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Giovanni Mattazzi

Il tempo della speranza

Gli anni di Giovanni XXIII e John F. Kennedy

Giovanni Mattazzi Il tempo della speranza Gli anni di Giovanni XXIII e John F. Kennedy A
Giovanni Mattazzi Il tempo della speranza Gli anni di Giovanni XXIII e John F. Kennedy A

A RCIPELAGO EDIZIONI

Giovanni Mattazzi

IL TEMPO DELLA SPERANZA

Gli anni di Giovanni XXIII e John F. Kennedy

Giovanni Mattazzi IL TEMPO DELLA SPERANZA Gli anni di Giovanni XXIII e John F. Kennedy RCIPELAGO

RCIPELAGO EDIZIONI

AA RCIPELAGO

EDIZIONI

Credits e didascalie delle immagini in copertina e nel testo

In copertina dall’alto in senso orario:

John F. Kennedy: 1960 campagna elettorale per le “primarie”. Foto di Jacques Lowe (det- taglio)

Bombardiere strategico sovietico Tupolev Tu-95 “Bear” Angelo G. Roncalli, patriarca di Venezia: 1957 tra i bimbi dell’Ospedale al Mare del Lido di Venezia (dettaglio) Esperimento atomico americano nell’atmosfera, United States Department of Energy (www.nv.doc.gov)

Nel testo:

Angelo G. Roncalli, p. 30 John F. Kennedy, p. 146, John F. Kennedy Presidential Library and Museum, Boston I due seminatori, p. 227, Tavola di Walter Molino (copertina della Domenica del Cor- riere del 29/12/1963)

L’editore è a disposizione degli aventi diritto con i quali non gli è stato possibile co- municare, nonché per eventuali involontarie omissioni o inesattezze nella citazione delle fonti e/o delle foto

© 2009

Giovanni Mattazzi

© 2009

Arcipelago Edizioni

ISBN 978- 88-7695-414-6

Prima edizione: dicembre 2009

Credits e didascalie delle immagini in copertina e nel testo In copertina dall’alto in senso orario:

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via Carlo D’Adda 21 20143 Milano www.arcipelagoedizioni.com info@arcipelagoedizioni.com

Elaborazione grafica: Marisa Chiani

Tutti i diritti riservati

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2010

2009

INDICE

Introduzione

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I

Cronologia della vita e delle opere di

 
 

Angelo Giuseppe Roncalli:

 
  • 1 Infanzia contadina a Sotto il Monte (1881-1900)

 

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  • 2 Studente a Roma, soldato di leva e segretario

 

vescovile a Bergamo (1901-1914)

 

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  • 3 Cappellano nella “Grande Guerra” e presidente

 

di Propaganda Fide in Italia (1915-1924)

 

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  • 4 Visitatore e delegato apostolico in Bulgaria

 

(1925-1934)

 

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  • 5 Delegato apostolico in Turchia e Grecia

 

(1935-1944)

 

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  • 6 Nunzio apostolico in Francia (1945-1952)

 

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  • 7 Patriarca a Venezia (1953-1958)

 

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  • 8 A Roma sulla cattedra di S. Pietro (1958-1963)

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Bibliografia

 

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iI

Cronologia della vita e delle opere di John Fitzgerald Kennedy:

 
  • 1 Gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza (1917-1934)

 

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  • 2 I viaggi di apprendimento e gli studi universitari

 

(1935-1940)

 

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  • 3 Animoso comandante nel Pacifico e reporter attento dopo il congedo (1941-1945)

 

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  • 4 Rappresentante del Massachusetts alla Camera

 

(1946-1951)

 

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  • 5 Dall’ingresso al Senato alla campagna per la

 

presidenza (1952-1960)

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  • 6 Alla Casa Bianca (1961-1963)

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Sigle e abbreviazioni

 

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Bibliografia

 

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Introduzione

Gli anni di Angelo Giuseppe Roncalli e di John Fitzgerald Kennedy vanno dal 1958 al 1963 e segnano un’epoca affa- scinante, densa di aspettative. Chi scrive, nel ’60 era poco meno che ventenne e ricorda molto bene con quanto entusiasmo si era salutato in Italia – e non soltanto in Italia – l’apparire sulla scena mondiale di due figure nuove: papa Giovanni XXIII a Roma sulla cat- tedra di san Pietro e il presidente Kennedy a Washington alla Casa Bianca. Figure nuove perché entrambi gli uomini, pur così diversi, racchiudevano nella loro personalità ele- menti di rottura con il passato e giungevano al vertice sulla scorta di una volontà di rinnovamento che, se molto ecla- tante nel leader degli Stati Uniti d’America, era meno appa- riscente, ma altrettanto robusta e tenace nel pontefice italiano. Il mondo di allora fu scosso dall’azione del giovane uomo politico del Massachusetts, tesa al progresso civile e al superamento della “Guerra Fredda”, e dall’infaticabile im- pegno per la pace e per il rinnovamento della Chiesa del sa- cerdote di Sotto il Monte. Agl’inizi degli anni Sessanta, la Seconda guerra mondiale era terminata da un quindicennio. Si era conclusa la “Guerra civile europea” (definizione di Ernst Nolte, storico tedesco), iniziata nel ’14 con la prima conflagrazione e cessata nel ’45 con la seconda. Ma la pace raggiunta non aveva portato la sicurezza. Nel settembre del ’39, il conflitto era stato propi- ziato dagli errori commessi a Versailles, all’indomani della “Grande Guerra”, quando la Germania si era vista costretta all’armistizio dal crollo degli Asburgo pur con l’esercito im- battuto e ancora in suolo straniero. Ora, con le decisioni di Yalta e di Potsdam, si stavano commettendo nuovi errori.

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Il tempo della speranza. Gli anni di Giovanni XXIII e John F. Kennedy

Nel ’45 la carta geografica d’Europa era mutata. Sulle ce- neri del Terzo Reich erano sorti due Stati: la Repubblica fe- derale tedesca (Brd), creatura degli Alleati, e la Repubblica democratica tedesca (Ddr), controllata dai sovietici. Dopo la resa, vasti territori erano stati ceduti dalla Germania alla Polonia e all’Urss. La fine dei combattimenti aveva esaurito quell’unità d’azione tra forze anglo-americane e armata rossa che aveva reso possibile la sconfitta del Tripartito (Germa- nia-Giappone-Italia). L’intesa, com’era prevedibile, era du- rata l’espace d’un matin. L’innaturale alleanza tra bolscevismo e democrazie occidentali, una vera e propria contraddizione in termini, non era andata oltre i sorrisi dei soldati, che si erano incontrati il 25 aprile del ’45 a Torgau sull’Elba, e le strette di mano filmate a uso e consumo della propaganda. Conclusi i festeggiamenti per la vittoria, “una pesante cortina di ferro” – sono parole di Churchill – era calata fra il mondo libero (come si diceva allora) e l’Est europeo ege- monizzato dall’Urss. Lo scontro ideologico – al quale per ovvie ragioni era stata messa la sordina negli anni terribili del conflitto – veniva ora ad assumere toni sempre più aspri. Già nella fase ultima, con la previsione dell’imminente crollo del nazismo, si era iniziato a pensare al “dopo”. Il ter- rificante bombardamento di Dresda, città d’arte per eccel- lenza – realizzato dagl’inglesi con la tecnica della “tempesta di fuoco”, quasi un’Hiroshima europea – appare oggi un pre- ciso avvertimento ai sovietici. L’attacco non aveva giustifi- cazioni. La città non era un obiettivo militare ed era stracolma di profughi: “Attenti! – voleva dire quell’apoca- lisse – Oggi tocca ai tedeschi, domani potrebbe toccare a voi. La potenza aerea degli Alleati è in grado di distruggere l’Urss, così come ora sta annientando la Germania”. Anche le due bombe nucleari lanciate sul Giappone, nell’agosto del ’45, rientravano in quella logica dimostrativa. I nipponici erano allo stremo delle forze. Avrebbero cessato le ostilità, se un armistizio avesse loro consentito di uscire dalla guerra con onore. Ma la resa senza condizioni, imposta

Introduzione

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dal nemico, non dava scampo. Bisognava combattere fino all’ultimo e ciò aveva fornito agli americani l’alibi per speri- mentare a spese dei “musi gialli” – così la cinematografia hollywoodiana chiamava sistematicamente i giapponesi – la nuova arma letale, il cui possesso avrebbe definitivamente convinto Mosca a starsene tranquilla. Qualche anno dopo, un fatto inatteso era venuto a mo- dificare i rapporti di forza nel mondo. Il primo test atomico siberiano nel ’48 – un’autentica sconvolgente sorpresa per l’Occidente – rivelava a tutti che anche Stalin possedeva l’arma nucleare. E la novità cambiava radicalmente i termini del problema. Le avvisaglie del confronto si erano già avute nel giugno dello stesso anno con il blocco di Berlino. La città, che si era venuta a trovare nel territorio occupato dai russi, era stata divisa in quattro zone. I comunisti, dopo aver assorbito di fatto nella Germania Est il settore orientale, ave- vano chiuso l’autostrada che consentiva, con il trasporto dei rifornimenti, la sopravvivenza di quello occidentale. All’atto di forza, gli Alleati avevano risposto con un me- morabile ponte aereo. Per undici lunghi mesi, centinaia di Dakota (i bimotori dall’argentea livrea), unitamente ad aerei di tutti i tipi, americani e no, avevano rifornito, giorno dopo giorno, Berlino Ovest. Il settore contava allora circa due mi- lioni di abitanti e i voli, portando tutto il necessario, com- preso il carbone per il riscaldamento delle case, avevano costretto i sovietici a rinunciare all’assedio economico. Il Patto atlantico – una potente alleanza difensiva – siglato nell’aprile del ’49 da dodici Paesi del mondo libero tra cui l’Italia, aveva convinto Stalin a rinviare nel tempo le sue mire egemoniche su Berlino. All’organismo politico si era affian- cata la Nato, il braccio militare, al quale più tardi gli avver- sari contrapporranno nel ’54 il Patto di Varsavia. Fallito il tentativo di acquisire posizioni di vantaggio in Europa, la pressione comunista si era esercitata in altri scac- chieri del mondo. Nel giugno del ’50, nella Corea tagliata in due dal 38° parallelo, un improvviso attacco da Nord tra- volge i reparti sudcoreani che rischiano di essere gettati in

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Il tempo della speranza. Gli anni di Giovanni XXIII e John F. Kennedy

mare. Solo a seguito di un massiccio intervento aeronavale, al quale partecipano anche piccoli contingenti Onu, gli americani riescono, dopo diciassette mesi di durissima lotta, a fermare i soldati di Pyongyang che nel frattempo hanno ricevuto il consistente appoggio dei volontari cinesi di Mao

Zedong. Respinti gli aggressori al di là del precario confine, la situazione si stabilizza. Passeranno lunghi anni, caratte- rizzati da continue provocazioni e reciproci dispetti, prima

  • di vedere firmato l’armistizio di Panmunjom che lascerà la

situazione preesistente immutata fino a oggi. È la politica americana del containment che consiste nel rispondere pun- tualmente a ogni tentativo comunista di modificare gli equi- libri politico-militari nel mondo. Negli Stati Uniti, Truman, nel novembre del ’52, aveva concluso il suo mandato e gli era succeduto nella carica di presidente il generale Eisenhower, famoso per aver prepa- rato e diretto l’operazione Overlord, la più grande impresa anfibia della storia. L’attacco, nel giugno del ’44, alla “For- tezza Europa” di hitleriana memoria, aveva aperto il secondo fronte, lungamente sollecitato da Stalin, indispensabile per una conclusione vittoriosa della guerra. Ottimo stratega mi- litare e grande organizzatore, Eisenhower si era però rivelato mediocre uomo politico. Incapace di galvanizzare gli ame- ricani, non riusciva a tenerne viva la tensione ideale in un

momento in cui l’Urss, divenuta potenza nucleare e assunto il ruolo di nazione guida di tutti i movimenti comunisti del mondo, si poneva in diretta competizione con gli Usa. Non bastavano a ridare popolarità al presidente le gustose torte

  • di ribes che la moglie “Mamie”, una vera specialista in ma-

teria, gli confezionava con le sue mani. Ci voleva ben altro.

Con la morte di Stalin, ai primi di marzo del ’53, la si- tuazione politica internazionale si rimette in movimento. Al dittatore georgiano, responsabile dell’immenso sterminio

  • di classe iniziato ai tempi di Lenin, succede – dopo la breve

parentesi dell’inconsistente Georgij Malenkov – un ucraino estroverso e imprevedibile di nome Kruscev. Questi rompe con l’immagine stereotipa della nomenklatura sovietica co-

Introduzione

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struita in Occidente: funerei uomini di pietra, grevi e ine- spressivi, incapaci di suscitare simpatia e calore umano, agli antipodi degli americani che sembrano sprizzare ottimismo da tutti i pori e ai quali il ruolo impone di mostrare il sorriso eternamente stampato sulle labbra. Kruscev, protagonista della denuncia dei crimini stali- niani (rapporto al XX Congresso del Pcus), se da un lato pone fine al terrore bolscevico, dall’altro delude le aspetta- tive di chi sperava in un’evoluzione in senso liberale del re- gime, perché soffoca brutalmente la rivolta ungherese del ’56 collegata ai disordini polacchi e preceduta nel ’53 dalle rivolte operaie di Berlino Est. Il nuovo leader è un conti- nuatore della politica del confronto con l’America, ma adesso l’azione dovrà avvenire in un clima nuovo. Non più in quello angoscioso di una possibile resa dei conti atomica, ma in un’atmosfera di coesistenza, ove la vittoria sul capi- talismo dovrà essere perseguita e raggiunta mediante la pacifica competizione dell’economie e delle tecnologie. S’inizia una gara serrata che, nelle speranze di Kruscev, do- vrebbe condurre al trionfo dei paesi socialisti. E la cosa sem- bra possibile perché l’industria spaziale sovietica, che lavora da tempo in gran segreto, ha distanziato gli americani e con- quista, in quegli anni, innegabili successi. Il 4 ottobre del ’57 lo Sputnik, il primo satellite artificiale della Terra, è in orbita. È una svolta. Esattamente un mese dopo, un secondo esperimento fa trepidare il mondo per la vicenda della cagnetta che apre la strada ai voli spaziali con esseri viventi. Deliberatamente sacrificata, non essendone stato programmato il rientro (cosa che sarà conosciuta de- cenni dopo con l’avvento di Michail Gorbaciov), l’indimen- ticabile Laika morirà a pochi minuti dal lancio. Ma, allora, tutto era stato tenuto rigorosamente segreto. Gli exploit sovietici continuano e gli americani masticano amaro non riuscendo a colmare, in tempi brevi, il gap che li divide dagli avversari. Nella gara spaziale l’Urss si aggiudica punti pesanti e gli Usa si sforzano di reagire. Il 6 dicembre del ’57 a Cape Canaveral l’attesa è spasmodica. Sta per es-

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Il tempo della speranza. Gli anni di Giovanni XXIII e John F. Kennedy

sere lanciato un missile che deve porre in orbita il primo sa- tellite americano. È un momento importante. Tutte le tele- visioni del mondo sono in presa diretta. Azzerato il conto alla rovescia, i motori del razzo si accendono con un boato potente. Il Vanguard prende a inalzarsi lento e maestoso, ma dopo neppure due metri la spinta si affievolisce e il gigante, come smarrito, barcolla per ricadere pesantemente sulla piattaforma esplodendo in un mare di fuoco. Subito le im- magini fanno il giro del mondo tra costernazione e sarca- smo. Ci vorranno altri due mesi prima che gli americani, sostituito il razzo, riescano a collocare in orbita l’Explorer, spinto da un vettore della serie Jupiter più affidabile e po- tente, e a restituire il sorriso ai loro tifosi. Il mondo libero assiste attonito. L’iniziativa della corsa allo spazio sembra saldamente nelle mani dei sovietici e da ciò deriva una ricaduta politica e propagandistica devastante per gli occidentali. Nel ’59 la vittoria della rivoluzione a Cuba aggrava ulteriormente i problemi. Sciolte le ambiguità iniziali, Castro porta l’isola a schierarsi nettamente con i paesi socialisti, dando vita a una situazione di particolare di- sagio per gli Stati Uniti. All’Onu, con le sue intemperanze, Kruscev fa il bello e il cattivo tempo. Dal seggio dell’aula delle “assemblee generali” si agita, urla, prende a pugni il banco quasi fosse un tamburo e, per meglio esplicitare dis- senso e collera, si toglie una scarpa, la brandisce minaccioso, per poi vibrarla con forza sui legni. È in questo clima di sfiducia dell’Occidente nei confronti della leadership americana che l’azione politica comunista fa proseliti nel mondo. Ha ottenuto un innegabile successo in Indocina ove i francesi, battuti a Dien Bien Phu nel mag- gio del ’54, hanno sgomberato il loro vecchio possedimento. Nei territori coloniali, ancora in mano alle potenze europee, le formazioni ribelli sono all’offensiva. La Francia, agl’inizi del ’60, deve fronteggiare la rivolta dei coloni e dei militari dell’Oas (Organisation de l’Armée Secrète) in Algeria e ri- schia, dopo alterne vicende, la guerra civile. Gl’inglesi nel Kenia devono vedersela con i Mau Mau che reclamano l’in-

Introduzione

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dipendenza e la otterranno nel ’63. Il Congo, abbandonato dai belgi, è scosso da spinte secessioniste che scatenano faide tribali. Mentre tutto ciò accade, nella Chiesa di Roma maturano novità clamorose. Al soglio pontificio è salito, nell’ottobre del ’58, Roncalli, patriarca di Venezia: un uomo anziano,

ma ancora vigoroso. E al suo esordio ha compiuto un sor- prendente gesto di rottura. Ha deciso di chiamarsi Gio- vanni. Un nome che nessun papa aveva portato nella Chiesa da almeno cinque secoli. Un nome legato alle vicende infe- lici di un antipapa e dello Scisma d’Occidente. Ma Roncalli non è superstizioso e non crede nei poteri della scaramanzia. Del resto, andare controcorrente è nella natura di questo bergamasco, solido e testardo. L’esperienza maturata nei lunghi anni delle impegnative missioni diplomatiche al- l’estero, specie in Francia, l’aveva dotato di quella larghezza

  • di vedute – per nulla in sintonia con la situazione politica

italiana del momento – che a Venezia stava mettendo a dura

prova la sua oboedientia. Questa, unitamente alla pax, era il motto dello stemma vescovile da lui prescelto: Oboedientia et pax. In Italia la formula politica del centrismo, il cui alfiere era stato a lungo il leader della Democrazia cristiana De Ga-

speri, aveva fatto il suo tempo. Si avvertiva l’esigenza di un ampliamento della base sociale su cui fondare il governo del Paese. Si discuteva apertamente di un mutamento della compagine governativa, che avrebbe dovuto inglobare anche i socialisti. S’incominciava a parlare, insomma, di cen- tro-sinistra. Riguardo a ciò Roncalli, pur non discostandosi dalla posizione ufficiale della Chiesa, non aveva ostilità pre- concette. L’augurio che “i miei figli di Venezia accoglienti e amabili come è loro costume contribuiscano a rendere proficuo il convenire di tanti fratelli dalle varie regioni d’Italia per una comune elevazione verso gli ideali di verità,

  • di bene, di giustizia e di pace” interpretato, con qualche for-

zatura, come augurio di lavoro fruttuoso a Nenni – conte- nuto in una lettera diocesana dell’ 1 febbraio del ’57, in

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Il tempo della speranza. Gli anni di Giovanni XXIII e John F. Kennedy

occasione del Congresso socialista nella città di San Marco – aveva scatenato un putiferio. Roncalli passava per uomo di “sinistra”. Erano tempi in cui la “Guerra Fredda” aveva coinvolto pesantemente anche la Chiesa quando, in occasione delle elezioni politiche ge- nerali, i predicatori invitavano dal pulpito a non votare per i partiti propugnatori del materialismo ateo, ricordando che la scomunica era sempre operante per chi non si fosse ade- guato. E le ragioni c’erano ed erano valide. L’Italia era un caso anomalo per la presenza del più forte partito comunista d’Occidente: un partito stalinista, strettamente legato a Mosca e guidato da Togliatti, ex dirigente di spicco del Komintern (Kommunistische Internationale). Ma ecco nel ’58 il già menzionato fatto nuovo. Muore Pio XII (Pacelli) e la sera del 28 ottobre – dopo un conclave contrastato, ove si scontrano tradizionalisti, riformisti, e fau- tori di nuove aperture sociali – gli succede Roncalli: un uomo molto diverso e non solo nell’aspetto fisico e nel por- tamento. Tanto ieratico, altero e un po’ teatrale era Pacelli, quanto bonario, semplice, accattivante è Roncalli, con quella sua aria paterna e indulgente. Il nuovo papa non ama l’ostentazione. Detesta la sedia gestatoria “che mi fa sem- brare un satrapo orientale” – avrà modo di dire – e che sarà poi relegata in soffitta dal Concilio. È un papa di transi- zione – scrivono i giornali – considerando anche la sua non più verde età. Ma Giovanni è diverso anche nelle idee ed è apportatore di un desiderio di rinnovamento che trova nella maturità dei tempi la sua legittimazione. Questo, però, non traspare subito. Verrà alla ribalta più tardi e sarà il sigillo del suo breve, ma dirompente pontificato. L’azione di Roncalli è energica. Subito, in dicembre, no- mina un consistente numero di cardinali, cosa che il defunto papa non aveva fatto da tempo, e visita a Roma il carcere di Regina Coeli: una novità assoluta. Nel gennaio del ’59, a San Paolo fuori le Mura, rende esplicito per la prima volta l’intento di voler indire un Concilio per la Chiesa univer- sale. La notizia è esplosiva. I Concili sono manifestazioni di

Introduzione

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altissimo rilievo e vengono organizzati per discutere que- stioni fondamentali della dottrina della Chiesa. L’annuncio

è accolto dalla curia romana con sorpresa e sbigottimento.

  • Ci vuole un grande coraggio per prendere decisioni di tale

portata e Giovanni lo possiede. Nelle diocesi lontane, in altri continenti ove il cristianesimo ha solo il valore di una testi- monianza, la “buona nuova” è accolta con entusiasmo. Il pontefice nomina altri cardinali nel marzo del ’60 e, a di- mostrazione dell’impegno universalistico che vuole impri- mere alla Chiesa fra essi vi sono, per la prima volta, un giapponese, un filippino e un africano. In Italia la situazione politica si fa critica. Alla fine di feb- braio, il governo retto da Segni cade e gli subentra quello di Tambroni: un monocolore democristiano con il sostegno esterno del Movimento sociale italiano. Il voto determinante

alla Camera di un partito neofascista scatena la piazza. Scon- tri a Genova e a Roma tra dimostranti e polizia e in luglio, a Reggio Emilia, il fatto più grave: nel corso di uno sciopero incontrollato, degenerato in violenza, cinque manifestanti muoiono raggiunti dai colpi esplosi dalle forze dell’ordine. La tensione è altissima. Ma se nel ’48, dopo il fallito atten- tato a Togliatti, la vittoria di Gino Bartali al Tour de France aveva rasserenato gli animi, ora sono le vittorie di Livio Berruti, di Nino Benvenuti e degli altri atleti italiani della XVII Olimpiade – aperta a Roma il 25 agosto – che foca- lizzano l’attenzione di tutti e la distolgono dagli avveni- menti luttuosi. Fanfani, subentrato alle forzate dimissioni

  • di Tambroni, può riprendere il controllo della situazione

e normalizzare il Paese. Tutto questo prelude al non lon-

tano ingresso dei socialisti nella stanza dei bottoni. Nel

giugno del ’61, il premier in visita alla Casa Bianca riceve il nulla osta americano al primo governo di centro-sinistra in Italia. È in questo clima mondiale di forti contrapposizioni e

  • di aspettative non più eludibili che in America, alla fine del

’60, succedendo a uno stanco Eisenhower, giunge alla pre- sidenza Kennedy (primo fra i cattolici), con la sua prorom-

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Il tempo della speranza. Gli anni di Giovanni XXIII e John F. Kennedy

pente energia, con la sua carica di ottimismo, con il suo in- discutibile carisma. I dibattiti televisivi avevano contrapposto, faccia a faccia, durante la campagna elettorale i due antagonisti: Kennedy per i democratici e Nixon per i repubblicani. La sicurezza e la spigliatezza del primo nei confronti dell’impacciato av- versario, che subiva con evidente imbarazzo la superiorità del rivale più pronto e più convincente nelle risposte, erano valse il 9 novembre all’ex senatore del Massachusetts la vit- toria elettorale, anche se di strettissima misura. La cerimonia del giuramento, il 20 gennaio del ’61 – con il presidente in splendida forma, esuberante nella sua giovi- nezza, sorridente e per nulla emozionato, che pronuncia a capo scoperto la formula con voce alta, quasi spavalda, a simboleggiare la ferma volontà dell’America di risalire la china e di riprendere con determinazione ed energia nuove il confronto con l’Urss – è un evento memorabile. Il mito della “Nuova Frontiera”, che attualizza l’epopea dei colonizzatori del West per chiamare a raccolta tutti gli americani verso nuovi obiettivi da perseguire con lo stesso coraggio e la stessa abnegazione, sarà il messaggio vincente e decreterà la straordinaria popolarità raggiunta da questo uomo politico. Così come il pressante invito agli americani a una maggiore responsabilità e a non chiedere che cosa il Paese può fare per loro, ma a domandarsi che cosa loro pos- sono fare per il Paese. Non per niente in quegli anni la trasformazione della gioventù americana si rivelerà un fenomeno entusiasmante. In un periodo caratterizzato da una presenza massiccia di giovani (la più elevata di tutta la storia americana), l’azione del presidente avrà un impatto spettacolare. La sua perso- nalità, la sua spiccata individualità all’interno di una società massificata, la sua vasta e diversificata cultura (anomalia stri- dente in una società ultra specializzata), la sua disinvolta li- bertà in una società meccanizzata, instilleranno fiducia nei giovani, combattendone frustrazione e senso d’impotenza,

Introduzione

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sino a farli convinti della possibilità di una svolta e di un cambiamento effettivi. I problemi ereditati dalla gestione Eisenhower pesavano, ed erano numerosi e complessi. Andavano, all’interno, dalla recessione economica al forte disavanzo nella bilancia dei pagamenti, dalla segregazione razziale alla disoccupazione. Mentre, all’esterno, i più gravi erano Cuba e Berlino. Soprat- tutto, Kennedy aveva ereditato il piano di sbarco a Cuba di profughi anticastristi. Deciso da Eisenhower fin dal marzo del ’60, gli viene rivelato in forma esplicita dalla Cia e dal Pentagono solo due giorni dopo il discorso d’insediamento. II disegno, ormai in fase di avanzata elaborazione, non può essere arrestato se non a costo di una grave perdita d’imma- gine e Kennedy, dopo alcune perplessità, lo approva. Con la crisi della Baia dei Porci, “Camelot” (così era so- vente chiamato dalla stampa rosa) ha il suo “battesimo del fuoco”. Lo sbarco fallisce, per una serie di ragioni, raffor- zando il potere di Castro. E questo per il giovane presidente americano è indubbiamente uno smacco di cui fare preziosa esperienza. Respingere in via preliminare il progetto, gli avrebbe sicuramente inimicato importanti settori del - l’establishment americano. La bocciatura avrebbe potuto es- sere interpretata come un gesto di presunzione o, peggio ancora, di mancanza di coraggio da parte dell’inesperto uomo politico. L’esito disastroso dell’impresa, se all’estero appare come un grosso abbaglio americano sul consenso che il regime di Castro gode nell’isola, paradossalmente pone le basi per un rafforzamento dell’azione del presidente, perché Kennedy, con l’alibi del fallimento di un’iniziativa pensata e organizzata da altri, potrà da questo momento far valere senza impacci la sua indipendenza di giudizio. Cuba gioca un ruolo destinale anche per Roncalli perché, nell’ottobre del ’62, non appena indetto il Concilio ecume- nico, il papa contribuirà da protagonista a risolvere la crisi dei missili vanificandone la terrificante minaccia di distru- zione totale.

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Il tempo della speranza. Gli anni di Giovanni XXIII e John F. Kennedy

La “Nuova Frontiera” ricordava il “New Deal” del presi- dente Franklin Delano Roosevelt. L’iniziativa kennedyana era più vasta, però. Imponeva la mobilitazione di tutte le forze politiche, economiche e sociali del Paese al fine di ri- solvere in maniera globale i vecchi e i nuovi problemi. Kennedy, con l’obiettivo di fermare l’avanzata del comuni- smo, intendeva lanciare un programma di aiuti ai paesi in via di sviluppo. Non più sussidi frammentari alle oligarchie locali o invio di tecnici a questo o a quel governo amico in difficoltà, ma una pianificazione seria della crescita dei paesi poveri, sostenuta da un impegno finanziario americano, co- stante nel tempo e di lunga durata. Questa era la speranza nuova che il presidente portava nel mondo. Viene varato il programma “Food for Peace” con l’invio dell’eccedenze agri- cole nei paesi più bisognosi. Si crea il “Peace Corps” per for- nire esperti, tecnici e insegnanti ai paesi sottosviluppati. Si costituisce, nel marzo del ’61, l’Alianza para el Progreso che prevede in dieci anni un contribuito di 500 milioni di dol- lari (3.489 milioni di euro oggi) al Sudamerica. La comparsa nel ’57 dei missili balistici intercontinentali aveva imposto la necessità di una revisione della strategia americana nei confronti degli alleati europei. Su questo ter- reno, Kennedy incontra difficoltà e resistenze. Con la Fran- cia di De Gaulle il presidente non troverà l’intesa e l’orgoglioso generale si allontanerà sempre più dalle posi- zioni Usa, uscendo dalla Nato e realizzando un programma nucleare autonomo. La linea di Kennedy in politica estera consisteva nel di- mostrare fermezza cui far seguire, se del caso, fatti concreti. Senza mai rinunciare al negoziato, e lasciando aperto, sem- pre, uno spiraglio all’avversario per consentirgli di uscire anche dalle situazioni più difficili con immutato prestigio. Atteggiamento analogo aveva Roncalli che preferiva pun- tare sul dialogo anziché su anatemi e scomuniche. Alieni da facili illusioni, possedevano ben chiaro il concetto che il tempo della raccolta richiede, in prima istanza, il tempo della semina. Roncalli, da esperto diplomatico, conosceva

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bene “l’arte di non urtare l’avversario”. Adotteranno en- trambi la medesima politica dell’agire per piccoli passi, in attesa della maturazione di tempi più consoni a misure ecla- tanti. Kennedy esiterà a lungo nel presentare al Congresso una vasta riforma legislativa sui diritti civili: convinto che una mossa prematura avrebbe portato il Paese al disastro e reso impossibile la sua rielezione nel ’64. Roncalli attenderà

una vita intera per esplicitare senza riserve il suo pensiero in materia di riforma della Chiesa. Agl’inizi di aprile del ’61, Kruscev accetta il programma

  • di neutralizzazione del Laos. Per Kennedy è un buon risul-

tato, perché allontana lo spettro di un confronto militare con l’Urss. I tecnici dell’Est, peraltro, continuano a mietere successi in campo spaziale. Il 12 aprile Gagarin è il primo uomo a orbitare attorno alla Terra. È un’impresa straordi-

naria. Si apre un’era nuova che suscita in tutto il mondo, al

  • di là delle divergenti opinioni politiche, entusiasmo e ap-

prezzamento. Due anni dopo, Valentina Tereshkova sarà la prima donna a conquistare lo spazio. Spronato dagli esal- tanti risultati dei sovietici, il presidente lancia la parola d’or- dine del programma spaziale americano: un uomo sulla Luna entro il ’70 e decide una serie di massicci investimenti nella ricerca. L’impresa, guidata dallo scienziato tedesco von Braun (il realizzatore nella Germania di Hitler del razzo V - 2 che nel ’44 aveva dischiuso l’era spaziale), avrà successo. Il 21 luglio del ’69 l’americano Armstrong sarà il primo uomo a posare il piede sulla Luna. Ma Kennedy, scomparso da tempo, non potrà gioirne.

Il primo cosmonauta americano si chiama Shepard e viene lanciato nel maggio del ’61 per un breve tuffo di prova. È soltanto un assaggio; questo però dimostra che gli Usa non sono poi così in ritardo nei confronti degli avversari e

  • li tallonano da vicino. I due grandi antagonisti stanno dando

vita a una gara entusiasmante che fa intravedere all’opinione pubblica mondiale la possibilità concreta – grazie allo spi- rito di coesistenza e a un possibile accordo sul disarmo – di mantenere il confronto tra le superpotenze all’interno di

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Il tempo della speranza. Gli anni di Giovanni XXIII e John F. Kennedy

un’attività di pace. Ma i missili a testata nucleare sono una realtà e diventano sempre più sofisticati e potenti. Le vi- cende politiche li porteranno presto alla ribalta. A Roma il papa è infaticabile. Il 15 luglio rende pubblica l’enciclica Mater et Magistra sul ruolo spirituale e sociale della Chiesa nella società moderna. È la seconda delle sue quattro encicliche e si ricollega alla Rerum Novarum di Leone XIII. L’ultima sarà Pacem in Terris, divulgata alla vi- gilia della Pasqua del ’63. Pensata nei giorni della crisi di Cuba del ’62, immagina un mondo unico e senza confini e pone il problema della pace universale. Apparsa tre mesi prima della sua morte, è la summa del pensiero politico gio- vanneo. È un chiaro invito al dialogo al di là degli steccati ideologici: “Non bisogna confondere l’errore con l’errante”, aveva detto Roncalli, mutuando il pensiero da Sant’Ago- stino. Il “vertice” di Vienna del 3 giugno del ’61 tra Kennedy e Kruscev include una conversazione che viene definita dalla stampa: “Franca, cortese e di ampio raggio”. Nel gergo della diplomazia sta a significare che non ha prodotto nulla. È utile per la reciproca conoscenza degl’interlocutori e per renderli edotti che nessuno dei due è disposto a una facile resa. Ciò che a Kruscev sta più a cuore è la situazione di Ber- lino e soprattutto quella della Ddr che non ha ancora un trattato di pace dalla fine della guerra. Da questo incontro Kennedy trae l’impressione che il leader sovietico voglia metterlo alla prova. Tornato in America, chiede al Con- gresso stanziamenti ulteriori per la difesa e il richiamo di 250 mila riservisti. Inoltre, invia rinforzi militari nella città tedesca. Nell’agosto del ’61 a Berlino bruscamente la situazione politica si aggrava. Per reagire al continuo stillicidio di fughe, Walter Ulbricht, capo del governo della Ddr, decide il blocco degli accessi ai settori occidentali e, con mossa uni- laterale, annette al Paese il settore orientale della città. A tempo di primato viene inalzato lungo tutto il confine, per separare fisicamente le due entità, un alto muro in mattoni

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e cemento, dotato di reticolati percorsi dalla corrente elet- trica. Per più di trent’anni, il “muro di Berlino” sarà il sim- bolo tangibile della contrapposizione ideologica tra capitalismo e socialismo reale. Il ’61, anno importante, denso di avvenimenti entusiasmanti e tragici, si chiude con una nuova speranza. A Natale, con apposita lettera apostolica, Giovanni in- dice ufficialmente, per l’anno seguente, il Concilio ecume- nico Vaticano II. Kennedy dal canto suo dichiara:

“Dobbiamo essere preparati alla critica, alle idee nuove, alle polemiche e alla scelta, alla riflessione e ai ripensamenti. Ma l’unica maniera di andare avanti è andare avanti”. L’11 gen- naio del ’62 nel messaggio al Congresso sullo stato del- l’Unione aveva detto a proposito della recente storia del Paese: “… gli oneri della vita non sempre si scelgono. E men- tre non v’è nazione che mai si sia trovata di fronte a una si- mile sfida, nessuna nazione mai fu così pronta ad assumersi il peso e la gloria della libertà”. Nel febbraio, con dieci mesi di ritardo nei confronti dei sovietici, anche un astronauta americano è in orbita. Il co- lonnello Glenn compie tre giri attorno alla Terra e ridi- scende nel mar dei Caraibi. Gli scienziati di Cape Canaveral ottengono nell’anno altri successi spaziali. Kennedy deve re- gistrare, però, grosse amarezze. I padroni delle ferriere non intendono collaborare con il presidente che vuole bloccare i prezzi dell’acciaio nel tentativo di arrestare l’inflazione. Sol- tanto in seguito alla reazione durissima della Casa Bianca accettano il provvedimento, ma a denti stretti e se la leghe- ranno al dito. È una grande vittoria di Kennedy che quando è necessario sa essere di una fermezza assoluta. Anche i texani del petrolio sperimentano la sua determinazione e si schierano contro di lui dopo l’eliminazione dei benefici fi- scali di cui tradizionalmente godono. La segregazione razziale negli Usa, specie negli Stati del Sud, è ancora una realtà. Meredith è un veterano di colore che ha servito per nove anni nell’Usaaf (United States of America Air Force). Entusiasmato dalle novità contenute

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nel discorso inaugurale del presidente, aveva chiesto d’iscri- versi all’università di Oxford nel Mississippi. Quando, nel settembre del ’61, ottenuto dopo combattute vicende giu- diziarie l’appoggio federale, si presenta per l’immatricola- zione, non riesce a entrare nel campus. A sbarrargli la strada trova gli studenti e l’intero corpo accademico. Scoppiano gravi incidenti e Kennedy – inflessibile sulle questioni di principio – manda l’esercito. I disordini provocano due morti e centinaia di feriti. Per alcune settimane le truppe ri- marranno a presidio dell’università e per mesi le guardie fe- derali scorteranno Meredith fin dentro le aule, consentendogli di frequentare le lezioni e di ottenere nell’agosto del ’63 un dottorato in Storia. Per rimanere coerente con se stesso Kennedy si è fatto molti nemici. Berlino per Kruscev è una preoccupazione costante. Vor- rebbe mettere alle corde l’ostinato antagonista in qualche parte del mondo per poi proporgli, a mo’ di baratto, il cam- biamento dello status dell’ex-capitale tedesca. Questo è il suo obiettivo inconfessato. Kennedy, e con lui tutti i presidenti americani, non cederanno però mai sulla città contesa. E sarà Berlino e il problema più generale della Germania a far prevalere gli Usa nel confronto pacifico con l’Urss. Cuba rimane una spina nel fianco per la Casa Bianca e i rapporti con l’isola caraibica si stanno deteriorando sempre più. All’embargo economico decretato dal presidente degli States, Castro risponde con la nazionalizzazione senza risar- cimento di tutti i beni americani e con rapporti sempre più stretti con i paesi socialisti. Kruscev intravede in ciò una grande opportunità per realizzare i suoi disegni. Invia armi nell’isola con la scusa di volerla difendere da un’eventuale aggressione. Ma le armi e gl’impianti non sono soltanto di- fensivi. Dai tecnici sovietici vengono installati silos per il lancio di missili che possono colpire gran parte del territorio americano. Cuba si trova all’interno del sistema di sicurezza degli Usa e, con l’arrivo di ordigni a media gittata, New York potrebbe essere colpita a cinque minuti dal lancio. L’avia-

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zione americana ha prove certe della presenza d’installazioni offensive. Kennedy denuncia al mondo la minaccia e ordina il 22 ottobre del ’62 la “quarantena”. Le navi sovietiche in rotta verso Cuba verranno sottoposte a ispezione e arrestate con la forza se cercheranno di forzare il blocco. Kruscev è diffi- dato dal tentare una rivalsa a Berlino, rendendolo edotto che una mossa del genere troverebbe adeguata risposta. Mai il mondo era andato così vicino a uno scontro nucleare. Si vivono ore di emozione e di angoscia. Giovanni inter- viene con un accorato messaggio. Letto la mattina del 25, è un pressante invito alle parti ad avviare trattative per evitare la catastrofe. Pochi giorni prima, l’11, aveva solennemente aperto i lavori del Concilio. Kruscev ha chiaramente sotto- valutato Kennedy e adesso deve fare marcia indietro. Il 25 le navi che recano i missili ricevono l’ordine d’invertire la rotta e rientrano. Saranno fatti proseguire soltanto i cargo con petrolio e altri rifornimenti. Il mondo tira un sospiro di sollievo. Kennedy ha vinto. Il suo prestigio e con lui quello dell’America risalgono di colpo. Come sempre, il pre- sidente non vuole stravincere. Lascia che le navi innocue proseguano per Cuba senza sottoporle all’avvilente proce- dura del controllo. Non vuole umiliare Kruscev e si fida della sua parola. Non cede però sulla richiesta di totale smantellamento degl’impianti sovietici presenti nell’isola. “Malgrado fortissime pressioni per aumentare il potenziale bellico americano e per rispondere con reazioni esagerate ai ‹pericoli› comunisti, Kennedy fece in modo che la deci- sione di intraprendere una guerra nucleare rimanesse nelle sue mani (…) Il suo successo nel gestire una crisi internazio- nale dopo l’altra, riuscendo a evitare ciò che definiva ‹il di- sastro finale›, fu in assoluto il più grande risultato della sua presidenza”, così ha scritto nel 2003 Dallek, biografo del presidente. Al di là dell’Atlantico, nell’Urbe, il Concilio entra nel vivo dei problemi. Al momento dell’inaugurazione più di 2.500 vescovi hanno percorso, con i loro variopinti abiti da

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cerimonia, la grande piazza racchiusa dall’abbraccio dei co- lonnati. Sono convenuti da ogni dove e il loro ingresso è stato salutato dal suono festoso di tutte le campane di Roma. Per Giovanni, quelle grandi assise non dovevano es- sere un fine, bensì un mezzo. E il fine mirava a realizzare l’adeguamento della Chiesa ai tempi nuovi. Traguardo da raggiungere attraverso un rinnovamento profondo del pen- siero, della pratica, delle coscienze per adattarle in maniera più rispondente allo spirito autentico del Vangelo. Non riuscirà a vedere la conclusione del Concilio, papa Roncalli, ma solo a chiuderne la prima sessione. L’8 dicem- bre, già provato dalla malattia, aveva trovato la forza di scen- dere in San Pietro e di aggiornare i lavori al settembre dell’anno successivo. Aveva compiuto ottantuno anni il 25 novembre e, nella notte, aveva avuto il primo attacco della malattia. Sottoposto a cure intensive si era ripreso. Il 2 di- cembre nel consueto appuntamento domenicale del mezzo- giorno con i fedeli, dalla finestra dello studio del palazzo apostolico, aveva pronunciato poche parole. Ripreso dalla televisione, aveva detto, col sorriso del suo inguaribile otti- mismo e con quella mai perduta inflessione lombarda che gli faceva utilizzare la “esse” al posto della “zeta”: “La salute, che sembrava perduta, sta per tornare: ansi ritorna”. Invece, pur- troppo, non fu così. Nel marzo del ’63, impermeabile alle critiche dei male- voli, aveva dato un’altra prova della sua indipendenza. Aveva ricevuto in Vaticano in visita privata Adjubei, marxista ateo, direttore del giornale di Mosca «Izvestija» e la moglie Rada, figlia di Kruscev. E il fatto aveva suscitato enorme scalpore. L’1 marzo, gli era stato conferito dalla giuria della Fondazione Balzan il premio per la pace. Al momento della decisione, certo a seguito delle sue aperture, i quattro dele- gati sovietici avevano votato compatti per lui. È il sintomo di una tendenza in atto. Si nota, da parte della Chiesa, una minor intransigenza nei confronti dei paesi socialisti. In Italia, questo atteggia- mento prelude al primo governo organico di centro-sinistra,

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che sarà costituito nel dicembre del ’63, a guida dell’onore- vole Moro. La nuova formula quadripartita (Dc-Psi-Pri- Psdi) non incontrerà l’opposizione della Chiesa. Il 22 maggio, dopo un’assenza che si protrae da dicembre, Roncalli appare alla finestra del palazzo apostolico e indi- rizza ai convenuti che lo invocano un breve saluto. Il giorno dopo, festa dell’Ascensione, si ripresenta alla folla. È l’ultima volta e appare molto sofferente. Non dice nulla: si limita a recitare le preghiere e a benedire. La sera del 3 giugno i fedeli sono numerosi in piazza San Pietro. Alcuni sostano in silen- zio, altri pregano. Il sole è tramontato ed è calata la penom- bra della sera. Pochi minuti prima delle otto, la finestra della stanza d’angolo del terzo piano del palazzo apostolico s’il- lumina e si apre. Chi era in attesa di un segnale, comprende:

il papa ha reso l’anima a Dio. L’ultimo viaggio in Europa del presidente Kennedy ha luogo verso la fine di giugno. Il 26 è a Berlino ove riceve un’accoglienza trionfale. “Ich bin ein Berliner!” (Io sono un berlinese!) grida alla folla davanti al muro suscitando un’en- tusiastica ovazione. Fa tappa anche a Roma. Troppo tardi per conoscere Roncalli, appena scomparso. La sorte ha vo- luto che questi due uomini, così determinanti, non doves- sero incontrarsi. Il nuovo capo della Chiesa è Paolo VI (Montini). Nel mese di luglio, con la firma a Mosca di un trattato sulla limitazione degli esperimenti nucleari, il clima miglio- rerà e si registrerà un’attenuazione della “Guerra Fredda”. Nella politica interna, Kennedy non riuscirà, data la brevità della sua presidenza, a ottenere l’approvazione del Con- gresso alle iniziative di carattere sociale, alle richieste di cure mediche a favore degli anziani, e di aiuti del governo nazio- nale alle scuole, pur ottenendo successi riguardo ai minimi salariali e in materia di commercio internazionale. Aveva proposto al Congresso anche una riduzione delle tasse per 11 miliardi di dollari (oggi circa 73 miliardi di euro). Il progetto di legge sulle libertà civili (approntato dal pre- sidente nei primi mesi del ’63 con l’aiuto del fratello Robert,

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ministro della Giustizia), sarà varato soltanto dopo la sua morte. La legge sui diritti civili verrà approvata dal Con- gresso nel gennaio del ’64. Johnson dichiarerà in seguito che a persuadere i congressman all’approvazione era stato il ri- cordo di Kennedy e non tanto la sua abilità nel manipolarli:

“Fu il monumento più significativo alla sua memoria”, ha scritto. Il provvedimento era stato propiziato nell’agosto dell’anno prima da una grande manifestazione pacifica a Washington dei colored e dei progressisti provenienti da ogni parte degli States. Il raduno era stato organizzato da King, esponente della lotta per l’eguaglianza razziale. Nell’ottobre del ’64, rice- vendo il premio Nobel per la pace, il reverendo di colore avrebbe detto: “Io debbo tutto a Kennedy”. Come il presi- dente, anche il leader nero morirà assassinato. Gli spare- ranno a Memphis (Tennessee) nell’aprile di quattro anni dopo. Da parte sua Robert Kennedy, 1’attorney general , sta combattendo una lotta senza esclusione di colpi contro la mafia trascinando in giudizio decine di boss grandi e piccoli. Una determinazione che gli costerà la vita. Sarà ucciso a colpi di revolver in California, a Los Angeles, due mesi dopo la fine di King. Avrebbe dovuto essere Edward, il più giovane dei Kennedy, a raccogliere la fiaccola. Ma la corsa alla Casa Bianca gli sarà resa impossibile dalla “macchia” di Chappa- quiddick (l’incidente in cui morì la sua giovane segretaria Mary Jo Kopechne, finita in acqua nell’auto da lui guidata e lasciata colpevolmente senza soccorso). Stroncato nell’ago- sto del 2009 da un tumore cerebrale – proprio nei giorni in cui questo libro viene licenziato – e appena preceduto dalla sorella Eunice (una vita trascorsa in favore dei disabili), il senatore aveva detto, agl’inizi degli anni Ottanta, pren- dendo congedo al termine della convention di New York:

“Per me, poche ore fa, questa campagna si è conclusa. Ma per coloro che sono stati la nostra preoccupazione, il lavoro continua, la causa permane, la speranza vive e il sogno non

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morirà mai”. Attivo sino all’ultimo, ha voluto chiudere la sua vita con un gesto denso di significato schierandosi, nella campagna per le ultime “presidenziali”, in favore di Barack Obama. Suo fratello John era stato il primo presidente “cat- tolico”, Barack è il primo presidente “nero”. Anche il problema del Vietnam era stato ereditato dal- l’amministrazione Eisenhower. A quel tempo era un impe- gno a rischio limitato e tale sarebbe dovuto rimanere. Fu Kennedy a trasformarlo in un impegno generale. Sul finire del ’63 i consiglieri militari, i “Berretti verdi”, erano 16 mila. La storia non si fa con i “se”. Non possiamo supporre cosa avrebbe deciso Kennedy, a proposito del Vietnam, se fosse rimasto in vita. Si sarebbe anch’egli votato all’escalation, come fecero i leader che seguirono? Come fece il texano Johnson, da lui scelto in qualità di vicepresidente? O come fece Nixon quando, nonostante il massiccio dispiegamento militare, non riuscirà a evitare alla grande democrazia ame- ricana la sua prima sconfitta? Kennedy, è vero, aveva creato i presupposti logici per un intervento più vasto di quello ini- zialmente previsto. Ma era anche un uomo prudente e prag- matico. Si sarebbe disimpegnato per tempo dal Vietnam? Non è dato sapere. Alla fine del ’63, le elezioni presidenziali si avvicinano e nel Texas il Partito democratico si è indebolito. Kennedy dà inizio a un giro anticipato di propaganda elettorale e il 22 novembre a Dallas è assassinato senza che ancora oggi si conoscano le ragioni e i mandanti del delitto. Sull’aereo che riporta a Washington la salma martoriata del presidente, Johnson presta giuramento e gli succede alla Casa Bianca. Jacqueline, al suo fianco, allucinata e smarrita, assiste alla drammatica cerimonia senza ancora rendersi conto di quanto accaduto. «Chi porta tanto coraggio nel mondo, il mondo per spezzarlo deve ucciderlo e naturalmente lo uc- cide – sono parole di Hemingway il celebre romanziere americano – Il mondo spezza tutti e nel punto della rottura molti sono più forti. Quelli che non si spezzano li uccide. Uccide imparzialmente i migliori, i più nobili, i più fieri».

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Le esequie si svolgono il 25 novembre: singolare coinci- denza, perché quello è anche il giorno della nascita di Ron- calli. “La ragionevolezza sarà la qualità di Kennedy che rim- piangeremo più a lungo”, commenta il «New Yorker». “Moltissime persone hanno notato che la morte del Presi- dente le ha colpite più profondamente della morte dei loro stessi genitori. La ragione, io credo, sta nel fatto che la se- conda situazione rappresenta in genere una perdita del pas- sato, mentre l’assassinio del presidente Kennedy ha rappresentato un’incalcolabile perdita di futuro”, scriverà nel dicembre del ’63 Sorensen, segretario e consulente, membro dello staff della Casa Bianca. Negli anni successivi prenderà forza l’idea infondata che, nonostante la grandiosità dei propositi, la “Nuova Fron- tiera” era stata incapace di tradurre in leggi le sue proposte. Pur non avendo ottenuto tutto quanto era nelle speranze, Kennedy sapeva che, se voleva mietere nel ’64, avrebbe do- vuto seminare prima. E le cose che egli ottenne nel corso della sua breve presidenza rappresentano un primato legi- slativo senza precedenti dai tempi di Roosevelt. Ebbe molto successo, in quegli anni, una tavola della «Domenica del Corriere» di Walter Molino. Vi erano raf- figurati papa Roncalli e il presidente Kennedy, intenti a co- spargere di sementi – con l’antico e ampio gesto del braccio – un campo dissodato. Il disegno a colori, un po’ naïf, testi- moniava dell’autentica anima popolare del tempo. Ci sono voluti trent’anni perché quei semi potessero germogliare. I frutti li hanno raccolti, uscendo vittoriosi dall’interminabile confronto con l’Urss, il presidente americano Reagan e il papa polacco Giovanni Paolo II (Wojtyla). Reagan, pie- gando i sovietici sul terreno economico, tecnologico e mi- litare con il progetto di “Guerre Stellari”. Wojtyla, liberando dai ceppi la “Chiesa del silenzio” con la forza dello spirito e con la sua offensiva di pace. Da quei giorni molta acqua è passata sotto i ponti. Il mito di Kennedy – nonostante critiche feroci e rivelazioni scan-

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dalistiche ricorrenti (intemperanze sessuali, malattie patite, farmaci assunti, un matrimonio nascosto, frequentazioni di ambienti poco raccomandabili e, ultima novità, un figlio se- greto avuto nel ’46 da una donna austriaca) – non si è sco- lorito col trascorrere degli anni. Quello di Roncalli, proclamato da Wojtyla beato, resiste bene all’insidia del tempo.

*

I valori monetari espressi nell’introduzione e nel testo a seguire sono riva- lutati al 2006 in base ai parametri contenuti nelle tabelle di riconversione Istat.

II

CRONOLOGIA DELLA VITA E DELLE OPERE

DI John Fitzgerald Kennedy

1 Gli anni dell’ infanzia e dell’ adolescenza

(1917-1934)

1917-1929 La nascita del clan

John Fitzgerald Kennedy nasce il 29 maggio 1917 a Boston (Massachusetts), figlio di Joseph Patrick e di Rose Fitzgerald, cattolici di origine irlandese. Da alcune settima- ne gli Stati Uniti d’America – accantonato l’isolazionismo della “dottrina Monroe” – sono in guerra con gl’imperi cen- trali d’Europa. L’avventura americana dei Kennedy incomincia quando, a causa della “carestia delle patate”, Patrick, giovane agricoltore della contea irlandese di Kilkenny, decide a metà Ottocento di attraversare l’Atlantico alla ricerca di fortuna per sottrarsi alla fame e ai soprusi britannici. Prende a lavorare come bot- taio e poi, racimolato un gruzzolo, dà inizio all’arrampicata sociale. Suo figlio Patrick jr. – dapprima modesto gestore di un bar – entra in politica sostenuto dai suoi vecchi clienti ir- landesi e in breve diventa senatore del Massachusetts. Ma è il nipote Joseph “Joe” Patrick a creare la potenza eco- nomica della famiglia. Nel ’12 appena laureato a Harvard è promosso ispettore di banca. L’anno dopo ottiene il controllo della Columbia Trust Company, un piccolo, disorganizzato istituto di credito e, grazie alle sue indubbie capacità, lo ri- mette in sesto. A venticinque anni è il più giovane presidente di banca degli Stati Uniti. Sposa Rose, la bella figlia dell’oriun-

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do irlandese John F. Fitzgerald, il leggendario “Honey Fitz”, primo sindaco di Boston. La coppia si stabilisce nel prestigioso quartiere residen- ziale di Brookline. Nasce nel ’15 Joseph “Joe” jr., il primo fi- glio. Poi nel ’17 arriva John, in famiglia “Jack”, e l’anno dopo Rosemary che, minorata a causa della meningite, trascorrerà il resto della sua vita in un istituto per subnormali. Nel ’20 nasce Kathleen “Kick”, la compagna di giochi preferita da John, forte, svelta e a volte persino rude. Dal padre i ragazzi ereditano la voglia di fare e lo spirito combattivo; ma dalla madre, più calma e meno intransigente, le doti di cordialità, di timidezza e di profondità interiore che li caratterizzano. John trascorre una parte notevole dell’infanzia a letto per difterite, scarlattina, attacchi di appendicite, disturbi cronici allo stomaco. Legge intensamente. È l’unico della famiglia che possiede predisposizione alla lettura. Le sorelle Eunice e Patricia “Pat” vengono al mondo rispettivamente nel ’21 e nel ’24. Nel frattempo il padre, lasciata la banca, si è trasferito alla Bethlehem Steel (cantieri navali) in qualità di vicediret- tore, per passare poi alla direzione della banca di investi- menti Hayden Stone & Co. Si appassiona alla borsa e in bre- ve, divenutone un conoscitore esperto, si arricchisce con for- tunate e abili speculazioni. Nel ’25 e nel ’28, ad accrescere il clan, si aggiungono Robert “Bob” e Jean, la penultima nata. Durante la crisi del ’29, mentre tutti vanno in rovina, il sor- prendente “Joe” riesce, vendendo titoli allo scoperto, a gua- dagnare 15 milioni di dollari (oggi 220 milioni di euro).

1930-1934 Studente come tanti di una famiglia ricca

John frequenta nel ’30, e per un solo anno, la Canterbury School di New Milford nel Connecticut, scuola cattolica diretta da laici. È l’unica esperienza di questo tipo. Poi viene iscritto a Choate, il prestigioso istituto privato frequentato dalle famiglie protestanti ricche.

iI. Cronologia della vita e delle opere di J.F. Kennedy

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Tutti i Kennedy s’impegnano allo spasimo perché, secon- do il volere del padre, non devono essere secondi a nessuno. Ma John, che a scuola non è particolarmente brillante, svi- luppa un suo metro personale di giudizio e si propone fini del tutto autonomi. Cita spesso Alan Seeger, poeta ameri- cano: “Per me non è importante che io sia con chi vince o con chi perde, ma che io sia con quelli cui vanno le mie sim- patie”. Il padre è un vulcano d’iniziative. Agl’inizi degli anni Trenta si dedica al mondo dello spettacolo e nell’ambiente di Hollywood, in qualità di produttore cinematografico, realizza ulteriori guadagni. Nei trentadue mesi della nuova attività è spesso lontano da casa e, in sua assenza, è l’energico “Joe” jr. – sempre in antagonismo con “Jack” – a fare le veci di capofamiglia. Corrono voci di una relazione del produt- tore con la nota attrice Gloria Swanson e Rose se ne lamenta con “Honey Fitz”. Il suocero che ha “Joe” in antipatia inter- viene, convincendolo a troncare gli affari di Hollywood. Il manager liquida bruscamente l’attività e ancora una volta non si smentisce, realizzando con l’occasione 6 milioni di dollari (più di 68 milioni di euro al valore odierno). Edward, detto “Ted”, ultimo dei fratelli del futuro presi- dente degli Usa (United States of America), nasce nel ’32. L’anno dopo Franklin Roosevelt vince l’elezioni presiden- ziali e “Joe”, politicamente in sintonia, ne diviene un colla- boratore attivo. È un ammiratore del “New Deal” (Nuova intesa), il programma socio-economico, intrapreso per bat- tere la grande depressione che ha investito l’America. Venuto a conoscenza dell’intenzione del presidente di cancellare il proibizionismo, non si fa trovare impreparato. Stipula l’esclusiva d’importazione di superalcolici britannici e nel ’33 con l’abrogazione del divieto accumula una fortuna. I ragazzi trascorrono le vacanze estive a Hyannis Port, a Cape Cod, e le invernali a Palm Beach, in Florida. Nei gio- chi privilegiano quelli agonistici, le corse in bicicletta, le gare in barca a vela. Estremamente competitivi, litigano spesso fra loro con zuffe furibonde. Il padre, democratico per tra-

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dizione (ma inguaribile conservatore), ne influenza la per- sonalità a modo suo: di certo non è un liberal, termine con il quale è d’uso, negli States, indicare chi professa idee sociali molto avanzate.

  • 2 I viaggi di apprendimento e gli studi universitari (193-194)

1935-1937 Un incidente sportivo gli segna la vita

Nell’estate del ’35, terminati senza infamia e senza lode gli studi medi a Choate, John soggiorna a Londra, iscritto ai corsi della London School of economics. Si ammala d’itte- rizia e il 17 ottobre è costretto a tornare a casa. In autunno s’iscrive all’università di Princeton, ma una ricaduta gli fa perdere l’anno. A Natale cambia università cedendo alle insistenze del padre. Agl’inizi del ’36 s’immatricola all’università di Harvard ove già studia il fratello maggiore “Joe” che ha co- me compagno di corso Arthur Schlesinger jr. Divide la stan- za del college con Torbert Macdonald, noto campione di football americano (palla ovale). Nel rivaleggiare con “Joe” durante un torneo, un “placcaggio” del fratello gli produce una lesione alla schiena che lo tormenterà per tutta la vita. Non brilla agli esami e se la cava appena. Iscritto nel ’37 al secondo anno di università, trascorre l’estate in Europa con l’amico Lemoyne Billings, compagno di studi a Choate e a Princeton. S’imbarca l’1 luglio sul pi- roscafo Washington e approda a Le Havre. Visita la Francia per trasferirsi poi nella penisola iberica. In Spagna auspica la vittoria degl’insorti del generale Francisco Franco, anche se il programma economico del governo repubblicano è a suo dire “simile a quello del New Deal”. L’1 agosto è in Italia. Visita Milano, Roma, Napoli, Firenze e Venezia. Il giorno

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5 è in Vaticano e incontra il cardinale Eugenio Pacelli (il fu- turo pontefice Pio XII). Dalla capitale italiana scrive al pa- dre, elogiando il sistema corporativo fascista: “che tutti in Italia avevano l’aria di gradire”. Passa in Germania: da qui in Olanda e poi in Inghilterra. In settembre rientra a Harvard. Nel frattempo, all’uni- versità, il suo rendimento migliora. Sul finire dell’anno il padre è nominato ambasciatore in Gran Bretagna e John inizia a frequentare quel Paese.

1938-1939 Testimone a Londra dello scoppio della guerra

Trascorre le vacanze estive del ’38 con la famiglia nel sud della Francia, a Eden Roc. A fine agosto si trova a Londra presso l’ambasciata Usa. In settembre è a New York. Giunge il tempo della Conferenza di Monaco (29-30 settembre) e John scopre di essere interessato alla politica. È iscritto al terzo anno dei corsi universitari. Il padre, vivamente preoccupato per il continuo peggio- ramento della situazione internazionale, è su posizioni iso- lazioniste. Le divergenze di apprezzamento in tema di po- litica estera sono causa del deterioramento dei suoi rapporti con Roosevelt. L’ambasciatore è convinto che Gran Breta- gna e Francia, in caso di guerra con la Germania, non po- tranno evitare la sconfitta. Il presidente è a conoscenza di talune sue esternazioni giornalistiche, prova evidente di malcelate ambizioni alla Casa Bianca. Joseph ha poi inop- portunamente criticato la “First Lady” Eleanor definendola una “scocciatrice”, e il marito non ha gradito. L’università di Harvard consente a John di passare al- l’estero il secondo semestre dell’anno accademico 1938-39. Il 24 febbraio del ’39 lo studente ventiduenne è a bordo del piroscafo Queen Mary diretto, con il padre, in Inghilterra. A Londra, lavora all’ambasciata come assistente. Il 12 marzo è a Roma per l’incoronazione di Pio XII, il nuovo papa. Tra marzo e aprile lo troviamo in Svizzera a sciare. Poi in Fran- cia. In maggio inizia un viaggio attraverso l’Europa orien-

  • 152 Il tempo della speranza. Gli anni di Giovanni XXIII e John F. Kennedy

tale, dalla Polonia alla Russia: “Un paese rozzo, arretrato, disperatamente burocratico”, scrive a proposito dell’Unione Sovietica. Visita la Turchia e la Palestina: giunge a Berlino attraver- so i Balcani, per poi toccare Parigi sulla via del ritorno verso l’Inghilterra. Il 3 settembre, a seguito dell’attacco tedesco alla Polonia, Gran Bretagna e Francia dichiarano guerra alla Germania. John è a Londra e l’ambasciatore lo incarica di recarsi a Glasgow per dare assistenza ai passeggeri americani dello steamer inglese Athenia , silurato dall’U-30, battello germanico. Il 21 arriva a New York e riprende a frequentare Harvard.

  • 1940 “Why England slept”, un successo editoriale

A giugno termina gli studi e si laurea ventitreenne in Scienze politiche con una tesi sull’appeasement. Da questa origina una pubblicazione: Why England slept (Perché l’Inghilterra dormì). Il titolo è ripreso dalla raccolta dei discorsi di Winston Churchill: While England slept (Finché l’Inghil- terra dormì). Il libro analizza i motivi dell’impreparazione della Gran Bretagna alla guerra ricercandone le cause: po- chezza degli uomini politici inglesi o debolezza della demo- crazia? La conclusione dimostra che il difetto sta nel siste- ma. John non prende posizione sulle diatribe tra isolazionisti e interventisti. La democrazia è “per sua natura amante della pace” e perciò ostile al riarmo, scrive. Il capitalismo e la de- mocrazia sono fatti per un mondo in pace: il totalitarismo, invece, per un mondo in guerra. L’autore ritiene che nella competizione fra i due modelli di organizzazione sociale, il secondo può ottenere successi a breve scadenza, ma sul lun- go periodo la democrazia si dimostra superiore. Il libro diventa un best-seller . Redatto in quei giorni di fuoco, è pubblicato dapprima nel Regno Unito, da Hutchinsons, con una prefazione di Henry Luce, datata 7 luglio. Ne sono vendute 40 mila copie e Kennedy dona il ri-

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cavato alla città di Plymouth, semidistrutta dalle bombe. La successiva pubblicazione negli States registra analogo suc- cesso e con i compensi ricavati dai diritti d’autore John ac- quista la sua prima automobile: una Buick. Frequenta i corsi di economia e commercio dell’univer- sità di Stanford, ma senza un interesse autentico. Compie un viaggio in Sud America. Tenta di farsi arruolare nell’eser- cito, ma viene scartato. In settembre è accolto in marina e affidato a lavori sedentari.

  • 3 Animoso comandante nel Pacifico e reporter attento dopo il congedo (1941-1945)

1941-1944 Contro i giapponesi eroe suo malgrado

Nel febbraio del ’41 trascorre alle isole Bahamas alcune set- timane di riposo per riprendersi da una malattia. Il 7 maggio è a bordo di un piroscafo diretto a Rio de Janeiro. Dal Bra- sile passa in Argentina. In giugno è in Uruguay, poi in Cile. Ritorna in patria attraverso Perù, Ecuador, Colombia e il ca- nale di Panama. Dopo Pearl Harbor (7 dicembre) ottiene, grazie all’inte- ressamento del padre, di essere mandato in zona di operazio- ni. L’ammiraglio James Forrestal, esaudendo i suoi desideri, lo fa trasferire nel ’42 al centro di addestramento per moto- siluranti di Newport (Rhode Island). Qui, dopo la necessaria pratica, è nominato sottotenente. L’11 febbraio del ’43 è a Jacksonville per servizio, in occasione dell’armamento di una squadra di patrol-boat a difesa del canale di Panama. Il 6 marzo il giovane ufficiale è inviato in zona di guerra. Il 14 aprile sbarca alle Salomone. Nel piccolo arcipelago, che a Nord-Est dell’Australia protegge il mar dei Coralli, è de- stinato a Sesapi, sull’isolotto di Tulagi, sede del quartier ge- nerale dei pattugliatori del Pacifico sud occidentale. In quel

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settore del fronte gli americani cominciano a opporsi, con successo, all’espansione giapponese. A John è stato affidato il comando della piccola silurante PT-109, un mezzo veloce con tredici uomini di equipaggio. Quando, la notte sul 2 agosto, il cacciatorpediniere giappo- nese Amagiri sperona il natante e lo taglia in due, parte del- l’equipaggio è scaraventata nelle acque del Ferguson Passage. Due marinai muoiono nell’impatto. Il comandante soccorre un ferito rimorchiandolo a nuoto per alcune ore. Poi, rag- giunta terra a fatica, con polso fermo si prodiga per il recu- pero dei superstiti riuscendo, grazie agl’indigeni, a farne co- noscere ai connazionali la posizione. Dopo una settimana, tutti sono tratti in salvo da vedette americane. Per questi meriti e per le ferite riportate, John è decorato con la Navy and Marine Corps Medal e con la Purple Heart. Sfinito dalla disavventura dello speronamento, Kennedy soffre dei postumi della lesione alla schiena ed è colpito dalla malaria. Il 21 dicembre è congedato dal servizio operativo della 2a squadriglia e ritorna negli Stati Uniti. È comandato alla base per motosiluranti di Miami in qualità d’istruttore. Il ’44 è un anno d’inattività e di delusioni. Il giovane ufficiale spera di tornare a combattere, preferibilmente nel Mediter- raneo. Durante una crociera di esercitazione, in seguito a una caduta, è ricoverato nell’ospedale militare di Chelsea, presso Boston, e operato di ernia al disco. Il 2 agosto gli viene comunicata la notizia della morte in Europa del fratello “Joe”, scomparso a bordo di un bombar- diere Liberator, esploso in volo durante una rischiosa mis- sione. Ai primi di settembre muore in guerra, sul fronte francese, il marchese William “Billy” Hartington, ufficiale inglese, da soli quattro mesi marito della sorella Kathleen.

  • 1945 Giornalista in un’Europa distrutta

Nel febbraio John scrive un breve saggio, rimasto inedito, Let’s Try an Experiment in Peace (Tentiamo un esperimento nella pace) in cui sostiene la necessità di un accordo sul di-

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disarmo tra i “grandi” per evitare la mortificazione dell’ini- ziativa privata. L’1 marzo il luogotenente Kennedy è con- gedato dalla marina perché fisicamente inabile. Il giorno 12, Harry Truman assume la presidenza a causa dell’improvvisa morte di Roosevelt. Il 13 aprile il nuovo presidente è infor- mato della realizzazione della bomba atomica. Nel giugno, nuovamente in panni borghesi, John è a San Francisco per assistere, come inviato speciale della catena di giornali Hearst, alla fondazione delle Nazioni Unite. È deluso e depresso notando come gli egoismi delle na- zioni ancora una volta hanno il sopravvento. In una lettera a un commilitone scrive: “La guerra ci sarà sino a quel lon- tano giorno in cui gli obiettori di coscienza non godranno della stessa reputazione e dello stesso prestigio di cui godono oggi i soldati”. Trascrive nel suo diario una frase di Jean Jac- ques Rousseau: “Appena un uomo dice degli affari di Stato:

‹Che cosa me ne importa?›, lo Stato può dirsi perduto”. Avrebbe voluto darsi al giornalismo. Ma l’esperienza alle Na- zioni Unite gli fa capire che è meglio stare seduti al tavolo delle trattative piuttosto che aspettare notizie fuori della porta. A fine primavera è in Europa come reporter delle testate Hearst. Ha il compito di descrivere la situazione locale dopo la resa della Germania. A Londra, come inviato speciale, se- gue l’elezioni britanniche del 21 giugno che vedono la scon- fitta di Churchill: vincono i laburisti di Clement Attlee. Dal 17 luglio al 2 agosto, le grandi potenze, uscite vittoriose dal conflitto, danno vita alla Conferenza di Potsdam, inizio del- la crisi post-bellica (l’ultraquarantennale “Guerra Fredda”). Il 23 luglio John lascia l’Inghilterra per l’Irlanda. Il 24 Truman emana l’ordine top-secret di tenersi pronti a impie- gare l’atomica. Dal 28 John è in Francia. Qui si rende conto dell’impopolarità del generale Charles De Gaulle. Anche gli americani non godono di molte simpatie, perché hanno il monopolio dei mezzi di trasporto e lo sfruttano al solo van- taggio dei soldati.

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Il tempo della speranza. Gli anni di Giovanni XXIII e John F. Kennedy

Il 29 è a Berlino: “I volti della gente sono pallidissimi – scrive nel diario – labbra esangui su visi giallastri. Tutti si portano appresso dei fagotti. Dove stiano andando, nessuno sembra saperlo. Mi chiedo se loro stessi lo sappiano (…) Al- l’inizio i russi si sono comportati con tale violenza, sman- tellando le fabbriche e violentando le donne, da alienarsi le simpatie dei membri tedeschi del Partito comunista (…) i russi dovranno fare ancora molta strada per arrivare a can- cellare la prima orribile impressione suscitata nei berlinesi”. Il diario, che contiene le sue considerazioni sull’Europa sconvolta dalla guerra, sarà pubblicato postumo. Nel frattempo, incontrando per la prima volta Churchill e Stalin (Josif Vissarionovič Džugašvili), Truman, all’oscuro delle concessioni fatte da Roosevelt ai sovietici nelle Con- ferenze di Teheran e di Yalta, è a disagio a Potsdam. Rivela a Stalin di essere in possesso della “bomba”, ed è nella “pic- cola Casa Bianca” di Babelsberg che prende la decisione di sganciarla sul Giappone. Il 2 agosto John ritorna a Washington in compagnia del segretario della marina Michael Forrestal. Cura la pubbli- cazione privata di un libro (360 copie), corredato di foto- grafie, scritto in ricordo del fratello maggiore caduto in guerra: As We Remember Joe (Così ricordiamo Joe).

4 Rappresentante del Massachusetts alla Camera (194-191)

1946-1948 L’ingresso in politica: un’occasione colta al volo

“Jack” si rende conto di non possedere una genuina voca- zione per il giornalismo, ed è il padre allora che decide per lui, spronandolo all’attività politica. L’occasione si presenta nel ’46 quando James Curley, eletto sindaco di Boston, ri- nuncia al seggio della Camera. Kennedy si candida per il

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Massachusetts nell’XI distretto della capitale, una roccafor- te del Partito democratico. La zona, costituita in prevalenza da catapecchie d’immi- grati, era un tempo bacino di utenza dei nonni. In quel set- tore il Partito, privo di organizzazione, è di fatto assente e il giovane democratico – netto favorito – si muove con grande anticipo, puntando sulla forza della famiglia. Svolge una capillare azione d’informazione aiutato in questo dalle sorelle, dal fratello “Bob” e persino dalla madre. In giugno vince le primarie e nell’elezioni di novembre ottiene il dop- pio dei voti del suo avversario Lester Bowen. Ha soltanto ventinove anni nel gennaio del ’47 quando, all’apertura dell’80° Congresso degli Stati Uniti, occupa il seggio che si è faticosamente conquistato. Entra a far parte della Commissione educazione e lavoro alla Camera dei rap- presentanti e si stabilisce a Georgetown (Washington) con la sorella Eunice, impiegata al ministero della Giustizia. Non ha una precisa convinzione ideologica, ma è sempre attento alle indicazioni che provengono dai suoi elettori per lo più di estrazione proletaria. Si uniforma alle indicazioni del “Fair Deal” (Leale intesa): così è chiamato il programma economico del presidente Truman. In politica estera è favo- revole al finanziamento di 227 milioni di dollari (poco me- no di 2.254 milioni di euro oggi) a favore dell’Italia per di- fenderla dal “furioso assalto della minoranza comunista”, considerando questo Paese “come il primo campo di batta- glia del tentativo comunista di conquistare l’Europa occi- dentale”. Esordisce, contemporaneamente a lui, il repubblicano Richard Nixon eletto in California. Ex ufficiale di marina, al pari di Kennedy, è reduce dalla campagna delle Salomone. I due si conoscono il 3 gennaio e anche Nixon è destinato alla Commissione lavoro. L’uomo politico del Massachu- setts si distingue a quel tempo per il suo assenteismo. Un’in- discrezione vuole che nel marzo avesse sposato nel New Jersey, dopo una romantica fuga, l’ereditiera Durie Malcolm, due volte divorziata. Un simile matrimonio – se risaputo –

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g li avrebbe precluso og ni possibilità di carriera . Sarebbe sta- to il padre a inter venire, a suon di dollari, costring endolo a divorziare e mettendo tutto a tacere. In un incidente aere o sulla Costa Azzurra muore nel ’48 Kath le en, mo lto amata da Jo hn . L’aere o pri vato d i Peter Fitzwil l iam, ricc o aristo cratic o ing lese e pro b ab ile f uturo marito della sorella , si schianta sul fianco di una monta g na nella valle del Rodano. Con “Kick”, ve dova sin dal ’44, John aveva un rapporto intenso e particolarmente affettuoso. An- c h e lei ave va una natura ri b el le, antic onf orm ista e la sua morte, unita a quella del fratello ma g g iore, rafforza nel g io- vane il senso di aleatorietà della vita e il presentimento di essere destinato a una fine immatura . Da qui la convinzione che og ni momento è prezioso, che il tempo a lui concesso sta per scadere, e la conseg uente vog lia di vivere appieno ciò che g li rimane. Questa è la spieg azione, piuttosto verosimile, della spasmodica ricerca di compa g nia femminile. Bisog no che non abbandonerà Kenne dy neppure dopo il matrimo - nio con Jacqueline “Jackie” Lee Bouvier, e lo accompa g nerà anche nel momento di ma g g ior successo, dopo la nomina a presidente deg li Stati Uniti. S cade il mandato elettorale ( biennale) e John, a novem- bre, viene riconfermato nelle primarie democratiche e nelle elezioni per la Camera . Da congressman appog g ia Truman, votando sia il p iano Marsha l l che g l i a iuti e c onom ici a l la Grecia e alla Turchia . Affronta con corag g io il problema dei finanziamenti statali alle scuole confessionali, in particolare a quelle cattoliche.

1949-1951 All a Camera appog gia McCarthy

Il 2 5 g enna i o d el ’ 4 9 attacca la p o l itica estera d el la Ca sa Bianca e il dipartimento di Stato. Considera la sconfitta di Ch iang Ka i-s h e k fr utto d el l’amb i g u ità americana c h e ha vincolato g li aiuti per la Cina Nazionalista al prog etto di un g overno d i coal izione con Mao Z e dong : “Abbiamo semi - nato vento e ora racc o g l iamo temp esta . Q u esta Camera

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adesso deve assumersi l’onere di arginare l’ondata tempe- stosa del comunismo nell’Asia intera” afferma. La campa- gna anticomunista di Joseph McCarthy non ha ancora avu- to inizio. Di quei discorsi Kennedy si pentirà amaramente e avrebbe voluto non averli mai pronunciati. Si riaccende la polemica sui finanziamenti federali alle scuole confessionali. La vedova di Roosevelt si oppone, chie- dendo una totale separazione tra Stato e Chiesa, e suscitan- do le vivaci rimostranze del cardinale Francis Spellman. Kennedy è a favore dei finanziamenti. I sovietici effettuano il loro primo test nucleare e il neo-eletto si concentra sul problema della protezione civile: “È desolante apprendere, in particolare dopo la recente rivelazione del presidente sul- la bomba atomica russa – dichiara il 7 ottobre in un comu- nicato stampa – che a tutt’oggi non è stato fatto alcun pro- gresso nella creazione di un adeguato e organizzato sistema di difesa civile”. Approva nel ’50 l’Internal Security Act (Decreto per la si- curezza interna), meglio conosciuto come “Legge McCarran”:

il controverso provvedimento che impone il censimento di tutti i membri di organizzazioni comuniste o comunque simpatizzanti per il comunismo, la loro esclusione dalle im- prese legate alla difesa nazionale e il loro arresto in caso di guerra. Per documentarsi sui problemi della difesa dell’Eu- ropa occidentale, agl’inizi del ’51 compie un viaggio di sei settimane in vari Paesi. Visita la Gran Bretagna e la Francia. È ricevuto in Italia da Pio XII. Attraversa Spagna e Germa- nia Occidentale. Incontra Tito (Josif Broz) in Jugoslavia. A fine anno, per chiarirsi le idee sul problema asiatico, percorre con “Pat” e “Bob” una serie di Paesi. Mentre si muove in Estremo Oriente è colpito da una febbre che lo riduce in fin di vita. Ricoverato in Giappone, è sottoposto a terapia in un ospedale di Okinawa. Se la cava, ma la schie- na non smette di tormentarlo. Si reca in India e Jawaharlal Nehru lo tratta con indifferenza. Dopo dieci minuti di col- loquio, questi batte leggermente le dita e guarda il soffitto e l’ospite comprende che l’udienza è terminata. Per gli at-

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Il tempo della speranza. Gli anni di Giovanni XXIII e John F. Kennedy

teggiamenti da padreterno che soleva sfoggiare nei rapporti internazionali, Nehru finì con l’essere accreditato come il “John Foster Dulles” del neutralismo. Il giovane congressman visita anche il Medio Oriente, il Pakistan, la Malesia, l’Indocina e la Corea. Delle sue impressioni in In- docina scrive: “… ci siamo alleati con un regime che tenta disperatamente di aggrapparsi ai resti del suo impero (…) È invece opportuno alimentare all’interno del Paese una vasta corrente d’opinione non comunista e fare di essa e non delle legioni francesi, la pietra angolare della difesa”. Le numerose assenze alla Camera sono dovute alle tra- sferte “elettorali” nel Massachusetts. Qui tiene conferenze e discorsi. Il “seggio” gli va stretto e il giovane ambisce alle cariche più elevate di governatore o di senatore. Sta prepa- rando il terreno per il grande balzo. Il 3 dicembre giudica “irrazionali” le denunce sporte in passato su possibili con- taminazioni del Foreign Service (Servizio estero). Dichiara, inoltre, che il tema delle infiltrazioni comuniste nell’esecu- tivo è ormai irrilevante. In Europa il francese Jean Monnet è il primo presidente della Ceca (Communauté européenne du charbon et de l’acier).

 Dall’ingresso al Senato alla campagna per la presidenza (192-19)

1952-1955

Nella corsa al Senato sconfigge Cabot Lodge

Nell’aprile del ’52 Paul Dever, governatore democratico del Massachusetts, rinuncia a battersi per il Senato, giudicando insuperabile l’esponente repubblicano Henry Cabot Lodge jr. Prontamente Kennedy ne approfitta e si candida con de- cisione a senatore del piccolo Stato. È appoggiato da John Fox, giornalista schierato con McCarthy e, contro ogni pre- visione, sconfigge il quotato avversario. È facilitato in questo

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dai repubblicani, che non perdonano a Cabot Lodge il man- cato sostegno al senatore Robert Taft, in gara con Dwight “Ike” Eisenhower per la nomination alle elezioni presiden- ziali. Nella vittoria, ha pesato molto il voto delle donne: Jean, Eunice, Patricia e la madre Rose hanno mobilitato in suo favore l’elettorato femminile. Sono stati distribuiti – per i “tè di propaganda” – oltre 50 mila inviti, e il clan si è impe- gnato intensamente anche nelle interviste porta a porta. Durante l’accesa competizione John ha sofferto molto per una recrudescenza del mal di schiena e spesso ha dovuto fare uso delle grucce. Kennedy non aderisce all’Ada (Americans for Democratic Action), però la sostiene in privato. È in corso anche la battaglia per il nuovo presidente e Adlai Stevenson contende il passo al repubblicano Eisenhower. Il suo staff annovera Schlesinger, docente di storia, che poi collaborerà con Kennedy. Il Partito democratico si scinde in due cor- renti: l’ala “presidenziale” e l’ala “congressuale”. Eisenhower vince le elezioni, ma gli avversari ottengono la maggioranza sia alla Camera che al Senato. Subito dopo le votazioni Paul Butler crea il Dac (Democratic Advisory Council). Il grup- po raccoglie l’eredità di un piccolo brain trust varato da Stevenson e dall’economista John Galbraith e fa capo alla corrente “presidenziale”. Kennedy vi aderirà più tardi. Il Dac attacca con fermezza la politica dei repubblicani e con- tribuisce a elaborare la nuova linea del Partito democrati- co.

Il 3 gennaio del ’53 il senatore Kennedy presta giuramen- to. Entra a far parte della Commissione lavoro e previdenza. Occupa un posto anche nella Commissione operazioni di governo presieduta da McCarthy (il senatore del Wisconsin che sta indagando sulle attività antiamericane). Come la maggior parte dei colleghi, vota a favore di uno stanziamen- to di fondi per la discussa iniziativa. Conferma Timothy “Ted” Reardon assistente amministrativo. Sceglie in qualità di collaboratore per le ricerche e la corrispondenza (su con-

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siglio del senatore dell’Illinois Paul Douglas), Theodore “Ted” Sorensen del Nebraska. Uno studio di questo bril- lante giovane ha dimostrato che, nonostante sia ancora te- nace in America il tabu di un presidente “papista”, l’immis- sione di un cattolico nelle liste avrebbe rafforzato i demo- cratici. John sposa il 12 settembre “Jackie”, dopo un breve fidan- zamento e una corte spasmodica. A una domanda della fi- danzata su come amasse definirsi, risponde: “un idealista

senza illusioni”. L’attivismo del senatore – frenetico e sem- pre vincolato alle condizioni di salute – lo spinge a vivere con pienezza e a provare ogni esperienza, perché il sospetto

  • di avere poco tempo a disposizione è un tarlo che lo rode

nell’intimo. Il libro da lui preferito è Pilgrim’s Way (La via del pellegrino) di John Buchan, in cui si legge un’afferma- zione che gli si può benissimo adattare: “Egli non amava sfoggiare i propri sentimenti, non perché sentisse poco ma perché sentiva a fondo”. Di Buchan condivide anche la tesi secondo cui “la democrazia è soprattutto un atteggiamento intellettuale, un testamento spirituale” e la politica “è an- cora la più grande e la più onorevole delle avventure”. Agl’inizi del ’54 vota un ulteriore finanziamento a favore dell’organismo creato da McCarthy. Nel contrasto su no- mine a cariche di prestigio, sorto tra questi e Truman, si schiera con il presidente, tanto che il vecchio amico del pa-

dre gli toglie il saluto. Il 17 marzo, festa di san Patrizio, Sorensen riceve l’incarico di occuparsi di tutti i discorsi di “Jack” e non soltanto di quelli relativi a questioni specifiche. Nei primi mesi Schlesinger è protagonista di una vivace po- lemica a mezzo stampa con “Bob”, che sembra condividere il giudizio repubblicano sulla non equità della Conferenza

  • di Yalta. Il fratello del senatore si dimette dalla sottocom-

missione che fa capo a McCarthy per i ripetuti litigi con un

collega. In attesa di elezioni politiche generali, da tenersi nel ’56, gli accordi di Ginevra (aprile-luglio) sanciscono la divisione del Vietnam in due Stati indipendenti, separati tra loro dalla

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linea del 17° parallelo. Gli americani non sono tra i firmatari degli accordi. Eisenhower offre al primo ministro del Viet- nam del Sud, Ngo Dinh Diem, l’appoggio degli Stati Uniti per resistere ai tentativi di sovversione, in vista dell’attuazio- ne delle indispensabili riforme. Il 6 aprile Kennedy pronun- cia un discorso a riguardo: “… un’azione unilaterale da parte del nostro Paese (…) sarebbe virtualmente impossibile nella situazione militare che prevale in Indocina… (nei confronti di) un nemico che è dovunque e, nello stesso tempo, in nes- sun luogo: un ‹nemico del popolo› che ha la simpatia e l’ap- poggio clandestino del popolo”. Ha grande successo la “teoria del domino” di Joseph e Stewart Alsop. “Ike” ne parla in una conferenza stampa: “Se si dispone in fila una serie di tessere del domino e si butta giù la prima, è certo che ben presto cadrà anche l’ultima”. John attraversa un momento difficile a causa dei disturbi alla schiena che si sono aggravati tanto da costringerlo a camminare nuovamente con le grucce. Nell’agosto, prende la decisione di appoggiare in Senato la mozione di censura nei confronti di McCarthy ma, ironia della sorte, il 2 dicem- bre, al momento della votazione, si troverà ricoverato in cli- nica per un delicato intervento chirurgico. Il 21 ottobre, i medici del Manhattan’s Hospital gli ap- plicano una placca d’acciaio tra le vertebre dei lombi dopo una lunga e rischiosa operazione di doppia fusione dei di- schi spinali. Non guarisce e un’infezione lo riduce di nuovo in fin di vita. Per due volte gli viene impartita l’estrema un- zione. A fine dicembre, si trasferisce in aereo in Florida, con- fidando nel clima mite del luogo. Durante la forzata inazio- ne scrive Profiles in Courage (Ritratti del coraggio). È la bio- grafia di alcuni senatori degli Stati Uniti che in situazioni di estrema difficoltà hanno dato prova d’indipendenza di giudizio e di coraggio politico. Il libro diverrà un best-seller come lo fu il primo sulla Gran Bretagna. Fallisce in Europa, per l’ostilità francese, il progetto della Ced (Communauté européenne de défense). La Corte Su- prema dichiara illegale, negli States, la segregazione razziale

  • 164 Il tempo della speranza. Gli anni di Giovanni XXIII e John F. Kennedy

nelle scuole pubbliche. Le condizioni di salute di John a Palm Beach non migliorano e a meta febbraio del ’55, con un secondo intervento chirurgico, gli viene estratta la plac- ca. Si riprende molto lentamente. Il 25 ritorna in Florida per una lunga convalescenza. Nella primavera la dottoressa Janet Travell inizia a trattare i suoi muscoli lombari con la novocaina e questo gli procura un immediato sollievo. La gamba sinistra risulta più corta e il difetto viene sistemato allungando il tacco della scarpa. La sedia a dondolo della dottoressa lenisce il dolore alla schiena ed egli ne acquista una simile. In breve sta meglio e recupera forze e morale. Il 23 maggio, dopo sette mesi di assenza, riappare a Washington accolto festosamente. Viene pubblicato Profiles in Courage per i tipi di Harper & Brothers di New York e il successo è immediato. John e “Jackie” possiedono una casa a Cannes insieme al commediografo William Douglas-Home e alla moglie. Un giorno conoscono Churchill, ormai anziano, sul panfilo di Aristotle Onassis. Per Kennedy lo statista inglese è un vero e proprio mito. Fra tutte le frasi del vecchio leone che il pre- sidente ama citare, quella preferita è: “Noi ci armiamo per parlamentare”. Continua la lotta dei neri per l’eliminazione della segregazione. L’1 dicembre Rosa Parks, una giovane sartina di colore, è arrestata a Montgomery in Alabama perché in autobus oc- cupando un sedile nelle posizioni di testa, riservate ai bian- chi, ha violato la legge. I neri reagiscono boicottando l’uti- lizzo degli automezzi cittadini. Dal 5 dicembre lunghe file di colored si muovono per la città a piedi per recarsi al lavoro o a scuola e i mezzi pubblici, tra la sorpresa dei bianchi, pas- sano vuoti o quasi. Il boicottaggio durerà undici mesi. Martin Luther King, propugnatore dei diritti civili delle mi- noranze discriminate, è coinvolto in un processo clamoroso ma, quando sta per essere condannato, la Corte Suprema di Washington dichiara “contrarie alla Costituzione le norme sulla segregazione degli autobus nell’Alabama”.

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1956-1959 “Meno profili più coraggio”, dicono i “liberal”

Agl’inizi del ’56 Kennedy, quasi da solo, conduce una bat- taglia politica per impedire che l’introduzione di un emen- damento legislativo trasformi il sistema elettivo presiden- ziale dei singoli Stati da maggioritario in proporzionale. Grazie alla sua decisa azione la modifica non passa. In ma- teria di diritti civili “… il Partito democratico non deve ter- giversare – dichiara – Può darsi che questo ci alieni le sim- patie del Sud; ma, nel nostro Paese, le decisioni della Corte Suprema sono legge”. È l’anno dell’elezioni presidenziali e “Ike” si avvia alla riconferma. Kennedy vorrebbe sostenere la nomination di Stevenson con tutti i voti del Massachusetts ma, per poterlo fare, deve assicurarsi il controllo del Comitato democratico dello Stato togliendo di mezzo due personaggi che l’ostacolano:

William Burke e John Fox, editore del «Boston Post». La cosa riesce utilizzando per la prima volta sistemi di lotta non trasparenti. Kennedy è in lizza, nella lista democratica, per il posto di vicepresidente. Alla convenzione di Chicago è per la prima volta al centro dell’attenzione nazionale. Grazie a un discorso elaborato con l’aiuto di Sorensen presenta la candidatura di Stevenson alla nomination. Adlai viene eletto al primo scru- tinio, ma Kennedy – nello scontro per la vicepresidenza – è battuto da Estes Kefauver. La sconfitta è provvidenziale. In caso contrario sarebbe rimasto travolto, come tutti i demo- cratici, dalla clamorosa vittoria di Eisenhower, con grave dan- no per la sua reputazione. John punta ora, determinato, alla carica di presidente. “Suppongo che chiunque agisca in politica amerebbe farlo”, confessa a un giornalista con franchezza. Alla ricerca di so- stegno morale vola in Francia dal padre, a Cap d’Antibes. A sua volta “Jackie” è ospite della madre a Newport e qui, dopo alcune settimane, perderà il figlio che reca in grembo. Cir- colano voci insistenti di ripetuti screzi tra John e Jacqueline per le continue avventure sentimentali del senatore. La mo-

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glie appare intenzionata a divorziare ed è il vecchio “Joe” a dissuaderla. Offrendole, a titolo di risarcimento, un milione di dollari (quasi 8 milioni di euro oggi), la convince a non rovinare la carriera politica del figlio. Inoltre, per tacitare i pettegolezzi e veicolare l’immagine rassicurante di un ma- trimonio felice, assume un fotografo e lo incarica di ripren- dere i momenti intimi della coppia. John inizia a considerare Stevenson uomo irresoluto e la stima reciproca tra i due subisce una prima incrinatura. Kennedy è mal visto dagl’intellettuali liberal. Questo dipen- de dal fatto che a suo tempo, per ragioni tattiche, non ha mai apertamente criticato – pur non condividendola – l’azione politica di McCarthy (il senatore cattolico di ori- gini irlandesi impegnato in un’accesa campagna anticomu- nista). Anche Lyndon Johnson è guardato con sospetto e considerato, a torto, un esponente delle posizioni conser- vatrici del Sud. A Chicago, Kennedy incontra per la prima volta Amintore Fanfani e stupisce l’uomo politico italia- no – esponente di spicco della Democrazia cristiana – rive- lando di aver letto il suo Cattolicesimo e protestantesimo nella formazione storica del capitalismo. Per il senatore di Boston il liberalismo ha ancora un senso nella misura in cui propone programmi di riforme economiche e sociali. A Cambridge, Kennedy riceve la laurea ad honorem della Harvard Univer- sity. Frattanto in politica estera gli Usa registrano qualche insuccesso. Per Foster Dulles il neutralismo è un principio “che pre- tende di garantire una maggiore sicurezza a una nazione at- traverso l’indifferenza al destino delle altre”. Ma è lui il re- sponsabile della fallimentare politica estera di Eisenhower. Specie in Egitto ove la miopia americana, negando il finan- ziamento alla costruzione della diga di Assuan, ha spinto Gamal Nasser tra le braccia dei sovietici. Il 26 luglio, il Rais, per ritorsione, aveva nazionalizzato il canale di Suez. Nel gennaio del ’57 si libera un posto alla Commissione senatoriale per gli Affari Esteri. Kennedy si offre con sol- lecitudine ostacolato ancora una volta da Kefauver, ma rie-

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sce a spuntarla. Inizia nel Vietnam del Sud la guerra civile. Diem, coadiuvato dall’energico fratello Nhu, governa il Paese con durezza, senza attuare le necessarie riforme so- ciali, premessa ineludibile del consenso popolare. Non si è preoccupato di organizzare – come previsto dagli accordi di Ginevra – le elezioni politiche generali. A Kennedy, autore di Profiles in Courage, viene assegnato il premio Pulitzer per la biografia. Nello sforzo di accatti- varsi i liberali, il senatore s’impegna sul terreno dei diritti civili. Collabora alla cancellazione del “Giuramento di fe- deltà alla Nazione” da parte degl’insegnanti, abolito con il National Defense Educational Act (Decreto per l’educazione alla difesa nazionale). La signora Roosevelt, coscienza critica dei liberal, lo attacca, stigmatizzandone il silenzio sugli ec- cessi dell’azione politica di McCarthy e a proposito del libro dichiara riferendosi all’autore: “… sa che cos’è il coraggio e lo ammira, ma non ha la forza di essere coraggioso”. John è sospettato di non essere l’autore dei “Profili”. Il giornalista Drew Pearson afferma che la paternità autentica spetta a Sorensen. È poi costretto a ritrattare, quando l’avvocato Clark Clifford, incaricato dal senatore, mostra gli appunti originali, le minute del libro e le registrazioni al dittafono. Viene promulgato il Civil Rights Act (Decreto per i di- ritti civili), primo provvedimento in materia deciso dal Congresso dopo ottantasette anni. Soltanto un contentino, per la verità, e organizzato in modo da renderlo il più inno- cuo possibile (due democratici del Sud e tre repubblicani ne costituiscono la maggioranza). In luglio, con un discorso molto chiacchierato, Kennedy attacca la politica francese in Algeria, suscitando lo sdegno dell’establishment america- no, che giunge a crederlo su posizioni contrarie alla Nato (North Atlantic Treaty Organization). Per un paio d’anni, quelle parole pronunciate al Senato varranno come prova della sua irresponsabilità in materia di politica estera. Si raf- forza l’equivoco che lo accompagnerà – persino durante la campagna elettorale del ’60 – che voglia chiedere agli Usa di abbandonare l’Europa per focalizzare l’attenzione sul

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“Terzo mondo”. Il discorso, ovviamente, lo rende molto po- polare tra gli africani. Nell’estate, con un pamphlet che appare sul no. 45 del «Georgetown Law Journal», critica il Congresso. Lo scrit- to è titolato Congressional Lobbies: A Chronic Problem Re- examined (Le lobby del Congresso: riesame di un problema cronico). In Europa si firma il Trattato di Roma che dà vita alla Cee (Communauté européenne economique). Da que- sta prende avvio il Mec (Marché européen commun). Il 17 novembre nasce il primo figlio della “First Couple”. È Caroline, una femmina. Esito felice dopo che “Jackie”, per due volte, non è riuscita a portare a termine la gravidanza. La famiglia lascia la Virginia e si trasferisce a Georgetown. John è dotato di solide doti d’ironia e di autoironia. A chi, infastidito dai soldi del padre, polemizza sulle ingenti somme che questi spende per sostenerlo, prendendo parte a Washington il 15 marzo del ’58 alla “cena Gridiron” – rito annuale nel corso del quale giornalisti e uomini politici si scambiano salaci battute di spirito – annuncia di avere appena ricevuto un telegramma del suo “munifico babbo” che dice: “Caro Jack, non comprare neanche un voto più del necessario, che mi venga un accidente se ho intenzione di pagarti un plebiscito”. Anche i repubblicani sono oggetto delle sue frecciate. È tempo di crisi economica negli Usa e delle relative polemiche. Eisenhower dichiara: “… secondo Jack, in questo momento siamo alla fine dell’inizio della ri- presa della flessione”. Kennedy risponde: “ogni dato posi- tivo che la Casa Bianca trova nell’economia fa pensare a quel poliziotto che si china sul cadavere nel vicolo e annun- cia allegramente: ‹Due ferite sono mortali, ma l’altra non è poi così grave›”. Il 14 agosto, da senatore lungimirante e maturo, pronun- cia un importante discorso di politica estera: denuncia il vantaggio che l’Urss si è guadagnata nel settore degli arma- menti e invita gli Usa a riprendere il sopravvento. Con il collega repubblicano di New York, Ives Irving, presenta una specie di codice di autodisciplina sindacale che, dopo un av-

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vio favorevole al Senato, viene bocciato alla Camera. Pub- blica un libretto: A Nation of Immigrants (Una nazione di immigrati), destinato a trovare scarsa diffusione, e a essere praticamente ignorato da giornalisti e biografi. Si tratta di uno studio sulla composizione etnica degli States e sulla ric- chezza apportata al Paese dalle ondate migratorie succedu- tesi nel tempo (con particolare attenzione a quella irlande- se): “Le leggi sull’immigrazione dovrebbero essere genero- se – scrive – dovrebbero essere giuste, dovrebbero essere flessibili. Con leggi di questo tipo potremmo guardare il mondo, e il nostro passato, con la coscienza e le mani puli- te”. Prende il via la campagna elettorale per il rinnovo del Congresso. È la fatica più dura: “di corsa, sempre di corsa”, ricorderà poi “Jackie”. A novembre il senatore ottiene 875 mila voti più del suo avversario, l’avvocato Vincent Celeste, e viene riconfermato nel seggio. Inizia, con questo successo, la battaglia per la presidenza. Il 3 gennaio del ’59 l’Alaska è il 49° Stato dell’Unione. Nel marzo, a proposito del proble- ma religioso, Kennedy afferma: “Qualunque possa essere la religione di un uomo nella sua vita privata, per chi ricopre una carica pubblica niente può essere anteposto al suo giu- ramento di applicare la Costituzione in tutte le sue parti”. Nel maggio a Harvard, nel giorno della consegna delle lau- ree, incontra il democratico “scissionista” Thomas Finlet- ter: un convinto ammiratore di Stevenson. I due si piaccio- no e l’approccio al gruppo dei liberal è facilitato. Verso la metà di luglio, Schlesinger è invitato a Hyannis Port dai Kennedy. Cena a tre. Il professore si fa un’idea ab- bastanza precisa delle qualità dell’esponente cattolico che si rivela uomo vivace, arguto, capace di ridere di se stesso. Kennedy confessa di essere ottimista circa una sua vittoria nella gara per la nomination, e di temere più un possibile ri- torno di Stevenson, che la minaccia di Hubert Humphrey o di Johnson. Apprezza il sindacalista James “Jimmy” Hof- fa, stima Barry Goldwater ritenuto uomo onesto e di carat- tere. È graffiante con “Ike” che definisce uomo gelido: “… nes-

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suno è meno fedele di lui agli amici d’un tempo. Tutti i suoi compagni di golf sono ricconi che ha conosciuto dopo il ’45”. Giunge ospite in Usa Nikita Kruscev. Al leader sovietico, tra un impegno e l’altro, capita di conoscere Kennedy. Ma è un incontro fugace, limitato a una stretta di mano e a po- chi convenevoli. L’americano, tra l’altro, si è presentato in ritardo. Il 21 agosto le isole Hawaii diventano il 50° Stato dell’Unione. Kennedy dichiara a John Fischer di «Harper’s Magazine» di non vedere di malocchio il neutralismo in Africa e in America latina, tenuto conto che per più di un secolo era stato condizione caratteristica anche degli Usa. “Abbiamo dalla nostra ‹un’arma miracolosa› – dice a James Burns – e cioè il desiderio di libertà e d’indipendenza. Pro- prio perché sono convinto che il nostro sistema è più in ar- monia coi principi della natura umana, noi alla fine la spun- teremo”. A una domanda circa le sue condizioni di salute rispon- de: dopo la guerra, le febbri e la malaria hanno causato una disfunzione delle ghiandole surrenali, ma il fenomeno è sta- to circoscritto. Ribadisce di non soffrire del morbo di Ad- dison, sfatando una diceria. A ottobre convoca il suo stato maggiore nella villa di Hyannis Port per stendere il piano di conquista della presidenza.

  • 1960 La “Nuova Frontiera” vale “nomination” e presidenza

Il 2 gennaio a Cambridge, dopo un programma televisivo con la signora Roosevelt, annuncia la sua discesa in campo:

“Negli ultimi quaranta mesi ho visitato tutti gli Stati del- l’Unione e ho parlato con democratici di tutti gli ambienti sociali. La mia candidatura è quindi basata sulla convinzione di poter ottenere sia la designazione sia l’elezione”. Non uno dei ripetuti sondaggi fatti tra giornalisti, uomi- ni politici, membri del Congresso dà Kennedy vittorioso nella gara per la nomination. Inizia la tambureggiante cam- pagna di maldicenze scatenata contro di lui. I liberal non gli perdonano l’appoggio dato più volte in passato a McCarthy.

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Strano atteggiamento, vista la tolleranza manifestata nei confronti di Humphrey (il suo diretto avversario) che si era fatto promotore del progetto di legge per la messa al bando del Partito comunista. Del candidato infastidisce soprattut- to la religione cattolica. Poi vi è l’antica e tenace diffidenza nei confronti del padre, l’anziano ex ambasciatore. “Humphrey – sostiene Kennedy – si accalora troppo, per i gusti attuali della gente. Oggi – aggiunge non senza iro- nia – vogliono un tipo più noioso, più monotono… come me”. Viene approvata una legge che riconosce al ministro della Giustizia ulteriori poteri, anche se limitati, in tema di ga- ranzie sull’universalità del diritto di voto. In marzo, i Viet Cong creano nel Sud Vietnam un fronte di liberazione na- zionale. Diem controlla dispoticamente il Paese. Risponde alla violenza con la violenza. Istituisce campi d’isolamento e di rieducazione politica con l’unico risultato di rafforzare la guerriglia. Il 17 marzo, l’amministrazione Eisenhower de- cide di utilizzare esuli da Cuba per abbattere dall’interno il regime di Fidel Castro. Kennedy è totalmente all’oscuro dell’iniziativa. Inoltre, per indebolire l’economia dell’isola, gli Stati Uniti cessano di acquistarne la produzione zucche- riera. I rapporti tra Kennedy e Stevenson non sono buoni. Il primo, nonostante i malintesi, appare sempre più l’erede e il continuatore del modo di pensare del secondo. Di que- st’ultimo apprezza una serie di enunciati: alto concetto della politica, certezza che l’abbondanza materiale non è suffi- ciente a gratificare la vita, intolleranza per i cliché liberali, disprezzo per l’acquiescenza dei conservatori, appelli alla gioventù, disponibilità alle idee nuove e rispetto per chi di- mostra di possederle, convinzione che la storia non consen- ta soluzioni semplicistiche, tendenza a invocare una mag- giore fermezza nel governo della cosa pubblica. Tutto ciò è patrimonio comune di entrambi gli abili e sofisticati congressman. Adlai non intende scendere in campo ed è deciso a mantenersi neutrale nella lotta. Ha scelto di non appog -

  • 172 Il tempo della speranza. Gli anni di Giovanni XXIII e John F. Kennedy

giare candidati. Il 5 aprile Kennedy vince nel Wisconsin con un buon margine, ma il risultato non basta a convincere Humphrey a desistere. Lavora instancabile, giorno e notte, sino a perdere la voce. Nei comizi è costretto a rimanere in tribuna a sorridere accanto a Sorensen e al fratello “Ted” che ne leggono i discorsi. In politica estera si profilano nubi minacciose. L’1 mag- gio è abbattuto nei cieli siberiani l’aereo spia U-2, pilotato da Gary Powers, e il “vertice” di Parigi, tra Eisenhower e Kruscev, è fallito. Il leader sovietico, parlando all’Onu (Or- ganizzazione delle Nazioni Unite), attacca con violenza gli Usa e si esibisce in una colorita sceneggiata di protesta. La gente si chiede se il giovane Kennedy sia il presidente adatto a fronteggiare il rischio di una possibile guerra nucleare. Il 10 il West Virginia va alle urne e la vittoria di John è trion- fale. Dopo qualche esitazione Humphrey si ritira. Il sena- tore di Boston rafforza il successo con un’iniziativa edito- riale. Pubblica, riuniti in un volume dal titolo The Strategy of Peace (nell’edizione italiana Strategia di pace), alcuni scrit- ti e discorsi (specie quelli contenenti critiche alla politica estera di Eisenhower), organizzati in modo da costituire una traccia della sua futura azione di governo. In estate gli stu- denti del Kenya non in grado di pagare le spese di viaggio per usufruire di borse di studio in università americane, so- no trasportati gratis a spese della Fondazione Kennedy con voli ben reclamizzati. Eisenhower se ne era disinteressato. Il 2 luglio l’ex presidente Truman dichiara che John è troppo giovane per aspirare alla Casa Bianca e India Ed- wards, democratico schierato a favore di Johnson, solleva il problema della salute del candidato. Kennedy risponde il giorno 4: “Il signor Truman mi domanda se credo di essere pronto (…) Oggi io vi dico che, se il popolo di questa nazio- ne mi sceglie come suo presidente, io credo di essere pron- to”. Poi si concede un meritato riposo a Cape Cod con “alte speranze”, che è anche il titolo del motivo lanciato da Frank Sinatra e spesso utilizzato nella competizione per le prima- rie.

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L’esuberante “Joe” – grande finanziatore della campagna elettorale del figlio – fa tappa a Las Vegas prima di affron- tare le rischiose emozioni del meeting. Vuole puntare una grossa somma sulla nomination di “Jack”. Mira ad abbassare le quote delle scommesse per dare l’impressione che la vit- toria sia scontata. Lunedì 11, nel Memorial Sports Arena

  • di Los Angeles, si apre la convention. Si crea un clima favo-

revole a una candidatura di Stevenson, ma questi non si la-

scia coinvolgere. La sera di mercoledì 13, Kennedy ottiene la nomination, seppur tra contrasti, e con un margine esi- guo. Giovedì pomeriggio, con un colpo a sorpresa, annuncia la scelta del senatore Johnson del Texas per la vicepresiden- za. Alla convenzione si predispongono le operazioni di voto e lo speaker, John McCormack, chiede che il rappresentante

del Sud venga eletto per acclamazione. Così è fatto, tra il di- sappunto dei delegati liberal. Al Coliseum di New York, la sera di venerdì 15, davanti a una platea di 80 mila persone, Kennedy tiene il discorso

  • di accettazione: “Noi c’impegnamo ad agire per ottenere

che il Senato prenda in esame una proposta di legge sui di-

ritti civili (…) Ci troviamo oggi alla soglia di una “Nuova

Frontiera” (…) una frontiera aperta a vie e a prospettive an- cora ignote, una frontiera aperta a speranze ancora inappa- gate e a minacce ancora incombenti. La “Nuova Frontiera”

  • di cui parlo non consiste in una serie di promesse, consiste

in una serie d’impegni. Esprime non ciò che intendo offrire al popolo americano, ma ciò che intendo chiedergli (…) Ol- tre questa frontiera sono le zone inesplorate della scienza e dello spazio, gl’insoluti problemi della pace e della guerra, le inconquistate sacche dell’ignoranza e del pregiudizio, le irrisolte questioni della miseria e dell’abbondanza (…) Co- mincia ora un lungo viaggio”. L’idea della “Nuova Frontiera” è del professor Walt Rostow del Mit (Massachusetts Institute of Technology), uno degl’intellettuali appartenenti al brain trust di Kenne- dy. Agl’inizi di luglio del ’60, nel corso di un cocktail party organizzato a Boston da Deirdre Henderson – assistente

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del senatore e assunta fin dal ’59 per coadiuvarlo nella cam- pagna elettorale – il professore aveva insistito nel presentare una sua idea guida per il programma e John alla fine se n’era andato con in tasca un promemoria ad hoc (La Henderson, in possesso del diario redatto da Kennedy durante il suo viaggio in Europa nell’estate del ’45, lo darà alle stampe cin- quant’anni dopo con la dicitura Prelude to Leadership: The European Diary of John F. Kennedy. Il libro, pubblicato nel ’97 da Mondadori, apparirà in Italia con il titolo L’alba del- la nuova Europa). Anche i repubblicani tengono, dal 23 al 29 luglio a Chicago, la loro convention . Vince Nixon affiancato da Cabot Lodge. Agl’inizi di agosto John pranza a Hyannis Port con Schlesinger e la moglie. È invitato anche lo scrit- tore Norman Mailer al quale il padrone di casa rivela di aver letto The Deer Park (ed. it. Il parco dei cervi) e gli altri e non – come in genere accade – The Naked and the Dead (ed. it. Il nudo e il morto) e gli altri: prova dell’indipendenza di giu- dizio e dei peculiari gusti del senatore. Dà fastidio a John essere messo sullo stesso piano di Nixon, come fa sul «Boston Globe» il giornalista Eric Sevareid. Prega Schle- singer di scrivere un pamphlet per mettere in evidenza le dif- ferenze tra lui e Nixon: “… non ha gusto” – dice con disprez- zo – e, quanto alla visione dei problemi, “è al punto in cui ero io dieci anni fa”. Detesta il modo con cui apre i suoi co- mizi: “con i saluti di Pat e miei”. Kennedy non ha vita facile. Dalla riunione del Consiglio nazionale dell’Ada emerge una corrente di simpatia molto tiepida nei suoi confronti e di piena ostilità nei confronti di Johnson. Sollecitato da “Bob”, al fine di perorare la causa del senatore, Schlesinger compie un viaggio in California, ove Stevenson è molto popolare. Ma è proprio questi a ri- baltare la situazione, mettendosi al servizio del candidato, e accettando con grande stile il cambio della guardia. Pre- sentando a Los Angeles il giovane concorrente alla Casa Bianca dice, dinanzi alla folla dei suoi sostenitori: “Quando nei tempi antichi Cicerone finiva di parlare, la gente diceva:

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‹Come ha parlato bene!›, ma quando finiva di parlare De- mostene, la gente diceva: ‹Mettiamoci in marcia›”. Kennedy incomincia a trovare il tono giusto con la sua voce vibrante e concitata, le frasi scandite dal movimento del braccio in avanti con l’indice puntato verso gli ascolta- tori, le argomentazioni serrate, non interrotte neppure dagli applausi. “Il popolo americano è stanco dell’inerzia che do- mina la nostra vita nazionale e dell’infiacchirsi della nostra vitalità e del nostro prestigio, ed è capace della volontà e del- la forza necessarie a dare nuovo impulso agli Stati Uniti”. Il futuro non è dalla parte del comunismo, ma “futuro e Stati Uniti sono la stessa cosa”. Nel frattempo il Partito comunista del Vietnam del Nord riconosce ufficialmente il Fronte di liberazione nazionale e lo esorta a cacciare gli americani “imperialisti”. Il 5 settem- bre, in un discorso improvvisato a Detroit nella Cadillac Square, Kennedy dichiara: “La ‹Nuova Frontiera› non è ciò che prometto di fare per voi. La ‹Nuova Frontiera› è ciò che io chiedo a voi di fare per il vostro Paese”. Ma il pro- blema del suo essere cattolico è sempre il più importante:

“Mi sto stancando di questa gente convinta che io voglia so- stituire l’oro di Fort Knox con una fornitura d’acqua santa”, mormora spazientito. Il 12 parlando a Houston, nel Texas, a un gruppo di pastori protestanti, risulta convincente e sgombra il campo da possibili dubbi sulla fedeltà alla Co- stituzione: “Io non sono il candidato cattolico alla presiden- za. Sono il candidato del Partito democratico, che si dà il caso sia anche cattolico”. Il 26 ha luogo, a Chicago, il primo dibattito televisivo con Nixon. Prevale nettamente Kennedy: “Può la libertà essere difesa – s’interroga – contro l’attacco più violento che mai le sia stato sferrato? Credo che possa esserlo e penso che dipenda da quello che facciamo noi in questo Paese. È tempo che l’America si rimetta in cammino”. Le riserve dell’avversario circa inesperienza e giovane età sono facil- mente smontate. Nel secondo, il 7 ottobre, le luci della Nbc (National Broadcasting Company) sono tutte per lui e

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Il tempo della speranza. Gli anni di Giovanni XXIII e John F. Kennedy

“Jack” comprende che è stata fatta una scelta a suo favore. Accade un episodio sintomatico. A trasmissione conclusa, mentre i candidati discutono del più e del meno, si avvicina un fotografo: Nixon senza cambiare tono prende ad agitare l’indice davanti alla faccia di Kennedy come per impartirgli una lezione. Così aveva fatto anche con Kruscev e l’espo- nente democratico non può esimersi dal commentare l’ac- caduto con disprezzo. Terzo dibattito con Nixon il giorno 13. Nell’elaborazione delle idee e dei testi l’esponente del Massachusetts aveva l’ap- porto di Sorensen, di Richard Goodwin e di Myer Feldman. Un ufficio con sede a Washington, diretto da Archibald Cox, raccoglieva il lavoro degli esperti e li trasformava in schemi di discorso. Frequenti erano gli attriti tra Cox e lo staff al seguito del senatore. Si comincia a parlare di “stile Kennedy”. “Ti rendi conto della responsabilità che mi porto sulle spalle? – dice un giorno scherzando a Schlesinger – so- no l’unica persona che si frappone tra Nixon e la Casa Bian- ca”. Nel corso del mese a Tampa, località della Florida, John lancia l’idea dell’Alianza para el Progreso (Alleanza per il progresso). È convinto che per non perdere il Sud America sia necessaria una politica improntata all’idealismo sociale, mentre una linea “antirivoluzionaria” finirebbe col raffor- zare il comunismo. Il 21, diffuso da New York, ultimo confronto televisivo con Nixon. Risultò che fu il primo “faccia a faccia” a deci- dere della vittoria di Kennedy, perché i tre successivi – ap- parsi meno interessanti – si erano chiusi sostanzialmente al- la pari. La condizione di cattolico continua a essere uno dei maggiori ostacoli alla sua possibile elezione: “Presto il papa governerà l’America”, è uno degli slogan più diffusi. “Quanti cattolici sono arrivati col Mayflower? Neanche uno… La Costituzione è una costituzione protestante”, grida il reve- rendo evangelista Harvey Sprinter. Il giorno 24, King è in- carcerato a iniziativa di un tribunale della Georgia. Kennedy telefona per solidarietà a Coretta, la moglie incinta del re- verendo di colore. Interviene anche “Bob”, con pressioni sul

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giudice, affinché conceda la libertà provvisoria al leader an- tisegregazionista. La personalità di John comincia a emergere. La campa- gna elettorale nella terza decade di ottobre prende fuoco e assume un andamento travolgente. Ma poi stranamente ri- fluisce, forse per l’intervento di Eisenhower a favore di Nixon, o per un ripensamento degli americani. Kennedy sconta tra i democratici del Sud anche il prezzo della tele- fonata a Coretta. L’ingerenza della gerarchia cattolica nelle elezioni di Portorico ove è data ai cattolici l’indicazione esplicita di votare contro il governatore Luis Muñoz Marín, fautore del controllo delle nascite e tollerante dei matrimo- ni civili, fa dire al candidato: “Se un numero sufficiente di elettori si rende conto che Portorico è terra americana, l’ele- zione è persa”. Se la campagna fosse durata ancora tre giorni “Jack” sarebbe stato sconfitto, diranno poi i democratici. Martedì 8 novembre, con un margine paurosamente stretto di voti popolari (meno di 120 mila su quasi 69 mi- lioni), Kennedy è il presidente designato degli Stati Uniti d’America con 303 voti elettorali contro 219. La certezza della vittoria si ha all’indomani, poco dopo mezzogiorno. A determinarla è stato il voto massiccio dell’elettorato nero:

dal 68 al 78 per cento secondo i sondaggi. “Nessuno dal tempo di Franklin ha mai avuto lo stesso potere simbiotico con le folle – confessa la Roosevelt, portavoce dei liberal – intelligenza e coraggio suscitano nelle folle sentimenti che lo rendono più forte”. Fallisce un colpo di Stato militare nel Vietnam del Sud. In risposta, l’intransigente Diem, con misure ancora più drastiche, inasprisce il controllo del Paese. Il 17 Allen Dulles e Richard Bissell jr. della Cia (Central Intelligence Agency) informano il presidente della decisione di Eisenhower di ad- destrare ed equipaggiare un nucleo di esuli cubani per uno sbarco risolutivo a Cuba. Il 25 nasce John jr., l’erede maschio di Kennedy. Il parto prematuro costringe “Jackie”, a rima- nere a Palm Beach per riaversi. Il 29 Dulles consegna al pre- sidente designato, che non muove obiezioni, una relazione

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sul progetto anti Castro. Agl’inizi di dicembre, l’idea di Stewart Udall – d’invitare il poeta Robert Frost a leggere alla cerimonia d’insediamento una sua poesia – è bene accolta. Primo incontro tra Kennedy ed Eisenhower. Al mitico ex-comandante dell’operazione Overlord (sbarco del 6 giu- gno del ’44 in Normandia), che propone di nominare un rappresentante per fungere da legame con l’amministrazione uscente, il nuovo eletto fa il nome di Clifford. John vuole realizzare un “ministero dei talenti”. Nomina Pierre Salinger capo dell’ufficio stampa e Sorensen consiglie- re personale. Robert McNamara, da pochi giorni presidente della Ford, dopo qualche esitazione accetta e diviene mini- stro della Difesa. Il Tesoro va a Douglas Dillon, repubblica- no. Dean Rusk è promosso segretario di Stato e Stevenson ambasciatore alle Nazioni Unite. “Bob” è il nuovo ministro della Giustizia. Il ruolo di assistente particolare del presi- dente è attribuito a Schlesinger con l’incarico di scoprire e riparare i guasti politici. Averell Harriman è l’ambasciatore viaggiante del dipartimento di Stato, mentre McGeorge Bundy viene insediato alla guida del Nsc (National Security Council). Gli uomini della “Nuova Frontiera” sono diversi da quelli del “New Deal”. Sono convinti che le cose vanno fatte non perché giuste e sante, ma perché razionali e necessarie. Sono uomini giovani, ma nello stesso tempo esperti e disincantati. Molti di loro si sono battuti in guerra con buon comporta- mento. Non sono degli specialisti, ma uomini versatili. A Palm Beach, una domenica mattina di dicembre, un tale Richard Pavlick parcheggia la sua automobile, carica di esplosivo, davanti alla residenza del presidente. Vuole assas- sinarlo, convinto che abbia comprato la vittoria. Quando Kennedy esce di casa, lo accompagnano sulla soglia Caroline e “Jackie”. L’attentatore rinvia la decisione. Quattro giorni dopo i servizi segreti lo arrestano.

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 Alla Casa Bianca (191-193)

  • 1961 “Scegliamo di andare sulla Luna…”

Ai primi di gennaio, l’amministrazione Eisenhower uscente rompe i rapporti diplomatici con Cuba. Ma è una decisione autonoma e Kennedy non vi ha ruolo alcuno. Il giorno 9 John è a Cambridge per il discorso di addio al Parlamento del Massachusetts. È il suo primo discorso pubblico dopo l’elezione: “A coloro ai quali molto è stato dato, molto si chiede” sentenzia, ponendosi immediatamente il problema di come sarà giudicato dalla storia dopo il suo mandato. Vende le azioni di società private che possiede e le converte in titoli governativi. In Congo, l’ex premier Patrice Lumumba – rapito e sevi- ziato – è assassinato il giorno 17 nei pressi di Leopoldville ma, del tragico episodio, al momento nulla trapela. Il 19, ul- timo incontro ufficiale tra Kennedy e “Ike”. Il vecchio sol- dato lo informa che in questo momento “noi stiamo contri- buendo all’addestramento di forze anticastriste in Guate- mala” e si augura che lo sforzo venga continuato e accelera- to.

È un tormentato giovedì di neve quando, alle ore venti, John entra con la moglie nel “Constitution Hall” per il con- certo inaugurale. Un’ora dopo, nell’intervallo, la coppia ab- bandona il salone per recarsi, accompagnata dall’amico William Walton, al gala inaugurale che si tiene all’“Armory”. Washington è sommersa da un candido mantello e gli spa- latori sono all’opera. Nella Capitol Plaza i soldati usano i lanciafiamme per sciogliere i cumuli gelati. Il giorno 20 il presidente designato rientra nella sua casa di Georgetown alle quattro meno un quarto, dopo una cena offerta dal pa- dre in suo onore. “Jackie”, non ancora ristabilita dopo la na- scita del secondo figlio, è già rincasata da ore. La neve ha smesso di cadere e John si alza alle otto. Tra alcuni mesi avrà quarantaquattro anni. È in piena forma con un fisico equilibrato. I suoi ottanta chili di peso sono ben

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distribuiti su un metro e ottantatré centimetri di altezza. Al- le undici, in compagnia della moglie, del presidente e del vi- cepresidente uscenti, prende il caffè nella sala “rossa” della Casa Bianca. Poi in automobile verso il Campidoglio. Qui gl’invitati sono in abito da cerimonia: gli uomini con il ci- lindro. L’anziano Frost inizia a leggere Il dono totale, la poe- sia scritta per l’occasione: ma non ce la fa. Il riverbero della luce sulla neve lo acceca, e allora si trae abilmente d’impac- cio recitandola a memoria: “The land was ours / before we were the land’s…” (La terra era nostra / prima che noi fossi- mo della terra…). Da notare che tra i presenti vi sono artisti e scrittori di chiara fama. Spiccano: Wystan Auden, Jacques Maritain, Robert Lowell, John Steinbeck, Allen Tate. Dal Minnesota Ernest Hemingway, ricoverato nella clinica Mayo di Rochester, si fa vivo con un messaggio caloroso. Alle ore tredici il novello presidente, senza soprabito e a capo scoperto, pronuncia con voce alta e ferma il giuramen- to rituale sulla vecchia Bibbia di famiglia, dinanzi al giudice della Corte Suprema Earl Warren. Poi inizia a parlare: “Co- minciamo daccapo e ricordiamoci tutti che il contegno ci- vile non è segno di debolezza e che la sincerità è sempre sog- getta a riprova. Non negoziamo mai per timore, ma neppure temiamo mai di negoziare. Tutto ciò non sarà compiuto in cento giorni, né in mille giorni, né durante questo nostro mandato (…) Ma cominciamo. Perciò, concittadini ameri- cani, non chiedete che cosa potrà fare per voi il vostro Paese, chiedetevi che cosa potrete fare voi per il vostro Paese. Con- cittadini del mondo, non chiedete che cosa farà per voi l’America, ma che cosa potremo fare insieme per la libertà dell’uomo”. Nel gelido pomeriggio sfila il corteo inaugurale. Inizia la 35a presidenza americana ed era dal ’33 che gli Usa non avevano una leadership democratica. Kennedy “Era un uomo libero, non soltanto nell’accezio- ne propagandistica che il termine ebbe durante la ‹Guerra Fredda› – scriverà in seguito Schlesinger – ma nel senso che sapeva, per quanto è possibile all’uomo, scegliere con la pro- pria testa senza essere al servizio di nessuna forza al di fuori

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  • di lui (…) Ciò che era proibito erano le pose, l’istrionismo,

l’avere il cuore in mano e in bocca le frasi fatte. Indispensa-

bile era invece una severa, stoica accettazione dell’arduo pre- sente e uno spirito aperto all’ignoto futuro”. Galvanizzato dal discorso di Kennedy, James Meredith, un veterano di colore che ha prestato servizio per nove anni nell’aeronautica, lo stesso giorno scrive all’università del Mississippi, chiedendo il modulo d’iscrizione. “Ole Miss” è il nome in gergo dell’università di Oxford. L’istituto, che non ha mai immatricolato uno studente nero, respinge la domanda motivandola con ragioni burocratiche. Meredith, spalleggiato dalle organizzazioni antisegregazioniste, si ri- volge al tribunale. Dopo alterne vicende giudiziarie la Corte Suprema gli dà ragione. A riprova del clima imperante in quel tempo, basti ricordare l’episodio di un capitano di co-

lore dell’aviazione che, recatosi a trovare un maggiore bian- co suo commilitone in una città del Sud, viene arrestato dal- la polizia locale, insieme al bianco, su denuncia di un vicino

  • di casa. La motivazione del provvedimento è sorprendente:

turbativa della quiete pubblica. Il giorno 22 il presidente ha notizia ufficiale dalla Cia e dal Pentagono dell’esistenza di un piano d’invasione riguar- dante Cuba. Il 30 tiene il primo discorso sullo stato del- l’Unione. Annuncia un’Alleanza per il progresso con i paesi dell’America latina, il varo del programma “Food for Peace” (Cibo per la pace) e l’istituzione del “Peace Corps” (Corpo della pace). Sul terreno dell’istruzione, primi insuccessi le- gislativi. Il progetto di legge sugli aiuti alla scuola pubblica non passa. Non è votato né dai protestanti, né dai cattolici democratici del Sud. Questo perché, nonostante le pressioni cui è sottoposto, Kennedy non intende finanziare le scuole parrocchiali. Al pranzo del Gridiron Club accennando alla mancata elezione, nelle presidenziali del ’28, del candidato cattolico Al Smith – che secondo i detrattori avrebbe consentito al papa d’impadronirsi dell’America – ricorda la leggenda del telegramma: “Disfi le valige!”, che questi avrebbe inviato al

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pontefice. “Be’ – aggiunge Kennedy – dopo la divulgazione del mio progetto di legge sull’istruzione, ho ricevuto dal pontefice un telegramma che dice: ‹Faccia le valige!›”. Il governo dimostra – come scrive Sorensen – che l’Ame- rica “non è un Paese ufficialmente cattolico, protestante e neppure genericamente cristiano, ma una Repubblica de- mocratica in cui né la religione in generale, né alcuna Chiesa in particolare, può essere rafforzata o indebolita da un atto pubblico”. Kennedy, in ossequio a tali convincimenti, non invia un ambasciatore americano presso la Santa Sede. Il maggior timore che ossessionava per motivi religiosi i suoi irriducibili avversari, era il rischio di veder officiata una mes- sa alla Casa Bianca. Accadrà una sola volta, il 23 novembre del ’63 (in occasione della morte del presidente). Il 12 febbraio George McGovern, nominato direttore di “Food for Peace”, si reca in Argentina e in Brasile. Lo accom- pagna Schlesinger con il compito di raccogliere discreta- mente informazioni sull’atteggiamento nei confronti di Castro dei governi dei Paesi visitati. In Sud America si guar- da a Kennedy come a un nuovo Roosevelt. Vi è nell’aria l’at- tesa di un miracolo. Il timore è che le grandi speranze del presente portino a grandi delusioni nel futuro. “Food for Peace” è la potente arma segreta del presidente per il “Terzo mondo”. Negli anni della sua amministrazione il valore degli aiuti ammonterà a quasi un miliardo e mezzo di dollari (va- lore odierno oltre nove miliardi di euro). Si eviteranno gran- di carestie in India, Egitto, Algeria e in altre nazioni. Il pa- gamento dei salari, che avviene in generi alimentari, sarà un mezzo di finanziamento dell’espansione economica, ridu- cendo i problemi dell’agricoltura americana afflitta da pe- renni surplus, aiuterà la marina mercantile perché secondo una specifica clausola tutti gli aiuti alimentari devono essere trasportati su navi americane. Il giorno 13 John è informato dell’assassinio di Lumum- ba, avvenuto circa un mese prima, e la notizia lo sconvolge. Il 15, nel corso di una conferenza stampa, auspica la presen- za in Congo dei “Caschi blu” dell’Onu per sventare la mi-

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naccia di un intervento unilaterale dell’Urss. L’1 marzo Sar- gent Shriver, responsabile del “Peace Corps”, presenta a Ken- nedy il programma dell’organizzazione che è immediata- mente sottoscritto con un ordine esecutivo. Migliaia di gio- vani americani, uomini e donne, dedicheranno due anni del- la loro vita al lavoro in luoghi ignoti e in Paesi remoti. An- dranno anche nella Guinea di Sekou Touré che diverrà ami- co degli Usa capovolgendo la sua politica precedente. An- dranno nel Ghana di Kwame Nkrumah. Qui il presidente, nonostante il parere contrario di numerosi suoi collabora- tori, finanzierà la costruzione di una costosissima diga sul fiume Volta. Nel ’64 i volontari saranno 10 mila, distribuiti in quarantasei Paesi. Per quanto riguarda il Sudafrica del- l’apartheid, Kennedy non può fare altro che impegnare gli Usa a non fornire armi a quel Paese finché non venga elimi- nata la segregazione razziale. Il giorno 11, riunione sul problema cubano nella “Cabi- net Room”. Presenti Dulles e Bissel, ideatori del progetto, la Cia e gli alti gradi militari. Risulta chiaro, al punto in cui stanno le cose, che rinunciare all’azione e smobilitare la bri- gata avrebbe comportato un onere gravoso in termini di per- dita d’immagine per gli Usa. Meglio quindi andare avanti e sperare in un successo, ma senza il coinvolgimento degli Sta- ti Uniti. Sorge un equivoco fatale. Nei militari e nella Cia si rafforza la convinzione che, in caso di esito non soddisfa- cente dello sbarco, alla brigata non sarebbe mancato il so- stegno dell’aviazione americana. “Non siamo contrari alla rivoluzione cubana – dichiara il presidente – Siamo contrari al fatto che Castro l’ha messa nelle mani dei comunisti”. Il 13 viene firmato il protocollo dell’Alianza para el Pro- greso. Nella sala “Est” della Casa Bianca, è riunito il corpo diplomatico dell’America latina. Kennedy parla: è tempo di lasciare alle spalle gli errori del passato e di guardare a un fu- turo “denso di pericoli, ma illuminato dalla speranza”. Ab- biamo “il compito di dimostrare al mondo intero che le inappagate aspirazioni dell’uomo al progresso economico e alla giustizia sociale possono essere pienamente soddisfatte

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soltanto nel quadro d’istituzioni democratiche”. Il 15 in una conferenza stampa afferma esplicito: “un’esigua minoranza che si avvale di effettivi e di rifornimenti provenienti dal- l’esterno cerca d’impedire” la neutralizzazione del Laos. E ag- giunge: “Noi siamo decisi ad aiutare il governo e il popolo

laotiano a opporsi a un simile tentativo”. Il 23 nuova confe- renza stampa. Sullo sfondo della sala campeggiano tre carte del Laos che evidenziano i progressi dell’avanzata comunista. A primavera, in visita a Washington, arriva Achmed Su- karno, dispotico leader nazionalista dell’Indonesia. Il 28, con un messaggio speciale al Congresso, il presidente si oc- cupa dello stato della difesa, degli armamenti e della riorga- nizzazione della protezione civile. Frank Ellis, direttore dell’ufficio della Mobilitazione civile e militare, pensando al problema della sicurezza nei confronti di attacchi nuclea- ri, vuole recarsi a Roma per convincere Giovanni XXIII ad appoggiare il singolare progetto di costruzione di rifugi anti fall-out nelle fondamenta di ogni chiesa. Sul finire di marzo George Ball, sottosegretario di Stato per gli Affari Econo- mici, ratifica l’accordo che crea l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). Secondo le parole

  • di Kennedy, l’ente dovrà divenire “una delle principali isti-

tuzioni mediante le quali perseguiamo il grande obiettivo

  • di consolidare la Comunità atlantica”. Alla fine di marzo,

nel primo discorso sugli aiuti all’estero, il presidente dichia- ra: “Il compito fondamentale del nostro programma di aiuti all’estero non è quello di battere il comunismo: esso vuole contribuire a dare una dimostrazione storica di come l’espansione economica e la democrazia politica possano progredire congiuntamente”. L’1 aprile il Cremlino informa con una nota ufficiale di accettare la neutralizzazione del Laos e di essere pronto alla cessazione del fuoco. Il 4 riunione decisiva su Cuba al di- partimento di Stato: William Fulbright respinge in toto il piano in esecuzione, McNamara è favorevole, Thomas Mann e Adolf Berle non si oppongono. Schlesinger è asso- lutamente contrario e il giorno dopo presenta un promemo-

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ria a Kennedy. Il segretario di Stato Rusk, propone di affi- dare la decisione, in assenza del presidente, a qualcuno che poi funga da capro espiatorio in caso di fallimento. Idea as- surda e inaccettabile. Kennedy non deflette. Revocando l’or- dine sarebbe stato sempre ossessionato dal dubbio di aver mantenuto al potere Castro grazie a scrupoli fuori luogo. Nessun alto funzionario si dice contrario all’avventura. Il presidente, uomo scettico e spassionato, si lascia contagiare per una volta dall’euforia dei tempi nuovi. Il 12, nel pomeriggio, nuova riunione nella sala del Con- siglio dei ministri e ancora una volta nessuno fa obiezioni a ciò che il presidente, al mattino, ha detto alla stampa: “Non vi sarà in nessun caso un intervento a Cuba da parte delle forze armate degli Stati Uniti”. Nello stesso giorno, il mondo è informato del sensazionale volo orbitale di Yuri Gagarin, primo uomo a violare lo spazio. Il 14, con un discorso al consiglio dell’Osa (Organizzazione degli Stati americani), Kennedy parla dell’Alleanza per il progresso. Per quanto riguarda Cuba, il giorno X stabilito per l’in- vasione è il 17, ma tutto va storto quella mattina. Dopo lo sbarco non si verifica alcuna rivolta. All’Avana 200 mila per- sone sono arrestate e rinchiuse nei teatri e nelle sale pubbli- che. E in tutta l’isola chi ha contatti con gli oppositori è mes- so sotto chiave. L’aviazione dei ribelli non riesce a neutra- lizzare quella cubana che si dimostra imprevedibilmente più forte. Kennedy temendo le conseguenze politiche di un coinvolgimento americano annulla il secondo attacco aereo dal Guatemala con i B-26 ribelli. Privi di copertura aerea i 1.200 uomini sbarcati alla Baia dei Porci (Bahía de los Co- chinos, per la presenza di pesci panciuti che ricordano i sui- ni) devono vedersela con l’intero esercito di Cuba. È il di- sastro e con questo la pagina più nera degli uomini della “Nuova Frontiera”. Il 20 il presidente parla allo Statler Hilton davanti all’as- sociazione americana dei direttori di giornale. Fa un discor- so vigoroso in cui dice: “Ora dobbiamo sapere che la nostra sicurezza può essere perduta pezzo per pezzo, Paese per Pae-

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se, senza che sia lanciato un solo missile o varcata una sola frontiera (…) Intendiamo riesaminare e riordinare le forze d’ogni g enere di cui disponiamo – ag g iung e – le tattiche che adottiamo e g li organismi in funzione nel Paese”. In privato ai collaboratori confessa : “Abbiamo preso un bel calcio negli stin- chi e ce lo siamo meritato. Ma forse c’insegnerà qualcosa”. Il 23 inizia la clamorosa rivolta dei g eneral i francesi in Alg eria contro il g overno di Parig i. I “para” occupano Orano e Al g eri . Il 2 7 p arland o d i nu o vo a i d irettori d i g i orna le Kennedy afferma che nell’interesse della sicurezza nazionale la stampa de ve essere pronta anche all’autocensura . È un er- rore politico e infatti, prendendone coscienza , non tornerà p i ù su l l’ar g omento. Ner vo sismo e ra b b ia d e cantano. Il 3 ma g g io, c ommentando i dati d i un sonda g g io Ga l lup da l qua le apprende – target ma i ra g g iunto in p a ssato – che a suo favore è l’82 per cento deg li americani, dichiara : “Pro - prio come Eisenhower. Peg g io faccio, più popolare divento”. Subito dopo decide di lasciare che tutte le conferenze stam- pa siano diff use nel Paese in diretta , integ ralmente e senza rimaneg g iamenti, per radio e per tele visione. Nessun presi- d ente ave va ma i f atto una c o sa sim i le. Il col umnist James Reston la definisce : “L’idea più sciocca dopo l’hul a hoop”, ma i vanta g g i per la sua imma g ine sono inneg abili. Il g i orno 5 , i l primo c o smonauta statun itense Alan Shepard compie con successo il suo volo suborbitale. Il g e- nerale Ma xwell Taylor è nominato consig liere personale di Kenne dy per i problemi militari. In seg uito sarà promosso capo di stato ma g g iore. Il vicepresidente Johnson compie in mag g io un viag g io nel Sud-est asiatico e visita anche Saig on. È in tale periodo, come risulta dal dossier McNamara – reso di pubblico dominio nel ’71 – che il presidente ordina ope- razioni di g uerrig lia simulata in Nord V ietnam con il com- pito di controbattere l’ag g ressione in atto da tempo nel Sud. In quei g iorni g ruppi di “Free dom Riders” ( V ia g g iatori del la l ib er tà), org an izzati in primavera da James Farmer e dal Core (Cong ress of R acial Equal it y) con il compito d i sfidare la seg reg azione razziale nelle stazioni terminali delle

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autolinee interstatali e nei ristoranti, iniziano i loro viaggi. Arrivano con gli autobus nelle città più apertamente razzi- ste e cercano di farsi servire nei locali riservati ai bianchi, di usare i bagni vietati, di dormire negli alberghi impossibili. In Alabama si verificano numerose e gravi violenze nei loro confronti. Il 12 a Ginevra si apre la conferenza che deve fissare le condizioni per la neutralizzazione del Laos. I massicci pre- parativi militari, condotti in sordina dagli americani, ma co- nosciuti dai sovietici, hanno convinto Kruscev dell’inutilità di sfidare sul campo gli avversari in uno scontro incerto e sanguinoso. La crisi del Laos appare come la prova generale dello “show down” sui missili del ’62. Da questo momento Kennedy s’impegna personalmente al progetto di addestra- re truppe specializzate nella repressione della guerriglia. Leg- ge con attenzione gli scritti di Mao Zedong e di Ernesto “Che” Guevara e consiglia ai suoi generali di fare altrettanto. Quale simbolo dei nuovi reparti, istruiti a Fort Bragg, sceglie il berretto verde. Insiste perché tali “Special Forces” sappia- no anche migliorare le condizioni igieniche dei contadini, insegnare a leggere e a scrivere, prestare cure mediche e sod- disfare all’esigenze di rinascita del luogo in cui si trovano a operare. Egli non dimentica le affermazioni di Mao:

un’azione partigiana è destinata a fallire “se i suoi obiettivi politici non coincidono con le aspirazioni del popolo”. Lo stesso giorno il presidente riceve da Kruscev la pro- posta di un incontro a Vienna per gl’inizi di giugno. A metà maggio, in Canada, nel piantare un albero durante una ce- rimonia ufficiale, avverte di nuovo i ben noti dolori alla schiena. Il fastidio lo tormenterà per oltre sei mesi e all’in- terno della Casa Bianca è costretto a muoversi, ancora una volta, con le grucce. Il 20 i “Freedom Riders” raggiungono Montgomery in Alabama. Sono accolti da un migliaio di persone con basto- ni e pezzi di tubo. “Bob”, nella sua funzione di attorney general, invia più di 600 guardie federali. Si ripresenta il pro- blema di Berlino che per Kruscev è un bubbone da elimi-

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nare. Me diamente, circa 4 mila persone riparano og ni setti- mana nel settore O vest. La p op olazione del la R epubbl ica di Pankow è calata di quasi 2 milioni tra il ’49 e la metà del ’61. Il g iorno 25, con un secondo messa g g io speciale sullo stato dell’Unione, il presidente prende l’impegno di far scen- dere un uomo sulla Luna e di farlo tornare sano e salvo sulla Terra “prima della fine di questo decennio”. Oltre a ciò an- nuncia un via g g io in Europa . Il 30 un colpo di Stato militare abbatte a Santo Doming o R afael Trujillo che rimane ucciso. Un debole e incerto Joa- quín Balag uer assume il potere tentando di avviarlo verso una soluzione democratica . Kennedy inizia il via g g io prog ram- mato. Il 31 è a Parig i in visita al g enerale De Gaulle. Nell’oc- casione, “Jackie” incontra André Malraux in un momento dif- ficilissimo per lo scrittore prestato alla politica che ha da poco tempo perduto i fig li in un incidente automobilistico. Inizia un’amicizia che durerà a lung o. Kenne dy e De Gaulle s’incontrano ripetutamente. Il pri- mo è favore vole all’ing resso della Gran Breta g na nel Mer- cato Comune, ma il francese è ostile. V iene affrontato il pro - blema della Nato e il g enerale fa capire di nutrire dubbi circa la disponibilità deg li Usa , in caso di attacco sovietico, a in- ter venire in Europa . Da ciò l’esig enza di una forza nucleare autonoma . Il deterrente francese indipendente, più debole e più arretrato di quello ing lese, diverrà og g etto della pub- blica disapprovazione americana . Il g enerale sostiene che la Nato rappresenta due cose : un’alleanza e un’org anizzazione. Se l’alleanza è sempre necessaria , l’org anizzazione, al contra- rio, è ormai superata . Il 2 g iug no, nel corso del pranzo of- ferto ai g iornalisti, Kenne dy dichiara che la minaccia viene portata ora non “da massicce forze di terra bensì dalla sov- versione, dall’insurrezione e dalla disperazione”; è tempo quindi di sferrare nei Paesi in via di sviluppo “un attacco con- g iunto alla miseria, all’ing iustizia e all’oppressione”. Il mattino di sabato 3, l’Air Force One atterra all’aeropor- to di V ienna e il presidente ra g g iung e l’ambasciata america- na . Krusce v, g ià nella capitale austriaca dal g iorno prima , vi

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arriva alle 12.45 e nella sala dei “concerti”, dopo qualche mi- nuto, ha luogo l’incontro. Battute di spirito fra i due, in apertura del colloquio. Poi scontro ideologico a tutto cam- po. Nonostante il clima teso, Kennedy riesce a strappare a Kruscev l’impegno al consolidamento della precaria tregua nel Laos. A cena il leader sovietico racconta barzellette e an- nuncia un’importante rivelazione. Dichiara solenne che “… una cagnetta delle imprese spaziali ha partorito i cuccioli” e “Jackie” mostra vivo interessamento. Due mesi dopo, l’am- basciatore sovietico ne fa recapitare uno alla Casa Bianca. Kennedy giudica Kruscev un misto di giovialità esteriore e di rabbia interiore. Il giorno successivo, nessuna intesa sulla messa al bando degli esperimenti nucleari, ma disputa vivace su Berlino. Nell’ultimo colloquio, in presenza dei soli inter- preti, Kruscev ribadisce la sua volontà di firmare unilateral- mente il trattato di pace con la Ddr (Deutsche Demokrati- sche Republik). “Lo firmerò a dicembre”, taglia corto. “Sarà un inverno gelido”, ribatte infastidito un grintoso Kennedy. Il pomeriggio di domenica 4, il giovane presidente arriva all’aeroporto di Londra. È in programma un incontro con Harold Macmillan, premier britannico. La mattina del 5, eccolo puntuale al no. 10 di Downing Street. Il colloquio con l’anziano statista è cordiale e positivo: accordo su tutta la linea. “A Kennedy, attratto com’era dallo stile politico in- glese, piaceva il modo aristocratico con cui Macmillan si muoveva nel mondo della politica – rivela Schlesinger nel suo A Thousand Days (I mille giorni) – la sua insofferenza per il protocollo, il suo disprezzo per i politicanti, la sua patina di nonchalance anche nei momenti di maggior apprensione”. Del resto, vi era una forte sintonia tra i due: Macmillan am- mirava il coraggio di Kennedy, la sua attitudine a considerare gli avvenimenti in chiave storica, il suo mettere da parte ogni sorta di cliché, l’immancabile ironia e la propensione all’umo- rismo. Ciò che era comico o tragico per l’uno lo era anche per l’altro. Le cene alla Casa Bianca erano l’occasione per godere del- la raffinata ospitalità della “First Family”. Il sottile sense of

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humour del presidente era proverbiale. Una sera, festeggian- do i vincitori del premio Nobel, ebbe a definirli: “la più stra- ordinaria accolta di talenti e di umano sapere, che mai si sia riunita a White House, con esclusione forse di quando Thomas Jefferson cenava solo”. Tornato a Washington, Kennedy dichiara nel rapporto televisivo del giorno 6: Kruscev è certo che la storia è “dalla sua parte, che la rivoluzione dei nuovi popoli sarà alla fine una rivoluzione comunista”. Ma “io sono altrettanto fer- mamente convinto che il tempo mostrerà l’errore e che nel- la libertà, nell’indipendenza e nell’autodeterminazione, e non nel comunismo, è il futuro dell’uomo”. Il 13 visita di Fanfani a Washington. Kennedy dichiara la sua “prudente simpatia” per l’ipotesi di apertura a sinistra in Italia. Ma l’apparato burocratico americano è più lento del presidente a metabolizzare le novità e l’apertura a sini- stra si può dire che avviene non contro, ma senza gli Stati Uniti. La sera del 25 luglio, dal suo ufficio di presidente, Kennedy tiene un rapporto televisivo al popolo americano:

“Noi non possiamo permettere e non permetteremo che i comunisti ci caccino da Berlino, né in maniera graduale né ricorrendo alla forza (…) Berlino è sicura come lo siamo noi, perché noi non possiamo separare la sua sicurezza dalla no- stra (…) I negoziati senza la forza, o la forza senza negoziati, fallirebbero. Insieme, essi possono servire la causa della li- bertà e della pace. In breve, noi vogliamo la pace, ma non ci arrenderemo”. Ribadisce la proposta di un programma per la costruzione di rifugi anti fall-out. E questo scatena una crisi di panico che investe l’intero Paese. Si apre una corsa sfrenata alle costruzioni private e il presidente interviene con una decisione a favore dell’iniziativa pubblica. Agl’inizi di agosto Kennedy invia a Diem una lettera con la quale si dichiara pienamente d’accordo sul progetto di as- sistenza elaborato da Eugene Staley (capo di una missione economica) e dai sudvietnamiti. Promette di finanziare il potenziamento dell’esercito da 170 mila a 200 mila uomini, ma solo in presenza di un piano valido a contrastare l’azione

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sovversiva dei Viet Cong. Chiede riforme urgenti, condi- zione indispensabile per gli aiuti. Ma Diem, del tutto insen- sibile, rimane convinto che la repressione di ogni dissenso giovi alla salvaguardia del suo futuro politico meglio della democratizzazione. Nello stesso mese, nel messaggio inviato al Congresso in- teramericano di Punta del Este in Uruguay, il presidente espone ufficialmente i contenuti dell’Alleanza per il progres- so: aiuti finanziari e assistenza tecnica all’interno di una ri- forma delle strutture politiche e sociali. È presente anche Guevara che illustra la rivoluzione in corso a Cuba e attacca gli Stati Uniti per la vicenda della Baia dei Porci. Dillon, in rappresentanza del governo, replica con efficacia alle accuse del “Che” e regge il confronto con il famoso guerrigliero. Viene predisposta una “dichiarazione ai popoli d’America” basata sui principi di esemplare democrazia e di libertà po- litica. Messa ai voti è approvata a larga maggioranza. La “Carta di Punta del Este” assume la rilevanza di uno stimolo vigoroso a una svolta democratica. A Berlino la tensione aumenta. Soltanto nel mese di giu- gno, 30 mila persone sono fuggite dal settore orientale verso la libertà. Il 13 agosto, nelle prime ore dell’alba, reparti di polizia e dell’esercito della Ddr, occupano la maggior parte dei passaggi verso Berlino Ovest. Creano posti di blocco, interrompono le strade, stendono reticolati di filo spinato. Il 17 ha inizio la costruzione di un muro in cemento. Kennedy spedisce Johnson nella città come osservatore, mentre un contingente di 1.500 uomini in assetto di guerra, proveniente dalla Germania Occidentale percorre l’auto- strada che conduce all’ex capitale attraverso il territorio del- la Ddr. Il contingente passa senza molestie. “Sono stato io personalmente – confesserà nel maggio successivo il premier sovietico a Salinger in visita a Mosca – a ordinare la costru- zione del muro. Uno Stato è uno Stato, e deve poter con- trollare i suoi confini”. Il giorno 30 l’Unione Sovietica annuncia ufficialmente l’intenzione di riprendere i test nucleari nell’atmosfera. L’1

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settembre gli americani giungono alla conclusione che la prima esplosione è avvenuta. Il 3, Kennedy e Macmillan propongono a Kruscev un accordo per mettere al bando gli esperimenti che producono fall-out. Ma arriva la notizia del- la seconda esplosione sovietica, poi di una terza, e così via (dall’1 settembre al 4 novembre saranno almeno trenta i test sovietici di vasta portata, quasi tutti nell’atmosfera). Il 5 Kennedy ordina la ripresa degli esperimenti sotterranei. Mentre tutto ciò accade, da parte americana è pronto un piano per il disarmo generale da presentare alle Nazioni Unite. Il 15 con uno scambio di lettere fra Kennedy e Diem il governo americano s’impegna a sostenere il Vietnam del Sud nei confronti della sovversione comunista da tempo in atto nel Paese. Questo sforzo deve però essere accompagnato da una serie di riforme incisive, elencate da Kennedy, per legare il governo di Saigon al popolo, senza l’appoggio del quale il maggior impegno militare risulterebbe nullo. Il presidente, non desiderando attribuire al Vietnam la stessa valenza di Berlino, preferisce non parlare del problema in televisione. Il 18 Dag Hammarskjöld, segretario generale dell’Onu, muore in un incidente aereo. Conferenza a Belgrado dei “non allineati”. Dalla riunione dei ventiquattro Paesi non scaturisce la creazione di un polo omogeneo “neutralista”, perché molto forti sono i contrasti interni. Nuova visita di Sukarno a Washington. Kennedy si sforza d’impedire che la Repubblica d’Indonesia scivoli nella sfera d’influenza di Mosca. Il 20 Meredith, scortato dalle guardie federali, si presenta per l’iscrizione all’università di Oxford. L’accesso al campus gli è impedito dagli studenti e da Ross Barnett, governatore del Mississippi. Il 22 la Icc (Interstate Commerce Commis- sion) emana disposizioni per porre fine in Usa alla segrega- zione nelle stazioni terminali delle autolinee. Quando talu- ne città si appellano alle leggi del posto, “Bob” fa intervenire i tribunali. La lotta ha inizio negli scali degli aeroporti e nel- le stazioni ferroviarie. Nonostante le reiterate pressioni su-

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bite, Kennedy non s’impegna per l’emanazione di una legge che abolisca la discriminazione razziale in tema di affitti e vendita di abitazioni. King disapprova: “il presidente è riu- scito a minare la fiducia riposta nella sua buona volontà in

misura tale che non può essere compensata da tutta una serie

  • di piccole concessioni”, dichiara. Il presidente è convinto

che non sia ancora il momento d’introdurre una legislazione

sui diritti civili. I tempi non sono maturi. Il 24 parla all’Onu sulla proposta di disarmo: “Insieme salveremo il nostro pianeta o insieme periremo nelle sue

fiamme. Salvarlo possiamo – e dobbiamo – e allora merite- remo la gratitudine eterna dell’umanità e, come costruttori

  • di pace, l’eterna benedizione di Dio”. Il discorso, vibrante e

molto applaudito al di là delle crisi e delle polemiche con-

tingenti, fa dimenticare la Baia dei Porci e consacra Kennedy leader del “partito della speranza” del genere umano. Grazie anche alla efficace azione di Stevenson portavoce degli Usa all’Onu, l’assemblea respinge il progetto sovietico di una troika alla guida delle Nazioni Unite e nomina Maha U Thant nuovo segretario generale con gli stessi poteri. La Ci- na Comunista non viene ammessa, mentre viene associata

la Mongolia Esterna. L’assemblea getta le basi per nuovi ne- goziati sul disarmo. Il 28, dopo il fallimento del terzo tentativo di Meredith

  • di essere ammesso a “Ole Miss”, il generale Taylor organizza,

su incarico di “Bob”, i necessari movimenti di truppa. Dalla mezzanotte di sabato 29 il presidente dispone che la guardia nazionale del Mississippi venga federalizzata e in pari tempo invia truppe dell’esercito a Memphis. Al tramonto di dome- nica 30, più di 2 mila persone sono raccolte attorno al cam- pus e attaccano le guardie che resistono. In serata, il presi- dente parla alla televisione. Nel corso della notte interven- gono i soldati convogliati sul posto da elicotteri. Gli scontri, durissimi, si protraggono fino all’alba. Vi sono centinaia di feriti e due morti. Il mattino di lunedì 1 ottobre Meredith si presenta alla segreteria del lyceum e viene regolarmente immatricolato.

  • 194 Il tempo della speranza. Gli anni di Giovanni XXIII e John F. Kennedy

Kennedy invia Rostow e il generale Taylor in missione a Saigon per avere un’idea più dettagliata della situazione. Frattanto Konrad Adenauer giunge in visita a Washington. Kennedy dice di lui: “È una figura più grande di quella di De Gaulle, perché gli obiettivi che si pone trascendono il suo Paese”. Il 17, raggiunto l’obiettivo minimo d’interrom- pere il flusso di continue fughe verso Berlino Ovest, Kruscev dichiara in un discorso al XXII Congresso del Pcus (Partito comunista dell’Unione Sovietica) che: “noi non insisteremo per la firma di un trattato di pace (con la Ddr) prima del 31 dicembre 1961”. Sul finire di ottobre, tank sovietici e ame- ricani si fronteggiano minacciosamente al Check Point “Charlie” di Berlino Ovest. Il 30 giunge notizia della più potente esplosione nucleare della storia. A opera dei sovie- tici viene fatta detonare, nei cieli della Nuova Zemblia, la bomba Tsar di cinquantasette megatoni. Kennedy annuncia di avere disposto una serie di esplosioni nucleari nell’atmo- sfera, perché il momento politico lo richiede. In novembre visita ufficiale di Nehru negli Usa. Il giorno 5 arriva a New York, poi è a Rhode Island. Nel corso degl’in- contri il Pandit ha un atteggiamento assente e stranamente passivo. Non mostra alcun interesse a quanto gli va dicendo il presidente. Il discorso sul Vietnam lo lascia del tutto in- differente. Kennedy ricava di quest’uomo un’impressione penosa. Ricordando tempo dopo quell’incontro dirà: “un vero disastro, la peggiore visita di un capo di Stato che abbia mai ricevuto”. Si affievolisce in lui la speranza che l’India possa divenire, in un futuro non lontano, una forza positiva nel mondo. Il 21, Goodwin, il generale Edward Lansdale e “Bob”, ol- tre al presidente, presenziano a una delicata riunione. Si trat- ta di mettere a punto l’operazione Mongoose (mangusta) fi- nalizzata all’eliminazione fisica di Castro con l’ausilio di ele- menti mafiosi reclutati dalla Cia. “Bob” ne è nominato re- sponsabile. Sul finire del mese, la minaccia di un ritorno al potere a Santo Domingo della famiglia Trujillo induce il presidente, a sostegno della locale fragile democrazia, a man-

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dare otto navi con 1.800 marines al limite delle acque terri- toriali dominicane pronte a intervenire a richiesta di Bala- guer. L’azione è efficace. Sotto la spinta dell’avversione po- polare, la famiglia Trujillo abbandona definitivamente il Paese. Tutta l’America latina ammira il leader americano con l’unica eccezione di Cuba. Le incertezze e gli equivoci della Baia dei Porci sono un ricordo lontano. “La magia che emanava da Kennedy non era legata soltanto alla sua ricchezza, alla sua giovinezza e alla sua bellezza, sia pure accompagnata dalla intelligenza e dalla volontà. Era qualcosa di più. Era la speranza che po- tesse redimere la politica americana tagliando i molteplici legami che costringevano la vita della nazione a restare an- corata alla parte più reazionaria della sua tradizione”: così lo ricorderà Schlesinger con nostalgia. A fine novembre Aleksei Adjubei, genero di Kruscev, è autorizzato a intervistare il presidente alla Casa Bianca. Il direttore dell’«Izvestija» non rinuncia alla propaganda e l’intervistato spazientito lo accusa di essere in pari tempo giornalista e uomo politico (cioè di osservare i problemi sol- tanto attraverso la lente deformante dell’ideologia). Il 15 di- cembre, nel corso del suo primo viaggio presidenziale in America latina, Kennedy sosta a Puerto Rico per discutere con i collaboratori della situazione a Santo Domingo, poi prosegue per Caracas e Bogotà incontrando Rómulo Betan- court e Alberto Lleras Camargo. Nello stesso dicembre ordina l’inizio di preparativi mili- tari per il Vietnam del Sud. A questa decisione giunge dopo un’attenta lettura delle relazioni di Taylor e di Rostow che ritengono ancora possibile battere la guerriglia a condizione di appoggiare senza riserve Diem anche con reparti militari operativi. Si convince che nella contingenza della situazione politica una ritirata americana in Asia avrebbe alterato l’equilibrio mondiale. Il 17 l’esercito indiano occupa con la forza Goa caccian- done i portoghesi che oppongono resistenza (morti e feriti da ambo le parti). Sarcasmo a proposito di Nehru, il non

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violento a oltranza, per questo gesto inatteso che contrasta con una lunga predicazione. Vi è chi insinua che a Harrow e a Cambridge, oltre alle qualità, gl’inglesi gli abbiano in- stillato anche l’ipocrisia. In dicembre le prime elezioni de- mocratiche a Santo Domingo, del tutto sconosciute in pas- sato, danno la vittoria a Juan Bosch. Il 21, alle Bermude, in- contro con Macmillan sul problema degli esperimenti nu- cleari. Kennedy chiede di poter utilizzare Christmas, isoletta inglese nel mezzo del Pacifico, per l’eventuale ripresa dei test nell’atmosfera. Si festeggia un Natale di tristezza nel pieno della ripresa della corsa agli armamenti.

  • 1962 Lo “show down” con l’Urss per i missili a Cuba

L’11 gennaio, il messaggio sullo stato dell’Unione è una di- chiarazione d’intenti del presidente che ha l’obiettivo di mi- gliorare la situazione interna in tema di occupazione, salute e diritti civili. Il 21, seconda riunione dell’Osa a Punta del Este. Dean Rusk, segretario di Stato, rappresenta gli Usa. L’orga- nizzazione approva numerose dichiarazioni che puntano al- l’isolamento di Cuba nel continente latino-americano: alcune sono votate quasi all’unanimità. È una vittoria della politica estera di Kennedy. Il giorno 31, conferenza stampa con il saluto di benve- nuto ad Adjubei e alla moglie Rada Krusceva. Il 6 febbraio, il presidente decreta l’embargo sulle importazioni da Cuba privando ulteriormente Castro di entrate valutarie. In quei giorni, “Bob” è in Indonesia per convincere Sukarno a trat- tare con l’Olanda in merito al problema della Nuova Guinea Occidentale. Il 20, l’astronauta americano John Glenn – te- nente colonnello dei marines – compie tre rivoluzioni at- torno alla Terra e rientra nel mar dei Caraibi. Il 27, Kennedy informa Macmillan che intende parlare al Paese sulla necessità della ripresa degli esperimenti ato- mici nell’atmosfera. Questi risponde che la decisione ame- ricana avrebbe “infranto le speranze di milioni di persone in tutto il mondo”. Il discorso del presidente è del 2 marzo.

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Kennedy descrive le precauzioni che saranno adottate per ridurre il fall-out e dichiara: “Sono costretto con sommo rammarico a correre questi rischi per evitare il pericolo cui verrebbero esposti centinaia di milioni di uomini da un re- lativo declino della nostra potenza nucleare”. Ribadisce l’in- tenzione di presentare una proposta – subito respinta da Kruscev – per interdire del tutto gli aborriti test. Nei primi giorni del mese, discorso del “Charter Day” (ricorrenza della fondazione) all’università di Berkeley in California. “Nessuno che esamini il mondo moderno – di- chiara Kennedy con enfasi – può dubitare che le grandi cor- renti della storia lo stanno allontanando dall’ordinamento monolitico per portarlo verso la concezione pluralistica (… ) lo stanno allontanando dal comunismo per indirizzarlo ver- so l’indipendenza nazionale e la libertà”. Come ai tempi di Roosevelt, il presidente cattolico sta ponendo l’America dal- la parte del movimento per l’indipendenza nazionale e la democrazia popolare. Ovunque i giovani guardano sempre più a lui come a una guida. Cercando di guadagnare tutti all’idea della diversità e non dell’uniformità, Kennedy illu- stra la sua personale visione dello sviluppo storico moderno:

“… la politica dell’avvenire condurrà non alla conquista del mondo da parte di un unico credo dogmatico, ma alla libe- razione delle diverse energie delle libere nazioni e degli uo- mini liberi”. Il 12, primo anniversario del progetto dell’Alleanza per il progresso, Kennedy parla nuovamente ai diplomatici su- damericani riuniti alla Casa Bianca. “La ‹Carta di Punta del Este› aveva lanciato una parola d’ordine di progresso che non poteva più essere ignorata (…) Gli Stati Uniti inoltre avevano destinato un miliardo di dollari (oggi più di 6.961 milioni di euro), come si era convenuto, all’Alleanza durante il suo primo anno (…) Gli uomini più ricchi e più in vista delle nazioni povere – continua il presidente – devono gui- dare la lotta per quelle riforme di base che sole sono in grado di preservare la struttura delle loro società. Quelli che si op-

  • 198 Il tempo della speranza. Gli anni di Giovanni XXIII e John F. Kennedy

pongono a una rivoluzione pacifica, non potranno evitare la rivoluzione violenta”. Sul finire di marzo, Jacqueline compie un viaggio in India accompagnata dalla sorella Lee Radziwill. Nehru è cortese e accattivante. La “First Lady” visita poi il Pakistan e ritorna in patria. Il viaggio è un successo e serve a cancellare le in- comprensioni per la vicenda di Goa. L’1 aprile gl’industriali dell’acciaio annunciano al presidente la decisione di aumen- tare il prezzo dei prodotti, contravvenendo agli accordi fa- ticosamente raggiunti tra governo, sindacati e imprenditori. La reazione di Kennedy è durissima: ordina la sospensione delle commesse alle ditte che hanno deciso l’aumento, e in- via in molte di esse agenti della Fbi (Federal Bureau of In- vestigation) a controllarne la contabilità. L’11, in un discor- so ufficiale, attacca con asprezza gl’industriali riottosi. Nel giro di pochi giorni tutte le compagnie ritirano gli aumenti. Anche i texani del petrolio, informati della sua intenzione di abolire i vantaggi fiscali di cui godono, si schierano contro il presidente. Mentre è in corso questa prova di forza, il 18 a Ginevra, il piano americano per il “disarmo generale e completo in un mondo pacifico” è presentato all’apposito comitato, formato dai rappresentanti di una ventina di na- zioni. Nel Vietnam del Sud l’impegno degli Usa è ormai esclu- sivamente di natura militare. Le misure chieste a Diem per migliorare le condizioni sociali dei contadini si concretiz- zano soltanto nel programma dei villaggi strategici. Nessuna riforma, ma la creazione di centri fortificati in cui far ripa- rare la popolazione, durante la notte, al riparo dalle temute incursioni dei Viet Cong. Sul terreno concreto, l’invio di “consiglieri”, ottimamente addestrati e bene armati, inizia a produrre effetti positivi. A Saigon si respira un’aria nuova:

il morale è più alto. All’alba del 25, a Christmas, Kennedy dà il via a un nuo- vo ciclo di esperimenti nucleari nell’atmosfera. L’8 maggio con un discorso ai sindacalisti dell’Afl-Cio (American Federation of Labor) – a proposito dello scontro con gl’indu -

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striali dell’acciaio – dichiara: “con tutto il rispetto per l’au- tonomia delle contrattazioni e la libera iniziativa degl’im- prenditori, soltanto il presidente è responsabile dell’equili- brio politico ed economico del Paese, e a questa responsa- bilità non vi saranno rinunce”. Gli americani scoprono, con piacevole sorpresa, di avere un governo bene organizzato, in grado di operare tempestivamente con la stessa efficienza di una moderna azienda privata. Nel corso del mese il presidente dà istruzioni affinché le visite in Vietnam, specie da parte di alti ufficiali, siano au- torizzate solo in caso di stretta necessità. La proposta di McNamara di abbandonare il Paese – nell’ipotesi che la pre- senza reiterata diventi un passivo per gli Usa – lo trova con- senziente. Il 28, giornata nera per la borsa: l’intero mercato finanziario americano è in grave agitazione. In giugno nuo- vo viaggio del presidente nell’America latina con tappa a Città del Messico. Accolto con entusiasmo dalla popolazio- ne percorre in macchina la capitale, affiancato da “Jackie”, sotto una pioggia di coriandoli. In luglio decide d’installare sistemi di registrazione su nastro alla Casa Bianca. Dietro suo incarico un agente colloca dispositivi nella “Cabinet Room”, nello “Studio ovale” e nella biblioteca. Un dittafono collegato a uno degli apparecchi dello studio con- sente di registrare anche i colloqui telefonici. La novità è dovuta al desiderio di documentare la complessità dei pro- blemi che il presidente deve giornalmente affrontare: ciò per testimoniare, senza ombra di dubbio, il meccanismo che sta dietro alle decisioni. Il 2 luglio Raúl Castro è ricevuto al Cremlino. Prima del suo arrivo, o subito dopo, i governi dell’Avana e di Mosca decidono d’installare segretamente a Cuba missili nucleari sovietici. Il giorno 3 l’Algeria ottiene l’indipendenza e il presidente Ahmed Ben Bella è ricevuto a Washington. Manifesta gran- de ammirazione per Kennedy e ne ricorda la lotta contro i trust e i segregazionisti. Nel viaggio di ritorno fa tappa a Cu- ba – ricevuto dal “Lider maximo” – e rilascia un comunicato a sorpresa in cui, unitamente a Castro, chiede l’abbandono

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Il tempo della speranza. Gli anni di Giovanni XXIII e John F. Kennedy

di Guantánamo da parte degli Usa. Kennedy è perplesso ma, nell’inverno, a motivo della sopravvenuta carestia, non esita a far intervenire l’organizzazione “Food for Peace” che salva dalla fame due algerini su tre. Il 4 all’“Independence Hall” di Filadelfia il presidente parla di una società atlantica da costruirsi dopo la realizza- zione in Europa di una più solida unione. Nello stesso mese subisce una grave sconfitta. Il Senato boccia, con cinquan- tadue voti contrari contro quarantotto, la proposta di legge finalizzata a garantire agli anziani la copertura sanitaria nell’ambito della previdenza sociale. Il 2 agosto Stevenson annuncia al Consiglio di sicurezza dell’Onu la decisione del presidente di cessare la vendita di armi al Sudafrica consta- tando il perdurare del regime di apartheid. Il 5 muore per avvelenamento da barbiturici Marilyn Monroe, la celebre attrice di Hollywood. La versione uffi- ciale parla di suicidio. Kennedy aveva avuto una relazione con la donna, conosciuta – a quanto si dice – sin dal ’57, grazie all’amicizia con Sinatra e ai buoni uffici dell’attore Pe- ter Lawford, marito di “Pat”, sorella del presidente. Pare che Marilyn, dopo la decisione di “Jack” d’interrompere il rap- porto ormai chiacchierato e pericoloso, sia stata anche l’amante di “Bob”. Il giorno 7, l’Onu decide con il voto favorevole degli Usa, astenute Gran Bretagna e Francia, di cessare immediatamen- te la vendita di armi, munizioni di ogni tipo e veicoli militari al Sudafrica. In quei giorni il Congresso approva un emen- damento costituzionale che considera non pregiudiziale al- l’esercizio del diritto di voto il pagamento della tassa eletto- rale. Però soffoca sul nascere la proposta, ben più importan- te, di esentare dalla prova sul grado d’istruzione tutti coloro che hanno superato il sesto anno della scuola elementare. Dalla qual cosa il presidente trae il convincimento dell’im- possibilità d’introdurre una nuova legislazione in materia di diritti civili. “Lei li incontri (i membri del Congresso), li prenda a male parole e dia loro una strigliata – gli aveva sug- gerito il giorno 11 l’ex presidente Truman – e nel ’64 vince-

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rà”. Il Congresso è il vero ostacolo alle innovazioni, perché risultano battute anche la proposta di legge sulla scuola se- condaria, quella sull’allargamento dei sussidi per la disoccu- pazione e l’altra sulla riqualificazione urbana e sull’edilizia popolare pubblica. Persino l’aumento del salario minimo a un dollaro e venticinque centesimi non viene approvato. A fine anno, il 56 per cento delle iniziative legislative del pre- sidente risulteranno ferme: mai uscite dalle varie commis- sioni della Camera e del Senato, bloccate da esponenti con- servatori. Il 2 settembre l’Urss annuncia l’intenzione di fornire a Cuba materiale bellico e istruttori militari per “difendersi da un’eventuale invasione”. In risposta, Kennedy dichiara, il giorno 4, che gli Stati Uniti sono “decisi a impedire al regi- me di Castro qualsiasi azione contro i Paesi dell’emisfero oc- cidentale” e il giorno 7 chiede al Congresso l’autorizzazione a richiamare in servizio 150 mila riservisti. In ottobre il Consiglio economico e sociale interameri- cano propone una revisione dell’Alleanza. Si punta a farne uno strumento locale grazie all’impegno di uomini di pre- stigio nella speranza di darle una veste multilaterale e una base politica continentale. Nello stesso mese Kennedy firma la legge per l’espansione commerciale: “mediante gli accordi autorizzati da questa legge, possiamo associarci alle nazioni della Comunità atlantica”, dice. È un provvedimento che in- troduce riduzioni nelle tariffe doganali e rappresenta un pri- mo passo verso un’armonizzazione degli scambi internazio- nali, specie nei riguardi dell’Europa del Mec (a ricordo di questa iniziativa, a partire dal ’64 e fino al ’67, i provvedi- menti riguardanti il commercio internazionale, siglati a Gi- nevra, andranno sotto il nome di “Kennedy Round”). Per quanto riguarda Israele, s’inviano missili terra-aria Hawk in modo da potenziarne le capacità difensive. A ma- lincuore Kennedy consente che in Sud Vietnam, nelle zone controllate dai Viet Cong, vengano distrutti i raccolti: “Bi- sogna dare un contentino ai militari che richiedono un au- mento della forza, ma come reagire all’accusa di distruzione

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  • di risorse alimentari?”, si domanda sconfortato. Nei riguardi

della stampa il presidente non è del tutto tollerante. Odia il

sensazionalismo di molti reporter e a volte s’indigna ritenen- dosi ingiustamente criticato. Il 14 ottobre le foto scattate da un ricognitore U-2 rive-

lano la presenza a Cuba di una rampa di lancio, di una serie

  • di costruzioni per armi balistiche e di un missile nella zona

  • di San Cristóbal. Kennedy, informato, incarica Bundy di or-

ganizzare voli di ricognizione a bassa quota. Si riunisce più

volte l’“Executive Committee” (Comitato esecutivo) del Consiglio nazionale di sicurezza. La stampa in seguito lo chiamerà “ExCom”. Si organizza un’esercitazione navale an-

fibia in Florida. La zona, opportunamente rinforzata, giun- ge a disporre di circa 40 mila marines. Altri 5 mila sono già presenti a Guantánamo. L’82a e la 10a divisione aviotraspor- tata sono rese combat ready. In Florida l’esercito ha concen- trato più di 100 mila uomini. Oltre a ciò vengono richiamati 15 mila riservisti. Si fa strada l’idea del blocco navale per im- pedire ulteriori arrivi di armi e per ottenere lo smantella- mento delle installazioni già in opera. Il 16, la legge nota come Kennedy Act elimina la distin- zione tra i profitti rimpatriati e quelli reinvestiti fuori del territorio nazionale. Il provvedimento causa una riduzione del 15 per cento degli utili delle società petrolifere operanti all’estero. Non solo, Kennedy manifesta l’intenzione di abo- lire altri privilegi di cui godono i petrolieri: come quello re- lativo all’esenzione fiscale parziale dei loro profitti, a titolo

  • di compenso, per un ipotetico “esaurimento delle riserve pe-

trolifere”. Gl’impegni e le preoccupazioni sono molteplici. “Be’, questo mese ce lo siamo guadagnato lo stipendio!”, scherza il presidente, dalla veranda del secondo piano della Casa Bianca, prima di accingersi, sabato 20, a una riunione con i suoi più stretti collaboratori. E, continuando nelle fa- cezie: “Spero ti renda conto che nel rifugio della Casa Bian- ca non c’è abbastanza posto per tutti”, dirà più tardi a Sorensen, ironizzando sulla prova di forza che sta maturan- do con l’Urss. Nello stesso giorno la Cina inizia lo sconfi-

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namento ai danni dell’India in territorio himalayano. Nehru, dimentico dei pregi del non allineamento, chiede disperatamente soccorso all’America. Galbraith appoggiato da Kennedy concorda misure di protezione antiaerea e s’im- pegna, in caso di aggravamento della situazione, a fornire all’India l’aiuto americano. Nel tardo pomeriggio di lunedì 22, alle ore diciannove, Kennedy denuncia al mondo la minaccia sovietica dagli schermi televisivi con un discorso alla nazione: “Questa ur- gente trasformazione di Cuba in un’importante base strate- gica, con la presenza di razzi di lunga gittata e chiaramente offensivi, costituisce una minaccia esplicita alla pace e alla sicurezza di tutte le Americhe – dichiara – Il prezzo della libertà è sempre alto, ma gli americani l’hanno sempre pa- gato. C’è una soluzione che non accetteremo mai, ed è quel- la della resa e della sottomissione”. Il 23 pomeriggio, a New York, Stevenson prende la pa- rola al Consiglio di sicurezza dell’Onu: “dalla fine della Se- conda guerra mondiale – asserisce nell’assoluto silenzio dell’assemblea – non v’era mai stata una minaccia così deci- siva alla pace, né una sfida così grave alle nazioni firmatarie della ‹Carta› Le speranze dell’umanità sono racchiuse in quest’aula (…) ricordiamolo non come il giorno in cui il mondo giunse sull’orlo della guerra nucleare, ma come il giorno in cui gli uomini decisero che nulla potesse fermarli nella ricerca della pace”. Almeno venticinque navi mercantili sovietiche sono di- rette a Cuba e non cambiano rotta nemmeno dopo il discor- so del presidente. Novanta navi della flotta americana da guerra, appoggiate da centinaia di aerei e da otto portaerei, stanno confluendo nella zona stabilita per intercettare e per- quisire le navi sovietiche. In Florida si sta raccogliendo la più massiccia “Task Force”, dalla fine della Seconda guerra mondiale. Interviene U Thant proponendo la sospensione degl’invii di armi, della “quarantena” e l’inizio di trattative. Ma Kennedy lascia cadere la proposta che non tiene conto dei missili già a Cuba. Venerdì 26, nell’isola, i lavori alle basi

  • 204 Il tempo della speranza. Gli anni di Giovanni XXIII e John F. Kennedy

di lancio continuano e, nei porti americani, ci si prepara al- l’invasione. Norman Cousins, direttore della «Saturday Review», propone a Kennedy di richiedere al papa un appello per la pace. Giovanni XXIII non si fa pregare: “Scongiuriamo tut- ti i governanti (…) facciano tutto ciò che è in loro potere per salvare la pace”. La situazione diventa complicata fino all’ar- rivo di una lettera di Kruscev, datata 26, in cui si offre la cessazione dell’assistenza militare a Cuba in cambio di un impegno americano a non invadere l’isola e a impedire che altri lo facciano. Euforia da parte americana subito smorzata dall’arrivo di una seconda lettera che propone il baratto tra i missili di Cuba e quelli americani sul confine turco-sovietico. Su proposta di “Bob” il presidente decide d’ignorare la seconda e di rispondere alla prima in maniera positiva. La missiva parte e nella mattinata di domenica 28, alle ore nove, incomincia ad arrivare la risposta di Kruscev. Il leader sovietico s’impegna a sospendere i lavori a Cuba, a ritirare le armi che vi si trovano e ad avviare negoziati al- l’Onu anche in vista di una ripresa delle trattative di più va- sta portata sulla non proliferazione nucleare e sul disarmo generale. Contemporaneamente invia al presidente ameri- cano una comunicazione riservata esprimendo soddisfazio- ne per la decisione di rimuovere i missili Jupiter dalla Tur- chia entro qualche mese e promettendo di mantenere segre- ta l’intesa. Era accaduto che il presidente, nel momento di maggior apprensione, aveva fatto pervenire a Kruscev, tra- mite Anatoly Dobrynin (Affari Esteri sovietici) – opportu- namente imbeccato da “Bob” – la promessa americana di ri- tirare gli Jupiter. Soltanto in un secondo tempo però, e a crisi cubana risolta. Questo per ragioni di opportunità nei con- fronti dell’alleato turco, e solo nell’ipotesi di una conclusio- ne soddisfacente della crisi. Più tardi, Kennedy si apre alle confidenze: “Questa è pro- prio la sera per andare a teatro, come Lincoln”, dice profon- damente sollevato. L’uomo che pose fine alla schiavitù negli Usa è un punto di riferimento costante per il presidente che

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ama citarne la frase: “Ci sono poche cose interamente buone o interamente cattive. Quasi tutto, e specialmente la poli- tica di governo, è un composto inscindibile d’entrambe, sic- ché sono messe in gioco continuamente le nostre migliori facoltà di giudizio, per decidere quale delle due prevalga”. Il mese di ottobre del ’62 fu non soltanto il momento mi- gliore di Kennedy alla Casa Bianca, ma anche l’esempio di come un uomo politico riuscì a impedire una catastrofe mondiale che lo stesso protagonista pensava sarebbe stata definita come “il fallimento umano finale”. “Alcune settima- ne dopo – scrive Sorensen – il presidente avrebbe donato a ciascuno di noi un piccolo calendario d’argento dell’ottobre 1962, montato in legno di noce, con i tredici giorni dal 16 al 28 ottobre profondamente incisi nel legno come lo furo- no sempre nella nostra memoria”. Nel volume Ritratti del coraggio, a proposito di Charles Fox, importante statista in- glese Whig di fine Settecento, Kennedy ha scritto: “Può vi- vere a lungo, può fare molto. Ma questo è il massimo. Non potrà mai compiere una cosa più grande di quella che oggi ha compiuto”. Il 2 novembre il presidente riferisce alla nazione sullo smantellamento delle basi missilistiche sovietiche a Cuba e per l’occasione, come sappiamo da Robert Dallek autore di JFK. Una vita incompiuta, assume dieci milligrammi d’idro- cortisone più del solito e dieci granuli di sale per darsi un po’ di tono prima della trasmissione. La salute del presidente è delicata e richiede una continua somministrazione di far- maci: dalle amfetamine per i dolori alla schiena, agli anti- spastici per la colite e il riacutizzarsi dell’infezione alle vie urinarie, all’idrocortisone e al testosterone per il morbo di Addison, la cui esistenza era stata peraltro smentita da Kennedy prima della campagna per la nomination. Ciono- nostante la sua energia e la sua vitalità sono sotto gli occhi di tutti e questo va a riconoscimento della sua non comune forza di volontà. In vista delle elezioni di metà mandato, Kennedy cura la pubblicazione di To Turn the Tide (Cambiare il destino),

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una raccolta di comunicati e discorsi che documentano gli obiettivi del suo primo anno di legislazione. Con l’elezioni, il Congresso si rinnova e, contrariamente alla tradizione, il governo regge bene. I democratici guadagnano quattro seggi al Senato e ne perdono solo due alla Camera. Nixon, battuto nella corsa al governatorato della California, dichiara di ri- tirarsi dalla politica con grande divertimento della Casa Bianca. All’atto pratico insorgono problemi con Cuba e Kruscev acconsente solo il 20 a ritirare entro un mese gli ae- rei Il-28 e gli Stati Uniti a cessare la “quarantena”. Lo stesso giorno Kennedy annuncia la decisione di firmare un decreto legge contro la discriminazione razziale nell’edilizia popo- lare pubblica sovvenzionata con fondi federali. Il 25 Adjubei intervista di nuovo il presidente a Hyannis Port. I due non simpatizzano. Non vi è alcun accenno di ca- lore umano e di umorismo, ma soltanto fredda cortesia. L’intervista è pubblicata il giorno 28 nell’edizione moscovita dell’«Izvestija». Il 18 dicembre, Usa e Gran Bretagna fir- mano gli accordi di Nassau, accantonando le divergenze e rafforzando l’alleanza. Nel vertice di tre giorni alle Bahamas il presidente concede a Macmillan i missili nucleari Polaris nell’ambito di una “Multilateral Force” (Mlf ) dipendente dalla Nato. E questo per compensare l’abbandono del pro- getto Skybolt (Freccia del cielo): il programma missilistico che era stata a lungo e con forza sollecitato dal Regno Unito. Il giorno 19 Kennedy riceve a Nassau una lettera di Kruscev in cui il premier sovietico si dice disposto a un’intesa per la messa al bando degli esperimenti nucleari. Il 21, James Donovan (avvocato di New York) e Castro firmano un accordo per il rilascio – in cambio di viveri e me- dicinali – dei prigionieri cubani catturati dopo il fallito sbar- co alla Baia dei Porci. Il 29 a Miami, reduci dalle carceri del- l’isola, i superstiti della brigata consegnano al presidente la bandiera che venti mesi prima era stata dispiegata sulla spiaggia di Playa Giron: “Vi posso assicurare – dichiara Kennedy – che questa bandiera sarà restituita a questa bri- gata in un’Avana libera”.

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  • 1963 “Vengano a Berlino!”

Il 14 gennaio, rendiconto annuale sullo stato dell’Unione. In politica interna il presidente chiede che “il diritto più prezioso e potente al mondo, il diritto di voto non venga negato a nes- sun cittadino a causa della razza o del colore della pelle”. Ap- prezza gli sforzi fatti in Europa in favore della Mlf e critica il sorprendente disimpegno assunto in proposito da Francia e Gran Bretagna. Lo stesso giorno, il generale De Gaulle, nel corso di una conferenza stampa – anche in risposta a quanto deciso a Nassau – pone il veto all’entrata della Gran Bretagna nel Mec affermando, in merito all’opzione nucleare, che: “La Francia provvederà da sola alla propria difesa nazionale”. Ini- zia l’azione gollista di disturbo nei confronti della politica estera degli Stati Uniti. Nel discorso del giorno 14, Kennedy, a proposito del Vietnam, sulla base dei confortanti pareri di persone in cui ripone la massima fiducia, ha dichiarato: “Nel Vietnam del Sud la spada dell’aggressione è stata spuntata”. Il 21 è for- malmente confermata la fine della secessione della provincia congolese del Katanga. Il 24, il presidente annuncia al Con- gresso l’intenzione di colpire con provvedimenti fiscali tutte le società che si sono arricchite grazie a benefici assurdi. Nel frattempo, poiché Castro è contrario alle ispezioni Onu, Kennedy e Kruscev stabiliscono, di comune accordo, di af- fidare i controlli alla ricognizione aerea. Su Cuba volano gli U-2 e Kruscev ordina che non vengano abbattuti. Nel febbraio Kennedy riceve a Washington il presidente del Venezuela Betancourt. In marzo è di nuovo nell’America latina. Il 18 è in Costarica, alla conferenza dei capi di Stato di San José. Il 20 parla all’Università di Costarica. Sempre in marzo, nel corso di un banchetto al ministero del Lavoro, il presidente chiede in tono polemico: “Non capisco perché mai le spese concernenti l’aumento dei minimi salariali, l’istruzione primaria, l’addestramento dei lavoratori, la ma- no d’opera non specializzata, e tutti i problemi così urgenti degli anni Sessanta, siano sempre considerati uno sperpero

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nel bilancio, mentre agli stanziamenti per la Difesa si guarda sempre come a una voce intoccabile”. Appresa la notizia della visita di Adjubei in Vaticano (7 marzo), Kennedy, a un pranzo ufficiale, ironizza su questa “nuova impresa sovietica”, temeraria e provocatoria, tesa a mutare lo status quo. Poi, di propria iniziativa, gli Usa sman- tellano le basi degli Jupiter in Turchia e in Italia. Con gl’inizi della primavera Kennedy introduce misure atte a impedire ai profughi cubani azioni ostili contro l’isola. In aprile, a una conferenza stampa, rispondendo a una domanda sull’incre- mento demografico mondiale si dice disposto a fare di più, affinché siano diffuse maggiori informazioni sul problema del controllo delle nascite in modo che tutti, nel mondo, possano agire secondo il personale apprezzamento. Il 12 aprile a Birmingham, nell’Alabama, nel fronteggiare una manifestazione contro la discriminazione razziale in- detta da King, il capo della polizia Eugene “Bull” Connor opera con brutalità. Il 2 maggio altri scontri e arresti di stu- denti. Sabato 4, i giornali americani pubblicano la foto di un cane poliziotto che si scaglia contro una donna di colore e l’immagine fa il giro del mondo suscitando raccapriccio e sdegno. Il presidente interviene. Con la mediazione di King, che si trova in carcere, riesce a far stipulare un accordo loca- le. I “Freedom Riders” organizzano un trasferimento in pullman da Washington a New Orleans. L’iniziativa è mo- tivo di gravi incidenti, soprattutto in Alabama. In Sud Vietnam, il giorno 7, la polizia spara sui buddisti che manifestano in corteo per non aver potuto esporre le bandiere nell’anniversario della nascita del Budda. I bonzi per protesta iniziano i loro terribili roghi suicidi. In maggio il presidente, in un incontro con il senatore Mike Mansfield, si dichiara d’accordo per un ritiro totale dal Vietnam, ma di non poterlo fare prima della rielezione. Un ritiro nel ’63 o nel ’64 avrebbe diminuito le sue chance. Per la verità Ken- nedy considerava i 16 mila consiglieri impegnati in Sud Vietnam un onere già sin troppo gravoso.

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Nella notte sull’11 altri scontri a Birmingham. I razzisti, appoggiati dal Kkk (Ku Klux Klan) locale, non intendono accettare l’accordo e il governatore George Wallace non è disposto a iniziative in favore dei neri. Questo scatena la più grave rivolta dall’inizio del XX secolo. La sera di domenica 12, in un discorso televisivo dallo “Studio ovale”, Kennedy dichiara che l’accordo di Birmingham è equo e giusto e che “riconosceva il diritto fondamentale di tutti i cittadini di godere di pari trattamento e opportunità”. Annuncia l’invio di reparti antisommossa e l’intenzione di federalizzare la guardia nazionale dell’Alabama allo scopo di mantenere l’or- dine anche con la forza, se necessario. “Abbiamo detto al mondo e a noi stessi che il nostro è un Paese libero; voleva- mo forse dire – esclama con dispetto – che è libero per tutti, fuorché per i neri?”. Il giorno 18, nel Tennessee, parla all’uni- versità Vanderbilt in favore dei diritti civili. Il 21 un giudice decreta l’ammissione di due studenti di colore all’università di Tuscaloosa in Alabama. Wallace si oppone. Il 22, nel corso di una conferenza stampa, Kennedy annuncia di essere pronto a ritirare “qualsiasi numero di sol- dati, in qualsiasi momento il governo del Vietnam del Sud lo suggerisca. Il giorno dopo avremo i nostri ragazzi in viag- gio verso casa”, dichiara. Inizia a pianificare il ritiro dei con- siglieri militari. Ma un piano non è un impegno preciso. Kennet O’Donnel ricorda una conversazione avvenuta in maggio tra il presidente e Mansfield, durante la quale Kennedy disse che adesso era d’accordo con il senatore sulla necessità di un completo ritiro dal Vietnam: “Ma non posso farlo fino al ’65… dopo che sarò rieletto”. Il 24, “Bob”, nel suo appartamento di New York, riceve un gruppo di neri, tra cui il cantante Harry Belafonte. L’in- contro è sgradevole e il ministro della Giustizia per tre ore è aspramente contestato da alcuni attivisti esasperati, tra cui Jerome Smith, un “Freedom Riders” che nel Sud è stato pic- chiato a sangue. L’accaduto rafforza in lui la convinzione dell’urgenza di una soluzione del problema razziale.

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Sempre in maggio, in contrasto con la posizione del Congresso, Kennedy si dice pronto a fornire aiuto, come ri- chiesto, alle acciaierie Bokaro di proprietà dell’India. Nehru, dopo essersi reso conto delle non poche difficoltà che il pre- sidente deve superare in America, ritira il progetto. La svolta sta a indicare il netto miglioramento dei rapporti tra le due grandi nazioni e la stima che il giovane presidente america- no è riuscito a guadagnarsi da parte dell’anziano e disincan- tato uomo politico indiano. La sera del 3 giugno si spegne a Roma dopo un’agonia lunga e dolorosa Giovanni XXIII, l’artefice del Concilio ecumenico Vaticano II. Grande emozione a Washington. Da tempo Kennedy avrebbe voluto conoscerlo e l’incontro era previsto alla fine del mese. Accanto all’apprezzamento per le indiscusse qualità personali dell’uomo si avverte nell’en- tourage della Casa Bianca, sul terreno squisitamente politi- co, una mal dissimulata sensazione di sollievo, come per uno scampato pericolo. Le inattese e “rivoluzionarie” aperture di Roncalli all’Unione Sovietica avevano suscitato non poco imbarazzo. Il 10, nella capitale, discorso di Kennedy sulla pace mon- diale all’American University: “Dobbiamo riesaminare il nostro comportamento, come individui e come nazione, perché il nostro atteggiamento è essenziale quanto il loro” sostiene, riferendosi ai comunisti. “Troppi americani pen- sano che la pace è impossibile e che quindi la guerra è ine- vitabile” aggiunge, ma “nessun governo o sistema sociale è così cattivo da far considerare i suoi cittadini privi di ogni virtù”. Dobbiamo lavorare “Per costruire un mondo in cui i deboli siano sicuri e i forti siano giusti (…) non per una strategia di annientamento, ma per una strategia di pace”. Il giorno 11 Wallace sbarra personalmente la strada agli studenti di colore e ne impedisce l’ingresso in università. Kennedy federalizza una quota delle guardie dell’Alabama e i reparti, in assetto antisommossa, giungono sul posto. Fi- nalmente il governatore si allontana e i due studenti otten- gono la sofferta immatricolazione. La sera dello stesso gior-

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no, alla televisione, il presidente ritorna sui diritti civili: “So- no vicini grandi mutamenti – dice – ed è nostro compito e nostro dovere far sì che avvengano in modo pacifico e co- struttivo per tutti (…) La settimana prossima chiederò al Congresso degli Stati Uniti di agire, d’impegnarsi, come in questo secolo non ha ancora completamente fatto, per il ri- spetto del principio secondo il quale la razza non ha alcuna rilevanza nella vita e nella legge dell’America (…) è tempo che questa nazione mantenga la promessa”. Il 19 presenta al Congresso un progetto di legge, da molti lungamente atteso, che contiene numerosi e articolati provvedimenti in favore dell’emancipazione dei neri. Realizzare questo programma – afferma – è un dovere “non soltanto per ragioni di efficienza economica, di diplomazia internazionale e di tranquillità interna: ma, soprattutto, perché è giusto”. Nel corso dell’estate incomincia a delinearsi l’opposizione dei razzisti al progetto. Alcuni ritengono che questa inizia- tiva potrebbe far perdere a Kennedy le presidenziali del ’64. Altri valutano in 4 o 5 milioni l’emorragia di voti da parte dell’elettorato bianco. I sondaggi dicono che il consenso del- la nazione alla politica del governo si è ridotto dal 60 al 47 per cento. Specialmente nel Sud, l’odio per Kennedy si fa intenso. Il giorno 20, a Ginevra, viene siglato l’accordo per l’installazione della “linea rossa” che consente comunicazio- ni di emergenza tra Casa Bianca e Cremlino. Sarà operante nel corso dell’estate. Il 22 il presidente riunisce nella “Cabi- net Room” i leader dei movimenti per i diritti civili. Intende fissare con loro la tattica da adottare nelle discussioni al Congresso. Si parla anche di una grande manifestazione da tenersi a Washington in agosto. Inizia il programmato viaggio in Europa. Kennedy parte per la Germania il 23. Il giorno 25 parla a Francoforte nella Paulskirche: “Gli Stati uniti rischieranno le loro città per di- fendere le vostre perché abbiamo bisogno della vostra libertà per proteggere la nostra”. A Berlino il 26 è oggetto di un’ac- coglienza trionfale. Dopo la visita al “muro”, tiene un discor- so nella Rudolf Wilde Platz: “Ci sono alcuni che dicono che

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il comunismo rappresenta il futuro. Vengano a Berlino! (… ) E ci sono persino coloro che dicono che è vero che il comu- nismo è un pessimo sistema sociale, ma che permette di compiere progressi economici. Lass sie nach Berlin kommen! (Lasciate che vengano a Berlino!) (…) Tutti gli uomini libe- ri, dovunque vivano, sono cittadini di Berlino, e perciò, co- me uomo libero, sono fiero di dire: Ich bin ein Berliner” (Io sono un berlinese). Nel pomeriggio parla alla Freie Universität: “La natura stessa della moderna società tecnologica esige l’iniziativa dell’uomo e la diversità di menti libere. Così, la storia me- desima scorre contro il dogma marxista e non verso di esso”. La sera parte per l’Irlanda, terra d’origine della famiglia. “En- trò nella cabina dell’aereo con un’espressione di orgoglio e di compiacimento (…) Mentre si sedeva accanto a me, stan- co ma felice, disse: ‹Non avremo un altro giorno come que- sto in tutta la nostra vita›” scrive Sorensen. Il presidente è a Dublino, poi a Cork. Il 28, di fronte al Parlamento irlan- dese, Kennedy ricorda i versi del Back to Methuselah: “Voi vedete le cose e dite Perché? Ma io sogno cose che non sono mai state e dico Perché no?”. In seguito in Inghilterra, a Birch Grove, colloquio con Macmillan che si dice contrario alla Mlf. L’Italia è l’ultima tappa del viaggio. A Roma, Kennedy incontra Paolo VI, intronizzato il giorno 30 davanti a una folla di 300 mila persone. II presidente arriva il giorno dopo e trova poca gente a riceverlo. Nel corso della visita al nuovo pontefice chiede, significativamente, di poter scendere nelle grotte vaticane per rendere omaggio alla tomba di Roncalli. La sera dell’1 luglio, al ricevimento presso il Quirinale, il presidente ha l’occasione di conoscere Pietro Nenni e Pal- miro Togliatti, leader dei più consistenti partiti della sinistra italiana. Maggior successo di pubblico ottiene il giorno 2 a Na- poli, ultima tappa. A ricordo del viaggio a Roma porta in America un bronzetto greco datato attorno al 500 a. C. raf- figurante Eracle con la pelle di leone – acquisto a lui partico-

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larmente caro – e una testa di giovane satiro dell’epoca im- periale romana che intende donare a Jacqueline. Il viaggio in Europa raggiunge l’obiettivo di rafforzare i legami del vecchio continente con gli Usa indebolendo la propensione, soprattutto tedesca, a ricercare un accordo con la Francia

  • di De Gaulle a scapito dell’America.

Il viaggio lasciò “il ricordo indelebile di un’America gio- vane, vibrante, decisa e insieme mossa da spinte ideali”, ha

scritto Schlensinger. E ancora: “Una nazione attenta, aperta ai fatti imprevisti, alle cose diverse dai suoi miti o dalla sua tradizione. Un Paese interrogativo, non perentorio, di fron- te ai messaggi difficili e contraddittori del mondo”. Annota in quel periodo Furio Colombo, corrispondente da New York per «il Mondo» e per «L’Espresso»: “Il gruppo in- tellettuale che collabora direttamente o indirettamente col presidente è il più largo, il più articolato ed esteso che mai abbia partecipato al governo del Paese, esprimendo bene le due caratteristiche degli Stati Uniti nell’ultimo decennio:

un livello intellettuale in crescita e una spiccata tendenza alle soluzioni tecniche piuttosto che a elaborazioni morali, dottrinali, ideologiche”. Questo però non vale per il presidente, che non rifugge mai dal sottolineare l’aspetto etico e militante del suo modo

  • di pensare. Ecco alcune dichiarazioni da lui rilasciate in di-

verse occasioni: “La storia del passato mostra chiaramente che la libertà, non la coercizione, rappresenta l’onda del fu- turo” / “Il nostro compito è testimoniare al mondo intero che le insoddisfatte aspirazioni umane al progresso econo- mico e alla giustizia sociale possono essere realizzate nel mo- do migliore da uomini liberi che operino in un quadro d’istituti democratici” / “Per secoli la tradizione americana ha provato che la libertà è alleata della sicurezza, e che sulla libertà si costruisce la prosperità” / “Noi non siamo per la guerra, ma per la pace; non per una crociata, ma per una conveniente cooperazione; non per la diffusione dell’impe- rialismo, ma per l’incoraggiamento dell’entusiasmo dei Pae- si neo-indipendenti”.

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A metà dell’anno un sondaggio d’opinione chiedendo al- la popolazione di colore chi avesse fatto di più per i neri eb- be la risposta seguente: Naacp (National Association for the Advancement of Colored People), King e il presidente Kennedy. Il giorno 15 a Mosca iniziano le trattative fra la delegazione anglo-americana e quella sovietica per la messa al bando degli esperimenti nucleari. Sempre a Mosca è in corso dal 5 al 20 la conferenza ideologica Cina-Urss. Da questa emerge che i sovietici non “condividono l’idea dei di- rigenti cinesi di creare una ‹civiltà mille volte superiore› sui cadaveri di centinaia di milioni di uomini”. Harriman guida gl’incontri in maniera esemplare e l’accordo viene siglato il

25.

“Ieri un raggio di luce ha squarciato il buio”, dichiara Kennedy la sera del 26 parlando alla nazione. Si è firmata un’intesa “per vietare tutte le prove nucleari nell’atmosfera, nello spazio e nelle regioni sottomarine (…) è un trattato di portata limitata che consente la continuazione dei test sot- terranei”. Ciononostante “offre a tutto il mondo un gradito segno di speranza (…) Questo trattato non segna l’avvento dell’età dell’oro. Esso non risolverà tutti i conflitti, né indur- rà i comunisti a rinunciare alle loro ambizioni, né eliminerà i pericoli di guerra (…) ma rappresenta un passo verso la pa-

ce, un passo verso la ragione, un passo che ci allontana dalla guerra (…) Secondo l’antico proverbio cinese ‹Un viaggio

  • di mille miglia deve cominciare con un primo passo›(…)

che la storia registri che noi, in questa terra, in quest’epoca,

il primo passo l’abbiamo compiuto”. “Il suo è il maggior successo che mai presidente degli Stati Uniti abbia raggiunto dopo la vittoria sulla Germania”, gli scrive un uomo d’affari. E una signora: “Come ogni altro americano che abbia la testa a posto, provo una gran voglia

  • di ballare per le strade. Per la prima volta posso guardare ai

miei bambini senza avere paura (…) Le generazioni a venire

  • vi benediranno tutti”. Alla fine di luglio il 38 per cento delle

proposte di legge presentate dal governo non è stato appro-

vato da nessuno dei due rami del Congresso.

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Il 6 agosto “Jackie” dà alla luce un maschio prematuro di nome Patrick che al centro pediatrico di Boston sopravvive soltanto per trentasei ore (terza gravidanza infelice). In quei giorni Meredith si laurea a “Ole Miss” in Scienze politiche. Per l’intera durata degli studi, guardie del corpo armate lo han- no scortato fin dentro l’università, attendendo con pazienza nei corridoi la fine delle lezioni, per poi riaccompagnarlo a ca- sa in sicurezza. Il 21, in Sud Vietnam, Diem ordina l’assalto alle pagode. Arresta centinaia di bonzi e prende possesso dei templi. Cabot Lodge, il nuovo ambasciatore degli Usa, arriva il gior- no dopo a Saigon. Il 24 le autorità americane concedono il nulla osta per un’azione tesa ad abbattere Diem. La condi- zione è che il nuovo governo abbia una forte connotazione anticomunista. Il provvedimento non è ratificato al vertice perché molti sono gli assenti: il presidente, McNamara, Rusk e John McCone della Cia. I generali vietnamiti non riescono a liberarsi del tiranno. Non ne hanno la forza. Il ti- more della Casa Bianca è che Diem, ormai incontrollabile, possa concludere un accordo con il Nord Vietnam neutra- lizzando il Paese. Il 28, a Washington, grande raduno di serena e gioiosa protesta. Dinanzi al Lincoln Memorial, si raccolgono 250 mila persone tra bianchi e neri. “Io ho ancora un sogno – confessa King nel celebre discorso – Sogno che un giorno ogni valle sarà innalzata, ogni collina e ogni montagna si ab- basserà, i luoghi impervi diverranno piani e quelli tortuosi si raddrizzeranno, la gloria del Signore verrà rivelata e tutti gli uomini la vedranno insieme”. I manifestanti cantano “We shall overcome”, il vecchio inno battista. La decisa opzione in favore dei diritti civili è la causa, specie nel Sud, di un for- te calo di popolarità del presidente. Il 3 settembre, riflettendo sul disordine che persiste nel Vietnam, Kennedy dichiara: “Non penso che si possa vin- cere la guerra senza l’appoggio del popolo”. Da ciò l’auspicio di un cambiamento della politica e di un rinnovamento del gruppo dirigente locale. Il giorno 17 prende la parola alla

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Conferenza per l’espansione delle esportazioni. Il 20, par- lando alle Nazioni Unite, dichiara: “… il popolo americano crede nell’autodecisione per tutti i popoli. Noi crediamo che le popolazioni della Germania e di Berlino debbano essere libere di riunificare la loro capitale e il loro Paese. Noi cre- diamo che la popolazione di Cuba debba essere libera di as- sicurarsi i frutti di quella rivoluzione che è stata così perfi- damente tradita dall’interno e sfruttata dall’esterno”. Propo- ne, fra l’altro, che Stati Uniti e Unione Sovietica uniscano gli sforzi per un’impresa che li porti insieme sulla Luna. Il 24 il Senato ratifica il Trattato di Mosca con una maggio- ranza schiacciante. La Francia e la Cina non lo sottoscrivono e pertanto la messa al bando degli esperimenti nell’atmosfera non impedisce la proliferazione nucleare. Il giorno 25 i militari rovesciano il regime di Juan Bosch nella Repubblica dominicana. La strada verso la democrazia è lunga. Kennedy inizia un viaggio elettorale negli Stati dell’Ovest per recuperare terreno visto l’atteggiamento del Sud. A Great Falls, nel Montana, dice che la gara col comu- nismo sarà la nota dominante della nostra vita. Mostriamo al mondo “quale delle due società è, in altre parole, la più fe- lice”. Il 30 parla all’assemblea della Banca mondiale e del Fondo monetario: “Siamo decisi – afferma – e io credo nel vostro come nel nostro interesse, a conservare il saldo rap- porto dell’oro con il dollaro nel prezzo attuale di 35 dollari l’oncia, e vi assicuro che lo faremo”. Rievoca gli accordi sottoscritti agl’inizi di luglio del ’44 a Bretton Woods nel New Hampshire che tanto successo ebbero nel favorire l’equilibrio del mercato finanziario mon- diale. Nel frattempo la sua vista si è molto indebolita e chie- de a Sorensen di usare caratteri più grandi nello scrivere i testi dei suoi discorsi. Anche l’udito è peggiorato, specie quello dell’orecchio sinistro. Il 2 ottobre altro colpo di Stato militare: questa volta nell’Honduras con la caduta di Ra- món Morales Villeda. “Noi siamo contrari ai colpi di Stato – dichiara Kennedy – perché noi tutti ci siamo impegnati a perseguire, nell’Alleanza per il progresso, forme di governo

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e di avanzamento democratiche, ma anche perché le ditta- ture sono vivai da cui alla fine germoglia il comunismo”. Nei primi giorni del mese, Kennedy autorizza la vendita all’Urss dell’eccedenze di grano americane. Il giorno 19 parla all’università del Maine: “Pur mantenendoci pronti alla guerra, non lasciamo inesausta alcuna possibilità di pace. Che sia sempre ben chiaro che siamo disposti a parlare, se i colloqui possono essere utili, e pronti a combattere, se com- battere dobbiamo. Decidiamo di essere i padroni e non le vittime della storia (…) L’aquila americana del sigillo presi- denziale serra nei suoi artigli sia il ramo d’olivo simbolo di pace che le frecce simbolo di potenza militare. Sull’antico soffitto del mio ufficio è rappresentata con il capo rivolto verso le frecce, ma sul nuovo tappeto essa guarda il ramo d’olivo”. Il 22 parla all’Accademia nazionale delle scienze. Il 24 Stevenson è a Dallas per la giornata delle Nazioni Unite. Lungo le strade vengono affissi piccoli stampati con una se- quela di capi d’imputazione nei confronti di Kennedy: “Ri- cercato per tradimento” strilla con enfasi il titolo del poster sotto un’immagine del presidente ritratto di fronte e di pro- filo. Dopo il discorso, Stevenson è ingiuriato, percosso, spu- tacchiato. Parlando nel Massachusetts, all’Amherst College, in tema di rapporti tra arte e società, Kennedy dichiara: “… l’arte non è una forma di propaganda; è una forma di verità… In una società libera l’arte non è un’arma e non appartiene alla sfera delle polemiche ideologiche. Gli artisti non sono in- gegneri dell’anima. Altrove forse è diverso. Ma in una società democratica, il primo dovere dello scrittore, del composito- re, dell’artista è di rimanere fedele a se stesso e di lasciare che le fiche cadano dove cadono. Così, il modo migliore per un artista di servire il suo Paese è di servire la propria visione della verità”. Kennedy concepiva l’arte non come un diver- sivo nella vita della nazione, o come evasione dei singoli dal- la monotonia della quotidianità, ma come qualcosa di assai prossimo al punto focale dei suoi interessi. Il bello era un bi-

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sogno pubblico; il brutto un lutto nazionale. La tutela delle arti faceva parte, a suo giudizio, delle responsabilità presi- denziali ed egli non perdeva occasione per dimostrarlo. “La mia speranza va a un grande futuro per l’America, un futuro in cui la forza militare del Paese sia pari alla nostra coscienza morale, la sua ricchezza alla nostra saggezza, la sua potenza alla nostra fermezza (…) La mia speranza va a un’America che susciti rispetto in tutto il mondo non solo per la sua forza, ma anche per la sua civiltà, e a un mondo che garantisca non soltanto la democrazia e la libertà, ma anche il riconoscimento dei meriti dell’individuo”. Nel frat- tempo Tito è giunto ospite alla Casa Bianca. Il 29 il progetto di legge per i diritti civili, rielaborato dal presidente, è presentato al Judiciary Committee (Comitato giuridico della Camera). Alla fine del mese Jim Bishop, au- tore di The Day Lincoln Was Shot (Il giorno in cui Lincoln fu ucciso) è ricevuto alla Casa Bianca. Parla a lungo con il presidente: “Sembrava malinconicamente affascinato”, ebbe poi a dire. Il 31 riferendosi a Goldwater, avversario politico, Kennedy dichiara che per le elezioni presidenziali del ’64 la lotta sarà durissima, perché il Paese è spaccato in due. L’1 novembre Putsch militare in Sud Vietnam. Il giorno successivo, i fratelli Diem e Nhu muoiono assassinati e il go- verno è assunto dai generali golpisti. Schlesinger dichiara che né l’ambasciata Usa, né la Cia hanno avuto voce in ca- pitolo. Questa è la versione ufficiale, ma la realtà è diversa. Il presidente è depresso. Si rammarica di non aver mai pre- stato l’attenzione dovuta al problema. Si rende conto che il Vietnam, in politica estera, rappresenta un fallimento. Al- l’atto della sua nomina vi erano nel Paese 2 mila soldati ame- ricani, ora ve ne sono 16 mila. Il giorno 4 Kennedy registra nello “Studio ovale” una di- chiarazione a futura memoria. Il colpo di Stato è avvenuto al culmine di tre mesi di discussioni che hanno diviso il go- verno sia a Washington che a Saigon. Elenca i favorevoli e i contrari all’azione militare e non nasconde le proprie colpe. Il telegramma d’inizio agosto, che suggeriva l’azione, ne è

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una prova. Il dispaccio non avrebbe mai dovuto essere in- viato prima di una riunione apposita e, comunque, non avrebbe mai dovuto essere approvato. Dallek, autore della nota biografia apparsa nel 2003, ri- tiene che il presidente non avrebbe mandato decine di mi- gliaia di connazionali a combattere in un Paese così inospi- tale come il Vietnam e che probabilmente avrebbe ridotto l’impegno americano durante il secondo mandato. Kennedy si era espresso con scetticismo circa le prospettive di soprav- vivenza del nuovo governo vietnamita. L’azione incerta dei militari al potere, come già l’amara esperienza fatta in occa- sione della Baia dei Porci, l’avevano ulteriormente allonta- nato dall’idea di un diretto coinvolgimento. A tale propo- sito aveva, però, detto: “Io penso che noi dobbiamo resta- re”.

Se Kennedy non fosse stato ucciso e se la guerra del Viet- nam fosse stata vinta, a chi gli chiedeva che cosa l’America avesse guadagnato dal conflitto, avrebbe potuto rispondere come fece William Pitt nel 1805 dopo la prova di forza con la Francia di Napoleone: “Abbiamo guadagnato tutto ciò che avremmo perduto se non avessimo combattuto questa guerra”. Il giorno 12 si tiene la prima riunione per organiz- zare la nuova campagna elettorale presidenziale. Manca stra- namente il vicepresidente Johnson. Il Cesia (Consiglio economico e sociale interamericano) riunito a San Paolo del Brasile fonda il Ciap (Comitato in- teramericano dell’Alleanza per il progresso) realizzando una sorta di latinizzazione dell’Alleanza e dandole un nuovo im- pulso. Per favorire il processo di riscoperta della nazione, cui aveva contribuito con Profiles in Courage, Kennedy isti- tuisce la Medal of Freedom Awards (Medaglia premio per la libertà) allo scopo di onorare coloro “il cui talento rende più grande la stima della dignità con la quale si può abbellire la vita e della pienezza con cui si può viverla”. Il giorno 16 è a Cape Canaveral, in Florida, per l’aggiornamento sui lavori dell’impresa lunare. Con la solita curiosità vuole ispezionare di persona il gigantesco razzo vettore Saturn-1.

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Il 18 è a Tampa e a Miami. Qui si rivolge ai governanti cubani e fa capire che se Cuba cessasse la sua opera di sov- versione all’interno del continente americano, ogni accordo sarebbe possibile. “Dobbiamo arginare l’espansione sovietica in due modi, con il blocco economico da una parte e con uno sforzo straordinario verso il progresso dall’altra”. Riba- disce la sua fiducia nell’Alianza para el Progreso sostenendo che “il pericolo più grande è nei nostri dubbi e nei nostri ti- mori”. Il 20 il progetto per i diritti civili supera l’esame del Judiciary Committee, ma il Rules Committee (Comitato dei regolamenti) rappresenta il vero problema perché è di- retto da un segregazionista della Virginia, intenzionato a bloccarlo per impedirne l’iter verso la Camera (sarà appro- vato nel gennaio del ’64 dopo la morte di Kennedy). Un sondaggio Gallup misura il crollo – dal 76 al 59 per cento – della popolarità del presidente, che pensava comun- que di riuscire a ottenere facilmente la rielezione, soprattut- to se come avversario avesse avuto il repubblicano conser- vatore Goldwater. Il secondo mandato, nei suoi piani, avreb- be dovuto essere un periodo di grande azione legislativa. Si prefiggeva di eliminare le norme discriminatorie, di velato sapore razzista, che fissavano vincoli all’immigrazione negli Usa. Avrebbe presentato al Congresso, poco prima di essere assassinato, un disegno di legge a tale proposito (L’opuscolo da lui scritto nel ’58: A Nation of Immigrants conoscerà nel ’64, ampliato e risistemato, una nuova edizione introdotta da “Bob”. Sarà inoltre data alle stampe in quel periodo una raccolta di provvedimenti legislativi, in materia di economia e diritto del lavoro, dal titolo The Burden and the Glory - Il peso della gloria). Kennedy sperava, in politica estera, di poter mantenere la distensione e, in particolare, di poter essere ospite gradito nell’Unione Sovietica. Il mattino, accompagnato dalla mo- glie, era partito in volo per il suo viaggio nel Texas. Le tappe previste erano Sant’Antonio, Houston, Dallas e Austin. Pri- ma della partenza aveva preannunciato a Forrestal la richie- sta all’inizio del ’64 di “uno studio approfondito di ogni

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possibile opzione per il Vietnam, compreso il modo in cui andarcene di là”. Nel corso delle prime due tappe le accoglienze sono buo- ne. La sera di giovedì 21 Kennedy è a Fort Worth. La mat- tina di venerdì 22, prima di fare colazione, legge il «Dallas Morning News» che reca a tutta pagina un articolo a paga- mento, zeppo di critiche e di accuse nei suoi confronti. L’im- magine del presidente, stando al quotidiano, è quella di un filocomunista e di un traditore. Parla alla Camera di com- mercio della città: enumera, tra le altre cose, l’aumento no- tevolissimo delle spese militari degli ultimi tre anni, in cui spicca l’accrescimento del 600 per cento delle speciali forze antiguerriglia che sono ora impegnate nel Vietnam del Sud. “Spero che coloro che vogliono un’America più forte e lo scrivono sui cartelli vi aggiungano anche queste cifre – di- chiara – Senza gli Stati Uniti l’alleanza della Seato (Southeast Asia Treaty Organization) e della Cento (Central Treaty Organization) si sfascerebbero in ventiquat- tr’ore (… ) la Nato non sussisterebbe, e gradualmente l’Eu- ropa scivolerebbe nel neutralismo e nell’indifferenza. Senza gli sforzi degli Stati Uniti nel quadro dell’Alleanza per il pro- gresso, già da tempo il comunismo sarebbe avanzato nel Sud America”. Poi il breve viaggio in aereo verso Dallas, l’arrivo all’ae- roporto di Love Field, le strette di mano ai cittadini in atte- sa, il percorso in automobile per le vie della città che, prima fredda, ora lo applaude in maniera sempre più convinta. Nei pressi dell’angolo tra Elm Street e Houston Street un bam- bino sul marciapiede agita la mano. Il presidente sorride e ricambia il saluto. Poi la discesa, dopo il Texas School Book Depository e i colpi fatali. Erano le 12.30 ora locale. Diramato alla stampa mezz’ora prima, il discorso, che non sarebbe mai stato pronunciato, chiudeva con queste pa- role: “La nostra forza non sarà mai usata per un’ambizione aggressiva, servirà a mantenere la pace. Non sarà mai uno strumento di provocazione. La useremo per rendere possi- bile la soluzione pacifica di ogni contrasto (…) Noi siamo

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le sentinelle che vigilano sui bastioni della libertà mondiale. Chiediamo pertanto a Dio di poter essere degni della nostra potenza e della nostra responsabilità (…) Ché, se il Signore non custodisce la città, la scolta vigilerà invano”. Nel crepuscolo della sera la bara del presidente è fatta scendere con ogni cautela dall’aereo giunto all’aeroporto Andrews di Washington per essere avviata al Naval Hospital

  • di Bethesda. Verso le quattro del mattino del 23, avvolta nel-

la bandiera stellata, è esposta al cordoglio unanime nella sala “Est” della Casa Bianca. Nella sua qualità di massima gerar- chia militare, il presidente possedeva una piastrina con in- ciso: “Kennedy, John F. – Comandante in capo – O – Cat- tolico romano”. Lunedì 25, il rullo dei tamburi accompagna

chi si reca a piedi nella cattedrale di St. Matthew’s per la fun- zione religiosa. Più tardi, il corteo funebre si snoda dalla cattedrale al ci- mitero percorrendo il Memorial Bridge sul Potomac. Uno scalpitante cavallo nero, governato a fatica dal palafreniere, segue l’affusto a ruote su cui è adagiato il feretro. La sella è vuota. Le staffe ondeggiano un poco, gravate da una coppia

  • di alti stivali in cuoio infilati a ritroso. Ad Arlington, appro-

do finale degli eroi di tutte le guerre, la quiete di un autunno

che muore dà l’estremo saluto al presidente. “Riusciremo an- cora a ridere?”, si chiede sconsolata Mary McGrory dell’uf- ficio del Lavoro di Washington. “Certo che sì! – ribatte Daniel Moynihan, vicesegretario – Ma non saremo mai più giovani”.

SIGLE e abbreviazioni

ADA

(Americani per l’azione democratica)

AFL-CIO

(Federazione americana del lavoro)

CECA

(Comunità europea del carbone e dell’acciaio)

CED

(Comunità europea di difesa)

CEE

(Comunità economica europea)

CENTO

(Organizzazione del patto di centro)

CESIA

(Consiglio economico e sociale interamericano)

CIA

(Agenzia centrale d’informazioni)

CIAP

(Comitato interamericano dell’Alleanza per il

CORE

Progresso) (Congresso per l’eguaglianza razziale)

DAC

(Consiglio consuntivo democratico)

DDR

(Repubblica democratica tedesca)

ExCom

(Comitato esecutivo del Consiglio nazionale di

FBI

sicurezza) (Ufficio federale per le investigazioni)

ICC

(Commissione per il commercio internazionale)

KKK

(Clan del cerchio)

KOMINTERN

(Internazionale comunista)

MEC

(Mercato comune europeo)

MIT

(Istituto di tecnologia del Massachusetts)

MLF

(Forza multilaterale)

NAACP

(Associazione nazionale per l’avanzamento della

NATO

gente di colore) (Organizzazione del patto Nord Atlantico)

NBC

(Ente radiofonico nazionale)

NSC

(Consiglio per la sicurezza nazionale)

OAS

(Organizzazione dell’armata segreta)

OCSE

(Organizzazione per la cooperazione e lo svilup- po economico)

  • 224 Sigle e abbreviazioni

ONU

(Organizzazione delle nazioni unite)

OSA

(Organizzazione degli Stati americani)

PCUS

(Partito comunista dell’Unione sovietica)

SEATO

(Organizzazione del patto del Sud-est asiatico)

URSS

(Unione delle repubbliche socialiste sovietiche)

USA

(Stati uniti d’America)

USAAF

(Forza aerea degli Stati uniti d’America)