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Gustave Flaubert

LA LEGGENDA DI

SAN GIULIANO LOSPITALIERE

(traduzione di Michele Zaffarano)


Illustrazioni di Francesca Sacconi

A RCIPELAGO EDIZIONI

Gustave Flaubert

la leGGeNDa DI

SAN GIULIANO LOSPITALIERE


da:

tre racconti

(1877)
(traduzione di Michele Zaffarano)

Illustrazioni di Francesca sacconi

Titolo originale dellopera: La lgende de Saint Julien lHospitalier 1877 2011 Arcipelago Edizioni Via Carlo DAdda 21 20143 Milano info@arcipelagoedizioni.com www.arcipelagoedizioni.com Prima edizione dicembre 2011 ISBN 978-88-7695-466-5

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indice

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Gustave Flaubert

la leGGeNDa DI

SAN GIULIANO LOSPITALIERE

l padre e la madre di Giuliano abitavano in un castello, in mezzo ai boschi, sulla costa duna collina. agli angoli delle quattro torri, i tetti a punta erano coperti da piastre sottili di piombo, e la base delle mura poggiava su blocchi di roccia, che scendevano bruscamente fino in fondo ai fossati. Il selciato del cortile era lindo come il pavimento duna chiesa. lunghe grondaie, raffiguranti draghi col muso verso il basso, sputavano lacqua piovuta nella cisterna; e a ogni piano, sul davanzale delle finestre, dentro vasi dipinti di argilla, sbocciavano basilico e eliotropo. una seconda cinta, di pali, includeva prima un giardino dalberi da frutto, poi unaiuola dove le combinazioni floreali disegnavano cifre, un pergolato con le nicchiette per prendere il fresco, e un campo di pallamaglio dove i paggi andavano a divertirsi. Il canile, le scuderie, il forno, il frantoio e i granai si trovavano dallaltra parte. Intorno si apriva una distesa di pascolo verde, a sua volta recintata da una grossa siepe di rovi.
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era da cos tanto tempo che si viveva in pace che la grata del castello non si abbassava neanche pi; i fossati erano pieni dacqua; le rondini facevano nidi tra le feritoie dei merli; e larciere che vagava tutto il giorno sulla cortina, non appena il sole cominciava a scaldarsi troppo, rientrava in garitta, e saddormentava come un monaco. Dentro, risplendevano dappertutto le guarnizioni in ferro; gli arazzi delle camere proteggevano dal freddo; gli armadi straripavano di biancheria, le botti di vino si ammucchiavano nelle cantine e i forzieri di quercia scricchiolavano sotto il peso delle borse di monete. In sala darmi, fra gli stendardi e i musi delle bestie feroci, si vedevano armi dogni tempo e nazione, dalle fionde degli amaleciti e dai giavellotti dei Garamanti fino alle daghe dei saraceni e alle cotte di ferro dei Normanni. lo spiedo pi grande della cucina poteva far girare un bue; la cappella era sontuosa come loratorio dun re. In un angolo nascosto, cera anche una sauna romana; il buon signore, per, se ne privava, giudicandola usanza da idolatri. avvolto sempre da una pelliccia di volpe, girava per la casa, rendeva giustizia ai vassalli, moderava i contenziosi fra vicini. Dinverno, si metteva a guardare i fiocchi di neve che cadevano, oppure si faceva leggere delle storie. ai primi giorni di bel tempo, se ne andava con la sua mula seguendo piccoli sentieri che costeggiavano campi di grano ancora verdi, e chiacchierava con i villici, dava loro consigli. Dopo molte avventure, aveva preso in moglie una damigella dalto lignaggio. era di pelle bianchissima, un po altezzosa e posata. I corni del suo copricapo sfioravano gli architravi delle porte; la coda del suo vestito di panno strisciava tre passi dietro. la sua vita domestica era regolata come dentro a un monastero; ogni mattina, distribuiva il da farsi fra le serve, controllava le conserve e gli unguenti,

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filava col rocchetto o ricamava tovaglie per laltare. a forza di pregare Dio, le arriv un figlio. Ci furono allora grandi festeggiamenti, e un banchetto che dur tre giorni e quattro notti, al suono delle arpe, illuminato dalle fiaccole, su letti di fogliame. si mangiarono le spezie pi rare, con polli grossi come montoni; per scherzo, un nano salt fuori da un pasticcio; e visto che le scodelle non bastavano pi perch la gente continuava ad aumentare, furono costretti a bere dagli olifanti e dagli elmi. la novella puerpera non partecip a questi festeggiamenti. se ne stava nel proprio letto, tranquilla. una sera, si svegli e vide, sotto un raggio di luna che entrava dalla finestra, come unombra che si muoveva. era un vecchio dentro a un saio, con un rosario in vita, una bisaccia sulle spalle, e tutto laspetto di un eremita. le si avvicin al letto e le disse, senza schiudere le labbra: rallegrati, madre! tuo figlio sar santo! lei stava per mettersi a gridare, quando quello, scivolando sopra un raggio di luna, si alz lentamente in aria, e scomparve. I canti del banchetto esplosero pi forti. sent le voci degli angeli; e la testa le ricadde sul cuscino, sopra cui incombeva un osso di martire incorniciato da granati. Interrogati il giorno dopo, tutti i servitori dichiararono di non aver visto eremiti. sogno o realt, doveva essere un messaggio venuto dal cielo; lei, per, si guard dal dire qualcosa, temendo che la prendessero per superba. I convitati se ne andarono sul far del giorno; dopo aver accompagnato lultimo, il padre di Giuliano si trovava allesterno della porta che portava fuori, quando tutta un tratto, da dentro la nebbia gli si par davanti un mendicante. era un boemo con la barba intrecciata, anelli dargento sulle braccia e pupille di fuoco. balbett con aria ispirata queste parole sconnesse:

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ah! ah! tuo figlio! tanto sangue! tanta gloria! sempre felice! la famiglia dun imperatore! e, abbassandosi per raccogliere lelemosina, si perse nellerba, e scomparve. Il buon castellano si guard a destra e a manca, e chiam finch gli fu possibile. Nessuno. soffiava il vento, e la bruma del mattino si stava alzando. Pens che la visione fosse dovuta alla fatica della sua testa, che aveva dormito troppo poco. se ne parlo, mi prenderanno in giro, si disse. Gli splendori destinati al figlio, per, lo lasciavano sbalordito, anche se la promessa non era stata molto chiara e lui dubitava persino di averla sentita. Gli sposi si tennero reciprocamente nascosto il segreto. Ma verso il bimbo mostravano lo stesso grado di amore e di tenerezza; rispettandolo come segnato da Dio, ebbero attenzioni infinite. Il suo lettino era imbottito con le piume pi fini; sopra, era stata messa una lampada a forma di colomba che bruciava in continuazione; cerano tre nutrici che lo cullavano; ben stretto dentro le sue fasce, col suo visino rosa e i suoi occhi blu, col suo mantello di broccato e la sua cuffia carica di perle, sembrava un Ges bambino. I denti gli spuntarono senza che si mettesse a piangere una sola volta. Quando ebbe sette anni, la madre gli insegn a cantare. Per insegnargli a essere coraggioso, il padre lo iss su un grosso cavallo. Il bambino sorrideva a proprio agio, e non ci mise molto ad imparare tutto quello che riguarda i destrieri. un vecchio e sapientissimo monaco gli insegn le sacre scritture, la numerazione degli arabi, le lettere latine e a dipingere con eleganza sulle pergamene pi sottili. lavoravano insieme, in cima a una torretta, lontano dai rumori.

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terminata la lezione, scendevano in giardino e, passo dopo passo, passeggiando, studiavano i fiori. a volte, a fondo valle, si vedeva avanzare faticosamente una fila di animali da soma, guidati da un uomo a piedi e combinato allorientale. Il castellano, riconoscendolo per un mercante, gli mandava incontro un domestico. Prendendo confidenza, lo straniero deviava dal suo cammino; introdotto nel parlatorio, tirava fuori dai suoi bauli scampoli di velluto e seta, gioielli, aromi, oggetti strani e destinati a usi sconosciuti; alla fine il buon uomo se ne andava, con un grosso guadagno, senza aver patito violenza alcuna. altre volte, era una truppa di pellegrini che bussava alla porta. I loro vestiti umidi fumavano davanti al focolare; e, quando erano sazi, cominciavano a raccontare dei loro viaggi: le peripezie dei velieri sul mare schiumante, le marce a piedi in mezzo alle sabbie di fuoco, la ferocia dei pagani, le caverne della siria, il Presepio e il sepolcro. Poi prendevano delle conchiglie dai mantelli e le davano al giovane signore. spesso il castellano faceva festa coi vecchi compagni darme. Mentre bevevano, rievocavano le guerre, gli assalti alle fortezze col frastuono dei marchingegni e le ferite prodigiose. Giuliano, che li ascoltava, cominciava a strepitare; in quei momenti, il padre non aveva dubbi che da grande sarebbe stato un conquistatore. la sera, poi, quando usciva dallangelus e passava fra i poveri che si inchinavano, si metteva a raccogliere monete dalla borsa con tale modestia e con aria cos nobile che la madre gi sentiva che, in futuro, sarebbe diventato arcivescovo. Nella cappella, il suo posto era a fianco dei genitori; e per quanto lunghe fossero le funzioni, rimaneva sempre in ginocchio, berretto a terra e mani giunte. un giorno, alzando la testa durante la messa, vide un topolino bianco che usciva da un buco nel muro. Zampett sul primo gradino dellaltare, e dopo essersi

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girato due o tre volte intorno, se ne scapp via dalla stessa parte. la domenica seguente, lidea che avrebbe potuto rivederlo lo turb. Il topolino torn; e ogni domenica lo aspettava, ne rimaneva importunato, cominci a odiarlo e decise di liberarsene. Chiusa la porta e distribuite le briciole dun dolce sui gradini, si appost davanti al buco, con una bacchetta in mano. Dopo molto tempo, comparve prima un musetto rosa, poi tutto il topo. lasci cadere un colpo leggero, e rimase sbalordito di fronte a quel piccolo corpo che non si muoveva pi. una goccia di sangue macchiava la piastrella. lasciug in fretta con la manica, butt fuori il topolino, e non ne parl con nessuno. a becchettare i semi sparsi nel giardino cerano uccellini dogni specie. Gli venne lidea di infilare dei piselli dentro a una canna vuota. Quando sentiva cinguettare su un albero, si avvicinava con delicatezza, poi alzava il tubo e gonfiava le guance; e gli uccellini che gli piovevano sulle spalle erano talmente tanti che non poteva fare a meno di ridere, rallegrandosi della propria astuzia. una mattina, mentre stava tornando dal passaggio di camminamento, sulla cima del bastione vide un grosso piccione che si stava pavoneggiando al sole. Giuliano si ferm per guardarlo; in quel punto del muro cera una crepa, e fra le dita si ritrov una scheggia. Fece roteare il braccio e la pietra abbatt luccello, facendolo cadere di peso dentro al fossato. si precipit gi, graffiandosi in mezzo ai rovi, frugando dappertutto, rapido pi di un cane giovane. Il piccione, appeso con le ali rotte ai rami di un ligustro, palpitava ancora.

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lostinarsi di quella vita irrit il bambino. Prese a strangolarlo; e le convulsioni delluccello gli facevano battere il cuore, lo riempivano dun piacere selvaggio e frenetico. al momento dellultimo respiro di vita, si sent svenire. la sera, durante la cena, il padre dichiar che alla sua et bisognava che imparasse a cacciare coi cani; e and a prendere un vecchio quaderno su cui era esposto lessenziale della materia di caccia in forma di domande e di risposte. un maestro presentava allallievo larte daddestrare i cani, daddomesticare i falchi e di tendere trappole, di riconoscere il cervo dagli escrementi, la volpe dalle impronte, il lupo dalle tracce, il sistema giusto per individuare i percorsi, la maniera per seguirli, dove si trovano normalmente le tane, quali sono i venti pi favorevoli, e poi tutta la lista dei richiami e le regole per distribuire la cacciagione ai cani. Quando Giuliano fu in grado di ripetere a memoria tutte queste cose, il padre gli mise insieme una muta. Per prima cosa, si facevano notare ventiquattro levrieri barbareschi, veloci pi delle gazzelle, per soggetti a imbizzarrirsi; poi, diciassette coppie di cani bretoni, maculati di bianco su fondo rossiccio, con una presa solidissima, una grande potenza toracica e capaci di farsi sentire. Per attaccare il cinghiale e far fronte alle sue pericolose scaltrezze, cerano quaranta grifoni, ricoperti di pelo come orsi. alcuni mastini di tartaria, alti quasi quanto asini, del colore del fuoco, col dorso largo e il garretto inflessibile, erano riservati allinseguimento degli uri. Il manto nero degli spaniel risplendeva come raso; i guaiti dei talbot valevano quanto quelli dei brocchetti canterini. altri otto alani se ne stavano a ringhiare in un cortile a parte, scuotendo le catene e strabuzzando le pupille, bestie formidabili che attaccano la pancia dei cavalieri e non hanno paura dei leoni.

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tutti mangiavano pane di frumento, bevevano dentro abbeveratoi di pietra, e portavano nomi squillanti. la falconara superava forse la muta; il buon signore, a forza di danari, sera procurato dei terzuoli del Caucaso, dei sagri di babilonia, dei grifalchi di Germania e dei falchi pellegrini, catturati sulle scogliere dei mari freddi, in paesi lontani. erano tenuti alloggiati in un capanno ricoperto di paglia e, davanti ai trespoli cui erano attaccati in ordine di taglia, avevano un po di terra dove venivano posati ogni tanto perch si sgranchissero. Furono fatti realizzare sacchi, esche, trappole e ogni sorta darnesi. spesso si portavano in campagna i cani da ferma e subito si mettevano a puntare. allora i bracchieri, venendo avanti un po alla volta, stendevano con cautela sui loro corpi impassibili una rete enorme. a un comando, cominciavano ad abbaiare; le quaglie prendevano il volo; e tutti quanti, le dame dei dintorni invitate coi mariti, i figli e le cameriere, si buttavano sopra e le prendevano facilmente. altre volte, per stanare le lepri, si suonavano i tamburi; le volpi cadevano nei fossi, oppure le tagliole, scattando, catturavano un lupo per le zampe. Giuliano, per, fu sempre sprezzante contro questi artifici comodi; preferiva cacciare lontano da tutti, col suo cavallo e col suo falco. Quasi sempre si trattava di un grosso tartaretto di scizia, bianco come la neve. sul cappuccio di cuoio era montato un pennacchio e sulle zampe azzurre risuonavano campanelle doro; si teneva saldo sul braccio del padrone mentre il cavallo galoppava e le pianure scorrevano via. Giuliano, allentando i lacci, lo lasciava andare di colpo; lanimale, spavaldo, saliva in aria come una freccia; e si vedevano due macchie ineguali girare, tornare vicine e poi scomparire nellazzurro profondo. Non passava molto tempo

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che il falco riscendeva, intento a straziare un uccello, e tornava a posarsi sul guardamano, con le ali che ancora si agitavano. Fu cos che Giuliano riusc a catturare aironi, nibbi, cornacchie e avvoltoi. Quando suonava il corno, gli piaceva seguire i cani che correvano sul versante delle colline, saltavano i ruscelli e risalivano verso il bosco; e quando il cervo, sotto i morsi, cominciava a gemere, lo abbatteva subito, e poi si dilettava della furia dei mastini che lo divoravano, tagliato a pezzi sulla pelle ancora fumante. Nei giorni di nebbia, entrava dentro la palude per fare la posta alle oche, alle lontre e ai germani. Fin dallalba, cerano tre scudieri che lo aspettavano in fondo alla scalinata; e nonostante tutti i segni che il vecchio monaco si metteva a fare, affacciandosi al suo abbaino, per richiamare lattenzione, Giuliano non si girava. se ne andava sotto le fiamme del sole, sotto la pioggia, in mezzo al temporale, si metteva a bere acqua alle sorgenti con le mani, mangiava mele selvatiche continuando a cavalcare, e se era stanco, si riposava sotto una quercia; rientrava a notte fonda, coperto di sangue e di fango, con le spine fra i capelli e addosso lodore delle bestie feroci. Divent come loro. Quando la madre lo stringeva, accettava labbraccio con freddezza, come preso da pensieri profondi. uccise orsi col coltello e tori con laccetta; cinghiali con lo spiedo; e addirittura, una volta, si difese con un solo bastone da alcuni lupi che addentavano cadaveri ai piedi di una forca. un mattino dinverno, part prima che facesse giorno, ben armato, una balestra in spalla e una faretra piena sistemata sullarcione della sella.

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seguito da due bassotti, il suo ginnetto danese faceva risuonare il terreno. Gocce gelate gli si incollavano sul mantello, soffiava una brezza violenta. una striscia dorizzonte cominci a schiarirsi; e nel bianco del crepuscolo, scorse alcuni conigli che saltellavano davanti allentrata delle tane. I due bassotti si precipitarono subito; e addentandoli in varie parti, con energia, spezzavano loro la schiena. Poco dopo, entr in un bosco. sopra un ramo, un gallo cedrone intorpidito dal freddo dormiva tenendosi la testa sotto lala. Con un rovescio della spada, Giuliano gli tronc le due zampe e prosegu il cammino, senza fermarsi a raccoglierlo. tre ore dopo, si trov in cima a una montagna cos alta che il cielo sembrava quasi nero. Davanti a lui, una roccia che assomigliava a una lunga muraglia scendeva a strapiombo sopra un precipizio; a un capo di questa roccia, due caproni selvatici guardavano dentro labisso. Non avendo frecce (perch il suo cavallo era rimasto indietro), pens di scendere fino a dove stavano loro; piegandosi a met e a piedi nudi, raggiunse finalmente il primo dei caproni, e gli affond il pugnale sotto le costole. Il secondo, preso dal terrore, salt nel vuoto. Giuliano si butt per afferrarlo, e, scivolando col piede destro, cadde sullaltro cadavere, con la faccia sopra labisso e le braccia spalancate. risceso a valle, segu i salici che costeggiavano un fiume. Ogni tanto, gli passavano delle gru sopra la testa, volando molto basse. Giuliano le uccideva con la frusta, e non ne manc una. Nel frattempo, laria pi tiepida aveva sciolto la brina, i grossi cumuli di vapore galleggiavano, e fece capolino il sole. In lontananza, vide brillare un lago ghiacciato, che sembrava piombo. In mezzo al lago, cera un animale che Giuliano non conosceva, un castoro dal muso nero. Malgrado la distanza, una freccia lo abbatt; e gli dispiacque di non potersi portar via la pelle.

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Poi, si spinse su un viale di grandi alberi che con le cime formavano come un arco di trionfo, allentrata duna foresta. Da una macchia di cespugli sbuc fuori un capriolo, a un crocicchio comparve un daino, un tasso usc da un buco, sul prato un pavone cominci a aprire la coda; e quando li ebbe uccisi tutti, si presentarono altri caprioli, altri daini, altri tassi, altri pavoni, e poi merli, ghiandaie, puzzole, volpi, ricci, linci, uninfinit di animali, sempre pi numerosi a ogni passo che faceva. Gli giravano intorno, tremanti, lo sguardo pieno di dolcezza e supplicante. Ma Giuliano non si stancava di uccidere, di volta in volta tendendo la balestra, sguainando la spada, spuntando il grosso coltello, e non pensava a nulla, non teneva memoria di nulla. stava cacciando in un paese qualunque, da tempo indeterminato, per il semplice fatto di esistere, e tutto veniva compiuto con la stessa facilit che si prova in sogno. lo ferm uno spettacolo straordinario. Dei cervi riempivano un vallone a forma di circo; ammucchiati, uno attaccato allaltro, si scaldavano col fiato che si vedeva fumare in mezzo alla nebbia. Per qualche minuto, il miraggio duna simile carneficina lo soffoc per il piacere. Poi, scese da cavallo, si rimbocc le maniche, e si mise a tirare. al sibilo della prima freccia, tutti i cervi girarono la testa. In mezzo alla massa, si crearono varchi; si alzavano voci di lamento, e il branco cominci ad agitarsi per il gran movimento. Il bordo valle era troppo alto da scavalcare. saltavano allora dentro quello spazio, cercando di scappare. Giuliano mirava, tirava; e le frecce cadevano come i rovesci di pioggia durante la tempesta. Diventati furiosi, i cervi si scontravano, si impennavano, si montavano sopra; e i loro corpi coi palchi delle corna aggrovigliate formavano un grande mucchio, che, spostandosi, crollava.

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alla fine, stesi sulla sabbia, morirono sventrati, con la bava alle narici, e il movimento delle pance si riduceva gradatamente. Poi tutto rest immobile. stava per scendere la notte; e dietro il bosco, fra gli spiragli dei rami, il cielo era rosso come una coltre di sangue. Giuliano si appoggi a un albero. Contemplava a occhi spalancati lenormit del massacro, non riusciva a capire come avesse potuto compierlo. Dallaltra parte del vallone, sul limitare della foresta, scorse un cervo, una cerva e il suo cerbiatto. Il cervo, che era nero e di mostruose dimensioni, aveva corna a sedici ramificazioni e una barba bianca. la cerva, bionda come le foglie morte, stava brucando lerba; e il cerbiatto, chiazzato, le poppava alla mammella senza intralciare il cammino. la balestra fischi ancora una volta. Il cerbiatto rimase ucciso sul colpo. allora, la madre, guardando verso il cielo, bram con voce profonda, straziante, umana. esasperato, Giuliano labbatt con un colpo in pieno petto. Il cervo grande laveva visto, fece un balzo. Giuliano tir lultima freccia. lo raggiunse in fronte, e ci rest piantata. Il grande cervo non diede limpressione di averla sentita; scavalcando i morti, continuava a venire avanti, stava per piombargli addosso, per sventrarlo; e Giuliano indietreggiava, spaventato oltre ogni dire. Il prodigioso animale si ferm; e con gli occhi in fiamme, solenne come un patriarca o come un giustiziere, ripet per tre volte, mentre in lontananza rintoccava una campana: Maledetto! Maledetto! Maledetto! un giorno, tu che hai un cuore cos crudele assassinerai tuo padre e tua madre! Pieg le ginocchia, chiuse lentamente le palpebre, e mor.

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Giuliano rimase stupefatto, fu poi preso da unimprovvisa stanchezza; e poi un disgusto, unimmensa tristezza lo invasero. tenendosi la fronte fra le mani, pianse per molto tempo. Il cavallo sera perso; i cani lavevano abbandonato; la solitudine che lo circondava sembrava minacciare una serie indefinita di pericoli. allora, spinto dal terrore, cominci a correre per la campagna, scegliendo i sentieri a caso, e quasi immediatamente si trov alla porta del castello. Quella notte, non riusc a dormire. sotto il movimento oscillante della lampada appesa, continuava a rivedere il grande cervo nero. la sua predizione lossessionava; la combatteva: No! No! No! Non posso ucciderli! e poi pensava: e se invece lo volessi davvero? e aveva paura che il demonio gli facesse nascere quel desiderio. Per tre mesi, la madre angosciata preg al suo capezzale, e il padre andava gemendo in continuazione su e gi per i corridoi. Fece venire i medici pi illustri, e questi ordinarono tutta una serie di medicamenti. la causa del male di Giuliano, cos dicevano, si trovava in un vento funesto, oppure in un desiderio damore. Ma a ogni domanda, il giovane scuoteva la testa. Gli tornarono le forze; lo facevano passeggiare in cortile, col vecchio monaco e il buon signore a sostenerlo entrambi col braccio. Quando si fu ristabilito, si ostin a non voler pi cacciare. Pensando di rallegrarlo, il padre gli regal una grande spada saracena. si trovava in cima a una colonna e faceva parte di unarmatura. Per raggiungerla, bisognava usare una scala. Giuliano sal. la spada, troppo pesante, gli sfugg

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dalle dita e cadendo sfior cos tanto il buon signore da tagliargli la palandrana; Giuliano pens di aver ucciso il padre, e svenne. Da quel momento, ebbe paura delle armi. soltanto vedere una lama sguainata lo faceva impallidire. Per i suoi familiari, questa debolezza era desolante. alla fine, il vecchio monaco, in nome di Dio, dellonore e dei suoi avi, gli ordin di riprendere gli esercizi da gentiluomo. tutti i giorni, gli scudieri si divertivano a maneggiare il giavellotto. Giuliano ci mise poco tempo a iniziare a distinguersi. riusciva a infilare il giavellotto nel collo delle bottiglie, rompeva i denti delle banderuole, e colpiva i chiodi delle porte a cento passi. una sera destate, allora in cui la nebbia rende le cose indistinte, si trovava nel pergolato del giardino e scorse sul fondo due ali bianche che svolazzavano allaltezza della siepe. era sicuro fosse una cicogna; e lanci il giavellotto. si alz un grido straziante. era sua madre, il cui copricapo era finito attaccato al muro assieme ai suoi lunghi nastri. Giuliano fugg dal castello, e non ricomparve pi.

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