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STEFANO JOSSA Verso il Rinascimento e oltre

Mi sono laureato con Giancarlo Mazzacurati nel 1988. La tesi di laurea era dedicata ai modelli classici dellOrlando furioso, poi mi sono occupato del dibattito estetico negli anni della Controriforma. Parler dunque prima di tutto della lezione di Mazzacurati sul Rinascimento. Vorrei partire per da una altro dei poli dellinteresse di Mazzacurati, dalla prefazione agli Scritti di Svevo su Joyce, da lui curati per Pratiche, ora raccolta nel volume Stagioni dellapocalisse. Il saggio del 1986. Mazzacurati, per spiegare la sfortuna di Svevo tra i lettori contemporanei, tracciava un elenco degli intellettuali italiani ad inizio secolo: linguaioli riottosi e narcisi appassiti, ordinatori implacabili dello spirito e delle sue caducit terrestri, classificatori da manuale instancabili nellapplicare logore griglie, spigolatori del buon tempo antico, rivenditori del reale a fette e bracconieri dellanima genuina, tutti provvisti di pensieri buoni o sublimi, sani o universali (nonch di un gi ben radicato fascismo), ma del tutto destituiti di autoironia e dellastigmatismo necessario per leggere il gran gioco centrifugo del Novecento. Limpegno intellettuale di Mazzacurati era anche, sempre, impegno politico, come ci ha ricordato Giulio Ferroni. Un invito allironia e allo strabismo. Prendere e prendersi in giro, guardare di sbieco, avere gli occhi storti. Quando ero ancora un ragazzino, alla fine del terzo esame di letteratura italiana, che avevo sostenuto con lui personalmente, gli avevo detto che Il rinascimento dei moderni era un libro troppo difficile per gli studenti: Il nostro compito non semplificare: complicare, mi aveva risposto. Complicare: che vuol dire complicare? Complicare voleva dire, per Mazzacurati, interrogare la realt, la sua complessit, le sue contraddizioni, evitando di ridurla a interpretazioni univoche e a sintesi onnivore. Mazzacurati non sopportava lipocrisia, lideologizzazione e la strumentalizzazione della cultura, i quadri sintetici che pretendono di spiegare tutto, la pre-

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sunzione di possedere la verit; amava, invece, le zone dombra e di confine, i conflitti, le contraddizioni, la dialettica: le sue indagini partono da uno dei teorici della poetica meno conosciuti del Cinquecento (Antonio Riccobono, cui dedicato il suo primo libro, Antonio Riccobono e la crisi della retorica umanistica), per approdare ai libri mai scritti (La duchessa di Leyra di Verga, Il vecchione di Svevo), a imprese escluse o marginali (Le piacevoli notti dello Straparola, La spedizione di Humphry Clinker di Smollett, Lesclusa di Pirandello), a particolari dallapparenza insignificante (la comparsa di un termine come galloriare nei Malavoglia di Verga, che svela leredit manzoniana e la consapevolezza autoriale). Il Rinascimento, dunque. Il Rinascimento di cui ci ha parlato Mazzacurati non un contenitore di storie e di linguaggi, una categoria critica utile a tracciare una storia in progresso della ragione occidentale, unetichetta sotto cui catalogare ordinatamente tensioni e polemiche, ma una storia di conflitti e spostamenti, di inquietudini e rivalit, di percorsi intrecciati, imprevedibili scatti in avanti e improvvise fughe allindietro. La premessa metodologica chiarita benissimo nellintroduzione al Rinascimento dei moderni. Lesempio quello della chiesa di S. Lorenzo maggiore a Napoli, una splendida chiesa barocca sotto i cui fregi i bombardamenti della II guerra mondiale avevano portato alla luce strati precedenti, unabside gotica. Di fronte alla scelta tra il restauro dellaspetto barocco o il ripristino della struttura gotica Mazzacurati non aveva dubbi:
Vorrei tornare un attimo al quadro iniziale di questa introduzione, ai fedeli raccolti, poniamo, nel 1860, tra le volute e gli sbalzi della decorazione barocca in S. Lorenzo Maggiore. La domanda che pongo quella che percorre, per lo pi tacitamente, quasi tutto questo libro ed , allincirca: quale dei due edifici sovrapposti li conteneva? Quello che vedevano o quello che, quasi intatto, era celato sotto la nuova scena barocca? Francesco De Sanctis si accingeva a scrivere che la loro vera storia, il tempo da cui riprendere le fila per ledificazione del nuovo stato nazionale, era sepolto sotto i festoni secenteschi, come dietro un paramento mortuario o dietro i resti sdruciti e insensati di unebbra quanto effimera festa nel vuoto. Io non ho risposte e tanto meno risposte simmetricamente contrarie a quelle desanctisiane: mi provo soltanto a ridescrivere la storia di quella cancellazione, partendo (e fermandomi, per ora) ai suoi esordi primo-cinquecenteschi. Fingerei tuttavia una neutralit che non possiedo, se non dicessi almeno che a mio avviso i fedeli abitavano, cio erano contenuti sia nella basilica visibile che in quella invisibile, entrambe autentiche, entrambe vive e significative per la loro storia.

Lindagine del Rinascimento dunque prima di tutto studio delle compresenze, degli strati nascosti, delle eredit apparentemente perdute e soffocate, nella convinzione che non sempre la storia in progresso, che non sempre nella storia vincono i migliori. Il progetto bembiano di astrarre la regola dalla storicit delle forme e dei linguaggi, bloccandoli per sempre in un assoluto senza tempo, senza divenire e senza trasformazioni, non aveva certo la sua simpatia:

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eppure allo scavo dellideologia sottostante alla definizione di codici e paradigmi proposta dalle Prose del Bembo Mazzacurati ha dedicato quasi tutta la sua ricerca cinquecentesca. Capire che la modernit non nasceva allinsegna dellavventura e del progresso, ma tornando allindietro, guardando alle origini, fondandosi metafisicamente , era uno dei modi privilegiati per scardinare quella categoria di Rinascimento che troppi avevano interpretato, ideologizzandola, come presupposto e anticipazione della storia della borghesia vincente. Rinascimento e modernit, invece, si saldavano, piuttosto che per una continuit storica o in unideale affinit culturale, soprattutto allinsegna del conflitto tra ordine e disordine, natura e storia, molteplicit del reale e tentazioni di chiusura, che Mazzacurati ha sempre indagato, da Misure del classicismo rinascimentale e Conflitti di culture nel Cinquecento fino ai saggi che sono stati raccolti solo dopo la sua morte nei volumi Allombra di Dioneo, Rinascimenti in transito e Stagioni dellapocalisse. Fondamentale in questo senso era stata la lezione del suo maestro, Giuseppe Toffanin: anche lui attento a indagare i conflitti e le aporie della storia, anche lui pronto a inseguire fili nascosti e eredit lontane, anche lui consapevole che la storia non la vittoria del bene sul male, che ci che si perde a volte pi importante, che sempre qualcosa ci sfugge. I loro percorsi sono, in un certo senso, speculari: Toffanin era partito da Manzoni per risalire allindietro fino al Cinquecento; Mazzacurati partir dal Cinquecento per arrivare al romanzo moderno, da Sterne fino a Pirandello e Svevo, Joyce e Musil. Nel 1991 Mazzacurati riusciva a ripubblicare, presso leditore Vecchiarelli, La fine dellumanesimo di Toffanin, che risale al 1920: un libro troppo spesso dimenticato dagli studiosi del Rinascimento, forse troppo radicale nel tracciare una frattura netta tra lUmanesimo e la Modernit, ma capace di cogliere per primo, nel crogiuolo dei testi cinquecenteschi, le radici rinascimentali di una Modernit che con lUmanesimo ha poco a che vedere. Nella prefazione Mazzacurati esibiva ancora una volta gli obiettivi della sua polemica: il crocio-materialismo e il gentil-marxismo, tutte quelle ibridazioni che non portano alla ricchezza della contraddizione, allo sguardo di sbieco, alla complessit, ma alla costruzione di sintesi assolute e incorruttibili, rivolte pi ad appropriarsi del passato che a conoscerlo e indagarlo. Qui Mazzacurati rivendicava ancora una volta il nesso tra impegno culturale e impegno politico, contrapponendo ununiversit fondata sulla condivisione degli interessi e sullelezione degli spiriti alluniversit sempre pi chiusa su se stessa, dagli orizzonti locali e limitati, che proprio in quegli anni stava nascendo e che oggi purtroppo vediamo pienamente realizzata. Un anno dopo Mazzacurati se ne andava da Napoli, la citt dove aveva insegnato a generazioni di studenti e che tanto poche soddisfazioni gli aveva dato sul piano della politica accademica, una citt con cui aveva avuto un rapporto di odio e amore, come tutti quelli che veramente la amano; non vi ritorner mai pi

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Scavare, sondare, indagare: i personaggi di confine, le barriere ideologiche, la mutazione delle forme, gli esuli e i profughi sono i protagonisti di una storia, quella delle sue ricerche, che non fatta di vinti e vincitori, ma di uomini, di passioni in movimento, di transiti e di intrecci, nella convinzione che non sempre la ragione sta dalla parte dei vincitori. La sua ricerca animata perci da una straordinaria forza polemica, contro i quadri ad uso e consumo di chi li costruisce. Cogliere il dato ideologico delle precipitazioni formali, ricostruirne la coscienza e lappartenenza di gruppo, individuarne progetti e significati al di l delle forme e dei linguaggi, nelle revisioni, negli spostamenti, nelle metamorfosi. In uno dei suoi ultimi saggi rinascimentali, per, dopo aver attraversato ancora una volta un catalogo di figure in transito, profughi, esuli, personaggi di confine, inquieti e indecisi, o solo troppo decisi per potersi incontrare col mondo, Mazzacurati sembrava auspicare un ritorno allordine e alla sistemazione:
Profughi della Repubblica fiorentina a Ferrara con gli Estensi (Bartolomeo Cavalcanti), oppure a Fontainebleau e a Blois con Francesco I, in veste di poeti ed epici dinastici (Luigi Alamanni); i poeti della Pliade in viaggio di istruzione tra Padova, Venezia e Roma; esuli religiosi tra la Svizzera e Lione; pi tardi il comico modenese Tassoni alla corte pontificia di Roma; Giovanbattista Marino in lunga trasferta promozionale a Torino e a Parigi; lo stesso napoletanissimo Basile in corte a Mantova; e poco prima, Giordano Bruno nella sua fuga allucinata e profetica attraverso lEuropa; Galileo a Padova; il Caravaggio a Roma, a Napoli, a Palermo, a Malta. Un catalogo volontariamente alla rinfusa, eterogeneo, caotico. Lo si pu, lo si deve ricomporre certo pi ordinatamente; e in gran parte, in quanto opere di sistemazione e giustificazione delle singole storie, lo si gi fatto, anche in modo eccellente. Ma il disordine rimarr sotto la superficie, come un enigma irrisolto e ancora storiograficamente inquietante, finch non si saranno messi a punto strumenti nuovi, letture nuove, per cogliere il significato profondo di questa dilagante emulsione di culture e di vite.

un invito solo apparente, per. lutopia con la quale si scontra la storia: la tensione allordine che la storia continuamente insegue e perennemente nega. in questo invito a fare ordine, ma nella consapevolezza del flusso inesauribile della vita che Mazzacurati riscopre, forse, con una parola che a lui probabilmente non sarebbe dispiaciuta, una tensione mistica: una mistica laica, senza furori e senza divinazioni. La mistica dellimpegno e della ricerca: labbandono al mistero della vita e della storia, come nella pagina finale di uno dei romanzi che Mazzacurati pi amava, Uno, nessuno e centomila di Pirandello. Non la celebrazione di un monumento, ma il prolungamento di una lezione ci che Mazzacurati davvero ci ha lasciato. il modo migliore che abbiamo di ricordarlo. La vita non conclude, come proprio Mazzacurati pi di tutti ci ha insegnato a capire

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