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«Non dubbiar, mentr'io ti guido»

Un anziano e stanco venditore di pietre, una gigantesca e “negatissima” giocatrice di pallacanestro, un negro
imbroglione e seducente. Sono creature in carne e ossa oppure angeli capitati nel mondo per ingentilirlo, i per-
sonaggi di questa favola metropolitana? E la loro emarginazione o la capacità di fantasticare a inventare il rac-
conto? In effetti nel libro di Marco Lodoli si creano continue interferenze fra le miserie di una realtà palpabile e
gli slanci della follia e del mito. Così la menzogna sa mutarsi in verità, la malinconia in divertimento, le ombre
dei morti rivelano la loro fisicità e i viventi ci appaiono, in controluce, come trasparenze. E persino il girovaga-
re senza meta dei «fannulloni» nel dedalo minaccioso della città sfuma le sue tinte picaresche e si sporge su un
oltremondo, dove un arioso abbraccio ricongiunge l'assoluto e il presente.
Marco Lodoli (Roma, 1956) è insegnante di Lettere in un istituto professionale della periferia di Roma.
Dapprima scrittore di poesie, approda alla prosa con il suo primo romanzo, Diario di un millennio che fugge, che
ha vinto il Premio Mondello opera prima. È autore di numerosi romanzi. Nel 1990 ha vinto il Premio Piero
Chiara; nel 1992 il Grinzane Cavour; nel 1996 il Premio Palazzo al Bosco per il romanzo Cani e Lupi e, nel
1997, di nuovo il Grinzane Cavour per Il vento. Nel 1999 ha vinto il Premio Nazionale Letterario Pisa con il
romanzo I fiori. Interessante la trilogia I fannulloni, Crampi, Grande circo invalido.
Collabora con il quotidiano La Repubblica, dove, nella « Cronaca di Roma », firma una rubrica che si chiama
Isole e, nell'edizione nazionale, è editorialista su temi che riguardano i giovani e la scuola, e con il settimanale
Diario, dove tiene da alcuni anni una rubrica di recensioni cinematografiche.

Marco Lodoli – I fannulloni pagina 1


Dispettosamente la sorte ha riversato su di me un cioline, che chiamava per nome quegli atleti di poco
aspetto e uno stile assai migliori di ciò che in realtà io conto. Una volta, a Lignano Sabbiadoro, entrai in un
sono, o mi sembra di essere. Aspetto e stile, nient'al- palazzetto dove giocavano a pallacanestro due squa-
tro. È come se fossi costretto a viaggiare su un treno drette di ragazze. Alcune erano anche brave, ogni tan-
scalcinato con un biglietto di prima classe, e quel bi- to infilavano il cesto da lontano, si muovevano con de-
glietto mi impedisse di sentirmi in compagnia, alme- strezza. Altre erano goffi granatieri dai capelli legati e
no, di gente simile a me, gente che distende le gambe dai seni saltellanti, correvano piano piano con i piedi
sui sedili e si offre il vino dai fiaschi parlando dei pro- un po' piatti. Caterina era di gran lunga la più alta e
pri guai tra una stazioncina e l'altra. Io sono uno qua- negata: aveva le mani insaponate, la schiena curva su
lunque, ecco, i miei pensieri e le mie paure sono sem- cui rimbalzava come un bastone una treccia nera, l'aria
plici, i miei soldi contati, la mia casa piccola, i miei smarrita da donna cannone. Il pubblico, scarso a dire il
sogni balordi come i sogni di chi da sveglio litiga con vero, si divertiva un mondo quando lei finalmente ac-
la realtà nemica e un po' perfida. Però la gente attorno ciuffava la palla e caracollava nella direzione sbaglia-
mi vede alto, distinto, differente, ammira i miei capelli ta, o quando cadeva a terra tirandosi dietro qualche av-
oggi candidi e un tempo biondi, gli occhi azzurri, la versaria. L'arbitro poi le fischiava tutto contro, le to-
discrezione - ma è solo timidezza - che rende i miei glieva la palla dalle manone e la riconsegnava alle ne-
modi cauti, i passi lenti e silenziosi, la voce più bassa miche. Era come se le strappassero un cucciolo dal
del necessario. In troppi hanno creduto che io fossi un petto, aveva la stessa espressione di una madre addo-
vero signore, scavando così tra me e loro un fosso che lorata, stupefatta. Quando segnò un punto proprio da
nessuno poi sa più saltare: tanto meno io, che ormai ho sotto il canestro, si applaudì da sola, contentissima.
settant'anni e sono stanco e solo, quasi rassegnato. Presto dovette uscire dal campo per cinque falli. Era
Forse ho contribuito all'equivoco girando in mille pae- alta quasi due metri e piangeva, asciugandosi le lacri-
si senza fermarmi mai abbastanza per rassicurare gli me con quelle mani lì. Il giorno seguente, mentre cer-
altri che in fondo ero come loro, un po' più di niente. cavo in ogni modo di convincere un commerciante
Una volta facevo il rappresentante di pietre, le andavo avaro a comprarmi qualcosa, Caterina passò gigante-
piazzando dove riuscivo, ovunque gioiellieri o profu- sca davanti alla vetrina e al sole: ora aveva i capelli
mieri mi prestassero attenzione. Erano pietre comuni, sciolti, era come se qualcosa di vivo, un animale triste,
ametiste, lapislazzuli, corniole, piccoli topazi, paesine. le respirasse sulle spalle curve, e per un attimo il pae-
Le tenevo chiuse in una valigetta insieme alla camicia saggio non c'era più, spento da un'eclissi: per un atti-
bianca e alla giacca blu, allo spazzolino e al pigiama. mo anche il negozio entrò nell'ombra: e pure il mio
Ma nelle pensioni la gente spesso mi confondeva per cuore. Uscii in strada e le regalai un braccialetto plac-
un nobile in difficoltà che vende brillanti e smeraldi di cato d'oro, su cui c'era lo spazio per incidere il suo no-
famiglia, e se, sorridendo, negavo, loro scuotevano la me o il mio. Dopo dieci minuti eravamo in un caffè e
testa senza ribattere, fermi però nella loro convinzio- io pensavo che volevo solo farla felice. Ci raccontam-
ne. Fa bene marchese a scegliere pensioni modeste, mi mo tutto in fretta, mettendo le parole sulle parole, la
diceva qualche cameriere, da meno nell'occhio, ci voce nella voce, che io vendevo i sassi e lei lavorava
sono tanti male intenzionati al mondo... Preciso che io in una fabbrica di frigoriferi, dove tutto quanto era ge-
sono Marchese solo di cognome: Lorenzo Marchese. lido, anche gli uomini; io avevo ormai quarant'anni e
Comunque quattro o cinque volte mi rubarono tutto. lei appena ventidue; io avevo visto la guerra rompere
Tornavo a Roma, firmavo qualche cambiale, compra- il mondo e impiccare gli uomini agli alberi e lei aveva
vo un'altra giacca e ricominciavo da capo, su e giù per sbirciato l'Europa dalla roulotte sulla quale da ragazzi-
l'Italia a magnificare i colori delle mie pietre, la luce, na viaggiava con sua madre, dietro a un uomo che
il prezzo ottimo, inventando sempre qualcosa di nuovo cantava nelle piazze per gli emigrati e ogni tanto spari-
per scavalcare la diffidenza dei negozianti. D'estate va per mesi, seminando bambini e cuori infranti. Dopo
riuscivo a guadagnare un po' di più con i coralli, batte- un poco sembrava una sola storia, fatta di spostamenti
vo le cittadine di mare, dove l'abbronzatura delle ra- e bombe, di romanze e pietre, di strade e caporeparti,
gazze pretende collane nuove e nuovi orecchini. È così di solitudine. Sembrava già la nostra storia, la storia di
che ho incontrato Caterina, per caso, e perché soli non Lorenzo e Caterina. Passammo la notte assieme nella
si può stare, la natura non vuole. Quando calava la se- mia stanza d'albergo, nel letto a una piazza dove lei
ra e, bene o male, avevo terminato il lavoro, andavo a sconfinava da ogni lato nonostante si tenesse stretta a
vedere qualche gara sportiva. Mi piaceva mettermi in me e nella tenerezza si facesse più piccola che poteva:
fila a un botteghino, pagare il biglietto e sedermi su era come il cielo nella finestrella di una mansarda. Io
una gradinata tra uomini sconosciuti, far parte di quel- le baciavo i piedi immensi e la bocca in cui il fiato pa-
la macchia animata. Sotto erano partite di baseball o reva un vento africano, le carezzavo le gambe smisu-
corse di cavalli, incontri di pugilato, di hockey a rotel- rate, il collo da cavalla mansueta, l'abbracciavo quanto
le, di palla a mano, era sudore di provincia, più accani- potevo e pensavo che così grande e buona era un ber-
mento stile, ma la distrazione veniva soprattutto dalla saglio facile per ogni crudeltà, che per lei nella vita sa-
gente sugli spalti rideva e partecipava mangiando noc- rebbe stato difficile anche trovare un posto dove na-

Marco Lodoli – I fannulloni pagina 2


scondersi. Le feci indossare tutti i gioielli che avevo in mente tante parole che avrei potuto dirle e per
nella valigia e giurai di amarla e proteggerla per l'eter- pigrizia ho taciuto. Che la amavo. Che era stupenda.
nità. Accesi la radiolina e ballammo allacciati tante Che la vita è comunque un bosco misterioso, e allora è
canzoni di seguito, finché una voce disse che l'indo- bello traversarla con un gigante. Forse avrei dovuto
mani sarebbe stata una giornata splendida e calda. E regalarle qualche incontro in più di pallacanestro,
noi partimmo verso Roma con un treno che filava tra invece ci andammo una sera e basta. Guardava con
le campagne come una matita colorata. Al suo fianco adorazione quei titani volteggiare leggeri sul parquet:
la valigia pareva una borsetta e io un errore, la gente ci forse un tonno guarderebbe così i bei salti dei delfini
osservava con un'aria maliziosa, i bambini ci indicava- in una piscina. A me quasi non badava, non mi
no sfacciatamente: ricordo che il controllore, dopo sentiva, il busto proteso in avanti per non perdere
aver esaminato i due biglietti che Caterina gli porse mi neanche un guizzo di quei suoi fratelli, neanche un
chiese il mio La signora paga almeno doppio, scher- grido. Io ero geloso, che scemo. Si, ho fatto troppo
zò. Ed è sempre stato così, sfottimenti e sorrisetti, per poco per lei, c'è tempo, pensavo, ma il tempo decide
tutti gli anni che abbiamo affrontato insieme, mano da solo quando interrompersi, e non avverte. Per la sua
nella manona, e non me ne è mai importato niente. Fi- bara enorme dovetti richiamare il falegname del letto.
gli purtroppo non ne abbiamo avuti, ma sono sicuro Negli ultimi anni ho cambiato mestiere, mi pesava
che sarebbero stati bellissimi, forti come Caterina e troppo salire e scendere dai treni, mangiare con il
pazienti quanto me. Avrebbero conosciuto le canzoni giornale davanti in luoghi sconosciuti, stare attento ai
d'opera che lei sapeva a memoria e il nome di tutte le ladri. Ho rilevato una piccola tipografia, proprio sotto
pietre. Ci siamo tenuti compagnia fino a quando la casa. Lavoro tre giorni alla settimana, stampo biglietti
vita lo ha permesso, e rimpiango solo di aver dovuto da visita e qualche manifestino, i menù dei ristoranti
girare ancora tanto, per paesi e cittadine che mi signi- di zona. Il proprietario precedente mi ha insegnato il
ficavano sempre meno, d'aver ceduto per debolezza a lavoro in un mese, a preparare i piombi e a tagliare le
qualche donnina da niente, da cinquanta chili. D'al- pagine, a dosare l'inchiostro, non è troppo difficile.
tronde lo so, di nobile ho solo l'aspetto. Avrei dovuto Talvolta viene qualche ragazzo con una cartellina di
stare di più con lei, ora forse me la ricorderei meglio, fogli battuti a macchina e corretti a penna. Si
invece mi capita di brancolare nella nebbia senza ritro- somigliano tutti, quei ragazzi, parlano piano
vare il suo volto. In sogno vedo una montagna ombro- guardando il pavimento, oscillano sui piedi, hanno la
sa, femminile, e una stradina polverosa che si perde tra sciarpa rossa o nera intorno al collo e la camicia fuori
le rocce. Caterina mi considerava un uomo superiore, dai pantaloni, i capelli disordinati. Sono giovani poeti
in questo si sbagliava come gli altri, ma lei era giusti- e quei fogli sono le loro prime poesie. Chiedono
ficata perché le donne vedono sempre così il loro com- quanto costa stampare un librettino di dieci pagine,
pagno, anche se è il guardiano dei porci. Voleva che quante copie se ne possono fare con quei soldi lì. Non
fossi perfetto, pulito, elegante: prendeva l'ago tra le pretendono mai uno sconto. Poi le pagine sono sempre
dita enormi e in tre ore mi riattaccava il bottone cadu- una in più, perché alla fine aggiungono tutti un foglio
to, piegava i fazzoletti bianchi come se ognuno fosse con la dedica: al mio amore. I loro libri sono gli unici
un minuscolo biglietto d'amore da infilarmi nel taschi- che leggo, spesso non ci si capisce niente, sono parole
no. Mi accompagnava in autobus fino alla stazione in libertà, ma ogni tanto mi sembra che mi parlino un
ferroviaria e poi tornava a casa a piedi, pensando a po' di Caterina.
me. Vedeva solo me e la pallacanestro in televisione,
s'accontentava, chissà perché: di me, poi. E quando La noia è il sentimento peggiore che ci sia. A settan-
tornavo, lei era li, sotto il treno, con il sorriso grande e t'anni purtroppo si dorme poco e male, e dopo la gior-
il rossetto steso con cura, con il vestito migliore. Se la nata è lunga. Mi alzo che è l'alba, mi lavo, mi faccio la
domenica ero in città, la portavo in un parco a passeg- barba con cura, pelo e contropelo, scelgo una camicia
giare, ma in quei luoghi armoniosi, in cui tutto è per- pulita e non ho più niente da fare. Allora esco, come
fettamente in scala, gli alberi, le panchine, i voli degli uno si getterebbe nel mare infinito per sfuggire alla
uccelli, i baci dei ragazzi, le biciclette, i cani, le nuvo- barca che lentamente affonda, e comincio a muovermi
le, Caterina si sentiva sproporzionata, addirittura brut- in una direzione qualsiasi, a battere i piedi sull'asfalto
ta, e le veniva la paura che io di colpo me ne accorges- pur di allontanarmi da casa, dall'idea di me seduto in
si e non l'amassi più. Del resto anch'io temevo che lei poltrona. Mi capita di arrivare fino al ponte sulla
improvvisamente mi trovasse vecchio, tra tutti quei ferrovia, aspetto che passino quattro o cinque treni,
fiori e quelle corse giovanili. Non ci tornammo molte cerco di leggere sulle targhe di fianco ai vagoni la città
volte. Per i nostri dieci anni di matrimonio feci co- verso cui corrono. Oppure mi perdo volontariamente
struire a un falegname un letto a misura, tre metri per in quartieri che non conosco, sperando che laggiù ac-
tre, e una sarta cucì lenzuola adeguate; ho l'impressio- cada qualcosa di emozionante, di nuovo, che qualcuno
ne che sia stata l'unica cosa buona che ho fatto per lei. gridi: «Lorenzo», e mi porti con sé verso una distra-
Ora che non c'è più è come rotolarsi in una grande zione. Perché non è vero che i vecchi diventano saggi
piazza dura e deserta, sotto un cielo nero. Mi vengono e osservano le confuse storie del mondo come da un

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balcone altissimo, fiorito, celeste. Io per lo meno non coprire i piedi dall'ultima gelida sabbia che sfugge alla
sono così: io vorrei stare ancora in mezzo alle cose, mia clessidra. È una fregatura, la dignità, come la sag-
aggrapparmi a quello che passa, anche se non va da gezza, io lo so bene. Vuoi dire stare zitti e buoni in un
nessuna parte. È che i vecchi nessuno li vuole tra i angoletto, accettando ogni torto, ogni ingiuria, e tenere
piedi, e perciò sono costretti e diventare saggi, a ben pulita la dentiera. Io ora neanche la morte voglio
sputare vuote sentenze. Io certe mattine mi sento accettare, figuriamoci. Forse per questo mi sono
uguale a quando avevo vent'anni, pieno di fame, fermato davanti a un ragazzo negro che aveva aperta
d'amore, di voglie stupide, e di andare al centro su un foglio di cartone una piccola collezione di oc-
anziani a giocare a tresette e a bermi il quartino chiali colorati, strepitosi. Gli altri ambulanti
rimpiangendo il passato proprio non mi va. E poi a vendevano le solite carabattole, cassette musicali,
tresette neppure so giocare: busso, ribusso, striscio sigarette, foulard sintetici con la fontana di Trevi,
come un serpe, che c'è di divertente? Piuttosto vado al ventagli. Ma lui offriva lenti rosa, verdi, arancioni,
bowling dell'Acquacetosa a tirare quattro pallate ai incastrate in montature allegre, da zitella impazzita.
birilli, piuttosto vado lì, anche se poi non ci vado Stava seduto per terra, avvolto in una bella
perché mi vergogno, con tutti quei ragazzini scatenati. palandrana, i piedi scalzi. Mi sono chinato (ahi, che
Mi fermo giusto un po' a guardare, a respirare dolore alla schiena...) e ho preso un paio di occhialetti
quell'aria elettrica di gioventù, a invidiare certe quadrati, con due alette agli angoli alti, le lenti gialle.
fanciulle che atterrano in un colpo i dieci birilli e poi Li ho infilati e tutta la stazione mi è parsa inondata da
ridono abbracciandosi al fidanzato. È che il mondo un bel sole estivo, la gente pronta a partire per le
cambia veloce e io non lo conosco più: sui muri ci vacanze, nonostante i cappotti e le sciarpe. - Quanto
sono scritte che non capisco, nomi che ignoro ma che costano? - gli ho domandato senza togliermeli dal
presumo siano importanti, considerando l'amore e l'o- naso. Lui si è messo a ridere: forse ero buffo con la
dio che attirano; dalle macchine arrivano canzoni che mia faccia da bravo pensionato rinsecchito, la
non mi suggeriscono niente, nei bar gli uomini parlano cravattina a righe, il cappello per non prendere freddo
come in un'altra lingua. Mi capita di entrare in un ci- e quegli occhiali scemi e spensierati, ma è così che per
nema e, benché cerchi di stare attento, di seguire ogni un po' volevo essere: buffo, contro ogni dignità. Mi ha
passaggio, di non dormire, la storia mi sfugge comple- messo un braccio robusto sulle spalle e mi ha dato un
tamente. All'uscita sento la gente che dice: «È stato un bacetto sulla fronte: - Ti stanno proprio bene, te li
film bellissimo », e mi piacerebbe se qualcuno mi regalo, amico.
spiegasse quando e perché, e io dov'ero. I vecchi del - Posso offrirti un caffè? - ho osato.
centro anziani dopo la partitella a carte si vanno a gu- - Un cappuccino è meglio. Con la cioccolata sopra -.
stare i film pornografici in una sala lì vicino che ne Ha chiuso la sua mercanzia in una scatola ed è venuto
proietta tre di seguito. Ognuno sta seduto da solo, con via con me.
il cappello in testa, e si fa tenere compagnia da tutta
quella carne spiaccicata sullo schermo. Ho provato an- Ed è così che è iniziata la mia amicizia con Gabèn.
ch'io. Poi sono tornato a casa con il magone e ho diste- Adesso la mattina vado a passeggio con Gabèn, e mi
so sul letto le bluse e le gonne di Caterina, quegli piace perché lui è speciale, è uno diverso, com'era Ca-
indumenti larghi e dolci come una vela, e se in casa terina. Subito il mondo diventa un'avventura. Non sa-
soffiasse il vento e se nel mondo ci fosse davvero prei dire quanti anni ha Gabèn, gliel'ho domandato,
giustizia, il letto dovrebbe muoversi, volare, portarmi ma nemmeno lui lo sa di preciso: più o meno trenta,
fino a lei. credo, ma potrebbero essere molti di meno, quando ri-
de, e molti di più, quando gli prende la malinconia.
Da ieri è cambiato qualcosa. Sono arrivato a piedi fino Pure lui a casa ci sta malvolentieri, anche perché casa
alla stazione Termini, è un'abitudine che mi riprende sua è una stanza con quattro letti, dietro Cinecittà. Ol-
quando non penso proprio a niente e le gambe vanno tre a Gabèn ora ci vivono due iugoslavi del Montene-
per conto loro. Dopo tutto è il luogo che ho frequenta- gro e un tunisino, ma la composizione cambia spesso,
to di più, riconosco certi facchini, la cassiera del bar, il qualcuno finisce in galera, qualcuno viene rispedito
giornalaio, l'ansia di chi arriva correndo, o di chi sbar- alla frontiera, uno è in ospedale alcolizzato. Gabèn
ca e si guarda attorno sperduto. C'è un bel clima, ecco: parla poco di queste faccende. È come chiamarsi ad-
nessuno è sicuro di niente, ma tutti sperano in qualco- dosso gli avvoltoi, mi ha detto.
sa, magari solo di essere giunti in un luogo migliore di - Io ho abbastanza vita davanti, non voglio vendere
quello che hanno lasciato, o di avere davvero un buon sempre gli occhiali sul marciapiede, non mi basta ave-
motivo per andarsene. È un posto pieno di aspettative re un po' da mangiare e un po' da dormire...
e di dubbi, la stazione Termini. E in me, sotto - E cosa vuoi? - gli dico sperando di poterlo aiutare.
quell'onda di cemento armato, tra tante nervose - Non lo so... tu lo sai cosa vuoi?
valigie, si fa più forte il sospetto che i miei giorni pos- Allora mi metto a pensare, cercando di tenere il passo
sano contenere ancora qualche sorpresa, che non deb- delle sue gambe scattanti, e mi accorgo che anch'io
ba per forza rimanere fermo e dignitoso a lasciarmi ri- non saprei dire niente di preciso. Vorrei Caterina, ma è

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impossibile. Vorrei volare, ma perché? Vorrei essere rato nei campi, con i muli e mille lire di paga, spostan-
giovane, ma poi tornerei di nuovo vecchio, vedrei di dosi ogni mese più a nord, fino a quando non ha visto
nuovo la pelle che s'allenta, i denti che cadono, ed è la il cartello Roma e gli ha ballato attorno per mezz'ora. -
cosa più triste. Naturalmente non è tutto verissimo, un po' mi confon-
Porto Gabèn ad ammirare i monumenti più belli della do, - confessa alla fine Gabèn, con gli occhi furbi che
città: il Colosseo, San Pietro, piazza Navona, piazza di sorridono, e naturalmente io già lo sapevo, ma mi di-
Spagna, le chiese piene di marmi e santi, i palazzi pie- verte lo stesso sentire quante storie riesce a congegna-
ni di sale e saloni affrescati. Non è che gli sappia spie- re, quant'è bugiardo. Una notte che aveva bevuto un
gare granché, la storia, gli stili, io non ne so quasi nul- secondo litro mi ha detto che è arrivato a Genova den-
la; gli dico solamente: - Guarda -. Lui rimane estasia- tro a un container, schiacciato in una folla di altri ne-
to, si siede per terra e lascia che gli occhi si ricolmino. gri, tutti che cacavano e pisciavano e piangevano a
- È come star fermi a prendere bastonate, - mi ha detto bocca chiusa in quel buio tremendo, con la paura di
una volta. essere scoperti o, peggio, che nessuno più venisse a li-
berarli da quella scatola bollente. Credo che questo sia
Ai Fori però gli ho raccontato come è stata fondata la più vicino alla realtà, ma certo la realtà fa proprio
città: Romolo che vide più uccelli transitare nel cielo e schifo. Ogni notte lo invito a rimanere a dormire da
con la spada poi segnò il confine di Roma nella polve- me, insisto a lungo, gli faccio vedere la camera, il letto
re, e Remo che in segno di sfida subito lo oltrepassò, e già pronto, il pigiama di cotone che posso prestargli.
per questo fu ucciso dal fratello. Non c'è verso di convincerlo: mi abbraccia e se ne va.
- E Remo non è più tornato a vedere Roma? -m'ha do- - Ci vediamo domani, Lorenzo -. Lo vedo dal balcon-
mandato Gabèn. cino che s'avvia in direzione della fermata dell'auto-
- È stato ucciso, - gli ho ripetuto, ma non m'è parso bus: è bello Gabèn, scivola agile nella notte come un
proprio convinto. pesciolino. Io lo saluto con la mano, sperando che mi
La sera gli faccio la pastasciutta a casa mia, a Largo veda tra gli innumerevoli balconcini, perché io non lo
Preneste: mezzo chilo, la dose di Caterina. Ci beviamo vedo più.
una bottiglia di vino rosso, piazzati sul balconcino che
da sul retro del palazzo, e ascoltiamo le voci che ven- Gabèn è forte e allegro, ha le spalle larghe per sostene-
gono dagli appartamenti intorno, la gente che litiga, i re le mille difficoltà, i denti bianchi per piegare il ferro
bambini che piangono, i cani che abbaiano, le televi- della vita, e soprattutto l'andatura leggera per galleg-
sioni accese. Stiamo li, anche se fa ancora freddo. Gli giare. Indossa certi camicioni ottimisti, comodi e colo-
domando le cose della sua esistenza. rati, e sandali da frate, quando non va a piedi nudi, in-
- Da dove vieni, Gabèn? curante. Ha la mente larga, stellata.
Mi racconta che era l'ultimo di sessanta fratelli ed è - Da dove vieni, Gabèn?
dovuto andare via dalla sua terra, sua madre glielo ha E lui socchiude gli occhi e parte.
ordinato con le lacrime agli occhi; che ha traversato il - Ero figlio unico, i miei genitori erano vecchi: aveva-
deserto del Sahara con una carovana di nomadi, e s'è no quasi cento anni. Mia madre, con le lacrime che
sposato con la figlia del capo, una ragazza velata di scorrevano tra le rughe come l'acqua sull'argilla secca,
cui non ha mai visto il volto. «Inventatelo, amore mi ha preso le mani e mi ha detto vai, figlio mio, e ri-
mio», lei mormorava. Così Gabèn la immaginava corda che il mondo è uguale ai sogni. Ho rubato una
bionda o mora secondo il suo sentimento, vaga come motocicletta a un inglese e ci ho caricato il bagaglio e
una nuvola o con una profonda ferita rossa in mezzo al la mia scimmia. Lei sapeva camminare sulle mani e
viso. Una notte pensò che avesse il volto di una iena fumare le sigarette, ballava con i bambini, così per un
cieca e scappò via spaventato. Camminò due giorni tra anno abbiamo girato i mercati... Si chiamava Sabò, era
le dune, fino a incontrare un piccolo porto sul Medi- un'amica, l'ho venduta a degli europei che facevano un
terraneo: li s'imbarcò su una nave di pescatori maroc- film, mi hanno dato mille dollari. Io ne ho lasciati cen-
chini, tutti con una rosa tatuata sulla schiena, perché, to a Sabò. A quelli ho venduto anche la motocicletta,
dicevano, «la bellezza noi la lasciamo per sempre alle altri mille dollari, e non c'era un goccio di benzina. Poi
spalle». Il comandante beveva l'acqua del mare e man- volevano comprare anche me, alla stessa cifra. Con
giava i pesci vivi. Ogni tanto assalivano uno yacht e lo quei soldi ho preso un aeroplano e sono volato in Sici-
depredavano. Ne trovavano anche di abbandonati. Poi lia. La prima notte due donne mi hanno derubato, due
dormivano per due giorni, lasciando che le correnti sorelle gemelle che si dividevano tutto, anche gli uo-
portassero la nave dove capitava. «Dev'essere il caso a mini. Si muovevano come in uno specchio, mangiava-
decidere la vita», diceva il comandante. Così sono no nello stesso piatto, dormivano nello stesso letto, si
naufragati sulle coste della Sicilia occidentale. Gabèn tenevano legate per i polsi e le caviglie, e hanno tirato
è arrivato a piedi a Messina, mangiando un'arancia al fuori il coltello insieme... Così ho camminato per cin-
giorno per cinque settimane, poi ha superato lo stretto que settimane, mangiando un'arancia al giorno...
a nuoto in una bella giornata di maggio. Passavano , Io gli racconto di Caterina e lui mi sta a sentire, sospi-
transatlantici grandi come città. Per due anni ha lavo- ra con me. - Sai, è tutto vero, - gli dico. - Che peccato,

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Lorenzo mio, - mi dice lui. Allora ci mangiamo in si- due discreti bicipiti, un inizio di pancia. Io mi sono
lenzio un altro piatto di pastasciutta. messo un asciugamano sulle spalle, mi sono seduto su
uno sgabello e abbiamo giocato per mezz'ora al cam-
Da qualche giorno Gabèn insiste perché gli organizzi pionato del mondo dei pesi medi.
un incontro di boxe. Ha visto su un giornale sportivo Alle sette meno venti eravamo davanti alla palestra.
che ci sono degli africani campioni d'Italia e pensa che - È meglio arrivare un po' in ritardo, fa pili effetto, -
potrebbe imitarli. In più alla stazione qualcuno gli ha ma Gabèn era impaziente come un ragazzino.
garantito che cercano gente per fare allenare i pugili Aveva la roba dentro una sacca: fosse stato per lui sa-
bianchi. rebbe andato all'appuntamento con l'accappatoio e i
- Ma sei capace a fare a pugni? guantoni. - Lascia parlare me, è più serio, - gli ho det-
- Certo. Nella piazza del mio paese ci sono mucchi di to. Nella palestra c'era un via vai di ragazzotti con il
guantoni appesi ai ganci e agli alberi. Tutti fanno un naso schiacciato e l'espressione anche quella abbastan-
po' di boxe, anche i bambini -. Si mette in guardia, tira za schiacciata. Colavano sudore da ogni muscolo. Al-
cazzotti all'aria, oscilla sul tronco. Io ne ho vista pa- cuni tiravano contro se stessi, allo specchio, altri salta-
recchia di boxe, nelle mie serate da piazzista solitario, vano la corda, altri spostavano il sacco con mazzate
secondo me non è per niente capace, ma lui tiene duro: tremende. Sul ring due adolescenti con il caschetto se
- Sono stato campione del mio reggimento, ho com- le davano di santa ragione, come avrebbero fatto an-
battuto almeno cento volte. che senza caschetto, fuori da un bar. Sulle pareti c'era
- Che categoria sei? una schiera di fotografie autografate di uomini in posi-
- In che senso? zione da combattimento, le facce truci. Chissà che fine
- Lasciamo perdere, Gabèn. hanno fatto. Gabèn sorrideva a tutti quanti, foto com-
- Tu potresti essere il mio allenatore, ti metti prese. Una radio trasmetteva quella canzone che dice
nell'angolo e mi consigli come buttarlo giù, destro tante volte «E lontano lontano... » Piaceva a Caterina,
sinistro... buon segno. Dal bordo del ring ci è venuto incontro il
- Io ti consiglio di non pensarci più, ecco cosa ti consi- proprietario di tutte quelle belle e vane speranze: cin-
glio. quant'anni portati atleticamente, due baffet-ti da ser-
- Dai Lorenzo, ci divertiamo. gente carogna, catene e catenelle d'oro a scintillare sui
- A prendere le botte? peli foltissimi. Mi ha stretto la mano con inutile vio-
- Ma no, io lo butto giù, io sono bravo. Ci divertiamo e lenza.
guadagnamo un po' di soldi, metà per uno. Almeno per - Salve, - ha detto.
una sera, su Lorenzo... proviamo, come va va. - Salve, - abbiamo risposto insieme io e Gabèn.
- Ma io non conosco nessuno... - Sicché lui sarebbe il pugile. Giusto?
- Ma tu hai l'aspetto da signore, ti danno retta... - Giusto, - abbiamo ripetuto io e Gabèn.
E poi nel mondo può succedere di tutto, bisogna esse- Ha squadrato Gabèn come un macellaio al mercato
re convinti, sperare... Mica posso restare per terra alla squadra una vacca portata dalla campagna. Ed è incre-
stazione per altri dieci anni. dibile come Gabèn ha saputo trasformare la sua fisio-
- Giura che sei capace. nomia di brav'uomo: in un secondo è diventato un
- Giuro. guerriero, il naso incassato tra gli zigomi, i muscoli
- Non ti credo lo stesso. gonfi sotto la camicia bianca, a tirare tutti i bottoni, la
- Giuro sulla memoria di Caterina. pancia risucchiata, l'aria tonta e cattiva, un tic all'ango-
C'è un tizio al centro anziani che lava i bagni in una lo della bocca. Voleva la vacca? e lui gli offriva un
palestra, uno che a carte imbroglia pure, un traffichi- toro minaccioso. Certo io mi sentivo agitato da morire,
no. Mi sono vestito al mio meglio per impressionarlo e ogni momento dovevo soffocare l'istinto coniglio di
gli ho detto che avevo tra le mani un buon pugile, di confessare che invece non eravamo niente, che s'era
sentire se interessava per un incontro. - È un bel peso venuti lì per ridere, per far due minuti di teatro e basta,
medio, piuttosto tecnico, - ho aggiunto, guardando da arrivederci e scusi se le abbiamo fatto perdere il suo
un'altra parte. Dopo tre giorni è venuto a cercarmi. tempo preziosissimo. Ma dovevo recitare la mia parte.
- Marchese, - m'ha detto, - il soggetto interessa. Porta- Io ero l'allenatore di poche parole, che sa cos'ha tra le
telo in palestra, a via delle Dalie. Domani alle sette. mani e non si fa imbrogliare. (Il tresette, mi minaccia-
Ho comprato alla Rinascente un accappatoio bianco e vo, o così o il tresette con i vecchietti ad aspettare la
ho pregato la portiera del palazzo di ricamarci dietro morte sbadigliando: e Gabèn perso come amico. Aiu-
«Gabèn». Qui i guantoni non pendono dagli alberi: e tami Caterina, tu che sei nel tuo cielo gigantesco...
ho dovuto comprare pure quelli, in un negozio di sport Aiutami a credere che nel mondo può davvero succe-
e giocattoli, insieme ai pantaloncini di raso rosso. Ga- dere di tutto...)
bèn non stava in sé dalla felicità, saltellava nel mio sa- - Tra quindici giorni abbiamo una riunione al palazzet-
lottino come se fosse sotto le luci del Madison Square to... Serve qualche match di contorno, ma non mi sem-
Garden, salutava il televisore, la credenza, i quadretti bra che il ragazzo sia un granché...
appesi alle pareti, mandava baci. Ha il torace ampio, - Senta, - sono andato al sodo, perché nell'acquetta an-

Marco Lodoli – I fannulloni pagina 6


negavamo come sorci. - II ragazzo è una meraviglia, qua, e la mattinata scorre dolce e veloce.
prendere o lasciare. Se devo andare in tipografia, Gabèn mi accompagna.
- Da dove vieni? - e l'ha toccato sul petto, per assag- Legge i biglietti da visita e ride dei titoli che la gente
giarlo. esige prima del nome: dottore, cavaliere, commenda-
Questa è una domanda che, l'ho capito ormai, a Gabèn tore. - Che imbroglioni -. Invece gli piacciono moltis-
non si può fare. Non lo dice se è del Mali o del Sene- simo i menù, li apre e ordina a un cameriere invisibile
gal o di un'altra nazione. Non lo vuole dire. Ha alzato le cose più buone. Un pomeriggio abbiamo stampato il
le spalle con somma indifferenza, brutalmente, da vero manifestino del suo incontro: «Grande boxe il 19 mar-
attore. zo al Palazzetto: Giorgio Catena contro Gabèn». Poi
- Senta, - sono intervenuto, - non facciamo storia e lui s'è accorto che era troppo serio e in più che il mio
geografia. Mettiamoci d'accordo o rinunciamo. nome mancava, e abbiamo rifatto tutto da capo, in-
Ha esitato ancora un momento, stirandosi tra le dita i chiostro rosso e carta gialla: «Grande boxe il 19 marzo
peli del petto. Dietro a lui i pugili s'erano arrestati per al Palazzetto: Giorgio Catena, pippa mondiale, contro
seguire la trattativa: ora, con i capelli appiccicati alla l'imprevedile Gabèn, sostenuto dal suo manager Lo-
fronte, le bocche aperte e i respiri grossi, i corpi tosti e renzo». Piccolissimo, nell'angolo di sinistra, ho scritto
fragili nella grande stanchezza, gli occhi curiosi, somi- «Caterina», perché deve esserci anche lei nelle mie
gliavano di più a ciò che erano: poveri ragazzi di peri- storie. Gabèn era d'accordo, anzi ha detto che era me-
feria. Anche i sacchi e gli specchi sembravano atten- glio «Viva Caterina». La notte abbiamo incollato un
dere la risposta per riprendere a faticare. - Va bene, - centinaio di manifesti per le vie del quartiere. L'ultimo
ha concluso l'uomo. - Un milione per boxare contro un siamo andati a piazzarlo sulla porta della palestra ne-
mio peso medio, Giorgio Catena. Sulle tre riprese. mica, e siamo fuggiti sghignazzando. Mi chiedo se
Ci siamo dati la mano e di nuovo me l'ha stritolata. faccio bene o se sono completamente rimbambito, io,
Gabèn allora gli ha mollato una pacca sorridente su che sembravo tanto posato e distinto. Forse sarebbe
una spalla, e l'ha fatto traballare. più naturale se mi leggessi «II Giornale d'Italia» da
capo a fondo due volte, se mi comprassi un cardellino
II problema adesso è questo: come vincere? Io credo per fischiarci insieme un'oretta, come fanno i miei
che Gabèn dovrebbe allenarsi molto, correre, fare le coetanei. Se ogni venerdì mi giocassi mille lire della
flessioni, e la sera mangiare una bistecca e andare a pensione al lotto, sempre sugli stessi tre numeri, per
letto presto. Lui nicchia, dice che allenandosi si stanca sentire il sabato che non sono usciti e piagnucolare.
di più e poi non si regge in piedi. Gli va bene solo la Sarebbe più naturale anche aprire il gas in cucina,
bistecca, ma con il mezzo chilo di pastasciutta al come fa ogni tanto qualche vecchio, andarsene in pun-
pomodoro e il litro di vino. Ciò nonostante io la mat- ta di piedi, con garbo. Quando dico queste cose, Ga-
tina gli do appuntamento al parco alle sette, quando bèn mi fa la linguaccia.
l'aria è frizzante e carica di ossigeno. Arriva lemme - Voi bianchi siete tutti malati di paura, volete solo che
lemme verso le nove, mi abbraccia, si scusa. Dalle il mondo muoia presto, nel sonno, - mi sgrida. - Invece
nove alle dieci facciamo colazione a un chiosco, io bisognerà morire sognando.
prendo il caffè, lui il cappuccino e quattro cornetti, e La notte ci studiamo gli incontri di boxe che mostrano
mi racconta per bene i sogni che ha fatto, come fosse- in televisione. A Gabèn piace il commentatore che
ro viaggi reali, quanto lontano si è spinto, cosa ha vi- spiega e grida nei momenti decisivi, e la ragazza sco-
sto, chi c'era. Spesso ci sono anch'io. Nel parco è se- sciata che gira per il ring prima di ogni ripresa con il
gnata una pista tra gli alberi: parte pianeggiante, quin- numero alto sulla testa.
di sale ripida su una collina, costeggia un laghetto arti-
ficiale, scende placidamente per un lungo sentiero e Finché è arrivata la sera decisiva, all'improvviso, come
torna al punto di partenza, in tutto un paio di chilome- la discesa delle montagne russe. Al Palazzetto un in-
tri. Mi siedo su una panchina con l'orologio in mano e serviente ci ha guidato fino al nostro spogliatoio. No-
gli dico: - Adesso vai, Gabèn -. Lo ammiro allontanar- stro per modo di dire, era un camerone pieno di gente,
si a falcate spedite e eleganti, le ginocchia alte e i go- pugili, massaggiatori, manager, fidanzate, fratelli, tutti
miti che ondeggiano come metronomi: sembra un ke- sovraeccitati. I pugili si riconoscevano dalle pasticche
niota alle olimpiadi, da medaglia e inno. Dopo di lui che ingoiavano, le fidanzate dai tacchi a spillo, i ma-
magari passa uno di quegli impiegati che trascinano nager dai fermacravatta d'oro. Naturalmente c'era il
pesantemente i piedi piatti, con il cappelletto di lana proprietario della palestra, metà dei combattimenti ri-
sulla pelata e il culo basso. Mezz'ora più tardi l'impie- guardavano suoi atleti: passeggiava avanti e indietro
gato sbollito ripassa, tirando l'anima coi denti, e di Ga- con la sigaretta in bocca, fermandosi qua e là a dare
bèn nessuna notizia. Preoccupato gli vado incontro e istruzioni, a minacciare. Quando ci ha visti ha fatto
lo trovo che gioca con un gattaccio in un prato, o che una brutta faccia, a momenti ingoiava la cicca e sputa-
guarda i cigni del laghetto. va fuoco e fiamme.
- Mi sento in forma, - dice sorridendo. - I soldi, - gli ho detto tagliando corto.
Così ci tiriamo il gatto, o lanciamo pietruzze nell'ac- - Dopo.

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- Prima, - ho insistito. si. Ora la pancia gli si vedeva proprio bene, bella flac-
- Dopo. cida. Ho sentito qualche fischio e qualche risata, avvi-
Gabèn già si stava cambiando. Gli altri lo osservavano saglie, monetine. Mi hanno dato un angolo, uno sga-
da sotto le ciglia, incerti su cosa pensare. Sembrava bello, un secchio e una spugna. L'arbitro, un tipo smil-
uno vero, più vero di loro. Appendeva gli abiti ai gan- zo con farfallino e molti denti di metallo, m'è venuto
ci con grande professionalità, come si dice oggi, senza vicino e velocemente mi ha detto una serie di cose di
badare a nessuno. Quando è rimasto in mutande, un cui non ho capito nulla.
po' giallette a dire il vero, l'hanno condotto sulla bilan- - Va bene, va bene, - ho risposto.
cia per verificare il peso. Io intanto cercavo di scoprire Quando Gabèn m'è venuto a tiro, l'ho afferrato per un
chi fosse Giorgio Catena. Mi auguravo solo che non braccio. - Andiamocene a casa, forse siamo ancora in
fosse quel tarchiato bestiale che in un angolo mastica- tempo...
va una banana: un cubo di muscoli, la testa piccola e In quel momento è suonato il gong della prima ripresa.
rasata, gli occhi da pazzo con l'accetta. Tutti gli altri Gli ho messo in bocca il paradenti come un'ostia a un
sembravano abbordabili, ma quello era uno da far condannato.
cambiare marciapiede a chiunque. - Coraggio.
- Chi è Giorgio Catena? - ho domandato ad alta voce. Gabèn trotterellando è andato in mezzo al ring per toc-
Il cubo ha alzato la mano con la banana. carsi i guantoni con l'avversario, un gesto cavalleresco
Il nostro incontro era il primo della serata, bisognava che aveva molto apprezzato nei match in televisione e
sbrigarsi. Mentre aiutavo Gabèn (72 chili e trecento che spesso ripeteva con me in sala. Catena s'è scansato
grammi) a infilarsi i guantoni, con lo sguardo gli ho e ha sparato un destro da mattatoio che per un centi-
indicato il rivale. Ha fatto finta di niente: - Uno vale metro non gli ha divelto la testa.
l'altro, - ha sussurrato, e quasi quasi mi convinceva, - Tieni alti i pugni e muoviti più che puoi! - ho
non fosse stato per una goccia di sudore che dalla tem- gridato.
pia gli è scivolata fino all'ombelico, a mettersi in sal- Catena ha preso a braccare Gabèn: non aveva scher-
vo. Comunque l'accappatoio gli stava benone, i panta- ma, ma ogni venti trenta secondi liberava uno di quei
loncini anche. Le scarpe potevano essere migliori, ma colpi micidiali, che grazie a Dio sibilavano a vuoto,
abbiamo un po' risparmiato e ne abbiamo prese un perché un poetico istinto di sopravvivenza permetteva
paio da ginnastica, e difatti una stringa s'è rotta e gli a Gabèn di torcersi e piegarsi ogni volta dalla parte
ho dovuto fare un nodaccio. giusta. Di suo Gabèn piazzava qualche pugnetto di ri-
Io ero in giacca e cravatta, come al solito, perché Ca- messa che beccava Catena sulla zucca rasata, ma era-
terina avrebbe voluto vedermi così. no pastarelle. Quello continuava ad avanzare a testa
Abbiamo percorso in silenzio un lungo corridoio om- bassa e neanche una pistola l'avrebbe fermato. Quando
broso, Gabèn e Catena davanti, io e il padrone della stringeva Gabèn in un angolo, io chiudevo gli occhi: li
palestra dietro di un passo. Catena era più basso di Ga- riaprivo e il mio amico era sgusciato via, non so da
bèn di una testa, ma largo il doppio, i muscoli gli inva- che buco, e ciondolava in giro per il ring come un per-
devano massicciamente la schiena tanto che le braccia digiorno.
restavano divaricate a una certa distanza dai fianchi. « Massacralo », ordinava il capopalestra dal suo pun-
Lui e Gabèn, così diversi, mi facevano pensare ai ripe- to. «Rovinalo, sfondalo! »
tenti in fondo alle file, a quei ragazzi troppo buoni o « Scappa Gabèn, scappa », supplicavo io, e avrei volu-
troppo cattivi, pieni di problemi. Il cuore mi batteva to che quei pochi metri quadrati si trasformassero in
scarburato nel petto, dovrei starci attento, il medico si una radura infinita, o in un dedalo di vicoli napoletani.
è raccomandato tante volte. Ma ormai ero in ballo e Lo vedevo già con il fiatone, meno mobile, gli occhi
dovevo ballare, anche se le gambe stentavano persino vitrei, e il tempo non passava mai. Ancora un minuto
a muoversi. Gabèn m'ha preso sottobraccio e superata abbondante alla fine del primo round. Ci sono settima-
l'ultima porta siamo entrati assieme sotto la smisurata ne intere che se ne vanno in uno sbadiglio, anni che
cupola del palazzetto. M'aspettavo ancora un po' di durano quanto una gitarella, ma quel minuto poteva
ombra protettiva, invece era tutto illuminato a giorno, contenere tre generazioni. Ora Catena rivolgeva sguar-
senza pietà. Ho visto contemporaneamente, in una sola di smarriti al suo angolo, non capiva come doveva fare
occhiata, la gente spersa sulle gradinate circolari, le a inchiodare l'anguilla che aveva davanti.
corde del ring montato alto nel centro, le uscite di si- «Menalo! » gli suggerivano.
curezza, il difficile futuro che ci attendeva. Il gong è arrivato come il settimo cavalleggeri, tra una
- Sai Lorenzo, - m'ha confessato Gabèn a bassa voce, - salva di fischi.
è la prima volta che faccio il pugile. Mentre asciugavo Gabèn con le maniche dell'accappa-
- Cretino, adesso me lo dici? Avevi pure giurato... toio e gli facevo un po' di vento con la cravatta, dalle
- Per convincerti, sei così testone. gradinate piovevano gli insulti. «Negraccio!», «Morto
Siamo saliti sul quadrato, Catena ha salutato il pubbli- di fame!», «Zulù», e grazie al cielo anche «Vecchio di
co con un gesto rapido e torvo che ha strappato gli merda! », per me. Così almeno eravamo uniti, con tut-
applausi, mentre Gabèn s'è dilungato in inchini e sorri- to da spartire.

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- Ci stiamo divertendo, eh? - m'ha detto Gabèn in un avremmo brindato tra una mezz'oretta in un bel risto-
mezzo rantolo, sputandomi nel palmo il para-denti, e rante a San Lorenzo. Saltellava ancora, Gabèn, an-
forse aveva ragione, anche se qualche dettaglio non cheggiava, faceva giravolte e tarantelle davanti al Ca-
tornava. - Ai punti sono avanti, posso vincere. Basta tena, un blocco cupo e inanimato. - Olè olè, - ho grida-
che non mi prenda mai. Ma non c'è la ragazza con il to. - Olè, - m'ha risposto Gabèn, e s'è accostato all'av-
numero? - Nell'agitazione mi è caduta la dentiera, e versario per scagliare l'ultima pirotecnica serie di pu-
per un attimo mi sono confuso, con tutti quei sorrisi gnetti, per terminare alla grande.
sintetici tra le mani: ho messo in bocca a Gabèn il pez- Catena se li è presi tutti, pazientemente, e intanto gli
zo sbagliato, poi mi sono corretto. ha pestato il laccio della scarpa. Quando Gabèn ha fat-
«Vattene all'ospizio, vecchio bavoso!», «Sporco negro to per allontanarsi, il piede era in trappola, e lui era li,
torna in Africa», seguitavano a urlare i partigiani di a portata. Mi ha lanciato uno sguardo pieno di rasse-
Catena. Sulla spalla mi è arrivato un mandarino fradi- gnazione e poi è crollato come un antico e stravagante
cio, che s'è spappolato come un enorme fiocco di palazzo, centrato dalla palla d'acciaio. Catena l'ha col-
neve. pito dritto sul mento, un colpo solo, un'esecuzione, tra
La seconda ripresa è trascorsa quasi uguale alla prima. gli ululati selvaggi della platea.
Catena era veramente modesto, cominciavo a prendere L'arbitro ha contato sulle dita fino a dieci, e poi ha sol-
fiducia, a sognare: Gabèn indietreggiava, e di rilancio levato il braccio disonesto di Catena. A sollevare Ga-
gli batteva il guantone sulla fronte, dei buffetti che im- bèn ci ho pensato io (ahi, la schiena, e il cuore...) Gli
bestialivano. Se gli veniva troppo vicino, gli si buttava ho messo sulle spalle l'accappatoio bianco con il nome
tra le braccia come una fidanzata e lo legava in ogni ricamato, mentre qualcuno mi ha portato dallo spo-
modo. L'arbitro chiamava il break, ma Gabèn restava gliatoio la sacca con i suoi vestiti cacciati dentro.
appiccicato ancora dieci secondi al suo bufalo, non si - Via via, che ci sono venti incontri stasera...
faceva disarcionare facilmente, e con il guantone mi - Ecco il milione, - m'ha detto il capopalestra in mezzo
faceva ciao ciao. Quando si staccava, Catena esplode- al ring con un sorriso da faina sazia, porgendomi una
va il destro rabbioso che spostava l'aria. Io pure, d'i- mazzetta sudicia di soldi. Ho pensato di sbattergliela
stinto, m'abbassavo. Intorno a me ora nevicava fitto in faccia, ma forse al povero Gabèn quel denaro face-
dal cielo delle gradinate. va comodo. Non potevo domandargli niente, aveva gli
«Dagli una testata! » consigliava il capopalestra, e di- occhi chiusi e mi pendeva da ogni lato come un pu-
fatti un paio di volte, nel corpo a corpo, Catena ha pazzo.
sbattuto la fronte contro il petto di Gabèn. Al viso gra- - Però non si fa così, non è leale... - ho detto a quel be-
zie a dio non arrivava, ma il suono di grancassa che si cero.
levava era comunque tremendo. - Chi vince ha sempre ragione, questa è la realtà.
Gabèn è rientrato all'angolo gongolante. - Se voglio ho - Non è vero, Catena è una pippa mondiale, - ho riba-
un futuro da pugile, - ansimava. - Me la cavo benissi- dito, per un puntiglioso senso dell'onore.
mo, non credevo. Ora vado all'attacco, ora esagero. Mi sono accollato Gabèn per riportarlo verso casa, so-
Dov'è la ragazza? - Io gli soffiavo in faccia, lo lucida- stenendolo per le vie passo passo. Muoveva un po' le
vo con la giacca, gli davo i mandarini raccattati per gambe molli, poi non le muoveva più, poi di nuovo. I
terra. Ero nel pallone assoluto. Nell'altro angolo si agi- rari passanti voltavano la testa dall'altra parte. È stato
tavano attorno al cubo, gli ficcavano le parole nelle come quando è morta Caterina, per strada, fulminata
orecchie, lo schiaffeggiavano. da un infarto. - Che male, - mormorò. Mi è caduta a
Il gong ha chiamato i pugili alla terza e ultima ripresa. fianco mentre tornavamo di notte dalla stazione, e io
Io mi sono messo a mani giunte. Gabèn volteggiava non ci potevo credere che fosse caduta per sempre.
abbastanza leggero, fingeva divinamente, anche se gli L'ho tirata su, senza voler sapere. Ho lasciato la vali-
si erano sciolti i lacci delle scarpe: batteva i guantoni e gia con le pietre colorate e la giacca blu per caricarmi
poi si lanciava in combinazioni televisive, destro sini- del mio unico, pesantissimo amore: le davo i baci, le
stro, montante, mentre Catena stava fermo come una dicevo non è niente, le dicevo non parlare amore mio,
statua di pietra a incassare. Mi faceva quasi pena, quel non ti stancare: e lei non parlava più. Nessuno mi aiu-
ragazzotto. Non tirava più nemmeno le sue bordate tava, la gente ci svaniva accanto, le macchine sfreccia-
cieche, teneva gli occhi bassi, che cercava? Mancava- vano senza volersi fermare. D'altronde la città è un ba-
no solo quaranta secondi, avevamo vinto, c'era poco rattolo che rotola in una discesa perenne, fa chiasso,
da fare, praticamente avevamo bello e vinto. Non te- sbatte, arrugginisce, e non si può arrestare, non può
nevo nemmeno più le mani giunte, applaudivo, esulta- mai tornare indietro. Feci tre chilometri in quelle con-
vo, ringiovanivo. Chissà se tra il pubblico c'era qual- dizioni, con Caterina che addosso mi diventava sem-
che rudere del centro anziani, a invidiarmi, a dire pre più fredda e rigida, finché la posai su una panchina
guarda Lorenzo Marchese che s'è inventato, lui che di un giardinetto al centro di una piazza, le tolsi le
aveva già il nome sulla tomba. Mancavano meno di scarpe, le coprii le gambone di foglie secche e in silen-
trenta secondi, il tempo di andare in cucina a prendere zio vicino a lei attesi l'alba. Speravo che la luce la ri-
lo spumante, se fossi stato a casa. Non fa niente, svegliasse.

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Con Gabèn siamo arrivati a un piccolo bar. Fuori c'era spiaggia mi è parsa solo una riga lontana e la vita in
qualche sedia vuota e ci siamo accomodati, lui come città, là dietro, tra i palazzi e gli insulti e le preoccupa-
un sacco di poche patate, io in pizzo in pizzo. Il came- zioni, come un'assurda mortificazione. Là ognuno tira
riere, un ragazzetto, aveva gli occhi strabiliati: forse avanti per conto suo, per distanziare più gente possibi-
non eravamo una bella immagine, io e Gabèn, lui in le, per sentirsi migliore e solo. Eppure tutta l'acqua dei
pantaloncini e accappatoio, con le braccia che rubinetti scende dalle nuvole e poi va al mare e si
toccavano terra, io in un bagno di sudore, la camicia mescola, non si sa più se veniva da un bagno tutto
fuori dei calzoni gualciti, la cravatta slacciata. d'oro o da una baracca sull'Aniene. Dovrebbe essere
- Due cognac, - ho ordinato, normalmente. pulita e basta, ecco. Perché non sapremo più, un
Dopo un minuto è uscito il padrone con due bicchieri giorno, chi eravamo, quanto guadagnavamo: altre cose
in una mano e la bottiglia nell'altra, il viso deformato sapremo, se lo vogliamo, cose d'amore senza limiti,
da un'espressione di sospetto. Caterina già le sa.
- Li avete i quattrini? - Non si capisce nemmeno se l'acqua arriva dai fiori di
Gli ho dato cinquantamila lire, allora ha versato fino un bel terrazzo o da quelli del cimitero, o da quelli che
all'orlo. ci crescono in testa: a un certo punto sta tutta insieme
Con cautela ho tolto i guantoni a Gabèn, gli ho stretto e basta, - ha aggiunto Gabèn, come leggendomi i pen-
la mano intorno al bicchiere e gli ho fatto ingurgitare sieri (ma forse penso a voce alta, parlo da solo, diven-
la sua dose di cognac. Qualcosa s'è perso sul mento, to saggio, maledizione), e s'è tuffato in quel mare fatto
ma il resto gli è sceso in gola gorgogliando. Un fremi- di tante storie diverse, con un bel volo ad angelo. Pas-
to lo ha scosso benevolmente da capo a piedi. Ho atte- sava sotto al pattino, mi schizzava, - Buttati anche tu
so che riprendesse coscienza sorseggiando la mia Vec- Lorenzo, - mi incitava.
chia Romagna: le mani mi tremavano come quando - Come faccio, sono vecchio, sono vestito.
vado a votare e non so dove devo mettere la croce. Ho - Spogliati e tuffati, non fa freddo. Dai che puoi farti
buttato giù d'un fiato - ho scritto viva la libertà del po- un bel bagno, non dire sempre no, testone.
polo! - e ho ordinato altri quattro cognac. D'un tratto Allora sì, ho pensato. Mi sono tolto le scarpe, l'orolo-
mi sono accorto che al tavolino accanto c'era un giova- gio, la giacchetta, i pantaloni e tutto quanto, e in mu-
ne con la faccia piena di nei, pettinato e elegantino, tande, con il naso tappato, sono volato anch'io in mare.
che ci scrutava intensamente. Aveva una macchina fo- Dopo un minuto mi sono ricordato che non so nuotare
tografica al collo e beveva cocacola con la cannuccia. quasi per niente. Agitavo casualmente braccia e gam-
- Sono un giornalista, - ha detto con voce forte e chia- be, schiumavo, bevevo. Gabèn mi ha fatto poggiare
ra. - Un vero giornalista. Faccio le inchieste cittadine. una mano sulla sua spalla e mi ha portato un po' a
- Chi se ne importa, - ho commentato, travasando il spasso tra le onde tiepide. È stato bello, rilassante
secondo bicchiere nel corpo disarticolato di Gabèn. come un giro in carrozzella. Poi mi ha aiutato a risalire
- Per cominciare vorrei farle una domanda, se permet- sul pattino.
te -. Ha estratto da una tasca penna e carta. - Lo sai Lorenzo che posso rimanere sott'acqua dieci
- Che domanda? minuti?
- Voi siete due emarginati, giusto? Due rifiutati. - Non ci credo neanche se lo vedo.
Al mio giornale piacciono le inchieste cittadine, i casi - Dai, controlla il tempo -. Ha preso un respirone ed è
umani... La gente legge e gode. sprofondato a piombo.
In quel momento Gabèn ha ripreso vita: con uno strap- Gli occhi mi saltavano dall'orologio alla superficie li-
po s'è rimesso seduto bene e ha spalancato gli occhi, li scia dell'acqua. Un minuto, due minuti, certo ne ha di
ha girati come un leone ferito contro quel fessacchiot- resistenza. Cercavo di individuare la sua sagoma, là
to. sotto, ma non si vedeva nulla. Tre minuti. Ora deve
- Se permette io sono un grande cantante jazz, - ha uscire, altrimenti scoppia, deve rifiatare per forza.
esclamato, - e il signore è il mio impresario. Quattro minuti. Ho cominciato ad allarmarmi sul se-
rio, forse mi sarei dovuto gettare, sarebbe stato un ge-
Così è cominciata la nostra seconda avventura. In ogni sto eroico ma inutile, sarei colato a picco in un attimo.
modo ho tentato di dissuadere Gabèn, di distrarlo e Fissavo il punto preciso in cui s'era immerso, sperando
distrarmi, la mattina me lo portavo ai campi di bocce, di vedere delle bolle, e poi ancora di vederlo schizzare
allo zoo, al mare di Ostia, persino al cimitero, a rico- su come un tappo. Cinque minuti, sei minuti, sette mi-
prire di margherite la tomba di Caterina, dove c'è già il nuti. Gabèn, gridavo, in ginocchio con la bocca a pelo
mio nome scolpito per tenerle compagnia. Lei amava d'acqua, Gabèn torna su, ti prego, mi hai convinto, ci
tanto i fiori e le piante, mentre li innaffiava ci parlava. credo che puoi stare sotto quanto vuoi, ma torna su,
Un giorno di sole pieno io e Gabèn abbiamo noleggia- respira. Nove minuti. Respira Gabèn, respira, non fare
to un pattino in uno stabilimento e siamo andati al lar- l'esibizionista, non morire, stiamo insieme. Nove mi-
go, oltrepassando un'acqua marrone e fetida. Teneva- nuti e mezzo. Dieci minuti. È finita, mi dicevo, non
mo un remo per uno, seduti sulla panchetta, e per un'o- torna più. Mi sono voltato dall'altra parte disperato.
ra ci abbiamo dato dentro in armonia, fino a quando la Gabèn se ne stava acquattato sotto il pattino e rideva. -

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Ho i polmoni forti, sono un cantante jazz. stiamo dentro, è la nostra cifra.
Alle quattro di pomeriggio il Camarillo era completa-
Abbiamo mangiato in un ristorantino riparato da una mente vuoto. C'erano seggiole di ferro rovesciate sui
pergola, proprio sulla spiaggia ancora non ripulita per tavoli e per terra, tra cocci di bottiglie. Su una parete
l'estate: piena di scarpe spaiate, plastica, bambolotti, era dipinto un fungo atomico giallo e blu, su un'altra
alghe secche, cartacce. Gabèn ha chiesto mezzo chilo un pastrocchio tipo vomito di marziano. Il proprietario
di pasta con le vongole e in qualche modo l'hanno ac- si stava preparando da bere dietro al bancone, aveva i
contentato. Io ho preso un brodino caldo, con la pasti- capelli con la coda di cavallo e anche la faccia equina,
na. Dopo due cucchiaiate sono andato al nocciolo del protesa in avanti fino alle gengive immense. Da un
problema. orecchio gli pendeva il lampadario di casa mia e su un
- Ma tu Gabèn sai cantare? occhio portava una benda di cuoio. Incuteva un certo
- Tutti sanno cantare. timore reverenziale, anche perché stava stappando un
- Io no, ad esempio. Per niente. Caterina sapeva canta- Crodino con un coltellaccio.
re, ma io no. - Buonasera caro signore, - ho esordito, con Gabèn al
- Non è vero, magari ti vergogni soltanto. Qui ognuno fianco.
utilizza il dieci per cento di quello che è, lo spreme, lo Non ha nemmeno alzato la testa, ci osservava con l'an-
sfrutta, e si dimentica del resto, non va bene, mi di- golo dell'occhio buono, lo sguardo acuminato, infasti-
spiace ma non va bene. Bisogna essere più larghi, lar- dito.
ghissimi. Nessuno canta più, è un peccato. Forse mi sarei dovuto mettere qualcosa di più giovani-
- Allora cambio la domanda: hai mai cantato davanti a le, che so, una bella camicia caciarona, la cravatta a
una platea? pois, quel paio di blue jeans a campana che vent'anni
- No, ma mi piacerebbe. fa mi regalò Caterina e che giacciono stirati nell'arma-
- Dimmi la verità Gabèn, tu sei un po' scemo, è così? dio. Potevo sembrare uno di quegli spostati che girano
Dopo la pasta s'è bevuto il fondo del mio brodino. - il mondo su un furgone e non si sa quanti anni hanno.
Buono, però -. Qualche stellina gli è rimasta incollata Dovevo immaginarlo che qui la giacchetta blu non
alle labbra sorridenti. Siamo tornati a Roma in auto- funzionava, ma è la deformazione del piazzista.
stop, su un generoso camion della nettezza urbana. - Che vuoi? - ha fatto l'uomo, la voce roca come cento
L'indomani sono andato a cercare di nuovo l'uomo che pacchetti di Nazionali.
lava i bagni, il traffichino: del resto è uno che s'agita e In breve e male gli ho spiegato tutto. Il fungo atomico
conosce tanta gente strana. E poi non so perché, ma mi e il coltello mi mettevano addosso una leggera ansia,
sembra naturale che noi si passi dai bagni. Stavolta gli non vedevo l'ora di tornare a scorgere il cielo celeste
ho detto spudoratamente che avevo sottomano un me- spicchiettato tra i palazzi, un'aiuoletta verde. Gabèn
raviglioso cantante jazz, di sentire in qualche club del- vagava per la sala, raddrizzava le sedie, canticchiava
la città se l'articolo interessava. Mi guardava come se Volare, oh oh.
mancasse qualcosa: ventimila lire e non mancava più - Vorremmo un milione, - ho concluso arditamente.
niente. - Vi posso dare cinquemila lire, - ha rilanciato l'uomo.
Un amico suo di ottant'anni vende i popcorn in un ci- - Domani è la serata idiota. Chi vuole suona, e la gente
nema parrocchiale, ed è amico d'infanzia di un gobbo fa cagnara.
che gestisce il bussolotto dei biglietti della lotteria a - Va bene, - ha accettato Gabèn, in piedi su una sedia.
via del Tritone, il quale poteva presentarci a suo fratel- - Va bene, - ho ribadito io, l'impresario che suggella. -
lo, vecchio cadente pure lui, che per l'appunto passa lo Però ci paga anche da bere.
straccio e il disinfettante nel cesso di un localino dove - No.
la gente suona musica dura e beve forte. Ogni tanto - Va bene.
trovava una bustina di cocaina nella cassetta dello Per la serata idiota non ho sbagliato abbigliamento.
sciacquone e la divideva con i coetanei. - Per un'ora ci Oltre ai pantaloni a campana, la camicia rossa coi piz-
sentiamo più arzilli, andiamo in un prato e facciamo i zi lunghi e la cravatta a palle, mi sono rimediato un
salti, - m'ha confessato il traffichino. Poi al gobbo l'ul- cappello di paglia proprio carino.
tima volta gli era preso un brutto coccolone e i medici - Come vado? - ho domandato a Gabèn, e lui mi ha
l'avevano salvato per i capelli. Aveva pagato l'ambu- fatto un gesto d'approvazione totale. Aveva la solita
lanza con i biglietti della lotteria di Monza. palandrana allegra, sandali da fraticello. Ci siamo sor-
Insomma: potevamo provare al Camarillo, un ex gara- biti venti minuti di televisione: pubblicità e previsioni
ge sulla Tuscolana, lì ogni sera si esibiscono musicisti del tempo con l'Europa vista dall'alto dei cieli e lì da-
diversi. vanti uno in divisa che parlava come Zeus, prometten-
- Chiediamo un milione, - m'ha proposto Gabèn. do ai mortali belle giornate. Anche dalla borsa di Mi-
- Mi sa che ci daranno un milione di pedate. lano giungevano buone notizie, non so per chi: raffi-
- Se non chiedi niente è peggio, non ti sei accorto che che spaventose di numeri positivi. Gabèn guardava
qui vale solo ciò che costa? Se ti offri gratis non ti con gli occhi stretti, come quando si scruta qualcosa
considera nessuno. Io e te meritiamo un milione, ci che avanza da lontano e non si capisce cos'è.

Marco Lodoli – I fannulloni pagina 11


- A che serve questa borsa? - mi ha domandato. Io ho mobili, nella cantina che viaggiava ancora incolume
saputo rispondergli solo che è una questione di soldi sotto al cielo degli aeroplani. Ma oggi siamo in pace,
che si riproducono come conigli, e ho spento. l'avvenire è certo, quasi certo, o mi sbaglio?
- Come conigli? Con Gabèn ci siamo accostati al bancone.
Quando siamo usciti erano le ventidue e zero tre e pio- - Due birre, - ho detto alla ragazza in nero che stava lì
veva a dirotto. dietro.
L'autobus ci ha lasciati a trecento metri dal Camarillo. - Cosa?
Raso muro, tra gli scrosci e i lampi e le pause nei por- - Due birre, - ho ripetuto, più forte.
toni, in mezz'ora siamo arrivati al locale, bagnati fradi- - Non ti sento nonno, non ti capisco -. E con le mani
ci. faceva circoli attorno alle orecchie.
- Siamo venuti per cantare, siamo gli artisti, - ho spie- Ho provato a cambiare: - Due amari, - ma lei ha conti-
gato a una ragazza senza sopracciglia che staccava i nuato a fare i suoi circoli d'incomprensione. La musica
biglietti sulla porta, ma non ci sono stati santi né ma- era sempre più forte e dolorosa, sembrava uscire da
donne, abbiamo dovuto pagare l'ingresso, anche per tutti quei corpi bui gettati sul pavimento, e ricadérgli
toglierci in fretta dal temporale. Dentro era un manico- addosso più pesante per non farli alzare mai. Ho visto
mio: io non credevo che i giovani dopo una certa ora un ragazzo che si baciava le proprie mani, se le porta-
diventassero così pallidi e stralunati, così ubriachi e va sul viso come per una carezza. Un altro aveva una
difficili, vestiti come se a ognuno fosse morto ieri il ferita tatuata sul collo. E uno accanto a me, al banco-
padre. La sala era invasa da una musica simile a un ne, beveva da un bicchiere vuoto, a piccoli sorsi. Avrà
pauroso incidente a catena e il fumo faceva male agli avuto sedici anni, un viso da fanciulla, una croce all'o-
occhi e alla gola. Su un lato ho intravisto una pedana recchio, le mani piene di lividi.
con un'asta e un microfono. Io e Gabèn, spinti da ogni Mi sono voltato e Gabèn non c'era più. Stava in piedi
lato, per non cadere ci siamo appoggiati a una parete, vicino al microfono, mentre il secondo chitarrista
lui mi ha preso la mano e me l'ha tenuta forte. Sgoc- schiantava le ultime note. Poi Gabèn gli ha chiesto
ciolavamo da ogni centimetro, avevamo la nostra poz- qualcosa, e quello ha risposto di si con la testa, ha toc-
za sotto i piedi, e nel rumore riuscivo a intendere i pri- cato alcuni bottoni su un amplificatore.
mi brividi della febbre che mi mormoravano nella - Song for Lawrence and Cathy, - ha detto Gabèn al
schiena. microfono. - Canzone per Lorenzo e Caterina, - ha tra-
Non mi sentivo proprio tanto a mio agio, ma ero curio- dotto dopo un attimo.
so. Dalla chitarra si sono staccati due accordi semplici, tra
Quel posto mi ricordava un po' la guerra, quando per loro lontani, uno basso e uno molto alto, ma strana-
sfuggire alle bombe ci si rifugiava in qualche cantina, mente fusi, come una voce e un'eco: e non se ne sono
tra sconosciuti vestiti alla meglio, scuri nella penom- aggiunti altri, solo quei due, ripetuti dall'inizio alla
bra, nel freddo, infelici, mentre l'aria si colmava di fine. Gabèn ondeggiava con gli occhi chiusi, battendo
rombi che facevano tremare i vetri e i polsi. Anche al- il tempo su una gamba con un tamburello, e nella boc-
lora qualcuno cercava la mia mano, e io la sua. Anche ca chiusa gli ondeggiava lentamente una melodia.
allora ero curioso di sapere cosa sarebbe accaduto po- Era un vortice, un pitone di note che saliva piano e
chi secondi dopo. stringeva l'aria nelle sue spire, stringeva il cuore e lo
Un ragazzo mi è passato accanto e mi ha rubato il cap- portava più in alto, su un ramo azzurro, e poi riscende-
pello di paglia. L'ho rivisto sul palco, con la chitarra a va d'improvviso, cadeva, strisciava alle radici e ripren-
tracolla come un mitra. Senza annunciarsi né niente ha deva a crescere verso la cima. Era una musica dolce e
attaccato a suonare il suo strumento: la musica che c'e- straziante, che suggeriva immagini lontane, chiare e
ra prima s'è fatta da parte, sostituita da una valanga di desolate: mi rivedevo seduto sulla panchina del giardi-
note stridenti, un mondo di gessetti spezzati sulla lava- no a vegliare il corpo senza vita di Caterina, e poi ve-
gna, unghie sui vetri, chiodi nella lamiera, amplificato devo lei che si chinava su di me e mi baciava, e adesso
a oltranza. La gente s'è accovacciata per terra, triste- ero io coperto di foglie secche, incapace di muovermi.
mente, sotto quella buriana. Molti erano abbracciati E poi eravamo un albero solo, l'albero che perdeva le
alle proprie ginocchia, altri sembravano bambini per- foglie e le ricreava, che si seccava e rinverdiva. Avevo
duti, si guardavano intorno cercando qualcosa, qualcu- di sicuro la febbre. Quei ragazzi scuri mi sembravano
no, e poi abbassavano la testa. Il chitarrista ha lanciato la terra nera dell'albero, e Gabèn un uccello magico.
il mio cappello di paglia: è volato nell'aria cupa ed è Calava e montava, la sua voce un po' stonata, sostenu-
caduto. Nessuno l'ha raccolto, nessuno ha applaudito ta e abbandonata dai due accordi, mi passava sui ca-
quando l'esibizione è terminata. Un altro suonatore di pelli bagnati e spariva nell'aria, nel fumo. E tornava,
chitarra guerriera è salito sul palco, un ragazzo allam- ogni volta da più in alto, più dentro, e io le andavo in-
panato, magrissimo, con il basco in testa e il viso af- contro canticchiando, l'accompagnavo sottovoce.
franto. Ogni tanto lanciava un urlo spaventato, come - Basta, - ha gridato qualcuno.
se una bomba fosse davvero caduta lì vicino, o gridava Ora Gabèn teneva le braccia larghe e dalla bocca aper-
«È finita»: così era pure allora, e tutti restavamo im- ta i suoni uscivano forti, abbracciavano la sala, mi

Marco Lodoli – I fannulloni pagina 12


consolavano. Anche nelle cantine bombardate qualcu- tombe del cimitero, i biglietti da visita coi titoli e le
no cantava, in un angolo, finiva e ricominciava la stes- poesie incomprensibili. Chissà che ora era. Chissà se
sa canzone dieci, venti volte. stavo proprio male. Dal salotto non veniva nessun ru-
- Basta con questa ninnananna, - s'è sentito di nuovo, more.
dalla terra. - Gabèn... - ho chiamato piano, e non mi ha risposto. -
Il ragazzo che beveva niente dal bicchiere stava pian- Gabèn...
gendo, dalle guance le lacrime gli scivolavano nel ve- Forse dormiva, o era stanco e non voleva parlare. La
tro. casa era tutta buia, come una scatola chiusa con il na-
- Che hai? - gli ho domandato. stro adesivo. A destra e a sinistra, di là dai quadri e
- Lasciami in pace, vecchio. dalle pareti, ci sono altri due appartamenti, donne e
Gabèn ha abbassato il tono, quasi non si sentiva più, uomini vivi, con cui dopo dieci anni ci salutiamo
era un soffio leggero, il respiro di qualcosa che vive: e appena. Se ci incontriamo in ascensore teniamo gli oc-
poi non si sentiva davvero più niente, ma lui rimaneva chi sulle scarpe, come se fossero bellissime. Però tal-
a dondolare davanti al microfono, con le braccia aper- volta la notte sento qualcuno che si lamenta nel sonno.
te. C'era solo il ronzio della chitarra muta. - Gabèn, da che paese vieni? da un paese bello? Silen-
- Adesso però andatevene, - ha detto il ragazzo, e ha zio. Era come se in casa non ci fosse nessuno.
ripreso a bere il suo vuoto. Quello con la coda di ca- Forse era uscito in punta di piedi e non me n'ero accor-
vallo, il capo, mi ha messo nel taschino della camicia to.
le cinquemila lire pattuite. - Gabèn! Gabèn!
Gli ho dato un consiglio: - Dovreste uscire da qui, se - Gabèn, com'è la vita nel tuo paese?
ha smesso di piovere. - Diversa, - ha finalmente risposto la sua voce serena,
- Da queste parti piove sempre, - m'ha detto. Appena e io mi sono addormentato felice.
Gabèn è sceso dal palco, è ripartita una musica
violenta, fatta di strappi e di scoppi. Sono rimasto a letto quasi una settimana. Gabèn mi
- Un bicchiere d'acqua, - ha chiesto Gabèn al bancone. portava il pollo della rosticceria e le aspirine, faceva
- Non ti sento, mi dispiace, - sorrideva ebete la solita bollire l'acqua della pastasciutta, mi cambiava le len-
ragazza, e via coi circoli. zuola spiegazzate e mi teneva compagnia in quelle
Era mezzanotte passata quando siamo usciti. Dalla giornate lunghe e noiose. Io dormivo a sprazzi, secon-
porta abbiamo mandato un saluto a tutti, e nella pe- do le linee della febbre, e spesso la notte restavo sve-
nombra un paio di mani si sono alzate in segno di ri- glio per ore, con in mezzo rari puntini di sonno. Face-
sposta. Effettivamente fuori pioveva ancora, si vede- vo sogni confusi, che s'intrecciavano alle cose vere e
vano i fili d'acqua davanti ai lampioni e sotto le poz- poi le perdevano e poi le ritrovavano. Vedevo Gabèn
zanghere smosse. Dal Camarillo è uscito un ragazzo, che usciva di casa e lo seguivo ad occhi chiusi:
mi ha ridato il cappello di paglia ed è rientrato veloce scendeva le scale, era in strada, e in strada c'ero an-
come un sorcio. Era pieno di buchi di sigarette, il mio ch'io, avevo dieci anni e la vita tutta stesa davanti. La
bel cappello. città era ancora un paese di campagna, e gli abitanti
A Gabèn volevo dire quanto era stato bravo, ma mi erano bambini come me, pure quelli del centro anzia-
sentivo pieno di febbre e le parole si perdevano dentro ni. Le mucche erano vitelli, i cani cuccioli e gli alberi
tra i brividi. Sono passati quattro o cinque taxi, ma bassi, facili da arrampicare. I sassi erano solo pietre
erano già carichi e non si sono fermati. Poi ne sono preziose, sebbene fossero bianchi o neri, senza niente
passati due vuoti, uno dietro l'altro, hanno rallentato di particolare. Giocavamo tutti a palla nella piazza,
fino a venirci vicino, i tassisti ci hanno valutato in un correndo a caso per le vie e per i campi, o ci davamo
istante e sono scappati via. Persino io la notte faccio baci emozionanti: io attaccavo le mie labbra a quelle
paura, coi pantaloni a campana. Stavolta è stato Gabèn morbide di una bambina grandissima, mentre Gabèn
a sostenermi fino a casa: deve essere una legge inevi- guardava e sorrideva. Poi lui tornava a casa, risaliva le
tabile dell'amicizia e dell'amore, sostenersi sempre per scale strette e sporche, apriva la porta, mi diceva ciao
le strade. Lorenzo, come va? E io ero nel letto, sveglio e con gli
Avevo quaranta di febbre. occhi aperti, sudato, le mani rugose fuori dalle coper-
Gabèn mi ha aiutato a togliermi quei vestiti bagnati, e te.
mi sono messo subito a letto. Quando sono guarito, Gabèn non s'è più fatto vedere
- Stanotte resta qui, se puoi. per parecchi giorni. Mi telefonava da qualche cabina,
- Certo Lorenzo. sentivo il rumore delle macchine dietro alle sue parole.
L'ho sentito sistemarsi nel salottino, sul divano a fiori, - Che fai? - gli domandavo. - Dove sei finito? : - Ho
credo. Un'ora più tardi ero ancora sveglio, con tanta trovato un lavoro.
musica in testa e i piedi gelati. Davanti agli occhi mi - E non ci possiamo incontrare?
scorrevano i giovani pugili con la fronte bassa, i ra- - Domani. Tu come stai Lorenzo?
gazzi in lutto del Camarillo, i vecchi mogi, le luci iso- - Bene... ma non so che fare.
late delle finestre nella città, i corpi pornografici, le La mattina andavo in tipografia, anche se il lavoro era

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quasi nullo. Ho stampato il manifestino di un negozio - Da nessuna parte, in giro...
di mobili che liquidava tutto « a prezzi ridicoli, offen- - Ho portato uno smoking anche per te, spero che ti
sivi » e le partecipazioni di un matrimonio. Un vada bene.
giovane mi ha portato il suo manoscritto, otto poesie Così ci siamo fermati cinque minuti in un vicoletto
sui supermercati, dedicate a una cassiera: « Standa by dove c'era una cabina del telefono illuminata. Gabèn
me ». Il pomeriggio restavo a casa, una bottiglia di li- ha aperto il cofano e mi ha dato quel vestito, appeso a
quore tra i piedi, ad aspettare in poltrona Gabèn o al- una stampella. Benché io sia un tipo apparentemente
meno una sua telefonata. Lo squillo spesso mi risve- distinto, non ho mai indossato uno smoking, nemmeno
gliava da un sonno appiccicoso. a Capodanno, nemmeno quand'ero più giovane e pia-
- Tutto bene? - mi diceva alla cornetta. cente. Mi stava benone, appena un po' lungo di mani-
- Abbastanza... ma oggi non ci dovevamo vedere? che e di calzoni. Gabèn mi ha passato le scarpe di ver-
- Oggi non posso Lorenzo, domani. nice e in piedi nella cabina me le sono infilate. Stupen-
- Lì dove lavori ti danno da mangiare? de, appena un po' larghe, forse perché stavo senza cal-
- Certo certo, domani ti racconto tutto. ze. Ero euforico nella mia nuova tenuta, ero meglio di
Così è trascorso quasi un mese, tanto che ormai non Ted Astaire, meglio di re Baldovino di Svezia!
speravo più di rivederlo. Nei momenti di vuoto, in ti- La spia della benzina rosseggiava sul cruscotto di radi-
pografia, gli avevo stampato per scherzo un biglietto ca, e al primo distributore automatico abbiamo prov-
da visita in eleganti caratteri inglesi. «Gabèn, amba- veduto. Dal portafoglio ho estratto un biglietto da die-
sciatore!» Mi sembrava una giusta qualifica. Ne ho cimila piuttosto stropicciato.
fatto uno anche per me: «Lorenzo Marchese, vecchio - Lascia perdere, - ha detto Gabèn, e m'ha mostrato
pronto a tutto», poi l'ho stracciato perché suonava am- una molletta d'oro che stringeva un quaderno intero di
biguo. banconote. - Stanotte pago io.
E una notte, saranno state le due, mentre stavo guar- - Ma dove hai preso questi soldi, e tutto il resto? - gli
dando in televisione un film muto, ho sentito il clac- ho domandato saltellando sul tubo di gomma per fare
son di una macchina che tataratà chiamava dalla stra- uscire anche le ultime gocce.
da. Non ci ho fatto molto caso, forse ho pensato alla - Che importa adesso...
bionda del piano di sotto, gli uomini passano a pren- Abbiamo abbandonato la città, la prua verso i laghi,
derla agli orari più strani. Ma il clacson continuava a lassù, tra le colline. Le arcate degli antichi acquedotti
strombazzare, a reclamare, così mi sono affacciato dal romani, rischiarate da una bella luna, filavano tra le
balconcino, tra le camicie appese ad asciugare, curioso campagne intorno all'Appia, tra i grandi pini romani e
come una lavandaia. Da tanto in alto quella spider là gli ultimi bracieri delle prostitute. Da Ciampino si è
in fondo sembrava una macchinetta in un plastico, con alzato un aeroplano, ci è passato sopra le teste con un
l'omino dentro per farla apparire più reale. Altri omini fracasso da temporale estivo. Non ho mai preso un ae-
erano affacciati o spiavano tra le stecche degli avvol- roplano, mi ha sempre fatto paura, così minuscolo e
gibili. instabile nel cielo, tante cose non ho fatto per paura,
- Lorenzo, scendi! per timidezza, ma stanotte mi sembrava di avere anco-
Era lui, il mio amico Gabèn. Mi sono tolto in gran ra tempo e cuore per molte esperienze, che con Gabèn
fretta il pigiama sfrigolante d'elettricità con la faccia di potevo arrivare ovunque, rischiare. Lui ci crede che
Topolino e mi sono vestito per uscire. In ascensore ho ciò che accade in testa può accadere nel mondo, tante
finito di allacciarmi le scarpe e la cravatta, e con le volte m'ha detto che non è poi diverso.
mani mi sono sistemato i capelli davanti allo specchio - In testa abbiamo anche la morte però... - gli dicevo.
Certo ho la faccia di uno che alle due di notte farebbe - Per questo moriamo ancora, - mi ha risposto. Abbia-
molto meglio a restare a casa: la pelle floscia, gli occhi mo parcheggiato la Mercedes davanti a un belvedere,
infossati tra le grinze, la fronte macchiata, settant'anni sopra al lago d'Albano. In lontananza tremolavano i
ovunque. Anzi, ho pensato traversando l'andito del pa- lampioni nelle strade della città, le vetrine accese nelle
lazzo, facendo rapidi calcoli a mente, domani settantu- serrande, le finestre insonni, i semafori lampeggianti,
no. Ma domani è già qui, se sono le due, e allora è giu- le pile dei ladri, gli accendini per le ultime sigarette, i
sto che vada a festeggiare in giro con gli amici, è un fuochi fatui. Era una pianura di fantasmi, di vaghe
motivo in più per non intristire a casa. Forza, che pur- possibilità. Proprio sotto di noi, invece, il lago era
troppo si vive una volta sola! buio, pressoché invisibile nel cratere, sprofondato in
Gabèn era in smoking, al volante di una Mercedes de- quel catino senza uscite. «I laghi sono tristi, - diceva
cappottata. Sono salito come Cenerentola sulla carroz- Caterina, - perché sono soli».
za, senza avanzare dubbi, temendo che da un momen- - Ora fa un po' freddo, - e mi sono stretto nello smo-
to all'altro per poca fede quel capolavoro si tramutasse king.
in un cassonetto della spazzatura. L'aria che scompi- Gabèn ha pigiato un pulsante e la cappottina della
gliava era tiepida, quasi estiva, e la strada si srotolava macchina si è richiusa sopra di noi; un altro pulsante e
sotto le ruote senza intoppi. i finestrini sono venuti su, a dividerci dall'umidità.
- Dove vuoi andare, Lorenzo? - Oggi è il tuo compleanno, andiamo a brindare, - ha

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detto riaccendendo il motore. Mercedes s'è spalancata da sola: la tecnica, il progres-
- E tu che ne sai? so, ho pensato, invece era un disgraziato in giacca ros-
- L'ho letto sul calendario che hai in cucina. sa e bottoni d'oro che umilmente offriva quel servizio.
È vero, sottolineo a penna rossa il mio giorno di nasci- Parlava come una macchinetta, i baffetti gli si muove-
ta e quello di Caterina, perché temo di dimenticarmeli: vano vorticosamente al ritmo delle parole. - Di qua si-
sono giorni così remoti, un'altra epoca, altri motivi. gnori miei, di qua, seguitemi, vi porto nel locale mi-
Dopo tanti anni si fa fatica a credere di essere apparsi gliore, il Caramba è proprio qua dietro, ecco, non vi
al mondo proprio in un preciso momento, e che anche pentirete, vi do la mia parola d'onore, seguitemi, - e ci
sparire sarà un attimo. Gabèn ha aperto il cassettino spingeva verso un portoncino nero sormontato da una
del cruscotto e mi ha dato un pacchetto. luce al neon. Era un buttadentro, uno di quelli che ri-
- È il mio regalo. mediano clienti per i locali peggiori.
Era un piccolo mappamondo di plastica, con un tem- - Che facciamo? - ho domandato perplesso a Gabèn.
peramatite nella base. Allora io gli ho offerto i biglietti - Andiamo, è il destino che ci chiama, - ha risposto si-
da visita che avevo preso prima di uscire da casa: stemandosi la manica dello smoking che l'uomo gli ti-
«Gabèn, ambasciatore! » Ha riso, poi ci siamo abbrac- rava in continuazione. - E poi è il tuo compleanno, Lo-
ciati, con quegli incredibili vestiti addosso e quelle renzo.
luci davanti e quei regali tra le mani, come fossimo - Auguri, auguri, venite a bere, - incitava il disgrazia-
due persone decisive o due poveri pazzi. to.
- Andiamo a via Veneto, là i bar lavorano fino all'alba, - Ma sono le tre passate...
- ho proposto, e dopo un minuto correvamo a cento al- Nella pista da ballo del Caramba, appena più piccola
l'ora giù per i colli in direzione della città. Io tenevo del balconcino di casa mia, dondolava allacciata un'u-
l'indice sul mio mappamondo: negli occhi Roma era nica coppia, lui grasso come una mongolfiera, lei forse
una distesa smisurata di luci e ombre intrecciate, una cameriera del locale. Un faretto illuminava la loro
via lattea, e lì sotto al dito era meno di un punto, ed mite ubriachezza. Il resto del Caramba stava nella pe-
era tutto vero. nombra, e non riuscivo a vedere quanto si estendesse.
Poco alla volta emergevano i divanetti negli angoli,
Si sa, via Veneto non è più come una volta, quando tutti vuoti e marroncini, e le pareti, benché coperte di
c'erano gli attori, le principesse, gli artisti, le miss, e la specchi menzogneri, erano proprio vicine, a fare di
gente comune camminava avanti e indietro da Porta quel posto un vero buco. Un paio di ragazze in mini-
Pinciana a piazza Barberini sbirciando nei caffè con la gonna e faccia assonnata stavano sedute al bar, una
speranza di vedere una coppia straordinaria, un bacio addirittura dormiva con la testa tra le braccia. Un
da copertina, un pugno di qualità superiore. L'unica pianista con la sigaretta in bocca buttava giù una
volta che ci andammo io e Caterina (lei aveva un abito melodia stracca, sbadigliosa. La camicia e il sorriso di
rosa, era così contenta, era una nuvolona), un fotogra- Gabèn risaltavano bianchissimi in quella mezza
fo ci immortalò: - Di che circo siete? - domandò, e Ca- malinconia. Ci siamo sistemati in un salottino in
terina gli diede uno spintone che lo fece cadere. - Stu- fondo, e solo dopo un po' ho scoperto che intorno a
pido cattivo! - Poi, per rimediare, lo invitammo a bere, noi c'erano altre persone, abbandonate sulla
ma dovette correre via, arrivava un'attrice con un ti- gommapiuma marroncina. Erano come le anime dei
grotto al guinzaglio. Ora è molto decaduta via Veneto, divani, si muovevano appena.
i giornali lo scrivono sempre, perché ogni cosa stufa e - Oggi è il compleanno di Lorenzo, pago da bere a tut-
passa, se non la si tiene ferma come un segreto. Co- ti! - ha gridato Gabèn.
munque anche senza le notorietà e le foto la strada è - Zitto, che fai...
parecchio affollata: le due edicole restano aperte la - Avanti, due bottiglie di Roulotteblè e bicchieri per
notte e c'è la fila per comprare subito il quotidiano del- tutti.
la mattina dopo (perché ogni giorno ha fretta di stufare Una delle ragazze intorpidite al bancone è venuta da
e passare oltre), come c'è fila dalle donnine sotto le noi, strascinando le suole e i tacchetti sul pavimento,
mura, ai banconi dei caffè e alle entrate dei tanti night. mentre i divani hanno preso lentamente ad agitarsi, a
- Quanti soldi hai, Gabèn? raddrizzare schiene umane.
- Un milione, noi stiamo dentro a un milione. - Che champagne vuole? - ha chiesto la cameriera,
- E dove li hai presi? - ho insistito, mentre ci inoltrava- sbattendo le ciglia finte.
mo nelle traverse in cerca di un parcheggio. - Roulotteblè, o Renò-càtre.
- Dopo, ti racconto tutto dopo. - Non li conosco...
- Dimmi solo una cosa, toglimi presto questa preoccu- - Male, ragazza, andiamo male. Che champagne
pazione: li hai rubati? avete?
- Sì, - ha risposto, candidamente. - Dom Perignon.
Alla fine abbiamo trovato un posto, dietro un pullman - E va bene. Due bottiglie, tre anzi. Come si chiama?
di turisti che ora probabilmente dormivano coi piedi - Dom Perignon.
gonfi in qualche albergo della zona. La portiera della - D'accordo.

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- Torniamo a casa, Gabèn, ti faccio la pastasciutta... Per un attimo, nella confusione del risveglio, ho so-
Ma ormai eravamo circondati da una decina di perso- spettato che tutto questo fosse proprio di Gabèn: d'al-
ne, e ognuna aveva in mano la sua coppa per brindare. tronde si muoveva così a suo agio per il vialetto di
Gabèn ha stappato fragorosamente la prima bottiglia, ghiaia bianca che conduce alla casa, agitava con tale
il turacciolo ha finito la sua brillante traiettoria in testa sicurezza il mazzo di chiavi nella mano, e da vero pa-
al pianista, che ha preso a suonare una musica più drone ha carezzato il pastore maremmano che ci è ve-
vivace. I bicchieri sono stati riempiti da tutte quelle nuto incontro sventagliando la coda... Forse Gabèn è
bollicine, e allora il pianista è passato di slancio a un gran signore e finora ha scherzato, mi ha preso per
«Tanti auguri a te». Quegli sconosciuti hanno intonato il naso, pensavo, magari è sul serio un importante am-
un coro sbracato, diretto da Gabèn, che beveva basciatore, e i soldi sono i suoi, le automobili pure e
direttamente dalla bottiglia. Qualcuno cantava in ame- chissà quante altre cose ancora, ma certo, deve essere
ricano, qualcuno anche in francese. Ho preso una serie così.
di manate augurali sulle spalle e uno mi ha pure tirato - Io innaffio le piante, - m'ha detto. Sì, in effetti era più
l'orecchio. verosimile.
- E il proprietario?
- Grazie, grazie..., - e intanto pensavo: ma che gente è, - È partito con la famiglia per una settimana, la villa è
questa? vuota, a nostra disposizione. Ci possiamo divertire.
Tre o quattro erano visibilmente alcolizzati, ora ride- Abbiamo passeggiato per venti minuti almeno in quel-
vano senza motivo, continuando a brindare tra loro. la casa: le stanze non finivano mai, c'era sempre un
Uno con le bretelle bianche e il papillon, da zero s'è corridoio o una scala che portava più in là, verso un
messo a raccontarmi di essere stato lasciato dalla mo- nuovo salone, verso altri letti, altri bagni, altre porte
glie, dieci anni prima. - Sa, non lavoravo mai, dormi- da aprire. Il marmo copriva i pavimenti persino negli
vo, - e si stirava quegli elastici disperatamente; s'è in- sgabuzzini, e ovunque incontravamo televisori e ac-
tromesso un altro, che portava gli occhiali da sole ed quari coi pesci colorati e pianoforti e bambole antiche.
era stato pittore, un tempo, ma oggi dipingeva soltanto Tra i tanti quadri ne ho riconosciuto uno appeso sopra
autoritratti, uno all'anno, «perché il mondo non riesco a un frigorifero, avevo la riproduzione esatta sul co-
più a vederlo»; un terzo consumava i soldi del padre, perchio di una scatola di caramelle, con le tinte anche
«quella carogna puzzolente»; un quarto avrebbe volu- più vivide.
to essere un giocattolaio, una volta, ma era fallito pri- - Ma quanta gente vive qui? - ho voluto sapere.
ma di cominciare: e parlando lasciava e riprendeva - Tre persone, padre madre e una bambina di sei anni.
uno jojo luminoso. Mi ha fatto vedere il guardaroba da cui ha sottratto gli
- Noi siamo i fannulloni, - m'ha sorriso. - Cin cin. smoking e il cassetto dove stavano i soldi. C'erano abi-
- Io faccio il tipografo, - ho detto tanto per dire, e mi ti per vestire a festa un paese intero; di denaro invece
sono subito pentito. Poteva suonare come un'offesa a non ce n'era più, solo qualche moneta da cento lire.
tanta inerzia, ma è passata liscia. - Hai speso molto stanotte?
- E lui? - e ha indicato Gabèn che stava stappando una - Quasi tutto. Abbiamo fatto un figurone.
nuova bottiglia di champagne. Pum! e stavolta il pro- - E che gli dirai al padrone quando ritornerà?
iettile ha picchiato sul soffitto basso e gli è ricaduto - Non è un problema Lorenzo mio, i soldi si fanno.
esattamente tra le mani. Le coppe sono state di nuovo - Si fanno come?
protese e generosamente colmate. Era proprio bello, - Domani se mi aiuti te lo faccio vedere.
Gabèn, nel suo smoking da signore, nella sua enorme Nella palestra della villa abbiamo giocato un po' a
irresponsabilità: quei nottambuli lo guardavano con ping pong e a biliardo, poi siamo andati a riposare. Mi
incantata ammirazione. Anche le ragazze gli stavano sono disteso sulle coperte senza nemmeno svestirmi.
accanto, gli tenevano le mani sulle spalle. Ora che le La mia stanza da letto era un tale lusso che addormen-
osservavo meglio, notavo i doppimenti e le zampe di tarmi m'è parso quasi uno spreco. Ma poi ho sognato
gallina sotto agli occhi. Non erano poi tanto ragazze. Caterina che mi diceva: - Va tutto bene, Lorenzo.
- E lui?
- Io sono l'ambasciatore! - ha esclamato Gabèn, e La mattina siamo usciti di nuovo con gli abiti belli
come specchietti e perline i suoi biglietti da visita sono della sera, già un po' stropicciati, la barba lunghetta, le
girati in tutte le mani. cravatte storte, come due orchestrali che abbiano tra-
In macchina devo aver dormito qualche minuto, nel scorso la notte in qualche dancing. Un cappuccino e
vento e nell'umido dell'alba, e quando ho ripreso co- siamo andati subito in tipografia a fare i soldi. Questo
scienza eravamo di fronte a un cancello elettrico che intendeva Gabèn: stamparli dal nulla, giovani e falsi.
soavemente si stava aprendo. Oltre c'era un prato al- Io non credevo ai miei occhi, ho tenuto abbassata la
l'inglese, grandi oleandri, cipressi, cespugli di rose, saracinesca per tutto il giorno temendo che da un mo-
una piscina celeste e una villa smisurata. mento all'altro arrivasse la polizia a portarci via in ca-
Abbiamo lasciato la spider sotto la tettoia, tra altre tene tra gli sguardi schifati della gente onesta, che non
dieci macchine lucide. si fa scoprire. Ogni sirena lontana mi faceva palpitare,

Marco Lodoli – I fannulloni pagina 16


in gola il cuore saliva e scendeva come lo jojo del fan- braccio gli ho spazzolato la schiena della giacca. Nel
nullone e il braccio sinistro formicolava minaccioso. cassetto ho trovato un rasoio a pile e ci siamo ripuliti
Eppure non c'era ancora nulla da temere, perché i soldi la faccia. Avevo qualche macchia d'inchiostro rosso
di Gabèn non erano quelli della nostra repubblica, con sui pantaloni, ma al buio delle tre e mezza quasi non si
Caravaggio e Volta e gli altri geni nazionali. Erano i vedeva. Gabèn era concentrato in una sua caparbia
soldi del suo mondo, soldi africani, di un paese che malinconia, non parlava, non rispondeva, si lustrava i
non so neppure dov'è, se esiste davvero fuori dalla sua gemelli della camicia alitandoli e strofinando con il
testa, forse soldi di un gioco inventato per ammazzare fazzoletto. Poi s'è strofinato anche le rughe della fron-
il tempo. Con il bulino Gabèn ha inciso su due lastre te, quasi per cancellare un pensiero opaco: e mi ha
di zinco un elefantino, la proboscide arrotolata attorno guardato, ma da lontano, come affacciato a un treno
al numero cento, e in una ha coperto il fondo con tante che parte e va lontano. O, chissà, come se affacciato al
piccole croci e nell'altra con piccole palme. Su altre treno ci fossi io.
due lastre ha disegnato una cicogna ad ali spiegate nel - Che c'è, Gabèn? A che pensi?
cielo, che in una era pieno di soli e nell'altra di fili di Il buttadentro in divisa rossa ci ha visti dall'ingresso
pioggia, il numero mille sparato al centro. Era abile e del Caramba e ci è corso incontro con i piedi piatti.
veloce, si fermava giusto per decidere se aggiungere - Ambasciatore, tutto bene signor ambasciatore?
ancora una palmetta, una penna alla cicogna, o per ri- - Benissimo, siamo qua per spassarcela con gli altri, -
volgermi un sorriso di fiducia. Dopo un po' anch'io gli e di colpo ha ripreso la sua espressione malandrina e
davo qualche consiglio, metti una riga li, allunga quel piacente.
becco. I fannulloni stavano a mollo nei loro divani, impegnati
A un certo punto qualcuno ha bussato mostruosamen- solo a fare più tardi possibile, a non fare un bel niente.
te. Appena ci hanno notato si sono tutti ricomposti, alcuni
- Aprite! si sono rimessi le scarpe, altri hanno mutato uno sba-
Sono rimasto muto, abbracciato a Gabèn. I polsi già diglio in un sorriso di speranza, uno si è alzato in pie-
mi facevano male per i ceppi che li attendevano. di. Era come se fosse entrato in classe il professore,
- Apra, signor Marchese, so che è li. ma per annunciare la gita di fine anno. Abbiamo stret-
La saracinesca pesava come le pietre dei lavori forzati. to un po' di mani sudaticce, mentre il pianista accele-
Poco alla volta si sono scoperte due scarpe blu da gin- rava il ritmo, rumbeggiava.
nastica, pantaloni bucati, una camicia a righe celesti, e - Una bottiglia di... quello di ieri, - ha ordinato Gabèn,
infine la faccia brufolosa di un giovanetto. e ha subito pagato con i soldi buoni che gli erano ri-
- Vorrei stampare le mie rime sulla Polisportiva masti.
Razzo, - ha detto, sputando un po'. - È troppo, signor ambasciatore, - ha obiettato la ca-
Gli ho strappato di mano i fogli e ho fatto crollare la meriera dalle ciglia sbatacchianti.
serranda. - Non importa cara, tieni pure il resto, - l'ha rassicurata
- Mi servirebbero per domenica, signor Marchese... Gabèn.
- Va bene, torna quando vuoi, ma ora va' via. Abbiamo Facevo fatica a sovrapporre quel gentiluomo in smo-
proseguito fino a notte fonda, coniando king al povero negro che avevo incontrato alla stazio-
cinquanta elefantini rossi e blu e cinquanta cicogne ne, al pugile crocchiato, al cantante da cinquemila lire,
gialle e bianche, tutti impressi su carta eccellente, ta- e avevo il timore che presto tutti si sarebbero accorti
gliata alla perfezione. Quindi abbiamo bagnato le ban- che eravamo due miseri impostori, due magliari. Sen-
conote con una spugnetta e poi con il phon le abbiamo tivo di nuovo nei timpani le sirene castigatorie della
asciugate una ad una, affinché sembrassero un po' vis- polizia. Ma in fondo anch'io ero stato un mercante di
sute e non appena uscite da una banca, la nostra. gemme, e ora avevo la tipografia e lo smoking da ric-
- Sono proprio così i soldi nel mio paese, - ha detto co, e negli ultimi tre mesi ero stato impresario, allena-
Gabèn con gli occhi lucidi e la voce crepata da non so tore, vagabondo, un sacco di cose, come Leonardo da
quale nostalgia. - Identici, te lo giuro. Vinci. Ne abbiamo di gente dentro! l'ho capito, basta
- Certo, - ho convenuto per rispetto. dargli un'occasione, e che non scattino le manette, alla
Se li è messi in tutte le tasche e ha tirato su la saraci- mia età. Ci hanno portato anche un vassoio carico di
nesca. La luna stava sopra al palazzo di fronte, fulgida tartine al caviale che sono state annientate in un secon-
nel nero, come l'etichetta originale del cielo. Invece do. Gabèn ne ha chiesto un altro, e dieci pacchetti di
qualcuno aveva rubato lo stemma dal cofano della patatine, e ancora una bottiglia di champagne.
Mercedes, ma non era il caso di prendersela troppo, - Lei è molto generoso, - ha riconosciuto l'uomo che si
con quella luna lassù e quei soldi matti in tasca. Via stirava cupo le bretelle. - Sarebbe piaciuto anche a mia
Veneto ci attendeva a braccia aperte. moglie.
Prima di scendere dalla macchina ci siamo dati una - Non è come quel porco di mio padre, - s'è inserito il
aggiustata reciproca. Gabèn mi ha pettinato per bene figlio deluso.
(ciocche di capelli bianchi m'arrivano sulle spalle, or- - Dovrebbero essere sempre così i signori, - ha detto
mai, sono veramente distinto e ridicolo) e io con il l'ex aspirante giocattolaio a bocca piena, con le palline

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di caviale tra dente e dente. - Mettere l'abbondanza in con ogni probabilità era il padrone, almeno a giudicare
comune, come noi qui che dividiamo la noia. dal labbro di sotto, ora sporgente e pensieroso.
- Nel mio paese ogni cosa è in comune. - Questo è il mio vestito, questi sono i miei amici e
- E qual è il suo paese, ambasciatore? - ha domandato questi sono i miei soldi, - ha affermato Gabèn, lascian-
timidamente la cameriera. do intendere molto e molto poco.
Con una riverenza Gabèn l'ha invitata a ballare. E allo- - E a che servono i soldi nel suo paese, se tutto è in co-
ra anche io ho voluto ballare, con un'altra ragazza che mune?
mi stava sorridendo. Il pianista s'è prodotto in un val- - Per fare regali, per offrire da bere, - sorrideva dolce-
zerino da luna park e come macchinette a scontro ab- mente Gabèn.
biamo preso a volteggiare su quella pista minima, ur- Gli americani, camicie a scacchi e pantaloni a rombi,
tandoci a ogni giravolta, anche perché Gabèn e la sua pance tremolanti di birra, si sono avvicinati tirandosi
dama andavano con un ritmo tutto loro. Chissà se Ca- dietro qualche sgabello. Anche una donna con la velet-
terina era contenta di sapermi danzante con una came- ta e le calze sgarrate è venuta a sentire quell'ambascia-
riera di night, forse una mercenaria, io però credo di tore di chissà dove, e pure il barman, e una coppia di
sì, non le piacevo per niente triste e con il muso da giapponesi che fino ad allora s'erano lamentati nel-
vecchio immusonito. Voleva che fossi felice tra le l'ombra battendo numeri orrendi su una calcolatrice.
cose di Dio, e ora lo ero. Dopo un po' alcuni - Il mio paese...
fannulloni ci hanno raggiunto, chi accoppiato e chi - Com'è? cos'è? dove si trova? parli dunque...
solo, girando su se stesso sulle punte e girandoci - Il mio paese... - e sembrava esitare a raccontarlo, a
intorno. Anche alcuni americani voluminosi e ubriachi metterlo in un punto e in un tempo, a estrarlo dalla te-
ballavano con noi, sbattendo qua e là. Il cuore mi sta. Teneva una banconota falsa sul palmo della mano
scricchiolava come le scarpe, ma volevo arrivare alla e la guardava come se gli evocasse immagini lontane,
fine con un certo stile. vendute milioni di anni prima.
- Ma da dove viene il suo amico ambasciatore, da - Forza Gabèn, parla, - l'ho incoraggiato anch'io.
dove? - mi tormentava la mia compagna, mentre un- - Il mio paese... - balbettava, inghiottiva a vuoto, - è
duetré unduetré seguivo il tempo al mio meglio, e mi come dovrebbe essere ogni paese... è come un senti-
chiedevo come mai a nessuno importa da dove venga- mento...
no i mille venditori di accendini e porcheriole che pe-
nano per la città, e i mille cani senza collare, e i cento- Io non saprei ripetere esattamente quello che poi Ga-
mila uccelli sugli alberi incatramati di villa Borghese, bèn ha detto, però potrei descrivere i visi di quelli che
e da dove veniamo noi, che siamo qui nel mondo ascoltavano: le tante bocche aperte, gli occhi sbalordi-
come alla stazione Termini, e dove porteremo la ti, allibiti, incatenati, i gomiti sulle ginocchia e le mani
nostra valigia vuota, col nome scritto bene a larghe sulle tempie, i corpi sempre più inclinati in
stampatello, l'indirizzo, il numero di telefono... avanti a mano a mano che Gabèn raccontando abbas-
Unduetré unduetré, che leggerezza e che fatica nei sava la voce fino a un puro sussurro ispirato: erano
piedi e nel sangue... tanti rami rivolti verso la luce che piano si smorza,
Quando ci siamo riseduti, ho visto Gabèn pagare le ul- verso un'acqua che sgocciola sempre più lentamente,
time consumazioni con due elefantini e un cigno, sen- due parole, un silenzio, una parola, più silenzio, un re-
za la minima esitazione. - Tenga pure il resto, - ha spiro. Tutto vive in un altro modo, nel paese di Gabèn,
detto alla ragazza che si rigirava quelle banconote tra e per altri motivi. Certo, le montagne sono azzurre e i
le dita, incerta, dubbiosa. Ecco, ho pensato, ora ci fiumi placidi, la neve cade sui deserti e il vento tiepido
sputano in faccia. Di fianco alla cameriera è apparso il gonfia le vele sul mare verdissimo e le camicie nelle
pianista: e difatti non c'era più musica nell'aria, ma un strade, muove le chiome degli abeti e delle palme e
brutto silenzio: ha preso uno di quei fogli, lo palpava, delle ragazze, entra dalle finestre e dalle porte sempre
lo odorava. Ora ci bastonano, ora ci prendono per le spalancate, ma non è questo che conta davvero, non è
orecchie e ci portano al commissariato, due foto, dritto lì la meraviglia. È che tutti gli abitanti sono un solo
e profilo, le impronte, via la cinta e i lacci delle scar- abitante, così sono: è una sola creatura sparpagliata
pe. Anche i fannulloni tenevano il fiato sospeso. Il pit- nelle varie vite dei bambini e dei vecchi e dei giovani
tore si disegnava su un tovagliolino di carta, con la forti, suddivisa nelle tante case tutte collegate da corri-
faccia poco consistente, pronta ad accartocciarsi, doi e ponti e anche dalle macerie dei crolli. Gli altri
mentre il bretellone stava con gli elastici tesi tesi. non esistono, è un solo uomo che qui pensa e lì dorme,
- Sono i soldi del suo paese? che qui piange e lì ride, qui lavora e lì è donna che
- Sì, è ovvio. ama. E perciò nemmeno lo spazio esiste, se chi scende
- Come sono belli... - ha sospirato la ragazza. e chi sale, chi va e chi torna, è lo stesso abitante, che
Gabèn le ha allungato magnanimamente un altro cigno s'allontana mentre resta, che si perde e insieme si cer-
volante. - Per favore, champagne e patatine. E qualche ca. E neanche il tempo vale, perché è la medesima vita
olivetta, per tutti. che in quest'attimo forse sta nascendo, spinta da una
- Ma valgono davvero? - ha obiettato il pianista, che madre, dalle sue grida, e contemporaneamente fa festa

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in una piazza, s'ammala un poco tra i ghiacci dei monti night vicino agli alberghi. Gabèn seguitava a pagare le
o sotto il sole, guarisce davanti al mare e muore in si- consumazioni con elefanti e cigni, e però il padrone
lenzio in un letto accanto a una finestra. Non c'è il non poteva lamentarsi: spesso pagavano gli altri, con i
tempo nel paese di Gabèn, non significa nulla, il prima soldi veri. I nuovi volevano sentire la favola del paese
e il poi accadono in un unico presente, un solo essere con un solo abitante formato da tante esistenze, il ri-
ora succhia il latte e ora perde l'ultima luce, e gli oro- svolto poco chiaro ma strepitoso dello spazio e del
logi sono braccialetti da mettere al polso o alla cavi- tempo inesistenti, e soprattutto approfondire la que-
glia. Per questo i morti scompaiono molto lentamente, stione dei morti prossimamente in vacanza a Roma,
e spesso la sera continuano a passeggiare per le vie e città eterna.
le case, anche se non hanno più voglia di lavorare né Si ballava parecchio, oltre al pianoforte ora suonavano
di fare conversazione. Al massimo portano in braccio i un violino e una fisarmonica, ed era un susseguirsi di
bambini che nasceranno, i più curiosi, che talvolta si polke e di mazurke, un pigia pigia, una baraonda in
sporgono a vedere cosa sarà di loro. cui ognuno muoveva i piedi quanto gli era permesso.
- Stanno insieme... nello stesso modo in cui stanno in- Per terra c'era un tappeto di patatine sbriciolate. Ogni
sieme... nella mente... i ricordi e le speranze... tanto il piano arpeggiava un lento, e allora tutti fluttua-
Ormai la voce era un bisbiglio minimo, e alcune paro- vamo come alghe spensierate in fondo al caldo del
le si perdevano, ognuno doveva aggiungerle per conto mare. Un gruppetto che si rinnovava in continuazione
proprio, cavarle dalla propria immaginazione. stava sempre attorno a Gabèn e a me, e dal frastuono
- Ho finito, - ha detto Gabèn, più forte, ma gli ascolta- emergevano domande vaghe, difficili a comporsi, che
tori sono rimasti piegati verso di lui, come non avesse- spesso si spezzavano prima di arrivare alla fine.
ro più i soliti pali di sostegno. Si capiva che tutti erano - Cioè, voglio dire, chi comanda nel tuo paese, chi de-
stracolmi di domande da porre, ma che temevano di cide le cose?
rompere quell'atmosfera con una misera obiezione, - L'abitante, tutti, io, nessuno.
con un sospetto da miscredenti, e preferivano restare - E se arriva uno da un'altra nazione, d'improvviso, di
così: attoniti. notte e senza avvertire, senza che nessuno lo veda, di-
Anch'io mi sentivo diverso, calmo e frastornato, quasi venta parte dell'abitante?
fossi uscito da un sogno e non ancora ricaduto nella - Sì, se lo pensa. No, se non lo pensa.
realtà. Mi sentivo un ponte sospeso, e sopra e sotto - Ma allora cos'è il singolo individuo, dov'è la libertà
scorrevano cose leggere e solo qualche rarissima mac- personale? Dove finiscono i capricciosi?
china della polizia. Il pianista-padrone ha intascato le - Ognuno è appena un po' meno di tutto quanto il pae-
banconote false senza neanche accorgersene, mentre se. Perciò è libero.
nel silenzio generale si udivano soltanto le patatine Più spesso Gabèn non rispondeva affatto, sorrideva e
masticate da Gabèn. basta, come per dire: io sto bene nel mio buffo paese,
- Ma... - ha cominciato uno dei due giapponesi, e lì è e tu come stai, con tutte le tue piccole perplessità? Sui
rimasto. morti, poi, non si voleva più pronunciare, ma assentiva
- Dunque i morti... - ha ripreso una cameriera, e lì è ri- se qualcuno gli raccontava che quel pomeriggio aveva
masta. portato fiori sulla tomba della madre, «Era tanto che
Forse stava per sturarsi la damigiana delle domande e non ci andavo più».
dei dubbi, come in quella poesia di Leopardi (o di Pa- Non credo che quei perdigiorno perditutto prendessero
scoli?) scendevano dall'orifizio ancora poche parole per oro colato le invenzioni di Gabèn, non riesco a
perché tutte s'ingorgavano all'uscita, ma tra un minuto crederlo, ma di sicuro gli piaceva che a quell'ora della
o due sarebbe venuto giù il diluvio universale. notte qualcuno immaginasse anche per loro, ormai
E allora quel bugiardo di Gabèn ha voluto strafare, sbolinati, un luogo diverso, magicamente compiuto,
prenderli in contropiede, rimettergli in bocca il tappo dove non ci si distrugge d'alcol in solitudine, dove al-
della meraviglia. l'alba non si torna sfilacciati in un appartamento ce-
- Tra qualche giorno alcuni dei morti del mio paese mentato al settimo piano, mentre altra gente esce di
verranno a Roma, ci tengono tanto, prima di sparire casa imbestialita per affilare meglio un mondo fatto di
vorrebbero vederla. ostilità e coltelli e singole miserie. D'altronde erano
Già la notte seguente il Caramba straboccava di nuovi persone che in questo mondo facevano la parte del ca-
clienti. Io e Gabèn indossavamo sempre i nostri smo- volo a merenda, del cavolo fradicio, pronto a essere
king, erano tre giorni che non ce li toglievamo neppu- scaraventato nell'immondizia.
re per coricarci e forse puzzavano un po', e sicuramen- Spesso pretendevano da me altre informazioni:
te le camicie avevano l'unto attorno al colletto, ma co- - Come l'hanno avvertito della loro visita, i morti, per
munque restavamo di gran lunga i più eleganti del lo- telefono? o si passano i pensieri da lontano? E dove
cale, visto che gli altri avventori erano ulteriori fannul- vivranno i morti qui in città? Serve un letto? E lei si-
loni, ubriachi, tiratardi, ruffiani, cocotte e alcuni turisti gnor Marchese, lei chi è?
allo sbando, coi pantaloni corti e le gambe bianchic- - Non so niente, mi dispiace, io sono solo un amico di
cie, distrutti dall'immensità di Roma e rifugiati in quel Gabèn, sono come voi.

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La notte dopo, come è piccolo il mondo, è entrato al zonte estremo: la tromba d'aria Caterina sollevava le
Caramba Giorgio Catena, a passi pesanti e occhi pesti, cose con grazia, le portava via con sé e non le posava
in compagnia di due o tre altri nasi schiacciati della più.
palestra. Forse s'era sparsa la voce che lì accadeva Nel caos del Caramba sono arrivati persino alcuni pal-
qualcosa di speciale, o magari dopo averle prese di lidi ragazzi del Camarillo, coi loro abitucci neri neri e
santa ragione era passato a via Veneto per le espressioni crucciate da fine del mondo o da quattro
dimenticare, guardare le donne, le luci, le sedie dei materie a settembre. Forse i locali notturni sono come
bar, e per caso era arrivato a noi. Da quelle due i vasi comunicanti, come le fogne, oppure anche quei
feritoie tra la fronte e gli zigomi gonfi di botte mi ha ragazzi erano per una notte alla ricerca di qualcosa di
lanciato un'occhiata sorpresa, e un'altra, ancora più meno deprimente. Uno aveva un'armonica a bocca e
informe, l'ha dedicata a Gabèn, quando l'ha ritrovato ha accompagnato a lungo il complessino, mentre gli
splendido e attorniato di gente e d'attenzioni. altri carboncini lentamente si sono accesi in danze e
- Ma io quel vecchio lo conosco, e quel negro l'ho ste- domande sul paese di Gabèn. Si dicevano parole al-
so, - diceva a chiunque gli capitasse a tiro. - È un pu- l'orecchio, e io so cosa si dicevano: - Ma quel negro
gile ancora più scarso di me, è un due di coppe. non ha cantato da noi? E il vecchio non aveva una te-
- Quello, caro mio, è l'ambasciatore! - gli rispondeva- nuta da cowboy arterosclerotico?
no quasi compatendolo. - Beviti un'altra bottiglia, che Anche loro potevano tradirci, soffiare sul quel castello
è meglio. di carte sbilenche, ma preferivano starci dentro, illu-
- Vi dico di no, io gli ho pestato i lacci e l'ho abbattuto dersi, ballare. Non avevano niente da perdere perché
con un cazzottone... avevano già perso tutto.
Ero nel panico più totale, mi sembrava che avessimo - Io certe volte me lo sogno un paese così, - diceva il
gli attimi contati, una botola sotto i piedi. Speravo solo ragazzo di sedici anni che al Camarillo beveva dal bic-
che Catena continuasse ad avere la sua inequivocabile chiere vuoto. - All'inizio sono io, e cammino per un
aria da uomo suonato. - Non è un ambasciatore, - ripe- vicolo tortuoso, poi sono un altro, un bambino che
teva, - è un morto di fame, vi sfotte... - Grazie al cielo mangia caramelle, e poi sono la donna che lo bacia e
nessuno gli badava, nessuno desiderava che quel bel gli ruba dalla bocca il dolce, e dopo ancora sono il
gioco finisse, e dopo un poco anche lui era meno sicu- cane che le abbaia. E dopo c'è una gran folla di gente
ro di quanto andava farfugliando: appeso a una boccia sdraiata in una piazza, dormono tutti, e io non so più
gratuita di champagne, abbracciato a una prodiga ra- chi sono in mezzo a quella marea di sogni. E mi chie-
gazza, scuoteva la testa e non diceva più niente, dubi- do: dove finisce un uomo e dove inizia un'altro? Per-
tava dei suoi stessi dubbi. - E allora chi se ne frega, mi ché piove?
sbaglierò, mi sbaglio sempre, io, Giorgio Catena, set- A un certo punto Gabèn ha fatto interrompere la musi-
tantadue chili di merda. ca e le danze. - Scambiandoci un po' di vestiti, -ha gri-
Venti minuti dopo anche lui voleva notizie del paese dato.
delle palme e degli abeti, della neve e del placido de- Ho visto l'uomo con le bretelle tese tese sganciarsele
serto. - Che bello, - diceva ai suoi amici tarpani, - sen- con gioia e passarle a un traccagnotto con la camicia a
za nessuno che ti mena, perché l'altro sei tu, non è fiori. Catena s'è levato i pantaloni e s'è infilato la gon-
vero? E che gusto c'è a menarti da solo? Io mi bacerei na argentata di un'allegrona. Un carboncino ha mutato
sempre sugli ematomi... la sua giacca luttuosa con la giacca bianca del barman.
All'alba si scioglievano le file, e quella folla inverte- Io ho dato le mie scarpe di vernice a un ladro, e lui
brata di lazzaroni strisciava via per le strade deserte. non mi ha dato niente. Poi s'è pentito e mi ha ceduto il
Io e Gabèn tornavamo in spider alla villa. Gabèn get- suo fazzoletto sporco.
tava ancora qualche cigno e qualche elefante nel ven- Le scarpe me le ha rimediate Gabèn: avana, con i lacci
to, in bocca a questa città famelica. di corda. Mi ha regalato anche un fischietto trovato in
- Ma come farai con i morti? Quelli del Caramba or- una busta delle patatine. Prima però l'ha usato: un tril-
mai se li aspettano... lo fortissimo, al quale tutti hanno prestato attenzione.
E lui con tenerezza mi strizzava l'occhio arrossato, - Domani notte finalmente arrivano i morti, con il
dove l'aria fredda o qualcos'altro aveva deposto una la- pullman.
crima.
Male, alla villa ho dormito male fino a mezzogiorno.
La mattina facevamo i soldi, nuove edizioni, granchi, Dalle crepe del mio corpo di vecchio scassato entrava-
oche, giraffe, e tartarughe, schizzandoci d'inchiostro, no brividi di freddo e rimanevano dentro, a far febbre,
con la testa dietro a cose leggere e impossibili, com- sudore, agitazione. Poi una grande spossatezza mi ha
prate con quel denaro favoloso. Chi ha dieci miliardi invaso e quei fremiti sono volati via, come piccioni
pensa alle pellicce e alla servitù, io con quei fogli co- che abbiano beccato tutti i chicchi. Sono caduto in un
lorati in mano pensavo al cielo e a Caterina: lei che sonno duro come il nudo selciato. Quando mi sono
pesava un quintale e sfondava le sedie, in testa era co- svegliato per l'ultima volta erano le cinque del pome-
me un vento fresco, s'arrotolava su se stessa all'oriz- riggio e Gabèn era seduto sul bordo del letto, mi ca-

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rezzava un piede. Aveva la faccia triste e tranquilla. to di burro e la nostra insalata.
Ora più che mai dimostrava un'età indefinibile, vent' Ho lavato il piatto, il coltello e la forchetta, li ho asciu-
anni, quarantacinque... gati e li ho rimessi al loro posto. Quindi mi sono lava-
- Ho messo tutto a posto, - m'ha detto. - Stasera torna- to per bene, perché ho sentito dire che i vecchi manda-
no i padroni. no odore da latrina, ho abbondato con il borotalco sot-
- Allora è finita? to le ascelle e sul petto, e già che c'ero ho dato una li-
- Qui sì, Lorenzo. matina alle unghie e una sgrassata alla dentiera.
- Siamo stati ricchi per una settimana... Ero indeciso se per i morti dovevo rimettermi lo smo-
- Loro che sono ricchi sempre non sono mai felici. king. Poi, mentre me lo infilavo, mentre riabbassavo
Ho rifatto il mio letto maestoso e ho scopato il marmo gli avvolgibili (e calando rullavano come tamburi) e
per terra. Rimboccandomi le maniche dello smoking, spegnevo l'interruttore generale della luce (uno schioc-
ho pulito anche il bagno. Dalle finestre penetrava una chio di frusta), mentre uscivo e chiudevo a doppia
luce d'ottone, domenicale, e nel giardino il prato mandata ancora una porta alle mie spalle, ho pensato
splendeva per i raggi radenti. Quando siamo usciti, il ma sì, in fondo è a una festa che vado.
cancello elettrico s'è richiuso alle nostre spalle come il A mezzanotte meno cinque eravamo tutti al Caramba:
ponte levatoio di un castello inespugnabile. parte nel locale e parte nella stradina, ad aspettare im-
Sulla Camilluccia abbiamo preso un autobus che ci pazienti. Qualcuno ogni tanto si spingeva fino all'an-
portasse al centro. Era pieno di militari e donne di ser- golo, lì dove il marciapiede svolta su via Veneto, cer-
vizio, di tifosi con le bandiere arrotolate, sconfitte. cando di intrufolare uno sguardo in mezzo a quel ma-
- Ci vediamo a mezzanotte al Caramba, - ha detto Ga- rasma di macchine e luci, più lontano, verso il punto
bèn scendendo all'altezza della stazione. nero da cui sarebbe uscito l'ambasciatore Gabèn, e
- Dove vai, fammi venire anche a me... - Ma le porte si chissà chi altro...
sono serrate sulla mia richiesta con uno sbuffo noncu- - Ma da dove sono arrivati, dall'autostrada? - mi do-
rante. Allora, mentre l'autobus riprendeva la sua corsa, mandavano. - O sono venuti in aeroplano? O dentro a
mi sono affacciato a un finestrino. - Gabèn, aspetta un pensiero?
Gabèn, dove vai? Vai a prendere i morti? Era già lon- - Vi ripeto, io ne so quanto voi, mi dispiace.
tano, oltre la fontana delle Naiadi, e camminava verso - D'accordo Marchese, ma sono simpatici? O stanno
i foschi giardinetti di piazza del Cinquecento, bruli- un po' sulle loro? E se li ferma la polizia? Se li
canti di ogni genere di sciagurati, di ogni sesso e raz- arresta?
za. - Non lo so, non so niente.
- Gabèn, anch'io voglio venire a reclutare i morti... E intanto immaginavo Gabèn in giro attorno alla sta-
- Ti posso affittare mio padre, - m'ha detto un militare, zione, per rosticcerie assassine e giù nelle squallide
e ha chiuso il finestrino. - Ce l'ho in caserma, cenere in sale da biliardo, fino a scuotere la gente che dorme
un vaso. sulle grate tiepide, alla difficile ricerca di qualcuno da
raccattare, spiegando ogni volta da capo com'era quel
Così sono tornato nel mio appartamento. Sulle pareti gioco, come si doveva fingere. Per una notte, solo per
dell'ascensore ci sono tante scritte oscene, cuori, sva- una notte, solo per ridere.
stiche, saluti, nomi di gente che nemmeno abita più lì.
È come un salvadanaio, ognuno ci mette la sua mone- A mezzanotte e venti Gabèn non era ancora arrivato.
ta, quello che è, e niente va perduto. Avevo le chiavi Le donne avevano finito di rosicchiarsi le unghie colo-
in mano e, dopo tanti anni, ho aggiunto le mie iniziali rate e gli uomini erano completamente sbronzi. Per
e la data. Ci volevano. terra c'erano un centinaio di cicche e qualche bicchiere
La casa era in ordine, appena impolverata. Era l'ora rotto. Il buttadentro, Catena e i pugili, i fannulloni, i
del telegiornale e ho visto che la borsa continua a sali- turisti arresi alla città, i giovani esangui del Camarillo,
re, e anche i decessi per droga, il montepremi del toto- le prostitute, i ruffiani, ormai stavano tutti accalcati a
calcio, la disoccupazione, l'acqua a Venezia, il coleste- sperare che davvero apparisse un pullman coi morti a
rolo. «Niente torna indietro», ha detto la signorina dal- bordo, tutti in punta di piedi a guardare fissi nel vuoto.
lo schermo, o almeno mi è sembrato. E piano piano ognuno in cuor suo probabilmente co-
Mi sono preparato un pomodoro, l'ho tagliato in due e minciava a pensare a un amico scomparso, al padre e
l'ho condito con poco olio e niente sale. Ma poi m'è ri- alla madre sepolti al camposanto, a se stesso, e i pen-
masta un po' di fame e ho mangiato una scheggia di sieri si perdevano nella medesima direzione. Oh, Cate-
fontina, levando la muffa fiorita in questa settimana. rina...
La cosa che racconta meglio la solitudine dei vecchi è Eravamo un mucchio d'illusioni ansiosamente ammas-
il loro frigorifero: monumentale, vuoto sotto, e sopra sate sul marciapiede.
pieno di ghiaccio che deborda e scende in stalattiti. Il - Forse anche noi ora siamo un solo abitante, - ha detto
mio andrebbe cambiato, credo, ma lo comprò Caterina una vecchia ragazza, tenendo tra le dita una scarpa con
a metà prezzo nella fabbrica dove aveva lavorato, e il tacco spezzato.
per tanti anni ha raffreddato benissimo il nostro panet- E in quel momento, contromano, è apparso il muso

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ammaccato di una corriera dell'Acotral, un faro acceso to verso la coda si grattava testa e naso e ripeteva:
e uno spento, il cartello «Roma-Frascati» sul parabrez- - Mio fratello, mio fratello Sergio, due anni fa, in mo-
za, e al volante c'era Gabèn che sorrideva. tocicletta, mio fratello...
I morti occupavano i posti in fondo, l'ombra finale: - È inutile, - ha interrotto Gabèn dal microfono, - loro
erano otto, sei uomini e due donne, e sembravano un non hanno più voglia di parlare, le parole li stancano.
po' intimiditi dalla folla che gridando e sgomitando Così il tour è proseguito nel silenzio. Un silenzio sem-
montava sulla corriera per poi distribuirsi in silenzio pre più profondo e assoluto: anche il frastuono del mo-
nelle file di poltrone come tra le panche di una chie- tore via via si è assottigliato, come una marea in ritira-
setta. Rispondevano ai saluti con lievi cenni del capo, ta: era un puro fruscio, e poi ancora meno. Sembrava
con piccoli sorrisi. Avevano belle facce rugose, nuvole quasi che andassimo con vele invisibili. Io non sentivo
arruffate di capelli grigi, occhi da uccelli notturni. Uno più niente, solo il cuore che batteva adagio dietro i
soltanto era giovane, appena più che un ragazzino: una timpani. Il ragazzo morto adesso srotolava e arrotola-
cicatrice larga e umida gli marcava la fronte, teneva le va lo jojo luminoso che gli ha regalato il giocattolaio,
mani intrecciate tra le gambe lunghe, inquiete, e don- ed era l'unico a non guardare la città che si svelava nei
dolando le spalle mandava dalla bocca sorrisi che era- finestrini. La corriera beccheggiava attorno ai bordi
no lampi di gioventù. Ogni tanto diceva: «Ciao». dei monumenti, inclinata da un lato o dall'altro. Piazza
Io li vedevo bene, ero seduto proprio vicino a loro, del Popolo, piazza di Spagna, corso Vittorio Emanue-
perché a furor di popolo sono salito per primo. - Fam- le, la statua di Garibaldi sul Gianicolo, Ponte Milvio...
mi stare tranquillo, non l'hai rubata questa corriera, È molto tardi, ho pensato, per questo non c'è più nes-
vero? - ho domandato sfilando accanto a Gabèn, e lui suna macchina in giro.
subito mi ha detto sì, l'ho rubata a Piazza Indipenden- È tardissimo, per questo le strade sono deserte.
za. E poi erano strade nuove, che non ricordavo: correva-
Non tutto il pubblico del Caramba è venuto a bordo, mo direttamente a fianco del fiume, gonfio d'acqua
qualcuno al dunque non se l'è sentita di partecipare a come non mai, scendevamo lungo viali costeggiati da
quella incerta gita: il pianista, gli americani, il butta- grandi giardini smossi da un vento leggero, risalivamo
dentro sono rimasti sul ciglio della strada, a sventolare verso piazze rotonde, a me sconosciute, al centro delle
fazzoletti e foulard come su un molo, mentre Gabèn, quali stavano immense querce o esili pioppi. Le case
raschiando qualche macchina parcheggiata, faceva erano più basse, le fontane più semplici, e qua e là vi
manovra. E mentre prendevamo il largo, li ho visti far- erano sedie e tavole apparecchiate, lampade accese.
si sempre più piccoli, laggiù, talpe, formichine, e rim- Alte colonne romane spuntavano dietro i palazzi, tem-
bucarsi uno dietro l'altro nelle profondità della loro pli quasi interi, eucalipti. In qualche angolo ho visto
tana. statue nuove, coi piedi poggiati direttamente a terra, e
Gabèn guidava e parlava in un microfono amplificato. una aveva la faccia di un fioraio che un tempo abitava
- Andiamo a visitare la città, andiamo a scoprire le vicino al mio stabile, e un'altra somigliava a una don-
cose più belle, sono certo che ce ne sono molte che na che tanti anni fa aveva un negozio di aghi e bottoni.
nessuno ha mai visto... Cose nascoste dietro ai muri, Talvolta le strade si restringevano così tanto che anche
sotto agli alberi, al centro delle piazze... Andiamogli la corriera pareva farsi più magra. Potevo guardare
incontro... dentro le finestre aperte, vedere cucine e tinelli, ruderi
I morti tenevano il naso pigiato contro i vetri e resta- e boscaglie. Ho letto il nome di un vicolo su una targa
vano zitti a scrutare il panorama. Qualcuno ha provato che mi è passata proprio davanti agli occhi: «Via
a offrire loro un sigaretta o una sorsata di champagne. Mimmo Tramontana». Era un mio compagno delle
- Non fa tanto male, coraggio, senza stare lì a fare i elementari, morto a dieci anni di malattia. In un paio
complimenti... - Ma non c'è stato verso di convincerli. di momenti ho avuto l'impressione che noi fossimo
Certo Gabèn li aveva pescati proprio bene, così vivi e fermi, appena ondeggianti, e l'esterno scivolasse sui
così assenti, tranquilli, sfocati, solenni. Solo il ragazzo vetri e sotto le ruote come un nastro infinito.
ha allungato una mano verso la bottiglia, un gesto All'interno della corriera ora sembravano tutti assopiti,
istintivo, e immediatamente l'ha ritirata. - No, grazie, - compresi gli africani che mi stavano accanto. Uno te-
ha bisbigliato. neva la testa riccioluta poggiata sulla mia spalla, la
- Siete tutti diversi, ma siete una sola persona, - ha ri- mano sulla mia gamba. Un altro aveva allungato i pie-
petuto a memoria la donna con la veletta e le calze di tra i miei.
smagliate, cercando forse di intavolare una discussio- - Gabèn! - ho chiamato, e il suo braccio lontano si è
ne, di chiarirsi le idee. alzato in segno di risposta. - Gabèn, ma dove andia-
- Siete un po' tutti Gabèn, - ha fatto il giocattolaio. - In mo?
parte siete un po', come dire, consumati dal tempo, ma - Al mare.
siete pure giovani, da un'altra parte...
- Io non ci ho capito niente, ma è meglio così, - ha det- Siamo arrivati con la corriera fin sulla spiaggia. Quan-
to l'uomo senza bretelle. do abbiamo lasciato la strada, temevo che le ruote sa-
Anche Catena voleva aggiungere una domanda, rivol- rebbero affondate nella sabbia, che avremmo dovuto

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spingere tutti quanti insieme. Mi sentivo così debole, pura spiaggia e dall'altro s'innalzava più bello, apriva
neanche una carriola vuota sarei riuscito a spostare. una nuova ala, un altro borgo. Intorno aveva come un
Ma la corriera è corsa veloce tra le dune, e poi ancora cantiere invincibile.
a riva, sollevando tanti schizzi di mare. L'unico faro Io mi sentivo sempre più leggero, sempre più sparso.
adesso era fortissimo, illuminava la superficie dell'ac- La giacca dello smoking si colmava di vento, i risvolti
qua da qui all'orizzonte. Ho aguzzato gli occhi per ve- dei pantaloni di granelli di sabbia e il cielo nero dei
dere i gozzi dei pescatori, le petroliere, i transatlantici: primi lustrini di luce. L'alba era appena dietro la curva
c'era solo un barchino distante, che avanzava verso di del mare e io sentivo un dolce groppo alla gola attorno
noi. Gabèn ha tirato il freno a mano. al quale ancora resisteva il mio essere, il mio nome.
- Si scende, - ha detto. Ma per quanto?
In fila indiana, come sonnambuli abbiamo abbandona- - Per quanto, Gabèn?
to la corriera, prima i bianchi e poi i neri, e io tra i - Non so... Io sono solamente un ambasciatore... Infine
neri. A ognuno Gabèn diceva qualcosa, parole che non il barchino è giunto e Caterina è scesa, mettendo i pie-
riuscivo a udire. di nell'acqua.
- E ora che succede? - gli ho domandato quando l'ho Era persino più grande di come me la ricordavo. Era
avuto davanti. persino più bella. Però aveva lo stesso vestito dell'ulti-
- Aspettiamo l'alba. mo giorno: se l'era cucito da sola con molti metri di
- Qui? stoffa, con molte pieghe alla gonna per fare ruote di
- Più o meno. contentezza.
Il barchino in mezzo al crespo del mare seguitava a Ci siamo abbracciati davanti al castello. Come stai,
puntare verso di noi. Quasi potevo riconoscere chi vi volevo dirle, adesso come ti senti amore, da che luogo
stava a bordo: quasi. Una sola figura, imponente, in vieni, mi hai pensato un po' in tutti questi anni... Ma lo
piedi a poppa. Non aveva motore e non aveva remi, capivo da solo che erano domande senza senso, do-
bastavano le onde a portare lo scafo, lentamente. mande troppo normali. Lei restava muta e io in punta
Il cielo era inzaccherato di stelle, e la luna era esatta- di piedi ora le baciavo il viso come un cagnetto, e an-
mente spaccata a metà. I gitanti si sono sparsi sulla che il mio cuore stava in punta di piedi, saltava, mugo-
spiaggia a gruppi di tre, di quattro: fannulloni e morti, lava, tirava al massimo la sua corta catena arrugginita.
ragazzi pallidi e donne facili, pugili e morti. Nella pe- Lei mi teneva le mani sui fianchi, stava zitta ma aveva
nombra si vedeva bene lo jojo illuminarsi e spegnersi gli occhi felici e chiacchieroni, da bambina, come
in un pugno, come una grossa lucciola. E da quel pun- quando ci ritrovavamo alla stazione dopo una settima-
to, da quella gola, ora sgorgava un canto simile a quel- na di distacco. E invece quanto tempo era passato dal-
lo che avevo sentito da Gabèn, alto e bassissimo, so- la sera che lei mi crollò al fianco e non volle più solle-
noro e sommerso, avvitato nell'umidità dell'aria e della varsi, neanche con le carezze e le preghiere?
terra. - Amore... non so nemmeno di cosa parlarti... amore
Mi sono messo le mani nelle tasche. Erano piene di mio... sono diventato vecchio da morire... e lui è Ga-
soldi del paese di Gabèn, tanti da essere ricchi, là. bèn, il mio migliore amico, e gli altri... gli altri pure
- Gabèn, non è solamente una bugia, vero? sono amici... È andata male, la mia vita, per molti
- Non credo, Lorenzo. anni, ma poi... poi è andata anche bene, ultimamente...
Tutti i gitanti si sono riuniti sul bagnasciuga, si sono grazie a Gabèn.
inginocchiati in circolo, e con le mani e la sabbia fre- Gabèn le ha rivolto uno dei suoi sorrisi. - Ci conoscia-
sca hanno preso a costruire un grande castello, via via mo, - ha detto, e io non ho compreso cosa intendesse:
ne alzavano le torri e i pinnacoli, ne scavavano i cam- forse che gli avevo raccontato tante cose di lei...
minamenti, il fossato, passandosi l'arena di mano in - Ci conosciamo già, - ha ripetuto. Il suo smoking era
mano. Però lavoravano troppo vicini alla riva, le onde impeccabile, a differenza del mio, che pareva un abito
più lunghe spumeggiando corrodevano crudelmente rimediato a carnevale e mai più tolto.
quell'opera alla base, e di tanto in tanto un bastione Caterina mi ha sfiorato i capelli bianchi e lunghi oltre
crollava di netto. Ma subito qualcuno lo riformava, ogni decenza, quasi volesse dire: una volta amore te li
battendo i palmi contro la stessa sabbia affinché sta- tagliavo io.
volta fosse più solido, più resistente. Ma poi arrivava In un attimo l'alba ha preso possesso del cielo, mentre
un'altra onda e non lo perdonava. un'onda più gagliarda ha sommerso le mura possenti
Il ragazzo con la cicatrice in fronte non ha mai smesso del castello, invadendo ogni cortile interno, scioglien-
di cantare e di rialzare torri su torri. do tutto.
Io li guardavo, e oltre il castello smottante guardavo il
barchino: era a cento metri, non di più, ma forse non A piedi siamo arrivati fino a un bar che dava proprio
ce l'avrebbe fatta mai ad arrivare. Il mare lo teneva in sulla spiaggia con una pensilina e tanti tavolini vuoti.
dubbio, gli dava e gli toglieva lena. Non so perché, ma il barista mi è parso molto simile
Neanche per un momento il castello è stato tutto inte- all'uomo che al Caramba preparava i cocktail. O inve-
ro, definitivo. Cresceva e crollava, da un lato tornava ce somigliava al padrone del Camarillo? O a quello

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del baretto in cui Gabèn e io ci fermammo a bere dopo Io mi sono seduto sulle ginocchia di Caterina, tra le
la boxe? O erano tutti un po' uguali, come i piloni di pieghe morbide e infinite della sua gonna.
un ponte che porta nella foschia a una riva invisibile? La corriera si è arrestata nel grande parcheggio dello
- Sessanta cappuccini e sessanta cornetti, - ha ordinato stadio Olimpico. Poche macchine abbandonate teneva-
Gabèn, e ha subito pagato con le sue fantasiose banco- no compagnia ai tronchi degli alberi confitti nell'asfal-
note. L'uomo non ha battuto ciglio. to, e il vento animava a terra i barattoli e le cartacce, e
Caterina mi ha messo tre cucchiaini di zucchero nella più su le fronde. Intorno ai grandi spalti di cemento si
tazza, ha scelto per me la brioche più grande. impennavano le gru, per trasformarli da vecchi a nuo-
- Tu non mangi nulla? - le ho domandato, e lei mi ha vi, lasciando sempreverde il campo e il gioco, li nel
dato un bacio su un orecchio, un morsetto. mezzo, di domenica.
Solo il ragazzo con la cicatrice umida in fronte ha as- - Arrivederci, - ha detto Gabèn al microfono, e le porte
saggiato un pezzo di cornetto, e con la lingua poi si è si sono spalancate.
ripulito le labbra dalle briciole dolci. Gli altri morti Sbadigliando e stiracchiandosi, gli amici sono scesi.
hanno giusto bevuto un po' d'acqua, Caterina un bic- Sulla corriera siamo rimasti solo io e Caterina, e gli al-
chiere colmo fino all'orlo. tri morti.
M'è sembrata la più buona colazione della mia vita. Sul pavimento c'erano tante banconote false, le pietre
Anche i pugili, i fannulloni e i ragazzi nottambuli preziose, i libri di poesia, alcune fotografie. Ne ho rac-
mangiavano di gusto, prendevano dal vassoio una colta una: ero io da bambino, davo la mano a qualcuno
brioche dietro l'altra, e le brioche non finivano mai. che non era entrato nel rettangolo, forse mia madre.
Nessuno si è stupito per Caterina, per come mi teneva Un'altra: eravamo io e Caterina, nella nostra prima
amorevolmente la mano, per come era gigantesca. stanza d'albergo, seduti sul nostro primo letto, ancora
- Lei è morta, - ho sussurrato al pittore, e lui ha alzato giovani. Un'altra: c'erano gli amici nel parcheggio, le
appena le spalle, e poi ha detto: - Si vive, si crepa... si gru, e io e gli altri sulla corriera che salutavamo dai fi-
sta insieme. Da domani riprendo a dipingere gli altri, nestrini.
in fondo sono sempre autoritratti, sono sempre corian- - Ho capito, - ho detto a Gabèn.
doli. - Torneremo, - ha detto lui, sorridendo. - Staremo an-
- Non è uno scherzo, sono davvero defunti... - ho con- cora tutti insieme.
fessato a un pugile, ma lui aveva la bocca troppo piena - Ho capito, ambasciatore.
per replicare. Gli occhi però gli sorridevano come due Le porte si sono chiuse e la corriera si è mossa. Il cielo
pagliacci a riposo. era molto azzurro, la strada gli passava dentro, come
- In carrozza! - ha esclamato Gabèn, e allora, mentre uno sguardo sereno. Nel petto il cuore non mi batteva
l'alba stentava a diventare mattina, siamo tutti risaliti più, eppure da qualche parte, vicino, lontano, lo senti-
sulla corriera dell'Acotral. vo battere ancora.

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