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LUIGI PIRANDELLO

-La vita
Luigi Pirandello nacque il 28 giugno 1867 presso Agrigento, da una famiglia di agiata
condizione borghese. Dopo gli studi liceali si iscrisse all’università di Palermo, poi
all’università di Roma e in seguito all’Università di Bonn.
dal 1892, si stabilì a Roma dedicandosi alla letteratura. Nel 1893 scrisse il suo primo
romanzo, l’esclusa.
A causa di un dissesto economico, successivamente, dovete intensificare la sua produzione
di novelle e romanzi, che fra il 1904 il 1915 si fece particolarmente fitta. Lavorò anche per
l’industria cinematografica scrivendo soggetti per film. Anche la sua vita fu segnata
dall’esperienza della declassazione, del passaggio da una vita di agio borghese ad una
condizione piccolo borghese con i suoi disagi economici, un fenomeno tipico della situazione
sociale del tempo. Anche questo fatto gli fornì lo spunto per la rappresentazione Del grigiore
soffocante della vita piccolo borghese, descritta da lui in molte novelle.
1910 Pirandello ebbe il primo contatto con il mondo teatrale e successivamente da quel
momento divenne anche scrittore per il teatro, anche se non abbandonò mai la narrativa.
Rappresentazioni teatrali —> esempio: Il giuoco delle parti, il berretto a sonagli, il piacere
dell’onestà e il più celebre, “Sei personaggi in cerca d’autore”

-La visione del mondo


I testi narrativi e drammatici di Pirandello insistono su alcuni nodi concettuali. Alla base della
visione del mondo pirandelliana vi è una concezione vitalistica affine a quella di varie
filosofie contemporanea: la realtà tutta è vita, inteso come eterno divenire, incessante
trasformazione da uno stato all’altro, flusso continuo. Tutto ciò che si stacca da questo
flusso e assume forma distinta e individuale si irrigidisce e comincia a morire. Tendiamo a
cristallizzarsi in forme individuali, a fissarci in una realtà che noi stessi ci diamo, in una
personalità che vogliamo coerente e unitaria.anche gli altri vedendoci ciascuno secondo la
sua prospettiva particolare ci danno determinate forme. Noi crediamo di essere uno per noi
stessi e per gli altri mentre siamo tanti individui diversi a seconda della visione di chi ci
guarda. Ciascuna di queste forme è una costruzione fittizia, una maschera che noi stessi ci
imponiamo e che ci impone il contesto sociale. Sotto questa maschera non c’è nessuno, o
meglio, vi è un fluire indistinto e incoerente di stati in perenne trasformazione.

-La critica dell’identità individuale


questa teoria della frantumazione dell’io è un dato significativo: nella civiltà novecentesca
entra in crisi sia l’idea di una realtà oggettiva, quindi definita, sia di un soggetto forte. Leo si
disgrega, nel naufragio di tutte le certezze.
La crisi dell’idea di identità e di persona risente dei grandi processi in atto nella realtà
contemporanea, dove si muovono forze che tendono proprio alla frantumazione e alla
negazione dell’individuo. È questo il periodo dell’affermarsi di tendenze spersonalizzanti
nella società per esempio l’instaurarsi del capitale monopolistico; espandersi della grande
industria e dell’uso delle macchine, la creazione di sterminati apparati burocratici, il formarsi
delle grandi metropoli moderne, in cui l’uomo smarrisce legame personale con gli altri e
diviene una particella isolata e alienata nella folla anonima. la presa di coscienza di questa
inconsistenza dell’io suscita nei personaggi pirandelliani smarrimento e dolore. L’Avvertire di
non essere nessuno provoca angoscia, genera un senso di solitudine tremenda.

-La “Trappola” della vita sociale


queste forme sono sentite come una trappola, come un carcere. Pirandello ha un senso
acutissimo della crudeltà che domina i rapporti sociali. La società gli appare come
“un'enorme pupazzata” una costruzione artificiosa e fittizia, che isola irreparabilmente l’uomo
dalla vita. alla base di tutta l’opera pirandelliana si può scorgere un rifiuto delle forme della
vita sociale, è un bisogno disperato di autenticità.anche se la vita si svolge sui binari del
perbenismo esteriore, Pirandello nel suo fondo un anarchico, un ribelle insofferente dei
legami della società.nei romanzi la critica di Pirandello si appunta sulla condizione piccolo
borghese e sulla sua angustia soffocante.l’istituto in cui si manifesta per eccellenza la
trappola della forma che imprigiona l’uomo è la famiglia. Pirandello coglie il carattere
opprimente dell’ambiente familiare, è un’altra trappola e quella economica: i suoi eroi sono
prigionieri di lavori monotoni e frustranti di un’organizzazione gerarchica oppressiva, quindi
la sua critica feroce delle istituzioni borghesi resta puramente negativa.

-Il rifiuto della socialità


Pirandello non ricerca le cause storiche per cui la società è una trappola.l’unica via di
relativa salvezza che si dà ai suoi eroi e la fuga nell’irrazionale: nell’immaginazione oppure
nella follia. Il rifiuto della vita sociale dal luogo ad una figura ricorrente ed emblematica: il
forestiere della vita, che ha preso conoscenza del carattere del tutto fittizio del meccanismo
sociale e si esclude, osservando gli uomini imprigionati dalla trappola con un atteggiamento
umoristico.questa viene definita da Pirandello la filosofia del lontano che consiste nel
contemplare la realtà da un’infinita distanza, in modo da vedere in una prospettiva straniata
tutto ciò che l’abitudine ci fa considerare normale.

-Il relativismo conoscitivo


realtà è magmatica, in perpetuo divenire, essa non si può fissare in schemi e moduli d’ordine
totalizzanti. Il reale è multiforme, polivalente.ognuno alla sua verità che nasce dal suo modo
soggettivo di vedere le cose. Ne deriva un evitabile incomunicabilità fra gli uomini: essi non
possono intendersi, perché ciascuno fa riferimento alla realtà come per lui e non sa, ne può
sapere come sia per gli altri, proietta nelle parole che pronuncia il suo modo soggettivo e
questa incomunicabilità accresce il senso di solitudine Che si scopre nessuno.
nella visione umoristica di Pirandello la realtà si sfalda in una pluralità di frammenti che non
hanno un senso complessivo.
questa crisi della totalità collocano Pirandello oltre il decadentismo, in un clima tipicamente
novecentesco, perché appunto il decadentismo poneva l’io al centro del mondo o
sostanzialmente identificava il mondo con l’io. Per Pirandello invece questa assolutizzazione
del soggetto è impossibile, perché Leo si frantuma, si annulla anche esso in una serie di
frammenti incoerenti.

-La Poetica
dalla visione complessiva del mondo scaturiscono anche la concezione dell’arte e la
poetica.possiamo trovarle enunciate in vari saggi tra cui l’umorismo, che risale al
1908.l’opera d’arte nasce dal libero movimento della vita interiore; nell’opera umoristica
invece la riflessione non si nasconde, di qui nasce il sentimento del contrario. Lo scrittore
propone un esempio: se vedo una vecchia signora con i capelli tinti e tutta imbellettata
avverto che è il contrario di ciò che una vecchia signora dovrebbe essere. Questo
avvertimento del contrario è il comico. Ma se interviene la riflessione e suggerisce che quella
signora soffre a pararsi così e lo fa solo nell’illusione di poter trattenere l’amore del marito
più giovane, non posso più solo ridere: dall’avvertimento del contrario passo al sentimento
del contrario, cioè all’atteggiamento umoristico. La riflessione nell’arte umoristica coglie così
il carattere molteplice e contraddittorio della realtà.in una realtà multiforme e polivalente
tragico e comico vanno sempre insieme.
saggio, Pirandello afferma che l’umorismo si trova nella letteratura di tutti tempi, si tratta di
un’arte riflessa, sempre accompagnata da una lucida consapevolezza di essa.è un’arte fuori
di chiave, cioè disarmonica e piena di continue dissonanze. È un’arte che non costruisce
immagini armoniche, ma tende a scomporre disgregare e far emergere contrasti. E l’arte
moderna per eccellenza, perché riflette la coscienza di un mondo non più ordinato ma
frantumato, e quindi è un’arte e critica che dissolve luoghi comuni e abitudini di pensiero
radicate, che costringe a vedere la realtà da prospettive estranianti capaci di far saltare delle
certezze.
prenotiamo le sue opere sono tutti testi umoristici, in cui tragico e comico, riso e serietà sono
mescolati

-Le poesie
Pirandello compone poesie per un trentanni, dal 1883 al 1912. una raccolta di poesie fu il
mal giocondo il quale approda ad un invito vitalistico ad abbandonarsi alla natura . La
successiva raccolta, Pasqua di Gea propone anche accenti tristi e malinconici e sviluppa il
tema pagano e vitalistico che insiste sull’inutilità della vita. nella zampogna fa affiorare spunti
straniante e umoristi.con l’ultima raccolta, fuori di chiave, rovescia lo statuto lirico della
poesia e vi affiorano anche temi che ricorrono nella produzione narrativa dell’autore, come la
pluralità dell’io.
-Le novelle
Pirandello scrisse novelle per tutto l’arco della sua attività creativa e le raccolse in volumi:
amore senza amore, beffe della morte e della vita, quand’ero matto. nel 1922 suddivise
in 24 volumi una raccolta chiamata “novelle per un anno”
le sue raccolte non si riesce individuare un ordine determinato. Il corpus sembra riflettere la
visione di un mondo non ordinato e armonico, ma disgregato in una miriade di aspetti precari
e frantumati. All’interno della raccolta è possibile distinguere le novelle collocate in una
Sicilia contadina da quelle focalizzate su ambienti piccolo borghesi continentali. Pirandello
diverge dal verismo in due direzioni da un lato riscopre il sostrato mitico ancestrale e
folklorico della terra siciliana: dall’altro lato quelle figure di un arcaico mondo contadino sono
deformate da una carica grottesca e divengono casi paradossali, estremizzata e fino
all’assurdo. Su una linea fine si collocano anche le novelle per così dire romane.si allinea
una successione di figure umane che rappresentano la condizione piccolo borghese, una
condizione meschina grigia e frustrata. Queste figure non sono che la metafora di una
condizione esistenziale assoluta: la trappola in cui questi esseri sono prigionieri è costituita
da una famiglia oppressiva o da un lavoro monotono.aldilà di questa prospettiva filosofica,
l’analisi di Pirandello si focalizza sulle convenzioni sociali che impongono all’uomo maschere
fittizie e ruoli fissi rivelando il suo rifiuto anarchico e irrazionalistico di ogni forma di società
organizzata.

-L’atteggiamento Umoristico
nel tratteggiare questo campionario di umanità Pirandello mette in opera il suo tipico
atteggiamento umoristico. Questo meccanismo scaturisce il riso, ma è un riso sempre
accompagnato, il nome del sentimento del contrario, da una pietà dolente. Caricando la
maschera espressionisticamente che ognuno porta sul volto, Pirandello distrugge l’idea
stessa di personalità coerente e rivela le varie persone che si annidano nell’individuo.

-Il fu Mattia Pascal


questo romanzo fu pubblicato nel 1904 a puntate sulla rivista la nuova antologia e nello
stesso anno in volume. troviamo la storia paradossale di un piccolo borghese imprigionato
nella trappola di una famiglia insopportabile: Mattia Pascal il quale ha ereditato dal padre
una grossa fortuna ma è ridotto in miseria da batta Malagna, quindi Mattia si vendica
seducendo la nipote e mettendola incinta. A quel punto viene costretto a sposarla, ma il
matrimonio si rivela un inferno.dopo una giovinezza agiata si deve adattare ad un impiego di
bibliotecario nella biblioteca del paese: qui troviamo il piccolo borghese prigioniero di una
trappola sociale, costituita dalla famiglia oppressiva e da un Loro frustrante. Mattia cerca di
rompere la trappola con la fuga ma il meccanismo lo imprigiona. Due fatti fortuiti
intervengono a modificare la sua condizione: vince alla roulette di Montecarlo e poi avviene
la notizia della propria morte, poiché la moglie e la suocera lo hanno riconosciuto nel
cadavere di un uomo annegato in uno stagno. Mattia quindi si trova di colpo libero dalla
duplice trappola che lo imprigionava va loro frustrante. Mattia cerca di rompere la trappola
con la fuga ma il meccanismo lo imprigiona. Due fatti fortuiti intervengono a modificare la
sua condizione: vince alla roulette di Montecarlo e poi avviene la notizia della propria morte,
poiché la moglie e la suocera lo hanno riconosciuto nel cadavere di un uomo annegato in
uno stagno. Mattia quindi si trova di colpo libero dalla duplice trappola che lo imprigionava.
Uscito dalla forma Mattia non si accontenta più di vivere libero da ogni forma ma vuole
crearsi una nuova identità. Mattia comincia a mutare radicalmente il suo aspetto fisico, si
taglia la barba, si fa crescere i capelli, poi si trova un nuovo nome, Adriano Meis. comincia a
viaggiare per l’Italia e per l’Europa, ma ben presto prova un senso di vuoto e di solitudine
perciò essere libero significa anche essere completamente estraniato, forestiere della vita.
Questo smarrimento conferma come il protagonista non sia interiormente libero. La nuova
identità è una costruzione fittizia, ne presenta tutti gli svantaggi, costringendo ad indossare
una maschera, peggiore della prima. L’errore dell’eroe non consiste dunque nell’aver scelto
la libertà assoluta da ogni forma, ma, al contrario, nel non essere stato capace di vivere
davvero la sua libertà, rifiutando definitivamente ogni identità individuale. Adriano non resiste
più alla sua condizione e decide di rimettersi nel flusso vitale. Si trasferisce a Roma, prende
in affitto una stanza presso Anselmo Paleari E si innamora della giovane figlia, Adriana. Il
comportamento dell’eroe dimostra nuovamente come chi non sia ancora capace di elevarsi
alla condizione di filosofo estraniato dalla realtà sociale e senta di resistibile richiamo nella
trappola. Quindi scattano le conseguenze dell’assunzione di una forma falsa, e se pur
amando Adriana, l’eroe non può stabilire un legame con lei, perché socialmente non esiste.
La sua identità fittizia non gli consente di soddisfare il bisogno di immergersi in una nuova
vita. Perciò si libera dalla falsa identità simulando un suicidio.
nato la sua identità originaria, decide di tornare dalla vecchia trappola della famiglia, ma
scopre di non poter rientrare nella vecchia forma perché la moglie si è risposata con il suo
migliore amico,Pomino , e ne ho avuta una figlia quindi assume quell’atteggiamento di
osservatore distaccato. Per lui la morale della sua vicenda sarebbe dunque l’impossibilità di
rinunciare alla nostra identità, socialmente determinata. L’identità solida e coerente non è
stata affatto ripristinata, anzi è stata dissoluta del tutto: Mattia Pascal quindi si limita a
rendersi conto di non sapere chi è. Un successivo eroe, Moscaarda di uno nessuno e
100.000, procederà oltre sino a rinunciare deliberatamente all’identità e al nome che ne è
l’insegna

-Uno, nessuno e centomila.


Al centro dell’ultimo romanzo di Pirandello si colloca nuovamente il problema dell’identità.
Vitangelo Moscarda, detto Gengè, è un uomo benestante. Una mattina sua moglie Dida gli
fa un’osservazione in sé innocua, ma che lo fa sprofondare in una profonda crisi
esistenziale. La donna gli fa scoprire una lieve pendenza del naso, un piccolo difetto di cui
egli non aveva coscienza. Scopre così che l’immagine che si è creato di sé non corrisponde
a quella che gli altri hanno di lui. Il fatto lo colpisce profondamente e ne nasce una vera e
propria ossessione, che sconvolge la sua vita, inducendolo a commettere ogni sorta di
stranezze. Si rende conto che esistono infiniti “Moscarda” l’uno diverso dall’altro, a seconda
della visione delle tante persone che lo conoscono. In lui nasce un vero orrore per la
prigione delle forme in cui gli altri lo costringono; scopre anche di non essere nessuno per sé
stesso, e questo genera in lui un senso angoscioso di assoluta solitudine. Lui non è “uno”,
come credeva di essere, ma è “centomila”.
La pazzia è un modo caro agli eroi pirandelliani per scardinare il meccanismo delle forme
che imprigionano la vita nel suo fluire. Prima sfratta un povero squilibrato dalla catapecchia
che il padre gli aveva concesso gratuitamente; poi rivela alla folla di avergli donato un’altra
casa migliore. In seguito, impone agli amministratori di liquidare la banca paterna, maltratta
la moglie e la induce a lasciarlo. A questo punto i due amministratori, la moglie e il suocero
complottano per rinchiuderlo in manicomio. Vitangelo è avvertito da Anna Rosa, un’amica
della moglie. Vitangelo, riconoscente, prova a renderla partecipe della sua scoperta
esistenziale, ma la donna spaventata gli spara. Tutti sono così convinti che Vitangelo abbia
avuto una relazione con Anna Rosa ma egli decide di sopportare questa maschera non
vera. Fa mostra di pentimento, dona tutti i suoi averi e costruisce un ospizio per i poveri,
dove lui stesso va a vivere. Solo, creduto da tutti pazzo ne esce vincitore: ora non è più
costretto a essere qualcuno, può essere nessuno, rifiutare ogni identità e rinnegare il suo
stesso nome vivendo senza cristallizzarsi in nessuna maschera.
Anche Moscarda, come l’eroe del Fu Mattia Pascal, si scopre prigioniero nella trappola
dell’identità individuale. Ma mentre Pascal voleva costruirsi una nuova identità, Moscarda
vuole solo distruggere le identità impostegli, è un eroe che non commette più gli errori del
suo predecessore poiché ha sin dall’inizio coscienza di non essere nessuno per sé, di
esistere solo nella visione degli altri. Quello che per Pascal è il punto d’arrivo, per Moscarda
è un punto di
partenza.

-Sei personaggi in cerca d’autore


L’opera è un esempio di metateatro, cioè di teatro nel teatro. Qui si abbatte il muro tra
finzione e realtà creando un intreccio tra recitazione e vita vissuta, in cui lo spettatore si
trova inevitabilmente a non potersi immedesimare appieno nei sentimenti e nelle azioni dei
personaggi. Non c’è un susseguirsi di scene e atti ben strutturati, ma uno scorrere fluido
spezzato da due interruzioni che appaiono quasi causali. Lo scopo non è quello di stupire
perché Pirandello vuole sì rifiutare l’idea di teatro tradizionale, ma solo come arte distaccata
per immergerla nella tragedia del vivere per renderla più autentica.
Storia di una rappresentazione teatrale che non si può fare per due motivi: 1. Perché l’autore
si rifiuta di scrivere il dramma dei personaggi; 2. Perché gli attori non sono in grado di dar
forma all’idea concepita dall’autore.
L’inizio del dramma segna una rottura radicale con le convenzioni teatrali del realismo
ottocentesco. Il sipario era il confine che doveva separare la platea dal palcoscenico, cioè la
realtà dalla finzione teatrale ma l’illusione è invece spezzata da Pirandello: gli spettatori
hanno l’impressione non di assistere a uno spettacolo ma di cogliere la compagnia mentre
sta provando una commedia.
All’apertura della scena, la trama vede comparire un palcoscenico in allestimento con gli
attori e i componenti dello staff della compagnia teatrale intenti ad organizzarsi per
l’esecuzione della prova (“il giuoco delle parti”). Essi vengono interrotti dall’usciere del teatro
che annuncia loro l’arrivo di sei personaggi: la madre, il padre, il figlio, la figliastra, il
giovinetto e la bambina.
I sei personaggi sono creature vive di una vita propria, indipendenti da chi le ha create.
L’autore si è rifiutato di scrivere il loro dramma, pertanto chiedono al capocomico di dare loro
vita artistica e di mettere in scena il loro dramma.
TRAMA: Il padre si è separato dalla madre, dopo aver avuto da lei un figlio. La madre,
sollecitata dal padre, si ricostruisce una famiglia con il segretario che lavorava in casa loro e
ha da lui tre figli: la figliastra, la bambina e il giovinetto. Morto il segretario la famiglia cade in
miseria, tanto che la figliastra è costretta a prostituirsi dove la madre lavora come sarta,
nell’atelier di Madama Pace. Qui si reca abitualmente il primo marito. Quest’ultimo e la
figliastra non si riconoscono e l’incontro viene evitato appena in tempo dall’intervento della
madre. Il secondo atto è costituito dalla morte della Bambina, la figlia minore, che per
disgrazia affoga nella vasca del giardino e del Giovinetto che si spara un colpo di pistola.
Il pubblico e gli stessi autori rimangono stupiti da un finale così tragico. Non capiscono bene
se si tratti di finzione oppure di realtà.

-La Carriola
La trama ci presenta un uomo, un avvocato e professore di diritto, che vuole raccontare in
maniera misteriosa una sua recente mania che lo tormenta. È un uomo tutto d’un pezzo,
devoto al lavoro, che non indulge mai in distrazioni. Un giorno mentre sta tornando da
Perugia in treno, non riuscendo a concentrarsi sul lavoro, comincia a guardare l’incanto della
campagna, senza però vedere nulla in realtà. Questo perché non riesce a vedere ciò che c’è
fuori, bensì vede la vita che per via della maschera che il mondo gli ha imposto non potrà
mai vivere, vede i desideri che sono spariti prima ancora di nascere. Da qui comincia a
trovare insopportabile la vita che finora ha sempre vissuto.
Tornato a casa, l’uomo si mette a fissare la targa con i titoli e il suo nome e sgomento si
rende conto di non riconoscerla più, non è più sua. Si convince così di essere diverso
dall’uomo che fino a poche ore prima abitava in quella casa, si vede come un nemico di sé
stesso. Viene quasi invaso da un desiderio di distruzione contro gli oggetti e i famigliari, ma
uno strano sentimento d’angoscia lo blocca e ritorna alla sua solita esistenza. L’uomo non
modifica le proprie abitudini, mostra agli altri la maschera falsa che ha sempre portato. Si
concede tuttavia una trasgressione: ogni giorno, nel suo studio fa fare la carriola alla cagna
che dorme nel suo studio, facendole fare qualche passo sollevandola per le zampe
posteriori. La paura che vede negli occhi della cagna lo convince che non è possibile
emergere dal ruolo che il mondo ci ha assegnato.
Il treno rappresenta in questo caso lo scorrere del tempo, la società gli ha dato un ruolo da
ricoprire, ma dietro quel ruolo c’è il nulla, lui non ha mai vissuto realmente. Solo che non può
fuggire da quel ruolo, quindi per riuscire a tollerare queste scoperte deve continuare a
indossare la maschera.
Teme che qualcuno scopra la sua stranezza e ha l’impressione che la cagnolina abbia
capito tutto e che la possa improvvisamente parlare e rilevare la verità. Il vero “lui” è la
persona che gioca con la cagnolina, non l’avvocato che tutti conoscono e che vuole essere
considerato così. O ci si finge pazzi dai canoni imposti dalla società, o si vive per tutta la vita
infelici.
-Il treno ha fischiato
Belluca rappresenta l’uomo intrappolato nella forma impostagli dal suo lavoro di computista
e dalla famiglia opprimente. La novella prende piede grazie alla tecnica del Medias res.
Nella novella pirandelliana, “il treno ha fischiato”, il protagonista Belluca è l’emblema dei
problemi dell’uomo in questo periodo, e l’unica via di salvezza che dà ai suoi eroi è la fuga
nell’irrazionale: nell’immaginazione o nella follia che trasporta verso un “altrove” fantastico.
In questa novella, il treno ha fischiato, Belluca sogna paesi lontani e attraverso questa
evasione può sopportare l’oppressione del suo lavoro di contabile e della famiglia. Il rifiuto
della vita sociale dà luogo nell’opera pirandelliana al “forestiere della vita”, colui che ha
capito il giuoco, ha preso coscienza del carattere del tutto fittizio del meccanismo sociale e si
esclude guardando vivere gli altri dell’esterno della vita e dall’alto della sua superiore
consapevolezza, osservando gli uomini imprigionati dalla trappola con un atteggiamento
umoristico. È quella che Pirandello definisce “filosofia del lontano”: consiste nel contemplare
la realtà come da un’infinità distanza, in modo da vedere in una prospettiva straniata tutto
ciò che l’abitudine ci fa considerare normale, e in modo da coglierne l’assurdità. In questa
figura di eroe straniato dalla realtà si proietta la condizione stessa di Pirandello come
intellettuale, che rifiuta il ruolo politico attivo perseguito dagli altri intellettuali del primo ‘900
e, nel suo pessimismo radicale, si riserva solo un ruolo di lucida coscienza critica del reale.
Per descrivere Belluca, lo scrittore adopera la metafora del somaro perché tante volte egli
veniva rimproverato e fatto sgobbare dai colleghi di lavoro senza pietà e per scherzo, con lo
scopo di vedere la sua reazione. Ma Belluca non si era mai ribellato, ed aveva sempre
accettato le ingiustizie senza dire una parola. Un giorno arriva in ritardo in ufficio e non
svolge il suo lavoro. Quando il capo gli chiede il motivo, Belluca si scaglia con violenza
ripetendo più volte che un treno ha fischiato nella notte, portandolo in luoghi come la Siberia
e il Congo. A questo punto viene creduto pazzo e viene ricoverato in un ospedale
psichiatrico. Giunto in ospedale parla a tutti del treno ma un vicino di casa inizia a gridare
che Belluca non è impazzito ma che è necessario conoscere la vita che è costretto a
condurre. Infatti, la sua numerosa famiglia si compone di dodici persone: la moglie, la
suocera e la sorella della suocera sono cieche e non fanno altro che strillare. Con il suo
guadagno non è in grado si sfamare tutti per cui si è dovuto procurare anche un secondo
lavoro che svolgeva la sera, che lo ha portato all’esaurimento.
Quando Belluca riceva la visita del suo amico gli racconta di quella sera quando ha sentito
da lontano un fischio di un treno e la sua mente lo ha riportato indietro nel tempo quando
anche lui conduceva una vita normale a cui non pensava più. Viene dimesso e ritorna alla
solita vita, si scusa con il suo capo che gli concede ogni tanto di pensare al treno che ha
fischiato e di evadere con l’immaginazione verso paesi lontani.

-Ciaula Scopre la Luna


La vicenda è ambientata in una miniera in Sicilia in cui, una sera, il sorvegliante
Cacciagallina obbliga con una pistola i minatori a lavorare tutta la notte in modo da finire il
carico della giornata, ma gli unici a rimanere sono il vecchio Zi’ Scarda e il giovane Ciaula.
Ciaula decide di trattenersi, nonostante il vecchio minatore lo tratti male ma egli preferisce il
buio della miniera a quello della notte che troverà fuori dalla cava. Mentre lavoravano il
vecchio Zi’ Scarda decide di sfogare tutto il suo dolore sul giovane dall’animo sensibile,
proseguono i lavori e Ciaula si avvicina all’ingresso della miniera e scorge una specie di
chiarore. Per la prima volta esce dalla cava e scopre la luna che illumina tutto il paesaggio.
In questo momento il terrore e la paura del giovane si sciolgono in un pianto.
• Zi’ Scarda rappresenta il disagio di tutti i minatori. Soffre a causa della perdita del figlio
nella cava
• Ciaula è un uomo con la mente da bambino, terrorizzato dal buio della notte. Ciaula
rappresenta tutti gli uomini che, oppressi dall’oscurità dell’angoscia, aspirano al chiarore
delle certezze e che nella bellezza del mondo cercano il riscatto della loro miseria.