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La visione del mondo dei giovani d’oggi 1

Da una visione del mondo puramente istintiva, mediata dal codice genetico e basata
sulle regole della sopravvivenza tipiche di tutto il regno animale, si passa progressivamente a
delle visioni ‘culturali’, fondate su scelte che possono travalicare il bagaglio genetico e attuare
addirittura un’apocalisse.
L’ attuale visione del mondo di molti giovani consiste di paradigmi (greco ‘paradeigma’
= esempio, modello) caratteristici 2 :

A - Rifiuto dei sistemi. I giovani non hanno un sapere sistematico, seguono invece lo zapping
del modello televisivo, che ha finito per rappresentare, oggi, l’attuale modalità di trasmissione
del sapere. Ogni storia inoltre è frammentata per l’esigenza di inserire degli spot pubblicitari, il
che spinge a cambiare continuamente canale, non potendo fissare l’attenzione sullo stesso
tema dando all’esposizione televisiva un ritmo schizofrenico: un insieme di immagini senza
nessuna coerenza. Il fatto è che le immagini sono più efficaci del linguaggio verbale, perché
questo annoia e perché quelle sono più immediate e danno emozioni forti (vedremo meglio la
questione parlando dell’ Homo videns). Una foto è più espressiva di una parola, di un suono, di
un rumore: sovrainvestiamo coi nostri occhi e col meccanismo della vista (greco ‘oida’ = ho
visto, quindi so). Lo zapping può raggiungere delle velocità strabilianti e mescolare pezzi di
storie dal senso completamente opposto: una specie di “insalata visiva” da cui si esce
tramortiti e senza nessuna idea chiara in testa. Confrontato col sistema di studio antico
(sillogismo, metafora, sineddoche = una parte per il tutto, es. ‘prora’ per nave), lo zapping
appare una follia, schizofrenia, quest’ultima caratterizzata appunto dalla dissociazione logico-
verbale. Anche la dissociazione affettiva è tipica dello schizofrenico, che può piangere per una
barzelletta e ridere di una tragedia [così come i ragazzi che gettano sassi dai cavalcavia
‘ridono’ e si rallegrano quando hanno ‘fatto centro’: vedremo come questo meccanismo
dissociativo, questo caos dove il bene si confonde col male e viceversa, sia all’origine di molti
comportamenti violenti, basati sull’incongruenza tra pensiero e realtà, che fa sì che il
cavalcavia sia omologato un innocuo tiro a segno o un flipper].
Lo zapping non fornisce concetti, né principi, non risolve problemi stimolando
l’induzione e la deduzione, ma può impressionare, colpire, emozionare: ed è questo che si
crede vogliano i giovani d’oggi, pure emozioni. Nulla di più falso. Nello zapping la mente è
passiva, si azzera appena lo stimolo cessa. Rudolf Arnheim (1904-) ha dimostrato che i
bambini vedono prima l’insieme (percezione olistica) e poi i particolari: con lo zapping si
vedono solo i particolari, i frammenti, ma si perde l’insieme.
I giovani comunicano attraverso lo zapping: pronunciano parole, suoni, usano
espressioni mimiche, sono abilissimi nell’”evocare”, ma incapaci di costruire periodi, come se le
strutture della mente si fossero dissociate. “Nei giovani” – scrive Andreoli – c’è una dissolvenza
(o rifiuto) delle categorie del sapere e della possibilità di organizzare pensieri in sistema” 3 . Il
fascino della frase sembra essere nei suoni, non nel significato. Del resto, i giovani leggono di
meno e preferiscono ascoltare musica e guardare uno zapping: si tratta di linguaggi che il
cervello elabora con l’emisfero destro, non con quello che integra temporalmente il pensiero
seriale (che sovrintende alla logica). E’ come se comunicassero per sensazione, intuizione,
perfino col silenzio, ma non per logica. Molti schizofrenici sono incapaci di fare un discorso
logico, ma possono ripetere perfettamente dei motivi musicali. La musica non è un linguaggio:
trasmette sensazioni, emozioni, allegria o tristezza, ma non comunica nulla. Un altro
schizofrenico (soprannominato Dante), pur incapace di esprimere una qualunque idea,

1
E’ chiaro che si tratta di una generalizzazione che può sembrare indebita: in realtà mi
riferisco a quel mondo giovanile descritto dalle cronache, ricco di esempi che non bisognerebbe
imitare, ma che si devono conoscere. Esistono naturalmente moltissimi giovani che non
corrispondono alle caratteristiche negative qui riassunte, per questo parlo di ‘tendenze’ che
emergono ma che non riguardano la totalità dell’universo adolescenziale. Anche in statistica si
parla a volte di ‘tendenza’, ma ad esempio si sa che la ‘media’ è proprio quel valore che non si
incontra nel campione di popolazione esaminata.
2
Andreoli V., 2004, Giovani. Sfida, rivolta, speranze, futuro. BUR Saggi, Milano.
3
Andreoli V., 2004, op.cit., p. 53.
conosceva a memoria la Divina Commedia, che ripeteva perfettamente grazie al ‘ritmo’ degli
endecasillabi:

“Nel mezzo del cammin della mia vita


mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita…”

Ripeteva versi di cui ignorava il significato.

B – Amnesia della storia. Per i giovani del tempo presente la storia semplicemente non esiste.
Dimenticata, forse rifiutata, inconsapevolmente ignorata. E’ come se il mondo fosse nato con la
vita del singolo individuo: un Big Bang per ciascuno. Prima del Big Bang non c’era nulla, e
quindi comincia sempre tutto. E’ la propria esperienza che crea il mondo. Quella degli altri non
esiste. I padri oggi hanno ben poco da trasmettere ai figli in termini di competenza. Il fatto è
che molte professioni sono cambiate: fare il medico oggi non è più la stessa cosa di alcuni
decenni fa, con le nuove tecnologie a disposizione e con una medicina che, appena appresa, è
già superata, in questa corsa senza posa al nuovo, all’aggiornamento, al progresso. Ciò ha
rallentato nei giovani l’interesse per il lavoro del padre (a meno che non produca zapping
televisivi). Le storie raccontate dai genitori ai giovani sembrano superate, inutili. L’ignoranza
della storia da parte dei giovani oggi è disarmante. Come potrei mai insegnarvi la “storia
dell’uomo” – perno peraltro dell’Antropologia – senza annoiarvi? Ma gli uomini senza storia
sono uomini senza radici. In molte popolazioni primitive, che si trasmettono la cultura per via
orale, non avendo scrittura, la storia è essenziale. Un antico proverbio Dogon dice:

“ La parola deve circolare, perché se la parola non circola, l’uomo muore”

Se in un villaggio africano una storia – una qualsiasi storia – venisse dimenticata, ciò
significherebbe la morte del villaggio, e quindi la morte dei suoi abitanti. Del resto, il vero
terrore dell’uomo è di essere dimenticato, ciò che fa dire al saggio cinese che preferisce essere
ricordato dopo la morte che essere famoso durante la sua vita. Presso tutti i popoli, la storia
diventa esperienza comune durante la festa, la celebrazione che è sempre una ripetizione di
fatti già avvenuti. I popoli dell’Africa con le celebrazioni rifanno la storia a beneficio di chi non
l’ha vissuta: il passato si fa presente per guidare l’attualità, la storia – vista come
identificazione – dà sicurezza di sé e delle proprie origini. Alcuni storici dicono che la storia non
si ripete e che non insegna nulla, che è un insieme fattuale privo di “senso” per il futuro: altri
dicono invece che ricordando il passato si può beneficiare degli errori commessi, controllando
quei desideri che sono divenuti follia storica, non storia. Senza ricordare la storia, è difficile
insegnare che la vita non è solo un percorso per tentativi ed errori, ma che invece si possono
prevedere i rischi anche in base alle sperienze passate, per analogia.
Il nostro errore è stato quello di aver costruito una storia fatta di guerre e di battaglie
(histoire de batailles), con la convinzione che la storia sia fatta dai potenti, da chi vince la
guerra, da chi semina la morte. I libri di storia sono manuali di un’orgia tragica, ma “beate le
società che non hanno bisogno di eroi”, scriveva Bertold Brecht. L’eroe è il segno del
protagonismo mancato, della mancanza dell’”art de vivre” che all’imperativo “il faut vivre”
sostituisce la morte. E in fondo, che cos’è la morte se non l’essere dimenticati? “Morire
significa semplicemente non essere visti” scriveva il poeta portoghese Fernando Pessoa,
convinto che i morti vivono, finché li si ricorda. La vera tomba è l’oblio, e il ricordo è l’antidoto
che fa superare il terrore della morte, cioè del nulla.
Io non credo che nei giovani il rifiuto della storia sia consapevole: probabilmente essa è
stata loro raccontata male, o parzialmente. I giovani sono così presi dall’iperconcreto da non
aver tempo per occuparsi del passato, di quello che non esiste. Il presente è così pieno di
stimoli da non lasciar spazio alla nostalgia, che è tipica della vecchiaia; i giovani sono proiettati
nel futuro, con la più totale amnesia per la propria storia vissuta: “Come anche se
quell’esperienza fosse da cancellare a vantaggio di un tutto talmente nuovo da dover seppellire
il proprio ieri.Un funerale ogni giorno, così rimane in vita sempre il presente, l’uomo che
cammina. Un amore finito ieri non è mai esistito” 4 .

4
V. Andreoli, 2004, op.cit., p. 55.

2
Come credere quindi alla veridicità di chi dice di credersi neofascista o neonazista? Io
credo piuttosto a giovani colpiti dal fascino di un paio di stivali di regime o da camicie nere
attillate o dal senso estetico di un elegante saluto a braccio teso. Quello non può essere un
comportamento conseguente a una valutazione storica di un movimento da riproporre o da
rappresentare oggi: i giovani non hanno nemici storici, perché li collezionano nel presente,
come nemici del giorno. Sono privi di preconcetti e di pregiudizi, non portano nemmeno la
colpa dei padri. Sono vergini, perché hanno dovuto dimenticare magari gli stupri famigliari e
forse hanno più cose da dimenticare che da ricordare. Non ce l’hanno coi tedeschi per via della
storia, ma perché sono tifosi della Germania.
Senza memoria storica non si giunge all’origine del mondo o a quella dell’uomo, non ci
si pongono domande sull’origine, sul caso, sul destino, forse anche solo su Dio. Non si ricorda
nemmeno di essere stati generati da un padre e una madre, che nel presente sono solamente
degli esseri ingombranti e magari degli ostacoli da eliminare.

C – Perdita della percezione del futuro. La parola ‘futuro’ è stata abbondantemente usata in un
passato in cui l’avvenire lontano dava la dimensione e il significato dell’operare storico: scuola,
laurea, specializzazione, professione rappresentavano il percorso ideale di una speranza, che
per avere un senso ha bisogno del futuro. Un tempo si parlava molto di più del futuro: oggi si
vive nel presente, anche se i desideri magari sono rimasti gli stessi. Pensando al futuro si
risparmiava: rinunciare adesso per godere domani. C’era il senso dell’eternità, perché si era
più religiosi. Oggi non più. La richiesta del motorino è per adesso, non ha senso chiederlo per
domani. Il futuro è lontano, come se non esistesse. Figuriamoci l’eternità. L’amore è un
rapporto che dura finché funziona: in questa civiltà dei ricambi, dove non si ripara più nulla ma
si cambia l’intero pezzo, anche il rapporto di coppia non si aggiusta, ma si cambia. Il futuro si
proietta fino al sabato sera o al massimo fino alle vacanze. Se si proibisce a un ragazzo di
uscire la sera può anche suicidarsi o uccidere: preferisce non essere piuttosto che non essere,
ma non pensa che potrà uscire domani. Se non si percepisce una prospettiva, si vede tutto
piatto, e inutile.

“ Massimo Visentin aveva 19 anni quando si è suicidato. Lo ha fatto in modo davvero originale,
ha scelto lo stadio di San Siro dove gioca abitualmente la squadra del cuore, l’Inter, ha
indossato anche la maglia nerazzurra e poi si è buttato. Per compierlo ha percorso 220
chilometri, la distanza tra Padova, dove viveva, e Milano. Ha lasciato una lettera in cui si legge
testualmente: “Per me questo gesto non è triste, anzi, è qualcosa di estremamente lieto e
liberatorio. Ero arrivato a un punto della mia vita in cui tutto mi appariva fallimentare. Molti
penseranno: come fa un ragazzo di 19 anni a perdere così le speranze? Eppure il mio futuro mi
appariva grigio, scuro, tragico. Voi dovete pensare a questo fatto considerando che sono stato
felice di farlo…Il suicidio è una cosa da vigliacchi, ma, cazzo, che coraggio bisogna avere per
farlo…Mi sono dimenticato di dire come mi sono ucciso. Semplice: sono andato a San Siro e mi
sono buttato da una delle torri con la maglia dell’Inter addosso. Spettacolare, no? Addio a
tutti: scusate la mia vita e anche la mia morte. Non servivo a nulla” 5 .
Quando il ‘subito’ è l’unica dimensione del tempo, il futuro viene rimosso. Molti zoologi
hanno descritto questa condizione come tipica in alcune specie animali: l’impossibilità di
percepire il futuro li porta a comportamenti su stimolo, senza il quale non si attivano le loro
reazioni. Molti giovani oggi sembrano essere regrediti a una posizione filogenetica più antica.
Senza la percezione non è possibile alcun progetto e così l’uomo perde una delle sue
caratteristiche principali: pensare e fare progetti in una dimensione spostata nel tempo. Un
uomo senza la percezione del futuro non ha futuro, o per lo meno ha solamente quello fissato
dal codice genetico: senza percezione del futuro muore il desiderio, l’attesa, il proposito di fare
meglio, di migliorarsi, di progredire. Quando il desiderio si limita al tempo presente, esso viene
ricondotto al semplice bisogno primario, come la fame, che dura finché non viene saziata. Il
futuro serve all’immaginazione, e toglie dalla frustrazione. I desideri di molti giovani
assomigliano a una fame di oggetti: li ingoiano subito per poi espellerli, come degli escrementi.
Nel tossicodipendente il futuro è tutto nel prossimo buco ed egli si muove solo per placare
l’astinenza.

5
V. Andreoli, 2004, op.cit., pp. 58-59.

3
D – La vita come esperienza sensoriale. Senza stimoli sensoriali un giovane d’oggi perde
coscienza di sé, come se non esistesse. E’ il fenomeno opposto all’esistenzialismo.

L'esistenzialismo è una corrente di pensiero – principalmente filosofica ma che ebbe


forti ripercussioni nella letteratura, nelle arti e nella società – sviluppatasi nella prima metà del
XX secolo, principalmente tra gli anni '20 e '30 e storicamente influenzata dagli orrori della
Prima guerra mondiale. Essa si basa sui concetti di fragilità e inutilità della vita, sulla
libertà individuale ed è dominata dalla grande domanda che cos'è l'essere? che dominerà il
pensiero dei principali filosofi del periodo: il tardo Edmund Husserl, Martin Heidegger,
Jean-Paul Sartre, Karl Jaspers. In letteratura autori esistenzialisti furono Franz Kafka,
Fëdor Mikhailovič Dostoevskij ed Albert Camus. La domanda centrale delle
problematiche esistenzialiste è "che cos'è l'essere?". Essa può essere posta in altri modi: cos'è
che determina la nostra esistenza? Perché c'è l'uomo invece del nulla? L'essere è un concetto
unico da cui derivano tutte le sue manifestazioni (l'uomo, le cose, ecc.)? Heidegger, che per
primo si pose compiutamente la domanda, intuì che, diversamente da quanto affermato in
tutta la storia della metafisica, l'essere non va confuso con l'ente: in altre parole, l'essere non
è Dio o le Idee platoniche, concetti ontologici, manifestazioni fisiche più che metafisiche.
L'essere è un concetto e non può essere oggettivato. Il filosofo Gabriel Marcel pose l'accento
sul fatto che l'esistenza non è un problema, bensì un mistero. Un problema è infatti un
qualcosa che si pone davanti a noi come un ostacolo e di cui noi possiamo perlomeno
delimitarne la portata e quindi comprenderlo in via di massima. L'esistenza non si pone di
fronte a noi, è anche in noi stessi, ci penetra, e dunque noi siamo sia soggetti che oggetti della
domanda "che cos'è l'essere?". Heidegger spiegava questo concetto in questo modo: di ogni
cosa noi possiamo dire cos'è categorizzandola, possiamo farla rientrare in un insieme (il cane è
parte dell'insieme 'animali', per intenderci). Ma il concetto di essere non può venire
categorizzato, perché esso stesso è l'insieme più ampio di tutti, di cui tutti gli altri insiemi
fanno parte. Il fatto quindi che l'essere è sia in noi che fuori di noi non ci permette di dare mai
una risposta definitiva al problema (o, meglio, al mistero). Questa questione è meglio marcata
nelle riflessioni di Sartre, il quale alla domanda dà tre risposte: la prima, la più evidente, è che
l'essere sia costituito dall'insieme di tutti gli esseri - cose e persone - presenti nel contesto
spazio-temporale in cui viviamo; la seconda è che l'essere sia quello che Sartre chiama il per-
sè, cioè la nostra coscienza, il nostro io che si pone come altro rispetto al resto del mondo, è
soggetto e non oggeto; infine può essere in-sè, ossia l'essere nelle cose e nei fenomeni che ci
appaiono, negli oggetti che ci circondano, a cui però diamo un senso noi, e quindi in qualche
modo derivano da noi. Nessuna di queste tre è una risposta completa: l'essere, per Sartre, è
come se si manifestasse in parte in ogni cosa ma si cela sempre nella sua compiutezza.
Heidegger e Jaspers indicarono tuttavia una semi-risposta al quesito. Il fatto che noi ci
poniamo la domanda "che cos'è l'essere?", il fatto che andiamo in cerca di una risposta e
indaghiamo la realtà nel cercarla è già di per sè una risposta. Si può dire, quindi, che si è, si
esiste nel momento in cui ci si pone la domanda "perché esisto?", "che cosa significa
esistere?". In questo modo, infatti, noi esistiamo perché il significato etimologico di esistere è
ex-sistere, cioè in latino "essere fuori da": in qualche modo cerchiamo di uscire fuori da noi
stessi e guardare l'essere come qualcosa di altro, che non ci appartiene, lo analizziamo "fuori
da noi" e questo è già un primo passo.
La maggior parte degli animali, in un ambiente privato di stimoli, si addormenta,
risvegliato dalla fame e dalla sete, mai da stimoli mentali. Gli animali sembrano mancare di un
mondo interno. La vita di molti giovani manca di elaborazione mentale ma basta poco per
stimolarli: il mondo esiste in quanto manda stimoli e rumori. Quando leggono, i ragazzi hanno
bisogno di qualche rumore per restare svegli (musica, radio, TV). Non sentono il movimento
dell’esistenza interiore, mancano spesso di una strategia esistenziale, hanno uno stile di vita
che si avvicina a quanto diceva la lettera di Plinio il Giovane: “Coloro che, dediti ai piaceri,
vivono per così dire alla giornata ed esauriscono ogni giorno le motivazioni della vita”.
Gaudeamus igitur, carpe diem senza conoscenza del futuro. Giovani che se hanno un lavoro lo
eseguono puntualmente, ma la sera compiono gesta che mettono a rischio la vita: attimi di
eroismo, di esaltazione. Chi ama troppo la vita non è mai un eroe. Solo gli stimoli muovono il

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corpo, accendono emozioni: paura, simpatia, rabbia. Appena si spegne la sensazione tutto
finisce.

E – Il senso della natura. Negli ultimi anni il rapporto con la natura è cambiato e i movimenti
giovanili che si dedicano alla salvaguardia dell’ambiente ne è una testimonianza.
Tradizionalmente, la natura è un luogo di silenzio, dove dominano i rumori naturali, il canto
degli uccelli, il fruscio degli alberi e lo scorrere dell’acqua. Ma i giovani d’oggi amano i rumori e
se li portano dietro anche nel verde. Vanno in moto fino alle pendici del monte ma non si
spostano a piedi: sono sicuro che molti di essi amano di più l’odore di benzina bruciata e l’aria
inquinata della città. A scuola, l’interesse degli studenti per le Scienze Naturali è
statisticamente molto basso e superficiale. Pochi ragazzi sono curiosi di sapere il nome di un
fiore. Più che amore per la natura e per l’ambiente quindi, i raduni dei giovani ecologisti
sembrano essere puri esercizi di gruppo basati sul semplice stare insieme, non su un progetto
ben definito. Ancora più ridotta è la sensibilità verso il mondo vegetale. Non esiste un
atteggiamento buddista verso la natura, dove tutto ha il diritto di esistere: così si salva la vita
a un gattino ma si schiacciano ragni e scarafaggi, nonostante anch’essi facciano parte della
natura. Per un delfino si fanno enormi sacrifici, per il karibù non si muove nessuno. Oggi, le
gare di bellezza di cani e gatti profumati e truccati come prostitute hanno sostituito gli antichi
rituali della natura in cui il cacciatore si scusava con l’animale che aveva dovuto uccidere e
pregava per la sua anima. Esiste una natura buona, quella del gattino, e una cattiva, quella del
ragno. E’ solo una questione di gusti.

F - Il mondo del pressappoco. C’è un libro di Alexandre Koyré dal titolo “Dal mondo del
pressappoco all’universo della precisione”, che dimostra come con la scienza il sapere si sia
diretto verso una progressiva precisione e come la vita quotidiana, regolata da nozioni più
esatte e precise, si sia modificato e migliorato. Oggi si assiste a un’inversione di rotta: dal
mondo della precisione all’universo del pressappoco. Il pressapochismo del sapere giovanile (e
anche di molti adulti) è oggi assolutamente strabiliante. La facilità con cui si danno risposte
qualsiasi a domande qualsiasi è sconcertante. Si dà seguito alla prima impressione, senza
riflettere. E’ come la risposta a uno stimolo, senza bisogno di riflettere: le mani si alzano ancor
prima che l’insegnate abbia avuto tempo di formulare la domanda, come se si stesse
partecipando a un quiz televisivo. Si ripetono parole difficili senza conoscerne il significato, solo
per il loro contenuto estetico. La mente è uno specchio, che rimanda indietro tutto, senza
un’elaborazione mentale, un ripetitore di informazioni sul tipo dello speaker del Telegiornale. Il
bambino televisivo è capace di stare incollato alla televisione rifiutando il gioco e quindi
incapace di attività creativa.
Il paradigma oggi non è più quello del dubbio, che è il fondamento del sapere: oggi ci
vogliono certezze. Tutti usano il computer, quasi nessuno sa come funziona, partendo dalle
basi del suo linguaggio e della sua logica. Tutto si riduce all’uso senza conoscere alcun
meccanismo. Oggi il sapere deriva dal fare, non dal pensare, immaginare, studiare. Siamo
nella dimensione dell’iperconcreto. D’altra parte, per studiare i fenomeni dal punto di vista
critico bisogna che questi scorrano lentamente, mentre oggi non c’è più tempo: gli SMS con le
parole troncate sono un esempio dell’accelerazione dell’odierna esistenza. Aveva un bel dire
Wittgenstein che “nella corsa della filosofia vince chi corre più lentamente”. In piena era della
comunicazione, con un’overdose di programmi, mezzi mediatici e quant’altro, il livello
intellettuale si sta abbassando sempre di più: era sicuramente più elevato cento anni fa.
Il criminologo è impressionato dal basso livello di quoziente intellettivo dei protagonisti
di crimini efferati. Spesso manca la percezione della responsabilità penale, e domina sempre la
certezza di non venire scoperti. Delitti del pressappoco che farebbero inorridire ogni buon
criminale di professione. L’abbondanza di funzione fatica del linguaggio – ma, cioè, non so,
capito – denota l’incapacità di spiegarsi. Un quadro impietoso, certo: ma realistico. Chi legge
poco si esprime male.

G – I linguaggi. I linguaggi dei giovani d’oggi sono emblematici. Si tratta di un neolinguismo


che difficilmente trova riscontro nei normali dizionari. Nella storia evolutiva dell’uomo il
linguaggio ha avuto un posto di primo piano: l’uomo è soprattutto un animale simbolico.
Esistono linguaggi non verbali: grafico, gestuale, musicale. I primati hanno una straordinaria
mimica facciale, ma la gestualità sta assumendo un posto di primo piano soprattutto nei

5
giovani, consensualmente alla diminuzione dell’uso del discorso logico-verbale e della scrittura
‘non-email’. Nessuno tiene più il diario, o compone poesie: malgrado la definizione degli
Italiani come un popolo di poeti e discrittori, il livello culturale non è stato mai così basso come
nell’epoca dei media (come si vedrà più avanti con la questione del cosiddetto Homo videns).
Oggi è diminuita la disponibilità a leggere, e così si scrive meno correttamente e gli errori sono
frequentissimi, non solo tra gli studenti ma anche tra i professionisti. E’ più difficile capire un
discorso letto che uno raccontato, come se la parola detta avesse più significato di quella
scritta. E’ paradossale che proprio nell’epoca in cui si è vinto l’analfabetismo esista un
‘analfabetismo di ritorno’, causato dalla resistenza a scrivere e leggere e la conseguente
involuzione del linguaggio logico-verbale: è la musica, oggi, il vero linguaggio dei giovani, ma
la musica non ‘significa’ nulla, trasmette solo sensazioni ricche di suggestioni, ma prive di
significato. Occorre esercizio e partecipazione attiva alla musica; a ciò ha contribuito persino la
droga: non solo nell’esecuzione, ma anche nell’ascolto. I derivati della Cannabis indica da cui si
ricavano hashish e marijuana, contengono un principio attivo capace di modificare la
percezione uditiva ampliando lo spettro delle sensazioni e quindi di avvertire suoni
abitualmente muti.

H – Il linguaggio del corpo. Si arricchiscono, in cambio, le altre forme linguistiche, quelle del
corpo, il secondo principale linguaggio dei giovani dopo la musica.
Ovunque si soffermi lo sguardo, ciò che vediamo in Belgio come in Germania, in Francia
o in Italia, si vedono sempre gli stessi vestiti, le stesse scarpe e gli stessi cibi, che tutti insieme
rivelano non similitudini,ma omologazione. Ne risultano uguaglianze inquietanti, ritualità
iniziatiche, da cui scaturiscono anelli, spilli e borchie che bucano il volto e il corpo dei nostri
giovani – “monili”, il cui uso sottende un primitivismo contestatario privo di motivazioni, se non
quello dell’odio che minaccia l’altro da me: ”Stai in guardia! Se trafiggo il mio corpo, posso
farlo anche col tuo!” Si indossano vestiti rigorosamente neri, come se la vita non fosse altro
che un lutto perenne, pantaloni, jeans o tute mimetiche militari che, rigorosamente senza
cintura tanto per simulare un’improbabile povertà, calano inevitabilmente fin quasi all’altezza
del cavallo – come se vestire oggi significasse negare la forma e i movimenti del corpo – o
magliette così corte da lasciare scoperto l’ombelico anche d’inverno che, nell’ormai avviato
processo di islamizzazione dei paesi europei, fanno il verso alle danzatrici del ventre.
Inoltre, gli immancabili anfibi o meglio ancora gli scarponi militari
tenuti slacciati e apparentemente indossati per “comodità”, esprimono implicitamente il
desiderio inespresso di dichiarare guerra a tutti, tranne agli “uguali”, cioè quelli che usano lo
stesso codice di riconoscimento. Al mondo degli adulti, quindi, che progressivamente va
allontanandosi dalla propria corporeità – perché l’Uomo, attraverso il linguaggio, la scienza e la
tecnologia, è ormai giunto al massimo grado di proiezione al di fuori di sé – si oppone sempre
più il mondo dei giovani, i quali, attraverso il fenomeno del piercing e del tatuaggio, cercano di
ancorarsi al corpo trasformandolo in simbolo. Questi sono solo alcuni dei modi con cui gli
studenti cercano di essere ‘altro’ rispetto alla realtà imperante: trasformandosi in ‘drop-out’,
essi manifestano la loro refrattarietà ad omologarsi alle regole degli adulti, creando tra i due
mondi delle barriere invalicabili. Da un po’ di tempo a questa parte, giovani come questi non
solo rifiutano l’autorità, ma non la riconoscono neppure, credendo di essere abbastanza
autonomi per poter decidere personalmente del proprio futuro.
Da questa convinzione – conseguenza molto spesso dell’assenza o del disinteresse dei
genitori per i figli – nasce l’atteggiamento di sufficienza dei giovani di fronte ai maestri, agli
insegnanti, ai docenti: proprio a causa della loro insicurezza, oggi gli studenti, sempre più
deprivati a livello familiare di una figura che rappresenti l’autorità, ritengono di essere loro a
comandare, pretendendo di ‘capire ogni cosa’ solo perché sono nati ‘dopo’ i vecchi, antiquati
professori tagliati fuori dall’era tecnologica, che permette e promette ai giovani di poter fare
tutto da soli, con il loro computer, il loro cellulare, il loro video. L’ideale di uno studente di
questo tipo sarebbe quello di poter scegliere da sé le materie da studiare, le forme di
allenamento che più gli piacciono, l’orario di lezione che più gli aggrada, e magari anche di
auto-giudicarsi e di darsi lui stesso il voto! Una generazione di studenti assolutamente
autonomi, che ostentano disprezzo per l’ordine costituito, nell’impossibile sogno di creare
“mondi migliori” fatti di puro divertimento, di disimpegno e di ‘libertà’ – ben s’intende una
‘libertà’ intesa nel senso di poter fare tutto ciò che si vuole e cioè, in sintesi, una totale
anarchia.

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La sproporzione tra l’intenzione e i suoi effetti si scorge anche nelle terribili ricadute
sociali di gesti apparentemente semplici, come l’incendio provocato in un condominio di Parigi
solo perché alcune ragazze volevano fare un “dispetto” a una compagna, laddove sembra non
esistere più nessun equilibrio tra l’intenzione e l’azione e tra il bene e il male. Questo degrado
generale, questa deriva verso l’inciviltà, si possono osservare anche nello sport. Per esempio,
un tempo il tennis veniva considerato lo sport dei gentleman per eccellenza, l’emblema della
correttezza e del fair-play: oggi, i giovani ‘campioni’ di tennis, tra sputi agli avversari e
racchette lanciate contro l’arbitro, hanno finito per diventare solo dei campioni di villania e di
maleducazione. E non parliamo del calcio, del doping e dei comportamenti scorretti, omologati
come semplice ‘furbizia’ e non per quello che sono: disonestà e disonore. Chi ruba, come chi
segna un gol con la mano, oggi non è ‘scorretto’: è ‘furbo’. Così, lo studente che copia il
compito non è scorretto, ma scaltro. Tuttavia, in tutte le azioni umane sono i valori, la
disciplina e l’onestà che contano: se si perdono questi valori, si perde anche l’identità sociale.