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Laboratorio di etica

Il termine “etica” viene introdotto nel pensiero filosofico da Aristotele per indicare quella parte della filosofia che
studia i criteri in base ai quali l’uomo valuta i propri comportamenti e le proprie scelte in funzione del proprio agire.
L’atto morale che ne consegue è il risultato del rapporto tra il comportamento e i valori che lo orientano. I valori a loro
volta derivano dalla ricerca di un movente di base dal quale far derivare la condotta stessa dell’uomo. Il
comportamento morale viene fatto coincidere con quello conforme alla propria natura umana; l’atto morale che ne
consegue ha quindi validità universale e astorica. Questa prima concezione dell’etica venne criticata da vari autori
come Comte, Marx e Nietzsche, che legano le concezioni etiche alle condizioni storiche di una determinata epoca; il
comportamento dell’individuo viene perciò letto da Freud e Skinner, quale conseguenza dei condizionamenti sociali
che ne determinano e ne specificano le scelte, col risultato di un progressivo svilimento della concezione di
responsabilità personale. Le successive ricerche della psicologia sociale di Milgram e Zimbardo, dimostrano come un
individuo normale possa essere condizionato ad emettere comportamenti criminali in relazione a circostanze
artificiosamente create in laboratorio. Nel 1961 Milgram si chiedeva se quanto avvenuto nella Germania nazista
potesse essere spiegato come una follia di massa, se realmente la maggior parte dei tedeschi credesse al complotto
sionista o se ci fossero altri fattori utili a spiegare l’olocausto. Mise a punto quindi un esperimento, nel quale controllò
sia la variabile che la motivazione auto-difensiva. Scopo dell’esperimento era lo studio del comportamento di soggetti
ai quali l’autorità ordina di eseguire azioni che confliggono con i valori etici e morali dei soggetti stessi. I partecipanti
alla ricerca furono reclutati tramite un annuncio pubblicato su un giornale locale e attraverso uno specifico invito
spedito per posta ad indirizzi scelti casualmente dalla guida telefonica. Nella fase iniziale il campione risultò composto
da persone di sesso maschile, di età compresa fra i 20 e i 50 anni, di varia estrazione sociale. All’inizio della prova lo
sperimentatore assegnava i ruoli di allievo e insegnante attraverso un sorteggio truccato: il soggetto ignaro in realtà
veniva sempre sorteggiato come insegnante, mentre l’allievo era un attore ingaggiato appositamente; i due venivano
quindi condotti nella stanza predisposta per l’esperimento. L’insegnante, ossia il soggetto ignaro, veniva posto di
fronte al quadro di controllo di un generatore di corrente elettrica composto da trenta interruttori a leva posti in fila
orizzontale, sotto ognuno dei quali era specificato il relativo voltaggio: dai 15 V del primo ai 450 dell’ultimo.
All’insegnante era fatta percepire la scossa relativa alla terza leva (45 V), in modo tale che si rendesse personalmente
conto che non vi erano finzioni; 1. Leggere all’allievo coppie di parole; 2. Ripetere la seconda parola di ogni coppia
accompagnata da quattro associazioni alternative; 3. Decidere se la risposta fornita dall’allievo era corretta; 4. In caso
di risposta sbagliata, infliggere una punizione, aumentando l’intensità della scossa ad ogni errore dell’allievo.
Quest’ultimo veniva legato ad una specie di sedia elettrica, quindi gli veniva applicato al polso un elettrodo collegato al
generatore di corrente posto nella stanza accanto. Doveva rispondere alle domande e, da attore, fingere una reazione
di paura, con tanto di grida e implorazioni di pietà al progredire dell’intensità delle scosse – che naturalmente non gli
venivano somministrate – fino a che, raggiunti i 330 V, non emetteva più alcun lamento. Erano previsti quattro livelli di
distanza prossemica (fisica) tra insegnante e allievo: nel primo l’insegnante non poteva osservare né ascoltare i
lamenti della vittima; nel secondo poteva ascoltare ma non osservare la vittima; nel terzo poteva sia ascoltare che
osservare la vittima; nel quarto, per infliggere la punizione doveva afferrare il braccio della vittima e tenerlo fermo su
di una piastra. Il grado di obbedienza fu misurato in base al numero dell’ultimo interruttore premuto da ogni soggetto
prima di interrompere la prova. Solo al termine dell’esperimento i soggetti venivano informati che la vittima era in
realtà un attore e che non era stato sottoposto ad alcuna scossa elettrica. Contrariamente alle aspettative, nonostante
i quaranta soggetti dell’esperimento mostrassero sintomi di tensione e protestassero verbalmente, solo una minima
percentuale si rifiutò di continuare a portare avanti la prova. Nel primo livello di distanza, il 65% dei soggetti andò
avanti sino a comminare la scossa più forte; nel secondo livello il 62,5%; nel terzo livello il 40%; nel quarto livello il
30%. Questo grado di obbedienza, che ha indotto i partecipanti a violare i propri principi morali, è stato spiegato in
rapporto ad alcuni elementi tra i quali l’obbedienza indotta da una figura autoritaria considerata legittima, la cui
autorità induce uno stato eteronomico, caratterizzato dal fatto che l’individuo non si percepisce più come un soggetto
autonomo dotato di libero arbitrio, ma viceversa come mero strumento esecutore di ordini. Di conseguenza molti dei
soggetti dell’esperimento non si sentivano moralmente responsabili delle loro azioni, ritenendosi semplici esecutori
dei voleri di un potere esterno riconosciuto. La cieca obbedienza dimostrata è stata letta anche come condizionata
dalla ridefinizione del significato della situazione. Ogni situazione è caratterizzata infatti da una propria chiave di
lettura cognitiva, una specie di mappa che definisce e spiega il significato degli eventi che vi accadono, e fornisce la
prospettiva grazie alla quale i singoli elementi acquistano coerenza. Dal momento in cui il soggetto accetta la
definizione della situazione proposta dall’autorità riconosciuta pubblicamente, finisce col ridefinire un’azione
distruttiva non solo come se essa fosse ragionevole, ma anche oggettivamente necessaria. La maggior parte dei
partecipanti all’esperimento di Milgram, pur dimostrando di possedere valori etici e morali, di essere mentalmente
sani e di comprendere che non esistevano motivazioni razionali nel credere alla pericolosità della vittima, rivelò una
crudeltà degna dei peggiori criminali, quelli la cui affiliazione alla cosca passa attraverso la dimostrazione di essere in
grado di uccidere a sangue freddo una vittima innocente e sconosciuta, in genere un ignaro passante, solo perché così
richiesto dall’autorità del gruppo. Philip Zimbardo studiò più approfonditamente il modo in cui le condizioni
ambientali possono condizionare il comportamento umano, attraverso un noto esperimento condotto nei seminterrati
dell’Università di Stanford e volto ad indagare il comportamento umano in un setting ambientale in cui gli individui
vengono definiti soltanto dal gruppo di appartenenza. Ai volontari che accettarono di parteciparvi venivano assegnati i
ruoli di guardie e prigionieri all’interno di un carcere simulato. Gli inattesi risultati ebbero dei risvolti così drammatici
da indurre lo stesso Zimbardo a sospendere la sperimentazione prima del previsto. Zimbardo rielaborò alcune idee
dello studioso Gustave Le Bon ed in particolare la teoria dell’individuazione, secondo la quale gli individui di un gruppo
coeso costituente una folla tendono a perdere non solo l’identità personale, ma anche la consapevolezza morale delle
proprie azioni e quindi il senso di responsabilità, con la conseguente comparsa di comportamenti antisociali. gli
sperimentatori scelsero ventiquattro studenti, tutti maschi appartenenti al ceto medio, equilibrati, maturi e poco
attratti da comportamenti devianti, assegnati casualmente al gruppo dei detenuti o a quello delle guardie. I prigionieri,
che dovevano attenersi a regole molto rigide, furono obbligati ad indossare una divisa sulla quale era stato applicato
un numero identificativo; una catena di metallo venne loro applicata alla caviglia. Le guardie indossavano delle
uniformi color cachi e degli occhiali da sole riflettenti che impedivano ai prigionieri di guardarli negli occhi; erano
inoltre dotate di manganello, fischietto e manette e avevano ampia discrezionalità circa i metodi da adottare per
mantenere l’ordine. L’abbigliamento poneva entrambi i gruppi in una condizione di de-individuazione. I risultati
dell’esperimento andarono molto al di là delle previsioni, rivelandosi particolarmente drammatici. Dopo appena due
giorni si verificarono i primi episodi di violenza: i detenuti si strapparono le divise di dosso e si barricarono all’interno
delle celle, inveendo contro le guardie; queste iniziarono a intimidirli ed umiliarli, cercando in tutti i modi di spezzare il
legame di solidarietà che si era sviluppato fra i detenuti. Le guardie costrinsero i prigionieri a cantare canzoni oscene, a
defecare dentro secchi che non avevano il permesso di vuotare, a pulire le latrine con le mani nude. Al quinto giorno i
prigionieri mostrarono sintomi evidenti di disgregazione individuale e collettiva: il loro comportamento era docile e
passivo e il rapporto con la realtà appariva compromesso da seri disturbi emotivi; per contro le guardie continuavano
a comportarsi in modo vessatorio e sadico. A questo punto i ricercatori interruppero l’esperimento suscitando da un
lato la soddisfazione dei carcerati, ma dall’altro un certo disappunto da parte delle guardie. Zimbardo dichiarò che la
prigione simulata, nell’esperienza psicologica vissuta dai soggetti di entrambi i gruppi, era diventata una prigione vera.
Il processo di de-individuazione induce una perdita di responsabilità personale: la ridotta considerazione delle
conseguenze delle proprie azioni indebolisce i controlli basati sul senso di colpa, la vergogna, la paura, così come quelli
che inibiscono l’espressione di comportamenti distruttivi. La de-individuazione implica una diminuita consapevolezza
di sé e un’aumentata identificazione e sensitività agli scopi e alle azioni intraprese dal gruppo: l’individuo pensa che le
proprie azioni facciano parte di quelle compiute dal gruppo. Le fondamenta delle norme etiche non appaiono più
basate sulle verità assolute anche se, contemporaneamente, emerge sempre più impellente il bisogno di rispettare
l’altro nell’agire sociale ed individuale. Nasce e si sviluppa così un’etica della relazione tra esseri umani, sempre più
codificata in regole da rispettare all’interno dei vari tipi di relazione. In ambito professionale le interazioni si
arricchiscono di norme della condotta, alle quali il professionista deve attenersi nell’intrattenere i rapporti con l’utenza
e con i colleghi. Con la recente crisi delle ideologie è sembrato opportuno a molti di non occuparsi più del fine ma del
mezzo, nella beata illusione che una società senza ideali potesse trovare il suo ben-essere nel ben fatto; il risultato
scaturito è stato il primato tecnologico dell’efficacia e dell’efficienza, la ricerca spasmodica dell’ottimizzazione delle
prestazioni del sistema. L’esercizio di un potere su di un altro individuo ci rimanda a quanto sostiene S. Spinanti (1987)
a proposito della professione psicoterapeutica, secondo questo Autore, due sono gli aspetti fondamentali della
deontologia professionale: Professionalità (competenza): “La volontà di aiutare non è una condizione sufficiente per
giustificare l’intervento. La morale individuale a cui si aderisce può prevedere l’obbligo di assistere, con le proprie
risorse materiali e spirituali, il prossimo in necessità. La professione, non si può fondare sulla missionarietà:
correrebbe il rischio di trasformarsi, prima o poi, in sottili forme di terrorismo ”. Autonomia: “Lo psicoterapeuta si
impegna perciò a rifiutare le situazioni in cui la sua opera costituirebbe una collusione con quanti esercitano una
pressione sul paziente”, “Due comportamenti, di conseguenza, rimangono deontologicamente inammissibili: la
subordinazione strumentale a chi detiene l’autorità e la manipolazione del paziente per suscitare un consenso con lo
psicoterapeuta”. L’analogia tra le caratteristiche umane che debbono possedere coloro che esercitano la professione
di psicoterapeuta e di docente erano già emerse in uno studio di Strupp e Handley (1979) nel quale erano stati
confrontati i risultati ottenuti da psicoterapeuti e professori universitari, noti per la loro empatia con gli studenti: alla
fine della ricerca emersero risultati sovrapponibili per quanto riguarda l’efficacia di un intervento psicologico di aiuto,
a dimostrazione del fatto che, indipendentemente dalla preparazione professionale, sono le caratteristiche di
personalità dell’operatore a costituire il miglior preditore del successo di una relazione professionale di aiuto. Lo
psicoterapeuta dovrebbe dunque possedere e manifestare un relativo equilibrio, fiducia in sé e nell’atro, disponibilità,
impegno, oggettività, autocontrollo, spontaneità, rispetto, onestà, sicurezza, flessibilità, radicale soddisfazione e
apertura verso gli altri, oltre ad adeguate capacità di coinvolgimento, stimolazione, empatia, partecipazione,
comunicazione e ottimismo. Quando si parla di Deontologia e dell’Etica che ne sta alla base non si può prescindere
dalla “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre
del 1948, costituita da 30 articoli che esprimono l’evoluzione del pensiero etico nella civiltà umana e contengono
principi fondamentali per l’etica della professione. Presente inoltre nella Costituzione della Repubblica Italiana nell’art.
3 e nell’art 4 - Comma 1 del vigente Codice Deontologico degli Psicologi Italiani sostiene che: “ Nell’esercizio della
professione, lo Psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione ed all’autonomia di
coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema
di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socioeconomico,
sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità”. Nella deontologia vi sono due concetti fondamentali che
riguardano l’etica e ancor prima quella della morale. La morale definisce ciò che è considerato “bene” e viceversa
“male” rispetto ai pensieri ed ai comportamenti umani e, in relazione ai costumi e agli stili di vita vigenti in una
determinata società. Il termine “Etica” fu introdotto da Aristotele per designare quella parte della filosofia che studia
la Morale, Frati, afferma che essa cerca: “… di comprendere e definire i criteri in base ai quali è possibile valutare le
scelte e le condotte degli individui e dei gruppi. La “Deontologia” è l'insieme dei valori, dei principi, delle regole e delle
buone consuetudini che diventano regole condivise da un gruppo professionale, alle quali ogni professionista
dovrebbe ispirarsi al momento in cui esercita la professione. Il “Codice Deontologico” non è altro che lo strumento
che stabilisce e definisce le cosiddette “norme deontologiche”, ovvero le regole di condotta da rispettate nell'esercizio
dell’attività professionale. Per non lasciare le norme deontologiche alla sola trasmissione informale ad una categoria
professionale, è necessario raccoglierle in un organico testo scritto, il Principio di Legalità. Le norme giuridiche che
regolamentano l’esercizio delle professioni possono caratterizzarsi come norme d’indirizzo o norme precettive le
prime regolano il quadro complessivo all'interno del quale trovano il loro fondamento giuridico i comportamenti
specifici; le seconde regolano i comportamenti specifici a cui attenersi nello svolgimento della professione. Le norme
deontologiche "di indirizzo" sono le regole che istituiscono l'Ordine professionale e gli conferiscono la funzione di
produrre e far applicare una specifica normativa deontologica. Le norme deontologiche "precettive" definiscono ciò
che è obbligatorio, ciò che è proibito e ciò che è permesso nell'esercizio dell'attività professionale, trovando specifica
ed organica espressione nel testo del codice deontologico approvato dagli organi competenti. La professione fonda
quindi le proprie regole deontologiche su tre cardini derivanti da fonti di natura etica e/o morale contenute negli
ordinamenti giuridici: il diritto, l'etica, la prassi. Le regole deontologiche sono a tutti gli effetti norme giuridiche, la cui
violazione prevedrà quindi l’erogazione di una specifica sanzione disciplinare. Le sanzioni disciplinari che possono
essere comminate agli iscritti ad un Albo professionale che si siano resi colpevoli della violazione del codice
deontologico vigente sono in genere quattro: l’avvertimento, la censura, la sospensione e la radiazione. Queste sono
presenti nell’art. 26, comma 1 della Legge 56/89 istitutiva della professione di psicologo. Frati ricorda che, nell’attuale
linguaggio giuridico si distinguono tre tipi di norme precettive: quelle che comportano precisi divieti; quelle che
comportano precisi obblighi (entrambe vengono poi inglobate sotto la più ampia definizione di “ norme imperative”);
quelle che sanciscono la possibilità di compiere una determinata azione o di assumere uno specifico comportamento
(“norme permissive”). La norma la norma deontologica come quella particolare “norma giuridica che regola un’attività
professionale nei suoi aspetti etici”. Il Codice Deontologico degli Psicologi Italiani comprende al proprio interno sia
norme di tipo “imperativo” sia norme di tipo “permissivo”, che concedono la possibilità di svolgere attività o di
assumere comportamenti senza che divengano obbligatori. Il Codice è costituito da 42 articoli suddivisi in cinque
gruppi tra loro omogenei e riuniti in cinque “Capi”. Calvi riprende i quattro “ Principi generali” in uno scritto successivo
definendoli con il termine complessivo di Imperativi deontologici degli Psicologi Italiani. Calvi li descrive come:
“Meritare la fiducia del cliente”: il primo “imperativo deontologico” discende dalla concezione della professione come
servizio e comporta che il professionista possa operare soltanto a vantaggio del cliente; “ Possedere una competenza
adeguata a rispondere alla domanda del cliente” comporta per il professionista, oltre alla necessità della formazione
permanente, anche la capacità di autovalutazione delle proprie competenze e con esse la consapevolezza dei propri
limiti, e il conseguente rifiuto a svolgere attività per le quali non si è formati; “Usare con giustizia il proprio potere”
significa essenzialmente saper rispettare e favorire le capacità decisionali del cliente, rispettando oltre ogni altro il
benessere e la salute psicofisica del cliente e di eventuali altri terzi; “Difendere l’autonomia professionale” comporta
il rifiuto di ogni ingerenza esterna al “corpus” professionale nel controllo dell’attività del professionista Psicologo, in
quanto produrrebbero automaticamente un calo della fiducia che il cliente deve avere nei confronti del terapeuta a
cui si è rivolto e quindi inevitabili scadimenti degli standard professionali. Ne deriva che diversi Autori, propongono sei
e non quattro imperativi deontologici: Rispetto della Persona Umana; Responsabilità; Integrità; Autonomia
professionale; Competenza. Nel rispetto di tali principi e ai fini dell’acquisizione delle competenze deontologiche per il
corretto svolgimento dell'attività professionale, vengono richieste le seguenti conoscenze e capacità: Conoscenza delle
regole deontologiche di comportamento professionale, sia nei rapporti fra Colleghi che con i Clienti; Conoscenza delle
normative più comuni relative alla Privacy (legge 675/96 e sue successive ulteriori Modificazioni ed integrazioni);
Conoscenza delle normative più comuni relative al Copyright; Conoscenza delle normative più comuni relative alla
Qualità; Disponibilità ad aggiornare periodicamente la propria formazione, relativamente agli specifici settori di
attività, alle esperienze professionali ed all’evoluzione delle conoscenze scientifiche in tali ambiti; Capacità di risposta
ai bisogni dei Clienti ed alla soluzione delle loro richieste di assistenza secondo correttezza, etica e deontologia
professionale. Conoscenza almeno generale delle norme Nazionali e Regionali che possono avere attinenza con la
professione; Conoscenza almeno generale delle norme sulla qualità e dei principi che ne sono alla base; Normative
Comunitarie e qualità delle prestazioni dei professionisti; Possedere ed utilizzare un proprio e personale account ad
Internet ed indirizzo di posta elettronica per un rapido ed efficace scambio di informazioni con i Colleghi ed i Clienti;
Possedere ed utilizzare un proprio indirizzo PEC per comunicare con la Pubblica Amministrazione; Disponibilità a
consultare la posta elettronica con una certa frequenza in relazione anche al numero di incarichi. Per rispondere
pienamente a tutte le richieste che il vigente Codice Deontologico degli Psicologi Italiani avanza agli iscritti al relativo
Albo Professionale devono avere una conoscenza del verbo “nodale”, del primo comma di uno degli articoli più
importanti, vale a dire l’art.3, che afferma “Lo psicologo considera suo dovere accrescere le conoscenze sul
comportamento umano ed utilizzarle per promuovere il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo e della
comunità”. L’utilizzo del verbo rimanda ad un atteggiamento professionale di tipo “ attivo” che, dal punto di vista
dell’etica e della deontologia, non può sicuramente considerarsi né rappresentato né tanto meno soddisfatto nella
mera “non violazione” delle norme contenute nel relativo Codice, ma che contiene evidentemente in sé anche la
necessità sia di "azioni propositive", finalizzate all’affermazione del benessere psicologico delle persone, sia a monte
di tali azioni, di motivazioni personali e professionali coerenti con il raggiungimento degli obiettivi ad esse sottese. Le
considerazioni della Desiderio rimandano ad una distinzione fondamentale tra “etica passiva” ed “etica attiva”.
L’Autrice definisce la cosiddetta etica “passiva” come una semplice attenzione alla non violazione delle norme
deontologiche, ma per la figura dello psicologo non è sufficiente in quanto la “promozione della salute” è il fine ultimo
della loro attività in qualsiasi ambito professionale si trovino ad operare. Tale obiettivo “diventa un valore della
categoria" e di conseguenza, conclude l’Autrice, “si delinea, in tale ottica di attivi doveri, il criterio dell’omissione o
della carenza”. Al contrario, l’etica cosiddetta “attiva” comporta che ogni Psicologo faccia profondamente propria
l’esigenza di “contribuire al bene”, qualunque sia il proprio quadro di riferimento teorico. In tale concezione, l'etica
non si definisce più soltanto come un “non-fare” cose contrarie alle norme o ai principi deontologici, ma “si trasforma
in attività, fatta di azioni e parole” finalizzate alla promozione ed al conseguimento del benessere individuale e
collettivo. Per potersi esprimere al meglio l'etica "attiva" necessita della presenza di almeno tre condizioni o principi
fondamentali, vale a dire: La tutela dell’utente e del committente; La tutela del gruppo professionale; La tutela del
singolo professionista. Tali principi fondamentali peraltro sono ripetutamente presenti e ribaditi nel vigente testo del
Codice Deontologico degli Psicologi Italiani in quanto, essi si identificano nella sostanza con tre delle quattro “finalità
ispiratrici” originarie. Ma tutelare l’utente e il proprio gruppo professionale vuol dire anche essere adeguatamente
preparati per le attività che si vanno a svolgere; una congrua preparazione tecnica è infatti indispensabile per un
comportamento conforme alle norme deontologiche. Come afferma al riguardo Giovanni Madonia, “occorre infatti
molta tecnica, per essere etico”, infatti, come sostenuto anche da F. Frati nella professione di Psicologo occorre anche
molta etica per essere sufficientemente “tecnici”. Senza un adeguato rispetto “interno” a noi stessi dei princìpi e delle
norme deontologiche, senza un’adeguata loro “introiezione” che ci consenta di osservarle senza dovercele per forza
ricordare, il nostro lavoro non può funzionare, la nostra “tecnica” non può essere sufficiente per produrre risultati
positivi. Parmentola commenta che nella Professione i concetti di “deontologia” e di “ qualità” non possono in alcun
modo essere disgiunti; anzi, un adeguato approfondimento della materia deontologica può, essere per ciascuno una
via pressoché obbligata per migliorare i livelli qualitativi del proprio concreto agire professionale quotidiano. I moderni
"dottori dell'anima" (psichiatri e psicologi-psicoterapeuti) sono spesso criticati e accusati di non fare molto di più di
ciò che farebbe un buon amico o un buon parroco, pronti anch'essi ad ascoltare e ad aiutare. Oggi non solo abbiamo
una copiosa letteratura scientifica circa la superiorità qualitativa degli interventi psicofarmacologici e psicoterapici
rispetto al placebo ma, cosa ben più significativa, le inchieste sull'indice di soddisfazione dei fruitori dei servizi di
psichiatria e psicoterapia offrono risultati molto significativi. L'efficacia dei trattamenti psichiatrici e psicologici è oggi
ampiamente dimostrata: anche se sono sicuramente più numerosi gli studi effettuati sull'efficacia dei farmaci, negli
ultimi anni si è osservato un grande fiorire di gruppi di ricerca che, grazie ai finanziamenti pubblici e/o agli studi svolti
all'interno di grandi Università, hanno testato l'efficacia della psicoterapia e in particolar modo della psicoanalisi e
della psicoterapia cognitivo comportamentale.

Harlow
Si è sempre cercato di spiegare l’attaccamento che i neonati hanno alla madre, alcuni sostenevano che fosse un
bisogno della sua presenza, altri sostenevano che dipendesse dal fatto che la madre fosse dispensatrice di cibo, e
quindi una dimostrazione dell’importanza di un bisogno alimentare. Il ricercatore americano Harlow, progettò un
esperimento per verificare se fosse vero che l’attaccamento del neonato alla madre, sia una semplice ricerca di cibo e
non una ricerca di amore. Il suo esperimento prevede la partecipazione di alcune scimmie, i piccoli vennero separati
dalla madre naturale e chiusi in una stanza con dei fantocci sostitutivi, uno in fil di ferro, il cui seno erogava latte, e
l’altro in spugna morbida, ma non in grado di fornire latte. Contrariamente alle aspettative, i cuccioli passavano buona
parte del tempo stretti alla madre di spugna, facendo delle incursioni occasionali alla madre in fil di ferro per
procurarsi il latte, andando a dimostrare chiaramente la loro preferenza per una madre morbida e non per il latte.
Eyesenck sostenne che “i bebè scimmia non amano per fame, ma hanno fame per amore”. Vennero sollevate
numerose obiezioni sul suo lavoro, in particolar modo il fatto che madri naturali non sono sempre così disponibili
come le madri artificiali. La risposta di Harlow fu una nuova indagine che andava a confermare i precedenti risultati,
ovvero egli trasformò le madri affettuose in madri mostro, che investivano i neonati con aria compresa o con punte
metalliche che pungevano i bebè; ma dopo un breve lasso di tempo, i neonati si accostavano nuovamente a questo
tipo di madre, dimostrando coì di riuscire a perdonare quasi tutto per avere un po’ di “affetto”. Un'altra critica che fu
sollevata ad Harlow e le sue ricerche fu che esse dimostravano solo l'importanza del bisogno di accudimento oltre che
del bisogno di cibo, infatti le scimmie dei suoi esperimenti in realtà ottenevano, con il loro comportamento, sia il cibo
che l'affetto: stavano sì quasi sempre abbracciate alla madre morbida ma dopo essersi rimpinzate di latte dalla madre
in film di ferro. Harlow rispose a queste ulteriori critiche con nuove ricerche nella quali alle scimmie veniva tolta per
qualche tempo la madre morbida ogni volta che se ne allontanavano per recarsi a bere il latte da quella in fil di ferro.
L'unico risultato che si ottenne fu che le scimmie smisero di allontanarsi dalla madre morbida per andare a bere il
latte: la paura di perderla, anche se per breve tempo, fu più forte della fame - i bebè di scimmia sembrarono dire ai
ricercatori che preferivano lasciarsi morire di fame piuttosto che soffrire per la mancanza di affetto. Harlow studiò
anche gli effetti della deprivazione di affetto: i bebè scimmia vennero privati di qualsiasi contatto con altri simili
durante i primi mesi di vita. Le scimmie, private della possibilità di soddisfare il bisogno d'amore, ma non certo di cibo,
ricevuto anzi in abbondanza, dopo qualche mese si comportavano come i pazienti di un Ospedale Psichiatrico o come
criminali aggressivi e violenti; non furono successivamente in grado di comunicare affetto sotto nessuna forma: le
femmine non erano in grado di avere rapporti sessuali neanche se avvicinate da un maschio adulto particolarmente
esperto e, se costrette alla procreazione, non sviluppavano alcun istinto materno. La rieducazione di queste scimmie si
è rivelata estremamente lunga e complessa ed è riuscita solo molti anni dopo i primi esperimenti e al lavoro di
Melinda Novak, non è stato sufficiente infatti esporle a modelli adulti adeguati, segno che il solo reinserimento nel
gruppo di scimmie sane non riporta automaticamente queste scimmie alla normale capacità di dare e ricevere affetto.
Per recuperarle è occorso un lungo lavoro di psicoterapia, effettuato tramite il contatto continuo, durato anni, con un
terapeuta scimmia che rispondeva a particolari caratteristiche: permetteva la regressione ed era particolarmente
accettante, tanto da permettere il fenomeno conosciuto come "transfert". Harlow si occupò anche di studiare il
comportamento paterno delle scimmie maschio, scoprì così che le scimmie maschio adulte giocano non solo con i
propri piccoli ma anche con i figli di altre scimmie, confermando che il maschio sembra più portato per il gioco che per
l'accudimento. Per quanto riguarda l'accudimento invece i maschi di scimmia sembrano poco portati, infatti anche
quando decidono di prendersi cura di un piccolo rimasto orfano di madre ma la loro incapacità di accudirlo con
costanza porta velocemente alla morte del piccolo. La generale mancanza di attenzione e indifferenza della scimmia
maschio verso la prole fu confermata dal fatto che quando venivano presentati dei piccoli a scimmie femmine di età
preadolescenziale queste immediatamente assumevano un atteggiamento affettuoso, viceversa, i maschi della stessa
età si dimostravano indifferenti e scortesi con i piccoli.

L’utilizzo terapeutico del transfert.


Il lavoro di transfert riguarda gli schemi di attaccamento introdotti da Harlow, che rappresentano un bisogno primario
più basilare del cibo, vi è poi la teoria dell’attaccamento di Bowlby, che sostiene l’esistenza di una predisposizione
innata a creare un legame di attaccamento con le persone che si prendono cura di noi. Alcuni studi longitudinali
dimostrano che gli schemi primari di attaccamento si sviluppano e modificano in base alle esperienze di vita, ma dopo
l’apprendimento dei principi base tendono a restare immutati negli anni. Ma ciò non avviene solo perché il
comportamento genitoriale è stabile negli anni, ma in quanto gli schemi hanno la tendenza ad auto-perpetuarsi, infatti
il paziente tenderà a riprodurre, nella relazione con il terapeuta, gli stessi schemi utilizzati con le figure affettive. Per
quanto riguarda l’intervento dello psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, si tratterà di premettere al paziente,
grazie ad un atteggiamento empatico, di riprodurre nel setting terapeutico la situazione affettiva deficitaria al fine di
poterla correggere. Successivamente il paziente generalizzerà il nuovo modo di relazionarsi appreso, alle sue relazioni
significative. Nella seconda fase di transfert il lavoro dello psicoterapeuta cognitivo e dello psicoanalista acquisiscono
chiaramente gli stessi contorni, in quanto nella relazione terapeutica avremo riprodotti uno per uno gli stadi
dell’innamoramento (Urso, 1991): 1 “Un primo stadio in cui l’amante idealizzerà l’amato (in questo caso il terapeuta),
immaginando che egli sia una specie di eroe senza limiti e che porta il paziente a sentirsi, viceversa, veramente
insignificante al confronto con l’eroe. In questa fase le difficoltà e quindi l’impegno del paziente e le capacità di
aiutarlo proprie del terapeuta, si presentano al momento di accettare e quindi comunicare al terapista il proprio
sentimento d’amore, dove è, sì, spesso presente anche un desiderio sessuale (come correttamente afferma la
psicoanalisi), ma ciò che è preminente è il desiderio di essere coccolato e protetto da tutto ciò che dal mondo esterno
può far soffrire. In questo stadio è importante che il terapista accetti pienamente (non solo razionalmente, ma anche e
soprattutto affettivamente) il paziente. Non mancheranno le difficoltà nel percorso psicoterapico; infatti “Un paziente
che ha avuto nella sua storia evolutiva un legame con i propri genitori caratterizzato da un basso livello di cure o
addirittura di rifiuto, tenderà probabilmente a manifestare, anche nel setting, una difficoltà a fidarsi del terapeuta, a
lasciarsi andare completamente in un investimento affettivo che pure, rispetto ad altri indicatori, risulta di fatto
strutturato in maniera molto evidente. Un paziente con legami genitoriali caratterizzati da iperprotezione, controllo
del comportamento esplorativo, intrusione ecc... può tendere a definire un legame di estrema dipendenza dal
terapeuta o viceversa a porsi in modo conflittuale costruendo come costrittiva qualsiasi sua richiesta o proposta. In
qualsiasi modo si sia strutturato il rapporto nel setting, è importante che egli riesca ad analizzarlo, a comprendere
come le sue caratteristiche possano essere strettamente correlate con quelle dei propri schemi primari di
attaccamento e a riconoscere le somiglianze fra le aspettative costruita nei confronti del comportamento dei genitori
e quelle attuali rispetto al terapista” (Cionini e Mattei, 1992). 2 In questo stadio (Urso, 1991) si rende conto che il
terapista non è l’eroe che egli immaginava e che ha dei limiti posti dalla realtà e dalla sua individualità. Il primo limite
del suo eroe con cui il paziente dovrà confrontarsi è dato dal fatto che questi non sarà sempre a sua disposizione ma
avrà altri interessi, impegni e persone a cui è legato affettivamente ai quali dedicare tempo; così che i desideri del
paziente non potranno sempre essere soddisfatti. Non basta: a ciò bisogna aggiungere che il terapeuta possiede
caratteristiche personali che non gli permetterebbero, anche se lo volesse, di soddisfare tutte le richieste del paziente
e da ultimo, ma non certo per importanza, non potrà soddisfare i suoi desideri sessuali. Se il terapeuta è un buon
terapista e non ha quindi velleità e desideri di rivalsa sul mondo (il cosiddetto “complesso divino”), non reciterà la
parte del super eroe e mostrerà i propri limiti, a cominciare da quello di non possedere alcuna bacchetta magica.
Questo permetterà al paziente di cogliere i limiti e di odiare oltre che amare il proprio terapista che ha deluso le sue
aspettative: è la fase delle critiche e delle aggressioni da parte del paziente al suo terapista. È questa una fase molto
difficile sia per il paziente che per il terapista. Ma è una fase importantissima per la terapia perché è in questo stadio
che il terapista, offrendosi come modello che esprime e accetta i propri limiti, permette al paziente di fare altrettanto.
Il paziente può quindi esprimere sé stesso sentendosi, nel momento in cui lo fa, realmente accettato; non ci deve
essere cioè in questo momento il rifiuto affettivo e nello stesso tempo deve essere presente nel terapista la capacità di
fare da specchio al paziente per permettergli di valutare i propri limiti, per poter accettarli come limitazioni della
capacità di realizzare i propri desideri e trovare quindi strade alternative per realizzare gli stessi. Il paziente imparerà
così ad amare il terapista e, quindi sé stesso con i propri pregi ed i propri limiti. Ma in questo stadio farà ancora una
distinzione tra realtà terapeutica e realtà esterna. Ci sarà quindi bisogno di generalizzare quanto appreso nel setting
terapeutico agli altri rapporti affettivi del paziente. 3 In questo terzo stadio “Alla luce delle nuove conoscenze acquisite
su di sé attraverso la relazione psicoterapeutica, il paziente può essere quindi incoraggiato e facilitato nella ricerca e
riconsiderazione dei propri ricordi d’infanzia, nella ricostruzione delle esperienze affettive con le figure di
attaccamento e nella revisione dei processi attraverso i quali si è andata strutturando nel tempo la costruzione della
sua immagine di sé. In questo lavoro, come afferma Bowlby (1988), la relazione deve rappresentare per il paziente una
“base sicura”, una piattaforma, da cui poter partire per esplorare e rivivere le esperienze più dolorose della propria
vita ed i sentimenti – talvolta mai confessati anche a sé stesso – che le hanno accompagnate.” (Cionini e Mattei, 1992).
Bisognerà gradualmente rivivere, con gli occhi nuovi dell’esperienza del transfert, i rapporti affettivi significativi del
paziente, cioè dare un significato più reale alle tante frustrazioni affettive vissute dal paziente, il quale imparerà a
vederle e a viverle nella loro giusta dimensione. Qui le difficoltà saranno: per il terapista, quella di accettare di non
essere più per il paziente né l’unica persona affettivamente significativa né quella più importante e, per il paziente, il
coraggio di uscire dal porto sicuro del setting terapeutico per affrontare le incognite del mare aperto. Ciò gli risulterà
davvero difficile se l’esperienza passata gli ha insegnato che non sempre l’amato è contento, o rimane almeno
indifferente, davanti al distacco o all’interesse mostrato verso altre persone e che, anzi, può reagire molto male, con
gelosie immotivate o minacciando addirittura la rottura del rapporto affettivo. Questa difficoltà a conquistare la
propria autonomia può portare l’individuo a desideri di trasgressione immotivati nei confronti di successivi rapporti
affettivi con conseguenti sensi di colpa. Quello che si vuole in realtà trasgredire è, in modo trasferenziale, il rapporto
con i genitori che non gli permettevano da piccolo interessi affettivi per altre persone, con la minaccia, più o meno
palese, di togliere il loro affetto. “La costruzione di una diversa immagine di sé e delle possibili relazioni con gli altri che
può derivare da questa rilettura della propria infanzia e della propria adolescenza e dall’abbandono di modalità
stereotipe messe inconsapevolmente in atto nella lettura delle proprie esperienze può essere facilitata attraverso una
ulteriore utilizzazione non verbalizzata della relazione terapeutica. In essa infatti il paziente può ora sperimentare stili
diversi di relazione affettiva. È importante che questi riesca a vivere nella realtà un nuovo modello di interazione e
l’ambiente del setting può rappresentare nuovamente un buon campo di sperimentazione. Ovviamente questo non
significa che il terapeuta possa proporre un qualsiasi tipo di modalità interattiva alternativa come migliore rispetto a
quella utilizzata dal paziente fino a quel momento; piuttosto, nella misura in cui i suoi schemi correnti tendono ad
essere irrigiditi in modalità stereotipe, si tratta di facilitarne nei fatti la possibilità di una loro falsificazione.” (Cionini e
Mattei, 1992).

Intervento terapeutico attraverso il transfert in psicoterapia cognitiva.


a prima fase dell'intervento consisterà nel permettere al paziente di esprimere durante il setting terapeutico i
principali schemi relazionali che egli esperisce con le figure per lui significative -ciò che avviene durante il transfert-
Trovandosi il paziente in una fase in cui è dovuto regredire a forme di relazione primitive, saranno proprio queste
relazioni che si instaureranno nei confronti del terapista. Questi, fungendo da specchio deformato che estremizza i
costrutti infantili e mitici, farà in modo che il paziente prenda coscienza del suo modo infantile di affrontare la
situazione. Dovrà cioè fare esattamente il contrario di quello che hanno sempre fatto gli altri e il paziente stesso: non
lotterà contro questi miti, perché così facendo costringerebbe il paziente a difenderli e/o a nasconderli alla coscienza;
al contrario dovrà avvallarli fungendo falsamente da loro difensore; ciò da una parte permetterà al paziente di
esprimerli sino in fondo (non sentendoli rifiutati non avrà bisogno di nasconderli), soprattutto emotivamente; dall'altra
gli consentirà di osservarli dall'esterno ed attaccarli come estranei a se (almeno nelle esagerazioni del terapista). La
fase dell'attacco è essenziale perché solo se il paziente si sarà allenato ad attaccare i propri costrutti all'esterno potrà
poi affrontarli all'interno e vincerli. In questa fase il compito del terapista sarà portare gli assunti di base di tipo mitico
ad un'estremizzazione tale che il paziente non li possa più accettare come propri e possa quindi passare dalla
posizione di difensore a quella di attaccante degli stessi, Si tratta di una fase delicata, fonte di notevole tensione
emotiva per il paziente, che si prefigurerà reazioni negative da parte altrui quando egli comincerà a criticare non tanto
cognitivamente, quanto attraverso un rifiuto emotivo, questi miti; infatti non potrà fare a meno di rivivere quanto
avveniva durante la sua infanzia con le figure affettive che li avevano rinforzati. Sarà quindi molto importante che si sia
consolidato un forte rapporto affettivo (transfert) col terapeuta, che gli permetta di non sentirsi completamente
rifiutato. Quando il paziente comincerà ad entrare nel ruolo di critico dei suoi miti, sarà compito del terapeuta
consentirgli di svolgere questo ruolo con successo, ma senza favorirlo troppo, altrimenti il paziente non imparerà ad
affrontarlo da solo nel suo dialogo interno. Gradualmente il terapista estremizzerà sempre meno il costrutto, via via
che il paziente procederà nella sua dialettica interna, sino ad arrivare ad uno più realistico e maturo. Si passerà quindi
da costrutti basati sull'idea di sé stesso come pienamente indipendente dagli altri e forte chiaramente idealistiche,
quindi non realizzabili, e tali da portare all'opposto ad una percezione di sé come debole, dipendente, che non può
fare a meno degli altri-, a costrutti più realistici basati sulla percezione di sé come essere umano e, in quanto tale,
esposto alle emozioni, al bisogno affettivo degli altri e anche limitato, concezione questa certamente da superare, ma
prima di tutto da accettare. Tutto ciò sarà stato reso possibile dalla relazione significativa con una persona (il terapista)
che avrà dimostrato al paziente, e non solo a parole, che lo accetta così come egli è: con le sue emozioni, il suo
bisogno degli altri e, soprattutto, la sua voglia di esplorare il mondo esterno. Sarà cioè importante che il terapista,
contrariamente a quanto fatto dalle persone significative dell'infanzia del paziente, reagisca all'interesse dimostrato
dal paziente per le altre persone non con gelosia ma con schietta (realmente sentita) serenità, perché contento che il
paziente possa esprimersi pienamente e scoprire il mondo esterno senza paura di trovarsi solo (perdere l'affetto del
terapista) qualora dovesse, spaventato per qualcosa, tornare indietro. L'esplorazione permetterà al paziente di
scoprire che, oltre alle persone che lo rifiuteranno, ce ne saranno altre che invece lo accetteranno e lo ameranno con i
suoi pregi e i suoi limiti, permettendogli di sentirsi non solo amato ma anche amabile. Il passo successivo sarà quello di
fare egli stesso come il nuovo modello, il terapista, con le persone a cui è affettivamente legato: abbandonare cioè il
bisogno infantile di controllo dell'altro per paura di perderlo. Una volta che il paziente avrà costruito o ricostruito
rapporti affettivi adulti -avrà cioè generalizzato ad altre situazioni il rapporto raggiunto col terapista-, sarà giunta la
fase del distacco, che servirà ad insegnare al paziente che nella realtà in cui viviamo molto spesso i rapporti affettivi
sono destinati ad avere una fine, per l'allontanamento o la morte di uno dei due contraenti; ma se il rapporto è stato
vissuto in modo adulto, senza paura del distacco momentaneo e dell'interesse per altri, l'uomo avrà in sé la capacità di
superare la perdita, aumentando l'interesse per altri rapporti: pur mantenendo un posto significativo dentro di sé,
nella stanza dei ricordi piacevoli, per le relazioni interrotta.

La paura di vivere.
La paura di vivere si può anche riconoscere dal diffondersi di tanti disturbi psicologici e psichiatrici, in particolare delle
dipendenze da sesso, gioco d'azzardo o internet. Liotard propone di distinguere tra due epoche storiche: l'epoca
moderna, iniziata nei secoli diciassettesimo e diciottesimo, e l'epoca postmoderna, che si è affermata compiutamente
nel tardo Novecento. L’epoca moderna è caratterizzata dalla: mancanza di “modelli di riferimento” e dal
disconoscimento della sussistenza di “valori ultimi", in grado cioè di motivare e orientare comportamenti, di conferire
un senso unitario e quindi un'effettiva intelligibilità alla vita umana e alla società. Già K. Jaspers (1964) scriveva che
...nelle neurosi e nelle psicopatie [...] la guarigione è legata indissolubilmente, anche se non in modo chiaro […] con ciò
che chiamiamo fede, visione del mondo, morale". Afferma Vergote: "Psicologicamente la concezione di sé stessi o
l'identità ricevuta, attinge le proprie risorse nell'amore verso sé stessi, nel narcisismo, secondo la terminologia
psicoanalitica e nella trasformazione del narcisismo mediante l'identificazione con i valori che l'uomo ha imparato a
stimare". La corretta identificazione con i modelli nell'interiorizzazione dei principi etici risulta elemento essenziale. Il
modello è la necessità di avere qualcuno su cui modellarsi sembra accompagnare l’uomo sin dalla nascita, si tratta del
bisogno di un modello su cui riconoscersi (specchiarsi) che sia quindi molto simile a noi. Il modello, è una persona che
presenta un comportamento o una modalità di rapporto che si ammira e di cui ci si appropria. I primi modelli sono
evidentemente i genitori. Essi attraverso i rapporti differenziati tra di loro e con il bambino suscitano in lui la voglia di
imitare alcuni dei loro comportamenti. In termini molto generali possiamo dire che "valore è tutto ciò che alletta le
ispirazioni di un uomo e muove la sua volontà" (Exeler, 1986). A tale definizione l'autore aggiunge una nota di
dinamicità: "ciò che è importante per un periodo piuttosto lungo, per uomini e gruppi concreti, nel senso di punti etici
di orientamento". I valori ultimi (o fondamentali) sono stati descritti dai vescovi tedeschi come "gli elementi
fondamentali della vita e della convivenza umana", che nessuno può dispensarsi dal realizzare, e cioè "la dignità
umana, la libertà, la giustizia, l'amore, la verità, la fedeltà, la pace". I bisogni, contrariamente ai valori che sono da
scoprire e scegliere liberamente, sono innati: "I bisogni sono tendenze innate all'azione che derivano da un deficit
dell'organismo o da potenzialità naturali inerenti all'uomo, che cercano esercizio o attualizzazione “(Rulla,1975).
Riflettendo sulla struttura psicologica, L. M. Rulla (1980) osserva che questa è costituita sia da ciò che la persona
"vuole essere" (Sé ideale) che da ciò che "effettivamente è" (Sé reale): il Sé ideale contiene gli ideali come sono
percepiti dalla persona; Il Sé reale è ciò che caratterizza la persona nella realtà, il suo comportamento nel presente. Ci
sono due forme di valutazione in funzione dei due aspetti di base della struttura psicologica (Sé ideale e Sé reale): a) La
prima è sensoriale, costituita da una forza emotiva contingente che può attrarre la persona verso l‘oggetto o la
situazione, oppure allontanarla. Pertanto, il principio che governa questa prima forma di valutazione è il piacere o il
non piacere, la cosa può essere piacevole o non piacevole; b) La seconda forma di valutazione è di tipo riflessivo.
Segue il livello sensoriale e spesso lo corregge o lo integra. È in questo ambito che si può parlare di Volontà umana.
Rulla rileva giustamente che l‘esistenza della Volontà non cancella in alcun modo la forza delle emozioni. Tuttavia può
guidarla verso il raggiungimento di un obiettivo che va al di là di una considerazione contingente, al di là del qui e
dell‘ora. Da questo discende che la valutazione sensoriale appartiene all‘ambito delle esigenze (bisogni), mentre il
giudizio riflessivo appartiene a quello dei valori. Negli esseri umani la necessità/i bisogni si riferisce a uno stato di
assenza o mancanza. È chiaro però che esiste un rapporto tra i nostri bisogni e i nostri valori, questo rapporto è
esprimibile in modo concreto attraverso tre posizioni: 1. si potrebbe tendere alla soddisfazione dei nostri bisogni
utilizzando successivamente i valori con la funzione di copertura; 2. si potrebbero interpretare i valori come imperativi
che impongono dei comportamenti, senza considerare i bisogni della persona; 3. si potrebbe infine cercare un accordo
tra soddisfazione dei bisogni e dei valori. Viafora afferma che quello adulto è solo il terzo modo di vivere, in altre
parole egli afferma che: "Lo sviluppo della personalità è un processo grazie al quale ci stacchiamo sempre più dal
nostro ambiente immediato, liberandoci dalla presa che esso ha su di noi…Questo processo implica in particolare una
certa capacità di astrazione nei confronti del reale e un'attitudine a concepire progetti per l'avvenire. Solo quando
l'individuo raggiunge questa capacità di astrazione, egli riesce a controllare i desideri del presente a vantaggio di valori
che rispondono a bisogni lontani ma più fondamentali. Il valore è un essere che la persona traduce in atto con
regolarità... Esso diventa parte integrante dello stile di vita (Bruner, 1986). Come afferma Andreoli, "I valori sono
rappresentazioni di modelli e quindi riferimenti per comportamenti attuati o previsti. L'adeguamento o l'opposizione a
questi modelli, molto motivanti, prevede una risposta emotiva intensa. Il comportamento corrispondente al modello
rappresentato è il bene, il suo opposto il male. Bene-male, utile-dannoso, positivo-negativo, buono-cattivo, giusto-
ingiusto, celestiale-infernale, sono polarità che possono realizzarsi in comportamenti diversi e talora antinomici in
civiltà e momenti storici differenti". Scheler sostiene che le differenze morali tra gli uomini non consistono in ciò che
essi propongono come scopo, bensì nella materia dei valori e nei loro rapporti, nei confronti dei quali possiamo
soltanto operare delle scelte. Questi valori dunque costituirebbero lo spazio entro cui muoversi per realizzare gli scopi
prefissi. Nell'ottica morale assume quindi particolare importanza non l'inclinazione, ma l'atto di volontà attraverso il
quale noi scegliamo il valore più alto tra quelli che sono forniti dall'aspirazione. Vergote sostiene che, la formazione
della coscienza morale comporta qualcosa di più dello sviluppo del giudizio morale studiato dalla psicologia cognitiva.
L'espressione "la voce della coscienza" ci indica che, più che con il tirocinio, la coscienza si forma con l'interiorizzazione
della voce ascoltata che propone e impone le norme. Freud chiama "Super-lo" questa voce, poiché essa è divenuta
un'istanza interna dello stesso Io e poiché, all'interno dell'Io, esercita l'osservazione, l'autorità e il giudizio di coloro
che hanno presieduto alla sua formazione. Attualmente si attribuisce spesso un senso peggiorativo al termine Super-
Io, inteso come il persecutore che una società repressiva avrebbe instillato all'interno dell'uomo. Per Freud, al
contrario, la formazione del Super-lo è la condizione per l'istituzione di una coscienza morale che riconcili l'individuo,
portatore di pulsioni anarchiche, con la società civile. Freud (1913) fa iniziare la preistoria con il parricidio, da cui
conseguenzialmente sarebbe nato il senso di colpa, che avrebbe portato quindi alla nascita della morale e della
religione. Il senso di colpa è una realtà psicologica che, non è in sé patologica, pur rappresentando un conflitto
interiore, ossia un "disagio della civiltà" (Freud, 1930). L'idea o il senso di colpa non appartengono in proprio alla
religione ma, essendo universalmente umani, ogni uomo deve confrontarsi con essi. Il senso di colpa inoltre è vissuto
come quel dolore che nelle lingue europee è significativamente chiamato "rimorso": vale a dire l'aggressività della
colpa che si ripiega all'interno. La vergogna di fronte agli altri è in rapporto con la stima di sé; la colpa in effetti
frantuma l'armonia fra l'Io e l'Ideale dell'Io e la disarmonia provocata non consente più di avere stima di sé stessi
secondo il proprio ideale dell'Io, né di sollecitare la stima altrui. In conseguenza di tale frattura con sé stessi e con gli
altri, si installa una tendenza all'isolamento, che può manifestarsi con un'eccessiva timidezza o, nei casi limite, sfociare
in un sentimento di solitudine depressiva che, a sua volta, può portare, secondo molti Autori, a perdere il senso della
vita. Come sostenuto da molti psicoterapeuti, la paura di vivere è legata all'autostima, alla fiducia di base. Noi viviamo
in una società che isola, certo non c'isoliamo se scegliamo di non farlo, ma per scegliere è necessario avere una
personalità già formata. Ma purtroppo non sempre la vita riserva un terreno fertile per la formazione del carattere e
delle capacità necessarie per dare risposte corrette alle situazioni che la vita stessa presenta. Spesso non esiste dialogo
in famiglia o non esiste empatia fra i suoi membri. Skinner, insiste sull'importanza del rinforzo (premiare qualcuno
quando mette in atto il comportamento desiderato), che dovrebbe essere programmato in modo da poter seguire il
comportamento emesso dall'individuo. Andrebbero sempre proposti modelli facilmente raggiungibili, così che
l'individuo, una volta messo in atto il comportamento corretto (e ricevuto il rinforzo previsto), con sempre maggiore
probabilità emetterà nuovamente quel comportamento; quando ciò avviene, si procede verso un nuovo passo,
proponendo un nuovo obiettivo poco più' difficile del precedente ed un po' più' vicino alla meta finale. Questa tecnica
è detta anche istruzione programmata, è usata con notevole successo non solo nei confronti dei bambini, ma anche
con individui portatori di disabilità più o meno gravi. Il risultato non è solo l'apprendimento di specifici comportamenti
ma, cosa ben più importante, l'acquisizione dell'abilità che si esprime nella tecnica, cioè la capacità di individuare la
discrepanza tra la meta da raggiungere (valore ideale) e il comportamento attuale (con i limiti relativi), nonché la
coscienza del fatto che, per potersi avvicinare alla meta finale, bisogna prevedere una serie di passi intermedi, a
partire da quello più semplice per noi. i teorici degli ambiti dello sviluppo morale hanno sentita la necessità di
distinguere le questioni morali dalle convenzioni: 1. Le prescrizioni morali sarebbero dipendenti dalla riflessione sugli
effetti di un determinato comportamento e tale effetto è indipendente dai soggetti dell’azione (oggettivo), sempre
vero pur cambiando periodo storico, cultura o società (generalizzabile); inoltre non presupporrebbero la necessità di
una norma dettata da un’autorità, una cultura o dal consenso di una comunità; 2. Le prescrizioni convenzionali
dipenderebbero invece dalla presenza o assenza di una norma che regoli uno specifico comportamento, tale
regolazione sarà diversa a seconda del periodo storico, della comunità, della cultura e persino dal luogo; hanno quindi
una natura arbitraria e basata sul consenso sociale. Nucci sostiene che, dobbiamo infatti distinguere: un “Conflitto
Morale” dove si contrappone una questione morale a un elemento o una norma convenzionale; un “Dilemma Morale”
dove si contrappone una questione morale ad un'altra della stessa natura. Le ricerche hanno dimostrato che i
bambini, già nella prima infanzia, riescono a distinguere tra comportamenti morali e convenzionali; Si è scoperto che i
bambini consideravano universalmente sbagliate le trasgressioni indipendentemente dall’esistenza o meno di regole a
tal proposito, ritenevano viceversa che le proprie convenzioni sociali non fossero generalizzabili ad altre culture in
assenza di specifiche regole al proposito (Nucci, 1996). Al contrario sembra che gli adulti, siano essi madri (Nucci e
Weber, 1995) o insegnanti (Nucci e Nucci, 1982b; Nucci e Turiel, 1978) reagiscono soprattutto alle violazioni delle
convenzioni. Ciò confermerebbe l’ipotesi che le conoscenze morali dei bambini si sviluppano principalmente
attraverso le interazioni con i pari (Piaget, 1938; Damon, 1977) mentre le conoscenze convenzionali si sviluppano
principalmente nel rapporto con gli adulti, in specie genitori ed insegnanti (Nucci, 2001). L’importante del confronto
con i pari era già emersa dagli studi della psicologia dell’apprendimento che aveva scoperto che per spiegare la grande
capacità di apprendere dei primati, ed in particolare dell’uomo, non era sufficiente ricorrere alle teorie del
condizionamento classico (Pavloviane) ed operante (Skinneriano), sviluppatesi a partire da studi condotti su
mammiferi non primati, ma c’era bisogno di studiare l’importanza del modello. La persona sin dai primi anni anela
quindi alla propria libertà, come sottolineato da Gewith (1978) l’individuo considera la libertà un bene necessario che
ha il diritto di rivendicare, in quanto necessaria per poter agire in modo finalizzato. Gli adolescenti riconoscono ai
genitori anche il diritto di proporre regole convenzionali e relative alla sicurezza e alla salute dei figli ma crescendo
tendono a considerare queste ultime questioni di propria competenza. Le regole relative a questioni di prudenza sono
meno foriere di conflitti, anche perché la maggior parte degli adolescenti compie azioni contrarie alle regole di tipo
innocuo e non particolarmente rischioso ma purtroppo, a volte, sono presenti comportamenti in grado di provocare
gravi danni nel tempo e, a quel punto, il conflitto diventa inevitabile. Nella gestione del conflitto il gruppo di Smetana
ha identificato tre diversi stili genitoriali che corrispondono al diverso grado di conflitto familiare: Famiglie tranquille,
dove i conflitti sono rari e di bassa o media intensità, dove i genitori sono percepiti come più affettivi dai figli, tendono
ad essere meno restrittivi ed a prendere decisioni condivise insieme all’adolescente. La condizione socioeconomica è
in genere alta e spesso lavorano entrambi i genitori; Famiglie turbolente, hanno conflitti frequenti e di alta intensità, i
genitori sono spesso divorziati e appartengono a un ceto socioeconomico più basso, poco propensi alla negoziazione e
al compromesso tendono a limitare le aree di autonomia dei figli adolescenti ed a proporre più regole nelle questioni
personali, sono percepiti come meno affettivi dai figli; le ricerche dimostrano che l’eccessiva interferenza nelle aree
personali provoca sintomi di depressione ed ostilità nei figli adolescenti; Famiglie molto litigiose, si tratta del numero
più diffuso, i conflitti con i figli sono molto frequenti ma di bassa intensità, i genitori sono simili a quelli delle famiglie
tranquille per disponibilità al compromesso e alla negoziazione ma usano più spesso argomentazioni di tipo sociale e
convenzionale; anche loro sono percepiti come affettuosi dai figli. La diffusione di questi conflitti nell’epoca moderna
ha generato una decadenza dei valori. In un suo scritto Exeler propone di usare il termine "decadenza" nel senso di
cambiamento di valori e sostiene altresì che "possiamo parlare di decadenza dei valori quando qualcosa, che prima
era importante e per la cui realizzazione si spendeva, almeno in linea di principio, molta energia, diventa privo di
importanza, quando il mancato raggiungimento dei traguardi corrispondenti lascia indifferenti". Rifkin arriva a
sostenere che "l'era della ragione sta per essere sostituita dall'era dell'empatia" e parla dell'emergere dell’”Homo
empaticus" figlio della "civiltà dell'empatia" (2010, pag. 3). Rifkin, per arrivare a questa conclusione, studia la storia
dell'uomo e, confrontandola con le recenti scoperte biologiche, in particolare quella dei "neuroni specchio" che
dimostrano la nostra predisposizione genetica alla risposta empatica -tanto da essere soprannominati "neuroni
dell'empatia"-, e sostiene che ci sono ormai le prove che "... siamo una specie animale affettuosa e altamente
socievole ...”. Numerosi Autori sostengono che nella nostra epoca l'uomo sta perdendo il senso della vita e non ha più
valori sui quali orientarsi per compiere le sue azioni, in realtà noi crediamo che parlando di “crisi di valori" ci si riferisca
alla stessa storia dell'uomo, fin da Abramo. Per essere felici, quindi, non basta soddisfare i bisogni materiali, che
costituiscono solo il prerequisito minimo per evitare la sofferenza ed uscire dallo stato di deprivazione; l'uomo ha
soprattutto bisogno di amare e di sentirsi amato, di socializzare e di stimarsi, di giudicarsi cioè positivamente rispetto
alle proprie aspettative. Non basta quindi che la società si preoccupi solo di soddisfare i bisogni materiali dei cittadini:
dovrà provvedere anche a quelli psicologici. Viceversa ci troveremmo in una società di infelici: tali sarebbero infatti
quegli individui che, preoccupandosi solo dei bisogni materiali, dovessero occupare per il loro soddisfacimento una
tale quantità di tempo ed energie da non avere possibilità di soddisfare le necessità psicologiche. L'uomo appartiene
alla natura come qualsiasi altro animale ed è completamente soggetto alle sue leggi; ma egli è anche al di sopra della
natura, poiché agisce su di essa e la controlla. Si comporta nello stesso modo con la sua intima natura; una parte della
sua personalità, l'Io, si ribella alla parte animale, il corpo. L'antitesi tra Io e corpo produce una tensione dinamica che
favorisce il processo della cultura, ma contiene anche un potenziale di distruzione. La sfida all'uomo moderno è di
riconciliare gli aspetti antitetici della sua personalità. La vita umana è piena di contraddizioni, e riconoscerle e
accettarle è una prova di saggezza. Dire che l'accettazione del proprio destino ne determina un cambiamento può
sembrare una contraddizione, ma non lo è. Quando si smette di lottare contro il destino, ci si libera dalla nevrosi
(conflitto interno) e si raggiunge la serenità. Il risultato è un atteggiamento diverso (non più paura della vita) espresso
da un carattere diverso e unito a un destino diverso. In questo modo l'individuo avrà il coraggio di vivere e di morire e
riuscirà a realizzarsi. Il coraggio è una qualità che accomuniamo spesso al concetto di eroismo, riferendoci ai gesti
eccezionali di quanti mettono a repentaglio la propria vita per un bene superiore o per la vita di un’altra persona. Solo
di rado il coraggio viene esaltato come una virtù da coltivare e mettere in pratica quotidianamente. Ciò che più sembra
contare oggi, al contrario, è il concetto di sicurezza. Spesso ci viene consigliato di non rischiare, di non fare mosse
azzardate. Il coraggio non è assenza di paura: al contrario, è la capacità di agire nonostante si provi paura. Ciò le aiuta
ad acquisire sempre maggiore coraggio, come in un circolo virtuoso: più affronti le tue paure, più guadagni coraggio.
Al contrario, coloro che mancano di coraggio, hanno la tendenza a sentirsi sollevati e come liberati da un peso quando
riescono ad evitare le loro paure: se sono stati in grado di fuggire una paura, infatti, il sollievo che ne deriva agisce
come un premio alla loro impresa, rinforzando ancor più la loro mancanza di coraggio. Si entra in un circolo vizioso.
Questi atteggiamenti volti a evitare la paura producono nel lungo termine effetti permanenti. I timori finiscono per
appartenere e divengono parte integrante della personalità: si cercano di razionalizzare i comportamenti e giustificare
le paure. Il vero segreto per superare la paura ed acquisire coraggio è farlo con determinazione e costanza, ma allo
stesso tempo con gradualità, senza lanciarsi in disperati salti nel buio. Con gradualità, allenando il tuo coraggio a
piccoli passi, ma con impegno e perseveranza. Ci si renderà presto conto come ogni piccolo successo contribuirà a
dare fiducia per affrontare con ancora maggiore entusiasmo il passo successivo. Ciò che si fa della propria vita non
dipende dai genitori, dal capo o dal partner. Dipende da noi e da noi soltanto, è solamente nelle nostre mani. Le virtù
sono, in definitiva, la concretizzazione nel carattere di attitudini che portano razionalmente al fine. È solo la virtù,
secondo Tommaso, che permette all'uomo il "bene e recto vivere", attraverso lo sviluppo delle proprie inclinazioni
naturali e l'equilibrio e l'armonia tra beni utili e piacevoli da un lato, e morali dall'altro. Le priorità sono le costituenti
essenziali dell'individualità: quando si ha una gerarchia delle priorità, che è stata elaborata razionalmente oltre che
sentita, si è flessibili, non rigidi; e nuove considerazioni che si presentano nel corso della vita possono determinare dei
cambiamenti nelle priorità spostando il loro posto nella graduatoria, cosicché la possibilità di spostarsi, caratteristica
delle priorità di un Io flessibile e maturo, favorisce l'adattabilità, che infatti è una delle caratteristiche umane che
contribuiscono alla sopravvivenza delle specie. Le priorità o "valori" danno il senso dell'appropriatezza, delle
proporzioni e della prospettiva. Indicano che cosa è importante e che cosa non lo è nell'ambito della propria vita e ciò
è assolutamente necessario per conservare un solido senso della realtà. Stabilire delle priorità fa parte del lavoro per
accrescere l'autenticità e sbarazzarsi della finzione, che invece fornisce un'autostima artificiosa ed una falsa fiducia.
Nella scala di priorità troviamo sempre tra i primi posti gli affetti, l'importanza degli affetti sembra essere dimostrata
da tutti gli studi in questo campo e questo sin dalla prima infanzia. Un altro valore sempre presente ai primi posti della
scala di priorità è la libertà, ovvero la percezione di Sé come individuo (Io autonomo); sì tratta spesso di una
percezione ancora prevalentemente mitica, primitiva, basata sulla identificazione con dei modelli; si basa cioè sul
processo di identificazione con un personaggio con cui si vive o con la comunità della quale si fa parte. La percezione
che ne deriva farà sì che l’individuo si percepisca (ad es.) come fortunato o sfortunato, a seconda di ciò che il leader da
lui riconosciuto gli proporrà. Secondo Seligman (famoso per lo studio dell’impotenza appresa) solo chi mantiene la
fiducia in sé stesso e trova cause temporanee e specifiche delle avversità, sviluppando quella che l’autore chiama
“L’arte della Speranza”, si immunizza dalla depressione e, quindi dalla paura di vivere. Bisogno di educare alla
responsabilità, l'uomo che non avrà imparato a gestire sé stesso sarà destinato ad essere in balia degli altri. Sostiene
San Tommaso: "Come una nave è affidata alla direzione di un pilota, così l'uomo è affidato alla direzione della sua
volontà e della ragione". Purtroppo molti genitori non sono in grado di proporre modelli realistici e non sempre
trovano aiuto negli altri educatori, nei consiglieri spirituali e tanto meno nei mass media. Troppo spesso accade di
incontrare adulti non cresciuti che, non possedendo un modello reale (risultato di una corretta conoscenza di sé e
della realtà circostante = scala valori reale), persistono nel confrontare il proprio e 1'altrui comportamento con
un'immagine ideale (proveniente non dalla conoscenza dell'esistente, ma di ciò che "dovrebbe essere"), col risultato
di vivere costantemente in uno stato di insoddisfazione e col rischio di giungere al rifiuto di qualsiasi modello, nel vano
tentativo di superare tale insoddisfazione. La diretta conseguenza che ne scaturisce è vivere solo sulla spinta dei propri
desideri, perdendo il senso della vita e dell'esistenza.

Depressione e felicità.
La sofferenza, è uno stato psicologico che allontana dalla felicità, quella felicità a cui tutti tendono, come sostiene S.
Tommaso: "La felicità, che tutti naturalmente desideriamo; e se questo desiderio è così universale, evidentemente è
anche il naturale fine dell'intera esistenza umana. Ultimamente si sta cercando di affrontare il problema dei bisogni in
modo probabilmente più concreto, attraverso l'utilizzazione del metodo scientifico nell'osservazione dei bisogni
umani, partendo dall'osservazione del comportamento animale prima e umano poi, dalla nascita all'età adulta.
L'obiettivo è quello di rispondere alla domanda: quali sono i bisogni realmente importanti per l'uomo? I risultati sono
stati sconvolgenti: non solo per l'uomo, ma anche per gli animali superiori: i cosiddetti bisogni materiali, o oggettivi, o
primari non solo non sono risultati gli unici, ma neanche i più importanti. L'importanza dei bisogni non materiali è
risultata ancora più evidente dagli studi sull'area cerebrale del piacere, infatti gli animali utilizzati nelle
sperimentazioni sulla stimolazione diretta delle aree cerebrali del piacere (Olds, Campbell) non smettono di premere
la leva che fornisce loro la stimolazione endocranica fin quando non sono stremati dalla fatica, per ricominciare non
appena le forze lo consentano nuovamente e ciò all'infinito, senza provare alcun interesse per il cibo o per il sesso, col
risultato che gli esperimenti vanno interrotti per evitare la morte per fame degli animali stessi. Il punto chiave è
rappresentato dalla stimolazione dei "centri del piacere", la cui scoperta costituisce uno dei progressi più stimolanti
nel campo delle ricerche sul cervello. Si è constatato che inserendo un elettrodo in questa area del cervello di un ratto,
gli impulsi elettrici risultano talmente ricompensanti che l'animale arriva ad emettere anche 10.000 risposte l'ora di
pressione della leva per 26 ore consecutive (Argyle, 1988). Ripetute su numerose specie animali nonché sull'uomo,
queste ricerche hanno fornito sempre i medesimi risultati. Il piacere endocranico non solo sembra più importante di
qualsiasi altro stimolo, ma non risulta sottostare neanche ai limiti tipici dei bisogni materiali, quali quelli posti dai
principi di sazietà e di deprivazione: mentre i bisogni materiali tendono ad estinguersi quando vengono soddisfatti, per
aumentare di nuovo solo quando ancora insoddisfatti, il piacere endocranico sembra non esaurirsi mai, nemmeno
quando potrebbe sembrare saturo; tanto che qualche ricercatore come Campbell (1974) è arrivato a sostenere,
riprendendo Freud ed il suo "principio del piacere", che sia l'uomo che tutti gli altri esseri animati sembrano vivere
"solo" in funzione del piacere. Campbell suddivide il piacere in due forme: subumano (tipico degli animali, dell'uomo
ancora bambino, ma anche della maggior parte degli esseri umani adulti non sufficientemente sviluppati) ed umano
(tipico solo di una parte degli esseri umani adulti). Nelle aree endocraniche del piacere convergono gli impulsi nervosi
provenienti dai recettori periferici; così gli animali e gli uomini non ancora evoluti (biologicamente, perché infanti, o
psicologicamente, perché immaturi) hanno modo di stimolare queste aree attraverso i piaceri sensoriali (cibo,
bevande, tatto,...); ma le aree del piacere sono raggiunte anche da impulsi nervosi provenienti dalle regioni più
evolute del cervello, le così dette regioni pensanti, così che gli individui hanno la possibilità di stimolare dette aree - e
quindi ottenere il piacere anche senza ricorrere agli organi di senso e, a differenza degli animali, trarre piacere da
attività mentali quali la logica, la religione, la filosofia, ecc. Ci sarebbero quindi almeno due modi per stimolare le aree
del piacere: con fare poco evoluto e quindi subumano secondo alcuni autori - ma noi preferiamo definirlo "infantile" -,
tramite la sola stimolazione sensoriale, o, se si preferisce, mediante la sollecitazione di beni materiali. In modo più
evoluto, più maturo, tipicamente umano, utilizzando anche l'attività pensante tipica delle regioni neoencefaliche del
nostro cervello e cercando, oltre che sensazioni, anche informazioni. Tutti gli esseri umani possiederebbero in potenza
la capacità di utilizzare entrambi i modi per raggiungere il piacere, ma in realtà molti bambini non hanno la possibilità
di sviluppare una modalità più adulta nella ricerca del piacere, sostanzialmente per due ordini di motivi: perché i
genitori sono troppo occupati, a causa del loro stato di indigenza, nella lotta per l'acquisizione di quel minimo di beni
materiali necessario alla sopravvivenza, così da non avere tempo per altro che i piaceri sensoriali; perché i genitori,
pur disponendo di beni a sufficienza, sono convinti che solo i bisogni materiali siano importanti, preoccupandosi così
solo di procurarsene di nuovi, da consumare attraverso i sensi o da accumulare. Tali genitori, sia con i comportamenti
(offrendosi come modelli) che con le parole, indirizzano i figli verso la sola ricerca di beni materiali atti alla
stimolazione sensoriale. Di conseguenza K. Lorenz (l'etologo più famoso) è arrivato a sostenere che l'anello mancante
tra le grandi scimmie e l'homo sapiens è l'uomo, che sembra infatti comportarsi come " homo sensoriens". L'amore di
qualsiasi bene particolare, scambiato falsamente per il bene supremo, esclude che si ami veramente il bene supremo
e conduce all'infelicità, perché in contraddizione con l'intenzione più profonda dell'umana natura (S. Th., I-II, q. 109, a.
3). La questione allora diventa come dirigere, mediante un governo politico non dispotico, tutte le potenze dell'uomo
verso il fine ultimo (la felicità). Scegliere secondo le norme etiche significa saper rinunciare a qualcosa (un bene
parziale e/o apparente, QDM, q. II, a.1) che si può presentare come desiderabile, ma tale rinuncia può essere
comprensibile e accettabile solo se momentanea e finalizzata al conseguimento della pienezza della vita, appunto: la
felicità. Il pensiero di San Tommaso, come già di Socrate, Aristotele, Cristo, Sant'Agostino e molti altri Autori classici, si
pone, quindi, agli antipodi rispetto a quella scissione e addirittura di quella opposizione tra felicità e dovere morale
che si sono andate affermando nella modernità e che hanno contribuito a condurre al rigetto dell'etica da parte delle
nuove generazioni. Parallelamente, dai risultati ottenuti da ricerche condotte sulle motivazioni umane emerge
chiaramente che è il sistema di attaccamento - vale a dire la nostra capacità di amare noi stessi e gli altri - che si
sviluppa per primo nell'uomo, determinando il modo in cui impariamo o meno ad amare e condizionando così il futuro
sviluppo della personalità. Gli esperimenti condotti osservando l'uomo, dalla nascita all'età adulta, hanno confermato
che solo i bambini che sviluppano prima degli otto anni un attaccamento sicuro - vale a dire una buona capacità di
amarsi, amare e sentirsi amati - cresceranno senza gravi problemi psicologici e soprattutto si sentiranno felici. Gli
effetti della privazione delle cure materne sono stati studiati per oltre quarant'anni anche sull'uomo da J. Bowlby,
ricercatore inglese a cui l'organizzazione Mondiale della Sanità aveva commissionato una ricerca che confrontasse gli
effetti della sistemazione negli istituti o presso famiglie adottive dei bambini rimasti senza famiglia naturale; i primi
risultati dimostrarono che la privazione della figura materna può facilmente causare comportamenti asociali, violenti,
aggressivi, nonché gravi problemi psichiatrici, come emerso anche dagli esperimenti di Harlow precedentemente
descritti. I successivi studi effettuati dal gruppo di ricerca di Bowlby confermarono anche nell'uomo la supremazia del
bisogno affettivo sugli altri bisogni primari, nonché la grande importanza della figura materna come "base sicura" per
l'esplorazione ambientale. Chi pone al primo posto nella sua vita il piacere, fino a strumentalizzare gli altri, trattandoli
alla stregua di oggetti, si priva dell'esperienza dell'amore donativo, dell'incontro autenticamente interpersonale come
comunicazione con il mondo interiore dell'altro. Direbbe Tommaso che, in questo caso, la trasgressione dell'ordine
morale per inseguire il piacere non è, come sembrerebbe ad un adolescente, la liberazione da ogni vincolo e quindi il
raggiungimento dell'autonomia dai condizionamenti altrui; ma, al contrario, la prova dell'asservimento alla legge della
pura istintività, con la conseguente mortificazione della dimensione intellettivo. Infatti considerare il semplice piacere,
invece che la felicità, come fine supremo, si rivela un padrone così tirannico da rinchiudere l'uomo nell'egoismo e così
bugiardo da non mantenere ciò che promette, tanto da condurre sino all'autodistruzione, come succede ad es.
attraverso l'uso di sostanze stupefacenti. Dunque non il vero amore di sé, ma un falso amore di sé (perché, proprio in
quanto disordinato, fa il contrario del proprio bene) che è alla radice dei peccati e dei vizi. Freud direbbe come oggetto
di soddisfazione del proprio bisogno, vale a dire nell'amare qualcosa o qualcuno in quanto e perché soddisfa un
proprio bisogno o un proprio desiderio, come si dice che uno ama il vino perché soddisfa il proprio appetito. Amare,
viceversa, è volere il bene di qualcuno, il soggetto che ama solo di un amore di concupiscenza in realtà non ama
nessuno, resta rinchiuso nella gabbia del proprio egocentrismo. È da questo amore di dilezione, frutto cioè non
semplicemente dell'istinto o del sentimento, ma di una elezione, vale a dire di una scelta consapevole della volontà (S.
Th., I-II, q. 26, a. 3), che dipende tutta la morale. Dunque l'ordine etico è anche ed essenzialmente " ordine dell'amore
(ordo amoris)" (QDM, q. 11, a. 1, ad. 1), in quanto scaturisce dall'amore al bene. Negli ultimi anni è emerso fin troppo
chiaramente che i bisogni non materiali sono molto più importanti degli altri nel determinare il tasso di felicità delle
persone; tra le sensazioni fisiche dirette, come mangiare, bere, fare sesso e riposare, e l'appagamento che deriva dalle
pulsioni acquisite, quali ad esempio le attività culturali, sono proprio queste ultime, classicamente considerate come
meno rilevanti, a costituire le fonti principali di appagamento e di piacere: una ricerca americana ha rilevato che la
musica e la letteratura venivano subito dopo le amicizie e ben prima del cibo, della casa e del lavoro nella classifica
delle cose appaganti (Public Opinion, 1981). In particolare è emerso che la religione ha effetti positivi sia sulla salute
che sulla felicità. Alla felicità si associa inoltre, frequentemente, la percezione del significato e dello scopo della
propria vita. Un certo grado di autostima e l'opinione di avere, le capacità e le risorse per affrontare gli eventi e per
influenzarli rendono le persone meno vulnerabili alla depressione e più propense alla felicità. Questo atteggiamento
fiducioso è accresciuto dai buoni rapporti con gli altri e dal fatto di impiegare con successo e soddisfazione le proprie
capacità sia nel lavoro che nello svago (Argyle, 1988). Le ricerche sulla felicità (Argyle, 1988) hanno altresì dimostrato
che tra i bisogni in grado di stimolare nel modo più evoluto l'uomo i più importanti risultano essere l'amore, i rapporti
sociali e l'autostima. La caratteristica più costantemente in relazione con la felicità è l'estroversione, sempre correlata
con le emozioni positive (Emmons e Diener, 1985). Considerandone i due aspetti più salienti, la socievolezza e
l'impulsività, si scopre che è il primo componente ad essere predittivo della felicità (Argyle, 1988); infatti sia il grado di
"socievolezza" che l'entità dei contatti sociali sono connessi con la felicità. L’assertività connota lo stile comunicativo
dell’individuo socievole, sicuro di sé, aperto al confronto, che comprende e rispetta gli altri salvaguardando
contemporaneamente i propri diritti. Lo stile comunicativo assertivo è proprio di chi mette in pratica le abilità e le
competenze sociali acquisite per raggiungere un obiettivo che va a proprio vantaggio e per difendere i propri interessi
e i propri diritti, realizzandosi secondo i propri valori. La persona assertiva si pone in modo attivo verso gli altri, senza
esserne condizionata ma anche senza condizionare e adoperandosi affinché il benessere collettivo divenga l’interesse
prevalente e l’obiettivo prioritario della comunità. È di fondamentale importanza comprendere che non si può essere
assertivi nei confronti degli altri se non lo si è prima verso sé stessi: per voler bene occorre volersi bene (“ Ama gli altri
come te stesso”, recita il precetto cristiano, presupponendo che la persona ami sé stessa prima e almeno quanto gli
altri), da ciò ne consegue che solo chi ha fatto l'esperienza di essere amato nella sua prima infanzia e quindi si
percepisce amato – amabile può facilmente comportarsi in modo assertivo. Viceversa, la persona passiva si pone
verso gli altri in condizioni di inferiorità e di dipendenza; in genere trova grosse difficoltà nel determinare ciò che vuole
per sé dalla vita e spesso giunge a dimenticare i propri desideri per dedicarsi interamente a soddisfare quelli altrui.
L’individuo passivo modifica i propri obiettivi in funzione del contesto, disposto a tutto pur di compiacere gli altri –
della cui approvazione ha estremo bisogno – e di evitare ad ogni costo qualsiasi conflitto. C'è poi l'individuo
aggressivo, colui che non vuole: pretende; egli cerca in tutti i modi di soddisfare i propri bisogni e desideri e di
raggiungere gli obiettivi che si è prefisso, anche a scapito degli altri a tal fine non si fa scrupolo di usare anche minacce
e addirittura violenze; l'intento è di porre l’altro in uno stato d’ansia e di disagio che lo renda più vulnerabile e, quindi,
manipolabile. Le risposte dell’aggressivo sono generalmente esplosive e imprevedibili, sicuramente sproporzionate
rispetto allo stimolo che le ha scatenate. A volte anche le persone passive assumono degli atteggiamenti aggressivi, in
ragione di quello che viene definito “effetto di sommazione” delle continue sensazioni di rabbia repressa e accumulata
nel tempo; ma, mentre l’aggressivo è soddisfatto quando affronta una lite, il passivo si pente immediatamente di
essersi procurato la disapprovazione altrui; ciò scatena ulteriore ansia e dà l’avvio a nuove sensazioni di inadeguatezza
e rinnovati tormenti interiori, che riprodurranno l’intero circolo vizioso. Entrambi gli stili anassertivi portano ad
utilizzare strategie manipolative nei confronti degli altri, specie le persone più vicine (famigliari, amici e colleghi); tra
tali strategie le più comunemente usate sono: frasi colpevolizzanti; frasi inferiorizzanti; frasi ansiogene. Infine, spesso
le persone confondono alcuni comportamenti assertivi per anassertivi quando essi sono in contrasto con abitudini
culturali, in particolare è facile confondere: assertività e aggressività: un comportamento deciso e sicuro, specie
quando è emesso da qualcuno da cui non ce lo aspetteremmo, può essere scambiato per aggressivo; passività e
buona educazione: spesso chi non ha il coraggio di affrontare una situazione nasconde la propria incapacità dietro
un’aura di buona educazione, che non gli consentirebbe di essere come desidera. Le emozioni positive vanno
ricondotte ai primi segnali sociali tra madre e neonato, che provocano gioia ad entrambi; si tratta di una tendenza
innata dei neonati a rispondere alle persone attraverso lo sguardo e il sorriso, derivata dall'importanza evolutiva della
socialità: tale tendenza si sviluppa nel corso delle interazioni con la madre, durante il primo periodo di vita. Tra le
principali fonti di appagamento ci sono infatti la qualità dei rapporti, l'entità dell'affetto, l'intimità, il comportamento
confidenziale e l'offrire rassicurazioni sul valore dell'altro, cioè quello che generalmente viene chiamato "sostegno
sociale". Dunque è possibile affermare che i rapporti sociali generano felicità; secondo Argyle ciò avverrebbe per tre
ordini di motivi: possono avere un effetto immediato sull'Io, aumentando l'autostima e la fiducia in sé stessi. Le
ricerche hanno dimostrato che l'appoggio sociale è in grado di tamponare gli effetti dello stress sulle malattie fisiche.
Anche l'amicizia riveste un'enorme importanza: nell'ambito di una ricerca sulla solitudine è emerso che le studentesse
testate andavano dal medico meno frequentemente, per disturbi di vario genere, se la qualità dei rapporti con gli
amici era migliore. L'effetto del reddito sulla felicità è piuttosto ridotto all'interno dei singoli Paesi e tra Paesi diversi
non esistono differenze per quanto riguarda la relazione tra benessere economico e felicità. Le ricerche hanno dunque
dimostrato che il matrimonio, la famiglia, gli amici e gli altri rapporti sociali costituiscono importanti fonti di felicità.
Per essere più felici bisognerebbe perciò contrarre matrimonio, rimanere sposati a lungo, avere dei figli, restare in
contatto con i parenti, avere moltissimi amici e mantenere buoni rapporti con i vicini. Negli ultimi anni il lavoro dei
ricercatori si è orientato verso uno studio cognitivo della felicità e della qualità della vita. Secondo Seidlitz e Diener
(1993), le persone felici e quelle infelici si distinguono fra loro poiché le prime ricordano più eventi positivi della vita e
le seconde più eventi negativi. Secondo Sara Staats la speranza è un'importante componente del benessere
soggettivo. Essa viene definita una combinazione di cognizioni ed affetti e viene fatto notare quanto sia importante dal
punto di vista sanitario, in quanto influenza le risposte del sistema immunitario e ci pone in grado di fronteggiare
meglio i vari aspetti delle malattie e della morte. La speranza è l'aspettativa di eventi futuri desiderabili e
operazionalmente può essere definita come la differenza fra effetti positivi ed effetti negativi attesi. Kammann (1983)
e Lichter, Haye e Kammann (1980) cercarono di incrementare lo stato di felicità per via cognitiva, attraverso un corso
di quattro settimane basato sulla possibilità di modificare alcune aspettative e credenze irrazionali, con la riflessione e
il ragionamento ricavate dal libro di Dyer (1976) sulle zone erronee. Il risultato fu un significativo e relativamente
duraturo aumento della felicità che si mantenne al follow-up a sei settimane. Questi dati fanno sostenere agli autori la
possibilità che la felicità abbia una forte mediazione cognitiva. Si dice che una persona è dotata di un elevato
"controllo interno" se ritiene di poter dominare gli eventi perché convinto che non dipendano solo dagli altri, dal
destino o dalla fortuna: tali individui, come del resto quelli che sono convinti di avere un'ampia possibilità di scelta su
ciò che fanno, provano un benessere soggettivo maggiore e sono meno influenzabili dagli eventi stressanti, perché
possiedono metodi migliori per affrontare gli avvenimenti: cercano di cambiare la situazione invece di evitarla o
distoglierne l'attenzione, come fa invece chi propende per il controllo esterno (Argyle, 1988). Molti esperimenti
portano a concludere che i depressi attribuiscono a sé stessi i fallimenti più di quanto non facciano le persone normali
(Argyle); tuttavia è anche possibile che gli individui che hanno sperimentato parecchi eventi negativi diventino infelici
e considerino incapaci di controllare le situazioni (Diener, 1984). Secondo Seligman la differenza tra chi, davanti ad
un'esperienza negativa caratterizzata dall'impossibilità a reagire di fronte ad un evento avversivo (impotenza), diventa
rinunciatario e chi invece insiste tenacemente fino a riacquisire potenza quando cambia la situazione ambientale, va
cercata nella spiegazione che i soggetti forniscono degli eventi negativi che la vita propone loro: solo chi mantiene la
fiducia in sé stesso e trova cause temporanee e specifiche delle avversità, sviluppando quella che l'autore chiama
l'arte della "Speranza", si immunizza dalla depressione, endemica nel presente periodo storico, tanto che qualcuno ha
definito la nostra era come "Età della malinconia". L'appagamento è maggiore quando i risultati raggiungono le
aspirazioni e minore quando ciò non avviene; a loro volta, le aspirazioni si basano sul confronto con gli altri e con la
propria esperienza passata (Argyle, 1988). L'appagamento deriva dal divario fra obiettivi e risultati e dal valore
attribuito a ciascun obiettivo (Loke, 1976). Le aspirazioni possono mirare molto in alto e tendono a crescere
ulteriormente quando si raggiunge un certo livello; le aspirazioni troppo elevate sono una minaccia per la felicità
(Diener, 1984), tanto che a volte le terapie della felicità devono convincere le persone a ridurle (Argyle, 1988). Questi
confronti sono determinanti per l'autostima, che risulta essere fortemente correlata con il benessere soggettivo; in
alcune ricerche si è infatti riscontrato che presenta una correlazione maggiore di qualsiasi altra variabile (Campbell,
1981). 1988). I dati sperimentali confermano che i confronti col passato possono influenzare le valutazioni di
appagamento. In Germania venne chiesto agli studenti di pensare a tre eventi passati estremamente positivi e
piacevoli o particolarmente negativi e spiacevoli; in seguito ogni soggetto fu chiamato ad esprimere il proprio livello di
felicità e di appagamento su una scala a 11 punti, risultati ottenuti furono esclusivamente i ricordi astratti di eventi
passati negativi a produrre intensi sentimenti di appagamento, mentre i ricordi concreti ebbero un effetto depressivo.
Si è più felici se si è riusciti a risolvere i propri conflitti interiori e si è raggiunto un certo grado di integrazione della
personalità; e lo si è tanto di più se risulta marginale la discrepanza tra l'immagine di Sé e il Sé ideale, o tra le proprie
aspirazioni e la realtà (Wilson, 1967). Sono sviluppati dei filoni di ricerca di economia all'interno di dipartimenti
universitari di psicologia, il tentativo era quello di umanizzare l'economia; uno tra i più promettenti di questi filoni ha
avuto un notevole riconoscimento internazionale: il premio Nobel 2002 per l'economia allo psicologo D. Kahneman.
Kahneman e Tversky (1981) dimostrarono come le scelte degli esseri umani violassero sistematicamente i principi
della razionalità economica. In particolare i due autori posero l’accento su due importanti fenomeni psicologici, in
realtà collegati tra loro: l’effetto contesto: il frame, cioè il contesto in cui l’individuo si trova a operare la scelta, ha un
effetto determinante sulla scelta stessa. In particolare il modo in cui il problema viene formulato influisce sul modo in
cui l’individuo percepisce il punto di partenza, rispetto a cui valutare i possibili esiti delle proprie azioni; l’ avversione
alle perdite: Per la maggior parte degli individui la motivazione ad evitare una perdita è superiore alla motivazione a
realizzare un guadagno. Questo principio psicologico generale, che è probabilmente collegato ad una sorta di istinto di
sopravvivenza, fa sì che la stessa decisione può dare origine a scelte opposte se gli esiti vengono rappresentati al
soggetto come perdite piuttosto che come mancati guadagni. La teoria del prospetto di Tversky e Kahneman integra
in una formulazione matematica gli aspetti più propriamente psicologici della valutazione individuale con il principio
fondamentale della teoria dell'utilità attesa, secondo cui la scelta più razionale è quella che massimizza il prodotto del
valore atteso di ogni evento per la sua probabilità. Kahneman e Tversky introducono infatti una value function, in cui
le probabilità degli eventi possibili viene ponderata attraverso il valore π, che rappresenta il ‘’peso’’ che ogni esito ha
nella valutazione dell’individuo. teoria del prospetto ha avuto un notevole successo, soprattutto in ambito economico
e le sue previsioni si sono rivelate molto efficaci nel descrivere il comportamento degli investitori e degli agenti
economici, specie nel fornire una spiegazione ad alcune violazioni della teoria dell'Utilità come l'effetto costo
sommerso (sunk cost) e l'effetto possesso (endowement). Dal punto di vista della teoria della decisione, la teoria del
prospetto, pur avendo meriti indiscutibili, violava però il principio della dominanza stocastica, che si applica alle
situazioni in cui una determinata distribuzione di probabilità sugli esiti è superiore ad un'altra. La rinnovata attenzione
al benessere integrale ha portato anche l'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) a porre un'attenzione speciale
alla QdV (Qualità della Vita); ne costituisce un valido esempio il progetto WHOQOL, curato dalla Divisione di Salute
Mentale. Ma è possibile allora aumentare la felicità per migliorare la Qualità della Vita? Vi sono programmi
all'educazione alla felicità mediante letture e istruzioni che pongano il problema e permettano un'analisi del proprio
stato di felicità, di ciò che manca e di ciò che si potrebbe realizzare. L'emulazione delle 14 caratteristiche di base della
felicità, desunte dalle caratteristiche altamente tipiche dei soggetti felici: per ognuna si deve ricercare il proprio
Rationale e la ragione della loro benefica azione sulle persone felici e si possono insegnare le specifiche tecniche
cognitivo - comportamentali per raggiungerle, attraverso un lavoro pratico giornaliero. Realizzare un programma di
attività personalizzato, basato su di una lista individuale di attività che usualmente rendono felici e che potrebbero
essere attivate ogni giorno, per le quali invece di norma non viene trovato il tempo. I soggetti vengono invitati a
scegliere ogni giorno dalla lista tre attività e a metterle in pratica, utilizzando così maggiore tempo per attività che
danno gioia. L'intero programma dura generalmente dalle due alle undici settimane. Questi studi nel loro complesso
hanno dimostrato che l'informazione e l'allenamento sul programma di base aumenta significativamente la felicità.
Johnson (1981) ha usato l'assertività, Leaf e al. (1992) hanno dimostrato che la Rational Emotive Therapy e gli esercizi
di Training Assertivo, proposti attraverso una terapia di gruppo agli studenti della facoltà di Psicologia, diminuivano il
disagio emotivo e aumentavano l'autostima ed in particolare la soddisfazione per la vita. L'uomo ha una grande
capacità di cambiamento ed una naturale predisposizione alla felicità, così che sarà sufficiente intraprendere un
percorso psicoterapico per sbloccare i condizionamenti appresi ed acquisire quella che Seligman definisce l'arte di
essere felici. La superiorità della psicoterapia nel trattamento della depressione fu evidenziata anche dalla review
fatta da Lambert e Bergin nel 1994, i quali però sottolinearono come nel breve periodo e nei casi di depressione
endogena gli psicofarmaci possano dare risultati migliori. È possibile affermare la necessità immediata di un intervento
attento ai bisogni dell'uomo integrale, che deve comprendere la ricerca non solo e non tanto del piacere raggiunto
attraverso i sensi, ma soprattutto della solidarietà e della felicità, o meglio della felicità attraverso la solidarietà, vale a
dire della felicità virtuosa di cui parlavano sia Aristotele che S. Tommaso. Sempre più palesemente si scopre infatti che
la vera felicità si ottiene solo soddisfando la nostra natura sociale (capacità di amarsi e di amare) e la nostra coscienza
(rapporto tra io ideale ed io reale).

La psicologia del consumatore e del pellegrino.


Nella piramide di Maslow troviamo in cima alla piramide (primo posto) il bisogno di Autorealizzazione. Sembrerebbe
infatti che insieme al bisogno di stima e d'affetto, rispettivamente al secondo e terzo posto nella gerarchia di Maslow,
è questo il bisogno più importante da soddisfare per le persone, anche se gli studi sulla felicità analizzati da Argyl
sottolineano che, tra i tre bisogni su citati, è l'affetto (il bisogno d'amore) quello in grado di elicitare più felicità. J.
Bruner (1996), delinea nove principi universali delle realtà narrative che possono fare di un racconto una storia di
successo: 1) Una struttura di tempo significativo: in una narrazione il tempo viene segmentato non secondo l’orologio,
ma in funzione dello svolgersi degli eventi cruciali. 2) Particolarità generica: qualsiasi storia può essere letta in vari
modi e trasportata nell’ambito di qualsiasi genere: commedia, tragedia, storia d’amore, ironia, autobiografia ecc.
Sostiene Bruner che nemmeno le culture più sofisticate possono resistere al canto ammaliatore dei generi che
costruiscono la narrazione: la realtà è costretta per decreto o addirittura per statuto a imitare i nostri generi letterari e
noi diamo un senso agli eventi leggendoli in chiave di commedia, di tragedia, ecc. 3) Le azioni hanno delle ragioni:
quello che fanno le persone nel corso della narrazione non avviene – né è strettamente determinato – secondo leggi di
causa ed effetto; è invece motivato da convinzioni, desideri, teorie, valori o altri stati intenzionali. Le azioni narrative
comportano questi stati intenzionali, anche se essi non determinano mai completamente il corso dell’azione o il fluire
degli eventi; è infatti sempre implicito qualche elemento di libertà – l’intervento di un soggetto agente che può
intromettersi in una presunta catena causale. 4) Composizione ermeneutica: i possibili significati di una storia sono
molteplici, nessuna ha un’unica, singola interpretazione possibile. 5) Canonicità implicita: per meritare di essere
raccontata una storia deve contraddire le aspettative: gli stereotipi e la norma sono prodigiose fonti di noia. È il modo
narrativo che sa creare meglio un senso di novità e di eccitazione. Siccome la connessione canonica fra le realtà in una
storia rischia di generare noia, la narrativa, attraverso il linguaggio e l’invenzione letteraria, cerca di tener vivo
l’interesse del discente rendendo nuovamente strano l’ordinario. Così, nel momento stesso in cui ci riallaccia alle
convinzioni ricevute, il creatore di realtà narrative acquista uno straordinario potere culturale, facendoci vedere con
occhi nuovi qualcosa che prima davamo per scontato. 6) Ambiguità di referenza: per quanto si possano verificare i fatti
a cui si riferisce una narrazione, essi sono utilizzati sostanzialmente in funzione della storia stessa, così che la narrativa
crea o comunque ricostruisce la sua referenza rendendola di fatto ambigua. 7) Centralità della crisi: è ormai chiaro che
le storie ruotano intorno a regole che vengono infrante ed è ciò che colloca la crisi al centro delle realtà narrative. Le
storie che meritano di essere raccontate ed interpretate nascono tipicamente da una situazione di crisi. ) 8)
Negoziabilità inerente: le storie sono fondamentalmente contestabili ed è questo che rende la narrativa così utile nella
negoziazione culturale; ognuno può raccontare una possibile versione e questo permette un confronto e una crescita
cooperativa. Oggi sappiamo che questa capacità di negoziazione narrativa comincia molto presto nello sviluppo della
comprensione sociale dei bambini ed è onnipresente (J. Dunn, 1990). 9) Capacità di espansione storica della narrativa:
l’uomo con vari arrangiamenti cerca di assicurare la continuità delle narrazioni, in modo che la realtà non sia costituita
semplicemente da un susseguirsi di storie, ciascuna autonoma rispetto all’altra, ciascuna con un proprio fondamento
narrativo. Così come costruiamo una storia della nostra vita, creando un sé capace di preservare la nostra identità –
che si sveglia il giorno dopo ancora più o meno uguale – si direbbe che siamo dei geni nel creare una catena narrativa.
Oggi i nuovi approcci di marketing hanno compreso le complesse esigenze del consumatore, nonché di quanto sia
importante tener conto del suo potenziale informativo (desideri, ideali, scelte di appartenenza, ecc.) e, tramite i nuovi
strumenti informatici a disposizione per ottenere feedback sulle preferenze d'acquisto, i giudizi sugli acquisti già
effettuati, nonché desideri e aspettative su nuovi prodotti atti a soddisfare il moderno consumatore, cercano in tutti i
modi possibili di coinvolgerlo nel processo d'acquisto.
Pregiudizi e Stereotipi.
In tutte le tradizioni simboliche conosciute, la maschera ha la funzione principale di fornire un’identità a chi se ne
serve. È un’altra identità che si sovrappone, per esigenze rituali, comunitarie o sociali, a quella che di norma
caratterizza chi la indossa. Con il termine Maschera o Persona la psicologia analitica (C.G. Jung) intende l’aspetto che
l’individuo assume nelle relazioni sociali e nel rapporto con il mondo, cioè l’immagine che recita come
rappresentazione pubblica: la possibilità dell’individuo di adattarsi all’ambiente sociale, culturale e umano, di
presentarsi e al contempo di nascondersi. Secondo la psicologia sociale uno stereotipo corrisponde a una credenza o a
un insieme di credenze in base a cui un gruppo di individui attribuisce determinate caratteristiche ad un altro gruppo
di persone. Il concetto di stereotipo è strettamente connesso con quello di pregiudizio. In pratica esso costituisce
quello che possiamo indicare come il nucleo cognitivo del pregiudizio. Per pregiudizio si intende la tendenza a
considerare in modo ingiustamente sfavorevole le persone che appartengono ad un determinato gruppo sociale.
Secondo Lippmann gli stereotipi sono parte della cultura del gruppo a cui appartiene e come tali vengono acquisiti dai
singoli e utilizzati per comprendere la realtà. Gli stereotipi svolgono per l'individuo una funzione di tipo difensivo:
contribuendo al mantenimento di una cultura e di determinate forme di organizzazione sociale, essi garantiscono
all'individuo la salvaguardia delle posizioni acquisite. Diventano stereotipi sociali solo quando vengono condivisi da
grandi masse di persone all'interno dei diversi gruppi sociali (condivisione sociale). In sintesi, per stereotipo si intende
un insieme di opinioni relativi ad una classe di individui, di gruppi o di oggetti, che emettono un giudizio. Uno
stereotipo non si basa su una conoscenza di tipo scientifico; piuttosto rispecchia una valutazione che spesso si rivela
rigida e non corretta dell'altro in quanto, tendendo ad attribuire determinate caratteristiche in maniera indistinta
all’intera categoria di persone, si trascurano tutte le possibili differenze rilevabili in quella categoria. Occorre tuttavia
ricordare che non necessariamente tutti gli stereotipi sono negativi. Il significato di pregiudizio è cambiato nel tempo:
si è passati dal significato di giudizio precedente a quello di giudizio prematuro e infine di giudizio immotivato, un’idea
- positiva o negativa - degli altri senza che vi sia una ragione sufficiente. Un pregiudizio può essere considerato un
atteggiamento e come tale può essere trasmesso socialmente; ogni società avrà dei pregiudizi più o meno condivisi da
quasi tutti i componenti. Le ricerche sociologiche hanno posto in evidenza come le persone inserite - anche
arbitrariamente - in un gruppo tendono ad accentuare le differenze che portano alla distinzione del gruppo di
appartenenza rispetto agli altri e a cercare quindi di favorire il proprio. Nutrire dei pregiudizi relativamente a
determinate categorie di persone porta spesso a modificare il comportamento sulla base delle credenze. È possibile
eliminare i pregiudizi? Non si tratta di un'impresa facile, in quanto essi sono determinati da più concause che, avendo
radici nel sociale, possono influenzare fortemente gli individui. Favorire contatti tra gruppi diversi, migliorare la
conoscenza delle persone ritenute “diverse”, può servire a ridurre i pregiudizi, ma occorre soprattutto che le persone
siano effettivamente disposte a rivedere le proprie convinzioni. Nel caso di stereotipi e di pregiudizi si verifica quasi
sempre una estensione dai requisiti di base di tipo sociale che definiscono la categoria, relativi ad appartenenze a
gruppi sociali, a requisiti del tutto diversi di tipo psicologico che riguardano i tratti della personalità, le disposizioni, le
qualità morali: questi vengono associati arbitrariamente ai primi in maniera molto stretta, finendo per diventare in
qualche modo anch'essi parte della definizione e stabilendo dunque una corrispondenza non dimostrata fra la
definizione oggettiva (caratteristiche sociali del gruppo) e quella soggettiva (caratteristiche personali dell'individuo).
Dopo Allport la spiegazione cognitiva del pregiudizio è stata ulteriormente sviluppata dalla Social cognition; l'elemento
caratterizzante è considerare il pregiudizio come una modalità normale di funzionamento della mente, una
predisposizione che porta facilmente l'uomo a commettere degli errori nel processo di conoscenza. Il pregiudizio così è
una tendenza a considerare in modo negativo, senza una giustificazione, le persone che appartengono ad un
determinato gruppo. Il primo e più diffuso è il pregiudizio etnico-razziale. Si tratta del campo nel quale pregiudizi e
stereotipi sono forse più diffusi, tanto che spesso il termine pregiudizio viene usato per indicare quello diretto contro
le minoranze etniche. Si è assistito a una progressiva e sensibile riduzione del pregiudizio manifesto e dell'avversione
esplicita nei confronti degli appartenenti a minoranze etniche; così, anche se oggi in pochi assumono in maniera
esplicita posizioni di intolleranza razziale, tale ostilità sopravvive in forme mascherate e sottili, adatte a convivere con i
valori universalmente di tolleranza ed eguaglianza. In definitiva dunque si è passati dalla originaria forma esplicita e
arrogante di pregiudizio, che accettava o sosteneva attivamente il razzismo, a forme più moderne e più morbide,
spesso occulte, ma non per questo meno pericolose, di esclusione e ostilità. Una forma ancora più sottile di nuovo
pregiudizio è quello definito eversivo: l'individuo tende ad evitare o a limitare il contatto con gli appartenenti a
determinate minoranze etniche adottando, nel corso delle interazioni, condotte tali da mantenere la distanza e
scoraggiare ogni forma di coinvolgimento. Esistono poi molti gruppi sociali rispetto ai quali vengono adottati stereotipi
più o meno rigidi, che finiscono per condizionare le valutazioni e il comportamento nei loro confronti: gli anziani
vengono generalmente considerati cognitivamente rigidi, orientati al passato, senza progetti per il futuro, poco
disponibili all'innovazione, ostinati, collerici, suscettibili, poco adattabili, poco disponibili ad acquisire elementi di
conoscenza nuovi e aderenti alla realtà in mutamento, tendenti al vittimismo, esigenti e in continua ed eccessiva
richiesta di assistenza; I disabili fisici vengono considerati psicologicamente fragili, troppo emotivi, volubili, irascibili e
sostanzialmente inaffidabili; nelle interazioni con i disabili si manifesta generalmente imbarazzo, giustificato dal non
sapere come comportarsi, ma che esprime in realtà il disagio rappresentato dalla loro presenza e da ciò che essa
rappresenta. Il caso della disabilità mentale risulta ancora più complesso, poiché la “malattia mentale” è sempre stata
accompagnata da mistero e inquietudini, fino a far intravvedere la presenza di dimensioni e forze soprannaturali. Per
spiegare i pregiudizi Bruno M. Mazzara propone l'utilizzo di due criteri di interpretazione e classifica le spiegazioni più
diffuse del pregiudizio: ordinarietà o eccezionalità - I pregiudizi, così come gli stereotipi, tutto sommato si fondano su
processi normali. Sono infatti sempre esistiti e continuano ad esistere, da sempre e ovunque assistiamo al loro
manifestarsi e non possiamo che accettare la loro inevitabilità; individuale o sociale - Riguarda il livello di spiegazione
prescelto, che può essere di tipo individuale o di tipo sociale. Da un lato si collocano le spiegazioni che mettono
l'accento sull'individuo, è individuale, quando la spiegazione va cercata nelle caratteristiche intrapersonali
dell'individuo che lo hanno portato a diventare quello che è, dall'altro lato troviamo le spiegazioni che spostano
l'attenzione sulle interazioni tra gli esseri umani, i conflitti tra gruppi differenti, fino a spinte anche di tipo politico ed
economico. Uno dei modi per spiegare le basi ordinarie dei pregiudizi è quello di vederli come espressione di ostilità
nei confronti di ciò che non si conosce e di chi è diverso da noi, la quale risulterebbe essere un tratto tipico non solo
della specie umana, ma di tutti gli animali. Come hanno sostenuto tanti psicoterapeuti è la paura dell'altro, del
diverso, che ci porta spesso ad una risposta aggressiva e tale paura è data dall'insicurezza, dalla fiducia di base
nell'altro e nella società nel suo insieme.

Identità e Carattere.
Non sempre la vita riserva un terreno fertile per la formazione del carattere e delle capacità necessarie per dare
risposte corrette alle situazioni che la vita presenta. Spesso non esiste dialogo in famiglia o non esiste empatia fra i
suoi membri. Noi viviamo in una società che isola, certo non c'isoliamo se scegliamo di non farlo, ma per scegliere è
necessario avere una personalità già formata. Viafora nel testo Fondamenti di Bioetica (Ambrosiana, 1989) afferma
che: "Lo sviluppo della personalità è un processo grazie al quale ci stacchiamo sempre più dal nostro ambiente
immediato, liberandoci dalla presa che esso ha su di noi. ... Questo processo implica in particolare una certa capacità
di astrazione nei confronti del reale e un'attitudine a concepire progetti per l'avvenire. Solo quando l'individuo
raggiunge questa capacità di astrazione, egli riesce a controllare i desideri del presente a vantaggio di valori che
rispondono a bisogni lontani ma più fondamentali. In presenza di un oggetto o di una situazione che potrebbe
rispondere ad un proprio bisogno la persona umana intraprende una valutazione. Ci sono due forme di valutazione in
funzione dei due aspetti di base della struttura psicologica (Sé ideale e Sé reale): la prima è sensoriale, costituita da
una forza emotiva contingente che può attrarre la persona verso l‘oggetto o la situazione, oppure allontanarla.
Pertanto, il principio che governa questa prima forma di valutazione è il piacere o il non piacere, la cosa può essere
piacevole o non piacevole (Freud parlava di "principio del piacere"); La seconda forma di valutazione è di tipo
riflessivo (Freud parlava di "principio di realtà"); segue il livello sensoriale e spesso lo corregge o lo integra. È in questo
ambito che si può parlare di Volontà umana. Luigi Rulla, rileva giustamente che l‘esistenza della Volontà non cancella
in alcun modo la forza delle emozioni. È chiaro che esiste un rapporto tra i nostri bisogni e i nostri valori, questo
rapporto è esprimibile in modo concreto attraverso tre posizioni: si potrebbe tendere alla soddisfazione dei nostri
bisogni utilizzando successivamente i valori con la funzione di copertura; si potrebbero interpretare i valori come
imperativi che impongono dei comportamenti (il dovere per il dovere, di Kantiana memoria), senza considerare i
bisogni della persona; si potrebbe infine cercare un accordo tra soddisfazione dei bisogni e dei valori. L'imponente
sviluppo della tecnica ha portato a far sì che, nella valutazione dei più, la ragione strumentale (il pensare secondo le
categorie della fattibilità) abbia preso il sopravvento sulla ragione pratica (sul pensiero etico). Ulteriori motivi della
decadenza dei valori tradizionali sono lo spirito concorrenziale e la seduzione della mentalità consumistica.

Edonismo e società moderna. Immagine di sé.


Thomas Ziehe definisce l'edonismo come "volontà di viziarsi, volontà di godere, volontà di sperimentare beni sensibili
e immediatamente accessibili". La libertà edonistica che l'individuo "sceglie" dipenderebbe in effetti in larga misura
dall'offerta del mercato, dai mass media e dalla moda. La metamorfosi dei valori oggi in atto significherebbe che in
primo piano non stanno più i miglioramenti tecnici. I valori post-materiali non migliorerebbero le nostre condizioni
materiali di vita, ma le nostre relazioni con il prossimo e la qualità soggettiva della nostra vita. Per identità si intende
l'idea che ognuno ha di se stesso e che costituisce uno dei principali criteri per comprendere ciò che l'individuo fa o
pensa. L’identità non è però il risultato di una riflessione solitaria, nella quale l'individuo esamina gli elementi
"oggettivi" che costituiscono la propria persona, ma di un continuo processo di confronto sociale, nel corso del quale
l'individuo impara a valutare se stesso in relazione agli altri. dalla conoscenza del mondo sociale in quanto diviso in
categorie e gruppi, l'individuo trae informazioni non solo sugli altri ma anche su se stesso. Dato lo stretto legame fra
l'identità personale e l'appartenenza sociale, l'individuo tenderà ad applicare anche ai gruppi dei quali fa parte le
tecniche di miglioramento dell'autostima che abitualmente usa per se stesso. L'iniziatore di questo filone è Tajfel, che
insieme a i suoi collaboratori ha studiato le condizioni minime per innescare il favoritismo di gruppo e in particolare se
tale favoritismo possa attivarsi anche in assenza per l’individuo di ogni vantaggio e di una reale dinamica di gruppo. I
risultati esprimono la tendenza per ciascuno ad identificarsi con il proprio gruppo e a favorirlo nel confronto degli altri
gruppi. In questa prospettiva gli stereotipi e i pregiudizi non sarebbero altro che la manifestazione nel linguaggio, nelle
immagini, negli atteggiamenti e nel comportamento, del favoritismo per il gruppo di appartenenza. Tutto questo
determina un favoritismo per l'in-group e un non per l’out-group. Una delle più note spiegazioni in proposito prende il
nome di teoria del conflitto reale, nella quale la tendenza all'ostilità reciproca fra persone e soprattutto fra i gruppi
sarebbe tanto maggiore quanto più gli obiettivi dell'uno sono oggettivamente in contrasto con quello dell'altro.
Numerosi esperimenti hanno dimostrato come l'ostilità fra i gruppi aumenta quando essi sono in competizione per
l'acquisizione di risorse che considerano importanti e che non sono sufficienti per tutti. La mente umana mantiene gli
stereotipi perché non può restare senza schemi e senza aspettative; talvolta per ottenere la riduzione degli stereotipi
falsi e discriminanti è sufficiente fornire per tempo delle valide alternative che svolgano le stesse funzioni di tipo
cognitivo e di protezione dell'identità sociale. Rispetto delle differenze. La cosiddetta prospettiva color-blind consiste
nell'ignorare ogni differenza fra gli individui, trattando tutti esattamente allo stesso modo, a prescindere dalle
appartenenze e dalla provenienza sociale. Un'interazione che ignori del tutto le differenze ha lo svantaggio di non
fornire ai soggetti un adeguato quadro interpretativo per le differenze stesse, le quali appariranno evidenti comunque
e tenderanno a essere spiegate con riferimento agli stereotipi disponibili. Questo tipo di impostazione non tiene
soprattutto conto del fatto che l'individuo ha di fatto bisogno di riconoscersi in un sistema di appartenenze, il quale
implica non solo una valorizzazione positiva delle proprie radici e delle propria cultura, ma anche un confronto
sistematico con gli altri gruppi. Una soluzione migliore invece, anche se non semplice da realizzare, è quella di
perseguire insieme sia l'obiettivo di parità che quello del rispetto della differenza. Un problema che si verifica spesso è
la tendenza a circoscrivere l'esperienza positiva, considerando le persone con cui si è interagito come delle eccezioni
rispetto al loro gruppo di appartenenza. In pratica si tende a spiegare solo le cose positive dei soggetti che si sono
incontrati, non generalizzandole ai altri membri dell’altro gruppo e quindi lasciando inalterati gli stereotipi negativi e i
livelli di ostilità nei confronti del gruppo nel suo insieme.

Messa alla prova.


Negli anni ottanta, con la fine delle grandi ideologie e l'emergere della cosiddetta "network society," post-moderna e
globalizzata, la società tradizionale ancorata a ben definiti valori si è trovata improvvisamente impreparata al
cambiamento globale caratterizzato da una sempre maggior interdipendenza tra i diversi piani della realtà socio-
economico e politica in differenti contesti del mondo. Ciò ha generato la "società liquida" (Bauman, 2002) dove le
situazioni in cui gli uomini agiscono, si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e
procedure. L'effetto del processo di individualizzazione che ne deriva si può anche descrivere come la crisi dell'idea di
cittadino che ricerca il proprio benessere, la propria realizzazione attraverso l'impegno nel conseguimento del
benessere della città e della collettività. Infatti, la tendenza odierna, porta l’individuo ad una certa indifferenza verso
principi fondamentali quali il bene comune, la solidarietà, la partecipazione e a massimizzare la propria libertà di agire,
secondo i propri desideri o interessi, anche a scapito dell'altrui dignità umana e dei diritti fondamentali. Con il
processo di secolarizzazione, si è infatti assistito alla caduta dei modelli di riferimento tradizionali ed il conseguente
imporsi di modalità di interfaccia con l’ambiente a seconda della circostanza. In questo contesto diviene centrale il
dibattito sulle condizioni dell’educazione e della trasmissione valoriale alle giovani generazioni in particolare in
rapporto alle metodologie di comunicazione. Tale dibattito molto spesso appare contrassegnato da un atteggiamento
di ripiegamento rinunciatario dovuto, da un lato, dalla presa di coscienza del fallimento dell'azione educativa
tradizionalmente intesa e dall’altro dalla sfiducia nutrita verso il mondo giovanile percepito come inesorabilmente in
declino morale. Troppo spesso accade di incontrare adulti non cresciuti che, non possedendo un modello reale
(risultato di una corretta conoscenza di sé e della realtà circostante = scala valori reale), persistono nel confrontare il
proprio e 1'altrui comportamento con un'immagine ideale (proveniente non dalla conoscenza dell'esistente, ma di ciò
che "dovrebbe essere"), col risultato di vivere costantemente in uno stato di insoddisfazione e col rischio di giungere al
rifiuto di qualsiasi modello, nel vano tentativo di superare tale insoddisfazione. La diretta conseguenza che ne
scaturisce è vivere solo sulla spinta dei propri desideri, perdendo il senso della vita e dell'esistenza. Ne conseguiranno
due forme di patologia: quella di chi rifiuta di confrontare il proprio comportamento con un modello e vive schiavo
degli avvenimenti, ed i cui umori e percezioni seguiranno le alterne fortune della vita; chi invece continua
testardamente a non voler crescere, a non superare lo stato adolescenziale, e confronta il proprio e l'altrui
comportamento con un modello ideale (irraggiungibile, in quanto tale), col conseguente rifiuto di sé stesso e dell'altro.
La persona psichicamente sana non sarà quindi quella libera da modelli di comportamento e che vive del
soddisfacimento dei propri desideri, né quella che rifiuta continuamente sé stessa o l'altro perché inadeguati nei
confronti del modello ideale; sarà invece quella che riconosce ed accetta la propria e l'altrui limitatezza e nello stesso
tempo continua ad amare sé stessa e gli altri. Considerando infatti, il significato di comunicazione, come abilità
emotiva, che consiste nel creare negli altri un’esperienza tale da coinvolgerli fin nelle viscere, si deve rilevare
l'insufficienza del modello trasmissivo comunicativo tradizionale di tipo gerarchico-burocratico che si risolve in una
mera trasmissione di informazioni e nozioni, per quanto con modalità creative e coinvolgenti (Goleman, 1996). In
sintesi queste problematiche richiedono che questo patrimonio culturale consolidato venga condiviso con le nuove
generazioni partendo dall'analisi dai loro significati e dalle loro concezioni, mediate simbolicamente, sui problemi della
società, prodotte nel corso dell’interazione sociale all'interno del “mondo della vita”. È a partire da questo che, nel
nostro contesto sociale globalizzato e plurale, appare necessario fare un passo ulteriore nella direzione di individuare
nel confronto tra soggettività diverse, portatrici di valori e concezioni differenti, le condizioni attraverso cui risulti
possibile per i giovani, attivando processi argomentativi dialogici e razionali, arrivare a delle intese sui principi
fondanti, partendo dall'esame dei problemi e delle contraddizioni sociali da essi vissuti. Oggi l'universo giovanile è
descritto generalmente in una permanente crisi d'identità. Il fatto che i giovani siano i soggetti più coinvolti in questo
repentino e radicale mutamento sociale è oggi un dato di fatto; così che le giovani generazioni, complice anche la
prolungata crisi economica e occupazionale globale, risultano le più danneggiate dall'attuale negativa congiuntura
economica. I dati statistici confermano che le giovani generazioni, già detentrici di minor risorse e posizioni rispetto
agli altri attori sociali, per la prima volta non riusciranno a mantenere il tenore di vita raggiunto dai propri genitori.
Parlare di giovani oggi appare questione tutt'altro che semplice e scontata se si considera come nelle società
preindustriali non vi fosse un tempo per esserlo e il passaggio all'età adulta avvenisse con il raggiungimento di una
determinata età biologica convenzionale. Il concetto di stampo giuridico di "giovane adulto" (18-25 anni) risulta essere
anch'esso difficile da definire. Utilizzare una semplice definizione biologica del resto non risulterebbe corretto poiché il
percorso di maturazione della sfera psicologica e culturale della persona non è necessariamente direttamente
connesso all’età anagrafica. bisogna integrare il fondamentale aspetto della “riconciliazione tra le generazioni” che
emerge da indagini empiriche attraverso le domande rivolte dai giovani ai loro adulti di riferimento a cui, anche se
prendendo le distanze dalle modalità educative tradizionali, chiedono l’instaurazione di un rapporto di dialogo
finalizzato a: essere educati assumendosi rischi e responsabilità attraverso sfide reali con degli adulti di riferimento;
essere accompagnati nelle scelte con pazienza e ascolto, senza giudizi di valore già prefabbricati; capire le regole e
vederle rispettate nella pratica; essere affascinati da testimoni che attestino la possibilità di condurre vite autentiche.
Quattro punti che possono essere considerati quasi un codice di regole su come bisognerebbe comportarsi quando si
vuole diventare un valido formatore dei giovani. Specie laddove si ci vuole impegnare nella trasmissione di contenuti
valoriali di stampo opposto a quelli già presenti (criminali) nel gruppo di giovani con i quali si vuole lavorare; ciò risulta
possibile in tanto quanto si pongano in essere idonei processi comunicativi in una prospettiva interazionista, mediata a
livello simbolico, che coglie come il giovane costruisce intersoggettivamente la propria identità, ruolo sociale e analisi
della realtà sociale sul palcoscenico della vita quotidiana. La Riforma. La legge n. 67 del 28 aprile 2014, costituisce il
primo importante tassello di una riforma di tutto il sistema della giustizia, che punta all’individuazione di una giusta
proporzione della sanzione penale in relazione al bene violato, alla gravità del comportamento e alla pericolosità
sociale del soggetto. La prima parte della legge delega il Governo ad emanare uno o più decreti legislativi per la
riforma del sistema delle pene detentive non carcerarie attuando il principio secondo il quale: "la detenzione in
carcere deve essere considerata come una extrema ratio", limitata ai delitti gravi e alla quale ricorrere quando altre
sanzioni risultino inefficaci, garantendo, comunque le esigenze di sicurezza sociale. l'individuo che ha commesso
crimini non va rinchiuso o terminato (giustiziato tramite ghigliottina o camera a gas) come fosse un'animale feroce e
pericoloso per gli altri esseri umani. Ma, coscienti che qualsiasi essere umano, se messo in determinate condizioni
(vedi anche le ricerche allegate di psicologia sociale di Milgram e Zimbardo), potrebbe comportarsi come un criminale
incallito; va, viceversa: rieducato. Con la conseguenza, quindi, di consolidarsi in una forma di intervento che tende ad
avvicinarsi a quei sistemi penali, specialmente anglosassoni, nei quali la pena si modula ogni volta: sulle reali e
concrete esigenze rieducative del soggetto, senza mai perdere di vista le valenze retributive e preventive che la pena
deve sempre e comunque mantenere. Dalla formulazione e dai contenuti di detto programma, congiuntamente ad
eventuali altre informazioni (acquisibili attraverso gli organi di polizia o altri enti pubblici) il giudice trae gli elementi
per valutare la personalità dell’imputato, la sua estrazione sociale, il contesto familiare e la propensione a delinquere
e può decidere se ammetterlo alla prova “sentite le parti, nonché la persona offesa”. Considerata l’ampiezza dei
benefici cui potrebbe aspirare il soggetto che ha richiesto la misura, ogni atteggiamento lassista è da ritenere
inaccettabile. Così come inaccettabile è la formulazione di un programma di trattamento che non tenga in debito
conto le negative ricadute sulla collettività che ciò comporterebbe, anche in termini di credibilità del servizio
medesimo e dell’intero sistema della giustizia. Altra importante novità attiene alla disciplina dei contenuti dell’istituto
che sono previsti dal legislatore ex ante e possono essere suddivisi in quattro macro categorie: reinserimento sociale
dell’imputato; prescrizioni riparatorie; affidamento al servizio sociale; condotte finalizzate alla promozione della
mediazione con la persona offesa. Elemento imprescindibile del programma di trattamento e che costituisce il
nocciolo sanzionatorio con componente afflittiva della nuova misura è: lo svolgimento del lavoro di pubblica utilità. Si
tratta di un tipo di attività lavorativa che presenta le seguenti caratteristiche: deve essere una prestazione non
retribuita; va determinata tenendo conto delle specifiche professionalità e attitudini lavorative dell’imputato; deve
avere una durata minima di 10 giorni anche non continuativi; è una prestazione da svolgere in favore della collettività
presso lo Stato, le Regioni, le Province, i Comuni, presso le aziende sanitarie o le organizzazioni di assistenza sociale,
sanitaria e di volontariato, anche internazionali; la durata giornaliera non può superare le 8 ore; deve essere svolta
con modalità tali da non pregiudicare le esigenze di lavoro, di studio, di famiglia e di salute dell’imputato.

La vita di Sant’Antonio.
La di Antonio è un modello ideale per i monaci, per l’esercizio dell’ascesi. Egli cominciò a porsi al servizio di Dio si dà
piccolo, nacque in Egitto da genitori benestanti e di fede cristiana. La sua aspirazione, era una sola, vivere in casa, in
modo semplice, con i suoi genitori, andare in Chiesa. Rispettoso, leggeva molto, e di ciò che leggeva ne costudiva il
frutto; non era un ragazzo che peccava di gola, non si distraeva, non chiedeva nulla ai genitori, ma si accontentava di
ciò che trovava. Dopo la morte dei genitori, Antonio rimase solo con sua sorella, e si prese cura di lei e della casa.
Trascorsi sei mesi, un giorno recandosi in Chiesa, come era sua consuetudine, si mise a pensare che se gli apostoli, per
seguire Gesù, hanno lasciato la loro casa, venduto i loro beni, per darli ai poveri, quanto grande fosse stata la loro
speranza riservata nei cieli. In quel momento in Chiesa si leggeva il brano del Vangelo di Matteo (Mt 19,21): “Se vuoi
essere perfetto, va, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi”. Antonio
uscì dalla Chiesa e donò tutto ai poveri. La sorella fu affidata a delle vergini affinché l’educassero alla verginità. Lui,
invece, si dedicò all’ascesi vivendo in solitudine; si recò in un villaggio dove c’era un vecchio, il quale si dalla giovinezza
si era dedicato alla vita ascetica, e Antonio iniziò a vivere insieme a lui, con amore praticava l’ascesi. Antonio cominciò
così a fortificare la sua mente, lavorava con le sue mani, pregava tanto, vegliava, perseverava nelle letture della Bibbia,
digiunava, dormiva per terra; e così in lui cresceva una generosa mitezza, grazia e amore per Cristo. Gli abitanti del
villaggio, lo chiamavano Amico di Dio. Ma il demonio, nemico di ogni bene e invidioso, non tollerò di vedere in un
giovane simili propositi. Cercò di allontanarlo dalla vita ascetica, tentandolo più volte nel ricordo dei suoi beni, di sua
sorella, l’asprezza delle virtù; gli suscitò una tempesta di pensieri, per distrarlo dalla vita del bene nella quale lui si era
incamminato. Antonio resisteva a tutto ciò; il nemico si vide impotente davanti alla grande fermezza, della fede e alle
sue continue preghiere, in aiuto di Antonio c’era sempre il Signore: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo
a noi”. Antonio combatteva il nemico ripetendo: “Non io, ma la Grazia che è in me”; un giorno ebbe un dialogo con il
nemico, al quale disse: “Tu sei un essere spregevole, nell’animo e nell’aspetto; D’ora in poi non mi curerò più di te, il
Signore è con me, è il mio aiuto, sfiderò te ed i tuoi nemici”. All’udire di queste parole, il nemico fuggì spaventato.
Questa fu la prima vittoria di Antonio contro il nemico. Antonio prese la decisione di abituarsi ad un tenore di vita più
severo, per poter superare qualsiasi prova; vegliava tutta la notta, pregava incessantemente, mangiava una volta al
giorno o ogni due giorni o quattro; digiunava, si cibava soltanto di pane e sale e beveva solo acqua. Il nemico provocò
ancora Antonio, dopo il tormento del corpo, provò quello dell’anima; Ma il Signore non lo abbandonò mai; anzi dopo
ogni tentazione ne usciva più forte. Visse per circa vent’anni conducendo una vita da solo, ascetica, senza mai uscire e
vedere qualcuno. La sua vita fu motivo di desiderio e di imitazione per molti. Antonio ebbe da Dio il dono della parola
e affermava che: “Se non lasciamo le nostre cose in nome della virtù, quando moriremo li lasceremo, per lasciarli ad
altri; Per ereditare il regno dei Cieli, dobbiamo acquistare cose sulla terra che possiamo portare via: la prudenza, la
giustizia, il coraggio, l’intelletto, la carità, l’amore verso i poveri, la fede in Cristo, l’ospitalità verso gli altri e la
mansuetudine; Tutte queste cose li troveremo laddove, nel regno di Dio ci accoglieranno come ospiti nella terra dei
miti”. Per questa ragione, Antonio afferma che: “Ognuno di noi non si deve perdere d’animo, ma bisogna diventare,
essere servi di Dio e di servirlo per sempre”. Il nostro aiuto viene dal Signore, perché tutto concorre al bene di coloro
che amano Dio. Bisogna salvarsi dall’ira e dalla concupiscenza per guarire dal peccato che molte volte genera la morte.
Non dobbiamo temere il nemico, anche se sembra che ci aggredisce e ci minaccia, noi non dobbiamo aver paura di lui,
perché un’anima del tutto pura e conforme alla volontà del Signore possa vedere molto più lontano di quanto vedono
i demoni, che non hanno come rivelazione il Signore. Antonio lottò per tutta la sua vita contro il demone, ma lui diceva
sempre: “Non tramonti il sole sopra la nostra vita”. Ognuno di noi chieda conto a sé stesso delle azioni del giorno e
della notte; per la rinuncia di vincere il peccato e impari a vincere nell’amore, nella perseveranza, nella pazienza tutto
ciò è dato di conoscere di soltanto a Dio nel segreto dell’amore. Ad Antonio furono attribuite numerose guarigioni,
fisiche e quelle dell’anima; soffriva molto per i malati e tutti accorrevano a lui per vederlo. Antonio affermava sempre
ciò che c’era scritto nelle Scritture: “Un cuore lieto rende ilare il volto, ma quando il cuore è triste lo spirito è
depresso”. Nella sua saggezza Antonio, prima di lasciare questa terra, disse ai suoi confratelli, rimasti con lui per
quindici anni,: “Coltivate la pratica dell’ascesi, seguite il Signore, io m’incamminerò sulla via dei Padri, pregate molto e
custodite il vostro zelo, non temete il nemico e vita austera. Ricordatemi come un padre, seppellite il mio corpo e
ricopritelo di terra, nessuno dovrà sapere dove sarà la mia sepoltura. Dividetevi le mie vesti, al Vescovo di Atanasio
date le mie pelli di pecora e il mantello; al Vescovo Serapione date l’altra mia pelle di pecora e voi tenete la tunica di
cilicio” e poi morì. Tutti coloro che avevano queste cose, li custodivano come un gran tesoro. La fama di Antonio fu
ricostruita in tutto il mondo, fu celebre non per i suoi scritti, ma per il suo grande amore verso Dio; e nessuno può
negare questo sia stato un dono di Dio.