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INTEGRAZIONI A PLATONE

Lo “stile filosofico” di Platone

La posizione platonica nei confronti dell’oralità

Platone assume un atteggiamento “duplice” (di condanna e approvazione) nei confronti dell’oralità. Per
capire quest’atteggiamento bisogna comprendere le dinamiche culturali della civiltà greca del V sec. a. C., in
cui Platone nasce. Platone vive nel culmine di una vera e propria “rivoluzione culturale”, che determina il
passaggio da un tipo di civiltà “orale” alla cosiddetta “civiltà della scrittura”. Tuttavia la scrittura era già
usata – sebbene in misura limitata – nella Grecia del V sec. a. C. L’introduzione della scrittura alfabetica
avviene infatti in Grecia nell’VIII sec. a. C., allo scopo di risolvere problemi pratici. I testi più antichi sono
leggi e disposizioni testamentarie, a cui seguono i poemi omerici e altri scritti poetici, di cui i rapsodi si
servivano per recitare meglio i versi che avevano imparato a memoria. I primi a pubblicare i loro scritti sono
i retori e i sofisti.

Platone condanna l’oralità degli oratori, dei sofisti e dei poeti; approva l’oralità del dialogo. Platone

1) condanna l’oralità “retorica” degli oratori e dei sofisti, perché sostiene che il discorso non deve
persuadere ma condurre alla verità, e rifiuta anche l’oralità “poetico-mimetica” di Omero, perché
ritiene i poemi omerici diseducativi (i poemi omerici, dapprincipio tramandati oralmente, erano stati
assunti dal mondo antico come un modello da imitare in ogni ambito dell’esistenza; essi
presentavano però un mondo retto dal “fato” e in cui gli dèi si abbandonavano anche a
comportamenti immorali, inducendo nel lettore atteggiamenti deresponsabilizzanti o scurrili);
2) approva l’oralità “dialettica” nel senso etimologico di “dialégesthai” (= “dialogare”), cioè l’oralità
“dialogica” che serve al confronto che avviene tra più interlocutori, e da cui soltanto può scaturire la
verità. Questo tipo di oralità era stata attuata da Socrate, che l’aveva preferita alla scrittura (infatti
Socrate non aveva scritto nulla).

La posizione platonica nei confronti della scrittura

Anche Platone afferma la superiorità dell’oralità “dialettica” sulla scrittura. La “condanna” platonica della
scrittura emerge nel “mito di Theut”, narrato nel Fedro. Il dio Theut – inventore dei numeri, della geometria,
del gioco dei dadi e delle lettere dell’alfabeto – abita a Naucrati d’Egitto, nel territorio retto dal faraone
Thamus. Theut vorrebbe far dono a Thamus della scrittura, e nel lodarla sostiene che essa rende
maggiormente sapienti e potenzia la memoria. Ma Thamus rifiuta il dono di Theut, giustificando il suo gesto
per i seguenti motivi:

1) la scrittura indebolisce la memoria, perché scoraggia la memorizzazione, l’interiorizzazione e la


rielaborazione personale di quello che si apprende per esperienza diretta. Nel caso si tratti della
fissazione per iscritto di ciò che si è già appreso per esperienza diretta, la scrittura si limita a richiamare
alla mente ciò che è già saputo, senza favorire l’ampliamento delle conoscenze;
2) la scrittura non rende sapienti, ma soltanto saccenti: dà solo l’apparenza della sapienza, genera opinioni,
perché l’origine della vera sapienza è esclusivamente il vivo dialogo;
3) il discorso scritto, rivolgendosi a tutti nello stesso modo – sia a quelli che sono capaci di intenderlo, sia
agli ignoranti –, rischia di essere frainteso, senza che l’autore dello scritto possa “difenderlo” confutando
le obiezioni dei lettori, o chiarendo i loro eventuali dubbi mediante riposte alle loro domande.

Per questi motivi Platone non comunica per iscritto quelle che definisce “le cose di maggior valore” – i
“principi primi” –, che fanno parte delle sue cosiddette “dottrine non scritte”. Nonostante ciò rinvia ai
“principi primi” in alcuni suoi dialoghi, in cui è possibile individuare due livelli: quello del linguaggio
esplicito, che comunica gli argomenti accessibili a tutti, e quello del linguaggio allusivo, ironico, che
possono capire soltanto coloro che conoscono già le dottrine non scritte.

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Platone, a differenza di Socrate, decide di mettere per iscritto le proprie teorie perché:

1) vive in una società in cui si sta ormai compiendo il passaggio da una cultura tramandata oralmente a
una cultura comunicata e conservata tramite testi scritti;
2) crede che si possa raggiungere una verità assoluta.

Patone scrive dialoghi (e non espone le sue teorie filosofiche mediante trattati, come fanno la maggior parte
dei filosofi) perché:

1) il dialogo è la forma letteraria che è più vicina all’oralità;


2) Platone ritiene che si possa giungere alla verità assoluta solo attraverso il metodo del dialogo (come
credeva già Socrate, il suo maestro, che Platone assume come modello);
3) Platone sostiene che “le cose di maggior valore” – i “principi primi” – non possono essere poste per
iscritto. Tuttavia egli ritiene che i “principi primi” (colti per la prima volta mediante il colloquio
orale e poi ricordate tramite domande fatte da colui che già le conosce) possono essere indicati
allusivamente dalle domande e dalle riposte presenti in un dialogo scritto.

Le caratteristiche del dialogo e del mito platonico

Il dialogo platonico ha una pluralità di protagonisti. Personaggio principale è quasi sempre Socrate, che
parla con persone eminenti nella vita pubblica di Atene all’epoca della guerra del Peloponneso, o con altri
filosofi. Platone non compare quasi mai. Nei dialoghi della maturità, il colloquio tende a trasformarsi in un
monologo del protagonista principale (in genere Socrate, che fa lunghe domande, a cui l’interlocutore si
limita a rispondere “sì” o “no”).

I dialoghi comprendono molti miti, che si differenziano però da quelli narrati prima della nascita della
filosofia dai poeti perché:

1) non si presentano come mere invenzioni della fantasia, bensì avanzano la pretesa di esporre un
contenuto vero;
2) sono di supporto alla filosofia, intesa come ricerca libera e razionale.

Le due principali funzioni del mito platonico sono:

1) didattico-espositiva: far comprendere in modo più semplice teorie filosofiche dimostrate


precedentemente in modo non mitologico e complesso (per es. il “mito delle stirpi”, narrato nella
Repubblica per spiegare in modo semplice e intuitivo il motivo della distinzione in classi);
2) filosofica in senso stretto: esporre teorie che vanno al di là di ciò che può essere pienamente spiegato
dalla ragione (teorie “verosimili”) in un modo che non è né una semplice favola, né
un’argomentazione dimostrativa che si serve della ragione (per es. il mito del “demiurgo”, narrato
nel Timeo per spiegare l’origine del mondo, la quale implica processi non comprensibili
razionalmente).

Le idee e la “teoria dei due mondi”

La parola “idea” deriva dal greco “éidos”, che vuol dire “forma”, “figura”. Platone intende le idee come
modelli delle cose in senso sia ontologico (= che riguarda l’essere), sia gnoseologico (= che riguarda la
conoscenza) e assiologico (che riguarda la valutazione). Le idee sono:

1) causa o ragion d’essere delle cose (= ciò che definisce l’essenza, cioè la natura intima delle cose,
consentendo di capire perché le cose sono in un modo invece che in un altro);

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2) parametri oggettivi di giudizio, criteri di valutazione (= punti di riferimento fissi per poter conoscere
le cose e prendere posizione rispetto a esse).

Un’idea, essendo un modello, è il punto di riferimento di una molteplicità di cose (per es. l’idea del Bello è
il punto di riferimento di tutte le cose belle, l’idea del tavolo è il punto di riferimento di tutti i tavoli ecc.).

La “teoria dei due mondi” è quella concezione secondo cui la realtà si articola in due livelli:

1) il “mondo dei sensi”, che comprende tutte le cose percepibili con i 5 sensi. Esso è detto anche
“mondo sensibile” (= percepibile con i sensi) e “mondo fenomenico” (dal greco “phainómenon” =
ciò che si manifesta, che appare). E’ costituito dalle cose imperfette, mutevoli, molteplici;
2) il “mondo delle idee”, che comprende le idee. Esso è detto anche “mondo intelligibile” (=
conoscibile mediante l’intelletto) e “iperuranio” (= al di là del cielo, cioè di ciò che è visibile, al di là
di ciò che appare ai 5 sensi). E’ costituito dalle idee perfette, immutabili, uniche (nel senso che c’è
una sola idea per tutte le cose sensibili dello stesso tipo).

Le idee di Platone, oltre a essere concetti (= contenuti di rappresentazioni mentali, che definiscono le
caratteristiche essenziali di una molteplicità di cose sensibili), sono anche realtà che esistono
indipendentemente dalla nostra mente. Le idee, in quanto realtà autonome dalla nostra mente, hanno le
caratteristiche dell’essere di Parmenide, con le seguenti differenze:

1) l’essere di Parmenide è uno solo; le idee sono molte;


2) per Parmenide la realtà sensibile (quello che in Platone si chiama “mondo dei sensi”) è un’illusione;
per Platone la realtà sensibile è pur sempre una realtà, sebbene imperfetta se rapportata alla realtà
delle idee;
3) per Parmenide non c’è nessun legame tra la realtà sensibile (che appare ai 5 sensi) e l’essere (che è
conosciuto mediante la ragione); per Platone il mondo dei sensi e il mondo delle idee stanno in una
triplice relazione: di mímesi, di metéssi e di parousía.

La relazione di parousía è evidente soprattutto nel caso dell’idea del Bello, che secondo Platone è quella che
rispende più di tutte. Questo fa sì che l’idea del Bello giochi un importante ruolo conoscitivo. Con la dottrina
dell’“anamnesi” (termine che deriva dal greco anámnesis = reminiscenza, ricordo) Platone sostiene che
“conoscere è ricordare”, cioè è richiamare alla mente le idee contemplate prima dell’unione dell’anima con
il corpo (quando l’anima ha dimenticato le idee). Secondo Platone il ricordo delle idee può avvenire in due
modi:

1) mediante il dialogo (è il caso narrato nel Menone, dove Socrate aiuta uno schiavo privo di istruzione
a “ricordare” le nozioni fondamentali della matematica e a riuscire così a dimostrare il teorema di
Pitagora);
2) a partire dall’esperienza sensibile delle cose belle: la vista riesce a cogliere subito la bellezza
presente nelle cose sensibili, perché il Bello è l’idea che risplende più di tutte. Dopo aver ricordato
l’idea del Bello grazie alla vista di una cosa bella, l’anima può ricordare anche le altre idee, perché
tutte le idee stanno in relazione tra loro. In particolare, l’idea del Bello coincide con quella del Bene
e con quella della Verità. Platone riprende infatti la concezione greca della kalokagatìa, secondo cui
vero, bello e buono coincidono.

Il superamento del relativismo sofistico e della crisi, la principale tesi politica

La teoria delle idee consente di superare il relativismo dei sofisti perché permette di dare un significato
univoco alle parole, in quanto il significato delle parole sono le idee, le quali sono “assolute” (= uguali per
tutti e per sempre).

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Per definire in modo univoco il significato di una parola (per es. “coraggio”) bisogna definire il concetto
della cosa a cui la parola si riferisce (per es. la qualità del coraggio). Per definire un concetto, bisogna
elencare le caratteristiche essenziali della cosa a cui il concetto si riferisce (per es. le caratteristiche
essenziali del coraggio, cioè ciò che appartiene all’essenza, alla natura intima del coraggio, e distingue il
coraggio da ogni altra cosa). Le caratteristiche essenziali della cosa (per es. del coraggio) corrispondono a
diverse idee, che stanno in relazione tra loro. Queste idee sono individuate dal metodo della dialettica, che
consente di capire quali idee stanno in relazione tra loro e quali no. L’elenco delle idee che stanno in
relazione tra loro, e che corrispondono alle caratteristiche essenziali di una determinata cosa, costituisce la
definizione del concetto di quella cosa.
La dialettica è dunque:

1) il modo con cui è possibile definire i concetti, per superare il relativismo dei sofisti;
2) il metodo della filosofia, perché consente di conoscere le idee.

Platone ritiene che la crisi politica, che ha condotto alla morte di Socrate, sia la conseguenza di una crisi
morale, la quale è a sua volta la conseguenza di una crisi intellettuale: dal fatto che non si conosce la verità,
discende che non si hanno dei punti di riferimento comportamentali e che non si riesca a vivere insieme con
i propri simili e a governare lo Stato in modo giusto. La teoria delle idee, consentendo di conoscere la verità,
supera la crisi intellettuale, ponendo le basi per un superamento della crisi morale e della crisi politica.

Riguardo alla politica, la teoria principale di Platone è che i politici devono essere i filosofi, perché per
governare lo Stato in modo giusto bisogna conoscere le idee, e solo i filosofi conoscono le idee (grazie al
metodo della dialettica). Questa teoria è esposta nella Repubblica, dove Platone descrive uno Stato ideale e
perfetto, in cui i filosofi conoscono la verità e non sbagliano mai (la Repubblica inaugura il genere
“utopico”. La parola “utopia” deriva dal greco “ou” = non, e “tÒpos” = luogo: letteralmente “utopia” vuol
dire “non luogo”, cioè un luogo inesistente; in senso lato “utopia” vuol dire un progetto irrealizzabile. Lo
Stato perfetto descritto da Platone nella Repubblica è “utopico”).
La teoria secondo cui i filosofi sono governanti perfetti è rivista nelle Leggi, dove Platone si riferisce a uno
Stato concreto e ammette che anche i governanti possano sbagliare, tant’è che introduce l’organo dei
“Custodi della legge” con il compito di vigilare sul rispetto delle leggi da parte sia dei governati, sia dei
governanti.

Il confronto con Parmenide

Nel Parmenide e nel Sofista Platone dice di attuare un “parricidio”, cioè di “uccidere” suo padre. Egli
intende per “padre” Parmenide, che era considerato dai filosofi greci il “padre” della filosofia, cioè uno dei
filosofi più importanti. Con “parricidio” Platone vuole indicare metaforicamente la confutazione delle tesi di
Parmenide secondo cui

1) l’essere è unico. Secondo Platone l’essere è molteplice, nel senso che coincide con le idee, che sono
molte. Tuttavia Platone considera la totalità delle idee come qualcosa di unitario, perché afferma che
le idee stanno tra loro in un rapporto gerarchico, e formano una “koinonìa” (= comunione, in Platone
vuol dire: rapporto di comunanza, relazione tra le idee che le rende un tutto unitario);
2) il non essere non è e non può essere. Platone dà ragione a Parmenide nel senso che anche per Platone
il nulla assoluto non esiste, non può essere pensato e non ne possiamo parlare. Platone rimprovera a
Parmenide il fatto di non aver distinto il nulla “assoluto” dal nulla “relativo”, cioè dal “diverso”.
Secondo Platone il nulla “relativo” esiste, può essere pensato e ne possiamo parlare perché ogni cosa
e ogni idea è diversa da tutte le altre, e costituisce quindi un nulla “relativamente” alle altre perché
“non” è le altre (per es. l’idea del coraggio esiste, la possiamo pensare e ne possiamo parlare, ma
essa “non” è l’idea della viltà, nel senso che è “diversa” dall’idea della viltà). Il nulla “relativo”
riguarda tutto ciò che esiste, tant’è che Platone considera il “diverso” (che coincide con il nulla
“relativo”) come uno dei 5 “generi sommi” (= le caratteristiche essenziali di tutto ciò che esiste).

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Nel Sofista Platone definisce l’essere come ciò che può agire o subire un’azione, cioè come ciò che può
entrare in relazione con qualcos’altro, ossia come possibilità e relazione. Enuncia inoltre i 5 “generi sommi”
(da studiare da p. 138).

I gradi della bellezza

Nel Simposio Platone sostiene che l’anima si eleva all’idea del Bello, e a partire da essa conosce poi anche
tutte le altre idee, attraverso diversi passaggi. Dapprincipio l’anima coglie la presenza dell’idea del Bello nel
corpo bello (grazie alla relazione di parousía, che fa sì che l’idea del Bello sia presente nelle cose sensibili
belle). L’anima si sente dunque “richiamata” dall’idea del Bello che si manifesta in un corpo bello, e
risponde con l’amore. L’anima, però si accorge presto che la bellezza è uguale in tutti i corpi, e inizia
dunque ad amare la bellezza in ogni sua manifestazione sensibile. Poi capisce che, più elevata della bellezza
sensibile, è la bellezza dell’anima, e incomincia dunque ad amare l’anima. Poi comprende che più elevata
della bellezza dell’anima è quella delle istituzioni e delle leggi, e comincia a rispettare istituzioni e leggi. Poi
capisce che più elevata ancora è la bellezza delle scienze, e inizia a praticare le scienze. Infine comprende
che la bellezza suprema è l’idea del Bello, colta mediante la filosofia, e inizia a fare filosofia, il che le
consente di conoscere tutte le idee (attraverso la dialettica)

L’amore, inteso come slancio verso la bellezza, che permette di elevarsi dal mondo sensibile al mondo
intelligibile, ha dunque una funzione conoscitiva (= perviene alla conoscenza delle idee, tant’è che Platone
rende eros il simbolo della filosofia) e morale (= perviene all’idea del Bello che, coincidendo con quella del
Bene, permette di stabilire i valori che presiedono al comportamento).

La posizione platonica nei confronti dell’arte

Platone condanna l’arte perché la considera diseducativa, in quanto non consente una conoscenza vera. Egli
adduce principalmente i seguenti tre motivi. L’arte:

1) è “di tre gradi lontana dal vero” perché è “imitazione dell’imitazione”, in quanto ogni opera d’arte è
“copia della copia dell’idea”: un’opera d’arte imita una determinata cosa sensibile, e questa cosa
sensibile imita a sua volta un’idea;
2) fa leva sulle emozioni e non sull’intelletto, distogliendo dal ragionamento;
3) i due generi poetici più diffusi in Grecia, la commedia e la tragedia, forniscono modelli sbagliati,
perché la commedia rappresenta comportamenti immorali, la tragedia descrive un mondo retto dal
“fato”, in cui l’uomo non è pienamente responsabile delle sue azioni.

Platone ammette come forme artistiche valide soltanto quelle che siano di supporto alla conoscenza, per es.
la musica dorica (che con i suoi ritmi austeri aiutava a formare il carattere dei giovani e a renderli
disciplinati) e soprattutto il mito, inteso nel modo in cui egli lo usa nei suoi dialoghi.

La definizione del tempo

Nel Timeo Platone definisce il tempo come “immagine mobile dell’eternità” perché:
il tempo riproduce (similmente a un’immagine) nel mondo sensibile l’ordine del mondo intelligibile;
ma il mondo intelligibile è quello delle idee, che sono eterne, per cui l’ordine del mondo intelligibile è
eterno;
invece il mondo sensibile è quello delle cose che si trasformano, il mondo del divenire;
i Greci chiamavano il divenire anche “movimento”;
dunque il tempo, imitando nel mondo del divenire un ordine eterno, può essere definito un’immagine
“mobile” dell’eternità.

L’imitazione in cui consiste il tempo coincide con l’ordine degli eventi naturali in base al movimento degli
astri; in base all’ordine degli eventi naturali l’uomo organizza la sua giornata, dà un ordine alla sua vita.