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Divorzio all'italiana. Ecco perch bene (per tutti) che le donne lavorino
di Maria Silvia Sacchi Se lavorate, tenete stretto il vostro posto. E, se avete una figlia, insegnatele, s, a tenere in ordine la casa, ma spronatela soprattutto a essere economicamente autonoma. Per una donna non c assicurazione migliore. quanto mi viene da dire dopo aver lavorato su separazioni e divorzi per scrivere il post che state leggendo. E lo dico con un qualche disagio avendo io molta considerazione per il lavoro femminile come valore in s e anche rispetto per il matrimonio e per la fiducia nelle e tra le persone. Penso che sia in corso una trasformazione profonda in tema di famiglia, con regole tradizionali nel momento del matrimonio e allamericana (non mi viene un termine migliore) nel momento della sua fine, ma senza le stesse regole Usa. Un po quanto accade in parallelo nel mondo del lavoro. Non un giudizio bene/male, ma una constatazione per cercare di capire dove/quali correttivi necessario adottare. Anche perch laccelerazione fortissima, ci si divide sempre di pi e sempre prima: a dieci anni dalle nozze, erano ancora insieme 963,8 coppie su 1.000 di quelle sposate nel 1972, ma solo 877,5 di quelle sposatesi nel 2000. Io penso, come ho gi scritto, che molto stia nellorigine: in come ci si sposa. Pi volte il tema della crisi del matrimonio stato toccato nei commenti di chi frequenta il nostro blog, soprattutto per sottolineare limpoverimento che ne consegue. Provo, dunque, ad affrontarne (per ora) una parte, attraverso una serie di numeri e i commenti di alcuni esperti della materia. Mi sono concentrata sulle affermazioni pi ricorrenti nel blog, e in particolare quelle al post Perch il matrimonio fa cos paura?, che sintetizzo cos: 1) in Italia le mogli si fanno mantenere, 2) sono le donne che chiedono la separazione, 3) a causa del divorzio gli uomini diventano poveri, 4) la casa finisce sempre allex moglie, 5) la Giustizia in realt una inGiustizia e fa crescere un business attorno a separazioni/divorzi. Essendo il tema sterminato e trasversale a diversi settori (dalla psicologia alla sociologia al diritto) ho preferito tagliarlo, rimandando a unaltra volta un aspetto diverso e delicato come laffidamento condiviso dei figli, anche se in qualche punto (per

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esempio, la casa) si intersecano. Sar purtroppo estremamente lunga, ma non sono riuscita a fare di meglio. Spero di aver scritto senza urtare troppo i sentimenti che, in questo ambito, sono gi abbastanza messi alla prova. Ho puntato sul rapporto tra gli adulti, che sono gli attori del matrimonio e della sua fine, mentre ho volutamente escluso il mantenimento dei figli: penso che quando si diventa genitori ci si assuma una responsabilit di cui bisogna essere consapevoli nel tempo. Trascrivo qui la prima delle regole di civilt indicate dallAssociazione dei pap separati che dice: I figli non vi hanno chiesto di venire al mondo. Domani ve ne chiederanno sicuramente conto. Parler principalmente della separazione perch il momento in cui si definiscono gli assetti tra due coniugi che diventeranno ex. Donne al lavoro, dunque, non per far crescere il Pil, per aumentare la competitivit del Paese e quella delle imprese, per realizzarsi professionalmente - tutti motivi assolutamente importanti ma come forma di protezione. Di se stesse, dei figli se ve ne sono e anche degli uomini che hanno sposato. Il lavoro delle donne la maggiore protezione contro la povert dice Chiara Saraceno, sociologa della famiglia cui si devono alcuni dei principali studi sul tema -. Non c alcun dubbio che la miglior politica di contrasto alla povert dei bambini sia aiutare le loro mamme a trovare un lavoro. Purtroppo prosegue Saraceno le donne non si proteggono. Come diceva in tempi non sospetti il sociologo francese Francois de Singly quando una donna decide di non investire nel lavoro perch investe nel matrimonio fa una cosa che, se fosse un investimento finanziario, sarebbe altamente sconsigliabile perch concentra tutto il proprio investimento in un unico bene che il matrimonio e la sua durata. Una situazione molto efficiente se il matrimonio dura e se il marito ha successo nel mercato del lavoro, ma totalmente perdente se qualcosa non funziona. Gli uomini dice ancora la sociologa anche quando investono tanto nel matrimonio, non vi investono tutte le proprie risorse perch continuano a investirle anche nel lavoro. Non solo un problema di risparmi spiega Saraceno ma del fatto che per la maggioranza delle persone il bene pi grosso che si ha la propria capacit di lavoro. Anche se divido il patrimonio, se divido la casa, se divido equamente ogni bene al momento della separazione, la ricchezza pi grande che uno ha accumulato la capacit di continuare a guadagnare, oltre che la propria futura pensione. Una capacit che non divisibile. Una donna che si ripresenta sul mercato del lavoro, che ha lasciato per accudire i figli, si presenta con un curriculum perdente e in competizione con donne e uomini pi giovani e spesso senza figli.

1) In Italia le mogli si fanno solo mantenere? Mica tanto. Vediamo qualche numero. Nel nostro Paese consensuale l85,6% delle separazioni e il 72,1% dei divorzi (su questo andate anche il successivo punto 5). Le separazioni che si concludono con lassegno di mantenimento al coniuge (di solito, il marito alla moglie) sono 1 su 5 (21,1% dei casi nel 2009). In 4 casi su 5 nessuno dei due coniugi si deve niente. Solo due anni prima (2007) le separazioni con assegno al coniuge erano il 27,1%, un po pi di 1 su 4. Va detto che, nella serie storica dal2000 a oggi, il 2007 stato lanno di punta. Se si guardano le diverse aree geografiche si vede un cambiamento negli ultimi tre anni: il Nord Est passato dal 22% di assegni al coniuge del 2007 al 16,6% del 2009; il Nord Ovest dal 22% al 17,3%, il Centro dal 30,7% al 22,2%, il Sud dal 34,6% al 28,1, le isole dal 31,3% al 25,3. I numeri diminuiscono ulteriormente con il divorzio: quelli che si concludono con un assegno al coniuge (di solito alla moglie) erano il 15% nel 2007, il 13,3% nel 2008 e il 12,8% nel 2009. Poco pi di 1 su 10. Non si possono leggere questi dati senza ricordare che in Italia ha un lavoro retribuito meno di una donna su due (46,1% il

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tasso di occupazione femminile), con differenze profonde tra Nord e Sud (56,1 al Nord, 30,5% al Sud). E resistono differenze rilevanti di stipendio tra uomini e donne. Nelle coppie che si separano, per, le donne hanno un tasso di occupazione pi alto della media italiana: hanno un lavoro nel 65,5% dei casi (e questo dato influenza anche il successivo punto 2). Resta, in ogni caso, uno scarto importante rispetto ai dati degli assegni di mantenimento. I giudici sempre meno riconoscono un assegno di mantenimento alla moglie, neppure nel caso in cui sia casalinga. Se in et da lavoro, in nome della parit, si dice che deve attivarsi, il che anche una buona cosa ma farlo a 25 anni o a 45 d delle chance diverse dice Saraceno -. Oggi un assegno di mantenimento al coniuge si d se molto anziano o se vi sono figli molto piccoli. Ma lItalia, come abbiamo visto, non tutta uguale: I giudici prendono atto del mercato del lavoro, cos finiscono per pagare pi spesso un assegno di mantenimento alla moglie uomini con redditi modesti nel Mezzogiorno anzich uomini pi abbienti nel Centro Nord. Gi da tanti anni negli Stati Uniti prosegue la sociologa nei casi in cui la donna aveva lasciato il proprio lavoro per aiutare il marito, le sentenze prevedono spesso lobbligo per lex marito di aiutare finanziariamente il ritorno in formazione dellex moglie, in modo che lei recuperi almeno in parte una capacit spendibile sul mercato del lavoro ricorda Saraceno . Ma questo segnala come i due capitali umani in caso di separazione non abbiano lo stesso valore dal punto di vista del mercato. Sul tema assegno al coniuge Marino Maglietta, fondatore di Crescere insieme, storica associazione che spinge per la bi-genitorialit, dice per che completamente assurdo che la Cassazione continui a ribadire ancora oggi che, se una coppia aveva deciso che la moglie non lavorasse ma si occupasse della casa, ha diritto a continuare a non lavorare anche dopo la separazione. Siamo uno degli ultimi Paesi al mondo in cui esiste il vitalizio sine die, quasi ovunque si prevede un tempo per raccordare la situazione di prima a quella del dopo. assurdo, dice Maglietta, perch quella che prima era una mini comunit in cui ciascuno svolgeva un proprio compito, chi lavorando in casa e chi fuori, dopo non esiste pi e il principio che ognuno deve provvedere a se stesso. Ci sono per Paesi come gli Stati Uniti dove con il divorzio ci si divide il patrimonio di famiglia fin l messo insieme. Gli Stati Uniti scontano una tradizione matriarcale, ma esistono anche altre soluzioni. La solidariet fuori discussione, ma penso che si debba verificare in ogni singolo caso se davvero esiste uno stato di necessit: non si pu fare del mantenimento del coniuge una regola generale. 2) Sono le donne che chiedono la separazione? S, se si guarda la persona che attiva il processo di separazione: quasi 3 volte su quattro la moglie (73,3% nel 2007). Al divorzio, per, la situazione esattamente si inverte, anche se non con la stessa proporzione: sono gli uomini a chiederlo pi frequentemente (il 55,2% delle richieste di divorzio arriva da un uomo, contro il 41,3% delle mogli dati 2007). Sulle motivazioni della separazione, fornisco un dato Istat ma poi chiedo a voi in fondo al post: prendendo in considerazione le sole separazioni giudiziali, l80,6% di queste concesso per intollerabilit reciproca della convivenza, il 16% con addebito al marito e il 3,4% con addebito alla moglie. Quanto al divorzio, meno donne lo chiedono perch in misura minore vogliono risposarsi e anche perch hanno meno chance, soprattutto se hanno figli che vivono con loro dice Saraceno -. Se guardiamo i nuovi matrimoni in cui uno dei due proviene da uno precedente si vede che si risposano di pi i vedovi delle vedove, i divorziati delle divorziate. Tutte le ricerche prosegue per Saraceno mostrano che pi facile separarsi quando si ha un lavoro. A due anni dalla separazione chi non lo aveva, lo ha cercato. pi facile che una donna decida di rompere il matrimonio perch ha aspettative pi elevate, non solo in termini economici ma in termini relazionali e affettivi. Accetta meno che il matrimonio non funziona. Oltre ai suoi aspetti negativi, linstabilit coniugale anche un segno di accresciuti gradi di libert. Non a caso nel Mezzogiorno ci si separa meno, perch si hanno meno risorse per uscirne. Nel 2009 al Sud si sono registrate 198,6 separazioni per mille matrimoni contro le 374,9 per mille matrimonio del Nord-ovest, punta massima italiana.

3) A causa del divorzio gli uomini diventano poveri? Se guardiamo i numeri, la risposta no.

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Quando una famiglia normale si rompe diventa necessariamente pi povera perch vengono meno le economie di scala (le case da mantenere diventano due, etc) e si impoverisce a maggior ragione in questi anni di crisi economica. Questo un dato indubbio del quale bisogna tener conto: le persone separate/divorziate rappresentano il 12,7% delle persone che si rivolgono ogni anno alla Caritas Italiana. La met di loro (50,9%) ha problemi di povert. Il 13% vive con figli minori. Ma se (purtroppo) si deve guardare su chi ricadono nella media i danni, certamente esistono padri in gravi condizioni, ma i dati Istat ci dicono che sono le donne sole e con figli separate/divorziate le persone a maggior rischio di povert e non lo afferma solo lIstat ma anche altre ricerche, come dice Linda Laura Sabbadini, direttore di dipartimento Istat. I dati Istat sullincidenza di povert relativa del 2010 dicono che tra gli uomini separati e single povero l1,6%, dato che cresce al 3,5% tra le donne single separate. Il dato esplode in presenza di figli: le donne monogenitore sono povere nel 10,4% dei casi, dato che sale al 15,4% se il figlio minorenne. Per gli uomini il dato statistico di povert in molti casi non significativo. Prendiamo unaltra fonte: la Caritas Italiana. Del 12,7% di separati/divorziati che chiede aiuto alla Caritas, il 66,5% donna, il 33,5% uomo e non ci sono modifiche significative nel tempo di questo rapporto, dicono allUfficio studi dellorganizzazione pastorale della Cei (Conferenza episcopale italiana), sottolineando che noi non riscontriamo il fenomeno dei padri separati che ricorrono alla Caritas cos come viene descritto. Ci sono casi eclatanti che colpiscono, ma i numeri dicono una realt diversa. Il punto proseguono allufficio studi sta probabilmente nel fatto che la donna separata riesce ad avere maggior accesso al welfare e alla rete della solidariet, mentre i padri riescono meno e quindi ricorrono a forme pi estreme. Su questo punto concorda anche Maglietta. Ci sono casi di grossi sacrifici da parte dei padri, ma vedo tante pi donne separate in difficolt per il disinteresse dei padri nei confronti dei figli. Sono padri che fanno male a tutti, anche a chi vorrebbe una legge pi equilibrata sullaffidamento dei figli, e inducono la magistratura a scelte sbagliate. Maglietta stima nel 15% delle separazioni giudiziali la categoria dei padri emarginati, il restante 85% ben contento di fare il padre assente. Vittorio Vezzetti, medico e presidente di Adiantum, lAssociazione delle associazioni nazionali di tutela dei minori (dai Pap separati alle Mamme separate a Figli per sempre) ribatte, per, che facciamo anche che siano il 10% del totale, si tratta sempre di 140-150.000 genitori massacrati dai Tribunali italiani. Quanto ai molti padri assenti, noi siamo per inasprire le sanzioni per chi si dilegua. Il vero discrimine, secondo Vezzetti, nella casa (e questo ci ricollega al punto 4): Con la separazione donne e uomini entrano in crisi economica. Ma lemergenza abitativa soprattutto nelle realt urbane colpisce solo gli uomini. La soluzione, per Vezzetti, nel cercare di recuperare potere economico per entrambi con una diversa gestione dei figli: non pi il collocamento prevalente accompagnato dallassegno di mantenimento ma lalternanza del figlio presso i genitori, met tempo dalla madre e met del padre che direttamente provvedono alle sue necessit. Assicurando in questo modo ai figli due genitori interi. In Francia - prosegue Vezzetti - il 24% dei minori ormai vive in alternanza tra i due genitori e sta meglio di altri, pi socievole, pi adattabile. Molti Paesi hanno adottato i tempi paritetici, oltre alla Francia, per esempio anche la Germania e la Svezia. Sul punto della povert dei padri, Chiara Saraceno ha una visione netta. vero dice che c una minoranza di pap separati non abbienti per i quali la separazione produce dei costi e diminuisce il tenore di vita solo per il fatto di pagare laffitto perch la casa rimasta alla moglie perch l abitano i figli . Ma oggi nei Tribunali si vede solo il flusso che esce dalle tasche dei padri e non si vede linadeguatezza di ci che entra in quelle delle madri e non per cattiveria dei padri. Spessissimo i giudici sono pi simpatetici nei confronti di un padre piuttosto che interrogarsi sullaltra parte, i bambini mangiano tutti i giorni. una guerra tra poveri, ma proprio perch la donna a volte ha lasciato il lavoro e ha dedicato pi tempo alla famiglia che non al lavoro, la sua capacit di lavoro diminuita: la persona con lo stecchino pi corto. Sullemergenza abitativa, un dato Istat 2010 che pu essere utile: il 15,4% degli uomini separati/divorziati che sono tornati nella famiglia di origine sono poveri, per le donne il dato sale al 17,5%. Si tratta, per entrambi i sessi, di valori superiori alla media. Passiamo, cos, al punto successivo: la casa. 4) La casa finisce sempre allex moglie?

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Nella met dei casi di separazione s, poco pi di una su tre in caso di divorzio. Segue i figli. Pi di 1 separazione su 2, infatti, si conclude con lassegnazione della casa coniugale alla moglie (57,8% nel 2000, 56% nel 2009). La casa al marito scende dal 24,9% del 2000 al 21,9% del2009. In nove anni i casi di ex coniugi con case distinte salgono da15,3 a 19,7%. Anche in questo caso i dati cambiano con il divorzio. Arrivati alla chiusura definitiva del matrimonio prevalgono le case distinte tra i due coniugi: 47,8% nel 2009. Le case assegnate allex moglie sono il 37,5%, quelle allex marito il 13,8%. Evidentemente, ha un peso let dei figli. Maria Dossett, che a questo tema ha dedicato un libro (La famiglia e la casa, Editore La Tribuna, 2007), precisa, per, per prima cosa che il provvedimento di assegnazione viene preso solo quando la casa di propriet dellaltro coniuge, o in compropriet, oppure se laltro coniuge titolare del contratto che d diritto al godimento (locazione, comodato, etc). Negli ultimi tempi la giurisprudenza ha confermato a pi riprese che in mancanza di figli la casa familiare non pu essere assegnata al coniuge economicamente pi debole, come componente in natura dellassegno di separazione o di divorzio. Perci, tenendo conto delle nuove norme sullaffidamento condiviso, la casa familiare attribuita tenendo conto prioritariamente dellinteresse dei figli. Ma cosa significa interesse dei figli? La formula normalmente utilizzata che lassegnazione della casa familiare risponde allesigenza di garantire linteresse dei figli alla conservazione dellambiente domestico, inteso come centro degli affetti, degli interessi e delle abitudini in cui si esprime e si articola la vita familiare, al fine di evitare loro lulteriore trauma di un allontanamento dal luogo ove si svolgeva la loro esistenza e di assicurare una certezza e una prospettiva di stabilit in un momento di precario equilibrio familiare. Se questa la teoria, poich nella pratica anche in presenza dellaffidamento condiviso i figli abitano prevalentemente con uno dei genitori, a questultimo che la casa viene normalmente assegnata. Sotto questo profilo conclude Dossetti -, la situazione non si differenzia in modo significativo dal sistema precedente, che era imperniato sullaffidamento esclusivo. Ma sempre vero che i figli hanno interesse a rimanere nella casa coniugale?, domanda Maglietta. Secondo il quale la risposta non necessariamente s. Bisogna vedere nel caso concreto, ci sono situazioni per cui invece linteresse dei figli sarebbe di lasciare quella casa. Anche Maria Dossetti concorda che forse non sempre i figli hanno interesse a rimanere nella casa coniugale. Se sono molto piccoli il cambiamento di ambiente non crea loro problemi, mentre, di contro, lassegnazione al coniuge non proprietario crea un vincolo sul bene a lungo termine, che rischia di far aumentare la conflittualit; se sono grandi, potrebbe essere per loro un bene allontanarsi dalla casa dove hanno vissuto la crisi tra i loro genitori; se poi sono maggiorenni, viene scaricato sulle loro spalle il peso della decisione, perch dalla loro scelta di vivere con luno o con laltro che dipende lassegnazione della casa. 5) La Giustizia in realt una inGiustizia? In molti casi s. Per una separazione consensuale occorrono poco pi di 150 giorni in media (287 per il divorzio), per una separazione giudiziale ne occorrono 909 (516 il divorzio). Meno di sei mesi contro 2 anni e mezzo. Una notevole differenza anche in costi di avvocati che pure per i casi pi semplici espongono cifre impegnative per persone che hanno guadagni normali. Questo spiega quello che, invece, pu sembrare un boom di buonsenso. Dice, infatti, Dossetti che il numero largamente prevalente dei procedimenti consensuali rispetto a quelli giudiziali spesso non dovuto a una conflittualit bassa o inesistente ma, al contrario, alla prevaricazione del coniuge pi forte sul pi debole, che si trova a dover accettare condizioni non eque, perch non in grado di affrontare la maggiore spesa per

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lavvocato o di attendere un tempo molto lungo per la definizione dei suoi diritti patrimoniali. Lo sottolinea anchelIstat nelle sue rilevazioni. Il tipo di procedimento condizionato da vari fattori, tra cui molto rilevanti sono la durata della causa e i costi da sostenere. La procedura che porta alla separazione consensuale o al divorzio congiunto pi semplice, meno costosa e si conclude in minore tempo. Per questa ragione, non sempre una causa di separazione o divorzio termina con lo stesso rito con cui iniziata. Nel 2009 il 13,4% delle separazioni e il 14,7% dei divorzi si sono chiusi con un rito diverso da quello di apertura. Tra i cambiamenti di rito pi frequente il passaggio dal giudiziale al consensuale e non viceversa. Un altro dato interessante che con gli anni il ricorso agli avvocati cresciuto e nei divorzi punta a raggiungere quota 100%. Se nel 2000 al momento della separazione si faceva assistere da un legale il 69% delle mogli e il 75,2% dei mariti (78,5% delle mogli e 78,2% dei mariti in occasione del divorzio), nel 2007 ha chiesto lappoggio di un avvocato l88,5% delle mogli e l84,7% dei mariti (rispettivamente, 93,5% e 92,2% in caso di divorzio). I buoni genitori sono forse la maggioranza - dice Marino Maglietta - ma purtroppo il sistema legale favorisce i padri assenti e le madri prepotenti. Ma, allora, qual la strada? Per quale motivo il vostro matrimonio o di persone che vi sono vicine si concluso? Perch avete (o hanno) scelto la strada consensuale o quella giudiziale? Chi vi ha aiutato o ostacolato? E un problema di regole o un problema di cultura?

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