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Relazione Laboratorio Didattico Con Rocco Lentini

Il documento descrive la storia della dittatura fascista in Italia e dell'alleanza con la Germania nazista, evidenziando le Leggi Razziali e la Resistenza Italiana contro il nazifascismo. Viene commemorato il 25 aprile come anniversario della Liberazione d'Italia, con testimonianze di partigiani come Carlo Manente e Anita Malavasi, che raccontano le loro esperienze durante la guerra. Infine, si discute del ruolo della Calabria nella Liberazione, con dettagli sugli sbarchi anglo-americani e le operazioni militari che hanno portato alla fine del regime fascista.
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Relazione Laboratorio Didattico Con Rocco Lentini

Il documento descrive la storia della dittatura fascista in Italia e dell'alleanza con la Germania nazista, evidenziando le Leggi Razziali e la Resistenza Italiana contro il nazifascismo. Viene commemorato il 25 aprile come anniversario della Liberazione d'Italia, con testimonianze di partigiani come Carlo Manente e Anita Malavasi, che raccontano le loro esperienze durante la guerra. Infine, si discute del ruolo della Calabria nella Liberazione, con dettagli sugli sbarchi anglo-americani e le operazioni militari che hanno portato alla fine del regime fascista.
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RELAZIONE

Nel corso della storia, l’Italia visse la dittatura fascista, ideata e comandata da Benito Mussolini.
Nel frattempo, anche la Germania si trovava sotto il controllo di un dittatore nazista: Adolf
Hitler. Subito prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia e la Germania si
allearono e si scoprirono le analogie tra i due regimi totalitari. Entrambi si basavano sull’idea
che la comunità nazionale debba essere monolitica e compatta ed erano soliti risolvere le
tensioni sociali sfogandosi su altri popoli. In particolare, i tedeschi erano razzisti soprattutto nei
confronti del popolo ebraico e, essendo alleati, anche in Italia vennero varate le Leggi Razziali,
con le quali gli ebrei iniziarono ad essere esclusi dalla vita sociale, privati dei diritti umani e
sterminati in campi di concentramento. Per liberarsi dalla dittatura fascista e dall’occupazione
nazista, il 25 aprile 1945 a Milano il popolo si ribellò e venne proclamato uno sciopero
generale. La città, quindi, insorse e Sandro Pertini, un partigiano italiano successivamente
diventato presidente della Repubblica, fece un importante annuncio radiofonico pronunciando
le seguenti parole:
“Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista,
per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e
Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire.”
Ricorre ogni 25 aprile, quindi, l’anniversario della Liberazione d’Italia, riconosciuta come festa
nazionale.
La guida politica e militare durante la ribellione avvenuta a Milano è stata la Resistenza
Italiana/Partigiana, il più vasto movimento di opposizione al nazifascismo composto da
persone, sia uomini che donne, diverse sotto molti punti di vista, ma accomunate tutte dal
medesimo obiettivo: liberare il paese sia dal nemico straniero che da quello interno. Un
elemento caratteristico di un partigiano è il suo nome di battaglia, utilizzato per evitare di
svelare i veri nomi dei compagni nel caso in cui si fosse trovato sotto tortura.
Al termine della guerra i partigiani hanno fondato l’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani
Italiani), composta inizialmente esclusivamente dai partigiani che effettivamente combatterono
nella Resistenza. Col passare del tempo, però, questi partigiani morivano e l’associazione è
stata ampliata ed aperta a chiunque condividi i loro valori, quali la libertà, la pace, la
democrazia, l’uguaglianza e la solidarietà. La sera del 18 aprile 2021, l’ANPI voleva mandare in
onda, durante la trasmissione “Che tempo che fa” di Fabio Fazio, un video nel quale ha
raccolto le testimonianze dei italiani partigiani sopravvissuti. A causa di un massiccio attacco di
hacker, però, ciò non è stato possibile. Considerato il fatto che il fascismo serpeggia ancora
oggi, non è difficile capire chi sono stati i responsabili dell’hackeraggio. Oltre che in un video,
l’ANPI ha raccolto le testimonianze dei partigiani italiani sopravvissuti anche in un libro intitolato
“Io sono l’ultimo”. Fra le tante, c’è anche quella di Carlo Manente, nato a Catanzaro il 5 aprile
1924 e in vita ancora oggi all’età di 97 anni. Il suo incontro con la Resistenza ebbe inizio
quando andò a Macerata per una gara sportiva: dopo essersi trasferito lì con la sua famiglia, il
suo nuovo vicino di casa, Peppe Giorni, lo introdusse all’impegno concreto nella lotta
antifascista. Inizialmente svolgeva piccoli compiti, ma successivamente venne chiamato alle
armi, accettò e il parroco della chiesa locale gli diede la parola d’ordine necessaria per potersi
presentare ai partigiani della Brigata Garibaldi, a capo della quale c’era il comandante Achille
Barilatti. Carlo manente ed i suoi 31 compagni, però, vennero catturati dai tedeschi, i quali li
portarono in montagna per ucciderne 5 alla volta. Lui si ritrovò nell’ultimo gruppo e, quando
arrivò il suo turno, il colonnello tedesco, vedendo tutti quei cadaveri per terra che intralciavano
il passaggio, decise di rinviare l’esecuzione e gli ordinò di gettare i cadaveri dei suoi compagni
in una scarpata.
Un’altra testimonianza raccolta in questo libro è quella della partigiana Anita Malavasi, nata il
21 maggio 1921 e avente “Laila” come nome di battaglia. Diventata partigiana dopo l’8
settembre 1943, anche lei apparteneva alla Brigata Garibaldi. Inizialmente si dedicava a
trasportare le munizioni, le stampe e il vettovagliamento, successivamente le venne insegnato
come usare e custodire le armi. Nonostante la severa educazione ricevuta, anche nel modo di
vestire, in alcune occasioni sfruttava la sua bellezza. Racconta, a tale proposito, di ciò che
faceva quando passava al posto di blocco in bicicletta e con le armi addosso: indossava la
gonna stretta e fingeva di abbassarla ed i tedeschi, attratti da quella visione che li distraeva dal
loro compito di controllo, fischiavano e la lasciavano passare. Durante i combattimenti fu
costretta, nonostante fosse donna e quindi nata ed educata per dare la vita, ad accettare le
regole della guerra e sporcarsi le mani di sangue. Assistette, inoltre, a delle torture orrende.
Cita, a tale proposito, una ragazza della sua stessa formazione di nome Francesca la quale,
nonostante fosse incinta, riuscì a scappare dalla prigione passando tra le sbarre della finestra
del bagno e camminò scalza nella neve per dieci chilometri per raggiungere le sue compagne.
Quando il bambino nacque, potè allattarlo solo con un seno perchè il capezzolo dell’altro le era
stato strappato a morsi da un fascista. Dice, inoltre, che in un mondo maschilista, solo tra i
partigiani le donne avevano diritti e venivano considerate compagne di battaglia. Proprio per
questo motivo, quando la Costituzione ha garantito i diritti paritari non ha fatto un regalo, ma
sono stati una conquista e un riconoscimento per tutto quello che le donne avevano fatto per
liberare il Paese. Secondo Anita, difendere la Costituzione vuol dire difendere anche la
possibilità di garantire ai figli delle donne un futuro di libertà e democrazia. Racconta, inoltre,
che lei ed i suoi compagni dormivano insieme ovunque, ma coloro che non mancavano di
rispetto venivano puniti. L’amore era, quindi, insignificante e a tal proposito Anita parla prima
del suo fidanzato che aveva lasciato perchè le aveva detto che fare la partigiana l’avrebbe resa
indegna di crescere i suoi figli, poi di Trolli Giambattista (nome di battaglia “Fifa”), un ragazzo di
cui si era innamorata e con cui si sarebbe sposata se non l’avessero ucciso. Era morto nella
battaglia di Monte Caio nel 1944 all’età di 23 anni e lei lo venne a sapere solo sei mesi dopo,
con l’arrivo della primavera che aveva sciolto la neve e aveva permesso di ritrovare il
cadavere. Sepolto al cimitero di San Bartolomeo, Anita gli porta ancora i fiori, consapevole di
quanto lui sia stato importante per lei e ricordando il loro primo e ultimo bacio.
Un altro partigiano, del quale però l’ANPI non ha raccolto la testimonianza e il quale è
scomparso nel 2019, è Mario Sirianni, conosciuto con il nome di battaglia “Kent”. Il 23 aprile
2016, in vista della Festa della Liberazione, è stato invitato ad esporre la sua testimonianza
presso l’Istituto Comprensivo Gianni Rodari a Soveria Mannelli. In essa, raccomanda ai
professori di dire ai ragazzi di stare dalla parte di coloro che rispettano la legge, cosa che lui fa
e ha fatto fare agli altri nel corso della sua esperienza come partigiano. Dice, inoltre, che anche
e soprattutto il giorno dell’anniversario gli capita di pensare ai suoi compagni, al tempo
trascorso con loro e a quanto sia terribile il fatto di averli persi tutti, in quanto tutti sono stati
fucilati dai tedeschi. Definendoli “bestie” e “criminali”; racconta di come quest’ultimi fossero
assetati di sangue, tanto da non trarre soddisfazione dell’uccisione di uno ma bisognosi di
ucciderne altri.
Cito, infine, Vito Doria, un comandante delle brigate partigiane nato nel 1906 a San Vito sullo
Ionio, un paese in provincia di Catanzaro. Ha combattuto in Spagna, Francia e nella
Liberazione d’Italia dal nazifascimo, il suo nome di battaglia era “Carlo” ed è morto nel 1993.
L’ANPI, il 15 aprile 2019, si è recata nel suo paese d’origine per mettere una targa
commemorativa in suo onore. Rocco Lentini, giornalista, storico e presidente dell’Istituto “Ugo
Arcuri” di Cittanova (RC) per la Storia Contemporanea e dell’Antifascismo in Calabria e Nuccia
Guerrisi, la direttrice dello stesso istituto di cui Rocco Lentini è presidente, scrissero un libro
che parla della sua vita intitolato “La mia vita nell'armée des hombres: autobiografia di un
protagonista e testimone della guerra di Spagna e della Resistenza in Francia e Italia”.
LABORATORIO DIDATTICO CON IL PROFESSORE ROCCO LENTINI
In vista dell’anniversario della Liberazione d’Italia, la professoressa Ausilia Siciliano ha
organizzato un laboratorio didattico a cui hanno partecipato le classi del biennio dell’Istituto
Tecnico Guarasci-Calabretta (compresa la mia), alcuni docenti e Rocco Lentini, di cui ho
parlato precedentemente. Durante l’incontro via meet, egli ha condiviso le sue conoscenze,
dovute ad anni di ricerche e studi, sul ruolo della Calabria durante la Liberazione. Innanzitutto,
Rocco Lentini ha fatto una distinzione fra le regioni meridionali ed il resto del Paese, in
riferimento all’inizio della Guerra di Liberazione: ha detto, infatti, che per quanto riguarda le
prime, soprattutto la Sicilia, la Calabria ma anche le Puglie, la Guerra di Liberazione è
cominciata “in anticipo”. La Seconda Guerra Mondiale, infatti, ebbe la sua svolta quando,
durante la conferenza di Casablanca, venne presa la decisione di fare un’invasione per liberare
l’Italia dal nazifascismo e aderirono all’impresa gli anglo americani, quindi l'Inghilterra, il
Canada e gli Stati Uniti. Il loro intervento è dovuto al loro desiderio di eliminare l’ingombrante
presenza del fascismo e del nazismo nelle colonie africane e in Europa. Gli Stati Uniti, in
particolare, a causa della sua vicinanza con la Russia, consideravano l’Europa il punto
strategico nelle dinamiche nazionali ed erano, quindi, molto motivati nell’intento. Il primo sbarco
degli anglo americani avvenne il 20 luglio 1943 in Sicilia e fu una carneficina: in un primo
momento, infatti, si riteneva che gli alleati sarebbero sbarcati a Genova ed avrebbero
combattuto contro i tedeschi sulla Pianura Padana e, quindi, le regioni meridionali furono colte
impreparate. In effetti, il luogo in cui gli anglo americani avrebbero dovuto combattere contro i
tedeschi era davvero la Pianura Padana, ma, considerate le vaste dimensioni dell’area e la
possibilità di vedere anche a lunghe distanze, gli alleati decisero di cambiare luogo di sbarco. Il
territorio siciliano e quello continentale, in particolare la provincia di Reggio Calabria dove
ritenevano di dover sbarcare, per gli alleati non era qualcosa di sconosciuto in quanto, per
prepararsi allo sbarco, già nel 1939 avevano fatto incursioni e studi approfonditi grazie alle
mappe molto dettagliate di cui disponevano. Inoltre, mandarono anche delle avanguardie, cioè
delle piccole imbarcazioni in grado di contenere solamente due o tre persone. Il loro compito
era quello di andare in Calabria, studiare il territorio e raggruppare gli antifascisti lì presenti,
avviando la cosiddetta operazione “Armi ai Partigiani”. Questa operazione prevedeva lo sbarco
di ingenti quantità di armi che dovevano servire per ribellarsi contro l’esercito tedesco.
Dopo aver impiegato circa un mese per conquistare la Sicilia, gli anglo americani prepararono
lo sbarco attestando tutte le truppe tra le Santa Maria Teresa Riva e Mili Marina, due città in
provincia di Messina.
In un primo momento, gli alleati erano intenzionati a sbarcare su due località: Bagnara e Pizzo.
Nonostante alcuni approdarono a Bagnara, la maggior parte arrivò sulla costa di Reggio
Calabria. Dal 1939 al 1943 il territorio calabrese, in particolare Reggio Calabria, fu oggetto di
bombardamenti talmente intensi da aver causato numerose vittime: 70 a Gioia Tauro, 149 a
Cittanova e ben 500 a Reggio Calabria. Gli anglo americani decisero di bombardare il territorio
per poter allontanare gli eserciti nemici, colpire ferrovie, strade, ponti, in modo tale da creare
una possibilità di sbarco e subire meno perdite possibili. Prima che gli alleati sbarcassero, si
tentò di creare dei gruppi di opposizione. A tal proposito, ci furono degli aerei che lanciarono
dei volantini, i quali invitavano la popolazione ad unirsi agli anglo americani contro i tedeschi
nazisti e gli italiani fascisti. La notte del 3 settembre 1943 gli alleati sbarcarono a Reggio
Calabria e lo sbarco avvenne sotto un intenso bombardamento. In un primo momento gli anglo
americani avevano pensato di sbarcare a Gioia Tauro e avevano organizzato due operazioni:
l’operazione Stainless e l’operazione Baytown, la quale prevedeva lo sbarco sulle città situate
sulla baia. Subito dopo lo sbarco decisero di fare un accerchiamento di una divisione costiera
che aveva giurisdizione da Falerna fino a Guardavalle, era attestata su Cittanova ed era
guidata dal generale Felice Gornella. Per riuscire nel tentativo, gli alleati intrapresero due
percorsi. Il primo ha avuto luogo sulla dorsale aspromontana, il secondo prevedeva
l’accerchiamento con altri due gruppi: uno che camminava lungo la strada tirrenica e un altro
che percorreva la strada ionica.
Lo stesso giorno venne firmato l’armistizio e, quando cinque giorni dopo venne reso pubblico,
l’esercito italiano e quello tedesco diventarono improvvisamente nemici. Entrambi vivevano
sullo stesso territorio e, quindi, cominciarono i problemi: i soldati italiani vennero sequestrati e
si scontrarono con quelli tedeschi, quest’ultimi avviarono dei rastrellamenti, come ad esempio
quello avvenuto a Melito Porto Salvo il 27,28 e 29 agosto del 1943. Durante questo
rastrellamento i tedeschi hanno preso una sedicenne di nome Filomena Carlino,l’hanno portata
nel campo di concentramento di Dachau e, essendo stata vittima di una serie di angherie e
sperimentazioni, è morta dopo poco più di un anno.
Lungo questo percorso gli oppositori hanno cercato di frenare la ritirata dei tedeschi in modo
tale che gli alleati, avanzando, li avrebbero catturati. Avvengono delle fucilazioni, come ad
esempio quella avvenuta a Taurianova, nella quale un uomo è stato fucilato per aver tagliato i
cavi del telegrafo dei tedeschi nel tentativo di bloccarne le comunicazioni. I tedeschi in ritirata,
nonostante la popolazione avesse alzato sul campanile una bandiera bianca, fecero una strage
a Rizziconi, avviando un bombardamento che causò 17 vittime.
Congiunte le direttrici di marcia sulle montagne della Limina, si passò poi verso la Sila
catanzarese. Dopo aver fallito nel tentativo di bloccare gli alleati nella provincia di Reggio
Calabria, i tedeschi si attestarono sull'istmo dell’asse Marcellinara-Guardavalle, ritenendo che
quello fosse il luogo idoneo dove schierarsi per riuscire nell’intento. Anche stavolta, però, il
tentativo fallì, in quanto gli alleati adottarono una strategia che li portò ad abbandonare il centro
ed a camminare lungo le litoranee marine, lungo le quali erano più coperti e la possibilità di
scontrarsi con qualcuno era minore. Nel frattempo i bombardamenti proseguivano, la risalita
dei tedeschi tramutò in una sorta di ritirata e gli alleati continuavano ad avanzare, ma non si
verificarono grandi scontri tra le due truppe. Gli angloamericani si imbatterono nei tedeschi solo
in due occasioni: il primo scontro avvenne quando, passando sull’Aspromonte, casualmente
trovarono dei soldati italiani appartenenti ad una divisione dell’esercito mentre stavano
dormendo e, approfittando della situazione, li uccisero; il secondo avvenne a Pizzo quando un
gruppo di alleati lì sbarcati si imbatterono con i tedeschi già presenti.
Il territorio della Calabria fu completamente libero dalla presenza tedesca in poco più di 3
settimane, nell’arco di tempo che va dal 3 al 22 settembre 1943. Da allora la sua gestione,
l’amministrazione dei comuni e delle prefetture e la nomina dei prefetti, delle autorità e dei
commissari prefettizi comunali, divennero compiti spettanti agli alleati. Ciò avvenne solo in un
primo momento e per poco, perchè questi incarichi passarono poi ai commissari prefettizi, per
la maggior parte antifascisti e in molti casi ex deputati dell’Italia prefascista. Gli alleati diedero
la libertà di stampa e vennero ricostituiti i sindacati ed i movimenti politici. In questo frangente,
la provincia di Catanzaro, all’epoca provincia unica con Vibo Valentia e Crotone, provò a
sobillare la popolazione in funzione di difesa degli interessi dell’Italia.
Questo passaggio del fronte di guerra determinò morte, disperazione, fame e miseria e
avvennero anche degli intensi bombardamenti, concentrati soprattutto nei territori della
provincia di Reggio Calabria, i quali vennero completamente rasi al suolo e spinsero la
popolazione a trasferirsi altrove. La meta favorita era la provincia catanzarese, in quanto
vittima di un minor numero di bombardamenti. La prefettura e la Banca d’Italia di Reggio
Calabria furono dislocate rispettivamente nei piccoli paesi di Cinquefrondi e Parapodio. Mentre
le città erano continuamento oggetto di bombardamenti, infatti, i paesini ne erano quasi
estranei e, quindi, gli abitanti erano messa a riparo.
Man mano che l’esercito nemico risaliva, le linee della Resistenza si infittirono. Dopo l’8
settembre, nel nord d’Italia si organizzò una Resistenza ben strutturata ed anche il Comitato di
Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI), cioè il corpo dei volontari della Libertà composto da
associazioni partigiane che promuovevano l’opposizione al nazismo per liberare il Paese dal
regime fascista e dall'occupazione nazista. In questo modo, molti soldati tedeschi si trovarono
sbandati sul territorio su cui si trovavano e, mentre prima i nazifascisti compivano numerose
stragi, causavano grandi numeri di morti e si assisteva soltanto a timide opposizioni, a quel
punto c’era un esercito fortemente determinato a combattere la Guerra di Liberazione.
La resistenza ha avuto un ruolo importantissimo non solo per aver spinto gli italiani a lottare
contro il nazifascismo, ma anche perché ha permesso loro di essere cittadini liberi e
democratici, di avviare la fase costituente e di avere la Costituzione.
La Guerra di Liberazione finisce in tragedia, con i paesi e l’economia distrutti, centinaia di
migliaia di morti e l'insurrezione delle grandi città, tra cui anche quella di Milano datata al 25
aprile 1945, nella quale il cardinale Schuster ha dettato ai tedeschi le condizioni della resa.
Dopo l’8 settembre avvenne una diserzione totale dell’esercito italiano che non voleva più
combattere la guerra e Mussolini venne arrestato e poi ucciso.
Dopo la Liberazione del Sud si costituì una fase cosiddetta “del Regno del Sud”: i partiti dei
paesi liberi si riunirono a Bari, nel tentativo di riprendere in mano la situazione politica e
ricostituire le diverse fazioni. A tale scopo, uno dei partecipanti, il calabrese Antonio Armino,
propose di eleggere l’assemblea costituente. Ciò avvenne con la consulta: i partiti che hanno
guidato la Guerra di Liberazione e le Associazioni professionali, Associazioni categoria,
Associazioni di agricoltori, Associazioni insegnanti ecc. nominano i consultori, i quali
costituivano una specie di parlamento ristretto. Si arrivò ad un punto in cui il numero dei
partigiani consultori venne radicalmente diminuito: su un totale di 600 consultori, solo 15 erano
partigiani. Quest’ultimi, infatti, vennero assegnati all’Associazione Partigiani e tentarono di
ribellarsi, ma fu una ribellione di piccole dimensioni e con scarsi risultati: i partigiani, infatti,
riuscirono soltanto ad aumentare il numero da 15 a 23. Chiusa questa parentesi, la consulta
indisse il Referendum che invitò il popolo italiano a scegliere tra la monarchia e la repubblica.
Prima delle votazioni, però, nell’aprile del 1949 si tennero le elezioni amministrative, alle quali
votarono per la prima volta le donne.
La battaglia fra monarchia e repubblica fu aspra e approfittarono della situazione i monarchici,
cioè quelle persone che avrebbero voluto un ritorno ed una permanenza del re al comando del
Paese. In Calabria la monarchia stracciò la repubblica, la quale fu scelta solo in pochissimi
comuni. Nella provincia di Reggio Calabria, ad esempio, su 95 comuni totali solo 5 hanno
votato per la Repubblica.
Quando dopo il Referendum al re venne concessa la scelta di fuggire, a Catanzaro si verificò
una rivolta mossa da Falcone Lucifero, appartenente ad una delle più influenti famiglie
calabresi che erano state legate al fascismo. La rivolta, quindi, avvenne per recuperare non
solo il re, ma anche il movimento politico fondato da Mussolini.
Finita la fase di scelta tra monarchia e repubblica, alle elezioni per l’assemblea costituente
parteciparono tutti i partiti, compreso quello monarchico. I Lucifero, i Pintieri ed altre rilevanti
famiglie fasciste calabresi, si coalizzarono e portarono all’interno dell’assemblea costituente tre
della loro famiglia: due Pintieri e Roberto Lucifero. Quest’ultimo, quando il re era in procinto di
partire, lanciò un proclama dicendo: “Fermatevi, non partite! Maestà, non partite! Datemi
l’opportunità di creare un esercito che vi riporterà sul trono!”
Naturalmente, l’assemblea costituente non era composta solo da calabresi monarchici o
fascisti, ma anche da grandissime personalità che hanno dato lustro alla Calabria. Tra questi,
Rocco Lentini cita Molé, il quale si batté strenuamente per fare in modo che nell’articolo 1 della
Costituzione ci fosse scritto: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sulla libertà”,
piuttosto che “sul lavoro”. Inoltre, Molé face anche altre due battaglie fondamentali: la prima
aveva lo scopo di sancire il diritto di sciopero e vietarlo agli apparati dello Stato, nella seconda
si batté contro il concordato, a tal punto che, durante il suo funerale che la famiglia aveva
organizzato nonostante la sua laicità, nel momento in cui il corteo funebre si diresse verso la
chiesa, il Vaticano ordinò di non farlo entrare. Oltre Molé, il professore Lentini cita anche
Costantino Mortati, grande giurista che ha fatto parte della commissione dei 75 ed autore di
molte pagine memorabili della Costituzione.
Infine, Rocco Lentini termina la sua esposizione raccontando dell”abilità” che i calabresi hanno
avuto nel mandare all’assemblea costituente un commerciante di agrumi di Reggio Calabria.
Ciò si rivelò un errore non a causa della sua professione, ma perchè lui partecipò a soltanto 2/3
riunioni senza mai intervenire. Questo avvenne perché il commerciante ed un altro costituente
avevano stipulato un accordo che prevedeva lo scambio dei voti tra la città e la provincia di
Reggio Calabria, permettendo ad entrambi di ottenerne 32000 e, quindi, di venire eletti.

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