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QUELLO CHE RESTA

ANTOLOGIA DI RACCONTI
PREFAZIONE DI ANTONIO SCURATI

A RCIPELAGO EDIZIONI

GIOVANI SCRITTORI Iulm

Quello che resta


AntologiA di rAcconti

a cura di

MIChele DANesI
e

ANDReA sesTA
Introduzione di

ANTONIO sCuRATI
Postfazione di

PAOlO GIOVANNeTTI

Milano 2010

Per la presente edizione 2010 Arcipelago edizioni Via Carlo DAdda 21 20143 Milano info@arcipelagoedizioni.com www.arcipelagoedizioni.com

Prima edizione febbraio 2010 ISBN 978-88-7695-422-1 Ha colloaborato alla cura editoriale Diego Dotari

Ristampe: 7 6 2015 2014

5 2013

4 2012

3 2011

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vietata la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata, compresa la fotocopia, anche ad uso interno o didattico, non autorizzata.

Quello che resta


Prefazione di Antonio ScurAti . . . . . . . . . . . . . 7

AndreA SeStA Un passante irrompe con il clamore dellistante nei pensieri di uno sconosciuto . . . . . . . . . . . . . 13 Michele dAneSi Due grandi linee curve . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 27 MdS Il monte opaco . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 43 . . . . . . . . . . . . . . . . . 51

SAlinoch Cos'hanno da guardare

MAttiA conti Palme . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 89 MonicA FerrAzzi Potevamo correre il rischio di essere felici . . . . . 107 dAnilo PotenzA Genio Proibito . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 111 chiArA dAFFini Chi ha paura di Arlecchino? . . . . . . . . . . . . . . . 139 diego dotAri Segnato sulla pelle . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 161 VAlentinA neri Bitterness . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 175

lindA AVolio Galeotto fu il pigiama e chi lo espose in vetrina . . . . . . . . . . . . . . . . . . 185 giulio tellArini scar|(la chimera) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 195 dAniel criStiAn tegA Ceneri innocenti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 217 giuSePPe MArAzzottA Clessidramente . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 241 MArco roMAni Sole grigio niente peggio . . . . . . . . . . . . . . . . . 261

Postfazione di PAolo gioVAnnetti . . . . . . . . . . 267

Prefazione

Questi scrivono come se fossero gli ultimi uomini a doverlo fare. A quanto pare, cos Goethe avrebbe commentato lapparizione delle prime opere di quei giovani che in seguito avremmo appreso a definire romantici. Al netto di un po di sgomento, e anche di una buona dose di dispetto o, forse, proprio grazie a quella sua sconcertata irritazione anche in questo caso il genio di Goethe aveva colto nel segno: al principio del XIX secolo, i giovani romantici esordivano nella letteratura con lirruenza degli ultimi. La loro scrittura, metodicamente sempre prossima al punto di fusione, stava alla tradizione della letteratura come la fine del mondo sta al mondo. Non la ignorava, questo no. Al contrario, se la caricava tutta sulle spalle per saltare con quel pesante fardello nellabisso. La usava come un combustibile fossile per alimentare la lingua di fiamma della deflagrazione finale. Da Hegel in avanti, il soggetto moderno posto dinanzi al compito di comprendere il proprio tempo con il concetto. Benissimo. Ma lemergere della coscienza storica avrebbe dovuto significare la possibilit, e anche la condanna, a doversi appropriare criticamente del presente, e dunque a poter attingere la propria norma da se stessi, senza obbligo di confidare n di soggiacere allautorit della tradizione. Testa alta e sguardo aperto al futuro. Salvo che, una volta uscita dallamnio avvolgente della tradizione, lumanit incontra il proprio futuro su di un versante abissale. Oltranza. Questa mi sembra la parola pi giusta per battezzare la mossa inaudita
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con cui i romantici aprirono la fase contemporanea della scrittura letteraria moderna, la mossa di chi, bruciata lintera flotta alle spalle, avanza alla cieca nel fitto della boscaglia, aprendosi la via con furibondi colpi di machete e attendendosi sempre, con il fiato grosso, da un momento allaltro, di sentirsi mancare la terra sotto i piedi, inghiottita dal crepaccio. A cominciare da quel momento, almeno otto generazioni hanno esordito nella letteratura come se dovessero essere le ultime a farlo. Per due secoli circa, si fatto letteratura in questo modo ultraraffinato e selvaggio: si scriveva come se ci si stesse sporgendo su di un abisso. E, purtroppo, nel corso del XX secolo, a pi duna di quelle generazioni labisso ha poi restituito lo sguardo. In seguito, verso la fine del 900, qualcosa cambiato. Molto, a dire il vero, cambiato. Londa di piena rifluita. Si cominciato a scrivere come se il crepaccio non lo si avesse pi dinanzi ma didietro, non pi di fronte ma alle spalle. La nuova generazione di scrittori che ha mosso i suoi primi passi al giro del secolo e del millennio, ha avanzato con lincedere del camminatore da altopiano: il paesaggio arido, il mare lontano, laria rarefatta, c ancora un sacco di strada da fare e, soprattutto, alle spalle la frattura che taglia per chilometri nella roccia una forra profonda. Tutto il passato sepolto in quel canyon. Ancora quando cominciai a scrivere io, ventanni fa a scrivere intendo, non a pubblicare, perch allora i due momenti erano ancora statutariamente disgiunti avevo addosso la febbre di chi sente di non poter mettere penna in carta prima di aver letto tutti i libri del mondo. E non per umilt. Semmai per arroganza, per tracotanza. Per oltranza. S, questa la parola giusta. Oltranza. Io, ventenne tardo romantico, dovevo aver letto tutti i libri del mondo prima di poter scrivere il mio, perch il mio sarebbe stato lultimo di essi. Il mio sarebbe stato la loro
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tomba. Mi accingevo alla scrittura letteraria con la solennit di una sepoltura. I miei romanzi hanno poi, per, visto la luce a cose fatte, quando ogni rito funebre era gi stato officiato, ogni passione apocalittica spenta. La palingenesi venuta con tutta naturalezza, senza far rumore e, a voler essere onesti, anche un po sottotono. Una mattina ci si svegliati, si bevuto un caff doppio e si ricominciato. Come se nulla fosse. Loltranza sfumata in unardimentosa ignoranza. E sia detto senza la bench minima deprecazione. Personalmente, auguro ogni bene a questa nuova audacia. Oggi, quando si scrive da giovani, lo si fa a valle di una indubbia interruzione nella tradizione. Il crepaccio, lo si gi detto, da qualche parte dietro di noi. Ogni dialettica stata dismessa tra tradizione e innovazione, tra sperimentazione e conservazione, tra alto e basso, tra scuola e strada , si ricomincia perci ogni volta dalla prima infanzia. La giovinezza, somma invenzione romantica, ha del resto cessato di essere una categoria dello spirito per diventare una strategia di marketing. Perfino in Italia, al principio del nuovo millennio, lindustria culturale ha trovato nei giovani la propria stella polare. Non nei giovani lettori, si badi bene, bens nei giovani scrittori. Siamo di fronte a un panorama tutto fatto di esordienti rivolti a una platea di coetanei che per non leggono. unaltra faccia di quella loquacit di massa che impera sui blog di internet come sulle ribalte dei talk show televisivi. Insomma, oggi molti dei nuovi aspiranti scrittori non scrivono pi come se fossero gli ultimi uomini a doverlo fare ma come se fossero i primi. Se ne avranno parecchie testimonianze in questa stessa antologia. Nessun disprezzo lecito da parte dei pi vecchi ammesso che si voglia rimanere al passo con i tempi, quandanche fosse la loro una marcia recessiva.
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Soprattutto, per, nessun disprezzo lecito se si vuole rimanere al passo con la propria giovanile oltranza. S, vero, c indubbiamente un marcato tratto neobarbarico in tutto questo. Ma c anche linfa. Vitalit cruda e verde. Sangue ben ossigenato. Forza biologica. E facciamo allora i nostri migliori auguri. Con ci che verosimilmente li attende, ne avranno bisogno questi ragazzi qui agli esordi. Dei nostri auguri e, soprattutto, di quella loro forza. Antonio Scurati

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Quello che resta

Andrea Sesta

Un passante irrompe con il clamore dellistante nei pensieri di uno sconosciuto

Certe volte, di notte, mentre la maggior parte delle persone dorme, quelli che sono svegli hanno uninfinit di storie da raccontare, e infinite storie pendono sulle loro teste, come altrettante sentenze. Imprevedibili pieghe del caso scontrano fanatici ed eretici, e mentre un sognatore scorge in lontananza una piccola serenit, c chi gode di tutto quello che successo. Gode di quello che non pi. Di quello che resta. Ho appena finito il turno notturno, il letto era comodissimo e pronto ad aspettarmi. Cos timbro, mi vesto e, acceso lo scooter, mi dirigo verso casa. Gi era tutto pronto, chiaro, prestabilito. Nulla poteva andare storto, non sono Ulisse, i miei viaggi durano il tempo della percorrenza. Ma questa tranquillit che alla lunga diventata malsana. C qualcosa di lugubre nella monotonia assordante che martella le strade ubriache che mi portano a casa. Nessuno e niente di niente, mai. La notte non era tranquilla, era l l per essere sepolta. Morta. Quelle rare volte che vedevo qualcuno passeggiare da una parte allaltra, mi sembrava sempre una pedina, o meglio unequazione, prevista e prevedibile come tutto il resto. Ma le cose cambiano.

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QUELLO CHE RESTA

Adesso sono seduto sul mio scooter, e sto tornando a casa. Inizio a vedere del buio, anche se non so se proprio questo il termine giusto. I lampioni che non funzionano, in quella strada, n le insegne luminose. C solo la strada, coperta dalla notte. Non ho ben presente cosa prescriva il codice della strada per queste situazioni, per mi venuto istintivo accendere gli abbaglianti, cos da vedere il pi lontano possibile. Nessuno, nel buio. Cos ci passo dentro e, voltata una curva, inizio a vedere che da l in poi lilluminazione funziona. Che brutto che stato passare dentro quella zona, penso. Il quartiere era un posto tranquillo, e ci passavo, per quella strada, praticamente tutti i giorni. Ma mi ha messo a disagio. Finalmente fuori, ma non sono pi solo: c un ragazzo, che cammina in direzione opposta alla mia. Cammina con le mani in tasca, nel silenzio profondo di chi sta ascoltando il proprio respiro, con il passo spedito di chi ha fretta di arrivare dove sta andando. Un sorriso dolce e generoso gli appare lieto sul viso, alza la testa, forse perch ha sentito il rumore del mio scooter, e, per una strana coincidenza, ci siamo guardati negli occhi. Fatto. Ora tutto evidente, cristallino, immacolato. E non saprei dirvi se se n accorto, ma a me sembra di conoscerlo meglio di me stesso, quel ragazzo, Fabio. Questo quello che gli passava per la testa Qualche ora prima era il compleanno di Massimo, un suo amico, che ha una bella casa sulle colline fuori citt, dalla quale si vede tutta la citt, quando non c foschia. Massimo aveva deciso di festeggiare oggi, offrendo da bere, e ognuno avrebbe portato qualcosa da mangiare. Il
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gioco era semplice, bastava un minimo di coordinazione, in modo tale che non si portassero salsicce e basta. Fabio aveva portato delle cosce di pollo da arrostire alla griglia e che non richiedono tante attenzioni. Fabio non conosceva molti degli invitati alla festa di Massimo, anzi a dirla tutta non conosceva nessuno, ma il bel posto, siccome era grande, permetteva di allargare linvito ad amici meno amici, e ad amici di amici. Giusto per far numero, diciamo. Massimo e Fabio si erano conosciuti lestate prima, visto che entrambi hanno lavorato nello stesso pub in centro. Fra le ragazze presenti alla festa, ce nera una che ha colpito in modo particolare lattenzione di Fabio. Aveva addosso uno di quei vestitini estivi che di solito usano le turiste inglesi, fresco, leggero, sembrava seta, di colore azzurro. Portava un reggiseno bianco, spuntavano le spalline. Aveva i capelli spettinati, mossi quasi ricci, biondi, con alcune ciocche che sembrava volessero scappare via. La pelle era chiara, come se per lei lestate non fosse ancora cominciata, il rossetto era un velo. Si sono presentati giusto il tempo per dimenticarsi luno i nomi dellaltra. Ok, la festa andava avanti, cera da bere e da mangiare. Poi il sole ha iniziato a tramontare. La grigliata era la sera, questo non lho detto prima. Capita, alle volte, di ritrovarsi in un posto senza che si abbia realmente chiaro il motivo per il quale ci si ritrova l. cos per le feste, cos per il resto. Fabio stava pensando qualcosa di simile. Gli altri amici di Massimo, dei quali ora non si ricorda che un nome, parlavano fra di loro, del pi e del meno. Ma c modo e modo di parlare del pi e del meno. Non proprio regole regole, ovvio, ma un certo understatement che se il gruppo ben oliato riesce a salire di livello, altrimenti si finisce in un gioco di ruoli. Il simpatico, lo scemo, la ragazza intelligente, il buddista,
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quello che ha provato lo yoga, uno che ha dei seri dubbi su tutto, uno che la sa pi lunga degli altri in fatto di religione, di politica, di corse dei cavalli, di macchine; c chi potrebbe parlarti per unora di come ha imparato a cucinare dopo mille tentativi, chi continua da ore a fingere di bere dalla stessa bottiglia, chi pensa che in fondo Bush non aveva tutti i torti, chi, stando ad una versione tutta sua del senso comune, riconosce lutilit della Lega Nord, chi contrario allassistenzialismo, chi cita Brecht, chi cita Che Guevara, chi cita Moretti, quelli che non votano e quelli che alla fin fine non hanno capito di cosa si stava parlando, allora dicono qualcosa a sproposito, magari si ride, si perde il filo e si ri-inizia un altro discorso. Fabio aveva davanti una situazione simile. Voci: Alla mattina mi faccio una doccia fredda. Mi sveglia completamente e mi asciugo. S, anchio, poi leggo una rivista o qualcosa del genere. E sono pronto per la giornata. Ma dove lo trovi il tempo per leggere, non sei di corsa? Preferisco svegliarmi cinque minuti prima. la penso come te, io faccio una doccia fredda ma non mi asciugo. Mi lascio asciugare le goccioline addosso Qualche volta mi faccio un bagno bollente, cos bollente che ci devo entrare un poco alla volta in vasca. Poi Luca si alz e gli fece vedere come entrava nella vasca. Mi sono anche comprato uno di quei termometri per misurare la temperatura dellacqua, non si sa mai. Fabio non sapeva se ridere o schiacciare il tasto stop. Discorsi vuoti, al limite del tragico, vuoti come la Gazzetta dello sport a luglio, e di gran lunga meno interessanti. Parlavano di comerano andati a fare la spesa il giorno prima, ma sembrava avessero dovuto scalare una montagna. E per poco non mi tirano sotto.
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Oh, non per dire, ma se non stai sempre con gli occhi aperti S, un attimo. Annuivano. La ragazza che stava per essere investita il giorno prima, Erika, butta l un argomento: Ho fatto una torta, per ci sono delle uova, non che c qualche vegetariano? Ammesso che proprio non ci siano quelli l fa uno. ...i vegani finisce Fabio, provando a inserirsi, per non essere uno spettatore che non pu cambiare canale. Non mangiano nulla che faccia ombra. In pochi riconoscono la citazione, ma ridono. Le uova non fanno ombra, in realt. Beh, un po la fanno. Non le userei al posto dellombrellone, ma la fanno, dai. Che poi hanno una filosofia che non riesco bene a capire. Non mangiano carne, pesce, uova, latte e laglio! Sgomento fra i commensali: Laglio? urla un tipo dalla sala da pranzo. S, laglio! E qualcosaltro. Mi sa che hai conosciuto un vampiro fuori dal comune. Risate generali. Che poi la verdura, non che meno viva degli animali. che non scappa. No, spiega Erica: la mela, se non la cogli cade Ah, s, quel ragionamento l. Linsalata invece, la tagli Per chi non avesse capito lantifona. Un altro: anche con gli animali. Cio se vedo un cavallo, dico che bello! non che buono!, non vedo delle bistecche, dico che bello. C gente che quando vede la mucca la vede gi in tavola. S. Se invece fossi in un altro posto, io mangerei gli insetti, ma perch li odio. Capisci? dice Fabio. S, anchio li odio. Oh bene ha pensato. Parla la loro lingua, insomma.
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Api, cavallette, scarafaggi, zanzare S, tutto, tutto. A parte le mosche. No, no, anche le mosche. Si continua parlando delle propriet nutritive degli insetti, pieni di carboidrati, secondo alcuni, o di proteine secondo altri. E poi quando schiaccio una cosa, deve uscire del rosso. Non del giallo o del verde. Ah, ah, ah. Intanto aveva tirato fuori la torta, un semifreddo. Buonissimo. Peccato che fosse stato infilato nel congelatore, quindi serviva un po dattesa, il caldo doveva fare la sua parte nella commedia. Pazienza, era molto buona. Erano tutti daccordo. Non mi ricordo neanche lultima volta che non ero a dieta. Oh, io dico che lo sono e poi faccio delle eccezioni. Prendila cos: dire sono in dieta, come dire sono in cucina, poi esci, vai in sala e dici ora sono in sala, e non pi in cucina, ma ci puoi rientrare subito, voglio dire. Che sono quelli che ti fregano, i fuoripastoe getti alle ortiche i sacrifici di una settimana. Le ragazze erano tutte daccordo. E la letteratura. Tutti si sentivano in dovere di citare frasi a caso di libri letti sotto lombrellone, o sfogliati in biblioteca, o su Wikipedia. Io amo David Foster Wallace! fa un tipo che assomiglia a Michael J. Fox. S, per me insuperabile. Avete presente cosa significhi scrivere Infinite Jest? Tra laltro sapete da dove deriva il titolo? S A quel punto stanno tutti un po in silenzio, quasi aspettando che qualcuno commettesse un errore, prontis 18

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simi a correggerlo. Per fortuna la situazione si risolve con un icastico Comunque insuperabile! Fabio si permette di ribattere: Se morto, sicuramente superabile. Un po cinico, se ne rendeva conto anche lui, ma o diceva quello o sbadigliava rumorosamente. Oh, anche Dante morto Joe Dante? E tutti gi a ridere. Ma dai, stai scherzando? Come fa a non piacerti? Mi dispiace darti questa notizia, ma ci sono un sacco di cose che non mi piacciono. Ma se ti pu consolare, mi piace la boxe. Mi sembra tanto uno sport crudele. E dicendo questo, quel tizio rivelava tutta la sua natura da animale da conversazione. Tutto crudele, quando si perde risponde Fabio, che forse ha colpito nel segno. Ad ogni modo, quello era il trend. La conversazione si spost sul cinema e sulle serie televisive. Tutti adoravano il cinema e le serie televisive. Quando Fabio si alz dal tavolo, gli altri continuarono a parlare per almeno due ore, non stop. E tra una cosa e laltra era gi mezzanotte. Vado a prendere un po daria, a dopo. Salut Fabio. Continuarono a parlare dei loro blabl. Ma in fondo Fabio notava della poesia anche in quello. Fabio non ha la mania di voler sempre cavare qualche ragno da qualche buco, e quelle chiacchiere senza capo n coda potevano essere considerate come una jam session, in un certo senso. Alla lunga per lavevano stufato. Laria iniziava a rinfrescarsi, un venticello provvidenziale cacciava il caldo. Fuori, vicino a degli scalini che portavano alla terrazza, cera Irene. Seduta. Ciao Non ti ricordi come mi chiamo, eh? S Ilaria, no?
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Irene. Irene, giusto. E io? Tu non sei mica Paolo? Fabio Rifatte le presentazioni, Fabio invit Irene a salire sopra, sulla terrazza, cos per guardare il panorama insieme, niente secondi intenti, davvero. O meglio, non che Fabio non ci avesse pensato, Irene una bella ragazza, ma sapeva che lui non ci avrebbe provato. Ha riflettuto su questo mentre saliva il primo scalino. Si ritrovano l davanti alla citt. Le luci della citt si stavano spegnendo un po alla volta, come tanti occhi che si chiudono. Domani li attendeva unaltra dura giornata di sudore, peccati e preghiere. Sono tuoi amici quelli qua sotto? No. Cio, li conosco, sono venuti altre volte, sono amici di Massimo, mentre io sono sua cugina. I due iniziano a parlare di quello che fanno nella vita, lei studia fisioterapia, lui lingue straniere, ma intanto lavora in una piccola casa editrice, dove aveva fatto uno stage lanno prima. Hanno anche scoperto di avere un amico in comune, oltre a Massimo. Piccolo il mondo. Non se hai intenzione di iniziare a pagare un mutuo. Grazie Woody Allen disse fra s e s Fabio. Studiare fisioterapia strano dice Fabio perch alla fine come riconoscere che il corpo, da solo, non ce la fa a guarire. Non devi vederla cos. E come, allora? Diciamo che diamo una mano al corpo a guarire nel modo corretto. Da solo non ce la fa, forse hai ragione. Vedila come un aiuto esterno, sai, lesperienza e tutte quelle cose l. Come se lesperienza insegnasse qualcosa di pi profondo del ritrarre una mano davanti al fuoco, ma sono
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solo pensieri di Fabio. Pensa che siamo fatti cos, e c poco da fare, che facciamo errori in continuazione, e con le proprie forze non si arriva da nessuna parte. In fondo i fisioterapisti dimostrano proprio questo. Da soli non si guarisce, serve qualcuno che ti guidi. cos per il corpo, cos per lo spirito, secondo Fabio. Cos un sorriso, dovuto a questa piccola lucciola che ha catturato dentro la lanterna della mente, appare sulla sua faccia un po stanca. Hai uno sguardo strano. Come se questo momento ti stesse mettendo allegria. Provo ad avere lo sguardo compiaciuto di chi, con la pancia piena, guarda il piatto vuoto, capisci? Questa frase Fabio laveva scritta come stato di Facebook qualche settimana prima, e non vedeva lora di utilizzarla in un discorso a quattrocchi. Prova a spiegarti meglio! E aveva ragione Irene a chiedergli spiegazioni, dato che quella frase poteva anche risparmiarsela. Ma se ne tira sempre fuori, da questi giochi di parole, Fabio. Non so se li hai sentiti quelli l, si siedono attorno ad un tavolo, fumano sigarette fatte a mano, guardano un libro, e si chiedono, insieme a Bret Easton Ellis, se Chuck Palahniuk si possa considerare il DeLillo della nostra generazione. Poi parlano dei film di Lynch, amano parlare di quanto amino Corman, di come fosse un vero artista. Vedi, a me piacciono i film con Steven Seagal, e lultimo libro che ho letto di Bukowski. Loro sanno tutto, di tutto di tutti. Poi, girano langolo, e se gli si ferma la macchina, non sanno pi tornare a casa. Io non sono certo un meccanico, ma se la moto mi lascia l per strada, ehi!, quattro passi non mi uccideranno. Capisco cosa intendi. Pericolo scampato, Fabio aveva fatto bella figura. Tu, invece, sei pensosa come chi sta per raccontarmi qualcosa di personale.
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A quel punto un sorrisetto imbarazzato appare, grazie al movimento delle labbra e degli occhi di Irene. Cosa vuoi che ti dica? Almeno un nome Giovanni, ma tutti lo chiamiamo Giovin. Come mai? Hai letto A pranzo con le Amazzoni di Nick Kuster? Chi? Allora non capiresti. Vabb lasciamo stare. Andiamo avanti. C poco da fare, pensa Fabio, dovrebbe leggere di pi. E cos Irene e Fabio passano almeno unora tentando di trovare un capo di quel filo che probabilmente avrebbe tratto fuori Irene dal labirinto in cui si era persa da qualche settimana. Peccato che un filo non ci fosse, e Fabio lo sapeva. Ma ci si deve sbattere la testa, alle volte. che troppo spesso mi chiedo dove sia finita la passione. Hai controllato nei calzini sporchi? Quando perdo qualcosa la trovo l. Un altro sorriso: sereno come chi si addormenta tranquillo. Parlano ancora un po. Ti mai capitato di guardare fuori dalla finestra e non vedere niente? impossibile non vedere niente. Vabb. Niente che valga la pena di stare l e direok, aspetta. Il panorama, ok, bello, siamo qui e ci va di guardarlo, emozioni e tutto il resto arriva al punto, Fabio. Sto provando a dirti che alla fine quello che conta non solo il momento che stai vivendo. Ma anche come ti sentirai e quello che hai provato. Cosa ti ricordi dei momenti che chiami felici? Cosa stavi facendo di preciso? Non tanto quello che vivi, forse, ma quello che resta, no?
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Rimase ancora in silenzio. E come la cambio sta situazione, scusa? chiese Irene, quasi arrabbiata. Fa qualcosa. Il punto che se non ti viene in mente niente, allora quel niente gi qualcosa. Sta a te, capisci? Ti fanno innervosire le sue scenate? Diglielo. Continua? Caccialo via, non rispondergli. Lascialo. E poi? E poi da capo, con qualcun altro, con quello giusto, sta volta. Silenzio. Il panorama li sovrastava. Ma cosa centrava quello che mi hai detto con la storia del guardare fuori dalla finestra. Stavo prendendo il discorso da lontano, lascia stare. Sentirono delle risate al piano di sotto. Ma Fabio non le invidiava affatto quelle risate. Forse aveva dato un consiglio giusto a una ragazza conosciuta qualche ora prima. Guardarono ancora un po il panorama. Forse qualcun altro avrebbe approfittato delloccasione, forse anchio avrei approfittato delloccasione. Fabio, che pure ha pensato alleventualit, stato impassibile, sotto quel punto di vista. In silenzio si godevano quello che vedevano: lora di cena era passata e per un mucchio di famiglie questo significava essere davanti ai televisori, altri erano gi a letto. Erano ancora in silenzio quando arriv Giovanni. Cosa ci fai qua? Quattro chiacchiere con Fabio. Rivolta verso Fabio e muovendo la testa verso Giovanni: Fabio, Giovin. Giovin, Fabio. In coro: Piacere. Non era un piacere per nessuno, peccato! Si fatto tardi, domani lavoro. dice Giovanni. Proprio un tipo affettuoso pens Fabio. Era Irene che guidava, visto che Giovin non aveva intenzione di stare a preoccuparsi per i limiti sempre pi
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severi, n dei punti della patente. A lui la macchina gli serve per andare a lavoro. Ok, dai, il tempo di salutare gli altri. Cinque minuti. Guarda che ti cronometriamo! dice Fabio scherzando. Giovin non capisce. Giovin, secondo Fabio, era il tipo di persona che sembrava non capire molte cose. Ma avr avuto anche delle qualit, probabilmente. Cos un fugace saluto sotto lo sguardo di Giovanni terminava una conversazione che avrebbe dovuto proseguire, secondo me. Anche quei silenzi erano utili. Ma era un altro il vero motivo per il quale Fabio stava sorridendo, mentre ci siamo visti negli occhi, mentre passavo in scooter. Andata via Irene, Fabio tornato a parlare con gli altri, che nel frattempo avevano iniziato a giocare a carte. Ha fatto una partita, giusto per essere di compagnia, ma si era fatto tardi anche per lui. Visto che lui, il giorno dopo, doveva andare al lavoro. Erano le tre di notte quando ha iniziato a salutare tutti. Ringrazia Massimo per lospitalit, gli chiede se pu fare qualcosa: Ci dobbiamo sentire, magari una sera ci facciamo una birretta insieme, ok? Oh, s! Ai convenevoli si aggiungevano altri convenevoli. Allora Fabio salito sulla sua moto, una Honda Transalp del 99, ma ancora in buone condizioni. Era un affarone, per quello che lha pagata. Ma ad un certo punto si fermata per strada, mentre tornava a casa. Non poteva essere la benzina, aveva il serbatoio mezzo pieno. Subito ripensa a quello che prima diceva a Irene Cose che capitano, lascia la moto al lato della strada, vicino ad un condominio, si segna la via e il numero civico sul cellulare.

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La mente corre verso Irene, e si mette a fantasticare su quello che sta facendo. Forse non successo niente, forse no, invece. Giovanni pu essere che si sia innervosito, a vederci insieme, pensa Fabio. Non riuscito a tacere, doveva dirglielo: Irene, avr detto ci sei andata a letto, con Fabio, no? Cosa diavolo dici? Se eravamo fuori Prima, alla festa, da sola. Sarete stati due ore a parlare. Non ho voglia di stare a sentire vaccate del genere! Beh vero, te lo sei fatto. Non ci casco, sai! Senti, se non la pianti ti sbatto fuori dalla macchina. Te lo sei fatto, eh?!? Sei imbarazzata quando fai cos. Menti, si vede! Irene accosta la macchina al lato della strada, vicino ad un albero. Gli fa segno di aprire la portiera. Scendi! La macchina si allontana dagli occhi di Giovanni, che incomincia ad incamminarsi verso dove crede che dovrebbe andare. Allora continua a camminare per parecchio tempo, poi una macchina, la Seat Toledo di Irene, gli si ferma di fianco. Irene apre la portiera. Sali, scemo. Sale. Poi continua: Mi raccomando: non una parola. In quel momento, sulla faccia di Giovin, un sorriso pacifico gli allargava le guance e sembrava risolvere tutta la situazione. Poi Giovin smette di sorridere, la guarda: Te lo sei fatto, te lo si legge in faccia. Oh! rendendo lunghissima e acuta quella o. Irene accosta ancora la macchina a bordo della strada: Scendi! Conosco la strada, grazie. Quel sorriso dolce e generoso era diventato un ghigno sarcastico. Si guard attorno, ed era in un posto che conosceva. Da l, mezzora a piedi e sarebbe riuscito a tornare a casa.

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Questo spiega perch Fabio sta sorridendo mentre mi guarda negli occhi. Io non lo so, ma non credo che Fabio sia uno di quelli che cerca la morale alla fine della storia. Le storie vanno come devono andare, pensa. Alcuni diranno che era una smorfia, per i miei abbaglianti. Ma Fabio e io sappiamo che in realt tutto quello che lo rende cos sereno una tranquilla idea di perfezione che sfugge a chi sta a preoccuparsi del percorso, del buio, di tutto il resto. C gente come Fabio, in giro. Che sorride mentre sta per entrare nel buio, che intuisce delle piccole rivelazioni sulle trame segrete che generano, con movimenti impercettibili, la realt. C veramente qualcosa di soprannaturale nella sua serafica allegria, i suoi occhi hanno parlato agilmente, erano scaltri come un bambino che ha capito dove i genitori nascondono i regali di Natale. Perch lui il suo regalo se lo sta gi godendo, e ce lavremmo anche noi quel sorriso, se ci godessimo la vita come lui, penso. Questo quello che successo a Fabio. Questo era quello che stava pensando Fabio, mentre lho visto passare. Mentre stava per entrare in quella zona non illuminata. Ma era tranquillo, suppongo. E andr a letto tranquillo anchio sapendo che in giro c gente come Fabio. Che ha consigli da dare a degli sconosciuti. Ed per questo che il buio non lo impaurisce. Credete quello che vi pare, io far lo stesso. Ecco tutto.

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Postfazione
di Paolo Giovannetti

Come a tutti noto, teorizzare sui giovani molto facile. Tanto pi quando si tratta di scrittori, di giovani che si raccontano con la letteratura e che magari restituiscono di s unimmagine non rassicurante. E se il ventesimo stato il secolo dei giovani in quanto promessa di futuro, altrimenti detta utopia, verosimile credere che il ventunesimo magari un ventunesimo lungo cominciato una trentina danni fa costituisca il periodo in cui lessere giovani soprattutto un brand, contraddistingue un prodotto, ne costituisce la pi sicura connotazione o isotopia che sia, propiziandone le virt commerciali. A questo ragionamento lo scrivente stato indotto anche dalla lettura del recentissimo (a stampa nel novembre 2009) Emmaus di Alessandro Baricco. Ennesima sua opera alla maniera di (se vero che la tradizione italiana, da Tommaseo in poi, abbonda di voci cattoliche erotomani), mette a fuoco il nesso santit-peccato presso un gruppo di sedici- diciottenni religiosissimi, destinati a essere irrimediabilmente segnati da quella dannazione che la vita. E che cosa meglio compendia la vita se non lesperienza destabilizzante del sesso? Qui, il desiderio in modo non molto geniale emblematizzato da una figura di fille fatale prevedibilmente maledetta. Che Baricco abbia voluto scrivere un racconto generazionale del genere - e poco importa che, tecnicamente, ci sia riuscito
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benissimo - lascia perplessi. Nondimeno, loperazione appare conforme al bisogno di griffare il prodotto con una certa fisionomia di giovane, indagato, analizzato, sociologizzato nelle sue caratteristiche pubbliche e private. Daltronde (ma un discorso davvero troppo lungo per essere affrontato nel modo giusto, ora), locchio che guarda dice molto anche e soprattutto di se stesso: ed fin troppo chiaro che tanto raccontare i giovani soprattutto unautobiografia del soggetto adulto, una diagnosi preterintenzionale delle sue incertezze, delle sue paure verso laltro. Ecco. Il lettore della terza antologia di Giovani scrittori Iulm (coordinata da chi scrive e realizzata insieme con i bravissimi Michele Danesi e Andrea Sesta) provi magari a far tesoro di questa premessa: e si sforzi di non costruire, di non generalizzare unimmagine di giovane. La lasci sullo sfondo, anzi se la dimentichi del tutto, almeno per un attimo. E se proprio una qualche sintesi complessiva vuol definire, gli proporrei sommessamente di confrontarsi con unimmagine di letteratura, di tradizione, di codici e modelli, temi e contenuti vivi, passioni ed emozioni variamente negate e variamente affermate. Da par suo, del resto, Antonio Scurati proprio su tale tema intervenuto nella sua bella prefazione: lanalisi generazionale da lui svolta descrive soprattutto un rapporto con la scrittura, prima che un rapporto con la vita. In gioco, daltronde, c qualcosa di decisivo su cui il senso comune detiene molte (troppe) idee, ma che certamente potrebbe essere visto in modo non banale. Insomma: perch giovani che non hanno letto abbastanza classici scrivono cos tanto? ha senso ergersi a scrittori senza essere stati, prima, lettori forti, senza essersi dedicati a uno studio letterario convenzionale? giusto assecondare un desiderio di creativit che talvolta pu apparire velleitario?

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Il sottoscritto risponde a queste domande soprattutto con una convinzione di tipo didattico, fondata tra laltro su alcune pagine di un vecchio libro di tal Siegfried Johannes Schmidt (La comunicazione letteraria, Il saggiatore, 1983). Vale a dire che quanto pomposamente chiamiamo studio del sistema o campo letterario oggi implica necessariamente pratiche come quelle della scrittura, fino a pochi decenni fa (prima, dico, che le nostre case fossero invase da PC e da connessioni con Internet) riservate solo a minoranze di privilegiati. Ad autori, cio, variamente laureati. Oggi, si pu e si deve imparare la letteratura mentre la si fa. Ci si avvicina tanto meglio al padre Dante quanto pi si capaci di raccontarsi in un blog, attraverso un raccontino autobiografico, un abbozzo di giallo, o anche buttando gi versi informi intorno ai propri amori. Quella cosa che etichettiamo LETTErATurA nel 2010 implica un rapporto assai confuso e instabile tra destinatore e destinatario, e il lettore-autore di massa che si sta imponendo dovrebbe costringere i docenti a prendere atto del cambiamento e a modulare diversamente i contenuti della loro materia. Insomma, insegnare a leggere i testi significa sempre pi, anche, insegnare a scriverli. Persino, direi: significa scrivere assieme alle persone cui si insegna, accettando un rimescolamento di ruoli e funzioni che pu apparire spaesante. Il punto che chi fa il mio mestiere in questo modo cerca di indirizzare su strade pi strutturate una sorta di tendenza epocale che riguarda tutti quanti si trovino a giocherellare con la letteratura nel mondo chiamato Internet. E, visto quanto succede in certi blog e in certe riviste on line, i pi bisognosi di consigli sembrano essere non i giovani entusiasti e sfrontati (pronti a passare dalla scrittura ad altre pratiche creative, multi- o intermediali), ma i malinconici e incarogniti cinquantenni imbranatissimi con i new media - convinti di essere artisti incompresi.

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riassumendo, il professore cui capitato di dare un semplice la ai racconti rubricati sotto la voce Quello che resta chiede al lettore: 1. di badare pi alla letteratura, allesperienza letteraria, che non agli autori; 2. di sentirsi parte di un sistema di valori molto, molto rimescolato, in virt del quale un esempio fra i molti lecito montare un discorso interiore pensando pi alle transizioni di un telefilm come Scrubs che non ai flussi di coscienza di Joyce o Virginia Woolf. (Tra parentesi, fra le tante cose che dovremmo sapere e che ci fa comodo invece ignorare c anche la constatazione che tanta buona televisione, oggi, pratica interessanti e spesso coraggiosi modi di raccontare). Insieme, quel prof vorrebbe provare a dare qualche brevissima indicazione per la lettura. La prima, abbastanza prevedibile, che le scritture di genere non solo sono attraversate con scioltezza, ma finiscono per tratteggiare scenari straordinariamente delocalizzati. Basti vedere il numero significativo di racconti latamente noir ambientati in uno spazio geografico finto-americano, di fatto global, privo di una vera identit storica che non sia quella dicevamo della televisione. Certi intrecci spingono insomma alla costruzione di mondi assolutamente non verosimili forse, ma paradossalmente realistici, per la loro capacit di dire conflitti relazionali che ci appartengono. A partire dal contrasto tra il singolo e il gruppo di pari, tra il rischio della solitudine e quello di una socializzazione alienante (e, per favore, non dite che questo un tema solo giovanile!). In secondo luogo, c poco irenismo in questi racconti. Se appunto vero che il genre ben presente, altrettanto certo che non prelude a molti happy endings. Siamo di fronte a racconti in cui gli interni e la notte tendono a farla da padrone, e la piena luce solare costituisce piuttosto il miraggio di unorigine o di unutopia. In particolare, il discorrere dellamore sembra portare con s, in
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maniera anche disturbante, un vero e proprio cupio dissolvi: elusa ogni propensione splatter o maledetta, scapigliata o cannibale (certo, quando in gioco la droga, il discorso cambia un po), prevale la prosaica, quasi pacata constatazione che le pulsioni di morte prevalgono sempre su quelle di vita, e che nessun legame esente da ambivalenze (auto)distruttive. In terzo luogo, al culmine forse di questo scavo nei non detti di tutti, ecco il problema dellidentit. Non mi riferisco tanto al fatto che nellItalia del 2010 unantologia di racconti pu presentare un paio di storie di giovani italiani appartenenti a unaltra etnia (e chiss cosa significa questa parola?). Certo, la circostanza ha una sua non trascurabile sintomaticit. N voglio discutere la notevole frequenza con cui vengono declinati i temi del volto, della maschera, del doppio. Mi riferisco soprattutto al fatto che in molti racconti un baco rode la struttura fondativa dellio narrante, mettendo in crisi il soggetto stesso dellenunciazione. Chi listanza finzionale che parla in questi racconti? Come si colloca nel mondo, persino nel momento in cui declina forme di scrittura rassicuranti? Su questo piano, a ben vedere, il problema generazionale e quello letterario si incontrano. Il soggetto che utilizza tecniche altre (cinema, televisione, noir scritturale, autobiografismo bukowskiano ecc.), non sempre ben metabolizzate, denuncia un disagio rispetto al mondo non solo letterario. La sua scrittura una lotta contro e con i vincoli del medium, a volte vinta a volte no. E qualche sconfitta pi gloriosa delle vittorie, quando espressa in modo consapevole. A ben vedere, anche solo questultima osservazione rende preziosi i Giovani scrittori Iulm alla loro terza uscita. Il corpo a corpo di un soggetto fittizio con le convenzioni delleredit letteraria , di per s, un plot dei pi interessanti. Al lettore il compito (anche il piacere, si spera) di cimentarsi in questa avventura: come sempre,
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lui, chi legge, deve essere il protagonista. Il giudice, dico, pronto magari a fare tutti gli errori da cui sono partito. Ma quando si entra in un testo, ogni errore, ogni giudizio lecito, perbacco! E i professori, loro, tacciano.

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Collana Giovani scrittori IULM

Glenda Manzi, Michele Marcon, Hulda Federica Orr, Danilo Potenza, Paola Tonetti, Dimitri Squaccio, Marcello ubertone, Giusepppe Carrieri Linafferrabile a cura di Giuseppe Carrieri e Michele Marcon Postfazione di Paolo Giovannetti

Michele Marcon, Hulda Federica Orr, Linda Avolio, Massimo Pignat, Ludovica Isidori, Danilo Potenza, Anna Cuomo, Nicholas Di Valerio/Salinoch, rachele Casato, riccardo Fantoni, Glenda Manzi, Stefano Plebani, Giulio Tellarini, Francesco Duva Perso in tempo a cura di Michele Marcon e Giulio Tellarini Prefazione di Andrea G. Pinketts Postfazione di Paolo Giovannetti