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Definizioni:

straniaménto s. m. [der. di straniare]. – Variante frequente di estraniamento, soprattutto


nell’accezione specifica con cui il termine è usato con riferimento al teatro di B. Brecht. Nella teoria
della letteratura, effetto di sconvolgimento della percezione abituale della realtà, al fine di rivelarne
aspetti nuovi o inconsueti, che il narratore induce nel lettore attraverso varî procedimenti narrativi e
stilistico-linguistici, quali il riferimento esplicito al tempo della narrazione e non solo a quello della
vicenda narrata, e soprattutto l’azione sul linguaggio, con scarti dalla norma che mettono in
questione i meccanismi della lingua stessa.

decostruzionismo s. m. [dal fr. déconstructionisme (da cui anche l’ingl. decostructionism), der.


di déconstruction: v. la voce prec.]. – In ambito critico-letterario, metodo di lettura che,
diversamente dalle metodologie tradizionali, si propone non di stabilire quali siano i significati e il
senso globale di un testo letterario ma di metterne in luce quelle contraddizioni concettuali e
linguistiche che gli impediscono di emettere un messaggio pieno e coerente. Come metodo critico,
il d. critico ha la sua genesi nella critica dello strutturalismo classico di Saussure e Lévi-Strauss, e
in qualche modo anche nella filosofia di Nietzsche e Heidegger, cioè nelle tematiche principali
del d. filosofico di J. Derrida (1930-2004), che del d. critico è stato il fondamentale ispiratore.

sublime (ant. sublimo). Sostantivato (con valore neutro), la manifestazione del bello e del grande,


nel suo più alto grado: poesia, pittura, musica, spettacolo naturale che raggiunge il
s.; sentimento, gesto che ha del sublime; versi nei quali spesso il s. si alterna con il familiare. In
estetica, il sublime, concetto elaborato in ambiente neoplatonico tra il 1° e il 2° sec. a. C. (la
trattazione più antica è contenuta nell’opera περὶ ὕψους, nota anche come Anonimo del Sublime, o
come Pseudo-Longino), allo scopo di definire la proprietà dell’arte di indurre, per le sue
connotazioni di mistero e di ineffabilità, a uno stato di estasi, e poi ripreso nei secoli 18° e 19° per
sottolineare, con varie interpretazioni, spec. in contrapp. al pittoresco (v. la voce nel sign. 2), la
capacità dell’arte, in conflitto con la razionalità, di dare consapevolezza emotiva dell’infinità e della
potenza irresistibile della natura.

estetismo s. m. [der. di estetico]. – In senso proprio, atteggiamento del gusto e del pensiero che,
ponendo i valori estetici al vertice della vita spirituale, considera la vita stessa come ricerca e culto
del bello, come creazione artistica dell’individuo (storicamente, è un tardo prodotto del
romanticismo, e fa parte del più vasto fenomeno del decadentismo). Con accezione limitativa o
peggiorativa, ogni manifestazione o atteggiamento di raffinato preziosismo, e, in partic., la tendenza
a considerare e a valutare un’opera letteraria solo per i suoi valori formali, di suggestione musicale.

Il perturbante è un aggettivo sostantivato della lingua tedesca, utilizzato da Sigmund


Freud come termine concettuale per esprimere in ambito estetico una particolare attitudine del
sentimento più generico della paura, che si sviluppa quando una cosa (o una persona,
un'impressione, un fatto o una situazione) viene avvertita come familiare ed estranea allo stesso
tempo cagionando generica angoscia unita ad una spiacevole sensazione di confusione ed estraneità.

Estetica della recezione: Jauss ‹i̯àus›, Hans Robert. - Studioso tedesco di letteratura e di estetica


prof. di scienza della letteratura nell'univ. di Costanza, delineò un'originale riflessione teorica sui
problemi dell'esperienza estetica e della storiografia letteraria, nota come "estetica della ricezione",
cui contribuirono altri esponenti della cosiddetta Scuola di Costanza. La storia letteraria è intesa
come un processo comunicativo di scambio tra autore, opera e pubblico, tra passato e presente;
interpretare i testi letterarî e artistici significa tener conto dei loro effetti (gli elementi condizionati
dal testo) e della storia della loro ricezione (gli elementi condizionati dal destinatario), cioè
dell'esperienza che quei testi presuppongono e a cui danno luogo: un'esperienza che chiama sempre
in causa la partecipazione attiva del fruitore, disponendolo a un atteggiamento critico e salvando
l'arte da ogni rischio di passiva manipolazione.
feticismo s. m. [dal fr. fétichisme; v. feticcio]. – 1. Forma di religiosità primitiva, consistente nel
culto di oggetti naturali, talora anche di oggetti fabbricati a fini rituali o profani, considerati come
sacri e dotati di particolare potenza. 2. fig. Adorazione cieca di cosa o persona: il f. delle masse per
i divi della canzone. 3. Forma di perversione sessuale che concentra il desiderio erotico,
consentendone l’appagamento, su una parte del corpo del partner o su un oggetto che gli appartiene
(in genere un indumento). 4. Nel pensiero marxiano, f. delle merci, la circostanza, ritenuta tipica del
rapporto di produzione capitalistico, per la quale le merci non rappresenterebbero semplici oggetti
fisici ma rispecchierebbero rapporti sociali e situazioni antropologiche, gli uni e gli altri riducendosi
in tal modo alla loro espressione produttiva, materiale (nello stesso tempo, i rapporti tra gli uomini
si rappresenterebbero rovesciati, come rapporti sociali tra cose).