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L'articolo esplora la storia e la costruzione dell'arco giapponese yumi, evidenziando le sue caratteristiche uniche come l'asimmetria e l'impugnatura bassa. Viene discusso l'impatto della globalizzazione sulla qualità dei materiali e la tradizione artigianale, oltre ai miglioramenti tecnici avvenuti nel periodo Edo. Infine, si sottolinea come il yumi non sia solo un attrezzo, ma una filosofia di vita in Giappone.

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L'articolo esplora la storia e la costruzione dell'arco giapponese yumi, evidenziando le sue caratteristiche uniche come l'asimmetria e l'impugnatura bassa. Viene discusso l'impatto della globalizzazione sulla qualità dei materiali e la tradizione artigianale, oltre ai miglioramenti tecnici avvenuti nel periodo Edo. Infine, si sottolinea come il yumi non sia solo un attrezzo, ma una filosofia di vita in Giappone.

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Home/Pagine Zen/Approfondimenti/Yumi: l'arco giapponese

Yumi: l'arco giapponese


Com’è fatto e come funzionaCarlo Broggi - 15 Gennaio 2017

arti marziali arco giapponese yumi

Togo Shigemochi, Satsuma Heki ryu

Il tipo di arco di cui parleremo in questo articolo è quello tradizionale in bambù. Oggi
esistono modelli di yumi realizzati in fibre sintetiche, fibra di vetro o carbonio, che
consentono di limitare i costi di produzione, i tempi di realizzazione e di tenere basso il
prezzo di vendita, rendendo questi archi accessibili a tutti. Proprio per queste caratteristiche,
gli archi di fibra sono i più usati dai principianti e dagli studenti, che hanno bisogno di
attrezzature durevoli, economiche e che richiedono poca manutenzione. L’arco in bambù
invece richiede una buona esperienza non solo nel tiro, ma anche nella conoscenza dei
materiali e dell’equipaggiamento. Ancora oggi, come in passato, sebbene esista una vasta
produzione di yumi in bambù, realizzati da valenti yumishi (costruttori di archi), l’arciere
esperto preferisce realizzare da sé il proprio arco, acquistando solitamente un fujibanashi,
cioè un arco grezzo, incollato ma non ancora finito, per poi sagomarlo dandogli la forma e la
potenza più adatta al suo livello tecnico.

La globalizzazione del mercato e la crescente richiesta ha purtroppo influito sulla qualità


delle materie prime. La grande richiesta di archi e frecce del kyudo mondiale, e la scarsa
conoscenza dell’equipaggiamento della maggior parte dei praticanti moderni, spinge i
costruttori, per soddisfare le richieste del mercato, a rivolgersi anche a produttori di bambù al
di fuori del Giappone, che possano garantire grandi quantità di materia prima a costi bassi.
Questo ha influito sulla qualità del prodotto finito, perchè ormai gli yumishi usano bambù non
sempre di prima scelta e curano sempre meno la realizzazione degli yumi finiti, prediligendo
l’aspetto estetico anziché la solidità e l’efficienza dell’arco. Personalmente ho riparato degli
yumi che si sono rotti non per cattivo uso, ma per cattiva costruzione.

Come sul continente, all’inizio della storia del Giappone l’arco era realizzato in un solo pezzo
di legno, solitamente gelso, ed aveva la classica forma a D che tutti conosciamo. Ma quasi
subito, quella che diventerà una delle caratteristiche più evidenti dell’arco giapponese, la sua
asimmetria, con il flettente inferiore notevolmente più corto rispetto al flettente superiore, fu
subito adottata. Non si sa esattamente perché in Giappone cominciarono ad usare l’arco
impugnandolo più in basso rispetto al suo centro geometrico. Ci sono ipotesi che vanno
dall’uso dell’arco a cavallo, all’uso di tirare in ginocchio e altre ancora, ma sta di fatto che
questo modo di usare l’arco divenne una delle caratteristiche principali degli arcieri delle
isole. Documenti cinesi molto antichi fanno già riferimento ai guerrieri delle isole che usano
archi molto lunghi, impugnandoli in modo che il flettente inferiore sia notevolmente più corto
rispetto al flettente superiore. Con il tempo poi si capì che usare archi così lunghi (l’arco
giapponese è l’arco più lungo in assoluto, ci sono esemplari che superano i 250 cm di
lunghezza) impugnandoli così in basso, dava dei vantaggi notevoli nel tiro.

Un’altra caratteristica dell’arco giapponese è che la freccia viene posizionata a destra e non
a sinistra, come negli archi occidentali. Così facendo, è possibile aprire molto di più l’arco,
arrivando con la mano destra fino alla spalla, consentendo di incrementare notevolmente la
potenza dell’arco e di tirare frecce più pesanti, con un maggior potere di penetrazione.

Ragazza con take yumi

Ai primi archi realizzati in un solo pezzo di legno, gli yumishi impararono prima ad applicare
una lamina di bambù sulla faccia esterna dell’arco, quella che va in estensione e poi,
qualche secolo dopo, cominciarono ad applicare una lamina di bambù anche sulla faccia
interna, quella che va in compressione. Questo modello di arco, realizzato in tre parti,
interno di legno duro ed esterno con due lamine di bambù flessibile, rimase come modello
base di costruzione degli yumi per molto tempo fino al periodo Edo (1603-1868). Nei secoli,
con il migliorare delle conoscenze tecnologiche e dei materiali, come le colle animali (la colla
ricavata dalla pelle di cervo è considerata la colla animale migliore per realizzare gli yumi) gli
yumishi cominciarono a realizzare anche delle varianti di questo modello base di arco, per
migliorarne le prestazioni e la durata. La parte interna in legno venne sostituita da due listelli
di bambù o da un mix di legno e bambù, mentre la lamina di bambù che lavorava in
compressione cominciò ad essere conciata chimicamente per aumentarne la resistenza.

Sezione interna di un arco in bambù

Venne anche migliorata la forma dell’arco ispirandosi ai modelli continentali dalla triplice
curvatura, come gli archi cinesi e mongoli e, durante i secoli delle guerre, gli yumishi
affinarono anche le tecniche di laccatura, che consentivano ai Bushi (guerrieri) di usare gli
archi in qualsiasi stagione, senza timore di danneggiarli. Infatti, gli archi non laccati,
all’epoca venivano usati da settembre a maggio, poi, con l’arrivo della stagione delle piogge
e del caldo estivo, questi venivano lasciati riposare, per il timore che usandoli, il caldo
potesse far cedere la colla animale. La laccatura consentiva l’uso dell’arco in qualsiasi
stagione e tempo atmosferico. Una buona laccatura poteva far guadagnare all’arco fino a 1
kg di potenza.

Nuri Yumi - Laccatura tipica degli archi da guerra

La vera e propria svolta si ebbe nel periodo Edo. La pacificazione del paese da parte dello
shogunato Tokugawa, consentì la ripresa dello studio migliorativo dell’arco e la grande
popolarità della competizione arcieristica che si teneva annualmente al tempio di
Sanjusangen-do, diede un notevole impulso allo sviluppo dell’attrezzatura. Il guanto morbido
da guerra, usato per secoli dagli arcieri, venne sostituito con un guanto dal pollice rigido con
una tacca dove agganciare la corda, per facilitare la trazione. Questo guanto viene usato
ancora oggi. La costruzione dell’arco e la sua forma vennero ulteriormente migliorate,
creando così il modello di yumi che viene usato attualmente, composto da una serie di listelli
di bambù interni (higo) da 3 a 5 e affiancati da due listelli di legno duro, solitamente gelso. Si
migliorò anche il trattamento della lamina interna in compressione e verso la fine del periodo
Edo si cominciò anche a temprare a caldo questa lamina, rendendola ancora più robusta.
Oggi anche i listelli interni di bambù sono temprati, per migliorare ancora di più la reattività
dell’arco. Si elaborarono delle tecniche che consentivano di tirare per parecchie ore
consecutive. Gran parte dell’attrezzatura che viene usata nel kyudo moderno venne
sviluppata nel periodo Edo, proprio per soddisfare le esigenze degli arcieri che
partecipavano a questo evento, che per 260 anni monopolizzò il mondo dell’arceria
giapponese, scatenando anche le critiche di molti samurai, che non vedevano di buon
occhio questa manifestazione, perché distoglieva i giovani dall’allenamento al tiro
tradizionale da combattimento.

Nei secoli passati esistevano delle vere e proprie aziende che producevano archi. Molti feudi
ordinavano gli archi per i loro soldati a queste aziende, che provvedevano a far realizzare il
quantitativo ordinato ai loro yumishi. Ogni azienda aveva sotto contratto una serie di yumishi
che realizzavano archi di diverse qualità e quindi di diversi prezzi. Ogni yumishi veniva
pagato alla consegna di un kori, un pacco composto da 48 archi, che prima di essere spediti
al cliente venivano attentamente controllati dal responsabile della produzione. I costruttori
sotto contratto non potevano né firmare e né vendere liberamente le loro opere. Quando
realizzavano qualche pezzo singolo, era l’azienda che ne verificava e certificava la qualità e
si preoccupava di venderla al cliente interessato. Solo dopo la verifica e l’approvazione
dell’azienda il costruttore, se autorizzato, poteva firmare l’opera e il compratore non si
sarebbe mai permesso di verificare la fattura dell’arco prima dell’acquisto, perché bastava la
garanzia dell’azienda per certificarne l’ottima qualità.

La caratteristica più evidente di questo particolare arco è la sua asimmetria, con


l’impugnatura posta molto vicino a uno dei due punti dell’arco che restano immobili durante
la trazione e che al momento dello sgancio non sviluppano alcuna vibrazione. L’impugnatura
posta vicino al punto inferiore consente un migliore controllo dell’arco durante il rilascio,
proprio perché le vibrazioni dovute al ritorno dei flettenti sono molto inferiori rispetto agli
archi impugnati centralmente.

Un’altra caratteristica è il disassamento della corda che passa lungo lo spigolo destro
dell’arco quando questo è armato. Nell’arco occidentale questo disassamento è considerato
un difetto, mentre nell’arcieria giapponese è un pregio, perché consente di far partire la
freccia con un minore angolo di uscita. In più, l’arco giapponese, proprio per come è
costruito, tende a ruotare verso sinistra dopo lo sgancio della freccia e, in un movimento
simile, il disassamento della corda risulta un vantaggio.

Il fatto di essere asimmetrico consente all’arciere di tirare più lontano senza dover fare una
parabola eccessiva, in quanto il flettente inferiore tende a tornare in posizione di riposo
prima del flettente superiore, imprimendo così alla freccia una spinta verso l’alto. Con il
tempo poi i giapponesi hanno imparato a sfruttare il disassamento della corda, la naturale
tendenza alla rotazione e la posizione della freccia a destra, che consente una maggiore
apertura, mettendo a punto una tecnica che, tramite una serie di torsioni applicate al
momento dello sgancio, imprime alla freccia una maggiore velocità e penetrazione.

La laccatura di questi archi non era ornamentale, ma aveva il preciso scopo di irrobustire e
proteggere l’arco dalle alte temperature estive e umidità. Le ulteriori legature poi aggiunte
alla laccatura, non avevano dei particolari significati, se non quello di irrobustire
ulteriormente l’arco. Ogni clan aveva le proprie legature, ma tradizionalmente esisteva un
arco con 32 fasciature sul flettente superiore e 28 sul flettente inferiore. Esse
rappresentavano le costellazioni e delle particolari specie di uccelli, a simboleggiare l’unione
tra cielo e terra. Questo particolare arco, molto costoso e di particolare qualità, era anche
l’arco simbolo dei generali comandanti, perché solitamente era usato da loro. Questi archi
laccati erano curati a tal punto che alcuni di essi potrebbero essere usati ancora oggi. Io
stesso ho armato un arco da guerra laccato del 17mo secolo ed era ancora funzionante!

Il metodo di costruzione degli archi in bambù è lo steso da secoli. Oggi come 200 anni fa,
una volta legato il pacco di lamine, si usano dei cunei di bambù per fissarne la forma, in
attesa che la colla blocchi tutto.

Incollaggio tradizionale dell'arco in bambù eseguito usando i cunei

L’unica differenza con gli archi del passato è che ora si usano colle sintetiche molto più
resistenti, che garantiscono la tenuta anche durante il caldo estivo e in condizioni di elevata
umidità. Grazie a queste colle sintetiche ora non è più necessario aspettare mesi per finire
un arco e metterlo in vendita. Ora in due o tre giorni l’arco è pronto. Nonostante questo però,
molti archi si rompono prima di essere finiti. Il bambù, essendo un materiale naturale è
imprevedibile e tra il 15 e il 20% degli archi si rompe o si deforma prima ancora di essere
finito. Esistono delle varianti moderne di archi in bambù con inserti di fibra di carbonio.
Questi inserti sintetici consentono di stabilizzare la forma e la potenza, impedendo al bambù
di cedere o deformarsi.

Il Giappone ha fatto dell'arco una vera e propria filosofia di vita. Lo studio dei materiali e
delle raffinate tecniche di tiro giunte fino a noi, consentono la continuazione dell’evoluzione
di questa straordinaria arma.

Forma dello yumi da armato

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