COMPRENSIONE E ANALISI DEL TESTO
Il brano riportato è tratto dal cap. 19 dei Promessi Sposi. Qui Manzoni presenta una delle figure
più importanti del romanzo: l’innominato.
Abbiamo detto che don Rodrigo, intestato più che mai di venire a fine della sua bella impresa,
s'era risoluto di cercare il soccorso d'un terribile uomo. Di costui non possiam dare né il
nome, né il cognome, né un titolo, e nemmeno una congettura sopra nulla di tutto ciò: cosa
tanto più strana, che del personaggio troviamo memoria in più d'un libro(libri stampati, dico)
5 di quel tempo. Che il personaggio sia quel medesimo, l'identità de' fatti non lascia luogo a
dubitarne; ma per tutto un grande studio a scansarne il nome, quasi avesse dovuto bruciar la
penna, la mano dello scrittore. Francesco Rivola, nella vita del cardinal Federigo Borromeo,
dovendo parlar di quell'uomo, lo chiama " un signore altrettanto potente per ricchezze,
quanto nobile per nascita ", e fermi lì.
10 Giuseppe Ripamonti, che, nel quinto libro della quinta decade della sua Storia Patria, ne fa più
distesa menzione, lo nomina uno, costui, colui, quest'uomo, quel personaggio. "
Riferirò",dice, nel suo bel latino, da cui traduciamo come ci riesce, " il caso d'un tale che,
essendo de' primi tra i grandi della città, aveva stabilita la sua dimora in una campagna,
situata sul confine; e lì, assicurandosi a forza di delitti, teneva per niente i giudizi, i giudici,
15 ogni magistratura, la sovranità; menava una vita affatto indipendente; ricettatore di forusciti1,
foruscito un tempo anche lui; poi tornato, come se niente fosse... " Da questo scrittore
prenderemo qualche altro passo, che ci venga in taglio per confermare e per dilucidare il
racconto del nostro anonimo; col quale tiriamo avanti. Fare ciò ch'era vietato dalle leggi, o
impedito da una forza qualunque; esser arbitro, padrone negli affari altrui, senz'altro
20 interesse che il gusto di comandare; esser temuto da tutti, aver la mano2 da coloro ch'eran
soliti averla dagli altri; tali erano state in ogni tempo le passioni principali di costui. Fino
dall'adolescenza, allo spettacolo e al rumore di tante prepotenze, di tante gare, alla vista di
tanti tiranni, provava un misto sentimento di sdegno e d'invidia impaziente. Giovine, e
vivendo in città, non tralasciava occasione, anzi n'andava in cerca, d'aver che dire co' più
25 famosi di quella professione, d'attraversarli, per provarsi con loro, e farli stare a dovere, o
tirarli a cercare la sua amicizia. Superiore di ricchezze e di seguito alla più parte, e forse a tutti
d'ardire e di costanza, ne ridusse molti a ritirarsi da ogni rivalità, molti ne conciò male, molti
n'ebbe amici; non già amici del pari, ma, come soltanto potevan piacere a lui, amici
subordinati, che si riconoscessero suoi inferiori, che gli stessero alla sinistra. Nel fatto però,
30 veniva anche lui a essere il faccendiere, lo strumento di tutti coloro: essi non mancavano di
richiedere ne' loro impegni l'opera d'un tanto ausiliario; per lui, tirarsene indietro sarebbe
stato decadere dalla sua riputazione, mancare al suo assunto. Di maniera che, per conto suo,
e per conto d'altri, tante ne fece che, non bastando né il nome, né il parentado, né gli amici,
né la sua audacia a sostenerlo contro i bandi pubblici, e contro tante animosità potenti,
35 dovette dar luogo, e uscir dallo stato. Credo che a questa circostanza si riferisca un tratto
notabile raccontato dal Ripamonti. " Una volta che costui ebbe a sgomberare il paese, la
segretezza che usò, il rispetto, la timidezza, furon tali: attraversò la città a cavallo, con un
seguito di cani, a suon di tromba; e passando davanti al palazzo di corte, lasciò alla guardia
un'imbasciata d'impertinenze per il governatore ". Nell'assenza, non ruppe le pratiche, né
40 tralasciò le corrispondenze con que' suoi tali amici, i quali rimasero uniti con lui, per tradurre
letteralmente dal Ripamonti, " in lega occulta di consigli atroci, e di cose funeste ". Pare anzi
1
Forusciti: condannati all’esilio.
2
Aver la mano: sovrastare.
che allora contraesse con più alte persone, certe nuove terribili pratiche, delle quali lo storico
summentovato parla con una brevità misteriosa. " Anche alcuni principi esteri, - dice, - si
valsero più volte dell'opera sua, per qualche importante omicidio, e spesso gli ebbero a
45 mandar da lontano rinforzi di gente che servisse sotto i suoi ordini ". Finalmente (non si sa
dopo quanto tempo), o fosse levato il bando, per qualche potente intercessione, o l'audacia
di quell'uomo gli tenesse luogo d'immunità, si risolvette di tornare a casa, e vi tornò difatti;
non però in Milano, ma in un castello confinante col territorio bergamasco, che allora era,
come ognun sa, stato veneto. " Quella casa – cito ancora il Ripamonti, - era come un'officina
50 di mandati sanguinosi: servitori, la cui testa era messa a taglia, e che avevan per mestiere di
troncar teste: né cuoco, né sguattero dispensati dall'omicidio: le mani de' ragazzi
insanguinate". Oltre questa bella famiglia domestica, n'aveva, come afferma lo stesso storico,
un'altra di soggetti simili, dispersi e posti come a quartiere in vari luoghi de' due stati sul
lembo de' quali viveva, e pronti sempre a' suoi ordini. Tutti i tiranni, per un bel tratto di paese
55 all'intorno, avevan dovuto, chi in un'occasione e chi in un'altra, scegliere tra l'amicizia e
l'inimicizia di quel tiranno straordinario. Ma ai primi che avevano voluto provar di resistergli,
la gli era andata così male, che nessuno si sentiva più di mettersi a quella prova. E neppur col
badare a' fatti suoi, con lo stare a sé, uno non poteva rimanere indipendente da lui. Capitava
un suo messo a intimargli che abbandonasse la tale impresa, che cessasse di molestare il tal
60 debitore, o cose simili: bisognava rispondere sì o no. Quando una parte, con un omaggio
vassallesco, era andata a rimettere in lui un affare qualunque, l'altra parte si trovava a quella
dura scelta, o di stare alla sua sentenza, o di dichiararsi suo nemico; il che equivaleva a esser,
come si diceva altre volte, tisico in terzo grado3. Molti, avendo il torto, ricorrevano a lui per
aver ragione in effetto; molti anche, avendo ragione, per preoccupare un così gran
65 patrocinio4, e chiuderne l'adito5 all'avversario: gli uni e gli altri divenivano più specialmente
suoi dipendenti.
(…) La fama de' tiranni ordinari rimaneva per lo più ristretta in quel piccolo tratto di paese
dov'erano i più ricchi e i più forti: ogni distretto aveva i suoi; e si rassomigliavan tanto, che
non c'era ragione che la gente s'occupasse di quelli che non aveva a ridosso. Ma la fama di
70 questo nostro era già da gran tempo diffusa in ogni parte del milanese: per tutto, la sua vita
era un soggetto di racconti popolari; e il suo nome significava qualcosa d'irresistibile, di
strano, di favoloso. Il sospetto che per tutto s'aveva de' suoi collegati e de' suoi sicari,
contribuiva anch'esso a tener viva per tutto la memoria di lui. Non eran più che sospetti;
giacché chi avrebbe confessata apertamente una tale dipendenza? ma ogni tiranno poteva
75 essere un suo collegato, ogni malandrino, uno de' suoi; e l'incertezza stessa rendeva più vasta
l'opinione, e più cupo il terrore della cosa. E ogni volta che in qualche parte si vedessero
comparire figure di bravi sconosciute e più brutte dell'ordinario, a ogni fatto enorme di cui
non si sapesse alla prima indicare o indovinar l'autore, si proferiva, si mormorava il nome di
colui che noi, grazie a quella benedetta, per non dir altro, circospezione de' nostri autori,
80 saremo costretti a chiamare l'innominato.
DOMANDE
1. Che cosa significa l’espressione alla r. 5 “quasi avesse dovuto bruciar la penna, la mano
dello scrittore”?
3
Tisico in terzo grado: nello stadio più avanzato della tubercolosi, quindi in punto di morte.
4 per preoccupare un così gran patrocinio: per accaparrarsi una protezione tanto importante.
5 chiuderne l'adito: impedire la possibilità di accedere.
2. Alle r. 18-21: “Fare ciò ch'era vietato dalle leggi… le passioni principali di costui”: che
funzione logica hanno gli infiniti? Che effetto vuol produrre nel lettore questo elenco?
3. Alla r. 25: “di quella professione”: in che senso “quella”? a che tipo di attività si riferisce?
Tieni presente che devi cercare nelle righe precedenti…
4. Alla r. 27: “ne ridusse molti”: a chi si riferisce? Che cos’è grammaticalmente “ne”?
5. Spiega il senso del connettivo “però” della riga 29.
6. Spiega il senso dell’aneddoto raccontato dal Ripamonti alle righe 36 e seg.
7. Spiega l’espressione “Oltre questa bella famiglia domestica” a riga 52. Secondo te l’autore
è ironico? Perché?
8. Alla riga 78 “e si rassomigliavan tanto, che non c'era ragione che la gente s'occupasse di
quelli che non aveva a ridosso”: fai l’analisi del periodo. Spiega il senso di questa frase.
9. Che senso ha il “Ma” della riga 79?
10. Alla riga 70: “questo nostro”: fai l’analisi grammaticale delle due parole. Perché l’autore
usa questa espressione?
11. Le ultime 10 righe del brano insistono sul mistero che aleggia intorno a questa figura, ma
allo stesso tempo ne sottolineano la reale incidenza sulla società: quali espressioni/parole
fanno emergere questi due aspetti del personaggio?