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gfp.

323 - la Contraddizione, 137, Roma 2011

C’È GROSSA CRISI ...


redazionale
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In questo momento c’è una grande crisi,


c’è grossa grisi, c’è molta violenza, c’è molto egoismo ...
qua la ggente non sa più ... quando stiamo andando su questa tera,
qua la ggente non sa più ... quando stiamo facento su questa tera!
Oh, ma mica posso fa’ tutto io!
[dal testo sacro di Quelo – filosofia sottufficiale di Amnesy international]

Berlusconi è stato costretto a dimettersi, a dispetto della sua precedente sicumera sul contrario. Ha
preannunciato le sue invitabili dimissioni, all’alba del giorno dopo la perdita della maggioranza. Poteva pure
non dimettersi, perché – come spiega il costituzionalista Barile, che fu ministro col governo tecnico di
Ciampi 1993-94 – “il semplice rifiuto da parte del parlamento di approvare una proposta del governo non
significa di per sé sfiducia e "non importa obbligo di dimissioni" (Cost.art.94 4); anche se la costituzione dice
che la fiducia va posta su una specifica mozione autonoma e non su un altro atto diverso (come un
particolare provvedimento di legge). Pur se le dimissioni in tal caso sono solo una prassi consigliata, allorché
esse sono date c’è la crisi [detta “extraparlamentare”] di governo, ed essa deve essere riportata nell’alveo del
parlamento perché nasce dal sistema parlamentare. Per ironia della sorte, dopo la nottata, l’alba di quel
giorno dopo salutava con premonizione quasi cabalistica il 9 novembre; come rammentammo sul no.132 in
Silvio-il-piccolo – parafrasi contenutistica elaborata dallo scritto di Marx sul “re dei furfanti” Napoleone III
Bonaparte-il-piccolo – quella data era “quantunquamente quasi profetica” pure la data precisa allora detta 18
brumaio. Anche Berlusconi era circondato dall’ossequio interessato della sua “feccia dell’umanità”, ma non è
bastato a salvarlo.

E venne Monti. Ora la differenza tra i due italici e tra le rispettive compagini è evidente e notevole,
almeno per gusto, cultura e competenza. Anche l’Ue che conta – dopo aver intimato all’Italia di “accettarlo”
e varare al volo il nuovo governo – ha sùbito parlato di “credibilità”, facendo intendere senza mezzi termini
che delle menzogne e delle promesse, ma pure di barzellette frizzi e lazzi costruiti appositamente per coprire
ignoranza e inettitudine, non ne poteva più nessuno. E neppure la maggioranza degli italiani; tanto che
all’annuncio ufficiale delle sue dimissioni si è assistito a un giubilo popolare spontaneo con manifestazioni di
piazza che non si vedevano dalla cacciata di Craxi una ventina di anni fa. A parte le frasi fatte dei suoi
adepti, a lui conformi, soltanto dicendo delle “cazz\ull\ate” [omen nomen] – cazzu cazzu iu iu!, dice Cetto
Laqualunque – senza ritegno si può affermare che non bisognava legittimare la protesta forte e clamorosa
contro di lui. Ma è folle dire che la collera popolare era volgare, violenta e fuori luogo dopo che la
volgarità e la violenza di Berlusconi hanno imperversato quotidianamente in Italia per tutto questo tempo,
anche quando per più della metà di questo lui non era al governo [cfr. il sito ufficiale http://
www.governo.it/ Governo/Governi/governi.html, periodo 1994-2011, il che la dice lunga sul ruolo assente
e subalterno dell’“opposizione”].
Ora è però il turno di Monti, che ha ricevuto a tambur battente l’approvazione europea e di mezzo mondo:
si sa che fa parte del consiglio direttivo del gruppo Bilderberg [cfr. una successiva scheda; ma si tornerà in
futuro sul tema], lì e in altre associazioni segrete connesse siedono molti altri italiani (rappesentanti di Eni,
Fiat, Telecom, Italcementi, Pirelli, ecc. oltre all’amico Enrico Letta), è presidente del gruppo europeo della
Trilateral di Rockefeller ed è consulente da sei anni della famigerata Goldman Sachs (dove stava anche
Mario Draghi). Come si vede il capitale l’osanna; Obama, pur con l’incubo del suo governo vacillante, gli ha
telefonato; ma, assurdo a dirsi, gli italiani – mentre il suo predecessore è ormai ignorato e scansato da tutti –
gli hanno manifestato inizialmente un gradimento intorno all’80%. Passi pure per i padroni, è il loro
“mestiere”; ma i lavoratori e la massa della popolazione sanno chi siano Monti e il suo governo? E
l’asinistra, con rispetto parlando? Pare che non sapesse già prima chi fossero lui e i suoi catto-destro-
banchieri, e continua a simulare una parvenza di opposizione come “una ribellione degli scheletri” – diceva
Antonio Labriola – che non sa proporre nulla oltre al lamento: che non è una proposta.

la Contraddizione,
1 no.137
In simili condizioni internazionali dell’imperialismo del capitale – quello grande, che conta (e non
come donchisciottescamente ironizza Gramellini sulle battaglie berlusconiane contro i ... “mulini forti”) – è
ovvio che anche questo governo similborghese al servizio di quel capitale proceda a colpi di bastonate.
Anzitutto contro il lavoro, con un “contratto unico” [il francese contract unique (irriso in inique – cfr.
no.132) caro a bocconiani, Ichino e Veltroni] per tutti i “precarituri licenziaturi”, contro le pensioni da
trasformare tutte in quelle a contribuzione e per colpire l’anzianità di lavoro, per far pagare sugli immobili
(sempre reddito e mai capitale!) partendo dalle case di abitazione più umili e non almeno da imposte
progressive sulle grandi residenze e sui “palazzinari”. Dove la progressività impositiva, prevista dalla
costituzione, servirebbe quanto meno a “fare cassa” dove i soldi ci sono e non sui redditi consolidati in
abitazioni e ottenuti con il proprio lavoro; ciò surrogherebbe in tale maniera un’altra tassazione, la cosiddetta
patrimoniale, sui grandi redditi.
Non a caso su questo e altri punti gli “economisti illuminati” del centro-a-sinistra per il riformismo-del-
capitale-buono navigano a vista con consueta demagogia pur di non alterare i rapporti di produzione e
chiedendo anzi, nella vecchia tiritera keynesiana, la ... “piena occupazione”: ancora!? Peraltro il governo
Monti ha ricevuto tra le richieste di legislatura anche il cambiamento della legge elettorale, sì che perfino
quel governo potrebbe decidere di farlo per tenersi buoni lavoratori e popolazione, tanto esso viaggia su altri
piani. Dunque la lotta – pd, D’Alema, Veltroni e compari permettendo – per il reintegro integrale del sistema
proporzionale puro può avere qualche possibilità di successo. In primo luogo una battaglia contro la “legge
truffa” del premio di maggioranza (voluto anche dal pd), soprattutto quella attuale, peggio del disperato
tentativo degasperiano del 1953 a quel tempo sventato, che ora addirittura trasforma la minoranza che vota
una lista di maggioranza relativa in maggioranza assoluta (proprio come avviene per il controllo di una
Spa). Si ricordi che il pregolpista Ciampi ha permesso che il nome del capolista figurasse nel simbolo del
partito da votare in maniera che diventasse il “presidente del consiglio scelto dal popolo”; è una norma
piduista perché mira di fatto alla negazione della sua nomina costituzionale da parte del presidente della
repubblica. Del resto dire di restituire al “popolo votante” la possibilità di esprimere le preferenze per
eleggere i candidati è una vera presa in giro della democrazia; si dimentica, infatti, che è prevista una “testa
di lista” scelta dalle segreterie o direttamente dal capo che di fatto vanifica ogni scelta popolare; come lo è la
possibilità dei candidati di figurare in più circoscrizioni, la qual cosa anche annulla la scelta ...
“democratica”.

Senonché, se è più che giusta la prosecuzione delle manifestazioni di denuncia, il problema è poi
considerare quale progetto realmente praticabile e alternativo sia oggi possibile. Insomma si tratta di
confrontare quegli èmpiti emotivi con la situazione e con gli attuali rapporti di forza. La situazione è
drammatica e i rapporti di forza per la classe operaia (e non si parli nemmeno dei comunisti: dove stanno?)
sono tragici. Dunque se si parte da queste considerazioni è opportuno vedere che cosa rappresenti un
“governo di coalizione” quale si presenta quello di Monti. È sempre utilissimo riprender in mano Marx [ci
riferiamo anche all’ottimo lavoro fatto da Marcello Musto, che dall’“Orientale” Napoli è finito a Toronto in
Canada – cfr. il manifesto, 13.11.11]. In un articolo lì commentato, Marx [Operazioni del governo, 12 aprile
1853] sostiene che “forse la cosa migliore che si può dire del governo di coalizione è che esso rappresenta
l’impotenza del potere in un momento di transizione, nel momento in cui è possibile non la realtà ma solo la
parvenza di governo, con vecchi partiti evanescenti e partiti nuovi non consolidati”.
È l’impotenza della politica esistente che porta a un governo di coalizione; e non il contrario che inverte
l’effetto – il “governo tecnico” – con la causa reale – che consiste in un potere politico già evanescente di per
sé e capace di esprimere solo una qualche “parvenza di governo” e nulla di reale, per far naufragare il quale
non occorre alcun nuovo “governo dei talenti”, o dei professori, come si dice negli ultimi vent’anni, da
Ciampi a Monti. Piuttosto, dice Marx, occorre pensare a questo come a “un momento di transizione” a cui
quel nuovo governo corrisponde: ma sapendo che esso è e rimane un governo dei nemici di classe.
Nell’epoca da lui considerata (l’Inghilterra post 1848), Marx denunciò le affermazioni dei governi su frasi
fatte come “abusi della democrazia”, “il momento adatto non è ancora arrivato”, “si avvicina il momento in
cui si deve fare qualcosa”, e via con “è consigliabile attendere”. Il capo del “governo di coalizione” diceva
“dobbiamo avere qualcosa che susciti entusiasmo”: “imporre un balzello per sovvenzionare le scuole
esistenti in cui si devono insegnare le dottrine della chiesa”, “sperare che le università riformino se stesse”, e
via ciurlando [cfr. qui a pp.1-2 anche il segnalibro]. Il terreno per una lotta nel momento di transizione –
piccola transizione, nulla più! – è ben delineato, ma richiede una capacità continua di lotta sotterranea entro
rapporti di forza rispetto al capitale che sono duramente sfavorevoli.
Pensare che tre italiani su quattro sono arrivati – finora, ma è questo che appare come realtà nel
malcontento suscitato – a ritenere che Monti li abbia liberati dalla corruzione politica, culturale e morale di
Berlusconi. A tanto si è giunti per il degrado esistente: non occorre dire altro.