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Nietzsche y el trágico en el pensamiento de Antonio Valleriani

Joaquín Esteban Ortega

Antonio Valleriani, ora egli, ci ha lasciato in silenzio, afonici. Antonio sapeva


molto bene che l'afonia ha a che vedere con l'infanzia. Quelli che non hanno ancora
parola, i bebè, a poco a poco i bambini, si vedono sommessi alle contraddizioni del
pensiero e per quel motivo si incorporano al linguaggio e la narrazione della sua
propria esistenza. Magari, oltre a per sopravvivere e comprendere alla nostra maniera
il mistero che rinchiude la realtà delle cose, cominciamo molto pronto a parlare, a
scrivere. Tuttavia, la vita in occasioni ci lascia senza parlata, afona, per ricordarci la
nostra vera condizione. Un tremendo silenzio ci percorre sempre in maniera latente e
ci spinge a narrarci stessi per dopo potere concedere senso a tutto.
Ad Antonio Valleriani l'appassionò quello gioco narrativo della vita. Su lui
articolò praticamente tutto il suo lavoro, il suo lavoro di pedagogo e di maestro
appassionato. Ma fu anche cosciente della sua costante provvisorietà. Lo spirito tragico
che l'incoraggiava e che, da quando lo conobbi, volle condividere con me, con tutti,
non aveva a che vedere col pessimismo e la rinuncia, bensì con l'accettazione gioviale
della fugacità della narrazione vitale e l'allegria della cosa contraddittoria. Era
sopportato per un sostrato nietzscheano mediante il quale rimane fatta una proposta
molto importante per rivitalizzare l'educazione.
Della migliore maniera possibile questa allegria ironica e fugace della vita e del
compito pedagogico si sente rappresentata nella bella riproduzione del Mercurio di
Giambologna, il nostro Hermes, che Valleriani aveva come compagno costante nella
sua stanza di lavoro. Su questo riferimento di Mercurio, leggendo a partire dalla
propria scultura, mi piacerebbe strutturare il mio intervento in quattro comma a
partire da una lettura molto generale degli apporti del proprio A. Valleriani: in primo
luogo il

1. Il corpo

Il Mercurio di Giambologna la cosa prima che c'evoca è sempre l'ambiguità


umana tra l'equilibrio e la fragilità. Quella tensione si opera sulla finitezza della vita e,
con Nietzsche, abbiamo imparato definitivamente che ha a che vedere col rinnovato
vigore della corporalidad
Annunciando quello barocco che tanto sedusse a Valleriani il Mercurio di
Giambologna sta costituito come una torsione diagonale del corpo in scorcio, come
una piega che permette di reincorporare l'ombra dietro la sua costante esclusione
nella cultura metafisica della luce.
Senza dubbio la forza della presentazione vitale del corpo ed il potenziale
semantico implicito della sua rappresentazione metaforica ci permette di vedere ben
già in realtà la gran trasformazione che si sono andati sviluppando nei processi culturali
in generali e negli educativi e pedagogici in questione.

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Antonio Valleriani, e tutto l'ambito di influenza attraverso i suoi collaboratori,
hanno supposto più un scalino in quella gran trasformazione che situano la
corporalidad nel filo conduttore della temporalità e della vita trasformando discorsi,
pratiche e rappresentazioni che parlano della propria idea in realtà. La verità non deve
oramai vedere unicamente con una concezione lineare dell'illuminazione, della
saggezza, della certezza, bensì con la possibilità dell'incertezza e del suo
contraddittorio dinamismo.
Secondo il progetto di Valleriani dobbiamo ricordare che l'alétheia
heideggeriana, per esempio, genera un scenario intellettuale di luce intermedia
spiegata e ripiegata (Lichtung) che in penombra, tra luce ed ombra, tra attività e
passività, coscienza e mistero, ed in un altro livello differente della verità solare
platónico/cartesiana il cui splendore ed eccessiva chiarezza ostacola la vista e lima la
realtà che è accessibile, permette di abitare un ordine incerto di senso nel quale le
cose c'interpellano sempre in maniera obliqua, mostrandoci la cosa altra mostrandosi
loro stesse. Ci ritroviamo con lo stupore e la perplessità come cornice di esperienza, e
questa impurità ermeneutica collega, secondo Valleriani, con quell'abitare la verità
della quale parla la debilitazione ontologica di Vattimo, non capendola un oggetto del
quale c'appropriamo come, bensì come un fondo atematico dove succedono le cose e
del quale stiamo diffondendo sempre.
Al mio modo di vedere, il tema del dinamismo narrativo del sì stesso
ermeneutico è spinto anche per Antonio Valleriani da una prospettiva nietzscheana,
come creazione di uno stesso, come coltivo di sé; un lavoro artistico sulla propria
esistenza per dotare alla vita di stile, proprio. Non dobbiamo dimenticare che in
Nietzsche le arti della coltivazione di sé sono la musica, la danza, la risata, il linguaggio
fantascientifico ed il gioco. Credo che di tutto ciò abbiano dato conto i discorsi teorici e
le pratiche che sostentano la proposta filosofica e pedagogica di Valleriani.
Orbene, qualunque idea della coltivazione di sé, della propria esistenza come
un'arte, deve partire di un'educazione dei sensi, di un aguzamiento della nostra
capacità di osservazione. E questa educazione dei sensi deve finire sempre nella
convinzione dionisiaca, giubilante e tragica della corporalidad e della finitezza; senza
dimenticarci oltre a che Dionisio diventa visibile attraverso le crepe del principio di
ragione sufficiente.
Caprina parlare, pertanto, di una fortuna di fisiologia ermeneutica. Della
dinamica istintiva del corpo, che la volontà di potere si dà nel processo organico del
perpetuo interpretare. Questo tema è quello che ha aiutato Antonio Valleriani ad
intuire il fenomeno della fugacità ermeneutica in educazione dalla narratividad.
Dobbiamo ricordare che dal progetto fisiologico-corporale di Nietzsche gli istinti hanno
tendenza a concretarsi ed imporsisi in maniera semantico relativizando quello che la
verità possa essere in maniera fondamentale ed immutabile. Le verità, tutte le verità,
sono finzioni, narrazioni, tutte le finzioni sono interpretazioni e tutte le interpretazioni
sono prospettive. Parleremo più avanti del soffio narrativo.

2. La danza

Abbiamo già, pertanto, la constatazione della torsione obliqua del corpo in


scorcio di Mercurio. Dobbiamo constatare ora anche che il corpo di Mercurio è un
corpo alato, leggero. Sappiamo che lo spirito libero nietzscheano, lo spirito di

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leggerezza, è quello di quello nuovo uomo che Lei autoconstruye come un nomade
danzando durante il tragitto col suo corpo.
Nuovamente il potenziale metaforico, in questo caso raccolto nella rinnovata
forza semantica che si rinchiude nel corpo danzando in un scenario, noi mittente in
maniera immediata a quelli nuovi spazi e tempi educativi del quale ci parlava Antonio
Valleriani.
"Chi voglia imparare qualche volta a volare, diceva Nietzsche, deve imparare in
primo luogo a tenersi in piede ed a camminare ed a correre ed ad arrampicare ed a
ballare: - il volare non si prende al volo"!, Così Nietzsche, parlò Zaratustra. Ballare
nell'aula, per Valleriani, equivale a costruire permanentemente la verità con gli altra
nel gioco narrativo di costanti rappresentazioni ed interpretazioni. Cioè, giocare nello
scenario.
L'autentico gioco, del quale non siamo protagonisti tale e come c'insegnò
Gadamer, può realizzarsi solo in un scenario e con maschere. La maschera è un
termine chiaro di investimento e di scoperta del sì stesso. Il compito della coltivazione
di sé si realizza con maschere. Mentendo. Giocando ad essere chi si è.
Il corpo e la maschera, la finzione, la narrazione, è il nuovo modo che abbiamo
per vederci le con la verità. Lo smascheramento si opera proprio per quel motivo
genealogicamente con tutta la forza sulle nostre proprie credenze, sulla nostra propria
cultura. La morale metafisica è smascherata per Nietzsche a beneficio dell'apparenza
della forza vitale, della cosa estetica. Sappiamo che l'educazione è stata sostentata
sempre su quelle chiavi dell'enmascaramiento. Che cosa può implicare questo influsso
nietzscheano in una genealogia estetica della pedagogia ed in un pensiero differente
dell'esperienza educativa?. In Zaratustra c'è parlati dell'uomo come ponte e non
mangio meta. Il senso dell'uomo è quello di arrivare ad essere quello che si è,
autosuperarse, volontà di potere come arte. Tragitto, non destino. Scenario, non
persona. "Arriva ad essere quello che sei. Maestro, educatore e scultore di te stesso!
(N. FPII, parte II, 11 (279) Sono gli spiriti eroici che dicono sé alla crudeltà silenziosa
della cosa reale. Spiriti che sorridono davanti alla durezza di questa sofferenza
esistenziale. La cosa più terribile e spaventoso della vita filtrato per un'espressività
estetica che non dissimula oramai in nessuno degli ambiti della cultura e molto meno
nell'educativo. La risata, ricordiamo, è stato proibita, Il nome della rosa, delle
istituzioni culturali ed educative. Con Nietzsche la risata recupera il suo potenziale
estetico creativo senza esclusioni. Anche la risata incorpora la piega nel viso, la
contraddizione, l'incertezza, la paura. Sorridendo la morte non rimane oramai esclusa
dell'educazione.
Di fronte ai nichilismi postmoderni, Valleriani ebbe sempre in mente il
nichilismo creativo di Nietzsche. L'orizzonte nichilista attivo e tragico nel che dobbiamo
situare la filosofia dell'educazione di Antonio Valleriani riesce solo ancora a fare
comprensibile la sua credenza nell'educazione se si insiste nella radice poiética che si
trova implicita nei suoi presupposti; cioè, nella debilitazione retorico-ermeneutica, nel
sostentamento esplicito dell'accoglienza e nel divenire ineludibile della narratividad a
partire dalla quale si propugna sempre un'identità mascherata e smascherata nello
scenario della vita ed una soggettività ibrida ed in flusso permanente.
Quello che Nietzsche dia il passo radicale del riconoscimento che il mondo è
una favola non significa in sé stesso la sua dissoluzione o la sua annichilazione. È
certamente in questa favola narrata e colta della nostra identità dove l'educazione

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acquisisce il suo rinnovato aspettativa poiética e nella quale la speranza smette di
manifestarsi attraverso qualunque tipo di proiezione causale o teleologica.

3. Il soffio del vento come impulso metaforico della narratividad

È importante constatare in questo terzo momento della nostra lettura della


scultura di Giambologna-Valleriani che il dio rappresentato sostenta la sua leggerezza
sul soffio del vento. Il soffio della vita, il soffio del vento è quello che ci permette di fare
strada, danzare, incorporarci, vogliamolo o no, al tempo. Valleriani, della mano tra altri
di Ricoeur e di Bruner, ci lasciò detto in moltitudine di scritti che quello soffio
temporaneo è un soffio narrativo.
Nell'universo tragico nel che stiamo incorniciando questa esposizione, la
saggezza deve vedere fondamentalmente con le passioni, con la cosa contraddittoria e
con la corporalidad. In maniera conseguente il modo più appropriato nel quale può
manifestarsi quell'interna tensione delle cose è nel racconto. La retorica, in questo
senso, ha un'essenziale forza formativa per Valleriani poiché la poesia incorpora
questo impulso della paideía tragica mediante la risorsa della persuasione, peitho,
nella cornice di un tempo opportuno, kairós, ed inaprehensible di modo concettuale
che fa della parola un evento invariabilmente reddito. Questo apprendistato è sempre
flessibile, integratore; in lui possono darsi appuntamento il lógos ed il pathos, e per ciò
richiede anche dell'incerta opportunità dell'applicazione, della phrónesis.
La marginatura, constatata per tutti, della natura mética del sapere con la
venuta dell'episteme filosofica e la formalizzazione della razionalità ha provocato una
fortuna di nostalgia nel presupposto tragici di ogni pedagogia ermeneutica. La
descrizione storica del vario divenire di questa esclusione potrebbe riassumersi nella
dimostrazione costante per reprimere l'errore e la tenebra. Lo vediamo già nelle iniziali
derivazioni logiche della retorica, nella dialettica, nel cientifismo, nel cartesianismo,
etc.
Con Valleriani ci vediamo inclinati ad affermare la provenienza multipla degli
impulsi del pensiero e con ciò della lettura e dell'apprendistato. Nell'ombra della
parola interpretata che accade eventualmente sta contemporaneamente la luce
illuminatrice della spiegazione logica ed il patimento dell'ombra incerta della
comprensione iniziale delle cose e dell'esperienza precategorial. Parliamo del no
esclusione delle pulsioni che configurano nel suo insieme l'ineludibile posizionamento
dell'esperienza umana.
Per Valleriani, di questa maniera, il pensiero narrativo finisce per scoprirsi come
un pensiero tragico poiché la vita è incomprensibile. L'unica possibilità di conferirgli
senso è attraverso la configurazione simbolica e temporale di quella narrazione che
siamo. Viviamo il mondo tale e come ce lo contiamo; rozza che sia verosimile. La
conseguenza di ciò è la condanna ermeneutica e l'accettazione di un'estetica
dell'accoglienza.
Di fronte all'estetica tradizionale produttiva, utopica e sempre proiettata verso
l'oggetto e verso il futuro, l'estetica dell'accoglienza nella quale si situa Valleriani è
molto bene cosciente dell'esigenza della lettura nei nuovi spazi smaterializzati della
cultura decentrata. La fusione di orizzonti non è pacifica (Gadamer) ma ci situa davanti
ad un'ermeneutica della stranezza e la contraddizione (Jauss).

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Questo spazio ed est tempo intermedio e jánico, nel quale il soffio di Mercurio
c'installa con le sue contraddizioni e le sue ambivalenze, Ie dà adito a Valleriani a
tentare tematizar la nozione di ironia tragica, sulla quale insieme avemmo occasione di
discutere in diverse occasioni.
L'enigma ed il silenzio della cosa reale implica che l'essere non è necessario
mentre può essere o non essere. Aiutato per gli argomenti di Sergio Givone, tra gli
altri, Valleriani continua a profilare allora la sua concezione dell'ironia tragica. Se come
diciamo, pertanto, l'essere è esposto al niente ciò implica che "in realtà, il nulla
locanda l'essere ed il converte in libertà, dove gli opposti coesistono senza annullarsi
né sfociare in una sintesi, ma se relazionano in una tensione dinamica. Questa
condizione è l'habitat dell'uomo, creatura ancipite ed ambigua, condannata ad essere
libera", A quello diedi là. 117. È il niente col suo silenzio quella che facilita il gioco
tragico tra il destino e la libertà. La libertà diventa ineludibile e l'accettazione del suo
dinamismo contraddittorio è quella che Valleriani denomina il "Ethos tragico." Esiste
solo tragedia se c'è ironia mediante la quale prendere coscienza che la più alta
espressività della realtà è silenziosa che la sua crudeltà è inappellabile, ma che
contemporaneamente è preciso salvaguardarla ed amarla con impegno. Questa
accettazione lucida dell'ironia tragica è la beatitudine di Spinoza, la giovialità di
Nietzsche o l'allegria di Rosset. Quello che mi ha toccato in fortuna si trasforma
nell'obiettivo della mia vita, Amore fati.
Orbene, questo amore a quello che è non implica un stoicismo pessimistico
altro che la possibilità di impadronirsi di uno stesso nel continuo processo dinamico di
contraddizione nel quale diventa una vita senza il riferimento apriórica di senso.
Continueremo parlando ora della contraddizione da altri punto di vista.

4. La liminaridad del caduceo.

L'ultimo momento della nostra lettura vuole incentrarsi nel caduceo col quale
tradizionalmente si rappresenta a Hermes e che appare anche nella nostra scultura.
Il caduceo ermeneutico di Mercurio ci parla della cosa contraddittoria e della
cosa doppia. Conta la mitologia che il dio Hermes fu capace di riappacificare due
serpenti affrontati in lotta avvolgendoli nel caduceo. Da allora, tra le altre attribuzioni,
anche il Hermes mediatore si presenta come simbolo pacificatore. Non entreremo ora
in questa questione ma non sarebbe cattivo in un'altra occasione considerare fino a
dove può arrivare questa peculiarità pacificatrice dell'ermeneutica.
Quella che c'interessa ora di questo simbolo è propriamente il carattere
confinante e la liminaridad ermeneutica della bacchetta del Dio da due punti di vista
complementari: in primo luogo, nel senso che il caduceo ermeneutico è lo spazio di
incontro, è spazio che ammette la polifonia e l'ibridazione che tanto preoccupò
Valleriani da tutti i punti di vista; e, in secondo posto, rispetto al significato del fatto
stesso dello sdoppiamento della cosa reale da una prospettiva radicale e tragica.

Polifonia del racconto ed ibridazione

La bacchetta di Mercurio ha la capacità di fare convivere la differenza.


L'apertura polifonica del racconto, carico in sé stesso di multiple interconnessioni
dialogiche, stimola a pensare più ed altrimenti a partire dai suoi paradossi, del suo

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aporías e delle sue contraddizioni implicite. La riflessione di Valleriani si vide molto
appoggiata qui per la concezione polifonica ed ibrida del romanzo di Mijail Bajtin,
grazie alla quale può riaffermarsi la ragione, ma ora dalla sua pluralità e la sua
penombra. "La realtà polifonica del romanzo, ci dice, come la vita reale, è governata
per una logica non euclídea e si mostra, nella sua essenza contraddittoria, come un
campo di lotta delle voci degli altri, perché tutta nella vita è contrapposizione dialogica
generatrice di una tormentoso autoconciencia sul mistero del mondo che ha come
l'uomo un viso ambiguo. (.) In tale universo il bajtiano sentito carnevalesco del mondo
sta per indicare metaforicamente la maschera che è il vero e proprio aspetto
dell'ambiguità della quale è costituita la cultura hodierna."
Ibridazione..

Il caduceo e la condanna ermeneutica del doppio.

Ma dicevamo anche che il caduceo ci rimette ad un altro tema importante sullo


sdoppiamento della cosa reale nell'abisso confinante del dio sempre mediando in due
realtà. Nella latenza agonica di quella tensione neutralizzata per la bacchetta
ermeneutica si trova lo spirito tragico della cosa irresolubile, di quello che non ha
risposta che richiede della costruzione di alcuno compensazione di senso.
Di chiaro radice nietzscheana, il pensiero tragico del filosofo francese Clement
Rosset, c'è presentato come una teoria della cosa reale. Una concezione della cosa
tragica del che mi piacerebbe servirmi brevemente e che può aiutarci a comprendere
meglio il carattere affermativo della pedagogia tragica di Antonio Valleriani.
Effettivamente la cosa tragica in Valleriani bisogna capirlo da una posizione
affermativa che non pretende di rinunciare alla cosa reale, nonostante l'insopportabile
e tremenda crudeltà del suo silenzio, verso nessuna finzione o sdoppiamento che lo
faccia comprensibile. Solo da questo posizionamento radicale si può parlare di
ermeneutica senza ingenuità. L'ermeneutica deve capirsi inevitabilmente dal tragico
condizionante della sua provvisorietà. È necessario farle partire senza ingenuità di una
teoria del doppio, cioè, una teoria che metta in evidenza quella peculiarità umana
affettiva ed intellettuale di costruire realtà che siano assimilabili e comprensibili.
Praticamente tutte le filosofie, tutte le pedagogie, la propria cultura umana, si sentono
vertebrate per questa motivazione.
Perché bene, abbiamo un'approvazione incondizionata della cosa reale con
conoscenza del suo carattere unico, insignificante, rischioso, silenzioso e crudele e, per
un altro, una decisa considerazione ermeneutico-critica del doppio, ancora sapendo
che configura la nostra biografia temporanea e narrativa.
Valleriani, dall'ispirazione nietzscheana, ci propone l'allegria ironica della
narratividad come stato affermativo davanti al modo di essere di quello che è.
L'allegria è la "forza maggiore" (Rosset), una disposizione che c'apre una via molto
poco transitata di conoscenza che dà prima priorità alla cosa reale che alle necessità
umane, l'unica disposizione che ci permette di digerire senza titubare la conoscenza
della disumanità della cosa reale ed il dolore dell'esistenza.
La logica della speranza e della cosa migliore, in parole del proprio Valleriani la
logica dell'irenismo voluntarista e pedagogico che situa sempre la cosa reale in un altro
posto differente al quale gli corrisponde, si sostituisce per una "logica" della cosa
tragica; ed il principio di ragione sufficiente che incoraggia tutti quelle proiezioni

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humanizantes, metafisiche e fittizie della cosa reale è sostituito per un "principio" di
realtà sufficiente. Un principio di crudeltà narrativa che ci lega inevitabilmente al
pensiero tragico. Sappiamo "già che la cosa peggiore è inevitabile, alegrémonos"!, ha
detto Rosset in alcuno occasione.

Non è nuova questa idea che copiare e duplicare sono strategie compensadoras
per proteggerci dalla scadenza. Mario Pezzela, per esempio, nel suo libro su estetica
del cinema ci ricorda come dalla più intima radice antropologica si dà l'urgenza della
copia per proteggerci dalla scadenza: "L'aspirazione di creare una copia della cosa
vivo. perfino un "sosia" più potente ancora -, prevale in tutta la storia dell'arte
occidentale. In lei pervive il ricordo delle antiche pratiche magiche: l'imitazione di un
fenomeno naturale o un essere vivo. attraverso il travestimento, il gesto o la danza -
che desiderava mantenere la sua presenza oltre la morte e della sua caduca
manifestazione, come impadronirsi della sua più intima presenza" 44-45. Il doppio
lottando sempre contro la morte e facendo la presenti.
Abbiamo detto già prima che l'impegno del pedagogo-ermeneuta è l'impegno
temporaneo e processuale per la verità. Nel transito che si prodursi attraverso lo
scenario, capito per Valleriani cammino come, finisce constatando che la verità, come
il senso, ha a che vedere con la narrazione umana che socchiudo alla cosa reale
realizziamo per sopravvivere nella trance dello sdoppiamento. Lì si trova la passione ed
il conseguente condanna ermeneutica della lettura, dell'educazione e della propria
espressività. La verità, di questa maniera, è cosa della finzione narrativa del senso col
quale costruiamo la realtà.

Riflessione finale.

L'accettazione allegra della cosa reale capita come la cosa altra, come l'altro del
quale devo responsabilizzarmi in maniera ineludibile e tragica, è un'accettazione di
carattere ermeneutico sulla quale circolò il pensiero di Antonio Valleriani. Ciò, a mio
capire, è quello che gli conferì una tremenda dignità etica come maestro e come
persona. In ciò si trova tutta la forza della sua proposta intellettuale e personale.
Il pensiero tragico che ha incoraggiato buona parte del lavoro di riflessione
finale di Antonio Valleriani c'obbliga a pensare la cosa paradossale per l'educazione
inevitabilmente. La vita e la morte in giorno per giorno il, simultaneamente
contemplate. "Integrare homeopáticamente la morte, segnala il sociologo francese
Michel Maffesoli, è il migliore mezzo di proteggersi o, almeno, di trarre vantaggio."
Non ammutolire davanti alla fatalità, impadronirci creativamente di lei, introduce un
elemento radicalmente critico davanti ai controlli competenciales della pedagogia
strumentale guidata per i meri interessi del mercato. Il mercato come immaginario
collettivo e come concrezione della pratica sociale quotidiana si è eretta nella nuova
terapia, nella nuova neutralizzazione della fatalità e, in definitiva, nell'asettica garanzia
di trivializzazione della morte. La metafora, il suo inabarcabilidad simbolico e
connotativo, c'evoca sempre l'ineludibile obbligo di dovere leggere l'impossibilità
dell'esilio del maggiore sintomo di contingenza. Il reencantamiento tragico del mondo
implica un chiaro confronto con lo spirito utilitarista e performativo che incoraggiano
le inerzie acritiche delle nostre cassettiere azioni sociali. L'indisciplina della tragedia

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ermeneutica presenta, da quell'impose di Valleriani, il suo rifiuto esplicito alla
sottomissione rassegnata.
La metafora, pertanto, il canto nel quale si esprime giocando, la danza
reincarnata, l'enigma, la maschera, il viandante, sono tutte esse le figure simboliche
degli annunciati spiriti liberi. Quelli che come ci fu detto non sono oramai restii a
liberarsi dalla sofferenza perché la sua accettazione tragica propone la verità come
scenario. Crediamo certamente che l'accettazione dionisiaca della sofferenza stia
molto oltre qualunque tematización reduccionista sul dialettico ottimismo-pessimismo
capito come accusa. Dicendo che sì alla vita si sta dicendo che sì umilmente alla
grandezza e l'ambiguità della cosa quotidiana, di quello spazio che ci tocca vivere e del
quale dobbiamo responsabilizzarci nella sua propria contraddizione. La vita non è in sé
stessa speranza di niente; non è un mezzo nel quale si tenta di ottenere qualche fine
interessato che possa proiettarsi con pretese terapeutiche.
Senza assoluti, il maestro ermeneuta provoca l'insopportabile sete di infinito in
sé stesso e negli altri, e con lei si generano in maniera simultanea le multiple forme di
anomía che non si accontentano col piano stabilito. Il maestro ermeneuta non può
generare oramai fiducia più che nella permanente ripetizione della stessa cosa. Senza il
futuro la speranza si capisce sempre in sempre la nuova possibilità di ripetizione di
un'altra lettura sulla cosa incomprensibile, un'altra nuova possibilità di offerta
all'eterno istante che rappresenta la differenza dell'altra.
La pedagogia ermeneutico-narrativa che ci ha proposto Antonio Valleriani ed il
suo gruppo di lavoro si sente specialmente compromesso con l'urgenza che c'interpella
a tutti di dare una risposta agli eccessi infondati di un relativismo caotico nei nostri
tempi postmoderni. Si commercia chiaramente di una risposta etica proiettata
dall'energia tragica della differenza nella quale troviamo, a nostro capire, l'ordito
implicito del pensiero nietzscheano. L'educazione ibrida, polifonica, intercultural,
plurale, divergente, richiede il valore di chi osa reggersi, a leggere ed ad abitare
sempre durante il tragitto come un nomade sommesso a transiti permanenti ed a
rallegrarsi per ciò. La speranza che possa procedere dell'educazione non si trova già in
nessun spazio o tempo futuro, bensì nel racconto presente del proprio viandante.
Senza dubbio abbiamo bisogno in quello compito l'impulso ermeneutico del Mercurio
che accompagnò Antonio Valleriani.