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Tommaso Bersani IIIC

“Non è morto ciò che in eterno può attendere, e col volgere di strani eoni, anche


la morte può morire.” 
-Howard Philips Lovecraft, I racconti del Necronomicon-

H. P. LOVECRAFT
E LA RISCOPERTA DEL TERRORE ANCESTRALE

Abstract: l’obiettivo che mi sono proposto nello stendere questo testo è quello di
sciogliere nel modo più semplice possibile - nei limiti concessi dalla complessità del
pensiero e della scrittura dell’autore - la matassa dei metodi e delle tecniche utilizzate da
Lovecraft nella riscoperta della paura irrazionale e del terrore ancestrale, che da sempre
attanagliano l’animo umano nella stretta morsa del loro gelido abbraccio. In questo
percorso coinvolgerò argomenti del programma di Filosofia, di Storia e di Arte, con
accenni a quello di inglese.

Filosofia: Schopenhauer, il padre dell’irrazionalismo, e l’impossibilità di raggiungere


un rimedio definitivo per i mali dell’esistenza per mezzo della scienza e della
conoscenza;

Storia: Il ruolo del sottomarino nella Prima Guerra Mondiale e le paure che questa
nuova invenzione inizialmente comportava (e come esse si riflettono nel racconto di
Lovecraft Il Tempio);

Arte: “L’urlo” di Munch e la sensazione di inquietudine e malessere che il pittore


norvegese riesce a trasmettere nella sua opera.

Bibliografia

- H.P. Lovecraft, Tutti i racconti, Roma, Mondadori, 2015


- H.P. Lovecraft, Tutti i romanzi e i racconti, Roma, Newton Compton Editori, 2011
- H.P. Lovecraft, G. Lippi (a cura di), Cthulhu. I racconti del mito, Roma, Mondadori,
2016

Sitografia

- https://criticaimpura.wordpress.com/2012/04/15/lorrore-fenomenologico-
di-h-p-lovecraft-il-sogno-e-il-nichilismo-il-fascinans-e-il-tremendum-prima-parte/

- http://www.hplovecraft.com/

-https://lovecraftzine.com/2013/04/15/defining-lovecraftian-horror-an-essay-by-pete-
rawlik/
- http://www.novostilos.it/lirrazionalismo-di-lovecraft/

Un accenno alla vita di Howard Philips Lovecraft

Lovecraft nasce nel 1890 a Providence, negli Stati Uniti, e crebbe insieme alla madre,
due zie e i nonni materni a causa della morte prematura del padre quando Howard era
ancora molto piccolo. Il nonno, appassionato di lettura gotica, lo spinse alle sue prime
letture in questo ambito, che ebbero inevitabilmente un forte impatto su tutta la sua
produzione. La nonna lo introdusse invece all’astronomia, ma la sua morte causò nel
piccolo Lovecraft un grande turbamento che lo portò ad avere incubi frequenti con
demoni che lo perseguitavano. Da ragazzino con una grande immaginazione, quindi,
divenne un adulto molto chiuso e introverso, vittima di esaurimenti nervosi. Riuscì a
superare parzialmente la sua chiusura solamente iniziando corrispondenze con altri
autori che appoggiavano e incoraggiavano la sua produzione. Dopo essersi sposato nel
1924 ed essersi trasferito a New York, fu costretto al divorzio a causa dei suoi problemi
finanziari. Tornò a vivere con i suoi familiari a Providence, dove rimase fino alla morte
nel 1937, sopraggiunta quindi all’età di 46 anni.

Una paura atavica

Fin dagli inizi della loro lunga storia, gli uomini sono stati sempre tentati di individuare
e determinare qualcosa che potesse fungere da incarnazione e personificazione dei mali
e delle paure istintive dell’uomo. È così che, infatti, nella gran parte delle religioni che
si sono affermate nel corso dell’evoluzione dell’uomo, alla figura di un Dio o degli dèi
(a seconda che si tratti di una religione monoteista o politeista) si sono affiancate quelle
del diavolo, di Lucifero, di Satana, di Iblis, di Mara e tante altre ancora. Esse
costituiscono la morte della razionalità umana, ovverosia il punto in cui essa cessa di
informare le azioni e le emozioni dell'uomo, in favore del caos e del terrore dell’ignoto.
In quanto “entità” per loro natura irrazionali e ignote, una delle caratteristiche che
risulta essere condivisa da varie rappresentazioni di queste figure è quella che esse siano
sfuggenti, invisibili, nascoste nell’ombra, ma sempre pronte ad uscirne per assalire
l’uomo quando questo è più debole o quando meno se lo aspetta. (?)
Nella cinematografia e nella letteratura dell’orrore, moderne e non, siamo stati abituati a
trovarci di fronte a varie raffigurazioni e visualizzazioni di queste entità. La trama e lo
svolgimento di queste opere si sviluppano secondo un filo conduttore che può
ovviamente variare a seconda di innumerevoli fattori, ma che in una sorprendentemente
alta percentuale dei casi segue un ordine di avvenimenti che potrebbe essere
schematizzato in questo modo: la situazione di partenza è serena o perlomeno
apparentemente tale; a questa seguono una serie di vaghe e misteriose manifestazioni di
natura spesso evidentemente non riconducibile a fenomeni che possano essere provati o
dimostrati scientificamente; l’ “entità” che tormenta i protagonisti finalmente si rivela
e, dopo aver nella maggior parte dei casi mietuto alcune vittime, la storia prende una
piega diversa a seconda che il suo ideatore abbia optato per un finale catartico e positivo
oppure no. Secondo l'approccio più comune alla letteratura dell'horror, questo potrebbe
risultare il metodo più efficace per fare breccia nell’animo umano e colpirne la parte
irrazionale, scaturendo l’emozione della paura.
Eppure, leggendo attentamente l’opera di Lovecraft, mi sono reso conto dell'esistenza di
un punto di rottura tra quest'ultima e le opere degli altri autori del mondo dell’horror.
Nel momento stesso, infatti, in cui l’entità maligna si manifesta apertamente ai nostri
occhi, siamo spesso soggetti a quello che in gergo si definisce “jumpscare (?)”, ovvero il
momento di tensione massima in cui l’angoscia accumulata esplode nella paura e nella
repulsione istintiva. Eppure, oltre a questo meccanismo, se ne attiva nei nostri animi
anche un altro, molto meno palese, eppure ugualmente profondo e potente: quello della
razionalità. Penso che sia capitato a tutti almeno una volta nella vita di “gridare” con la
mente un consiglio al protagonista della vicenda, in modo che egli possa riuscire a
uscire incolume o almeno sopravvivere alla situazione in cui si trova.
Per quanto possa essere ripugnante, spaventosa e terribile l’entità che i personaggi
stanno fronteggiando, infatti, lo spettatore non può fare a meno di pensare che dopotutto
si possa ancora trovare un modo razionale per sconfiggerla o sopraffarla. In altri
termini, possiamo dire che qualsiasi essere, seppure maligno e orribilmente potente, una
volta resosi apprensibile ai nostri sensi ed alla nostra vista in particolare, ritorna in una
dimensione di razionalità, il che comporta che la mente umana mantenga comunque una
sia pur limitata speranza di venire a capo della situazione, piuttosto che sprofondare
senza alternative nel caos assoluto.
Per andare oltre questo limite e così superare ogni meccanismo di difesa che la mente
umana può frapporre fra sé medesimo e il terrore assoluto, Lovecraft adotta, in
particolare nelle sue opere più mature e complesse, un paradigma narrativo diverso.
Prenderò, come esempio per meglio introdurre e chiarire i concetti di cui intendo
trattare, un breve racconto scritto da Lovecraft nel 1920, intitolato Il Tempio.
Esso è scritto, mediante l’espediente della finzione letteraria, come se si trattasse di
ultimo resoconto lasciato il 20 agosto 1917 dal tenente comandante del sottomarino
tedesco U-29. Il protagonista, nonché dunque narratore della vicenda, è un militare
zelante, senza pietà, un orgoglioso conte prussiano pronto a qualsiasi azione pur di
servire la madrepatria. La sua caratteristica fondante, resa evidente dall’autore con
sottilissima arguzia sin dagli inizi della vicenda, è la sua mentalità estremamente
razionale. Tutte i suoi gesti e le sue azioni sono inevitabilmente dettati da una
razionalità strabordante, e restituiscono l’idea di un personaggio la cui stabilità
psicologica non possa essere in alcun modo minata o compromessa.
Nella relazione del capitano vengono raccontati i fatti misteriosi seguiti al ritrovamento,
sul corpo d'un marinaio proveniente da una nave inglese silurata dall'U-29, di una
piccola scultura d'avorio raffigurante la testa di una divinità. Il