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Autore Gottfried Wilhelm Leibniz

Titolo La Cina

Spirali, Milano, 1987 , pag. 190, cop.fle., dim. 14x21x1,3 cm ,


Edizione
Isbn 978-88-7770-241-8

Gothofredi Guillelmi Leibnitii opera omnia, nunc primum collecta,


Originale in classes distributa, praefationibus et indicibus exhornata,
studio Ludovici Dutens. Tomi quarti pars prima.

Edizione Fratres De Toumes, Genevae, 1768

Prefazione Carlo Sini

Traduttore Antonio Caiazza, Alessandro Atti, Anna Gloria Mariano

Lettore Giorgia Pezzali, 2009

Classe paesi: Cina , viaggi , classici tedeschi , scrittura-lettura

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Indice

Presentazione di Carlo Sini 5

Prefazione di G.G. Leibniz al libro intitolato


LE ULTIME NOVITÀ DELLA CINA 15

Recensione del libro intitolato


LE ULTIME NOVITÀ DELLA CINA 31

Note del traduttore 34

Trattato della religione dei cinesi


del R. Padre Nicola Longobardi 39

Preambolo 41

Sez. I. Dei libri classici e autentici della Cina,


con cui si debbano decidere le questioni dibattute 45

Sez. II. Della diversità che talora si trova sui libri


autentici, ovvero come in questi casi si debbano
preferire i Commenti al Testo 47

Sez. III. Dei simboli di cui si serve la setta dei


Letterati, e da cui s'inferisce che essa abbia due
specie di scienza, l'una falsa e l'altra vera 52

Sez. IV. Della maniera in cui, in generale, fa


Filosofia la setta dei Letterati 56

Sez. V. Della scienza antecedente, cioè come è stato


fatto e prodotto il mondo secondo i cinesi 57

Sez. VI. Della scienza susseguente o a posteriori, come


in questo mondo le cose si generano e si corrompono 61

Sez. VII. Del celebre assioma cinese Vuen-Vuelety,


ossia tutte le cose sono uno o una stessa cosa 62

Sez. VIII. Che cosa sono la corruzione e la generazione


secondo i Letterati cinesi 64

Sez. IX. Come si fa la differenza delle cose, supponendo


quanto è stato detto nella sezione precedente 65

Sez. X. I cinesi non hanno affatto conosciuto la


sostanza spirituale, distinta da quella materiale,
bensì una sola sostanza materiale in differenti gradi 66

Sez. XI. Degli Spiriti o degli Dei, che la setta dei


Letterati adora 67
Sez. XII. Alcune autorità degli autori classici che
trattano degli Spiriti o Dei della Cina 73

Sez. XIII. Tutti gli Spiriti o Dei della Cina si


riducono a uno solo, che è la Li o Tai-Kie 77

Sez. XIV. Dei differenti attributi che i cinesi danno


al loro principio primo 81

Sez. XV. Cosa sono la Vita e la Morte secondo i


Letterati cinesi. Da ciò si potrà vedere se la nostra
anima è immortale e in che modo 85

Sez. XVI. Che i più abili Letterati cinesi sono atei 87

Sez. XVII. Sentimenti di vari Letterati seri con cui


ho conferito su queste materie 88

Note di G.G. Leibniz al Trattato della religione dei cinesi 97

Lettera del R. Padre Le Gobien al signor G.G. Leibniz 101

Lettera del R. Padre Bouvet al R. Padre Le Gobien 103

Due lettere del R.P. Bouvet al signor G.G. Leibniz 109

Lettera del signor G.G. Leibniz sulla Filosofia cinese,


al signor De Remond 129

Sez. I. Del sentimento dei cinesi su Dio 131

Sez. II. Del sentimento dei cinesi sulle produzioni


di Dio, o del principio primo, della materia e degli
Spiriti 145

Sez. III. Dei sentimenti dei cinesi sull'anima umana,


sulla sua immortalità, sui premi e i castighi 167

Sez. IV. Dei caratteri di cui Fohi, fondatore


dell'Impero cinese, si è servito nei suoi scritti, e
dell'Aritmetica binaria 174

Estratti delle lettere di Maturino Veyssiere La Croze


a Sebastiano Kortholt 179

Estratto della lettera di Leibniz a Padre Kochanski 186

Note del traduttore 187

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PRESENTAZIONE

"Er kehrte alles zum Besten": così concludeva la sua biografia di Leibniz I. G.
Eckhardt, che era stato suo segretario, e a quanto pare anche tutto il pubblico
presente ai modestissimi funerali del filosofo, sepolto quasi alla chetichella un
grigio mattino di novembre del 1716. Esattamente un anno più tardi
Fontanelle, tenendo il celebre elogio di Leibniz di fronte all'Accademia delle
scienze di Parigi (13 novembre 1717), osservò con giusta indignazione che
l'uomo che era stato l'ornamento della sua patria, il fondatore dell'Accademia
delle scienze di Berlino e uno dei più grandi spiriti universali di tutti i tempi,
era morto piuttosto come un brigante che non come un filosofo famoso.
Volgere tutto al bene, indirizzare ogni cosa al meglio, al suo lato migliore:
questa notazione di Eckhardt non va intesa in un senso meramente
psicologico; essa esprime piuttosto, e assai felicemente, l'essenza e il cuore
del pensiero e del lavoro di Leibniz. Si potrebbe dire: proprio quel lato del
"sistema" leibniziano che dava sui nervi a Voltaire, il quale lo intendeva come
"ottimismo", morale e cosmico, a tutti i costi.

Ma non si trattava di questo. Si trattava invece della profonda vocazione


"cattolica" (nel senso letterale della parola) che animava la filosofia
leibniziana: necessità di comprendere la realtà senza pregiudizi e inutili
dispute, e cioè necessità di porsi dal punto di vista "monadologico" di tutte le
ragioni, non per averne infine ragione, ma per costituire con esse una ragione
e un'armonia più alta e più comprensiva, la cui complessità crescente si
modellasse sulle cose, anziché pretendere ottusamente di costringere la
realtà in uno schema di pensiero già ristrettamente presupposto; col che si
vede come il "metafisico" Leibniz fosse di assai più larghe vedute dell'
"empirista" Voltaire, cosa che poteva accadere allora come oggi, se non altro
perché l'intelligenza e la profondità di pensiero sono ben più decisivi delle
intenzioni "metodologiche".

Come è stato notato, anche nelle opere dei suoi avversari e oppositori Leibniz
dunque si sforzava piuttosto di sottolineare i motivi di accordo che non quelli
di contrasto. La mediazione, in vista della riunificazione culturale e politica fu
del resto il sogno della sua vita: unità delle chiese cristiane (e, se ciò si
rivelava per il momento irrealizzabile, almeno unità delle confessioni
protestanti), unità politica dell'Europa, unità culturale dei popoli e delle razze
anche più lontane, unità della terra per un'unica enciclopedia del sapere, delle
credenze filosofiche, scientifiche e infine religiose, quasi intuendo con più di
due secoli di anticipo quella totalizzazione planetaria che oggi sembra
avviarsi, nel bene e nel male, sotto il segno della tecnica.

Con i cattolici veri e propri del tempo suo Leibniz si era del resto trovato bene.
Nel viaggio compiuto in Italia per reperire i documenti utili alla sua annosa e
mai completata ricerca storica sulla casata di Brunswick (ricerca che si venne
via via allargando a una sorta di storia della Germania) fu certo la tappa di
Roma a riservargli le più ampie soddisfazioni. Nella città eterna egli arrivò il
14 maggio del 1689, in tempo per assistere all'elezione del nuovo papa,
Alfonso VIII, successo a Innocenzo XI. Qui non perse tempo a intrecciare
relazioni con gli ambienti della cultura e dei dotti, e quindi, com'era naturale,
con l'intera curia. Tali furono l'impressione scientifica e la simpatia anche
umana che egli suscitò, che gli venne addirittura offerta la direzione della
Biblioteca vaticana: fatto in ogni senso straordinario, tanto più che tale carica
normalmente si accompagnava alla dignità cardinalizia. Unica ovvia
condizione era quella di convertirsi al cattolicesimo. Il quarantatreenne e già
molto celebre bibliotecario, storiografo e consigliere di corte del Duca di
Hannover dovette declinare il lusinghiero invito, stante la sua personale
ripugnanza ad abbandonare la religione in cui era cresciuto ed era stato
educato.

A Roma Leibniz divenne amico del gesuita padre Grimaldi, che era stato
missionario in Cina: impresa che gli aveva procurato ampia fama e universale
stima. Leibniz, che già era in assiduo contatto epistolare con i dotti e i
governanti delle remote regioni della terra (egli lasciò alla sua morte migliaia e
migliaia di lettere, molte delle quali di altissimo valore scientifico), iniziò allora,
proprio per merito del Grimaldi, a interessarsi attivamente della cultura e della
storia cinesi e nel 1697 curò quella raccolta di scritti (Novissima sinica,
historiam nostri temporis illustratura) che forma oggetto del presente volume.

Che cosa si deve pensare della Cina, di questa civiltà innegabilmente


antichissima e per molti versi straordinaria? Come si devono giudicare la sua
esotica sapienza, le sue istituzioni, i suoi costumi e infine la sua religione? Si
tratta alla fin fine di un popolo di atei, di materialisti pagani, o addirittura di
barbari e primitivi soggiogati dalle più oscure superstizioni? Così inclinavano a
giudicare i cinesi alcuni missionari, tra i quali quel padre Nicola Longobardi le
cui opinioni Leibniz si impegna a confutare punto per punto (e con quale
finezza di argomentazioni storico-interpretative: oggi si direbbe
"ermeneutiche"). Contro tali rozze e superficiali valutazioni, secondo le quali
l'azione missionaria in Cina sarebbe dovuta consistere essenzialmente (e
posto che ciò fosse materialmente possibile) nel "distruggere l'impero del
Demonio per stabilirvi quello di Gesù Cristo", Leibniz non tardò, con
quell'acume e larghezza di idee che sono proprie di un grande spirito, a
formarsi tutt'altra convinzione. "Siccome la Cina, egli scrisse, è un grande
Impero che non cede affatto in estensione all'Europa colta e la sopravanza
per numero di abitanti e in urbanità; e siccome c'è in Cina una morale
esteriore per certi versi ammirabile, congiunta a una dottrina filosofica, o
meglio a una teologia naturale, venerabile per la sua antichità, stabilita e
autorizzata da tremila anni o quasi, molto tempo prima della filosofia dei greci,
la quale è pure la prima di cui il resto della Terra abbia opere, eccettuati
sempre i nostri sacri libri, sarebbe una grande imprudenza e presunzione per
noi altri, nuovi venuti dopo di loro e appena usciti dalla barbarie, voler
condannare una dottrina così antica, solo perché non sembra accordarsi
subito con le nostre ordinarie nozioni scolastiche".
Anche qui Leibniz infaticabilmente si applicò per "volgere al meglio" la filosofia
e la religione dei cinesi, sforzandosi di dimostrare che essa non è, nei suoi
principi, lontana da una concezione platonico-cristiana dell'universo, la quale
poté presumibilmente derivarle da quella originaria e incorrotta sapienza
dell'età dei Patriarchi, direttamente ispirati da Dio, della cui esistenza storica
(si pensi anche al nostro Vico) nessuno allora dubitava. Sicché il leggendario
Fohi, mitico iniziatore della civiltà cinese, altri forse non era che Zoroastro, o
Ermete Trismegisto, o Enoc, e magari non aveva mai calcato suolo cinese
(come qualcuno arrivò a supporre, con devoti propositi).

Leibniz si trovò così a concordare largamente con quella fazione più avveduta
dei gesuiti che mirava a introdurre il cristianesimo in Cina passando per la
stessa antica filosofia cinese, restaurandone i principi corrottisi o obliati nel
corso del tempo, magari non senza l'uso, molto gesuitico, del "santo artifizio"
di accentuarvi o introdurvi qualche elemento precristiano, così che il salmo
potesse concludersi in gloria nel modo più naturale. Santi artifizi che a Leibniz
non sembravano peraltro necessari, stante l'alta ed ecumenica opinione che
egli si veniva facendo delle originarie concezioni cinesi relative all'universo e
alla divinità. Ma non mancarono naturalmente aspri critici, tra i protestanti, che
videro di malocchio questa assidua collaborazione del filosofo con i gesuiti, e
che insinuarono che Leibniz si era fatto conquistare dalle lusinghe e dalle lodi
sperticate dei suoi corrispondenti cattolici. Insinuazione ingiusta, poiché nulla
entusiasmava in modo più disinteressato e sincero Leibniz della possibilità di
ampliare le sue conoscenze della cultura e della scienza di altri popoli e di
altre civiltà. La Cina incarna così un episodio importante dei suoi arditi piani
"mondiali" per l'unità spirituale dell'uomo. Divenuto nel 1711 consigliere dello
zar Pietro il Grande, non mancherà di suggerirgli a più riprese le due grandi
mete della riunificazione della chiesa greco-ortodossa e di quella latina e della
diffusione del cristianesimo nell'Estremo Oriente. È questa infatti, egli
ripeteva, la funzione storica della Russia: mediare l'Occidente con l'Oriente.

Nei documenti qui raccolti possiamo dunque leggere un capitolo essenziale


della progressiva conoscenza della Cina in Europa; vicenda destinata ai più
ampi sviluppi (solo con l'insegnamento di J.P. Abel Rémusat al Collège de
France nel 1815 avrà inizio la sinologia moderna) e tutt'altro che conclusa.
Oggi si parla tanto di ermeneutica, di "fusione degli orizzonti culturali", e cioè
dei problemi connessi a ogni evento interpretativo fra culture ed epoche
diverse; in questo libro noi assistiamo non a una "teoria", ma a
un'ermeneutica in atto, con tutte le sue contraddizioni, le sue indecisioni, i
suoi inevitabili errori, che sono però anche espressioni di una volontà di
comprensione che non nasce a freddo, sul tavolo di lavoro dell' "erudito" e
dello "storico", ma che trae origine da azioni e progetti concretamente vissuti e
passionalmente realizzati fra pericoli, rischi di morte, ambizioni, illusioni, sogni
sublimi, delusioni, insuccessi e sconfitte. Documenti cioè di quell'ermeneutica
aspra e reale che guida da sempre la vita delle culture e dei singoli uomini in
esse. È in virtù di un simile cammino che noi oggi possiamo lusingarci di
possedere conoscenze ben altrimenti ricche e fondate sulla cultura cinese,
non senza, naturalmente, altri limiti che siamo lontani dall'aver individuato e
superato. Sicché bisogna riconoscere che fu il "pregiudizio" cristiano, ben
prima e ben più della scienza, a renderci accessibile la Cina, rendendo nel
contempo possibile, in forza di questo incontro ermeneutico, un nuovo modo
di considerare noi stessi.

Tuttavia, proprio la scienza giocò un ruolo di rilievo in questa avventura.


Anzitutto perché i gesuiti usarono ampiamente la matematica e l'astronomia
europee (funzionalmente assai superiori a quelle cinesi) per trovar credito e
fare colpo su imperatori virtuosamente avidi di conoscenza e così devoti al
sapere da suscitare in noi un mortificante contrasto nel confronto con la gran
parte dei sovrani e dei potenti delle nostre regioni, allora come ora. È un fatto
che i cinesi non persero tempo ad adottare le tavole dei seni e dei logaritmi
(senza trarne peraltro la conseguenza di convertirsi in massa alla fede
cristiana, come i gesuiti speravano); episodio che sembra anticipare
emblematicamente l'attuale diffondersi in ogni cultura della tecnica
occidentale. Ma poi vi è un altro aspetto che tocca Leibniz da vicino e
concerne la gran questione della scrittura cinese.

Già Leibniz doveva restare profondamente colpito dalle analogie, che gli
venivano segnalate, tra il suo nuovo sistema di calcolo numerico, fondato su
una logica che oggi potremmo definire "da calcolatore elettronico", e il
sistema "I King", incentrato sulla duplicità o alternanza binaria delle linee
intere e spezzate (sistema che doveva così profondamente impressionare,
due secoli più tardi, Karl Gustav Jung).

Ma il fatto poi che tale sistema si possa collegare col principio della scrittura
ideogrammatica cinese da un lato suggeriva l'idea di aver ritrovato il più
antico documento della originaria scrittura dei Patriarchi, della quale
resterebbero tracce nella cabala ebraica e nei geroglifici egiziani (che taluni
non dubitano di porre in diretto rapporto storico con gli ideogrammi cinesi); da
un altro lato si rinfocolava la speranza di poter pervenire a quella lingua
universale, a quella diretta scrittura delle cose e delle idee, che era un
proposito dominante della filosofia europea di quei tempi. Come si sa, sin dal
De arte combinatoria del 1766 Leibniz inseguiva il sogno di una "scrittura
universale... allo stesso modo in cui fecero un tempo gli egizi e fanno oggi i
cinesi", che costituisse il nuovo strumento per un sapere universale:
strumento in grado di superare ogni controversia e pregiudizio, ogni
particolarità di concezione e di espressione, nonché in grado di servire come
non ultimo ausilio al diffondersi nel mondo delle verità cristiane (come già
aveva sognato Raimondo Lullo ai tempi suoi).

Come ha osservato Julia Joyaux, "Leibniz ha paragonato il funzionamento


della lingua cinese — scrittura che costituisce una vera e propria analisi logica
delle unità significanti — a quello di un sistema algebrico: 'Se esistesse (nella
scrittura cinese), egli scrive, un certo numero di caratteri fondamentali da cui
gli altri derivassero come combinazioni', questa scrittura o sistematizzazione
linguistica 'avrebbe una qualche analogia con l'analisi dei pensieri'. Needham,
a sua volta, confronta questo funzionamento combinatorio dei caratteri cinesi
alla combinatoria di molecole e atomi: i caratteri possono essere considerati
come molecole composte per mezzo della permutazione e della
combinazione di 214 atomi. Effettivamente, è possibile ridurre tutti gli elementi
fonetici a un certo numero di radicali, o meglio, a contrassegni di semi, la cui
applicazione produce la molecola — semantema (la parola). In una 'molecola'
si trovano non più di sette 'atomi', e un 'atomo' può venir ripetuto non più di tre
volte in uno stesso semantema — come per la struttura di un cristallo".
Leibniz tentò così, per quanto potevano consentirglielo le conoscenze del
tempo suo, di proseguire quella via di approccio al pensiero tramite la scrittura
ideogrammatica che Hegel doveva poi rimproverargli come una debolezza e
un cedimento "empirico" ed "esotico" al tempo stesso.

È facile oggi vedere che se Hegel aveva le sue ragioni, la ragione del futuro
era destinata infine a recuperare il germe vitale dell'intuizione leibniziana. Sia
perché la questione della scrittura occidentale (che Hegel giudica
dogmaticamente come "la più intelligente in sé e per sé"), proprio nella sua
differenza da ogni ideografismo, si è oggi imposta come luogo d'origine e
terreno di comprensione della mentalità scientifica europea, e cioè come
causa prima dei suoi successi e delle sue alienazioni; sia perché il problema
del segno e della scrittura, connessi a ogni forma di sapere, ci sta ancora
davanti, affascinante e misterioso. E se la scienza europea è stata, a far
tempo da Galileo, ed è di fatto ancora oggi, una nuova scrittura, è lecito
chiedersi in quale nuova scrittura possa in futuro iscriversi la comprensione
stessa del significato profondo dell'impresa scientifica oggi mondiale,
significato che tanto resta enigmatico e indeciso quanto e proprio decisivo per
il destino degli uomini nel tempo della tecnica. Chi potrebbe oggi negare che
proprio lo studio degli ideogrammi non sia per rivelarsi importante, se non
essenziale, a tale scopo?

Ma questa non sarebbe altro, allora, se non la rivincita di Leibniz su Hegel, del
suo modo di intendere il carattere "cattolico" del "sapere assoluto" e
"mondiale", certo molto al di là della consapevolezza e della comprensione
che egli poté allora averne. Il che è quanto necessariamente accade in ogni
umano interpretare.

Carlo Sini

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ALLA BENEVOLENZA DEL LETTORE

Ritengo che per una volontà quasi singolare del destino oggi la più grande
civiltà del genere umano sia raccolta alle due estremità del nostro continente,
l'Europa e la Tschina (così, infatti, la chiamano), la quale come un'Europa
orientale abbellisce l'opposto lembo della terra. Forse è la suprema
Provvidenza che s'adopera a che le popolazioni più evolute e nello stesso
tempo più lontane si tendano le braccia, e pertanto, tutto quanto vi si trova in
mezzo sia indotto a un miglioramento della vita. Non è a caso, ritengo, che i
russi, i quali col loro vastissimo territorio uniscono la Cina all'Europa, sia
perché frenano col loro impero lungo le coste dell'Oceano glaciale le
popolazioni nordiche barbariche più interne sia per i sommi sforzi del
Monarca stesso, che attualmente detiene il potere, sia anche — a quanto ho
appreso — per i continui incitamenti del Patriarca, vengono spinti a imitare il
nostro comportamento. Inoltre l'Impero cinese, come gareggia con l'Europa
nell'estensione delle parti coltivate e la supera persino nel numero degli
abitanti, così ha molti altri pregi in cui possa contenderci il primato, quasi ad
armi pari, poiché ora ci vince, ora è vinta da noi.

Ma per farne una succinta relazione (poiché il trattare di tutto, per quanto
utile, sarebbe di un'opera lunga che non è il caso nostro), nelle arti che hanno
un'applicazione pratica per la vita e nelle esperienze dei fenomeni naturali,
forse siamo pari con un giusto equilibrio e ciascuna delle due parti ha
conoscenze da poter comunicare all'altra con vantaggio: ma noi siamo
superiori nella profondità delle meditazioni e nelle discipline speculative.

Infatti oltre alla Logica, alla Metafisica e alla conoscenza delle cose
incorporee, che a ragione noi rivendichiamo come nostre, certamente di gran
lunga eccelliamo per la contemplazione delle forme che con un procedimento
mentale sono astratte dalla materia, cioè delle scienze matematiche; così
come in realtà si è accertato quando i cinesi sono venuti a competere con noi
nell'Astronomia. Infatti sembra che abbiano ignorato quel gran lume della
mente, cioè l'arte della dimostrazione (deduzione logica) e si siano appagati
della Geometria, per così dire Empirica, la quale presso di noi è alquanto
diffusa tra gli operai.

Anche nell'arte militare sono inferiori ai nostri, non tanto per ignoranza quanto
per un loro deliberato proposito, poiché dispregiano quanto causa o alimenta
negli uomini una certa ferocia e sono avversi alle guerre quasi a voler imitare
la più alta dottrina cristiana che parecchi, per averla mal compresa,
paragonano a una superstizione.

E certamente sarebbe cosa saggia se fossero soli sulla terra: ma ora siamo
giunti al punto che anche i buoni devono coltivare le arti di arrecare danni
affinché i malvagi non si impadroniscano del potere assoluto. Perciò noi
siamo superiori in queste arti.

Ma un tempo chi avrebbe mai creduto che potesse esserci al mondo un


popolo che fosse a noi superiore negli ordinamenti di una vita più civile,
benché ci riteniamo abituati fino in fondo a ogni genere di eleganza? E tuttavia
noi ora lo sperimentiamo con i cinesi, da quando quel popolo ci è divenuto più
noto.

Pertanto, se risultiamo pari nelle attività pratiche, se li abbiamo superati nelle


arti contemplative, certamente risultiamo vinti (c'è un po' di vergogna ad
ammetterlo) nella filosofia pratica, cioè nei principi dell'Etica e della Politica,
che sono vantaggiosi proprio per la vita pratica degli uomini.

Infatti non si potrebbe dire quanto acconciamente i cinesi, più degli


ordinamenti legislativi degli altri popoli, abbiano predisposto ogni cosa per la
tranquillità pubblica, e l'ordine reciproco tra gli uomini per arrecare a loro
stessi il minor danno possibile.

È certo che i mali peggiori sono gli uomini stessi a procurarli a se stessi e
vicendevolmente, ed è proprio vero — come è stato detto — che l'uomo è
lupo per l'altro uomo (homo homini lupus) per grande stoltezza nostra, ma
direi universale, visto che noi, già soggetti ai colpi della fortuna, ci procuriamo
sventure, come se non ce ne venissero già dall'esterno.

Se mai, comunque, la ragione ha arrecato un qualche rimedio a questa


sventurata sorte, certamente i cinesi prima degli altri si accostarono a miglior
norma e nel vasto consorzio umano arrecarono quasi più vantaggi di quanto
non fecero tra i loro seguaci i fondatori degli Ordini religiosi nei nostri paesi. È
così grande l'obbedienza ai superiori e così grande il rispetto verso i più
vecchi, così quasi religiosa la venerazione dei figli verso i genitori che fare
contro di loro una qualche violenza, persino con una parola, ai cinesi sembra
una cosa per così dire straordinaria e quasi un delitto da punire come il
parricidio presso di noi.

Inoltre tra gli uomini di pari grado oppure tra quelli meno legati tra loro c'è uno
stupendo rispetto e un cerimoniale prescritto che mentre a noi, poco abituati
ad agire secondo un cerimoniale e una regola, sembra avere un che di
servile, invece, divenuto per loro un fatto naturale per la continua pratica,
viene osservato con gioia.
I contadini e i servi — cosa che ha suscitato stupore allo sguardo dei nostri —,
quando devono salutare gli amici oppure quando dopo lunga assenza
possono godere della reciproca compagnia, hanno un comportamento così
amabile e così rispettoso da sfidare ogni galanteria dei nobili europei. A
questo punto, cosa potresti aspettarti dai Mandarini o dai Colai? Hanno
contratto l'abitudine a che in una conversazione comune a stento si offende
un altro, anche con una parolina, e raramente affiorano segni di odio, ira,
commozione.

Presso di noi un certo ossequio e una conversazione controllata durano a


stento, e forse neppure, nei primi giorni della nuova conoscenza; e subito poi
col crescere della confidenza si perde il riguardo, assumendo per così dire
una spigliata libertà, per passare subito dopo al disprezzo e alle espressioni
mordaci e ai dispetti e infine alle inimicizie. Invece presso i cinesi, anche i
vicini, anzi le persone di famiglia, sono così frenati da una barriera di abitudini
da conservare una costante ossequiosità.

E benché non siano alieni da avidità, libidine, ambizione, al punto che a loro
veramente si addice quello che spesso nel teatro si ripeteva riguardo ai popoli
lunari presso Arlecchino, Imperatore della Luna, cioè che lì tutto accade come
qui (c'est tout comme ici), e benché i cinesi non abbiano raggiunto abbastanza
la vera virtù che non ci si può attendere se non dalla Grazia celeste e dalla
dottrina cristiana, tuttavia hanno mitigato gli acerbi frutti dei vizi. E pur non
potendo estirpare dalla natura umana le radici dei peccati, tuttavia hanno dato
prova che si possono tagliare alla base, per buona parte, i germoglianti polloni
dei mali.

Chi poi non si meraviglierebbe che il Monarca di un Impero così grande, che
quasi supera in grandezza il fastigio umano ed è ritenuto quasi un Dio mortale
al punto che tutto si compie ai suoi cenni, suole tuttavia essere educato alla
virtù e alla saggezza, cosicché sembra giudicare degno della sua stessa
maestà superare i sudditi per l'incredibile rispetto delle leggi e per l'ossequio
verso i sapienti.

E non facilmente potrebbe presentarsi cosa più degna di menzione che


vedere il più grande dei re, che nel presente è onnipossente, preoccuparsi
così scrupolosamente dei posteri ed essere frenato dalla paura della cronaca
storica, più di quanto altri dai Comizi delle classi sociali e dai Parlamenti; ed
ancora evitare con la massima cautela che quelli che hanno il compito di
preparare i dati per la storia del suo regno possano introdurre in quelle
sigillate e inviolabili urne qualcosa da cui un giorno possa essere macchiata la
sua buona fama. Al punto che l'attuale sovrano Cam-Hi, quasi mirabile
esempio di perfetto Principe, quantunque favorevole agli Europei, tuttavia,
dato che i magistrati lo sconsigliavano, non ha osato permettere con pubblica
legge la libertà della Religione cristiana finché non ne fu accertata la santità e
non fu certo che non altrimenti si potesse meglio realizzare il grande e
vantaggioso progetto di introdurre le arti e le scienze europee presso i cinesi.
In ciò mi sembra che sia stato più lungimirante di tutti i suoi tribunali: e penso
che la causa di tanta saggezza stia nel fatto che ha unito la cultura europea a
quella cinese.

Infatti già fin dalla fanciullezza fu istruito in tutte le discipline dei cinesi, quasi
oltre la diligenza di un cittadino privato, in modo che è considerato giudice
severissimo negli esami dei Mandarini, a cui sono assegnate cariche e
magistrature, e (cosa che costituisce presso di loro la massima dottrina) è egli
stesso capace di esporre mirabilmente per iscritto i sentimenti dell'anima fino
al punto di poter migliorare di propria mano un libretto di preghiere, composto
insieme dai Cristiani più dotti.

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