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Caccia al tesoro negli abissi marini

Scritto da Il Tirreno, 04-12-2007 02:00


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Pubblicato in : Ritrovamenti, Ritrovamenti nel Mediterraneo

Dai relitti nel Golfo di Baratti al caso del bastimento "Polluce" all'Elba

Robot subacquei filoguidati, scafandri ultrasofisticati, mute speciali che perme


ttono immersioni in alta profondità, "sid scan sonar", "sub bottom profiler": oggi
le più sofisticate tecnologie sono disponibili per il recupero dei relitti che gi
acciono da secoli sotto il mare. I cavi d'acciaio per imbragare? Preistoria? La
benna della nave Artiglio che, nel 1950, fece strage di anfore nel mare di Alben
ga? Qualcosa di glorioso, ma rozzo, qualcosa che ormai appartiene ai tempi eroic
i dei primi ritrovamenti. Giovanni Lattanzi, giornalista e fotografo specializza
to in archeologia, racconta nel libro "Navi e città sommerse" (Laterza, pagg. 211,
45mila) la storia dei più celebri ritrovamenti, accompagnandola con una ricca doc
umentazione fotografica, spiegando inoltre come si è evoluta la tecnologia subacqu
ea. E ampio spazio è dedicato alla Toscana. A partire dalle Navi Antiche di Pisa,
gli scheletri di imbarcazioni romane scoperti nel 1998, esempio comunque di un r
ecupero che non proviene dal fondo marino.
Dai relitti nel Golfo di Baratti al caso del bastimento "Polluce" all'Elba, esem
pio comunque di un recupero che non proviene dal fondo marino.
Il ritrovamento ha luogo durante una serie di scavi presso la stazione ferroviar
ia di San Rossore. Gli scafi emergono sulla terraferma a causa dell'arretramento
costiero, nel corso dei secoli, dovuto all'apporto di sedimenti da parte dei fi
umi. Duemila anni fa, spiega Lattanzi, intorno a Pisa si estendeva una fitta ret
e di canali dove le navi ormeggiavano per trasbordare poi le merci su barche flu
viali che le trasportavano in città. Un ritrovamento subacqueo vero e proprio è inve
ce quello del relitto del Pozzino, nel Golfo di Baratti. La scoperta risale al 1
974, ma le ricerche entrano nel vivo solo nel 1989, su iniziativa della Soprinte
ndenza Archeologica Toscana. Di cosa si tratta? I sommozzatori localizzano un ve
liero lungo tra i 15 e i 18 metri e largo 3. Ricco il carico: anfore, vasellame,
ceramiche dipinte, coppe di vetri e - ghiotta curiosità - strumenti chirurgici de
ll'antica Roma. Ritrovare un relitto significa anche acquisire una miniera di in
formazioni sulla vita dei nostri antenati.
Quella toscana è stata la prima tra le Soprintendenze italiane ad interessarsi agl
i alti fondali. Lo ha fatto - ricorda Lattanzi - proprio con il Progetto Baratti
(2001), coinvolgendo lo Stas (Servizio tecnico per l'archeologia subacquea) e c
on l'aiuto della Marina Militare che mette a disposizione la nave cacciamine "Cr
otone" e i robot Pluto e Min Mk2. Alta tecnologia, dunque. Sofisticati sonar ("s
id scan sonar", "multi-beam", "sub bottom profiler" e magnetometri" individuano
i possibili relitti sul fondo marino che vengono indicati come "contatti"; le se
gnalazioni vengono poi verificate da robot subacquei (i Rov), filoguidati e dota
ti di telecamere. A bordo della nave ci sono archeologi marini, geofisici, tecni
ci e piloti dei robot. Ma i fondali di tutta la Toscana nascondono antichi relit
ti. Celebre la nave romana di Giglio Porto, scoperta dai sommozzatori, nel 1978,
a 38 metri di profondità, carica di anfore africane.
Come da ricordare sono le navi romane di Punta Scaletta, a Giannutri, delle Form
iche di Capraia e delle Secche della Meloria. E come dimenticare il "caso-Polluc
e"? È un'operazione perfetta quella dei sub del Comsubin (Marina Militare) che rip
orta alla luce, tra l'altro, qualcosa come 10mila monete d'argento, il tesoro de
l bastimento affondato nel giugno del 1841 all'Elba, al largo delle coste di Cal
amita. Ma il veliero era già stato saccheggiato da alcuni sub inglesi. Il "Polluce
" è stato definito una cassaforte della storia, gli studi sul relitto - secondo gl
i esperti - potrebbero svelare i segreti delle rotte commerciali dell'epoca.
(04 dicembre 2007)

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