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Interview with Michele Serra (9 July 1996) Eugenia Paulicelli and David Ward

Michele Serra is one of Italy's leading satirical writers. He first came to light as a contributor to Tango, a satirical broadsheet that was included with the Italian daily L'unit. He received broader recognition as founder and editor of the successful weekly Cuore. More recently, he has been a regular contributor to to L'unit as well as La Repubblica. Some of his writings for Tango and Cuore have been collected in the volumes Visti da lontano (Milan: Mondadori, 1987) and 44 falsi (Milan: Feltrinelli, 1991). Among his other books are: a collection of poems Poetasto: poesie per incartare l'insalata (Milan: Feltrinelli, 1993), a collection of short stories Il nuovo che avanza (MIlan: Feltrinelli, 1989) and a recently published novel Il ragazzo mucca (Milan: Feltrinelli, 1997). Domanda: Una delle questioni che sembra occupare una parte importante dei Suoi scritti quella che riguarda un certo costume sociale e culturale diffuso nell'Italia contemporanea, soprattutto nel Nord e fra i ceti medi, che rappresenta un ostacolo a una vera riforma della societ italiana. Serra: vero. Una buona domanda da cui partire sarebbe forse chiedersi come mai un paese di destra come l'Italia abbia scelto poi un governo di sinistra. D: Pensa davvero che l'Italia sia un paese di destra? Serra: Secondo me, s. Per la sua maggioranza, s, anche se non bisogna generalizzare. L'Italia fondamentalmente un paese cattolico, conservatore. Ma forse pi ancora di questo un paese profondamente individualista. Penso che tutti i ritardi della cultura civile italiana - ovviamente non mi sto referendo alle elites, non sto generalizzando -siano dovuti al fatto che esiste una certa mentalit diffusa nella maggioranza delle persone. Uno degli esempi pi eclatanti di questo che gli italiani hanno un concetto molto vago di Stato, non capendone bene la necessit. L'Italia un paese individualista e profondamente cattolico dove come unico vero vincolo si riconosce la famiglia. Ne consegue quindi che il concetto di diritti e doveri dell'individuo sono abbastanza vaghi: soprattutto quello dei doveri, quello dei diritti un po' meno. Quello dei doveri e diritti, del costume generale e dei comportamenti un discorso importante e difficile. Dobbiamo provare, per, almeno a affrontarlo. D: Nei suoi scritti giornalistici sembra che Lei ci provi. Serra: S, io ci provo. Partiamo dalle radici. Questo un paese che non ha una grande borghesia, non l'ha mai avuta, e non ha mai avuto quindi una rivoluzione borghese, non ha avuto la rivoluzione francese. un paese, soprattutto nel meridione, dove quando i giacobini alla fine del settecento, primo ottocento alzarono l'albero della libert andavano incontro ai contadini guidati dai preti che poi li impiccavano. Una grande parte di questo paese, diciamo il centro sud, non ha mai fatto rivoluzioni, ha fatto solo controrivoluzioni. E gli effetti di tutto questo, secondo me, si sentono moltissimo ancora oggi. Si sente che c' poco senso dello Stato, si sente che non c' stata la rivoluzione francese e che non c' stata la rivoluzione borghese. I borghesi in Italia sono delle piccole elites. D: Pensa che una conseguenza di questo sia che in Italia di fatto mancata una classe dirigente illuminata?

Serra: S. Secondo me, il grande paradosso di questo paese, che anche un paese divertente, che ai comunisti tocca fare la borghesia adesso. Il ruolo bizzarro di questo stranissimo partito che il Partito comunista quello di cercare di dare una classe dirigente, vogliamo chiamarla borghesia con un termine vecchio. Ma di fatto il ruolo del Partito comunista quello di fornire una classe amministrativa di media cultura che amministri le citt, che faccia funzionare i servizi e che abbia un po' il senso dello Stato. Queste sono le cose per cui possiamo parlare male dell'Italia: soprattutto, la mancanza storica di una classe dirigente che abbia costruito uno Stato moderno. A tutto questo ci sono, per, delle attenuanti. Questo un paese che in due generazioni ha fatto quello che altri paesi hanno fatto in due secoli: un paese contadino, rurale, cattolico, familista che in 50 anni ha fatto la rivoluzione industriale. Quindi molti degli squilibri, delle storture di questo paese derivano anche dalla mostruosa rapidit del suo sviluppo. In fondo, l'Italia un paese adolescente, una comunit di adolescenti che si ritrovano a quattordici anni ad esseri enormi, maldestri. Ha avuto uno sviluppo veramente impetuoso. E quindi questo ci fa essere un pochino pi ottimisti, forse anche questione di tempo. Si spera che i figli siano un po' meglio dei padri, e che i padri siano un po' meglio dei nonni. Si spera, non detto, non scontato che questo poi si verifichi. Perch poi sviluppo distorto vuol dire anche conseguenze negative. Per esempio, questo paese ha prodigiosamente aumentato il prodotto interno lordo e i consumi, ma pochissimo invece aumentato il consumo di cultura. Il livello di scolarit ancora molto pi basso rispetto agli altri paesi occidentali, si legge pochissimo. Tre o quattro anni fa, infatti, avevo letto un dato che mi aveva sconvolto, un dato di una precisione spietata, che in Francia il mercato dei libri a parit di popolazione triplo, cio si leggono tre volte pi libri che in Italia. Un dato impressionante. Oltretutto in Italia le librerie vere praticamente al Sud non ci sono, forse Bari, Palermo, Napoli. Questo il quadro generale. Naturalmente, c' molta curiosit per vedere che cosa succeder, se questo sviluppo senza progresso, come diceva Pasolini, questo sviluppo materiale, cos legato alla ricchezza, ai quattrini, ai soldi, al benessere individuale, stato cos distorto da produrre soltanto mostri, oppure se invece si aggiuster con il passare del tempo. D: Secondo Lei, come possono intervenire gli intellettuali in questo contesto? Come possono incoraggiare uno sviluppo che non sia soltanto materialistico? Serra: Non ho ancora capito qual il ruolo degli intellettuali e il loro potere reale. Non so se abbiano un ruolo nella politica, devo dire. La politica nel suo complesso potrebbe avere capacit di trasformazione del paese. Questa, per esempio, una delle curiosit che circonda il governo attuale. Vedere attraverso delle leggi, delle campagne se riesce a modificare un pochino questo squilibrio terribile che c' tra le esuberanze individuali degli italiani e la mortificazione del tessuto civile, dei servizi, e dell'amministrazione. Anche se poi non bisogna neanche esagerare perch se tu senti parlare gli italiani, anche quelli di sinistra, ti diranno che non funziona niente, i servizi fanno schifo. Questo mi sembra un atteggiamento esagerato. Funzionano male molte cose, ma ce ne sono anche molte che funzionano bene. La sanit pubblica, per esempio, in Emilia funziona in modo straordinario, negli ospedali ti curano benissimo. In Emilia c' un Welfare avanzatissimo, ma un po' un'eccezione. Anche nel resto del Nord non vero che non funzioni niente. D: Ma se tutto funziona cos bene al Nord, e cos male al Sud, come si spiega la rivolta della Lega Nord, che nata nelle regioni pi ricche del Nord-Est, dove secondo Lei tutto funziona molto meglio alla pari dei paesi nordeuropei? Serra: Mi dispiace per Bossi, ma questa una rivolta tipicamente italiana, nel senso deteriore. Cio, una rivolta profondamente egoista, individualista, anarchica. Persino in una zona d'Italia dove le cose funzionano un po' meglio, lo Stato funziona meglio, l'amministrazione pubblica, i servizi bene o male esistono, succede che la gente non disposta a pagare il prezzo per tutto questo. Ci saranno molti cittadini che vogliono delle tasse giuste, ma ce ne sono molti che non capiscono il concetto di

tasse. Non sanno che cos' la tassa, non capiscono perch dai soldi che guadagnano gliene tolgono un po'. Si sentono derubati perch il senso d'identit legato al paese, al villaggio, alla famiglia, a piccole unit, e alla municipalit. Ma non c' un senso di appartenere a una grande collettivit, questa gli abbastanza estranea. Io spero che stia migliorando un pochino, non lo so. difficile dirlo. Forse un pochino migliora. Per una strada in salita. D: In tale contesto politico-sociale, pensa che la cosiddetta rivolta del Nord era un evento prevedibile? Soprattutto in considerazione del fatto che i partiti tradizionali non hanno avuto la capacit di comprendere il tipo di malcontento che emergeva dai ceti medi. Serra: Forse era prevedibile. Una cosa che mancata totalmente allo sviluppo italiano, per esempio, un progetto di misura, anche di misura della ricchezza individuale. L'Italia del Nord un paese favolosamente ricco. Questa una cosa che forse sfugge, un paese in cui il livello di benessere diffuso e proprio di ricchezza di molte persone straordinario. Tutto ad un tratto si rendono conto che gli viene chiesto di pagare il prezzo per questa ricchezza. Qualcuno probabilmente disposto a farlo, altri no. Io ho scritto su Cuore un articolo e mi sono arrivate delle lettere che dicevano che non era giusto, che mi sbagliavo, dicendo che non bisognava illudersi. Per esempio, sull'aliquota IRPEF, abbassarla, non abbassarla, usare meglio i servizi, creare un fisco pi efficiente, non risolve del tutto il problema. Perch anche di fronte a un fisco pi equo, c' una fetta di popolazione italiana che cercher sempre di frodare il fisco. Perch non fa parte dei suoi cromosomi culturali capire che il reddito, una parte del reddito della persona che produce comunque una parte della ricchezza collettiva. Anche perch poi il reddito si produce usando i servizi di tutti, usando le scuole di tutti. E questo viene considerato da molti italiani bolscevico. Quello che altrove elementare, che si sia liberali, liberisti, di destra o di sinistra non importa, assodato che le tasse si devono pagare, per diversi italiani non cos chiaro. un luogo comune, ma, ahim, i luoghi comuni sono spesso veri. D: Se questo il quadro generale sembra che ci sia ben poco che un governo di centro sinistra possa fare per creare o anche favorire la formazione di una classe dirigente illuminata. cos? Serra: Quello che il nuovo governo deve affrontare una sfida. vero che questo governo nato da un patto sociale fra una parte del grande capitale e la sinistra. Ma adesso che non c' pi il Muro di Berlino, il mondo non pi diviso in blocchi, c' una parte della borghesia produttiva, la Banca d'Italia, Ciampi ecc. che si sono detti 'proviamo con questi comunistacci per vedere se fanno meno schifo degli altri'. Certo, un patto molto vulnerabile, molto fragile, pieno di contraddizioni. Un governo che va da Dini a Bertinotti effettivamente un governo veramente stravagante. Per, molto sintomatico il fatto che se io fossi un uomo di destra mi sarei sparato a questo punto in Italia. Perch riuscire in un paese, che poi prevalentamente di destra, a mandare al governo i comunisti, bisogna proprio essere scemi. Soltanto che sono talmente scemi, pi che scemi sono talmente sprovvisti di strumenti culturali, che non riescono a fare un'analisi del perch la destra cos com' ha avuto bisogno di un personaggio assurdo come Berlusconi. Perch non aveva una sua classe dirigente, perch non aveva i suoi intellettuali, perch non aveva i suoi centri studi. D: Si sente spesso in varie istanze, e non solo dalla Destra ma anche dai settori liberali della cultura italiana, che in Italia ci sia stata dal dopoguerra in poi un'egemonia culturale di sinistra che ha impedito il formarsi di una contro-cultura liberal-conservatrice. Serra: La Destra non si rende conto che ogni volta che batte sul tamburro dell'egemonia culturale di sinistra parla male di se stessa. Qualcuno riconosce queste cose, come Marcello Veneziani. Ma se tu in un paese dove c' il Papa, che ha questa storia, che ha questa cultura, che ha questa mentalit, riesci a perdere in modo cos clamoroso le elezioni vuol dire che sei incapace. L'unica vera timida esperienza di classe dirigente al livello alto borghese in senso classico stato quella di Giolitti ai

primi del novecento. Dopodich, il ventennio fascista, poi i quarant'anni della Democrazia Cristiana, ci hanno poratato alla situazione attuale, vale a dire che quel poco di borghesia che c'era in Italia ha di fatto delegato ad altri le azioni in questo senso. Di conseguenza, la borghesia non ha assunto le sue responsabilit personali. Ha sempre trovato molto comodo che prima ci fosse il Duce, poi ci fosse la Democrazia Cristiana, e alla fine si ritrovano a non sapere esprimere una classe di governo. D: Qual stato l'effetto su di Lei della vittoria di Berlusconi nel `94? Serra: Terribile. Berlusconi stato uno choc, ma forse uno choc utile. Utile perch quando c'era la campagna elettorale si diceva d'accordo questo un paese con dei ritardi civili, un paese poco interessato al problema dell'Antitrust, o crede che l'Antitrust sia una cosa di Stalin, mentre invece era di Roosevelt. Per, dicevamo, non possibile che questo coglione vinca, perch quando appariva davanti al suo schermo sembrava cos puerile il personaggio, cos incredibilmente puerile. Poi c'era un'altra cosa che non avevamo calcolato. Sapete, che nella sinistra c'era sempre questo pregiudizio favorevole secondo il quale bene o male il popolo era comunque un concetto a lei favorevole. Adesso la situazione si capovolta in questi ultimi anni. Il popolo molto pi di destra. Forse in tutto il mondo c' un fenomeno simile, guardate Buchanan e Perot negli USA e Le Pen in Francia, due fenomeni di populismo nazionalista. Sono popolari, largamente popolari. Offrono una difesa ai ceti deboli perch i ceti deboli hanno pi paura, e la Destra fa leva sulla paura. Questo stato sottovalutato molto in Italia. Berlusconi ha avuto moltissimi voti fra le vecchiette pensionate, non solo fra i giovani e i ceti emergenti. Per non credevamo possibile che vincesse, non mi sembrava possibile. Invece ha vinto. questo stato uno choc utile perch si capito che la situazione era pesante. E soprattutto che era totalmente da ricostruire quella che possiamo chiamare la cultura di massa. Forse qui ci sarebbe da discutere il ruolo dell'intelletuale. D: Infatti, in Italia, il rapporto fra intellettuali e la cultura popolare e la cultura di massa non stato dei pi semplici. Serra: Nei paesi anglo-sassoni penso che sia differente, ma in Italia gli intellettuali hanno molta diffidenza nei confronti della cultura di massa, fanno fatica ad usare i media, la divulgazione. Hanno ancora una formazione molto accademica, se non arcadica addirittura degli intellettuali. Per, ecco, pu darsi che l'arrivo di Berlusconi al governo abbia talmente abbassato il livello, abbia talmente buttato tutti in mezzo alla merda, per dirlo in modo inelegante, che da qui le cose comincino a cambiare. E quando uno in mezzo alla merda insomma poi comincia a dire 'va beh sono ancora vivo, la merda puzza, brutta, per sono qua devo darmi da fare'. Dopo lo choc iniziale forse qualcosa cambiato, ci si resi conto che la sinistra non pu dare per perso il popolo, il che sarebbe assurdo. Allora avrebbero ragione quelli di destra che dicono che ormai quelli di sinistra sono tutti quanti altolocati. L'accusa della destra era un'accusa non stupida che poneva gli intellettuali della Destra pi intelligenti in Italia contro una Sinistra che era diventata un po' salottiera, borghese e che lavorava soprattutto in difesa di ceti consolidati, di privilegi. un'accusa che rischia di essere vera se la Sinistra d per perso il popolo, per colpa della televisione, per colpa di Berlusconi, per colpa del consumismo. Se fa questo, cio perdere il popolo, la fine. Perch cos il popolo diventa unicamente preda della demogagia e del populismo. E l la questione molto complicata perch la Sinistra italiana, gli intellettuali di Sinistra hanno per fortuna una tradizione anti-populista. sempre stata una Sinistra poco populista, poco demagogica. E questa, seconda me, anche una virt perch, a parte Pasolini che era un tale genio che poteva anche permettersi il lusso di essere populista e dire che il popolo comunque buono e innocente, la sinistra non mai caduta nella trappola populista. Semmai stata una cultura aristocratica. Per, c' stato un momento quando ha vinto Berlusconi che questa virt rischiava di trasformarsi in vizio, in pericolo, perch

devi buttarti in mezzo alla merda, non puoi rifiutare la sfida nel momento in cui i media scendono in campo, come diceva Berlusconi. D: Ma la sinistra non stata un po' lenta a capire che in Italia sin dagli anni settanta stava prendendo piede una nuova cultura populista? Serra: S. Non che Berlusconi faccia sola politica da due anni, fa politica da vent'anni dal momento in cui ha aperto le sue televisioni e dato il via al loro forte contenuto ideologico. Io ricordo i miei articoli, e gli articoli di un sacco di altre persone negli anni settanta che dicevano che c'era bisogno urgente di analizzare lucidamente il fenomeno della televisione privata e l'ideologia del successo, dei consumi, molto cheap, molto commerciale che trasmetteva attraverso le soap operas e i vari programmi di intrattenimento. Bastava avere la macchina un po' pi grossa, la camicia firmata per essere un uomo felice. Per, forse il torto della Sinistra che non puoi rispondere a questo dicendo di no, o hai letto Proust o sei una merda. Intanto perch uno ha tutto il diritto di non aver letto Proust, e poi perch scostante come approccio. Ma non vorrei dimenticare che il fatto di non essere populista e di essere severa intelletualmente stato ed una virt della Sinistra italiana. Per esempio, mi ricordo gli operai comunisti a met degli anni settanta, quando uscivi dalle sezioni e andavi a casa loro appena entravi la prima cosa che vedevi erano i libri. Perch per loro era un'enorme conquista di dignit. Tutto questo andava benissimo ed era bellissimo. Uno dei santini del Partito comunista era Giuseppe Di Vittorio, un grande capo del Sindacato nel dopoguerra, era analfabeta e a quattordici anni compr il dizionario della lingua italiana e lo studi a memoria. Non so se era leggendaria questa vicenda ma ti spiega qual era l'idea, la mentalit diffusa della sinistra italiana. C'era l'egemonia culturale, per forza, dovuta al fatto che c'era questo vivo amore per la cultura, intesa come occasione di riscatto, come sforzo per acquisire dignit per le classi storicamente meno privilegiate. D: Questo, per, non ha preparato, anzi ha lasciato impreparata, la Sinistra per il tipo di sfida che doveva affrontare negli anni `80 e `90? Serra: S, nel momento in cui il dibattito scende al livello dei media stato un errore non accettare lo scontro. Capisco anche che accettare lo scontro pu voler dire rischiare di diventare banali, diventare volgari. Per, l'enorme successo che ha avuto Cuore dipeso anche da quello, era un giornale popolare nei contenuti. Berlusconi servito per far capire che si rischiava di morire chiusi nelle biblioteche, insomma, o barricati nei monasteri come i monaci durante il Medio Evo. D: Se, per la sinistra, il rischio della cultura alta quello di restare chiusa nella torre d'ivorio, quali alternative si offrono alla sinistra per costruire invece una nozione di cultura diversa che non sia n una cultura accademica n una cultura populista che banalizza e omologa tutto? Serra: Fare cultura pi difficile, molto difficile trovare la misura. Forse anche questo dipende dal fatto che l'Italia un paese giovane. In fondo, tutta la questione dei media in Italia questione degli ultimi quindici o vent'anni. Prima nessuno faceva dibattiti sulla televisione, tutti guardavano la televisione, ma non esisteva la questione del ruolo culturale della televisione. Questo choc di Berlusconi servito a capire invece che i media hanno un'importanza enorme, che non va mitizzata ma non va neanche sminuita e che ci piaccia o no comunque la civilt di massa funziona anche attraverso relazioni molto elementari. Io spero che gli intellettuali di Sinistra questo comincino a capirlo. D: Se Berlusconi servito come choc per scuotere la Sinistra, ora che all'opposizione cosa si pu fare per mantenere alta la guardia?

Serra: Intanto, non che non c' pi, c' ancora e come. Berlusconi pur sempre capo dell'opposizione, ha ancora un grande potere, e ha molti milioni di voti. La questione che lui ha posto, per, rimane: non si pu governare una societ di massa soltanto attraverso delle elites, ci vuole il consenso. E il consenso lo conquisti con mezzi nuovi: una volta c'erano gli attivisti di quartiere, la politica si faceva suonando ai campanelli. Io ho anche nostalgia di quella, ma con la nostalgia non si mangia. Poi sicuramente c' stato un periodo dal `65 al `75 in Italia, prima che il terrorismo arrivasse a distruggere tutto, in cui veramente la politica si faceva nelle citt, nei quartieri, nelle fabbriche. C'era una straordinaria vitalit politica e un grandissimo coinvolgimento. E poi si tutto distrutto, insomma, con l'emergenza, con il terrorismo. D: Pensa che una risposta a questo potrebbe essere quella di un ritorno al territorio o a una politica che tenga pi in conto le esigenze della gente? Serra: S, ritorno al territorio vuol dire anche federalismo, vuol dire anche leghismo, vuol dire delle cose belle e delle cose brutte. Delle cose belle, nel senso che tornare al territorio forse vuol dire anche ridurre il potere della televisione, ridare, diciamo, concretezza alla politica, all'amministrazione ecc. Per, cos si rischia di perdere di vista interessi generali. Io francamente non considero un passo avanti il fatto che ogni piccola municipalit si autogestisca. Poi dopo ci sono problemi come la scuola, l'esercito, la difesa. Sono problemi questi che richiedono assolutamente la presenza di uno Stato capace, intelligente, dinamico. L'Italia un paese che non capace di decidere da vent'anni se fare o no la variante di valico, cio il raddoppio della FirenzeBologna: facciamo la ferrovia, no, facciamo l'autostrada, facciamo il tunnel, facciamo l'aereo, andiamo a piedi, un casino. Nessuno riesce a decidere. L'Italia ha assolutamente bisogno di uno Stato forte e autorevole. Per adesso non mi sembra che il governo Prodi sia riuscito a muoversi con grande disinvoltura, faticosissimo. Si torna sempre allo stesso punto di partenza: proprio il concetto di interesse collettivo che fa fatica ad entrare nella coscienza nazionale. Basta che un provvedimento dia fastidio, non so, ai tabaccai o ai macellai, o alle zie dei macellai, o ai ferrovieri in pensione, e si blocca tutto. C' un senso della corporazione che prevale sempre, gli interessi del piccolo gruppo. C' una tendenza a ignorare i problemi generali perch si vuole che qualcuno risolva subito i tuoi problemi. Tipo, fammi la strada sotto casa mia, delle altre strade chi se ne frega. Non voglio la discarica vicino a casa mia perch puzza, dopodich la mia pattumiera devono venirmela a ritirare, e io non mi chiedo pi dove va a finire. D: Qual il Suo rapporto con il Partito democratico della sinistra, e prima quello con il Partito comunista italiano? Il rapporto fra intellettuali e partito sempre stato piuttosto travagliato, com' stato nel Suo caso? Serra: Io sono entrato nel Partito comunista nel `74 o `75. E sicuramente in quel periodo c'era ancora il rapporto organico fra Partito e intelletuale. Io ho cominciato a fare il giornalista e mi sentivo un militante politico prima di sentirmi un giornalista, avevo un ruolo politico pi che un ruolo professionale. Per, poi le cose sono cambiate molto velocemente. Gi in quegli anni cominciava a disfarsi tutta l'impalcatura ideologica, e gi all'inizio degli anni `80 non esisteva pi questo tipo di mentalit, si era un po' disfatta. C'era l'idea s di un grande partito della sinistra, che per aveva molte anime culturali differenti, che c'erano sempre state anche prima, ma precedentemente tutto era inamidato, irrigidito. Poi dopo, a partire dagli anni `80 venuta a mancare la ragione di quel tipo di rapporto. Non ha senso vestirsi da preti se non c' pi la chiesa, uno si pu tranquillamente vestire come vuole. Adesso non ne parliamo neppure. D: Ma Lei, se non sbagliamo, non iscritto al PDS, eppure scrive quasi tutti i giorni sul giornale del partito.

Serra: Infatti, non sono iscritto al PDS, non ho pi sentito il bisogno di un'appartenenza politica. Mi sento invece di sinistra in senso generale, e non sento nessun bisogno di militare. Certo, sento il bisogno dell'impegno civile, mi fa piacere che quello che scrivo, o mi illudo forse che quello che scrivo non serva ad alimentare il menefreghismo degli italiani, ma magari dia degli elementi critici che li aiuti a pensare. Direi che da almeno quindici anni, cio dall'inizio degli anni `80, non esiste pi l'intelletuale organico, una figura inesistente. Cosa di cui la Destra non si accorge perch continua a dipingere gli intellettuali di sinistra come una specie di esercito, dimenticando che gli intellettuali di sinistra si odiano tutti l'uno con l'altro. Quando leggo sui giornali invece che quelli di destra, quelli pi stupidi devo dire, vedono gli intellettuali post-comunisti e l'egemonia in modo militarizzato, mi viene da ridere. Io scrivo su L'Unit da vent'anni e le due cose pi velenose contro di me che ho letto sui giornali le ha pubblicate L'Unit dopo che avevo dato educatamente del coglione a questo o quello di sinistra. Nemo profeta in patria. Quindi, la Sinistra totalmente laicizzata in questo paese. Ma prima del PDS, prima del 1989, gi nel vecchio PCI si respirava lo stesso clima. D: Ci racconti lo scontro che Sergio Staino, direttore di Tango, il supplemento satirico di L'Unit, aveva nel `87 con l'allora segretario del PCI, Alessandro Natta. Serra: Questo dice molto sull'esistenza della disiciplina di partito. Pensate, dentro L'Unit, giornale del PCI, uscito un inserto di satira che prendeva per il sedere, sfotteva orrendamente il segretario di quel partito. In realt poi la stessa natura della storia del PCI che doveva portare inevitabilmente a questo, perch il PCI nel `75 alle elezioni politiche aveva avuto il trenta cinque per cento dei voti, ma non c'erano trenta cinque comunisti per ogni cento italiani, non ci sono mai stati. Il PCI, proprio per la gracidit, la pochezza dei, chiamiamoli, partiti borghesi ha assunto al suo interno molti borghesi. Io, per esempio, non sono figlio di operai, sono figlio di una famiglia borghese e, per giunta, conservatrice. Non mi sono certo iscritto al PCI per ragioni di interessi di classe. Ma puramente perch qualunque inquietudine di tipo riformista, radicale che un ragazzo potesse avere in Italia negli anni `60 e `70, quasi inevitablimente lo portava al PCI. Ma chi c'era se non il PCI? Quelli del Partito d'azione che facevano delle polemiche molto intelligenti sui giornali, persone degnissime e straordinarie, erano per quattro, erano un'espressione della borghesia ebraica torinese, coltissimi, perbene, ma in questo paese non avevano nessuna possibilit di trovare uno sbocco politico. Questo era un paese contadino-operaio che usciva da vent'anni di dittatura e dalla guerra ed per questo che hanno avuto vita pi facile le grandi formazioni politiche come la DC e il PCI. Il PCI era sicuramente una struttura pesante, anche coercittiva, che ha fatto le sue purghe all'interno contro gli intellettuali, che non voleva dare la tessera a Pasolini perch era omosessuale, che ha scomunicato Vittorini, quindi pieno di terribili difetti. Per, era molto di pi di se stesso. Il PCI era un grande coacervo di cattolici, liberal-radicali, ecc. Lo strappo di Berlinguer a Mosca, quando si afferma che l'URSS non pi un modello per nessuno, e che si era esaurita la spinta propulsiva, risale all `78. Mi rendo conto che questo sicuramente non era abbastanza, per non bisogna dimenticare il fatto che questo avveniva dieci anni prima della caduta del muro di Berlino, e questo era gi molto. Se prendi l'esempio del Partito comunista francese, non c' paragone con il PCI. Quello era un partito filo-sovietico, dogmatico, ma il PCI non era un partito dogmatico, era un partito in cui si discuteva e ci si mandava a vafannculo su tutto. D: Ma non anche vero che quest'apertura ha fatto emergere poi i limiti della stessa operazione? Serra: Berlinguer aveva tutti i limiti di una persona della sua generazione, aveva ancora un senso abbastanza mitologico del partito e della militanza. Per, aveva anche sprazzi di grande modernit. Mi ricordo quando mi iscrissi al Partito nel `73, avevo diciotto anni, c'erano i famosi corsi di partito ancora nelle sezioni. Forse perch io ero a Milano, quindi pu darsi che il clima della grande citt fosse pi permissivo, ma io non ho mai sentito nessuno parlare dell'Unione sovietica nel `73. Quello

che si alzava nelle assemblee di Partito a dire 'il grande compagno sovietico', era la macchietta, era il fool, quello che ci faceva ridere. In realt, il grande tema culturale allora era quello gramsciano della rivoluzione borghese mancata. Si diceva che l'Italia era un paese di democrazia incompiuta perch aveva una borghesia incapace, piccola che non era risucita a fare la rivoluzione della pratica e quindi toccava alle sinistre e ai comunisti fare la rivoluzione democratica, un tema questo di grande attualit. Non si parlava della collettivizzazione dei mezzi di produzione, della nazionalizzazione delle banche, non se la sognava nessuno, e eravamo all'inizio degli anni `70. D: Come definirebbe, allora, la funzione culturale del Partito comunista per un giovane intelletuale come Lei di quegli anni? Serra: Il Partito comunista era un grande contenitore che ha assorbito tutto. E assorbendo tutto, ha assorbito tutto fino a distruggersi. La sua forza a un certo punto diventata la sua debolezza perch era impossibile pensare a una gestione giacobina o leninista del potere con un gruppo dirigente che faceva tutto, ma figurati! Si mandavano tutti al diavolo. Questo era un costume degli anni `50 sicuramente, negli anni `60 gi di meno. Nella grande contaminazione che ha avuto il Partito comunista c'entra anche il `68. Io, per esempio, sono uno dei tanti migliaia di militanti che sono entrati nel PCI dai gruppetti della sinistra extra-parlamentare. Questa stata sicuramente una contaminazione libertaria, ambientalista dopo il `68. All'inizio degli anni `70, da un lato cominciava il terrorismo e dall'altro la grande maggioranza dei militanti venuti dal `68 entravano nel PCI. Sarebbe necessario in Italia uno studio storico su questo che mi sembra manchi in Italia, perch sono convinto che avrebbe risultati sorprendenti. Secondo me, almeno la met dei dirigenti comunisti di oggi vengono - tranne Veltroni che si iscritto all'et di otto anni - dal `68, quasi tutti, tutti i quadri medi, e gli amministratori. D: Il PCI, quindi, rappresentava un contenitore per i giovani intellettuali come Lei formati nel `68. Ma prima ancora, ci sono state altre contaminazioni? Serra: La grande contaminazione precedente che comincia gi nel dopoguerra quella di intellettuali laici, laico-radicali di sinistra che in qualunque altro paese europeo avrebbero trovato una diversa collocazione ma che andavano nel PCI perch il PCI era l'opposizione. Basta, era l'opposizione, tutta. Queste cose, la Destra italiana non le capisce. D: Quali elementi del patrimonio storico della sinistra italiana sono oggi ancora attuali? Serra: Gramsci sicuramente, al di l del fatto che alcune sue idee erano relative ai tempi, l'idea macchiavellica, leninista del partito come moderno principe. Direi che aveva una inquadratura leninista dell'agire politico: il partito e il gruppo dirigente del partito era quello che doveva passare all'azione. Ma sicuramente il Gramsci che analizza la fragilit della classe dirigente italiana di straordinaria modernit. Forse questa una mia idea personale ma l'internazionalismo secondo me era un grande contributo. Il tipo di cultura e mentalit che creava l'internazionalismo, soprattutto in un'epoca come la nostra, era uno straordinario privilegio. Sentire degli operai di Sesto San Giovanni a Milano che si occupavano della Cina, del Viet-Nam, del Sud America, questa visione del mondo come unico grande organismo politico. Ora questa dimensione internazionalista sembra andare perdendosi. Adesso che c' rigurgito di nazionalismi spaventoso, e alla luce di quello, effettivamente, l'internazionalismo era un grande metodo. Al di l poi dell'uso che poi ne hanno fatto i russi, considerando l'internazionalismo come annessione ad un impero. Era un grande metodo perch ti spalancava una visione del mondo altroch territoriale, altroch di quartiere. Dava una connessione che era straordinaria e patetica allo stesso tempo, che creava degli effetti ridicoli. Mi ricordo gli ordini del giorno di certe assemblee di sezione: i) la situazione internazionale; ii) la situazione europea; iii) la situazione nazionale; iv) la situazione di quartiere ecc. Qui parlo pi da

scrittore che da politico, ma mi commuovo ripensandoci adesso, a queste persone che uscivano dalla miseria, dall'analfabetismo che poi pretendevano di dire la loro sul mondo. Di questo ho molta nostalgia. Quella una cosa del vecchio partito comunista che vorrei tirare fuori dalle macerie e portarmi appresso. In generale, era un metodo di grande generosit, ti faceva sentire attore sulla scena del mondo, anche se non contavi niente. Questo era bello. D: E a proposito dell'eredit politica e culturale dell'antifascismo? Serra: L'eredit antifascista non ha neanche un merito o un demerito, portata dalla storia. Si dimentica spesso in questo paese, che nato dalla sconfitta di una dittatura, che la democrazia nata sulle ceneri del fascismo. La democrazia italiana nata storicamente dalla fine di una dittatura, questo un fatto. molto probabile che un grande errore storico che hanno fatto i comunisti sia stato quello di aver quasi monopolizzato la cultura antifascista. C' stato un uso un po' strumentale e anche poco generoso della cultura antifascista. Perch, invece, perfettamente vero che esistevano altre resistenze, cattolici, monarchici, liberali, azionisti, repubblicani. E ad un certo punto in Italia sembrava che i termini antifascista e comunista coincidessero, era, come dire, la stessa cosa. E quello stato un grave guaio. Io sono abbastanza d'accordo sul discorso che ha fatto Luciano Violante quando si insediata la Camera. Bisognerebbe a questo punto uscire da questo mezzo secolo ormai, senza per rimettere in discussione le ragioni che lo sottendono, perch evidente che meglio la democrazia della dittatura. D: Per, valorizzando l'impegno del PCI nella costruzione della democrazia in Italia nel secondo dopoguerra si torna inevitabilmente a Togliatti, una figura storica della sinistra italiana, ma una figura che stato oggetto di attacchi furibondi in questi ultimi anni - Togliatti schiavo di Stalin, assassino ecc. Tornando a Togliatti non si rischia di porgere la guancia ai revisionisti? Serra: Questo un altro aspetto particolarmente originale dell'Italia, il PCI ha partecipato molto attivamente alla Costituente. Togliatti era sicuramente una persona con terribili difetti, cinico, per stato un politico straordinario. Ha trasformato un esercito combattente in partito democratico di massa. Io credo che la democrazia italiana, compresa gli avversari, dovrebbero essergliene grati. Perch vero che taceva sui crimini di Stalin, che era un ipocrita, per carit, tutti i difetti, diciamo, concomformista di Togliatti sono evidenti, e non vale neanche la pena discuterne. Ma la sua genialit stata quella di avere preso una cosa che era una sezione della terza internazionale, si chiamava Partito comunista d'Italia, non Partito comunista italiano, cio era la sezione Italia di quella roba l che stava a Mosca, col mitra in mano e l'ha trasformato in un partito democratico. Gli ha fatto mettere via i mitra, anche se qualcuno li aveva nascosti nel fienile, in campagna, saltano fuori ancora oggi dei carri armati. Se vogliamo le Brigate rosse vengono anche da l, c'era la teoria della Resistenza come rivoluzione interrotta, la rivoluzione tradita si diceva. Infatti, fra i primi brigatisti c'era gente tipo l'Avvocato Lazagni, che erano dei vecchi comunisti partigiani che vent'anni dopo pensavano che fosse scoccata l'ora di portare fino in fondo quella lotta che erano stati costretti a tradire per colpa di Togliatti vent'anni prima. Per, senza dubbio, Togliatti aveva avuto clamorosamente ragione. Si parla della famosa doppiezza di Togliatti, per fortuna che era doppio. Cio, per fortuna che da un lato ha tenuto in piedi l'ideologia e il mito, il fatto che ci fosse questa grande chiesa internazionale, e questo gli servito molto a tenere insieme il partito e evitare di perdere il partito e i militanti. Da un lato diceva, certo la faremo la rivoluzione ecc., per in tanto ci togliamo la divisa, ci mettiamo la giacchetta, la camicia, possibilmente anche la cravatta, ci pettiniamo e facciamo la Costituzione, facciamo eleggere il Parlamento. Era mica scemo. Magari l'ha fatto perch si reso conto che l'Italia faceva parte dopo Yalta di quel campo, quello che ti pare, forse se avesse avuto le mani libere avrebbe fatto tutt'altro, avrebbe cercato di prendere il potere con le armi. Sta di fatto che la storia si fa con quello che accaduto veramente. Hanno ragione quelli di

sinistra oggi, il PDS, il PCI, a dire che Togliatti stato uno dei costruttori dell'Italia repubblicana, della democrazia italiana. D: Che cosa pu fare la cultura di sinistra dinnanzi all'attacco che stato sferrato contro le basi resistenziali e antifasciste della Prima Repubblica, contro Togliatti e contro i partigiani, accusati di essere stati terroristi? Serra: un attacco al quale bisogna resistere perch revisonismo storico. Si parte dicendo che Togliatti era assassino, poi si dice che Priebke era innocente, poi si dice che i campi di sterminio non sono mai esistiti. Secondo me, bisogna con grande pazienza e civilt discutere di queste cose. Ha ragione Violante a dire che bisogna anche riconoscere le ragioni individuali di chi stava dall'altra parte, ci sono state anche delle bravissime persone che credevano nella Repubblica sociale di Sal. Anche perch la storia stata effettivamente terribile. Questi qua che scendono in guerra con la Germania e il Giappone, poi ad un certo punto si trovano con il culo per terra, passano con gli Alleati, e dico per fortuna che siamo passati con gli Alleati. Per, capisco la condizione morale di chi combatteva con i tedeschi e dice no, questo un tradimento, io continuo a combattere. Ma d'altro canto c'erano gi state le leggi razziali, quindi, per continuare a essere fascisti nel `43, `44, `45, era difficile non aver capito quello che stava succedendo. Delle colpe ci sono sicuramente, c'era la giustificazione per qualcuno, secondo me, di averla considerata una battaglia di onore. Per anche vero che dopo l'Armistizio in luglio, `43, quando i badogliani si sono alleati con gli AngloAmericani, c'erano un sacco di soldati italiani in Yugoslavia, in Corsica che spontaneamente si sono uniti ai partigiani, perch non c'era nessun ordine, il casino completo - molto italiana come situazione. Arrivava il dispaccio: 'la guerra finita, arrivederci e grazie'. Come' finita? Noi siamo qua in Yugoslavia e Corsica, tutti che sparano. Questa un'altra ricerca storica che andrebbe fatta. Moltissimi soldati italiani, segno evidente che il fascismo aveva veramente rotto le scatole a tutti, sono andati con i partigiani yugoslavi, con i partigiani francesi, c'era chi si presentato al comando anglo-americano per dire che il mio plotone vuole stare con voi. I repubblichini tendono a dire che loro sono stati gli unici coerenti che hanno salvato l'onore della bandiera. Gli altri sono tutti tornati a casa, non vero che sono tornati a casa dalla mamma. Centinaia di migliaia di soldati italiani hanno combattuto con grande valore e coraggio insieme agli anglo-americani. E soprattutto in Yugoslavia ci sono interi battaglioni che si sono arruolati nella Resistenza. Ci sono sicuramente casi individuali di repubblichini che erano dei galantuomini che in buona fede hanno combattuto. Per, le ragioni storiche mi paiono discutibili. D: Che cos'era la resistenza umana, il sottotitolo di Cuore? Serra: Questo si rif alla fine degli anni `80 quando pareva che ogni anno cadeva il governo e ne rifacevano uno identico, Andreotti, Forlani, Craxi; Craxi, Forlani, Andreotti. E quindi la resistenza umana voleva dire 'Non ce la faremo mai, la politica ormai perduta per sempre, cerchiamo di salvare la dignit nostra facendo un giornale di resistenza umana'. stato uno slogan molto legato a quel periodo. Forse adesso un po' vecchio come slogan. Io non sono pi direttore di Cuore da due anni, sono collaboratore, ma se fossi direttore di Cuore forse adesso lo cambierei. Oggi, non c' pi da resistere, c' da sporcarsi le mani, c' da buttarsi nella mischia e cercare di capire quello che succede. Eugenia Paulicelli Department of European Languages and Literatures Queens College City University of New York and David Ward

Department of Italian Wellesley College

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Michele Serra

La crisi del giornalismo d'assalto: le risposte di Michele Serra


foto Effigie

Il crollo delle ideologie, il rifiuto di un giornalismo ad effetto si riflettono nella prima prova narrativa di questo "splendido quarantenne". Parliamo con lui del suo romanzo Il ragazzo mucca Quanto c' di autobiografico nel tuo libro? Anche il protagonista del tuo libro un giornalista, ha circa quarant'anni...

La domanda inevitabile, un giornalista di quarant'anni che


scrive di un giornalista di quarant'anni non pu che far pensare a un romanzo autobiografico. Potrei rispondere con Flaubert (che non era un'adultera n tanto meno una donna) e con la sua famosa frase "Madame Bovary c'est moi". Voleva dire proprio questo: quando si scrive si fa sempre ricorso ai materiali della propria vita, della propria esperienza. C' sicuramente una forte ambiguit autobiografica, ma detto questo vorrei rivendicare una assoluta autonomia del mio libro da quello che io sono, dal personaggio pubblico, dal giornalista conosciuto. Quali analogie e quali differenze sostanziali ci sono tra e te e il tuo personaggio?

L a storia del libro ha una sua totale libert da me, nel senso
che faccio vivere a Antonio Lanteri delle situazioni molto pi sgradevoli di quelle che corrispondono alla mia esistenza. Questo protagonista vomita tutto il giorno: a me, fortunatamente, non capita cos frequentemente... Il protagonista del mio libro una persona malata, sulle cui spalle ho scaricato dei problemi miei, ma aggravandoli. Perch mi piaceva raccontare la storia di

una persona che sprofondasse in fondo a una crisi. Io sono molto meno indifeso, ho, pi o meno, risolto i miei problemi, infatti continuo a fare il giornalista e mi diverto quasi sempre a farlo. Invece tra Lanteri e il giornalismo e la societ dei media la frattura totale, irreversibile. Il libro va letto cercando anche di liberarsi di me, dimenticando che sono io che l'ho scritto. Il momento storico, la societ che vengono descritte ricordano molto l'Italia dell'oggi.

La politica non molto importante in questo libro: il


protagonista di sinistra ed un ex comunista, ma in fondo poteva anche essere buddista, o interista, o qualsiasi altra cosa, poteva anche essere liberaldemocratico... Il tema vero del libro, il problema centrale il rapporto con il giornalismo. Certo ci sono punti di contatto con l'oggi, ma perch questo il mondo che mi vedo intorno. Io ho iniziato a scrivere questo libro tre anni fa, quindi non assolutamente legato all'attualit. Quindi tu vuoi fissare l'attenzione del lettore sul problema dell'informazione?

Ripeto il tema centrale, il punto di crisi, quello che viene


messo in discussione il giornalismo col suo bisogno di ridurre tutto a "notizia" veloce, immediata, senza riflessione, non i giornalisti. Rispetto alla scrittura giornalistica, il linguaggio che usi nel romanzo molto diverso, c' anche una esplicita dichiarazione messa in bocca a Lanteri, il tuo protagonista, relativa all'importanza delle parole.

Lo scopo di Lanteri dire alla giornalista che lo vuole


intervistare che necessario compromettersi. I giornalisti spesso usano le parole per mascherarsi, mentre lo scrittore che sta dietro a Lanteri pensa che sia assolutamente necessario "sputtanarsi", essere molto, molto pi generosi, nell'usare le parole. Non c' solo una differenza quantitativa tra lo scrivere un 15 righe per un giornale e pi di cento pagine per un romanzo, penso che ci sia soprattutto una differenza qualitativa. Antonio Lanteri dimostra ben poca pratica nell'accudire la figlia, tu invece hai pi volte dichiarato di essere molto coinvolto nella routine familiare quotidiana.

Questo dimostra ancora una volta che il libro non


autobiografico. Io mi do molto da fare con i miei figli, sono stato impegnatissimo a cambiare pannolini, mi sono sempre svegliato la notte. Ho vissuto la paternit un po' per mio trasporto, un po'

per ovvie necessit (dato che mia moglie lavora) in modo molto pratico. Recentemente uscito un articolo su una rivista, di cui non faccio il nome, di una giornalista di cui non faccio il nome, in cui si diceva che chi non si sa nemmeno fare le valige (il protagonisa del mio romanzo) non ha certo il diritto di attaccare i giornalisti. Io giuro di sapermi fare le valige da solo. Ecco, fare un articolo in cui il protagonista del mio libro viene preso a pretesto per attaccare me, mi sembra piuttosto "sciocchino". Insomma il mondo del giornalismo italiano che viene messo in discussione nel tuo libro?

Non ce l'ho coi giornalisti, ma col giornalismo. Ci sono molti


giornalisti che conosco, che stimo, che scrivono bene, che sanno fare bene il loro mestiere. Credo che quello che oggi sia pi da mettere in discussione sia proprio il giornalismo. C' qualcosa di stridente che credo tutti avvertiamo. Per esempio questa necessit di inquadrare tutti i giorni con grande rapidit e finta disinvoltura, cose che in realt ci sfuggono. Non dico che siccome la realt ci sfugge ed pi complicata, si deve fare a meno dei giornali. Io sarei il primo che se andassi in edicola e non trovassi i giornali mi angoscerei. Penserei alla censura, al colpo di stato... Il malessere che ho non neanche circa il modo di fare delle singole persone, la condizione che spaventosa. A tutti capitato di leggere titoli di articoli che non hanno nessun legame con l'articolo stesso, ma solo la capacit di attirare il lettore. Nei telegiornali poi certe frasi che appaiono scritte sul video a sintetizzare quello che il giornalista sta dicendo, perch cos capiamo proprio tutti... Ricordo qualche mese fa, un titolo di Canale5 che appariva alle spalle di Mentana mentre dava notizia della guarigione del Papa: "Il Papa OK". Per me quella frase era spaventosa, terrificante... C' una figura che nel romanzo ha una particolare importanza, lo "zio d'America", ricchissimo, comunista che disperde tutto il suo denaro per tentare nuove forme di organizzazione del lavoro.

Lo zio Siro. Non autobiografico, perch la mia famiglia di


destra da generazioni e miliardario proprio nessuno. Quindi ho voluto inventare un avo comunista e miliardario proprio per risarcirmi di cose che io non ho mai avuto. Il personaggio forse il pi scoperto, il meno ingenuo del libro, rappresenta l'ideologia, l'utopia, rappresenta il ricordo di quando la speranza di poter rovesciare il mondo come un calzino era ancora intatta. Questo il significato dello zio Siro che, non a caso, forse per potermi liberare definitivamente dei miei rapporti con l'ideologia... ma non diciamo il finale, il finale non pu essere rivelato...

26 settembre 1997 Per ogni comunicazione riguardante queste pagine: cafeletterario@alice.it 1997 I.E. Informazioni Editoriali - Con la collaborazione tecnica di Telecom Italia Net

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Michele Serra

Il ragazzo mucca
"Il vuoto, l'assenza totale di impegni e di ingombri, il tempo fermo della solitudine, la cessazione della vita sociale cos come la intendiamo, il rigetto delle deformi maschere professionali, questa la sola condizione che davvero pu svelarci a noi stessi e rifarci padroni del nostro corpo. Per poi restituirci interi tra le braccia degli altri." Il romanzo descrive la crisi di un intellettuale, una crisi che diventa vera e propria malattia, che penetra nel corpo e lo tormenta, gli impedisce di digerire il cibo, cos come per il protagonista/narratore impossibile ormai "digerire" le consuetudini di vita da intellettuale di sinistra, la notoriet che lo rende personaggio pubblico, le apparizioni televisive, una professionalit di cui ha smarrito il senso e mille altre maschere che ormai sente necessario "vomitare", cos come ogni mattina avviene per il cibo mangiato la sera precedente. Antonio Lanteri, giovane direttore, anzi fondatore, del pi importante quotidiano della sinistra, decide di lasciare, per un periodo indeterminato, la realt metropolitana per rifugiarsi nella casa parentale in Valmasca e l compiere un cammino tra emozioni, pensieri, abbandoni, confessioni cos da arrivare a recuperare quell'autenticit che sola pu consentire di instaurare un onesto rapporto col mondo. Un ruminante, un ragazzo mucca quindi, che rimacina in s tutti i sentimenti e le emozioni che l'infanzia e la giovinezza avevano impresso nel profondo, ma che le parole vuote di una certa consuetudine oratoria o il ruolo professionale di chi, scrivendo, interpreta i turbamenti o le disillusioni o le ineludibili speranze di una sinistra in crisi, avevano coperto di una patina che rende tutto prevedibile e artificioso. Bisogno di autenticit che esplode come "malattia" e cammino verso la

guarigione e la vita che si realizza attraverso un cammino reale tra monti, pascoli, magici boschi e rocce "divine", e un cammino interiore guidato da fotografie dell'infanzia, vecchi amici ritrovati, ricordi improvvisamente ritornati vivi e vibranti. Tra tutti si staglia la figura dello zio Siro, della sua foto "coi comunisti", di una vita e di una morte gioiosa, coerente, dettata dall'utopia eppure cos pi seria di tante razionali vite che circondano come in una morsa Antonio. Il bellissimo episodio dell'intervista con la "giornalista d'assalto" forse il momento che segna il vero passaggio verso la guarigione, quando Antonio si presenta alla temuta intervistatrice senza la maschera, nudo, come il suo piede infortunato, le parla di funghi, di suo padre, del suo piede valgo e la disorienta, la sgomenta, in un certo senso la purifica. La moglie e la figlia, in tanta finzione, sono il vero aggancio alla realt, un rapporto che si basa sul rispetto e l'amore, senza aspettative, senza richieste, senza soprattutto ruoli e funzioni definite da codici fittizi. Un romanzo, questo di Serra, in cui la bella scrittura si accompagna alla costruzione di una trama che si snoda con naturalezza e vigore, che potr, per una certa generazione di lettori, diventare un vero e proprio libro-culto. Il ragazzo mucca di Michele Serra Pag. 217, Lit. 25.000 - Edizioni Feltrinelli
le prime pagine ------------------------

"Bentornato Antonio", disse il Grande Otorongo. Stavo seduto nell'erba secca, con le spalle appoggiate al nume di pietra e lo sguardo rivolto al vallone. Nonostante fosse la fine di marzo faceva ancora molto freddo, e l'aria turbinante del crinale si infilava ovunque. Tirai fino al collo lo zip della giacca a vento. Adagiai la nuca tra le mani intrecciate e presi a seguire con gli occhi le nuvole filanti. Due poiane in caccia remigavano controvento, sospese nel celeste in attesa di tuffarsi sopra qualche sorcio incauto. "Sei molto pallido", riprese Otorongo. "Sono stato male. Parecchio male." "E sei tornato per guarire?" "S. Almeno in teoria. Ho bisogno di restarmene tranquillo per qualche giorno. E mi stavo proprio chiedendo, mentre salivo da te, se ne sono ancora capace." Ficcai una mano in tasca e spensi il cellulare. Un piccolo gentile bip salut, per parte mia, il mondo intero. Durante l'ultima vacanza che avevo trascorso a Valmasca ero salito spesso dalle parte del Grande Otorongo per fare qualche telefonata di lavoro: il segnale, gi a valle nella casa dei miei genitori, non arriva. Per captarlo bisogna salire pi in alto, verso il cielo bene irradiato di voci, che collega gli uomini agli uomini. Quel poco di esposizione pubblica che poteva raggiungermi fin lass in cima, adesso era esclusa. Quel giorno pensavo, del resto, che la mia sola salvezza fosse rendermi irraggiungibile. Neppure sospettavo le molte cose, e le non poche persone, che avrebbero approfittato di quella brusca interruzione, di quello scarto ostinato e renitente della mia vita, per riuscire finalmente a raggiungermi.

Sdraiandomi al freddo sole di montagna e abbandonandomi alla malattia ero pronto a godere dei vantaggi della resa, come quando una fatica soverchiante approda allo sfibramento, e puoi darti per perso, adagiarti nel perfetto grembo a forma di zero che hai infine saputo conquistare. Ero certo della destrezza della mia ingloriosa ritirata. Ma all'oscuro del suo imprevedibile esito. Il cane Nullo, ultimate le procedure di vidimazione del territorio con una fitta gragnuola di pisciatine, venne a sdraiarsi al mio fianco con un rauco sospiro di piacere e chiuse li occhi. Ultimo dei tanti cani di mio padre, questo doveva ancora impratichirsi di me, e io di lui. Mi aveva conosciuto solo da cucciolo, pi di due anni prima, l'ultima volta che ero salito in montagna a trovare i miei genitori. In quel lungo frattempo erano stati sempre loro a scendere in citt, nel grande appartamento dove abito con mia moglie Dorotea e mia figlia Maria. Mentre ripassavo con lo sguardo il profilo dei monti, le grandi e vaghe macchie dei boschi, le sagome delle poche case visibili da lass, pensavo a quanto sono lunghi due anni. Mi chiedevo quali urgenze, quali impegni erano riusciti a tenermi lontano per tutto quel tempo da Valmasca, poco pi di tre ore di macchina dalla citt dove vivo e lavoro. Respiravo con sollievo l'aria gelida e conosciuta. Sentivo dietro il capo l'ottusa mole di Otorongo segnare lo spazio, ferma nel vento, cotta da migliaia di estati e congelata da migliaia di inverni, testimone delle gite e delle conversazioni di ormai tre generazioni di Lanteri. Nella stessa posizione e guardando lo stesso paesaggio ero stato bambino e poi ragazzo. L'enorme e il minuto, l intorno, erano comunque miei punti di riferimento, che lo sguardo poteva mettere a fuoco dal primo all'ultimo giocando su pochi e lenti spostamenti del capo. Tra la fissit della mia stazione e la vastit del visibile correvano come cavi di funivia le decine di occhiate che riuscivo a lanciare, in una sola leggera campata, verso ogni luogo noto. Tutto si ridisponeva lungo l'antico ordine imparato da piccolo. 1997 Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
biografia dell'autore ------------------------

Michele Serra Errante nato a Roma, cresciuto a Milano e vive a Bologna. Ha diretto il giornale satirico "Cuore", e scrive su "l'Unit" e "la Repubblica".
bibliografia -----------------------I titoli sono tratti da Alice CD, il catalogo su CD-ROM dei libri italiani pubblicato da Informazioni Editoriali.

Farina Renato - Liguori Paolo - Serra Michele, Penna montata. L'epopea del giornalismo italiano raccontata dallo strillone del Sabato, 1992, 192 p., Lit. 25000, Guaraldi-Gu. Fo (ISBN: 88-86025-13-0) Serra Michele, Il nuovo che avanza, 3 ed., 1990, 152 p., Lit. 18000, "I narratori" n. 396, Feltrinelli (ISBN: 88-07-01396-7) Serra Michele, Il nuovo che avanza, 2 ed., 1991, 152 p., Lit. 11000,

"Universale economica" n. 1173, Feltrinelli (ISBN: 88-07-81173-1) Serra Michele, Poetastro. Poesia per incartare l'insalata, 1993, 136 p., Lit. 14000, "I canguri" n. 44, Feltrinelli (ISBN: 88-07-70044-1) Serra Michele, Poetastro. Poesie per incartare l'insalata, 1995, 140 p., Lit. 10000, "Universale economica" n. 337, Feltrinelli (ISBN: 88-07-81337-8) Serra Michele, Quarantaquattro falsi, 2 ed., 1991, 116 p., Lit. 10000, "Universale economica" n. 1187, Feltrinelli (ISBN: 88-07-81187-1) Serra Michele, Il ragazzo mucca, 224 p., Lit. 25000, "I narratori", Feltrinelli (data di pubblicazione prevista: Settembre 1997) Serra Michele, Ridateci la Potemkin, 1988, 178 p., Lit. 24000, Mondadori (ISBN: 88-04-31321-8) Serra Michele, Tutti al mare, 2 ed., 1991, 120 p., ill., Lit. 10000, "Universale economica" n. 1132, Feltrinelli (ISBN: 88-07-81132-4) Serra Michele, Visti da lontano, 1987, 156 p., ill., Lit. 20000, "Biblioteca umoristica Mondadori", Mondadori (ISBN: 88-04-30033-7)
19 settembre 1997 Per ogni comunicazione riguardante queste pagine: cafeletterario@alice.it 1997 I.E. Informazioni Editoriali - Con la collaborazione tecnica di Telecom Italia Net La morte non nel non poter comunicare ma nel non poter pi essere compresi

"Pagine corsare", vita e morte di un poeta del nostro tempo ricordi

I ricordi - Sommario

. "Pagine corsare" I ricordi Pasolini, il caso chiuso


di Michele Serra RICORDI VEDI ANCHE

Un film e una polemica giudiziaria (la centomillesima dell'anno) cercano di riaprire, vent'anni dopo, il "caso Pasolini". Si vuole sapere se la morte cruenta del poeta sia stata l'opera solitaria di un giovane prostituto di borgata, il famoso Pina la Rana, come le autorit hanno sancito, oppure se dietro l'omicidio ci siano state anche altre persone, e altre intenzioni. Molti tra gli amici di Pasolini, basandosi sulle solite sconcertanti omissioni nell'inchiesta, sospettano addirittura il movente politico: una vendetta fascista contro l'omosessuale, contro il comunista, contro lo scandaloso artefice di una delle pi complesse denunce del degrado antropologico della societ detta del benessere. La volont di far riaprire le indagini (l'Italia ci ha dolorosamente abituato agli occultamenti della verit) del tutto comprensibile. Ma il rischio quello di mettere l'accento su di una rivendicazione quasi notarile del significato di una morte che gi di per s, in qualunque circostanza sia avvenuta, ha avuto una lacerante, terribile e a suo modo luminosissima potenza simbolica. Che Pasolini sia stato ucciso dalla furia bestiale di uno dei suoi amori notturni oppure da una "spedizione punitiva" certo assai rilevante dal punto di vista giudiziario. Ma da troppo tempo il punto di vista giudiziario sembra essere diventato il solo, palpitante luogo dove si distribuiscono le ragioni e i torti, dove si cerca di dare un senso e un nome alle vicende della comunit nazionale. Bene, la morte "sul campo" di Pasolini, fin dai primi minuti dopo il ritrovamento del suo corpo macellato prima dagli assassini poi dalle rotative, apparve subito a tutti - tranne che hai poveri di spirito, che ghignarono sul "meritato" destino del frocio ucciso da un frocio - un evento da tragedia greca, cio un accadimento rappresentativo del destino comune di un paese e di una societ intera. Colui che giaceva informe sull'egualmente informe litorale romano, massacrato a bastonate come un cane, era quello stesso Pasolini che raccontava la fine del popolo come fine dell'Umano, e la sua sostituzione irrevocabile con una neo-classe mostruosa, immemore, feroce, la piccola borghesia consumatrice. Era l'uomo che aveva descritto, con una passione intellettuale semplicemente sconvolgente, il passaggio dalla lotta di classe (lotta di valori contro valori, di culture contro culutre) alla ferocia diffusa e insensata di ognuno contro tutti. Sal, il suo ultimo film, aveva portato fino all'intollerabile, fino al patologico, fino all'insostenibile la sua percezione dell'odio e del terrore come soli residui ingredienti del dominio e veri rapporti tra gli uomini: una specie di fascismo metaforico, eternato, grottesco quanto demoniaco, smembratore e torturatore di corpi quanto (e in quanto) negatore di anime. Questo, di Pasolini, era chiaro a tutti, a chi gli era grato di svolgere questo tormentato, esagerato, offensivo ruolo tragico o lo irrideva. Altrettanto chiaro, quando mor in quella maniera, fu il significato letteralmente testimoniale di quel martirio: tanto che il beffardo "se l' andata a cercare" che qualche squallido italiano os pronunciare, poteva in fondo essere fatto proprio anche da chi lo aveva capito e amato. S, se l'era andata a cercare, ostinandosi a individuare amore e piacere nello squallore decerebrato di una ormai inesistente plebe romana, inseguendo nei suoi itinerari sessuali la mitologia letteraria dei suoi Ragazzi di vita, proprio lui che ne aveva descritto, soprattutto sul "Corriere della Sera", la scomparsa. Si disse che era morto per mano di uno dei suoi personaggi. Certo lo squallore e la cruenza della sua fine, se si considera la sua vita, apparvero di una coerenza quasi didascalica, ripeto: un martirio. Seppi la notizia dal telegiornale

Una piccola bambina dai capelli neri..., di Raffaella Pasolini, di Vivian Lamarque Lamento per la morte di Pasolini, testo e musica di Giovanna Marini Intorno a Pasolini, di Franco Fortini La meglio giovent di Pasolini, di Giuseppe Mariuz Il ricordo di Pier Paolo Pasolini, a cura dell'Archivio Massimo Consoli Pasolini tra la Cultura e le culture, di Mariella Bettarini Sal e altre ipotesi, incontro con Dacia Maraini, di Giovanni Ricci Lettera a Pier Paolo, di Oriana Fallaci A Pier Paolo Pasolini, di Alessandro Panagulis Mi manca la sua lucidit, di Francesco De Gregori A Pa', di Francesco De Gregori Un poeta e narratore che ha segnato unepoca, di Alberto Moravia Pasolini nella memoria, di Roberto Roversi Pasolini, il caso chiuso, di Michele Serra Discorso parlato su Pasolini "corsaro", di Gianni Scalia "Corriere della Sera" del 3 novembre 1975, con interventi di Pietro Citati, Lietta Tornabuoni e Fabrizio De Santis "Il Giorno" del 3 novembre 1975, con interventi di Alberico Sala, Gianni Bianco, Rafael Alberti, e la testimonianza di amici, registi, scrittori "l'Unit" del 3 novembre 1975,

delle 13 e 30, una domenica di novembre, mentre ero a pranzo da amici. Molti di noi piangevano, tutti rimanemmo sconvolti come raramente mi ricordo mi sia capitato di cogliere, considerando quanto munita fosse gi allora la crosta di indifferenza con la quale ci difendevamo dal mondo. Per quanto mi riguarda (per quanto sento) la morte di Pier Paolo Pasolini uno degli avvenimenti pi significativi e commoventi dei questo secolo. E giusto o sbagliato fosse il suo populismo, corretta o esagerata la sua percesione del moderno come catastrofe antropologica, credo che nessun intellettuale o artista italiano contemporaneo abbia cos fortemente affrontato l'epoca fino a farsene divorare, fino a distruggersi. Per queste ragioni, e per la nostalgia struggente che ho per la sua scrittura acuminata e accesa e perfino per il suo viso e la sua voce, mi chiedo se il vero e grande scandalo sia la sciatta negligenza con la quale si indagato sulla sua fine, e non piuttosto il fatto che non esista una piazza o una strada o una scuola d'Italia dedicata al suo poeta, vissuto per le sue strade, anzi nel punto indeterminato, annichilente nel quale tutte le strade, perfino quelle di periferia, si interrompono. Recentemente l'ho rivisto in una vecchia intervista, mentre ripeteva di "non riuscire a scrivere una riga sulla piccola borghesia italiana, n a frequentarla. Per me esistono solo il popolo e gli intellettuali". La piccola borghesia italiana diventata, tout court, l'Italia intera, esattamente come Pasolini andava dicendo che sarebbe avvenuto. Anche per lei, molto spiegabilmente, impossibile frequentare Pasolini. (da "Cuore - settimanale di resistenza umana", n. 239 del 9/9/95) . .

con un intervento di Paolo Volponi "L'Espresso" del 9 novembre 1975, con interventi di Valerio Riva, Cristina Mariotti, Alberto Moravia, Umberto Eco, Giovanni Testori "Corriere della Sera" del 13 ottobre 1976, ("I Cento anni 1876-1976": 1975, ricordo di Pier Paolo Pasolini) Idroscalo, di Angela Molteni e Massimiliano Valente

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E ora per trovatemi il tempo

di Michele Serra CHI era Ned Ludd? Era un operaio tessile inglese che nel 1779 fece a pezzi un telaio molto, anzi troppo moderno. Perch quel telaio era il simbolo delle nuove tecnologie (vecchia storia) che gli rubavano il lavoro. Di qui la parola luddismo, malattia estremistica del movimento operaio che scaricava sulle macchine la colpa dello sfruttamento. Il luddismo, con il passare dei secoli, ha perso fascino mano a mano che gli uomini capivano che le nuove tecnologie tolgono (posti di lavoro) ma anche danno (pi tempo libero, e meno fatica). E che si trattava, piuttosto che distruggere le macchine, di imparare a sfruttarle a vantaggio dei lavoratori e non solo dei padroni. Ma un po' luddisti, per esteso, lo siamo rimasti tutti. Specie quando la tecnologia cammina cos velocemente che temerla (temerne il predominio) diventa una tentazione irresistibile. Quando la sofisticazione estrema degli apparati ci fa sentire primitivi o inadeguati e dunque ci suggerisce di accogliere molte delle diavolerie pi recenti con un serafico e respingente non mi serve.

Poi ci correggiamo, certo. Pensiamo alle tante volte che il non mi serve si trasformato, con pazienza ed umilt, nella conquista di un'utile familiarit, di un nuovo linguaggio, di confortevoli comodit. Ma la nostra continua battaglia contro l'istinto luddista rischia di essere vanificata, oggi, da una nuovissima variabile (che ci riguarda, stavolta, come consumatori e non pi come produttori). Provo a definire questa variabile: anche ammesso che io sappia usare questo ordigno che mi sono messo in casa, non ho pi il tempo materiale di usarlo. La nuova generazione di Cd che sta planando sulla terra (non so quante ore di musica, e quanti chilometri di immagini, concentrati in un cerchietto fottutamente piccolo) mi fa esattamente questo effetto. Non ho niente di ideologico contro questo ulteriore passo in avanti - anche se ero appena riuscito a digerire il precedente. Ma come far mai ad ascoltare tutte le ore di musica che vogliono vendermi, cio ad usare ci che possiedo? Gi: perch se vero che, insieme all'essere, conta, eccome, anche l'avere, pur vero che l'avere, per assumere senso, per dare felicit, devo letteralmente padroneggiarlo. Altrimenti lui il mio padrone. DUNQUE, riassumendo. Se oltre a Internet, ai mille tra vecchi Lp e vecchi Cd che possiedo (e quando mai riuscir a riascoltare quelli che vorrei?), alle centinaia di videocassette ancora incellofanate, alla radio, all'autoradio, alla televisione, mi metto in casa anche un maledetto affare che per ascoltarlo tutto mi tocca sperare su un'influenza con febbre o qualche altro coccolone: non diventer per caso uno che vive nella (vana, vanissima) rincorsa al godimento di un possesso ingodibile, perci non posseduto? Un frustrato, insomma, cui tocca prendere per la coda l'acidissima profezia di Ned Ludd, visto che la tecnologia ci ha s liberati dalla fatica, ma adesso rischia di imprigionarci al consumo? Il consumatore maturo e sa scegliere, dicono gli addetti alle nostre provvigioni per rassicurarci. Ma il sospetto, a questo punto, che il loro interesse (vendere) e il nostro (potere perlomeno usare quello che compriamo) stiano per entrare in rotta di collisione. In Inghilterra, davanti a un negozio di dischi (pardon, di varia roba che emette musica), nell'estate del 1997 un lontano discendente di Ned Ludd, tale John Ludd, spezzer in due un nuovissimo affarino rotondo che conteneva quattordici ore di musica. Ai cronisti che gli chiederanno ragione del drastico gesto, il giovane John dar questa spiegazione: Fosse stata musica di merda, per esempio i Take That, non sarebbe stato grave. Lo mettevo in pila assieme a tutta l'altra robaccia, e amen. Ma sa, qui dentro c' veramente la migliore musica degli ultimi cinque anni, nessuna nota esclusa. E costa poco, per giunta. Non sopporto di non avere quattordici ore a disposizione per ascoltare la mia musica preferita. L'unica soluzione, dunque, era farla finita. A meno che mi vendano, insieme alle quattordici ore di musica, anche una giornata di quarantotto ore. A costo altrettanto basso, naturalmente. La Repubblica - 11 aprile 1997.

Letture Il brivido in valigia di Michele Serra Le classi colte nordeuropee e soprattutto inglesi alle quali si deve l'invenzione del turismo si esponevano, pur di godere appieno del fascino dello spaesamento, ad ogni sorta di stress: bacilli, predoni, spostamenti a dorso di elefante e di cammello, infami bivacchi tra scorpioni e serpi. Una forma di leisure che oggi, con il linguaggio triviale e ruffiano di pierre, si direbbe "estremo", e che invece la diaristica dell'epoca assegnava, pi sobriamente e sportivamente, alla categoria del

"pittoresco". In questa ricerca di "emozioni estetiche per la presenza di elementi insoliti" (tali, secondo il Devoto-Oli, le caratteristiche del pittoresco) i nostri predecessori erano facilitati da una circostanza irripetibile. Il paineta, infatti, era ancora in discreta parte inesplorato, e in altrettanta parte vergine rispetto allo sguardo occidentale. L'incontro con l'inedito, l'incredibile, il mai visto, il mai assaporato, era dunque naturalmente disponibile, specie per viaggiatori che potevano unire, beati loro, la curiosit dei colti e la prodigalit dei ricchi. Oggi la rivoluzione tecnologica ed economica per nostra fortuna ha moltiplicato per quanti siamo il bisogno, tra gli altri lussi, di scoprire paesaggi sconosciuti e vivere esperienze spaesanti. Ma ha crudelmente annichilito, per nostra sventura, i giacimenti di stupore e di avventura che il pianeta offriva fino a nemmeno un secolo fa. Purtroppo, con il turismo di massa, il rapporto tra domanda e offerta di pittoresco inversamente proporzionale: pi aumenta la facolt di percorrere il mondo in lungo e in largo, e in milioni e milioni di viaggiatori, pi diminuisce la possibilit di imbattersi in paesi e popoli che non conoscono Versace. Non si mettano in croce, dunque, quei turisti italiani che chiedono ai tour-operator di inserire nel contratto anche il rapimento ad opera dei pastori yemeniti (e quando rimpatriano ne parlano con gli stessi languidi accenti della romantica donna inglese sequestrata e sedotta dal principe beduino); o quegli altri che si dirigono in Kenya sperando di udire nottetempo, nei loro bungalow, gli spari e i gemiti del conflitto tribale. Essi non fanno che inseguire, come sanno e come possono, la smania dei Padri Viaggiatori. Mica tutti, come Karen Blixen, possono sorvolare le piantagioni su un biplano, con il surplus di godimento assicurato dalla fortissima probabilit che il trabiccolo si schianti. Oggi la savana ci familiare come Alassio (c' un ghepardo femmina, sempre la stessa, sulla quale sono stati girati una trentina di documentari. Nemmeno di Anna Magnani ci sono altrettanto familiari l'espressione, gli amori e la cinematografia completa. Quanto alle colonie del pinguino imperatore dell'Antartide, scusate la franchezza, ma ne abbiamo veramente le balle piene). Ditemi quale paesaggio, quali volti di popoli remoti, quali animali rari, quali misteriose forme architettoniche non sono ormai gi inseriti, quasi dalla nascita, nella nostra retina, come microchips inestirpabili. Si spera, dunque, nel predone, nel tifone, nella dissenteria esoterica (vendetta di Montezuma o calamari guasti?), nel deragliamento improvviso della solida macchina del tutto-compreso. Che ci costringa a faccia in gi, riversi, tramortiti, ad assaporare con i denti un suolo sconosciuto, finalmente diverso dalle monocotture che pavimentano i sentieri di tuttissimi i villaggi turistici del mondo. Ottimo il caglio di latte di capra offerto al rapito: il suo the nel deserto. Benvenuta la violenza del nomade che ti porta, almeno, nella sua tenda sperduta, mica come certe compagnie aeree che ti costringono a venti ore di free- shop perch stato cancellato il charter per Mykonos. Arriveranno, le pro-loco e le agenzie turistiche, a prezzolare il predone e magari a rifornirlo di una vera scimitarra, come quelle che si vendono a Natale da Macy's o da Harrod's o alla Rinascente per regalarle ai bambini (sempre che l'ultimo Disney sia di ambientazione araboorientale. Se invece Robin Hood, tutti con l'arco e le frecce)? E non sarebbe, poi, lo stesso processo di razionalizzazione industriale dell'inconveniente, del piacere negativo, gi messo in atto da quell'oste romano che dice "troia" alla turista americana per compiacerla, e "gran cornuto" al marito (non so, adesso, se sto citando Fantozzi, una leggenda metropolitana o un dpliant regolarmente controfirmato dall'assessorato...)? La stessa Karen Blixen, poi, andrebbe a ricercare la natura selvaggia, oggi, nella sua Africa o in un posteggio abusivo sulla costiera amalfitana? pi rischioso un trekking in Laos o fare la spesa a Bari Vecchia? Se & egrave; l'estremo che ci serve per disintossicarci dalla noia, non forse estremamente pi facile (e pi economico) precipitare sul Bianco perch investiti da una cordata superiore che sta precipitando, piuttosto che sperare in un improbabile incontro con lo yeti, per altro gi in societ con Messner? (A proposito di Messner e del nostro ragionamento, breve ma inevitabile aneddoto. Anni fa un settimanale "di avventura" pubblic un servizio fotografico di Messner in Nepal. Titolo: "Per la

prima volta al mondo fotografata una segretissima e misteriosa cerimonia funebre". Mi scrisse un amico di Cuneo, Piero, allegando alla lettera due o tre polaroid identiche a quelle di Messner: "Le ho scattate due o tre anni prima di Messner. La cerimonia funebre la stessa. Per a fotografarla, invece di Messner, eravamo una decina di turisti di Cuneo"). I cuneesi pi avveduti sanno che il pittoresco ormai a portata di shopping. Dozzinale, e scontato in tutti i sensi. Cade a fagiolo, in questo senso, la definizione che Tommaso Labranca d del trash: "Emulazione fallita". La frase "doctor Livingstone, I suppose" non era trash. Lo svolgimento trash di quella frase (e di quella emozione) Alberto Sordi che ritrova Nino Manfredi "misteriosamente scomparso in Africa". In quanto, a tutti i livelli, emulatori falliti, non siamo forse precisamente la civilt del trash? Inevitabile che si tenti di rimescolare le carte, ognuno nel suo, per cercare di ridefinire una graduatoria delle emozioni, e di "prime volte" che non saranno, ahim, mai pi le prime. Una risposta, non piacevole ma istruttiva, ci arriva proprio dalla Gran Bretagna dei primi ammirevoli, curiosi, inesausti turisti. Parlo del pietrone piovuto sulla Range Rover di Sean Connery da un cavalcavia. Copy-right italiano (Tortona), tipica macchina sahariana (Range Rover), autostrada inglese, protagonista cosmopolita (agente 007, dal casello con terrore). La globalizzazione c'. Ma, come si vede, non annulla la facolt di stupirsi. Il brivido e l'avventura esistono ancora, altroch se esistono. Ma maledettamente difficile, a questo punto, indovinare il luogo, il momento e soprattutto il motore di quella ricercata, raffinata effrazione che il brivido avventuroso. Cercare prima in casa propria, comunque, non mai male (come insegnano le vecchie e sagge zie professoresse che ogni estate dicono: "Ma come, vai di nuovo ai Tropici? Ma se non hai ancora visto Assisi!"). Memento: il bandito Zani segnalato in Italia. La Repubblica - 19 agosto 1997.

Letture

Michele Serra

Lo vorrei "a misura di babbeo" semplice come il mio tostapane


Per entrare in rapporto con il suo primo pc, Michele Serra ha dovuto vincere il proprio istinto conservatore, rinunciando alla fedele Olivetti Lettera 22. Superata qualche difficolt e molte piccole angosce, si affidato al nuovo strumento. Ma ancora oggi ne fa un uso minimale: scrivere, memorizzare, stampare, archiviare. Di ogni altra funzione farebbe volentieri a meno. Il mio rapporto con il computer e le nuove tecnologie in generale tipicamente mediocre (o mediocremente tipico...). E' cio regolato da quel benefico complesso di inferiorit che ci

suggerisce di non disprezzare o maledire ci che pi veloce, pi potente, pi complicato di noi. Dico "benefico" in polemica antitesi con il (malefico) complesso di superiorit che ci fa, all'opposto, bestemmiare ci che inedito e spiazzante. Pi in generale, direi che questi due "animus" - compresenti in ciascuno di noi - segnano la pi evidente differenza psicologica tra conservatori e progressisti: nei primi prevale l'orgoglio di bastarsi, nei secondi il dubbio di non bastarsi affatto e la preoccupazione di non far prevalere il suddetto orgoglio. Contenere e correggere il mio orgoglio conservatore stato dunque il passo necessario per entrare in rapporto con il computer. Poich di mestiere scrivo, e scrivevo tranquillamente anche prima, con una servizievolissima Olivetti Lettera 22, l'ipotesi di dover cambiare supporto e metodo mi disturbava non poco. Un ingombrante "chi me lo fa fare?" mi occupava il cervello, munito di tutti i comfort logici del caso: chi lascia la via vecchia per quella nuova sa quello che perde, non sa quello che trova. Ma proprio la chiusa di questo vecchio adagio, perfetto sunto di ogni old-wave barbogia, che riesce a smentirlo e smontarlo: non sapere "quello che si trova" lo stimolo di ogni viaggio e di ogni esperienza. N i tristi corsi aziendali istituiti nei primi Ottanta a "L'Unit" per addestrare i giornalisti zucconi alle nuove tecnologie, fantozziani come ogni evento aziendalista, riuscirono a frustrarmi pi di tanto. Riuscii ad abituarmi per gradi. Per esempio la mancanza della carta, materico conforto della fatica di scrivere, mi parve all'inizio insostenibile. La stampante era a distanza rassicurante, in fondo a un corridoio, ma arrivava tardi. Per interminabili minuti la mia scrittura rimaneva virtuale, baluginante su un video e memorizzata, cos almeno mi dicevano, nel grande rumine elettronico. Ma solo alla fine, quando i segni venivano rigurgitati in bell'ordine dalla stampante, e potevo rileggerli sui fogli di carta, mi pareva di avere scritto davvero. Sadicamente, noi novizi venivamo bombardati da sinistri aneddoti e atroci leggende. Ci raccontavano di intere pagine inghiottite nel ventre insondabile del computer centrale e mai pi restituite alla luce, di virus deformanti al cui confronto il pi orrendo dei refusi era un bacillo da ridere, di amnesie della macchina. Mi stringevo al mio provino di carta come Linus alla sua coperta: almeno questo, pensavo, non pu sparire nei buchi neri. Non esisteva ancora Internet, il modem era un incubo supplementare ancora rinviabile, insomma potevo far finta di non vedere la mostruosa e babelica tela di ragno che legava ogni macchina, compresa la mia, a tutte le altre. Mi venne fatto notare, con una punta di disprezzo, che dovevo semplicemente concentrarmi sul problema puntiforme costituito dal rapporto tra me, il mio video, la mia tastiera e il mio mouse. In sostanza, su una questione molto rudimentale: cambiare macchina per scrivere. Anzich umiliarmi, la sottolineatura della assoluta semplicit concettuale dell'impresa mi rassicur. Ancora oggi, che manovro il mio Macintosh con la dimestichezza di un tostapane (cio ustionandomi e imprecando molto raramente) sono convinto che niente pi controproducente, per diffondere l'uso del personal (ho detto l'uso, non l'acquisto; e sono cose diversissime), di quei maestri troppo entusiasti che ti sottopongono, tutte insieme, le diecimila possibili funzioni dell'attrezzo, facendoti sentire gi in partenza un babbeo che non sar mai in grado di padroneggiarle. Idem come sopra quelle campagne promozionali che illustrano ogni nuovo prodotto come un terrifico multiordigno in grado di connetterti con Plutone, consultare l'archivio della Nasa e ordinare tre etti di mortadella. Per quanto perfettibile sia la professione di umilt necessaria per "lasciare la via vecchia per la nuova", nessuno disposto a mettersi in casa una macchina che lo sovrasta cos maleducatamente. Adepti e sacerdoti della comunicazione telematica hanno in genere, come tutti gli iniziati, uno zelo evangelizzatore sottilmente ambiguo: nel momento in cui riversano

sull'evangelizzando, tutti assieme, i misteri gaudiosi del computer, sospetto che tendano a escluderlo, a farlo sentire indegno del regno dei cieli; cos possono tenerselo tutto per loro. Comunque sia, delle innumerevoli funzioni inglobate nel mio Macintosh, continuo a frequentarne solo alcune: scrivere, memorizzare, stampare, tenere un archivio, far di conto, e naturalmente sperperare tempo con i videogiochi (sono il campione mondiale del flipper virtuale "Eight Balls Deluxe", con uno score di dieci milioni e rotti. E se anche nel mondo, come sicuro, esiste qualcuno che ha fatto di meglio, non lo sapr mai, perch non sono in grado di connettermi con alcuno, n di navigare da alcuna parte). Prima di morire avr certamente imparato a usare un modem e a visitare, via Internet, i pi insigni siti del pianeta. Nel frattempo sono gi molto soddisfatto di avere unificato in un solo apparecchio le funzioni dell'inchiostro, del bianchetto per cancellare, della forbice per tagliare, della colla per incollare, del cassetto per archiviare. Il resto, se solo potessi, lo toglierei dal computer e lo spedirei al signor Macintosh con la preghiera di distribuirlo ai poveri. Potrebbe essere questo, forse, lo stimolo vincente: impadronirmi infine di tutto il software per poterne asportare dal computer le infinite eccedenze. Ma, una volta di pi, avrebbe vinto la macchina: per averne una a misura di babbeo, si deve prima diventare un genio.

IL VESCOVO E LA COPPIA DI PISA


di Michele Serra Il vescovo di Pisa, monsignor Plotti, insorto contro le due signore conviventi che hanno chiesto al Comune di riconoscere la loro unione di fatto. Forse che le due signore di Pisa avevano rivolto la loro domanda al Vescovado? No. Forse che avevano chiesto di sposarsi con l'abito bianco in presenza di monsignor Plotti? No. Forse che il Comune di Pisa, quando monsignor Plotti dice messa, interviene e per esprimere contrariet o plauso? No. E dunque, perch mai monsignor Plotti e tanti altri uomini di Chiesa intervengono per sindacare non questo o quel comportamento dei fedeli (cosa della quale, ovviamente, hanno il pieno diritto), ma questo o quel comportamento dei cittadini e delle autorit civili? l'illegittimit di questo genere di rampogne plateale. Ed aggravata dall'estrema facilit con la quale potrebbe essere evitata: basterebbe avere chiaro che le leggi dello Stato e quelle della chiesa, a differenza che nell'islam, da noi non sono pi la stessa cosa. Basterebbe avere chiaro che la morale cattolica vincola solo i cattolici, non gli altri. Dubito che monsignor Plotti, prima di esprimersi nel merito, abbia voluto informarsi se le due signore sono o non sono cattoliche. Dubito, anzi, che la domanda lo abbia anche solo sfiorato. Spesso gli uomini di Chiesa sono ferratissimi sulle risposte. Meno preparati sulle domande.

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Incontro le carcere di Pisa, dopo l'ultimo no alla revisione del processo

Con Adriano Sofri dietro le sbarre


di MICHELE SERRA

PISA - Il detenuto (suo malgrado) pi famoso (suo malgrado) d'Italia chiede se fuori piove. La piccola stanza fredda riservata ai colloqui ha una finestra con i vetri opachi. Si sente l'acqua scrosciare. Il tempo, fuori, appena un rumore da interpretare. Non un'intervista, questi sono i patti. l'interessata ricognizione, mettiamola cos, di un amico che fa il giornalista (non di un giornalista amico) nei pensieri di un uomo infilato da dieci anni in un interminabile toboga giudiziario. Otto anni tra sentenze e controsentenze, al termine delle quali Adriano Sofri, Ovidio Bompressi, e Giorgio Pietrostefani si ritrovano sempre al punto di partenza: colpevoli, assassini. Fuori avevo incontrato il figlio Luca. Da dieci anni (suo malgrado), "il figlio di Sofri". "Avrei sperato di fare il figlio di Sofri per un anno al massimo. Mi tocca replicare a oltranza". Da sempre, come sospesa allo stesso tenacissimo filo, la conversazione con lui oscilla attorno all'identica domanda: che faranno, adesso, tuo padre e gli altri due? L'ultimo pronunciamento, che ha respinto la richiesta di revisione del processo, ha accumulato altre nubi, se possibile ancora pi nere. La determinazione di un'autodifesa assoluta, che non lascia varchi a compromessi che suonerebbero come una resa, o peggio un'ammissione di colpa (Sofri conferma di non voler sentir nemmeno parlare di indulto e/o di grazia) fa intendere che la prossima mossa potrebbe essere lo sciopero della fame a oltranza. Nella decisione pesa, per, il timore che qualcuno, fuori dal carcere, voglia unirsi all'estremo atto di protesta. immaginabile, ne deduco, che lo sciopero della fame non venga mai proclamato. Una sottigliezza dialettica utile a mettere in atto l'eventuale protesta suicida prorogando il pi possibile nel tempo il rischio dell'emulazione. Se Luca teme che questo possa essere uno scenario possibile, se non probabile, il padre, in carcere, non fa nulla per smentirlo. Racconta che Bompressi, nell'anno e rotti trascorsi in carcere, gi dimagrito di 14 chili. Scherza sulla robustezza psicologica di Pietrostefani, che sta scrivendo tenacemente, laboriosamento un libro sulla droga, riallacciandosi alle sue competenze da uomo libero. Sorride anche della propria attivit di "scrivano a tempo pieno", per s e per altri detenuti. E sulla sua difficile convivenza con le regole carcerarie, che il carattere indocile inevitabilmente inasprisce. Malsopporta, per, le premure (anche affettuose) di chi si allarma della sua "eccessiva coerenza". Come se fosse coerenza nei confronti di qualche lussuoso ideale, e non l'arrocco di un uomo aggrappato alla propria dignit e costretto in cella, ci che lo anima. Farebbe molto volentieri a meno di essere "coerente", spiega: e anzi, si ritrovato costretto in quegli indesiderati panni solo da quando diventato, per bocca di Leonardo Marino, un assassino. "Quelli di fuori" hanno spesso avuto la percezione che la maniera migliore per aiutarlo sarebbe, come dire, sottrargli in qualche modo la conduzione del suo proprio "caso". "Ma se era complicato arginare la sua leadership prima - scherza, ma neanche tanto, il figlio - da quando in carcere diventato impossibile...". dimagrito, appena invecchiato, comunque pi giovane dei suoi 56 anni, pallido (anche se una vigorosa discussione con il personale carcerario, che solo in extremis, e dopo tre ore di anticamera, mi ha ammesso al colloquio, gli ha riacceso il volto). abituato all'imbarazzo di

chi viene da fuori. Lo supera, come sempre, parlando diffusamente, lucidamente, di tutto, del fuori e del dentro. Conferma di non credere, come ha gi detto e scritto cento altre volte, alla facile spiegazione del complotto. Anche perch i complotti, dice, hanno la prerogativa di disinnescarsi da soli. Si fatto la convinzione, piuttosto di una somma infinita di pregiudizi, omissioni, stupidit giuridiche innescate, all'abbrivio, da un "odio attivo", e poi alimentate l'una dall'altra, non pi smentibili, non pi frenabili se non a costo di smontarle a ritroso, magari partendo dall'ultimo e risalendo faticosamente, ormai troppo faticosamente, fino al primo. Sentirlo parlare e ritenerlo totalmente pessimista sulla propria sorte tutt'uno. Anche se aspetta, come ovvio, che la Cassazione vagli la bocciatura della richiesta di revisione (fra tre o quattro mesi), la nona battaglia di un'interminabile guerra, parla della sua vicenda come di una tragedia gi definita, compiuta. La pusillanimit, la piccineria gli paiono ingredienti inconfondibili di ogni tragedia italiana, grovigli di indecisioni, pigrizie, equivoci che avviluppano come in una tela di ragno le vittime. Perch tutti coloro che lo hanno condannato, dice quasi senza sarcasmo, sono sicuramente brave persone, e in buona fede. Semplicemente non in grado, se mai lo sono stati, di fermare la macchina. Perfino l'ultima (clamorosa) contraddizione di Leonardo Marino, che in una recente intervista televisiva ha attribuito l'inizio del suo pentimento all'attimo in cui vide il cadavere scempiato di Luigi Calabresi (una novit: negli atti aveva dichiarato di non averlo visto), viene descritta da Sofri come l'ulteriore conferma dell'impossibilit di difendersi pi che come una nuova, possibile opportunit di smentire il suo accusatore. caparbio nel precisare che il carcere non , come si preferisce credere fuori, un luogo di pene psicologiche, quanto di implacabile mortificazione fisica. Non concede alla premura del suo interlocutore neppure il classico conforto di saperlo, in cella, dedito alla consolazione della lettura. Leggere un lusso, spiega, da godersi in tempi di benessere: cos come non si legge volentieri sotto i bombardamenti, non si legge volentieri in carcere. Racconta il rumore continuo, ossessivo, delle porte che sbattono, delle luci che si accendono in piena notte e spezzano il sonno, e si pu stare certi che non ha mancato di farlo notare anche ai suoi carcerieri. Solo con alcuni dei quali intrattiene rapporti di amichevole rispetto. Perch "arrogante", si sa, tanto quanto "coerente"... Della sua "antipatia", messagli nel conto in aggiunta al resto, e come se il resto non bastasse, parla con una certa indifferenza, come se fosse tra le accuse oramai date per scontate. Difende generosamente, piuttosto, la scelta di Dario Fo di spendere il fresco prestigio di Nobel in suo favore, rischiosamente, impetuosamente. Perch quando piovono botte meglio prenderle dimenandosi piuttosto che rimanendo impalati. Non gli si riesce a rubare nemmeno una critica a un testo che pure, con la sua conoscenza delle carte, avrebbe magari potuto mettere al riparo dalle critiche di faziosit strumentale. La conversazione torna pi volte, condotta dall'ansia del visitatore, alle nubi nere. Alla paura che l'arrogante, l'orgoglioso, il coerente, e i suoi due compagni di sorte, non abbiano pi la forza (o, trattandosi di loro tre, la voglia) di aspettare qualcosa che non arriva mai, che non arriva pi. Risponde, infine, che se anche dovesse morire, pure la morte gli verrebbe rinfacciata come un atto di improntitudine. Quello che abbraccio alla fine (lo ripeto per la famosa deontologia professionale) un mio amico e una persona che credo innocente. Per questo vi prego di prendere con le molle ogni parola che avete letto. Perch non si aggiungano altri equivoci ai tanti gi accumulati. E

perch chi tiene, se non alla libert, alla vita di quei tre detenuti, possa pensare che magari non il pessimismo di Sofri, ma l'apprensione di chi ha parlato con lui, abbia prodotto un racconto cos poco fiducioso. (24 marzo 1998)

I cacciatori sterminano gli animali domestici, per semplice crudelt


Quelli che sparano ai gatti di MICHELE SERRA [ da "La Repubblica" del 03.10.98 ]

Quando senti la schioppettata che vibra alle finestre cos secca, come uno schianto di ramo, vuol dire che molto vicina, massimo cinquanta metri, nel boschetto accanto a casa. E quando cos vicina, vuol dire che successo un'altra volta. La prima fu la volta di Oreste, che era nero, magro e lungo come un serpe. La seconda fu la volta di Nullo, che era grigio, pigro, bellissimo e certosino. La terza tocc a La Bianchina, scoperto maschio quando gi era stato battezzato, cos che il nome divent un cognome (il signor La Bianchina). La quarta, ieri l'altro, stata la volta di Lene, nominata da mia figlia in gloria della cantante degli Aqua, molto ben vista in famiglia. Li ho sempre ritrovati poco dopo tra i sambuchi, nella scomposta fissit della morte, cos come li aveva scolpiti l'ultimo spasimo. Commovente, forse pi della perdita dell'amico, 1'intatta morbidezza del pelo alla carezza di commiato, ultimo inconsapevole dono gattesco. Non li ho mai voluti seppellire (come in quelle grottesche e odiose pantomime dei finti animalisti che antropizzano le bestie, offendendole). Preferisco che siano la volpe, il tasso, l'istrice e le cornacchie a nutrirsene, come accade per natura. Lo sparo, tutte e quattro le volte, li ha squarciati nel ventre. Hanno ancora buona mira, da queste parti, malgrado l'et media, come tra i cacciatori del mondo intero, sia degna del rispetto che si deve agli uomini vecchi. Erano, nel complesso, bravi gatti. Farabutti il giusto, a spese dei cardellini e dei topi del giardino. E poco vagabondi dopo che la sterilizzazione, per meglio tutelarli, aveva smorzato la lussuria che li spinge lontano, a cacciarsi nei guai. Tutte le volte ho cercato di capire perch li avevano ammazzati. Quando si vive ai margini di una riserva di caccia, e si vedono gli uomini incrociare coi cani e i fucili attorno al tuo avere, al tuo abitare che anche il tuo essere si capisce, se non si stupidi o arroganti, che bisogna trattare. Tu sei l'intruso arrivato dalla citt, il giornalista. Loro frugano tra quei rovi, quei fossi, quei boschi da molte generazioni. Spesso con l'orgoglio dei contadini che hanno conquistato il diritto di sconfinare nelle terre dei padroni. E anche se loro contadini non sono pi, e tu padrone non sei mai stato, e certe Range Rover parlano di un reddito pari o superiore al tuo, capisci che sei nel loro, un loro atavico che nessuna mappa catastale, nessuna enclosure riuscir mai a delimitare del tutto. E devi accettarli. E devi farti accettare.

Capii subito che non sarebbe stato facile. Quando non avevo ancora recintato il giardino, una bella mattina d'autunno stavo seduto sulla soglia di casa, fumando tranquillo come fa il giusto quando si sente in armonia con le sue cose. Passarono a un metro da me (vidi la marca dei loro stivali), traversando a bella posta il mio piccolo avere, due con il fucile. Dissi buongiorno, ma non risposero, e nemmeno girarono la testa per guardarmi. Fu facile tradurre il loro passaggio e il loro silenzio: Te fai bene attenzione, che noi altri si passa dove si vuole. La legge italiana dice cos: un uomo senza fucile non pu entrare nella tua propriet. Ma un uomo col fucile pu entrare nella tua propriet. Parafrasando Clint Eastwood, pensai: Quando un uomo con la sigaretta incontra un uomo col fucile, l'uomo con la sigaretta un uomo morto. Per ci ho provato lo stesso. Con pazienza e curiosit per loro, tanta quanta loro non ne hanno per me. E devo dire che, nel complesso, non sono scontento di averlo fatto. Sono diventato amico di quei cacciatori che hanno saputo, a modo loro, insegnarmi qualcosa di pi profondo, e di meglio, sul territorio che mi ospita. Non parlano come Rigoni Stern, per da quando li ho conosciuti ho capito perch Rigoni Stern cacciatore. Ho imparato che senza la predazione dell'uomo alcune bestie, per esempio i cinghiali, farebbero scempio dell'habitat di altre bestie, per esempio i caprioli. Ho scoperto che se posso godere della misteriosa apparizione di tanti animali, lo devo anche alle riserve di caccia. E mi accendo del loro stesso entusiasmo quando sento dire che dall'Est sta tornando la lince, che il lupo e l'istrice sono gi tornati, che l'aquila arriva di frequente a rapinare le nostre lepri dalle Apuane e dal Cimone. E che nessuno sparer - questa la promessa - a quei miracoli redivivi. Ma (forse) mi hanno accettato, anche se quando mi chiamano dottore non capisco bene se lo fanno per genuino ossequio o per prendermi meglio per il culo. I miei gatti no. Mi hanno fatto sapere che i gatti disturbano. Vanno per nidi, molestano i fagiani, insomma fanno concorrenza, da predatore piccolo a predatore grosso, all'uomo con lo schioppo. Ho fatto notare che, nel mio caso, il raggio delle malefatte feline al massimo di cento metri dalla loro poltrona domestica. Che sono ipernutriti, pantofolai, poco rapinosi. Ho fatto notare, anche, che vietato sparare a centocinquanta metri dalle case. E che una legge penale (articolo 638) punisce severamente, anche con la reclusione, chi danneggia o uccide gli animali domestici. Che, dunque, l'assassino o gli assassini dei miei gatti hanno violato due volte la legge. Ma alla parola legge (straniera ovunque, in Italia, quando non favorevole ai propri comodi), sono stato autorevolmente consigliato di non alzare la voce. Perch, per esempio, al mio amico Luca Goldoni qui vicino e andata peggio: un collo di gallina ripieno di stricnina ha messo fine ai latrati del suo cane, pure quelli di disturbo al sereno svolgimento delle attivita venatorie. Nel Bolognese sono ormai centinaia i cani avvelenati nei loro recinti e sempre pochi giorni prima dell'apertura della caccia. Un minuscolo Kosovo per figli di un dio minore del quale sarebbe indecente parlare con toni troppo striduli, visti i ripugnanti silenzi su tante stragi di persone. Ma sul quale non giusto tacere visto che tra le stragi di persone e certe mattanze di bestie un denominatore comune c' ed quello sparo, quello schianto secco che rompe il silenzio e viene a chiamarti in strada, nel campo, nella selva, per dirti che un uomo col fucile ha voluto dare la morte. Che c' qualcosa da raccogliere, l fuori Non so piu che dire, adesso. Se non che Oreste, Nullo, La Bianchina e Lene meritavano di invecchiare. Che mi sento civile tra gli incivili, aperto tra i chiusi,

sorridente tra i ringhiosi, e questo non solo non mi consola, ma mi d dispiacere e solitudine, perch tutti siamo nati per vivere in branco. Infine che sono stanco di raccontare ai bambini la favola dei quattro gatti che sono andati a sposarsi lontano. Quando toccher al prossimo, porter almeno la bimba pi grande a vederlo perch giusto che sappia quanto stupidi, vigliacchi e miseri possono essere gli uomini. Poi certo sara pi difficile convincerla a rispettare comunque gli irrispettosi. I bambini, tutti i bambini odiano i cacciatori. Ai cacciatori almeno questo dovrebbe importare qualcosa. Dovrebbero dolersene, perch se non gliene frega nulla dei gatti del dottore, molto dovrebbe toccarli il dolore dei piccoli, che natura, natura libera e non ancora derubata del suo stupore. Che ancora trasalisce agli spari, inconsolabile prima di avvezzarsi, come noi adulti alla crudelt e alla morte. MICHELE SERRA
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Fatiche d' Autore


di Michele Serra
Illustrazione di: Max Casalini

Scrivere un lavoro manuale. Minima, in questo senso, l'evoluzione


apparentemente incredibile delle tecniche di scrittura, da quando si imprimeva una pietra liscia con un cuneo a quando si picchia con i polpastrelli sui tasti di un computer. Si tratta, sempre, di formare e ordinare dei segni con le proprie mani, nel disperato tentativo di tradurre in una convenzione grafica l'universo di immagini astratte che abitano la nostra mente. Il gesto stato assai agevolato dal progresso tecnologico ma rimasto, nella sostanza, lo stesso: un maledetto sforzo di imprimere con precisione su di un apposito supporto un buon numero di parole, scelte tra un'infinit di altre possibili.

soprattutto scrivere per mestiere che porta a capire ogni giorno di pi quanto
fisico sia questo antico esercizio. Il sudore, la grande stanchezza che prende lentamente possesso del corpo, l'indolenzimento degli avambracci, l'appannarsi della vista, sono sensazioni comuni a chi scrive: preziose, almeno nel mio caso, per sentirmi in pace con la coscienza, sempre tentata da considerazioni eticamente sfavorevoli. Il sospetto di produrre l'inutile, a fronte di milioni di miei simili che possono ben dire di manipolare la materia per farne "roba" che si vede e si consuma (cibi, macchine, oggetti), sfuma di fronte alla fisica consistenza della carta impressa dalle mie parole, e alla fatica che mi costata

imprimerla. La scrittura si misura in numero di righe, in peso della risma di carta che riesci a trattare, in sigarette fumate, telefonate non fatte, appuntamenti mancati, pasti saltati.

Il passaggio di uno scrittore in cartoleria - da dove se ne uscir carico di fogli,


cartelline, graffette, cartucce d'inchiostro per la stampante, penne, matite, gomme e tutta la smisurata e confortevole attrezzeria occorrente per la produzione cosiddetta intellettuale - rappresenta il suo affrancamento dal complesso di fannullaggine che pure ogni tanto lo attanaglia. All'articolo di giornale pi superfluo, al libro pi idiota corrisponde sempre la dignitosa contropartita di centinaia di calorie consumate alla scrivania, tempo bruciato, camicie sudaticcie, cestini colmi, imprecazioni, vuoti mentali, crisi di identit: un campionario le cui componenti pi impalpabili (per esempio i vuoti mentali) si traducono istantaneamente in movimenti nevrotici del corpo (io per esempio mi tormento i capelli con una mano, a volte dimenticandomi di stare impugnando una sigaretta accesa e dunque rischiando di bruciarmi la cuticagna), in spuntini consolatori, in vagabondaggi per casa nella ridicola speranza di ritrovare in un recesso ambientale il bandolo perduto negli abissi dello spirito.

pertanto importante, per lo scrittore, non soltanto la postazione strettamente


destinata alla scrittura - che generalmente una banale scrivania munita di attrezzi per scrivere - ma l'intero habitat circostante: che deve servire insieme da cintura di protezione e da luogo di consultazione. Lo scrittore rimbalzer di continuo dalla sua sedia ai dintorni, e viceversa, sempre tentando di trarre da questo minuto pendolarismo un aggiustamento del suo assetto mentale e fisico (che sono poi, l'ho gi detto, la stessissima cosa). Una visita al frigorifero pu restituire lo scrittore alla sua sedia ristorato e rassicurato, oppure ottusamente sazio e distratto. Non stata ancora studiata e tantomeno sancita, dunque, una vera e propria legge ergonomica della scrittura. Tutto molto empirico, si va per tentativi, e a parte una sedia comoda (ma non troppo) e un apparecchio per scrivere che non si rivolti contro il suo padrone (vedi le macchine con nastro che si impiglia, oppure i computer con programma che si complica), lo scrittore impiega mesi, se non anni, per acconciare l'ambiente in maniera a lui favorevole.

La sola cosa che egli sa - e se non la sa, prima o poi la sapr - che le parole,
la scrittura, altro non sono che il suono prodotto dal suo corpo. Ecco dunque, esattamente come in altre professioni fondate su prestazioni fisiche, che lo scrittore scopre l'importanza della sua salute, freschezza e buona armonia metabolica. cos come i Rolling Stones, per poter alimentare la loro mitologia dissolutoria fino ad oltre i cinquant'anni d'et, si sono certamente nutriti di yogurt e crusca e hanno frequentato le pi salubri cliniche aggiustatorie, io sono assolutamente certo che Henry Miller o il vecchio Bukowsky hanno scritto le loro pagine pi sordide, unte e avvinazzate nei rari momenti di benessere fisico e lucidit mentale, approfittando del silenzio del loro fegato. Purtroppo il genio - o anche quel suo pallido surrogato che la lucidit mentale - non affatto parente della sregolatezza, checch dica in proposito un ricco ricettario di luoghi comuni. Il pi stonato dei cantori di bagordi, eccessi e streppe le ha sicuramente cantate dopo averle sperimentate, ma nell'attimo stesso in cui il suo corpo, uscito da quelle sagre deliranti, si ricomponeva in un lungo istante di equilibrio.

Alcuni scrittori dicono di aver copulato al solo scopo di poterne scrivere: cio di
aver sostanzialmente ricondotto ad unit quella famosa divisione tra il vivere e lo scrivere che ha costituito un grave problema per molta gente che aveva voglia di dedicarsi con pieno vigore all'una e all'altra cosa. Ma solo una bugia consolatoria: tecnicamente impossibile scrivere mentre si copula - e anche mentre si mangia, si cammina, si conversa e quant'altro - e la scrittura, per sua natura, anzi la pi irrimediabile delle interruzioni di queste utili attivit: proprio

perch pretende di rappresentarle, e di farlo servendosi del corpo dello scrittore, essa richiede una dedizione totale, occupando interamente la memoria e la sensibilit del corpo che scrive. Pi che legittima dunque ovvia ogni attenzione che lo scrittore dedichi al proprio isolamento dal mondo esterno.

Un isolamento che sar bene opporre, in qualche maniera, anche a un


eccesso di pubbliche relazioni, in genere culminanti in "spiegazioni" del proprio lavoro (per esempio le interviste) date al di fuori del proprio lavoro, insomma parole che nascendo lontano dai luoghi di scrittura non possono che tradirla. Egli si circonder di comfort inerenti alla sua ristorazione, ad una sorvegliatissima comunicazione esterna (una segreteria telefonica fondamentale), al necessario svago durante gli intervalli pi o meno frequenti a seconda della forza fisica. Cercher di continuo di stabilire con il suo ambiente - quasi sempre una casa, pi raramente un piccolo ufficio - quel difficile equilibrio che lo faccia sentire circondato d'affettuosa familiarit ma mai troppo distratto. Stabilir che la quantit di lavoro spesso - sorprendentemente misura anche della qualit, perch segno della buona tenuta e accordatura del suo strumento, il corpo. Gli scrittori prolifici sono molto spesso bravi scrittori, e non a caso sono del tutto eccezionali i casi di scrittori che hanno scritto un memorabile libro e solo quello - a meno che il memorabile libro, come la Recherche, occupi almeno la met di uno scaffale. Pi si scrive, meglio si scrive, perch la scrittura non necessariamente un riassunto sintetico ed esemplare di ci che ha immagazzinato nella sua zucca una persona, ma piuttosto l'espressione totale di tutta la sua esperienza. Ci vuole il fiato di un fondista. Si deve volersi bene.

Domani compro una sedia pi comoda di questa, riempio per bene il vaso dei
cioccolatini, che tanto mi sono utili per fumare di meno, e mi rifornisco di una rassicurate scorta di sigarette, che tanto mi sono utili per mangiare meno cioccolatini.

Michele Serra
Fra i suoi libri Tutti al mare e Il nuovo che avanza. Sta scrivendo un nuovo romanzo.

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L'indulto al Sessantotto
di MICHELE SERRA Repubblica, 17 luglio 1997

Caro naziskin, io scrivere te con parole facili facili, cos forse tu capire. Io leggo su giornali che tu essere 'bestia' e 'belva', ma io non credere. Io credere tu essere ignorante: e ignoranza grande problema per tutti, anche per me. Perch persona ignorante persona debole, e persona debole persona che ha paura, e persona che ha paura persona che diventa cattiva e aggressiva, e fa bonk con bastone su testa di poveraccio. Vere 'bestie' e 'belve' sono certi giornalisti (molti) e certa televisione (quasi tutta), che dicono stronzate cos noi restare tutti ignoranti e potere resta in mano di potenti. Io vuole dire questo: se tu picchia un poveraccio, tu non dimostra tua forza. Tu dimostra tua debolezza e tua stupidit. Perch sua testa rotta non risolve tuo problema. Tuo problema che tu vivere in periferia di merda, senza lavoro o con lavoro di merda. Tuo problema che tu essere ultima ruota del carro. Allora tu volere diventare forte, e tu avere ragione. Ma nessuno diventa forte picchiando (quaranta contro due) due persone deboli. Se tu volere diventare forte, tu dovere ribellarti a tua debolezza. Tu dovere pensare. In tua crapa rapata esserci cervello. Tu allora usare cervello, non bastone. Tuo cervello avere bisogno di cibo, come tua pancia. Tu allora provare a parlare, a leggere, a chiederti perch tu vivere vita di merda. Questo essere: cultura. E cultura essere sola grande forza per migliorare uomo. Io sapere: leggere essere molto faticoso. essere ancora pi faticoso. Pensare

Molto pi faticoso che gridare negro di merda, o sporco ebreo: gridare stronzate essere molto facile, basta vedere presidente skinhead Cossiga. Tutti essere capaci di insultare e odiare. Me non importare niente se tu avere crapa rasata e scarponi: per me, tu potere anche metterti carciofo su testa e tatuare tue chiappe. Me importare che tu rispetta te stesso, tuo cervello e tua dignit, cos forse tu impara anche a rispettare altri uomini. Se tu grida sporco ebreo, tu dovere almeno sapere cosa essere ebreo. E se tu sapere cosa essere ebreo, tu provare a

chiederti come sarebbe bello se bruciassero in forno tua madre, tuo padre, tuoi fratelli, tuoi amici e te. Se tu comincia a fare domande, tu comincia a vincere. Domande essere come chiavi di macchina: basta una domanda per accendere motore e andare lontano. Io molto preoccupato per te (e anche per testa di quelli che vuoi picchiare). Io preoccupato perch il potere, quando vede persone ignoranti e cattive, pu fare due cose: metterti in prigione, e prigione come immenso bonk su tua testa. Oppure servirsi di te come uno schiavo, mandarti a picchiare e torturare e bruciare mentre lui, intanto, vive in bella casa con bella macchina e bella figa. Vuoi essere libero? Tieni tua testa rapata, ma impara ad amare tuo cervello. Forza e potere abitano l: dentro zucca, non sopra zucca. Ciao.

Michele Serra
(da Cuore del 27 gennaio 1992) Torna

Il verdetto numero nove


di MICHELE SERRA

La richiesta dei detenuti Sofri, Bompressi e Pietrostefani di rifare il processo che li ha condannati per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi merita di essere ripresa in considerazione. Questa la sostanza del nono (nono!) pronunciamento della magistratura sul caso politico-giudiziario che ormai da dieci anni divide in due il Paese, secondo convincimenti che, per una volta almeno, non hanno ricalcato le logiche grette degli schieramenti politici. Al di l del dettaglio tecnico, ormai sofisticatissimo anche a causa dell'incredibile stratificazione di sentenze e controsentenze, questo significa almeno tre cose: che uno dei pi feroci e misteriosi delitti italiani, che pareva gi archiviato secondo la ricostruzione fattane

dall'ex militante di Lotta Continua Leonardo Marino, potrebbe tornare tra le tante pratiche aperte in un Paese in clamoroso deficit di verit; che nel carcere di Pisa si riapre un ben percepibile spiraglio. E infine e forse soprattutto, che la disperata seriet dei tre condannati, che mai si sono sottratti alla loro sorte, e anzi l'hanno tenacemente subita, stata finalmente premiata. Anche sotto questo profilo, il "caso Sofri" un unicum (con l' eccezione, forse, del pur diversissimo caso Tortora) nel pur variegato scenario della tempesta giudiziaria italiana. Con un puntiglio che ai detrattori dev' essere parso arrogante e causidico, e ai sostenitori segno di una dignit intellettuale quasi socratica, l'ex leader di Lotta Continua e i suoi due compagni hanno scelto di salire a testa alta il loro calvario giudiziario indicando una sola possibile via d'uscita: il riconoscimento della loro innocenza. Non la grazia, non il dubbio, non il "perdono": l'innocenza. Curiosamente questa animosa rivendicazione, apparentemente la pi naturale nel caso di chi sia accusato di un delitto che sostiene di non aver commesso, stata sovente rimproverata ai tre come un tipico caso di arroganza massimalista. Non si ricorder mai abbastanza che uno di loro, Giorgio Pietrostefani, residente in Francia al momento della condanna definitiva, salito senza indugi sul primo aereo che lo avrebbe condotto in galera pur di non disertare la sua battaglia. Perfino le pur clamorose implicazioni politiche (l'indegnit postuma di Lotta Continua tutta, e la retrodatazione "in nome del popolo italiano" degli anni dipiombo al '72, quasi per saldare nel giudizio storico il Sessantotto e il terrorismo) hanno raramente distolto i tre condannati dallo stretto merito della loro vicenda. Mentre attorno a loro esplodevano i colpi di un dibattito non sempre utile, e quasi mai sereno, sulle colpe e i meriti politici degli anni caldi della Repubblica, i tre hanno continuato a chiedere a tutti (giudici, giornalisti e opinione pubblica) di esprimersi su una questione soltanto: vi sembra credibile, carte alla mano, la ricostruzione del delitto Calabresi fatta da Leonardo Marino? Nelle carte che l'avvocato Gamberini ha presentato prima inutilmente ai giudici d'appello di Milano, e poi con successo ai giudici di Cassazione, questi ultimi hanno evidentemente saputo leggere con attenzione (e forse solo di questo si trattava: leggere con attenzione) le buone ragioni di chi non considera credibili le parole di Marino. Questo non significa ancora, ovviamente, che il prossimo ulteriore pronunciamento dei giudici d'appello di Milano (non gli stessi, per, che hanno respinto pochi mesi fa l'istanza di revisione) stabilir di rifare il processo. N significa che i tre possono uscire dal carcere, cosa che potrebbe avvenire solo dopo l'eventuale annullamento della condanna in corso. Significa, per, che la Cassazione ha ritenuto meritevoli della massima attenzione il gran numero di incongruenze, contraddizioni, omissioni e sospette falsit che gli imputati e i loro avvocati hanno riscontrato, negli anni, nelle dichiarazioni di Marino e nelle sentenze che le hanno prese per oro colato. un buon punto a favore di Sofri e compagni. Che potranno

festeggiare il secondo anno di galera con qualche motivo di angoscia in meno, e soprattutto con la consolante certezza che finalmente la pi politica, la pi ideologica delle querelle giudiziarie italiane viene ricondotta, come loro hanno sempre chiesto, alla sua maledetta sostanza: la credibilit delle accuse e financo delle autoaccuse di Leonardo Marino. La richiesta dei detenuti Sofri, Bombressi e Pietrostefani di tornare a fare gli imputati per omicidio. In un paese di fuggiaschi, latitanti, impuniti e perseguitati politici di professione, spicca per spirito di legalit. Alla luce di quanto accaduto finora, possiamo dire che la pi ragionevole delle richieste nel cuore della pi irragionevole delle vicende. Basti dire che nel carcere di Pisa si aspetta il pronunciamento numero dieci sperando che dia il via all'undicesimo. E che, se non l'undicesimo, il dodicesimo sia poi quello buono. (7 ottobre 1998)

Classifiche Le novit Il libro di Zivago Gli speciali Special price Fazi Selene Shake Effe Arte Computer Corpo e spirito Donne Erotica Fantascienza, fantasy e horror Filosofia Finanza e business Gialli

Eppur si scrive
di Michele Serra

Autori Focus Novit Leggere Scrivere Opinione

Dubbi, intoppi, impegni e un'unica certezza: il romanzo un altro


mestiere. cos nato "Il ragazzo mucca". Nonostante tutto.

Maurizio dismise per un attimo quella sua mitissima aria assente, ripose lo
scartafaccio nella cartelletta gialla e mi disse che qualche pagina, secondo lui, funzionava bene. Molte altre no. E siccome Maurizio era Maggiani, prima di tutto un amico, poi uno scrittore molto bravo, e dunque sapevo che il suo giudizio avrebbe pesato, e avrei sicuramente riletto con rassegnata severit il mio lavoro per riscriverne una gran parte, maledissi il momento in cui avevo deciso di chiedergli un parere e un aiuto.

Carlo poi, da molti mesi, continuava a ripetermi: il romanzo, s, magnifica


idea. Ma perch, intanto, non scrivi un bel libro-inchiesta sull'Italia di questi anni? E siccome Carlo era Feltrinelli, prima di tutto un amico, poi il mio soccorrevole e paziente editore, pensavo: forse ha ragione, sono un giornalista, chi me l'ha fatto fare, perch sono andato a incartarmi (letteralmente, risma dopo risma) in questa scellerata impresa di scrivere un romanzo? Il mondo pieno di discreti giornalisti che diventano mediocrissimi

Musica Narrativa Poesia Politica e attualit Psicologia Ragazzi Scienze Storia e biografie Viaggi

scrittori. Meglio sindaco di Velletri che vicequalcosa a Roma. Eccetera.

Andrea e gli altri mi ascoltavano solidali e perfino rispettosi, quando gli


spiegavo che non potevo pi dirigere Cuore, che volevo dimettermi per trovare a tutti i costi il tempo, e lo spazio mentale, per mettermi finalmente, una buona volta a scrivere il mio libro. Ma non so fino a che punto ci credessero, mi credessero davvero, e quanto sospettassero, invece, che il romanzo fosse solo un elegante pretesto; che puntassi segretamente, piuttosto, ad altri e meglio remunerati "prestigiosi incarichi", come si dice, nei giornali o alla tiv (Guglielmi mi aveva appena offerto di condurre MilanoItalia. Avevo rifiutato per tenermi saldo attorno al mio libro o per pura pigrizia e snobismo antitelevisivo?). E siccome Andrea era Aloi, prima di tutto un amico, poi il vicedirettore di Cuore, e gli altri erano la mia redazione al completo, mi domandavo se non fosse davvero un elegante pretesto, il romanzo, per abbandonarli alla loro sorte senza sentirmi troppo in colpa.

IL RAGAZZO MUCCA di Michele Serra Feltrinelli, 1997 . 25.000

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Ezio continuava a chiedermi articoli. Gli rispondevo che qualcosa, per lui,
l'avrei scritta senz'altro. Ma per molte altre cose - le pi impegnative avrebbe dovuto, per piacere, aspettare che consegnassi il mio romanzo. E siccome Ezio era Mauro, il direttore di Repubblica, e io da vent'anni mi guadagno il pane e la fama con i giornali, non riuscivo a sottrarmi a quella minacciosa sensazione di insicurezza ben riassunta da quel proverbio reazionario: chi lascia la via vecchia per la nuova sa ci che perde ma non sa ci che trova...

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Lorenza, poi, mi vedeva sparire nello studio per giornate intere, opporre
spesso alle sue domande una sordit assente e quasi autistica, e mi guardava come Shelley Duvall guarda Jack Nicholson lass nell'albergo di Shining: mica star scrivendo, per pagine e pagine, "il mattino ha l'oro in bocca", e poi cercher di farmi a pezzi con l'ascia, me e i bambini? E siccome Lorenza mia moglie...

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Ma la cosa peggiore era che perfino Michele non riusciva a diradare il


sospetto di una gravidanza isterica, garbatamente manifesto nelle parole e negli atteggiamenti delle tante persone che pur gli volevano bene. E siccome Michele sono io...

S, devo proprio ringraziare Maurizio, Carlo, Andrea, Ezio, Lorenza, me


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stesso e tutti quelli che mi hanno sopportato, per avermi dimostrato negli ultimi tre anni - con rari cedimenti - una pazienza almeno pari alla diffidenza. Questo articolo vale, in fin dei conti, come una lunghissima e sentita dedica che, per ragioni di pudore e di brevit, non potr essere pubblicata in apertura del libro.

Non che sia riuscito, naturalmente, a impiegarli tutti interi, questi tre anni, per
scrivere Il ragazzo mucca (che si chiamato cos, poi, solo a cose gi fatte). Diciamo che sotto e intorno alla crosta dura e piacevolmente tangibile del mio lavoro di giornalista, e dei miei (tanti) impegni di pater familias, ho tenacemente scavato delle nicchie, eretto trincee, conquistato postazioni sulle quali piantare mille patetiche, orgogliose bandierine, "vi ho detto che sto scrivendo un romanzo, cazzo! Non disturbare". E che tutte in fila, quelle bandierine, formano adesso lo sconnesso ma visibile tracciato di un'ostinazione vittoriosa.

Dicono che per gli scrittori veri scrivere sia, pi che un'ambizione, un
bisogno. Ma il soddisfacimento dei nostri bisogni, si sa, non mai tra le cose

pi ovvie, e soprattutto sempre il frutto di una lotta, individuale o sociale che sia, in piena regola. Quando lessi che Carver, messi al mondo i suoi figli e volendo badarli e allevarli, smise quasi del tutto di scrivere per dieci (dieci!) anni perch non trovava pi il tempo e la concentrazione bastanti, mi sentii sollevato, e cominciai a guardare al mio Golgota parentale (i pannolini, le pappe, i giochi, le favole e tutto il resto) come a un martirio normale e condiviso da molti altri cristi, non solo scrittori, che per amore (si dice cos) sacrificano qualcosa di s.

Riprendere ogni volta il filo interrotto. Scoprire, riprendendolo, che non era
davvero quello il percorso migliore. Buttare via molto, tenere poco, ripartire, rifermarsi, lenire le ferite dei fallimenti con quel poco o molto di buono che sprigiona, all'ennesima rilettura, dai tuoi files e dai tuoi fogli. E sempre con quel paralizzante sospetto, particolarmente acuto in un giornalista, che quel tracciato di parole possa non essere veramente scrittura, cio qualcosa che esprime non solo le cosidette "opinioni" dello scrivente, ma la sua persona, il suo corpo, la sua vita. Capire che il "mestiere" - la dimestichezza con le parole - non solo non ti aiuta, ma ti penalizza, suggerendoti una pagina s e l'altra pure mille scorciatoie, opportunismi, soluzioni fin troppo ovvie di quel rebus sempre aperto che la scrittura. Accorgersi con pena crescente che i problemi strutturali di un romanzo sono, anche solo per quantit, infinitamente maggiori di quelli che hai imparato a risolvere nei racconti che costituiscono il tuo unico precedente narrativo: la stessa differenza che passa tra una tenda canadese e un palazzo. Con l'agghiacciante consapevolezza, per giunta, che esistono splendide tende e orribili palazzi - che la qualit, cio, non mai diretta conseguenza delle ambizioni progettuali.

Arrivare vivo e semi-sano di mente in fondo a tutto questo, almeno per me,
stato cos gratificante da farmi dire, adesso che il libro finito e sta per uscire nelle librerie, che nessun premio paragonabile a questo, di avercela comunque fatta. I critici, se parr loro, criticheranno, i lettori leggeranno, ma io il mio lavoro l'ho fatto, anzi l'ho strappato, rubato, estorto a me stesso, alla mia vita professionale e a quella privata, risalendone davvero controcorrente il corso impetuoso (Il ragazzo salmone, anche se non c'entra niente con il libro, sarebbe stato egualmente un buon titolo...).

Indubbiamente scoprire che il libro non garba a chi lo legge sarebbe penoso:
se solo la met dei dubbi di chi lo ha scritto e riscritto fossero condivisi dai lettori, i giudizi non potranno essere che controversi. Ma per me - non so per gli scrittori gi avvezzi - la consegna materiale del libro, duecento e rotte pagine di pura cocciutaggine, stata un vero e proprio 25 aprile (anche se l'ho consegnato alla fine di maggio), da festeggiare con pochissimi intimi in un buon ristorante (che ne dite di Buriani, a Cento?).

Il difficile comincia adesso, pensano in casa editrice: ma quello il loro


mestiere. Scrivere un romanzo, invece, non era il mio mestiere, e proprio questo mi soddisfa assai. Perch se penso che buona parte della mia vis giornalistica stata spesa, specie negli interminabili Ottanta, per confliggere contro l'insano criterio della "professionalit", della vita che si inamida in maschere pubbliche e virt aziendali, allora posso dire di essere stato coerente. Un incaponimento da dilettante - da amateur - mi ha guidato fino all'ultima pagina del Ragazzo mucca.

L'ho scritto per scappare - e dal momento che l'ho scritto: sono scappato
davvero. Michele Serra
Giornalista e scrittore, ha diretto il

Chi seguisse la discussione sull'indulto ai terroristi rossi (e prima ancora quella sul caso Sofri; e nel
frattempo quella sul rientro di Toni Negri) senza avere memoria diretta degli anni Settanta, rischia di capire grosso modo questo: che un movimento giovanile di massa nato nel primo quadrimestre dell'anno scolastico '68-69 concluse la sua parabola, dieci anni pi tardi, sequestrando Moro e assassinando alle spalle centinaia di italiani. Si leggono cose che per amor di sintesi o semplice fretta danno, di un periodo lungo almeno quindici anni (tanti ne corrono tra i primi comizi di Mario Capanna alla Cattolica di Milano e la liquidazione definitiva del brigatismo), una lettura incredibilmente piatta. La lotta armata vi figura come il tragico culmine di una ribellione generazionale ideologicamente univoca, e furiosamente determinata. Tra Lotta continua e Prima linea, tra le grandi manifestazioni di massa dei primi Settanta e le azioni delle bande armate di fine decennio, tra l'eskimo delle assemblee e il passamontagna di Negri, la confusione spesso cos totale da non poter non essere dolosa. E non un caso che a questa rilettura (che non ha ancora bisogno di essere revisionista, le basta essere pregiudiziale: manca ancora una seria storiografia del periodo) concorrano da un lato le ricostruzioni giudiziario-poliziesche pi ottuse, dall' altro la memoria di quei capi della lotta armata che insistono nel parlare "a nome di una generazione di sconfitti" piuttosto che per conto di quelle cinque-diecimila persone che scelsero le armi. A pochi mesi dal trentennale del Sessantotto, che prevedibilmente aprir le chiuse di un dibattito torrenziale, sarebbe intelligente e utile se si cominciasse a ragionare su quegli anni in maniera pi equa, cominciando a districare una matassa di fatti e atteggiamenti che oggi appare come un indistricabile garbuglio. A partire dalla banale evidenza dei numeri, andrebbe ricordato, intanto, che mentre il movimento studentesco e operaio nato attorno all'autunno caldo ('69) coinvolse direttamente molte centinaia di migliaia di persone e indirettamente, lui s, "un'intera generazione", la lotta armata riguard poche migliaia di giovani. E se impossibile negare che alcuni presupposti sessantotteschi (l'ideologia di classe come motore della storia, la violenza come opzione praticabile) furono evidenti concause del terrorismo, altrettanto impossibile dimenticare che la stragrande maggioranza delle ragazze e dei ragazzi in qualche modo coinvolti nel movimento erano, quando le P38 entrarono in azione, gi confluiti nei partiti di massa (come elettori o come militanti), parte stessa della democrazia e in quanto tali avversari della lotta armata, oppure rientrati in altri ranghi, privati e pubblici, ugualmente non violenti. Se il caso Sofri (ben al di l della personalit dei condannati, e della loro contestatissima detenzione) ha sollevato una discussione cos aspra e vasta, non solo perch in questione un attualissimo problema di garanzie, di diritti e di giustizia. E' soprattutto perch quel caso ha avuto, e ha, un enorme rilievo emblematico, suggerendo di retrodatare al delitto Calabresi, a Lotta continua, al 1972, l'omicidio politico come atto concepibile e rivendicabile (anche se la rivendicazione di Marino arrivata quasi vent'anni dopo: anomala anche quella, come tutta la vicenda).

Capita cos, inevitabilmente, che le parole spese da Adriano Sofri in favore di una soluzione politica per i reati di terrorismo rischino, in questo clima, di venirgli imputate, come se il solo fatto di spendersi al fianco di altri detenuti (tra l'altro rei confessi, mentre lui si dichiara innocente) significasse una sua corresponsabilit in quei delitti. L'uomo tanto generoso quanto attento nell'esprimersi. Ma cos come inutili sono state le sue dichiarazioni di ripulsa nei confronti della violenza verbale di Lotta continua (ancora oggi c' chi gli chiede di ripetere ci che ha gi detto, e magari appena detto), altrettanto inutile rischia di essere la sua precisione rispetto alla questione dell'indulto. Ormai la frittata fatta: Sofri in galera come Negri e come Curcio (e si tratta di persone, e di esperienze, che hanno in comune appena l'anagrafe dei protagonisti), Lotta continua menzionata come la madre di ogni Prima linea, e tra tutte le volont di "chiudere i conti con quel periodo", manca, sinistramente, proprio quella fondamentale, la volont della comprensione storica. Senza il Sessantotto non ci sarebbe stato terrorismo? E' probabile. Ma senza Sessantotto, altrettanto probabilmente, non ci sarebbero stati, con quelle dimensioni e in quella forma, neppure il femminismo, la democrazia di base in fabbrica, il sindacato di polizia, il divorzio, la depenalizzazione dell'aborto, la critica radicale di istituzioni totali come i manicomi-lager o di istituzioni decrepite come la famiglia patriarcale, la critica dell'autoritarismo e l'esercizio di massa di una partecipazione politica intensa e generosa quanto mai in precedenza. Nel Sessantotto ci fu di tutto: partitini stalinisti e uno straripante slancio libertario, violenza tribale e rottura radicale di schemi culturali asfissianti, marxismo archeologico e situazionismo in anticipo, chiusure settarie e un'apertura mai vista ed esperienze nuove, assemblearismo pecorone e individualismo incoercibile. Parole, letture, droghe, crisi, fughe, ricerche, esperimenti esistenziali, libert sessuale, volont quasi maniacale di rimettere in discussione ogni gerarchia sociale e interpersonale, da quella tra genitori e figli a quella tra maschi e femmine. Per ciascuno di questi ingredienti, e per i cento altri che non ho enumerato, il giudizio ovviamente controverso. A Pasolini, per dire, la societ contadina pareva ben pi etica e umana di una modernizzazione edonista e priva di valori: e nei capelli lunghi degli studenti contestatori vide appena un oltraggio piccolo-borghese ai capelli corti dei poliziotti figli del popolo. Ma di tutto questo come si potr discutere, nel bene e nel male, alla luce di una rilettura sempre e comunque in termini di colpa e di perdono, che prende per la coda, partendo dal terrorismo, almeno quindici anni di storia italiana, di storia di italiani? Cos come gli Ottanta non furono solo corruzione e concussione, e non possono dunque passare tutti interi per il setaccio delle inchieste giudiziarie e delle sentenze, anche i Settanta chiedono un interesse lucido, paziente e culturalmente onesto. Chiedono, quegli anni e quelle persone, di uscire di galera, soprattutto i tantissimi che non ci sono mai entrati nonostante siano stati parte ben viva di quella burrasca. Non solo Toni Negri e Curcio, ma neppure Sofri, che pure appartiene a una storia ben pi largamente condivisa, possono esaurire da soli il compito di testimoniare un'epoca. Loro lo sanno di sicuro (almeno Sofri): ma i memorialisti e i giurati da giornale, lo sanno? O continueranno a misurare la storia in anni di prigione dati e tolti?

OPINIONI

EDITORIALI

Querela
Lo strano caso D'Alema-Forattini.

19/11/1999

Gentile presidente del Consiglio, la disturbo per chiederle di ritirare la querela nei confronti di Forattini e della vignetta nella quale lei raffigurato mentre sbianchetta, con lugubre ghigno da komunista, quel brogliaccio. Non si pensi a una difesa corporativa della categoria: sono un satirico dismesso dall'ormai lontano giugno '94 (Berlusconi si era appena seduto sulla sua stessa sedia), e comunque, a pensare male, provvederanno magari i (suoi) colleghi giornalisti. Volevo solo ricordarle, anche se gi lo sa, di sicuro, che la satira non l'angolino del buonumore. un linguaggio aspro, passionale e malevolo, che vive di forzature e deformazioni. arbitraria quanto sono arbitrarie le opinioni: tutte, la sua come quella di Forattini. E querelando un vignettista, specie se si a capo di un governo, si d la sgradevole impressione di querelare un'opinione. Dubito che lei debba dimostrare di non aver manipolato di suo pugno il dossier Mitrokhin. Men che meno credo che, per farlo, lei abbia bisogno di querelare Forattini. Cos come non credo che Cossiga, per smentire di giocare a poker con gli scheletri dei suoi armadi, abbia bisogno di querelare Sergio Staino. Almeno, mi pare. Ma solo un'opinione. (Michele Serra su 'l'Unit', mercoled 17 novembre)

CHE TEMPO FA

NOMI DI BATTESIMO degli italiani, fino ai primi anni Sessanta, erano circa quattromila. Oggi sono solo un migliaio, dei quali appena una ventina rappresentano pi di un terzo dei nati negli ultimi venticinque anni. Lo raccontano Carlo Fruttero e Franco Lucentini nella prefazione del loro Nuovo libro dei nomi di battesimo, in imminente uscita da Mondadori: un bel grattacapo per chi convinto che la societ di massa sia babelica, centrifuga, moltiplicatrice degli stimoli e delle culture, e una bella soddisfazione per chi la sospetta di conformismo, piattume e impoverimento culturale. F & L parlano di catastrofe onomatologica, in larga parte indotta direttamente o indirettamente dalla tiv, responsabile di un finto esotismo e di una finta stravaganza che, nei fatti, produce nomi dello stesso stampo (il corsivo di F & L). C'era dunque pi variet di nomi

nella tradizione giudaico-cristiana di quanta ce ne sia in quella catodico-americana. E, se vero che nomen-omen (l'uomo il nome), ci sono pi tipi umani in un calendario da muro che in tutte le annate di Sorrisi e canzoni. [ MICHELE SERRA