PENNELLATE DI MEMORIA
Scrivo non per velleità di scrittore ma per richiamare alla memoria persone care, fatti,
situazioni.
Scrivo per me. Quello che mi torna alla mente non ha un ordine cronologico preciso, ma
sono pennellate di memoria, e sarà difficile comprendere quello che ho scritto perché i miei
ricordi si presentano come un ammasso caotico. Molti ricordi sono legati ai racconti dei miei
familiari e non esperienza diretta.
22 settembre 1939.
Eccomi, sono nato!. Sono Claudio. Sapendo in anticipo a che cosa sarei andato incontro mi
sarei rifiutato di venire al mondo. Ormai c’ero non si poteva tornare indietro, bisognava
proseguire il cammino.
Nasco in Via del Leone, allora popolare Rione di Roma Trevi-Campomarzio, il rione che
era di Ciceruacchio famoso agitatore di popolo.
La mia infanzia la passo, a causa della guerra , in un paesino a nord di Roma, paese di
residenza dei miei nonni materni, Torrita Tiberina, diventata poi celebre per ospitare nel suo
cimitero la tomba di Aldo Moro.
Cimitero che poi in adolescenza era diventato meta dei nostri macabri giochi notturni.
Il gioco consisteva, per dimostrare il proprio coraggio, di andare da soli a toccare il
cancello, sopra cui era scritto "nemini parco" (non risparmio nessuno).
Dunque mio padre era partito per il fronte Greco-albanese.
Mia madre Eva ed io ci trasferimmo nell'abitazione dei nonni. Una casa al centro del
piccolo paese.
La casa confinava col cosiddetto campo sportivo, un'area sterrata dove c’era un
insediamento dell'esercito tedesco in ritirata.
Soldati dalla crudeltà senza pari. Ricordo il giorno che chiamarono il geometra che abitava
in un palazzo di fronte all'abitazione dei nonni, e non ricevendo risposta lasciarono partire una
raffica di mitra verso la finestra.
Altro spaventoso ricordo fu quando un partigiano sparò ad un soldato che era di guardia al
ponte che univa la Tiberina alla Salaria.
Avendolo mancato, dopo qualche minuto arrivò una camionetta con un Ufficiciale
tedesco che voleva distruggere il paese, solo l'intervento del podesta, gerarca fascista
onorevole Edmondo del Bufalo, che in età adulta diventò il mio datore di lavoro,
scongiurò la catastrofe.
1
Da bambino conducevo una esistenza da eremita, a contatto solo con l'unico amico molto
più grande di me, Mario Toschi, che mi voleva molto bene e che mi costruiva giocattoli col
materiale a disposizione, come rocchetti di refe vuoti, pezzetti di legno. Ci divideva una parete
in comunione, che lasciava sentire tutto quello che succedeva dall'altra parte. La madre,Italia,
russava molto forte e sentivo il padre che cominciava ... " Italia, in sordina, Italia ,aumentando
il volume, Italia urlando, per la madonna mi lasci dormire.
Dopo la guerra purtroppo non l'ho più rivisto.
I MIEI NONNI
Angelica e Ulisse.
Nonna Angelica, nomen omen, era una donna di rara bontà e grande tolleranza.
Ottima cuoca, faceva un pane , ‘buono come il pane’, che mangiavamo,appena sfornato
condito con solo olio.
Panificava una volta alla settimana, in quell’occasione dormiva poco perché chi gestiva il
forno pubblico passava durante la notte a dare ordini..... Ange' ammassa .....Ange' appana, poi
finalmente annunciava che il forno era pronto. Nonna partiva con una lunga tavola carica di
filoni e due ‘soli’ con pizza bianca olio e rosmarino e l'altro con pomodoro a pezzi , che
servivano per la colazione. Quella che rimaneva se la portavano in campagna per mangiarla
durante il lavoro. Tornavano a casa portandosi dietro l'asina 'Rondinella'.
Dopo mangiato riposavano, poi nonno il tardo pomeriggio riportava l’asina nella stalla ai
‘boschetti’ governava galline, maiale e l’asina, poi tornava a casa per la cena.
Nonno Ulisse, nome importante per un contadino, era un ometto alto forse un metro e
sessantacinque dal fisico segaligno , infaticabile lavoratore. Aveva un terreno di proprietà in
località ‘Boschetti’ in cui coltivava olivi, che davano un ottimo olio, vigna, e allevamento di
animali. Aveva poi un’altro terreno dato in concessione dall’Università agraria in località
‘Cese’ ed infine, sempre dell’Università agraria un terreno nella piana del tevere dove
coltivava grano.
A proposito di nomi di origine greca mi ricordo il fabbro che si chiamava Aristotele,il
padre di un mio amico si chiamava Telemaco, poi c’era Nestore ,uno zio Telesforo, una certa
Euliana , e Cleonice che gestiva un piccolo negozio di alimentari in località Santa
Maria ,Spartaco padre di un mio amichetto Menenio, Achille e Damiano che non ricordo cosa
facessero.
I nonni paterni si chiamavano Rosa ed Antonio, nonno Antonio morì quando mio padre
Otello aveva sei anni.
La morte del nonno Antonio era la conseguenza dell’indigenza, avendo moglie e nove figli
a carico mangiava poco e per sopportare i morsi della fame fumava il sigaro, morì, si suppone
con un cancro allo stomaco.
LA FAMIGLIA DI NONNO ULISSE
2
La primogenita , Antonia, aveva un fisico sgraziato, con grosse gambe, eredità di nonna
Angelica ; la secondogenita la più bella era la mamma, Eva, poi c’era Orietta detta cicorietta.
La mamma Eva per non gravare sulle spalle del padre, lavorava come orlatrice in una
fabbrica di calzature.
Eravamo in piena guerra, purtroppo il paese era sulla linea di ritirata delle truppe
germaniche.
I bombardamenti erano intensi in quanto gli americani avevano come obiettivo la
distruzione del ponte che univa la Tiberina alla Salaria, per impedire la fuga ai tedeschi.
Siccome il ponte era a pochi chilometri dal paese molte case erano centrate dalle bombe, mi
raccontarono che una bomba aveva fatto a pezzi un’intera famiglia.
Per fuggire dal paese, eravamo sulla strada che conduceva al terreno di mio nonno, quando
comiciarono i bombardieri americani a sorvolare la zona.
Sembra una scena da film, ma è successo davvero, mia madre mi mise dentro un fossatello e
mi copri col proprio corpo.
Avevo uno zio, Angelo, un vero mattacchione, era mastro di musica e organista nella
parrocchia di San Tommaso.
Un giorno, le truppe tedesche erano fuggite, mi diede da bere del vino, piccolo com’ero mi
ubriacai all’istante e cominciai a ruzzolare nel campo prima occupato dai crucchi. Mia madre e
le mie zie si spaventarono e mi fecero vomitare, ma solo il giorno dopo mi ripresi.
Zio mattacchione ma pure irresponabile, comunque simpatico. Mi chiamava bobbe (Bob)
perché fino a quando non mi sono fidanzato (Renata pretese che mi chiamassero col nome di
battesimo) in casa mi chiamavano Roberto. Il motivo era perché il mio padrino, fanatico di
Robert Taylor chiese che mi chiamassero con tale nome.
Finalmente gli americani arrivarono, fu una gran festa, vennero accolti con una infiorata e
loro lanciavano dalle autoblindo cioccolate, sigarette, calze di naylon.
L’incubo stava per finire, s’avvicinava l’8 settembre del 1943.
Si avvicinava anche il momento del rientro di mio padre, che dopo lo sbandamento delle
truppe italiane, partì con mezzi di fortuna dall’Albania per tornare da noi.
Faccio un po’ di confusione con gli avvenimenti, non ricordo bene se prima arrivò a casa
mio padre e dopo gli americani. Sicuramente arrivo prima mio padre perché 11 giugno del
1945 nacque mia sorella Carla.
Mio padre apparteneva al corpo dell’artiglieria di montagna, ‘mezzi alpini’, perché sul
cappello avevano mezza penna nera. Mi portava su una collinetta a vedere i cannoneggiamenti,
per lui l’odio verso i tedeschi non era ancora spento. Antifascista acceso, con la sua camicia
nera, che dovette possedere suo malgrado, mia madre mi confezionò il grembiulino per andare
a scuola. Tornato dalla guerra dovette cercare di rimettere in piedi la sua botteguccia di
3
falegnameria, non c’era molto lavoro, la gente non aveva molte risorse economiche quindi
l’unica cosa che faceva erano casse da morto.
L’astio nei confronti dei fascisti era ben motivato, dovendo tornare in Italia passando per il
nord il suo incubo era di incontrare le camicie nere che lo avrebbero costretto a militare nel
ricostituito esercito della Repubblica Sociale Italiana.
Per un po’ di tempo dopo la nascita di mia sorella Carla (poi tornerò sull’argomento per
raccontare il perché del suo nome), si presento la necessità di tornare a Roma. Il lavoro di mio
padre a Torrita non era sufficiente per mantenere la famiglia.
Fatto ritorno a Roma e da questo momento i miei ricordi sono vividi. Vivevamo in un
appartamento in subaffitto con la famiglia di mio zio Fausto (all’anagrafe Angelo)
A questo proposito devo parlare del malvezzo della famiglia Lazzari che era quello di
cambiare in nomi anagrafici. Come già detto Angelo era chiamato Fausto , Otello mio padre
era chiamato Adriano, e i fratelli e le sorelle di papà senza dilungarmi sull’argomento
subivano tutti lo stesso trattamento.
L’appartamento in questione era posto al piano attico, con un terrazzo accessibile dalla
camera da letto di mio zio Fausto e la zia Francesca. Sul terrazzo c’era una gabbia che ospitava
le galline che la notte scorrazzavano per liberarci dagli scarafaggi che infestavano la sala dove
si mangiava.
Anche la mia famiglia aveva una camera da letto, io dormivo in un lettino con un materasso
fatto di ruvido crine, che diventò di lana quando le condizioni economiche migliorarono. La
notte quando pioveva mia madre era costretta a mettere sul mio lettino un ombrello perché non
affogassi.
In pratica l’appartamento era costituto dalle due camere da letto, da un salottino attraverso i
quale si accedeva alla nostra camera, un ambiente grande dove si pranzava e cenava, ed un
cesso. Niente riscaldamento, il bagnetto si faceva in una tinozza e ci si lavava il viso dentro un
bacile sostenuto da un trespolo.
L’unica cosa che non ci faceva soffrire il freddo in inverno era una pesante maglia di lana
‘mortaccina’.
Tornai a visitare la mia Roma ‘sparita’, quando ormai non vi dimoravo più. La delusione fu
grande, il portone n 15 dove c’era la mia casa, non esisteva più, al suo posto c’era la rampa di un
garage, il materassaio dove lavorava una magnifica ragazza (ne parlerò in seguito) non c’era più,
non c’era più la libreria in piazza Fontanella di Borghese che esponeva un grosso volume con la
prima pagina della domenica del corriere, non c’era più il bar Marangoni a via Campo Marzio,
non c’era più niente. La delusione fu grande. Ero vissuto in una Roma dove circolavano poche
automobili , dove a Piazza del Popolo accosciandosi non si vedevano i sampietrini ma un prato
verde. Tutta questa mia Roma non c’era più.
Torniamo alla casa che abitavamo, nella sala dove mangiavamo c’era un tavolo quadrato
probabilmente opera di mio padre, addossato alla parete c’era il seggiolone a due piazze dove
sedevano i capifamiglia, davanti a mio padre c’ero io, al suo fianco c’era mamma e vicino a me
4
c’era mia sorella Carla, dall’altro lato mia zia Francesca mio cugino Antonio e mia cugina
Anna.
All’ora di cena che c’erano tutti e due i capi famiglia seduti a tavola cominciava il loro
concerto di scoregge. Ed è per questo che ho avuto sempre in odio questo comportamento.