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Alfonso Belfiore

Coordinatore Dipartimento Nuove tecnologie e linguaggi musicali


Conservatorio di musica “Luigi Cherubini” di Firenze

1. Beethoven e la contemporaneità

La caratteristica che distingue Beethoven da tutti gli altri musicisti che lo precedettero, a parte il
genio e la forza senza eguali, fu che egli, difendendo i suoi diritti, si considerò un artista, un creatore
e, in quanto tale, superiore ai re e ai nobili. Aveva una concezione decisamente rivoluzionaria della
società e idee nuove sulla musica: «Quel che ho nel cuore deve venire fuori e così lo scrivo» disse.

Beethoven è tra quelle poche persone che nella storia dell’umanità hanno assunto un ruolo di
fondamentale significato assumendosi, con la propria opera, la responsabilità di contribuire alla
formazione della mente e della coscienza di intere generazioni.

Nel passaggio tra il Settecento e l’Ottocento, con la nuova visione mossa dal vento della rivoluzione
francese, in Beethoven trova spazio l’ideale della libertà umana codificato dalla filosofia kantiana.
Tutte queste forze, attraverso un ramificato processo di fertilizzazione, forgiarono certamente la sua
ispirazione musicale.

Beethoven pensa la sua musica, non più generata da schemi e da prevedibili processi grammaticali
ma generata da una volontà espressiva immanente imprimendo un ruolo antropologico al suo
operato di artista.

Beethoven non inventò alcuna nuova forma ma bensì, praticando l’espansione di alcune di esse per
adattarle ai suoi intenti, conferì un nuovo senso alla musica. Goethe e Schiller giovani avevano
promosso un titanismo prometeico capace di aizzare l’uomo in lotta contro la società ingiusta,
perfino contro la divinità stessa. Beethoven visse tutto questo con un’intensità senza pari come
emerge anche dal testamento di Heiligenstadt e non si può prescindere da questo complesso di
volontà combattiva per comprendere i caratteri che fanno delle sue opere, in sostanza, la prima
grande manifestazione musicale dell’età moderna.

Beethoven è stato il più formidabile pensatore musicale. È consuetudine vederlo come il ponte tra il
periodo classico e quello romantico, ma è soltanto una etichetta di comodo, e neppure troppo esatta.
In realtà nella sua musica c'è ben poco di romantico. Secondo il critico musicale americano Harold
Charles Schonberg, «Beethoven non parlò il linguaggio dei romantici, aveva cominciato col
comporre nella tradizione classica e poi era andato al di là del tempo e dello spazio, usando un
linguaggio che lui stesso aveva forgiato. Un linguaggio compresso, enigmatico ed esplosivo,
espresso in forme escogitate da lui».

2. Beethoven e la natura

Ascoltando la sesta sinfonia, emerge in modo illuminante il rapporto speciale di Beethoven con la
natura e con il divino e allora mi viene naturale pensare al film Medea di Pasolini e alle intense
parole che lui fa dire al centauro Chirone a Giasone: “Tutto è santo! Non c'è niente di naturale nella
natura”, e poi “In ogni punto in cui i tuoi occhi guardano è nascosto un dio e se per caso non c'è, ha
lasciato lì i segni della sua presenza sacra”

Beethoven vive il rapporto con la natura in maniera non descrittiva ma piuttosto esprimendo una
natura esclusivamente interiore vissuta nel proprio immaginario, nella propria psiche, una natura che
appare, con tutti i suoi significati, l’esatta proiezione della propria mente e pertanto portatrice del
divino che solo questa può percepire.

I suoni stessi sono la natura reale che Beethoven plasma, la materia vera a cui da forma.

Questo è lo stupore profondo e la volontà che pervade Beethoven, la poesia che si intreccia nelle
trame del caos e dell’irrazionale, dove si annidano le leggi misteriose che legano ogni cosa esistente
ad ogni altra, in un flusso immenso e sfuggente, intrattenibile e ammaliante, capace di portare alla
luce un ordine misterioso, capace con la sua forza inesorabile di sedurre e di attrarre la nostra mente
e perfino di giustificarne la sua stessa esistenza.
3. La forza del pensiero musicale beethoveniano

Per comprendere la forza e il carattere del pensiero musicale beethoveniano, del suo titanismo
prometeico e del processo di autopoiesi che ha accompagnato la vita stessa di Beethoven, sono
percorribili due direzioni che ritengo fondamentali e che in una certa misura si incrociano: la prima,
Nietzsche, con le profonde riflessioni contenute nel suo saggio “La nascita della tragedia”, e la
seconda, il “principio di individuazione” fino al “processo di individuazione” di Jung.

Qui potremmo comprendere come il titanismo prometeico di Beethoven trovi la sua dimensione nel
conflitto tra il mondo apollineo e quello dionisiaco, questi, per Nietzsche, sono i due impulsi che
regolano i separati mondi artistici del sogno e dell’ebbrezza. Apollo è il dio dei sogni, delle illusioni
meravigliose, mentre Dioniso è il dio dell’ebbrezza e della distruzione continua.

Per Schopenhauer, la tragedia, rivelando la mancanza di scopo dell’universo, porta l’uomo alla
negazione della volontà di vivere, a tale visione Nietzsche si contrappone proponendo la tragedia
come affermazione di vita.

Questa fu la grande invenzione della Grecia classica: avendo guardato l’orrore del mondo
dionisiaco, creò l’apollineo mondo di sogno dell’olimpo. Ogni nuova emersione del primo rafforzava e
arricchiva il secondo. Un processo di scontri tra sogno ed ebbrezza.

Nietzsche non vede nello spirito apollineo un mezzo per evitare o negare il dionisiaco, ma piuttosto
un suo necessario complemento. Il rifiuto di uno dei due comporta il rifiuto di entrambi.

Al suo più altro grado, la tragedia può velare il dionisiaco, ma alla fine lo stesso dramma apollineo è
spinto ‘in una sfera dove comincia a parlare con sapienza dionisiaca’ e dove nega sé stesso e la sua
evidenza apollinea.

In questo modo, per Nietzsche, si realizza l’unione: ‘Dioniso parla il linguaggio di Apollo, ma Apollo
finisce col parlare il linguaggio di Dioniso: col che viene conseguito il fine supremo della tragedia e,
in generale, dell’arte’.

Nietzsche, vede nell'ebbrezza del Satiro, che è la verità, come l'uomo colga l'orrore, l'atrocità, della
propria esistenza.

Il principio di individuazione, riflesso dell'istinto apollineo, pur illusorio, è tuttavia necessario al fine
che l'uomo non si autodistrugga nel proprio lacerante grido di dolore.

Ma perché è l'ebbrezza ad esser considerata come verità e non invece la ragione cioè il principio di
individuazione?

Nietzsche a questo proposito è assolutamente chiaro: "la musica precede l'idea", così Dioniso
precede Apollo. La musica, infatti, precede l'idea a causa della propria immediatezza e ciò che è
immediato è senz'altro vero, perché è conosciuto senza i filtri della ragione, e in tal senso parla di
conoscenza tragica contrapponendola alla conoscenza ideale, che con la logica ha creato la
menzogna.

L’apollineo principio di individuazione non può quindi costituirsi come verità poiché non coincide con
la vera realtà, ma con quella che è una "immagine di sogno simbolica".

L'uomo, nell'arte e nella vita, vive come in un «sogno», di modo che, in contrapposizione alla realtà,
«la vita diviene tollerabile e meritevole di essere vissuta». Il dolore si libera nel sogno; col
sopraggiungere dello spirito dionisiaco invece l'uomo vive tragicamente la natura e i rapporti con gli
altri uomini.

Il percorso di maturazione musicale di Beethoven incarna perfettamente questa conflittualità così


come anche il processo di individuazione junghiano, quel processo psichico unico ed irripetibile che
ogni individuo compie e che consiste nell'avvicinamento dell'Io con il Sé tramite l'attribuzione di
significato ai simboli che l'individuo incontra durante la sua vita e alla loro interpretazione,
permettendo l’unificazione dei complessi che formano la sua personalità.
Pur costituendo una “via individuale” che può deviare rispetto a quella consueta, essa deve condurre
ad uno spontaneo riconoscimento delle norme collettive. L’individuazione rappresenta un processo,
una sorta di viaggio, verso l’elevazione spirituale portandoci ad un “ampliamento della sfera della
coscienza”.

L’incidenza della cultura musicale popolare nell’esperienza di Beethoven è tutt’altro che ininfluente e
concorre sicuramente al rafforzamento del processo di individuazione e al superamento della
conquistata individualità soggettiva attraverso l’intuizione di possibili ideali oggettivi, archetipi
collettivi condivisi con una umanità più vasta, che emergeranno decisamente nelle sue creazioni più
significative come l’Inno alla gioia del quarto movimento della nona sinfonia.

Questo è il percorso che compie Beethoven, il suo “viaggio verso l’elevazione spirituale”, un viaggio
che lo condurrà alla composizione del Fidelio, degli ultimi quartetti, delle ultime sonate per pianoforte
e della nona sinfonia, in cui il processo di maturazione operato attraverso il conflitto tra il mondo
apollineo e dionisiaco gli consentirà di superare pienamente la dimensione della fase dell’artista che
esprime sé stesso giungendo a divenire invece anima ed espressione di una umanità titanica e
prometeica, reale quanto utopica ma ormai imprescindibilmente necessaria.

Oggi infatti non potremmo fare a meno della sua opera, l’umanità sarebbe un’altra e senz’altro più
povera.