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Le donne nella Resistenza

Approfondimento realizzato dagli studenti della classe V A del Liceo Francesco


Severi di Milano, anno scolastico 2015-2016, a partire da documenti storici sulle
partigiane, conservati presso l’Archivio Storico dell’Istituto nazionale per la storia del
movimento di liberazione in Italia (INSMLI) “Ferruccio Parri” di Milano, e consultati
dagli studenti sotto la guida del Prof. Andrea F. Saba.

Il testo degli studenti è stato corretto, relativamente alla congruenza con i documenti storici, dalla
Prof.ssa Cecilia Maria Di Bona, che ha premesso al lavoro dei ragazzi un breve saggio storico
introduttivo.

La fotografia del frontespizio ritrae la partigiana Tina Lorenzoni.


Rita Rosani

Nata a Trieste il 20 novembre 1920,


uccisa sul monte Comun di Negrar,
Verona, il 17 settembre 1944.
Rita Rosani nasce a Trieste nel 1920.
Frequenta l'istituto Giosuè Carducci. Era
maestra elementare.
Nel 1943 fugge dalle persecuzioni
fasciste a Portogruaro. Qualche mese
dopo ad Alfa, nelle vicinanze di Verona,
combatte per la resistenza, svolgendo
pericolose attività per la Resistenza.
Nel 1944, sfugge all' arresto a Bovolone.
Successivamente fonda la prima banda
armata della regione, l’Aquila, insieme a
quattro uomini.
Nel 17 febbraio del 44', la banda viene attaccata da forze molto superiori sul
Monte Comune. Rita Rosani muore colpita da una raffica di pallottole.
Viene descritta come una donna molto coraggiosa, che ha saputo combattere i
nemici con grande coraggio fino alla fine. Disposta a morire pur di proteggere la
propria patria. Medaglia d'oro al Valor militare alla memoria.

L’articolo Rita Rosani dal quale è tratto il presente testo è stato pubblicato a Trieste, in
“L’emancipazione”, il 24.03.1947. È catalogato dal C.V.L. Comando generale Archivio
storico con il n° 6708 e conservato presso l’Archivio INSMLI di Milano con il n° CP 90, b.
168, fasc. 553. Le informazioni sono state integrate con la consultazione della scheda su Rita
Rosani dell’A.N.P.I.

Marco Basello

1
Vezzali Elvira
1901- 1945

Vezzali Elvira fu una staffetta del


CUMER (comando unico militare
Dell’Emilia Romagna).
Nacque nel 1901 in Emilia Romagna e
morì nei pressi di Soliera il 3 Aprile
1945, quando, al termine di una
missione, si trovò coinvolta in uno
scontro armato nel corso del quale
rimase ferita in parti vitali.
Esempio di abnegazione e di
attaccamento alla libertà, cadde
impugnando le armi contro
l’oppressione e le barbarie nazifasciste
per l’indipendenza nazionale e per una
società di uomini finalmente liberi
nella pace e nel lavoro.

Il testo è tratto da un articolo su Elvira


Vezzali, pubblicato in “La voce del
partigiano”, il 30.03.1946, a Modena,
catalogato e conservato presso l’INSMLI di
Milano nel Fascicolo: "Caduti partigiani,
biografie complete", poi catalogato nel CP
come n°26, busta 169, Fasc. 560.

Matteo Boles

2
Maria Njva De Ponti, detta Gianna
Udine 1926 - Vito d’Asio 1945

Maria Njva De Ponti è stata una giovane donna che ci ha lasciato pagine molto
profonde nel suo diario. Morì a soli diciannove anni, uccisa da tre Caucasici.
Maria Njva, conosciuta come Gianna, raccontò nel suo diario i suoi ideali di
un’Italia libera e le crudeltà che incontrò durante la guerra.
Oltre ai fatti, descrisse i propri sentimenti, dedicando un ampio capitolo a una
riflessione sull’ingiustizia del destino e sulla tristezza che accompagna le vite di
coloro che con generosità operano per il bene.
In una pagina del diario, scrive alla sua Italia “sono pronta a tutti i sacrifici pur
di vederti libera”e il destino volle che giovanissima cadesse vittima della guerra.
Era sfollata nei pressi di Casiacco, in Friuli, con l’adorata mamma, una donna di
salute cagionevole e prese subito parte al movimento partigiano.
Offriva tutta se stessa a costo di difendere la “Patria libera”, sia combattendo
attivamente nelle fila della “Osoppo”, sia soccorrendo e ospitando i partigiani
feriti, tanto da essere ricercata dalle S.S di Udine.
Dal novembre 1944, la vita di Gianna fu coinvolta direttamente nel conflitto,
quando la casa De Ponti era diventata un luogo di passaggio di truppe tedesche e
caucasiche.
Il 28 aprile del 1945, nel corso dell’insurrezione che precedette la liberazione, si
distinse prestando soccorso al comandante del battaglione Cividale, “Bore”, che,
ferito nei violenti scontri intercorsi tra partigiani e truppe mercenarie caucasiche,
rischiava di morire dissanguato. Ma due giorni
dopo, tre caucasici armati di mitraglia irruppero
in casa e, poiché Gianna per difendere due sue
amiche non collaborò, la uccisero.

L’articolo dal quale è tratto il presente testo è tratto da “Il


Volontario della Libertà”, pubblicato in Friuli, il
01.05.1946. È catalogato dal C.V.L. Comando generale
Archivio storico con il n° 2967 e conservato presso
l’Archivio INSMLI di Milano con il n° CP 43, b. 165,
fasc. 532. Le informazioni sono state integrate con la
consultazione della scheda su Njva Maria De Ponti
dell’A.N.P.I.
Alla memoria di Niva De Ponti, è stata dedicata una
scultura dal maestro Silvio Olivo. Qui accanto l’immagine
di un nudo femminile dello scultore.

Luca Bonomelli

3
Anna Maria Enriques
Martire donna della resistenza italiana

Anna Maria Enriques Agnoletti è una delle


personalità che hanno incarnato la figura della
partigiana durante gli ultimi anni del fascismo e il
primo periodo post-8 settembre.
Anna Enriques ci viene descritta come una donna
che aveva fondato la sua vita su saldi principi e
ideali: il concetto di dignità umana e di libertà a
cui l’uomo ha diritto. L’influenza di tali principi
sulle sue azioni è chiaramente visibile osservando
ciò che conosciamo della sua vita.
Il 12 giugno del 1944, fu assassinata per mano delle SS, e mentre ciò avveniva
ella, conscia di essere spiritualmente libera e fiera di sé, guardava, in quegli
ultimi attimi di vita, i soldati tedeschi serena, senza lacrime e senza debolezze,
aggrappandosi saldamente all’ideale di dignità umana da lei tanto sostenuto.
Anna Maria era una donna ricca di ardore, capacità di lavoro e di pensiero. La
Enriques si attivò sin dalla primavera del 1940 a organizzare la propaganda
antifascista e azioni mirate a far capitolare il regime di Mussolini. Grande merito
di Anna Maria fu quello di comprendere, prima di altri, la necessità di una forma
di collaborazione concordata tra forze anti regime, ciò sarebbe poi stato
concretizzato dalla formazione del Comitato di Liberazione Nazionale.
Nel maggio del ’44, fu arrestata a Firenze, venne a lungo interrogata e messa a
dura prova fisicamente e mentalmente dalle SS. Anna Maria venne accusata di
aver dato aiuto a ebrei, di spionaggio e di aver aiutato un dirigente di un partito
clandestino. Quando fu nelle carceri, ottenne aiuto grazie alla bontà e pietà del
Direttore che alleggerì le forti misure restrittive alle quali era stata sottoposta dai
tedeschi. Nel giugno 1944, dopo che Roma fu liberata, così come alcuni
prigionieri delle SS nelle carceri romane, le SS, temendo un simile destino anche
per Firenze, decisero di sopprimere Anna Maria.
Fu uccisa a colpi di rivoltella in aperta campagna.

L’articolo dedicato a Anna Maria Enriques è stato scritto da Silvestra Sesini, e pubblicato in
“Pensiero Femminile”, luglio-settembre 1946, a Milano, nella pagina Martiri del nuovo
Risorgimento. È conservato nel C.V.L. Comando Generale Archivio storico con il n°4205. È
conservato presso l’Archivio INSMLI di Milano. Il C.P. è b.166, fasc. 534 (n°7). Le
informazioni sono state integrate con la consultazione della scheda su Anna Maria Enriques
dell’A.N.P.I.
Giovanni Calabrese

4
Jole De Cillia

Jole De Cillia fu una delle donne che


parteciparono direttamente alla lotta per
liberazione italiana, dando prova di
grande coraggio.
Dopo il rimpatrio dalla Francia, dove si
era rifugiata, con la famiglia, durante il
periodo fascista, si dedicò con grande
convinzione ed entusiasmo all’attività di
partigiana, assumendo come nome di
battaglia “Paola”. Nella zona di Benecia
si dedicò, tra gravi difficoltà e rischi, ad
assistere e curare i compagni del
Comando Tappa feriti.
Trasferitasi a Spilimbergo, si mise a
disposizione del battaglione Friuli, e continuò con intensità il suo lavoro. Riuscì
a mantenere il collegamento tra i vari comandi partigiani, resistendo al freddo,
alla fame e a tutto ciò che comporta vivere in montagna d’inverno.
Nel 1944, fu scoperta e denunciata alle SS tedesche e alla polizia fascista, e fu
ricercata ovunque. Noncurante di questo, continuò il suo lavoro, dimostrandosi
molto abile soprattutto nel campo organizzativo, e contribuendo in maniera
determinante al rafforzamento, e alla successiva vittoria, del movimento di
liberazione. Nell’agosto del ’44, fu chiamata al posto di segretaria dei “Gruppi
di Difesa della Donna” nella zona libera del Friuli, e assunse il nome di Luciana.
Durante il periodo di ‘servizio’ nella Brigata Garibaldi, seguiva i compagni nel
corso di dure marce lungo impervi sentieri alpini, trovando sempre un sorriso e
una parola di incitamento per loro.
Nel corso di un rastrellamento nell’ottobre del ’44, trovatasi circondata dai
fascisti, preferì togliersi la vita piuttosto che cadere nelle mani nemiche.
Jole si dimostrò valorosa e coraggiosa, sacrificandosi in nome della libertà e di
un futuro migliore.

L’articolo dal quale è tratto il presente testo è tratto dal giornale “Il Volontario della Libertà”
di Udine del Settembre 1946. È catalogato dal C.V.L. Comando generale Archivio storico con
il n° 4136 e conservato presso l’Archivio INSMLI di Milano con il CP n° 50 b.165, fasc.532.
Le informazioni sono state integrate con la consultazione della scheda su Jole de Cillia
dell’A.N.P.I.
Nicola Cattani

5
Valentina Guidetti

Nata a Sant'Ilario d'Enza (Reggio Emilia)


nel 1922, uccisa dai tedeschi in località
Ca' Marastoni di Toano (RE) il 1° aprile
1945.

Valentina Guidetti nacque in Romagna


nel 1922 e trascorse la sua gioventù
durante la Seconda Guerra Mondiale.
Decisa ad aiutare i partigiani contro il
regime nazi-fascista, si propose come
staffetta sotto il nome di “Nadia” per
portare viveri, munizioni e ordini ai
compagni nelle loro basi sugli Appennini; quando il suo dipartimento, la 26ma
Brigata Garibaldi, fu attaccato dai nazi-fascisti, Valentina fu catturata con molti
dei suoi compagni. Torturata e seviziata dai nemici per carpirle qualche
informazione sui partigiani, Valentina reagì con il silenzio e questo causò la sua
morte il 1 aprile 1945, a 23 anni, nella località di Casa Marastoni di Toano.

Viene ricordata per la sua tenacia e per le doti di eccezionale coraggio e spirito
di sacrificio; per queste caratteristiche, le fu assegnata una medaglia d’argento al
valore, alla memoria.

L’articolo dal quale è tratto il presente testo è tratto da “La verità” di Reggio Emilia del
07.03.1948. È catalogato e conservato presso l’Archivio INSMLI di Milano con il CP n° 97,
b. 166, fasc. 538. Le informazioni sono state integrate con la consultazione della scheda su
Valentina Guidetti dell’A.N.P.I.

Matteo Cimato

6
Lucia Mocari Sciomachen

La storia di “mamma Lucia” è caratterizzata da quella spinta eroica e patriottica


di molte donne che come lei si opposero alla crudeltà dell’occupazione tedesca,
contenendone la barbarie, offrendo rifugio a giovani in pericolo e abbracciando
la causa dei partigiani.
Sposatasi in giovane età ebbe quattro figli. Vide il marito internato in India e poi
la figlia e il genero arrestati, ma questo non fece vacillare la sua forza d’animo
anzi la spronò a intensificare i rapporti con i rivoltosi. Si fece carico di grandi
responsabilità, ospitando riunioni, ragazzi in
fuga e sostenendo gli internati. La sua
energia e dolcezza la rese una guida e
compagna di coloro che da lei, disperati, si
recavano ottenendo aiuto e conforto.
Sfuggita a mille pericoli, perse la vita in
seguito al ribaltamento dell’autocarro che la
trasportava mentre fungeva da guida a
quattro giovani evasi.

Il documento dal quale è tratto il presente testo è


catalogato su Lucia Sciomachen Mocari è
conservato presso l’INSMLI di Milano nel
Fascicolo: "S. Caduti partigiani, biografie
complete" Busta 168, Fasc. 554. L’immagine
mostra una donna nell’atto di cuocere il pane,
durante la guerra, in condizioni di fortuna.

Filippo Doniselli

7
Maria Gorlier
1921-1944

Maria Gorlier era una studentessa di


stenografia, nata a Thures di Cesana, in
provincia di Torino, il 21 settembre 1921,
fu allieva del Prof. Cima e di Don
Giuseppe Marabotto. Fu un’ardente
partigiana e dal 1 gennaio del 1944 fu
staffetta e informatrice in una divisione
autonoma nella Val Chisone, la sua
attività consisteva in controspionaggio,
raccolta di armi da destinare ai partigiani
di Marcellin, viveri e aiuti per i partigiani
della Banda Chabaud e per altri partigiani
che spesso ospitò e nutrì nella propria
casa. Il 27 giugno del 1944, fu arrestata e
portata nel carcere di Cesena, dove fu
vittima di sevizie e maltrattamenti. Quando venne arrestata era venuta a Cesana
a ritirare oggetti che erano di un partigiano che era appena stato sottratto ai
repubblichini e era stato portato a Thures, Teo Minelli. Il 4 luglio 1944, si lanciò
da una finestra per sfuggire alle violenze da parte di un gruppo di repubblichini
al comando del capitano Gino Cera; fu poi ammazzata nel cortile della caserma
“Incis” a Cesana dal Sergente Maggiore Basaglia, che le sparò 32 colpi di
mitragliatore da una finestra mentre era a terra, ferita, riversa nel cortile interno
del caseggiato. Il dottor Manzon, che ne constatò il decesso, riferì che i colpi
d’arma da fuoco sparati in seguito erano tutti davanti (seno, collo, fronte) e non
dietro come affermato dai fascisti al processo, che si sono difesi dicendo che la
ragazza stava scappando e hanno dovuto spararle per fermarla.
L’articolo dal quale è tratto il presente testo è “Gorlier Maria” I nostri martiri, catalogato dal
C.V.L. Comando generale Archivio storico con il n° 2 (e n°3 quello di Felice Cima) e nel b.
166, fasc. 537, conservato presso l’Archivio INSMLI di Milano. Lo studente ha integrato le
notizie tratte dal documento con altre notizie ricavate dal sito di ISTORETO.

Matteo Fabrizio

8
Antonia Frigerio Conte
Milano, 1905, Lager di Ravensbruck il 26 marzo 1945

Antonia Frigerio Conte era nata a


Milano nel 1905, morì a Ravensbruck il
26 marzo 1945. Era una ragazza alta,
magrissima, scura di capelli e di
carnagione.
Combatté, per nove anni, contro il
fascismo insieme a Luciano Elmo, al
centro di una organizzazione politica
antifascista.
In seguito all'attività antifascista degli
anni 1938-39, essi furono arrestati.
Antonia subì quaranta giorni di interrogatorio, però non svelò tutti quei nomi e
tutte quelle parole d'ordine che sapeva perfettamente a memoria. Le trasmise a
Elmo affinché potesse riorganizzare la segreteria del movimento antifascista che
era stata totalmente distrutta con il suo arresto. Antonia non temeva nulla,
fissava i tedeschi con rabbia e odio e sapeva dominarli.
Alla fine, fu deportata a Bolzano, e da lì a Ravensbruck, nel campo dal quale
non ritornò mai più. Morì a Ravensbruck, dove fu vista per l'ultima volta dalle
amiche con cui aveva diviso la cella del carcere di San Vittore.
L’articolo Antonia Frigerio è tratto da “La Libertà” di Milano del 13 Aprile1946, ed è stato
scritto da Luciano Elmo. È catalogato e conservato nel CVL Comando generale Archivio
storico con il n°2747. È conservato presso l’Archivio INSMLI di Milano. Il CP è 166, fasc.
536. Le informazioni sono state integrate con la consultazione della scheda su Antonia
Frigerio dell’A.N.P.I.

Hao Luigi Gao

9
Maria Selvetti
1921-1945

"Maria Selvetti, detta Lina, fu una delle


coraggiose partigiane italiane che, giunta in
città, entrò a far parte della brigata GAP
(Gruppi di Azione Patriottica).
Dopo aver iniziato come informatrice,
chiese la possibilità di condividere i rischi
della guerra: in questo modo, alla ragazza,
che aveva solo ventiquattro anni, fu
richiesto di posizionare una bomba in un
locale pieno di tedeschi e fascisti.
L'operazione ebbe successo: otto tra
tedeschi e fascisti morirono e vi furono ben
nove feriti. Fu soddisfatta del suo risultato,
ma non ebbe molto tempo per riconoscerlo
a pieno.
Perse la vita durante un'azione contro una caserma fascista, quando una bomba
le scoppiò tra le mani, mentre stava facendo un’azione, insieme al suo fidanzato
Franci Luigi, detto Gino. Cadde, però, dove era pronta a farlo, al fianco dei suoi
compagni, lottando per la libertà.

L’articolo dal quale è tratto il presente testo “Compagni essi sono con noi. Lina Selvetti” è
tratto da “L’Unità”, del 10.02.1946, di Milano. È catalogato dal C.V.L. Comando generale
Archivio storico con il n° 1278 e conservato presso l’Archivio INSMLI di Milano con il CP b.
169, fasc. 555, XIX bis. Le informazioni sono state integrate con la consultazione della
scheda su Lina Selvetti dell’A.N.P.I.

Benedetta Gazzotti

10
Valentina Guidetti

Nata a Sant'Ilario d'Enza (Reggio Emilia) nel


1922, massacrata dai tedeschi in località Ca'
Marastoni di Toano (RE) il 1° aprile 1945,
Medaglia d'argento al valor militare alla
memoria.
Valentina Guidetti fu una staffetta partigiana,
proposta per la medaglia d’argento alla memoria
per il suo grande coraggio. Durante una violenta
azione di guerra, decise volontariamente di
ristabilire il collegamento tra il suo reparto,
rimasto isolato, e gli altri, consapevole di dover
riattraversare, al suo ritorno, per una zona controllata dai
fascisti. Valentina Guidetti riuscì a passare inosservata
ma, durante la strada del ritorno, venne catturata dai nazi-
fascisti e percossa violentemente. Non volendo riferire
alcuna notizia per non tradire i compagni, venne uccisa a
colpi di pugnale. Questa donna rappresenta un chiaro
esempio di eroico ardimento.

L’articolo “Una eroina proposta per la medaglia d’oro” (Valentina


Guidetti), dal quale è tratto il presente testo è tratto da “La Verità”,
del 07.03.1948 di Reggio Emilia. È catalogato e conservato presso
l’Archivio INSMLI di Milano con il CP n° 97, b. 166, fasc. 538. Le
informazioni sono state integrate con la consultazione della scheda
su Valentina Guidetti dell’A.N.P.I.

Martina Ghiorzo

11
Iris Versari

Poggio di San Benedetto in Alpe, 12


dicembre 1922 – Ca' Cornio di
Tredozio, 18 agosto 1944
Iris Versari nasce nel 1922 in provincia
di Forlì. La famiglia contadina le
insegnò la dedizione al lavoro e
l’altruismo. Infatti, ancora molto
giovane, andò in città a lavorare per una
famiglia benestante: Iris non voleva
pesare sul bilancio familiare, ma aiutare
la sua famiglia. Tornata dalla famiglia,
lavorò nei campi e si unì a uno dei primi
gruppi di partigiani. Nel ’43, divenne
staffetta e l’anno successivo
combattente attiva nella banda di Silvio
Corbari, con il quale ebbe una relazione sentimentale.
Iris si distinse per il carattere forte, il lavoro silenzioso, il coraggio e il sostegno
morale che fornì ai compagni. Prese parte a molte operazioni militari e diede un
contributo decisivo alle azioni dei partigiani.
Nel ’44, ferita a una gamba, si rifugiò con i compagni in una casa colonica
isolata. Qui furono accerchiati da tedeschi e fascisti, avvisati da un traditore. Iris
si rese conto di essere di ostacolo agli altri compagni e li invitò a tentare la
sortita. Ella impegnò i nemici con un intenso fuoco permettendo a parte dei
compagni di scappare. Dopo aver abbattuto l’ufficiale nemico, si tolse la vita,
consapevole della sorte che l’avrebbe attesa se fosse caduta viva nelle mani dei
nemici.
Iris Versari fu decorata Medaglia d’Oro al valor militare alla memoria per aver
scelto di difendere i valori partigiani e di opporsi all’oppressione nemica. È
ricordata come un’eroina in quanto non esitò a sacrificare la propria vita in
nome della libertà e per salvare i compagni.

L’articolo dal quale è tratto il presente testo è tratto dal giornale “La Lotta” di Forlì. È
catalogato dal C.V.L. Comando generale Archivio storico con il n° 364 e conservato presso
l’Archivio INSMLI di Milano con il n° busta169, fasc. 559. Le informazioni sono state
integrate con la consultazione della scheda su Iris Versari dell’A.N.P.I.

Maria Nicolini

12
Laura Petracco Negrelli
Trieste 1917, Trieste 1944, madre e insegnante

Nasce l’8 Agosto 1917, quando si poteva ancora


percepire la presenza straziante della prima guerra
mondiale anche se volgeva ormai verso la fine.
Di carattere dolce ed espansivo, vive la sua
giovinezza nella gioia, conducendo una vita serena,
frequentando il liceo classico Petrarca, iscrivendosi
alla Facoltà di Legge e incontrando il suo futuro
marito. Si sposa l’11 maggio 1939 diventando quindi
madre.
La dittatura fascista incombe però sulla sua vita e
nello scoppio della guerra in Italia del 1940 ella si trova lontana dal marito,
combattente in Africa. Laura non si fa però schiacciare dalla violenza della
guerra e decide di lottare a testa alta per il suo paese militando nel movimento
comunista clandestino e organizzando una compatta schiera dei combattenti
della Gioventù Antifascista Partigiana, seguita nel 1942 anche dal fratello
Silvano Petracco. La delazione di alcuni italiani consegna Laura il 19 aprile del
1944 alle SS, sei giorni dopo la cattura del fratello Silvano. Laura decide di
lottare fino in fondo e ai ‘Torquemada della nuova Inquisizione’ ella non
giustifica il proprio operato ma afferma la propria consapevolezza di combattere
per la giusta causa, per la Libertà comune e per la Giustizia, dichiara inoltre di
appartenere all’invitto esercito dei liberi pronti al sacrificio pur di aiutare alla
disfatta della tirannia e al ripristino della libertà.
Inclusa negli ostaggi per l’attentato in via Ghega, viene impiccata il 23 Aprile
1944, seguita due mesi dopo dal fratello Silvano impiccato il 29 Maggio 1944.

L’articolo dal quale è tratto il presente testo


“Laura e Silvano Petracco martiri di via
Ghega” di E.S., è pubblicato in
“L’emancipazione”, il 29.07.1946 a Trieste.
È catalogato dal C.V.L. Comando generale
Archivio storico con il n° 4131, conservato
presso l’Archivio INSMLI di Milano con il n°
CP 168bis fasc.551b. Le informazioni sono
state integrate con la consultazione della
scheda su Laura Petracco dell’A.N.P.I. (sulla
quale è stata rilevata un’incongruenza nel
riferimento alla Facoltà di Lettere in luogo di quella di Legge).
23 aprile 1944: 51 impiccati in Via Ghega a Trieste.
Costanza Noberasco

13
Ines Bedeschi

Fin da giovane, Ines aveva sviluppato un


temperamento battagliero scaturito da
profondi ideali antifascisti. Il 25 luglio
del 1943, si trovava impegnata nella
progettata liberazione di Ravenna e nel
momento in cui i carabinieri per ordine di
Badoglio fermarono la marcia con
raffiche di mitraglia, lei rimase sul
campo impavida a dare soccorso alle
compagne. Dopo l'8 settembre, con il
risorgere del fascismo iniziò missioni
segrete per ordine del partito comunista e
per questa necessaria segretezza sembrò
volersi ritirare dalla lotta partigiana. Dal
'43 al '44, svolse una funzione di staffetta
di collegamento dei diversi comandi
delle brigate romagnole assumendo con
profondo impegno ed entusiasmo tale
compito. Nell' agosto del '44, si trasferì nel Parmense dove era in atto una
durissima guerriglia tra nazifascisti e partigiani. Fu in tale situazione, il 28
marzo del 1945, che la Bedeschi, dopo esser stata arrestata e torturata, perse la
vita sulle rive del Po’ in seguito a una raffica di piombo nazifascista.

L’articolo su di lei venne pubblicato sul Garibaldino di Novara, il 3 Dicembre del 1945. Poi
conservato e catalogato nel CP è catalogato come n° b164 fasc.527 e conservato presso
l’Archivio INSMLI di Milano. Le informazioni sono state integrate con la consultazione della
scheda su Ines Bedeschi dell’A.N.P.I.

Simone Scalera

14
Anna Picari

A Ceppomorelli, riposa Anna, la


giovane sposa partigiana
Anna Picari (nata il 1 gennaio 1922.
Nome di battaglia, Morina, morta il 17
ottobre 1944 a 22 anni) è la giovane
sposa di Enrico, un soldato che dopo
solo un anno di matrimonio, dopo
averla stretta a sé nel giorno delle
nozze, la lascia per andare a
combattere sui monti, nelle file dei partigiani della Valdossola. Per alcuni mesi,
Anna e la mamma di Enrico vivono da sole senza ricevere notizie sulle
condizioni del giovane partigiano. Finalmente, un giorno arriva la grande
notizia: Enrico è vivo, ancora tra i monti della Valdossola, impegnato nella sua
attività di difesa della nostra patria contro i tedeschi e i fascisti. Ben presto,
Anna si accorge di essere incinta e decide di andare anch’essa tra le file
partigiane per combattere vicino al marito e per potergli dire che presto
diventeranno genitori. Si avvicinavano i giorni della lotta e ad Anzola, nella
chiesina semi diroccata, i partigiani combatterono accanitamente. Affianco ad
Enrico, Anna fa da sorella, moglie, compagna, lavandaia, infermiera e incarna
l’amore, la fede e la fratellanza tra i partigiani. Nella battaglia del 17 ottobre
1944, i partigiani si rifugiano in una baita, situata un po’ più su rispetto al loro
accampamento. Un giorno, Anna, affacciandosi alla finestra, si accorge che sono
circondati e spara. Viene catturata dalla Brigata Tupin e insieme ad altre sei
persone, cinque uomini e due donne, viene messa in fila. I mitra dei soldati
uccidono tutti, ma Anna, negli ultimi istanti della sua vita, ha ancora la forza per
inveire contro il nemico. Una doppia scarica le squarcia il ventre.
L’articolo su A. Picari, “Riposa Anna la giovane sposa partigiana” è di I. Calone e fu
pubblicato su La Stella Alpina di Novara il 16/6/1946. Poi conservato e catalogato nel C.V.L.
Comando generale Archivio storico con il n°4194. Nel C.P. è catalogato come n°41 busta
164, fasc.526 e conservato presso l’Archivio INSMLI di Milano. Le informazioni sono state
integrate con la consultazione della scheda su Anna Picari dell’A.N.P.I. di Novara.

Alessandra Serpi

15
Ines Bedeschi
Ines Bedeschi nacque a Conselice,
piccolo paese della bassa Romagna, nel
1911. Si distinse fin dalla prima
giovinezza per la sua indole indipendente
e insofferente alle costrizioni; si unì
presto alla lotta antifascista per realizzare
l’ideale che aveva nel cuore.
All’indomani della caduta del fascismo,
il 25 luglio 1943, le venne affidato il
compito di organizzazione delle forze
popolari al fine di liberare la città di
Ravenna, compito che svolse con
prontezza ed entusiasmo. Tuttavia, gli
autocarri dei dimostranti, diretti a
Ravenna, vennero fermati sul ponte della
Bastia dai Carabinieri, i quali, sotto
ordine di Badoglio, spararono verso di
loro. Senza batter ciglio, Ines prestò
soccorso alle compagne rimaste ferite.
Dopo l’8 settembre, con l’inasprirsi dei conflitti tra fascisti e partigiani, i compiti
affidati a Ines diventarono più delicati e di maggior fiducia. Il carattere segreto
delle missioni la costrinse ad appartarsi, a lavorare per lo più individualmente,
tanto da far pensare ai suoi compagni che ella si fosse ritirata dalla lotta
partigiana. Tra il 1943 e il 1944, svolse efficacemente il ruolo della staffetta,
portando da un Comando all’altro delle Brigate Romagnole ordini, parole
d’ordine, stampe clandestine e documenti segreti. Per una donna partigiana,
questo era un compito usuale, eppure molto rischioso. Nel 1944, si trasferì nel
Parmense, dove la situazione stava diventando critica. Le sue missioni erano
quanto mai pericolose e delicate, ma di vitale importanza per portare avanti la
guerriglia partigiana. La sua vita terminò la mattina nebbiosa del 28 marzo 1945,
quando dopo esser stata arrestata e torturata fu colpita da proiettili nazifascisti,
sulle rive del Po’. I suoi compagni e amici la ricordano come una donna
esemplare, i cui nobili ideali le davano la forza per proseguire senza paura e
senza mai perdere il sorriso nella lotta per la libertà.
L’articolo da cui è tratto il testo fu pubblicato il 3 Dicembre del1945 in “Il Garibaldino” di
Forlì ed è conservato presso l’Archivio Ferruccio Parri dell’INSMLI di Milano con il n°
b.164, fasc.527. Le informazioni sono state integrate con la consultazione della scheda su Ines
Bedeschi dell’A.N.P.I.

Morgana Torricelli

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Vera Pipan

Vera Pipan è nata nel 1926 a


Comeno, un piccolo paesino
situato nell’Altopiano Carsico
allora appartenente all’Italia e ora
invece sotto la giurisdizione
slovena. A soli 24 anni, decise di
unirsi al movimento partigiano
nella lotta per la liberazione.
In un primo momento le fu affidato
il compito di raccogliere, e poi trasportare di notte nelle posizioni dei partigiani,
i vestiti, il denaro e i viveri necessari per la sopravvivenza. In seguito, decise
però di impugnare le armi per partecipare in maniera più attiva alla lotta. Fu
ferita a Gorizia qualche giorno dopo l’armistizio e, invece di recarsi
all’ospedale, si offrì di portare un urgentissimo messaggio nella cittadina
slovena di Veliki Dol, ma di ritorno da questa missione incontrò i tedeschi. Il
giorno stesso le sue compagne la trovarono morta con la mitraglia tra le mani,
assieme ad altri due suoi compagni.

L’articolo dal quale è tratto il presente testo Vera Pipan è tratto da “Gioventù”, pubblicato a
Trieste il 26.01.1946. È catalogato dal C.V.L. Comando generale Archivio storico con il n°
1177 e conservato presso l’Archivio INSMLI di Milano con il n° CP b. 168, fasc. 551A.

Silvia Venco

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