.


sa
NON

intende trascenderli, fidando che

NON

siano

limiti

Per 'convincene' quella naturale disposizione a NON trascendere limiti BISOGNA 'mostrare' -o dimostrare' che essi S0N0 e BISOGNA che essa lo riconosca, i che signifi ca COSTRINGERE la naturale djsposizione metafisica a non essere l'esigenza che , riconoscendo di NON poter essere
COME

non

DOVENDO

essere come .

VIII
Ci che Kant trovasi costretto a 'cercare' i1 M0D0 poss'ibile di limiti estrane all'esigenza, che l'esigenza stessa niconosca per SU0I. Per questo t e n t a r e -non della metafisica, ma di Kant- I'esito che quei "limiti" NON poaaono venire oltrepassat, perch NON devono venire oltrepassati, stante il fatto che, di contro, vengono o1trepassati per esigenza; ma altresi che essi NON deuono venire oltrepassati perch NON possono venire oltrepassati

'esigenza' e, dunque, a necessit di far valere l'esigen za SENZA il processo che da essa deriva. A cospetto delle antinomie -riconosciute- I'esigenza p a I e s a di essere bensi esigenza di 'oggett' a,t- di L. de1 conosciuto da esperienza, ma esigenza di conoscenza effettiva e, pertanto, incontraddittoria, si che perma ne 'esigenza', restando non soddisfatta da ci che, ancora come esigenza, dava per apriormente 'intuito'" Cos l'anti

VIETO alla "umana ragfone" di oltrepassar'li, come intanto d,L daffa accade. Per suo Le.vutanen, egli va'l orizza a pro va un f:1_!J_q: che le "netafisiche" oltrepassanti danno origine alle 'antinomie' insolubili, onde non v' tesi metafisica in forza uLLa" sua antitesi. Dell'esito antinomi co -che esito non - qui importa domand SE esso si gnif ca 1' ywceefnbi.Le. conseguenza contraddittoria della menphtqtitn ynfuts.tis a s abbandonata per SUA

senza contraddizione. Egl i non pu non mantenene quei ' I imi ti ' e 1 'o'ltrepas samento come ci senza di cui NON pu dichiararli invalica bili, XinLL appunto e senza di cui NON pu decretare DI

il

la

-21
nomct delle tesi (ch lnantitesi pur tesi) , pi ra dicalmente, antinomicit dell'esigenza che DI tesi e DI tesi non contraddittoria" SUA antinomia nella d o p nunciante al suo andare al di l e di 'accettare' quel1e antinomie, rinunciando all' incontraddittoriet. LA DUPLICE 'rinuncia' appunto essa contraddittoria e, tuttavia, la medesima rinuncia che Kant i m p o n e alla "umana ragione", ch, PER non incorrere nel le antinomie, le d e t t a di incorrere nella contraddT

i a impossibilit di 'ripiegare'

sull'esperienza,

ri-

zionedi e s sere
qua

I'irrinunciabileesigenzadi andare oltre I'esperienzaedi r e s t a r e, invece, al di

contraddizione, questa, d e t t a t a da Kant se non in quanto nel suo d e c r e t o, scaturiente dal considerare la contraddizione originata dal'lo andare al di l -per esigenza- e dal non considerare af fatto clue.tb contraddizione originata dal contraddire 1a stessa insoddisfazione per 1a quale utgai lo andare 'al
NON

di essa.

qw 4k5..9-o"i de-l 'bisogno da soddisfq.rgj ghg/ concide con l'esperienza istessa. Se, infatti, qualcosa/ e s i g e altro da s, lo esige in quanto, incrementan-l dolo, Io i ntegra nel suo'essere', restituendolo a se stesso. 0nde l'esigenza di conoscere ci-che- a&\ ',tne 1'esperienza inclusiva del'l 'esigenza stessa di coj noscere ci SENZA DI CUI ci che intanto si conosce NON le ,,tegneheufe 'conosciuto'. N v' -possibile- un cono i 'scere d'i v e r s o se non in quanto "", richiesta dal conoscere, questa diversit" Appunto, CHE I'esperienzq gi.q enyt.inirn vuoto tuLpe-tene, chg troppo sarebbe dir:e I'taume e s p e

di.

l'"

!a

e--F

r -i i enz a

g- D z-,1'*--ap-pun,to,.appa!e

'dittorio:
:!he

to impossibile

si compla.

esso NON d e t t a affatto, poi che gappunche si compia mai ci che egli .V, I E T A,

f
i

-2?IX'
PUO' essere "metafisiea" che pretenda di po: SUOI, n sedere conoscenza'empirica' di o g g e t t i che consideri'empirici' i suoi o g g e t t i, s che, per ta'fe verso inlevaa.to vietare ci che, nel dirsi "me ta-fisica", essa non si a r r o g a affatto. E' qui, pe F, a n c h e significativo il paradgma d Kant, secondo direzioni o risibilmente enfatizzanti -come per la insipienza teoretica di Carnap- o comp'licatamente intrica te -come il RITENERE che 'empirico' sia I' o g g e t t o della "metafisica" ) a au.a ituapu,ta, onde non si discute il suo RITENERSI "scienza del non sensibiIe", bensl i'l suo
NON POTER ESSERE

vi

"- criteriato, unicamente. I.''sapersi Quj, puntualmente, si j n c e n t r a 1ta.b,sutdm. Per sapere SE il mio sapere ci che i n t e n d e di essere, ossia "sapere", d e v o sapere 'che cosa ' IL
SE

n t e n d a'sapere' non si contesta, l dove si contesta che p o s s a intendere di sapere me,fa(i,sira.mente, nel modo a se stessa on,[onne e da essa -da] SUO

tale. Si enfatizza, per paradosso, in quela "filosofia scientifica" che -con CARNAP- dopo avere 'teorizzato' la insensatezza del d,,scu.tuce senza tener per fermo il "sistema di riferimento" proprio, della metafisica si d is c u t e, appunto IGNORAND0NE il sistema di riferimento" Si complica, per insipienza, in que filosofare che s t g t u i s c e il "non sapersi" del'la metafisica alla qua1e, per altro, tew,tfi, (wna. come que'lla cui lo si r i v e I a, deve attribuire un "sapere" e per an sapere che ignora ci che v e r a m e n t e ""n Che la metafisi-

ca i

n t e n d e r e questo: DI sapere. Che la metafisica ignori ei che v e r a m e n t e -non altro che pretesa- questo 'importa': che j n "" t e n d a di sapere SENZA poter "sapere" i pp,io "in tendere", che vi scada a [nnLnfendene se stessa onde ]'er
inerente

e saperlo nei MIO sapere di cui -intanto- domando sia o non sia SAPERE. Con ci, il MIO sapere di gi NON IL sapere stesso o di QUEST} poatuAo;.che ESSO non sappia SE sia o non sia e di gi l'u c o sapere
SAPERE

allo i

-?3meneutica, soccorrendola, la s v e I i, finalmente,che cosa propriamente ESSA "". Qui non mette conto pneei'sa.tte

istorialmente che, di volta in volta, I'ermeneusi, per SUA struttura esigente equivoco, dica in che consista l' aI i e n a z i 'l'ermeneusi o n e "metafisica", mentre non prescindi appunto, e S0L0 pelr essa, metafibile che per

sica"" a1ienazi one" Se, infatti, viene 'digitato'

ermeneuticamente

lo

es-

sere 'alienazione' del'la metafisica, CON -non "mediante"il ricondurla ad altro -da- essa, ancora "metafis'ica" IMPOR RE'la domanda, non ermeneutica, circa la possibilit ste: sa dell'alienazione. Su questa linea accade, istorialmente, che s'i fiacchi
no anche menti speculative dove conclamino una "abissale alienazione" come quella che "perdita" od "oscuramento" della si detta "Verit dell'essere". Ci che la metafisica

cons'iste l'alienazione -supponendo 1a possibilita- ma COME e, dunque, SE essa sia "possibile" SENZA ad n{ini,tun presupporne la possibilit, m i t i c a m e n t e" Sottrat
non evidenziato "mito", I'alienazione ""u infatti, gi la caduta in un abuttdum, ma lo abaundun della "ca duta" chesarebbedellaVeritstessa, a I i en an t s i da se stessa. E ci in modo non dissimi'le -nonostanl ti le raffinatezze elaborate- da quelo in cui Kant si imbatte in una NATURA che contraddice se stessa nella "umana

impone

quichesi dimostri

nonin che

ta al
non

ragi one"

.
X

Quella neduinc "ragione" che la Natura -qui paradigma lingusticamente improprio e mit'ico di uno 'stato

che, riconosciuto l'inganno, lasciasi sempre ingannare ed E' quella che, c o r r e g g e se stessa, ma cancellando il proprio -donde proveniente?- convincimento che la "llusione" sua possa venire e v i t a t a e, convinta della sua inevitabilit, la tiene per "i I I usi one trascendental e" .
Se

sospingendo oltre originar"io'- inganna, limiti E' quella che riconoscesi 'ingannata' ed E'

que'l1a

lo

IMPORTANTE

effettivo del procedere

kantiano

_24_
-come Hegel in ptunu ha veduto- I'esito antinomico, ]o IMPORTANTE riconoscere il carattere antinomico del procedere fi no aquelle"antinomie". Ese lava'lutazione kantiana della "dialettica" di r i f i u t o, poi che ancora'analitico'il modo di intenderla, non va per duto di vista quel'la RADICE di ta.Lz 'dialettica' che la scissa non-unit di "esigenza" metafisica insopprimibi'le ed ncoercibile e "illusione" conseguente a'l tentativo , falIace, di soddisfarla con Ia "metafisica". Le raggiun te antinomie vi costituiscono'-per Kant- la "prova" che il

procedenedelle "metafisiche", nel "sonno" de'lla ra$one rsogno"r,ma da un canto noL 'suo ogna (le "tesi" metafisiche) si oppongono tra lo ro in antinomia i "sognati" senza che sia pi "sogno" (rJ
come?) e il loro trovarsi in a n t i t e s i e il riconoscere I'antitesi in cui "" ciascuna "tesi"; dalI'altro, non era sogno quella ESIGENZA in virt de'lla qua'le fi duciosamente facevasi metafisica, sognando di farla. ESIGENZA metafisica e Me.&pl+qalot na,funa,[.,s sono un
me.es.tno,

fiducioso acri

ti co

soddisfatta epper risorgente sempre- pur quella che ri c o n o s c e, nella ragione, ci per cui r e s t a insoddisfatta dalle "metafisiche" che ben a diritto sono

l dove, di contro,

1a "esigenza metafisica" -in

e con la quale s o r g o n o. Questo Kant non sembra ve dere, ma -ove Kant fosse e([e,Ltivanetq.te "metafisico"- nuT la a Kant importerebbe di non vederlo, ch, si diceva, iT metafisico NON PUO' riconoscere validit alcuna alle critiche evenienti. Se, per, istanza , nelo i n t e n d i m e n t o kantiano, quetd: che, ritenendosi con RAGIONE, la metafi sica si espone al'la RAGI0NE come tale, allora la RAGIONcome tale discute a n c h e Kant -e, con lui, ogni discutente-.

"naturali",,senaturale

la fi duc i a dalla

quale

XI

In
zi one",

modo NON dssimile parlaredi"aliena comunqu e ma,t e/Lia,tp nel I a ' i ndi caz one d,L etre c

ogni

'

1?5_-

a ritroso DA l'incontro con il dichiarato 'assurdo' VERSO la e s p l i c a z i o n e do, tu4iatte del f i nsorgere di tal e 'assurdo' e noma 'a'l i enazi one ' appunto i1 SUO insorgere" Lo'in che consiste', di vol ta in volta, il d i m o s t r a t o assurdo -che dimostrare CHE non dimostrabile, mentre da dimostrare e si dimostra CFIE esclude ogni possibile dimostrazione di s-" Lo rche ' -presentandosi- , per ogni volta, il (a,tto che, NON OSTANTE il SUO non poter ESSERE, di

sista,

muove

{a,tto

C'E'

sempre, comunque, ver.6o ricerca di COME spiegas il suo iess!F! nato. Allora che si dic[ifara 'origine' sua ]a AiLIENAZIONE,

clu covuilte e i1 (a,tto clne e', si r e t r o c e d e vur/so la talora sprovveduta 'indicazione' di momento storico in cui n a s c e i'l dichjarato 'assurdo', ma

A condi zi one

di ta'le dupl i ce ' tener fermo ' I o

Ln

con a'ltronon s'i fasenon r i petere altra parola -magica o mitica- quel duplice 'tenuto fermo', come se valesse altra parola a SPIEGARNE il nascere. Nella nomata 'a'lienazione' -intanto- convengono i MODI non identici di quel 'tener fermo', poi che tener fer noehequalcosa "" assurdoconsiste nel d i mo s tra r e che lo rrrr NON 0STANTE i] SUO sembrare che NON lo sia; mentre i'l 'tener fermo' e!'te. esso C'Er, NON OSTANTE che NON pu essere, consiste nel c o n s t a t a r e e, dunque, nel mantenere il constatato, mantenendo validit alla constatazione che, per 'lo pi, nomasi 'espe-, ri enza' . colL,_{qyq g"p-Lo_vJ--e-dg!_aryn,te r ggel' dimgsJlql-e.l !

-senza di cui non pu esservi contraddizione- bens tolto dalla contraddizione che "medesimo" NON 1o lascia e s s e r e e, tuttavia, riE
"medesimo"

il

'?6ch'iesto dalla dimostrazione che "qualcosa assurdo, mentre non sembra esserlo". Qui, il "medesimo" sarebbe -e , insieme, non sarebbe- 'esperienza' e 'ragione' o -altrimenti- TRA di essi NON sarebbe contraddizione alcuna, poi che l'una NON smentirebbe l'altro e viceversa sotto il nel,u.no apQ,tfo" PER che esperienza (o rauutta 'constatazione') contraddice ragione, S!, intanto, esperienza e ra gione non sono intesi come tali DA potersi contraddire,os sia come un meu.no sotto il neduino aspetto? Ad onta di ogn sedicente 'rigore teoretico' qui dispiegato, deve

a c c I a r a r e l'assoluta itaeuafezza dello AVE GIA' previamente DIVISO ci che, eoai- d'Lvi,to, viene f-at to va'lere quae o p p o s i z i o n e in cui'esperien za' dmeniace ( la parola usata) 'ragione' (o 'l 'incontraddittoriet di ci che "") e i n s i e m e NON v.ce ne d,Lvi-so affinch, appunto, vi possa incorrere 'contradl dizione'" NON per effettiva importanza -ch, a questo punto,pa lessi effimera una pretesa 'ricerca' di soluzione- MA per il clamore che quello insensato procedere suscita mette conto che si ribadisca. In tanto pnuenfntc opposizione (smentita reciproca!) di 'esperienza' e. 'ragione' in quan r.,,i., to e so'lo in quanto entrambe si riferiscono ad un medesimo e per ci, nel riferirvisi, tono insieme un d,Lvetu. nL{e-> ) ntnti per il quale l'una DA'ci che l'altra TOGLIE -(che, I nel caso, esperienza d,b. 'divenire' e ragione lo_toLga)ed un mel.uino tL6aA per il quale ci-che una to$'tie "" ci-che l'altra d. QUESTO'ci-che' NON PUO' NON veni re riconosciuto da e n t r a m b e ed entrambe NON POS] S0N0 NON riconoscere il venire contraddette ciascuna da'l-

si

RE

meluino per riconoscersi contraddette Cosl, appunto, p F i m a -in senso forte- di procedere a t o g I i e r e quella'contraddizione' devesi
dizione e SE, stanti queste CONDIZIONI, essa piuttosto nonsia NEGATA come 'contraddizione', non essendo vutomwtfe
P0STA mai.

re

I'altra circa oci-che'

il

entrambe NON P0SS0N0 NON considera

stabilire A QUALI

CONDIZIONI essa sarebbe

effettiva

contrad

insipienza speculativa- allora

Che se questo STABILIRE priormente

di certo c o e r e n t

si

disattende -per
e

-27

ricorrere ad ind,Lvi-duilLe una ALIENAZIONE proprio 1 dove income impossibile'contraddizione' e far d e r i v a r e -nella pretesa, invece, originariet- questo: ehe que1l'esperenza attestante 'impossibi'le NON ve ra 'esperienza' onde I'attestato 'divenire' non attestato affatto. La c o e r e n z a cosi dispiegata pu aenbnanz RI GORE, ma non lo , appunto perch consiste nel far d e r l v a r e da ci che dovevasi -ancora- discutene.
XII
Che cosa pnopu.anetf.e denominasi'al iglazione'j.itt ESSERL poi che -invecetenere cluuto "ritenere" ritenuto che sia e che sia NON entra

@_PUq'

r!

nel'la 'alienazione',bensl anti la p r e s e n t a e, dun que, NON ne sarebbe incluso. SE ritengo che "" ci-che non-pu-essere sono nella 'alienazione' (che "" questo mio g$ , I4A clne'i1 fatto che-ossia I'alienazo t ne- non 'alienazione'. PERCHE'?
Perch rrrr un "poich"

alienazione"'" clue,sto medesimo r i t e n e r e D0NDE deriva la d i f f e r e n z a tra il ritenere che "" alienazione e il fatto chz "" non-alienazione che 1'a'lienazione ""? CHI cada in a'lienazione, cade -per tesi- nel rite nere che "" ci-che-non-pu-essere, ma vi cade v e r a -m e n t e appunto perch, riconoscendolo in alienazione,si riconosce cl+e 1 'alienazione, anch'essa, E'. Riconoscers'i in al ienazione IMP0SSIBILE, ytateh l'alienazione NON pu riconoscere SEr come 'alienazione'. Di qui i n e v i t a b i I m e n t e, una volta che si ricor ra a parlare di "alienazione" a propo6itci del ritener qualf cosa, I a di fferenza u/srf,a, tra "consci o" e " i nconsci o" , non senza la sfumatura -tutta fatua- di "preconscio". Allora c' alienazionericonosciutaquandosi al tri da essa,
riconoscendola, s che allora la 'a'lienati'. Cosi da un canto

perch NON PUO' ESSERE. Contenuto -diremmo- di alienazione :ci-che-non -pu-essere viene ritenuto essente; l dove lo 'essere in
NON

[a,tto VALEREj invece, non "" per quanto sembri esser e

, un podt $ac"tun che qu'i viene ' e di fatto ritengo che sia c che,
E'

si

riconosce quando NON si VANO tentare di convincere

-28_
lo sforzo a farlo-, p r e uno stato di gi PASSAT0, appunto perch non puil rrrr e, insieme, appare come "" solo qua! APPARIRE allorch
per i1 quale, lrw-e*-c; Tntione -MIA. '-*--i-a sl---dett--'talsa coscienza' -prodromo di una sospet tosa per natura 'psicanalisi della storia'- non altro che coscienza [alsafa (appunto a]ienata) DA una coscienza A SE STESSA sempre vera, cosi come A SE STESSA sempre vera quel I a che vl ene a.Uafe o, megl i o, ' i nverata ' " Parlare di 'alienazione' , dunque, m i t o. E mto procedere a d i m o s t r a r e in che consista, deter minatamente. E mito , per tale dimostrazione, p o s t uI a r e che essa sia 'possibile'.
do non

lo 'alenato' a disalienarsi -e, per tal


pi.
Ad essere

verso, rsibile d9 altro canto l'alienazione s e m

alienato, dunque, so.]o I iALTR0

XIII
paradigma kantiano u n g anche in questo procedere rnLito che, sprovvedutamente, non solo rit'iene di avere g u d c a la metafisica senza che sia "metafisico" tale giudizio, ma altresi ritiene che la nreta6iira, ,stuaa sia 'alienazione' e, per la sua portata storica, al ienazione fondamentale. Invero; ci per cui "metafisica" sarebbe alienazione indicato nel suo d v d e r I'essere (ci-che

Il

to

divisione che si dimostra NON essere possibi'le, essendo contraddittoria. Che se, allora, si dimostrasse che contraddittorio NEGARE questa divisione, alienazione sarebbe ritenere alienante la metafisica. Di qul 1o scambio, esplicito o imp'licito, di 'dmostrazioni': que'lla d esse che risulta non-controvertib1e "" quelIa che, con ragione, d i c h i a r a Qi ipao alienante l'altra. Restano intanto fuori gioco le posizioni nelle quali, ritenendosi appunto'fuori' dell'a'lternativa "metafisica AUT non-metaf'lsica", si , piuttosto, in completa balia del-

e ) in un 'mondo di cose' -perituro- e nello IMPERITURO trascendente il mondo. Alienante appunto sarebbe QUESTA i

l'alternatva.

-29Va ribadito questo: ogni qual volta, incorre il termi ne'metafis.ica'r'ncornononel discorsoi s i gni f i:

cati

per i1 quaie "metafisca" divisione in "mondorr e rrD'iorr : una volta cos stablito, cosi -e non a'ltrimenti- corret to usarlo da ch io usa" Appunto, con la dichiaraziore, anche implicita, di un'significato' o'senso' si dichiara s c o r r e t t o che si contesti c1ue,L significato o sen
s0.
Con ci ogn'i djscorso che si svoga pu essere c o e o non-coerente cctn 8e aturo e, dunque, discu-en tibile escttLvanewte in ordine a tale SUA comunque intesa "coerenza". Consaputa nella sua effettiva portata, questa

senso a'lcuno 'dimostrare' che un qua'lche "si gni f i cato" o "senso" non c o r r e t t o, come -ad esempio- quello

e'i

sensi

neiqualilosiusa.N

ha

te

le critica alla critica, nonch a questa stessa esc'lusion6" Qui -a rigore- "significati" e i "sensi" con i'l loro svolgersi in discorso, interno ad essi, hanno bens oE (gwLdiritto a porsi,naytenel'. v a'l g o n o come 'le cosJ I SpnEsstoNE de] discorrente, o SUO modo di vedere (ch dunque, i1 diritto, a discussione aotunt, con Qui, rrtr non s pu discutere una 'espressione di se stessi') ANCHE i1 rctitutttte, con pari diritto a'ltrui, ogni a'ltro a di
anel+'a*Ae

del'discorso' e s c I u d e ogni di ritto alla 'critica', MA ANCHE -ecco il punto- a'll'eventua


'interna condizione

scussione. Che se, invece, insorgono posizioni 'discutenti', -a pari dirtto- e s p r i m e n t i se stesse, si sottraggono a discussione, onde il loro 'discutere' non VALE per ci che discute, ma per il da.tio che, discutendo, e s p r i m e se stesso. Lo eventuale venire 'condivisa' -da pochi od anche da tutti - de'l I a posi zi one 'esprimentesi ' nan tlu's{oanra questa in VALORE indipendente da'll'essere 'espressione', s che 'l '0PERA del f i'losofo , comunque, i'l f i I osofo che opera Que,sta -che ad un Dilthey pu essere sembrata radice 'po9 tica' d'i ogni metafisica- , invece, 'la m o r t e stes sa del'la filosofia. E' 'morte' della filosofia, se dalla filosofi a iyue ytanabi,Le 1o i n t e n d e r e il V[BO" N, peraltro, v' 'espressi one ' che Lr.endl. di essere non al tro che 'e"

_30_
spressone'ne SU0I sgnficati- o, dunque, che i signifcati siano solo SU0I- essendo infettdinenfo di chi, comunque, significa significare il VERO che tale VALGA uni: versalmente e sempre. Dichiarare un'opera non altro che 'esprimers' dell'operante equivale, pertanto, a questo: d e p r m e r e l'intenzione costituente di chi opera a lui che opera, d contro al SUO operare inteso.
E se

sprmervs', ci accade in quanto, con ci appunto' intende sottrarsi a dscussione impropria e impertnente. Il medesimo vale per I'accettata "provvisoriet" del che il 'provvsiorio'E'in s i1 ptw visignificare, suo ,sa, ci che, intanto, si pone in attesa del 'definitivo' non rinunciabile mai. g- Questo, dunque, a tenersi fermo: che dall'opera ottenere la -in cui wtche si esprime- l'operante interde 'l'essere d e f isignificazione del VERO,. cui attiene perch NON n i t i v o e per ci NON 'temporale', posizione, d.6tttutr3. sua atonicet la 'temporaneo'. Se la sua intenzone, tanto che operare bensi a t t r a v e r s o it tempo -suo medio- ma non per il tempo,on: de il tempo N()N -ad onta di Heidegger e dell'impotenza speculativa-'orizzonte' del suo'esserci' "J,. Sono da evidenziarsi qui le sequenze. Pe,primo: che la intennn co-Jzuva. di significazioni mantenute nel discorso NON ha fine n s, bensi nella u n i t a r et a condizione dell'inteso VER0. Per secondo: che, per ci che attiene l'uso del termine "metafisica" nul'la di sensato pu obiettarsi a chi 'decide' un determinato 'significato' (come quello sopra memorato), si che v u o t a una critica poggiante sul detto 'quel'la non metafisica'. Per terzo: che nello i n t e n d i m e nl t o di chi signifca -e svolge significato in discorsosottrarsi a discussioni non pertinenti,NON a discussione ainpU-o-.telt, poi che, nel muino intendimento "" a'ltresi che sia effettivamente e PER SE' vero i'l VER0 inte so, onde NON PUO'NON accettars il venire da ESSO discG si. Cosi, se, una volta denominata "metafisca" quel'la 'divisione' in "mondo" e "Dio" ed una volta che si riten

-di fatto- accade che il 'significante' in opera fa propria la PERSUASIONE che OPERA SUA "" il suo 'e-

_3t
iienazione" il ritener possibile l'impossibi'le, a I I ol r a non conseguente, ma t a u t o I o g i c o con ciudere che metafisica "" alienazione. 11 punto, infattT, non se cluufa. metafisica sia, invece, possibile (ch gi predeterminato dal SUO discorso la sua non possibilit), bensi SE la metafisica tinp!,i-,tuc sia non altro che cque,sta, cosi giudicata. Due linee, pertanto, di 'critica' si paesano qui;uel la che -al'interno di una 'definizione' di metafisica- mi raa sa I va re dacontraddizfoni, mediantetentatE dimostrazioni che contraddizione non v' e quella che ovn ce ci|t puc ewL si fa valere la critica al'la metafisica, ol sia'l' i n t e n z i o n e del VER0, puL Ad. definitivo e universa'le. Se, alIora, "metafisica" nomasi que*tn intenzi-one, non solo la metafisica indiscutibile, MA essa E' ci che effettivamente discute; non solo essa fuori criga dimostrato essere divisione impossibile e denominato "a

ti ca, essa E'


Con

'sedicente- il definitivo coincidente con il VERO, ma s "meta-fisica" il non coincidere con i'l VER0 che in af,to la 'krisis' stessa di ogni accertabile metafisica che pretenda di coincidervi. Cosi, il paradigma kantiano signifca anche ci che presiede 1'uso kantiano: dove Kant opponga "metafisica critica" a "metafisica dogmatica" si e v i d e n z i a i1 senso di tale opposizione, che 'l'essere critica della metafisica per l'essere meta-fisico della rcritica' in atto.
denomina
XIV

ci non

Lo. clLiLLn, i stessa . dL $a di una. accertabile "metafisica"

dunque, insensatezza tenere questo: che "metafisi ca" non altro che "fisica", ossia ancora e solo 'espe- rienza' che ettedu diversa e, dunque, i4nonn per 'illusione' ci che v e r a m e n t e "". Allora che dice si NON trascendibile I 'esperienz a con I'esperienza stess-, ripetes non altro che questo: ancora 'esperienza' a n d a r e a'l di l di s, onde essa al di l NON PU0' an-

E',

'.---

-32dare.

-e qui devesi penetrare- 1'esperienza, che equivaleappuntoa f i s i ca, vienecost- dichiaratae,saa it "tutto", si che NON I'esperienza cosi si afferma, MA il suo essere-l-tutto, ossia il TUTTO che viene denomi
t"lA

-ir

nato "esperienza" Anzi che r e s t a r e -come si crede con quel ri lievo- "entro i limiti" de'll'esperienza, si assume quel 'restare' che coincide con quei "'limiti" C0ME iI TUTT0 e, dunque, contradd"icendosi, del TUTT0 -non dell'esperienza- che si pretendono "lmti"" Cosi, piuttosto, df contro a'll'insensatezza di una metafsica che -suo malgrado fisica, questo si DEVE dire: che la fisica "" gi -suo malgrado- metafisica" Lo surrettiziamente al'lorch inyil,Lo,te assumesi COME il "tutto". Lo effettivamente nel senso che NON PU0'essere ci che , nei suoi limiti, dove e s c I u d a la metafisica che rrr1 il non-fisico non iche ae, con il tutto si identifica, allonn- insensatamente il tutto che sarebbe I i m i t a t o nel suo stesso, per essenza, Ron esserlo. QUELLO r e s t a r e aL d,L qrc di limiti per il quale si pretende di escludere la meta-fisica NON si compie se non a cond'izione di NON te,stnne, po che questo eqwLvale ad identificare il TUTTO e, dunque, contradditto riamente ad averlo t r a s c e s o. Per non trascendE re l'esperienza, infatti, si trascende il tutto denominal to -e confuso- "esperienza". Onde -a dispetto del progetto- UN trascendimento di gi avvenuto, ma que,LLo che NON PU0' avvenire, l dove NON PU0' NON esservi l'autenti co trascendere che "" il NON f s i c i z za r e iT

dentificarsi con il tutto:

TUTTO.

tafisica, anche se Ia parola "metafisica" -nel'l'uso trasla to che se ne fa- non loro. Ci VALE per ogni tentata e: sclusione del "meta-fsico", nonch per la pretesa alienag e n t e -per colpa del gi alienato Platone!- nello (fantomatico) "Occidente""

infatti, che i s detti "Presocratici" parlavano di pttqtit, ma era 1o i n t e r o che pur intendevano, la loro i n t e n t i o appunto di gi me
Se

vero,

zione v i

-33XV

accertata "metafisica" per f i s i c a al pencha m e t a f i s i c a affatto, contraddice lo irrinunciabile PER SE STESS0 non fisicizzante -o considerane "esperito"- i'l tutto. E ci accade NON solo -come Kant ha in vista- con il pretendere "ogget ti" propri, MA aitresi e fondamentalmente con quel1o escludere i1 "meta-fisico" sulIa BASE del fatto che quei pretesi "oggetti" s o n o, invece, fisici nel loro essere "oggetti " Che l'oggetto -come tale- sia "fisico" (o di "possibile esperienza" come ambiguamente Kant si esprime) tag tologico,1 dove, di contro, che "metafisica" non sia po: sibile ytuceh l'oggetto -come tale- fisico d e r i v a dallo avere accettato ci che ANCHE si rifiuta: che la metafisica, PER SE', pretenda oggetto. NON solo, infatti, e: sa sarebbe di gi "fisica" allora che pretendesse oggett "empirici" (ci che ins'ipentemente ritiene I paradigmatt co Carnap), MA sarebbe di gi "fisica" allora che pretendesse di avere "oggetto" (ci che, comunque, continua a ri tenere il paradigmatico Kant) E' vero, infatti, che per 1'esclusione di "intuizione non empirica", Kant d,,seu.te i1 preteso "oggetto" (p'lu rimo nela MotapltAtica del'la metafisica, MA e^pLc,nL,U) gli r i d u c e a mera "esigenza" -escludendo che sia cosi 'scienza- un essere "metafisica" SENZA oggetto" E ci che a Kant non BASTA , appunto, la pur incoercibile "esigenza metafisica", s che non pu non andare n cerca della "soddsfazione" (metafisca) di tale "esigenza". E qui i'l suo paradigma deve venire ancora d i s p i e g a t o" Una vo'lta che "es'igenza" -pur incoercibile ed irrinunciab'ile- non basti, anche si IMP0NE che metafisica effettiva sia il TROVARE -e definitivamente- ci di cui v' 'bsigenza". Semetafisica trova re, ogni ricerca, fino a che sussiste pre-metafisica, poi che la "metafisi ca" , di necessit, i'l f u t u r o della (sua) ricerl ca, a quale s a r -al futuro appunto- i1 passato del Ia "metafisica" In qua'le 'rapporto' trovasi i 1 conoscere L Si.A ci -che

lora che NON

Una

"

"

-34s cerca PER POTERL0 cercare determinatamente e {l


non conoscerl o aneo,La. PER DOVERLO cercare? Questa domanda che i n v e s t e bens la'rcerca' come tale, se questa s u s c i t a t a dal SUO cercato, ma cos non si pu ne gare che la 'ricerca' E' una conoscenza inadeguata che t e n d e alla (propra) adeguatezza. PERCHE' d gi "conoscenza", PUO' tendere all'adeguazione perfetta, cer: candola. PERCHET ancora "inadeguata", NON PUO' esset"e "co noscenza" di c che cerca. Cosi, il suo tendere "" bensT ad essere conoscenza, ma il suo "tendere" predeterminato dat SUO essere nadeguatamente ci che """ Con ci essa, cercando IN VIRTU' del (suo) ptede,tutwtu.to che la sospinge e la criteria a tengo, NON PUO' cercare INT0R,NO ad esso. La RAGIONE che p r o c e d e lunghesso la d,nezone segnata dal pre-conosciuto di cui cerca "adeguatezza" nel conoscere perfetto NON pu essere la RAGIONE che investe il pre-conosciuto e lo d i s c u t e" La "ragione" del ytn-aeel,ue non la"ragione"del d.'seu,tene questo procedere e, dunque, ci DA cui si procede, nonch i'l metodo del procede-

restesso.Ecome i n sorge la ragionedel discutere che "" non solo 'diversa', md 'contraria' per verso, dalla ragione de procedere? Che come domandarsi: Come passa la RAGIONE dal son no fiducioso del suo procedere in metafisca al sospettovigile della CRITICA? Che cosa di mgtu,tn, nel SUO sonno, determina il sospettoso'risveglio'? Questo -per Kant, come noto-: il continuo trovarsi n Stzcben della metafisica come 'scienzat pretesa. E' i'l conf'litto dei 'risultati' ottenuti -riassunti nelle antinomieossia il mancante ACC0RDO nei risultati, che presuppone la assenza di UNIV0CITA' e, dunque, di "sicurezza" nel proces so dal quale derivano e, perci, nel punto donde i'l proce:

tale a c c o r d o, vaghegg'iato di comparisse, la RAGIONE, procedendo fiduciosa, proceaffo denebbe w ipto ad AVVAL0RARE il suo pre-conosciuto sulla BASE -equvocata a fondamento- del "successo" ottenuto. La domanda da cui dipende la 'critica', "Ist er" etwa mdglich?" dipende da un d.Uo: essa non ha ancora trovato lo "sicherer [,leg der }rlissenschaft", mentre appunto 1e "scienze"-quel
Se, insonma,

so comincia"

-35che lo hanno!- possiedono la sicurezza del loro succes so che l fondamento della loro sicurezza. Appunto la "metafisica" gi si p a l e s a'la meno eonforme tra le scienze a QUEST0 "ideale" di scienza: non esibendo suc cesso, 'la meno'sicura'tra le scienze e non tsicuroT che possa essere 'scienza'. La domanda "Ist er etwa mglich?" r i a s s u m e due 'possibilita': 1a RAGIONE, h metafisicao deve cercare -ancora- la SUA 'strada'? 0 -invece- 'la RAGIONE, eon la metafisica stessa, Etn ta,Li's, ha sbagliato strada, !ssendo appunto "metafisica" 1a strada sbagliata de,tLo, RAGIONE? Per la prima possibilit, la ragione, per la qua'le ]a metafisica come scienza ancora u-tuti, , d e v e i ndagare i ntorno al [ondunevtto , per farl a ' comi nc'iare ' -mentre 'le altre scienze, gi presenti, non ne hanno biso gno-. Per la seconda possibilit, 1a ragione DEVE r in u n c i a r e alla'deviazione' metafisica per e ss e r e effettivamente "ragiore"" E si tratta della m e d e s i m a'ragione'. Che I a metaf i si ca si a unm6g.Ur.lt si gni f i ca covtttadd,he que'lla Nl,ful che "ha immesso nella nostra ragione questa in faticabile tendenza"; ma che sia 'scienza' almeno possib le signifi ca eonttaddine quel'la nozione di scienza che

le

"possibile"

peneLt

gt

es

i st

e"

XVI

La Ragione che, IN metafsica e CON la metafisica, trovasi in questo dilemma, ESSA stessa deve trovare la strada che intanto non "vede". Se, infatti, metafisica 'impossibie', ESSA -non altri- ha d e v i a t o, errando, ma per fiducia n se stessa, di cui s o I o o ra -con Kant- sospetta. La ragione giustificante il so spetto iX 6af.0 che la 'esistenza'metafisjca sol-, esistendo SENZA 1a sicurezza dei proprio essere scienza, un (a,tfo: Quel fatto di "metafisiche" in antinomia tra 1oro, di cui enfasi la discordia" Che sia non altro che (ahto -privo di legittimaz'ione- per [ahto d e r i v a r e dallo'scoperta'via

-36che, ove esse non fossero comparse, s come non compaion n altre scienze, sarebbe bensi un fatto, ma LEGITTIMO. De'l quale, peraltro, sempre i c o m e da conoscersi, mai il SE sia 'possiblle'. Che se la RAGI0NE sospetta esse re la metafisica un fatto IN SE' privo di nagione, anche sospetta di SE' come de1'unca ragione di quel fatto: i'l fatto 'metafisica' il fatto della RAGIONE che, e r r a n d o oltre i propri limiti, fa e s s e r e, in opposizione a se stessa, l'emore della metafisica. La dualit "natura" - "ragione" NON basta a scagiona re la "ragione" del propri o erroremetafisicopoi che, se ,U ali dell'errore non pu venire g i u s t if i c a t o, resta a 'giustificare'da parte della ragione C0ME essa possa errare e, dunque, SE essa possa v e r a m e n t e errare. E' cos, infatti, che dicesi'incoercibile' la ESIGENZA metafisica, la quale non PER SEI emore. Qui non resta alla ragione se non identificarsi con tale'esgenza'e c o m m i s u r a r e ad essa sol tanto la esistente metafisica, nella CRiTICA. Che cosa intende Kant -paradgmaticamente- per "metafisica"? Che come domandare: che cosa la RAGIONE fidu ciosamente cerca di s a p e r e (o di'conoscere') C0-N la metafisica, per Kant? E la domanda ripetesi per ogni di chiarata'alienazione metafisica', comunque materiata. La 'esigenza' metafisica qui non una qualche 'esigenza' che possa discutersi quale dafin di fatto comparente, bens essa COINCIDE con ta RAGI0NE stessa, S! , appunto, errore NON l'esigenza, M la tentata soddisfazione di essa nelIa 'scienza' che nomasi "metafisica". Discutere, dunque, tale 'esigenza' I'imposs'ibi'le discutersi della RAGIONE, sl che ESSA s i c u r a me n te CRITICAo non sicuramente QUELLAesigenza. L'esigenza, tuttavia, inseparabile dalla fiducia e questa "" appunto PER se stessa lo'andare al di l'de'll'esperienza. Cosi, in uno, essa il cot,fittivo essenza'le della CRITICA delle "metafisiche" E i\ co,sf-i-tuLLuo genetico delle metafisiche sottoposte a critica. Per essa -che fiducia- Kant, dichiarandola irrinun

via compientesi di quelle naccettabili antinomie, stante

ciable, dichiarasi duta dal

'sonno dogmatico'

, que'l1o -

-37

che essa -ehe ficiucia a s stessa- donme jndisturbata" E se -ecco il pufrto- nel sonno dogmat'ico le raEgunte an tonomie (implicite nella critica humiana) fungono da 'iicubo' che provoca l 'risveglio' a dirs'i la cosa piE grave: che I'incubo appartiene al sogno e questo al sonno, si che non vedesi come Kant possa essere'sicuro'del

proprio risveglio.

({T,.."'

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-.'-'\
\

per Se "metafisica" -come vaghegg'iata scienza- (e per essa stessa di fatto accertata) RISP0STA alKant le domande SE Dio sia o N0, SE l'uomo sia libero o N0, SE I'anima sia immortale o N0, nisposta vera sar SE e solo SE estinguer, una volta per tutte, queste domande, nella esclusione non pi discutibile di quel N0, la quale c o n v e r t e quelle domande in espediente reto

rico del catechista (o -a detta di Kant- nell'opera


"grande t^lo'[ff")"

deT

trovando risposta, la "u mana ragione". Ch eostringe ia "umana ragione" a cercal re la Natura del'uomo, che I'uomo ne'lla sua "ragione naturale". Risposta sar c o n v e r s i o n e de finitiva del "se" problemati co (a;:c au.t nan) ne1 "che" T poditti co (auf. - au.t. ). L'esigenza, infatti , ehz talE conversione avvenga, si che j'esigenza -jrrinunciabi'le quella di estinguersi come esigenza" Ci a cui, non ri nunciando all'esigenza, NON SI PUO' rinunciare appunto che essa e s i g e di non restare 'esigenza'. Cosi, se naturale 1'esgenza parimenti - e per ci stesso- naturale l'estinzione di essa, ia quae QUELLA'risposta'" Il M0D0 in cui'l'esigenza i m p o -

Chi

deve s a p e r e,

rrrr la covrLnwh eon quel 'sapere naturale' che pone la domanda. Che continuit tra "sapere metafisico" E "sapere natura le". Allora, "meta-fisico" per il SUO 'oggetto', il sapel re non "metafisico"come 'sapere', poi che non altri che i1 sapere naturale ponente le domande che PUO' ricono scersi o no soddisfatto dalle rfsposte. Ci-che con la md

ne jarspostadicui richiesta

-38tafisica si c e r c a utunw al conoscere'naturale' e 'ordinario'e'comune' (non DI esperienza), MA poi che

il

sapere metafisico DEVE rispondere soddisfacendo QUESTO naturale conoscere, si cerca RISPOSTA che -nel caso di Diol' e s s e r c i d Do sia intelligbile nel senso delI'esserci delIe "cose". zi one di Qu si palesala contraddi quuto sapere, che non pu RIC0N0SCERSI in contraddizone, onde il palesarsi della contraddizione d* g.t. un SAPERE diverso da quello 'naturale' e dal suo impossibi'le prolungamento "metafisico" che , invece, "fisico". Ci che -a ragione- dicesi "meta-fisico" it SAPERE appunto Ia contraddizione di una metafisica che soddisfi il "sapere natural e" . La r i c h i e s t a da parte de'l conoscere naturale rrrr che si ytonLL entro I'ambito del N0T0 ad essa ci che non le PUO' essere "noto", onde n'rconoteeilo al-

Se, infatti,'l' e s i g e n z a metafisica considerata come esigenza-di-venire-soddisfatta da Ci-che al SU} ponta,tolre appare 'mancante', dllora ESSA bensl esigenza metafisica, ma f i s i c a m e n t e criteriata dal M0D0 in cui il suo 'portatore' [i,siearnenle vinco'lato al proprio 'essercit o 'mondo'" Cosi, per, la irrinunciabile "esigenza metafisica" non v e r a m e n t e f impossibilit del discutere se stessa della RAGIONE, NON essendo QUELLA 'esigenza' che la RAGI0NE stessa, MA una -tra altre- esigenze dell'uomo, quale fatto, di fatto comparente e volta alla propria estinzione. Ci che manca di c h i a r i m e n t o SE e COME una 'esigenza' irrinunciabile' possa venire soddisfatta: se essa NON soddisfatta da QUELLE 'risposte' pro prie delle esistenti 'metafisiche' (e, per ci non esclude che soddisfazione vi possa essere) AUT se essa appunto PER SE' 1a iywodd,Udazi.one che lasciata essere da OGNI risposta 'possibile' che, nelle 'metafisiche', Si tenti (e, per ci, esclude che metafisica come rsposta sia POS

t o.

la stregua del d,JLe1,ailenf.e 'conosciuto' come o g g e t

srBrLE)

Allora che dichiarasi, nfatti, lmpossibile LA meta fisica, questo a chiarrsi: Se quell'esigenza metafsil ca -ponente le domande intese a risposta- sia di QUALCUNO,

-39quale'soggetto'che la p o r t a AUT se ESSA per se stessa $a elaene quel 'soggetto' E lo p o r t a ad u sare DI ESSA in que'lle domande.

Nel primo caso, infatti, esigenza metafisica E doman de che ne derivino E risposte che si tentino E insoddisfa zione che provochino E sospetto che ne consegua E critic-, che ne insorga, de'l sospetto stesso NON vanno OLTRE 1'uomo, comunque eomytnzndenfe e s e il SUO 'comprendere'. Ne'l secondo caso, invece, 'uomo E -attraverso il SUO 'comprende re'- tutto che attiene al SUO 'esserci', l'ESSERCI stesso con cui dr se stesso p u d i c a m e n t e e attuttmen.e

(per non compromettersi nella 'storia' in cui si e\di gi da sempre compromesso) NON va 0LTRE quella e s i g e n z d, onde VAN0 -anzi che 'astuto'- tentar di eludere, va riamente, peF negazione o pen oblio, la METAFISICA che vi
INCENTRA.

XVIII

lo INCENTRARSI del si detto "proble ma della metafisica" (per i'l quale ignorasi SE essa, a qug le dicesi 'necessaria', sia 'possibile') E de1 "problema me tafisico" (per i'l quale cercasi soluzione nelle suscitate metafisiche) E dello "essere metafsco del problema metafisico" (per i1 quale NESSUNA tentata soluzione 'risposta' poi che -in linea con il modo fisico di panne 'la domanda, dilLca non "metafisica" Ia 'risposta' che, dunque, NON soddisfa) E de'llo "essere metafisica del prob'lema della metafisica" (per i quale escludesi un discutere 1a possib11' t della metafisica che NON sia esso stesso m e t a f is i c o). E questo INCENTRARSI anche i1 NON confondere ci che vi si INCENTM;clme Ae il ,,problema,, della metafisica,' fosse PER Se' estraneo alle "metafisiche" nel loro dirsi ne cessarie e, dunque, i n e v i t a b i I m e n t e'dogmatiche'i eome,se il "problema metafsico" fosse df gi ri so1to con il venire discusso, s che discuterlo sia 'superarl o ' ; come ae 1o "essere metafi si ca del prob'lema del'la metafisica" fosse nel medesino ten^o in cui diconsi ,metafisica' le f i s i c h e nLtpo.rf.e intese ad estinguere
Questo -dunque-

-401a'esigenza metafisica'
Se confusione fusione -e per essa

fisica',

specul ati va .

impotenza speculativa e se PER la con soltanto- parlasi di 'alienazione nptal questo ponfune non altro che impotenza dlora

"

,l-",
*r1
Ta ambiguit, mai "preziosa" se non per gli ambigui- la po1 tata della si detta "esigenza metafisica", di 'esigenza' pi non sl parler. Non si parler NON perch essa sia VANA, ma perch ESSA -da esigenza che sembrava, n attesa di soddisfazone che la estingua- esgenza restando per il "conosce re naturale" che domanda nell'unico modo ad esso possibilel si s v e I a essere non altro da1I'ESPERIENZA stessa nel SUO -costitutivo e insuperabile- NON potersi considera re IL TUTT0, fitdizzandolo come 'esperito', si che essa E' "metafisica" come negazione in atto della f i s i c i t del l,rl ntero.
Una

volta che sia

PENETRATA

-e,

dunque,

liberata

dal

(\ >t

XX

che a es di risposta definnte a definitiva" La quale domanda -per Kant imposta dalla Natura alla Ragio ne umana- si pone l dove si pone, in uno, e Natura e "conoscere natural". Cosl, 1a meluina domanda si pone naturalmnte, quale domanda 'naturale', '1A sorge pelrcl. non naturalmente'data' la risposta di cui e pen cui "" doman
da.

-con ogni ambiguit- per re naturale", quello che la t r a d u c e


Esigenza
RESTA

il

tt

in

"conoscedomanda

e t e r o g e n e a rispetto alla questione 1: itata lstessa equesta "eterogeneit" per r i c h i e s ta dalla 'natura' della questione, sorgente DALLA assenza del domandato. Il "conoscere naturale" che pone ,rl te atelao la questione)non c e r c a in se stesso la risposta

di 1 dell'ambito in cui essa nsorge, onde la risposta te!

Ci che

fa i

nso

r g e r e la questione

al

-41 ca sta onde riconoscenSl o no soddisfatto DA essa" Il SUO 'questonane' con cI L-eg,t-L.tnatnenle esigere CHE la "rsposta" NON sia se NON o m o g e n e a alla domanda, ma bene i1 meduino esigere CHE non pu accettare per VERA una qualche 'risposta' che le rsulti trasformazone (lnguistica! ) della domanda. Non a dirsi s t u a z i o n e questo parmenti
(ch

la questione di certo non sorgerebbe), ma la c e r in M0D0 -l'unico- df potere 'riconoscere' la rispo-

il mento,un trasf ormare l'esperito, Iwonando il 'prodotto' e tdaycpiandodL in un "fare" e in un conoscere o v a I u t a r e l (suo)'prodotto'.

-conseguente- cereare ALTRO da ci che si possiede per cercarlo E cercarlo per come NON-ALTROlpoi che questa , per differenze attinenti solo alla determinazione dela'ricerca', s ru ur stessa del r'in cercane, l'lA ci che si considera "ricerca metafisica" si ha che cercato,penclt. ALTRO' "altro" deve restare nel SUO venire trovate, o non ESSO che pu dirsi 'trovato', Trattasi, dunque, non propro del "limite" che la ricerca incontra, bensl che A SE STESSA la 1 m propriamente da un canto essa rfcerca 'metafisica'r oflde non HA llmite, da'l 'altro essa E' al limite ed IN esso. I1 "conoscene naturale" altro nrodo d conoscere queln a u r a 1 zla'esigenza' non ha se non quello za a, ehe comporta 'condurla' per entro l'ambto del BISOGNO, sl che i1 SUO cercare, essendo d soddisfaci-

'legttimo'

la

tt

il

del

te

rI

di

Questo'sdoppiamento' che, disatteso, confusione tra a,fiivi,t. del conoscere e conoscers'i della stessa 'attivit', NON PUO' v a l e r e per RISPOSTA "metafisica", onde -una volta univoczzato il conoscere a quello "naturale"-

Poich Kant esclude TALE "ntuizione" -come si sa- E poi che non vede -intanto- altro "conoscere" oltre quello comunque'naturale', ESCLUDE'conoscenza metafisica', escdendo -a ragione- un PR0D0TT0 metafisico della RAGIONE" Ldove, di contro, e i n co e re n t eme n t e ogni parlare di'a'lienazione metafisica'accorcia previamente la metafisica a PR0D0TT0 e ad 0BLI0 del suo essene (stato) prs

tafisica.

si ricorre alla

INTUIZI0NE come "organo"

di conoscenza me-

-42dotto e, per entro I'oblio, a crederlo TROVATO nel SUO es sere. Ci a cui quel ytutntte ricorre onde nomanlo 'aliel nazione' appunto i'0Bt-I0 della ragione a se stessa, come 6e (e postulando che ) 1a RAGIONE -la medesima- nascon da (a se itessa) ci che da se stessa scopre "nascosto""
XXI

venire trasceso (ch non si tra scende il trascendimento), la 'conoscenza naturale' t r a s co r re aconsiderarlo, persUAcoerenzarlini"teCHE la metafisica pretende, nvece, d trascendere, essendo tutt'uno CON CIO' con cu tnascenderlo, ossia con 'la 'espe rienza' . A'llora 1a METAFISICA E' IMPOSSIBILE, quando, previamente, si nominato "metafisica" lo IMPOSSIBILE" E allora essa ALIENAZIONE, quando si postula che ESSA sia lo IMPOSSIBILE che ctted"e- se stesso POSSIBII-E ad anz"i NECESSARI0" Ci che si postu'la appunto che sia POSSIBILE che f impos sibil e na,scanda a, 8e ,sters'sct 1a propria imposs'ibi'lit" Dove sembrava che 'alienaz'ione' tuttavia sia -come il fatto del suo accadere- E che consista nel ritenere possbile l'impossibile, ci che, invece, "" mpossibile appunto 1a stessa "al'ienazione'. Non pu dirs'i, con ci, che alienazione sia credere CHE alienazione vi sia -e trascorrere a determjnarla-, ma DEVE dirsi CHE par'lare di'alienazione' r i e n t r a inquello "impossibile" cheessadovrebbe s p i e gar e. Dell'errore, infatti, i n s e n s a t o cerca re un "primo da cui parti re" peh aytiegal,[-o ed "mito"

metafisica,

Poi che WeL 1

m e.sao NON pu

i t e,

d'l quale

q nel quale""

questa insensatezza.

XXII

L' errare, tuttaviaic'. Edquestoil 6a4. fo per il quale il fatto NON legittima se stesso -ed il
cuore

della'crtica'-. Poi che l'errore UN {afo, i1 fat

_43-

tica' "" la possbilit di errare e cni,Ltco opporsi a questa "possibJit", MA all'errore che l 6aff.c1 de]lo

to

come

tale

NON

E'come tale

VERO"

La necessit

della'cri

NO_N

essenci de'emore, onde l'emore, una volta riconosciuto, t o I t o e, dunque, sempre d gi p a s s a t o. I'l riconoscerLO gli essenz'iale, MA non pu non essere ALTR0 dal suo venire RICONOSCIUTO, si che NON ESSO essenziale a CI0' in virt di cui lo si riconosce. Cosi a dire che la esperienza dello "errore" E' per se stessa esclusione che 'esperenza eame. ta,Le sia e r r o r e, on de Cartesio, dopo averlo sospettato, ncentra l'autentica

i1-gi caduto (ad cluod altttn ut), onde e m p i r i c a la costruita dalle logiche formali 'compresenza' d'i VERO e NON-VER0 e, di con seguenza, empi ri ca ogni pretesa'filosofa'chE potzzi iI VERO gu.o tnLU come negazone delIa negazone del vero. Essa "empirica" e "costruita",poi che da un can to il non-vero di gi opposto-a-se-stesso, onde non "", dall'altro la 'possibiit' del non-vero -u,tftuno con la possblita di considerarlo "vero", che ci per cui SI AFFERMA, additnando nello a s s e r i r e" E' a dire qui, in uno, CHE la costruita 'compresenza' di vero e non vero i p o I i z z a il vero, per s, in alternativa con i'l (suo) opposto, onde anche dopo averlo svincolato CON 1a avvenuta (e intesa fondata) negazione di
Per ci
FALSUM,

raltro, appunto

'esperienza'

nello i il

ne

rr

ESPER

appunto,

an

t e'

COGITO,

che,

p!-

E N Z A.

questo,

ipotizzare sarebbe considerarlo NON-NECESSARIO, guindi NEche il si detto 'ogo originario' non I'opporsi di positivo e negativo', poi che tale o p p o r s i "" non altro se non il M0D0 in cui 1o a(detuane si compie per entro la possibilit di errare, che la stessa st r ut t ur a dello 'affermare'. 0rginania NON quell'opposizione, strutturale bensi allo ad(utnotte ci che NON Er se stesso in quanto 'afferma to', venendo i n t e n z i o n a I m e n t e affermatcome se stesso. Qu s facca anche una certa potenza speGARLO. NE segue

NON PUO' averlo e(@tfivamey.e svincolato. Ci che PUO' ipotizzarsi non-vero, NON PUO' esserer per se stesso, VER0. Allora non pu venire potizzato NECESSARIO, ch

il

-44culativa che -a ragione- esclude che si possa p a s s ar e a d,ino,s-ttntte che il NECESSARI0 rr', dopo avere ipotizzato che PU0' non essere, onde porre i'l problema SE sia o NON sia. Ma -questo va osservato- NON il 'necessario'

che si dimostra essere tale, bensi CHE caueLln dimostrazio ne gi lo ha NEGATO,'in se stessa, a1lona che pretende dT di mostrar o . Cosi non v' affermazione .nmei'ia.td" del 10G0, come non v' ;nediazione-del-logo, stante che ci che viene ad ,Ouw.ta la impossibilit di "mediare" i1 1ogo, nea possibilita che si pretenda di "mediarlo" ed a cu'i u1,i.LL cnnettf.e si oppone que'l'l a dd(sittrnaf,-(,. I1 L0G0 non pno: blematico, problematica invece "" pQt'r- Ae, AtQ.6Aa. la affermazione qua- tll,, poi che NON V'E' BISOGN0 di AFFERMARE se NON V'E'POSSIBILITA'DI NEGARE" Con ci il.Logo non entra in o p p o s i z i o n e come negazione del la SUA negazione, appunto PERCHE' il SUO non essere probl-e matico rrrr i'l SUO essere problematizzante NEL mio "affermar'lo" . SE

"metafisica" si noma 'la pretesa dimostrazione del 'lo impossibIe. Ma se "metafiNECESSARI0, metafisica "" sica" impossibi'lit di ipotizzare -che esperire, fsi cizzare, oggettivare 'il NECESSARIO, "metafsica" la d i m o s t r a z i o n e della impossibilit, in uno, di 'dimostrare' il necessario e di attribuire ad esso ci che attiene a tale'dimostrazione' ('l'opporsi al non-vero)"
,.
OLTREMODO

XXIII , '": -'-"

de*4taz..one

che, per

de1la 'esperienza integra le'. Il paradigma kantiano, dispiegato, le include e le de prime a insipiente ytnodotlo del modo in cui, con la "conol scenza naturale", si riferiscono alla 'esperienza' PER sta
V0GLI0N0 essere

di pi,

delle

agevo'le

si

-a questo punto- procedere alla dette "metafisiche del I'esperienza"

ce,

bilire

i'l

SE la DEVONO trascendere AUT SE ESSA non sia, invel TUTTO, anzi -poi che tutto sarebbe assoluto- L0

'il

ASSOLUTO.

Quele sedicenti "metafisiche" hanno irrinuncal,rile

-45dl' un termne, que,L[-o, non a]tro, s'i usa- ma, appunto, nc mnandosi "metafisica" ANCFIE s espongono a discussione, 'la quale NON PUO' limitarsi, come ott4livamente sperano,

diritto a nominaRsi tali -ch, una volta stipuato

l'uso

a verif

MA DEVE 'domandare ragione' del L0R0 modo di domandarla. Que.Lls" "esperienza" di cui domandano SE sia o NON sia e s s a il tutto da un canto c1ue"L'tutto'

discorrere,

icare

I'interna'o6jelenza"del loro

di cui domandano (e, per tale verso, la domanda a

a."tus"

che, nel loro domandare espl"icito, implicitamente domanda)" Se non che -qui il punto'in cui l'impotenza speeula tiva si appalesa - la IPOTESI duplice con cui viene p os t a quella'domanda' s u p p o n e che, incontraddittoriamente, sussistano DUE possibilit, da'decdere' r e a I con la'dimostnazione' (che tentare di usci re dall'IPOTESI in modo 'necessario' o, come d'icono, incontnovertibite')" Affinch, infatti, l'ipotesi da loro formulata sia incontraddittoria BIS0GNA che siano incontraddittor"ie enfnnnba quelle 'possibilit'. Con ci, per, 1a pretesa poss'bi'lit che la'esperienza'sia ESSA I'asso'luto signfica Q. comporta che, in tale caso, sia 1o
ASSOLUT0

"fuori" detr1'esperienza, divenuta SUO'oggetto'), da11'al tro irrchtde la 'loro' domanda (e, pen tale verso, aAEa

-per una delle 'possibilit' di quell'ipotesi- SE, di s, DEVE pensare d essere assoluto o di non esserlo, sarebbe ESS0 nel bisogno di Hrua me tafisica, ch la SUA "esperienza integrale" -ossia il SUO, perl'ipotesi, e s s e re qLLuts" 'esperienza'-g1i
L'ASS0LUT0 che domanda

non

sia lo

che pone A SE
ASS0LUTO.

STESSO

la

domanda SE esso

sia

del'[a'dimostnazione incontrovertibilst) CON il SU0 cerca re'metafisico' onde'pervenire' a SAPERSI, finalmente lT


bero

II4PONE

di trascendere il

PR0PRI0 NON sapere ancora (prima

questa'odissea' dell'AS' SOLUTO non deriva, peraltro, se non dal modo in cui, col munque, nell'ipotesi suddetta, ESS0 -'indiveniente- estra neo ad ogni "odissea" e, tuttavia, e n t r a in quest-, per VOLONTA' -nveno "tenace"- della pi sprovveduta delle

invece, per dimostrazione, LUI stesso. Che sia r i s i b i

dalf ipotesi e,

dunque,

gli r i s Ie

TRASCENDENTE

quel'ALTRO chE, u I t a essere

-46'metafisiche'
.

XXIV

Qui 'denigrazione' ha il senso proprio di 'cancellazione' -non di gratuito dieggio- e da cancel'larsi, nfa!

ti, risulta il
to

'discorso metafsico'. Sprovvedutezza in ci consiste: nel NON s c i n d e r e il modo, in s enpin'Lco ed unicamente di gi 'particolare' esperienza, di PORRE i1

modo, sprovveduto,

di IMPOSTARE il s det-

z.o.Iizzte, pigori zzando, Qu 'discorso' gi, nel modo in cui 'd'iscorso', NON metafisico. Esso procede DA il N0T0 v e r s o ALTR0, ma PER fare N0T0 I'ALTR0, eg per permane NEL N0T0, si che NON p r o c e d e. Si for mula, infatti, come "prova" di cui non indaga PERCHET e C0ME di "prova" si abbisogni, che indagine DI CHE prg priamente si parli, parlando di "prova". Pnova significa, nello empirico esserci di chi la ten td, s t a b i I i r e SE lo intanto'ritenuto per vero' sia da 'ritenersi' o da 'abbandonarsi', stante che DI ESSO non si possiede piena e v i d e n z a. Prova, dunque, volta a AoccoilLQhe "euidenza" non-sufficiente, p!F non-suf ficienza criteriata da CHI prova, secondo c-che, intant-, ritiene essere 'pienamente evidente'. SENZA quuto gi ritenuto "evidente" prova non sorge, MA con cluun essa in ci consiste: nel r i d u r r e al gi N0T0, s che considerasi riuscita allora che riduzione avviene e nel M0D0 -unico- che QUEI "noto" i m p o n e. E se -come nel comune 'dubitare'- procedere ipotizzane el+e sia o NON sia ci che, cos, si cerca, a11ora
problema- dovendosi USCIRE da essa CON il d i m o s t r a r e che "passa re" a te.tL, definitivamente. Poi che cosi -non altrimentiprocede la si detta "esperienza", IP0TESI formulata irnpone PER'le DUE "possibilit" che e n t r a m b e siano IN SE' 'possibili', ossia NON-contraddittorie. MA -per quela

"problema metafsico" DAL modo, per s necessariamente non-emytitvto, in cui esso VERAMENTE " posto" SE e solo SE pone SE STESSO. Ad onta di ogni intento -in s filosofico- d'i e.r'sul

di certo NON BASTA l'ipotesi -o il

-47"ipotesi" inerente a que,Lk" prova 'metafisica'- UNA delle DUE pretese "possibtlit" (che 1a 'esperienza' sia ESSA l'ASSOLUT0) "" &nel+q ehe lo ASSOLUTO sia A SE' i p o t e t i c o e che ESS0 sia, dunque, una cosa sola quella

IPOTESi da cu'i devesi "usci r"e" dimostrando. Con ci -appunto- UNA delle due -richieste- 'possibi E',invece, che contraddittoria 'l'ipotesi IN CUI pretendesi incontraddittoria (quale 'possibilit') epper DA se stessa SI toglie. A ragione, 'dialettico' pu dirs QUEST0 'togliersi' dell'ipotesi non appena POSTA, che non essere v e ame n "posta", mai" Che se CiO' -come accade-

lit

contraddizio

ne,s

non si 'capisce' perch NON risuta 'evidente', d QUE! LA 'evidenza' -unica- cui rigido CHI appunto non PU0' capire. NON "pu" c a p i r e, infatti, peneh.la SUA "i

te

il

l'evdenza empirica" E, infatti, cotsutisce anehe iI 'circolo quadrato' della si detta "prova dialettica", la quale , come prova, il procedere adia'lettico DAL "noto" ad ALTRO, ma, poich n e s t a, comunque, ALTRO, nomasi 'dialett'i QUESTO v ca' nel senso che m u o v e da'lla eovubtndd,Lzione, su di questa poggiando, PER togliere la contraddizione su cui,

potesi" tale solo 'empiricamente', nel fittizio venirecostruita, si che altra evidenza non HA e non ESIGE se non

intanto, poggia.

XXV

Sprovveduto, ne'l'la'impostazione' quale "prova",quel preteso "discorso metafisico" si c o m p I i c a gro! tescamente nella sua pretesa "daletticit"" Anche qui nulla vieta che s us "dialettica"ne'l sen so deciso -e, per tale verso,non a dire che l'uso fatto ne scometto-MA scorretto, a dir poco, ben altro"aG sto: che, allo interno del gi d e c i s o (per a1tro, esso stesso contraddittorio, dunque impossibile) contraddirsi reciproco di 'esperienza' E 'ragione', il d i v e n i r e, c1trc al-l -senza eceezione, dunque, ogwL formJ o modo de'l 'divenire'- E'contraddittorio e ta]e si ritie ne fino ad ,Hetuti(irnto con lo ,,incarnarsi della contral

-48dizione stessa". Che questo si tenga dano E che si tenti , reiteratamente,P F o g r e d e n d o nello inteso'rigorizzare' 'la dimostrazione, di Wlane a1la'soluzione' del problema, che d j v e n i r e della soluzione per il non-essere-pi del (suo) problema, ecco il grottesco"
XXV

t r a g i c o, VOLUTO senza V0 LERLO, in cui si 'costretti' (da se stessi, peF coerenl


Grottesco

qui il

za) a tenere per contraddittorio IL DIVENIRE cone taLe,in clusiuo di ogwL passare, dunque anche de'l p a s s a r e E a riconoscere la contraddizione (che i1 processo di ri gorizzazione) E a riconoscere CHE 'la contraddizione deve VENIRE T0LTA, E d cercare come la si tolga E -finalmentea vedere CHE essa Afufo, tolta" 0 non dicasi pi che il divenire qw ta,[.it contraddittonio 0 dicasi che QUEL divenre che nerente al "pensare" non contraddittorio

(e, allora, it diveniredi necessit pensabi I e, essendo anzi, lo stesso p e n s a r e). Che se lo si in

pensare. E, con il pensare, OGNI pensato. Cosi quellripotesi (l'esperienza NON I'assoluto AUT 1'esperienza l'assoluto), contraddittoria per UNA delle due 'possibilit' ipotizzate, contraddittoria bensi come "ipotesi", nd FA essere contraddittoria 'la stessa "esperienza", indipendente, peF TESI, da quell'potesi: i1 suo e s s e r e'divenire' , infatti, il SUO s e m b r ar e 'divenire', che essere-divenire ,soLo in questo (suo) s emb rare. Si che unmeduno rrrr contraddit torio e"sembra" essere incontraddittorio, onde i n sTe m e'appartiene' E a que'l 1' e,s,sene E a questo renbtune. Lo"appartenere" ad entrambi SUO, senza che ESS0 appartenga v e r a m e n t e al "sembrare", i1 quale l'oppoato del suo "gssere". NON ha senso alcuno che qui si obbietti -come viene in sipientemente fatto- che il divenire contraddittorjo S0l L0 SE viene 'assolutizzato', poi che esso NON viene affatto

scrive nello APPARIRE clmQ- Ae. fosse, senza essere, apparire, senza essere,si c o n f i n a altresi

ne'llo
QUEL

_49_
assolutizzato, venendo, invece, proprio come 'dive nire'" Quetl'obbiez'ione suppone, infatti, CHE non siasi dehiarata la contraddittoriet del divenire, l dove, una volta dichianata, contraddittorio appunto obb'iettare che L0 si assolutizza. Che se si insiste nel dire CHE 'la 'esperienza' (che pur divenire) d o m a n d a la propria'ragione sufficiente', agevoe -qui- osservare che ogni "ragione" sarebbe comrJnque 'insuffic'iente' , essendo il domandante, nel suo essene contraddittorio, SE STESS0 come insufficien te al ytnoptuLo essere 'domandante'" N il 'richiamo' ad ul na 'esperienza integrale" pu venine -qu- accolto, ch gi quell'esperfenza dchiarata i n t e g r a I m e n
NEGATO

t e 'contraddittoria'nel SUO (di esperienza)

'incontraddittoria'. perifrasi- che quea s detta 'esperienza integrale' BRA e 'esperienza' E 'integrale'.
I

,senbno,n{ Onde, appunto, pu rispondersi -senza


SEM

lXVI

fuffa. contraddizione, essendo divenire, NON a]la aitrf.u di "esperienza" e "ragione", ch questa non altro se non altra parola per d i r e quel "sembrare incontradditto rio ed essere contraddittorio". Ma che cosa significa "seil'
brare 1'opposto di ci che si ?" SIGNIFICA che, a,l-L'yQh rtct de1 sembrare si I'opposto di ci che veramente si " IN questo "sembrare" e PER esso, si C0ME si sembra essere, onde l'essere e il sembrare s o n o 'lo stesso e del "sembrare" NON s pu parlare. Che cosa rende p o s

Ci che, invece, IMP0NE la dewLgnn"zione questo: che ad[umane l'essere contraddittoro del divenire (o esperenza) significa e importa CHE si affermi il suo sembrare i ncontraddi ttori o " A CHI l'esperienza-divenire SEMBRA (essere) incontrad dittoria? NON alla si detta RAGIONE, se questa, invece S[ (= vede, dopo dimcstrazione) CHE l'esperienza "" contraddittoria. NON all'esperienza, se questa , per i1 detto,

sibile
brare"

da1

'lo "essere" , n modo tal e che 'emerga' i 1

chesi diversifichi

il"semsem-

_50_
brare come tale? Solo con lo 'emergere' del sembrare come tale, infat ti, si pu dre CHE qualcosa 'sembra incontraddittorio' , mentre -al'l'opposto- " contraddittorio". E questo-che sem bra I'opposto di ci che deve poter nutana.l meduino non-ostante Itopposizione tra "essere" e "sembrare" ed a p p a r i r e il medesimo AUT non DI ESSO che si pu dire che, nel sembnare, opposto a ci che "". QUESTO MEDESIMO, in tanto a p p a r e in quanto anche r i c o n o s c u t o i,[.meduina e questo apparire-venil re rconosciuto NON il "sembrare" senza "essere", lu1A -di necessit- 'lo apparire-cosi-come- o NON ESSO che-appare. E, se non ESSO (j'! medesimo) che appare' come DI ESSO si potr mai dire che "sembra ci che non , sembrando incon-

(che, invece, contraddittorio) lo dice 'incontraddittoLa RAGIONE, cosi, nel sembrare, se stessa, cosi co me se stessa duotuL del sembrare e, dunque, non v' "ragione" per diversificare l'essere DAL sembrare.

traddi ttori o? " Qui I'effettiva insensatezza" E qui 1 tragicomico del non riconoscerla" L' jucovtfuradffn,LLQi. "" qui la RAGIONE, d, atl'interno del sembrare", tr'esperienza incon traddittoria, dunque VIGE la 'ragione' in quuto sembrarel La qua'le 'ragione' -che l'incontraddittoro- VEDE, nel senbrare, SE STESSA allora che a n c h e de] divenire

rio'.

/"---' /\
.XXVIII,

divenire qr.o f4.ti'5 "" PER la'esperienza' -ossia nel SUO p r e s e n t a r s i che''di gi divenire-non contraddittorio E -di controPER la'ragione' r i s u I t a contraddittorio tigni{ira, CHE esso "sembra lropposto di ci che ", ALL0RA la esperienza "" IN SE STESSA, na pQtL la ragione, l'opposto d ci che rrrr A SE STESSA e viceversa. Cosi, sembrando (a11a ragione) ci che "sembra, rd non ", sembrando (a se stessa) ci che "sembra ed come sembra", PER se stessa l'esperienza ' come sembra' (dun que "" come ) e s o I o PER la ragione "non come
SE, dunque, dichiarare
CHE

iI

-51
sembra' (dunque, non "", ma aenbna)" ALL0RA che la ragione .L nL(w,see all'esperienza on de 'assumere' ci che questa ritiene di se stessa, ossia

me

dtvenendo, contraddittoria, FAVALE esclusivamente se stessa, tacitando 1'esperienza di g-i assunta, si che, a questo punto, non pi l'esperienza ci dr'cui essa dce, MA la contraddizione di ci che non fosse tutt'uno con la oragione' (onde, appunto, nomina 'e sperienza' la contraddizione). Qui la INVERSIONE non tra 'esperienza' E 'ragione', , r'iferendos al ma della RAGI0NE con se stessa, 'la qua'l! 1'esperi enza came esperienza, si riferisce al suo esserST incontraddittoria E, riferendosi all'esperienza dicendola contraddittoria, NON si riferisce all'esperienza, bensi a'l la contraddizione COME ad esperienza. TUTTO ci, per, ad una condizione, che, invece, si trascura: che il r i s u I t a r e 'la alla RAGIONE ]a con traddittoriet del divenire, comunque ragione -ed , d
RE

"reali")" ALLORA che DELLA esperienza -che intanto assume- la ragione d c h i a r a CHE non "" come sem
d'ice

"divenire", FA VALERE uelu,tvonente 1'esperienza, tg citandosi come "ragione", s che, a questo punto, anel,re per la ragione (assumente) 1'esperienza "" incontraddittoria e incontnaddittorio il divenire (onde, appunto, 'li

il

bra, pe rch,

re,

si v'isto,
NON

sia

inversione impossibile- la faccia risultad i v e n i r e.

/-- I ( xxIX
\__
_

L'uso immediatamente empirico di espressioni come'at testazione dell'esperienza' E'principio della Ragione'noifa che accrescere il grottesco, ch, prese seriamente, esse IMPONGONO che I'esperienza attesti se stessa (cos eome A SE STESSA "u)e(Ll- ragione o non attesta nulla (e, per tale verso, la ragione "" r i c h i e s t a dalla stessa attestazione dell'esperienza) E che la ragione, ri chiesta dall'esperienza, accolga dell'attestazione c che non viene attestato: la contraddizione, E' la ragione, fnfatti, che PU}' pat-ane di contraddizione"

-5?dicevasi (XXIII) agevole risulta questa denigra zone, poi che ogni "metafis{ca dell'esperienza" in wez 1a impossibile DIVISIONE di 'esperienza' E 'ragione',
Come

puL Le caua.Lz propriamente dividesi 1'esperienza DALLA esperienza'istessa (onde fatuo drla "integrale") E 'la ragione DALLA ragione istessa (onde essa, nL[ucendo a1-

1'esperienza per 'giudicarla' contraddittoria tog'lie a s ogni ragione del riferirvisi, e, riferendov"isi per 'giud1

carla' incontraddittoria, tro che esperienza)

co'incide con c che "" non al

mersi 1'esperienza come que'l "tutto" DI CUI, con 1a si detta "metafisfca dell'esperienza", sj domanda "ragione": il d o m a n d a r e,{andanfz RAGIONE della esperienza vi si pone come 'necessit' di d"no,sutte f impossibilit che essa non abbia BIS0GN0 di domandare e questa 'di mostrazione' vi si pone i p o t i z z a n d o che esl sa 'soycytonLL anche 'la "possi bi I i tA" (i nerente a quel f i potesi e, pcr essa, a quella dimostrazione) d'i e s s e r e la ragione (qui, 1 TUTT0, dunque lo ASS0LUT0) che domanda ragione di SE', ipotizzandosi, dimostrandosi, sapendosi per dimostrazione, finalmente. L dove ci che si dimostra la contraddizione della necessit-bisogno di QUEL 'dimostrare', poi che i1 bisogno-domanda si opposta.

I e la DIVISIONE di

E solo a condizione del consderare p o

s s i b i'esperienza' e 'ragione' pu assu-

pQn Ae-

Auuo

f impossibilit dell'ipote-

**t;

fisica". I1 ytnnpnan di detta "metafisica" (che sarebbe o meta-fisica della fisica AUT ipo-metafisica) "" il p r o I u n g a r e in'scienza' il "conoscere naturale"(queT

si detta "metafisica del'l'esperienza" VANA o CONTRADDITTORIA: vana allora che r i p e t e con 'dell'esperienza' ci che dicesi con "meta-fisica" E con traddittoria allora che assuma 1'esperienza onde s t al b i I i r e SE la debba o N0 trascendere con la "metaCon

ci,ogni

-531o ehe, per ogn'i

rilota"

"tutto qui?"), si che, in essa, pneciytifnna 'istanze', 'q spraziont', 'desideri', 'ottativi del cuore umano' , che pen se stessi sono, comunque, ntodU$azfuni. Mai per veroau.encaX.afa dalla i nf e I i ci t, QUESTAmetafsica da un canto Lvuango per supenarla, dallnaltro lopytctnta il rischio, ricorrente, di venire giudicata ESSA re-

gua!"dansi intorno e domandare

sponsabie di quella'infeicit' " In entrambi i cas'i, ESSA essendo il p r o I u n g a r s del "conoscere naturale", i1 giudizo su di essa, da questo proveniente, legittimo, sia che ad essa sf a.U compito di'savezza', sia che -dichiarata'alienazione'la salvezza venga digitata NEL negare ogni metafisiea" Qui non importa che e s p I i c i t a m e n t e si nomini "salvezza", ch di gi, parlare d'i "alienazione" che da

cluuta c si intende sal vare,

intantoriconoscen-

dola"

I1 parlare di'alienazione' -supponendone possibilite "mto", MA 1a categoria dell'altenazione -per genesi e portata- categoria noLi4inta" onde una fi'losofia che la usi w ytao in funzione soteriologica si co'ltrocar p F of e t a n d o" E niente cambia, peF struttura, che si ca povolga significato di "alienazione", a dre che "metafisT che" e "fed" SONO 1a impossibile negazione della "VERITAT
DELL'ESSERE",

negazione della VERITA'. Che se que-L'conoscere' pon 's'espeditivo' e funzonale anche IMPONE nseme E che siavi UN definitivo su cui eontare E che NON sia talmente definitivo da NON poter contare su di esso. A tale 'conoscere' appunto attiene -nel

incontrovertbi'lmente opposta ad esse, ch lo stesso capovolgmento NON PUO' NON mantenere indenne -in squesto: che qualcosa a.UenL e i\ suo opposto d,i'saen e, dsalienando, aa.LvL da quela alienazione. E' i I "conoscere natural e" che IN SE I r1 rr ri cerca-di salvezza, ch la IGNORANZA gli 'appare' non direttamente un non-sapene , l'A RISCHI0 -tutto pratico- del non-sapere (onde PUO', in a,.fua2*o, decidersi anche a pre-ferire DI non-sa pere, ove il "sapere" gli appaia ESSO 'rischioso')" E daT"conoscerenaturale" NONsi svincolaun fi I osofar e che rtenga essenziale al'la VERITA' la negazione del

la

-54invincibi'le protendersi a SICURTA'- di persegure ben s il "vero", MA non disgiuntamente da 'nassicurazione' che ne venga, s che "" NEL tr,sclvLa di considerare PER SE' 'vero'ci-che g'!i risulta, a volta a volta, "definitivo". 11 n6eLvLo questo comporta: che da un canto UN definitivo -tale che appaia- assumasi come I[ vero, da1'l'altro che lo eventuale 'inficiarsi' del ritenuto 'definitivo'estendasi al VERO istesso, onde per un verso dogna.ico per atro verso ,seelico, per entrambi i versi ac.rui frto. Il p r o I u n g a r s i di ta'conoscere' in "metafisica" , dunque, lo acritico a l t e r n a r s -s dicente storico- di FIDUCIA e SFIDUCIA, adesione E rifi uto " Per ci confus'ione di quoL.t-a 'cri ti ca' che ,uttodd.'sdazione E c1ue,t-La che KRISIS in atto della RAGIO NE" La defintivit del VERO "" It VERO istesso, l dovE NON i'l "definitivo", tale giudicato, "" per se stesso VE
SUO

RITA'

Poi che 1o immanente "ideale" del conoscere nnfuna.Le STATUS di 'perfezione' non piit a.bb'sognaytfe, le "metaff siche" E le mitiche 'disalienazioni da metafisica' p a:
V0GLI0N0, comunque, e seNON sono stupide V0GLI0N0 SUBIT0, ni,spoata. che estingua domanda AUT

r i men t i fiutano

risposta.

r i-

i.xxxI

zione"

Qui

sono, ch, anzi, p!F arbitraria che renbni ad altri, ogni metafisica E' a 'legittima' e NON discuti ^. Ogni metafisica E'a sEbi'le se non per'incomprensione'"
comunque

al 'definitivo' NON risibi'le, n le "metafisiche" 'lo


"

devesi, p r e c i s a r e ancora. La "aspira-

AUTENTICA'esperienza'

dire di

R,sibi,[-e, nvece, -ma1 grado'la severit dispiegata- cauoLLo r i f e r i r s i alla metafisica che NON ha lo ardire di sottrarre metafisica a discussione NE' lo arDISCUTERE

, pertanto, che cosa comporti il

che pnoX.unga

il

il

r i f er i r si

comune modo

alla Esperienza di considerarla. Da precisarsi


DIRSI -almeno se E che

-55cosa.signiflchi
all'esperlenza.

tl

pusillamine SUBIRE il comune

riferirsi

XXXIT

Propro ci che Kant -e con lui ogni pregiudiziale do mandars 'possibilit' di metafisca come 'scienza'- ritel neva ovv o , invece, adiscutersi.0vvio, perKant ele sono prive dr' dondnnento le "metafisiche" che ' di rebbons "concezioni del mondo", o "visioni del mondo", p!f se stesse acritiche e (anfasLLche"Si ristretto 1o onizzon fa della 'oggettivit' che se essa NON risulta al genercosenso della tet si dichara "nulla". Cos insuperato tale "senso" che del nounwto stesso altra parola non si trova oltre quella di "cosa in s"" Se non che lo o g g e tt o, ndagato propnto con ci che kantianamente i1 consa puto'costruirlo', per se stesso p r o g e t t o"poi chE inepatnbi,Le dal "significato", onde cosa-che- (stata)

"semantizza?e") ,u6eJLU tr"Ldutendo, si che lo "universo" entro cui l'oggetto d casa, non pu non essere 'universo progettuale'" La i n t e n z i o n e per se stessa di c o n o s c e r e ci che "", indipendentemente dal conoscerla- e, per l'intenzione appunto, si IMp0NE la "differenza"tra quel riltenz,rLe funziona'le che "" 'lo universo progettuale, inclusivo e risolutivo dell'oggetto, E la "cosa stessa"" In uno. canaapehe la pro-gettual'it del 1'oggetto o "significato" E aaytene la sua non-identit coilo i n t e s o, E' \a !enil,o stessa, a sua volta sigry ficata nells, parola che la dice, l'fl non identica alla parola, onde pensare NON parlare e il linguaggio NON "casa dell'essere" se non in quanto s pretende che anche dell'essere vi sia una "casa." Quele "concezioni del mondo" che ne conseguono, concrescendo, i n t e n d o n o bensi di esSere DEL mondo, MA s o n o i\ moytls tluaq cosi concepito" 0nde alla impotenza speculativa conclam6'nte che'i filosofi hanno f-

significata di gie r i f e r i t a a chi E nel modo in cui vi si riferisce. Significare, infatti (che pnopnie non il s detto

-56costruito o 'trasformato' IL mondo. L nel'progetto' cui non i n t e n t i o DEL vero e {ungz rprogettabile' (onde essa PUO' ridursi, ch il vero non non "esiste" o I t r e ad esso, nel medesimo senso in cui non vi si identifica) e, dunque, i1 "progettott gssQ- t4 DALverosf -e NONILVERO, ldove intentio,
nora contemplato

losof

il

mondo'va opposto che,

di contro, i f1

hanno

SEMPRE

scita,

"intenzionalit" hussetrliiina' (di orgine scolastica) che correlazione noesi-noema, ch di questa non vi sarebbe 'coscienza'SE la coscienza come ta'le ne fosse e s a u r i t a" Cosi, a dire questo: lo "Esserci", in cui it "mondo" enfasj analitica del "ci", non tale se non PER lo "EsserSI" che dicesi "coscienza" e che NEL mondo S0L0
emp

non PUO' NON essere vera" InfenL-o non pu, per a'ltro,venire

ridotta

que'lla

za,ile "coneezioni" -o "visioni"- del mondo con LA "rnetafisica" dove di q u e s t a, p!F l'essenziale essere me.ta la pro-gettata 'fisica', si fa valere lo essere appunto "i! tenzione, per s vera, del VER0", ma tale confondere NON senza una SUA sufficiente ragione, ch non possibile p r o g e t t a r e di non progettare affatto. Ebbene, questo pretende la si detta "metafisica della esperienza integrae": di progettare una esperienza SENZA 1o infenvu.to di chi vi si ri feri sce, si gni f i candol a, e questo "senza" -tutto impossibilmente negativo scambiato. per positivo- denomina "integra'le" o "schietta", onde la integralite "", invece, progetto di mantenuLe 11 'constatare' (aspetto traducente il significare) ne'll'ampiezza idealment

tuale "oggettivit" de

i r i c a m e n t e" Empirico altresi c o n f


M0ND0

onde

con

i1

VER0

e, d

r e la progetconseguen-

te

partiene ala f i s i c a e, attraverso questa, allo universo progettuale che "concezione del mondo". Anzi che perven i re al consapere lainytoa,sibi,tiA.di un significato "metafisico", che gi consapere 1a necu ti,tche.la METAFISICA si a a'L dt- L, (non si riduca e nol

real t" . Ci che, al1ora, le sfugge cl+e QUESTO "significato", per "ultimo" che LE risulti, essendo un 'significato', dp-

a s s i m a. E, infatti, pretende di trovare, con la "metafisica", a SUA detta, "il signifcato ultimo della
m

-57 -

v si

riconosca) det s i g n i f i c a r e, quel non ri anche laytoaabi.Uf{ conoscentesi progetto pe rde di mettere tn questione 1e pretese 'critiche al'la metafisica', quelle che il contemporaneo autoconcetto di "scien za" sta a b b a n d o n a n d o come arcaiche. Non solo, dunque, in ritardo sulla (anche sua) intenzione metafisica, ma lo anche sulla raggiunta consapevo'lezza epistemologica o erneneutica da parte di ch -facendo scienza- rinuncia ad una pretesa nonflnLz e per s oggef.t-cva realit del "mondo". Proprio mentre la scien za si avvia a riconoscensi una "metafisica", 'ta "metafsT ca dell'esperienza integrale" spende tempo a dimostrare che lo e m p i r i s m o non 'esperienza', ma una sua 'parte' !
XXXI I

del "constatare" (progettata integra'lit) scambiata per 'esperienza' senza intervento bensi 'progetto' non consaputo, ma al tresi 1' obbl-4o.to u nico progetto possibile di un 'riferirsi' alla ESPERIENZA che da un canto non abbia l'ardire di considerare a u t e n t i c a quel]a fatta valere -di prescindere, cio, dal consenso altrui- dall'altro non abbia I'ardire (che , invero, potenza speculativa) d'i d i s c u t e r e il
LA massima ampiezza

Lo i n t e n t o che presiede il progetto di una baae universalmente 'accomunante' su cui eoneond"no idealmente rtutti r. E non 'l 'idea'le kantiano? Ma non l'i deale de'l "conoscere naturale" che se qualcosa teme d essere solitario? Nulla importa -qui- che il 'tutti' non gi poi di nel'lo abbia significato di s o m m a, ch "accordo" cercato funge 1o empirico. Ora, non solo Io 'acre, ma NON PU0'VENIRE CERCATO, ch in tanto sarebbe VER0 in quanto fosse PER SE'vero ci au cui si concorda ed questo VERO u n i c a m e n t e da cercarsi.
sta e,ttenzinLz cordo' -richiesto

comune'riferirsi' all'esperienza.

ne'l f

r e- irri'levante nel pensadi

queNon ,per, che la raggiunta consapevolezza cond-LzLone del pensatore garantisca -non

-58pure dallrerrore-, ma dal dimenticarla, di $a.tto, MA era da aspettarsi -di contro all'accaduto- che il pensatore consapevoe che "la filosofia solo 1a mia flosofa" NON si pneoccupase Ci abbandonare c che lo d i s t a n z i a dai sedicent'i '-filosofi" per adine, paraneticamente, a persuaderli e a convincerli. E, di certo, se si VUOLE una BASE accomunante presto detto: essa C'E' allora che per f a r e esperienza (cui cor "esperienza" si intenda il risponde lo a v e r e esperienze). Questo i m p o n e la converstone immediata della 'esperienza' in ESPERITO, nella forma d una 'dualit' eoriEtfafn., ma appunto da i'l eonto,trhe importata (onde in sensato, certo, pretendere che NON la si constati). Una volta assunto lo esperlre COME constatare rrrr di questo che si progetta la nwtina. 'ampiezza' E pen stabilire SE la SUA 'ampiezza' -che i'l correlarsir constatato e accertabile, de'l darsi ragione- abbia o NON in s LA ragione suffcente di sE'. C che di circolare qui presentasi VIZIO del non ac corgersi E di cga.(.e 'esperl'enza' si parla, mentre si pensad un'a'ltra E di CHE COSA pu criteriare la 'sufficienza' della addotta "ragion sufficiente".

",-: i ixxrv t..---/


l'essere di gi'oggetto'dello'eemat i c a m e n t e'- e'soggetto' dello'esperiente'. Poi che oggettivare , p!r l'atto di $anLo, trascende re 1'oggettivaio, E po che oggettivare IN SE' ptwgefa7 Lz, la esperienza 'IN CUI' scambiasi con la esperienza che diventa essa stessa 0GGETTO, ripetendo per se stessa -come tale intenzionalmente assunta- fuf:,L i caratteri dello (suo) 'esperito' COME TALE. Stante che non vi pu occorrere 'esperito' che nonsia gi di i I suo "trovarsi i n rel azi one" (ogni cguQf! "" i n s, un questo-che), de1'esperienza ogge,tLLva,tn cone 'inte
Per primo, dunque,di

sia

sperito'

man e nu IN CUI si constata per

ta

QUALE

'esperienza'

si parla che
Di quella

mqlafuwnelz./',e'ampia'?

- dunque'significato s i s t

_59gra'le' si dce m e c c a n i c a m e n t e chees sa ci-che domanda RAGI0NE, eo,s- come 'ragione' -o rel zione- vincola IN ESSA gli esperiti. Per tanto, la espe-rienza IN CUI s oggettivizza divenuta la esperenza CHE oggetto Q. oggetto DI esperienza, tale che l trascendmento relativo ai SUOI oggetti si rproduce inytaaaibi.henfe per ESSA dvenuta oggetto DI se stessa e cosl DIVISA co me r i c h i e d e n t e ALTR0-da-SE'" Quel]a a'l t e r i t che trovasi -strutturante- IN essa si es t e n d e AD essa, onde essa parimenti r i c h i ed e il (suo) ALTRO. Di coerenza interna -qui- 1o ALTRO-da essa ancora in quanto 'altro', ALTRO IN essa, MA poich DI essa viene (riferendolo) loessere'totalita', s i gni fi cato

lo ALTR0 non pu NON trascendere QUESTA 'totalitr non sen za che appaia la domanda SE, invece, NON la tnascenda. DT qui il pors'i del'la impossibile 'ipotesi' dalla qua'le uscire,
dimostrando. Una volta che

-identificata per'significato'al constatare- 1'esperienza COME TALE sa'oggetto', DI essa dicesi, per apofansi, ehe "essa attesta o non attesta", "e!

all'esperienza, queste "metafisiche" sono co: fedeli al progetto d'esperienza inerente alla L0R0 'oggettivazione' inconsistente, si che dell'esperienza, a volta a volta, a c c o I g o n o tutto e solo ci-che il Lono accogliere IMP0NE che sia. Il che si esemplifica. Se la gwLdcazione in cui la esperienza intesa, na ogge-tLLva,tn, fosse quela dello si detto attestare il divenire, a c c a d e per inerzia cl,te si parli di "esperienza DEL divenire" E se -con c1'esperienza, a rigore, non IL divenire esperito, ancora per inerzia si parler de'l divenire come 'esperto', sl

men munque

sa domanda o non domanda" e cosi via. Su questo tetuzeno in consistente pogg i ano lefutili questioni deri-vanti la intesa fedel t all'esperienzastessa.Se per una "metafisica dell'esperienza" la fedelt che coe renza- Lncend-ta tra lo essene "realt" dell'attestato Z il non-poterlo essere, peF un'altra I'assenza di lacerazo ne coerente con l'assenza di sospetto: fedelt non discl te o non fedelt affatto. Fedeli i n t e n z i o n a T

te

_6Q_
che DI esso

e non-essere', onde fedelt all'esperenza sar fedelt -tra gicomfca- alia esperienza Laeena.ta che si tenta d ricomporre. Se, cosi mantenuta senza sospetto per inenzia scolare, s'i avverte per che la impossfbilit d'i 'essere e non essere' impossibilitA del divenire stesso, 6eoLt, al'esperienza,og gettivata, sar fedelt a ci che DI essa non impossibile, ossia cLte "" ci che ESSA dice 'esstente' ma non "diviene", aytpanudo percomesedivenisse, onde si p ro cl ama

si dir che la stessa impossibilit di'essere

nella agan. che l'esperienzaadessere i nfedel e E a se stessa (per interpretazione alienante che, tuttavia
l'essere

"", esistendo)

Se, ancora cosi mantenuta per autorevole esempio, ma aiEwL(ica"ta (secondo senso comune) come 'diveniente', 1'esperienza viene 6affn, vaL-ole -alla stregua de1 diveniente esperito- come richiedente una 'ragione' per paAatLe dal non-es sere (che possibilit di essere o indi${enemza all'essereE al non-essere) allo essere, sar fedelt -incontestabileandare in cerca della aun ' ragione sufficiente'" Per queste metafisiche (e postmetafisiche!) fedeli, il rapporto indiscusso CON I'esperienza rapporto di |QnelfL p r e s u p p o s t o del credere d do -che fede- al per essere creduto IMP0RSI della 'esperienza' l do lo "verlo ve si impone, invece, il modo in cui vi si sono riferiti " Se agevole, per auput$w che si evdenzi che il cor relativo di 'attestazione' (autorit creduta) 'fede', ondE, per almeno una delle tre posizioni suddette, da ripetere con Eraclito: "cattivi testimoni sono gli occhi e gli orecchi per chi ha barbara 1'anima".

E divenga.

alla

VERITA'deli'ESSERE, che

vieta

che

,/.

' Igy,,'
Per secondo -ma in connessione stretta con "il vizi-o di esperienza ogge-t-LLvar. - a evidenziare CHE cosa cn.oninne possa la "sufficenza" deila c e r c a t a 'ragione suf

ficiente'.

Anche dove

upnetunetfe non si dica, n

ragione

_6.l

di

'ragion sufficiente' che sj i n c 0 r r e in "metafisica dell'esperenza", si ehe 1a uragione sufficiente' de,tln "metafis'ica deW' espenienzau nel NON esse re sufficiente deli'esperienza ,soggefa- A metafisica, a cluel-La. che ne cerca NON la ragione, ma la SUFFICIENZA del suo, intanto, essere corl ragione, md "insuffiqiente"" Lo'essere cori ragione'del1'esperienza qui la esperenza stessa, nel senso che NON v' nagione di negarla, eh negarla -anche a prescindere da ogni 'inconveniente'- comunque averla di gi affermata. Lo 'essere can insufffciente r^agione' (di cui 1 'domandare' raEon sufficiente non altro ehe tnaduzione lingustica) lo essere A SE STESSA nsufficiente dell'esperenza, ia qua1e, cosi, ""
tcotteane-

la

"i nsuf f icientemente esperienza"Laesperienza della insuffjcienza a s dell'esper{enza una cosa sola con qur-:'te'insuffic'ienza', onde s p o s t u I a CHE I'esperienza "" ( interamente esperienza) MA non lo sufficienternente (non lo interamente). Po ehe la'ragione' NON sufficiente dell'esperienza il $af.o esperito dell'esperienza come (a'tta, trattasi di 'ragione non sufficiente a s come ragione', onde si

postul

STESSA,,sinplieifelr" Non essere interamente, infatti, non essere diviso DA ALTRO, ma essere diviso DA SE STESSO, onde non si pu dire che sia le *tes,sct C0ME djviso, po'i che

a CHE la insufficienzadell'esperienzaa se E'insufficienza A SE STESSA della (sua) 'ragione', stessa si che questa insufficientemente ragione" Cosi,1'esperienza "", MA NON "" interamente se stessa, non "" SE

d i v i s o dal pre appunto que'l'se stesso' che il prio 'essere'. Cosi, lo essere con ragione NON sufficiente dell'esperienza (o -il che lo stesso- i1 D0MANDARE'sufficiente ra gione') il NON essere esperienza dell'esperienza, e, dunf que, il suo essere c o n t r a d d i z i o n e" Dove c"rye deva.ti di opporre la richiesta di "ragione sufficiente" all ia pretesa -da altra metafisica- contraddttorjet di clue,[,La esperienza in cui incorre il non-essere, si d'i gi in pe
na contraddizione" Poi che parlare di "ragione sufficiente" i m p I i c a che si ytottltt[-L una "ragone insufficiente" che nsufficientemente 'ragione', i m p'l c a la contraddi-

-62zi one.

XXXVI

La espressione "ragione sufficiente" , dunque pleona stica, perch una "ragione NON suffciente" contraddizio ne, si che l 'domandare ragione sufficiente' lo esserE seylz& ragione che NON esservi ragione di essere" NON v',

pertanto,

RAGIONE

(sufficiente)

pretendesi necessit) di'domandare ragione sufficiente'. Non si tratta, Qui, solo del affo che a 'criteriare' la sufficienza di una (sua) trovata 'ragione' sarebbe anco n0.1'esperienza o quella NON sarebbe SUA ragione, M della i m p o s s i b i I i t stessa di QUEL'domandare ragio
net
.

della'possibilit'

(che

Ad onta della parvente modestia nel modo -eccipiente linguistico e stilistico- in cui si "propone" 1a introduzione (o reintroduzione) del si detto'principio di ragione sufficiente', Si appalesa la presunzione l dove si osserva addirittura questo: che il pensiero classico avrebbe USATO di tale "principio" senza "evidenziarlo" e tematzzar 10. E che SENZA tale principio quel domandnne puro (che classicamente dicesi 'problematict pura') NON pu sussistere. E che 1o -e,Luclwa (restituzione dialettica del negato) di mostra la/tme4abi,Uf. di esso. Eche-storicamente- lo humiano avere negato ta'le "principio" costitui sce IL momento (imprescindibile) del lo -eluchoa restitutivol

per importanza teoretica degi assunt, ma per lo ingombro in "metafisica" devesi prec i sa re, onde dissiparne la "pretesa". Va, per, osservato CHE una impli cita assunzione de'l 'principio" sl detto f u n g e in ogyLL "metafisica dell'esperienza", s che insensato ritenere che se ne s'ia indenni allora che appunto si parla di
Non
es

ziare. E, dunque -ma corollario ziale al pensiero classico.

E che, dunque, senza Hume, non

lo si

sarebbe potuto evidennon tirato- Hume essen-

su'ltare i nnegabi

peri enza o gg efbLvala. Centro -dunque essenza-

1e,

del "principio" iI SUO ripurcl. (per'la'ragioneche')

-63negarlo senza ragione NON negarlo e neEarlo CON nagione affermarlo" Con ei il "principio" sarebbe 'innegabie'" Qui, per, e espressioni "senza nagione" e "eon ragione" occorrenti altro signiftcato NON hanno se non questo: 'es sere senza ragione di essere" (dunque "non essere") E "el sere con ragone di essere" (dunque "essere")" A1ora que sto si ha: il "non essere" E"'non essere" (ossia non v' ragione che sia) e "lo essere E'essere" (ossa non v' ragione che non sa). Qui 1a espress"ione "ragione" superflua, ch niente PUI'addwe alla 'impossibilit che l non essere non sia' (che , PER SE STESSAT'necessit che I'essere sia'), ma ne segue CHE "essere con ragione" E "essere Aenzd- ragio ne" t r a d u c o n o non altro che la NECESSITA' (o i ncontraddi ttoriet) che "ci -che " si a i!.tu1ftnene se stesso AUT esso interamente non E'. Quello 'e.-uclrc , bravamente usato PER dimostnare la necessit -innegabilit del si detto "principio di ragione suffcente", NON la dimostra affatto, essendo la s tru ttu ra istessa de\T'addumazi-one dell'impog sibjlit del non-essere" E' a prevedersi, per, che s obett questo: essere il 'domandare ragione' in causa\e1 la FORMA dello avuLe in d.la propria ragione AUT avela in altro -da-s-. Se non eh, lo "avere la PR0PRIA ragione (sufficiente, ossia deTlo intero suo essere) in A|-TR0 -da s" pen,se 'ste.t,so lo "essere ALTR0 dalla propria ra gione", si che questo ALTR0 od la SUA ragione (e, per tale verso, 1a interezza d'essere di ci che in s NON ha ragione e, quindi, non ALTRO affatto) od ESS0 soltan to 'con ragione' (e, per tale verso, ci che non HA i; s ragione, non affatto). Tradotto nei termini per i quali si fa VALERE il "do mandare ragione" si ha, dunque, questo: 0 'la ragione suJ ficiente della 'esperienza' E' la esperienza istessa nella SUA interezza 0, non essendo intera, I'esperienza NON E'.Anziche giustif cluella 'esperien icare za' , i'l 'domandare ragi one ' traduce lanegazione della ALTERITA' rispetto ad essa (onde 1'esperienza "" lo intero) AUT la negazione dell'esperienza istessa. Ma ci che fntendesi "far valere" il damandanLe ragione, s che la RAGI0NE del "domandare ragione" nel

_64_
a n e di gi tufo ei ehe intendesi dimostrare: n tanto l'esperienza appunto "domanda ragione" n quanto d gi assunto che essa NON ha in SEnla (propria) ragione, onde ls 'e,Leneltoa resttuf see bensi il negato, fltd lo restituisce cos eom': come ancora postuiato, o frtLuup pottn" E, pen tale verso, esso non pi superfluo, vLpos

sere-per-s-indifferente-ad-essere del'domandante' ragionE della SUA 'differenza', 1s 'e,Lweho6, che NEGA (per tentativo) QUESTO, lo NEGA effettivamente, poi che NEGA che lo'in differente ad essere' p o s s a domandare senza'esser6 indifferente al (suo) domandare' e, dunque, senza contrad-

poi che il 'domandare ragioneo NON etpl,*-ifa" -come pretendesi- il'domandare', z \o -eXenelLo,s non vale cone mezzo n di esplicitazione, n di dimostrazione" Per primo, in tanto si introduce (per costrutto) il termine 'ra gone' NEL domandare in quanto di queto si fa il 'possibil le' qualer peF Se i n d i f f e r e n z a ad essere E a non-essere, onde, p!F 'divenire reale' -ch non essere pf indifferenza sanebbe essere realt- domonda.,s che, da. aoL.o non potendo non restare 'indifferenza', ALTRO intervenga a non lasciario la 'indifferenza' che intanto """ Con cj ) dello 'indifferente PER SE' ad essene' ai frattuLx" che sia ci-cl+e, PER SUA ESSENZA, E' 'indifferente' ed postulazio ne impossibile. Impossibile, poi che, cosi, tolta la ind,L{$e tLeyLza tolta quella SUA postul ata e,sdwtza. e NON esso (per s indifferente) portato a differenza; MA 1a indifferenza ad essere non-essere, s che quella SUA postulata 'essenza' lasua inessenza" Per secondo, ma connessovi, 1o 'e.Lucho,s esercita qui il potere de'lf impotenza 'ntegrale', poi che i1 domandare ragione DEL domandare ragione bens domandare SE domandare si possa (e, cosi, riprodurre il domandare, d i m o s t r a n d o che intanto si domanda) MA per la sLufrJ-n" del D0MANDARE che la impossibi'lit della ALTERNATIVA tra 'domandare' E'non domandare', non e q u i v o c a b i I e con la potfulb.tt 'ragione' del domandare ragione" Qui i1 L66ici,Le da intendere e qui il n*ctvo che, nello u s a re sprovvedutamente 1o"e,Lenc\rc,s , da.L,Lo. Allora che 'domandare ragione' vi assunto come lo es

zi-oto. E qu

dello

'e,Lene\u,s,

il

duplice eqtivacili E del "domandare"

-65dirsi, si che non -e,,enehaa affatto, non r e s t i t u e n d o affatto i1 dua negato" Che se -come qu accade- ti y:a,stu'{tt el+e il domandare

i I i t del'domandare', la i essa, 1o 'e.Lonchoa ri esce, rest tuendo per nu I 'al tro da quel "postu1ato", ehe postulato vi resta" Se, infatt, ci che si nega y:ne'sutycyto'slo , I a eventual e resti tuzi one del negato ancan-a de1 presupposto" IMP0RTA qui precisare PERCHE' il domandare, 'invece, E' innegabie" Negarlo significa istituire la 'aternativa' (inerente a1 domandare SE domandare sia) tra "domanda re" E "non-domandare" e I'alternativa richesta ancornnegab

ragone

sia 'esplicitamentd del domandare', 0.llora,

per

MA S0L0 per

(o gie) "domandare". Con ci, il domandante non lo'indifferente ad essere', ma i'l d"Ld[enenfe istesso dal nonessere.

/ xxxvt
NON per 'importanza'del.I'equivocazione -ch lo errore pnivo di ogni importanza- MA per gnavi,t dell'equivoco vanno RIASSUNTE e 1e pretese (XXXVI, inizio) e ci che ta.(i le confna ad essere (XXXVI)" Non solo infatti, la reintroduzione del 'principio di ragione sufficiente' s u p e r f I u a (ch i1 puno do mandane. , come ta1e, sufficiente a se stesso AUT non do mandare affatto), MA c o n t r a d d i t t o r i a (ch impone l'rnposs'ibi'le postulazione de'ila'indifferenza

a valere come tuti,tu quale postu' ato conflLedd,Lce ci di cui sarebbe nfu"LuLuta , poi che i1 nLchiedenfe -inteso come indifferente ad essere- inteso altresi come indiffe rente allo uaene n-Lchiedente e, quindi, come NON essente" Quel postulato CHE, pen "domandare ragione", la esperienza Sia INSUFFICIENTE A SE STESSA e, dunque, CHE essa non domandi ragione yteneLt 'insufficiente' , ma CHE sia 'insuff'!ciente' alIo stesso (SUO) 'domandare' e al suo "do mandare ragione"" Ma dove INSISTE 1a d,Lddenenza tra i1 "domandare effettivo" E il "domandare ragione"? IN questo:
ad essere') E costringe

zone del postulato.

Il

-e.Lenel,toa

66

d o m a n d a r e rtrr la espqrienza che il stessa nella SUA impossibilit di venjre ogge.tLLuafa (e cosl 'trascesa' surrettiziamente) come altra-da-sestessa, ch TRA domandare e non-domandare NON v' alternat va (l'a'lternativa, infatti, struttura del domandare, che
appunto esperi enza in a.tfo) . Cosi, non solo NON v' ragione di ntrodume il "principio di ragon suffr'ciente", M v' ragone di NON introdurlo (onde i1 pens'iero classico non lo rconosce)" Alla prevedi b le -e apparentemente e,Lenah.t i-an- obbezione. che cosi eyLcarLa- la "ragone suffciente" che si fa valene a rispondere questo: che la 'ragione' fatta valere nella NEGAZIONE del "principio di ragone suffciente" f' non al
que11a importata da QUEL

trodalla impossbttdelta contraddi si detto "principio".


t)

i orie,

razionalistica equivocazione tra "possbiIit" e "essenzau (che, come noto, in hlolff sf comp'lica nel possibIe come 'compossibile', tauto'logieamente) " Il possbile, indifferen te ad essere, PRIVO di 'essenzan, NON essendo"
XXXVI I

Quella nozione del "possble" (connessavi di neeessicome indifferenza-ad-essere appartiene, fnfatti, ala

di "ogni cosa" Dicevasj (XXXVII) che 1o -e.Lenc|La,s restituente ci ehe si postula o cl+e s presuppone, restituf sce non a'ltro dal postulatoodal presupposto, si cheessosi r sol ve ne1 tuLbad,ne, che'rfaffermare'il gi af f ermat o, o, meglio, 10 a s s e r i t o. Ebbene, ual empituLcadello-e.[-enehsa questo. ESSO resti tu i sce t)ttto, senza eccezione, indiscrimnatamente, ch, SE nego "qualcosa", i "qualcosa" negato continua a sussistere AUT non ESSO che viene negato (o la negazione, che DI esso, non "" ) . Con ci, ri sul tato del 1o -e.t-ueltol questo sarebbe,
Ae)Le

qui it discorso sullo 'e,Lenelu,s che discorso duttuenf.e l' u s o empirico n cui, ad onta del le lcoLt'sLLche eserci tazi oni dei "metafi si ci " preoccupati, lo si fa pnecLp.i,twte in quella assoluta.nani,t, dalla quale -ancora empiricamente- lo riscatterebbe lo os
NON

deve sfuggire

-671a innegabilit che la stessa

di "ogni

cosa", dunque la aua NECESSITA', NECESSITA* del'l'essene, come ESSERE della

"questo" e neganti ci che Ln "questo" dicesf) E' contrad dittorio" SE "", -incontraddittoriamente-, si che il "s", uto dtu,so eaenfe, s toglie come a I i e n az i o n e, onde si dice "che"" CHE "" (necessariamente) devui dire e basta. CHE la 'alienazione del ritenere che possa non essere ' devui dire e basta, La en$abLzzazone di questo "e basta" si ha d,L covtno a chi -alienato- cre de di non essere alenato e NON ritiene "bastante" quello "" eietta nfe! Ci che qui importa osservare -intanto- cauotto i che -e.Lurchu lo -dimostrazione in atto del'la innegabilit del principio e del'la 'richiestar o 'domanda' di esso, e UNICO modo di affermare il PRINCIPIO- s c a d e a farsi va lere come 'dimostrazione' dela contraddittoriet del c e r c a r e il "principio", poi che "" -n pu non esseretutto ci che, in qualche modo o forma,"". Lo USO EMPIRIC0 dello 'e-Lencho,s -quello che spnovvedutezza teoretica limita al'la pretesa dimostrazione della in negabilit del 'principio di ragione sufficiente"- vienJ -di stretta coerenza- ESTES0 a tutto-ci-che-, s da DIRSI 'trascendentale'. Se non ch, empirico d gi ne'l suo essere USO (si come'empirica''la RAGIONE nello "uso della ra

necess t " P0ST0 (ossia raccettato', 'accolto') CHE "questa lam pada ", negare "questa lampada" (nelle forme neganti iT

gione"), quello non -e,[-encl+oa affatto, M superflua del GIA' asserito.

ni,o.ddunazione--

\\;; SE, dunque, de'lla'cosa' -ossia del 'fi ni to'- 'l o QAelLe fosse non altro che il p e r i r e, del perire appunto
per quello 'elenclrct , Hegel direbbe -come infatti diceche "eterno" (Scienza" ilQ,UJ, Logca, tr. Mon. , Bari, '1968,

llxxrx\

I, p. 127)"

tutto ci a cui si estende. Una volta che 'esperienza' (co-

Estensibile a

tutto,

esso ancora e

null'altro

se

non

-68munque s

g ni f i cata nellaaggatLLvazianzl atte st lo."esserci" di qualcosa (detla sl detta 'cosa') ESSO r i p e t e ?turr1mu4e lo attestato. CHE "", infatti C0ME altriment s pu 'sapere'? Qul snodans le non viste parentele tra metafisici litigosi e ammiccanti che, appug to, fanno USO dello'el-ulela si come fanno USO della 'esps rienza' ri dotta, comunque, al "fareesperienza" (che , correlativamente, "avere esperienze"). Ma a che 1o'e,Luclwa DEVE, di contro, il suo escludere ogni USO? A questo: CHE esso -PER SE'- I'unico modo delIo "affermare" iI PRINCIPI0, ch non PUO' affermarsi come CI0'DI CUI "principio", ossia come DAT0 o C0NSTATA T0, o INTUITO, o fenomenologicamente CERCATO. Se infatti iJ "princpio" fosse DATO (alf inizio, per intuizione, del prg cesso o, per dimostrazione, alla fine), al1ora il dato COME TALE non abbisognerebbe di "principio"" Che se, comunque , per "dato" 'la 'esperienza' che si intende, 1tesperienza qua, fa.(i,s NON abbisognerebbe di "principio" n, propriamen te, di negarlo, N di dirsi ESSA il "principio". Qui lo -e,Lenelwt Esso non restituisce il presupposto, ma TOGLIE che sia solo o intanto "presupposto" che vi sia "principio". Cos: 1a teyttntn negazione DEL principio enpiaicanetfe (cone per ogn negazione empirica di "qual cosa") determinata da ci che essa nega e, dunque, lo ribg disce. Fin qui essa NON dimostra nulla" MA NEGARE IL PRIN-

E' ASSUMERE LA NEGAZIONE COME TALE A PRINCIPIO LA NEGAZIONE COME ATTIVITA' DEL NEGARE PRESUPPONE IL SUO NEGA T0 CHE SAREBBE ESSO IL SUO PRINCIPIO, Erip0ME INDIPENDENTa
CIPIO
DAL SUO NEGATO, ESSA SAREBBE

IL

IL

NEGATIVO COME

TALE, OSSIA

NON ESSERE.

XL

m o s t r a z i o n e elemchil-cd. effettiqriale 'dimostrazione' (facente 'risultare' pnopnie va non da premesse) DEL PRINCIPI0, bensi come UNICO "affermarsi" del PRINCIPI0 che NECESSITAT indipendente dalla SUA dimo

La d i

strazione o NON "necessit". Incontrasi qui un testo -capitale e paradigmatico- di Fichte. "Noi dobbiamo cercare il principio (Gtuutdtafz) as-

-69so'lutamente primo, assolutamente incondizionato di tutto l'umano sapere. Dovendq essere un principio assolutamehte prirno, esso non si pu[dimostrare (bewwten), n determinare (buf4ryrcn). Esso deve esprimere qulT'atto che non si presenta (ruich vanbammt) n pu presentarsi tra le de terminazoni empiriche della nostra coscienza, ffia, piutto sto, sta a base (zun Gtutndz L-Legt) di ogni coscienza e -solo- 1a rende possibile"..u G"A. FICHTE, ed. Medicus, ll). l(a yturchd. dobbiamo? Perch non lo t r o v i a m o. N 1o p o s s i a m o trovare 1 dove uncamente si cerca (nella "nostra coscienza", che -a rigore- appunto

con le SUE propriet, il principio", sia che la si pre tenda PER "intuizione", sia che la si ottenga per 'dimostrazione'. MA, se contraddittorio c e r c a r e il principio TRA e C0ME sono le "cose", contraddittorio pL n,nenLL cercare SE il principio sia, poi che "" i p ot i z z a ? e che NON sia ci SEI{ZA di cui la stessa

1'esperienza). Ogni 'che' i.nytane la impoldbiilfd. di VALERE come il 'perch' e, dunque, la necot,sifi che il 'per ch' non sia .repeible come trL CilE-i-quae--il-perch,ma che, essendo IL perch, non sia UN "che". La SUA ricerca , dunque, in uno, suscitata e delimitata da una NECESSITA': se ESS0 ci di cui princpio, non affatto. Cosi la r i c e r c a MU0VE da questa BASE, che , insieme, ci PER CUI muove e C0ME muove. Essa insorge quale'ricerca' p e r c h il'principio' NON dato E p e r c h NON PUOI NON essere. Stante che irrinuncia bile questo duplice e unitario "perch", resta esclusa una 'qualificazione' del principio ne1la forma "QUEST0 ,

"ipotesi" NON sarebbe. Attiene alf ipotu inpot,sbi,te (che i1 principio NON sia) ogni ricerca intesaa trovarl o, riconoscendolocome "qualcosa", equvalentea nega r'l o come 'principio'. Esercitazione'scolastica' , infatti, avvertire che, cosi, E per q u a 1 i f i c a r e i1 principio E per e s c 1 u d e r e ipoteticamente che sia,\o si tdoytpielebbe inunanozione f o rma I e (posizion' delle condizioni dasoddisfareper es sere 'principiol) E in un c o n t e n u t o (soddisfacente o no

-70queste condizioni), onde ESSl ttUulfutebbe SINTESI di "for ma" (di gi nota)Edi'"contenuto"(che, non posseduto, cato) da una r c e r c che compa tra la forma -senza di cui NON lo si cerr az on cherebbe- e contenuto -senza di cui la ricerca vana-. del 'principio' coinPo che, per, orm cide con la IMP0SSIBILITA' che esso sia rdato' (allo iniesclude zio o alla fine della rieerca), orm quella questa c o m p a r a z o n dunque, SINTE e, SI" Se 'dimostrare' stabiire che QUALCOSA e NON ALTR0 principo INDIM0STMBILE, cosi da essa "u PRINCIPIO,

e l

istituisca

C..t

la f i

a la f e

pertanto, di reperi re una dimostrazione che sia "incontrovertibile" di ry.a,Leg aa COME 'principio', ch appunto nello essere 'dimostrazio
come

il

INDETERMINABILE. Non

si tratta,

ne'essadigi nulla.
come non pu

Appunto PERCHE' l "princip0" di ALTRO-da-SE' o NON 'principio', la r i c e r c a di esso NON PUO' consi-

con 1'esperienza E quella che contraddica il PRINCIPI0, affermando che l'esperienza non ne abbisogna), betui. di una melu.ina contraddizione per 1a quale NEGARE il principio E' u ytao NEGARE 1'esperienza;e QUESTA n e g a z i o n e appunto contraddittoria non p e r c h un "principio di ragione"contraddica 1'!spe-' renza e viceversa, ma p e r c h NON negazione affatto. La negazione del prncipio, dunque, E' e m p r i c a m e n t e "negazione-di-qualcosa". MA, per il NON P0TER ESSERE "cosa" del PRINCIPI0, negazione di se stessa.
PRINCIPIO

stere in ordine a QUALCOSA che esclude I'ALTRO da SE', cosi far valere questo ALTRO (di cui "" prncipio) per connotare il principio istesso, ESSO, dunque, non pu c o n t r a d d r e ci per cui lo s cerca -ci che, essendo dato, non principio- si che, per tacere di note forme storiche in cui quuln si d'imentica- SE 1'aaputienza tutt'uno, comunque, con la SUA 'ricerca' (che il non essere lo intero), non "principio" quello che contraddica l'esperienza dicendola contraddittoria. NON trattasi di DUE posizioni (quella che affermi il

in contraddizione

-71
XLI

"indifferenza ad essere": cosi, la "ragione sufficiente" bens "sufficiente", ma a contraddirla. Il s detto "principio di ragion sufficiente" c o n t r a d d i t t o r i o, contraddicendo ci di cui fosse "principio". Ma contraddittorio puoh "consegue" (e, dunque, non 'principio') DALLO avere ipotizzata la indifferenza ad es sere -o i'l mero possibile- SULLA BASE della constatazione dello'esperito', ossia dell' ctgge.ttrt NELL'esperienza, la quale NON "oggetto", ch lo sarebbe DI se stessa" Lo angunentum operante nell'attribuzione all'esperienza dei caratteri dello 'esperito' questoz 1a tota.ti,t. dejlo esperito "" 10 esperito stesso, si che i termini "esperienza"

che a"t4wLdicnz se qualcosa, che-pu-non-essere, , non 'ragione di essene' del SUO essere" Quale sia quuto SUO "essere" implicito: quel'lo che NON coincide con la SUA "possibilit-di-non-essere", ossia con 1a SUA indifferenza-ad-essere, la quale trrr, invece, che appunto DA S0 LA, "senza ragione sufficiente" NON PUO' essere E' del'la "indfferenza ad essere" che dovrebbesi DARE una "ragione di essere", si che da un canto quella'ragione' NON SUA, dal"l'a'ltro, se lo fosse, non sarebbe pi

differenza tra "domanda del principio" E "domanda di ragione sufficiente". Che nella stessa "domanda di ragione sufficiente" dunga di necessit la i n t e n z i o n e di domanda del PRINCIPIO la stessa infwtfio per s "metafisica" oggettivadel p e n s a r el l dove il M0D0 in cui, ta I'esperienza PER significati comunque rsistematici', contro la medesima intenzione, si FA VALERE dQ,l-L'espenien za non altro che i'l p r o g e t t o d farla VALERE di pende da ci che presiede la "signficazione", che 'lo 'interesse', in s p r a t i c o ed e m p i r i c o, di ogge.tfuLvoJLe. Se all'espressione "ragione" -occorrente nel pleonasmo "ragione sufficiente"- si domanda PERCHE' df essa si abbisogna, essa -chi la introduce- risponde infatti questo: niente vi pu "essere" SENZA "ragione di essere". I'l

Qui

si appalesa la i rri

nun

ci

ab

i I

-72e "esperito" sono fungibil tra loro.


Qui I'equvoco si complica ccn Ia parola "totalit". Espressioni come "totalit" o'intero'impongono una previa chiarificazione. La totalit dell'esperto totalit
esperi ta?

'_/

XLI

il

Non fortuito (appunlo nnfn)che la comparsa della parola "possibtle" (possibilit, compossibilit) si aceompagni a COMPLICARSI del discorso -e Kant, come noto, ingarbuglia tra "possibilit de'll'esperienza" e "esperienza possi bi'le"- ma I 'equivoco di BASE trovas'i tra un npossi b 'le' che ta'le dicesi C}ME ls.Auti,tto dal 'fatto' (se q poi che "", allora 'possibile che sia') e (a-tnlLzza,ts co me condizione aine c4n non del 'fatto' (se "", in s 'possibile') E C0ME la intrinseca INTELLIGIBITITA',. p!r la quale il non-intellig6il non "", anche se sembra che sia. L'equivoco appartiene al LINGUAGGIO e, per esso, alla storia. Al'la "metafisica" appartiene il r i c o n o s c e r I o. QuzL 'possibile' trascritto-fattualizzato il d a t o considerato come 'possibile', ancora il d a t o, che nuta il medesimo, che 1o si dica "reale" o lo sT dica "possibile". Sl che i\ dafn po,stbi.Le si scambia PER datit-de-possibile, che COSTRUITA" Cos, SE quel 'dato' fosse IN SE' nullo, dirlo 'possibile' non cambia niente : nullo e nullo resta. Superfluo che s dica non esservi per VERO altro'possibile' oltre 1o i n t e I I i g ib i I e, ma, cosi, di 'possibile' parlare VAN0" E' vano -come Hegel osserva- poich, considerato quale il r e a 1 e come EM senza lo essere, considerato 'sinpliertez come NON EM, s che non v' UN POSSIBILE che p a s s i PER intervento altrui ad essere 'reale', ch questo illusorio'passare' r i p e r c o r r e a ri troso 'la vi a del I a 'genesi ' (if.LLzi-a, dal fatto possi bi lizzato e dal ;p55'ibile .fattualizzato. La si detta "totalit dell'esperienza possibile", per tanto, f a n t a s t i c a. Fantastco lo "oggetto possibile". Fantastica la "totalit possibile". La

-73 costitutiva del'progetto' e, sotto Qu9 sto profilo, l'oggetto appunto, ma r e a I m e n t e, (artn,-a.. Allora che, per, dices di "qualcosa" che, non u,tstznte n un detenminato sstema progettuale, PUO' tutta via esstere, questo si dice: che v' un sistema in cui esl so 'esstet" Con ci la f u n z o n e del'possibilizzare' connessa all'esperi enza in e, clte nQautryla esperenza PUO'ncontnaddittoriamente es cl ude re un'altra esperienza. Non posso dire che NON c' qualcosa poi che NON la vedo, pesso so'lo dire che NON la vedo" N posso incontradditoramente IMP0RRE ad altri ci che v e d o, posso
incontraddittoriamente uefudenz che vedo" Qu s appalesa la f unz i

f ant asi a

altri

Cosi, "possibile" a c q u i s t a i'l duplce sgni 'la norma inrpone PUO' venire fatto, ma che che NQN si faccia E di ci-che appunto la norma dichiara 'possibile'in conformit a se stessa, ossa al s i s t e ma a cui appartiene, In questo, appunto, si ha che,"p! sibile" (praticabile secondo norma) in un sstema, un mzde,sino "mpossibile" (non praticabile) in altro sistema. SE di un sistema s pretende che sia l'u n i c o 'possibile', inytL.icife si escude ogwL possibilt a c"i-che appartenga ad altro sistema, che, appunto per f ipotesi, non affatto" La nozione anbi4ua di "possibile" cosi vincolata a'l f a r e o 'praticare' , tuLt)LqvQlLlo 'la norma che discrimina 'possibile' da'impossibile', rendendo'impossibile' qualcc sachenon'lesia conf orme, MAimplicando che d,L [a,tfo p o s s a pratcarsi o la norma essa'impos sibile'" Di qui la identit tra "possibile" e "legittimo". Allora che Kant si domanda SE la metafisca sia efrua m6gI-k-lt, si domanda se essa sia "legittima", ch d fatto essa "" e, in questo senso, 'possible'. Cosl, appunto, v' un sistema n cui "qualcosa" E' 'legittimo, appunto perch questo 'sfstema' dichiara, per il

normatva (come DOVER non-fare alla norma, s PUO' fare)"

della s detta "possbilit": quella del dichiarare 'impog sbile' qualcosa nel senso del non-pna"trbabi.[-2. Che piu! tosto d"Lvie,to di praticarlo, implcante una "deimitazione"

on e

escluda cf che
ytnnnLtani,a.

tutto

ei che, ma

di

contro

fcato di ci-che

-74suo imporsi normativo, i I I egi ttmo qual cos 'al tro . La domanda 5Elqualcosa IN SE e PER SE' legittimo domanda SE sia iegittimo "{md.Lytendenfemenf.e da ogni (possibile) sistema" QUESTO'in s e per s', dunque, i n t e n comeessenzialmente avineaLafada ogvL'L z i onato sistema E Iegittimo PER ogni sisterna, MA indicarlo o s i g n i f i c a r 1 o di gi'sistemarlo', onde si

ottene

i'l costrutto'sistema di tutti i


ci, inenzfuina(nevt.e

sistemi'"

atema NEL (mio) vedere" 0nde un sistema PUO' fmpedirmi di v e d e n e in quanto ESSO propriamente che vs

cui 'significato', che si 1 sistema che si II'IPONE attraverso il qua'le viene 'significato' " Ora, se "vedere" di gi oggef"tiva,rLe e oggettivare "significane" (di cui 1o interpretare funzione), poi che non v' ,signdcanza che NON sia riferirsi avendo ri ferito (che struttura del sistema), in ci che ritengo o p e r a r e del a.c "vedere" gi 1'operare che
de IN ci che,

Con

sistema in ESSO, non ma ogg"ttiv*menfz IMP0NE,

il

Alora che e s c I u d o c che NON vedo, ideL fxi-ca surrettiziamente un 'sistema' CON il vedere stesso, I dove Leg.f,timo -i ntel l igi tii Ie- che si escl uda tauto logicamente di vederlo" Se nn ch, i n t e n d o divedene -non d operare- e vedere (che non sia operare) rrrr vedere ci che rr. indipendente dal venire veduto o nonveduto, PER SEr v i s i b i I e, dunque visibile fretL t. da chiunque, s che il veduto inteso csme'oggettivo' e 'universal!', d prescindere da,[- ,6a.tto che lo si vede
o non l si vede. Cos, da uncanto, a s p e t t o che anche altri vedano ci che vedo (e, quindi, non accetto che non lo vedano, di qui l'intolleranza-), dall'altro, i d e n t i

p eato, vedo.

mi

f i co

d me criterio -indiscutibile- di VERiTA'). Fino a che tra "vedere" e "oggettivare"


mado

(e, quindi,

ci che vedo, comunque lo veda, con ci-che- non accetto di averl o (saf'to LLAULr con il rnio "vedere", di qui I'assunzione della EVIDENZA co
NON VEDO

ferenza, anche iddntifico 1'oggef,to con ci che "" e ci che "" con il ,sigwLdea,to di gi assunto, si che la

dif

-75poss

ficata con la,.nfe,U-Lgbi,U.t.


nel
5U0 essere"

i bi

i t di tale "significato"
.LntJT"ir4ALco"

di

viene identi ci che "u

i'xr-tr)

gine' denpne.'sufficiente') si fa VALERE l'oggettivato COl ME in s e per s uauf.a, onde, oggettivata I'esperienza, non si ha se non l' o g g e t t o considerato eome "eConsiderato tale p e r c h l'esperienza lo inteso, fla non pi esperienza allora che viene considerata come se o i n t e n d e r e fosse tutt'uno con I'oggett vare. Ed eome ii 1nguaggio o signficazione -NON i pensieno, che i n t e n d e r e- IMP0NE che si consideri, onde equi vocare ru.tina conf ondere I i nguaggi o E pens i ero " Si ha, pertanto, a dire cguuto: che la si detta "ragione sufficiente" r" i c h i e s t a bensi, MA dal ai.atena ed appunto 'ragione sistematica', i n t e r n a appunto ai 'termini' del significato d cui n e s s o, l dove 'infanzia specuativa confonde "domandare ragione" con il "domandare puro". Ch, se di "principio" vuolsi par lare, a proposito, esso indica, piuttosto, la 'insufficien za della ragion', QUe,,(t, che, di necessit, v i n c oTa un "che" ad altro "che" e quuto vincola noma IL 'perch' . It v i n c o I o tra un "che" lia attro "che" ben si 'ragone', ma interna all'essee dato di ciascun datoaf,ttsve"uo altro dato -ci di cui enfatica descrizione la fenomenologia husserliana- onde piuttosto MEDiALITA' che MEDIAZIONE, ffi ! z z o del DARSI (e di essere NEL dato, appunto) che lascia nella SUA 'immediatezza' di "dato" ci di cui 'mezzo'.0, se non si penetra i chiarimento hegeano a proposito, s pretender -come accade- di avere mediato IL DATO C0]vlE TALE eon ci che trN esso trovas, quale M0D0 costitutivo e del darsi e del trovarlo"
s

l si detto "possibile" p a s s i b'i 1e di significati per i qual aatema,tionmet.e (e con relativa'na


Cosi,
peri enza" a.inyil.Lcifen.

!=-r.

-76Poi che 1a mitica confusione di 'linguaggio -signifinella oggetti cazione- e pensiero e s p r i m e s i vazione dell'esperienza, cluuta- m t i c a m e n t e acade ad esperito quale 'totalit dell'esperito' nella for ma (tutta linguistica) della "esperienza-che", ossia a QUEL "che", il quale 'esperienza', onde -come ogni 'che'sarebbe DATl a.ffi@veMo ALTRO DATO" Cosi, 1a pretesa "tota lit dell'esperienza" tale sarebbe, contraddittoriamente, PER ALTR0 DA ESSA, e questo 'altro' sarebbe non altro dall'esperienza stessa (si che, in quanto DATA, sarebbe d iv s a da SE STESSA, essendo DATA per ALTR0 da essa ed
ALTR0 in essa). Ma attene ancora

alla rterna struttura dello 'essere dato' (o darsi) a n c h e il rilevato vLncoLo che Kant esaspera tra il da.to (ci-che-si-d) E ci A cui esso

l'esperienza bensi i n d e r i v a b i I i t del 'riconoscimento' del dato dalla SUA datit (che per Kant 'la esperienza aimytXie*tez), MA non PUO' valere come i nd i pe n d enz a originaria dall'esperienza, essendo appunto ad essa internamente v i n c o I a t o come ci senza di cui il dato NON dato affatto. Con il r i 1 e v a r e, infatti, la indwLvabi.ti. del soggetto esperiente DALLO oggetto esperito, si ri'le va non altro che questo: che 'esperiente NON 'lo esperito, l dove pretendesi di d i m o s t r a r e che la "esperienza" E' 1o esperito.
I

tale (ci-a-cui-si-d) per i1 quale non pu essere dato ci- a" arL il dato "" tale" Cosi 1'apn-auf, rispetto al-

oggetto dell'esperienza stessa e, per il vincolo di oggetto A soggetto, il non essere soggetto dell'esperienza stes sa" ESPERIENZA, dunque, non l'esperito n o esperienten il vincolo, ad essa ittfenno -ma per significazioni- tra esperiente ed esperito.

struttura dello stesso'esperito'. Che a e s p e r i e n z a come tale NON UN esperito per vero il non essere

[*rrv ,..--.j; Che lo "esperiente" non lo "esperito" per

vero

_77

fuLb..Le" Appunto *'infanzia

questo d i r e c che l'esperlenza NQN od E' bene un o g g e t t "t v a r e I'esperienza, si come la parola 'esperienza' ai4ni{icof,Lua di ci che dice e itao,sLLnon

La infanzia speculativa -inevitabilmente- obbietta che

speculativa' i1 rrufi-c.o confondere linguaggioa pensiero, o "sistema" nerente al riferir si riferendo e" "intenz one" (ungenf.e in esso se e solo -se

v si .UevtLL6ie-a"

dire -per banale che sembri- che "quattro quarti" non sono uR "ntero". NON 1o sono, infattr per i sistemi occoment nel comparire delle due espressioni che, come tali, non s0no tra loro aoati,t*ib.1-L: non lo sono poi che "quattro quar t" ndca una dvisione in part e 1'assunzione d'i tali parti clme 'sQ- la divisione non fosse e tutto ci NON indi cato con la parola "intero". Lo esemp"io va ben oltre la mmed"iata funzone, eh -e sar macroscopr'co- il preteso "significato" 'nulla' vi nteramente i ncl use edissolto (anch'esso, infat
Lo importante qui che si avverta questo: in forza (che estrema debolezza) de mifizzane linguistieo (la cui esasperazione il filosofare con gli eLilQ si connettono tra loro -nattesamente- la pretesa [edeLf all'e sperienza "ntegrale" E la pretesa rubh,Luta di una "ragne sufficiente" E la pretesa conpaJLazLone tra ci che l'esperienza attesta e ci che ragione impone E 1a pretesa "semanti zzazione del l 'essere" con l a connessa "semant izzazione del nulla" E la pretesa "differenza ontologica" tra ente ed essere E la pretesa "differenza (ontologica?) tra essere e apparire" E 1'equivocazione tra "possibfle" e "in

Ch non dscriminare'linguagg'io da pensiero equivale a

ti, 'nsostituibile').

telligib,ileu;

"-\
XLV
I

Ad onta di Heidegger -e dell'14p0!qrlz_A spe__cqlAt!va- n la struttura dello "asserire" n quella del "comprendere" sono o r i g i n a r i e. Tali, infatti, r i s u I t a

,/

-78n

conoscere o asserire) DEYE cetteone nell'esperienza (non pi SUA) la ytnoyta.a. concretezza epper considerarSl astratto e in s VU0T0 e poi che paura del vuoto paura dell'emore, per non errare che esso 1, a[,[ila, cedendg si per fede a quoUn esperienza come a ci che NON PUO' discutere. Abbisogna, infatti, di non discutere ci a cui

una'dfferenza' i n t r o d o t t a con la con (uionz tra sapere che si esperisce E 'esperire lo esperT re' quale esperire esperito. Una volta divito con 'l'ogge! tivazione lo esperire, il si detto "sapere" (o pensare, o
per

sigta dall'equivocarsi nel lnguaggio, l quale, per vel FO, n t e n d e di non essere'equvoco' e, dunque, intende df non abbisognare di venire "interpretato"" Tra upwio e o,saw.to non v' differenza se non

alla

'comprensione' che

d gi interpretazione

si affida.

riale, antepredicativa (miseria teoretica del'la husserlia na LebeyawE"ll . Di qui il commisurare lo asserito allo e sperito, che attiene invero allo 'fare esperienza' (o .I
Ridotta, o r e i f i c a t a, al constatare, la variabile PER variet di significazioni, e sperienza diventa s t r u m e n t o per afferrare (di cui lo "affermare" variante di poco pi nobile) la s detta 'realt'.E qqi i il crollo" "Reale" , insieme, qui, ci che sia indipendente dal venire ad esperienza E ci a cui l'esperienza si r a p p o r t a. Se non ch,ta'le 'rapporto' considerato VER0 se REALE ci di cui si HA

E tanto pi s i c u r a gli parr cauetlt" esperienza quanto pi intesa SENZA di esso, nuda, precatego-

'lo 'avere

esperi enze ' ) "

cui

ampiezza

esperienza. Ma tutto ci di cui dicesi 'rea'le' PER espe rienzar la quale vera se quello reale, e quello reg le se essa vera" E' il vizio non riconosciuto (e come, se, per ricono scerlo, bisogna evitarlo?)che, per tacere di altri , fadell'opera d l^littgenstein una infanti'le esercitazione d dilettante. Ma il vizio di ogni r i c e r c a d ci che sta "sotto", o "prima" o "dietro", espressione della paura di venire ingannati, scambiata per crtiea in atto.

-79 volta a garantire'giudizio'adeguato -il che significa 'fede"le' -ma, appunto, perch 'strumento' PUO' venine USA-

In quanto 'stnumento' (di


modo inadeguato"

conoscenza),

la

esperienza

TA in

da se stessa (da1 propr'o'inganno') NON trova se non questa va: non essere pi 'strumento', bensi LU0G0, o APERTU RA'originaria''n cui'i1 reale si presenta, anzi si nranil festa,nel proprl'o essere" Cosl aylc*fi-a- in v'lsta del SUO essere "strumento" e strumento adeguato -o fedele- che s'i rnuncia a consderar la "strumento" (e s{ pt"oclama, eon il W*had richi'esto daT I 'assunto, 'l 'al enazione del'la 'teen'tca') e la si d i c e -sign'ificandola- IL mani[ettanaa del'essere (o gi di I)" Come, se "manifestars" noR fosse altra parola per dire il "darsi" e, comunque, non mantenesse per se stes so tutto c per cui INSORGE "metafsica". Lo a s s e r i r e non originario pi di quanto non lo sia'il m a n i f e s t a r s'i che , comunque, upenfo e se, da un canto,'la minima delle ostensioni gi in dd-'asserzione', 1o urr, in cu non pu non fissansf lo a,s'sw.ts , indiv'isibile dall'uaytwLto e, quindi dal F10D0 in cui d- ata.to upoai.tn"

In quanto strumento, E' eaAx" che DEVE essere FEDELE alla 'realt'o ma ancona ESSA che de ve Eudicane della PR0PRIA fedelt sl che, per garantfrsi

g u a z i o n e'. La nozione di VERITA' come "adeguazione" NONoriginaria, ma perc h non originario cda cui essa d,Lpude : I a 'di fferenza ' -i ntrodotta- tra asserito e esperito, la qual e ptwvene dat'la riduzione del I 'e

all'aJtro, che vi

NON v' differenza tale che sulla BASE dell'altro -come tutta ne "fare" e "avere" esperenze"Cosi, i d i s c u t e r e (venificante-falsffcante) I'uno sulJa base de'lI'altro attiene al "conoseere naturale", e si ha in ordine alla 'adeguatezza' dell'uno

possa l'uno d",scaf.ene via non pu non avvenire

Tra uaen.to E e4tenfo

si

ri

en

t a la conseguente'a

d e-

_80_
sperienza a STRUMENTO nel comune 'constatare'. Qui snodansi due rilievi" Per primo questo: che il "conoscere naturale" ESSO teeruUo (onde 'tecnico' il senso comune e 'tecnica' la scienza). Per secondo questo: 'tecnica' la nozione di "adeguazione", ch solo di aut

meno la si pu dire o negare. Ne segue -ed rilievo da non trascurare- che ogwL dscussione della si detta 'adeguazione', concrescente su questo temeno, nonch \a tr"LcEnet di un 'originario' ri spetto ad essa, nonch la eventuale SUA tatil'tttzisne sor[adeguat ezNON a'ltro se non MODI di tentare la

Se, infatti, esperienza "" mawLdutntu , iT manife peF starsi vwi,t nel suo essere a d e g u a t o qu'i I'inconsistente, se stesso a c-che-si-manifesta" Di ma significativo indugiare heideggeriano sul'la dfferenza tra 'apparire' e 'parvenza' (parvenza sarebbe un apparire inadeEu,to a se stesso)" Al "conoscere naturale" o "tecnico" appa,nfugono , dunque, le "filosofie" che ytnogei,tano se stesse come e s p I i c i t, a zi o n e di esso -o addirittura deT "senso comune"- come se esplicitazione del senso comune non fosse se non senso comune espicitato" Ad onta del lo ro macroscopico ingombro, quelle 'filosofie' sono pnod;i de filosofare. Che qualcosa era .npt-Lo-.to , infatti, lo si sa dopo averlo espic'itato, s che non iegittimo ri tenere di avere esplicitato tufo 1o 'inrpticito ed uc.T

tra asserito ed esperto, comunque connotati, e, pertanto, ne tuLytefano la struttura, abU.a,ndaLa"


z
piena

ne

quale, espicitando,

vi sia da esplicitare" E lo "imp'licito" E' attu a'l mente presente efur.teltamenfe., onon vie ne 'esplicitato', si che esso, per lo 'esplicitare' NON passa all'atto se non per la MENTE di chi esplicita la
che ancora

zione PUO' coincidere, esaurendolo, con quel medesimo, il quale resta -ed scoperta infantile di Husserl-un orizzonte mai raggiunto.

q[an[-0, s cheunmed.uimopassibiledi espl i ci tazi oni i ndi cate e ori entate da cl'uL espl i ci ta e ne1 modo in cui esp'licita, tanto che nustuna esplicita

te re s s e

incrementa se non se stessa. Appunto, ad esplicitare 'simuove da un sotteso


NON

-81 Se

di esso doppiamente'interessata', e a se stessa E al

turale")

i'l

"senso comune" (versione decettiva

r e s s a t o,

del "conoscere

na

ogni esplicitazione
suo

nteresse.

XLVi

t sottesa all'ottativo della'visione'), metto in questio ne eo iytao ed esse E 11 wt-o vedere; ma ta'le "mettere in questione" (donde quel rcercare) v i n c o I a t o

Intuizione altra parola per dire "vedere", s che, se cetLeo di vedere 'come stanno le cose' p e r c h ni pttzoecury di come intanto le vedo'ch se cos non fosse, non mi curerei n di cercare, n di "vedere"- A'llora che esse NON sono cone nuL a.zndo che siano (per conformi

dere come stanno le cose". Quali"cose"? QueLLz che intanto si vedono, ma NON a d e g u a t a m e n t e (si che la "evidenza" i n t a n t o'inadeguata') -le "cose" per altro sono -n pu essere diversamente- quel1e che comu neneyftp.ci si accorda di vedere nella loro mai discussa o vv i e t ; n anzi, a cguuta'ovvieta' che con quel "aaf care" si tende. Ci che si presuppone -il che significa mbine- che il "vedere" (che comunque itttenzione d verit) sia effe! tivo nel SUO coincidere con i1 presentarsi IN ESSO di cose, di cluelLe cose che IN ESS0 si presentano, sl che per ritenerlo effettivo bisogna ritenere "vere" queste cose e per ritenerle vere bisogna che esso sia effettivo. Assunzione in uno, della pretesa eliminazione de'lla problematica sottesa, di "vedere" e "cose" si ha nel r c o r s o (che gi non pi intuitivo) alla i n t u i z i o n e. Pun to obbligato delle 'filosofie' esplicitanti il 'senso coml ne' .

stificazione razionale' il "cercare di veclene come stanno le cose". Per ovvio, essa ribadsce essere la EVIDENZA il criterio d "verit", senza mai avvertire che del1' evidenza appunto si domanda se sia VERA, allora che'si cehca di ve-

La pi macroscopca esemplifcazione di questa pahod.nv.e'flosofia' quella che addirittur"a 'definisce' "gi!

-82-e diretto- dal MIO vedere, che appunto quello che enbla in questione" Qui tutto si complica nela parvente 'ovviet', ch quel "come stanno e cose" ipoMa'si a'sLn-o..tta (concreta

per il senso comune) de1 t e m e r e che esse, p!F se stesse! non stiano coa enme intanto "vedo" erquindi, de questionare SE effettivamente i1 m^! vedere sia VEDE RE. Se esse NON fossero c.oai come le vedo, a'llora il mi6' vederle, cLrc Le a.I-tetr-a., sarebbe un o p e r a r e, se! za sapere (vedere) che si opera, dunque un c r e d e r e d,Lvedere, che "credere" aenz& vedere. Ora\guel meJ,uine 'mio vedere' andrebbe in cerca del la "giustr\ficazione razionale" in quanto NON VEDE, comunf que, il n e s s o (la 'razionalit') e non lo vede co ,s eome, invece, vede le 'cosen tra 1e quali c e r c il nesso e, dunque, allora si placher il SUO cercare quan do ANCHE il nesso (la 'razionalit') ,sat vedu.ta come Lz coae, onde 'giustificazione razionale' sarebbe r i d u z i o n e dela'ragione tra le cose' a c o s a, a co sa veduta (o ntuita). Di certo che eo'sl -na solo cosi- la i n t u i z i o n e se stessa, lna non lo da sola, abbi sognando dei soccol"so aetwi,Le e ,subon-d.nno e ln-anleun.e del la "giustificazione" "
XLVI I

La formulazione pi 'ingenua' -il che non significa qui 'pura', bens prefilosofica- dello intento di quele parodianti "filosofie" -che, stante 'la comune ovviet, aspirano ad essere LA filosofia- il si detto husserliano "principio di tutti i principi". Che vi sia b i s o g n o di un'principio' gi in d. esclusione che "principio" sia la infaizi-ane, ma i'f ytninciyti"o appunto dovrebbe eJste,tLe rtt*o o, facendo della "intuizione" UN princip'io, contraddice se stesso.

"Ogni intuizione che presenti originariamente qualche cosa di diritto fonte di conoscenza" Ci che si offre ori ginariamente nell'intuizione (che presente in carne el ossa, per dir cosi) deve essere assunto semp'licemente cosi come dato, ma anche soltanto nei limiti in cui dato".

-837QJL M.a, duomuoLogn yttnn, pdr " Z4), Preso seriamente, questo 'prncipio' NON PUO' esercitare funzione alcual&nzqcessare di VALERE. Che una intui zione'presenti originariamente qualche cosa' tautologico (o che "ntuzione" ?) , na ehe a presenti 'originaria mentet come sf sa? Intuendolo" Intu'irlo gi "assumerlo come dato" si che la SUA intuizione di d,nitfa "fonte di conoscenza" prc[t (un perch intuito) gi conoscenza o non ntuizione-di-qualeosa. Che lo si assuma (anzi, peF il 'principio',che lo tL debba. assumere) "cosi come dato, ma anche nei limiti in cui dato" i mpI c i t o nell'assumerlo, che appunto assumerlo "nei limtf" del suo dans, che sono tutt'uno con il "dato" o non sono affatto" Preso in funzione conosctiva, questo 'principio' -tau

(dze

mi

tuire" Del resto, l'eventuale nzgazi-ctne della rws- intulzione verrebbe intuta o non sarebbe 'originaria'. Ma quel conclamato 'princpio' -formulato da un filoso fo che viene dalle matematiche- p r o g e t t a t o in funz'ione di discutere le "teorie", quelle mytendefaf.e sul dato, che in funzione di d i s c u t e r e (senza pi intuire?) Io "asserito" sul'la BASE delIo "esperito".
XLIX

tologico- a c c r e d i t a ogri "asserzione", ch non si pu {a.lt i-vrt&e-per dimostrazione- che NON intuisco o che intuisco 2 d,L Z de limiti del 'mio,(quale se no?) in

ponai , infatti, tutt'uno con il SUO aotbrit a discussione" Paradossalmente Jo husserlfano "prin cipio di tutti i principi" atcheifa Husserl non pi del beota, con tutto rispetto per entrambi, ch entrambi "vedo ho", "intuiscono" ne limiti irrefragabili del L0R0 "vedel

Che ogni "asserzione" -dicasi 'fisica' od anche 'meta fisica'- sia A SE' legittima per il c o n t e s t o che la esplicita o che vi si implica , appunto, fuori dscus-

sione"

Il

SUO

re" o "intuire". Con ci -e in forza di quel "princpio"- TUTTO lo asse rito -comunque sia il suo 'oggetto'- si sottrae a discussi'

-84ne" Questo sottrarsi, per, non se non lo stesso d,^Aeni rre" Anche dove esso si presenti, amabilmente, come 'props sta' o -per dtre con Hege- come "ganbato rilievo", in quanto appunto aaawi,ta, c r i t e r i a con il prg prio intanto essensi sottratto a discussone, ogni eventua le discussione, si che cquufi, varr come SUO -pi o meno cer"to- Weedene e 1a k r i s i s da esso compiuta (re lativamente anche di se stesso) sar i1 prolungars della

al non meno sprovveduto vincolare il pensiero al 1n guaggio (che si esprime nella valorazione 'ginnasale' degli ebtu1). Ma lo importante che si tenga fermo questo: ogwL asserire per se stesso dagmwtico e lo "", in esparole
so occorrente,

dire che, dove effettivamente un assento venisse eamfrtLuta, pi non lo si dscuterebbe" Di qui 1o t$onza della ytolenLea, contraffazione apparente dell'umeneu.tica, di cui inveee f1 volto litigioso" Poi che la ineam,pzeyuone questione di "'linguaggio" -o di cultura-, la pneminenza del ,(inguaggo vi si impone dallo sprovveduto 'ignora?e nudemente il significato delIe

di tale dagma"tzzazittne "n "uaan\.ut biata per'critiea', la richiesta di "comprensione",'che s o r g e dal'la mancata 'compt"ensione' in cui non pu non vedere se stesso in balia della critica altrui. Come a

sua dogma.Lri.td,. Ii primo passo

to.

fuori discussione codi eone viene asser-

apai'si gn'ificati' onde 1'oggetto gi subito 'casa', 'pietra','.f bero' dei qua'li 1o'essere cosa' s o s t i t u z i o n e indicante la aaaL.tu,Lb.U"f" in contesti. L'ecluivocan
La pneninenza de1 linguaggio (o significazione) punto ytnemLnznza del s i s t e m a r e inerente
a,e esigente discussione PER incomprensione (dunque 'ermeneu

te rf e r i re di 'sistemi'vanoney.i. 'la significanti, si che discussione -o problematica- che ne consegue d c h i a r i f i c a z i o n e di contro


n
1e ct,scuttii, non cercate mai e sempre subite" L dove occorre 'problematicit' per 'linguaggio ed er

si') lo i

-85meneusi, occorre non altro che progettata 'sistematicit' da ottenersi CON la soluzione del problema. PROBLEMA SE un'asserito' c o n c o r" d i con altro asserito e SE o esperito SUO, MA lo "asseun asserito a d e g u i rto" COME TALE a p r o b 1 e m a t i c o o non

(per uscirne) in un 'asserito' e n t r i questione ai4wL6iea, infatti, ehe ESS0 resta fuori questio ne nell'atto stesso di entrarvi, poi ehe lo si colloca ben s n alternativa con il suo opposto, M per provare QUALE degli assert tra 'loro opposti effettivamente ASSERT0" Che come dire QUALE di essi sia SISTEMATICO. Po che t,cgvLLdieaz,ione (o sstemazione) E' lo stesso s i st ema 'oggettivare', questo a dirsi: che il pnecele, accompagna, controlla, il p r o b I e m a in teso e,se.LutLvaner"e eome'luogo' di incompiuta sistematicil t" Che la si detta -oggettivata- esperienza presenti 'pr9 b'lemi' la ovviet del "conoscere naturale" a considerare ovvo e nell'unico modo in cu lo pu considerare: i problemi vanno risolti" L'espenienza eome tale, dunque, peF il "eonoscere "naturale" -conereseente dal senso comune al

affatto"

Che

questo rivela: l'ingenua, granitica pretesa del senso comu ne di potzvenine (s u b i t o, S! non instupidto dalla 'cultura') al 'sistema di tutti i sistemi'" LI

di 'problem' DA RISOLVERE con I'esperienza istessa che il FARE esperienza e lo AVERE esperienze. I1 si detto "principio di tutti i principi" (XLVIII)

le stelle- NON E' NE' PUO' ESSERE PR0BLEMAT

ma presentarsT

pastono cessare

E' solo pe,re iat^nfu", dunque imprevisto, che la intesa totalt, significata nel 'progettato' SISTEMA, si allonta na dalla PRESA" Cosi, la CULTURA -ipostasi di s stessa ,volta per volta- vede'problem'che lo ilota non vede, ma pencl,td. lo ilota HA tLttuna che non li lascia sorgere o, per il quale, sorgere NON P0SS0N0. Nel 'mondo'-che il suo si stema- sorgono non altri problemf da que'li c o n c e s I s i dal SUO 'esserci'" Precisamente COME quei 'problemi'

di essere, lasciando l

L0R0 posto

ad a'l-

-86tro
'mondo', come quello di Gadamer. N lo ilota, n Gadamer c e r c a n o problemi, e v i t a n o e, accertato entrambi, se possono, li a f f r o n t a n o nel che sono non evitabili, li rprogetto' di NON subirli, che 1 i b e r a r sotteso s i da essi nel 'sistema'. Che questo 'sistema' cedJ i\ pa,sta alla d'L$$Ldenza per ogn sfstemazione non al tro che 1o averLe datfo upanienza della 'f r a g i 1 i: t ' dei "mondi chiusitt, a ae atu,si sicuri, ITla, appunto per ci, e s p o s t i ad ogni rischio. Ma fragilit -o rischio- che pnoetu.tlirw, dilazionando il soddisfacimento del bisogno d sicurezza, si che la RAGIONE per la quale si abbandona un'sistema' che non suffi cientemente'sicuro', non essendo a b b a s t a n z a sistema, non essendo a d e g u a t o a ci per cui si continua a cercare" Cosi, n lo ilota n Gadamer, non rinunciando alla SICURTA', possono e f f e t t i v a m e n t e rinunciare al 'sistema', p!F quante siano le differenze nel lo ro modo di ritenersi sicuri o ins'ieuri. E se un pensatorE della forza di N" Hartmann dichiara che 1'epoca dei siste mi tramontata, non pu intendere -come infatti non in: tende- che possano onnaL sorgere "prob'lemi" SENZA sistema.

LII Non v' a s s e r z i o n e che NON sia sistemati ca. 0gni Lytfenvents di esplieitazione percorre infatt con nessioni che la s i t u a n o in quella che la sua a.tl gruL(ieanza. Con ci, le ytnobL-enaLLcl,te inerenti al significato NON i nf ci ano,MA suppongon o la .unytnabLenaLLzzabi,X-z struttura assertoria dell'assertorio. Di questa'struttura' estesa ai significati {af/cala'intuizione' (o v i s i o n e) esa'ltata dal "senso comune". Ma p e r c h 'asserire'? 0, in altro contesto lin gui sti co , a qua i condi zi oni tuLeln"Luo 1o 'asseri re' ? Aquelle condizioni ehe richiedono i "significare", ossia i1 r i f e r i r s i uwLvoeamerlf,e a "qualcosa" a${nct't.non venga eon$tua, con altro-da-essa" La possiblit di confus'ione -pratica- o possibilit di ERRARE , cosi, fungente nello fuaongute dell'asserire ed PER la sottesa d i f-

-87 -

fe re n z a -pratcamentee nevitabilmente per 1a prassi -introdotta tra "asserito" E "esperito". Poi che un med,e utna, nellasuaassunzione, pass bi I e di signil ficati divers 'in una determinata "asserzione" (che un si gnificato) di gi d i v e r s a da ci a cui si riferil
Cosi, 1a auw"ze si evince come ,slntttn-a, {onma,Le,,\on identica all'asserito, il quale "asseribile" appunto PER questa non-dentit. Lo "asserire" (quale struttura formale identica a se stessa in ognc asserzione) di did{onenza dal lo asserito sulta BASE che di un medufurro si danno "asserzTo ni" d,Lvuue s che questo "medesimo" NON un significato,mT lo i n te s o daciascun significatoononv' "signi
sce
"

di

ficato""

dente ogni altro significato 'possibile') allora 1'attunzLae di quel'la cosa sarebbe a.aaunz.one di que significato come 'i dentico ad essa e non pi di "significato" si parlerebbe, b-en sl di "cosa". Le "filosofie" che pretendono alla "evidenza" questo pretendono, per dilazionato che sia da esse l'approdo: che

Che se -come accade al senso comune quotidianamenteuna 'cosa' si desse una aoLd. asserzione (come in s esclu

rito, tra cosa E significato con cui la indicano, evdenza di cosa dotrnetfuL alla pluralit equivoca di "significazioni" diverse e, dunque, di valutazioni divergenti in un
acco
La u n da e decide

che'evidenze'

sia i denti

t traasserzioneEasse
denominato

l
,

i t , pertanto,il cnfwa che gu! di una si detta "evidenza". Come, fnfatti, si puessere sicuri delnonunivoco? i
voc

r d o fuori discussione,

"verit".

LIII
l'univoco NON si impone l si ritiene che la cosa a d e g u a t a m e n t e'signifcata', che co me dire 'non signifcata affatto', non potendo ESSA esserSl diversa-da-se-stessa" Adeguazione e univocazione dicono', dunque, un medesimo, anche dove si formalzzi la pretesa
non

sia

Dove

di

ne, del tutto nsensato pretendere che lo "essere"

adeguare -ancora univocamentenon univoco. Cosl, non appena si dice "", 1o e s s e di gi univocizzato, onde\nu cauuto teruceno, che la signifcazf o-

il

re

si

dica

care', solo ltuwLvoeopenta.to, Poi che nulla pu venire 'si onde i\ d,,scangnificato'senon un i vocamente, pu quel -n essere diversa esplicita ao che 'sign'ificato'
Per il fitosofo -coerente con la mitica identificazione tutta semantica, di pensane e signifcare- un discorso che non RISULTI'tautologico' un discorso'contraddittorio', non discorso affatto" Ma ad essere tautologico i sgnificare, poi che ta negazione di una'parte'di un significato negazione dell'intero sgnificato. Che questo non si veda pochezza mentale, ma che si sprechi una vita a ribadrlo i nerzia speculativa. Cos, la si detta'esperenza'dei "metafisic dell'espg rienza integrale" muoe,z"za,tn perch di ESSA si dica che c,. da cui muove lo 'tinerario metafisico' ed univocizzata DA que,sto considerarla il "primo da cui partire". Per andare dove? Dove stfoLog.Lcanente 1a conduce ci che la "signfica" come 'primo', senza del quale non pu venire significata tale: a quello 'andare' che, per cominciare, abbisogna di avere g comincato con i\ d.ne ci da cui cominciane. Che questo non s vede non significa che cosi non :signi fica, tautologicamente, che non veduto da chi non lo vede.Se pretende di vederlo della evid.enza della casa, dell'albero od anche de'l 1o sfondo atemati co del percepi re , mai 'lo 'vedr' ch , se a quel modo si vedesse, pi non sarebbe.
(r rv) \--,-/ Esperienza univocizzata NON
NON

-88rrolti,ch6, ch nel .d i r e stesso il conve)LLilLe. ad unun. Fino a che NON si discrimina il p e n s a r e dal'signifi
di
esso.

mente- tautologica asserzione

.:^\

LA'esperita' univocazi

ci che di questo 'diren si n e g a rrrr questo 'dire' negafo " Ancora e solo QUEST0 'dire'. I'l punto capitale. Il progettato "muovere DALLA esperienza" altro non se non 1o "esplicitare" QUELLA esperienza progettata C0ME ci -da-cui muovere, "muovere" bens, ma esttlto il PROGETT0, restando IN ESS0. Lo eventua'le progettare di n e g g

quuo ta Ma anche :

"esperienza"

SE NON'la (part'icolare)'esperienza' di esp c 'dire', Ci che di QUESTO dire rrrr re' uplie-a,to , QUESTO 'di

E'

one, si cheil si

pi 'esperienza',

lvlA QUEL

d,ne-

Ii

i-

-89r e il 'dire' PER a.t)nguce la esperienza al-di-l di es so "" - quale progettata negazione DEL dire- il dine nefi to, ancora 'dire' e restare IN esso. I1 primo progetto,fa'! lisce perch progetto, il secondo progetto -nascente da'l faT l'imento del primo- faltisce perch si risove ne'lo 'e,Luehoa restitutvo di ci che si nega (quello'elenchoa che insipienza valorizzare)" Di qui il progetto d NEGARE il "proge! tare", ma con ii medesimo risultato: 1a "esperenza" neffabile" non rneno progettata della "esperenza effata". Su cluuto terreno -che comunque de'l 'dire' e, dunque, dello ogge,tLLvane- non c' via d'uscita che non sia di gi preclusa entrandovi, n possibilit d non entrarvi se non

perit

pensare, che intendere 'espe 'l j r enza a.ttteveaa e nonoalnvtf.e i l i nguaggi o, non n vi rt di esso.0nde non si differenzia -per intervento- il pen sare dal dire, MA il pensare d i f f e r e n z i a se
stesso DAL dire, n-ceonotczndoa NON identico ad esso, riconoscendo cio che 1a parola 'esperienza' (con le contestuali significazioni fungenti in essa) altro non -come parola- se non la particolare 'esperienza' dela paro'la. Dine a s s e r i r e significando e, significando, u n i v o c a r e. Di qui la necessita di "precisa re" ancora: 1a equivocazione -inerente ala pluralit dei 'significati' che gi opposta all'unt del pensare- es'i
ge ermeneusi, ma c o n t ro l'intentodel 'signfical to' stesso che in tanto sorge in quanto sorge di c o n t r o all'equivocazione e cos u n i v o c i z za o non

significa. Alloraz que,(2t ermeneusi richiesta da1a plu ralit dei "significati" non a confondersi con cluell)ermeneusi che presiede i1 sorgere di ciascun "significato", stante che la prima abbitogrw deil'equivoco e la seconda ruonge coyt)to di esso.
Quella 'ermeneusi' che campegga PER 1a pluralit dei significati rr.L6enetts,t ad un "medesimo" e, quind, per d i r i m e r e l'equivocit, 'filosofica' uclu,sivamesnte perch e in quanto i "significati' da i n t e rp r e t a r e sono USATI in filosofia: essa 'culturale' pLeno .ilne (di qui il suo ricondurre la filosofia al prefi'losofico). Quela'ermeneusi', invece, che pnoede di gi lo insorgere dello "asserire" (dire, significando

_90_

e,

meduino da perseguire, interpretando"


Che

ci che \'allrs 'ermeneusi' NON a u,L 0 gni'interpretazione' t e n d e: cen 'ideale unLvoe-I., facente corpo con la "cosa stessa" (di qui il suo indurre l prefilosofico in filosofa)" L'ideale della 'ermeneusi' (la espressamente nomantesi tale) l' u n i v o c i t , ch non vr "interpretazione" che non pretenda di essere uinoil,evtfe con il suo 'interpretato'" Se non ch, la u n i v o c i t gi IN SE STESSA "interpretazione", ma anche tutt'uno con i significare stesso (dre, asserire) e, dunque, non s e m b r a essere'interpretazione', bensl lo stesso
dunque, sstemando)
PUO' riconoscere E NON PUO' NON acanbinhe can ei-

significare "" avehe. g. intelptu,ta,to (senza sapere di farlo) non 'interpretazione', essendo p e ! s a r e ed il pensare, abbisognano di dfuui, abbsogna d'i NON tneyrbLlillJri con c CON CUI si dice, con il tin guaggio. Pensare, non essendo significare, non univocar6.
LV

il

del pensiero significhi la SUA'equivocitr ancora n t e r p r e t a z i o r ! , non pensiero. Chz si possa [ihoaodane USANDO 'significati' imnefLasmettte recepiti dall'uso comune grottesca pretesa del senso comune (si che le 'filosofie' Q^meneuLLcanettte aptwuveota sono l prolungarsi del senso co
CLte

il

non essere "univocare"

mune)

to-

possa di,Loaodotce facendo etuenQtAi mitiEa pretesa dell'enneneutica stessa che ul,tu,trn (s che a si detta "ermeneutica filosofica" linguaggio -consapu

"

Che

si

sofia").

IN filosofia, mai filosofia


Ma che

il

DEL

tinguaggio, mai "filo

guaggio (l'asserzione appunto) come se fosse 'struttura oI riginania' o struttuna dell'originario, sl che non pensa re, dire che si pensa.

il filosofare sia auetrfort-o (in vista di esse tr' la n,tunr_del lin reapod".,tLicol subire

-91 LVI

ci di cui "sviluppo". La c o e r e n z a richiesta coincide con la richiesta di "coerenza" scambiata per effettivo "rigore" ed coerenza con questo "scambio"" Ma v' uno scambio (o confusione) sotteso a1 primo, ed questo: ehp que la "struttura originaria" del1'arsren(ne , i nvece , " struttura formale" a'wuy,ta C0ME ' ori gi nar a' , si che essa NON S0L0 non "struttura originaria" ,sinplie2 teh, na NON affatto "struttura originaria dell'asserire". Si che quel I o 'svi I uppo' tautol ogi co,che non pu non exLtanz meccanicamente la 'tautologia' come negazione e{de,tbL va deila contraddizionel! e c c e n t r i c o -il che significa inconsistente-''sia per ci che attiene I'esserepensare, sia per ci che attiene lo "asserire". Che da questo'sviluppo' r i s u I t i 1a neces,si f, di un 'ritorno a Parmenide' che 'Parmenide' -que'l1o conforme a quella struttura- IL Parmenide di quez{a\strut

(dunque essere-pensare) equivale a s emanl ti zza? e l'essere (e i'l pensare), che propriamente up.(io,U,ttz il semantema "essere", onde lo "essere" i I semantema e'spl,r-ifo,to , ancora semantema. Ogni ' svi I uppo ' qui occorrente NON PUO' NON v a I e r e del va'lore d

pliofetz

re, significare

Scambiare

a "struttura originara" dell'a"t,suine (di univocando) per "struttura orginaria" L,in

vi

tura.

"

LVI

tale. Cosl, lo asserire sottrae a discussione IN QUANT0 asse rireed "asserire" come forma di ognf "asserzione". Il che vuol dire non a'ltro che questo: LA F0RMA DELL'ASSERI RE E' LA FORMA DEL S0TTRARRE A DISCUSSIONE. I'i "sottrarre" v i nco I ato non alloavenetotfi.a.o (che o sup
NON

Lo "asserire" sistematico e 'lo sistematicamente per ci che a,s,swne tofl-anti d, d,Ltaulilne, asserendo. Asse rendo, perch NON vi sono DUE atti, que'l1o dello "asserireF E quelo del "sottrarre a discussione lo asserito" o lo as-

serito

-92pone) , lvlA a ci che i1 "sottrame a discussione' IMP0NE. Esso mpone che susststa un'a.(,tatww.Liva DALLA quale uscire
CON

1'asserire stesso. La 'forma' dell'asserire coimcide con la sua "funzone" che di u s c i r e dall'alter-

L'alternativa , dunque, ruLch,Lun da ci che IMPOST0 dall'asserire, che uscire-da-essa, ed bens richie sta come ei" cl+e l'asserre i n t e n d e negarer mI-

nat va .

che non pu negare senza venre meno come "asserire" " Dove, f nfatti, alternativa non fosse in cprua n ega ancora sarebbe ytuteh. negata o 'la negazione non sarebbe DI ESSAje dove non fosse mai negata, sarebbe ancora alternatva con ril SUO venr're AUT negata AUT non posta (o nsn riconosciuta). L'asserire NON "" $onma(menfo (o funzionalmente) mantenere 1'aternativa, o sanebbe con tra un asserto E suo opposto, MA r add z on esso SENZA 1'alternativa che, rispetto a quella forma-funzione,' ORIGINARIA, non """

t a,

il

L'alternativa s t r u t t u r a del "domandare"" Dove l'asserire si consideri SENZA quella 'richiesta di as d o m a n d a r e, Si ipotizza (sen serzione' che il za progettarlo) un'alternativa IMP0SSIBILE., quel1a tra "domanda" E l'non domandar', ipotesi implicita in quella SCELTA dell'assenza di domanda che cauoJlo "asserire"" L'alternativa TRA domanda E non-domanda a n c o r a domanda. La domanda la struttura originaria dello asserire. "Struttura originaria" (dello asserire) N0N "strut tura forma'|e", ch essa NON a.r con(;ondz con que'|1 ' a'5tenzc di asserzione determinata che l'assepz one tnglie , u n i v o c a n d o, essendo appunto la p o s s i b i I i t e intrinseca di questo "tog'liene 'assenza di asserzione"(che 'lo asserire) o sua i n t e I'l i g i b i i t "
LVIII
NON "struttura in de'll'originario struttura l4A quanto significato come originario" Lo scambio tra struttu

La struttura oriEinaria dell'asserire

originaria",sinyil.LcrtetL,

-93del significare E struttura *tnpf-Laf.en tmporta 1'asserzione della oa4inanLe. 6s1 SIGNIFICARE. La tuL-o pretesa (e, dunque, do*tta essere) di questo scambio (che , piuttosto, 'subna il "mito" del I inguaggio) in ci consste: che\se si nega il piano del significare, ci si pone eo p'so nella insignificanza" Il che di ce NON altro che questo: se si nega il signifcare, iT significare che sf nega, non si dice nul'la" Ch, per d i r e qualcosa con quella ipotes'i ("se si nega") b i s q g n a dre che la negazione del significare rrr' il sign ficare della negazfone, il quae vi consiste come 'restitu zione' del "s'ignficare negato" nella f o r m a del ll
na

negazione determinata

(sua) negazione. Con ci si precisa ulteriormente che 1o 'el-encl,wa -nel la sua formalit- cojncide con ci che Hegel denomina "ne-g zione determinata". Qui, i negato essendo il "significare",

descritta nell'opera omonima si ha in quel colossale vuoto teoretico che il lavoro intitolato "Semantica bidimensio nale" in cui ,s dinatfuta che i'l "significare innegabiler. Ch se i'l 'significare' fosse teortel,isnufe nulLo, non coincidendo con i'l p e n s a r e,'la (sua) innegabilit sarebbe I'innegabilit della (sua) nu.(Ii,t. turteil.ca. La i n t e I 1 i g i b i I i t dello "asserire" la non-identit tra 1o "asserire" (dire,significare) la cui struttura formale ,sirstem.ti-ca E la cui struttura o riqinaria pnobLenaiea, con 1a i n t e n z i o n e in u'so fungente, la quale NON di c o n o s c e r e il "significato", bensi di sgnificare (entro i contesti de riferirsi, riferendolo) ci che dn conoacene e che tale NON pu NON restare in quasivogla "significato',.
non essere cluelt-a. indagine ec centrica indagine t'ntsfLLca che "prescinde dal semantico" -come infantilmente si creduto-, bensi effettiva indagne semantizzante E se stessa ed il semantico COME TALE. Ma il "come tale" vi si appa,Le,sa esclusivamente nella f o r m a dello "asserre", equivocata come il suo o r i g i n a Con ci anche

cora significazione Lo ' svi I uppo' AupuLde.ta.fo

"" appunto

NEGAZI0NE SIGNIFICATA, an

de'l I

a " struttura ori gi nari a"

si acc'lara

-94ro
per entrQ I'equivqcazione
supposta

(mitica) tra petuaaz

gnLd,iwtz.

di BASE che I'identit

LVIX

( suo

ehe asserisce che "". Allora che s"i asserisce "qualcosa" (e g it "qualcosa" m o d o del riferirsi, riferen do) si assersce "ehe " AUT non si asserisee affatto" Lo "" che viene asserito DI ci che viene asserito non d v i s i b I I e dal SUO'essere asserito' (NON v' un 'dire' che NON sia g 'dre-che-')" M gf il "che" occomente nel costrutto "dire che " indica il costrutto sotteso: "dire cluuto : che "" Dire qaeata (ay zi che altro-da-questo). Sl che nel "dire" gi la n e-

"Dre" dire-che-. Asserire "" asserire questo del


asseri to

: clre "" . Questo di ces r" del I o 'asseri re ' :

Allora: "dire" E' udire questo -anzf che dire altro da questo-: che "" Perc dire di qualcosa "rr gi, per il di F! , che anzich non-essere, Come il "dire" NON d i v i s i b i I e dal dire-che-, NON divisibile dal dire che -non- non . Indvi.tbi,t-e nel senso che, appunto, NON possibile dire d"L qualcosa (asserire, giudicando)SEN ZA dire che "", n dire che u" SENZA ucUl.ue che, irive

gazione"

delo "esiere"). Poi che il DIRE -come tale- "dire-che-", il dire-che-non-" e, piuttosto, "dire-che-- ci-che-non" ossia c o n t r a d d i r s i" Che lo rrrt sia detto (semantizzato) di c o n t r o al non- pnnpnan del "dire", s che "dire-che-non-" non affatto UN "dire", vwn-d,ne. E' 'non-di re' si gni f i ca che non "" affatto ci che pretende di essere: un d i r e. Ma allora che di UN 'dire' ("dire-che-non-") SI DICE che "non un dre", NON si dice? Si dice" Poi che anche l non-dre SI DICE, ,senbtu. che si debba concludere questo:

difficild(e qui-il crolto della

ce, non sia. Anzi, i'l gi o p p o

d i r e in tanto si pone in quanto ' di r s al "dire-che-non-". Qui it punto


semantizzazione,

sl detta,

-95nondire, NON v' contraddizione pencl- NON v' appunto "dire". Ma allora che SI DICE che "un dire-che-non" Eu i nvece "contnaddi z"i one" petrclt equ val di re (dire-che-) ci-che- ehe coaa si dice? SI DICE efre. la contraddzione E' nel "dire-che-non-", stante che OGNI DI RE "" dire-che-" Dunque, queta sf dice: poi che "ogni dire" E' dire-che-, QUEL 'dire-che-non-' NON un DIRE, "" N0N-DIRE affatto.

"contraddirsi" (dire E non-dire)

infatti,

NON

non-dire" Ne

e a

Quel "non-" -in cui contraddiz'ione- DETTO, si che la contraddizione de.tin. e ci che DI essa detto appunto che "" contnaddizione, ossia che "non-"" Il luo

La rcontraddizione' dunque s i g n i f i c a t a, ma "" S0L0 in quanto'significata'E il suo essere signi ficata C0ME 'contraddizione' E' il suo stesso non-essere. Cosi, per ci che il 'significarla' la La,seis. e^Aelte'con traddizione', la ascia NON ESSERE (e, per tale verso, eT sa non si d i f f e r e n z i a dal non-dire), per ci che i1 significarla 'la da erstetLe. come "significata", 'la fa essere bensi, MA esc'tusivamente IN SE STESSO (e, per tale verso, essa si d i f f e r e n z i a bensi dal non-di re, ma solo perch coaZ di gi significata: come diffe-rente dal non-dire). La ldida di Hegel circa la differenza tra essere E nulla deve, a maggior ragione, venire posta alla pretesa d i f f e r e n z a tna "contraddirsi" e "non-dire": di cano in che coaa cavuitste la "differenza". Se essa consil ste -come consiste- nello "essere significata come differenza", al'lora t u t t a nel'lo "essene significata", ossia t u t t a nel "significare". Se ora -come accade-

goncu'i essa dcbile qug il"dire",il le in tanto la dice in quanto dice che ESSA "non-". Poi ehe "dire" Eilrdire-ehe-" dire la contraddizione FARLA ESSERE, ma appunto NEL DIRE di essa, si che essa "" S0L0 in quanto detta"

il significare si equivoca con il pensare, ANCHE_aI-_contraddizone, l non-essere, p e n s a t a, con tutte


1e conseguenze.

-96Ep"imetrone,infattl, lapretesa dif f erenz a tna il "dire il.nulla" e "non-dire", enfatizzato per equivoco, con "pensane l nulla" e "non-pensdre"" La diffe

rn.a c', appunto, ma DOVE? Nelo 'essere-detta-come-df: d i r e (signficare), ferenza detta. Anzi, df pi, l essendo PER SE STESS0 "dire quuln (anzich il suo opposto): che ", n e g a r e l'opposto e, dunque, PER IL DIRE, 1'opposto non pu non "essere", non pu non esserci l "nonessere" d,L conftw al quaie INSORGE, dicendo "". Ma 1o stesso "dire" che, insorgendo d,i eorlu alltopposlo, rwn Ia aei.a^ uaane quell 'opposto richiesto dal suo "insorgere". Di qu il "signlficato" pt",^oytrun del sl detto "princi pio di non contraddizione" che appunto "principo supremo di signifcan2a" (meglio: di 'significazione') MA -eg co l punto trascurato- S0L0 DI SIGNIFICAZI0NE" E non perch 1o "essere" sia contraddittorio, mentre NON lo pu essere l *dire", ma pQ)"elld. il "dire" (asserire, significa re) che abbitogna di questo: che l'incontraddittoriet sia un "prncipio", appunto perch nel DIRE a.r- (a, uaene \a con traddizone E solo IN ESS0.
LX

Di certo altro "dire i'l nulla" (o dire la contraddi zione) ALTR0 NON-dire. Che come dire questo: altro NEGARE, altro IGN0RARE o ALTRO "vedere" che qualcosa non come si credeva" ALTRO "non vedere". Se cosi non fosse, fnveno, chi "semantizza il nulla", costruendo aporie su apo rie per WsoJLe al loro "risolvimento", non si differenza da chi questo lavoro non ha fatto o non far mai.
progettato appunto C1ltlE cauestn "dire", peJL d r si che NON POSSIBILE corttttadd,ne questo "progetto" l d progetto ZZ ve esso si pone: nel dire, appunto" Cosi, discuterlo g.ifiino in se stesso ed a se stesso -e solo c are non comprenderlo-. Ed progetto esp qua'le d Fe "semantema" eome la.Le, dunque -ma s poteva vederlo subito- per se stesso "dire-che-".
BIS0GNA

il

i e

che

"dire

il

nulla"

NON

sia "N0N-dire""

Bisogna

il

il

di il

Ii it , il

-97
All'nterno del
SUO

orizzonte, consapevolmente, qug sta indagine si pone, sottraendosi, con 1a espressa dichiarazione, ad ogn "ctitica" che muova da ajtno orizzonte. Ma bene tale "orizzonte" che, sottraendosi a d'i scussione con la assertoriet del suo -come ogni a'ltroporsi, anche si e s p o n e a venire discusso. L'espressa 'dicharazione' a[[enna ci che senrye si fa, anche l'ludendos di non farlo: che,asserendo,si "sistema" e, significando, si "mondo" (onde lo "esserenei-mondo" enfasi netorica) e discutere un "mondo" appartiene, comunque, ad un "mondou' d,Lvefi.bo. Anzi, a rigone, 1'asserzione che non vi pu essere altra "filosofia" oltre la "mia" VALE senz'altro per ci che, parlando, si vuol e (JL ve,[.ute, ma VALE altresi capo volgendosi in "la mia filosofia v e n a m e n t e 'mia' solo se 'filosofia"', ch essa non filosofia in quanto "mia", n pu essere se non peril mio essere-per-la-verit" Su questo t e r r e n o, che gi non pi 'l'orzzonte (a s comunque legittimo) d un
"mondo"

di significati",

ha senso

la

'discussione'"

il\ LXII
re", incontraddittoriamente" Solo SE la stessa condizione di "inteltigibilit" di tale 'progetto' che il pendittorio e -da solosare
NON

"dire" sia "pensare". Allora del "pensare" si dir tutto ci che dicesi del "diPu

progettarsi

ANCHE

\--l

che

sia significare,

il

progetto sar

ESSO

contrad-

non sar"
agge"tbLva-

ftL, l'identit tra pensare E significare (per a quale il significare "" originario) Ilt4PONE, nella semantizza-

Poi che "significane" costitutivamente

zione dell'INTERO (la parola "intero"), che lo fntero sa 'l'oggetto come tale sia ESS0 1o intero-" OGGETTO -o che Cosi lo "intero" t r a s c e s o nel dirlo non tra scendibile, appunto "intero"" La metafisica non , ma perch I'intero (iabizzafa, il che vuol dire non altro che questo: I'esperienza oggettivante-oggettivata assunta C0ME 1o intero"

-98tero, mentre l'assunzione-signifcaz"tone (asserzione) _ c1ue,(2' esperienza, s che lo "intero" per que1a i*tenz.t.one RESTA l'intenzone con cui si dice CHE f intero l'esperienza. La quae rrrr intero dQ,Il' esperienza (dunque an cora 'esperienza') E esperienza dotL' intero (dunque l'intero NELLA esperienza, alf interno d questa)" L'intero, e sperito, intero dell'esperito, 1o "esperito", che si tra i'questa determinatdce, di volta in volh, n "la cosa", cosa", la quale se stessa E lo intero senza di cui non "". Qui si appalesa l'ivryombtn. Dove si costretti a dire

L' f

enz

on

e di questa assunzione lo in

infiniti, meno uno" (il semantema questo si dice: che questo (il semantema infini infnito!) to) NON 'U'semantema' AUT che quotli NON sono "tutti". L'espressione "tutti meno uno" equivale infatti a "N0N tut ti", e cosi il semantema C0ME TALE non 'finito' Si badi: non si dice che il semantema come ta,t-e non "finito" in quanto i n d e f i n i t a la sua esplicitazione, bensl che, NON essendo "tutti finit" i se mantemi, ed essendo "semantema" ANCHE que'[o "infinito",Tl semantizzare COME TALE non "finito" n "infinito, come tale n d i f f e n e n t e ad essere AUT finito AUT infinito. Di qui non soo la necessit d1 accennte QUALI siano "finiti" e QUALI no ("tutti, meno uno"), ma -radical mente- la necessit di procedere a determinare (come? sem tzzando) il semantizzare stesso, PER SE' 'indifferente' aquesta "determinazione" " L'identit pensare E significare inpone la defuminaf.ezza PER ta quale il "significare" NON sia "indifferentemente" FINITO o INFINITO, per i suoi significati E che il semantema come tal,e sia "finito" NEL suo NON essere l'altroda-s. Ogni "significato" tale, infatti, come 'significato-da-altro' si che la "autosignffcazione" insensatezza del 'diverso-da-se-stesso' onde un "semantema infinito", escludendo l'a'ltro per il quale "semantema", non seman"tutti i
semantemi sono

il suo "essere semantema" (e lo rr, come la parola 'infinito') esso c'Z IN VIRTU' di "altro semantema"ei. aputon" Il che vuol dire: ciascun semantema tale SE e S0L0 SE sono semantemi TUTTI gli altri, si che, per ciaPer

tema

affatto"

-99scun semantema si r i p n o d u c e il ptLuupfrasto che sla "semantema", il quale r e s t a un presupposto" L'espress'tone (semantema) "tutti i semantemi", con Ia quale s dce che "tutti (i semantemi) sono semantem", dce che "etascun semantema presuppone il proprio essere semantema, p!F essere UN semantema", ossia che, ne suo essere sernantema, presuppone se stesso. Che NON dire DEL semantema, ma PRESUPPORLO" Questo "presupporre" la coytttd,tazi-onez i semantemi S0N0 (tali vengono detti) poi che si constata CHE sono E si constata CHE sono perch Sg N0 (a condzone che siano). l-a constatazione sulia BASE della quale si dice "semantema" constatazione sulla BASE del suo constatato,\g sia sulla BASE di se stessa. La constatazione NON PU0'di scutere il constatato COME non pu discutere se stessa , poi che il constatato SUO ed essa E'del constatato. Il rapporto tra constatazione E constatato non a"tro se non la constatazione stessa" In termini di "fatto" e "validit" diremo che la vali di t del fatto rrrr i I fatto " CON espressione hegel ana: "c' peltcl+ c'", che equivale -ed sottinteso da Hegel a "se c', crrr e CHE sia a c c e r t a t o con il d,te che GIA' accertato, ch ogni accertamento 1o presup pone. Il presupposto del constatare Er la constatazione DEL presupposto a se stessa, il p r e s u p p o s t o. I

LXI

SE significare "" pensare, allora pensare presug porre, che presupporre DI pensare e,it apunon, stante che "presupposto" il SUO'pensato'. I1 quale Ron pe! sato C0ME "presupposto", MA pensato PERCHE' presupposto (ed i\ ytnoy:tr,fum del senso comune), si che il pensare, presupponendo ci SENZA di cui NON 'pensare', presuppo ne 6e ate.ato, NON pensare, ma presuppone DI pensare, che 1o equivaente del NON SAPERE di presupporre di pensare, il quale c r e d e r e di pensare. Dove ptLe^uppo*fo, mantenuto tae nel non rconoscerlo COME TALE, la NON v' pensare, ma c r e d e r e"

_100Che, essendo credere DI pensare, non riesce come "credere" cos come non riesce a "pensane"" sl det,to "runediato feitmel.i.a.tnnrewte non fenomenologico, ma nomenologico" solo al tresi,wned,a.f6ilenta,innel".a.tn, che RESTA' immedato',Q suo essere aetfu imrnediatamente nel suo essere "dato": E' la sua datit, la sua datit immediatezza, s che ESS0 rifiutasi ad 0GNI mediazione, ch, tolta la sua irmedia

Il

il

tezza, tolto l SUO 'essere'" Cosi l'identit tra "pensare" E "signifcare" bensi ,iruneil"ofa. (ed il suo coincidere con la dc,t ed c o n s t a t a t a in questa SUA immediatezza che la stessa immedatezza del "constatare", onde non possble 'constatare' la m e d i a z i o n e E una "mediazione" constatata NON sarebbe "mediazione" affatto, I1 progetto di quella identit, esplc'ltamente o espressamente ridieato come tale, progetto di contraddirsi (il che vuol dire che non sorge come "progetto") e, USAT0 senza riconoscerlo, GIA'contraddirsi, e contraddirs senza saperlo"

La parola "fenomenologia" che Kant mutua e usa ha acqu'istato una nobilt con Hegel -e il successo relatvo a questa nobilt- ma ha acquistato una diffusa notoriet con Husserl -e non senza perdere di nobilt, come il successo richiedeva-. L'uso it4.tegtLa,[-e di essa si ha con Heidegger, i1 quale, coerentemente, dopo breve indagine al'apertura di Se,rL und. Zuf, non ha pi bisogno di usarla: ne domi essa possiede di essen ziale questo, vdere COl'lE stanno le cose" Di qui il suc-cesso presso i 'filosofi' del 'senso comune', ch appunto questo il 'senso comune' t e m e: di non vedere. Di non vedere a d e g u a t a m e n t e, ch non dubita di "vedere" e che il (suo) veduto sia, MA di non vedere ,Uvtetnmettfe, onde non subine tsorprese'. Anche dove il'senso comune' d u b i t a .in viMn di superare il timore di D0VER dubitare di ci che vede ed in nagianede'lla sua d i f f i d e n z a, si che, du
Se

nato.

un

gn

ifi

cat

non AVERE

tol

bitando, esQrcizza 1'art4oacin del trovarsi nel RIS0HIO di 'sicurezze' o di PERDERLE, subendone 1a FINE"\lon dubita di se stesso, ma di ci che, lontano da QUEL "vede re" che SUO, gli appare non-evidente, sl che d,Ld{ina 1 'pensiero'" La trascrizione ilf.e,UeffunUttina" di questo M0D0 di essere nela husserliana progettazione di "andare zu dwt SacLensel6tt", laquale su p po ne intantocheNON ci si trovi D0VE si 'deve'andare E che si muova a partire da punto tn cu'i st per andare:$uotuL delle "cose stesse" (s ehe il movimento non pu non restare duoni di esse, per essere'movimento' e fino a che 'movimento') E s u p p o n e che ai riconosca di non essere -ancora- alle "cose stesse" e, dunque, si sappia che cos' "cosa stessa" e, per tale verso, non si abbia b'isogno di "andaite ad essa" E che, dunque, sia la "cosa stessa" che suscita, orienta e prescrive i\ fuagi.ffio , per tale verso, il tragitto sia
SUO

Forse una qua'lehe conoscenza del problema hegeliano dello An[ang avrebbe reso accorto Husserl del 'rischio'del suo programma, i1 quale p r e s u p p o n e tutto ci che pnogeffa dt raggiungene e notta itaeni,tto in questo presupporre. Che poi vuol dire -rispetto a Hege'l- essere in balia di Hegel e, radicalmente, presupporre di "pensare".
Presuppone d.t- pensare p,L?J5uppo6tode1 pensare)

"

'lare non fi'losofare: fare 'matematica', a prescindere da ci-che si postula (che pu non appartenere, di fatto,
al

E' pos tu I are.

(per UN 'pensare' che vi sia

Postu-

le

matematche).

LXI

"Postulare" NON domandare Se qualcosa sia, M doma! dare CHE sia e CHE sia QUELLA, cos domandata" Nel 'postulato',)lffo viene postulato. Cos "postulare" a t tri bui re 'essere'a"qua'lcosa" (il^q,eaAelLe que'l la cosa-che) mdinnfe l' e s i g e n z a di essa. L'evi denza del postulato "", pentanto, 1'evdenza dell'esgenz-

di esso.

- 10.2 Enfaticamente pu dirEi che un postulato un'esigenza capovolta, ma QueJlo 'attribuire I'essere' ANCHE attribuiro.nmqdo che non risulti attribuito, sl che I'esi genza NON si evidenza corme esigenza, essendo di gi flta.a[omranai fn postulato, ossia nel 'sembrare veno senza postulazione'. Cos, esso si presenta come 'effettivo' con la effettvit della esigenza" I kantiani "postulat della

ragionepratica" sono p

strazione poich viene postulato appunto C0ME non bisognoso d dmostrazione, Quella "esigenza" che 91i attribuisce'essere' la stessa esigenza CHE non o si dimostri. Cos, il "postulato" -anche esigito pez dimostrare in vir t di esso- SI S0STITUISCE alla 'dimostrazione' poi che ST P0STULA CHE a sostitusca E che la sostituisca SENZA che appaia la sostituzione" Si postula "quaicosa", infatti, a f f i n c h 6uL ga nella dimostrazione come EVIDENTE senza dmostrazione.

stulazione DEL'teorico' p r a t i c a come'postulazone'. Allora un postulato ai aol,tnne al bisogno di dimo-

sendo praticamente ytottul-a,to che sano

rati

ct

"teorici".

come

postulati,

es

Ogni po-

la teores i - IL pens a re- prolun gantesi in'teoria'non pu "vedere", tra il N0T0 (che pretendesi conosciuto), il CERT0 (che pretendesi vero), il P0STULATO (che, esigito, pretendesi 'implicato'). Il loro rag porto di reciproca g r a t i f i c a z i o n e, in rgiustificazione'.
Cisucui
luogo noscere" e, dunque, NON pu "domandare SE lo sia effettiva mente", onde il auo essere conoscere bmedi.a,tanenf.e p r o c e d e r e: per i "noto" si procede alla ricerca -esigenza assunta come necessit- del "primo noto" (il qry

certo e di postulato, p o s

Allora,

di essere

OGNI 'conoscere' che

t uI a

si strutturi di noto, di
se stesso come "co

noLbain.m), per il "certo", del "pi certo di ogni altro" (e qui fa la sua effimera e resistente comparsa, per l'intera logica della certezza, L0 "io"), per i "postulato", di ci che esso, fatto essere PER dimostrare, consente di dimostrare (e qui la $econd,,t. del postulato accredi ta la sua pretesa 'necessita').

103 LXX

Se cluutct conescere va "a vedene come stanno 'le cos!", p o s t u "l a E di'andare' E dj'vedere' E'le cose', E il loro (reeproco) 'stare'. Con ci, esso tro-

L'equivocarsi del la parola "immediato" (non-mediato) I' u n i v o c a z i o n e semantiea'in cui queTlo NON essere mediato CHE un da-to o un constatato, o un 'e sperito' -rispetto a1la 'mediazione' che lo suppone per non ggrcedere eiA o-ytainan- confondesi eon lo essere "f m m e d t t e z z a" de'l1a daL"t. come tale, rispetto aT RICONOSCERLA ne suo 'essere -venire presupposta", ttielno ,scenLa- che med,wtez altra parola per dire "pensare". Cosi, e MEDIAZI0NI occorrent nel 'si"I-Logizzane (eg per logiche in tal senso) sono IMMEDIATEZZA dal loro essere comunque- 'date' e 'significate' (epper, in tale senso,fenomenologiche). Cosi il di re $enomenaLo
rrrr

dicest "fenomenoog'ico") e "mediazl'one" sussi ste allo INTERNO della immzd.iafezza" SUA e de] suo OGGETI T0, e he 'fenomeno og ca' comunque, anche dove 's d,Lee 'logca' .
abundn*Lsn

va (ossia constata)'"immedat' r rt n u n c i a b i I ehe denomina "evidenze pr'me" e trova, per pag saggf che chama "mediazisni" o dtmostrazioni, ci ehe gii r i s u'l t a e, dunque, PER ESS0, non 'immediato' Se non ch, la differenza tra 'immediato' (che ad
"

gin

sia dire -o semantizzare- lo ESSERE. Lo "essere", infatti, vi preteso o "immedjatamente evidente" o la "evidenza stessa", o -con espressione barbara"immediatamente autocontraddittorio che non sia".
anche dove

. '''*-,,
\-_---z

ci-che si SOTTRAE a mediazione, come se, una volta portato a mediazione, restasse 'ci-che-' NELLA mediazione, MA il SUO STESSO S0TTRARSI A MEDIAZi0NE, si che tolto questo suo 'sottrarsi' (che negare la sua prete-

Lo' immediato'

(fenomenologico ytencht mmediato)NON

-104sa di essere fuqri dscussione), t u t t o tolto di esso, e la n e g a z i o n e che toglie la sua'immediatezza' L0 T0GLTE awtza aLpufuto ceme "tqltou petwt NEGA che, essendo pre"-suppqsto, sia tvlAl stato P0ST0. Lo 'essere' (elf imteli.a.to, essendo se stesso come presupposto, presupposto al PORSI effettivo od effettivo e s s e r e. Cosi, lo "essere immediato" -essendo presupposto"- NON 10 "essere" imnediatamente DATO, ma lo "esse re dell'inrnediato", che fur.tto nello essere-dato. Dnque n t e r a m e n t e po6fJ-6,ts. Postulato bensi come ci-che-non-si-pu-negare, ma gie NEGANTESI nelo essere

Qui si impongono DUE precisazioni. Per primo questa: (poi cheanch'escheque2l-a NEGAZIONE emp 'e.I-uclw sa data) che, nello o "negazione determinata" , lo RIPRODUCE (e, dunque, non 1o nega se non affermandolo come "tolto", che non toglierls tl,tpl, NON deve venire confusa -univocata- con NEGARE che i'l presupposto sia

pos tu I

ato

i ri ca

effetti

il

vamente.
BASE

negazione, lascia essere la SUA pretesa d essere e la SUBISCE, il pensare, lasciando essere il presupposto, NON la scia essere la SUA pretesa di essere e, dunque, NON la subi sce. Ci comporta che la negazione (de presupposto) ineren-' te al pensare NON interviene IN esso, modificandolo, n SU di esso, sopprimendolo sl che, in effetti, quello covtLtuta. ,UAtutba"to a. ptLuuppoaa,c nella sua granitica pretesa, ma bensi questa "pretesa" E quel contnuare che, postulati,
NON SONO AFFATTO.

entrambe -considerate quali 'negazioni DI' -lasciano 'esse re'ci DI cui sono negazioni AUT non sono negazioni DI ES S0 e cosi, presupposto negato "" presupposto mantenuto,MAl dove inefficace la 'negazione empirica' (quela abbisognate di presupposto) \a eddi-eaota del negare che 'in ci consiste: riconoscere CHE presug pensar posto (mantenuto comunque dall'altra negazione o dal "pensare" empiricamente considerato), Ia^toafu eAetLe lascia lo nqn urIp., Mentre la negazione che diciamo 'restitutiva' (negazio presupposto come ci-di-cui ne DI), lasciando essere

La

della confusione in ci da ravvisarsi:

che

il

il

-105presupposto o postulato, 1o sostituirebbe eguag.LnndoLa e sarebbe ancora il presupposto 'significato' o denominato "pensare", NON sarebbe ve
SE

i'l

pensare sopprmesse

il

Per secondo questa precisazione: che a ci non pongono mente i lettori di Hegel i quali subscono, anche inavvertitamente, 1a confusione tra "negazione DI" e "negare che pensane" (cui corrisponde la confusione tra significati dela parola "immediato") allora che iyfenytne,tana"Das Sein ist das unbestmmte Unmittebare" delia Scienza doL Ln Lagica come se fosse la hegetiana concezione dell'essel re, ossia come se, per Hegel, fosse '[o "essere" ci di cui si dce (apofanticamente) che "" immediato indeterminato" Il senso de'l'la proposizione hege iana che a.c denanvma""es sere" lo "Immediato indetermnato", essia che "essere" altra parola per dre "immediato indeterminato"" L'mportanza d'i questa precisazione impone -a prescin dere da 1o stesso Hegel - un i ndugi o "
LIX

ramente pensare.

di rilievo: l'essere 11rr (determinatamente) 1o immedato indeterminato. Esso "" si esplica nel "non mediato"
punto

trattasi di intenpretare il testo hegeliano, benp s di e n s a r e in esso. Propriamente, "unbestimmte" (= indetermnato) viene qui usato come attributo di "Unmttelbare" (= immediato) quale aggettivo sostantivato (Daa Unn,Ue,Lbane), si che de'llo "immediato essere", che lo "essere immediatamente dato" che dicesi la 'indetermi natezza', 'la quale dicesi dell'essere in quanto "immediat6-" ossia in quanto "dato", per la immediatezza propria de'l d a r s i. L'essere come dato e, dunque, immedato "" indetermi nato. Cosi, "immediatezza" e "indeterminatezza" S0N0 nondel I 'essere, se non tautologicamente: denomino 'essere' -immediato indeterminato- ci che immediato indetenminato. Lo "" comparente nella proposizione hegeliana il
llon
"non

determinato".

II

'NON'

qui

fungente determi-

106 -

to.

da ognL altra determinazione, onde esso TALE senza determinazione e solo cosi "dato" e, dunque, "immedatamente dato" (unmittebare). Se non 'determinato' essere NON dato come essene, ma,poi che lo esseredato-come-essere lo essere-dato come "indeterminato", L'ESSERE CHE E' DAT0 E' L0 INDETERMINATO: per quanto esso sia defniye,fnneytie dato, esso dafo come indef.etvwLna-

nato (negazione DI) dalla medatezza e dalla determinatez za eru.te [enne come ci d cu 1o "essere" sarebbe nega zione, Le BUtnn&ngzn vi sono assenti, ma sono ESSE che sono assenti, che "sono" E "non sono" NELL'essere che, per tanto, .indefumind,ta . Lo "essere", dato cone essere, dato come 'determinato' (nelle forme note dello 'essere ', l'essere imme diatamente noto, e cosl via) MA la SUA determinazione (quella per la quale si dice DI esso) covui.ate nello esse

re

ALTRO

semantizzare 1o rindeterminato' che NON . Semantizzare I 'essere ot uttue i1 nul I a. Ma dire E' dire-che-r, sl che 'lo "essere" gi se mantizzato ne'l DIRE, il quale, dicendo "essere", dice d ogni cosa che dice non altro da ci che dice: "che ".0gni irnmediato (significato) gi e s s e r e, onde Hegel appunto sostantivizza non lo 'ndetermnato', bensi -e a ragion veduta- lo "immediato" (Das Unmitte'lbare). Lo inrnediato, nella sua stessa immediatezza l'essere, ma

Ci che nello "essere dato dell'ESSERE" dato "" a'ltro che lo INDETERMINATO, si che QUELLO 'essere'che dato NON E'. Il Nicht-Sein i1 non-essere dell'essere che DAT0, il quale raytpunto in cpanfo da,to, immediato (dato = immediatamente dato) E in tanto dato come 'esse re senza (altre) determinazioni' in quanto L0 indetermi nato, ossia NON E' affatto. Il senSo del discorso, dunque, questo:cl+e lo "esse re" in quanto dafo -oggettivato, semanti zzato, asserito I intuito, riaffermato con la negazione empirica L0 'imme diato indeterminato', NON E'. Semantizzare lo "essere", E qui val ente a consi derarl o immedi ato nel 'la sua dati t ,

non

'lo'essere' proprio dell'immediatezza"

-107Che Se zddei.t*vaneltte fOsse lO ESSERE, anz che lQ 'es sere dell'immediatezza' o'del presuppostQ',.Nicht-Sein, T s a p e r q che Das Sein ist das unbestimmte Unmittelbare non sarebbe. Cosl la propsizione hegeliana suona: so (o penso, se pensare non significare) determinatamente (per 1'essene determinato del sapere) che lo essere immediatamen te dato (che lo essere stesso della immediatezza) de11'! sere lo immediato indetenminato, ossia che non " I1 che pu dirsi anche cosi: 1a semantizzazione dell'es sere NON detl'essere, MA detl'essere semantizzato come dato e immediatamente dato.

che ne ha coniato la parola. La insipienza dei "metafisici dell'esperienza" spingesi fino al punto di considerare la 'ontologia' come area dei "principii" fungenti in metafisica, che fare della fe nomenologia LA metafisica. Poi che attiene al1'a,tieggi,atu.t- s detto "fenomenologi co" il progetto di andare a vedere C0ME,stnnno le cose, vi INSISTE la i n t e n z i o n e di vedere il loro ulenecote, che tt", fuuene, tJJ,t-ttuno CON 'le "cose" (ch 'lo 'essere cose' gi la cosa COME cosa) E il non-essere-una-cosa (ch, come ALTR0-dalle-cose di cui "" essere, importerebbe il non-essere delle cose), la fenomenologia i n -

\nhoLogia del significare"i mitologia razionalistica, co me fin dalle prime pretese forme scientifiche con Wolff

Se "ontologia" significazione de'[]'eSSere COME essere, da un canto non altro che "(enomenoLoga, della significazione del'essere" (s che il contrapporre fenomenologia ad ontologia insensato e, del resto, in piena 'feno menologa' che Husserl parla di 'ontologid', la quale taito fenomenologca da essere anche 'regionae'), da'll'altro

i ri 'r-/

-.-. \
)

o n a I m e n t e'ontologia'. 'intenzione' DIFFERENZIA, infatti, 1a fenomeno logia da oEni (altro) a,Ueggit/u.t per i1 quale, nel plurivo enz

- 108 lecose stanno l'unanei confront dell'altra e solo CQSI' s o n o. Ma -qui il


lo
cat .

co 'significato' del ioro venire nominate ed utilizzate,


punto"essere cosa" codi.tu,-ace la'possibilit'del loro re ciproco "stare", sl che in lnea con ogni altro atteg-

giarsi che p r o c e d e l'intenzione'fenomeno'logl-

d,L((enuz.dhi, nei riguardi della pietra, dell'albero e delle stelle, che viene coniato il nome "fenomenologia", i n cui le meluine cose sono ' s gni f i cate ' (ri feri te ) C0ME f e n o m e n i. C che deriver dd questo'signr ficato' CHE, stante i SUO essere-riferimento allo APPA RIRE, in ragione de'l v i n c o I o a questo mmanentE con i1 'soggetto' A CUI 'qualcosa' appare, il SOGGETT0 e merLguti quale condizione coAl;.tuLLua del "fenomeno". Qu il "soggetlou NON pi que'llo chein tanto progetta di andare-a-vedere in quanto ao,syte,fit, dell'adeguatezza del pnoyttt-o "vedere", bens c1ue.U-o che NON PUO' so spettare di s, essendo il RICHIESTO nello APPARIRE, daT rfenomeno', onde verr denominato 'trascen 'fenomeno' C0ME

Ci comporta CHE lo "essere cosa", intenzionato, E' di quelTe meduine "cose" altrimenti intese e valorizza te e, per tae verso, ne RESTA vncoiato" E'appunto peF

dentale'.

negazione -impossibile, costitutivamente- de'lle "cose stes

lo'trascendentale',ossianon di ci bi I e come'Eo sa' E non negabile senza che, negato, trascini con s la.

Che coaa

sia

TALE

'soggetto' detto

CON

il dir_

considerato (tematizzato) se non per i'l Auo "apparire" che i1 rn! "vedere". La "parentesi" qug sto indca, cl, 1a pietra da ne ve.du"s" in tanto veduta in quanto il mio vederla "" i suo apparire, onde il vederla 'pietra' E' pen il SUO ESSERE FENOMENO. Dove I'atteggiarsi si detto (dalla fenomenologia) "ng turale" vede a pietra e ,Umed,tameytte la considera 'essen te' (si che non abbisogna di significarla come 'essente'),NEGATO, ma

la pietra in quanto appare. I1 auo essere pietra messo tra parentesi -con tutto ci che vi attiene semanticamente- e dunque NON
fenomeno C0ME TALE

sg"

It

dunque,

NON

la

109

fenomenologia, veuda,k piotna, s i g n i f i c a quello 'apparire' IN CUI essa pietra, il quale'rr arlcyna Ia pietra, ma C0ME'fenomeno'" Che come dre questo: non vedo la petra PERCHE'mi appare, ma vedo la pietra NEL m'io vedere, che il suo apparire. Cosi, lo asaenz-$uomua della pietra 1'unic.a "me diazione" che la fenomenologia PUO' accog'liere e far VALE RE di contro alla immediatezza del "conoscere naturale"(Tl quale, considerando la pietra, ne aAcfirn l0 "essere fenome no"). uwLcamediazione po che il v e d e r e stesso -che apparire- intenzionale esclusione di ogni "mediazione"" Qui 1'equivocarsi tra significati di "immediatez

Lo "essere'fenomeno" della pietra encotr.a la pietra (nella sua da.tiA che immed'iatezza) e tu.tfa" nella ,sun in tera immediata datit e significanza, consderata COME "fd nomeno"" S che essa RESTA'la immediatezza che anc h e come 'fenomeno'. E qui la insornrontab'ile L6etLenz6. tra HusserJ e Hegel -in cui si evidenzia la differen za tra 'fenomenologia' e pensiero: -che per Hegel 1o essel re-fenomeno NON mei.iazLone affatto, essendo non a'ltro che lo stesso "inunediato" d a r s i dello 0GGETT0" La fenomenolgia u" bensi ontologia, na puc[+. i1 (enomeno -che 1o conviene- "" e, dunque, 1 suo e s s e r e 1o essere-fenomeno, onde la ontologia -che ne in tenzione essenziale- non riesce ad essere se non fenomenol logia.
-'t"+\

za"

"

i'LXI,i
t.-,-"

gnificare (considerato) i1 "significare".

no', la fenomenologia si inscrive nella a,gnL|,rf,zione. Che la stessa 'signifcazione' sia considerabile come "fenomeno del significare" NON vuol dire se non questo: il si
come fenomeno

Poi che

la "cosa" tigwL(i.u.ta" da essa come 'fenome-

QUEL

fenomeno che

si i'f

Se, per considerarlo come FENOMENO, mette tra parente suo 'essere significare', la fenomenologia a,c uilta-

_, 110__

nQ!- dal 'sgnfcare' e SE, per considerare UN FENOMEN0 come 'significare', mette tra parentesi il suo ne$sere fe nomeno', 1o considera bensl, ma non pi "fenomenologia"" Questo il destino della considerazione fenomenologica: mettere tra parentesi tutto ci che considera PER denominarlo 'fenomeno' onde essere fensmeno-ogia e rpren derlo dalla parentesi per essere considerazione d "qualco

matizzare") per Ia quale di UNA MEDESIMA C0SA considerare un 'aspetto' gi NON considerare gli altri e mantenere quel'la cosa come MEDESIMA per tutti i (suoi) aspetti, non identica a nessuno di essi, n a'l loro'insieme'" Tolto f ingombro con il muoversi, comunque, in esso, la fenomenologia DEL sgnifcare E'ancora IL signlficare onde dre "fenomeno" agnideane "qualcosa" come 'fenomeno' .
.i/''

Il fatto si che la sl detta "parentesi" non sua invenzone, ma la sua croce: essa s u b i s c e, infat ti, la struttura de] "considerare" (altrimenti detto "te"

sa"

LXI

Dire (significare) 'dire-che- o non 'dire'. Dire 'fenomeno' 'dire-che (il fenomeno)-r, ma dire che il fenomeno rrrr E' gi e non a'ltro che la parola "fenomeno". Ogni parol a g'i IN SE I rrdi re" , dunque 'di re-che-' . Lo "" comparente per ogni cosa di cui 'lo si dica gi la cosa-che-si-dice, onde NON 'lo si dice DI essa. Lo "essere" -che traduce appunto lo "" per ogni ""- non p r e d i c a t o di nea*aw cosa. Allora tra ci-che- (ci che dicesi "") e'lo "" non v' s i n t e s i. Non vi pu essere "sintesi", perch tra 'dire-che-' e "dire" -dunque tra "chett e "tt- non vi pu essere a n a I i s i: il'dire' i ndi vi si tdire-che-'. Ci che passa per 'analisT' b i 'l m e n t e piuttosto lo avoLgutai o e.ayt(iuatur in cui nulla vi pu essere che non sia IMPLICIT0, e a t t u a I m e n t e,
onde

I'esplicitazione propriamente NON lo

concerne.

- lll

NON

tesi alcuna, s che la espressone "determinazioni deJlte-s


sere" fufeid.e.tfu. dall'espressioneda cui de r i vaper costrutto,.Io "essere delIe determinazioni", che sono appunto le "determinazioni", determinazioni per solo per un sottointeso "indeterminato", ch, a rgore, sono d e-

Tra "essere" a "determinazioni'

v', dunque, sin

t I t

QuelIa "determinatezza" che Ia constatazione chiama dati e dati di esperienza, dunque, "esperienza". Poi che 'dret 'dire-che-', dire "essere" dire-che'lo-essere. Cosl, Io "essere" . PER il dre stesso, ch, dicendolo, di upici,ta non altro che 1 'dire' in cu compare, ndi visibile, 10 '1r. Cosi, propramente, 10 "essere" ln qul! to detto, SE, a condizione che sia detto. Che cosa dicesi con i dire "l'essere "? che lo "" dell'essere lo essere dello "", s che o "" NON si di ce DI esso se non dicendolo. Che 1o si dca i\ (a,Uo CHE lo si dice e batta dirlo perch l fatto sia fatto, ma NON basta che sa un fatto PERCHE' sia VER0. Perch il 6affo de]- dine "l'essere " sa VERO, bisogna che lo utute sia d i v e r s o dallo "" comparente nel 'dire' (dlre-che-) a fine che sia C0l'lE TUTTO CI0' CHE VIENE DETT0: UN "che". Ma bisogna altresi che 1o u,seae sia i d e n t i c o allo "" comparente nel'dire' poi che ANCHE di esso si dice "" cos come si dice di ogni (altro) "che" (o Io "" di "1'essere " NON lo ""). Cosi, l'essere DI CUI si dica "" non pu non essere UN "che" (c di cui si dice) E non pu essere UN "che" (o lo "" che si dice'di esso NON lo "" che si dice di ogni altro "che"). Il fatto de't dire "l'essere " sarebbe VER0 dicendo il VERO e dicendolo VERAI4ENTE rz e doLo le fosse c o n t r a d d i t t o r i o, dovwtdo essere diverso-dse-stesso nel proprio non-poter-non-essere ci che non-pu essere. Che lo si dice resta UN FATT0, che sia Le4..t-Lno dirlo una contraddizione: quel fatto il fatto del contraddi rsi . Dire "l'essere " c o n t r a d d i c e se stesso e, pertanto, NON un dire: esso contraddice se stesso co-

termnatzza,

-11?me di)Le
t.

'dire-che-', E come 'direche-l'essere' E''dire-che-lo- "" dell'essere-non--lopoich, come dire

LXIIl a t t o del contraddlrsi "" un fatto. Il fatto che consiste nel dire "l'essere " il fatto del contnaddirs. Come fatto 1 fatto che lo si dce, MA il contraddirs, dicendolo,. che NON L0 S PUO' DIRE e, dunque, NON Ul{ "dire"" Cosi, .,t- (a,tfo de.L eontundJLti i1 fatto de RITENERE di POTER dire -e, dunque, di DIRE- ci che NON SI PUO' DIRE. Questo 'ritenere' CREDERE di poter dire sulla base del fatto che lo si dice: . [edz batanfu au di un {a,tto, che fede NEL fatto e nel fatto come tale. Ci che qui si crede CHE il fatto sia PER SE' 'legittimazione DI SE'. Al lora che ci si contraddice NON si dice, ma SI CREDE di di: re e lo si CREDE peneLt. -poi che- di fatto lo si dice. Co si ALTR0 'contraddirsi' ALTR0 'non-drer, PERCHE' sT c r e d e di dire, a n c h e contraddicendosi, che contraddire lo stesso d i r e. Allora che dicesi "'la contraddizione " , quoyto si dice: "il fatto del contraddirsi " ed un DIRE non contraddittor0, ma incontraddittorio ytutcl'td ad essere qui un "fatto", che $a.tfo ea^QlLe, si che lo essere'del-fatto non altro dal fatto C0ME fatto. Al'lora che, di contro, p a s s o a dire che IL 'contraddirsi' UN DIRE, dico che NON 'contraddirsi'AUT che il dire ANCHE non-dire: lo essere del fatto viene fatto VALERE come 'essere della contraddizione'e fatto valere SULLA BASE del f a t t o, non senza presupporre che i'l fatto COME TALE dinfo ad essere, ossia che lo "errore", essendo un f a t t o, non emore.

Il

NON-dire , dunque, che NON v' I'errore ,poich I'errore bene UN FATTO. Il che significa che sarebbe "errore" r i t e n e r e che l'errore vi sia! dizione"
NON

La

effettiva

coazemza

alla asserzione

CHE

"la

contrad

.l13

LXIV

Credere 'credere-che-' o non "credere", si che lo "" che vi compare -esplicitato- tutt'uno con esso: creduto "" nello essere creduto. Se ogwL'credere' del creduto NON nel ve 'credere-che-', 'lo "essere creduto": se credo che un errore sia verit, credo credendo-che- ANCHE ci che non "", e questo "", na nel mio creder'lo, e resta c-che- per se stesso:l'errore. struttura -ed 0i daffo si pu disattendere questa 'la fatto del disattenderla- ma con conseguenza che un errore "errore perch creduto veritA' E "non errore perch creduto". Con che non CREDERE contraddittorio, ma contraddittorio creduto. La contraddizione coa si caratterizza, che essa Ae-

il

la

rite

il

il
.

il

al"di f erenta e,dunque,PERSESTESSO indif re-che-" AUT a'l "dire-che-non-", sussistendo come p o:

SE e S0L0 SE dotte contraddittoriamente 'vera ' Contraddi rsi 'sonebbe UN ' di re (dunque di verso da1 non-dire) SE 'dire' non fosse per se stesso "dine-che-"

trcbbe'vera'

il

'

di re.

bi I f t
Questa 'dire' E

-incontraddittoria-

di

i re

E non-

sottointesa "possibilit" -quale indifferenza al al 'non-dire'- la non vista contraddizione della p o s s i b i I i t , dennbia-ta per i n t e 1I i g i b i I t . Essa "" questo'scambio', che non altro che i\ 6d,tfo dello rcambLo. Poi che, condizione di possibilit che 'contraddirsi' NON sa non-dire questa 'possibilit', deve qui riesaminarsi la si detta 'nozione della possibilim' (XLII).
LXV

Allora che si dice CHE il 'possibile' quel'la MODALITA' dell'essere per la quale "qualcosa PUO' essere", si dice CHE l'essere PU0'non essere, ossia che lo essere E' persestesso indf f erenza adessere,'l dove questa 'indifferenza' detta e solo detta nel [o-tfo

- 114 dirla, i mp I i ci tamente" CHt i1 'possibile' sia, questo vuol dire: che "qualcosa" PUA' an"to 'essere' cluanfo 'non-essere' , s che, tnon-essene' ne,L t'pv" , tanto 'essene' cltmnta rch, S si sottrae al 'pu' il non-essere, cessa di essere quel"pu", elAZ eome cessa di essere se si sottrae lo essene. La sl
del

detta, pretesa, 'realizzazione del possibile' (che per la inconsistenza della'ragione sufficiente' consiste nel d a r e 1'essere al possibile) sarebbe piuttosto la s o t t r a z i o n e del'non-essene' al possibile' che

lo CONVERTE zo ipao in essere"


NEL

'pu', dunque, essere E non-essere S0N0 ne11a {ot ma del'la 'indifferenza ad essere E a non-essere', Si che

1a CONTRADDIZI0NE di 'essere E non-essere' li nivute del 1a (1onna de1 "poss'rble", ii quale rrrr consente la stesl sa contraddizione neenttrsfl ne1 PU0'" Ci che consiste di poter-essene (che ANCHE, inseparabilmente, poter-non-essere) i1 NON-essere, ossia lo essere proprio del NON, on de non si positivizza il possibile eonre tsle senza positin e g a t i v o come'essere del negativo'. vizzare il Equivalentemente, non si positivizza lo'essere nulla del nulla' SENZA porre il 'possibile' COME TALE. Qui il paradosso della si detta 'necessit del'l'essere' in cui 1o "essere eome ta.[-e negazione de]1a negazione dell'essere" (o pnetesa originariet di positivo e negatvo): che essa a b b i s o g n a del'possbile' IN CUI v' il NON-esse

re positivizzato
Quell

essere al non-essere (nela forma di "ci-che-pu-essere" e, dunque, "pu-non-essere") VINCOLA inseparabi'lmente i1 poss'ibile allo impossbile, si che a "impossibilit"

come IL possibile" nzce.aai,tttd,ne che, nej possibile, VINCOLA 'lo

sibile, MA LA P0SIZI0NE DEL POSSIBILE C0ME TALE. PossibiIjt , dunque, negaz'ione della propria possibif it, nega zione di s, contraddizione od anche: il possib1e COME TALE Z 1o impossibile COME TALE e lo necessariamente" Poich il "possibile" E' lo "impossibil! ", lo "fmpossib'i-

u n i c a possibilit del possibile. Cosi, contro la stupidit delia pr"etesa di "semantiz zare'il nulla",1o impossibile NON la NEGAZIONE del p!

I'

-ilsle" NON Ef "possibile", ossi a la idenil,t del possibile E' la sua non-identit, la non-identit, dunque NON "" -come sL utede- negazione di una identit, ma non-identit della negazione, o NON posizione della identit. Dove
"posizione"

si traduca in 'dre', il dire non-dire. Per cluoX dire che iL offo d'L d'ttte, "contraddirsi" d i v e r s o dal non-dire e, dunque, UN dire. Lo per i,L a,fto ehz, se non si dice, NON ci si con traddice. Con ci la 'contraddizione', che i.t- ,6affo deT contraddrsi, appartiene al da.tto del dire, ossia al dire eomz fatto e aoLct come fatto. Ci che d i f f e r e nz i a il dire come fatto dal 'dire' che il dire come
fatto l'a,tLLvi,t. del dire o del significare dr. patte di UN dicente, enpiturtmetz e gli appartiene come SUO 'esserci', onde la contraddizione 6dLto" Q.6AeJLe, all'interno di questo f a r e, che non p n s a r e" Che se la contraddizione fosse 'dicibile' a prescin
dere dal dire-come-fare,

sensodelltessere.

il

re

sarebbe l'unico

LXVI

tra DIRE e ATTIVITA' empirica de'l DIRE s o s t i t u z i o n e del'dire' con il'fare'. Sostituzione inerente al 'fare', inscritta in questo, solo sua " SoLo tua vuol dire questo: che sostituzione di insostituibili. In tanto la sostituzione "u in quanto "" e u g u a g I i a n z a, onde la eguaglianza tra d,tce e
Lo equivocarsi
punaa)Le

compiersi, ma presupponendo se stessa. It d i r e vi opota -confusamente- E cone queX"fare-che-consiste-nel-dire" (e resta un fare) E come cguo.L dire che la "struttura" senza di cui, resta un fare, ma NON "dire", ch, contraddicendo 'la struttura DEL DIRE, IL DIRE STESS0 che si contraddice E come c1ue.L dire ehe 'la "intenzione" de1 dire, in esso fungente se e solo se non vi si identifica. Poi che questa j n t e n z i o n e it "pensare", e poi che, confusa con i\ pry ge-tto inerente al dire, vi si identifica, PER TALE C0N-

avvenuta prima

vi presupposta. Cosi, quella sostituzione


di

gi

FUSIONE

116 CREDE

-e soo per essa- che si

traddizione",

Cs, ri-assumendo per gli Scolastici: Per QUEL dire L QUALE an, fare, si fa-essere ANCHE a contraddizione" Per QUEL dire IL QUALE la struttura de dire, contraddrsi N0N-dire, Per QUEL dire IL QUALE i! pensare (o i ntenzi one ) , 1 di re ( asseri re, si gni f care semanti zzare)
NON

tivizzare

di

"pensare il

ILnulla.

non-essere",

di "pensare la con di p o s i -

pensare"

'

LXVI

e SUA originariamente. A'llora, si tratta di fede-nel1a-esperienza, che la esperienza CREDUTA e creduta in modo che non appaia il suo essere-creduta (XXXIV) , 11 modo in cui si assume l'esperien za (il che ripetizione vacua) che essa "", ci che s
come SUA

alla Agevole , a questo punto, i r r i d e r e pretesa semantizzazione e de1l'essere e de'l nulla, denomi nata enfaticamente (ed enfasi del medesimo ordine esp'lo so dopo) 'positivo significare del nulla'. Anzi che irridere -come forse Hege'|, maestro anche in questo, farebbemette conto procedere a1la uwiu,ta semanti zzazione DELLO 'essere'. Ne1 suo venire-detto, p!F l'attivit del dire, lo e s s e r e "", dunque UN "che", QUEL "che" il qua le viene significato C0ME OGNI ALTRO CHE -o non viene si gnificato affatto-. Poich lo "essere" 'quacosa', equT valentemente "ogni qualcosa" (ogni cosa-qua'le-che-sia) "" essere AUT non t'". CHE "" N0T0 e che sia 'noto' da cluoL[n esperien za che 'constatazione', la quae POSTULA-che-sia "immediatamente evidente", sottraendolo con"e,L ' discussisne (LXIX e LXX). Il che vuol dire questo: se non viene postg lato-che-sia -o anche: se 1 postulato, riconosciuto, meg so in questione- allora quella "evidenza" NON SUA, ma di ci che lo postula, de'l1a uLgenza- senza la qua'le NON si postula. Con ci, dunque, la SUA 'immediata evidenza' la es i genza chesia immediatamenteevidente, CREDUTA

assume DA essa

I17 -

10 "" che di gi a cosa (1a cosa "", essere "", la cosa non va isolata dal -suo- essere)" 1 Del I a 'esperi enza si assume, dunque , quelLa 'essere' g temantizzafo come tale, onde per un verso que'la esperienza non altro dal comune non discuterla (ed infatti, Si parla di "lampada", di "pe1i della barba di Socrate"!), per a'ltno verso, DT que,LLa" medesima esperienza (sempre im mediatamente subita) assumesi s o I o ci che la semantizzazione-delIo-essere IMPONE, Io "", poi che Ia "esperienza" bensi , MA anche a t t e s t a il non-, attestando il divenire, si che -stante la impossibilit del non-essere- non VERO che lo 'attesti', non potendo

lo

attestare

sta ombra."."). Di quelle MEDESIME cose che la comune 'esperenza' attesta (con dipendenza dalla fenomenologia non hegeliana, " apparire") -N0N di altre- dcesi che, essendo, sono 'eterne', ch -altrmenti- divenendo-non sarebbero. Quele "cose" sono, pertanto, ind,'s,socitbiL dalIa comune esperienza (oggettivata) e parlare DI esse "" comunque accettarla e accettarla ca,si come- , Ma que'lle cose "sono" (ed anche essa "") e, dunque, SI DEVE .t,soei-anle da essa per ci che essa dice "divenire" (che non pu essere) e, cosi, non la si accetta codZ comz A SE STESSA, ma come "" per la semantizzazione delJ'essere.

Cosl cguel.Ln esperienza non pi cauell,a (nfatti, que,LLa presenta i'l non-essere nel d i v e n i n e e, dunque, non vera esperienza, perch non PUO' esserlo) e, tuttavia ancora c1ue,L.La (ed infatti, dicendo che "ogni cosa", essendo, " eterna", 'in essa che si va a pescare "ogni cosa": con enfasi, "questa sfumatura di verde","que

ci -che-non-.

r$4"
LA esperienza oggettivata (e, per la intrinseca progettualit dello'oggetto', progettuale, dunque, sistematcamente s i g n i f i c a t i v a nei suoi'interpretati': i nomi delle'cose') quella IN cui COMPIESI

- ll8
Ia

semantizzazione delIo "essere", poi che "semantizzaye" questo appunto: tu.$onlw tuLde,nenda ad a,(fnct" Per tale verso, la semantizzazione dello "" nereytfz indivisibilmente al dire-che-, ed significare lo "" come "l'essere ", si che NON significazione deJZo essere, bens dello "" del 'dire-che-" semantizzatocome "essene": semantizzazione delo "essere" che gi semantema. Lo 'essere' DA semantizzare di gi 1o ""(del dire) semantizzato come 'essene', si che, per tae verso, semanti zzazione di UN semantema " Quutct semantema ,si d,L$_ $enenz.a Ca ogni aitro in quanto ogni altro, essendo, non lo e c c e d e (n 1o incrementa), l'1A ..d.evtLbo ad o gni altro perch appunto semantjzzazione dello "" di o

Cosi, di "esperienza" parlare superfluo (ed infatti non se ne pan'la): essa i n t e r a m e n t e seman tizzata con il semantema "essere". Ma essa non I' i nl pencL. non ne 'la semantizzazione, stante che tero ogvuL "semantema" se stesso e l'intero, senza che lo intero possa essere se stesso e i semantemi. Nessun semante md, infatti, "" 1o i n t e r o, nd anche nessun seman-

gni altro

temaSENZAIo

igato- APPARIRE. Ciascunacosa appare e come lo intero di se stessa e come altra-da-altra e come altra-dallo-intero sen za che lo nteno entri nfetunenfe nel'lo apparire. Cos, ! sa appare C0ME "" ma anehe come "non-": come "" perch rrrr (esperita, non lo si dimentichi !), come "non " perch appare s v i n c o I a t a dallo intero. Che come dire che lo "intero" le risulta "trascendente". Allora -altro passaggi o meccani camente obbl i gato- 'lo APPARI RE , .m,semz, 'lo apparire di ci che come pench appare t 'lo apparlre di +i che flrr , pe"ch S0LTANTO appare" Uno sar vero pelc el. 'ver apparire' (attestante lo essere de'lla 'cosa'), l'altro NON sar 'vero' perch, dividendo la cosa dall'escanicamente obbl

ragione- "fenomeno'logica"? Lo

(le "cose") non sono se non PER 1o intero e lo intero NON UNA di esse, n la loro totalit si detta -a
semantemi

Come

si denominer questo r

intero.

appo

r t o in

cui

si dir -ed passaggio mec-

t19 -

sene, una cota aaLs, eon questa divisione impossibi'le. Cosi cluolla. "esperienza" i*t cauantt attestante lo "" della cosa (Ei semantzzata e come cosa e come essere)at testa i vero, MA (E), n quanfn attestante lo impossibiLIENATA -ecco la paro'la magica- della esperienza. Donde sorga QUESTA 'alienazjone' (che 1o apparire non vero, essendo ,senbnane divisione senza poterlo essere) NON PUO'apparire" Allora che'appare', infatt, gi "a 'lenazione" dello apparire alienato, che 1o appartre Ln tuLryea,tn dalla al ienazione. La qua'le "interpretazione" -come ogni interpretazione- da QAAQhe 1o interpretato in conformt a se stessa, ed , pertanto, Jrf.'uno con il SUO apparire. Allora che si dice -ed il primo incoato tentare an cora di pensare- che, se lo "apparire" E', quel divenire, che non altro che lao, d i v i e n e con lo s p ar i r e, meccanica la risposta, che poteva suonare inattesa: dell'apparire (essere dello apparire) dicesi che "diviene", in quanto gi lo si interpretato come "diveni ne dell'essere", appunto alienatamente" Ad et,surc elienal" l'interpretazione, dunque, ed alienata puceh. interpreta in modo alienato e questo modo uao i'[ responsable della alienazione -a meno che, anche pi ngenuamente- come accade- si addossi a Platone la

le (la divisione dello indivisibile), interpretazione

tremenda responsabi I i t. Se la neve si sciogie

scioglie a guardarla"

al soe,
I

questa neve che si

LXVI I

"essere" del semantema 'essere' lo rrrr ,npL,ir.i.to in ogni significato, la sua significazione eo .ryao CON ogni atra significazione. Questo ora a vedere, SE la significazione di QUESTO 'implicito' non sia, invec!, c o s t r u z i o n e su d esso, che vi funga da PRESUPPOSTO. E sarebbe significazione del presupposto, mai pensato cometale.

Poi che

lo

Questo non a trascurare; CHE il 'dire' (significare, o asserire) bensi "dire-che-", ylq appunto IN SE STESSO

-120"dire-che--anzi-che-non-" (LVIX). Lo "anzi che non-" a p p a r t i e n e pertanto al "dire-che-", onde o

e NON PUO ' ' nsorgere ' ?ER uc.LudLU. ) La alternativa 'struttura originaria' dello asserire, di cui 'struttura formale' lo escludere I'alternatva, apponendot. Cosi, la n e g a z i o n e che INSISTE nello "asserire" ("dire-che--anzi-che-non-") it NON consentire che la alternativa RESTI, onde lA DOVE si pone 1o asserire ZA si togle i SUO opposto. Propria mente, lo asserire NON toglie il suo opposto (che intanto si pone), MA "" il togliere lropposto a s s e r e n d o. Dove compare (si pone) un asserto LA'non s pone il SUO opposto. Allora che compaiono (si pongono) INSIEME lo "asserito" E i (suo) "opposto" -come nella logica formale- si procede C0ME SE lo "asserito" non fosse, ossia come p o s s i b i I i t di asserire e di non-asserire (o di affermare E negare). La "possibilit" qui richiesta non altro che la dontm,U.t di que11a logica. Allora, la eveniente "assunzione" dello asserire (significare) come VERO a condizione di essere negazione del suo 0PP0ST0 (che rrrr il non-vero) FA VALERE la richiesta della logica forma 1e eome "originaria". In questo FAR VALERE 'il formale come originario la o p p o s i z i o n e (\d.ffia. corui.ttelte in un "consi stere" DI opposti, tale che essi si oppongono bensi l'una'll'altro, MA ENTRAMBI SI P0NG0N0 in qualche modo (che per la logica formale espressamente la 'possibilit' E per 1a logica formale OBLIATA con il far'la valere senza riconoscerla 'la 'negazione della possibilit'). Lo "" bens negazione de1 "non-" (e viceversa,ma superfluo dir'lo), ma qua'lcosa-che-nega-i1-suo-opposto onde enfaticamente, ma rivelativamente, si dir "che respinge da s il suo opposto". Con ci g'li opposti S0N0 po sti COME opposti e LA' D0VE si pongono -per potersi oppor
I

asserire sottrame a negazione lo asserito (LVII) o non asserire. Questo sottrarre a negazione (di cui enfasi la 'discussione') II'IPONE a aternativa TRA orrr1 e il"non " (onde non ytu ueltt-dute l'alternativa SENZA
a
qual

- l2l
si oppongono" Che come dire questo: i'l 'loro op'illoro porsi, porsi implica identicoper entrambi. Agevole sar d,ne (che gi suppone) che la 'con traddizione ' appunto perch Io "" de'lIa contraddizionE gi'oppoquella identit. PER porre sti' si FA ESSERE que'lla IDENTITA', a quale questo f a r I a 'essere'. Una vo'lta fatta essere, soo allora, la "contraddizione" (ch questo I a Lono opposizione) d i c i b i I e e -sul medesimo piano- da n e g a rs i. Se non che, gli opposti in tanfo si oppongono n quanto ciascuno si oppone al p o r s i dell'altro, s che, restando opposti, non si pongono affatto" Per il significare, infatti, ESSI 'restano' opposti (come se, corenon

munque, fossero

dei DUE (tali per la significazione) NON SI OPPONE AL POR SI DELL'ALTRO, onde, propriamente, DOVE uno (di essi) sT P0NGA, l'altro non altro affatto, perch NON SI P0NE" Superfluo che qui si segnali 1o equivoco della s detta 'conciliazione degli opposti', ch ur si oppongono a QUELLA conciliazione AUT non si oppongono affatto. l'la non superfluo che questo si osservi: che lo opporsi di rrrr E "non'" 1o oppotuL inerente al PORSI, po.i che il PORSI (1o "") in tanto "porsi" in quanto il "non " NON si og pone affatto, ch esso sarebbe tutt'uno con il N0N-porsi, onde lo rrrr NON NEGA il "non " PER PORSI, ma PERCHE'non

posti),

ma NON S0N0 OPP0STI

se ciascuno

o "essere" (se proprio non si resiste a questo residuo scolastico) non negazione della negazione di s. NON L0 non perch 'to ha gi negato per porsi, na pelLchZ non ab bisogna di negarlo. Ch se abbisognasse di negarlo NON sa
rebbe

abbisogna di porsi. L dove lo rr"

appunto

il

"non " non ,

onde

affatto

in

bisogna di re (10 asserire,


cquanto

Ma

-ecco

punto- negar e

il

'dire-che--anz-che-non-'

il significare) n tanfo 'dire-che-'


.

il d i r e 'essere' che ab it 'non essere', poi che il dT

-1??LXIX

") e nstruttura originaria del dire"(sottrarre a negazione, inp.(ieortdo la negazione, dunque 'impossibilit di sot trarre veramente) e p e n s a r e celebra il suo rite

(che nessuna interQUI lo e q u i v o c a r s i pretazione pu superare, stante che essq suppone appunto l'equivocarsi ) tra 'struttura formale del dire' (possib'i1i t di rrtr ettnon-t'vincolante a se stessa lo "t'ottnon

vi si esalta. Ma rito avente radici lontane -per la sua mitica sto ria- e non per niente c o i n v o't g e Parmenide, chel divenuto di casa, non pi "venerando e terribile", Non'lo pi, perch di casa in quello equivoco. E'qui, infatti,

(LX),incui conf usamente opetanogli 'inconfondibii': i1 significare come 'attivit' (o attivit del dire che un fare) E la struttura formale, in s day
z.t-ona.Lz,

-non in Parmenide- che la'onto'logia'si fatta da non abbisognare di venire pi nominata MITOLOGIA del significare

considerasi esclusivamente per ci che uta pretende: di potul. PER opporsi a (suo) opposto -che lo essere gi posta allora che si oppone-. E' del'lo 'asserire', infatti, p r e t e n d e r e di sottrarsi a negazione e, dunque, far VALERE questa (che una pretesa) CO'1E SE fosse 'necessit'. Cosl NON lo "asserire" che consente il riconoscimento della propria struttura originaria, poi che "assenire" procedere C0ME SE essa -impossibi'lit di scegliene 'l'assenza di domanda- non fosse. Ma bene dello "asserire" il t r a s f e r i m e n t o dela'negazione'(da
mantema)

la struttura formale-funzionale viene CONFUSA con la originaria, cluuto si ha: CHE la originaria 0BLIATA ed obliata sulla base del (a,uo che la'asserzione'(o se
SE

del sign'ificare (per la quale un asserto esclude il suo opposto) E la struttura originaria del signifcare (per la quae, asserendo, I'opposto gi escluso, ma s o I o nztLo aaaentne che sottrarsi a negazione e, p!Ftanto, non pa sottrarsi al Wp)L:n -originario- essere vi ncol ato a 'domanda' ) .

-123cui effettivamente non pu svincolarsi) come negazionetra-assert dei quali se UNO vero, 'l (suo) opposto falso, ma NON possono essere entrambi VERI poncl,td. ciascuno dei DUE "" negazione dell'altro" E, tuttavia,PER

lo

ASSERIRE,

pn-e.tendetui costitutivo "assert"- NON L0 S0N0 AFFATTO, poi che S0N0 la pretesa 'assenza-di-domanda'" Allora che, dunque, un si detto "asserto" compare, i] suo essere-asserto wa eo,sa. ,soLa. con i1 na,teondimzno della (sua) struttura originaria, per 1a quale NON pu essere ci che pretende ed tutt'uno con la sua pre

nel loro

tono enfi.atnbL a'stui, Stnuttura orginaria "", di contro, che -appunto

Cos, appunto, QUELLA domanda che si c o I I o c a tJla'asserti' (quale -tra due opposti- vero?) NON LA domanda, oblando la quale INS0RGE un "asserto" come Ae essa non fosse. Per la domanda-tra-assert, infatti, UNO degli opposti VERO" Per 'la domanda obljata NELLO insor gere di un "asserto", IL VERO non pu essere UN assertol poi che IL VERO non pu essere in alternativa con altroda-s. (XXII)"
LXX

tesa.

Dire dire-che--anzi-che-non-. Senza questo "anziche-non-" non v' DIRE. Per il 'dire', pertanto, DEVE P0TER essere-vero ci di cui 'dire', poi che n (unzLone del dire il vero (anzi-che-il-non-vero) onde esso si PONE
come

negazitne de,t,La, negazictnu lo "" come "negazio^u.a, ne-del -non-" . Per il "dire" (asserire, significare), dunque, 1o "el sere" (nel suo essere lo "" dell'essere) "negazione del la negazione dell'essere", senza via di scampo" LA s detl ta "semantizzazione dello essere" E' di gi "semantizzazio ne del non-essere" di cui "u NEGAZI0NE. 0gni tentativo dT s v i n c o I a r e lo essere semantizzato dal "non-es-

sere" solo idiota"

Contro questa diozia ha buon gioco lraffermazione

-124(teoreticamente nula) che i1 si detto "logo orginario" 'opporsi di posit"ivo e negativo. Questo "opponsi*' considerato come 'struttura forma'le'

di fue "asserti" I'uno d eortut all'altro (ed i'l tronfo di Aristotele e della SUA'{or mu,{szi.onet del si detto ' pri nci pi o di non-contraddi zi one') .
, piuttosto, IL
PORSI

a]

"opporsi" -che l'asserto come tale SUBISCE senza riconoscerlo e CONTRO il quale insorge, obli-andoLo e che divenfa, per l'asserto cos costtuito, un 'oppol si tra asserti'- tutt'uno con il "dire"r'che i n d v i s i b i I m e n t e "dire-che--anzi-che-non-" ed il SUO logo, non IL 10G0. NON il 10c0, appunto perch NON PUO' essene VERO ci che abbisogna d 0PP0RSI
Ma questo
NON.VERO PER ESSERE.

verochesi oppongono.

'struttura originaria', appunto perch r s i alla posizione di ciascuno dei due: per ciascuno dei due, nessuno dei DUE verarnente si pone o non
oppo
Considerato come

LXXI

abbi,sognnne di essere in ci che funziona'lmente 'esigito' e, dunque, nad,Leatc nel "bisogno" che per se stesso "bisogno-di-venire-soddisfatto" s che i "bisognodi-dire" per se stesso , un ,sal,tttntui del 'dire' alla PR0PRIA struttura originaria e, per ci, i1 non nieonotcen

ro" presemantizzata nel suo essere-semantema 'la cui i n t e n z i o n e (che pensare) non vi si riduce e che-es so ni-tcea se stesso f u n z i o n a I m e n t e. Che come dire questo: i1 'dire', insorgente dal bisogno che non si equivochi (e eoti- linguaggio esprimentesi in parola)n bisogno-di-dire e, dunque, bisogno che sia "vero" ci di cui dire. La con(uai.one nitica tra DIRE (bisogno-di-dire) e
p
(sapere che

ci, sul p 'i a n o significato dal significa re (o dire, asserire) -piano che diremmo "fenQmeno'lo$ico" in cui si va a "vedere come stanno le cose" -1a parola "vg
Con

vero)

PENSARE

ungas

il

vero

NON pu

-125Lo-, Cos non vt volon. di obliarla (0, miticamente, "a lienazione"), bensi bisogno (stato-di-necessit) di o--

bl i arl a affinchil bisogno-di-diresiasoddisfat


to dal
DIRE.

te

Lungo clue,sta
RADICE

ra

precompreso non RICONDUCE -come, se non Heidegger, certamente Gadamer crede di fare- la filosofia alle sue 'radici', MA riporta il "prefilosofico" A SE STESSO. Che riportare i1 linguaggio operante IN filosofia (detto .inpnopbLe 'linguaggio filosofico') a suo essere 'linguaggio' il quae , comunque, pne$i,Lo,sod,r.co essendo a$i.Lo,sodico. Ed come dire che NON la t e o r e s i, md di (d p ! F postu'lazione, la certo cui, abbisogna la "teoria" p r a s s i) , per dire con Hegel, nei 'bsogni pi sg bordinati degl i uomini ' . Lungo la linea tracciata da'lla 'struttura formale' o

r i g i n a r i a,m e n t e "preflosofico". AT lora che la 'ermeneutca' (che qu regnante) riconduceil comprendere (in cui upnnu il bisogno) allo avereo

tinea il pre-filosofico effettvamendel "filosofico", ma perch quest'ultimo anco

pen

gni "asserto"r gi costituitosi, p r o I u n g a o-d c.u"L si costituisce in negazione dello asserto opposto. Le due linee vanno partitamente esaminate.
LXXI

minima

delle rostensioni' digitali di gi 'asserto'. Ed , nfatti, linguaggio che ingloba ANCHE il si'lenzio SE -come - anche UN silenzio interpretabi'le, essendo equi
vocabi I e.

Per primo esaminasi la 'logica' formale (che logi ca S0L0 formalmente) dello a s s e r i r e; ch la pur

NON contraddizione. E, i;' esservi "contraddizione" 1 dove NON v' nulla non v' nulla. Non questo insipienza o impotenza speculativaz [tutz.i-aywhete nLchieao da quella struttura. Impotenza specuativa , invece,

Per

ne non

fatti,

"" nulla E il "nulla"

la struttura formale del 'dire', la contraddizio

come PUO' "dizione"T E ne,L

-126_
che

traddi zi one ' da toglLerce ( LXVI I I ) . E' appunto quQta- la identifi .Uer4LL{u.e sumetti zfamente IL p e n s a r e CON il d i r e, come a.tfZ u.tlA. empirica del pensare, che, cosl, un FARE (LXVI). Se non sono "venerandi e terribili" quei filosofi sono per tettacz e formidabile la loro tenacia: IL NULLA non si pu non pensare petu-l- (ed lo atr4unettun di una 'evi denza' stringente!) la parola "nulla" (con i semantemi connessivi : "ror", ttnegativo" r "non-essente", "non-essere" ) NON s o s t i t u i b i I e da nessun'altra parola. Perch, se risultasse 'sostituibile', non sarebbe "u guale" a ci che Ia sostituisce? N()N riprodurrebbe comunl que il preteso "significato"? Essa, comunque, stiano certi, NON sostituibile. E', infatti, parola che -come "es sere"- essa stessa SOSTITUIBILITA' dellt con parola il sosti tui bi I e. Allora che a,c dfue DI "qualcosa" che NON (ci che si dice di essa) si dice CHE ci-che-di-essa-si-dce il (suo) nulla. Sl che le patwLe "essere" e "nulla" occorrono peJL tu"tte e possibilit del 'dlre'z aono questo DIRE. ESSE -come ogni 'senantema' di cui sono (oturwlestrut

o r i g i n a r i a rinplirifen; In questo fattuale acctd,metto -che il fatto dello errare- l nulla, in cui non vi pu essere contraddizione, IL NULLA. Sl che, per esservi contraddizione, BISOGNA che anv SIMUL "essere" E "non-essere" e questo e toLo questo sarebbe 1o aunon. Ed questo 1o aluyu,tpn che dovrebbe vuine toltn. Che po toglier'lo signfica ricac ciarlo ne't NULLA (n cui, per, non v' contraddizionelJ. Cosl IL NULLA -quello di questi "filosofi", tu,tfo Lo ttfr- ri f i u ta la "contraddizione", laquale, toll ta, RESTA l d qua dell'essere E al di qua del nulla, in generando il s detto "problema della contraddizione",che prob'lema contraddittorio. Ma IL htogo in cui esso SI P0 NE quelta IDENTITA' che dcono "astratta" perch non t6gtie il suo opposto ed la IDENTITA'che non HA opposto perch IN ESSA si pongono g1i 'opposti' della L0R0 'con-

tura

terribili", ai "metafisci dell'esperienza"- per strut

la si

scambi -come accade,

tutt'altro

che "venerandi

-127sono pentanto 'comprensibli' PER la f u n z i o* n e che i'l DIRE came d.ie rrrt (che--anzi-che-non-); ma PER IL PENSARE non sono in.e.Lti.gbi,LL (e se ogni com prensbile fosse IN SE' 'inteligibile n vi sarebbe errore, n critica, IL FATTO come tale sarebbe IL VERO e "il vero come tale" il fatto di comprenderlo(0, relativamente al sistema di riferimento, che signif:'caziohe, di non

tura-

comprenderl

n c on t ra d d i tto r i o, r1'rlaatelta in contraddttoriet dello ESSERE' 'rr lo essere stesso" No" il semantema "nulla" il semantema "non-essere" econsmiz zan, Ebbene, il semantema "non-essere" la economia se mantca del semantema "essere e non-essere". 0 la neve -che si sciogie a guardarla- non guardata, diventata ghiaccio.

b..Le.

Il NULLA non "" contraddzione? ESSO "" ntothgiFU}RI del1a "comprensione" inerente a'l DIRE? A'l'lora

o).

LXXI I

,soLo -di struttura- udire-che-" la e spressione "di re-che-non-" eon)tad.d,Lce la,sfna.ttua aTl "dire" onde essa converteS 'in "non-dire-che-non-". Qui a pensare, ch ALTR0 ,senbna. "non-dire" ALTRO "dire-che-non-", a1 primo facendosi comispondere i1 "nu'l la", al secondo il n e g a r e. L dove IL NULLA non "E" 'affermare n negare', 'il direr rrrr AUT affermare AUT nega re e, pertanto, IN SE' clue,sta indifferenza rispetto al (suo) affermare ET al (suo) negare. La logica 'logi ca del eomune. eoyui-d"elultz " formal e" -che , comunque , Ia "'logica"- sussiste IN VIRTU' di questa 'indifferenza'. Ma -ecco il punto- cluetta indifferenza sussiste IN VIRTUT di cluel "considerare" la struttura del 'dire'. In tanto, infatti, il "dire-che-non-" n e g a r e in

Poi che

DIRE

-128quanto pnevi-anettte

"dire-che-non-" sia inteso come "di re-di-qualcosa-che--altro" onde NON quelIa "cosa" (iI suo "") a negarsi, bensl "qualcosa" come predicato DI essa, di gi supponendo LA DIFFERENZA tra "cosa" E predicati

i\

di essa.

cipio di non-contraddzione, la quale appunto suppone che dr UN MEDESIM0 -gil detto- si possa DIRE "qualcosa" AUT 'f altro-da-questo-qualcosa" e NEGA.' Aupponendo che negare sia "dire-che-nor-", che si possa SIMUL dire E "qualcosa" ET 'altro-da-questo-qualcosa'" Alora che LotLge TALE formulazione, gi i1 NEGARE identificato a'l "dire-che-non" e identificato ne'll 'urr.c.o modo consentito da questa 'i denti fi cazi one' : "di re-di -qual cosa-che--al tro" . Ma SE 'dire' PER STRUTTURA "dire-che-", COME po: sibi Ie "dire-che-non-"? L0 ""ureol^a,tn a\ dire lo "" di ogttL semantema, s che il preteso "dire-che-non-" non istituisce un t.ap ponn fta semantemi precostituiti, concernendo appunto 'lo "", s che resta ancora a asbiilttti COME sia possibi le un DIRE (per se stesso 'dire-che-d) che sia UN direche-non-. Qul assumesi d,i necetaiA \a effettiva struttura del DIRE, a quale "dire-che-'anz-che-non-", on de il "non-" vncala.to allo 'anzi che' e, attraverso questo, al dire-che-. Di gi, dunque, NEL dire-che-e 6uL ge i\ "non " AUT il dire NON dire affatto" Allora che i1 covutns"ddiluL sia "dire-che--e-che-non", il DIRE del'contraddirsi' c o n t r a d d i c e non un altro dlre, M la struttura istessa del DIRE e, pel tanto, NON dire affatto. La congiunzione occorrente (lo ') nela espressione'che e che non e" NON congiu! zione tra UN dire E il SUO opposto, M i n d i c a che UN MEDESIMO 'dire' 'dire-che-' E "dire-che-non-", ojsia che questo 'dire' NON "medesimo". Il 'tinulu -che traduca il greco oan- costringesi a prescindere dala temportnif cui appartene linguisticamente perch NON v' un'tempo'in cui pongasi un dire E, in quel meduino 'tempo', pongasi i'l suo opposto, appunto NON ESSENDOVI UN DIRE che sa tale l dove sia dire (e) non-dire" LA invero scorretta espressione 'non est simul af-

Di qui a aristotelica {onnazione del s detto

'pri!

-129firmare et negare' -empiricamente tradotta con "non po: sib'ile nel medesimo tempo affermare e negare"- indica co 1 i g i b i I m e n t e questot nol munque intel v' un SIMUL delio affermare e negare (dire e dire-chenon), non essendovi alcuno dei due, non essendo due affat to, perch neanche sono UNO. Perch iI confitadditusi 6. nulla del dire.
LXXIV

iINULLA rrrr N[,LLA" E "" NULLA s e n z a che questo rrrr sia esso stesso IL NULLA, si che -a differenza di ogni altro uso del semantema "" (indivisibile da ci-che-) unico consen

La tenac"ia non d tregua: i nulla-del-d'ire NON i'l nul'la ,s.npliti,tut ed bene QUEST0 'nulla' che non la contraddiz'ione. Ch il nulla-del-dire a questo vfncolato e relativo l dove, di contro, i'l nulla ainplieif.en "nujla" appunto ANCHE di tale vincolo. Cosi, infatti,

supporre

diventaun porre:

indivisjbilitA, i1 ea,sa de1 NULLA lon c o I ame n to dello "" da ci cui "" a fi ne che, appunto, NON sia semantizzato dot nu.LLa, essendol come miticamente esigesi, semantizzante il nulla: "il NUL
sv

tito

da questa

Cosi, iI semantema "nulIa" QUEL semantema che, di contro alla struttura del 'semantizzare', tcinde Io "" da se stesso PER udel-e non-identico al (proprio) essere. Se fosse identico -come de' resto pretende lo ""- sarebbe a n n u I I a t o dal (suo) essere, che ? questo
essere annul'lato
non identit- l' i m p o s s i b i I i t dilcinde ne 1o impossibi'le (1o aduna.tnn) da'lla contraddizione: aT

LA

NULLA''

Il

NULLA

-identit della non-identit tra identit

. No.

tra parola per dire "contraddizione".


LXXV

Poi che "nulla" "contraddizione",

og

l i er e

-130ma uno

solo" Questo "togliene" NON "dire-che-non-" poi che, appunto, cluefo contraddirs. Poi che tog'liere la eomesi pu tg contraddizione annularla, gliere la contraddizione che togliere "il nulla"? l'la Non trattas di togliere il nulla-della-contraddizione (come se, to'lta, resti'l nu'lla') bensl del'togliere il nu'llache--contraddi zi one' " Questo IMPORTA, che se togl-Luee

la contraddizione togliere IL nulla, non due toglimenti,

fosse "togliere il nulla", allora il NULLA (il suo esserecontraddizione-del-non-essere) non verrebbe tolto E, per ci, la contraddizione resterebbe NON toLtn". Ma se togliere la contraddizione fosse "tog'liere il nulla", la contraddizione NON verrebbe a n n u I I a t a. La espressione "togliere la contraddizione" , pertanto, essa stessa contraddi ttori a. Il significato di un TALE 'togliere' sarebbe infatti, NEL'dire-che-non-' e, dunque, d e s t r u t t u r a r e i1 DIRE (dire-che--anzi-che-non.)nel (suo) op-

la contraddizione

NON

posto:'dire-che-non--anzi-che-'. E, cosi, ancora con-

traddi zi one. 11 ytnoge,f,to di "togliere 'la contraddizione" contraddittorio, ch ogni tentato toglimento la riproduce. -e.I-erwlwt fatto valere per 'dmostrare' la impossiQUELL0 bilit di NEGARE il s detto "principio di non contraddizione" VALE come IMP0SSIBILITA' DI T0GLIERE LA C0NTRADDI ZIONE. Ma ci NON comporta un DUPLICE -inverso- USO del. 1o 'eXeneho,s (negazione restitutiva del suo negato) po che in tanto IMPOSSIBILE 'togliere la contraddizione' in quanto essa sia POSTA. Ed essa " posta" ("") se e solo se, essendo-anzi-che-non-essere, ai d,L((ehznzia. da1

Cosl, la pretesa 'differenza' TRA "non-dire" e "contraddirsi" (cui corrisponde il.ettLmneve la pretesa 'differenza' tra il NULLA e la contraddizione) IMPONE aa la la impossibitit di togliere la contraddzione, essenp o r r e a contraddizione DA T0GLIERE" do u,sa" ii la tw,fia (aud{auu o non ftibLo) della pretesa 'differenza' (tra il nulla in cui non v' DIRE e la con-

n0n-essere

"

traddizione in cui

131

DIRE si contraddice) in que/sto consiste: che DOVE NON C'E' DIRE NON V'E' contraddizione. Ma appunto, la medesina ns.L-l impone che D0VE NON C'E' DIRE
NON

il

V'E' 'il nulla', ossia che il nulla esclusivamente

NEL DIRE.

LXXVI

ne

ne de,tto viene po,sfo e posto cone adunafon, ossja come ci che PUO' PORSI esclusivamente dicenda-elte-.-de,t.0, e questo DIRE, essendo 'dire-che--anzi-che-non-', non con traddi ttori o. Quun dire NON abbisogna di 'togliere a contrad dizione' perch la ha d gi-d filfn, e tolta perch non l; PONE come "dire e non-dire" (che non-dire) MA come "dire e -congiuntamente- non dire" (che affermare e negare). d i r e poQuesto "congiuntamente" IL M0D0 in cui il

I1 confisdd,tul: rrrr , pertanto, i I non-porsi -del -di re vincaltto a\ DIRE. Questo "non-porsi-del-dire" (che il contraddire la struttura del dire) viene d e t t o e detto con il semantema "contraddizione"). In quanto vie-

(suo) opposto, quale o p p o r s i ta. "termini posti" (dei quali, 6e uno positivo, 1'altro negativo), ciascu no (dei due) altro-dall'altro: UNO "" posto conre DIRE-che-

i'l qua'le ytoatu,La. che sianvi i termini-da-congiungere, come POSTI, s che UN dire viene posto per venire-congiunto al
)
come ae

i1 detto: di qui la introduzione inevitabi'le dello

e,

Cosl, nel d i r e -e, per la struttura del dire- il pos'itivo "" positivo e i1 negat'ivo "" (positivamente) negativo, Io "affermare" altro dal "negare", perch iI "regare" potto come altro-da'l-non-affermare. Poi che dire 'dire-che--anzi-che-non-', lo 'anziche-non-' viene dQ,to (e detto-che-) come 'dire-che-non" (o NEGARE). Cosi, la logica forma'le (struttura unica del comune confondere 'dire' con 'pensare') tnars{uti,tce Io "anziche-non-"(indivisibile da'l DIRE) FUORI del dire-che- e tta,s(onna di subito o "anzi-che-non-" in UN DIRE: "dire*che-

I'ALTRO conre NEGARE-che- appunto a'ltro-dal -non-di re.

questo 'negare' fosse

-13?al N0N-VERO AUT non VER0. S che ancofin. logca formale quelIa sedicente 'dialettica' IN CUI IL VER0 "" opposizione-al-non-vero (o 1o ESSERE "" opposizione-al-nonESSERE) . Quuta 'dialettica' altro non se non la intetma coelLulzd. della logica forma'le, ch per questa appunto il VERO'e' 1 N0N-VERO si oppongono SENZA che ess siano in se stessi l'opposizione. Ci che, in essa,li mantiene separati cl che -anche- i congiunge: lo e (vero e falso, trascrvibili in quella impostura che i'l denominarli entrambi "valori di verit"). Ma la 'dialettica' che considera IL VERO inseparabi le dalla SUA opposizione al non-VERQ itrrwduce quel'la 'congiunzione'NEL VERO e, dunqrle, la m a n t i e n e, contro ogni intenzi'one di toglierla: la subisce e non la considera, ch per 'essere opposizione a'l non-vero' DEVE L6^'etLe ve). e, per esserlo, DEVE opporsi veramente e, dun que veramente DEVE essere il non-vero e la opposizione di questo. Ci che entrambe (logica formale e sua suddita ignara) NON PENSANO questo: che il NON-VER0 pu opporsi al VERO solo restando non-vero in questa (sua) opposizione, si che NON PUO' NON opporsi in modo non-vero.
non- rt. Ed

in vero pQtL taLe ' logica' IL VERO si oppone

LXXVI

Cowt'raddirui QUEL dire-che-non--quel DIRE" Un "di re" che, non sorgendo affatto, NON HA opposto PERCHET 16T opposto-a-se-stesso, ma NON "" se stesso come opposto, NON "" se stesso. Che, se mai sorgesse, di gi NON sarebbe 'contraddir s', bensi UN dire-che-dice-contro-un-altro-dire. Cosi lespressione "autocontraddizione" NON solo pleonasmo (ch non v' "eterocontraddzicne"), MA non contraddzione quella che fosse UN au,t-che-si-contraddice. Con essa -dicendola- questo si dice: che lo o p p o r s i opporsi-al-porsi degli o p p o s t i, si che questi

NON

133 Onde

sono

posti MAI (LXVIII)"

neL d i r e gi UN defo p po onde lo o rs i tra "detti" - la e0nf)La-d.ic.ti-o in tumLwb- sussiste PER UN DIRE-che Ii dice e n t r a m b i. 11 (suo) dirli "" CHE si oppongono e, dun que, CHE non pattano eatelLe. Pen d)tt-e questo I i [a e,tae,Le. come QUELLI-che-non-possono-essere e 1i nomina appunto "termini del la contraddizione", 'la quale rr' in untLvr,U. Cosi, i "termini" S0N0 nel ioro essere-detti (e, dunque, non sono contraddiz'ione), e NON S0N0 nel loro essere-termin (e, dunque, si contraddicono). Con questo, NON la 'contraddizione' che viene deJta ma i f.ennin (de'l dire, deti appunto) e dett-comedue, ciascuno dei quaf i e s c I u d e I'altro poich DOVE si pone UNO (dei due) lo ALTR0 (da esso) NON si pone" c o n t e s o da entramb, si che, Questo "dove" il
ClO'-che sorge bensi
frL

TRA 10R0, perch NON S0N0

affatto

essi

NON

si oppongono

(LXX)"

u^0, sono UN S0L0 TERMINE, che NON PUO' ESSERE" Cosi, per quel'dire', la c o n t r a d d i z i o n e vi pu essere SE e solo se vi sono 'i "termini'' (che pretendono di essere UNO solo) " Per c1ue.[-dire, tolti i "termini" (o non posti ), NON vi pu essere 'contraddizione'. Per la contraddizione, quei
-e, pertanto, non 1i si pu togliere, co si come non li si pu porre-.Per cluel dire, to'lti i termi ni, non tolta la contraddiz'ione, perch non v' nullatermini
NON S0N0

da-togl i ere

QUEL

l'intenzione o pensiero, che SAPE RE l'impossibilit di contraddrsi E o p e r a il dT re, che tale solo dicendo a n c h e'la contraddizione' in modo incontraddittorio.

getto" f

Dire la contraddizione , dunque , plLoge.ttane di dire a contraddizione (i1 SUO non potersi porre) nelo UNICO mod,o de.L "dire", che INCONTRADDITTORI0. In questo "pro
unge

non si contraddice ("" UN dire) a condizione che quella che esso dice NON sia'contraddizione'.

" o';;n:ol?'u', ;XlI'l^!ll'l;. o,*,,con*addizione,


dire

Per I a contraddi zi one non

v'

nu"l I

a-da-tog'l

- 134 Allora che dicesi " e non-" non uL ai eonfsudd.Lce effettivamente, ma SI C0STRUISCE incontraddttoriamente UN ASSERT0 tale-che costituisca la indcazione del LIMITE di costruibilt degli asserti " 'E' e non-' eotJtnzi-one incontraddittoria, po che consiste nel 'porre qualcosa' ("") e d o p o nel 'porre ci che non lo lascia posto ("non-"), che come porre e considerare di non avere posto (donde i1 nesso tra la costruzione e la sl detta "incoerenza"). Il "dopo" (dunque la successione temporale) n s e p a r a b i I e dalla costruzione stessa, essendo inseparabiie da1 "dire", s che la stessa indicazione,immanente nell'uso, del "simul" appartiene al tempo e vi appartiene come s i m u I t a n e i t a di "accadimenti" -di gi distinti l'uno dall'altro-. Pen 1a insparabilit del tempo dol dl F!, il tempo , dunque, e s s e n z i a I e al costrutto .n ewL non o si considera. 'E e non ' costi tui sce i,L Lini.e del I a costrui bi'l i t degli asserti, poi che altra f u n z i o n e non Fa oltre quella di non atteJvJtz, che avere f o r m a del dire SENZA s t r u t t u r a del dire. La'forma' la sua stessa "costrubilit" (e, infatti, per essa che si dice "a contraddizione " ed " contraddizione"),

La f u n z i o n e de'lla'contraddizione' (limite di costruibilit) \a atdoLu,tn inutilizzabilit dello asserto in cui non t a'saenilce perch dello asserire vi sussiste esclusivamente la f o r m a.
LXXVI I

sl che NON E'CONTRADDITTORIA. La'struttura' ci che'la forma possiede S0L0 F0RMALMENTE cone cluello asserto che r i s u I t a t o della composizione di DUE asserti 6af,L e.6AerLe, per costruzione, UNO S0L0: "qualcosa e altro-da-esso".

lo stesso'parlare' Ma lo e q u i v o c a r s i 'la E espressione 'limite di costruibilite' renbnn riprodurre quella contraddizione NEL dre stesso, come se la

135 -

'possibilit di contraddirsi' venisse indicata come LIMITE del DIRE" Qui si riproduce la medes'ima situazione della 'insostituibilit della parola "nulla"' (LXXII). I1 "limite" di costruibilit 'la c o s t r u i b i I i t stessa, si che esso non eoftl*Lbi,Le e, in vero, costruendo (incontraddittoriamente) 1o " e non " NON il limite che si costruisce, bensl un asserto n [unziane del dire la costruibilit degli asserti (nella forma e nella struttuna) ed in tanto'lo asserto " e non " costruibile come asserto in quanto la f o r m a dello as serire (che la forma proposiziona'le o apofantica) IN SE' non identica alla s t r u t t u r a dello asserire (o 'dire-che-') . E' la c o s t r u z i o n e caun ta.U's dello asser to cluo taLi"t la 'differenza' lra $atua, e Ar'Itt,ttJJLa, de'l dire, ch se esse fossero un mel,uino, i\ "dire-che--anziche-non-" (struttura del dire) sarebbe i'l medesimo del "di re-che--e-che-non-", in cui a NEGARSI appunto la strutl
tura del DIRE, inseparabile. Ci che costruibi'le, pertantor NON la d i f f e r e n z a tra "forma" e "sfruttura" del DIRE, che il DIRE istesso, MA la confusione di forma e struttura per 'la quale E,sL ni,tLene di dire nn con traddizione E che la contraddizione de.tta sia effettiva coi-

traddizione E che si deva 'togliere' la contraddizione. La contraddizione effettiva -indicibile- non va tolta, perch non "". La contraddizione dQlfa. non va to'lta perch gi t o I t a allora che viene detta, essendo detta n (unz'Lone de1 tnadurre -con figura proposiziona'leil non -essere-asserto di quello asserto che dello asserire ha bensi f o r m a, ma non ha s t r u t t u r a ed ltt.to nel venire costruito e, dunque, ,[o,t-to Q,6AelLe, il cui "essere" unicamente nel do.tto" (LXIII)"
LXXIX

volta "costruita" (incontraddittoriamente) la si detta "contraddizione" ('lo " e non "), il SUO tog'limen to a'ltro non se non lo e s p 1 i c'i t a r e ci
Una

- 136 ,tn

quelladiucfuidenedal DIRE un "dre-che--e-che-non-", poich DIRE ""'dire-che-anzi-che-non-'. Il che vuol dire qaeaf,o : il s detto 'princpio di non contraddizione' di gi.. interamente nella'contraddzione' c o s t r u i t a (costruita in funzione del DIRE) s che la NEGAZI0NE della contraddi zione -in cui la contraddizione pur esigita per venirE
negata e la (sua) negazione - determinata - determinata dalla contraddizione stessa, contraddttoriamente- NON so praggiunge a negare (aporeticamente), ttlA gi in a t I

istessa f unzione,

dunz,t"one

di cui essa (stata) costruita, che la sua

to

nel costruire la 'contraddizione'. Di qui il r i s c h i o *g corso da AristoteIe- della donntazi.qnz di quel "principio", che , piuttosto, il rischio d formulare la i n t e I I i g i b -

traddizone , piuttosto, esplicitare la incontraddttoriet della sua "costruzone" o costtutiva incontnaddittoriet-del-dire (o sgnificare), ch "contraddirsi" (proposzonal!, anon-dine. Cosi, penla forma pofantica) la "incontraddittoriet" negazione-della-con traddizone si che 'la presuppone e, negandola, '[a riprodu ce per poterla negare (onde 1o -e-Luchot forma'lmente rre aL,tuz..one della contraddizione negata). Per la s t r u t t u r a (del dire), la contraddizione la negazi one twt ta,ta del] o i ncontraddi ttori o. Se il semantema "incontraddittoriet" viene considerato per la f o r m a, questo si ha: che senza la contraddizione (di cui intende valere come negazione) non sus siste. Se il medesimo semantema viene considerato per la s t r u t t u r a, questo si ha: che senza lo "incontraddittorio" non v' i'l semantema "contraddizione". Ci che per la F0RMA non pu venire NEGAT0 senza riprodursi nella u.a negazione, per la STRUTTURA gi negg to nel suo non-essere-posto, si che quel- sl detto "principio", p!F la forma contraddetto, abbisognando della contraddizione per NEGARLA, per la struttura NON "princi

t i t in "principio", conseguente ala il.enfidieazi-one del "dire" con i1 "pensare". Lo e s p I i c i t a r e la negazone-della-con-

-137cipio",
essendo appunto

\a

auf,tu.a

istessa del dire.

LXXX

identit e'la non-diversit" Coerenza con la "identit" identit-di-coerenza, identficazione SULLA BASE dello assunto, si che logica del dogma dogmatizzare, del postu'lato postulare, de1 presupposto presupporre l'lA, insieme, 1'aLtno dallo dentico, da questo i m p I i c a t o come non-identico ad esso" Ci che -fatto 'norma'- t'mpone bens che non ci si contraddica MA nella rchiesta "possibilt di contraddir-

Che esso "princip0" sa DEL'dire'-significare- que sto comporta: che sa "prncipio" in quanto de,tfct poi che s t r u t t u r a del dire, che non sia dello "esse re" se non in quanto de,tto per 10 rrrr del dire-che-, e, dunque, che formuli -nel dre appunto- la INTELLIGIBILITA' in a.t-to come "principio"; I dove 1o e,s,seJce "principio" a! tiene alla f o r m u I a z o n e, essendo intelligibi le COME 'principio' soio IN essa" COME "principid', infatti, di altro-da-s (ch principo-di-s non senso) e COME inteligibilit non pu es serlo (ch l'altro da"llo intelligibile inintelligibile)" Di qui la immanente ''interpretazione' quale N0RMA imponente implicante possibilitd "conferrnit", o di vi eto contradd rl o " Cosi, fatto N0RMA, mpone non altro se non c o e r e n z a con 'lo "assunto" -onde coerenza CON postuiato lascarlo postulato- che il.etuLi.t. conservata nello USO di esso" "Logca delIa 'identtA" per circolo quadrato ) ch logica nan v' SENZA 'implcazione' (donde 1a consequen zialit o deduzione, o coerenza) e implicazione "" DI ALTRO, altro IN essa, NON da essa, si che lo a'ltro i m p 1 i c a t o come non-identico e come non-diverso e, dun que, come 'imp1cazione' istessa dicente parimenti la non-

'prncipio'?

si".

E, valendo

come

poss'ibilt-di-contraddizone, di

CHE

Se -con

138 LXXXI

che esso tra i princip "il pi fermo", po che intorno ad esso sempre atheuein, n ma pu esservi errore, dices'i implictamente E che g'l (altr) prncipi non sono INNEGABILI come esso lo E che iesso non 'fermo' se non come la f e r m e z z a stessa SENZA di cui non v' PRINCIPIO. A che denominanlo "prnc'ipio" se NON 1o nel mede,tino senso in cui d "principii" s parla? 0 non,piuttosto, g vendolo di gi 'formulato' -e formulato come N0RMA supremae 'lo si noma 'principio' e se ne tenta dmostrazione, che

Aristotele- dicesi

cluel.La

di

-e.Lencl'ta,s

di impossibilit-che-principi

non

La beba-otnfe anct non anclt. affatto poi che nulla PUO' f e r m a m e n t e'essere-ci-che-' SENZA di esso e, dunque, non Al-TRA-da-a'lcunch e v si .-dettLL (Lca All n essa n a'lcunch sarebbe" E che cosa in queT "principio" 1o diversifica dalla formula di IDENTITA' che si pretende non aristote'lica e, comunque, non originaria? Che rA A' significa, nfatti, che 'A A, anz che non-A' come s t r u t t u r a del significare IMPONE nel d,he "A", si che di gi NEL 'dire A' (che "A" aimpli eiten) ueludui ci di cui quel "principio" sarebbe esclu sione. Esso, appunto, enuncia una e s c I u s i o n e rche 1o a-duno-ton istesso, i'l quale NON PUO' ven'ire {onnuInto senza che NELLA formulazione non sia pi e, dunque , non viene escluso, ma"" la ESCLUSIONE DI SE STESS0 dorunu Lafn, cone 'A non-A' 'A non-A'altro non dice se non 'non-A', che NON A. Ci che da "A" divetuidea 'A' non' la eottutzi-one (come tale incontraddittoria) che si identifica con la ytolizLone del significare SENZA significare" Vi si identifica senza nesduo, ch adunafon ANCHE ipotizzare CHE 'A non-A' PER dimostrare che alunnfon che sia. Per la struttura del dire (dire-che--anzi-che-non-),d.ne la n contraddittoriet "" appunto che essa--anzi-che-non-, dunque -per esteso- dire CHE "A A anzf-che-con-A" in cui disponesi di "A A" E di "A non-A".

i ano?

-139En lene questg "e" congiuntivo di "A A" e di "A non A" che non congiunge, poi che -appunto- il primo termne "A A" t o 1 t o nei momento fstesso in cui i] seeondo "A non A" p o s t o" Cosi, l dove,per la

struttura del dlre,il "quacosa" viene dotfa "" (anzi-chenon-) nel dine \a esclusione d,e\ earttsuddfur,si (eome possibie) lo "" non vene detto, poi che 1o "anzi-che-non-" viene pariment'i mantenuto per dire che eoaZnon vene detto
nul I a. Che

cosa" DA esc'ludere" Ch, se qualcosa-da-escludere (e,s,sey do adunaton) "qualcosa" e COME TALE non viene esclusorma rprodotto ne'lla SUA negazione e se non "qualcosa" (essen do adunl,tanl escludes ANCHE dal venire-eseIuso. Nella formulazione (apofantica),QUEST0 s'i dice: CHE "qualcosa ('lo " e non-") aduna.ton" e, dunque, 1o adunatan -in essa- qualcosa, l dove QUESTO si intende: CHE aduna.ton che lo aduna.ton sia.
LXXXI

sia INSIGNIFICANZA ia negazone dell'.ncontraddit torio non altro da'lla iMPOSSIBILITA' di questa negazione, la quale IMP0SSiBtrLITA' di ei di cui -per dre la impos sibit- si abbsogna 'l contraddirsi " Allora adunafan negare-lo-adunq.tan, esc'ludendo ehe sia, non essendo "qual-

qui che la 'formulazione' della intelligibilit come "princpio di non contnadd'izione",o della ESCLUSI0NE DELLO IMPOSSIBILE, p o s s i b i I i z z a in astratto (per negare n concreto) io 'impossibile', che vi compare inevifnbi,tnettf.z quale in-possibi le o possi bil it infirmata,
Ed

o negazione-del 1 o-impossi b 1e. Nella parola "mpossibile" concentrasi una costruzio ne, questa: "qualcosa (posto come possibile) NON possibi le (non posto) e, pertanto, nega la (propria) possibilit, perch NON possibiit affatto". Dove quel principio NEGA to IMPOSSIBILE, 1o impossibile si sottrae a QUELLA negazio ne con la (propria) impossibitit che QUESTA sottrazione

se

140 -

sarebbe POSSIBILE. E' del si detto "possibile", infatti, essere-negabile ed per la astratta posizionedei-possibile " e non-" che QUESTO 'possibile' (posto inNEGABILE

alla (propria) possibilit, ossia A SE STESSO. Cosi, lo IMP0SSIBILE ancLte INNEGABILE, eh, se fos

tanto come tale) DA-NEGARE" Onde 'il ritenerlo DA NTGARE detto con fl semantema "jmpossibjle", i1 qua'le tenanf.L c.onenf.e negazione-di-una-possibilit, mentre i n t e n d e valere come non-poter-essere-di-una-pretesa-possibi-

p r e t e n d e quella "possibilit" se non g r il n e a e della "impossbilit"? Chi PU0' prentendere lo "impossbile" credendoI o 'possibile'SEN ZA anche formularlo COME SE fosse 'possibile'? Formulato come'possibile-da-negare' non risulter MAI ""imposs'ibile" e formulato come 'negazione-di-possibilit', sar L gii it non-possibile o non etaa che viene negato. Allora il si detto "prineipio di non-contnaddizione" altro non se non la ESCLUSIONE della N0N-IDENTIT9 di s con s del N0N-IDENTiCO a s" Poi che la non-identit "" esclu sione-di-s del non-identico-a-s, non esclusione DI ess6, MA lo 'escludersi suo e non suo': suo, essendo i d e n t 'i c o al suo non-essere e non suo, non essendovi 'identitT del non-identico" Cos, esso lo IDENTICO, P0ST0 E T0LT0 (non-posto) eretto a principio della SUA stessa impossib1it, o 'la impossibilitA eretta a PRINCIPIO di se stessa. Con che, PER enunciare il si detto "principio" che COMPARE 1o adunnton, ma non v' pi b.itogno di formulare quel "principio", alloMa

lit.

chi

di se stesso"

ra che 1o adunnfon

compare; comparendo ,saLo come negazione

LXXXI I

' si gni fi chi " i ntel 'l i gi bi 'le" , a1 l ora insensato parlare di possibile -impossibile poi che 1a inteL,f.gbiXif istessa r i d u c e a contraddizione ogni altro (possibile) significato di "possibilit""
Dove 'possi bi'le

141

Cosi, il "possibile come tale" (indifferenza ad esse ne e a non-essere) , come tale, contraddizione, o compnJ senza, di " e non-" nomata "'ndifferenza", ossia P0SSIBILITA' di parimenti "essere" e di "non essere", che gi "possble" -inteso come d v e r s o dallo intelligibile *npL-fu,Aezr (avente, dunque, una SUA non con fondibile 'inteliigibilit d possibile')- 1o stesso "it possibile" o INSUFFICIENZA A SE STESSO, esigente 1a INSUFI FICIENZA del'la (proprr'a) RAGIONE, che NON la richiesta d 'ragion sufficiente' IN ltro-da'l-possibile, MA la stes sa NECESSITA' che la (sua) ragione sia insufficientemente "ragione" di essere" Il si detto "principio di non contraddizione" ,si lta, twLve ne1 sl detto "principio di ragione sufficiente"chE positivizza in IDENTITA' ci che la non-contraddizione e sclude come NON-IDENTITA'. Cosl, PER 'essere', il possibT 'le abbisogna di UNA ragione-di-essere che NON PUO' essere in se stesso, onde ESS0 assenza-d-essere. La tru,scnLzone n "principio d nagione suffciente" la effettiva n a g i o n e (di essere) del "principio di non contraddizione" in cui compare 1o aduywtan in rag'ione del farlo scomparire e in cui si nega che sa possibite lo impossibi 'lo si considera le ed in tanto si NEGA in quanto 'possibile'. Lo si considera 'possibile' o la NEGAZI0NE (il "non" della non-contraddizione) SENZA RAGIONE. Ma la 'ragione' del considerarlo'possibile' la f u n z i o n e da esso esercitata NELLA "negazione-della-possibil it-del'lacontnaddizione", che il p o r s i del dire-che NON
PUO'

"nseparabilmente non-essere (XXXVI)

Il

"

porsi, anzi-che-ponsi: non lo si pone affatto come 'possibile' se non nae DIRE pelr DIRE che ESSO "" non-pos sibile" Quuta di cui -apofanticamente- dicesi lo 'esserenon-possibile' UN QUESTQ uc,ftuivaneyute nello essere-det
to.

, 'in uno, ragione e fatto della consderazione dello n telligibite C0ME incontraddittoriet e, dunque, COME negg zisne della contraddittoret e, dunque, COME contraddittoret negata, e, pertanto, C0ME posta e posta-da-negarsi"

La formulazione

del 'principo di non-contraddizione'

-142LXXXIV

Anzi che essere la 'formulazione' tt dunz,r-one di quel 'principo', quel princ'ipio (considenazone della ntelligibilit COlvlE ncontraddittoriet) f u n z i o n e del la formulazione che la SUA ragione-di-essere come "prncipio", poi che nella paaoLa "incontraddittorio" [unge la negazi one-del l a-possi bi'li t-de1'la-eontraddi zi one. Ma, anzi che essere QUESTA negazione in dunzianz del togiere a possibilite del'la contraddizione, la "contrad dizone" n (unz,.one di questa negazione, poi ehe in essa {unge'la contraddizione-da-negare. Cosi 'il "principio di noncontraddizione" 1a RAGIONE del eomparire della contraddizione come negazione non-possbie d quel "principio". Cosi, NELLA PAROLA "contraddizione" E' Di GIA' interarnente i'l si detto PRINCIPI0 di non-contraddizione, poi che "contraddizione" equivale a NON-IDENTITA' e "princpio" e quivale qui a IDENTITA'" I1 si detto "principio d identtt" -la cui formulazione posteriore a quella del s detto "prin cipio di non-contnaddizione" e g appare estrinseca- la RA GI0NE istessa della formulazione detla ncontraddittoriet co me "principio", pi ehe "contraddizione" 'non-identit' a Contraddittorio il non-identico-a-s, non "s" affatto, diviso-da-se-stesso, in s-opposto-a-s, opposto-alsuo-porsi, porsi-non-suo. C0ESTENSIV0 a'l1o "", di che cosa
'i

denti t

' non-contraddi zi one.

"" principio

i'l "principio di non-contraddizione"?


LXXXV

Esso la t r a s c r i z i o n e del "non-" di cui intende VALERE come il "non", poi che d.<ne che i "non" non , ma, PER d i r I o, cotttrJL-tce il "non-" nella forma del "non--" (di cui ' a non-' variante lingui stica) e pnaeee a negare ii (suo) costrutto che, tuttavia, 91i essenziale per {ungehQ. come sua esclusione e, dunque, come "princpio" delIa sua negazione"

Ci non comporta che que'l "pr'ncip0" possa venire

NE-

- '143 se il SUO QPPOSTO fosse possibile, MA IMPONE che la sua formulazone (che vi s"t identifica) sia RICHIESTA 1 dove essa f u n g e: nella struttura del DIRE, eoruid.etr-a. a come ytoa'sb1,.t.-di-dire e non-dire, che inpo,s'sLb..tU. di dire e .nu.L = anal non dire.
GATO, cQme
LXXXVI

nfendu\a i

Sicch Aristotele pu ben dire che "intorno a que princpio" s SEMPRE nella verit, poi che, se con esso

re" come tale "non intelligibile, e, dunque, non affat to o -il che jo stesso- ateoretico" Ma appunto come

t e1I i

i I i t , lo "erro-

ecco i punto- "in esso" come principio, essendo non altro da ci-che-: la stessa i n t e 1 1 i g i b i I i-

"intelligibiiite"

non

si MAI "'intorno ad esso", n -ed

t n atto"
Che

se, invece, de si detto principio si VAI0RIZZA la formulazione (in principo), con esso si SEMPRE nella verit, ma nella verit SUA, tautologicamente, ch non lo si pu n e g a r e senza riaffermarlo (onde, nei suoi confronti errore ritenere di poter errare), MA LA
FORMULAZIONE DELLA INCONTRADDITTORIETA' COME

PRINCIPIO E'

FORMULAZIONE DELLA NON-VERITA' DELLA SUA NEGAZIONE

QUE, INSEPARABILE DALLA STRUTTURA DEL 'DIRE' -o asserire, o significare- CHE E' ALTTRNATIVA INERENTE AL DOlvlANDARE.

E, DUN

Fanmunne i1 "principio" asserire-che esso "" anche non e che esso innegabile anzi che negabile, e che con esso si sempre nella verit anzi che poter esse re anche nella non-verit" La VERITA' i n t e s a daT principio formulato "" eselusione del bisogno-di-esclude re lo 'anzi-che-non'; 'la "verit" del princpio formulato "" bisogno-di-escludere lo 'anzi-che-non' e di escluderlo assolutamente.

zi

-144LXXXVI

Poi che formulazione del "principio" bisogno-di-for mulare il principio -o sua richiesta- essa c o i n c '! d e con la formuazione della s t r u t t u r a del

sta struttura. Sl che esso "" princpio-de-dre (direche--anzi-che-non-) deffo come ci d cui "" principio
-anzi-che-non-)
Con

'dire'

quale 'princpio' dotfo e, dunque,

in vinfit, di que-

(formulato appunto apofanticamepte) e de't'ta in vint di ci di crii "" principio (Ia struttura del dire: dire-che-

spura nozione del "nulla", da esso s u s c i t a t a come ci che -fuori di esso- non affatto e che -in esso ci covr.ttto eu* i1 principio nsorge. Esso lo EV0CATORE del nul I a di cu rrrr 'uni ca si gni fi cazi one. In esso si INCENTRA formalmente 1a mi'to.LoEia del lo

ci,il "principio" t e o r e t i c a m e n t e nullo ed , preso seriamente, il responsbile della

"

essere semantizzato, che "" anzi-che-non-essere, ch semantizzarlo non si pu SENZA lo "anzi-che-non" oeconnevtte nel1a NEGAZIONE, 'la quale -positivizzata- Io "essere" e -negativizzata- iI "non-essere"" I'l L0G0 inteso come ori ginaria opposizione di posit'ivo e negativo Ia contraffal zione LINGUISTICA del 10G0. Non si pu c o n t r a d d i r e il "principio di non contraddizione" poi che ESSO non altro dallo "non-sipu" di cui s i g n i f i c a z i o n e. Ma appunto PERCHE' non to si pu contraddire ( esso i 'non-si-pu') esso la insensatezza della propria formulazione, i1 biso gno della quale richiesta-di-normal l dove 'la NORMA po. stula che sia possibi'le contraddir'la e que'l "principio" e sclude questa possibilita" I

LXXXV I I

quuo accade, CHE proprio ci con cui apofanticamente Anistotele f o r m u I a il si detto


Se non ch

per venire fatto va'lere"

"principio"

abbisogna inattesamente del'la'contraddizione'

-t4sdel "contraddirsi" -che non dire- ma d'[ QUEL contraddirsi negato da quel "principio"" rrEr impor sibile -dce Aristotele- che a medesima cosa contemporanea mente e sotto il medesimo aspetto appartenga e non apparten
Abbisogna
NON

I
i

ga ad un medesfmo" (Mutnph" IV,'1005 b 19-20)" E qu'i -se non la mente di Arlstotele- st placa la impotenza teoretica dei r peti torf . Ma -ecco il punto- COME si dispone di QUEL "medesimo" nella sua 'medesimezza'? Tutta la u,tx teoretica incentrata sul "medesimo" (di un medesimo, medesimo tempo, mede simo aspetto). Del medesimo Socrate NON si pu dire che a.enruZ cammina e- non carunina, e sta bene. MA che cosa consente che si drca "il medesimo Socrate"? In tanto posso dire DI Socrate che "cammna" (predicato) in quanto egli non identico a'l suo camminare (e per questa non:identit, infatti, appare la differenza tra soggetto e predicato nel'la apofansi ) " La non-identit tra Socrate e carnminare "" una cosa s0 (un MEDESIM0) con 1a possib.ilit che Socrate cammini e. 1a non cammin e RESTI i1 "medesimo". In tanto appare Socrateche-cammina in quanto appare la non-identit tra Socrate e camminare; in quanto Socrate IL MEDESIMO che cammini enon cammini, ma questa medesimezza la stessa non-identit tra Socrate e camminare, poi che se Socrate fosse identico al camminare, non apparirebbe l'camminare-di-Socrate'. A quale condizione, per, appare la non-identit tra Socrate e camminare? A condizione che appaiano ainu.L "cammi nare" e "non-camminare", ch se apparisse uno soto di essil n si differenzierebbe Socrate dallo uno e dall'altro, n si direbbe del MEDESIMO Socrate, il quale MEDESIMO NON OSTANTI GLI OPPOSTL La compresenza degli "opposti" r i c h i e s t a, dunque, dalla NEGAZI0NE di uno-di:essi e dal'la medesimezza di ci di cui si dice I'uno o I'altro di essi. Tra "Socrate canunna" e "Socrate non cammina" (entram bi richiesti a fine che Socrate non sia una cosa sola con 'camminare' o 'non camminare') DECISO che Socrate carunina" Cosi NON possibile che Socrate a.rnul- cammni e non cammi ni, MA necessario che Socrate cammin'l e non cammi ni tinu.,

146 -

a fine che si dica nSocrate cammina'AUT n Socrate d i f f e n e n t e dal (suo) camminane, n Soerate il MEDESIMO che cammin o non cammni " Questo a vedere: di un MEDESIM0 -gi costr'tuto co me c'i-dt-cui dieesi- non diconsi a.tmu"L gli opposti, ffia CHE esso sia un MEDESIMO significa che'lo non ostanti gli oppost e COME "medesmo" per entrambi- identico a s inentrambi i n d i f fe re n temen te- s che

gli "opposti" devono dirsi 's'muL diessoaffnch esso r i s u I t i "medesimo" per snflLambi-. Ch se gli "opposti" non si dicono ainuLdi ESS0, o -il che
lo stesso- di
1a

d'i tale "predicato", 'l al "predicato" non tale, essendo i d e n t i c o


NEGAZIONE

possbiIit dejIa

un "soggetto" dices un

"predicato"

SENZA

soggetto. La importanza del rilievo impone che si precis. A fine che UN "predicato" sia tale:dunque a fine che s'iavi apofansi- non identico a ci di cui 1o si dice, DEVE essere COMPRESENTE la SUA NEGAZI0NE (i1 suo opposto), ch se questa NEGAZIONE di quel predicato non a.nu,[- a]la sua AFFERMAZI0NE, esso NON si differenzia da ci di cui Io si dice, non "" predicato affatto. Inattesarnente QUELLA contraddizione (dire qualcosa e. i1 suo opposto di un medesimo) e-taluusa. appunto da'l MEDESI M0 e PER esso, n i c h i e s t a non solo per venil

I "predicati" (qualcosa e il suo opposto) impongono che NON sia i'l "medesimo" ci di cui si dicano a,nu,L (don
de'la s detta "contraddizione"),
"" MEDESIMO e que1li "sono" PREDICATI solo se ci di cui si dicono RE
STA IDENTIC0 A SE STESSO -medesimo appunto(,s.lnu,L) e solo se sussiste con un predicato
MEDESIM0,

re-esclusa

MA

altresi dal MEDESIMO

COME TALE.

ma questo

la NEGAZIONE di esso, che la d i f f e r e n z a tna esso e quel


"" predicato, Incentrato nel punto vertice, questo ii richr'esto: E' LA DIFFERENZA TRA "S0GGETT0" (c-di-cui dicesi) E
onde

per entrambi

"PREDICAT0" (ei-che-dicesi) CHE, ESSEND0 NEGAZI0NE DELLA IDENTITA' TRA "S0GGETT0" E ''PREDICATO", E' C0MPRESENZA DI PREDICATO E SUA NEGAZIONE.

-147LXXNX

Non

zione che oEni "giudizio non-ldentico" (o come d'icesi, im-propriamente, non tautoogco) "g'iudizio contraddittorio", ma del"la RICHIESTA d compresenza-deg'li-opposti a fine che siavi "giudi zio" ,s.i.nplie-Uen, AlIora che si esemplifica giud'zio identico con "la pianta la pianta" (tratto da HeEel ) e si enfatizza s p e g a n d o che trattasi di mera "ident"it", non si avverte, n vece, CHE lo stesso'direr ''tra pianta pianta" dire DI qualcosa che QUESTO qualcosa "" 'p'ianta's che, comunque, NEL DIRE, lo "essere pianta" f u n g e da pre dcato (ci-che-s'i-dice) di un qualcosa (ci-d-cui-si-dice)

trattasi qu de'lla gi

cornputa *e banale- osserva

e, pertanto, nichiesta la d i f f e r e n z a onde NON ogn'i "qualcosa" pianta e, pertanto, lo "essere p{anta" appane v i n c o I a t o (per il suo dfferire da ci di cui lo s'i dice) al'la SUA negazione"
Cosl panlare

quel MEDESIM0-che--identit" Ci che viene POSTULATO 'la "identit" (postulare postulare-che-sia e che sia evidente per se stesso, LXIX), ma non v' r i f e r i m e n t o a qualcosa che non sia NELLA RELAZI0NE onde ogni "questo" di gi un "questo-il-quale" (un todefi) o non "questo" affatto. La relazi one utttto laqualecompiesirife rimento (quindi 'significazione') la stessa possiblit-dipredicazione (di dire, t.rryUrten) ed appunto questa
me

Iare affatts di "giudizo" e Ia sua tautologicit , piutto sto, la sua tauto-a-'logicit: lo identi co yto'stu,La.to come dentco-a-s, senza che compaia -per l'es'igenza postulanteche il "s" appunto ancora lo identico, identico-a-nulla" Anche nel "dire" (che dire-che-) 'qualcosa' senza altra determtnazione, dicesi lo "essere qualcosa" DI "qua1cosa", sl che, imponendosi differenza, si impone c o m presenza di opposti. Las detta IDENTITA', infatti, non solo differente-dalla-differenza (e cosi sarebbe "differente"), ma d i f f e r e n z a n se stessa, co

di "gr'ud'izio identico" significa

non par-

bene

poss si bi

148 -

zone,na funge comeLAcontraddizioneed la formulazione aristotelica di'contraddizione', eomparente NELLA formulazione del "principio" che Ia esclde. Poi ehe di un MEDESII(} non a ytu dire medesimamente "qua'f cosa" e il (suo) opposto, quotLa contraddizione e sclusa DAL MEDESIMO istesso (ed essa gi tutta in quel 'non si pu'). MA poi che essa non propriamente "contrad dizione" (non essendo lo opporsi al porsi, che non-porsi a,nyil,L-tez), essa lastessa poss i bi I i t del dire, che 1a ,sltzu,ttutu" de1 DIRE (dre-che--anzi-che-non). Allora che si d'ice "MEDESIM0", il medesimo istesso che i mp i ca UNde.tto(di esso) ElasuaNEGAZIONE, di cui "" negazione QUEL de,tto. Intelligibilit-del-dire rrr' i1 DIRE, ainplLe,<felr, si che Ia "possibi'lit" (detto e sua negazione di cui "" negazione) de1 dire tutt'uno con il DIRE conadena,to come
sI

LA SUA NEGAZI0NE, la intellig'ibilit del "dire" la contraddi zi one . E' per QUELLA contraddizione che di gi formulata come se 1a opytotzi-ane fosse NON 1o opporsi al porsi degli opposti (LXVIII), bensi il porsi di uno di contro al porsi dell'altro (LXX), si che intanto sono "post" entrambi " In effetti, questa non propriamente ear,.ttwdd-

i b i I i t che non consiste in una p o sI i zzazi o n e di un fatto, ma la stessa "intel1igibiIit" del dire. Qui si ha, appunto, che S!, per d i r e necessita FAR COESISTERE un predicato E

rpossibi'le'.

XC

Cosi, la formulazione de'l "principio di non contraddizione" da un canto s u p e r f I u d, essendo di gi presente 1a negazione-della-contraddizione nella "contrad dizione", da]l'atro c o n t r a d d i t t o r i a, essendo detenminata da ci di eui sarebbe negazione', ma an
che ta.,s[onrna

LITAI

di esc'luderla, abbisognando di essa in

la contraddizione

DA ESCLUDERE

IMP0SSIBIagn dire (che

in

149 -

predicare "qualcosa" DI un medesimo) poi che la meduLmezza de1 dettoa m p 1 i c a. Allora che DI un medesimo dicesi UN predicato, [unge la presenza della NEGAZIONE di QUEL predicato. Ma rispetto a quel "medesimo" -di gi assunto come costituito e, quind, come DATO- la comytttuenza de1 predicato e della (sua)
APPARE come POSSIBILITA' che DI un medesimo si que predicato AUT il (suo) opposto e, conseguentemente, CHE "predicato" E sua negazione (detta 'predicato opposto') siano entrambi S0L0 "possibili", l dove -di vol

negazione
DICA

formula 'l "mondo dei meri possibiIi" onde, se non nella mzyu aristotelica, nella (onnu,tazi.one aristotelica del "principio di non contraddzione" ci che il razionalismo -"moderno" nel senso di non classico- teorizzer come innegabi1e: Ia nozione di "possibi'lit".
Con ci

ta in volta-

uno solo

si

(di essi) r e a'l

e.

XCI

La nozione di "possibi'lit" (che ingloba la possbi1i t de'lIa "nozione" o 'l si detto kantianamente "conoscere possibile") di cui progettasi 1o essene-modalit-de'l'lo-essere, compare e s p'l i c i t a t a, ma appunto essa di gi -impticita e attualmente fungente- in asserzioni co me "Non est simul affirmare,et negare" (Sunr. Theol", I-II, q"94, a, ?J in cui si trascrive il gi trascritto " NON potest simul idem esse et non esse" (n Me.taph" IV, Lect" 6, h. 603) nonch 'Affirmatio et negatio non sunt simul ve ra " (0e Vwf", g. 5, d. 2, ad 7). It "non potest" -che di gi la contraddizione negata- tufo per 1o IDEM (e il ,sinul ancora 1o -den detto del "tempo") de1 quale, intanto potest affrmari AUT negari penttt. "potest" -come i.den-affirmari ET negari. Esso i.d,en nello affermare E (parimenti) nel negare, suoi "possi

bili" e di cui intanto UN POSSIBILE, essendo IN SE' i d i f f e r e n t e ad entrambi" CHE "" indifferente ad entrambi tutt'uno con il

150 -

suo essere-i-d.an IN entrambi, che lo essere-iden non ostante che essi si oppongano. Ci che non vedesi qui che i1 "non ostante che si oppongano" c o s t i t u t i v o dello ltEM C0ME TALE,'! dove -di contro- lo "idem" al sumesi come postulata (e non consaputa postu'lazone) IDENTT TA', ia quale (affermabile e negabile in ordine a "qualcosa" DI essa) indifferente allo esse ET al non-esse. In que'lle asserzoni, 1o .Lden ogni "qualcosa" , ogn "ente", 1o identico-a-s (non solo i1 'possibile'), ma 'la non-identit tna esso e ci-che-di-esso si dice u'swtzi-a.Le al dine-di-esso (o non v' possibilit di dire I'opposto di ci che si dice) ed tale non-identit che lo IMPONE come UN "possibile", i1 quale n e c e s s a r i a m e nt e ha un predicato AUT i'l suo opposto, ma non PUO' avere non necessariamente inerisse ad uno id,en nel senso che non necessariamente esso "", alora DI ESSO (dunque a d{re che -indifferente-ad-essere e ^dar,) la "indifferenza ad essere" tutt'uno con la SUA possibi'li t (d essere), si che sarebbe contraddittorio E dire che 1o u,se gli inerisce neculaania E che 1o ute non g'li possa i neri re. Cosi, viene interdetta 'la consapevolezza della intrin seca IMPOSSIBILITA' del si detto "possibile", poi che, seiza i'l "possibile", viene meno la stessa 'necessit' del "principio di non contraddizione" formu'lato. I1 quale 'principio' non pu escludere "i1 possibile" (come lo IMP0SSIBILE ' e non-d) per 1 FATTO che ABBIS0GNA di esso come di ci SENZA di cui non v' possibilit alcuna di dire "qualcosa" che d i f f e n e n z a tra'ci-di-cui'
Che se 1o

predicati opposti tra loro"

uae

dicesi (10 IDEM) e'ci-che' dicesi ('incontraddittoriamen-

te,

,sub uden nupecf,u) " Con ci il circo'lo vizio: la compresenza di opposti (detta 'possibi'lit') richesta dalla d,Ld$urcnza inerente a'l 'dire', ! il dine non 'possibile' se non esclusione di quel1a "compresenza", che iI poSsibiIe come tale.

151

XCI

che semantizzare lo "" dire-che-esso- (nella f o r m a "lo essere ")" Ma la struttura del dire -per e steso- 'dr"re-ehe--anzi-che-non-', si che dire che lo essere u" dire che lo essere " anzi che non "" Cosl -nevitabilmente- lo IDEM (che qui lo 'essere') detto (non-contraddcentesi) come ci-di-cui dicesi che PUO' essere e non-essene (contraddicentesi)r ma che NON PUO' anuL essere e non-essere (contraddirsi vietato dal 'prin-

re), s

Dire dire-che- (onde

lo "" INSEPARABILE dal di-

Ogni tentativo di sottrarre lo essere -una volta detto nela forma 'tmposta dat dire -alla P0SSIBILITA' che-come tale- compnesenza di essere e non-essere VANO" La pnetesa possibilit di dire lo essere pretesa possibilit di dire da(20 essere e, dunque, pretesa possbilit-dejloessere stesso, onde esso -come possibile-' e non-. Allora che dicesi " mpossibile che lo essere non sia" (equivalentemente " mpossibile che i'l non-essere sia") si i n t e n d e escludene che lo essere sia UN P0SSIBILE,ma appunto il DIRE che -per struttura- non pu non o g come in SE' indifferente-ad-essere, altro-da-se-stesso. 0ggettivazione -che il dire stesso- f u n z o n a I e, ch di gi la parola "essere" -insostituibile- la funzione del suo VALERE ne rferimenti che sono "significazione" e linguaggio, MA

cipio').

ge

t t var I o

dunque come

pens i ero

fondere'oggettivazione' e'pensiero' " La ni.tnlngin della semantizzazione dello "essere" , pertanto, mitologia di un pensare che PER oggettivare non pu non essere-altro dal (suo) oggetto, si che, p! F pensare lo "essere" (o ci-che-) NON pu non d i v i d e r s i dallo essene come tale, e, dunque, da se stesso come essente, dunque dal p r o p r o "essere", che pi

riconoscerel''impossibilitdi

con-

non pensabile. Questo lo e q u i v o c a r s i

de'lla comedia post-metafisica: la empirica (e comicamente avversa alla

-15?empiria)
presente
eondu.t't-one

nella i

tra i\

p e n s a r e che e n z o n e di SAPERE, e

ATT0 QUEL-

ATTIVITA' LA moconsistente nello avere-presente-qualcosa, secondo do di essere-presente e del qualcosa postulato come N0T0, e dello "avere" postulato come avere-pensieri, d'ivenso dai "pensieri" e, in v u o o.
SUA RAPPRESENTAZIONE

funz'ionale, che

la

s,

XCIII equivoco

Qui, dunque, questo

pone QUESTA domanda -non si pensa C0ME'il contraddirsi' p o s s a essere UN pensare-si pnuuytytone di pensare e, dunque, SI CREDE di pensare sen za sapere di CREDERE. Radice qui i1 "dire una contraddizione": chi dice dj quacosa ' e non-' direbbe "quacosa" e vi sarebbe d i f f e r e n z a tra il non pensare nulla e pensare il nul1a, per i'l fatto che il contrad' dirsi NON "" un non essere coscienti di nulla" Qui -a dispetto dei virtuosismi meceanici di impronta scolastca- si pa'lesa turfta. 1a fragi I it d'i chi SUBI'linguaggio, credendo di PENSARE. Nul'la v i e t a SCE il che si dica: pensa'qualcosa'sia chi pensa che la p'ianta verde sja chi pensa che la pianta e non verde. Solo che 'l'assenza di divieto vi coincide con la assunzione della paro'la "pensare" che QUELLA del 'senso comune' peri1 quatre "pensare" si.oniffca avere-presente-qualcosa, quindi c o n t e n e r e i1 "quacosa", DI cui, per

il M0D0 scorretto di assumere 'affermare' e 'negare', po sitivo e negativo e loro 'opposizione'. A quale CONDIZIONE -da pensarsi- si dice (n pu ne garsi ehe lo si dica ed anzi lo si faccia valere come indiscutibile) che "il contraddirsi pur sempre un pensare"?
Fino a che non

base

circa

si IMP0NE, che non si subisca lo i1 p e n s a r e, trascinante

si

enfasi,

abbisogni di questa inma"gine del pensare eoerente con 'la immagine che esso ha di se stesso, ma che un filosofo non avventa che clue.- "pensare"
Che

si rrrr c o s c i
i1 prefilosofieo

en

t i.

-153tesco. Grottesco a'ltresi per a superficialit -saccentecon cui si passa sopra alla hegeliana -ma teoretica, a prg sci ndere da Hege'l- preci sazi one: "La base i ndi spensabi'le, il concetto, l'universale, che il pensiero stesso (pur'la ch i n questa parol a: PENSIER0, si possa astrarre da'l rappresentazone) non pu esser riguardato s o I t a n t o come LrRa forma indtfferente che sia in un contenuto" {seienza dbt"ta Logiu., Pref " alla seconda edizfone, p.
Ebbene, come pu dirsi che il 'qualcosa' costituito daila contnaddizione UN PENSAT0, e dunque, che i'l pensa re "" ancora pensare se non si CREDE che i'l pensare sia

non

si differenzia dal r a p p r e s e n t a r e grot

i;.

IN SE' ind,L$deneifQ. a1 (suo) "contenuto", si che a n c h e il NON-INTELLIGIBILE possa venire-pensato e, dunque, sia "pensabile"? E quale "pensiero,pu considerare a n c h e il N0N-iNTELLIGIBILE senza attribuirgli la 'propria' intelligibiljt? E quale intel'li9ib'ilit pu at tribuire -un pensiero- al non intelligibile, pensandolo, senza pensarlo COME intel'ligibile e intelligibile PER IL FATTO che da esso PENSAT0? E QUEL pensiero che LLuz (eL mo in se s-tesso il non-intelligibi'le d i v e r s o dat "rappresentare" che collocare-davanti il suo obizctun? Ma si prenda sul serio questa idiozia, si provi a far 'l val ere i'l FATT0 del veni re-pensata del a contraddi zi one. Si conc'luder -coerentemente- che OGNI pensato (ogni $a'tfo COME fatto e PERCHE' fatto) intelligibile. Il senso comu ne non idiota, funzionale a se stesso, idiota il 'fT losofo' che scambia questa funziona'lit insopprimibile peF teoresi . Lo equ'ivoco ha per una duplice RADICE: da un canto la rappresentazione-del-pensare (attivit empirica del soggetto avente 'contenuti ' di 'pensi ero' ) , dal I 'al tro I a assunzione del "contraddirsi" (che lo opporsi al porsi, e, dunque, non "") C0ME assum'ibiIe (nelIa forma esemplificata in'la pianta verde e non verde'): ci che CRE DESI di pensare qui il tenere ferma (rappresentazione)-

"verde e non-verde"
"

t54 -

la "pianta" per dire DI essa -mai nel medesimo tempo- che


Ma nel MEDESIMO TEMPO" Nel d i r e, infatti, non pu si non dire PRIMA " verde" e D0P0 "non verde", PER intendere che NON v' un PRIMA e UN D0P0, essendo NEL medesimo TEMPO (smu) "verde e non verde", si che quela non QUELLA pianta che s DETT0, onde PRIMA la si detta (la

panta

), la si detta COME'verde'e

D0P0

la si dice (tg

nendola ferma PER RAPPRESENTAZIONE) non-verde, non QUELLA" Ma che cosa signfica 'medesimo tempo'? a fine che UN TEMPO sia i'l MEDESIMO (si abbia i1 &ilu.L) occorre che del tempo dicasi c che dicesi di 0GNi "medesimo", ossia che ancora-quello-per-eventi-diversi tra loro. Un unico "evento" NON d s i m u I t a n e i t e, onde senza la rappresenta zione di pi-eventii non v' MEDESIMO TEMP0. Ma appunto, 'la rappresentazonede tempo t'rt la tempora I i t del rappresentare, sl che la sl detta "contraddizione" formulata, abbisognante del SIMUL -che tempo- r a p p r e

sentata,

nonPENSATA"

XCIV

one inerenteal di "contraddjzione", avente funzi re istesso. Ma, se dire fosse dinpLr,fe,rr "pensare" (se i\ 6affo de'l dire, che un f a r e, fosse la intelligibiit stessa che p e n s a r e), allora lo " e non " sareb be eo pto "qualcosa-che-", dunque infelJ,QLb.,(-e, ma intEl
no con

E di certo, dicendo " e non " dicesi "qualcosa", di cesi cfre NON pu dirsi-di-alcuna-cosa " e non ", dicesi insomma di gi quel "principio di non contraddizione" che di gi nel'la costruzi one ( i ncontraddi ttoria ) de'l I a sl detta

contraddirs (che vietato dal "principio") e4wLvale al principio come fatto della formulazione del principio, ch far valere un perwa.tn (per il fatto-di-venire pensato) signfica far valere i'l fatto come tale"

ligibile PERCHE' il fatto come fatto fatto essere tuttrula intelligibilit, onde -coerentemente- il fatto de'l

Il
tendono

'155

ma non 1o sono

filosofi del senso comune, CRED0NO di non esser lo, e i'l fatto del Toro "filosofare" non eccede il "fiJol sofare" in vittf de1 fatto"
quei

grottesco consiste in questo, che

'filosofi'

di certo non in

solo yten i,L'[ofto ehe

essere

o inte'lligibilit n atto con'l 'attivit'del-pensare che rappresentare- che c' (indiscussa) diffenenza tra 'i'l non pensare nulla'e'pensare il nulla', poi che nel primo caso non cr sarebbe nulla-da-pensare (e il "ci" indica

E' per il

senso comune -cmune confondere

i'l

pensare

dove dovrebbe esser-ci: ne,L pensare), mentre ne'l secondo caso c,c 'qualcosa-da-pensare', ossia da-tenere-fermo da vani e ne,L preteso pensare: i1 nulla rappresentato cori oggetto de pensiero, p!F un pensiero rappresentato eone pensante anche i I nu'l 'la ytunch non si a nul'la, ma si a -ma no quei 'filosoff' che al comparire di questo riievo han no creduto di liquidarlo -in nota, la pi tipografcamenl te minuta- con la sicumera caratteristica degli 'apologeti': pu mai discutersi ci che costituisce 'la BASE scontata del

guarda!- IL nulla. Cosi inviluppati nel senso

comune

o prefilosofico

so

proprio procedere?

XCV

Se non fosse per le consecuzioni che ne metterebbe conto insistere, MA importa farlo

vengono non poi che i'l cre dere-di-pensare (che gi cnedere-di-sapere) BASE non discussa della istessa -pur grottesca- critica del CREDERE checaratterizza lo es i to di quella'filosofia'. 'la contradPER sostenere che IL PENSARE, "pensando" dizione, continua a pensare (onde un pensiero che si contraddice non un pensar nulla) era BASTANTE -ma proprio ci che manca in quel 'sostenere'- che si precisasse trattarsi di UN pensiero che i'l tener-presente-qualcosa (in cui appunto il "qualcosa" nella forma IMPOSTA da1 tenerpresente). Di contro, questo addirittura si pretende, che

- ls6 il'pensare nulla' di un pensiero-che-si-contraddice


per un "pensiero" emytileanu.te considerato, ossia come un 'porre' e 'togliere' 'le mele su di un tavolo (s che per lo avere to'lto il posto, sul tavolo non resta nulla)" Se non ch tra quel "porre" e "togliere" le mele sul tavolo e il DIRE che vi sono e non vi sono mele sul tavolo e, qu'indi, tra i DIRE e il non-DIRE, la differenza actLct per 1a macroseopia dello esempio, "in cui si valorizza espli citamente il porre come "collocare" ed il togliere come
CHE S0PP0RTI LA C0NTRADDIZIONE E' DELLA MEDESIMA NATURA DI UN'ATTIVITA' CHE SOPPORTA IL RISULTATO NULLO DEL SUO FARE E DISFARE.

valga

"sottrarne", poi che UN PENSIERO


Se

tutt'uno con 1a MPPRESENTAZIONE del tavolo sul quale non v' pi nulla, dopo aver tolto il collocato" E che significa "sopportare la contraddizione" (o-i1 che lo stesso-pensare-qua'lcosa contraddicendosi )? Sign'ifica ASSERIRE che iL PENSARE C0ME TALE NON E' INCONTRADDIT T0RI0 e, dunque, NON E' INTELLIGIBILITA', ma -ed ecco la_ empiria del senso comune- LU0G0 del COLLOCARSI ANCHE DELLA
C0NTRADDIZIONE

ettedeva di evidenziare che solo un "pensare" del empi r a pu ri tenere di non pensare pi nu'l I a al 'lora che si contraddice, si offerta -insipfentemente- la occasone per evidenziare il contrario: un pensare che S0PP0RTA la contraddizione (che non si annulla, contraddicendos'i)

'la

si

per i'l suo venire-pensata. Ma -la tecnica insiste- altro tacere dopo avere par1ato, a'ltro "parlare del proprio si'lenzio". Appunto, parI are del pnoytn -a si I enzi o non tacere , poi che i'l si I enzi o DI cui si parla non 'la assenza di quel parlare che ne pal la" Ed UN PENSIERO CHE INTENZI0NA IL NULLA ha gi fatto-es sere IL NULLA nel proprio intenzionamento, s che si risoT ve ne'l pensare il nulla i,nfenzi,ow.to come "il nu'l'1a", ossTa come QUEL SUO'pensato' (qualcosa-di-pensato-come qualcosa)
connotato come 'IL NULLA'.
Questa

empiria, la pi piatta empiria"


XCVI

Incontrasi un passo del'la hegeliana

FenomenoLog.-a

del

-157Lo Sytin,tat "Cosi 'le espressioni z uruf. di soggetto e d og getto,di finito e di rifinito,di essere e d pensare eec" han no l'inconveniente che i termni soggetto, oggetto, eec significano ci che essi sono ae d,L {uoai deLl^a. Lota uw,t"; e nell'unt, quindi, non sono da ntendersi cosi, come suo na 'la loro espressione".." (trad" it" De Negri, Firenze 1960, I, pp. 31 -32) Il senso -per il contesto del passo in cui parlasi di rapporto tra veho e (abo, ma per lo intero pensare effetti vo- che lo "inconveniente" provene appunto dal linguag-g0, ne1 suo s i g n i f i c a r e, ch se le espressoni su indicate (t'soggetto", "oggetto", "essere" "pensare" ecc") vengono assunte nella proposizione che d i c e "u nit-di" con il significato che esse hanno fuor d essa I ossia con il significato che hanno, semplicemente, allora la espressione "unit-di" non pi QUELLA che si i n t e n d e, bensi quella che viene significata da "come suo na la loro espressione" Che come dire questo: il pensare non pu subire i si gnificati delle espnessioni occorrent per significarlo od
"

aneora "linguaggio",

che esse hanno "al di fuor di essa" (iI cg mune significato), CREDE che 1o mantengano sulla base del [a,tfo che sono ]e medesime paro'le. Che, di contro, quel'le parole "non sono da intendersi cosi, come suona ja loro espressione" vuol dire che que1la espressione -ma essa- continua a suonare come prima (non si tratta, dunque, di un altro "significato"), MA NON PUO' VENIRE INTESA DAL PENSARE -o da esso subita- quella espre:

-come l senso comune non pu non fare- linguaggio e pe! siero tubne i\ linguaggio, ehQluldo d,L pQrudrLe. E, infa! ti, chi ritenga che la espressione "uwU. di soggetto e og getto ecc"" mantenga alle parole "soggetto", "oggetto" ecc.

re

non pe n s i ero.

Confonde-

iI significato

i one.

XCVI

Lo avvertimento di Hegel vale per ogni "significato" o semantema occorrente in filosofia -o non vale neanche per

_ 158 -

quelli
con

quella indicata mantenuto, questo avrebbesi : "unt" sarebbe AUT 1a uwL{ieazlne (d forza estrinseea) astratta dei due AUT 1a indL[[ozenza ad entrambi; ne'l primo caso non sarebbe propriamente la UNITA' r'ntesa, ne secondo non sanebbe "unit DI essi", Ma ancora: se "soggetto" e "oggetto" acquistano nel costrutto "unt di soggetto e oggetto" UN SIGNIFICATO DIVERSO da quel'lo che hanno fuorj di esso, non pi sensato che si parli di l-otta "unit", appunto per la e q u i v o c i t tra i precedenti (comuni) signifcati e il nuovo significato acquisito. Ci che d senso alio avvertimento s i g n i f i c ahegeliano -qui come altrove- che il r e (dunque il linguaggio) .rnned,,6,t0 (per quante siano le interne sue "media'lt" di rapporto) ed immediato nesta, restando nguaggio, si che 'l m e d i a r e proprio
del pensiero

costrutto "unit di soggetto e oggetto". Se -nel co strutto- iI signficato di "soggetto" e d "oggetto" fosse

il

espressamente

indicati-"

Ma

si esemplifichi appunto

(oriconoscere) quella im mediatezza e, dunque, impossibilit di subirla" Ora, quello "intenzionamento" -ben noto ed usato dagli Scolastici e che Husserl mutua proprio da loro- che inerisce al'significare' e 1o d e s c r i v e come correlazione, tutt'uno con la itmef.a,tezza del dato-a (significa to-da) che si enfatizza nello APPARIRE (i'l "fenomeno"), on' de lo "intenzionamento di ci-che-appare" non altro da ciche-appare NELL0 intenzionamento. Cos "intenzionamento della contraddizione" altro non se non "contraddizione intenzionata", contraddizione tinp.ticrten, chesi d i f f e r e n z i a dall'attiv'it dello intenzionamento (a110'interno di questo) perch quest'ultimo itaene identico per 0GNI (possibile) SUO intenzionato E identico ad OGNI suo in tenzionato al quale appunto nulla toglie e nulla aggunge" Questo "intenzionamento della contraddizione", dunque, "incontraddittorio" IN QUANT0 , ci-a-cui 'ed in cui la "contraddizione" APPARE ie vene detto'trascendentale' per indicare ehe non appartiene a ci-che ad esso appare , la "contraddizione stessa" IN QUANTO non altro che 'lo

il

apere

'apparire'di questa" Confusocon il

pensare

(che

159 -

la i

enz

on

ne [aLta nulia.

va.Lene come

e del sapere in atto) esso vie pensiero che, eontraddcendosi, NON

Appunto: esso tutto ci che 'trr lo apparire-della contraddizone, ch se esso COME TALE fosse anche contraddittorio non si riconoscerebbe in contraddizione e questa non GLI apparirebbe.

\--' Per il senso comune a cui appartiene, comunque, il linguaggio NON PU0' esserCl altro p e n s a r e oltre que11o dello "intenzonamento" inerente al significare, an che se CREDESI "ffIosofia" quelIa che parla d "presenza intenzionale dell'oggetto" onde distinguerla dalla si detta " presenza fi si ca" " I1 grossolano distinguere "presenza fis'ica" delIa cosa (che non pu tlrcvatui nel ja "mente") e "presenza intenzionaTe" che sarebbe ja intenzionalit conosctiva, dovreb be dare ragione del "trovarsi nella mente" di cose -pu es servi grossolanit maggiore?- m a t e r i a I i. Ma es sa r i p e t e con altre paro'le tutto e solo ci che

)(c\/rl

il senso comune i m m a g i n a essere "conoscenza" e, cos, di vi de inconsapevolmente unaot.cvi..td, di


pensare

pensiero VUOTA di contenuti -tranne che dela propria vuo tezza denominata "intenzionalit"- e covttenu,tt che, per es sere tali, non DEVONO avere NIENTE in se stessi che sia del
Ed conseguente che la 'contraddizione' intenzionata sia appunto "qua1 cosa-che-trovasi -nel -pensiero" , i 1 quale in tanto la intenziona n quanto non la a 1 t e r a, si che esso AUT la lascia essere (e cos le attribuisce intel ligibilita) AUT 1a toglie (e cosi non la intenziona pi)"Che se il suo intenzionarla C0ME contraddizione tutt'uno con i I suo togl ierl a PERCHE' non i ntel l'igi b'i I e, a'l 'lora i I
"

modo

essere della 'contraddizione' NEL pensero i1 suo non-essere-qualcosa" Se -di contro- essa VI resta come 'qual cosa', al1ora, PER TOGLIERLA, quel pensiero DEVE comportarsi

di

- 160 come

me delto UNIC0 SENSO rispetto TEZZA,

Hege'l, ne1a EnLui.fang alla FuwmenoLogia qualfica un "controsenso", che tale NON PU0' APPARIRE A SE STESSO. N, dunque, 1a filosofia PUO' convincene quella "rappresentazione" (A SE STESSA sensata) che , invece, un controsenso e far capire a Husserl che la sua "intenzonalit" trascrizione intelettuaistica del senso comune. N la filosofta PUO' convincere che NON E' filosofia affatto quel la che POSTULA pensare come LU0G0 dello APPARIRE della "cosa", l dove di tae postulato a b b s o g n considerazione della'cosa' come PRESENTE-per-venire-consi derata Cos, senso comune non si oppone alla filosofia alche lora la RISOLVE nella immagine che ne ha, come tale da non doversi oppome ad essa (ed caso appunto di quello "intenzionamento") e alora che s:i oppone alla filosofia si oppone ancora alla immagine che ne ha: quella che coincide -negativamente- con l'immagine che esso ha di se stesso, co

su tavolo e dopo "toglierle", si che SIMUL (dopo a vere tolto i collocato) e mele non CI sono pi e quel tavolo -senza di cui d esse non pu drsi che "non ci sono pi"- deve esserci ancora: appunto il tavolo! Se -ancora- si fa valere lo APPARIRE della contraddizione, si usa di altra parola per dire PRESENZA del'la contraddizione, ossia "contraddizione" (di cui il venre-veduta e il detto 'apparire' sono lo stesso)" Lo APPARIRE-diqualcosa (il qualcosa-che-APPARE, il qualcosa-VEDUT0) appunto quella "rappresentazione natura'le" del conoscere che

le

ogn

attivit

empir"ica od operazone: deue "co'llocare"

mele

il

a'la

il

il

al quale ogni altro INSENSA

XCIX

post-metafisici 1o itttelLQenbL parcn. non vale. infatti, migliaia di pagine sulla "essenza de'l nihlismo", perch ANCHE il nihilismo ha una "essenza", nel
Con

-Scrivono,

propnio INCONSCI0, consaputa da chi E' coscienza di que11o inconscio!- Bisogna con essi evidenziare e non basta mai.

t6l

La contnaddizione APPARE ne,!- pensiero e AL pensiero che, insieme, la lascia essere (si dice, infatti, che non nulla) e la r i c o n o s c e (che tutt'uno con il sapere ehe impossibie) s che QUESTO pensero sarebbe IL MEDESIMO e, tuttavia, diviso in se stesso tra la IMPOS SIBILiTA' che la contraddizione NON sia "qualcosa" e 1J IMPOSSIBILITA' che -essendo contraddizione- sia. Al'la base f u n g e una assunzione: quela della si detta "opposizione orginaria di positivo e negativo" di cui -ma con qua'le seriet lo si afferma!- la "opposizione tra essere e non-essere" sarebbe non altro che UNA

individuazfone, emergente sul'le altre, ma pur sempre UNA "individuazione". E qui si IMP0NE di necessit una duplice dissoluzione: quella della pretesa 'fondamentalit" del 'ta opposi zi one d'i posi ti vo e negati vo e que'l 1a del 1a pretel sa "individuazione" di questo u n i v e r s a 1 e. Si badi: questa sarebbe la "opposizione", che "i'l pe stivo opposto a tutto ci che non quel positivo". Co s, i "negativo" non tolo i1 puro nu'|1a, ma uehe 1'af tro positivo. E perch? Perch -avendo constatato che- Ct-a. teun significato si d i f f e r e n z I a da ogwL altro significato. Che come dire: ciascun significato " al tro" , essendo a'ltro-da-ogni -a1tno-da-esso " La formu'la pi breve "ciascun signifcato NON 'lo altro-da-esso"" L0'ESSERE ALTRO' -il d i f f e r e n z i a r s igi di nello essere-significato (onde un significato unico non un significato, non differenziandosi da altro, poi che lo altro non ""). Ma appunto 'la espressione r.chiesta "ciascuno" (ogni-uno) dice: "nessuno" (neanche uno) dei significati che sono 'altri-da-esso'. Ed"esso" ? Questo per i1 quale tutti-g'li-a1tri sono ALTRI (e rispe! to ai quali ALTRO) che cosa ? C' un so'lo modo di rispondere: dire che la domanda non deve venire POSTA. Porla, infatti, significa presupporre che "qualcosa" sia aJtro-da-ogni-altro uaznao (% ytin-c-e: che il semantema A,albero, pietna, stella, pensiero di Hegel, angoli interni di un triangolo, le avven ture di Topolino, la follia di Hijlderln,NON sia ci che ogni-altro semantema, eaendo, l dove a intendersi

-162in quela pretesa opposizione- che esso opponendotL).

ainpUtifen,

non connota, ogn connotazione IN ESSA, sl che lo'essere-altro" non dice "qualcosa-di-qualcosa", non'predca', l4A dice lo i n t e r o di ci che dice: ci che dice,

traddittoriamente, o non vi si differenzia. Si badi! "opposizione" qui dice non altro da "alterit", la quale dice "differenza" (differenziarsi opporsi ad ogni altro ed opporsi positivamente; si che ogni 'a'ltro' parimenti positivo e negativo)" La a I t e r i t

nulla (nessun significato) si oppone, essendo, ma opponen dosi, si che esso interamente o p p o s z i o n e. Qui la opposizone non FONDAMENTALE, tutto, niente escluso, anzi, non esc'luso il niente (purch sia -benintesoIL niente). "Essene opponendosi" poi non sta a significare che lo 'essere' 'oppors', stante che ANCHE lo 'essere' si oppo ne (ed chiaro: si oppone al,suo atro che NON PU0' NON essere i nulla). Allora che dicesi 'contraddizione' ci si oppone -in questo dire- a tutto ci che essa NON , s che e'sa lo ALTRO dallo incontraddittoro ed "altro" incon

che"ormai i n vas a interamentedallaopposizione:

Che cosa ESS0 non ? Tutto-ci-a-cui-si-oppone" Esso s oppone a tutto ci a cui si oppone" La espressione "tutto-ci-

a) UN quache

AcheSI oppone

(odaCHEs'i dif f eren sgnificato? A tutts ci che esso NON .

tte,sytec,fiu, La qr.ranti fi cazi one -meramente esposi ti va"tanto quanto" non quantifica: Lna-duce la alterit poi che 'es

c'

E alla opposizione non ci si pu opporre, se non oppo nendosi. Per enfasi insopportabile: il fondamento de'lla negazione del'la opposizione ci di cui negazione. l'la di quale 'fondamento' si pu par'lare SE la oppo6izione (di positivo a negat{vo) "" ogni positivo stesso? La espressone "ogni positivo" sincrasi di "ogni opposto -ogn ne gativo- positivo, opponendosi positivamente ad ogni altro positivo". Cosi ogni positivo taytto positivo cluanto negativo, e se non lo aab etden tLuperx perch non

sere-altro"'x il

lo n e g a t i v o di ci a cui "all

di

163 -

tro", onde propriamente non pi negativo di quanto sia po sitivo, anzi, propriamente non "" positivo come non "" ne
gati vo La opposizone -che di positivo e negativo- naluee la alterit e, traducendola sulla base del "non" comparente nella espressione 'ciascun semantema NON tutti g1 aitri da esso', 1a considera COME impossibilitA di significare senza n e g a r e" Se non che il "negare" venerigwL$2 eafn e, dunque,w ipdo vi diventa 'altro' dalla stessa alterit" E qui la complicazione appnoda a QUELLA "individua" opposizione che 1a opposizione tna "essere" e "non-essere". Negazione signl'ffcata "", infatti, positivizzata come'altra-da-ogni-altra-negazione'. Non pi UNA negazione (tra altne) n LA negazione (alterit), MA il NEGATIVO istesso che NON nega se stesso non essendo nulla-da-negare e NON ne ga 1o essere, che i n n e g a b i I e.

Ormai QUEI- 'credere-di-pensare' (che meccanico manovrare rappresentazioni enfatizzate) IN TANT0 E' SIGNIFICATO IN QUANTO L0 E' PER ALTRO DA ESS0 AL QUALE NON PU0' OPPORSI, ESSENDO GIA' OPPOSIZIONE COME ALTERITA'" Poi che esso asserisce -per incontrovertibile- che la "opposzione di positivo a negativo originaria", ESS0 stes so SUBISCE questa OPP0SIZI0NE, ma nel senso proprio che la espressione "se stesso" -equiva'lente a identico- non pu veni

a riconoscersi per CHE "il significare" non pu svncolarsi dal'lo,sLnu.tfuinnle "anzi-che-non", si che'la s detta "VERITA'delI'ESSERE" s i g n i f i c a t a come'la stessa 'significazione'"

re usata.

(dire, asserire)

Ci che

CI

rigore, la parola "stesso"

pu usarsi solo come econo

-164mia

linguistica, ch -in quel 'pensiero'- non pu avere altro significato dalo'essere-altro-da-altro- da altro' . Non appena, infatti, si dica "altro-da-esso" si fa VALERE un "esso" che a.tfno o non sgnificato affatto" MA poi che significare a 1 t e r i t , lo essere-altro-dal-signi ficare (richiesto dalla significazione del sgnificare) aitro-ne-significare, sl che in cauanto "altro" NON sign ficabile e ,cn clmtr.to "signifieato" NON ptr essere altro" zi ansi
IL
Qui

lo intreecio vaniloquio" Il

onde UN significato "" altro-da-altro significato AUT non "", ma il COSTITUIRSI di ciascun 'significato' lo essere GIA' C0STITUITI dei 'significati' (tutti) altri da quello. Cosl, costituire equivale ad "assumere", che o perazione estrinseca, PRESUPPONENTE, p!F la quale, di volta in volta, diventa'atro'ci che NON si assume" Con panole
MEDESIlv1O

riginaria')

(che viene fatto va'lere come 'opposizione oIMPONE che 'signifcazione' e 'alterit' siano

i f f er en-

hegeliane: "un tal distinguere e porre in rilievo 1'un qua'l cosa un designane soggettivo, che cade fuori del qualcosa stesso". (Se,Lenza do(2a Logca, cit", I, p" ll3.) Cadere "fuori " poi un cadene non si sa dove, poi che lo stesso "soggetto" -qui costituente il soggettivo signitl care- da significarsi come differenziantesi e, dunque, co
Questo

me ALTRO"

s i g n i f i c a r e si a pensare: che il gnifica tutto per Ia 'alterit' che differenziare ed opporre,"fuori che se stesso, po che Io "altro" -richiesto dal significare- altro NEL significarg NON altro DA esso. Al'la domanda "che cosa significa 'significare'?" non pu darsi a I tra rispostadalla icasticaespressone hegeliana, a pnoposito di "alterit": "Tutta la [u{determina tezza cade in questo estrinseco mostrare", (0p. ci,t., ibid.)" M0STRARE un far-vedene (o fare in modo che si veda) ed
appunto FARE, sdoppiandosi

nella "cosa" che si mostra -e per tale vers vi s risolve- e nei togliere ci per eui abbisogna di venire mostrata - e; p!F tale verso, intervenire. Qui, "mostrare" il significare mostrare i significa ti nella Lona alterit e P0STULARE ehe vi sia IL significare, a fine che quella'alterit' sia s i g n i f i c a t a,

165 -

poi che esso non pu venire-significato da ALTRO da esso. Dopo di che parlasi di "semantema essere", "semantema non-essere", di "semantizzazione",MA sulIo UNIC0'fondamen to' del 6offo, in piena e m p i r i a.
CII

E' anzi 1a formul azi one del 1o empi ri co ,sesrrbi.a,ts, per valenza trascendentale dello "esistere" (il non essere nl-

Il costrutto "tutto-ci-che-non--un-nul'la" CON iI qua le si CREDE di far valere la "negazione del nulla" quale trascendentae, e m p i r i c o.
la di ci che ).
POI CHE lo rrr'

espressione "essere" VALE bens come trascendentale non sendo 'predicazione DI qualcosa', MA questo suo vaLette tuttruno con lo essere-di-qualcosa, che il "qualcosa", a "cosa", Quale? Quella -non altra- dal'campo in cui hanno sen so gli "esempi" ("questa lampadal, "i pel detla barba -d So crate" ) , TUTTO ci che il 'senso comune'-di volta in volta va riabi'le nelle valorazioni, ma costante nello avvalorare iT constatato- dice "" VIENE ASSUNT0 con la sernplificazione iruegrw.ta dalla filosofia: con 'lo rltr. Lo "essere" qui trascendentale nel senso che non ,s d,L{(ucenzi.d. da 'rtuttoci-che-", md -appunto- non dice se non tutto-ci-che-dice 1a "cosa" di cui 1o si dice, dicendo "", sl che "essere" tutte le cose, che vengono t r a s c e n d e n t a 1 m e n t e dette "determinazioni dell'essere". Come "determinazioni dell'essere" ESSE sono i modi nei quali 'lo ESSERE si oppone a'l NULLA" Esse sono -trascendenta lrrente, nel loro essere- MODI de'la opposizion (originaria) del positivo e del negativo: modi determinati di Ron essere nulla e -va precisato- determinati PERCHE' modi-di-non-esse re-nul'la e modi PERCHE' determi nati . Questi "modi " de t. og posizione ori ginaria sono on Qitrntunrnetttz la opposizione stessa, n possono "essere" qualcosa-di-diverso-da-essa, ch non sarebbero affatto.

appunto di ci-che-,

Ta es

CHE

t66 -

a "opposizione originaria" sia nei SU0I modi o sue determinazioni detto con "originaria", MA CHE ESSA abbia
MODI

o DETERMINAZIONI del suo essere-opposizione DETTO sul 1'umito fondamento che la enp.nLca avvertenza dello 'esistere', la comune "constatazione" per la quale dicesi "c'"" 0RA, questa constatazione (denominata 'esperienza') NON PUO' contraddire la opposizione originaria (e se in essa qualcosa 'la contraddice, allora non pi "qualcosa" e quella espealievrsfa di se rienza interpretazione
stessa.). Qui s co1loca IL DISCRIMINANTE tra il 'senso comune' -che ngloba f intero pensiero "occidentale"- e la "VERITA' del I 'ESSERE'' : a veni t del 'l 'essere VI ETA -e sol ennemente1o impossibile, che lo "" NON si OPPONGA al NON """ E po che nel "divenire" a c c a d e che lo trrr -cessan do- non s oppone pi a non "", il DIVENIRE'r' lo stessLa constatazione -esperienza- MI d Socrate e pelf della sua barba" La Verit de]l'essere MI IMPONE di SAPERE che Socrate e i pel'i della sua barba NON divengono, sono EIMPOSSIBILE"

Soo non divenendo -eterni appunto= Socrate e la sua barba S0N0 ci che sono, QUELLI medesimi che la empiria mi dice "sono" (o tono stati-ormai lo stesso) ma non pi QUE! LI che -alienata dala verit- a empiria CREDE che siano, natj e morti. Poi che essi S0N0, essi S0N0 tutto e solo ci che la VERITA' dell'ESSERE inponz che s'iano" CHE essi siano inpotto esclusivamente da quel M0D0 di essere-verit-del I'essere che la "empiria". Che la "empiria" lo dice 'la empiria; che;essendo;'sia modo di opporsi a negativo (dunque vert delo essere) o dice 'la Verit dell 'essere. La EMPIRIA dice "sono emptra", 1a VERITA' dell'essere dice: po che sei, se eternamente tutto-ci-che-sei. La empiria dice: "divengo", 1a Verit de'l I'essere dice: puoi essere tutto ci che sei [uoucl, 'divenT re'" La empiria dice: "se non divengo non sono la empiria che dico di essere". La vert dell'essere dice: "se dici di divenire, non sei ci che dici di essere, non sei affatto""

TERNI.

167 -

La empiria dice: "se fossi indiveniente, sarei la verit dell'essere, non sarei edrpiria". La verit dell'essere di ce: "appunto, sei la verft dell'essere, e trascendentall mente, o non sei affatto". IT d i a I o g o -impossibfle- tra empiria (quel la che dice i peli della barba di Socrate) e verit dello essere (quella che diee che -essendo- sono eterni) si in

staura TRA una EMPIRIA che I'essere (e, perct, CREDE

NON

SA di ESSERE la VERITA' del di essere ci che non ) E una-

VERITA' dell'ESSERE che NON SA senza empiria che Socrate e la sua barba"

ci

sono

,,..--i

icIII
E' dialogo impossibile,
r"ebbe

sere (o
che

in

"dia'logo" con quel

la "empiria" -con cui entra n dialogo- quella che CREDE di essere ci che non , ossia che NON SA che
S0L0 SE

la

modo determinato "empfria", ma

il

di opporsi di positivo e negativo)


suo
NON

verit dell'essere entreM0D0 d essere verit del'l 'es


M0N0L0G0

-a

appunto

SE

cosa verarnente

,sfi ci che CREDE di

Come'lo interpreta? Come NON SA dT interpretare, credendo di VEDERE, dunque a modo SUO, fn con formit a ci che essa "" A SE STESSA" La vwfd. VEDERE la barba di Socrate -come 0GNI "sua" DETERMINAZIONE- come Soerate non vede la propria barba, ma 'la MEDESIMA barba che la verit VEDE, senza interpretare, l dove il vedere-di-Socrate -ancora- il CREDERE'di-vede re che VEDE, ma allo interno del SUO'credere'NON SAPUT0;
DE, credendo
VEDERLO.

La "empiria" entra in dialogo, pertanto, solo SE tLeessere e DICE qualcosa di diverso dal Ia Verit detI'essere, Ia quale NON SOPP0RTA del1a "empirTa" se non ci che questa rrrr e non sa di essere e, tuttavia, rrrr M0D0 o DETERMINAZIONE. ESSA lo essere di cui questa La enp.ni.n -constatazione della barba di Socrate- CRE DE che ci che essa v e d e sia; ma,PER la voni.t.,essE NON vede ci che crede-di-vedere, ma INTERPRETA ci che CRE

" " .

di

che
NON SAPERE

t68 n

sapere-di-non-doverinterpretazione S0L0 per la VERITA', 'la nterpretare, ed quale NON interpreta, essendo A SE STESSA anche la barba di Socrate, MA nel M0D0 di essere che S0L0 la Verit r i c on o s c e po che il SUO: eterna" Ma -ancora- la enp.na allora che VEDE la barba di Socrate VEDE veramente, allora che VEDE la barba diventare (diventata) grigia, CREDE di VEDERE

di INTERPRETARE, tln

e interpreta. Interpreta come NON SA di interpretare -credendo di vedere- l dove la VERITA' vede e la barba di Socrate e la in terpretazione che Socrate d della propria barba, s che S' crate "interpreta" e NON SA di interpretare, la VERITA' hon interpreta e SA che Socrate NON SA di interpretare" Se Socrate non "interpreta" pi -riconoscendo di non vedere vera t'" UN modo dT mente ci che crede-di-vedere, allora egli essere verit de]la vert; ma se Socrate si rifiuta, allora Socrate RESTA ci-che-, UN modo di essere de'lla Verit (di opporsi al nulla), z insieme RESTA ci-che-crede-di-esse re, che -essendo- ancora UN MODO di essere della VERITA', ma "alienato". Alienato, PER 1a VERITA', che -convincendo Socrate- non convince QUEL Socrate che "" A SE STESSO Socrate, ma QUELLO che non abbisogna di convincersi, essendo eternamente ci
che

-dice Hegel- par'lavano da filosofi" Ora i filosofi parano da ca'lzolai. N pu ritenersi offeso chi sostiene esserci una 'alienazione dalla verit': ogr obbiezione proviene dalla non-verit.
CIV

NON

SA di essere. Una volta calzolai

essere al non esserett" La "'legge suprema" LEGGE imperante la opposizione al nulla -che la d f f e r e n z a istessa tra'determinazioni' poi che nettuna di esse "" 'le altre da essa-

dialogo -sopra abbozzato- impossibile" MA esso t t u r a stessa de'lla -la espressione del la s t r urtlegge suprema dell'essere, 1'opposizone dello 'fi'losofor-

Il

169 -

inytor,sbiLe che lo "essere" NON convenga. La opposizione delI'essere al nulIa "" opposizione alla IMP0SSIBILITA', la quale -in uno- lo essere come'pu no indeterminato' e 1e'determinazioni' come a v e n t i rn essere, anzi che e s s e n t i come'determinazioni'" Cosi, que1a LEGGE m p e r a su se stessa, imperando che lo altro-da-essa sia IL NULLA, il "nihilismo"" A'lIora che si dice "opporsi delI'essere al nulIa" dicesi, pertanto, "opporsi di ciascuna determinazione alla possibilit che non sia". Che non sia LA determinazione che rrrr (a1tra-da-ogni-atra) e che -essendo- non sia (lo esse re-di-se-stessa)" Ciascuna 'determinazione' NON le altreda-essa (e cosl vi si d i f f e r e n z i a). Ciascuna 'determinazione'E'il suo stesso essere (e cosi p o s i t i v a). COl'lE TALE La a I t e r i t rrrr la determinazione (positivamente opposta, i1 non-essere 'l'altra)" La determi nazione COME TALE "" (positivamente opposta al non-essE re) dunque;o essere COME TALE "determinato", determinato PERCHE' sono determinate (e determinatamente sono) QUELLE 'determinazioni'. QUALI? Tutte -nessuna esclusa, o la legge non suprema- quelle che a p p a i o n o, onde 1o "empirico" gi interamente la ytotifivi,t" che 'lo "es sere" (e non ha senso parlare di 'empirico') ed anche que'l le che NON appaiono, SE sono "determinazioni". La "legge suprema" -dunque- QUEST0 impone, CHE non si dica 'esistere', 'fatto di esistere', 'possfbilit di esi stere' (che possibilit di non-esistere), 'essenza e esT stenza', MA che si dica 'l'essere (detenminatamente essere) del determinato (modo di essere dello essere) si oppone a'l 1a (propria) inesistenza' " Ebbene Lo essere-di-questa-lampada NON DI questa am pada: "" questa lampada" Si pu ora guardare "questa lampa da"? Si, ma a condizione ehe si guardi'lo "essere DI questa lampada" -altriment, guardando la lampada Si dice ci che,

ogni-altra-determinazione e, dunque, QUEL POSITIV0 che ogni-determinazione, onde lo "essere" la p o s i t i v i t stessa delle "determinazioni" per la qua'le

Il "nula" a cui lo "essere" si oppone QUEL NEGATIVO che

170 -

apparendo, essa dice: che v' un tempo in cui non e vi sar^ un tempo in cui non sar. Allora non "questa lampa da" (1a quale il suo essere) che si deve guardare allora che la si guarda? MA lo essere DI essa che "" ESSA STESSA nel suo essere la lampada che ""?. Lo essere DI questa lampada NON DI questa lampada (sarebbe ci-che-questa 'lampada pu avere e perdere), MA d- eputa .bnytada. Cosi 'dire questa lampada' e ' dire lo essere questa lampada' dire UN MEDESIMO" Eppure NON dicendo "questa 'lampada " (o lo il MEDESIMO, poi che, 'lampada) sono no%a VERITA' del'lo esseessere DI questa ne a dicendo "questa lampada" (e che lo essere suo ag punto DI essa) sono nella alienazione dalla verit delI'essene" l-a VERITA' del1 'essere dice: lo essere di questa lam pada "" questa lampada" L'alienazione dalla verit dice: "questa iampada" e procede a dire DI ESSA tutto ci che ceru il presentarsi d'i essa, si presenta. La VERITA' dce: "lo essere DI questa iampada-che-si-presenta questa lampada". La ALIENAZI0NE dice: "questa Iampada si presenta come diversa dal suo essere, po che 's ytne.,sentat' " La VERITA' dice: "questa 'lampada (che si presenta) e non PUO' presentarsi come NON PUO' essere: d'iversa dal suo es

La ALIENAZI0NE dice: "a'llora essa NON pi QUESTA 'lampada-che-si-presenta". La VERITA' dice: "se s presen ta come NON PU0'essere, non pi qUESTA, perch non'

sere "

affatto".

ENTRAMBE DICONO DI'QUESTA

stessa presentantesi. La volta detto "questa 'lampada", una liene [uno tutto-ci-che, ne'l suo presentarsi, si presen ta onde tra lo essere (della lampada) e il divenire (de'l 1a lampada) N}N d,ULrn,Urne d i v i d e, pertanto,
PRESENTARSI

-presenta,

si che ENTRAMBE si riferiscono -significanoDI


ESSA

LAMPADA'-1a-qua'le-si

al

si detta "alienazione",
lo in

che

ESSA

pada

sia d i v e r s o dallo essere C0ME TALE. La si detta "verit dell'essere", una volta detto "questa ampada" e s p l i c i t a lo "essere questa
lampada", che

essere

modo ehe QUELL0

presentantesi IN questa lam-

di gi lo essere COME TALE, onde LsuLn

't71

n4 ci-che-si-presenta, ne'l presentarsi di questa lampada, onde tiene duno i1 presentarsi del SUO 'essere' e d i v i d e, pertanto, i'l presentansi in modo che QUELL0 per i'l qua'le questa'lampada non il suo stesso essere, non "" affatto" Poi che, per, anche esso SI PRESENTA, impone che v sa UN presentarsi che INTERPRETAZIONE ALIENATA del'lo appari re.

CV

'aienaz'ione' intetweru,tn- NEL presentar si SENZA sapere-di-intervenire (che CREDERE di vedere), .nfenptte.tando come di veni re cicheNONpudvenire. La si detta 'verit dell'essere' ntenviene SULL0 INTERVENT0 a'lienato e alienantesi , d,Lehi-atu.ndaLa tale ed evocando a se stessa QUEL 'presentarsi' che la 'lampadache-si-presenta" Questo SUO ''intenvenire' NON altro dal SAPERE'lo intervento alienante (che la alienazione dello intervenine) s a p e n d o che questo NON SA di essere alienazione e, pertanto, che il suo 'sapere' credere-diLa
sapere. Con ci, LA VERITA' dell'ESSERE r i c o n o s c e que,fu. ALIENAZIONE ehe I'alienazione NON PUO' riconoscere, si che la VERITA' dell'essere njtonotcz ,se ,stersra, in ci che riconosce (anche n "questa lampada") 'l dove 'l 'aliena zione ptoee.dz al, alietata tutto ci che 'conosce' (anche "questa lampada"), non riconoscendosi 'alienazione'. Si ri conoscerebbe, infatti, in modo alienato" La VERITA' del-I'essere, pertanto.- di,sa,(iena in quanto'riconosce' l'alienazione e, riconoscendo'la, la NEGA. La ALIENAZIONE, non riconoscendosi "alienazione", NON PU0' venire disa'lienata: per la VERITA' g disalienata, ma PER se stessa non

si detta

mai alienata" Per la VERITA' non vi pu essere UN momento in cui que1la NON sia'alienazione'. Per la alienazione NON vi pu essere un momento in cui essa SIA alienazione. Lo esse re-aJienazione il suo non-essere-la verit e, dunque, d

-172-

Aa,

C'E' alienazione e 'la alienazione essendo negazionedella-VERITA' (dunque, 1o impossibile) C'E' 1o impossibi le. Per la VERITA' -essendoci alienazione- c,c quel nonessere che NON PUO' essere (ed "" alienazione appunto

Lo e s s e r c i della alienazione "" lo e s s e r c i del non-essere-la-verit, lo esser ci dello impossibile" Cosi, per la VERITAT g aclLo pett q_
IMP0SSIBILE.

loetelLcidi ciche,negando lo pu uaene. NON solo lo "esserci della aliena essere, non zione" r i c o n o s c i u t o dalla VERITA' nell'at
S0L0 PER ESSA c' quella alienazione che essendo alienazione- da sola NON c'.

sere- afferma

credere che possa essere). La VERITA'-che nega 10 essene DI

ci che nega

1o

es

tostessoincuilariconosce a'l ienazi

-a se stessa non

one,

MA

CVI

dell'alienazione o essa soggetto che si aliena? Essa C'E' conlnal'la d,be-nd,a impossi bi I ita di non essere-al ienazi one: c', ma il suo e s s e r c i la stessa impossibilit della negazone dell'essere. La VERITA' dello essere NEGA la rnera 'possibilit', dunque nega 1a possibilit della alie nazione (che la stessa 'possibilit'). Di tuLconnene a1'la voce "alienazione" si abb'isogna per connotare -nello intento di dare genetico spiegarsi- QUELL0 stato (di cose) che -qui- il presentarsi di QUALCOSA che s f u g g e a quel1a '1egge suprema' (a'l1a opposiz'ione di essere e nulla): il DIVENIRE; ch se 'divenire' dicesi lo i d e n t i f i c a r s i di essere e nulla non cj vuole molto a'con'ludere'-che, in vece, un ripe tere con altre paro'le- per i1 non essere del divenire" Non ora in questione la IDENTITA' -postulata- tra "divenire" e 'identificarsi di essere a nulla' (1a sua postulazione nel costrutto "lo essere "), mentre si im pone 1a domanda "la alenazione i n t e I I i g i b

di

Ma

se stessa, onde

v'

un

SOGGETTO

ESSA

e?".

Se,

infatti,

essa stessa non fosse

'intelligibi'le',

vamebbe

173 ' i mposs i

dalla alfenazione)
al i enazi one

ie' lo essere-del-divenire" Allora QUELLA legge suprema che IMPERA la 'impossibilit del divenire' (introdotto
IMPERA

per d'i ne non al tro da ci che d,,c.ui

bi -

altresi 1a'fmpossibilit della

che la loro'meccanica'richiede" I1 primo la si det ta imperante'VERITA' dell'essere' (1a opposizione origi: nara di essere e nulla), la quale 'riconosce' che 'divenire' 'contraddizione'" Il secondo i'l conseguente 'non riconoscere' che -nel presentarsi di cose- sia i'l dvenre che si presenta con esse (ed g dire che il "divenire" pretesa esperienza, essendo, di contro, alienata interpretaz one ) " I'l terzo i'l ' ri conoscere ' che S0L0 ri corren do alla 'alienazione' pu SPIEGARSI 1a pretesa del 'diveni re'" I'l quarto i 'cercare'il COME di tale alienazione (e qu ha luogo la meccanica utiltzzazione del verbo APPA-

ti

Cosi, quel pnocedere

meceaw-co

si

SCANDISCE

in

momen

a'lla meccanica la domanda: "lo e,5 DIVERSO dal io QaAelLe rispetto aT quale -e contro i1 quale- alienaz'ione?" E non perch vi sia un divenire del'la alienazione ( ben agevole infatti ribattere che, appunto, alienazione quel divenjre),MA PERCHE' la parola "alienazione" non dice se non tuf,to e ,so Lo ci che dicesi "impossibile", si che ogn'i qual volta lsi usa (o per tentarne la genesi, o per spiegare i1 presen, tarsi dello'impossibi'le creduto possibile', o del 'possibilecredutononhecessaro') si ri pete i'l signifi cato d IMPOSSIBILE" Allora che si dice: 'il divenire interpretazione alienante dello apparire'altro non si dice se non "la alie nazione interpretazione (alienante) del'essere come dil venire", ossia "i'l dvenire (che alienazione) impossibile", insomma "la alienazione impossibile"" Ricorrere alIa "alienazione" per spiegare che si CRE'lo Dt "mpossible" riconrere allo "impossibile", CREDEN D0 di rcorrere a qualcos'altro da esso.

RrRE). MA ci che sfugge AuLaL del I 'al ienazione

-174, cvr

\___z

r)

evidenza" del DIVENIRE ( i1 prefilosofico che vive di tur bamenti), MA della IMP0SSIBILITA' che siavi quella 'alieni zione' senza la quale quel'la LEGGE SUPREMA non pu imporsT su nul I a. Con ci'la meccanica de'l'lo enfatizzato "apparire" re per sta, macroscopica che ne risulti la trattazione, -intera mente Lyuetti,t.d, nella portata della asserz'ione sovrana "lo essere ". Cotlluti,ta anzi-che 'oniginaria' (od anche 'originaria' semanticamente) quella asserzione , poF esteso, "lo essere , anzi-che-non-", s che si ABBISOGNA di asse rire-che lo "essere " NELLA POSSIBILITA' di asserire-chelo "essere non " AUT non v' BIS0GN0 affatto di asserire "Io essere ". Po che "lo essere non " cont r addi zi o p n e, i'l DIRE "lo essere " I e o n a s m o: lo "" dello essere gi lo essere (ed equivalentemente, o rrtl di ci che si dice, di ogni'cosa' gi lo "essere") onde dire rrArr gi dire "A ", ttlo essere A", lo t'essere". Quella LEGGE SUPREMA dice non altro che questo, per ogni 'cosa' -comunque determinata- dicendo "": dice "cosa". Questa-cosa, anzi-che-quella cosa, 1a cosa detta, 1a "cg sa" linyil)urtu Ma no, poi che "legge" SI IMP0NE, ma SU che cosa? NON su'lla cosa (ch essa vi coincide), NON sul'la non-cosa (che non-essere). Considerarla "legge" , dunque, far 'legge suprema- esclui VATERE quella 'possibilit' che -come de.0 non la si nomina "legge" -non la si nomina affatto-0 resta vincoLo.ts, a ci di cui NEGAZI0NE. Che se, ci di cui essa NEGAZI0NE un CREDUT0 positivo, al'lora resta

al i enazi one che consi ste nel I o i nterpretare (e far essere, interpretando) 1o apparire, IN SE' vincolato allo sparire, C0ME divenire-dello-essere , per que1a legge suprema, lo IMPOSSIBILE" Non si tratta, dunque, di ineanvzvetu che possa tur bare i pusi'lli e, tanto meno di far valere la "immediata

altra- LEGGE suprema che VIETA alo esse re di divenre VIETA altres al'la alienazione di essere"
Que'lla -non

Quel'la -non

a'ltra-

-175vneoLa.tn a1 CREDERE la positivit di ci che ror "", e se questo "credene" indicato come ALIENAZIONE, resta u..cn eoLa"tn. al I a al i enazi one " E quf soecorre una complicazione. Al costrutto insensato "lo essere " fa riscontro i'l costrutto "10 apparire appare"" Ma che cosa dfcesi con "apparire"? Allora che di-

esteso, "o appanire appare anzi-che-non-appare", s che la contraddizione di "apparire-che-non-appare" rende pleonastica quella asserzione. Che se non pleonastica, a'l1oPOSSIBILITA' ch 1o "apparire-non-appare". Qui la complicazione (nonch la sua meccanica). La asserzione composita "lo essere appare" non altro se non il pleonasmo -od enfasi ateoretica- di "essere", che , ormai 'lo si visto, 'la "cosa", ch non possibile dire (dire-che-) senza IMPLICITAMENTE dire che appare, onde non v' un APPARIRE del dire, diverso dal dire istesso. Che lo APPARIRT "come tale" non sid un ) fenomeno' un attardarsi a spiegare al paradigmatico Husserl che la "fenomeno'logia" non intende "raccontare storie", trd perch racconta sojo se stessa. Ma che o "apparre" non sia d'i gi'la cosa-cheappane e questa non sia la "cosa" MnpI-Le-ifez impossibile raccontanl o " Ebbene, 1o apparire-della-alienazione (di quel credere che lo impossibile s_ia) 1r1r la alienazione stessa. La quale NON APPARE 'a'lienazione'A SE STESSA (e, peF tale Verso, non A SE STTSSA 'alienazione') ED APPARE 'alienazione' a ci che tale la RIC0NOSCE (e, p!F tale verso, 'alienazio ne' e appare alienazione ALLA VERITA' dell'essere, che VERITA' del'lo apparire)" Quela 'a'lienazione' . a. de Atu,sa ci che apytatte a. Ae At?l,d", e appare a se stessa, S! stessa conre VERITA'. Quel'la 'alienazione' d- a.(ienazipne- e epfruLq La" a.Ltenazione che d. -ossia che non C0ME appare a se stessa- ALLA VERITA'. Cosi v' n APPARIRE di ci-che- (della verim) AD ALTRO della VERITA' e questo ALTRO richiesto a fine che vi sia'a'lienazione'del non-apparire "alienaztone" (apparendo COME verit). E v' un APPARIRE

cesi "A" di g si dice "A appare", "lo apparire A", lo "apparre"" Pen ogni 'cosa', dire che appare equivale a dire 'cosa'" E la asserzione "10 apparire appare" , per

ra v'

-176,soLo questa PUO' ni conoscere 'l a al i enazi one. Apparendo AD- ALTR0 dalla VERITA' (o non v' possibi 'l t i tA di 'a'l i enazi one ' ) , a VERITA' appare ALTRA da se stes sa (d qui la 'alienazione'). Apparendo ALLA VERITA' che-

di

ci-che-non- (de1la creduta verit) ALLA VERITA', chd

la riconosce 'a'lienazione', la alienazione ('ina'hene tale, ma appunto non Lo . pi,ti, non essendo pi ci che ap
pariva a se stessa"
Ma

questi 'fi'losofi' hanno mai i1 sospetto che Hegel abbia parlato di 'loro PRIMA che venissero al mondo?
CVIII

ricorso a'lla "ragione alienata" SEMBRA che non sia'possibie' s p i e g a r e quella alienazione che eonsiste nel RITENERE POSSIBILE L0 IvlPOSSIBILE,ma quel 'la "ragione" tuttruno con la alienazione e, dunque, deve ancora spiegarsi ci che ESSA dovrebbe spiegare. Ma -anche qui- la tenacia acol-a.atica ins'iste. Essa si fa for
Senza

te di

rimette tutto in discussione. Trattasi della asserzione

una asserzione che

SEMBRA

decidere tutto

e, in

vecE,

"IL TUTTO E. IMMUTABILE".


Ch

"" affatto. "Il tutto immutabile" non dice se non ci che gL, detto con la paroa "lL tutto"r oSSia c oltre . a quale non v' nula. La 'inunutabilit' non un predicato-del-tutto, "" il tutto, tinpl-Lcifen. Che i I tutto possa di ventare qual cos 'al tro dunque uchu.6a dal suo 'essere tutto'. Ma come si pu dirlo "immutabile" SENZA CHE APPAIA LA MUTAZI0NE? Quella mutazione che, essendogli estranea, non "", ma che, se non , non APPARE I a si detta " immutabi I i t de] tutto?" .
non

-di certo- cos la mutazione (estranea al tutto)

(pasto prelibato del'impotenza specuativa) tra 'il tut to jmmutabile" e "10 immutabile tutto" e "tutto (ol gni cosa) immutabile'J Trattasi di porre la domanda "donde la negazione-del-mutare, se il tutto esclude la mutazione che non ?""

Non trattasi di cincischiare -a pessimo esempo de] la retorica 'filosofica'- con le 'differenze' semantiche

- 177 Poi ehe iI "mutare" appartiene -ormaf!- alIa 'ragione alienata' a,t- eoape-tta e o, d,"syte,to d questa che la VERITA'dice la IMMUTABILITA'o non dice affatto, si che, ap punto, la "ragione alienata" gi a c c o I t a dalla VERITA' (e, per ta'le verso non alienata da essa) nel 'ma nfestarsi' della VTRITA' come non-mutevole. E' in riferimento a1 mtLtilLe che dices'i 'immutabile', s che la VERITA' di s a I i enant e abbi,sognadi negane (disalienare) e, per tale "bfsogno", non pu non a c c e t t a r e ci di cui negazione PER potenlo n e g a r e" Cos, anche lo asserto "il tutto immutabile" appattiene alla ragione alienata e in v.nt di quela 'opposizione oniginara' che sarebbe il non-essere dell'opposto
al I 'essere.

cix
SULTATO di un processo t e n t a n t e la estensione del "mutare" al "tutto" che di gi inteso come ci che, escludendo lo altro da s, escude da s il "mutare". Il "tentativo" pno,setuzone di ci che da"ytpnna si ritie-

Quel1a asserzione

("1 tutto immutabie") per RI

ne che

dir'lo), bensi addirittura lo incontrovertibile asserire che "lo assurdo non pu accadere'r" Ogn tentativo di controvertire tale asserto si e s p I i c a nel provare che NON assurdo ci che si ritiene tale (qui, che non in s as surdo il 'divenire'), ma tentativo di gi vanificato dal la evdenziata i d e n t i f i c a z i o n e di "esserE"
e "non-essere"
assurdo

Non per il RAPPORTO tna IL TUTT0 e ci che senza il tutto non pu essere che qui a vedersi l,s.AnicatLe "il tutto" tuLeninLo ad altro-da-esso e, dunque, contrad

landosi vano-

sia (il mutare, appunto), e resta "tentativo" -rive


PER

l 'tutto"

NELLA SUA IDENTITA'"

divenire. Altro, d contro, ha da venire pensato: che appunto lo


NEL
NON PUO'

accadere, E

la

ALIENAZIONE

lo

ASSURDO e

NON PUO' ACCADERE"

178 c

Qui si PALESA la m'i t o I o g i a del'la pretesa 'semantizzazione del'essere'. Essa abbalogna de1 l'lITO del la ALIENAZi0NE per s p i e g a r e COME accade che lo ASSURDO viene addirittura cons'iderato eome "evidenza prma",
come

(LXIX) e postulare CHE sia "evidente"" Quella "alienazione" -di cui si abbisogna per AFFERMARE 'la istessa "VERITA' delI'ESSERE"- postula re" Tu.tfs" Ta sua "evidenza" consiste nella necessit del RIC0RS0 ad essa, e tu,tta la necessit del rfcorso consiste nella "impossbilit che lo assurdo accada" e (inseparabilmente) nello "accad'imento" del considerare aecadufa
Abbisognare

la stessa e s p e n i e n z a"
gi
P0STULARE

assurdo che "". Ebbene, 'la postulata alienazione NON ritjene di considerare non-assurdo lo assurdo e sottoscrive la asserzio ne incontrovertibile che "lo assurdo non pu accadere" (; appunto, non SA di essere aljenazione)" Ma, se ei che es sa ritiene non-assurdo "",'invece, assurdo, ASSURD0 p rimenti questo suo ritenerlo: assurda q 1a stessa aliena' zione . Tu.tfs, la forza dispiegata ne1 d i m o s t r a r e (a ch'i? alla "ragone alienata"?) CHE assurdo c che
CENTRASI nello ASSURDO che possa-esserci una ragione alie nata, che sarebbe alienazione-del'la-ragione da se stessal Con ci tra lo ASSURD0 del divenire e lo ASSURD0 del la alienazione non pu porsi alternativa che non sia essa

lo assurda, non coyai"d,eltandaLo lo

la

"ragione

alienata" r i t i e n e'evidente'

CON-

sulla d,Lvelrai.td di 'evidenza' tuLve,stente i due assurdf : quella del divenire la 'evidenza' della impossibile id e n t i f i c a z i o n e di essere e nulla, l dove que11a della alienazione la 'evidenza' che, eoinei.d.endo con la ragione istessa, SI IMPONE solo con IL d i s c u t e r e la pretesa'evidenza' che p o s t u I a z I o n e. Che I o identL(1eatz,s di "positivo" e "negativo" sia
ASSURDO

stessa

ASSURDA" Ma

il ricorso alla

alienazione [ondasi

n-tpef.ute negando ci che nega-se-stesso.

Che

-179-

vi sia a(ieyazi-one "" assurdo che NASCONDE la VERITA'a se


sici
la
non hanno

stessa o -equivalentemente- nasconde se stesso alla VERITA' a fne che QUESTA lo dissolva, MITO. Cosi i post-metafi-

pi bsogno di

METAFISICA: sono

passati

al

MITOL0GIA"

CXI

Il "mjto" ha questo d suo: che mccovttn, un accaduto quale apytwtizne a1 racconto istesso, ma lo racconta C0ME SE fosse il racconto a "testmonianlo", tuLpuodueendolo nela propria 'forma'. NEL MIT0 TUTT0 E' MIT0, anche il raccontarl o. N il mito r i c o n o s c e se stesso, non avendone bisogno per e s s e r e: esso anzi dunge in ogni "procedere" che MU0VE da assunzioni INDISCUSSE -ed indiscus se palL muovere da esse- INDISCUTIBILI con il procediment6che ESSE consentono. Cosi "mito" (o nascondimento dellai in trinseca fragilit dello 'assunto') que'llo a t t r i il
b u i r e VALIDITA' alla assunzione su]la BASE -scambiata per fondamento- della .unpoaalb,Urt. che i1 'procedere'
abbisognante

cheesseaccettinodi essere mi ti che, altrettanto insensato VOLERE che esse non lo siano, solo perch .ntendctno

Cosi, mito anche il procedere delle 'scienze', ch -appunto- pur vero che esse non abbisognano di RICONOSCER SI "mito", stante la relativa f e c o n d i t e dei'rT sultati', lnd -ecco il loro utetze mito- esse denominano "mT tica" (relegando nel non-scientifico) una qualche "scienza -sempre passata- che non regga a1 c o n f r o n t o con Ia Ioro, variabiIe, nozione di "scienza". Vano pretendere

di

essa

la metta in

QUESTI0NE.

E' per la METAFISICA, che ogni "antimetafisiea" , c9 munque, pre-filosofica per ci che DICE, asserendo, che

di

non esserlo"

s o ttra r re aquestione, ed ntwtz.-oynhenfefilosofica (metafisicamente "intenzionae") nel suo cercaredi-sapere. Per la METAFISICA, dunque, sono "mito" non solo

le scienze,

ma

altresi le "filosofie"

che a,tvLbtu,scona

a1

180 -

1a metafisica (e cosl la considerano per rifiutarla) ci che la loro stessa "struttura formale": asserre e, as serendo, sottrarneaquestione (LVII)" La fi s i c it dello asserto COME TALE r'rr 'assertoriet del f i

so -asserente- "sapere". L dove presentasi UN qualche "asserto" le ,6iM., si ch l v i g e i1 DIRITT0 di ricondurre ogni preteso "asserto metafisico" a'lI'unico ambito di 'significan s i g n i f i c a r e istesso o DIRE, za' che il passibile di ERMENEUSI che attiene al "comprendere", che s i s t e m a r e" Cosr "metafisica dell'esperienza" -concrescente in

s i c o, che la m e t a f i s i c t intrnseca del "problematico", pen la quale non v' "sapere" che non sia d i s c u s s i o n e IN ATT0 di agwL prete'

ontologia- o semantizzazione dell'essere -riso'lvesi in esperienza ('siaLzzata nella FORMA de1lo 'asserire', prose gui bi'le i n "ermeneuti ca" , ed lvlIT0 " Cos "mito" tanto lo asserire "l'essere immutabi le" (i1 che di 9i, IN SE', Ffermento al mutare) qr to asserire "il divenire , dunque non tutto 'l'essere immutabi'le": dichiarare alienata 'l 'una o I'altra asserzio
ne.

CXI

I
rr'l
I

del

larsi -o manifestarsi- della Verit" mi.to, E' it mito D I R E la Verit au.[-L' uomo a muovere dal preteso 'possesso della Veritr da parte di chi NON pu eccedene
1a consapevo'lezza del proprio non-essere 'la VERITA' c e
a. Ma la RADICE

Asserzi one come questa

'

uomo

ii

'l

uogo

de ri ve-

E radice ne I'asserzione intorno ad 'essere' e ntorno a 'apparirel La quale ptwptuLs asserzione di un MEDESIMO (un medesimo 'ente' -o cosa-) IN QUANTO "" e IN QUANT0
"appane".

cat

di tale mitico dire a cercarsi.

che

lo'essere' (tutto lo essente) non sia,

In quanto "", di uao dicesi, per 1a impossibi'lit


che " eterno"

di e^o
essere

't81

(e

si rfpete con parola ambigua o "")" In quanto "appare",


Allora,

si identifica

di

cesi che, per 'lo appari re del


con

il nulla),

di veni re (i n nasce e muore.

cui

Io

UN MEDESIMO

lo "in quanto" N()N PU0' essere UNICO: di qualcosa si pu dire "in quanto" (,sub quo) puch. v' pi-di-un-in-quanto e in tanto posso dire di A "in quanto ", in quanto dico di A ri ancLle "in quanto appare", si che lo "apparire" c h i e s t o a fine che di qualcosa s dica lo essere" In effetti, dico "A" (dico nA rr, con la sequenza enfatizzante d "non pu non essere", "eterno") sull'unica BASE del aao APPARIRL s che -ecco il punto da non trascuche

sta (sua) DIVERSITA'non SUA, ma del (suo) apparire e QUEST0" Lo "in quanto" NON divide un medesimo, poi che 11rr e ESS0 che dicesi "appare". Se non ch, ESS0 tale

appare

DIVERSO

da ci-che-

queIN DI

La domanda INS0RGE con la rottura della confiyu,,tA. tra essere e apparire, a quale inizialmente ilenf,,t.: i nizialmente dicesi "A", non dicesi rrA rr o "A appare". InT zialmente dicesi CHE "A " senza fare espresso riferimento al'lo'apparire', stante che 1o a p p a r i r e gi NEL dire. Cosi inizialmente non dicesi CHE "qualcosa ",su.Z [ondanentq de] suo apparire, ma d e n t i c a m e n t e e immediatamente dicesi rr11 e basta.

alla necaai.t..

dce non altro che questo: se non appare, non posso dire che . Di contro, la NECESSITA'che 1o essere appaia- o si "manifesti"- dice che 1o ESSERE non-pu-non apparire. Ch, se non appare non posso dire-che- appunto lo stessodire-che-e, dunque, resta i mp reg i u d i ca t o che lo APPARIRE eome tnXe sia NECESSARI0 " Puclt. si passa a dine, in vece, che 10 "" di necessit "appare"? La domanda cosi trascrivibile: penc[,. DISTINGUO lo "essere" COME TALE e lo "apparire" COI4E TALE? Ch, solo con la risposta a tale domanda posso assicurare I'asserzione intorno

rare- dico che lo e s s e r e NECESSARIAMENTE a p p a r e poi che NECESSARIAMENTE dco rrrr in quanto "appa re". Qui per 1o avverbio la stessa anb4wa per la qug Ie Ia NECESSITA' che v i n c o l a lo "" allo "appare"

-182Allora che VEDO qua'lcosa (i1 che equivale alla cosa che APPARE) ttengo immediatamente che essa sia e che sia indipendentemente dal MI0 vederla (quindi dal SU0 appari. re) e, infatti, mi a s p e t t o che chiunque vedaci che vedo (n mi si pu dimostrare che NON vedo ci che ve do, anche dimostrandomi che esso non "")" Ora, che cosi Lnfennompe 1a continuit iniziale essere-apparire che , anzi, dapprima IDENTITA'? E'domanda diversa da quella in torno a ci che C0NDiZIONA lo 'apparire-d-A' (i1 fenomeno "A") e che asserir che 1o SFOttlD0 del fenomeno non ap pane come UN fenomeno ed richiesto dalloap pari re d questo. Quella domanda, infatti, in questo consiste: PERCHE' nomino lo APPARIRE come apparire? Lo nomino poi che incon tro un 'esserci' (di qualcosa) che -in vece- si RIVELA "non cosl - come in que'llo apparire", si che lo apparire DIVERSO dal suo essere ed - per tale diversit ap
puntoPARVENZA

o aUoLon (= tutto-nel-suo-apparire od essere-veduto) " Cosi, in tanto DISTINGUO -per un medesimo"essere" DA "apparire" in quanto megwtrco 'lo apparire-dici-che-non- (come appare), in quanto, insomma, faccio VALERE il "non-cos-ma altrimenti" con cui qualfico lo

"grrore".

essere e apparire" Se quella distinzione fosse NECESSITA', necessario sarebbe lo errore" Ci che r o m p e la con tinuit tra essere e apparire e, quindi, p r o v o c a la distinzione e, con questa, 1a possbilit di dire "lo apparire come tale" e "lo essere come tale" lo ERR0RE nel quale, appunto, 1o apparire DIVERS0 dall'essere. La possibilit-di-errare, che trascrizione dl 6^&. fo che si erra, non , cosi, e s a I t a t a a necessit di errare, poi che essa fa tutt'uno con il BIS0GN0 dt d,i.ne che in funzione del lo evtare 'lo equivoco. "Es sere" e "apparre" sono \e poatnd.,r" lingustiche del DIRE che "dire-che--anzi-che-non-".

Il fatto dell'errore la BASE della distinzione

tra

183 -

CXiI I

che si ritenquindi, ga "vero" il "non-verorr -! IN essa- che si IMP0NE r il "dire", il quale gi intenzionale e l i m i n a z i o n e del1'errore, essendo "dire-che--anzi-che-non-"" Che, se non sussistesse la possibilit inerente allo 'anzi-che-non-', non vi sarebbe "dire" affatto; ma non si tratta di far d,Lpendu,te il "dire" dala possibilit di erra re, nonch datla possibilit come tale, poi che si denomin"possibilit-d-emare" la s t r u t t u r a istessa del dire" La si denomina "possibilit" purctt \a 'struttura originaria' del dire quella ALTERNATIVA del 'cosi e non-altrimenti-da-cosl' che D0MANDA "cosi o altrmentida-cosl?" IN CUI il dire (o asserre) rrrr e DA CUi si sot trae nella sua 'struttura formale' per la quale asserire E,imepnabilnettfe sottrarsi a di scussi one Per la "struttura formale' -e solo per essa- un asser to "" il suo stesso sottrarsi a discussone, a quel'la .'-di scussione" che la PROBLEMATICITA' intrinseca alla sua 'struttura originaria' (LVII). Ora, quel sottrarsi che lo asserire tale f u n z i o n a I m e n t e (stante che la funzione del dire appunto eseludene lo "altrmenti-da") sl che, nelIo "asserire" (dire; significare), "forma" e "funzione" coincidono e coincidono nel suo NON POTERSI S0T

E', nfatt, di contro alla possi'bilita

"

Se d,ne 'dire-che--anzi-che-non-', la dichiarazio ne di UN 'errore' -o, con espressione pi appropriata anl che se passata di moda, suo "inveramento" - "non cosi, ma altrimenti". "NON cosi (come appare), MA altrimenti (come )" in cui il nappotutn tra essere e apparire si riproduce: it "MA altrimenti (da come appariva)" indica "appare che ag

TRARRE ORIGINARIAMENTE ALLA PROPRIA'STRUTTUM ORIGINARIAT"

pariva altrimenti da come era". Quella "opposizione originaria di positivo e negativo" FATTA VALERE come il L0G0 stesso , pertanto, la struttura orlginaria -o problematicit innegabile- del DIRE e, quindi, dello ESPERIRE (asserito "" esperito) in cui "essere" e"ag

parre" $ungono

come MPPORT0 C0STANTE che non pu venire

184 -

surrettiziamente daffa vaLenz come essenziale e costituti vo del L0G0 stesso. Parlare d un senso trascendentale del'ls "apparire" sul'la base dello apparre anehe del RAPPORTO tra apparire ed essere signifiea non a'ltro dal [an va.t-aze 1o espenire come trascendentale di se stesso.
CXIV

dunque, partitamente, PUNTI emer genti nella MITOLOGIA di essene-apparire. Per primo, che parlare della NECESSITA' che lo essene (o io intero) "si manifesti", apparendo, POSTULA che siavi di necessite Cr.a-u esso si manifesti n onde necessit del manifestarsi "" necessit del si detto "'luogo in cui lo essere eterna mente si man'ifesta", o -pi prosa'icamente-'lo "uomo". Non qui caso di ribattere 1o yueyuafezza. di un "manifestarsi" che P0STULA iyuLene. la ALTERITA' tr"a ciche-si-manifesta e ci-a-cui-si-manifesta (ch un manife starsi a se stesso assurdo) e la IDENTITA' tra di essT (ch il riconoscimento del manifestantesi di gi identi
Vanno

dichiarati,

sce). E' da ri'levare, piuttosto, che QUELLA "necessit del manifestarsi" altro non se non la necessit inerente al la base su cui dicesi 'lo "" di qualcosa: se il "qua'lcosa" non appare, di essa non si dice (ch gi dire che essa "pu apparire" modo del suo apparire). Per secondo, che la PARVENZA o apparire ,senza essere (od essere interamente nello apparire, o SEMBRARE), non a ritenersi i\ deeeLLvo ed empirico "vuoto di essere" poj che ESSA -come lo errore- a BASE della necessiH di DISTINGUERE lo essere do,Ilo apparire e, dunque, della con siderazione di "essere" e "apparire" C0ME TALI. BASE delTa

t in atto o PRESENZA del rfconosciuto in chi lo ricono--

necessit di distinguere essere DA apparire non vuol dire che ta'fe distinzione 6aLta- eaAQhQ., bensi che, da un can to, essa APPARE di gi e solo CON la dcharazione d "qua] cosa" come'errore'-si che, per tale verso, il suo IMPORSI vinco'lato alla NEGAZIONE che qualcosa sia VIRO per i

di APPARIRE.

185 -

fatto di apparire-; dal 'altro, non la si pu {an va.tetce. per i1 VER0 stesso, n attribuire a questo la necessit

Del VERO, nul'la direbbesi se nulla apparisse, ma ap punto, se nulla apparisse, non vi sarebbe a'lcun BISOGN0 di dine che nulla appare. Cosl come, se io APPARIRE fosse IN SE' necessario, necessario IN SE' sarebbe 'lo ALTRO a cwL esso appaia" Ed bene questo "altro" che, vLneolato a1la 'possibilit di errare', IN SE' non necessario" Vincolato alla 'possibilit di errare' ANCHE e ne'l medesimo senso vinco'lato alla non-necessit di errarerche tutt'uno con il RIC0NOSCIMENTO dello 'errore', o i n-

tenzione

in atto della
CXV

VERITA'.

bzo alla

NEGAZIONE che fermo non lascia essere e RADICAI SI interamente NELLA i n t e n z i o n e del VER0- che intenzione di ci che non abbisogna di venire tenuto fer mo - e NEL b i s o g n o (stato di necessit) di i nI

Il punto da ribadire QUESTO, che la NECESSITA' di as seri re 'laNECESSITA'non "" lanecessitasse rita. NON lo , poi che corui.ate. nel TENERE FERMO d,L eol

Lo asserire, , dunque, PROGETT0 og gatLLvwtz il VERO nel M0D0 del riferir"visi che riferir lo ad ALTR0, allo oggettivante istesso. Lo asserire, comJ

tervenire,

asserendo. come "intervento"

stesso'asserire') ri veI as i "progetto"noniden tico al VER0, per la impossibiit di (an ulene il VER0.La eon(ui-one tra NECESSITA' i n t e n z i o n a t a e "necessita" di asserire la stessa "intenzione" MI T0, il mito delta ogge,tLLvazinne de1 VERO in cui parlasi di'essere' e SUO'apparire', a t t ri b u e n d o al
ci che PR0PRI0 de'llo ogge.LLvane che appunto asserire e, asserendo, riprodurre 1a d,L(durcnza" tra asserente e asserito, la a I t e r i t insuperabile" Lo asserto "lo essere immutabile" , pertanto, la
VERO

"intenzione" ci per cui

QUELLA

oggettivazione (che

1o

'186

g n i f i c a z i o n e dello'essere' COME immutabile e de1lo oimmutabile' C0ME essere, cui sottende la si gnificazione dello 'essere' COME TALE (che di gi non' non essere) con cui compiesi la significazione della 'cosa'C0ME ESSERE (che di gi la inseparabilit di 'essere' e 'cosa') e, dunque, come non-non essere de'lla 'cosa' che di gi non-divenre della cosa, o non-essere del di

Per ii suo udene-significazione, 1a signfficazione dell'essere "" tutto ci che 3''r lo essere significato, MA come c1uola "cosa" (= che-\ ehe la significazione di OGNI "cosa" (= che-) e' dunque, di se stessa come'co sa-significazione'" Che cosa d f f e r e n z i a la'significazione del'l'essere' DALLO'essere-significazione' ? NULLA, ch se la differenza fosse, sarebbe appunto e sareb be'significaz'ione'. MA -ed ecco il punto-, PERCHE'e DI CONTRO a che SI I'IPONE ia "significazione"1" AUT di contro alla "alenazione" AUT non si impone af fatto, s che la "alienazione" col,i,trr,LLua della signifl cazione e non SUA 'alienazione'. Cos, anelrc la 'aliena zione' (che il ritenere lo essere separabile da se stesl so nel d i v e n i F ! , ossia significare i dvenire come essere) "" ed essendo "appare". Anche la 'alienazione' APPARE in modo d.Uena.to, Quel

veni re.

'alienato'il

ge'liana "fenomenologia" della verit dell'essere) il rel sponsabile di que'lla a'lienazione in cui ea.dufo per la a] i enazi one del 1o acea-dene senza di cu non v ' " caduta " n "occidente". Se cluuto pensare, non c' pi ragione di continua

nazione', ffia PERCHE' come 'alienazione' PUO' APPARIRE S0: L0 ALLA VERITA'" La VERITA', dunque, VEDE 1a 'alienazione' come alienazione-dal-vedere a VERITA' e la VEDE come NON SUA: non"" Ia VERITA' che si aiiena (alienarsi "" dive nire), cosi come non rtr' la ALIENAZI0NE che s aliena (es sa consiste nel non sapersi 'alienazione'). Nel I a mi tol ogi a per non c' un I imi t al 'la mi topoiesi: lo "OCCIDENTE" (unica 'figura' della nuova non he

lo in cui non-appare-a-se-stessa come 'alienazione'. Non modo in cui -di contro- appare come'a'lie

187 pensare.

re a pensare: la intelligenza vieterebbe di


CXV

re di me tutto ci che vuoi. Resta il dubbio se sia di me che tu parl i " In vece va riconosciuto che proprio di que,LLa. "me tafisica" che si sta par'lando, ma inattesamente s v o T g e n d o -e va riconosciuta la vi,s dello esplicitante1a iyuen'safezza, di una "metafisica" che NON E' MAI STATA TALE, essendo non altro che FISICA, asserente f i s i ca I mente sestessae il propriotena": metafisica dtXa, esperienza, che esperienza oggeffiva,tn, e, dunque,
a.Ua. da se stessa.

in eu{questa mitopoiesi lascia 'i "metafj'lo sici " per sconcerto in cui trovasi il pazl'ente del1o ps'icoanalista: 1a post-metafisica coscienza dello "inconscio" della metafjsica, essa SA del la metafisica ci che questa di SE'ignora, si che non ha alcun senso che i I "metafi si co" vi si ri bel I i . Una volta trovato iI modo di far valere che si ha COSCIENZA di ci che I'altro ignora di s, ogni asserzio ne dell'altro in difesa di s non se non vana'ribellione', s! non occasione di ribadire ci ehe di s gnora. Ma anche -ecco il punto- si trovato ii modo di "as serire" escludendo ogni senso al controllo da parte dello paieaanatizzq,to: se tu sai ci che gnoro df me, puoi diLo'sconcerto

CXVI

STA

nire', dal'altro trattasi di COERENZA con la ILLEGtrTTIlfi

dichiarazione della "alienazione metafsica", si che da un canto LEGITTIMO -su quella base- NEGARE i1 'dive-

E'

appunto QUELLA "metaf i si

ca"

che ytens.Utz i n

QUE-

significazione dello 'essere' ehe que11a negazone del di venire suppone, nzcawoJua,

Dove,

188 -

cerca delIe CONDIZI0NI d possibitit del "divenire" (e cosi defr'nisce, infatti, se stessa), il "divenire" ormai di gi exlusinne della possibilit di quel'la ricerca: essere" N v' altro modo di oggef.LLvaJLe il divenire, vol ta egge.tbLvan I o essere CON I a oggetti vazi one del
"esperi enza"
.

infatti, QUELLA "metafisica" si metta alla ridiessere e

esso10 identificarsi

non una
Ia

Idiota rifiutare che i'l divenire sia o "identificarsi di essere e non essere" e tenere ferma la semantiz zazione dell'essere, tenendo ferma la semantizzazione deT 1'esperienza con una mitica "metafsica della esperienzaT. Se non che, quello 'identificarsi' non del'lo essere . e del nulla, ma il nulla in cui non v' identificazione pensabile, si che il "divenire", cosi conside'nato, non "" affatto e non 'lascia spazio teoretco neanche allo 'appaChe se il "divenire" ASSURDO, assurda parimenti 1a ALIENAZIONE a cui si ricorre per 'spiegare' lo assurdo, onde ogni at4omento di covttrr-o afk Lrl.te"LLLgbili-td. de.L di venine va.Lz eome angomenfn d,L eovutsw a.Lk, podaihiti.t. d.efLn a(enaz.qne.

rire'.

Cos parimenti idiota tenere ferma la semantizzazione del'essere la quale, facendo de'l divenire lo identificarsi di essere e nulla, ESIGE la 'alienazione', responsabile del non vedere lo assurdo di questo identificarsi . Allora 1a di{dutwtza tra quei "metafisici" e chi par la di "alienazione metafsica" in ci consste: che i prr mi non vedono 'la insensatezza della L0R0 "metafisica" e che questi identificano la METAFISICA istessa con questa
i nsensatezza.

CXVI

II
IL

E' da precisare ancora" Allora che, ne1 presente scritto, dicesi che la "signifcazione del'lo essere"
LEGITTIMA non

si

dice che essa DEVE non accadere, o

che

la si
deva

lB9 -

"evitare"" Se cosi fosse, venrebbe P0STULATA un'a'tennat'iva tra "significare" e "non-significare",'la quale appanterrebbe, comunque, al "significare"" E, {nfatti, tutta la u,ea argomentativa di quel procedere P0GGIA sulla constatazone (e la sua elenchtica restituzione) che i semantema "essere" (nonch iI seman tema "nulla") i n s o s t j t u i b i I e. Ci che si dce, in vece, QUESTO, ehe essa non va considerata se non per'la f u n z i o n e inerente al DIRE, onde la sua illegittimit , piuttosto, la ilegittimit del confondenla con il L0G0S istesso o con la VERi TA' dell'essere di cu'i i n t e n z i o n e la "metfisica", si che questa cem(u's.tone lo ennone (i1 fatto di errare ) del I o assumene I o "i ntenzi onamento" ope"n-anfe ne'la oggettvazione (ossia nella asserzione), che pu dir si "conoscitivo", COME la "intenziona'l'it", $ungznfe in esso S0L0 a condiz'ione di non ridurvisi e che, pF ci, di cesi meta-fisica. Illegittima non la semantizzazione, illegittimo considenara "intenzione" della VERITA', che la "verit" ytnuenfo.ta nel M0D0 e nei limiti proprii dello intenzionamento in cui [unga la PRESENZA de]1a VERITA' che NON COINCIDE con que'l M0D0 e quei 'limiti " Cosi non si tratta di TRASCENDERE 'lo "intenzionamento"
appunto "intenzionamento" IN QUANT0 (e solo se) non la VERITA' intesa" La VERITA' non pu venire assenita n problematizzata: ESSA -non altro- PROBLEMATIZZA ogwL pretesa "asserzione" ed ogni preteso "problema" che o g g e t t l v' z z i la VERITA', Fiducendoli a PRETESA"
operante come semant"tzzazione, ma di
RICONOSCERE

che

esso

A'l'la ingenuit del "metafisico" che IMP0STA il proble ma come necessite di DIM0STRARE se'la esperienza sia o non sia lo ASS0LUT0 (con la impossibile alternativa che sia lo ASSOLUT0 a domandare di a. se s'ia o non sia ASSOLUTO,XXIII) fa riscontro la ingenuit di ehi non ha pi bisogno di impe

- t90 stare cos iI "problema", poi che cosi Io ha subto, si che la impossibilit di tale "pnoblema" gli APPARE'a'lienazone metafsica", Il fatto sl che anche chi subisce quela impostazio ne NON considera impossibile que "pnoblema" per 1a impossibi'lit d QUELLA a'lternativa, ma per la non teoreticit del "probema" come tale. Qui accade, per, che nei punti ne quali pi si pa'lesa la fragilit, si usi la parola "problema", ma retorica: SE "verit delI'essere" Ia verita stessa che PENSA lo essere, ossia SE "i'l pensiero veritativo dell'essere' la VERITA' stessa, allora NESSUN problema resta irrisolto, poi che NESSUN problema pu veni
La VERITA' non ha a tutolvene PROBLEMI, ma non VERI TA' se vi sono "problemi" da risolvere e, dove insorgono "probemi", la lo e m p i r i c o che'conisterebbe (il condizionale per evitare l'equvoco) nel considerare la cosa-che-appare (ll 'fenomenor) SENZA considerare lo APPARIRE e, quindi, lo apparire dell'apparire. Qui lo APPA RIRE si denomina anche -con espressione barbara- "evento trascendentale", ma "trascendenta'le" ormai non vuol dire pf niente: dice che 'trascendenta'le'ci che si dice con la parola "trascendentale". Anzi, a parola "trascendentale" ha una f u n z i o n e: quella d ridurre a "empirico" ogni dubbio circa l; sua consistenza. Ad ogni eveniente obbiezione, infatti, co munque materiata, il senso della risposta uno solo:. ltaf. toL di obbiezi-one enpinet Alla ingenuit innocente del metafisico che va in cer ca del "significato ultimo de'lI'sistenza", fa riscontro la perduta "innocenza" -e la conservata ingenut- di chi considdna la "meta-fisica" a pa.nfe pott, ritenendo di trovarcl in una situazione diversa da chi la considera a Wtz anfz.

re posto.

CXX

A palfe anfe e a pattte

pott caratterizzano, rispetti

vamente,

191

lo assumere l'esperienza come CI0' DA CUI muovere in metafisica e CtrO' IN CUI 1'esperienza da assumersi nella SUA verit"

A y:anfe anfe- ing'lobasi i'l preteso "i ntrodursi " al I a filosofia -che senso comune del passare a flosofarecome ricerca del "princip0" secondo i modi d'essere della ricerca di "cose" -e di re'lazioni tra cose- o del]a RA GIONE sufficiente di esse o della loro totn.Ufn o del't' totalit (trascendenta'le) che l'universale IN esse. Qui 1'uwLco avversario che iI "metafisico" pu rconoscere -e ehe di fatto riconosce- lo e m p i r i s m o, po che iI modo in cui quest'ultimo considera Ia "esperienza" nonch lo "universale" RAPPRESENTA in se stesso 1a impossibi-

lit di ogni OLTRE"


Lo idealismo

chiusura immanentistica del pensiero in se stesso. Contro cluuta valutazione de]lo idealismo, infatti, iJ "metafisico" a- patfz ay.e- ritiene di disporre -e infatti usa- l'arma'invincibile' della si detta "intenzonalit conoscitiva', per la qua'le "pensiero" nu.lla, se non pensiero -di-qualcsa! Come se lo idealismo intendesse un pensiero e,stlnneo a "quacosa" allora che d,no,sflrrt, 1a impossib'lit di "qualcosa" di estraneo al pensiero. De'llo idealismo,in cui la did[ucznza l.ra essere e pel sare IMMAGINAZIONE di un essere impensabile e di un pen siero che non "", quel "metafisico" possiede 1a IMMAGINE emp'irica per 'la quae non basta pensare qualcosa perch e: sa sia" Ed invero ci che gli sfugge appunto che lo idea lismo non la.o,s,soLuLLzzazi-ane del lo "empirico" cos comE non ne 1a empirica negazione, Ci che, alla radice, sostiene lo a patfe av.e appun to la determinazione di un "ante" indipendente da'l PR0CESS0 a'l quale appartiene: 1a mmaginazione per 1a quae "determi nare" non sia PER SE STESSO 'essere-oltre', si che non vi pu a'l I ogare i I pensi ero che ogni "precedere" STNZA i'l "seguire", precede se stesso, non "" mai, ch "qualcosa" prte-

tafisico" 4 patr,te anfe) ostacolo alcuno: non lo capisce af fatto o, di esso, avverte non a'ltro da ci che la frequenza polemica con l'empirismo gli consente di avvertre, la

-di contro- non costituisce (per il

"me-

-19?cede

in virt di ci rispetto al quale precedente.


CXXI

rismo (1o avversario del metafsico a yttte anfe inglobante il pre-filosofico),ma dello stesso 'idealismo' e anzi del mondo istesso" Egli non ha la ingenuit dell'altro -quella di rappre sentare in filosofia 1o ilota che si guarda intorno e si domanda 'tutto qui?'- poi che ha la SUA ingenuit -quela di considerare la metafisica responsabile dello stesso ilota e del'le sue ingenue dubbiosit-. Non ha la ingenuita di considerare il 'determinato' SENZAIa u'l teriorit, slcheGUARDAi'l 'mondo' in modo tale che di esso possa DIRE che propriamente non "", ma afa udorce da1 M0D0 -alienato- di guardare 1'esperienza (o 1o apparire). Poi che la nozione di "mondo" POSTULA per altro la DIVISIONE in corruttibili ed eterni, contraddicente la NECESSITA' che 1o essere sia, essa appar tiene appunto alla "meta-fisica" 1a quae NON concresce SUL mondo, ma lo RADICA in se stessa. I'l "mondo" -terreno delle cose con le quali si ha si curamente a che fare- pertanto la stessa a'l i e n al z i o n e del divenire CREDUT0, o del CREDERE in 'luogo del SAPERE, si che TUTTE le "opene" del mondo -creduta pre senza de divenire- sono alienato credersi "opere", 1 dove esse a'ltro non sono se non lo "apparire" (e sparire) di ci che eternamente "", poi che -beninteso- "". Cos, TUTT0 mantenuto -cosi come appare e, apparendo, , MA con altro SENS0: quelo per il quale NULLA cor nuttible essendo i n s e p a r a b i I e dal (proprio) essere" Lo "empirismo" viene mantenuto ma con altro SENSO: que'l1o della "cosa" (i peli de'lla barba di Socrate) e 1o ilea,"L,sma viene -invece- gru.t L(eafo come coronamento della "metafisica" nella tua massima coerenza, onde lo stesso PR0CESSO del PENSARE (in cui si rigorizza [onma,L-

le la metafisica a'lenazione- tnovasi a collocare la "me tafisica" alla BASE di ogwL'posizione', non pure di empif

Di contro,

il

"metafisico"

a- patutz ytct'st

-per i1 qua-

il

.l93

men.Q. 1 a esperi enza ) ancona UN 'di veni re ' . Dove metafisico a panf"a ar,r,te non PUO' vede,ftz dealismo', questo metafsico a panf.z ytaat 1o vede, ma C0-

lo'i

ME

lo

dovrebbe vedere
come

con lo "empirismo": basta far VALERE, per ogni "fenomeno" lo APPARIRE e, dunque, 1o appar"ire DELLO apparire (denominandolo "tnascendentale") e 1o empirismo gi lo INTER0! E' lo intero, poi che niente pu ap parire se non appare il tutto, si che "ogni cosa" appare come PARTE (del tutto) o non appare e il TUTTO non pu appari re Lwtelrilneyvte. Di questo"mpinismo" TRASCENDENTALE lo idealismo, per ui, appunto la "struttura formale", poi che COSCIENZA bensi della necessit dello INTERO, na inglabaytte iI d i v e n i r e nella FORMA del pnocesso" Il processo -di contro, pen il metafisico a y:ate po'st- appartiene in afo allo APPARIRE, che apparire non interamente dello INb"isogna
TERO

dello "intero", poi che nestunn caaa PU}' incrementare lo rntero, struttura solo formale poi che lo "incremento" vie ne mantenuto come inetLzmenfu.aa dello intero stesso" I'l fatto si che il "metafisico" a. yta"ntz fratt non ab

roso:

la

iJ primo, se fosse coerente e rigoStruttura

STRUTTURA F0RMALE DELL0 INTERO"

di polernizza?e

Ebbene, 1a "metafisicd", che a palf.e aytfe concresce SUL mondo, che ne resta il presupposto, a pante yto,st rrrl IL M0ND0 stesso come SUA 'radice'. A ytante ayttz essa va mendicando un DIRITT0 ad essere (anche quando lo afferma con energia) d,{notn-ando (al "mondo") che non la si pu negare, a. ytante- pciat essa fa essere il mondo, s che questo il PR0D0TT0 ignaro della propra radice e la metafi

"

sica effettivamente d i s p i e g a s i nelle'forze' che dominano il mondo e se lo contendono. A ytotfe anf.e non c' posto per le aquie" A ytante yto,st 1e aqu'ie volano sopra ii po'llaio, misurandosi con i pol1i.

194 -

tne che, cos, 1o 'accadere' dt questa 'aienazione' originante il "mondo" gi il "mondo"" Se ,</ filosofare fosse ESS0 il proprio 'onizzonte' -come non pu non essere, stante che ne la consapevolezza- \a parola "mondo" dinebbe, di volta in volta, ci che xn filosofare le fa dire AUT come "luogo" di interventi e interpretazioni (ed la visione del senso comune) AUT "avente luogo" NELLE interpretazioni (ed la visione comune del I a "cul tura" ) . Con ci, la paro'la "mondo" ha costantemente un signi ffcato: quello che consente di 'intendere' i signficat con i quali la si usa, ossia lo essere '10D0 DI RIFERIRSI ALLA ESPERIENZA, o g g e t t i v a n d o I a come ALTRO dal

Se la impotenza speculativa non pu non considerare "mondo" tutto ei ehe accade, senza avvertire che, cosi, non fa che nipe.tQJLe con la parola "mondo" a parola "accadere", sono proprio i post. metafisici che, comunque,non nescono a dire nulla senza parlare del "mondo"" Il curoso "cultore" di cose filosofiche ha campo per esercitarsi" Uno -paradigma della idiozia pi accomunantenon avverte ehe "tutto-ci-che-accade" non sgnffica niente (non solo perch "accadere" 'accadere-in', ma perch a parola "tutto" ndica, comunque, il non-accadere)" Un altro -paradgma del filosofare profondo senza rigore- con sdena lo "essere-nei-mondo" come 1a inseparabi'lit del I'cirr dalo "Esserci", senza avvertire che, cosl, i "mondo" lo esserCl stesso, il quale, dunque, non NEL mondo" Un al tne ancora -paradigma d un filosofare meccanico, senza prfondt"t- usa la parola "mondo" per indcare la interpretazione alenante e alienata, dello "appanire", senza avver-

w,

,-

I t
I

zapwLe:'e. v' "mondo" che non sia di gi "mondo -disgnificati" e, dunque, di i n t e r p r e t a z i o n i (ungQr'l.ti NEI "significati" stessi AUT eonene,aeenfi SU di essi. Nel primo caso vi compa"tono le "cose" alle quali si daranno "nomi", Ine lo essere-cosa gi "nome", ne1 se condo caso eompaiono "nomi" da d a r e alle cose, P0

lo

Cosi non

STULATE come

195 -

indipendenti dai 'loro nomi " ta interpretazio ne FUNGENTE nei "s{gnificati" a p p a r e come a Q.* AQfrQ.-cald. della "cosa", rispetto al quale possa risultare 'interpretazone' eons"iderarla NEL TEMP0 che d,ivi*i-one" impossible dello essere. La interpretazione C0NCRE come ricerca de SCENTE sul "significati" a p p a r e le p a n o e che, pi d aitre, lasciano a p p a: n i r e la postulata 'originariet' della C0SA" Ed cos che s procede a valor"izzare -insipientemente- gli
aLn. Doppiamente insensata questa valorazione: da un canto perch essi aytpan"tengono, comunque, a ci che -per tesideve venre disaTienato (o salvato dalla alienazione) e, dunque, non possono s e r v i r e a quest'ultima, dal I'atro pench sono, comunque, M0DI di agge"tLLvane 1'espe rienza e, fatta oggetto, di trasformarla in "mondo". Anzi ehe trascorrene alla retonica dejla alienazione generatri ce del "mondo" (o addebitare a Platone la malattfa mortale che si noma "Oceidente"), questo da compiersi: i n-

che lo'oggettivare'bensl esperto, ma la esperenza non PUO' venire o g g e t t i v a t a. E ogni qual volta si dice "cosa" -senza intelligeres subisce questa oggettivazione"

te I

i gere

0ggettivare a. significare sono tutt'uno. Struttura il RIFERIRSI RIFEREND0 (XXXIi)" Ci che subito a vedersi qui CHE anche 1o'ente' (lo e s s e n t e) signficazone, cquo(La consistente nel riferirsi ai peli della bar ba di Socrate riferendoli allo "essere", cosi come drli "fenomeno" riferirs ad essi riferendoli allo "apparire", cosi come dirl 'peli de'lla barba d Soera te* r'ifeninsi nello intreccio (o 'serto') di signitieaT ehe ne risultano vineolati.
ne

porta che naa,sun signfeato PUO' venire pnvilegiato conre IN SE' 'fondamentale', poi che, di voita in volta, $unge

Cheogntsignifieatosia f unz'i onale

im

196 -

da fondamentale quelo-che r i c h i e s t o a fine dt usare un 'detenm nato' si gni f i cato. NON ogni costrtl zone abbisogna del medesmo fondamento, sl che -di conl tno- a c r i t e r i a r e il FONDAMENT0 la costruzione abbisognante di esso.

Cosl, la rcerca del fondamento-di-tutto riso]ves nel TUTTO come fondamento di TUTT0, ossia nella vavu.t di ta'le rfcerea" La domanda kantiana -paradigmatica- "su a qualefondamento?" eoncerne, infatti, la p retes ad un diritto, che non PUO' Lzgifl'tnLe. se stessa, s che il SUO 'fondamento' NON PU0' venire invry'ts.to eon T'avtnI-'ti della SUA pretesa (e, per tale verso, i'l fatto non HA fondamento in se stesso), n PUO' venire inytaatn F ta'le con I a tinf.u tra pretesa e 'legittimazione (e, p! pu essere ESTRANE0 ve!"so, i fondamento del fatto non . a'l fatto ) Poi che 1 si detto "fondamento" eriteriato a muovere dal suo "fondato" -abbisognante di esso- NEL fsndamento si trasferiscono i caratteri del fondato, meno lo essere-fondato, si che esso RISULTA 1a "radice" DA CUI il fondato d e r i v a il proprio esserci. Allora che la ricerca-del-principio si equivoca con la determinazione -architettonica- del "fondamento", il PRINCIPI0 si connota come F0NTE dello essere del SUO "principiato"" 'la ri cerca Ebbene, una "rRetafi si ca" che si avvi i a'l det PRINCIPI0 equivocato come FONDAMENTO tubi'see'la logica 'architettonica' del fondamento PR0GETTAT0 a fine di SOSTENERE que'l1o -e non altro- fondato, s che il PRINCIPIO da essa trovato da essa ESCOGITATO. Ta]e "metafisica" f i s i c i z z a il principio. Una tale "metafisica" trover bensi iI SUO fondamento, nd appunto SU0, poi che nel M0D0 di ricercarjo e, quindi, di trovarlo, essa assume ci di cui lo cerca (la si detta "esperienza" da ESSA oggettivata come SUO punto di partenza) in QUELL0 che il SUO modo di as-

senz'altro, ma -per usare una pregnante espressione di M" Gentile- " il primo degli dei". In effetti, ESSA DIO a se stessa, IN SE'
Cosi,
SUO DIO

sumerl a.

il

AD ESSA, DIO

-197-

nve

rti ta

(,,tLLzi-amewte"ei-di-cu cereaval PRINCI: PIO (denominando'lo "m0nd0") da QUEL "prfncipio" ehe e r a di gi pnede"tenill-yLs,ta neila stessa rieerca. Che QUESTA "metafsica" abbia diviso f1 M0ND0 da DiO 'nella pretesa di "trovare" Dio- non dipende, pentantoda lo AVERE CERCATO IL PRINCIPI0, ma dallo avenlo EQUIVOCATO COME F0NDAMENTO :o ragione di essere DEL mondo-. NON LA "metaf"sica", MA QUELLA "fisica" HA perduto DIO, nominandol o. A ytan"e ytoat ancora QUELLA metafsea -fisca che a ytante ayLt"e naninava Ja "esperienza" ed atLanomina 1o ESSERE"

fica che i'l di vt so

Che QUESTA

-per dire con Hegel-" "metafisea" sia RADICE del "mondo" sign1 M0D0 in cu ESSA ha eercato i'l PRINCIPIO ha

CXXIV

Nominare Io "essere" bensi "dire-che-lo-essere-" (anzi-che-non-), si che, una volta nominato, non v' posto per altro "processo" oltre quello che a n a I i zz a il nominato. f', infatti, NELLO "" tutto ci per cui si e s p l i c i t a, "raccontando" -miticamenteCHE'non pu divenire', CHE "" eterno, CHE " fnsepara bi l e da ei -che-" Ecco 1 punto. LA RICERCA che a, ytatte ante insorgeva come ricerca-del-fondamento, a ytw"e ytoat non insorge, ma RtrTORNA su se stessa C0ME VEDERE i1 gi-veduto nel l'40 D0 in cui ritiene che DOVEVA VENiRE VEDUTO. I'l "mondo" E appunto jl modo non-vero di VEDERE, poi che IN ESSO lo "essere" separato-da-se-stessocome di ven i en"

Se non ch quel1a espicitazione per ia quale dello "essere" d'icesi -con lo rr11- ehe ETERNO, 'in tanto si compie in quanto RAPP0RTA -significando- I0 "essel"e" al TEMP0, di contro al quae lo essere SEMPRE e, per dire "immutabile" RAPPORTA lo essere al mutare, di contro al quale lo essere COSTANTE"

te ei

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e"

- le8 Cosl, la esplicitazione, che NON PUO' NON essere ana itica, NON PU0' NON compersi in r a g i o n e di ci che la rende $af,Libi,Le come "intervento" inteso a TOGLIERE lo intervento operante ll MUTARE e il TEMPO. E' in r a g o n e (rapport) del MUTARE -estra neo allo 'essene'- che dello essetre dicesi "mmutabier, s che ytnoptuLe la immutablt NON u" 1o euele atuao. SENZA il "mondo" -che alienazione- non APPARE la "immuta bilita" o "eternit",la quale SINTESI del negato (i'l mg tare) e della sua negazione (o essere) ed SINTESI NEGATA dal non-essere di uno dei SU0I "termini" (il mutare), il quale SVELAT0 come non-essere dall'altro SUO "termine" (10 essere), il qua'le, pertanto, non SUO "termine" affat to. VEDERE le cose COME dovevasi vederle -fuori alienazione- NEGARE che esse -nel'la alienazione- siano VEDUTE come si dovevano (e s devono) VEDERE. Con ci, il "vederveramente" non appartiene ad una POSSIBILITA' che sussi sta indipendentemente dalla CADUTA NELLA ALIENAZI0NE, la quale -pertanto- vncoLe negativamente a se stessa quel
VEDERE "

le

La "metafisica" (che appunto 'alienazione') vincola negativamente a se stessa il VEDERE che SAPERE la si det ta 'alienazione metafisica'" Il "vincolo" ancora alienal , dunque, tolta. zione e, ittaLene, 'alienazione saputa' ! Ma i senso comune che vuo'le'andare a vedere come stanno le cose'" PER ESSO, cercare la VERITA' ha un solo senso: "vedere come stanno le cose", si che, P!F esso, do mandars 'che cosa LA vert' significa "vedere come stan no 'le cose a proposto di verit". Che domandarsi -intanto- facendo VALERE la pretesa di VEDERE la VERITA' alla stregua del vedere-cose, donde I'espressione "apparire del la VERITA'". Rispetto a questa pretesa, la situazione del metafisi co a patvte pott la medesima del metafsico a pattz ante, anche se questi non lo riconosce.

199 CXXV

Ci che IMPLICIT0 in una asserzlone della nedui ma. ra.diltn di ci che -ntanto- presentasi espfcitamentel trA" inpUri,to uA ", "A A" Ebbene , ne,(2o asserto , "A non non A". Esplicitare vuol dire c o n d u r n e lo implicito alla medesima posizone d c ll't cui "mplici to"u sl che qui"l'asserzione "A " (e le due connesse) n tanto esplieitata in quanto c o n d o t t a ala espl'icitezza INIZIALE di "Au" Dove s pnetenda che la asserzione iniziale sia, in vece, o "essere", o "essere" collocasi al posto d "A" ed , comunque, di "A" che si as
seri sce La asserzione "A " NON PUO. venire d i v i s a da 'Arr e da "A A" e da "A non non A", poi che ciascuna di esse "" TUTTE LE ALTRE come M0D0 o ASPETT0 diverso di r i f e r i r s i, significando, per la DIVERSA f u nLa dvwsA di "funziore", confusa con la ALTERITA', d luogo alla pretesa di DEDURRE aut di RIDURRE'l'una dalla o all'altra quelle asserzioni, nonch di INTEGRARE 'l'una di esse con'le altre. Di qu la i n s e.n s a t e z z a di parare di "principio di IDENTITA"' e di "prnci-

zione

chede]loUSO"

pio di NON CONTRADDIZI0NE" i qua'li -a pari titolo- S0N0 ci di cui diconsi PRINCIPI. Il s detto "principio di identit'l E' la ridentit' f o r m u I a t a COI"IE 'prncipio'" Il si detto "principio di non-contraddizione" E' la 'incontrad dittoriet' f o r m u'l a t a C0ME 'principo'. Princil po di che cosa?
Que'l I

,4A,AnonnonA)"
Se non ch,

stono nel RAPP0RTARE 'lo "esse re-di-A" ad A (o rapportare "A" al SUO'essere') C0ME SE 1; asserzione "lo essere " avesse una propria POSIZIONE d i v e r s a da'lla posizione d rrA'. La asserzione che le sot tende , infatti, "lo essere " (essere, 1o essere esserel lo essere non non essere), la quale TRASCRIVE con 1a parola "essere" tutto e non altro da c che dcesi con "A" (A

F0RMULAZI0NI consi

asserire "A"

st

nu

tt

-200_
asserire che "A -anzi-che-non "(A A anzi-chenon-A), sl che l'asserzione INSORGE contro la alternatva DALLA qua'le non pu SVINCOLARSI; la dove ne]1a 'formulazione' delo "essere " -che trascrve la asserzione "A"essa NON PUO' NON niprodurre quea aternativa $aeendo Q6ehe i'[ non-essere: "10 essere anz-che-non-essere". La alternativa "A au.t non A" trascriv si nella alter natva "esse att.non esse", ma il 'non-A' non COSTRUIT0; I'Arr, mentre il"nonessendo costitutvo della asserzione esse" TUTT0 COSTRUITO perch non costitutvo de'l'lo al ae, bensi de'lla a s s e r z i o n e "esse" " La qual e , IN QUANTO ASSERZI0NE, n u I I a"
CXXV

te

Con la si detta "identit dello essere" dicesi in ve ce'lo "essere dela identit". La quale sottesa ANCHE alla propria NEGAZI0NE, che -per esserlo- deve esserlo I-

Cosl, la espnessione "" significa "identico" AUT non significa nulla" Identico "identico-a", s che PER ESS0 RICHIESTA una d u a I t , per la quale di un MEDESIM0 dicesi e che " identico-a-se-stesso" e che " i denti co-a-al tro" " I I "se stesso" A CUI 'lo i denti co ta'le appunto lo "'identico", si che "identico a s" signfca "identico allo identico"" Con che 'lo "identico" non dice NULLA perch suppone TUTT0" Che "A" sia identico-a-s suppe ne TUTTO di "A" senza dire nulla DI esso. La "identit'di A rrif.'uno con A, s che essa NON PUO' pensarsi OLTRE il darsi-porsi- di A.
Quella "dualit" senza di cui lo "essere-identico-a" insensata la stessa insensatezza dello "essere" inteso come SINTESI di essere e determinazioni dell'essere" Ta le "sintesi", infatti, trascura che 1a "identit de]l'essE re" (ci-che-lo-essere-) non ALTRO da'lto "essere dellastesso del qualcosa", questo non affatto.

DENTI CAMENTE.

identita" (ci-che-la-dentite-),

il

che

quaie non

lo "essere se ALTRO dal qualcosa o

201

Cosl, LA SINTESI delIa DETERMINAZIONE "A" CON L'ESSERE E'SINTESI DI "A" CON SE STESSO. Allora che una "determinazione" entra in SINTESI (n pu avere senso una 'sinte si' originaria, se sintesi-d),essa gi STATA SEPARAT dal proprio "essere", di gi iI proprio non-essere. Qui -prima di trascorrere a retoriche fumose e suggestionantidevesi PENSARE. PERCHE' non ba'sta dire "essere" o "determinazioni", ma dcesi "determinazioni dell'essere" e "esse re de'l 'le determi nazi oni " ? Quel passo avanti -unico dopo Parmenide- compiuto da Platone con il r i c o n d u r r e e determinazioni ne,ILo "essere", cosl inteso, non RESTITUIRE alle determi nazioni lo ESSERE che S0N0 esse stesse?
cxxuy) .'.-.'--

sintesi , piuttosto, di DUE ASSERTI: dello asserto che -intanto- privo di validit come asserto e della validit -asserita- di quello asserto, Anzi, quelIa "sintesi" di TRE ASSERTI ALL'INFINITO: delio asserto privo di validit, della validit asserita di ta]e asserto, del'la sintesi asserita tra asserto e sua validit. E' per evitare o ot apeitwn che assumesi IMMEDIATAMENTE la "sintesi" come C0NCRETA, sl che "asserto" e "validit" risultano TALI per que'lla "analfsi" n cui sono ENTRAMBI astratti rispetto alla concretezza che QUELLA "sintesi""

La insensatezza nivelasi nel'lo asserto "la verit sintesi dell'asserto e della validit o fondatezza assoluta dello asserto". Che questa sia la VERITA' deilo "asserto" tautologia come identit con l'identit, ma se'la VE RITA' TAUTOLOGIA p e r -ch DIRE "VERITA"? Se la "veritu SINTESI di UN asserto con 1a sua 'va lidt', al'lora COME asserto que"lo PRIVA di validit,si che UNA VOLTA ASSERITA, la validit non pi tale. Se la validit di un asserto ASSERITA, essa appartene alla SINTESI con quello asserto di cui "" validit, si che la

-202-

lidit dello asserto inseparabile C0NCRETAMENTE dallo as serto, si che 0GNI asserto conclLetanznf.z valf do C0ME AS
SERT0

Ma

-in tale caso- la sintesi

non

UN

asserto, la va-

e la analisi di una sintesi che NON UN asserto tro va nella sintesi'lo asserto che NON e'uche non se non c s tr uzi one del suopreteso "analizzato": loasser to C0ME asserto e la validit (dello asserto) C0ME validit.

Poi che trattasi d'i luogo paradgmatico dello scolasticismo bene precisare ancora. Quella "analisi" s dfspone o p e r a t i v a m e n t e SULLA "sfntes" a fi ne di TROVARE in essa g1i ELEMENTI e la loro UNITAr,fid eSl sa e n t i t a t j v a m e n t e'lo equivalente della "sintesi", poi che nul'la pu esservi di diverso" La "sin tesi" .ind.Lca.ta a n a I i t i c a m e n t e, venendo jndicata appunto eome "sintesi DI asserto e SUA va'lidit", si che in tanto par'lasi di "sintesi" in quanto ,sano gid. n vi,sla gLi 'elenenti) de,tLa" tiyttes Atutd.,
rrrt Ma considerare CONCRETA la sintesi come considerare ASTRATTI suoi elementi come elementi. Che come dire che lo asserto IN QUANTO asserto astnatto, la

sintesi

validit IN QUANTO validit astratta, onde lo asserto lido -come asserto- astratto rispetto a se stesso"
CXXVI

VA

Dire che Ia VERITA' sintesi deilo asserto con la va e q u i v a I e a dire che essa sintesi del 'non vero per se stesso' (asserto eome asserto) e deljo 'essere vero del non vero' (va1idt dello assento)" Quella "sintesi" (di asserto e validita) e,sl.tw+e.a" ad entrambi, s che AUT non MAI (10 asserto del'la validi t di un asserto ancora, come asserto, privo d valdit) AUT lo SEMPRE (ogni asserto vero e la VERITA' un asserto che ha per a s s e r i t o ogni asserto nel suo essere asserto). Se non ch, 'la "validita" -o 'fondatezza assoluta'- toglimento dello asserto opposto"

lidit dello asserto

-203Cos, questo accade: che un asserto VERO allora che lo asserto ad esso opposto NON E' 'sintesi I ma divisione tra esso e la (sua) validit, che non pi "sua". Ossia: un asserto VERO allora che lo asserto opposto ytod,sede una validt che non "sua" e resta un "asserto". Un asserto NON VER0 al'lora che la validit con cui si presenta, SEMBRA "sua" e non lo , s che pu dirsi VERO un asserto SE E S0L0 SE esso vero COME sembra. In altre parole: vero QUELLO asserto CHE"" .t.d.znLt, di essere e apparre ed identit DIM0STRATA, cosi come non vero QUE! L0 asserto CHE "" d,L[dettenza di essere e apparire ed di fferenza DIMOSTRATA. Su che P0GGIA 'la "dimostrazione"? Essa non pu far va 'lere lo asserto COME asserto (poi che anche lo asserto opposto in tanto opposto in quanto asserto) " Non pu far valere lo a s s e r i t o, appunto perch desso in questione" Non pu far valere lo apparire come vero dello a s s e r i t o, poi che da dimostrarsi la IDENTITA' tra essere e apparire, i dove tale dimostrazione SUPP0NE la'loro differenza. Stante che lo errore APPARE, 'lo apparire come tale non C0ME TALE "vero" e DA dimostrarsi CHE que11o che intanto appare (lo asserto) vero ( cos come appare). La dimostrazione non PUO' ricorrere agli "elementi" (asser to e validit) poi che sono ESSI da dimostrare, n ad dItno da essi, poi che non sarebbe L0R0 dimostrazione" Se non ch un 'asserto' COMPARE come valido AUT non compare affatto" La validit ci che 0GNI asserto PRESEN TA, presentandosi, poi che NON v' asserto che non sia prE sentarsi IN ESS0 dello esperito" Lo asserto rrrr A SE STESS0 la sua stessa VALIDITA'. Ma -ecco il punto- "a se stesso", che come dire che esso NON pu g a r a n t i r e la propria validit se non ribadendola e restando lo asser to che "".
Sua struttura , infatti, 'il S0TTRARSI a discussone" Ci che DA DIM0STRARSI non che esso, come asserto, ""
VERO, ma

che ESS0 -non ostante che come asserto esibisce 1a propria validit, asserendo- NON VER0, non CO[vlE "" a-se-stesso" NON si tratta di PROVARE la validit di un AS

204

ehe, intanto, ne sia PRIVO fino a che essa NON nisulti "provata", bensl di TENTARE quela valdjt (che comunque pretesa) D0MANDAND0 se essa (dunque i1 suo asserto)
SERTO

sfa S0L0 PRETESA.


Non

abbia una SUA 'ragione di esseren -o SUA validit- MA SE quella validit -ragione d essere- che intanto ha, asse: rendo, non sia SOLTANT0 SUA, ch, in tale caso, sarebbe ESSO 1a ragione delle proprie ragioni e sarebbe VERO in quanto asserto ed OGNI asserto -purch formalmente ta'leNiente di pi subdolo, infatti, si d del riconoscimento che una determinata 'posizione' possiede una SUA validft, un SUO rigore, una SUA coerenza, una SUA verit, una SUA'ragione di essere': da vedersi appunto SE quelnon puoi dimostrare di AVERE RAGIONE, sono io che devo dmostrare che tu HAI T0RT0" Che tu abbia uM. "ragione" tutt'uno con i'l tuo asserfre, che questa 'ragione' non sia S0LTANTO tua, non tutt'uno con il tuo asserire. Cosi, infatti , ag "ragione" addotta SUFFICiENTE a se stessa -o non viene addotta- ma appunto nea*unn "ragione" (che sufficiente a se stessa) RAGI0NE senz'altro, senz'altro VERITA'" Allora che NON si danno asserti che non si ritengono VERI, non v' asserto che POSSA DIM0STRARE DI ESSERE VER0, senza presupporsi VER0 in questa superflua di mostraz'ione. E cosi, a VERITA' a-t,sutia, bensi "verit" -anche dove non si riesca a dimostrarlo- MA E'VERITA'di
QUELLA ASSERZIONE.

si tratta di stabilire

SE un asserto abbia

non

sarebbe

VERO

"

la tu

SUA

esibita validit sia validit senz'a'ltro"

Insomma

CXXVI I

palesa 'la appartenenza -insupenata- del metafi sico (a pnfe pc,st, oltre a que'l 1o a pattf.e ente) al 'senso comune' PRE-filosofico: 1a VERITA' da trovarsi , eomunque, "come stanno le cose" a proposito di VERITA'" Dove il non-metafisico non ha aitra strada oltre que1la dei Qui

si

-20s'lo IMPOSSIBILE "confronto" tra asserzione ed esperito (che tiene ngenuamente separati ), l "metafisico" a ytaute anf.e mantiene valido quel "confronto" allora che si tratta di "cose" e non pi allora che si tratta di F0NDAMENT0 di Verit de'lla "verit" delle cose (per il quae ricorre a'lla dimostrazione per 'e,LwrcLot) , il metafisco a patrfz po'sl. -che non scinde tra VERITA' e verit-di-cose- da un canto dichiara nulIo quel "confronto" (e giustamente), dal1'altro assume 1a VERITA' come sintes dela verta-di-asserti e della VERITA' stessa" Cos le asserzioni equivalenti "sintes di essere e determinazioni dell'essere" e "sintesi di asserto e di va idit dello asserto" appartengono DI DIRITT0 al prefioso fico. E cosi accade che il metafisico a ytatrfz anfe CREDE di essere "metafisico" senza esserlo e quello a patfz pott CREDE di non esserlo pi, mentre 1o ancora. I1 primo un f s i co cheVUOLEessere "metafsico", i'l secon do un metafisico che NON VUOLE essere metafisico per non
Per il primo, il "senso comune" 1o Lnd,,scu/s6o da cui e con cui muove; per i secondo, i\ d'tscu's,so in vi primo sta del venire effettivamente $onda.tn" Perci il ptw.Ulnga, inconsapevo'lmente, la fisica in "metafisica", secondo qvvettte che questa operazione i s o I a 'le co se (1 e pl,tq':itz) dal a (l ono ) veri t per c ercare Ia (loro) verit e denomina questo isolamento "alienazione me tafisica", ma c o n c e p i s c e la VERITA' come IMP0S SIBILITA'di isolare le cose dalla (oro) verit e, dunquel
1

essereun fsico.

la "metafisca" alla BASE di una {isLea aliutsft" infatti, di ci che egli denomna 'alienazio ne metafis'ica' lo "isoamento" a s t r a t t o -ma
coloca

I1 risultato,

creduto e vissuto come concreto- delle "cose" da]la dell'essere.


E

VERITA'

insorga a condizione di avere, prevamente, sottratto a'lle "cose" (da fondare) la L0R0'verit', MA la "verit" ad es se sottratta (alienata) ancora e soo verit-de'l'le-cosel

di certo, la ricerca della F0NDATEZZA inane dove

-246CXXIX

dello asserto
rienza

rito'

Ci SU cui da
NELLA

riflettere CHE 'asserito' e


'esperienza', ch esso

sono UN MEDESIMO" 0nde non

si

'espe-

pu

cercare [andanenta
QUELLA espe-

quela che quello asserto" An che i pf banale deg'li asserti come "la neve bianca" una cosa sola con ci che IN esso 'neve'e'bianco', si che lo andare a vedere come "stanno le cose" a proposito dj'neve' d j v i d e r e lo assento DA se stesso, una volta considerato come "asserto", altra volta come "e speri to" N si dica che lo asserto "la neve nera" (o non-bian ca) canno,nio al'l 'esperienza, poich esso eanfnanip a11'esperienza asserita nello asserto "la neve bianca" e v' ALMEN0 UNA 'esperienza' in cui lo asserto "la neve non-bjanca" sussiste, ed questo asserto stesso" Anzi, 1a stessa MEDESIMEZZA tra "asserito" e "esperito" E' i d e n ti fi cabi I e -comeloessere-ancora-quella-nonstante-predicazione-opposta (LXXXVIII)- solo PER 1a COMPRE SENZA di opposti, 1a qua'le IMP0NE che compaia 1o asserto "la neve bianca" CONTRO lo asserto "la neve non-bianca", Alla base delia pretesa ricerca di 'fondazione' degli asserti per ri corso aliasi detta"esperienza" ape
CONTRO
"

Il fare di UN asserto il non-ancora-fondato in attesa di 'fondazione' FAR VALERE una 'esperienza' DIVERSA
-o di altro ordine-

di cui "" asserto"

tu

1a psuedonozione di "verit" come ACCORDO. Opera 1a pretesa che "die tlahrheit ist die Uebereinstimmung des Denkens mit dem Gegenstande" (HEGEL, Glokner, I, 38: Allgemein Begriff der Logik). Di pseudo-nozione trattasf, nel senso che NON ci che abbisogna di apparire: non 'teoretica', ma abbisogna di apparir.e tale a finedi esereitarela sua f u n

Lo "accordo", infattf, ha senso compiuto come "andare d'aecordo" e suppone la 'possibilit' dj un dJsaceondct tra pi di uno in ordine ad un terzo: lo aceordo TRA tenmini -tra loro distint:- funzionale allo USO di essi in c:ndne ad un fine da ottenersi, dxve"nar: da quello che presie-

zi one

ytnnfiea."

-207_
de'la a,ttenzi.one prestata a quei "termini". Cosl, termini in ACCORDO tra oro per un aspetto,po:
sono

DISACC0RDO per altro aspetto e, comun'lo que, "accordo" concerne dine,ttnnettte ci PER cui lo si c e r c a in essi" Allo accordo ,sL (a ATTENZIONE, ma 1o INTERESSE rvolto altrove: a ci che lo accordo consente. Che come dire: dove 1o futf.utuae sia la s i c u r e z z a al riparo di smentite, I a o,ttenz,tone si appunta allo accordo che toglie il RISCHIO, s che a ricerca di un ac cordo inzale tra ricercatori considerato momento itp! scindibile e lo , ma della ricerca d'i SICUREZZE. Di qui la INGENUITA' -tutta prefilosofica- di chi va gheggia un temeno NEUTRALE dal quale procedere "insime"l Di qui lo SCANDAL0 -da Kant paradigmaticamente subto- del disaccordo tra "metafisici"" Di qui la RICERCA fatua di f a t t i indiscutibili sula base dei quali discutere la validit delle i n t e r p r e t a z i o n i e il conseguente POSTULATO de'lla sicurezza del 'fatto' indipendente da OGNI "interpretazione". Lo accordo il FATTO di 'trovarsi d'accordo' in ordinea "qua'lcosa" che loaccordo rende acces s i b i I e a pi di uno ed , perci, COMUNE. Lo aeeomunante , dunque, valorizzato come VALIDITA'e lo , ma per la NECES SITA' che non si discuta ci che C0STITUISCE la "sicurezzf" del C0NTARE su "qualcosa" di FERMO, all'occorrenza. Cosl, 'la u r g e n z a del bisogno da soddisfare SUSCITA'lo a c c o r d o, in s ne.Laavo l bisogno-necessit di es-

risuitare in

Cosi, appunto, lo eventuale STAT0 di disaccordo viene d e p r e z z a t o e.o pao cone INDICE di errore e'lo , ma perch, nel sotteso progetto di trovare un accomunante richiesto, esso inficia iI progetto stesso. A1'lora, un "as serto" DEVE buvarui in -accordo con lo "esperito" o me.tte]i di -accordo con esso, poi che lo 'esperito' RAPPRE-

s0.

rirvisi- ci cheha'la f u n z t o n e di accomunare 'as serti'tra loro ed , pertanto, P0STULATO come i n d il p e n d e n t e da essi, Conci,per,'la dif f erenza tra"asseri

SENTA

-rispetto alla possibilit di variazioni nel rife-

-208to" e "esperito" tutt'uno con il non essere venamente esperito di que.L.La 'esperito', stante che lo iDEALE appul to che "asserto" e "esperito" sian iDENTICI tra loro"
;-^\
cxxx ) \'....---,,

che pretendesi s i su ASSERTI ai quali immane quella e NON altra'espe-rienza' che pnopruLe la a s s e r i t a ed asserita C0l'1E SE fosse dal SUO venire-asserita indipendente ed ALTRA. La ricerca di "accordo" tra asserito e esperito dunque VANA, po che lo ESPERITO di gi ASSERITO nella pur di r e minima e digitale delle 'indicazioni', si che i'l espressamente non se non s v i 1 u p p o de'llo avere gi DETTO a fine che DI ESS0 si asserisca apofanticamente. Che se lo a s s e r i r e avesse alcunch di PROPRIO rispetto a'llo e s p e r i I e, varrebbe come sua. a ] te razi one e, dunque, come sua ne ga z i one" Non posso, pertanto, 'andare a vedere come stanno le cose'PER stabi'lire SE un "asserto" VERO, po che le co se a cui AFFIDEREI il compito di a s s i c u r a r e 1o asserto SU di esse sono QUELLE -non altre- dello asserto stesso. Il confronto tra 'asserti' in ordine ad una MEDESI

Lo

acco

r d o tra "asserito" e "espento" -in "verita"- , puttosto, lo a c c o r d a r

lvlA'esperienza', a fine di stabi'lire QUALE di essi VERO rispetto ed in virt di essa, P0STULA insieme e che quela 'esperienza' sia la MEDESIMA per asserti diversi e che possa esservi 'esperienza' IN SE' neutrale -o indifferenterispetto ad essi. C comporta un CONFRONTO tra non confrontabi'li -o an che lo scambio tra sviluppo e diversft-" Lo s v i L !. p o, infatti, INTERNO a ci DI CUI sviluppo e lo MANTIENE cosi com'. Lo asserire, appunto, 1o s v i I u p p a r s i in esso dello e s p e r i r e. A'llora, NON

TR
E

v'E

'

ASSERTo CHE,

NE

CONFRoNTI DEI_L' ESPERI ENZA

SE I{ON iL.

!,IOD

ISTRINSECI} II'.I CUi ESPERIRE

E,

'

i{ON

AL

ASSERIRE

VICEVERSA"

lo equivoco-: da un canto non vf

Ed eeeo

il

pr:nto

diffcie a penetrarsi - o r"ischio

del

pu essere "asserzione"

-209_
LA SUA RAGI0NE SUFFICIENTE che rrrr la SUA stessa 'esperienza', dall'a'ltro NON VI PUO' ESSERE ASSERZIONE -e,dun que, "esperienza"- CHE SI IDENTIFICHI CON LA ESPERIENZA SEN Z'ALTR0 o COME TALE. Cosi, da un canto, ogni asserzione (che in accordo-con-se-stessa, denominato 'accordo' con la SUA esperienza) VERA, dall'altro la VERITA' non UNA ASSERZIONE. E LA ESPERIENZA NON E' UN ESPERITO.
SENZA

CXXXI

senire'che-qualcosa--anzi-che-non-'- come da&a 1a SUA negazione (di cui quello 'asserire' gi negazione), ffia appunto nulla vieta, poi che trattasi di "uso" che ha in s la propria REGOLA. La quale "regola" esso stesso, comunque, e non pu venine FATTA VALERE indipendentemente dall'u so istesso, come la VERITA'. Un Tarsk pu stabilire che "verit semantica" lo

della parola "verit" verit dello US0, non VERITA' ndipendente dall'uso" Nu,[,In vie,ts, che si usi a paroa "verit" per i n d i c a r e lo "accordo" sul gl accshla,o in che v' ESPERITO-ASSERIT0 e che, dunque, si faccia vaere -per la struttura orginaria dello as
us

Lo

sperienza-del consenso" La verit del'lo USO la regola ad esso mmanente. Lo USO de'lla verit non ha, dunque, la VERITA' per negold ! , dove lo pretenda, non assume la verit se non C0ME'regola' e in r a g i o n e di questa. La quale in r a g i o n e del M0D0 regolato di riferirsi alla esperienza che l'esperienza IN questo "riferirsi". Appunto: allora che

in questa NOMINARE e su di esso che trovano C0NSENS0, il qua'le non'r' la verit se non di se stesso. I'l "consenso", nfatti, la asserta e
n

di Ermogene ne] CruL,Lo platonico: cosl convenuto, " vero" che convenuto cosl. Tarski ed Ermogene non dicono che cosat'" VERITA', ma nomi nano "verit,, loaccor do -stipulato nel nome- s che dove essi trovino anche u:

accordo con

la "realt", ma Tarski

ha

medesimi diritti

ve

sa

Ie

CONSENSO,

-210-

si

t"esmiru,s ad c1uen, che suo P0STULAT0" Convertendo la i n t e s a esperienza in TERMINE,as sumesi i'l TERMINE nowtLnandola "esperienza", si che lo inten dimento la esperienza a lo assunto il termine della as sunzione stessa, appartenente e al processo DI CUI "termi ne" e alla assunzione che tutt'uno con ci che assume,nel modo IN CUI lo assume" Cosi, la a c c o m u n a n t e LINGUAGGIO, che opera nello a^'sunelle PRESENTA come DA ASSUMERSI ci che di gi assunto IN ESSO, ch non v' parola che non abbia la pro

considera'esperienza' senz'altro ci-di-cui si asserisce, il M0D0 -formale e originario- dello 'asserireo VINC0LA a s a.ffhavauo glf "assenti" -ehe sono linEuaggiola s detta "esperienza" di cu r a p p r e s e n t a il tum(wt a, quo dello "andare" n vista del trovare l

pria i s t
rispetto al

o r i a alle spalje del PARLANTE, e quindi, parlante, non APPAIA come n a t u r a"
CXXX

II

che appunto la COMPRENSI0NE heideggeriana pu vewtte aecatLdandot con la comprensione a1truj, restando la medesima e, restando la medesina, nan accattdant con altra comprensione. Nul'la v i e t a, per, che a'ltrettanto dicasi CHE "comprensione", "asserzione", "interpretazone", "discorso", "linguagg'io" DICON0 un medesimo secondo DIVERSI rfferimenti che ne s g n i f i c a n o lo USO in contesti che sono lo USO istesso" UNA a-tdetzone, infatt, sezione astratta -e funzionale nella SUA astrazione- del d)uco,tr"Eo di cui INDICE e il discorso i1 l-LnEuaggia della int"enpne,ta"zir:rtL che lo stesso camfr,Landene nello avere pre-compress ci che

dalla "discorso" e il "linguaggio", d e r i v a n t i c o m p r e n s i o n e, QUESTA la asserita esperienzadi-Heidegger cui NIENTE si pu opporre sensatamente, poi

SE Heidegger-come noto- considera la asserzione come "modo derivato" dalIa interpretazione ed entrambe, con i1

DA comprendere

DA FAR comprendene, DICENDO"Se,"infat

211

ti, in ciascuno di questi 'nominati' si p r e s c i n d e dagli atri, i 'nominati'non sono pi: il r i nv i a r e di ciascuno a tutti gli altri non altro dal loro'essere', ch ess S0N0 questo r i n v i a r e i stesso. Cosi, per, una ricerca di QUALE di ess sia IL fondamentale o lo originario VANA, poi che TUTTI si col locano sul medesimo PIANO che la s i g n i f i c a -z o n e del piano SU cui li si unomina" e li si rapporta

e descrittiva degl altri, s che gi altri va'lgono come SUA e s p I i c a z i o n e ed La Linwrc essovalecomeL0R0 f ondazione.
e encaz on
gna sempre

Ciascuno di essi PUO' f u n g e r e da'originario', nel senso che pu venire considerato PER PRIMO ne'lla

tra loro.

qui che non si confonda la i npensaren e di -che la i o con dol VERITA' rcnnrt.'che cosa verit'? , la quale appartiene allo a,t,se ne it vero DI 'qualcosa' con il 'dire-che-'. Il "veroT dello a s s e r i t o "" non altro da esso, si che'la parola "vere" traduce semanticamente, lo "": di re-che- equivale a dire-il-vero, ANCHE DOVE NON SIA VEROci di cui lo si dice" Allora che, infatti, dicesi ehe un asserto non-vero, dices ehe "" vero" che ESSO non-vero, essendo "vero" 1o asserto opposto. NON SI TRATTA DI DUE ASSERTI dei quali, se uno VERO, allora 1'opposto N0N-VERO - come la

di UN 'filo conduttore'. I1 fatto si che Heidegger parla d FENOMENO del "comprendere" -nonch di FENOMENO della "verit"- e il suo diritto a farlo WAa. alt-av?t/so la C0MPRENSIONE di quello 'essere fenomeno' con cui si ASSERISCE ta VERITA' ittfettpne taia nel linguaggio in cui essa "aletheia". No. Heidegger ha ben DIRITTO di procedere cosi, ma i'l suo diritto non va oltre it diritto di chiamars Heidegger"

'derivazione' -di vo'lta in volta- POSTULATA come quel kantiano 'filo conduttone' per TR0VARE il quale si abbiso

enz

Ci che IMP0RTA

lettena

rando

il "giudizio"

de1 Oe it.enytne.t"Lane pu far ritenere, considecome P0SSIBiLITA' di essere vero o faj

-212so, MA DI UN MEDESIM0 asserto IN CUI lo "" trovasi in strutturale alternativa alIo "anzi-che-non-". QUEST0 da pensare, CHE, PER OGNI ASSERT0, lo 0PP0ST0 E' PRESENTE IN ESSO come c CONTRO cui esso INSORGE e SENZA del quale non SI P0NE COME ASSERT0" Chi,
1o asserisce COlvlE VER0 (an zi-che-non-vero) AUT non asserisce affatto" Appunto, la pretesa "possibilit" del giudizio di 'essene vero o fa'l so' la considerazione FORMALE dello "asserto" gia col stituito e in cui 1o opposto f o r m a I m e n t e e f u n z i o n a I me n te eliminato. Strutturalmente -per a struttura orginaria dello asserire o dire- 'lo ASSERTO E' SEMPRE VERO, poi che an che

infatti, asserisce-lo-opposto

vero asserito "" al vincolato l'asserzione e non viceversa. Asserire la VERITA' (o dire che-cosa-'la-vert-) , dunque, asserire It VERO d4 ESSA, anzi-che-il-non-vero, e, dunque, domandare SE ci che DI essa si dice SIA vero o non-vero; meglio: domandarsi SE di essa NON sia VER0 'lo opposto" Diremo, con espressione sintetica, che la doman da "che cos' verit?" domanda della VERITA' circa Lil VERITA', 1a qua'le non solo p I e o n a s t i c a (per la richiesta nozione di "verit"), ma addirittura c o n t r a d d i t t o r i a (per la supposta aternativa tra verit e non-verit) "
come-vero,
CXXXI I

ternativa), strutturalmente INSEPARABILE dallo asserire, toglie allo asserire la PRETESA di ESSERE ASSERZIONE DEL VER0 C0ME VERO. Appunto perch 1o 'asserire' asserire-

ro".

i'l "falso" asserito, IN QUANTO ASSERITO, COME "vE Ma, appunto, la d o m a n d a (che quel'la al-

iI

Cosi non v' bi sogno affatto d'i un "e apovo'lgimento" , nel senso che la asserzione si costituisca entro un oriz zonte che 1a VERITA'-e non viceversa-, poi che QUELLA VERITA' che lo orzzonte della asserzione "" la verit-de I a-asserzi one , 'l a qua'l e frrLovaea- e coytfltolla I a

-213stessa domanda 'che cosa verit?". La "provoca" nel suo CERCARE 'che cosa veno anzi-che-non-vero del vero' e la "controlIa" nel suo P0RRE Ia VERITA' in alternativa (che struttura della asserzione, appunto) con i'l SUO 0PP0ST0. La domanda "di Pilato" -per dre con Kant- non DEVE venire posta, perch NON PUO' venire posta, stante che essa possiede non altro che la epryenzl" de1 domandare, !ssendo, in vece, lo a s s e r i r e "qualcosa" DEL VER0

r asse fondamento NON essa ottenene PUOr Cosl QUALCOSA.


-sul
parvenza

dello gi r i s p o s t o
'cosa'fatta
LA VERITA'.
C0ME VER0

r i e il

di un 'domandare'. I1 ,s,i,Lenz,<,0 che segue a que'lla 'domandar la vera RISPOSTA: tutto ci che si presenta si

a se stessa allora che acquista la

"vero" DI risposta: essa

ha

presenta

-anche il non-vero-, si che qualsivoglia valere per DIRE'che cosa verit'NON ""

La banalit -retoricamente enfiata- della VERITA' come "opposizione originaria di positivo a negativo" , dunque, la RISPOSTA pi c o e r e n t e con la domanda,for malmente tale, "che cosa verita?", poi che essa a t -

nuovo: la VERITA' come "opposizione originaria di positivo a negativo" la "opposizione originaria -dunque vera- di positivo o vero a negativo o non-vero"" Heidegger non cade in questa banalit (troppo macchinosa, del restor p!p venirgi in mente), ma cade in un'a'ltra : quella di fornire una t r a d u z i o n e delle parole greche "aletheuein" e "pseudesthai" in vista del cogiere
VENIRE POSTA

b u i s c e alla VERITA' (detta per enfasi "verit dell'essere") la struttura originaria dello 'asserire', l dove OGNI ALTRA pretesa risposta a t t r i b u i s c e alla VERITA' qualcosa che appartiene allo 'asserito'. Che appunto lo 'esperito'" La risposta pi coerente alla domanda che non "" domanda la nLptnpo,szi-one della domanda, la quale diventa ris- posta nel senso proprio de'l

tri

di

(pi adegu.a,tnnettfz rispetto al modo comune e tradiziona'le!) la autentica "comprensione" greea del fenomeno della "veri t".

-214CXXX I V

puntintorno ai quali 'la fascinazone heideggeriana sten de un velo -ed ben paradossale per un 'disvelante'lche nasconde le difficolt, anzi che superarle" Per primo la valorazione df Aristoteie, ambigua tra il suo testo -come non fortuitamente stato interpretato- e 1a'lettura'del testo sulla base di una diversa 'interpnetazione' del I e panol-e come testimonianze di una esperienza 'greca' originaria: in questa direzio ne non la "verit" che si cerca, ma 1a comprensione PIU' ADEGUATA del modo 'greco' d'i C0MPRENDERE l'uso gre co del 1 a parol a greca "al ethei a" Per secondo la eccentrica ut'ilizzazione della no zione di "adeguazione", ambigua tra la impossibijt di evitarla e 1a impossibilit di subirla. Per terzo la effettiva povert 'teoretiea' della pnnpoa he deggeri ana: ci che pi vo'l te ho denomi nato , senza reticenze,'impotenza speculativa' .
"

E'

opportuno annunciare,

intanto, in

una

sinopti,i

CXXXV

dj i

pensiero alla cosa- ha senso solo eytflto un concetto di stori a-del -pens'i ero pneg'td,Leanfe I a effetti va i ndi pendenza de'l PENSARE dal 'pensatore': che se, di contro, si considera lo stesso Aristotele come 'esempio' del M0D0

paf.eru.t. aristotelica d modi di "comprendere" -come, ad esempio pertinente, 1a verit quale "adeguazione" del

Per primo -e va subito elim'inato- indviduare

una

te tra loro due trattazioni non confondibili, quella chE concerne Aristotele (e a tradizione che a lui mette capo) a quella che iNVESTE lo stesso Arjstotele, essendone
indipendente e dalla qua'le, ne1
CHE

ncon

t r a r e il

PENSIERO,

si tengono distin

La operazione heideggeriana , di contro, ben altra: scoprire, alla luee dej signifieato autentieo delle paro-

Aristotele

SUO

pecuiare modo,

AN-

pend

e"

-?15le usate da Aristotele, c'i che questi effettivamente dice, ossa far VALERE anche per Aristotele, la "esperienza greca" doLU. VERITA' e, ne'l contempo, far VALERE Aristotele come testimone di QUESTA "esperienza" e, con un passaggo oscuro, far VALERE tutto ci come r i c h i e s t o dalla indagine -teoretica- intorno alla VERITA'.
Ma

si fatto con la osservazione (essa stessa bisognosa di 'media zioni') che"aletheuein", pressoi Greci, s i gn i fil c a "scoprire" nel senso di 'lasciar vedere come non nascost'? In tanto posso s a p e r e d lasciar-vedere in quanto so di NON coprire (di non operare) vedendo (ch questo 'copri re* sarebbe i'l 'pseudesthai ) , ma C0ME -o a
-a prescindere dalla suggestione- che cosa
quali condizion- lo posso SAPERE? E in tanto posso s a p e r e
dere, ingannando) in quanto to che cold, coryo, ma COME lo so? Lo so in quanto, vedendo, non copro, ma perch ritengo che il "vedere" non sia un operare e v e d o CHE non operare, ossia vedo IL vedere senza eoprir'lo per dire che,
vedendo, non copro. Ebbene, da un canto posso "lasciar-vedere" (che di gi "non coprre" ci che da vedere) se e solo VED0 da vedere dunque, ci che e, v ede "scopertamente" anche vel.etui come vedere-che-non-copre, dall'alr tro posso "non lasciar vedere", coprendo, in quanto VEDO ci che C0PR0 (e, per tale verso, lo "lascio essere") e n quanto C0PR0 ci che vedo (e, per tale verso, vedo ci che coperto o nascosto AUT non vedo che cosa 1o copre). Qui, tra "lasciar essere" (senza coprire nel ptendeath*L) e VEDERE e basta non v' differenza, ch I'unica dif ferenza consisterebbe nel NESSO introdotto tra 'vedere' (.g

di'coprire' (nascon

il

se

zialmente (ma come, se lo devo vedere?) al "non-'lasciaressere" che "coprire", allora Heidegger quacosa dice, dice che i\ paetdutln inseparabile dallo aLe,theuein,

lasciar essere) e 'operare' (come copnire e nascondere) colne i n t e r n o al vedere stesso" Se quel "'lasciar essere" VEDERE e bastao ogni atra aggiunta (i1 "lasciar essere") s u p e r f I u a (e Heidegger non dice nie! te)" Se quel "lasciar essere" c o n n e s s o essenme
ma

os

-216sa che
La paura del 'formalismo' gioca brutti tiri al fig sofo: g'li impedisce di dominane la suggestone delle sue scoperte non filosofiche (e, infatti, attengono al senso greco delle paro'le greche)" E dica Heidegger, 'La.aciandoque11o

la v e r i t e di questo"

il VEDERE Louaene,checosa dif f erenza (e la verit di questo) dal suo "lasciar essere" che mostra, La vert che egli vede nel vedere che "a'letheuein" significa "lasciar essere" la VERIA' de,L vedene stesso" Con che, lo essere VER0 VEDERE il vero presup
posto e presupposto resta AUT il discorso heideggeriano incomprensibile. Cosi, per valorizzare in vece il nesso tra 'aletheuein' e 'pseudestha', coerente chi asserisce -qui senza retorica- che la VERITA' la opposizione origina ria di positivo a negativo.
CXXVI

r i c h i e s t o per va'lorizzare Quel "vedere" il "lasciar essene" tale ne] suo VEDERSI come vedeneche-non-copre, si che lo stesso nesso -introdotto- tra "lasciar essere" e "coprire" NON PUO' venire introdotto nel VEDERE caue-t- nesso: vedo, senza nesso con il coprire, CHE v' un nesso tra il "vedere" (che lasciar essere) e il "coprire" (che vedere ci che copno e ci con cui lo copro). Cosi, que'l VEDERSI vedere rende s u p e r f I u o ci che Io richiede: iI "lasciar essere" i,nasavLve Ia parola "vedere" o non pi 'lasciar-essere, ma operare. Ed VEDUT0 come'operare'da un VEDERE che lo "'lascia essere come operare". VEDERE 1 'lasciar essere' -che vedere che cosa 'lasciato essere ci che - lasciarlo essere il vedere che " Se "verite" lasciar-essere, ve dere il non-lascianlo-essere (che un coprire) lasciar essere questo "coprire", vedendolo. Cos, 'lasciar essere ci-che- lasciar essere il VER0, non "" i1 vero" La espressione'essere'ha il me-

-217significato di 'vero' (ci-che-), onde lo vero di ci che lasciato-essere SE STESSO ne]


desimo

essereMIO

ferirni ad esso (i comprendere) SE e solo SE -dal mio riferirmi- 'lasciato essere, ma -ecco i punto- C0ME S0 che il mio riferirmi ad esso lo lascia-essere ci che VE
RAMENTE

ri-

opposto) a1 "lasciar essere", poi che n tanto APPARE in quanto VEDO ci che copro ('lo lascio essere) ci con cui o copro (e 1o lascio essere). Al'lora, questo importa: che il "lasciar essere" ag punto ci che i\ vedurc INTENDE di essere come "vedere", s che da un canto non vi pu essere UN vedere che non sia A SE STESS0 quel "lasciar essere", dal'altro non in qus stione se lo sia "a se stesso", bensi se lo sia v e r am e n t e, se, insomma, non sia un CREDERE-di-vedere che , in vece, un operare occultante che ignori di esserlo. In quanto OGNI "vedere" A SE STESS0 il "lascian essere" tuytutdLuo dirlo, ch dicesi il "vedere" con altra parola. In quanto UN "vedere" vero vedere per il suo effettivo (vero) "lasciar essere", non PUO' stabilire di s SE veda o non veda, se veda o creda di vedere e, per tale ver so, que'f "lasciato essere" nuf)Ie, ch ESS0 -non altrol deve poter m o s t r a r e che lasciato essere e, dun que, che '|OSTRA SE STESS0. Partitamente a dire: qua'lcosa DI 'asserito' VERO -ne'l dire di Heidesqer- se 'la asserzione lo MOSTRA, nel senso che ESSO si M0STRA nel lo essere asserito. Ma la ASSERZIONE rtrr per Heidegger ari stotelicamente P0SSIBILITA' di essere-vera e di essere-fa] sa ossia di "lasciar essere, mostrando" e di "nascondere
coprendo"

al "coprire" -che operare SU di esso, nascondendolo-" Ed ecco il punto: i1 "coprire" NON complanare (ed
contro

"", Iasciando essere i'l mio riferirmi? Posso s a p e r e (o vedere) CHE, vedendo, lo la scio essere (ci-che-) se e soo se il mio vedere "" per se stesso il lasciar]o-essere" D'altro canto, in tanto AP PARE i'l "lasciar-essere" COlvlE TALE n quanto INSORGE di

In entrambi

"

i casi, essa "" VERA ASSERZIONE ed n u-

-218no solo rr* ASSERZIONE de VERQ" Che come dire: NON ognr asserzione asserisce (mostra, il mostrarsi, lascia esse re) ci-che-. qUELLA 'asserzione' che non mostra n al s c o n d e, coprendo. E clunle? Quela che, in vece di 'lascar essere', S i n t r o m e t t e Lttn ci-che e l SUO mostrarsi" Gie, e donde proviene questo-che-sii ntromette? Se esso pnoviwrc dal modo di considerare, bene que sto M0D0 che resta da s p e g a r s i. Se esso dpen de dalla Mlutf,tttst-a. dello asserire bene tale 'struttura' che IMP0NE lo essere'asserzione'sia del vero sia del fa] so" Se non ch, tale'struttura'-ad onta di ogni originariet pretesa- solo f o r m a I e" E' soo 'formale' PERCHE' not-a, 'asserzione vera' il VERO che asserisce SE stesso (e o asserire non "" se non questo SUO' mostrarsi), l dove nel.La'asserzione falsa' 'la asserzione che SI IMP0NE sul vero, occultandolo (e 1o asserire non "" se non questo SUO imporsi occultante). Si pu dire: la VERA il VEDERE in cu la 'cosa' SE STESSA, ]a FALSA il COSTRUIRE in cui la 'cosa' non pi quella e, tuttavia, DESSA che viene OCCULTATA. Cosi, la parola "asserzione" ha due sgnificati, fia ANCHE due strutture: rispettivamente, la struttura de'l VEDERE (in cui non v' operare), la stnuttura del'operare SENZA sapere di operare (e, infatti, CREDESI di vedere QUEL LA'cosa'e, in vece, VEDESI ci che la occulta SENZA sapere che QUESTA che viene veduta). Cosi, una lettura come quella tradizionale del De .tutptte-taL-one ha almeno il van taggio di essere a fondamento della considerazione f o rI m a I e del'la apofarui, mentre la lettura heideggeriana re sta 'formale' senza il vantaggio di una MEDESIMA struttura. E d'altro canto, non pu esservi ALTERITA' tra lo asse rire il VtR0 e lo asserire il FALSO, stante che 1 FALS0 consiste nello ESSERE CREDUT0 VERO, fino a che 1 VERO, occultato, non viene RICONOSCIUTO nel sue essere-stato occul-

tato.

-219CXXXVI

una indagine che Heidegger non compie" Ci non vuol dire che quelle due 'strutture' -che Hei degger non vede- debbano venire fatte VALERE, bensi che, i na volta "introdotte" ( la paroa!), f u n g o n o mee Per canicamente nella loro interna c o e r e n z a" primo, 1o 'asserire' SEMPRE, comunque, un MOSTRARSI. Esso, infatti, gi p r e s e n t e nella pur minima del le ind"icazioni od ostensioni, con cui intendesi UN 'questoT anzi-che-altro da ESSO" I'l "mostrarsi" PER se stesso mo strarsi-come-vero, si che allo interno di questo 'come vero' che si eolloca ANCHE ci che RISULTERA' non vero. E siamo al punto. Mentre i'l VERO si m o s t r a , nel senso che una cosa sola -per la tesi heideggerianacon la sua p r e s e n z a che la'asserzione', f'l

far VALERE le due strutture (del'lo asserire 'lasciato essere e del come MOSTRARSI in esso del 'vero', lo asserire come OCCULTARE in esso i'l 'vero', non lasciato
Lo stesso

essere)

IMP0NE

FALS0
va
tLe, Lo

ri s u I ta
senza

mo s t faceva'essere'nel senso che ESSA 1o presentava C0 ME 'presente' IN ESSA (n, come asserzione poteva fare aT trimenti), si che non QUELLA 'asserzione' che PUO' aver IN SE stessa ci per cui RISULTA non vero ci che ESSA pre

in cui si

COME VERO,

esserlo, ossia che QUELLA'asserzione'r a v a era ESSA che lo faceva ease-

eci-che-risulta ""CHEsi

mostna

senta come VERO. Con ci s precisa CHE ogni asserzione "" a ,se stuaa VERA (o non asserzione affatto), si che non appartiene ad essa il SAPERE che sj PU0'asserire S0L0'come vero', poi che essa a se stessa lo asserire il vero. I "come vero" riconosciuto DELLO asserire, ma sulla BASE del fat to che ANCHE il non-vero (ta1e risultante) viene asserito'come (fosse) vero'. Nella mania degli etimi -che significativa di un f 'losofare di riporto- c'era posto anche per far valere to eti mo del latino "fasum" (ci-che--decaduto dallo essere considerato "vero") (XXII). E ci evidenzia la essenziale

+.empora1 i t

del "falso" (essoERAritenutovero).

-??0Ma

lo importante pome questa DOMANDA: se OGNI asserzione "" A SE STESSA vera, che cosa a s s i c u r a che
ESSA

non r i
Che

da se stesso ogni 'copertura' e che questa sia VERAMENTE rmossa da che cosa pu RISULTARE? E, comunque, non , cosi, prioritario il 'pseudesthai' rispetto allo 'aletheuein'? Ed ecco un punto da non trascurare. Il BIS0GNO -che stato di necessit- di 'asserire' (o luogo genetico del 'la forma-funzione de'lla asserzione), a sua volta .npho-G tanenfe asserito IN ogni asserzione, quella possibilt del 'pseudesthai' -o equivocazione- NELLA quale (e DI CON TRO alla quale) dicesi di "qualcosa" che "" (anzi-ehe-non-

v' un nascondere coprendo -il pseudesthai- che RIC0NOSCIUTO come tale se non da'l RIC0NOSCIMENTO di ci che esso nasconde, dicesi eo ipto che vi pu essere UN vedere che CREDE di essere tale, essendo in vece - e con fiu. az paun- un o p e r a r e che occulta" Ma v' dT pi. Nella d.Lvontif. (che opposizione) tra 'aletheuen' e 'pseudesthai' intesi come NON nascondere e IL nascondere, lo essere-scoperto che SI MOSTRA non muove da se
Se non

(o mostransf scopertamente) a me n t e tale. Attiene al "vedere" che vedere non sia c o p r i, nascondendo, ma CHE un vedere -il quale i n t e n F! d e necessariamente NON operare- sia effett'ivo "vedere" SENZA operare non pu venire assicurato DA cluel "vedere" stesso: esso asscura non altro che la propria i n t e n z i o n e.

re'

sul

t er

MAI "falsa"?

come domandare che cosa

uu v e r

assicur

CHE

il

'vede-

stesso se

non r i

uovend

"vero" QUELLO inteso dalla asserzione, non viceversa 1o a s s e r i r s i del VERl ainpUri,tut in essa" Lo intreccio deve venre d i c h i a r a t o" Ci asserendo, appare PER PRIMO la INTESA 'verit' per che, la quale lo asserire "" PER SE STESS0'asserre IL vero'" So'lo per enfasi -teoretieamente superflua- pu drsi qui che lo 'asserire' ltaufll- a6elLe, ch il dire strutturalmente 'dire-che-'. Con il COMPARIRE del'la erpen.ta- non-i denti t tra l o "" e i l 'di re-che- ' (oss a

), si che i n t e n d e s i

di asserire il

VERO, ma

il

dello
ME

221

e r r o r e) APPARE che lo asserire asserire C0 vero. Cosi, infatti, anche lo'errore' asserito S0L0 come verit, poi che I suo'apparire'COME errore "" il suo RISULTARE tale. Ed in o r d n e aia espenita -asserta non-identit tra Io "" e ii "diren' che APPARE ci che IMP0NE che si dca: i rischio di e q u i v o c a

la INTENZI0NE di verit SEMPRE presente e fungente,ma laveritASSERITAquella ri ch i es ta dal BIS0GN0-necessit di asserire e, dunque, vincolata a
Con ci

re

UNIVOCANDO.

questo.

CXXXVI I

Ora cz che sotto 1o a,tytzc.tl,t della f o r m a, qp pajt-e cone POSSIBILITA' di essere vera e di esser.e falsa della asserzione, quale suo 'contrassegf,o', rilevato da Ar stotele (0e inf.enpe,taLnne 4,17 a l-3), , pen 'la

nannnete NON PU0' sottrarsi a questa DOMANDA e VINCOLA o gni asserzione alla FUNZI0NE per la quale insorge: sottraF

s t r u t t u r a originaria dello a s s e r i r e (LVII) 1a NECESSITA'di assenine i1 VERO di contro alo as serire COl"lE VER0 il falso e questa 'necessit' VINCOLA l; asserire alla ALTERNATIVA che DOMANDA ivttanno allo "esse re cosi o altrimenti da cosi" dello ASSERITO, si che onLgL

6ilur.ttttr.. fonnal-e de]lo 'asserire', inseparable dal'la sua FUNZI0NE (che il non domandare pi). Ancora: sotto lo atpee,u della f o r m a, il dupice vincolo APPARE co me IMPOSSIBILITA' di "essere vera e fasa" dela asserzione o IMPOSSIBILITA' di "essere cosi e altrimenti da co s " del'lo asseri to. Con c'i, appunto PERCHE' non v' asserire che non sia cosi VINC0LATO, asserire il VERO C0ME TALE (ossia svincola

si a quella domanda. Qui si pa'lesa i1 DUPLICE VINC0L0: quello inerente alla ,snt,tutta, onarwnia, del'lo 'asserire' (ossia della altennatjva che l 'domandare') e quello inerente alla

-222to da venire asserito) vincolado e, dunque, contraddir lo" La NEGAZI0NE del VERO -che 1a negazione impossibit;-

compes nella stessa PRETESA asserzone intorno ad esso o su di esso, la quale radicasi nella PRETESA domanda "che cosa verit"? Allora la indagine heideggeriana almeno "superflua" anche se non "inutile": la sua utilit concerne Ia COMPRENSIONE del modo 'greco' -ma sicuro?- di comprendere semantema 'aletheia' anche leggendo Aristotee (e qui la insicurezza aumenta), a sua superfluit 'in ci, che che il'problema' TEORETIC0 essa p r e s u p p o n in quello ERMENEUTICO o non sia o venga r s o

dei termini usat in filosofa.

Ito

CXXXIX

perto" e "coperto"- si rileggono i passi aristotelici aiquali sl fa rifermento, si prospetta una occa,sione che almeno interessante sfruttare: a "preghiera" -dicesi- non porta alo scoperto un 'ente' e, dunque, non apodaniea. scoEbbene, se nela esperienza APPARE qualcosa di p r e n t e, questo 'la preghera. Da un canto nsensato SEPARARE la 'apofansi' come esplicita ed espressa f o r m u I a z i o n e del'dire qualcosa di qualcosa' da quelo mplicito DIRE che OGNI 'atteggiarsi' ne,tLo e sperire, come a preghiera o il comando, dall'altro e sotl to lo upe*tu del m o s t r a r e proprio IL PREGARE che realizza integralniente il 'mettere allo scoperto'. E' insensato separare PERCHE- la 'apofansi' la s t r u t t u r a del RIFERIRE RIFEREND0 che il'signi fcare' (ed ogn atteggiarsi signifcativo o non affatto), sl che le d i f f e r e n z e tra la'proposizione' (che formula lo asserire) e la'preghiera'o i'l 'coman do' son NEL M0D0 di essere 'asserzione'. Ne comando, infatti, non v' QUELL0 asserire che 'dice qualcosa di qualcosa', ma v' QUELLO asserire che'dice il dicente e lo di ee tmperante' ne'lla forma del suo 'imperato'. Il 'pregareT,

E se -facendo credito a Heidegger

del significato

"sco

-223_
sotto lo aspetto del M0STMRE appunto i m o s t r a r s i nella sua forma p pura Pregare, infatti, r i v e I a r e il proprio non-avere o non-essere ci che si pnega-di-avere ed r i v e I a r e il proprio riconoscimento del VAL0RE di col lui a1 qua1e, pregando, ci si rivolge e tanto pi p u r a la'preghera' quanto pi n u d o nel proprio 'esserci'sisvela colui che prega. E' aspetto da non trascurare e che pu trascurarsi so lo SE i1 campo della AP0FANSI viene ristretto alla forma proposizonale dello asserire, la qua'le, del resto, coinci de con la STRUTTURA FORMALE dello assertorio, ch 'la STRUT TURA 0RIGINARIA appunto il d o m a n d a r e che fun ge, nella sua forma espressa, proprio ne'lla 'preghiena'.
Con ci non

che, una volta fatta valere, a]lora da un canto la VERITA' un D0N0 (e la gratuit le- essenziale) e lo atteggiamento di domanda nei confront della VERITA'non una'n dagine', bensi un disporsi ad accogliere, dal'altra non vi pu essere NON-VERITA', poi che non v' pcstc per la e r i t c a che la rlevi, sl ehe lo unico "errore" -interamente sogEettivo e anz morale- pnetendene (espressamente o no) di avere DIRITT0 a dono.
CXL

si intende far VALERE la coppia 'scoperto' -'coperto' come f o n d a m e n t a I e, ftd rilevare

Se il signficato di ayto$aru.r viene egato -come sentbra- a quelo del "manifestarsi" (enfasi dello 'apparire' che equivale al 'venire veduto') a muovere da ci-che- (ap) v e r s o colu a quale 'qualcosa' SI manifesta nel SUO stesso essere-cosi, al'lora cj si immette su d una strada che porta ben pi in l del tragtto percor

pi in l, ne senso che T0GLIE qualsivoalla r i c e r c a, nonch alla stessa ne gazione della ricerca, ch entrambe SQN0 manifestarsi -. par titolo- per DIVTRSITA' includenti anche la 0PpOSIZI0

so da Heidegger.
Essa porta
SENS0

glia

_224_
NE,

lo INCONTROLLABILE 'dirsi' de]'la co phanesthai, ch non possibile DIMOSTRARE -od anche mostrare- CHE essa NON cos come si manifesta" Del resto, n tanto dicesi che "" ESSA, a muovere da se stessa, che SI manifesta,'tn quanto di gi si considera "manifestarsi" (e, dunque, SUO manifestarsi) ci che, nel1a apo 6wuL dicesi DI essa" Qui il VIZIO. Da un a p p a r i r e, inteso come "manifestansi", si risale (ma peonasmo) ad un manife stantesi che a p p a n e" Ed anche nei'lo eventua]e dil chiarare 'errore' (o coprimento dello scoperto) UN non-lasciar-essere, nen possibie ESCLUDERE che 1o stesso 'nonlascar-essere' faccia parte d'i QUEL "manfestarsi". Lo stesso'coprmentQ' c o m p i u t o da un asserine che NON ascia-essere il 'manifestarsi' non soltanto manifestazione di se stesso,ma anche QUEL modo in cui, risutando coprimento ln relazione a 'qualcosa', la C0SA si fa strada verso colui a cu si manifesta" Il VIZIO in ci consiste: che aoZo sulla base dello apparire -che i'l venire veduto- s i n t e r p r e t a 1o apparire come MANIFESTARSI di ci-che-si-manifesta, si che da un canto tu"tto ci che appare "", dall'altro "" aolo ci che appare. 0gn "discniminazione" nesta in':enz esclusa (in quanto compiesi SULLO 'apparire' che invece manifestarsi) e inclusa (in quanto appunto anch'essa appare). Quello 'andare alle cose stesse" che progettavasi con la"fenomeno'logia" si paI esa un "veniredellecose stesse" QUALE unieo fondamento possbi1e del ritenere che QUELLE sono le "cose stesse". Ma se quello "andare" ytneuytytone un TRoVARST duan'L di esse (|-XIIT) e nuta movimento fino a ehe resta un {ug
ra
sa

il 'pseudesthai' un NASCONDERE coprendo, se v' benE un suo m a n f e s t a r s che lo tiene vincolato ad UN 'eopriret manifestante, comunque, sempre a muovere da ci-che apophainesthai? Ecco i punto. Se il 'phanesthai' DALLA cosa, alo
deri

ma a p p a r t e n g o n Q, per il loro in-ute (cosl traducendo 1o hqpatwlra,r.\ a ci-che-s-manifesta" Come INTELLIGIBILE -su questa strada- CHE si consi

il

in

dire-di-essa
OGNI

11"

-2254",0

che 'verit'" Per que'f ytnoge.tfar.ui a n d a r e, non vi pu e: sere -coerentemente- un 'pervenire', poi che il mo v i me n t o vetuo 1e 'cose stesse' non pu valere come r i c o n o s c i m e n t o che finalmente le'cose' ..9 giunte sono le "cose stesse"" Per questo tcopnenfuL v e ni F! , non vi pu essere -coerentemente- altro m o v- m e n t o oltre que'llo del'le "cose stesse" rispetto attequai it "'lasciar essere" necessariamente un "'lasciarle fa re"" Cosi, dove lo abn-eo efi.antQ- non pu fermarsi mai, lo /7 -entayvte on-dyto sta sempre fermo, anche se il primo procede ne'l deserto del suo i ntel'lettual i smo i rri so'lto e i' secondo

questo "venire" componta un TR0VARSI in eae, comun que, ch lo stesso ritenere di esserne'fuori' modo di mi'

nifestarsi

aggira pensoso nel bosco. N si dica che questa valutazione 'arbitraria': su quale base la si pu rifiutare? Non essa stessa "manifestazi one" ?

si

CXLI

fal

"verit" non sia il si detto 'fenomeno di vero-fal so' significa, per 1o ASSERIRL0, che " faso" ehe essa sa 'identi ca al 'fenomeno vero-fa'lso' e, dunque, si gni fi ca RIPR0DURRE la asserzione come possibilite di essere vera o
Che
sa
"

zione

A'llora, que'lla DIFFERENZA onde "verit" non la asser zione NON pu venire asserita e, tuttavia, gi asserita at lora che la si INDICA. Questo bisognava chiarire, anzi che compiacersi della d i f f e r e n z a introdotta" Lo in tento della "asserzione" di "vedere (o mostnare) comestanno le cose", sl che la VERITA' per essa non altro che il COME le cose stanno, nel "cosl e non altrimenti da cosi"" Per quanti sforzi si facciano per e v i t a r e la nocome "adeguazione", dichiarandola "pregiudi zio", essa IMP0NE anche con dichiarar'la "pregiudizi0"" Che essa sia "pregfudizio" sgnifica, che nei

df verit

si

iI

infatti,

_226_
suoi confronti le cose NON stanno cos-come essa DICE che sono. Con ci ge detto CHE la "adeguazione" non altro che lo insongere della stessa "asserzone", si che pro priamente rwnvi puessere asserire chemetquestione g ta n lo a d e u a r e: la espressione "come stanno le cose" per se stessa la "adeguazione" od Dre che -anzi che essere "adeguazione"- la VERITA' il m a n i f e s t a r s i equivale a dire CHE it "manifestarsi" (a differenza dello 'adeguane') ADEGUA come stanno le cose a proposito di VERITA'" Sotto questo aspetto equivale, dunque, a spostare di poco pi in l (e con il linguaggio) la Mala'aadeguazione" deguazione' NON PU0' g a r a n t i r e se stessa" Dei due termini da essa RICHIESTI nessuno pu fungere da garante senza EMERGERE su di essa e metterla in QUESTI0NE" Anzi che essere un rischo di ndulgere al formalismo questo rilievo a AUTENTICA messa in questone della nozione di "adeguazione". Come quella 'intenzionalit della coscienza' che ESAURISCE la coscienza TOGLIE a questa a possibiiffi di esserne C0SCIENTE, cos la "adeguazione" -che FEDELTA' allo 'esperito'- lo esperito stes so NELLA asserzione che lo concerne e, dunque, NON PUOr s a p e r s i'adeguazione'. Se non ch, di "adeguazio ne" parlasi per il fatto che lo 'esperire' '(e, dunque,lo 'asserire') o g g e t t i v a t o si riduce allo "ave re o fare esperienza" (XLIV) e, dunque, a STRUMENT0 da usare (XLV) in tinea con il "conoscere naturale"" Su quult base, sia lo USO della nozione (strumentale) di "adeguaztone" sia la CRITICA di essa mettente capo al m a n i f e s t a r s i dela'cosa stessa' 0BBEDI SC0N0 alla richiesta di FEDELTA' (e fedelt obbedienza]
i ncomprens i bi I e.

alla

talit del secondo: il 'manifestarsi'


stessa n atto"
Che

lo abbandono della pale se strumentalit della prima per la meno palese strumen
esperienza
OGGETTIVATA,

onde

quella

FEDELTA'

'la s nomini "adeguazione" o che la si nornini 'ma nifestarsi', la fedel 6 qUJ. esperienza oggettivata dotp en s are conoscerepnefflosofico POSTULAche il

_2?7_
NON

(per dire con Hege) che NON la VERITA', essendo 'strumento' PER C0N0SCERE LA VERITA'. E cos SUBISCE la mitica confusione tra PENSIERO e LINGUAGGIO. E' lo 'strumento', infatti, giusta la Eineitung alla Fenomwto,Logia doLLo Sytn.t0, che, PER ESSERE TALE, deve NON AVERE NIENTT di
PROPRI0

sia

esse

r e,

P0STULANDO

un c o n e s c e r

ne confronti della VERITA' (o non la venit che esso assicura) e deve AVERE QUALCOSA DI PROPRIO (o non

lo

strumento che )"

CXL

Allora Heidegger -con tutta la sua tematica che mette capo ala 'priorit' del COMPRENDERE - PRIGIONIERO (o sor vegliato speciale!) di Hegel, ma nel senso che ogn suo cammi no compiesi perentroi confinidaHegei (dal_ 1a teoresi) tracciati a'l 'conoscene naturale', pnefilosofi
co"

prefilosofico presso coloro che al flosofare non sono MAI pervenuti o del filosofare -energico, nflessibile, intelligente- si sono stancati.

I'l successo di Heidegger , infatti, i1 successo del

PASrjnGr0
\._

,,A
provenendo,
pg "metafisica" potrebbe superamento
PASSARE

tesse, questo si avrebbe: CHE quel'la si s u pera re" Introduzione, infatti,


a, pa.ntz anfe.

SE

a 'metafisica', da altro

si

Poi che non v' NOZIONE di ESPERIENZA che di gi non sia strutturazione del M0D0 in cui allo esperire comunque ci si riferisce, OGNI RIFERIMENTO ALLA ESPERIENZA E' METAFISIC0. Non appena compare a parola "esperienza" -eomunque fatta significare e valere- compare la "metafisica" ,

-228_
"metafisica" che instaura QUEL "mondo" essere che credesi 'esperienza' ed , in vece, conversione n dato z fatto e sistema,algni$.na"LLv.c in ordine al sot teso progetto d praticare lo oggetto. La nozone di "realt" obbedisce appunto, per lo i'lota come per'lo scienziato come per l filosofo che dichiarasi non metafisico, alla "metafisica" che non appare C0ME TALE poi che confondesi con la si detta "esperienza"" Cos essa confusamente 'esperienza' e confusamente "metafisica" " Con$uanente f u n g e n t e proprio l dove credes assente, 'la metafsca D0MINA incontrastata pro prio perch NON riconosciuta e, dunque, subta" Quale "metafisica"? La pnoto-fisica che sottende e struttura lo esperito nella F0R'1A del 'realer" La metafisica cosl f u n g e n t e appunto la contraffazione oscura della METAFISICA consapevole di se stessa nel SUO d i s c u t e r e la non consaputa'metafisica' csnvQJLtente immedatamente la "esperenza" INTESA in o g g e ! t o e lo oggetto in c o s a, radice del postuatorio
comparendo QUELLA
QUELLA metafisica decettiva (non riconosciuta) e QUE! metafisca effettiva che riconosce la contraffazione e, riconoscendola, non la subisce" V', dunque, un s u b i r e nel duplice senso, del non avvertire che si subiscela peggiore'metafisica' consistente nel CREDERE'esperien za' c che 6affo *I?JLQ. credendola E del non avvertire che IN QUESTA, a prescindere da questa, si subisce LA METAFISICAainpli-o-"tucche co i nci de con la INTENZI0NE intrinseca dell'esperenza,

'compnendere' e 'interpretare' M0ND0. Immersi insuperabilmente in essa, parimenti

il

si subi-

sce
LA

Si cosi "metafsici " SENZA volerlo essere e senza sapere che lo s e, dunque, volendo NON esserlo. Ma ag punto, cosl NON SI E' affatto: appunto QUELLA metafsica (ne duplice senso indicato) che propriamente rrrr e "opera" n quello essere e operare"

_229_
COSI' OGNI ANTIMETAFISICA E' STUPIDA. Lo allora che non riconosce d'i SUBIRE una 'metafisica' non appena dice "qualcosa" (un qualsivogla "significato") e 1o perch non riconosce QUELLA intrinseca m e t a f i s i c i t -coche "" la INTENZIONE di VERITA' f u n g e n t e me esperienza effettiva- in quei 'significati'" COSI' andare 0LTE la 'metafisica' decettiva SENZA per venire alla consapevolezza CRITICA della "metafisca" effettva equivale a p a s s a r e da una metafisica ad un'altra,allo interno restando de'l decettvo E andare 0LTRE la METAFISICA effettiva NON CONSAPERE -dunque lludersi di sapere- che I o andare ol tne C0'lE TALE appunto meta-fi

Allora che si sottopone a CRITICA urn 'metafisica' o metafisica, questo IN VIRTU' di metafisica o la criti ca NULLA, si che AUTENTICA METAFISICA E' CRITICA IN ATT0-' DI OGNI PRETESA METAFISICA E DI OGNI PRETESA ANTIMETAFISICA"
LA
c

sicaononaffatto"

i1 paradigma di questo stato di cose. Leggasi: "Sinora si ammesso che ogni nostra conoscenza dovesse re golarsi sugli oggetti".. Si faccia, dunque, fina'lmente t; prova di vedere se saremo pi fortunati nuL pnobX.wnL deL,U, me,ta(i,sian, facendo f ipotesi che gli oggetti debbono rego 'larsi sulla nostra conoscenza". lCtuibLca. deI"o, Ragone pu tT.a", pref. a'lla 2a ediz. - AK III, pp" 1l-12; corsivo mio). Di quali problemi (e di quale metafisica) si darebbe soluzione coh la "ipotesi" kantiana? Che cosa CAMBIA per la metafisica e IN metafisica SE 'oggetto che si regola sul (nostro) conoscere, anzi che il (nostro) conoscere
Kant
QUALE "metafisica" NON PIU' quella di prima, D0P0 si introdotta questa "ipotesi"? Quella che d i p e n d e dalle nozioni di "oggetto", di "conoscenza", di "esperienza": quella come 'conoscenza di oggetti ch.

sul I 'oggetto?

che

non sono d' 'esperienza'" E tuttavia sono 0GGETTI (di cono scenza)" Que'lla metafisica, dunque, che DiPENDE dalla nozio

_230n d f f e r e n t e m e n t e conoscere "fisico" E "metafslco", sl che essa NON VA OLTRE il c o n o s c e n e e a struttura di questo Cosl, il MEDESIMO C0N0SCERE deve p a s s a r e da.L {,c esperenza aL d,4- LA di questa, restando il MEDESIMO onl de conoscere il proprio 'passaggio', includendolo. Al'lora, il CONOSCERE, p!F essere ANCHE metafisico, deve non essere IDENTICO alla esperienza, fid, per non essere identico a questa, deve VALERE corne f o n t e di esperienza DIVERSA, deve d i v i d e r e la esperienza COME TALE, senza dividere se stesso. Il conoscene DEVEpoter passare' nestando ci che , e DEVE conoscere il (suo) passare, ro! ch ci A CUI passa e PERCHE'passa. Ma quale 'passaggio'
ci che lo compie? Se conoscere di D0VER (dall'esperienza al di l di questa) conoscere PERCHE'passare si debba, il passaggio gi IN ATT0 prima di venire compiuto ed il conoscere RESTA in se stesso "se
LASCIA INALTERATO
PASSARE

ne

di DIPENDENZA conosciuta dal conescere che b, IN SE',

stesso".
Se non ch, questo "se stesso" stato inizialmente considerato come PER SE'- .ln&L66Urcnfe e , d'altro canto, de che ve essere DTTERMINATAMENTE 4af non pu conoscere e la differenza deve NON ESSE d e enz RE SUA affinch conoscere 1a possa (si che esso ,insiem{ al di qua e a di i del proprio passaggio) e, tuttavia,es so non pu ESSERE INDIFFERENTE a 'fisica' e a 'metafisica' au, non sarebbe determinatamente e la differenza non verrebbe CONOSCIUTA.

lo

iff r

ia

ci

vuole Kant: imitare in metafisica "gli scienza ti" i quali "compresero che la ragione vede solo ci che es sa produce secondo il proprio disegno" (AK" III, p. 10)" E v' un senso -a lui sconosciuto- in cui ci possibile per
QUEST0

fattochequegli scienziati sonogia i nconsape v o'l m e n t e 'metafisci' (nel decettivo strutturai'e la esperienza) " 0ra, solo con il comparire della IP0TESI che siano

it

gli oggetti a regolarsi sul nostro conoscerll, compare il


carettere
IPOTETIC0

delta TESI

-eomunemente ammessa

ini-

i\
af"to che

23t

zialmente assunta come ovvia,che

regolarsi sugli oggetti. E cosl


GIUSTIFICARE

conformt allo oggetto) compare per pnima e compare come ovvia o naturale e si impone la necessit di DIMOSTRARE se-ossia di passare dall'ipotesi alla tes- che S0L0 conda (conformt degl oggetti a conoscere) GIUSTIFICA TA, poi che la prima, non ostante la sua ovviet, C non aT tro che IPOTESI. E cosi si mpone anche la necesst di STABILIRE a

-delle due 'potesi'- UNA (la

il nostro conoscere deva si impone 'la necessit di 'la

quali condizioni sa possibile PENSARE 1e due 'potesi' tra lono opposte, UNA delle quali deve VALERE come tesi, qua'le sia, insomma, '1 "luogo" del RAPP0RT0 tra conoscere E og-

getti

da conoscene" Ma compare, cosl,una DIVERSA accezione del C0N0SCERE, po che, ne1a prima ipotesi, esso signifi-

ca

esser e ve, nella seconda, esso signifca f a r gli oggetti cosl come sono ne'loro essere(da noi) conosci bili e, pertanto, indica una a t t i v i t nei'loro confronti E (non lo si dimentichi!) una p a s s 'i v i t inerente al conoscere CHE essi sono 'prodotti' e al recepir li C0ME SE non fossero (stati) prodotti. La seconda ipotesi IMPLICA un conoscere che p r od u r r e (e non conoscere i'l prodotto) e che un r ic o n o s c e r e i'l loro essere prodotti (e non produnli). Cosi, essa non S0L0 1'opposto simmetrico della prima (in cui "conoscere" e "oggetto" hanno il medesimo si gnificato) come se la loro differenza consistesse nello SCAMBIARSI i1 posto, poi che IMP0RTA una diversit df "significato"" Nella seeonda, infatti, il "conoscere" si sdoppi a n "produrre" e"accog'lfere" il prodotto; lo "accogliere" si s d o p p i a in accogliere il prodotto C0ME SE non fosse prodotto e in accogiere i1 prodotto RIC0NOSCENDOLO tale; lo "oggetto" s d o p p i a s i in'prodotto' e in 'conosciuto'" D'a'ltro canto, i TERMINI permangono in entrambe le potes'i: v', comunque, oggetto e v', comunque, eonoscere,

agli oggetti cosi come ESSI sono, indipendentemente dal (loro) venire conosciuti e, pertanto, indica una p a s s i v i t nei'lono confronti, l dc
accede

re

-232-

sl che 'uno NON E' l'altro

e S0L0 a condizione di questa NON-IDENTITA' le due ipotesl si possono PORRE, poi che en trambe INSORGONO net progetto di STABILIRE il MPP0RTO tra oggetto e conoscere, nel senso della domanda sottesa: qug le dei due DEVE conformarsi all'altro, p!F ESSERE SE STESS0? Ma il 'conformarsi'implica DUALITA'e pi non se uno dei due ptwdo,ts dall'altro. Ne segue che, nella seconda ipotesi, lroggetto NON PUO' essene i n t e r a m e n t e prodotto dal conoscere (bensl pu esserlo solo in quanto investito da que sto secondo il modo d'essere di questo, che lo o p er a r e, elaborando SU materia data), onde lo oggetto bensl 'prodotto', ha a condizione di ESSERE s i n t e s i di un clui-d. dato-al-conoscere e di un qu,td che i'l

su cui INTERVIENE, producendo, -e, per tale verso- conformarsi alla'esperenza'che lo d -ma non lo pu accoglie-

Il conoscere, in tae ipotesi, NON PUO' essere i n t e r a m e n t e produrre, n pu esaurirs nel ri conoscere il proprio prodotto, bensi deve ACC0GLIERE ci
conoscere.

"problemi della metafisica", si r i s o I v o n o con la ipotesi kantiana, che restino insoluti nella po-

in quanto conoscere si conforma al proprio oggetto, ri conoscere si conforma a ci conoscendolo, a in quanto u" cfe VEMMENTE conoscere e oggetto del conoscere, rico noscendo CHE lo oggetto NON IN SE'. Per questo verso,lidella prima t var an seconda ipotesi che come dire che o r m a I m e n tra due ipotesi NON C'E' DIFFERENZA, stante che in entrambe v' un IN SE' (nella prima, gli oggetti, nella seconda conoscere) e v' un PER NOI (nella prima NOSTRO conoscere, nella seconda gli oggetti, tali per noi). In che propriamente CONSISTA vantaggio ipotizzato da Kant con la sua "ipotesi" (della quale sembra dimenticare per strada carattene ipotetico) non si vede" Qua-

re senza conoscere CHE nello 'oggetto' NON PU0' NON concorrere qualcosa che non prodotto" In questo senso, la prima ipotesi (quella considerata ovvia) si p r o I u n g a nella seconda (la kantia na) e in quanto l'oggetto non interamente prodotto, ;

il

il

una f

te te il

le il

ll

li

il

-233_

tesi

"opposta"? Se, in quanto'ipotes', esse di e q u i v a I g o n o, che cosa FALSIFICA la prima e LEGITTIMA co

me VERA

Se, per i n s o r g e r e, entrambe IMPLICAN0 la duait conoscere-oggetto, variandone esclusivamente la FUN ZIONE, entrambe e pariment'i DIPENDONO dalla 'assunzione' di tale dualit ed a questa impongono che le si RICONDUCA" Che porre la domanda: che cosa F0NDA la dualit co noscere - oggetto del conoscere? Dove Kant, presupponendo la duajit desunta dal prefilosofic0, avverte che se entram bi VARIAN0 nel medesimo senso o se entrambi PERMANG0NO, non si differenziano tra loro e, guindi, procede a far variare uno dei due PER il permanere dell'altro, in questione ,n vece, con lo HEGEI- dela Einleitung alla FenomenoLogin, 1a RAPPRESENTAZIONE s t r u m e n t a I e del "conoscere", come ADEGUAT0 o non adeguato al (proprio) 0GGETTO, ed equ'i valentemente deJlo oggetto come SODDISFACENTE o no il C0N0

la seconda?

il CON0SCERE STRUMENTO, strumentale OGNI C0 sl che OGNI altro dallo essere strumentale NULI LA. Ed ecco il punto: la DIFFERENZA tra'conoscere'e'oggetto' -quela che accomuna il prefilosofico a'l'le 'filosofie' s tori che- senzadi cui non sorge POSSIBILITA' di scienza alcuna g STRUMENT0 e, dunque, i'l NULLA TEORE
E dove
NOSCIUT0,

SCERE

TICO

sere e RESTA nela sua NULLITA'" La DIFFERENZA tra conoscere e oggetto -essenziaie a'l1'oggetto- fa del conoscene quelo STRUMENTO con cui fat'IaSTRUMENTALITA' taessene'IaDIFFERENZA: s a pe re come tale "" NEGARE che il CONOSCERE come tale sia STRUMENTO e, dunque, NEGARE che tra conoscere e oggetto vi sia DIFFERENZA, ossa AFFERMARE che tutfn ci che dicesi con la paroa 'conoscere quacosa' dicesi con la parola 'qualcosa di cui v' conoscere', t r a s f e r e n d o linguisticamente e immaginosamente un IDENTICO da uno STAT0 a'll'altro, fatti essene -come "stati"- da] trasferimento stesso. Ch, se "la ragione vede solo ci che essa produce se condo i1 proprio disegno" NON VEDE NULLA ed equivalentemen

del (suo) CONOSCIUT0" Tutto resta nella

PARVENZA

di el

-234te NULLA tutto ci


che essa vede.

re') che non sia esso stesso palr"ifierl,tL l VERO, comunque ,sve.tnn.uL SENZA a'ltro 'criterio' OLTRE questo non abbiso gnare pi di 'criterio' alcuno" Ad ogni eveniente obbie-zione al'lo "asserito", questo -non a'ltro- a rispondere: che COSI. si vede o che cosi appare o cosr= si s v e I a. Ed la fine di ogni sensato "cercare" ancora. QUESTO -non altro- il F0ND0 dela heideggeriana va lorazione della pretesa esperienza greca deJ "comprender6" il significato di "verit": la estrema VIOLENZA compiente s con lo estremo "lasciar essere", nella forma, ciordel lo appanente RIFIUTO di 0GNI "violenza".
E

lo e q u i v a'l e n t e TEORIC0 del conoscere come 'la 'adeguazi one ' co STRUMENTO e che ' strumenta'le ' tanto noscitiva quanto la critica alla sua 'inadeguatezza' , St GNIFICA SAPERE CHE ogni 0GGETTO r a p p r e s e n t a comunque i I NON SAPERE si che per un verso OGNI "oggetto" ha in s i1 ytnayw-o 'conoscere' di cui lo equivalente (e 1a critica non vi si pu inserire se non equivocando), dal I 'al tro, -tol ta I a adeguazj one- si pu DIRE impune mente TUTTO CIO' CHE SI VU0LE" Una volta nominato il VERO come "s v e I a m e n t 0", non v' critenio per DIVIDERE (ossia per 'giudca-

Riconoscere CHE la

DIFFERENZA

onde appare

lo

0GGETT0

Se

la

VERITA'
QUESTO

lo svelarsi di

come SVELARSI, dunque

suo nascondersi) e uscire dal pr0prr 0 esserSl nascosta (ed essere QUESTO suo venire fuori dal suo nascondimento, che essa stessa) e A ME" 'A ME' costitutivo del'lo "svelarsi", onde se lo Io, che dice "a me", non VERO, allora a VERITA'non VERA.

sa (ed essere

come n a s c o n d e r

se stessa,
e

SE STESSA

se stes

-235COLUI al quale la VERITA' lo SVELARSI di SE' ceme svelamento, poi che prima e ul tima parola sempre e Ron altno che "svelamento". Di che cosa lo sia non SVELATO: la VERITA' non sve1a, essa

La VERITA'
uu

di

svelasi

non "accade" nulla, accade cadmento d nulla" Ch, se non cosl, sensato parare di "a'letheia" nel senso degger.

za

rrrr svelamento"
S0GGETTO:

si Dunque s*toria,
lo

allora affatto in in cui ne parla Hei-

masen accadimento, dc-

Asserito "" i d e n t c a m e n t e esperito, s che asserire la VERITA' COlvlE VERITA' piuttosto PARVENTE assenire la VERITA' COlvlE QUALC0SA (e i1 dichiararla "svelamento" ancora asserre) ed EFFETTM asserire QUALCOSA COME VER0 (e it dichiararla "svelamento" ancora asserire
NEGATA.
I

qualcosa-come-vero e, dunque, "verit-asserita-della-veritcome-qualcosa". Per ci appunto VERITA' ASSERITA rrrr VERITA'

Cos,

la verit ASSERITA "" -verit-dello-asserire-

tesi come METAFISICA: 1a INNEGABILITA' del VER0 tutt'uno con la IMP0SSIBILITA' di asserirlo, poi che I a At)Lu,tA)/La. otvLgLnan-a. dello "asserire" la ALTERNATIVA di vero e non vero che il VERO esclude AUT vero non "". E qui ineenttnti la TEORESI METAFISICA.
LA TEORESI METAFISICA

o "sve'lamento" Qui la

come veno)

nve

rsi

"

on

effettivamente

compien

l.
La, ad ALTRO. Ma Kant

in cui Kant s i g n i f i c a la "metafisica" , per la struttura del "significare" , i\ tnppoa-totmodo

Il

paradigma de1 SENS0 C0MUNE, s che jl suo procedere qui 1o acenplttn privilegiato di ogni parlare non metafisico di metafisica, che implicito g;rdinfi.U.

sulla BASE, comunque f i s i c a'l e, de'l mondo non me tafisico di considerare la metafisica, che , appunto, no-nconsiderarla per ci che ets6a "", ma per ci che "" quel ]a BASE.

-236Kant -cosl assunto- muove da un S0SPETTO. E gi il "sg spettare" indice d pochezza d'animo" I "maestri del sospetto" sono maestr d questa pochezza" Si sospetta la metafisica di "reato" " La mevu guridca si impone nella forma tribunalizfa della p ro ce d u r a: la metafisi

LEGITTIMATA la sua "pretesa", essa avr il permesso riprendere le proprie funzioni. Le riprender entro i limiti della avvenuta legittimazione. Ma altro ci che s sospetta, altro ci che s ntende, altro ci che si pu fare. Se 'lo itrd.izi-o di reato la discordia tra metafisici, 1a bdte de1 giudizio un gitd,Lzin assunto come BASE. La metafisica p r e t e n d e di C0NOSCERE al di 'l del1'esperienza. La "espenienza" da un canto LIMITATA entro i confin del'la percezione e del concetto connessovi, da]l'altro INCLUDE anche i'l tentatvo (proprio della metafisica) di superare tali confini (de FA RE metafisica v' appunto 'esperienza'). Il modo in cui l'esperienza i n c I u d e anche qus sto tentati vo NON si ri duce al I a 'esperi enza del 'l 'errore ' , poi che ogni eventuale tentativo di s o p p r i m e r e i'l tentativo "metafisico" destinato a falline: 1a stessa esperienza che ATTESTA una e s i g e n z a'metafisica, inestinguibile. Cosi, fal I iscono sia 'la metafisica volta a SODDISFARE tale esigenza, sia a pretesa di SOppRIMERE I'esigenza metafisca. La esperienza -per Kant- attesta un BISOGN0 e la 'impossibilit di soddisfarlo e la impossibilit di sopprimerlo. Ma che cosa PUO' "attestare" pnopnie1a 'esperienza,? Che qualcosa " cosi", ma non "perch cosi". Dunque wrche la esigenza metafisica un "cosi" cui manca jl ,,perch cosi e non altrimenti-da-cosi". D'a'ltro canto, bene 1,esperienza che -l imitata a'l "che"- esige i'l "perch,,, ! , tuttavia, lo esige SENZA perch, AUT non ESSA che 1o esge. Non qui che i giudice si arresta. La sua f u n z i o n e IMPONE che la impossibilit di giudicare non sia rnessa in questione: impone che si pOsrull it diritto a decre tare. Per "sospendere" la metafsica darie suE funzioni, BI-

di

risulti

casospettatade reatodi indunre i 1'l us i one,ingannando. Per tale sospetto, essa viene AoAlJQaa dale sue funzioni e colLoe*tn, in attesa di giudizio e solo D0P0 che

-237 S0GNA

vi POSSA essere 'conoscere' SENZA metafisica e, quindi, che ci si possa collocare in condizione di GIUDICARLA senza fare della metafisica, giudicandola. La metafisica DEVE, cos, essere NON-NECESSARIA. Il giudizio volto a stabilire SE essa sia NECESSARIA, ma ab bisogna di considerarla NON-NECESSARIA o non 1a pu sospen dere, Ci che Kant vede CHE nessuno PUO' giudicare se
stesso

che ESSA

t o I 'l e r i la sospensione, ossia che

la metafisica non ha DIRITTO di stabi proprio DIRITT0, Non si pu, insomma,giu line i crteri del dicare DELLA metafisica CON la metafisica. MA COSI' ogv gi udi zio daLb- metafi si ca gi non-metafi si co e , dunque , 'la metafisica NULL0" PER
e,
dunque, che

sca PRETESA, s quella che coincide con la propria pretesa di necessit e quella che giudica tale "necessit" una PRETESA in luogo di
I

vincoli affatto la metafisica

POSSIBILE? La domanda IMPONE che questa "necessitA"

Quella METAFISICA che pretende

di essere NECESSARIA
NON

EFFETTIVA, ma solo la metafiche Kant opera con DUE "metafisiche": con

egi

tti

riconosce se stessa di Kant non la riguarda" Se la metafisica s t o r i c a m e n t e -al tempo di KANT- fosse stata C0NSAPEVOLE della propria necessit, non si sarebbe MAI accorta di Kant" Cosi di fatto non " Quella categoria modale del P0SSIBILE che Kant manovra offerta a Kant dalla "metafisica" che la va'lorizza. La metafisica del "possibile" gi perdita del Aeytu/b au,c della metafisica. COSI' Kant mette IN CRISI una metafisca che gi IN CRISI senza di lui ed anzi i giudizjo di Kant il prolungarsi della IPO-CRISIA di quella "metafisica". E' la metafisica della RAGI0NE SUFFICIENTE -1a quae strut turalmente "metafisica del possibile"-che IMPONE a Kant (ad ogni piccolo Kant che si riconosce nel grande) d cercare la f a tRAGIONE SUFFICIENTE DELLA METAFISICA, stante che il pretesa ytutclt. della to non SUFFICIENTE e non lo non propriamente UN FATTO (e qui interviene Ia si detta iche
NON

fare con la seconda. La prima nel'la seconda, s che il giudzio

Kant intende

mi

giudicarela prima, maha a

-238stanza empiristiea) ma una PRETESA, Qssia -strutturalmente parlando- una P0SSIBILITA' "
2"

della ragione sufficiente -che pseudo metafisica della sufficienza della "ragione"- SI SVELA (per usare di parola abusata-) con Kant ricerca della rag'ione sufficiente del'la metafisiea come tale" Che come dire -per la struttura di tale ricerca- la ricerca di se stessa: la metafisica come 'ricerea di ragione suffic"iente' ricerca della pnopnia RAGIONE e, dunque, intanto, SENZA RAGI0NE e sempre CON ragione INSUFFICIENTE, ch a d e c i d e r e di tale "sufficienza" cercata non pu essere la
La metafisica

ri cerca stessa " Cos, la metafisica va in cerca di se stessa. Che co me dire questo: per non essere D0GMATICA (ossia per non vef nire accusata dalla "scienza" dj essere SISTEMA che mpone se stesso), essa (che pi non ) cerca di essere CRITICA cer candosi e, dunque, senza EESSERE MAI" 0vunque cerchi se stel s0, infatti, l non si trova, poi che TROVARSI RICON0SCER: SI ed essa cerca appunto di potersi r i c o n o s c e r e. Cercare di riconoscersi in ALTR0 da s equivale a cercare di VENIRE RICONOSCIUTA: facendo proprio i'l sospetto al trui, la metafisica DOMANDA 1'altrui COMPRENSIONE"
3.

E, infatti, arriva Heidegger che la vuole "comprendere". Lo "arrivo" di Heidegger -nonch il suo strapotere sulla impo tenza speculativa che vi si riconosce- ESS0 il super a m e n t o vuoto della metafisica che CREDE di 'raccontare'. Lo poi che QUELLA 'metafisica' che non pu non accettare di VENIRE COMPRESA ha FINITO di essere "metafisica" allora che ha COMINCIATO ad esserlo. Parafrasando Hegel -e a proposito di 'essere finito'- il giorno della sua nascita i1 giorno delMa quella che nasce monta SEMPRE ESISTITA come PR0T0FISICA strutturante di d+gy$icanza le si dette "cose" , ttrndueendo 1a esperienza -altrimenti impraticabile- in M0ND0" Che essa viva S0L0 nelle SUE "opere" che ad ESSA essen-

la sua morte.

-239ziale il M0ND0 di cui "rappresenta" la POSSIBILITA' di 'con figurazione', si che ad ogni "mondo possibile" c o r r js p o n d e una "protofisica possibile" e, dunquer uhit "metafi si ca del possi bi'le" Chi ha INVENTAT0 iI mondo dei "possibiIi" anche colui che ha INVENTATO 1a pluralit dei "punti di vista", ro! ch la richesta del'la "ragione che sia sufficiente" a che un POSSIBILE divenga REALE. Ora, la Log'Lea Lnfuun del "pun to di vista" CHE si "comprenda" la sua REALTA' come POSSI BILITA' d i v e r s a, ch UN S0L0 "punto di vista"
"

IMP0SSIBILE. Cosi, infatti, la domanda "pench l'essere e non, piuttosto, il nulla?" -riconosciuta da Heidegger- SEN SATA e s c I u s i v a m e n t e per il P0SSIBILE, da trascriversi nella domanda "perch UN poss'ibile ANCHE rea Ie?". La aLteltnativa qui comparente tra "essere" E "nulla" proviene dalla assunzione dello 'essere' (che vi funge da immediato) la quale gi IN SE' r i f e r i m e n t o al non-essere. Ma il LU0G0 n cui v' tanfo essere cluwr'to

"possibile" come IN SE' i n d i f f e r e n t e ad es sere. Cosl, .La. contnad-d.zi.one, anz che venlne n-Lconodciu. neiln. 'nozi,lne.' di "ytoaaibiLet', vene L.ni,tafa a,l,Ia. inporti b,Uf. clp non vi aia utw "hagi-one d,L e,ltehe" di o-L ehe
pu-non-u6QtLe. Quella "domanda" , infatti, il senso I o g i a, che ir4tQnaf.ezza mQ,tr,bi!.a E

non-essere e

di cui RICHIEDESI

una

RAGIONE

di

ESSERE

il

di ogni o n t
dell'essere as-

me

pertanto, EQUIVALENTEMENTE, della'esperienza possibile' del POSSIBILE istesso.


4.

sunto come 0GGETT0 e de'll'oggetto assunto come "esperienza" e della esperienza assunta come OGGETTO di esperenza e,
co

Cos, da un canto non v' "metafisica" che NON escluda -esistendo- 1a possibilit di venire 'compresa' da ALTRO, d'altro canto -ancora esistendo- essendoCi per altro-da-s, essa NON PUO' NON subire lo a'ltrui GIUDIZIO sulla BASE di

_?40_

ci che per'giudizio' intendesi e per c del giudicare e del giudicare fondato.


A'llora che,
DIMOSTRARE

ri t

en

Kant continuer a CERCARE lo 'incondizionato', rna con diz'-oywndolo con Ia r i c e r c a, sl che egli, metafisico PER la ricerca dello INCONDIZIONAT0, non lo pi per lo intrinseco condizionamento della sua rrcerca'. In altri termini: se lo incondizionato N0UlvlENO, 'a ricerca , per se stessa, FENOMENO, si che NON possib'ile r i s o 1

a.taoltezza medi ante le DEVE risultare.

STE, allora la espressione' conoscere assoluto' equivarr a QUEL'conoscere'CHE soddisfa IN SE'le CONDIZIONI p r o p r i e di UN "conoscere assoluto", il quale, cosl, asso'luto sar, MA condizionatamente e re]ativamente a ci che DEVE poter 'soddisfare'. Con che allo ASS0LUTO tolta la

r 'sufficiente' tale RAGIoNE quando iT CAMPO preordinato dello e s s e r c i prep P0ST0 senta un che S0L0'la "metafisica" o s s a 0CCU PARE come SUO d d i r i t t o. Che come dire questo: i "problemi metafisici" ta'li risu'lteranno SE e S0L0 SE f a'l I i sce il tentativodi RIDURLI ailLaeJLLz-owL occultanti "prob'lemi" o c c o r r e n t i in quel CAMP0. Se, appunto, pa rad i gmati camente la meccani ca razi onal e NON abbi sogna -ne'l suo catLpuA- , di Di o, allora"DI0"una'ipotes'i 'danon f ingere. E se il C0N0SCERE si articola come un S0DDISFARE condizioni IMP0
e

infatti, UNA metafisica rconosce d dopropria Legif)n,t, comunque tale dimo 1a ver strazione si compia, essa HA RIC0NOSCIUTO legittimit a ci A CUI d e v e risultare, p!F QUELLA dimostraz'ione, 'legittima. Se il rdimostrare' i n t e s o ad esibire una "ragione sufficiente" PER e s s e r c i, allora r i suI t

il

condizionamentoal

qua

ver

que'llo

in questo, n r a g g i u n g e r

quel I o. paradigma sia del Con ci Kant e resta, IN UNO, modo NON metafisco di pensare (= giudicare) la metafisica, sia del modo METAFISIC0 di pensare (= sapere) che 1a METAFISICA non 1o approdo -o risultato- di UNA'ricerca'" Il

il

s detto 'ritorno a Kant',

i'l

pertanto,eompie,tr. effettivamente

- 241
dissolvendo con

il

secondo paradigma

il

primo.

5.

Pi precisamente, IN Kant a Lntttectano -confuse- e la IMPOSSIBILITA' che sia v e r a m e n t e "metafisca" quella che si pretende tale ela NECESSITA' che sia al di l del no'sltto "conoscere" quel VERO per l quale esso
rrrr UN conoscere.

E incentrasi PERCHE'con essa

tn,

de

r e 'la INDiPENDENZA del VERO dal suo vsvtine eanote-iu

Cos, tutto incentrasi nella espressione "al di l"" NON s pu NON i n t e n -

onde

"oggetto" (ne modo de1 suo venire conoda altro esso), 1a metafisica C0ME TALE.npor,sLb.,t-e. Ma impossib1e "" quel1a nterpretazione" Equivalentemente, per, se la INC0N0SCiBILITA'de1 VE
za del
VERO come

le "indipendenza" viene i n t e r p r e t a t a come "conoscenza di oggetti a di l de'll'esperier2a", allcra essa risr.rlta la stessa INCONOSCIBILITA'de'l VERO. Per tale verso, interpretata la "metafisica" come pretesa conoscensciuto da
R0 come

PENDENZA

"vero" QUEL conoscere che ne RICON0SCE'la INDII nieono,scutdoa.c NON vero per se stesso. Ch se ta-

"fenomeno" che fa da pale stra alle esercitazioni accademiche, da'le pi nobili alle pi scolari, non pu venire P0ST0. Rimproverare a Kant che il noumeno ttuiduo itw'sol,to del suo "s'istema" insensa to, appunto perch questo sarebbe "sistema" SE e S0L0 Sa i I noumeno vi si ri so'lvesse. I1 noumeno NON si col'loca NEL fenomeno poi che'collo carsi' fenomeno" NON si colloca AL DI LA'det fenomeno
RAPPORT0

SCIBILITA' del

R0 IN SE STESSO" Quella meduina IMP0SSIBILITA' di conoscE re i'l VERO che VIETA la "meta-fisica" la IMPOSSIBILITA' che sia "conoscere" quello che si pretende SENZA la INCONO

del conoscere da esso, allora clueJ-(n ytnefua, "metafisica" si riproduce nella forma di un "conoscere" VE
INDIPENDENZA

"oggetto"

viene i

t er pr

ta

come

I'l

VERO"

tra

"noumeno"

_?42_
poi che i1 fenomeno che AFFERvIA la neeuA&. del nuomeno. Quela ALTERITA' che preoccupa tnclte Kant il SENSO EFFETTIVAMENTE METAFISIC0 del'la "Critica". Il rapporto COME

esso struttura del 'fenomeno', l quale rapporto AL noumeno, i quale noumeno ESCLUDE 1 rapporto perch esso si AFFERMA nel RAPP0RTO che """il fenomeno, ma si afferma C0ME INDIPENDENTE dal venire affer mato, AUT non esso che viene affermato Il preteso "rapporto" t)r.a fenomeno E noumeno dane del noumeno UNO dei termini del RAPP0RT0, il qua'le in vece rrrr i I rapporto stesso. La i nconosci bi I'it" del noumeno " (ed questione teoreticamente oziosa se noumeno e ucosa in s" siano un medesmo: come si possono distinguere DUE 'inconoscibili'?) non a interpnetarsi con un "purtroppo", o con ahim! come se dovendo conoscere, conoscere non a yta.u,se, ch -di contro- SE quello risultasse "conoscibile", allora non sarebbe affatto il SUO STESSO ESSERE INDIPENDEN TE DA 0GNI CON0SCERE, che 1o i n t e s o da OGNI co] noscere ed "" PER il conoscere solo nel suo essere INTESO. Ma se Kant affida a'l'la "Ragione pratica" ci che resta interdetto a quela "teoretica", allora non coglie il SENSO'ln eui quela che egli rtiene "teoretica" non altro che Atru,ttilri. te.anien di ogni PRASSIT p!F lo essere ntrinsecamente INTERESSATO e FUNZIONALE del (nostro) "conoscene". Non pu essere p r a t i c a m e n t e VERO ci che t e 0 r e t i c a m e n t e FALSO, ma teo. neticamente NON-VER0 ci che yttuLLeanzne. e teonj.eanente considerato "vere" in forza della funzione pratica del c o n 0 s c e r e. TEORETICA la i n t e n z i o n e del VER0, fungente nae'conoscere'C0ME TALE, ma non iDENTICA ad esso ed al'la sua architettonica: per il SISTEMA -che sistemazione in ordine a sicurezze postulate- il noumeno lo scandalo del NON conoscibile che, tuttavia, NON pu non essere, ma per il FATTO che la PRASSI esige il si st ema e NON pu riconoscere "sistema" quel'lo che lascia e s s e r e 'qualcosa' 0LTRE se stesso. IL VER0 -di contro- nella sua INDIPENDENZA dal venire conosciuto ci che, [N UN0, mette in questione 0GNI 'sistema'e ne SVELA la radice
TALE , IN SE STESS0

infatti,

-243esclusivamente pratica e openativa" Ii VERO problematizzante, tvlAl problematzzabile"


6.

E' una sotdomanda affatto VERITA' o N0N-VERITA'-N0N tintesa ASSERZIONE in forma di D0MANDA' in cui 'l'ASSEREN
TE asserisce se stesso .ASSERZIONE.
CONTRO

La domanda "che cosa VERITA'?" -o

alternativa di

la

VERITA' che ne dissolve

eilep e^oped lp 86|, oleuuo9 !p eseu leu

lvu9-]lls

oreduels !p ollull

DELLA STESSA COLLANA

G.M.

POZZO

La storia come tensione etica, 1982

ll problema della verit in Martin Heidegger, 1982 F. CHIEREGHIN ll problema della libert. Note in margine a: VOM WESEN
F. CHIEREGHIN
DER MENSCHLICHEN FREIHEIT) di M. Heidegger, 1983

F.

BIASUTTI POZZO

G.M.
E.

BERTI

Misticismo e linguaggio. lntroduzione al (TRACTATUSD di L. Wittgenstein, 1983 Meditazione su Vico. Filosofia della storia e dell'educazione, 1983 Nuovi studi sulla struttura logica del discorso filosofico, 1984