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Università degli Studi di Salerno

Dipartimento di Matematica
Corso di Laurea Triennale in Matematica
Tesi in Meccanica Razionale

Le leggi di Keplero e il
problema dei due corpi

Relatore Candidato
[Link] Francesca Passarella Rossella Contaldo
Mat. 0512301450

Anno Accademico 2023/2024


Indice

Introduzione 3

1 Cenni Storici 5

2 Il problema dei due Corpi 7


2.1 Cinematica del punto materiale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7
2.1.1 Moto di un punto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 9
2.1.2 Moti piani . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 14
2.1.3 Velocità areale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16
2.1.4 Moti centrali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 18
2.2 Cinematica relativa di un punto materiale . . . . . . . . . . . . . 20
2.3 Dinamica del punto materiale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24
2.3.1 Dinamica del punto libero . . . . . . . . . . . . . . . . . . 31
2.3.2 Dinamica del punto vincolato . . . . . . . . . . . . . . . . 31
2.4 Dinamica relativa di un punto materiale . . . . . . . . . . . . . . 32

3 Le leggi di Keplero 33
3.1 Il problema dei due Corpi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33
3.2 Prima Legge di Keplero . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 35
3.3 Seconda Legge di Keplero . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 38
3.4 Terza Legge di Keplero . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 39
3.5 La Legge di gravitazione Universale . . . . . . . . . . . . . . . . . 40

3
Introduzione

Questo lavoro di tesi, suddiviso in tre capitoli, ha come obiettivo quello di in-
trodurre ed analizzare uno dei più importanti problemi della meccanica classica,
ovvero il problema dei due corpi. In questo elaborato, verranno enunciate e ana-
lizzate le leggi di Keplero, attraverso la quale fu possibile dedurre la legge di
gravitazione universale.
Nel primo capitolo ci sarà una breve introduzione a quello che è il contesto
storico-scientifico nella quale si sono sviluppate le prime teoria riguardanti i moti
dei corpi celesti.
Nel secondo capitolo, introdurremo quelli che sono i concetti base relativi
alla cinematica e alla dinamica del punto materiale, per poi soffermarci sulla
cinematica e sulla dinamica relativa, fondamentali per lo studio del problema
dei due corpi. In particolare, la cinematica relativa ci consente di stabilire una
relazione per le velocità (vedi il teorema della composizione delle velocità) e per le
accelerazioni (vedi teorema di Coriolis) mentre, con la dinamica relativa andremo
ad analizzare la dinamica di un punto materiale rispetto ad un osservatore non
inerziale, che ci permetterà di impostare il problema dei due corpi, dove il corpo di
massa maggiore verrà identificato con il Sole con origine nel sistema non inerziale
mentre, il corpo di massa minore verrà, invece, identificato con un Pianeta che
rappresenta un punto materiale mobile.
Nel terzo capitolo, verrà trattato il problema dei due corpi e verranno
enunciate e analizzate le leggi di Keplero che risulteranno essere fondamentali
per la comprensione dei movimenti dei pianeti del sistema solare. Esse sono state
formulate dall’astronomo tedesco Giovanni Keplero nel XVII secolo, basandosi
sugli studi dettagliati dei movimenti dei pianeti fatte da Tycho Brahe. Inoltre
queste leggi, risultano essere fondamentali anche perché hanno aperto la strada
alla formulazione della legge di gravitazione universale da parte di Isaac Newton,
infatti quest’ultima legge spiega come la forza si gravità agisca tra i corpi celesti,
inclusi i pianeti e il Sole.

4
Capitolo 1

Cenni Storici

Nel corso della storia l’umanità ha dedicato considerevoli sforzi all’osservazione


e alla comprensione dei moti dei corpi celesti. In particolare la scienza natu-
rale che si occupa dell’osservazione e della spiegazione degli eventi celesti che si
verificano nello spazio è l’astronomia.
All’inizio della sua storia, l’astronomia si occupò unicamente dell’origine
e della previsione dei movimenti degli corpi celesti, tali osservazioni venivano
utilizzate per determinare le stagioni, considerate un fattore indispensabile per
l’organizzazione della vita sociale ed agricola, nonchè per la comprensione della
lunghezza dell’anno.
Prima dell’invenzione del telescopio i primi studi sulle stelle furono condotti
a occhio nudo, come fecero in particolare le civiltà che vivevano in Mesopotamia,
in Grecia, in Persia, in India, in Cina, in Egitto e in America centrale, che
costruirono osservatori astronomici iniziando a esplorare la natura dell’universo.
Da queste osservazioni si formarono le prime teorie sui movimenti dei pianeti e
sulla natura del Sole, della Luna e della Terra, che inizialmente si pensava fosse
al centro dell’universo. Questa concezione dell’universo era nota come sistema
geocentrico, o sistema tolemaico, dal nome dall’astronomo greco Claudio
Tolomeo.
Di particolare importanza fu l’applicazione all’astronomia della matematica,
che ebbe inizio con i Babilonesi, che fondarono le basi per tradizioni riprese suc-
cessivamente da altre civiltà, scoprendo tra l’altro che le eclissi lunari ricorrevano
secondo un ciclo ripetitivo conosciuto come saros, mentre all’astronomia egizia
si deve il perfezionamento del calendario.
Dopo i Babilonesi, ulteriori progressi significativi astronomici avvennero in
Grecia e nel mondo ellenistico, con l’astronomia greca volta alla ricerca di una
spiegazione fisica razionale per i fenomeni celesti. In particolare, nel III secolo
a.C., Aristarco di Samo stimò le dimensioni e la distanza di Luna e Sole, e fu
il primo a proporre un modello eliocentrico del sistema solare.
Successivamente, durante il Rinascimento ebbe inizio la svolta conosciuta
come Rivoluzione Astronomica, a cominciare dal lavoro di Niccolò Coper-
nico, sostenitore del sistema eliocentrico. Nonostante egli non fosse il primo a
proporre un modello con al centro il Sole, fu il primo ad argomentare in maniera

5
6 CAPITOLO 1. CENNI STORICI

scientifica la sua teoria. Inoltre, il suo lavoro fu difeso, sviluppato e corretto da


Galileo Galilei e Giovanni Keplero. Quest’ultimo fu il primo astronomo a
fornire leggi che descrivessero correttamente i dettagli del movimento dei pianeti
intorno al Sole, anche se non fu in grado di comprendere le cause fisiche delle
sue scoperte, chiarite poi successivamente da Newton che elaborò i principi
della meccanica celeste e la legge di gravitazione universale, eliminando
completamente la distinzione tra i fenomeni terrestri e celesti.
Più nel dettaglio, dopo l’introduzione del modello eliocentrico di Copernico,
Giovanni Keplero, basandosi sui dati raccolti da Tycho Brahe, formulò le
sue leggi legate al moto planetario. Tali leggi descrivono in modo matematico
le orbite ellittiche dei pianeti attorno al Sole, fornendo un modello più preciso
rispetto alle orbite circolari del modello copernicano. Nel 1609, pubblicò il suo
primo lavoro ”Astronomia Nova”, in cui enunciò la sua prima legge, nota
come la legge delle orbite ellittiche. Questa legge stabilisce che i pianeti
orbitano intorno al Sole seguendo traiettorie ellittiche, con il Sole posto in uno
dei fuochi dell’ellisse. Successivamente, nel 1619, Keplero formulò altre due
leggi: la legge delle aree, dove osservò che mentre un pianeta si muove lungo
la sua orbita ellittica, la linea che collega il pianeta al Sole ”spazza” aree uguali in
tempi uguali, e la legge dei periodi, dove Keplero collegò la distanza media di
un pianeta dal Sole al tempo che impiega a compiere una rivoluzione completa
attorno ad esso. Scoprı̀ che il quadrato del periodo orbitale di un pianeta è
proporzionale al cubo del semiasse maggiore dell’orbita.
Tali leggi, oltre a fornire una base matematica solida per il modello eliocen-
trico, nel XVII secolo, hanno contribuito anche alla successiva formulazione
della legge di gravitazione universale da parte di Isaac Newton. Queste
leggi furono fondamentali nel fornire una descrizione accurata dei moti planetari,
anche se Keplero non era in grado di spiegare le cause fisiche di tali leggi. Suc-
cessivamente, con l’opera di Isaac Newton, si scoprı̀ che la forza di gravità era
responsabile di questi moti, e le leggi di Keplero furono incorporate nelle leggi di
Newton, fornendo una spiegazione completa e coerente dei moti celesti.
Il XX secolo portò ulteriori rivoluzioni scientifiche. La teoria della re-
latività di Albert Einstein, in particolare la relatività generale, offrı̀ una
prospettiva più avanzata sulla gravità, superando le limitazioni della teoria new-
toniana in certe condizioni estreme.
Capitolo 2

Il problema dei due Corpi

Il problema dei due corpi è un concetto fondamentale nell’ambito dell’astro-


nomia e della fisica. Riguarda il moto di due corpi puntiformi che interagiscono
tra loro sotto l’influenza delle forze generate dai due corpi stessi. Queste forze
sono centrali e rispettano il terzo principio della dinamica. In altre parole, il
moto di ciascun corpo è influenzato solo dalle forze generate dall’altro corpo, e
queste forze agiscono lungo la linea che congiunge i due corpi. Il problema dei
due corpi, inoltre, è importante per due motivi. E’ l’unico problema gravitazio-
nale, a parte il caso particolare legato al problema dei tre corpi, per cui abbiamo
una soluzione generale e completa. Inoltre, esistono molte situazioni che possono
essere approssimate con tale problema. Ad esempio, inizialmente il moto della
Luna e della Terra può essere approssimato come un problema dei due corpi,
tuttavia la presenza di altri corpi celesti perturba tale movimento e rende più
complessa la traiettoria ellittica eseguita dalla Luna attorno alla Terra; un altro
esempio è quello legato al moto di un pianeta intorno al Sole, ciò che ci aiuta a
comprendere questo tipo di moto sono le leggi di Keplero che descrivono queste
traiettorie. Prima però di enunciare ed analizzare queste leggi, introduciamo
quelli che sono i concetti fondamentali legati alla cinematica e alla dinamica di
un punto.

2.1 Cinematica del punto materiale


La cinematica studia dal punto di vista puramente descrittivo il moto dei corpi
non tenendo conto delle cause di quest’ultimo, come le forze. Ogni fenomeno
di moto avviene in un ambiente spazio-temporale. Pertanto inizieremo col
descrivere i concetti di spazio e di tempo.
Nell’ambito della meccanica classica lo spazio viene descritto matematica-
mente da uno spazio euclideo affine tridimensionale ε ovvero uno spazio metrico
i cui elementi P ,Q,..., sono detti punti e la cui distanza è dotata di particolari
proprietà. 1
1
Uno spazio metrico è una struttra matematica costituita da una coppia (X, d) di elementi,
dove X è un insieme e d una funzione distanza, detta anche metrica, che associa a due punti
di X un numero reale non negativo d(x, y) in modo che le seguenti proprietà valgano per ogni

7
8 CAPITOLO 2. IL PROBLEMA DEI DUE CORPI

Ad ε associamo lo spazio vettoriale tridimensionale V i cui elementi sono


detti vettori. Ogni vettore ⃗v può essere individuato come una differenza di punti
dello spazio ε, ovvero:
⃗v = P − Q
Su V inoltre, andremo a considerare le usuali nozioni di prodotto scalare e
vettoriale, che indicheremo rispettivamente con ·, ×.
La nozione di tempo, nell’ambito della meccanica classica, risulta essere un
concetto assoluto, cioè il suo fluire è indipendente dagli oggetti o da entità esterne.
Questo consente di rappresentare il tempo mediante uno spazio affine euclideo
unidimensionale in R, i cui elementi vengono chiamati istanti.
Poichè lo spazio euclideo ε è uno spazio tridimensionale, è possibile, fissato
un punto O considerare tre rette ortogonali x1 ,x2 ,x3 uscenti da O ed associare ad
esse tre vettori di lunghezza unitaria, detti versori i⃗1 , i⃗2 , i⃗3 , tali da formare una
terna destra. 2 Questa terna, uscente da O individua un sistema di riferimento
(figura 2.1).

Figura 2.1: Sistema di riferimento

Ogni vettore ⃗x = P − O può essere rappresentato nel seguente modo:


⃗x = x1 i⃗1 + x2 i⃗2 + x3 i⃗3
dove x1 ,x2 ,x3 , chiamate componenti di ⃗x sui tre assi, si ottengono come proiezione
di ⃗x sugli assi i⃗1 , i⃗2 , i⃗3 , cioè x1 = ⃗x · i⃗1 , x2 = ⃗x · i⃗2 , x3 = ⃗x · i⃗3
scelta di x, y, z in X:
1. d(x, y) > 0 ⇔ x ̸= y
2. d(x, y) = 0 ⇔ x = y
3. d(x, y) = d(y, x)
4. d(x, y) ≤ d(x, z) + d(z, y)

2
Una terna destra, è un insieme ordinato di tre vettori unitari ortogonali tra loro e orientati
secondo la regola della mano destra. Questi vettori unitari, definiscono una base ortonormale
destrorsa nello spazio tridimensionale.
2.1. CINEMATICA DEL PUNTO MATERIALE 9

Definizione 2.1. Chiameremo osservatore un sistema di riferimento solidale


con una terna invariabile col tempo.

2.1.1 Moto di un punto


Il moto del punto P risulta definito dalla seguente applicazione:

P :I→ε (2.1)

dove I ⊂ R è l’intervallo di tempo in cui è definito il moto. Il moto sarà indicato


oltre che con il simbolo
P = P (t)
anche mediante la funzione vettoriale ⃗x(t) cosı̀ definita:

⃗x(t) = P (t) − O

oppure attraverso le funzioni componenti dell’ultima equazione vettoriale:

x1 = x1 (t), x2 = x2 (t), x2 = x2 (t)

L’immagine dell’intervallo I in ε definisce la traiettoria del punto P relativa al


moto P (t). Tale traiettoria può essere descritta intrinsecamente, trascurando la
variabile temporale, nel seguente modo, fissato un punto O1 sulla traiettoria e
un verso positivo indichiamo con s l’ascissa curvilinea di P , cioè la distanza di P
da O1 misurata lungo la traiettoria, allora tale traiettoria risulta descritta dalla
funzione
P = P (s) (2.2)
Inoltre, l’ascissa curvilinea s risulta una funzione del tempo t che descriviamo
mediante la funzione s = s(t), tale funzione rappresenta la legge oraria del moto
del punto P . Pertanto, il moto del punto P può anche essere descritto mediante
il sistema: (
P = P (s)
(2.3)
s = s(t)
La prima funzione fornisce la traiettoria, mentre la legge oraria assegna la varia-
bilità di P sulla traiettoria in funzione del tempo. La traiettoria di P , rispetto
l’osservatore considerato, può essere descritta dalle funzioni x1 (s), x2 (s), x3 (s)
che rappresentano le proiezioni della relazione vettoriale (2.2), cioè:

x1 = x1 (s), x2 = x2 (s), x3 = x3 (s)


10 CAPITOLO 2. IL PROBLEMA DEI DUE CORPI

Figura 2.2: Ascissa curvilinea

Consideriamo ora, un punto materiale il cui moto viene descritto dal sistema
(2.3). Supponiamo la traiettoria fissata, allora lo studio del moto è semplicemente
associato alla legge oraria s = s(t).

Definizione 2.1.1. Chiamiamo velocità scalare del punto P lungo la traiettoria


P (s) la derivata di s(t) rispetto al tempo, che indichiamo nel seguente modo:

ds(t)
v(t) := := ṡ (2.4)
dt
Quando ṡ > 0 il moto è detto diretto, quando ṡ < 0 il moto è detto retrogrado,
mentre gli istanti in cui ṡ = 0 sono detti di arresto. Infine se s(t) è una funzione
lineare di t, cioè s(t) = vt + s0 allora il moto è detto uniforme.
Notiamo che, quando si parla di velocità di un punto si fa riferimento sempre
ad una grandezza vettoriale, motivo per cui andiamo a definire il vettore velocità.

Definizione 2.1.2. Chiamiamo velocità del punto P rispetto ad un osservatore


che rappresentiamo mediante il sistema (O, x1 , x2 , x3 ), il vettore

dP (t) d
⃗v (t) = = (P (t) − O) (2.5)
dt dt

Inoltre se i⃗1 , i⃗2 , i⃗3 sono i versori della terna ortogonale destra (O, x1 , x2 , x3 ) si ha
in base alla relazione P − O = x1 i⃗1 + x2 i⃗2 + x3 i⃗3 = ⃗x, che:

d
⃗v (t) = x˙1 (t)i⃗1 + x˙2 (t)i⃗2 + x˙3 (t)i⃗3 = ⃗x(t) (2.6)
dt
dove x˙1 (t), x˙2 (t), x˙3 (t) sono le derivate delle funzioni x1 , x2 , x3 rispetto al tempo
e risultano pertanto le componenti del vettore ⃗v lungo gli assi x1 , x2 , x3 . Da tale
definizione, ricordando la (2.3), per il moto del punto P = P (s(t)) risulta che:

d ds
⃗v (t) := (P (s)) (2.7)
ds dt
2.1. CINEMATICA DEL PUNTO MATERIALE 11

Prendiamo, adesso, in considerazione la quantità:


d P (s + h) − P (s)
P (s) = lim (2.8)
ds h→0 h
Il rapporto P (s+h)−P
h
(s)
è un vettore diretto secondo la corda che congiunge P (s)
con P (s + h) e il verso concorde con quello degli archi crescenti. Quando h → 0
il rapporto incrementale tende ad un vettore parallelo alla tangente alla curva
nel punto P (s) (figura 2.3).

Figura 2.3: Rapporto incrementale

Quindi possiamo concludere che:


d
(P (s)) = ⃗t(s) (2.9)
ds
dove ⃗t è il versore tangente alla curva in P (s) diretto secondo il verso degli archi
crescenti. Pertanto dalla (2.7) abbiamo:
⃗v (t) = ṡ⃗t (2.10)
Risulta, quindi, che la velocità ha sempre direzione tangente alla traiettoria nel
punto considerato.

Definizione 2.1.3 Chiamiamo accelerazione del punto P rispetto ad un osser-


vatore che rappresentiamo mediante il sistema (O, x1 , x2 , x3 ), il vettore
d d2 P (t)
⃗a(t) :=
⃗v (t) = (2.11)
dt dt2
oppure, equivalentemente, possiamo scrivere che:
d2
⃗a(t) = x˙1 (t)i⃗1 + x¨2 (t)i⃗2 + x¨3 (t)i⃗3 = 2 ⃗x(t)
dt
2 2 2
dove x¨1 = ddtx21 , x¨2 = ddtx22 , x¨3 = ddtx23 . Si può giungere ad una significativa espres-
sione per l’accelerazione di un punto se si utilizza per la velocità la formula (2.10),
infatti:
d d d⃗t(s(t)) d⃗t
⃗a = ⃗v (t) = (ṡ⃗t) = s̈⃗t + ṡ = s̈⃗t + ṡ2 (2.12)
dt dt dt ds
12 CAPITOLO 2. IL PROBLEMA DEI DUE CORPI

Consideriamo ora, il seguente termine:

d⃗t ⃗t(s + h) − ⃗t(s)


= lim (2.13)
ds h→0 h

Figura 2.4: Rapporto incrementale

Consideriamo il piano π individuato dal triangolo (P (s), A, B) (figura 2.4).


Se la curva è piana, 3 il piano π coinciderà con il piano su cui giace la curva. Se
la curva non è piana, allora il piano π al tendere di h → 0, tenderà ad un piano
passante per P (s) e contenente il vettore ⃗t(s) che chiamiamo piano osculatore. 4
⃗ ⃗t(s)
Poichè il rapporto t(s+h)−
h
è diretto come B − A, abbiamo che il limite di tale
d⃗t
rapporto, cioè ds deve appartenere al piano osculatore e poichè ⃗t(s) è un vettore
d⃗t
costante in modulo, abbiamo anche che ds deve essere normale a ⃗t e quindi alla
5
curva, infine il verso va verso il centro di curvatura. Inoltre:

d⃗t |⃗t(s + h) − ⃗t(s)| |⃗t(s + h) − ⃗t(s)| ∆α


= lim = lim (2.14)
ds h→0 |h| h→0 ∆α |h|

dove ∆α rappresenta l’angolo misurato in radianti individuato dai vettori ⃗t(s), ⃗t(s+
h); poniamo:
∆α 1
lim =
h→0 |h| ρ
dove ρ1 rappresenta la curvatura, mentre ρ il raggio di curvatura. Inoltre osser-
viamo che
|⃗t(s + h) − ⃗t(s)|
lim =1
h→0 ∆α
3
In matematica una curva piana è una curva che giace interamente in un (unico) piano ed
è identificabile da una funzione continua α : I → R2 , dove I è un intervallo nell’insieme dei
numeri reali.
4
Il piano osculatore ad una curva in un punto è per definizione il piano individuato dal
vettore tangente alla curva nel punto e dal vettore normale alla curva nel punto.
d⃗ d⃗
5 t ⃗
Ricordiamo che se ⃗t · ⃗t = 1, allora 2 ds t
· t = 0, pertanto ds deve essere ortogonale a ⃗t
2.1. CINEMATICA DEL PUNTO MATERIALE 13

in quanto si tratta del limite del rapporto fra la corda e l’arco. Dunque, se
indichiamo con ⃗n(s) la normale principale alla curva in P (s), cioè quel versore
normale alla curva appartenente al piano osculatore e orientato verso il centro di
curvatura, allora dalla (2.13) e dalla (2.14) si ha: 6

d⃗t 1
= ⃗n (2.15)
ds ρ

Diamo ora un’espressione significativa per l’accelerazione, infatti dalla (2.12)


risulta:
ṡ2
⃗a = s̈⃗t + ⃗n (2.16)
ρ
Insieme ai due versori ⃗t, ⃗n è opportuno considerare anche il versore binormale ⃗b,
ortogonale a ⃗t e ad ⃗n tale che (⃗t, ⃗n, ⃗b) formino una terna destra. Vediamo ora,
mediante l’espressione (2.16) che l’accelerazione, a differenza della velocità ha,
oltre una componente lungo la tangente ⃗at = s̈⃗t chiamata accelerazione tangen-
2
ziale, anche una componente lungo la normale princpiale ⃗an = ṡρ ⃗n, chiamata
accelerazione centripeta.

Osservazione 2.1.4. Quando l’accelerazione tangenziale è nulla allora neces-


sariamente s̈ = 0 quindi ṡ = cost e il moto sarà uniforme. Quando invece è
2
nulla l’accelerazione centripeta, cioè ṡρ ⃗n = 0, allora o si ha un istante di arre-
sto (ṡ = 0), oppure la curvatura ρ1 = 0 quindi il moto è rettilineo. Infine se
⃗a = a⃗t + ⃗an = 0 su un intervallo di tempo il moto deve risultare rettilineo ed
uniforme.

6
Questa equazione viene usualmente indicata come prima formula di Frenet.
14 CAPITOLO 2. IL PROBLEMA DEI DUE CORPI

2.1.2 Moti piani


Consideriamo un punto P che si muove su un piano. E’ possibile descrivere il
moto del punto mediante una sua rappresentazione del tipo
(
x1 = x1 (t)
x2 = x2 (t)

dove x1 , x2 sono le coordinte cartesiane del punto relative ad un sistema di rife-


rimento che appartiene al piano del moto. Risulta interessante studiare i moti
piani tramite le coordinate polari (ρ, θ), rispettivamente chiamate raggio vettore
e anomalia. Per tanto il moto di un punto P sarà descritto in coordinate polari
dal seguente sistema: (
ρ = ρ(t)
θ = θ(t)

Figura 2.5: Sistema di Coordinate Polari

Eliminando all’interno di questo sistema la variabile t otteniamo la seguente


equazione polare ρ = ρ(θ) della traiettoria del punto P . Dunque, se O è il
polo del sistema di riferimento ed ⃗r = vers|P − O|, allora derivando la seguente
identità
(P − O) = ρ⃗r (2.17)
otteniamo:
d(P − O) d⃗r
⃗v = = ρ̇⃗r + ρ (2.18)
dt dt
dove ⃗r(t) = ⃗r(θ(t)), ovvero il versore ⃗r risulta dipendere dal tempo tramite la
variabile θ. Pertanto dalla (2.18) si ha:

d⃗r
⃗v = ρ̇⃗r + ρθ̇ (2.19)

Se consideriamo un riferimento cartesiano ortogonale (O, x1 , x2 ) con origine in O
è asse x1 coincidente con l’asse polare, allora abbiamo:

⃗r = cosθi⃗1 + senθi⃗2 (2.20)


2.1. CINEMATICA DEL PUNTO MATERIALE 15

da cui, ponendo ⃗h = −senθi⃗1 + cosθi⃗2 , si ha:

⃗h = d⃗r (2.21)

quindi |⃗h| = 1 e ⃗h · ⃗r = 0, ovvero ⃗h è un versore ortogonale ad ⃗r ed appartiene


ancora al piano (O, x1 , x2 ). In maniera analoga si può provare che:

d⃗h
= −⃗r (2.22)

Ritornando alla (2.19) abbiamo che:

⃗v = ρ̇⃗r + ρθ̇⃗h (2.23)

Osservazione 2.1.2 La velocità del punto P espressa in coordinate polari si


può scomporre nella somma di due termini, ⃗vρ = ρ̇ chiamata velocità radiale e
⃗vθ = ρθ̇ chiamata velocità trasversa, cioè:

⃗v = ⃗vρ⃗r + ⃗vθ⃗h

Poichè queste due velocità risultano ortogonali tra di loro, allora il modulo della
velocità è dato da: q
v = ρ̇2 + ρ2 θ̇2
L’espressione dell’accelerazione in coordinate polari si ricava derivando rispetto
al tempo l’espressione della velocità data dalla (2.23):

d⃗v d⃗r d⃗h


⃗a = = ρ̈⃗r + ρ̇θ̇ + ρ̇θ̇⃗h + ρθ̈⃗h + ρθ̇2 (2.24)
dt dθ dθ
Utilizzando le formule (2.21) e (2.22) otteniamo dalla (2.24):

⃗a = (ρ̈ − ρθ̇2 )⃗r + (ρθ̈ + 2ρ̇θ̇)⃗h (2.25)

Osservazione 2.1.3. L’accelerazione del punto P espressa in coordinate polari


si può scomporre nella somma di due termini, ⃗aρ = (ρ̈ − ρθ̇2 ) chiamata accele-
razione radiale e ⃗aθ = (ρθ̈ + 2ρ̇θ̇) chiamata accelerazione trasversa. Pertanto
avremo che:
⃗a = ⃗aρ⃗r + ⃗aθ⃗h
Inoltre, poichè ρθ̈ + 2ρ̇θ̇ = 12 (ρ2 θ̈ + 2ρρ̇θ̇), allora l’accelerazione trasversa può
essere scritta anche nel seguente modo:
1d 2 ⃗
⃗aθ = (ρ θ̇)h
ρ dt
16 CAPITOLO 2. IL PROBLEMA DEI DUE CORPI

2.1.3 Velocità areale


Introduciamo ora, per un moto piano, il concetto di velocità areale o areolare. In
particolare, come nel paragrafo precedente, faremo l’uso delle coordinate polari
(ρ, θ). Fissato un punto O1 sulla traiettoria, indichiamo con A(t) l’area spazzata
dal raggio vettore (P −O), ovvero l’area individuata dai vettori (O1 −O), (P (t)−
O) e dall’arco di traiettoria O1dP (t), dove il punto O è il polo di un sistema di
coordinate polari (ρ, θ) (figura 2.6).

Definizione 2.1.3. Chiamiamo velocità areale Ȧ del punto P rispetto al polo


O la derivata temporale della funzione A(t):
dA(t)
Ȧ(t) := (2.26)
dt
ossia la velocità con cui il raggio vettore descrive le aree.

Figura 2.6: La velocità areale è l’area spazzata per unità di tempo dal vettore
(P (t) − O)

Proposizione 2.1.4. Si può dimostrare che:


1
Ȧ(t) = ρ2 (t)θ̇(t) (2.27)
2
Dimostrazione. Dalla definizione di derivata si ha che:
A(t + ∆t) − A(t) ∆A
Ȧ(t) = lim = lim (2.28)
∆t→0 ∆t ∆t→0 ∆t

E’ facile provare che l’area compresa fra l’istante t e l’istante t + ∆t è data da:
1
∆A = ρ2 (t∗ )∆θ (2.29)
2
dove t∗ ∈ [t, ∆t + t] e ∆θ = θ(t + ∆t). In altre parole, esiste un istante t∗ per
cui l’area ∆A risulta uguale all’area del settore circolare di apertura ∆θ e raggio
ρ(t∗ ). Dunque mediante la (2.29) abbiamo dalla (2.28):
1
Ȧ(t) = ρ2 (t)θ̇(t) (2.30)
2
2.1. CINEMATICA DEL PUNTO MATERIALE 17

In coordinate cartesiane, poichè x1 = ρcosθ, x2 = ρsinθ, risulta che:

ẋ1 = ρ̇cosθ − ρsinθθ̇

ẋ2 = ρ̇sinθ + ρcosθθ̇


x1 ˙x2 − x2 ẋ1 = ρ2 cos2 θθ̇ + ρρ̇sinθcosθ − ρρ̇sinθcosθ + ρ2 sin2 θθ̇ = ρ2 θ̇
quindi, la velocità areale assume la seguente forma:
1
Ȧ = (x1 ẋ2 − x2 ẋ1 ) (2.31)
2

Proposizione 2.1.5. Vale la seguente relazione tra Ȧ(t) e l’accelerazione tra-


sversa:
2 dȦ(t)
⃗aθ = (2.32)
ρ dt
Dimostrazione. Dalla (2.30) si ha:
 
2 dȦ(t) 2d 1 2 1
= ρ θ̇ (2ρρ̇θ̇ + ρ2 θ̈) = 2ρ̇θ̇ + ρθ̈ = ⃗aθ
ρ dt ρ dt 2 ρ

Corollario 2.1.6. Ȧ(t) = cost ⇔ ⃗aθ = 0


Dimostrazione. Segue direttamente dalla Proposizione 2.1.5.

Osservazione 2.1.7 Se ⃗aθ = 0 allora ⃗a = ⃗aρ⃗r. In questo caso la formula


permette, conoscendo la traiettoria del punto, ρ = ρ(θ), di determinare l’accele-
razione radiale ⃗aρ . Ciò lo dimostreremo successivamente tramite la Formula di
Binet.
18 CAPITOLO 2. IL PROBLEMA DEI DUE CORPI

2.1.4 Moti centrali


Definizione 2.1.4. Il moto di un punto P è detto centrale se il vettore ac-
celerazione è sempre diretto come il vettore P − O, essendo O un punto fisso
chiamato centro del moto.

Teorema 2.1.5. Ogni moto centrale rispetto ad un centro O è piano e la


velocità areale rispetto ad O è costante e viceversa.
Dimostrazione. Dalla definizione di moto centrale si ha:

⃗a(t) × (P (t) − O) = 0, ∀t

da cui:
d d(P − O) d
[⃗v × (P − O)] − ⃗v × = [⃗v × (P − O)] = 0
dt dt dt
quindi
⃗v × (P − O) = ⃗k (2.33)
dove ⃗k è un vettore costante. Supponiamo che ⃗k ̸= 0 allora dalla (3.11) abbiamo
che:
0 = ⃗v × (P − O) · (P − O) = ⃗k · (P − O)
Per tanto il punto P appartiene al piano passante per O e normale a ⃗k. Se ⃗k = 0
allora
⃗v × (P − O) = 0, ∀t
quindi velocità e accelerazione devono risultare paralleli essendo entrambi pa-
2
ralleli a (P − O), questo comporta che l’accelerazione ⃗an = ṡρ = 0, ∀t da cui il
moto risulta rettilineo, essendo ρ1 = 0. Dunque, un moto centrale risulta pia-
no. Inoltre, l’accelerazione è tutta radiale essendo diretta come (P − O), da cui
⃗aθ = ρ1 dtd (ρ2 θ̇) = 0, pertanto
ρ2 θ̇ = c (2.34)
quindi la velocità areale del moto del punto P rispetto ad O è costante, essendo
c
Ȧ(t) = (2.35)
2
dove c viene chiamata costante delle aree. Dimostriamo ora il viceversa, ovvero
che se per un moto piano, la velocità areale relativa al polo O è costante allora
tale moto è centrale. Ciò è banale perchè ⃗aθ = 0 essendo la velocità areale
costante e quindi segue che ⃗a = ⃗aρ risulta essere sempre diretta verso il polo O.

Teorema 2.1.6. In un moto centrale, con una assegnata costante delle aree
c, l’accelerazione ⃗a si può determinare attraverso la sola traiettoria del punto,
ρ = ρ(θ), tramite la Formula di Binet:
21
!
c2 d ρ 1
⃗a = − 2 + ⃗r (2.36)
ρ dθ2 ρ
2.1. CINEMATICA DEL PUNTO MATERIALE 19

Dimostrazione. ρ = ρ(θ) abbiamo detto essere l’equazione della traiettoria


rispetto ad un riferimento polare con origine in O. Se il moto è centrale allora la
velocità areale è costante, pertanto avremo che ρ2 θ̇ = c, mentre l’accelerazione:

⃗a = aρ⃗r = (ρ̈ − ρθ̇2 )⃗r (2.37)

Cerchiamo innanzitutto un’espressione per il termine ρ̈; si ha infatti:

dρ dρ dρ c d ρ1
ρ̇ = = θ̇ = = −c
dt dθ dθ ρ2 dθ
da cui:
! !
dρ̇ d d ρ1 d d ρ1 dθ d2 ρ1 21
c2 d ρ
ρ̈ = = −c = −c = −c 2 θ̇ = − 2 2
dt dt dθ dθ dθ dt dθ ρ dθ

Pertanto dalla (2.37) si ottiene che:


21
! !
c2 d ρ c2 c2 d2 ρ1 1
⃗aρ = − 2 − ρ = − +
ρ dθ2 ρ4 ρ2 dθ 2 ρ

che consente di determinare l’accelerazione considerando la traiettoria ρ = ρ(θ)


una volta nota la costante delle aree c.
20 CAPITOLO 2. IL PROBLEMA DEI DUE CORPI

2.2 Cinematica relativa di un punto materiale


Consideriamo due osservatori distinti che rappresentiamo mediante due sistemi di
riferimento cartesiani ortogonali destri (O, x1 , x2 , x3 ), (O′ y1 , y2 , y3 ) in moto l’uno
rispetto all’altro e dotati del medesimo sistema di misura del tempo, più precisa-
mente indicheremo con sistema fisso il sistema (O, x1 , x2 , x3 ) mentre, indicheremo
con mobile il sistema (O′ y1 , y2 , y3 ).

Figura 2.7: Sistema fisso e mobile

Tale rappresentazione è possibile poichè nella meccanica classica si suppone


che:
1. la distanza tra due punti prefissati non dipende dall’osservatore. Que-
sto garantisce l’ipotesi dell’esistenza di due terne ortogonali in moto l’una
rispetto all’altra;
2. l’esistenza di un tempo assoluto, cioè indipendente dall’osservatore.
Consideriamo quindi un sistema materiale costituito da un solo punto P . Il
moto rispetto al riferimento fisso che chiameremo assoluto è assegnato mediante
il sistema: 
x1 = x1 (t)

x2 = x2 (t) (2.38)

x3 = x3 (t)

o in maniera equivalente dal vettore:


P (t) − O = x1 (t)i⃗1 + x2 (t)i⃗2 + x3 (t)i⃗3 (2.39)
dove i⃗1 , i⃗2 , i⃗3 sono i versori degli assi x1 , x2 , x3 .
In maniera analoga il moto di P rispetto al riferimento mobile che chiameremo
relativo è assegnato da:
P (t) − O′ = y1 (t)j⃗1 + y2 (t)i⃗2 + y3 (t)j⃗3 (2.40)
2.2. CINEMATICA RELATIVA DI UN PUNTO MATERIALE 21

dove y1 , y2 , y3 e j⃗1 , j⃗2 , j⃗3 sono rispettivamente le coordinate del punto P e i versori
relativi al riferimento (O′ , y1 , y2 , y3 ).
Infine, il moto del punto O′ è dato da:

O′ (t) − O = c1 (t)i⃗1 + c2 (t)i⃗2 + c3 (t)i⃗3 (2.41)

Definizione 2.2. Chiamiamo velocità assoluta v⃗a e velocità relativa v⃗r del pun-
to P la velocità di P riferita rispettivamente al riferimento O e al riferimento O′ .
Pertanto da (2.39), (2.40) si ha:

v⃗a = x˙1 i⃗1 + x˙2 i⃗2 + x˙3 i⃗3 (2.42)

v⃗r = y˙1 j⃗1 + y˙2 j⃗2 + y˙3 j⃗3 (2.43)


Chiamiamo velocità di trascinamento v⃗τ la velocità del punto della terna mobile
che coincide con il punto P ; poichè il moto della terna mobile è il moto di un
corpo rigido rispetto al riferimento O, la velocità di trascinamento del punto P è
quella che avrebbe P se fosse pensato rigidamente collegato con il sistema mobile
O′ , dunque scriveremo che:

dj⃗1 dj⃗2 dj⃗3


v⃗τ = v⃗O′ + y1 + y2 + y3 (2.44)
dt dt dt

Teorema 2.3. (di composizione della velocità). La velocità assoluta di un


punto P ∈ R3 rispetto al sistema assoluto O è data dalla formula

v⃗a = v⃗r + v⃗τ (2.45)

dove v⃗r è la velocità di P rispetto il sistema relativo O′ e v⃗τ è la velocità di


trascinamento di P .
Dimostrazione. Consideriamo l’identità

P (t) − O = (P (t) − O′ (t)) + (O′ (t) − O)

derivando rispetto t e ricordando le espressioni (2.39),(2.40),(2.41) abbiamo:

dP (t) dO′ (t) dj⃗1 dj⃗2 dj⃗3


= + y˙1 j⃗1 + y˙2 j⃗2 + y˙3 j⃗3 + y1 + y2 + y3 (2.46)
dt dt dt dt dt
Pertanto dalla (2.46) otteniamo la (2.45) quando andiamo ad utilizzare le espres-
sioni associate a v⃗a , v⃗r ,v⃗τ

Definizione 2.4. Chiamiamo accelerazione assoluta a⃗a e accelerazione relativa


a⃗r del punto P , l’accelerazione di P riferita rispettivamente al riferimento O e al
riferimento O′ , cioè:
a⃗a = x¨1 i⃗1 + x¨2 i⃗2 + x¨3 i⃗3 (2.47)
a⃗r = y¨1 j⃗1 + y¨2 j⃗2 + y¨3 j⃗3 (2.48)
22 CAPITOLO 2. IL PROBLEMA DEI DUE CORPI

Chiamiamo accelerazione di trasferimento a⃗τ di P l’accelerazione del punto della


terna mobile che coincide con il punto P :

d2 j⃗1 d2 j⃗2 d2 j⃗3


a⃗τ = a⃗O′ + y1 + y 2 + y 3 (2.49)
dt2 dt2 dt2
Chiamiamo accelerazione complementare o di Coriolis la quantità:

a⃗c = 2⃗ω × v⃗r (2.50)


7
dove ω
⃗ è il vettore che si ricava dalle formule di Poisson.

Teorema 2.5. (di composizione delle accelerazioni). L’accelerazione assoluta


di un punto P ∈ R3 rispetto al sistema assoluto O è data dalla formula

a⃗a (t) = a⃗r (t) + a⃗c (t) + a⃗τ (t) (2.51)

dove a⃗r è la velocità di P rispetto il sistema relativo O′ , a⃗τ è la velocità di trasci-


namento di P , ovvero l’accelerazione che P avrebbe se fosse fisso nel riferimento
O′ e a⃗c è l’accelerazione di Coriolis.
Dimostrazione. Deriviamo l’espressione (2.46) rispetto al tempo, otteniamo
cosı̀:
!
d ⃗1
j dj⃗2 d ⃗3
j d2 j⃗1 d2 j⃗2 d2 j⃗3
a⃗a (t) = a⃗O′ +y¨1 j⃗1 +y¨2 j⃗2 +y¨3 j⃗3 +2 y˙1 + y˙2 + y˙3 +y1 2 +y2 2 +y3 2
dt dt dt dt dt dt

da cui ricordando (2.48), (2.49) e le formule di Poisson, si ha:

aa⃗(t) = a⃗r + a⃗τ + 2(y˙1 ω


⃗ × j⃗1 + y˙2 ω
⃗ × j⃗2 + y˙3 ω
⃗ × j⃗3 ) (2.52)

Pertanto utilizzando l’espressione (2.50) per l’accelerazione di Coriolis otteniamo


dalla (2.52) la relazione (2.51).

Osservazione 2.6. Il moto di una terna mobile rispetto a quella fissa, viene
chiamato moto di trascinamento. In questo caso, consideriamo due particolari
moti di trascinamento, il primo prende il nome di moto traslatorio; quello che
facciamo è supporre che la terna mobile si muova di moto traslatorio rispetto
alla terna fissa. Sotto tali ipotesi tutti i piani solidali alla terna mobile hanno
la stessa velocità e la stessa accelerazione, pertanto è possibile scegliere come
velocità e accelerazione di trascinamento relativa ad ogni punto P , proprio la
7
ω ∈ R3 , detto vettore di Poisson o velocità angolare, tale che soddisfi le formule di
∃!⃗
Poisson:  ⃗
di1
 dt = ω
 ⃗ × i⃗1
di⃗2
dt =ω ⃗ × i⃗2
 di⃗3


dt ⃗ × i⃗3
2.2. CINEMATICA RELATIVA DI UN PUNTO MATERIALE 23

velocità e l’accelerazione relativa al punto O′ , che mi rappresenta l’origine del


sistema mobile.
Il teorema di composizione delle velocità, per quanto detto fin’ora, si esprime
nel seguente modo:
⃗va (t) = ⃗vr (t) + ⃗vO′ (t) (2.53)
Per quanto riguarda il teorema di composizione delle accelerazioni notiamo che
⃗ac = 2⃗ω × ⃗vr = 0 poichè il moto di trascinamento è di traslazione, dunque ω
⃗ =0
e l’equazione (2.51) assume la seguente forma:

⃗aa (t) = ⃗ar (t) + ⃗aO′ (t) (2.54)

In particolare quando il moto di trascinamento è traslatorio rettilineo ed uniforme


la (2.54) si riduce:
⃗aa (t) = ⃗ar (t) (2.55)
ovvero, l’accelerazione del punto P è la stessa rispetto ai due osservatori. Il
secondo moto di trascinamento che consideriamo, prende il nome di moto rota-
torio. Nel caso di moto rotatorio ed uniforme attorno ad una retta passante per
O, abbiamo che:
⃗ × (P − O)
⃗vτ = ω (2.56)
⃗aτ = −ω 2 (P − P ∗ ) (2.57)
dove P ∗ è la proiezione del punto P sull’asse di rotazione. Si ha pertanto:

⃗ × (P − O)
⃗va = ⃗vr + ω (2.58)

⃗aa = ⃗ar − ω 2 (P − P ∗ ) + 2⃗ω × ⃗vr (2.59)

Definizione 2.7. Diremo che due osservatori sono equivalenti se i relativi si-
stemi di riferimento si muovono l’uno rispetto all’altro di moto di traslazione
rettilinea ed uniforme.
24 CAPITOLO 2. IL PROBLEMA DEI DUE CORPI

2.3 Dinamica del punto materiale


La dinamica è un ramo della meccanica classica che si occupa delle cause del
moto degli oggetti e delle leggi che ne regolano il movimento. In particolare,
stabilisce relazioni fra le grandezze cinematiche e i concetti di massa e di forza.
La massa è un ente fisico legato alla quantità di materia associata al corpo.
Sarà pertanto rappresentata mediante una grandezza scalare non negativa che
supporremo indipendente dalle velocità, dalle accelerazioni dei punti costituenti
il corpo e dal tempo. Inoltre, nella meccanica classica, la massa oltre essere una
grandezza indipendente dal moto e costante del tempo, ammette anche una legge
di conservazione.
La forza, invece, viene rappresentata matematicamente mediante un vettore
applicato, cioè mediante una coppia (F⃗ , P ), dove P ∈ ε è chiamato punto di
applicazione ed F⃗ è un vettore, infatti ad ogni forza che agisce su un punto
si può associare una direzione e un verso che individuano l’orientamento della
forza ed un modulo che rappresenta l’intensità. La forza è quindi un ente in
grado di modificare lo stato di quiete o di moto di un corpo, generando quindi,
un’accelerazione.
Enunciamo ora quelle che rappresentano il pilastro della dinamica di un punto
materiale: I Principi della Dinamica. I principi della dinamica sono le leggi
fisiche su cui si fonda la dinamica newtoniana, che descrive le relazioni tra il
moto di un corpo e gli enti che lo modificano. Sono anche chiamati principi di
Newton perché furono enunciati come assiomi da Isaac Newton nel suo trattato
Philosophiae Naturalis Principia Mathematica.

Primo Principio della Dinamica. Esiste un osservatore chiamato inerziale


o galileiano, rispetto al quale un punto materiale isolato 8 (quindi non soggetto
a forze assolute) permane nel suo stato di quiete o di moto rettilineo ed uni-
forme. Esempi di osservatori che possono risultare inerziali si possono costruire
scegliendo l’origine e l’orientamento degli assi mediante le stelle fisse. Ma, anche
un riferimento con origine nel Sole ed assi orientati verso le stelle fisse è ritenuto
inerziale.

Secondo Principio della Dinamica. Il moto di un punto materiale, rispetto


ad un osservatore inerziale, è tale che il prodotto della masse associata al pun-
to per la sua accelerazione è uguale alla forza risultante di tutte le azioni che
agiscono sul punto. In formule esprimeremo ciò nel seguente modo:

F⃗ = m⃗a (2.60)

Formulata in tale modo, dalla Seconda Legge non siamo in grado di predire il
moto di un punto materiale. A tale fine è fondamentale stabilire come la forza F⃗
8
Con punto materiale isolato, intendiamo un punto P di massa non nulla che sia situato
ad una distanza molto grande dagli altri punti materiali, per cui l’azione di questi punti può
essere considerata trascurabile.
2.3. DINAMICA DEL PUNTO MATERIALE 25

sia legata alle variabile del moto. Infatti, il vettore F⃗ in generale dipende dalla
posizione di P , dalla sua velocità e dal tempo, ossia:

F⃗ = F⃗ (P, ⃗v , t) = F⃗ (x(t), ẋ(t), t) (2.61)

dove x individua il vettore rappresentativo del punto P . Pertanto la (2.60)


diventa:
F⃗ (x, ẋ, t) = mẍ (2.62)

Con questa formulazione la Seconda Legge risulta espressa mediante un’equazio-


ne differenziale del secondo ordine in forma normale. Pertanto, sotto opportune
ipotesi di regolarità l’equazione (2.62) ammette un’unica soluzione in corrispon-
denza ad assegnate condizioni iniziali sulla posizione e la velocità del punto mate-
riale. In poche parole, mediante la (2.62) possiamo stabilire il moto di un punto
materiale una volta note la forza F⃗ e le condizioni iniziali.

Osservazione 2.3. L’equazione (2.62) rimane invariata anche quando viene


associata ad un osservatore non inerziale. Infatti dalla (2.62) e considerando il
teorema di composizione dell’accelerazione, si ha:

m⃗ar = F⃗ (x0 + xr , ẋτ + ẋr , t) − m⃗aτ − m⃗ac

quindi, se indichiamo con F⃗r = F⃗ − m⃗aτ − m⃗ac , otteniamo la nuova equazione


differenziale per il moto del punto P relativo ad un osservatore non inerziale:

mẍr = F⃗r (xr , ẋr , t) (2.63)

Dunque, rispetto un osservatore non inerziale è necessario considerare oltre alla


forza assoluta F⃗ , anche la forza di trascinamento F⃗τ = −m⃗aτ e la forza di Coriolis
F⃗c = −m⃗ac

Osservazione 2.4. L’equazione (2.62) fa riferimento ad un sistema materiale


costituito da un solo punto, possiamo però, prendere in considerazione anche
sistemi materiali costituiti da più punti. Consideriamo, quindi, un sistema ma-
teriale di punti (Ps , ms ) con s = 1, .., n. Per tale sistema, la Seconda Legge della
Dinamica assumerà la seguente forma:

F⃗s (t) = F⃗s (x1 , .., xn , ẋ1 , .., ẋn , t) (2.64)

ovvero, la forza F⃗s che agisce sul generico punto Ps dipende dalla posizione e
dalla velocità di tutti i punti materiali del sistema materiale.
La forza F⃗s rappresenta l’azione risultante di tutte le forze che agiscono sul
punto Ps .
26 CAPITOLO 2. IL PROBLEMA DEI DUE CORPI

Terzo Principio della Dinamica. (Principio di azione e reazione.) Dati due


sistemi materiali (A, F⃗AB ) e (B, F⃗BA ), per ogni forza che il corpo A esercita su un
altro corpo B, ne esiste istantaneamente un’altra uguale in modulo e direzione,
ma opposta in verso, causata dal corpo B che agisce sul corpo A, pertanto tali
forze costituiscono una coppia di braccio nullo, cioè i vettori F⃗AB e F⃗BA sono
diretti secondo la retta che congiunge A con B e inoltre:
F⃗AB = −F⃗BA (2.65)

Figura 2.8: Principio di Azione e Reazione

Definizione 2.5. Una forza F⃗ si dice posizionale se F⃗ non dipende dalla


velocità di P , nè dal tempo t, ma solo dalla posizione di P :
F⃗ = F⃗ (P ) = F⃗ (x(t)) (2.66)

Esempio 2.6. (Forza di attrazione gravitazionale) Consideriamo due punti


materiali (P, m) e (Q, M ), il punt Q esercita sul punto P una forza F⃗ del tipo:
mM
F⃗ = −K 2 vers(P − Q)
r
+
dove r = |P − Q| e K ∈ R è chiamata costante di gravitazione universale.

Osservazione 2.7. Consideriamo per un sistema di punti materiali (Ps , ms )


con s = 1, 2, ..., n e consideriamo le relative equazioni di moto che derivano dalla
Seconda Legge della Dinamica:
ms⃗v̇s = F⃗s (x(t), v(t), t) (2.67)
dove x = (x⃗1 , .., x⃗n ) e v = (v⃗1 , .., v⃗n ). Moltiplichiamo scalarmente l’equazione
(2.67) per lo spostamento dPs = ⃗vs dt, otteniamo cosı̀:
X n Xn
ms v⃗s · ⃗vs dt = F⃗s (x, v, t) · ⃗vs dt (2.68)
s=1 s=1
Tale espressione scalare ci consente di introdurre due nuove grandezze fisiche.
2.3. DINAMICA DEL PUNTO MATERIALE 27

Definizione 2.8. Chiamiamo energia cinetica T di un sistema di punti mate-


riali (P1 , m1 ), .., (Pn , mn ) all’istante t lo scalare:

n
1X
T = ms vs2 (2.69)
2 s=1

Chiamiamo lavoro elementare dL di un sistema di forze (P1 , F⃗1 ), .., (Pn , F⃗n ),
relativo all’intervallo di tempo (t, t + dt) lo scalare:

dL = (F⃗1 · ⃗v1 + .. + F⃗n · ⃗vn )dt (2.70)

Infine chiamiamo potenza P(t) all’istante t del sistema di forze (P1 , F⃗1 ), .., (Pn , F⃗n )
lo scalare:
dP (t) = F⃗1 · ⃗v1 + .. + F⃗n · ⃗vn

Dunque, grazie a queste definizioni e all’equazione (2.68) possiamo enunciare il


teorema delle Forze Vive.

Teorema 2.9. (Delle Forze Vive.) Come conseguenza dell’equazione (2.68) per
il moto di un sistema materiale libero si ha:

dL = dT (2.71)

dove dT è il differenziale dell’energia cinetica.

Osservazione 2.10. Utilizzando la definizione di potenza è possibile da (2.71)


riformulare l’espressione del Teorema delle Forze Vive:

dT
=P
dt

Definizione 2.11. Una forza (F⃗ , P ) posizionale si dice conservativa se ∃U =


U (x, y, z) ∈ C (1) tale che dL = dU ossia:

∂U ∂U ∂U
Fx dx + Fy dy + Fz dz = dx + dy + dz
∂x ∂y ∂z

che equivale a dire:


F⃗ = ∇U

La funzione U = U (x, y, z), definita a meno di una costante additiva, si chiama


potenziale della forza.
28 CAPITOLO 2. IL PROBLEMA DEI DUE CORPI

Teorema 2.12. (Conservazione dell’energia meccanica.) Se le forze sono con-


servative con potenziale U allora la quantità (T − U ) si mantiene costante nel
tempo e in particolare:
T (t) − U (t) = E (2.72)
dove E = T0 − U0 è la differenza fra l’energia cinetica iniziale e il potenziale
iniziale.
Dimostrazione. Quando il sistema materiale è costituito da forze conservative,
allora dL = dU . Dunque, dal teorema delle Forze Vive (2.71):

dU = dT ⇒ d(T − U ) = 0 (2.73)

e quindi, banalmente si ha la (2.72).


Indichiamo inoltre con V (t) = −U (t), questa quantità prende il nome di
energia potenziale, pertanto l’espressione (2.73) che esprime la conservazione
dell’energia meccanica si scriverà come:

T (t) + V (t) = E

cioè la somma dell’energia cinetica e dell’energia potenziale si mantiene uguale


ad una costante E.

Definizione 2.13. Una forza (F⃗ , P ) è detta centrale se esiste un punto fisso O
rispetto alla quale la forza si può esprimere nel seguente modo:

(P − O)
F⃗ = φ(ρ) (2.74)
ρ

dove ρ = |P − O|, φ(ρ) è una funzione che ammette una primitiva Φ(ρ) e ⃗r =
(P −O)
ρ
. In altre parole, una forza si dice centrale quando è sempre diretta verso
un punto fisso detto polo e dipende solo dalla distanza ρ = |P − O|.

Teorema 2.14. Ogni forza centrale (F⃗ , P ) dove la forza è data dalla (2.74) è
conservativa. Il relativo potenziale è dato da U (ρ) = Φ(ρ) + cost.
Dimostrazione. Prendiamo in considerazione il lavoro elementare:
(P − O) φ(ρ) dρ2
dL = φ(ρ) · d(P − O) = = φ(ρ)dρ
ρ ρ 2

Sappiamo che Φ(ρ) è una primitiva di φ(ρ), pertanto avremo che:

dL = dΦ

Da cui ricaviamo quello che è il potenziale:


Z
U = Φ + cost = φ(ρ)dρ + cost (2.75)
2.3. DINAMICA DEL PUNTO MATERIALE 29

Esempio 2.15. Come esempio di forza centrale possiamo considerare la forza


di attrazione gravitazionale, il cui relativo potenziale è dato da:

1 ρ2
Z Z
mM KmM
U (ρ) = − K 3 x · dx = −KmM 3
d = + cost (2.76)
ρ ρ 2 ρ

Definizione 2.16. Consideriamo un punto materiale libero di massa m, (P, m),


su cui agisce una risultante F⃗ delle forze. L’equazione fondamentale della dina-
mica è quindi data da:
m⃗v˙ (t) = F⃗ (⃗x, ⃗v , t) (2.77)

dove F⃗ (⃗x, ⃗v , t) è la risultante di tutte le forze che operano sul punto P .


Chiamiamo quantità di moto Q ⃗ del punto materiale (P, m) il vettore:

⃗ = m⃗v
Q (2.78)

dove il vettore ⃗v mi rappresenta la velocità del punto.

Teorema 2.16. (della Quantità di Moto.) La derivata temporale della quantità


di moto di un punto materiale libero (P, m) è data dalla risultante di tutte le
forze che agiscono sul punto materiale, dunque:


dQ
= F⃗ (⃗x(t), ⃗v (t), t) (2.79)
dt

Dimostrazione. L’equazione (2.79) segue immediatamente dalla (2.77) e dalla


(2.78).

Definizione 2.17. Chiamiamo momento della quantità di moto K⃗ 0 di un punto


materiale (P, m) rispetto ad un polo O il momento rispetto ad O del vettore
⃗ ovvero:
applicato (P, Q),

⃗0 = Q
K ⃗ × (O − P ) = m⃗v × (O − P ) (2.80)

Considerando la (2.77)e la (2.80) otteniamo il seguente risultato:

Teorema 2.18. (del Momento della Quantità di Moto.) La derivata temporale


del momento della quantità di moto rispetto ad un polo fisso O è uguale al
momento risultante, rispetto allo stesso polo, di tutte le forze agenti sul punto
materiale P , ovvero:
d ⃗
K0 = Ω0 (⃗x(t), ⃗v (t), t) (2.81)
dt
30 CAPITOLO 2. IL PROBLEMA DEI DUE CORPI

Teorema 2.19. Il momento della quantità di moto in un campo di forze centrali


si conserva lungo il moto, ovvero:
⃗ 0 = cost
K (2.82)

Dimostrazione. Per dimostrare che il momento della quantità di moto è


costante basta far vedere che la sua derivata temporale è nulla, infatti:

dK⃗0 
(O − P ) d⃗v

=m × ⃗v + (O − P ) × =
dt dt dt

m⃗v × ⃗v + m(O − P ) × ⃗a = m⃗v × ⃗v + (O − P ) × (m⃗a) =


mv × ⃗v + (O − P ) × F⃗
Ma entrambi i prodotti vettoriali sono nulli poichè coinvolgono vettori paralleli
tra di loro, pertanto si ha che:

dK⃗0
⃗ 0 = cost
=0⇒K
dt

Corollario 2.20. Il moto di un punto soggetto soltato ad una forza di tipo


centrale risulta piano e la relativa velocità areale è costante.
Dimostrazione. Se la forza è centrale allora vale la (2.82), se la moltiplichiamo
scalarmente per (P − O) abbiamo:

⃗ 0 · (P − O) = m⃗v × (O − P ) · (P − O) = 0
K

poichè K ⃗ 0 è un vettore costante, (P − O) dovrà rimanere sempre ortogonale a


tale vettore, dunque il punto P apparterrà al piano passante per O ed ortogonale
aK ⃗ 0 . Se ρ, θ sono le coordinate polari di P rispetto al polo O allora dalla (2.82)
rislta:
K⃗ 0 = −m(ρ̇⃗r + ρθ̇⃗h) × ρ⃗r = −mρ2 θ̇⃗h × ⃗r

Pertanto, poichè K ⃗ 0 = cost, dalla relazione sopra riportata si ha che la velocità


2
areale ρ θ̇ = cost.
2.3. DINAMICA DEL PUNTO MATERIALE 31

2.3.1 Dinamica del punto libero


In questo paragrafo ci limiteremo ad analizzare il punto materiale nel caso in cui
non è soggetto a nessun tipo di vincolo.
Consideriamo un punto materiale (P, m) e supponiamolo in moto rispetto
ad un riferimento (O, x1 , x2 , x3 ) e supponiamo sia soggetto ad una risultante
F⃗ (⃗x(t), ⃗v (t), t) di tutte le forze che agiscono sul punto materiale. L’equazione
fondamentale della dinamica (2.7) la esprimeremo o nella forma:

m⃗x¨ = F⃗ (⃗x, ⃗x˙ , t) (2.83)

oppure, tenendo conto che le componenti F1 , F2 , F3 di F⃗ dipendono da x1 , x2 , x3 ,


ẋ1 , ẋ2 , ẋ3 , t, anche nel modo seguente:

mẍ1 = F1 (x1 , x2 , x3 , ẋ1 , ẋ2 , ẋ3 , t)

mẍ2 = F2 (x1 , x2 , x3 , ẋ1 , ẋ2 , ẋ3 , t) (2.84)

mẍ3 = F3 (x1 , x2 , x3 , ẋ1 , ẋ2 , ẋ3 , t)

Queste equazioni costituiscono un sistema differenziale del secondo ordine in


forma normale. Sotto opportune ipotesi di regolarità per la forza, è possibile
giungere ad un teorema di esistenza e unicità per la soluzione nel sistema (2.83)
una volta assegnate le condizioni iniziali. Ciò permette di determinare univo-
camente il moto del punto P quando risultano fissate la posizione e la velocità
iniziale. Il sistema del secondo ordine (2.84) è equivalente al seguente sistema
del primo ordine in forma normale:
(
⃗x˙ = ⃗v
(2.85)
m⃗v˙ = F⃗ (⃗x, ⃗v , t)

le condizioni iniziali sono assegnate dai valori (x0 , v0 ) ∈ R6 della posizione e della
velocità iniziale di P .

2.3.2 Dinamica del punto vincolato


Un punto materiale è detto vincolato se il suo moto è limitato da vincoli che ne
limitano le posizioni e le velocità. Vi sono differenti modi per studiare il moto
di un punto vincolato ma, il più elementare è quello di generalizzare i metodi e i
principi usati per il punto materiale libero. Sotto questo punto di vista, il vincolo,
agisce come un azione in grado di alterare il moto e quindi, questa azione viene
interpretata come una forza da aggiungere alle forze già presenti. Tale forza verrà
chiamata reazione vincolare per distinguerla dalle altre forze che prenderanno il
nome di forze attive. La reazione vincolare è quindi, al pari di ogni altra forza,
un vettore applicato nel punto materiale che rappresentiamo mediante la coppia
(P, Φ). A differenza delle forze attive, le reazioni vincolari non sono esprimibili in
funzione dello stato del sistema o come funzione esplicita del tempo, ma devono
essere interpretate come delle quantità incognite. Pertanto se supponiamo che sia
32 CAPITOLO 2. IL PROBLEMA DEI DUE CORPI

sempre possibile sostituire i vincoli mediante opportune reazioni vincolari senza


alterare lo stato di quiete o di moto del punto, allora la legge fondamentale della
dinamica avrà la seguente forma:
m⃗v˙ = F⃗ (⃗x, ⃗v , t) + Φ (2.86)

2.4 Dinamica relativa di un punto materiale


Abbiamo finora analizzato la dinamica del punto in riferimento ad un osserva-
tore inerziale; ora passiamo ad esaminare la dinamica del punto rispetto ad un
osservatore in moto relativo qualunque rispetto ad un osservatore inerziale, e
che quindi, in generale, risulterà essere non inerziale. Ricordiamo che quando le
forze dipendono solo dalla distanza tra un punto mobile P ed altri punti intera-
genti con esso, il vettore forza rimane invariato nel passaggio da un osservatore
assoluto e che supponiamo inerziale, ad un altro osservatore che denominiamo
relativo e che risulta, generalmente non inerziale:
F⃗a = F⃗r = F⃗
Mentre, l’accelerazione si trasforma secondo il teorema di Coriolis (teorema di
composizione delle accelerazioni) nel seguente modo:
a⃗a = a⃗r + a⃗τ + a⃗c
dove ricordiamo dalla cinematica relativa che a⃗τ è l’accelerazione di trascina-
mento e a⃗c è l’accelerazione di Coriolis. Fatta questa premessa, vediamo cosa
succede, introducendo queste leggi di trasformazione nell’equazione fondamen-
tale della dinamica, valida rispetto ad un osservatore inerziale (assoluto) O e
rispetto ad un osservatore non inerziale (relativo) O′ :
F⃗a + Φ = ma⃗a (2.87)
F⃗r + Φ′ = ma⃗r (2.88)
dove F⃗a ,Φ e F⃗r ,Φ′ sono rispettivamente i vettori risultanti delle forze e delle
reazioni vincolari agenti sul punto P , rispetto O e O′ . Osserviamo, inoltre che
le reazioni vincolari non variano con il sistema di riferimento, quindi risulta che
Φ = Φ′ ; variano invece le risultanti delle forze, infatti ricordando dalla cinematica
relativa il teorema di composizione delle accelerazioni avremo:
ma⃗r = ma⃗a − ma⃗τ − ma⃗c
Combinando questa equazione con la (2.87) e la (2.88) si ottiene:
F⃗r + Φ′ = F⃗a + Φ − ma⃗τ − ma⃗c
da cui
F⃗r = F⃗a − ma⃗τ − ma⃗c (2.89)
Le espressioni F⃗τ := −ma⃗τ e F⃗c := −ma⃗c rappresentano rispettivamente la forza
di trascinamento e la forza di Coriolis.
Capitolo 3

Le leggi di Keplero

A cavallo tra il XVI secolo e il XVII secolo, il matematico e astronomo tedesco


Giovanni Keplero, raccolse innumerevoli dati astronomici riguardanti le posizioni
relative dei pianeti del sistema solare. Nel 1609 pubblicò la sua prima opera
Astronomia Nova, dove enunciò le prime delle sue tre leggi. Nel 1619 pubblicò
l’opera Harmonices Mundi, dove presentò la sua terza legge sul moto planetario.
In questo capitolo, analizzeremo come da queste leggi, di provenienza puramente
cinematica, poichè basata sullo studio della forma delle orbite dei pianeti nel
loro moto relativo al Sole, si possa già dedurre l’espressione analitica della Legge
di Gravitazione Universale formalizzata da Newton nel 1687. Lo studio e la
presentazione dei dati sperimentalmente raccolti, cosı̀ come la sua capacità di
descriverli attraverso le tre leggi fanno di Keplero il fondatore della Meccanica
Celeste.

3.1 Il problema dei due Corpi


Il problema dei due corpi riguarda lo studio del moto di due punti materiali
soggetti ognuno ad una forza di tipo newtoniano. Questo problema si presenta
ad esempio, nella teoria del moto dei sistemi Sole-Pianeta, in quanto il moto dei
baricentri di due corpi lontani fra loro come il Sole e il Pianeta si può trattare
supponendo che la massa dei due corpi sia concentrata nei rispettivi baricentri.
Se il moto di P e di Q fa riferimento ad un osservatore inerziale (O, x1 , x2 , x3 )
allora le equazioni del moto sono:

mẍP = F⃗ (3.1)

M ẍQ = −F⃗ (3.2)


dove xP = (P − O) e xQ = (Q − O), per quanto riguarda la forza che agisce sul
punto P dovuta all’attrazione gravitazionale è data da:

mM
F⃗ = −K (P − Q) (3.3)
|P − Q|3

33
34 CAPITOLO 3. LE LEGGI DI KEPLERO

mentre, la forza F⃗ ′ che agisce sul punto Q è uguale a −F⃗ , cioè:

mM
F⃗ ′ = −K (Q − P ) (3.4)
|P − Q|3

In molti problemi pratici, come ad esempio il moto dei pianeti attorno al Sole,
appare naturale lo studio del moto di uno dei pianeti, ad esempio P , rispetto ad
un osservatore con origine nel punto Q, con assi (x′1 , x′2 , x′3 ) invariabili e paralleli
rispetto a quelli del riferimento inerziale (O, x1 , x2 , x3 ) (figura 3.1). L’equazio-
ne fondamentale del moto del punto P rispetto al riferimento (Q, x′1 , x′2 , x′3 ) è
pertanto:
mẍ′P = F⃗ − m⃗ar − m⃗ac (3.5)

Figura 3.1: Problema dei due Corpi

dove x′P = P − Q. Ora, poichè il riferimento con origine nel punto Q trasla
rispetto a riferimento inerziale (con origine nel punto O) ciò comporta che l’ac-
celerazione di Coriolis è nulla, ovvero ⃗ac = 2⃗ω × ⃗vr = 0, mentre l’accelerazione
relativa sarà pari a:
d2 (Q − O)
⃗ar = = ẍQ (3.6)
dt2
Segue, quindi dalla (3.5) e dalla (3.2) che:
m
mẍ′P = F⃗ + F
M
da cui, si ricava
mM
F = ẍ′P (3.7)
m+M
In forma esplicita la (3.7) si scrive come:

mM mM d2 (P − Q)
−K (P − Q) = (3.8)
|P − Q|3 m+M dt2
3.2. PRIMA LEGGE DI KEPLERO 35

Questa nuova relazione (3.7) che mi rappresenta il moto del punto P differisce
dalla (3.1), in quanto nella (3.7) abbiamo invece della massa m, una massa
mM
ridotta m+M . Tale rapporto è chiamato massa ridotta essendo il valore di M
sempre inferiore rispetto al valore di m, infatti possiamo notare che:
mM m
= m < m (3.9)
m+M 1+ M

Osservazione 2.5. La massa ridotta fornisce una misura quantitativa del gra-
do di non inerzialità dell’osservatore relativo; essa tende alla massa del pianeta P
quando l’osservatore relativo Q tende a diventare inerziale, mentre si allontana
da m tanto è più grande l’accelerazione del Sole, cioè quanto meno inerziale è
l’osservatore relativo. In particolare, quando la massa m del punto P è molto più
m
piccola della massa M del punto Q, allora il rapporto M risulta trascurabile e la
massa ridotta può essere approssimata con m. Se, invece, la massa m è molto
vicina alla massa M allora la massa ridotta è molto vicina al rapporto m2 .

3.2 Prima Legge di Keplero


Sappiamo che il moto di un punto materiale P è piano e che la sua velocità
areale costante è indicata con 2c , queste due proprietà ci consentono di ricavare
la Prima Legge di Keplero. Introduciamo, infatti, sul piano del moto un
riferimento polare (ρ, θ) (figura 3.2 ) e ricordando che quando la velocità areale
è costante, l’accelerazione è solamente radiale ed è data dalla formula di Binet:
21
!
c2 d ρ 1
aρ = − + (3.10)
ρ dθ ρ

Figura 3.2: Riferimento polare


36 CAPITOLO 3. LE LEGGI DI KEPLERO

l’equazione del moto (3.8) assume la seguente forma:


21
!
m+M c2 d ρ 1
−K =− + (3.11)
ρ2 ρ dθ ρ

che risulta essere un’equazione differenziale lineare non omogenea nell’incognita


ρ(θ), il cui integrale generale è dato da:
1 m+M
= Dcos(θ + θ0 ) + K (3.12)
ρ c2
dove D e θ0 sono due parametri arbitrari dipendenti dalle condizioni iniziali. Se
poniamo:
c2
p= (3.13)
K(m + M )
Dc2
e= = Dp (3.14)
K(m + M )
allora dalla (3.12) abbiamo:
p
ρ= (3.15)
1 + ecos(θ + θ0 )
che mi rappresenta l’equazione polare di una conica riferita ad un fuoco. In
particolare:
• se e < 1 abbiamo un’ellisse;

• se e = 1 abbiamo una parabola;

• se e > 1 abbiamo un’iperbole.


Nello studio del moto dei pianeti attorno al Sole, è possibile verificare che il
parametro D, determinabile mediante le condizioni iniziali, è tale che
K(m + M )
D<
c2
e quindi e < 1.
Si dimostra cosı̀ La Prima Legge di Keplero che ci dice: le orbite dei
pianeti sono delle ellissi di cui il Sole occupa uno dei fuochi. La traiettoria può
essere una parabola per alcune comete, mentre si può avere un’iperbole nel moto
di certi veicoli spaziali. Con questa prima legge, formulata nel 1609, Keplero
propose un modello eliocentrico in cui le orbite non sono circolari ma ellittiche.
Notiamo che, poichè l’ellisse è una figura piana, i moti dei pianeti avvengono in
un piano, detto piano orbitale. Per la Terra tale piano è detto eclittica.
2 2
L’equazione dell’ellisse è xa2 + yb2 = 1. Nella figura (3.3) è rappresentata un
orbita ellittica 1
1
in meccanica celeste un’orbita ellittica è un’orbita con eccentricità maggiore di 0 e minore
di 1
3.2. PRIMA LEGGE DI KEPLERO 37

Figura 3.3: Prima legge di Keplero

• a semiasse maggiore;

• b semiasse minore;

• c semi-distanza focale

Fra questi parametri sussistono le seguenti relazioni:



c = a2 − b2 , e = ac

Per l’ellisse l’eccentricità è un valore compreso tra 0 < e < 1, ma per la


maggior parte dei pianeti risulta e < 1. Le parti più importanti dell’ellisse sono
il raggio vettore che unisce il centro del Sole con il centro di un pianeta. Poi
troviamo la linea degli apsidi, che è la retta passante per i due fuochi dell’ellisse
insieme ai suoi punti di intersezione con l’ellisse chiamati apsidi o vertici.
Da questa legge capiamo inoltre che la distanza della Terra dal Sole non è
sempre uguale ma cambia. Infatti il punto in cui il nostro pianeta si trova più
distante dal Sole è detto afelio, mentre il punto in cui la Terra è più vicina al
Sole si chiama perielio.
In particolare, questa legge, fornendo esplicitamente la forma dell’orbita dei
pianeti, consente di conoscere l’espressione esatta dell’accelerazione radiale, gra-
zie alla formula di Binet. Infatti, sostituendo la (3.15) nella (3.10) e tenendo
conto che ci sono le seguenti relazioni tra p, e e i semiassi dell’ellisse
r
b2 b2
p = ,e = 1 − 2 (3.16)
a a
otteniamo: !
c2 d2 ρ11 c2
aρ = − 2 + =− (3.17)
ρ dθ2 ρ pρ2
38 CAPITOLO 3. LE LEGGI DI KEPLERO

Sapendo che Ȧ(t) = 2c , la costante delle aree si può esprimere in funzione del
periodo T e dei semiassi dell’orbita, cioè:
Atot πab
c = 2Ȧ(t) = 2 =2 (3.18)
T T
Inserendo nella (3.18) la (3.19) e la prima delle (3.17), otteniamo:
 3
2 a 1
aρ = −4π 2
(3.19)
T ρ2

3.3 Seconda Legge di Keplero


Per quanto detto precedentemente, il moto del punto P rispetto all’osservatore
(Q, x′1 , x′2 , x′3 ) è piano e la relativa velocità areale rispetto a Q è costane. Questo
ci permette di enunciare la Seconda Legge di Keplero.
La Seconda Legge di Keplero o anche detta Legge delle Aree, è stata
formulata nel 1906 e afferma che: le aree descritte dai raggi vettori sono propor-
zionali ai tempi impiegati a descriverle. Se facciamo riferimento al moto di un
pianeta attorno al Sole, allora diremo che: il raggio vettore che congiunge il Sole
con il centro del pianeta descrive aree uguali in tempi uguali.

Osservazione 3.3. La velocità orbitale non è costante, ma varia lungo l’orbita.


Infatti, come si vede nella (figura 3.4), le aree evidenziate sono uguali e vengono
quindi percorse nello stesso tempo. In prossimità del perielio, dove il raggio
vettore è più corto rispetto l’afelio, l’arco di ellisse corrispondente risulta essere
più lungo. Da queste osservazioni, ne segue che la velocità orbitale è massima al
perielio e minima all’afelio.

Figura 3.4: Legge delle aree


3.4. TERZA LEGGE DI KEPLERO 39

Osservazione 3.4. La componente della velocità ortogonale al raggio vettore


per una determinata orbita è inversamente proporzionale al modulo del raggio
vettore. Questa è una conseguenza della conservazione del momento angolare.
Infatti, indicato con θ l’angolo tra il raggio vettore e la tangente all’orbita, ossia
tra il raggio vettore e il vettore velocità, il modulo del momento angolare K0 =
mv(O − P )sinθ è costante, ma v⊥ ≡ vsinθ rappresenta la componente della
velocità ortogonale al raggio vettore; pertanto, il prodotto mv⊥ (O−P ) è costante
e, dato che anche la massa m è costante, è evidente che v⊥ è inversamente
proporzionale al raggio vettore.

3.4 Terza Legge di Keplero


La Terza Legge di Keplero, formulata tra il 1619 e il 1620, afferma che: i
quadrati dei periodi di rivoluzione dei pianeti intorno al Sole sono direttamente
proporzionali a cubi dei semiassi maggiori delle rispettive ellissi descritte dai
pianeti. Il rapporto tra il quadrato del periodo di rivoluzione e il cubo del
semiasse maggiore dell’orbita è lo stesso per tutti i pianeti. Se T è il periodo di
rivoluzione, l’area A della relativa ellisse sarà:
c
A= T
2
oppure se a e b sono rispettivamente i semiassi maggiore e minore dell’ellisse
l’area sarà data da:
A = abπ
da cui si ricava che:
T2 4π 2 b2
= (3.20)
a3 ac2
Ora, in base alla (3.15) abbiamo che la massima ρM e la minima ρm distanza
dell’orbita da uno dei due fuochi sono date rispettivamente da:
p
ρM = (3.21)
1−e
p
ρm = (3.22)
1+e
da cui si ricava che:
2p
ρM + ρm = 2a = (3.23)
1 − e2
2pe
ρM + ρm = 2f = (3.24)
1 − e2
dove 2f è la distanza tra i due fuochi. Pertanto poichè a2 = b2 + f 2 si ha:

p2
b 2 = a2 − f 2 = (3.25)
1 − e2
40 CAPITOLO 3. LE LEGGI DI KEPLERO

Confrontando la (3.21) e la (3.22) con la (3.23), (3.24) e la (3.25) si ottiene:


T2 4π 2 p 4π 2
= 2 = (3.26)
a3 c K(M + m)
Inoltre, grazie alla diretta proporzionalità tra il periodo di rivoluzione e il
semiasse maggiore dell’ellisse, la Terza Legge di Keplero mi permette di esprimere
l’accelerazione radiale nel seguente modo:
K
⃗aρ = − (3.27)
ρ2
con K indipendente dal singolo pianeta considerato. Indicando con O la posizione
del Sole e con P la posizione di un qualsiasi pianeta, di massa m, la forza che il
Sole esercita sul pianeta sarà pari a :
Km
F⃗ = − 2 eρ (3.28)
ρ
con eρ = ρ1 (O − P ). Tale relazione descrive la forza attrattiva che il Sole esercita
su ogni pianeta.

3.5 La Legge di gravitazione Universale


Newton, considerando le leggi di Keplero e il suo terzo Postulato della Meccanica,
arrivò alla formulazione della Legge di Gravitazione Universale. Supposto
che tutti i pianeti siano attratti dal Sole con la seguente intensità:
Km
FP S = (3.29)
ρ2
dove m è la massa del pianeta e ρ la sua distanza dal Sole, si osservò che, a sua
volta, ogni singolo pianeta attrarrà tutti i satelliti e i corpi che orbitano attorno
ad esso con la seguente legge:
km′
F ′ = ′2 (3.30)
ρ
dove m′ indica la massa del satellite, ρ′ indica la sua distanza dal pianeta e k
rappresenta una costante che può dipendere dal pianeta scelto.
Inoltre, si osservò che ogni singolo pianeta non si limita ad attrarre i satelliti
che gli orbitano attorno ma, risponde all’attrazione del Sole con una forza di
pari intensità e verso opposto. Detta M la massa del Sole, ed indicando con ρ la
distanza Sole-pianeta, la (3.30) sarà:
kM
FSP = (3.31)
ρ2
Se supponiamo che FSP = FP S ciò implica che Km = kM e ciò equivale a
richiedere che:
K k
= =h (3.32)
M m
3.5. LA LEGGE DI GRAVITAZIONE UNIVERSALE 41

dove h è una costante che non dipende nè dal corpo attratto nè dal corpo at-
traente. Tale costante prende il nome di Costante di Gravitazione Universale ed
il suo valore approssimato è:

h = 6.672−11 N m2 kg −2 = 6.672 × 10−8 cm3 g −1 s−2

Infine, Newton comprese che non solo pianeti e satelliti, ma anche ogni coppia
di punti P1 , P2 di masse m1 , m2 si attraggono con la stessa legge di Gravitazione
Universale:
m1 m2 P2 P1
F⃗12 = −F⃗21 = −h 2 (3.33)
ρ12 ρ12
Bibliografia

[Cim] Michela Cimaglia. ≪Determinazione delle leggi di Keplero nel proble-


ma dei due corpi e studio dei moti kepleriani≫. Tesi di dott.
[Fab02] M. Fabrizio. Elementi di meccanica classica. Zanichelli, 2002.
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