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La necessità di arrivare a tutti

Con la chiesa di Corinto, Paolo è costretto a dialogare, apologeticamente più che fraternamente, sia
per giustificare la propria identità di apostolo che l'idoneità a tale compito orientato a tutti.

In 1Cor 9,1 pone una serie di domande alle quali la risposta deve essere positiva, con Si: “Non sono
forse libero, io? Non sono un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro? E non siete voi la mia
opera nel Signore?”

In 1Cor 9,22 sintetizza l’apologia rivelando l’unica strategia che per lui è stata possibile in obbedienza
fattiva al mandato ricevuto: “Mi sono fatto tutto a tutti”.

Schiavitù come autonomia apostolica


In 1Cor 9 Paolo fa di sé il profilo d’un uomo libero, considerando più importante il vangelo e la fede in
Gesù crocifisso secondo la legge e risuscitato per l’onnipotenza e l’amore di Dio Padre. Lui è apostolo
perché ha visto Gesù, il kýrios vivente e che gli ha parlato direttamente. Con la risurrezione, Dio ha
reinserito suo Figlio nella storia e l’ha stabilito Signore della gloria (cfr. 1Cor 2,6.8). Come apostolo
Paolo non può riferire se stesso ad altri che a questo kýrios, dal quale non ha ricevuto uno “spirito del
mondo, ma lo Spirito di Dio” (1Cor 2,12).

Nella corrispondenza con i corinzi parla di sé come apostolo più che altrove nelle 13 lettere che
iniziano con il suo nome. Presente nel corpus paulinum 34 volte in 33 versetti, assente solo da Fm e
2Ts, il titolo apóstolos ricorre 3 volte in Rom, 10 in 1Cor, 6 in 2Cor, 3 in Gal, 4 in Ef, 1 in Fil, 1 in Col, 1
in 1Ts, 2 in 1Tm, 2 in 2Tm 1 in Tt.

Sono proprio 1/2Corinzi il contesto esplicativo dell’apostolo e di che cosa egli debba e possa fare per
mandato divino. In alcune delle 16 occorrenze in queste due lettere, notiamo come a Corinto
esistano persone ostili a Paolo, dalla stessa chiesa corinzia raffrontato ad altri “apostoli”, come forse
Cefa e Apollo (cfr. 1Cor 1,12; 3,22; 9,5; 15,5) o anche Giacomo, “il fratello di Signore” ,che a
Gerusalemme ha guadagnato posizioni gerarchiche essendo divenuto la “prima” colonna della chiesa
(cfr. 1Cor 15,7 con Gal 1,19; 2,9.12).

Per essere “l'infimo degli apostoli” e “degno neppure di essere chiamato apostolo”, come distruttore
e non costruttore della chiesa (1Cor 15,9), sin dall’inizio Paolo si presenta come “convocato [come]
apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio” (1Cor 1,1).

È questa specifica appartenenza a Cristo la volontà di Dio per lui e questa vocazione è anche la
giustificazione della missione per Paolo.

In Gal 1,1, parallelamente, Paolo si presenta come “apostolo” ed in modo più esplicito, aggiunge una
negazione: “non da parte di uomini, né per mezzo di uomo”, utilizzando quindi sia il plurale, per
indicare gli altri apostoli, che il singolare, anticipando forse lo scontro con Cefa e con Giacomo nel
doloroso episodio di Antiochia.

In quanto apostolo “per volontà di Dio” (cfr. 2Cor 1,1; anche con Ef 1,1; Col 1,1) e non di altri, nella
missione Paolo si considera autonomo rispetto ai “Dodici” riconoscendo il primato del vangelo sui
suoi stessi annunciatori ufficiali (cfr. 1Cor 15,5-11). Paolo è “schiavo” (doûlos) di Dio (cfr. Tt 1,1) e di
Gesù in quanto Cristo e Signore (cfr. Rom 1,1; 16,18; Gal 1,10; Ef 6,6; Fil 1,1; Col 3,24; 4,7; 2Tm 2,24)
e di nessun uomo allo stesso modo.

Questa dipendenza, di fede e obbedienza fattiva radicale al Padre che ha risuscitato il Figlio (cfr. 2Cor
4,14) esaltandolo come Signore (cfr. Fil 2,9) rende Paolo doûlos di Gesù, Cristo e kýrios e “per amore
di Gesù” doûlos anche di tutta la chiesa (cfr. 2Cor 4,5).

Marcando l’origine divina della vocazione, Paolo fornisce chiavi interpretative del suo apostolico farsi
tutto a tutti per la soluzione di conflitti ecclesiali o legali, causati da criteri inadatti a stabilire
l’autenticità di un vero apostolo e della sua attività. Certo, scriverà ancora Paolo, “in mezzo a voi si
sono compiuti i segni del vero apostolo”, pensando alla propria capacità di sopportare qualsiasi
prova, oltre che a straordinari “segni, prodigi e miracoli” (2Cor 12,12).

Evangelizzare a zero costo


Essendo schiavo di Cristo, Paolo non decide di testa sua; non ha diritti come longa manus o
portavoce, o ambasciatore (2Cor 5,10) di chi lo manda e comanda. Deve agire in nome di Cristo e di
Dio e fare solo e tutto quanto gli è ordinato. Ha il dovere della presenza e della rappresentanza di
Cristo.

Non può essere quindi motivo di vanto evangelizzare gratuitamente chiunque; “è una necessità
(anánke: costrizione) per me: guai a me se non evangelizzassi!” (1Co 9,16). Non deve essere
retribuito per essere schiavo. Questa almeno è la sensibilità orgogliosa di Paolo che si difende
dall’accusa d’essere stato venale. Quale è dunque la sua ricompensa? Evangelizzare gratuitamente.
Qui, in 1Cor 9,18 Paolo utilizza, accanto a “vangelo” l’aggettivo adápanos, “senza prezzo” o “a costo
zero” che non ricorre altrove nella Bibbia, ma solo in Aristotele ed Euripide.

In un contesto simile, in un’autodifesa contro falsi apostoli, in 2Cor 11,7 Paolo parla ancora di
gratuità: forse ho commesso una colpa, “quando vi ho evangelizzati gratuitamente con il vangelo di
Dio?”. Qui Paolo usa doreán, riferendosi al vangelo come a un dono da fare a tutti, perché come
ricorda ai romani, se tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, tutti sono stati “giustificati
gratuitamente (doreán) per la grazia di Dio” (Rom 3,23-24).

Il vangelo è la grazia che giustifica chi crede in Dio, in Cristo e nella predicazione di Paolo.

Paolo non può proclamare opinioni personali o precetti mosaici, né qualsiasi tradizione che non sia il
vangelo, inalterabile (cfr. 1Cor 15,2; 2Cor 11,4; Gal 1,6-8).

È forse il favore degli uomini che io “intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure
cerco di piacere agli uomini?” Così si chiede Paolo rispetto a giudaizzanti che costituiscono un poco
ovunque la sua spina nel fianco. “Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più doûlos di Cristo!”
(Gal1,10).

Apostolo di tutti, come Cristo


L’apostolo non deve compiacere uomini. Paolo, non deve adeguarsi a Cefa o ad Apollo (o a Giacomo),
anch’essi servi e non padroni della chiesa (cfr. 1Cor 3,22). Tuttavia, questo servizio può essere
espletato come quello di padre (cfr. 1Cor 4,15), madre (cfr. Gal 4,19; 1Ts 2,7), nutrice (cfr. 1Cor 3,1-
2), architetto (cfr. 1Cor 3,10), “maestro” (1Cor 12,28s; Ef 4,11; 1Tm 2,7), non di “pedagogo” (cfr. 1Cor
4,15 con Gal 3,24s) che tutela minorenni senza necessariamente farli crescere nella maturità di Cristo
(cfr. Ef 4,13) in cui non ci sono distinzioni etniche, religiose, sociali o di dignità umana ma solo di
ministeri per il bene di tutti (1Cor 12,5).

Paolo invita dei “fratelli” a non comportarsi “da bambini nei giudizi” ma da “uomini maturi” (cfr.
1Cor 14,20). Chi ancora parla condizionato da una legge o dall’istituzione religiosa a cui appartiene e
non dalla volontà di Dio in Cristo, non è apostolo,

Paolo è “apostolo di Gesù Cristo” o “di Cristo Gesù” (1Cor 1,1; 2Cor 1,1; Ef 1,1; Col 1,1; 1Tm 1,1; 2Tm
1,1; Tt 1,1), “apostolo dei gentili” (Rom 11,13; Gal 2,8; 1Tm 2,7), senza più quelle distinzioni
persecutorie dettategli dalla legge contro la chiesa (1Cor 15,9; Gal 1,13.23; Fil 3,6; 1Tm 1,13). Ora è
Gesù in persona, Cristo e suo kýrios che per volontà del Padre lo manda a lavorare per la salvezza di
tutti.

Il vangelo è giustizia di Dio e grazia per il mondo


Paolo non è sacerdote del Tempio pur dovendosi offrire in sacrificio, avendo Dio messo gli “apostoli
all'ultimo posto, come condannati a morte”, vittime innocenti, “resi spettacolo” a tutti (1Cor 4,9; Fil
2,17).

Nel corpus paulinum si parla di destinatari della missione come di "giudei e greci", un’antitesi
insuperabile che con il vangelo Paolo muta in coppia unita (Rom 1,16; 2,9s; 3,9; 10,12; 1Cor 1,22.24;
10,32; 12,13; Gal 3,28; Col 3,11).

Similmente, "circoncisione-incirconcisione", indica un conflitto che Paolo tenta di superare con


l’unica regola della fede nel vangelo attiva per amore (Gal 5,6) per formare una sola nuova creatura
(cfr. 2Cor 5,17; Gal 6,15).

Greci o incirconcisi sono descritti spesso come éthnos, “etnia, gruppo, nazione” nel corpus paulinum.
In 1Corinzi questo termine ricorre però solo in 1,23: il crocifisso risulta in “scandalo per i giudei,
stoltezza per i le nazioni”. Paolo tutti esorta a non comportarsi né come i giudei né da etnici contro il
vangelo di salvezza (cfr. 1Cor 5,1; 12,2), senza escludere il mondo dal suo apostolato.

Di oikouméne, "il mondo abitato", si parla in Rom in 10,18, a proposito della salvezza che essendo per
tutti deve essere rivelata a tutti: non hanno tutti udito il vangelo? "Tutt'altro: per tutta la terra è
corsa la loro voce, e fino ai confini del mondo le loro parole."

Percorsi per una ricapitolazione di tutti in Cristo


Un paio di volte in 1Corinzi Paolo invita, con imperativi: “Diventate imitatori di me” (1Cor 4,16);
“Diventati imitatori di me come anch’io di Cristo” (1Cor 11,1).

Cristo vive e parla in Paolo (2Cor 13,3) al quale ha dato, come apostolo e schiavo, l’autorità di
edificare e non di distruggere la chiesa (cfr. 2Cor 10,8) come per il passato.

Per questa missione di edificazione è necessario uscire dai limiti imposti da tradizioni o piccole
istituzioni che riducono il vangelo a legge o a prescrizioni come quelle giudaiche o alla razionalità
della scienza o sapienza greca.

Al primo posto, in una chiesa non chiusa in sé, ci sono gli “apostoli”, seguiti da profeti e dottori; il
governo è successivo (cfr. 1Cor 12,28). Anche in un’altra classifica, agli apostoli seguono evangelisti,
pastori e dottori (di teologia) (cfr. Ef 4,11).
Ristabilire una corretta gerarchia tra carismi, ministeri e operazioni è utile a identificare, in rapporto
a Dio intero, il tipo d’unità (spirituale, cristologica e teologica) tra a tutti gli uomini (cfr. 1Cor 12,4-6)
convocati in un solo corpo con molte membra (cfr. 1Cor 12,20), definitiva umanità (cfr. 1Cor 15,22.45
con Ef 2,15; 4,24).

In questo compito Paolo non ritiene d’essere “inferiore” (cfr. 2Cor 12,11) agli altri apostoli né agli
“iperapostoli” (2Cor 11,5) che da “pseudapostoli”, con solo la maschera di “apostoli di Cristo” (2Cor
11,13), inquinano il vangelo con prescrizioni mosaiche.

In 1Cor 9,19-24, Paolo spiega il motivo per cui un apostolo non può, pur essendo “libero da tutti,”
non farsi lo “schiavo” a vantaggio di tutti e non vecchie leggi: “per guadagnarne il maggior numero”
al vangelo.

Scrive d’essersi fatto giudeo con i giudei, “pur non essendo [più] sotto la legge”: per guadagnare i
giudei che sono sotto la legge.

Con le nazioni, laiche o idolatriche, senza alcuna legge se non quella della razionalità o della credulità,
Paolo scrive d’essere anch’egli “diventato come uno senza legge, pur non essendo senza la legge di
Dio, anzi essendo nella legge di Cristo”: pur di guadagnare coloro che sono senza legge.

Ancora, in acute divisioni che lacerano la chiesa, tra deboli, che distinguono giorni liturgici, devozioni
angeliche, festività, diete vegetariane e forti nella scienza del teologica e nella fede e che a queste
cose non badano (cfr. 1Cor 8-10 con Rom 14-15 e Col 2,18-23), Paolo dice d’essersi fatto “debole con
i deboli, per guadagnare i deboli”. Ai forti raccomanda di badare più all’amore che edifica che alla
scienza che gonfia (cfr. 1Cor 8,1ss) e di portare le debolezze dei deboli come Cristo ha portato la
croce per la salvezza di giusti e peccatori (cfr. Rom 15,1-3).

La strategia apostolica dello schiavo di Cristo e ultimo tra gli apostoli (cfr. Fil 2,5-11) è condensata nel
ricordo d’essersi “fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno.”

È la salvezza di tutti, senza abbandonare nessuno, il guadagno di Paolo che tutto fa per il vangelo, per
diventarne partecipe insieme a tutti dell’evangelizzazione del mondo, sforzandosi “di piacere a tutti
in tutto, senza cercare l'utile” proprio “ma quello di molti, perché giungano alla salvezza”
(1Cor 10,33).

Conclusione
In una società liquida, in cui confini sfumano in dissolvenze incrociate e gli individui si connettono in
reti mescolandosi con altri attraverso immagini, voci e parole e stabilendo compresenze di molteplici
stili di vita, tradizioni e visioni irriducibili tra loro, ma dove pure tutto resta funzionale allo sviluppo
globale e alla crescita in una sola umanità, la voce di Paolo indica un percorso per costruire e non
smarrirsi: pensare e agire, finalmente, a partire da Cristo, da Dio e dallo Spirito, dalla pluralità
all’unità che tutela la diversità di ciascuno di noi. (scrivi a: angelo.colacrai@gmail.com)