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Hans Jonas:

la responsabilità verso le
generazioni future

Il corso prenderà in considerazione il rapporto


tra vita, natura ed etica così come si presenta
nel testo più importante del filosofo
tedesco Hans Jonas, vale a dire
Il Principio responsabilità (1979).

1
Hans Jonas (1903-1993)
• Allievo di Husserl e Heidegger, studioso
dello gnosticismo, Jonas propone una
fondazione dell'etica per la civiltà
tecnologica sulla base dell'essere della
vita, sia umana sia animale (fondazione
ontologica dell'etica), che costituisce al
tempo stesso un punto di svolta e un
punto di riferimento per gli attuali studi
disciplinari.

2
Finalità del corso
• Il corso intende illustrare gli strumenti metodologici e le
prospettive teoriche con cui, in epoca contemporanea, si
affronta il rapporto tra le basi biologiche della vita e l'agire
umano, un agire che, in quanto fondato sull'impiego
massiccio della tecnica, deve porsi il problema delle sue
conseguenze future sul mondo, sulla natura e sull'uomo.
In tal senso, Jonas offre un modello della biologia filosofica
che conduce al "principio responsabilità", alternativo da un
lato al convenzionalismo meccanicistico e materialistico e,
dall'altro, allo spiritualismo vitalistico e teologico, in vista di
un nuovo monismo nel quale anima e corpo, spirito e
materia sono solo diverse manifestazioni della
medesima realtà vitale di base.

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Testi
• Testi di riferimento obbligatori:

• H. Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per


la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino, 2002.
Capitolo primo: La mutata natura dell'agire
umano, pp. 3-32; Capitolo quarto: Il bene, il
dover essere e l’essere: la teoria della
responsabilità, pp. 101-173.
• L. Guidetti, La materia vivente. Un confronto con
Hans Jonas, Quodlibet, Macerata, 2007. Tutto il
volume, ad esclusione del capitolo secondo.

4
Introduzione
Scienza, tecnica e filosofia
• La filosofia tradizionale si occupa del
pensiero, della scienza, della logica
e dell’etica all’interno della società
umana.

• La filosofia contemporanea deve


porsi il problema del rapporto tra
uomo, ambiente e natura (inclusa la
sua “natura”).
5
Uomo-Natura
Anima-Corpo
• Il rapporto tra uomo e natura può essere
compreso solo comprendendo il rapporto tra
anima e corpo, pensiero e materia.
• Problema filosofico fondamentale: il corpo
animato, l’anima corporea.
• La materia vivente.
• Il riconoscimento della materia vivente è il
presupposto per evitare la strumentalizzazione
della vita, cioè sia dell’altro uomo, sia della
natura.

6
Il problema della «vita»
Definizione di «vita»:
• Fenomeni che si producono o si regolano da sé.
• Sistemi organizzati dotati di autoproduzione.
• Platone: vita = anima: «ciò che si muove da sé».
• Aristotele: vita = principio di produzione
immanente: «ciò che si origina da sé».

7
Cartesio (1596-1650) e Hobbes
(1588-1679): meccanicismo
• Organismo = macchina, automa
• Cartesio: due sostanze: anima e corpo
(dualismo).
• Hobbes: una sostanza: il corpo
(monismo).
• La materia corporea si muove da sé.

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Conseguenze del meccanicismo
(1)
• Il corpo è indipendente e rivalutato (non è
un semplice “strumento” dell’anima).
• Il corpo e la materia sono razionalizzati: ad
essi si applicano le leggi fisiche e,
successivamente, chimiche. I fondamenti
di queste leggi sono le relazioni
geometrico-matematiche.
• Il meccanicismo tende al materialismo.

9
Conseguenze del meccanicismo
(2)
• Il qualitativo viene ricondotto al
quantitativo.
• Ciò che è qualitativo non esiste (finzione o
qualità secondaria).
• Riduzionismo: si attenua la complessità
dei fenomeni. Il tutto è la somma delle
parti.

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Vitalismo
• I fenomeni vitali sono irriducibili ai
fenomeni fisico-chimici.
• La vita non s’identifica con la materia o
con il corpo.
• Il corpo non è in grado di organizzarsi
autonomamente per formare la vita.

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Leibniz (1646-1716)
• Il mondo corporeo e materiale è
meccanicistico e sorretto da relazioni
matematiche (quantitative).
• I principi del mondo corporeo sono tuttavia
immateriali e non quantificabili = monadi,
sostanze immateriali e indivisibili.
• Continuità, dinamicità, attività, qualità:
proprietà ontologiche, reali dell’essere, ma
non materiali (es.: la forza).
12
Leibniz (continua)
• Non si può costruire il continuo partendo dal
discontinuo, non si può costituire l’infinito
partendo dal finito.
• L’infinito, l’incorporeo, il continuo sono realtà in
sé, non riducibili.
• Finalismo, intenzionalità, qualità sono alla base
delle stesse relazioni meccaniche della materia.
La vita e il fine governano tutto l’essere; la
causalità efficiente, meccanica e materiale non è
che l’estrapolazione di un momento o di una
sequenza finita nella continuità del tutto.
13
1807: Berzelius
• Nel 1807 il chimico svedese Jöns Jacob
Berzelius chiamo “organiche” le sostanze
dotate di vita, “inorganiche” quelle non
dotate di vita.
• Problema della trasformazione
dall’organico all’inorganico e viceversa: si
conosceva solo il primo verso della
trasformazione (organico→inorganico), ma
non il secondo (inorganico →organico).

14
1828: Wöhler
• Nel 1828 un chimico, Friedrich Wöhler,
partendo da sostanze inorganiche
(riscaldamento del cianato d’ammonio, un
sale), sintetizzò casualmente una
sostanza organica, l’urea.
• Ma questo prodotto organico, ottenuto
artificialmente, è un vero e proprio
prodotto organico naturale, oppure è solo
un’imitazione della natura vivente?

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Nascita della «biologia»
• 1797: un medico tedesco, Theodor G.A. Roose, pubblica
i Fondamenti della dottrina della forza vitale, in cui per la
prima volta compare il termine «biologia».
• 1866: Ernst Haeckel, Morfologia generale degli
organismi. Qui si esprime il meccanicismo biologico e la
cosiddetta «legge biogenetica fondamentale»:
l’ontogenesi (dall’embrione all’individuo adulto) è una
ricapitolazione abbreviata della filogenesi (dalle forme
viventi primitive alle forme attuali).
• L’antropologia è una parte della zoologia.
• Teleologia = vitalismo
• Causalità = meccanicismo.

16
Il neo-vitalismo
• Alla fine dell’Ottocento, anche in seguito al diffondersi di tendenze
irrazionalistiche, si afferma – soprattutto all’interno della cultura tedesca –
un recupero del vitalismo (un neo-vitalismo).
• Il neo-vitalismo non dev’essere confuso con il vitalismo di prima maniera
(legato alla cultura romantica del primo Ottocento).
• Il vitalismo romantico (inizi dell’Ottocento) è monistico o panteistico
(ileomorfico): il principio vitale permea come “forma” tutta la materia e la
natura. La fisica che esso propone è interamente anti-meccanicistica:
materia e spirito sono la stessa cosa colta da differenti punti di vista. La
distinzione tra vivente e non-vivente non è qualitativa (non c’è un “salto”),
ma di grado, a seconda che il principio vitale, come forma, si manifesti in
modo più o meno accentuato. Questo vitalismo è dunque anti-
meccanicistico ma non anti-materialistico.
• Il neo-vitalismo è invece dualistico: la materia, nella sua forza, energia e
intensità, può essere spiegata meccanicamente, ma nell’organismo vivente
interviene un fattore irriducibile, una “finalità”, che si sottrae alla
spiegazione meccanica ed è del tutto immateriale. Il neovitalismo è
dunque anti-materialistico, ma non totalmente anti-meccanicistico.

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Nozione di «finalità»
• Il meccanicismo spiega adeguatamente il movimento di un corpo: in
base a leggi fisiche (necessarie), a rapporti causali (causa-effetto), a
fatti casuali (avvenimenti). È spiegabile solo ciò che è osservabile
e descrivibile. Ogni finalità e esclusa.
• Prendiamo ora il movimento di un essere vivente, ad esempio, il
movimento di un animale verso il cibo. È spiegabile così come
spieghiamo il movimento di un semplice corpo? Nella descrizione
del suo movimento e delle sue leggi fisiche, certamente sì, ma
questo non significa spiegare compiutamente il movimento
dell’animale. Infatti, il meccanicista, per darne una spiegazione
compiuta, deve ricorrere a nozioni, come “istinto”, “appetito”,
“intelligenza” ecc., che in sé non sono meccaniche.
• Diciamo, ad esempio: «l’appetito è la tendenza verso qualcosa»,
«l’intelligenza è la capacità o il grado di risoluzione dei problemi»: le
nozioni di “tendenza”, “capacità”, “grado” ecc. presuppongono una
valutazione dell’azione, in base alla quale possiamo distinguere
movimenti migliori o peggiori rispetto a un certo scopo.

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La finalità (continua)
• La spiegazione del movimento non può dunque più
accontentarsi del ricorso a leggi fisiche o strutture
meccaniche: deve far ricorso a un principio di finalità.
• La spiegazione causale non funziona per i fenomeni
viventi: essa infatti serve a conoscere le loro proprietà
oggettive, ma non il significato delle loro azioni.
• Si tratta di introdurre un modo di comprensione
“soggettivo” che Kant chiamava comprensione finalistica
o analogica.
• Anche la spiegazione naturalistica darwiniana
(evoluzionismo) ricorre a elementi funzionali e
finalistici.

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L’essere vivente come «sistema»
• Il neo-vitalismo evidenzia il primato della
struttura e dell’organizzazione.
• 1932: il fisiologo americano Walter B. Cannon
introduce il concetto di “omeostasi” = tendenza
dell’organismo a mantenere il proprio equilibrio
attraverso processi regolativi di controllo.
• L’omeostasi trova applicazione anche in
psicologia e nell’ambito della cibernetica (teoria
degli automi).
• Olismo ed emergentismo: il vivente come totalità
organica.

20
Jakob von Uexküll (1864-1944)
• 1909: Ambiente e mondo interno degli animali.
Uexküll adotta un punto di vista kantiano (da
Immanuel Kant, 1724-1804): gli esseri viventi
non sono, propriamente, “fenomeni”, ma
soggetti, con un loro mondo individuale.
• La biologia deve ricostruire questi mondi
individuali = scienza della soggettività.
• Cogliere per analogia col mondo vitale umano
gli schemi di decifrazione della realtà propri di
ciascun essere vivente.

21
Uexküll (continua)
• Il mondo è percepito tramite segni (di direzione,
di tempo, di spazio), il cui significato è diverso
per i diversi esseri viventi.
• Tutti gli organismi viventi sono dotati di una
soggettività che consente loro di «sentire» il
mondo. In tutto il mondo vivente esistono
rapporti di soggetti con oggetti (cose, situazioni)
che sono «portatori di significato».

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Wolfgang Köhler: la forma (Gestalt)
• Distinguiamo tra un insieme come un «tutto» (in greco: pan) e un
insieme come un «intero» (in greco: olon)
• Esempio: un tutto è una «vasca d’acqua»: ogni parte ha le stesse
proprietà dell’insieme. Un intero è invece un organismo vivente: ogni
parte ha le proprietà che derivano ad essa dalla relazione con tutte
le altre. Ci sono qui parti dipendenti e indipendenti.
• Un sistema è una «forma» o «configurazione» in cui l’insieme è
superiore alla somma delle parti. Esso non è dunque, propriamente
un «tutto» = una somma di parti, ma un «intero» = un’integrazione
organica o funzionale di parti.
• Se da un sistema isoliamo le parti, esse perdono il significato (la
funzione) che avevano quando erano integrate nel tutto, cioè,
letteralmente, non sono più le stesse parti (le stesse «cose»).

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Ludwig von Bertalanffy:
“Teoria generale dei sistemi” (1968)
• La vita è la proprietà di un sistema costituito dall’organismo stesso.
• Sistemi chiusi: fisico-chimici e inorganici, caratterizzati
dall’aumento di entropia (disordine) e tendenza a un equilibrio
statico. Essi non ricevono né danno informazioni; non scambiano
materia con l’esterno. Sono sistemi fondamentalmente meccanici
(ad es: un recipiente pieno di molecole di un gas, un corpo che si
disgrega lentamente) le cui parti tendono ad assumere una
distribuzione casuale. L’informazione che ricevono è meccanica
(forza, urto ecc.), non organizzativa.
• Sistemi aperti: sono i sistemi viventi, in equilibrio dinamico o
fluente, c’è passaggio di informazione e di materia. Tendono a
un’entropia negativa (neg-entropia), perché rispondono
all’ambiente migliorando la loro complessità organizzativa (maggior
ordine e finalità). Partendo da diverse condizioni iniziali possono
pervenire al medesimo stato finale (equifinalità).

24
«Conoscere» la vita: Kant (1)
• Riprendiamo ora la nozione di finalità: perseguire un fine
significa operare in base a un’intenzionalità, a uno
scopo. Ma come possiamo dire ciò riguardo alla natura?
• Sembrano esserci due alternative, radicalmente
contrapposte:
– 1) proiettare sulla natura la nostra soggettività: noi operiamo
in base a scopi e dunque, per analogia, potremmo dire che
anche la natura opera in base a scopi. Ma il discorso scientifico,
cioè conoscitivo, rifiuta questa spiegazione perché non è
oggettiva e dunque la scienza ricorre alla descrizione
meccanica. Lo stesso Kant sembra ammettere ciò, ricorrendo
alla finalità nel giudizio estetico e riflettente.
– 2) Introdurre principi teologici o spirituali, che ammettono
una progetto intelligente, ovvero una causa necessaria e
intelligente (Dio).
25
Conoscere la vita: Kant (2)
• Ma quest’alternativa, secondo Kant, è errata, perché possiamo
concepire una causa finale oggettiva senza ridurla alla causa
meccanica (efficiente) o alla causa trascendente-teologica.
• Il principio del reale (e anche della vita) è “trascendente” (cioè non si
riduce al soggetto) senza essere al di là del mondo (trascendenza
teologica). La realtà è la condizione necessaria e sufficiente per
ogni causalità.
• Pertanto, la «causalità» (efficiente, finale ecc.) riguarda i
“fenomeni” (ciò che a noi si manifesta) ma anche la realtà in se
stessa: non ci sarebbero i fenomeni senza la realtà, ma solo le
“parvenze” o illusioni.
• Chi sostiene che tutte le cause che si trovano nel mondo sono
contingenti, cioè solo Dio può essere causa necessaria, commette
una fallacia logica: ciò che è necessario non può essere
indipendente.
• Causa necessaria e intelligente («l’orologiaio intelligente») non si
possono ricavare dalla realtà.
26
Conoscere la vita: Kant (3)
• Conoscenza scientifica = giudizio determinante.
• Ma è impossibile ricavare regole universali o concetti (come fa la
scienza) riducendo la conoscenza a determinazioni puramente
quantitative.
• Una regola concettuale non può prescindere dall’aspetto sensibile,
qualitativo dell’esperienza. Ad esempio: sostanzialità, causalità,
interazione reciproca, di cui pure la scienza si serve, devono essere
compresi a partire dalla loro genesi empirica, cioè dal modo in cui
noi viviamo le cose, come le individuiamo, le poniamo in
relazione ecc.
• Un altro esempio è il tempo: esso non può essere “spazializzato”,
vale a dire: esiste, come ben sappiamo, una “geometria dello
spazio”, ma non c’è una geometria del tempo: esso non è autonomo
rispetto alla percezione. Il tempo fisico è in realtà “spazio”, il
tempo “vero”, quello vissuto, è percezione.

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Conoscere la vita (4): Uexküll
• Torniamo ora a Jakob von Uexküll.
• Esistono “tendenze interne” a ciascun
animale, non spiegabili meccanicamente.
• Ogni animale ha un suo peculiare
ambiente vitale.
• La biologia non deve studiare il “singolo”
essere vivente, ma l’essere vivente
nell’insieme del suo mondo-ambiente.
28
Conoscere la vita (5): Uexküll
• Non solo prestazioni o funzioni, ma soprattutto
morfologia, cioè struttura fisico-materiale degli esseri
viventi.
• In ogni organismo c’è uno specifico “piano
costruttivo” (Bauplan).
• Grazie al piano costruttivo, il mondo interno si proietta
sul mondo esterno originando il “mondo proprio” di
ogni animale.
• La dimensione “propria” non è solo quella dello spazio,
ma anche quella del tempo non lineare: in molti esseri
viventi è l’effetto che retroagisce sulla causa.
• Per mezzo del tempo ha luogo una causalità “riflessiva”
e finalistica.

29
30
Conoscere la vita (6): Uexküll
• Il mondo individuale è retto da un principio
d’ordine e da un principio d’azione.
• Essi si connettono in modo da formare un
“circuito” o ciclo funzionale = l’ambiente
dell’animale.
• «L’universo biologico ci mostra migliaia e
migliaia di mondi chiusi in se stessi, di mondi
invisibili».
• Compito del biologo è cercare di individuare le
loro “categorie di significato”.

31
Teoria sintetica dell’evoluzione
• 1930-1940: si afferma la teoria sintetica
dell’evoluzione, dopo la scoperta della
genetica (1926). L’evoluzione non viene
più concepita in termini individuali, ma di
gruppo.
• La selezione naturale ha un effetto
finalistico nell’insieme della popolazione; i
caratteri individuali sono invece casuali.

32
Natura e cultura
• Problema dell’uomo: la sua evoluzione è
“particolare”. Due ipotesi
– “Il salto”: ipotesi del cambiamento improvviso.
– L’interazione tra evoluzione organica ed
evoluzione culturale: dalla natura alla cultura
e dalla cultura alla natura.
• La cultura come “prodotto biologico”.

33
La scienza comparata del
comportamento animale: l’etologia
• Konrad Lorenz: le basi biologiche del
comportamento.
• Il comportamento sociale non è tipico solo
dell’uomo, ma anche degli altri esseri
viventi.
• Il comportamento sociale non è totalmente
appreso, in modo indipendente dalla basi
genetiche.
– L’esempio dell’aggressività.

34
Il cervello e la “mente” (1)
• Il cervello non può essere ridotto a un
calcolatore. L’analogia tra le macchine
calcolatrici e il cervello deriva
dall’applicazione del principio di Vico:
possiamo veramente capire solo ciò
che noi stessi facciamo.
• Applicato alla mente ciò significa: potremo
capire il pensiero solo quando saremo
capaci di riprodurlo artificialmente.

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Il cervello e la “mente” (2)
• Prima obiezione: il cervello non serve solo a
calcolare. Il calcolo è essenzialmente digitale
(discreto, discontinuo), agisce in base a una
logica bivalente (vero/falso).
• Ma non dobbiamo considerare solo i singoli
neuroni, ma anche le fibre nervose, il “sistema
nervoso” nel suo complesso: questo agisce in
un modo non calcolistico-digitale, ma modulare
o analogico (progressivo, continuo).

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Il cervello e la “mente” (3)
• Seconda obiezione: il cervello non è un sistema che si
svolge in sequenza lineare (seriale), ma è un sistema
ridondante in cui molti canali svolgono (o possono
svolgere) la stessa funzione.
• La risposta di un calcolatore è netta, senza sbavature;
un piccolo errore può essere catastrofico.
• La risposta di un sistema nervoso complesso può
essere invece “intermedia”, graduale. Un errore può
essere compensato o “minimizzato” nel suo effetto. Esso
opera secondo un principio di ragione sufficiente e di
“accettabilità”.

37
Il cervello e la mente (4)
• Il sistema nervoso è meno preciso, veloce ed
esatto di un calcolatore, ma molto più sicuro
e pratico.
• Le attività percettive non sono passive, ma
organizzano e interpretano.
• Pensiero e azione sono integrati attraverso
modelli rappresentazionali.
• L’insieme “fisico” non corrisponde
all’insieme “psichico”: nessun sistema fisico
e logico può descrivere la propria struttura.
(problema dell’autocoscienza).

38
Il metodo
• F. Jacob (1970): non è possibile
interrogarsi sulla vita senza far riferimento
al “progetto” dell’organismo vivente.
• Causalità e finalità sono aspetti
complementari del medesimo fenomeno.
• I fenomeni viventi sono “unici”, cioè non
riproducibili e soprattutto individuali.

39
Jonas: Filosofia della natura

Per evitare il nichilismo e lo scetticismo


bisogna togliere la dissociazione tra uomo
e natura.

Occorre una nuova filosofia della natura,


non solo una “filosofia dell’esistenza”.

40
• La vita è un fenomeno originario che si
esprime nell’organismo vivente.
• Problema della “composizione”, “origine”
della vita. Ogni ricorso a cause
antecedenti non spiega la sua “realtà”.
• Problema dei “predicati disposizionali”.
Nessuna disposizione s’identifica con la
realtà a cui conduce.
• Distinzione tra “esistenza”, che può essere
un predicato, e “realtà” che invece è solo
un soggetto.
41
Organismo e libertà
(1966-1973)
• La vita deve già essere inclusa nel concetto di
sostanza fisica.
• Origine della separazione tra anima e corpo,
spirito e natura.
• Pensiero antico-arcaico: la vita non è un
enigma, ma un dato di fatto universale: essere =
vivere. Il problema è la materia inanimata, la
morte. Essa deve presentarsi in termini di vita.
• Monismo pre-dualistico. Panvitalismo.
42
Organismo e libertà (continua)

• Orfismo e Platone: la prima soluzione dualistica. La vita


ha un carattere pratico: si afferma la filosofia morale
come tentativo di ricondurre il non-essere (morte, caos,
disordine) all’essere, a leggi normative (dover-essere).
• Cartesio: la seconda soluzione dualistica.
• Panmeccanicismo e materialismo: il monismo post-
dualistico. Si afferma la filosofia della morale: i
fenomeni della vita etica sono conoscibili così come si
conoscono i fenomeni naturali. Sono tutti “fatti”, retti da
“leggi” che possono essere conosciute attraverso il
“modello della fisica”. (Fisica della natura e “fisica” del
comportamento umano).

43
Organismo e libertà (continua)
• La causalità: non è un’aggiunta dell’abitudine
e delle leggi di associazione (Hume), né un
concetto o fondamento a priori dell’esperienza
(Kant), ma esperienza fondamentale dello sforzo
attraverso il corpo vissuto: “Io” pratico e attività
concreta.
• Hume e Kant “neutralizzano” la vita, la
percezione e l’esperienza concreta.
• L’uomo è parte della natura, dunque nella natura
si presenta un’interiorità diretta allo scopo.

44
Organismo e libertà (continua)
• L’evoluzionismo e il darwinismo: il problema
del rapporto tra spirito e materia.
• L’evoluzionismo interviene come àncora di
salvataggio del meccanicismo: il passaggio
dall’inorganico all’organico può essere
sufficientemente piccolo da non creare disturbo
alla struttura meccanica della materia.
• Ma allora: se lo la “spiritualità” dell’uomo (la sua
coscienza) non è discontinua rispetto al resto
del vivente, allora non è più legittimo negare
spiritualità al tutte le forme animali.

45
Organismo e libertà (continua)
• La nozione di “sistema”: è sufficiente per
spiegare la vita?
• Nella scienza moderna al concetto di “divenire”
si sostituisce quello di “processo”, di “funzione”:
la statica diventa un caso particolare della
dinamica.
• Ma così si elimina la molteplicità storica e
contingente della vita: per ovviare a ciò si è
introdotta la nozione di “sistema”.
• Ma così la vita viene definita dall’organismo,
mentre si dovrebbe definire l’organismo a partire
dal dato originario della vita.
46
Organismo e libertà (continua)
• Il corpo vivente non è un semplice sistema, cioè una
“forma” che si mantiene rispetto alla sua materia che
cambia, ma un’individualità concreta e irriducibile.
• Ciò è testimoniato dal “metabolismo” che regge il
corpo vivente.
• Percezione e movimento: aprono la libertà dello spazio.
• Emozione e sentimento: aprono la dimensione del
tempo.
• L’essere animale è, nella sua essenza, essere
passionale.

47
Organismo e libertà (continua)
• Il modello cibernetico è sufficiente per
spiegare la vita, in particolare la vita
umana?
• No. L’automa agisce in base a uno scopo,
ma non ha uno scopo. Ogni sua
“condizione finale” è il suo scopo
intrinseco, il suo “stato di equilibrio”.
• Differenza tra “servire a uno scopo” e
“avere uno scopo”.
48
Organismo e libertà (continua)
• Il simbolo e le immagini simboliche come
rivelatori dell’«essenza» dell’uomo.
• I caratteri dell’immagine simbolica:
– Somiglianza intenzionale;
– Incompletezza;
– Libertà
– Forma visiva;
– Superamento del rapporto causa-effetto;
– Un oggetto/molte immagini; un’immagine/molti oggetti
• Cosa significa “cogliere” o “vedere”
un’immagine?

49
Organismo e libertà (continua)
• La teoria scientifica – La tecnica –
La decisione applicativa.
• Carattere di emergenza e necessità
dell’agire tecnico dell’età moderna.
• Sapere→Tecnica→Dominio sulla natura.
• Nessuna contraddizione tra le conoscenze
tecniche moderne e il loro uso malvagio:
nell’agire tecnico non è incluso un agire
per il bene.
50
Bolk: l’«evoluzione negativa»
dell’uomo
• 1926: l’anatomista olandese L. Bolk pubblica: Il
problema dell’ominazione.
• L’uomo come essere vivente dotato di una “strutturale
carenza organica”.
• Ciò testimonia del “ritardamento evolutivo” dell’uomo =
neotenia.
• Per comprendere ciò, bisogna comprendere il rapporto
tra differenziazione di struttura e integrazione di
funzione.
• Automi: comportamento = funzionamento
• Esseri viventi (e in particolare l’uomo): comportamento ≠
funzionamento.
51
Bolk (continua)
• Nell’uomo prevale l’integrazione di funzione =
forme di controllo e di inibizione da parte del
processo di civilizzazione.
• Questa inibizione agisce sullo stesso sviluppo
biologico, ritardandolo sistematicamente.
• “Meccanismi fetalizzatori” che producono il
differimento della maturazione.
• L’uomo è “razionale” proprio in virtù della sua
inadattabilità.

52
Jonas:
Il principio responsabilità
Un’etica per la civiltà tecnologica

53
• Esplosione demografica,
soprattutto nel terzo e nel quarto
mondo.
• La catastrofe ecologica e
ambientale.

54
Il relativismo

• Contraddittorietà logica del


relativismo assoluto riguardo alla vita.
È sufficiente per eliminare il
nichilismo?
• No. Occorre evidenziare l’assurdità
pratica del relativismo assoluto
riguardo alla vita.
55
Cap. I: La mutata natura dell’agire umano

• L’uomo moderno come “Prometeo”


scatenato.

• Di fronte alla tecnica, occorre un’etica


della prudenza e del rispetto.

56
Le premesse dell’etica tradizionale
1. Eternità e immutabilità della condizione
umana.
2. Determinabilità assoluta del bene.
3. Limitatezza dell’agire umano.

Oggi queste tre premesse non sono


più valide.

57
Le conseguenze dell’etica
tradizionale
1. Neutralità etica della tecnica.
2. Antropocentrismo dell’etica.
3. La natura umana non è oggetto della
tecnica.
4. Etica del presente, della prossimità
(contemporaneità dell’azione e
prossimità dei fini).
Oggi queste quattro conseguenze non
sono più valide.
58
Prospettive della nuova etica
• Dev’essere un’etica per il futuro, e non del
futuro.
• Assieme all’uomo, anche la natura deve
diventare un soggetto di responsabilità.
• Ciò si ottiene non attraverso una nuova
“fede”, ma mediante uno sviluppo e
approfondimento della ragione.

59
Etica dei princìpi ed etica della
responsabilità
• Razionalità rispetto al valore e razionalità
rispetto allo scopo.
• Distinguere tra scopo ed effetto. Ogni
azione ha uno scopo, ma non ogni azione
considera gli effetti degli scopi che
persegue.
• Se l’uomo penetra nella natura, la natura
deve diventare il nuovo soggetto etico.

60
L’imperativo etico
• Kant: le massime dell’azione riguardano la
felicità e il bene umano del presente. Negarle,
significa entrare in contraddizione con se stessi
• Jonas: le massime dell’azione devono
riguardare anche il bene umano nel futuro.
Negarle non significa entrare in contraddizione
con se stessi (nel presente).
• La responsabilità non dev’essere solo
“giuridica”, ma anche “affidataria”.
• Responsabilità verso le generazioni future.

61
Le tradizionali etiche del futuro

• L’etica del compimento nell’al di là.

• La preoccupazione dello statista per il


futuro.

• L’utopia moderna.
62
L’uomo come oggetto della tecnica

• Il prolungamento della vita.

• Il controllo del comportamento.

• La manipolazione genetica.

63
Sugli scopi e la loro posizione
nell’essere
• I “giudizi di valore” riguardo agli scopi
possono essere di due tipi:
• O fondati sulla mia conoscenza
dell’adeguatezza o efficacia dell’oggetto
(una pistola può essere migliore o
peggiore)
• O sui miei sentimenti verso l’oggetto
(approvazione o disapprovazione).

64
Sugli scopi e la loro posizione
nell’essere
• “Avere uno scopo”: lo scopo è inerente al concetto di
martello e di orologio, il concetto è qui alla base
dell’oggetto.
• Ma il concetto non è dell’oggetto, bensì del suo
produttore.
• Il tribunale: il concetto non ha solo “preceduto” la cosa,
ma è anche penetrato in essa (causalità interna). Qui
non ha luogo una differenza d’essere tra il produttore (il
legislatore) e il prodotto (l’istituzione): l’orologiaio, non
l’orologio, è colpevole se esso non funziona; ma i giudici,
non i padri della costituzione sono responsabili se il
tribunale sbaglia. È un’idea determinante dall’interno.

65
Sugli scopi e la loro posizione
nell’essere
• Il martello ha un’esistenza separabile dallo
scopo; un parlamento, un tribunale, non
hanno un’esistenza separabile da esso.
• Strumento: il “corpo organico”. Qui il
concetto di strumento non può essere
pensato senza quello di scopo.

66
Sugli scopi e la loro posizione
nell’essere
• Ma qual è l’ status della soggettività? Essa è
nel mondo altrettanto oggettiva quanto lo sono
le cose corporee.
• La soggettività dà voce a ciò che sta sotto ed è
muto; il frutto rivela qualcosa della radice e del
tronco dai quali è cresciuto.
• La spiegazione finalistica non si scontra con la
spiegazione causale. Sono prospettive
complementari: la seconda spiega le parti, la
prima comprende l’intero.

67
Il bene, il dover-essere e l’essere
• Bisogna ora passare dalla teoria dei fini
alla teoria di valori.
• Il bene e il valore sono fondati nell’essere,
cioè: il dover-essere è nell’essere.
• Esistenza del bene in sé: la finalità. Ciò
che ha uno scopo è “superiore”
all’assenza di scopo.
• Autoaffermazione sostanziale dell’essere
come migliore rispetto al non-essere.
68
Il bene, il dover-essere e l’essere
• Nella vita, l’essere si esprime come
azione: la conservazione tramite l’azione
è la modalità dell’essere della vita.
• La vita è espressione della scelta
dell’essere contro il non-essere.
• Il poter-morire pone suggello
all’autoaffermazione dell’essere, al suo
“valore” intrinseco.

69
Il bene, il dover-essere e l’essere
• L’uomo deve far sua nella propria volontà
questa affermazione dell’essere e imporre alle
proprie facoltà la negazione del non-essere.
• Solo la fondazione del bene nell’essere lo
contrappone all’arbitrio della volontà.
• Non la forma, ma il contenuto dell’agire deve
avere la priorità: in tal senso la morale è
“altruistica”.
• Ma per far ciò deve entrare in gioco anche il
nostro lato “emotivo”: il senso di responsabilità
è inevitabilmente legato anche al nostro
“sentire”.
70
Il bene, il dover-essere e l’essere
• Occorrono sia il fondamento razionale (ragione,
oggettività), sia il fondamento psicologico
(sentimento, soggettività).
• L’uomo è un essere morale perché la sua
volontà è accessibile a scopi che trascendono i
propri fini vitali.
• Esiste un “elemento affettivo” nell’etica.
• C’è, nella tradizione, il summum bonum: tra
questi non figura la responsabilità, il cui
oggetto è “transeunte” per definizione.

71
Il bene, il dover-essere e l’essere
• Solo attraverso il senso di responsabilità si
può costringere il sentimento all’azione,
cioè si può favorire, mediante il nostro
agire, il diritto di esistere dell’oggetto.
• Condizione fondamentale della
responsabilità: il potere causale =
rispondere della propria azione. Si noti che
la responsabilità può essere esente da
ogni “colpa” particolare (p. 115).

72
Il bene, il dover-essere e l’essere
• In generale e comunemente, la responsabilità si
riferisce alle azioni commesse (responsabilità
giuridica). Essa viene attribuita dall’esterno,
non pone da sé scopi, è condizione della morale
ma di per sé non costituisce la morale.
• Invece, la responsabilità della nuova etica per il
futuro, non riguarda la “resa dei conti”, ma la
determinazione del da-farsi. Il potere diventa
oggettivamente responsabile per ciò che gli
viene affidato.
73
Il bene, il dover-essere e l’essere
• Io mi impegno a un dover-fare rispetto a un
essere di cui sono chiamato ad aver cura.
• Es.: quando l’interesse e il destino altrui
vengono a trovarsi sotto il mio potere, io sono
“obbligato” verso di loro.
• Nel rapporto affidatario della “cura”,
responsabile è chi ha il potere, chi è “superiore”
(esempio del capitano, della nave e dei
passeggeri).

74
Il bene, il dover-essere e l’essere
• Esiste una responsabilità stabilita dalla natura
(es. dei genitori verso i figli) di tipo irrevocabile,
non-negoziabile e globale.
• Ma esiste anche una responsabilità
“contrattuale”.
• Caso del politico: è una responsabilità
liberamente scelta, a cui, una volta scelta, il
politico appartiene completamente.
• Sia genitori che uomini di stato si assumono una
responsabilità rivolta al futuro: l’archetipo di ogni
responsabilità è quella dell’uomo per l’altro
uomo.
75
Il bene, il dover-essere e l’essere
• La possibilità che si dia responsabilità, e
dunque umanità, costituisce la responsabilità
preliminare a tutto.
• Prima vivere (fatto ontico), poi “vivere bene” che
è il “comandamento” seguente.
• L’etica tradizionale è etica della virtù = il migliore
essere possibile dell’uomo che poco si cura di
ciò che verrà dopo.
• È dunque assente la dinamica orizzontale del
tempo e del divenire nella trasformazione
dell’essere: l’orientamento dell’etica classica è
“verticale”, volta all’eterno e all’identico.
76
Il bene, il dover-essere e l’essere
• Con Kant, Hegel e Marx viene introdotta la
dinamica orizzontale del tempo, il
riconoscimento della forza produttrice
dell’intenzione, ma la tecnologia non è ancora al
potere.
• L’intervento della tecnica cancella ogni “ragione
nella storia”, ogni realizzazione di una legge
morale.
• Oggi le azioni del potere generano il contenuto
del dover-essere: nella storia non c’è alcuna
razionalità, immanente o trascendente, nessuna
razionalità presupposta del dover-essere.
77
Il bene, il dover-essere e l’essere
• Si capovolge così oggi il rapporto abituale tra dover-
essere e potere: primario non è più ciò che deve essere
e che traccia i confini del potere, ma ciò che l’uomo di
fatto è e fa perché lo può fare: il nostro esorbitante
potere è già all’opera.
• Dunque, il detto kantiano: «puoi, dunque devi»
(realizzare l’ideale, il «senso» della storia), oggi va
capovolto in: «devi, dunque fai, dunque puoi»: il dover-
essere non è più forma, ma materia o sostanza
concreta, cioè risposta, nella forma della responsabilità,
a ciò che di volta in volta avviene. E’ infatti la crescita
continua del potere che modifica costantemente il
contenuto del dover-essere.
78
Il bene, il dover-essere e l’essere
• Dal “puoi → devi” al
• “puoi (fare tecnicamente) → devi (essere
responsabile), → dunque puoi esserlo
operando (rivolto al futuro)”.
• Il dover-essere va premesso al poter-fare
tecnicamente come se gli effetti (anche
indesiderati) fossero già esistenti (fossero cioè
non ipotetici, ma reali, assertori). Il nostro potere
è tale da non permetterci la scappatoia
dell’ignoranza o del “non volevo”.

79
Il bene, il dover-essere e l’essere
• Nelle generazioni future, così come nel futuro
dell’ambiente naturale, troviamo incarnata la
debolezza indifesa del neonato e delle specie
viventi sottomesse all’arbitrio dell’uomo.
• Etica della salvaguardia e della «paura» da non
intendersi come debolezza, ma come
esortazione alla cura dell’essere.
• Il rispetto e il timore devono avere una funzione
costruttiva ed euristica.

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Etica applicata
• L’eugenetica:
– Preventiva
– Migliorativa
• Eutanasia e differimento della morte.
– Passiva.
– Attiva.
• Ricerca scientifica.

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La bioetica
• 1970-71: Van R. Potter: “Bioetica: ponte
verso il futuro”.
• Carattere interdisciplinare della bioetica.
• Bioetica religiosa: la vita come sacra e
donata da Dio.
• Bioetica laica: la vita come “compito”
dell’uomo.

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Jonas e l’idea di Dio
• Concezione di Dio: riconoscendo la libertà
all’uomo, Dio non è più onnipotente: se
intervenisse nella storia umana,
entrerebbe in contrasto con il senso della
sua creazione.

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