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Carlo Michelstaedter, dalla musica alla persuasione

di Alfonso Belfiore

Pensando a Carlo Michelstaedter, un aspetto che sicuramente ha influenzato il mio viaggio


nei suoi scritti è certamente la sua storia personale e quella deflagrante determinazione che
appare forse ancor più forte per via della sua brevissima vita.

Pensando a lui infatti non vedo un filosofo, una figura senza età, senza corpo, ma una
persona vera, un giovane, magari talvolta profondamente sconvolto dalla scoperta della vita
stessa e dalla tortuosità del proprio pensiero, come può capitare a chiunque di noi quando
la mente, cercando di capire, si avventura verso luoghi sconosciuti, allontanandosi e
perdendosi là dove poco o nulla ci sostiene.

Vederlo come un semplice giovane non deve restituire una visione riduttiva del suo valore
bensì, riconducendo il suo pensiero alla sua dimensione umana, vorrei esaltarne la
dirompente energia, la potenza elevatrice, proprio attraverso l’inevitabile contrasto con la
fragilità dell’uomo.

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Leggendo i suoi scritti e quanto molti altri hanno scritto di lui, emerge il significato che
assume la musica per Michelstaedter e quanto possa costituire una sorta d’altra dimensione
in cui la filosofia della persuasione è perfettamente incarnata.

D’altra parte, per la musica, per quell’arte pura che lui ha incontrato con Wagner ma
soprattutto con Beethoven, non può esistere una condizione diversa se non attuarsi proprio
nella dimensione della persuasione. Quella musica, con la sua forza immanente, ha
probabilmente illuminato il suo pensiero offrendogli un percorso.

Ma come e perché la musica ha avuto un ruolo decisivo nell’esperienza di Michelstaedter,


pittore e poeta, al punto di consentirgli di fare ordine nel flusso impetuoso del suo pensiero
verso la filosofia della persuasione?

L’amore per la natura vissuto dal giovane Carlo è in forte sintonia con Beethoven che vive
il suo rapporto con la natura in maniera non descrittiva ma esprimendo una natura
esclusivamente interiore vissuta nel proprio immaginario, nella propria psiche, una natura
che appare, con tutti i suoi significati, l’esatta proiezione della propria mente e pertanto
portatrice del divino che solo questa può percepire.

I suoni stessi sono natura assolutamente reale che Beethoven plasma, la materia vera,
fisica, a cui da forma, su cui imprime le proprie mani, la propria mente. Proprio come Carlo
fa con i suoi pensieri.

Michelstaedter comprende che questo è lo stupore profondo e la volontà che pervade


Beethoven e se ne rende intimamente partecipe. La musica è adesso per lui l’intreccio nelle
trame del caos e dell’irrazionale, dove si annidano le leggi misteriose che legano ogni cosa
esistente ad ogni altra, in un flusso immenso, sfuggente, intrattenibile e ammaliante, capace
di portare alla luce un ordine misterioso, capace con la sua forza inesorabile di sedurre e di
attrarre la nostra mente e perfino di legittimarne l’esistenza stessa.
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Michelstaedter è rimasto certamente folgorato dal processo di autopoiesi che ha
accompagnato la vita stessa di Beethoven e per comprendere la natura di questo rapimento
sono percorribili almeno due direzioni che ritengo illuminanti e che in una certa misura si
intersecano: da una parte, i forti riferimenti alla tragedia greca, eredità di un mondo caro a
Michelstaedter e dall’altra, le correnti di pensiero a lui contemporanee che inevitabilmente
respirava, sfociate poi in alcuni aspetti della moderna psicologia, dal “principio di
individuazione” di Nietzsche al “processo di individuazione” di Jung. Chissà se
Michelstaedter, sovrastato dall’emozione musicale, ne comprese l’origine profonda?

Il titanismo prometeico di Beethoven trova la sua dimensione nel conflitto tra il mondo
apollineo e quello dionisiaco, questi, per Nietzsche, sono i due impulsi che regolano i
separati mondi del sogno e dell’ebbrezza e il giovane Carlo ne sarà travolto. Apollo è il dio
dei sogni, delle illusioni meravigliose, mentre Dioniso è il dio dell’ebbrezza e della
distruzione continua.

Per Schopenhauer, che Michelstaedter sente vicino a sé, la tragedia, rivelando la mancanza
di scopo dell’universo, porta l’uomo alla negazione della volontà di vivere, mentre Nietzsche,
a tale visione, contrappone la tragedia come affermazione di vita e non vede nello spirito
apollineo un mezzo per evitare o negare il dionisiaco, ma piuttosto un suo necessario
complemento. Per lui, il rifiuto di uno dei due, comporta il rifiuto di entrambi.

Al suo più altro grado, la tragedia può velare il dionisiaco, ma alla fine lo stesso dramma
apollineo è spinto ‘in una sfera dove comincia a parlare con sapienza dionisiaca’ e dove
nega sé stesso e la sua evidenza apollinea. ‘Dioniso parla il linguaggio di Apollo, ma Apollo
finisce col parlare il linguaggio di Dioniso: col che viene conseguito il fine supremo della
tragedia e, in generale, dell’arte’.

Nietzsche, vede nell'ebbrezza del Satiro, che è la verità, come l'uomo colga l'orrore,
l'atrocità, della propria esistenza. E Michelstaedter, forse inconsapevolmente, lo seguirà.

Come nel complesso rapporto tra persuasione e rettorica, il principio di individuazione,


riflesso dell'istinto apollineo, pur illusorio, è tuttavia necessario al fine che l'uomo non si
autodistrugga nel proprio lacerante grido di dolore.

Ma perché è l'ebbrezza, cioè la musica, ad esser considerata verità e non invece la ragione,
cioè il principio di individuazione?

Il giovane poeta sperimenta su di sé, con Beethoven, ciò che per Nietzsche è assolutamente
chiaro: "la musica precede l'idea", così Dioniso precede Apollo. La musica, infatti, precede
l'idea a causa della propria immediatezza e ciò che è immediato è senz'altro vero, perché è
conosciuto senza i filtri della ragione, e in tal senso parla di conoscenza tragica
contrapponendola alla conoscenza ideale, che, con la logica, ha creato la menzogna.

Rivelando la forte assonanza con la rettorica di Michelstaedter, l’apollineo principio di


individuazione non può quindi costituirsi come verità poiché non coincide con la vera realtà,
ma con quella che è una "immagine di sogno simbolica".

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L'uomo, nell'arte e nella vita, vive come in un «sogno», di modo che, in contrapposizione
alla realtà, «la vita diviene tollerabile e meritevole di essere vissuta». Il dolore si libera nel
sogno; col sopraggiungere dello spirito dionisiaco invece l'uomo vive tragicamente la natura
ed i rapporti con gli altri uomini.

La musica e il sogno, condividono una stessa natura, una trama di sensazioni, vere e proprie
visioni che rifuggendo dagli schemi formali e razionali, diventano il luogo dove tutto è
possibile e dove l’esperienza umana si dilata. Per Michelstaedter questa dimensione è
leggerezza, assenza di gravità, un’ascesa libera verso l’alto, sostenuto dalla musica.

Per il giovane goriziano, in corsa sulla sua montagna, la musica è dunque il luogo dove la
mente è libera di muoversi, di percepire cose ed azioni altrimenti non descrivibili ma che ci
sono e sono, per la mente, un’esperienza forte e concreta, una verità, un luogo dove non è
necessario un fine per essere.

La musica, racchiude in sé l’atto creativo carico delle energie e delle pulsioni che l’hanno
determinato, il cui originario significato è ora irrimediabilmente irraggiungibile, sepolto nel
suo corpo, rendendo la musica un processo rituale, vuoto di significato, quanto
straordinariamente capace di offrire il proprio corpo alla proiezione del mondo interiore della
mente che vi si affacci. Capace di riempirsi, proprio nell’atto della fruizione, di nuova linfa
vitale. Una sorta d’incarnazione di un’anima in un corpo svuotato.

Michelstaedter, attraverso la musica coglie il suo mondo interiore. Il legame con il processo
alchemico Junghiano è evidente. L’opera d’arte per l’osservatore, diviene il medium che
consente la comunicazione con la propria anima, la sua visione attraverso la propria mente.
È la chiusura del circuito tra mente razionale e inconscio, la via di comunicazione finalmente
attivata da cui scaturisce la coscienza nuova del sé fornendo alla nostra consapevolezza la
visione interna di territori mai esplorati e solo raramente intravisti e l’emozione dilaga forte
e impetuosa, un’esondazione che ci sommerge con la paura, l’amore, l’ansia, la forza, il
dolore, la determinazione, il dubbio, la malinconia.

Questi luoghi sono quelli della non località, intravisti poi anche dalla fisica quantistica, dove
ogni evento è… senza che vi sia ragione d’essere, a prescindere da una causa.

Questi luoghi sono anche gli archetipi che condividiamo con i nostri simili e che Jung intuisce
e che certamente Michelstaedter coglie nella musica di Beethoven, quegli archetipi che ci
aprono ad una risonanza collettiva da cui forse può generarsi una coscienza globale e
sincronica, come ebbe a intuire Jung 40 anni dopo nel suo saggio La sincronicità.

Nella musica è dunque rintracciabile la profonda intuizione che probabilmente ha consentito


a Michelstaedter di avvicinarsi ancor più al cuore della filosofia della persuasione.

Nei conflitti tra mondo apollineo e dionisiaco ritroviamo le linee portanti della persuasione e
della rettorica così come nei profondi conflitti del processo di individuazione e nella
percezione della realtà come processo di crescita e di costruzione dell’individuo immerso
nel dramma della vita.

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