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t: o n S I U IV I V I n S I T A n I

ITALa LANA
ORD. NELLA FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA DELL'UNIVERSITÀ DI TORINO

STUDI SU

IL ROMANZO DI APOLLONIO
RE DI TIRO
CORSO DI LETTERATURA LATINA

G. GIAPPICHELLI - EDITORE - TORINO

...... ~ .1t
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PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA

TORINO - 1975 - COPISTERIA FESTA - LITOGRAFIA VALETTO-MARCORELLO


AVVERT$NZA

Ho dedicato il corso di quest'anno all'analisi dell'Histo-


ria Apollonii regis Tyri. Il testo non si trova in commercio.
Gli studenti possono procurarsene la fotocopia presso l'lsti
tuto di Filologia classica ilA. Rostagni". Là lettura di tale
opera offre l'occasione per qualche riflessione sul romanzo
tardo antico. Per far si "che gli studenti possano avere una
idea più completa del romanzo antico in generale, affianco
alla lettura della Storia di Apollonio la lettura del primo
libro delle Metamorfosi di Apuleio.
In sede di seminario, alcuni gruppi di studenti hanno col
laborato ad allargare il campo dell'indagine affrontando
temi di" ricerca non sviluppati nelle lezioni. Senza la colla
borazione attiva e convinta di tali studenti il corso sareb-
be stato assai meno soddisfacente. Quest'articolazione del
lavoro di quest'anno ~ stata resa possibile anche dalla col-
laborazione di alcuni laureati, che si sono assunti compiti
varii.
Per necessità di carattere pratico il corso vero e pro-
prio deve limitarsi a testi scritti in lingua latina (anche
perchè, in seguito alla legge della liberalizzazione, si i-
scrivono a Letteratura latina anche studenti che ignorano il
greco): ma non si può trattare del romanzo tardoantico ta-
cendo dei romanzi scritti in greco. Il campo di indagine del
romanzo è uno di quelli che più chiaramente mostrano come
la distinzione delle due letterature antiche (la greca e la
latina) sia una distinzione del tutto artificiosa: in realtà
esiste la letteratura del mondo antico (e dicendo mondo anti
co intendo qui il mondo dell'impero romano). Le ricerche fat
te da alcuni studenti nel quadro dei lavori di seminario at~
tenuano un poco l'inconveniente~
Sono stati individuati vari campi di ricerche particola-
ri, e sulla base della disponibilità degli studenti che si
sono iscritti al seminario sono stati affrontati quattro te

1. - I.LANA: Studi sul romanzo di Apollonia•


. . . .-"-.._----.o.:----
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2
mi: gli aspetti propriamente retorici della composlzlone del
romanzo studiati dal punto di vista della tecnica della nar-
razione (I tema) e della descrizione (II tema); i rapporti
dell'Historia Apollonii con il romanzo greco di Senofonte
Efesio, Racconti efesii di Anzia e Abrocome e con le Etiopi-
che di Eliodoro (III tema); e, infine, la individuazione di
elementi del linguaggio virgiliano nel romanzo di Apollonio
(IV tema).
Era mia intenzione accludere alle dispense le relazioni
finali stese dagli studenti su questi quattro temi: però
ciò avrebbe comportato la necessità (per i tre,primi temi)
di dare molti testi in lingua greca, e, quindi, di accresce-
re notevolmente il costo di queste dispense, oltre al fatto
di mettere in difficoltà gli iscritti al corso non provenie~
ti dal liceo classico. Ho ripiegato perciò su una soluzione
intermedia: delle tre relazioni presento qui un estratto,
mentre il testo integrale delle relazioni stesse è a dispo-
sizione degli studenti presso l'Istituto di filologia clas-
sica.
L'analisi di Senofonte Efesio è stata compiuta da Enrica
Ciabatti e da Simonetta Sabello; quella di Eliodoro da Cate
rina Brusa e Giampiero Selvatico. Ha seguito i lavori di que
sti quattro studenti la dott.sa Elsa Botto, borsista del Con
siglio Nazionale delle Ricerche.
La ricerca sulla teoria retorica della narratio è stata
compiuta da Elena Arietti, Laura Bottero, Maria La Scala,
Claudia Varetto, con la collaborazione della dottosa Raffa-
ella Tabacco, titolare di un assegno biennale di studio;del-
la descriptio secondo le teorie dei retori si sono occupati
Wilma Banchero, Sergio Daglia, Silvana Favarin, con la colla
borazione di Maria Angela Rame110, ricercatrice del Consi-
glio Nazionale delle Ricerche. L'indagine sulla presenza di
Virgilio nel romanzo di Apollonio è stata svolta da Adele
Rovereto.
La lettura e il commento del I libro di Apu1eio sono sta-
ti affidati al dottor Luciano De Biasi, ricercatore del Con
sig1io Nazionale delle Ricerche, e alla dottosa Paola Ramon-
detti, titolare di tin assegno biennale di studio.

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3

Penso di fare cosa utile agli studenti ristampando qui il


testo di una mia comunicazione sul problema del latino quale
si presenta oggi nella scuola e nella società italiana. Si
tratta di un tentativo di proposta globale: infatti non cre-
do che sia utile studiare disgiuntamente che cosa si debba
fare per il latino nella scuola dell'obbligo, nella scuola
secondaria, nelle Università, nella società: credo invece
che si debba partire da una prospettiva unitaria globale,in
relazione alla quale e in conseguenza della quale si ricave
ranno le indicazioni pratiche per le cose da fare nei vari
settori in cui è presente il latino.

o
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5

PROPOSTE PER UNA NUOVA METODOLOGIA DIDATTICA


DEL LATINO E PROSPETTIVE DI RICERCA (*)

Sono grato ai colleghi e amici Luigi Pepe e Nino Scivolet


to che mi hanno invitato a parlare~ in occasione di questo
Convegno~ del lavoro che nel settore del pensiero politico
classico svolgiamo a Torino dal 19640 Il nostro lavoro si
inserisce in una precisa valutazione della situazione del la
tino nella società italiana di oggi: perciò, prima di parla~
re di quello che facciamo, è opportuno che siano esposti i
criteri a cui la nostra azione si ispira~

Premessa

Sulla questione del latino nell'Università si impone un


ripensamento, perché:
1) dentro le Facoltà umanistiche è mutato il rapporto ge-
rarchico tra le discipline: la filologia classica non occupa
più posizioni di preminenza, di disciplina-guida o modello;
2) è mutata la popolazione studentesca:
a) numericamente: gli studenti sono ora circa un milione
ed è prevedibile che nel giro di una decina d'anni superino
il milione e mezzo;
b) dal punto di vista della preparazione culturale: è
scomparsa qualsiasi omogeneità, in conseguenza della libera-
lizzazione degli accessi; come dato elementare si può assume
re questo: nelle Facoltà di Lettere e Filosofia il 30% circa
dei nuovi iscritti non ha mai studiato il latino a livello
di scuole secondarie.
Il ripensamento dovrebbe avvenire secondo le direttive se

(*) Estratto dal volume: Atti del convegno perugino "Il latino nelle Facoltà
umanistiche", Roma 1974, pp.81-88.
f •

6
gnate dall'inserimento = senza riserve mentali - del latino
nel quadro degli studi storici, non tanto perché le nuove g~
nerazioni manifestano un evidente spiccato interesse prefere~
ziale per le discipline storiche, ma soprattutto perché:
a) liideale delle "belle lettere" è totalmente crollato;
b) la caratteristica del mondo attuale è l'amore della
problematici~à e l'accettazione del provvisorio come dato
qualificante in ogni campo~ ciò significa il rifiuto ~ non
di rado rabbioso e irridente - della visione del "classico"
come modello statico, come esemplare da reincarnareo

Urgenza di agire. Non v'è ulteriore tempo da perdere. Nel


proporre le linee di fondo da assumere siamo in ritardo di
sessant'anni: infatti conseguentemente all'adozione del
suffragio universale in Italia (1912) il latino ha cessato
di essere, qual era stato di fatto fino ad allora, il suppo~
to culturale di una strutturaziqne aristocratica della socie
tào Siamo anche in ritardo di Q4attro anni, rispetto alla
legge della liberalizzazione che, sul piano universitario,
può essere paragonata alla legge Giolitti del suffragio uni
versale nel campo politicoo I nostri padri e nonni "latinisti"
non elaborarono una risposta dopo l'introduzione del suffra-o
gio universale (e il ventennio fascista aggravò la situazio
ne, anche per il latino), noi siamo già in ritardo di quat-
tro anni rispetto alla legge del 1969.

Orientamenti da assumereo Individuiamo tre settori d' a-


zione, interdipendenti e nella misura in cui si condizionano
a vicenda non isolabili l'uno dall'altro: I. l'Università;
II. la scuola secondaria; III. la cultura rion scolastica.
Bisogna elaborare un piano globale, da applicare coordi .,...
natamente nei tre settori. Programma massimo: stendere un
progetto, che raccolga larga maggioranza di consensi, e fa-
re in collaborazione le cose che si giudicheranno da fare.
Programma minimo: impegnarsi per uno scambio regolare di in
formazioni, tra latinisti, su quello che si fa e 'su quello-
che ci si propone di faree
7

IQ Orientamenti per il latino nel1 9 Università ~

a) accettare in pieno la legge della liberalizzazione:


quindi nessuna "battaglia di retroguardia"" per conservare
o ricuperare posizioni di privilegio o di preminenzao Ciò si
gnifica che lo studio del latino nelliUniversità andrà strut
turato prescindendo, in prospettiva, dalla conoscenza del la
tino conseguita dagli studenti nella scuola media;
b) inserire il latino nel campo operativo della cultura e
della ricerca universitaria di oggi 9 cercando collegamenti
organicamente operanti ~n varie direzioni~
1) alli interno delle filologia classica instaurare un raE
porto privilegiato e funzionale (ma non esclusivo, beninteso)
con il greco e con la storia antica;
2) fùori della filologia classica propriamente intesa, o-
rientarsi verso: a) le scienze storico-politiche (non dimen-
ticando la storia del diritto romano), b) le scienze lingui-
stiche, c) le scienze filosoficheG

II. Orientamenti per il latino nelle scuole secondarie :

a) partire dal presupposto che il latino che si studia


nelle scuole secondarie non è una brutta copia del latino u-
niversitario né una preparazione tecnica ad esso;
b) adottare ... e anche qui senza combattere "battaglie di
retroguardia" - il criterio che si studia il latino per co-
noscere quel mondo, quegli uomini, quei problemi, perché là
sono in gran parte le radici della nostra attuale civiltà,
recando, in questo studio, esperienze, sconfitte e aspirazio
ni dell'uomo di oggi;
c) abbandono del criterio del "classico" davanti al qua~
le ci si inginocchia "alla Macrobio" (antiquitas, si sapimus,
adoranda est): il latino non è un mondo chiuso e perfetto,
da imitare e adorare o da disprezzare e respingere in bloc~
co, ma un mondo di uomini che sostanzialmente furono come
noi;
-d) ammettere che nei vari tipi di scuola secondaria l'aE
proccio al mondo latino può essere compiuto con tecniche di
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I

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verse (dalla lettura dei testi nella lingua originale alla
lettura dei medesimi in traduzione)e

III~ Orientamenti per il latino nel campo della cultura non


scolastica ;
a) mostrare che il latino non si riduce ai "classici" de..!.
la tradizione scolastica e smantellare i pregiudizi delle e~
tà auree;
b) introdurre nel circolo delle idee culturalmente operan
ti oggi anche i latini, mostrando e dimostrando che la cul-
tura latina è operante nelle culture di oggi, "non solo in
quelle europee o di matrice europea ;
c) sottrarre il latino alle ipoteche e alle protezioni i~
teressate e inquinanti di classi sociali, regimi politici,
gruppi religiosi.

INIZIATIVE DA PRENDERE

I. All'interno dell'Università:

a) sul piano propriamente culturale:


1) elaborare un corso di lingua latina (un manuale) per
gli studenti universitari che ignorano il latino;
2) allestire strumenti culturali di prima approssimazio-
ne alle scienze dell'antichità, destinandoli agli studenti
che non conoscono il latino;
3) allestire strumenti di altissima specializzazione, per
lo studio rigoroso e approfondito delle scienze dell'antichi
tà ;
4) trasformare le storie delle letterature greca e latina
in storia della civiltà letteraria greca e romana, concepi-
ta unitariamente, pur nella distinzione ;
b) sul piano organizzativo :
1) accogliere il principio della pluralità dei corsi di
latino graduati secondo il livello di conoscenza del latino
che hanno i vari studenti (tenendo conto del fatto che esi-
ste pure un livello zero);
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2) promuovere l'attivazione di corsi di Didattica delle
lingue classiche, per la formazione professionale dei futuri
insegnanti ;
3) stringere legami stretti fra il latino delle Facoltà di
Lettere e il latino delle Facoltà di Magistero (e di altre
Facoltà, ove esista) ;
4) prefigurare il dipartimento di scienze dell'antichità
(non di filologia classica), che accanto alla filologia e al
le letterature classiche accolga la storia antica, la storia
dei diritti dell'antichità,il pensiero politico e filosofico
antir.o, e comprenda aperture in due direzioni: 1) verso il
medioevo e il rinascimento, 2) verso la linguistica ;
5) impostare piani di ricerca interdisciplinare, che impe
gnino il latino in varie direzioni: pensiero politico e filo
sofico-pedagogico; scienze propriamente storiche; discipline
linguistiche e stilistiche.

II. Per la scuola secondaria

Adottando il criterio che lo studio del latino nella scuo


la secondaria deve avere una sua compiutezza e deve essere
finalizzato verso la presa di coscienza soprattutto di ciò
che di quella civiltà è tuttora valido e di ciò che è stato
rifiutato, occorre:
1) elaborare corsi di lingua latina concepiti per insegn~
re ai ragazzi a leggere e a capire gli autori latini (non a
tradurre gli scrittori italiani in latino);
2) nello studio della letteratura e degli autori latini
coinvolgere i discenti, sottolineando la problematicità de
gli antichi (privilegiando cioè il momento dinamico su quel
lo statico, l'innovazione rispetto àlla conservazione) e chia-
mando le personalità della cultura di oggi a confrontarsi
con gli antichi.

III. Per la cultura non scolastica

L'obiettivo principale è quello di conquistare un pubbli-


co sempre più largo ai libri di latino: per ciò occorre otte
nere l'appoggio dell'editoria~ sviluppando iniziative già e-
10
sisrenti'e proponendone di nuove che siano valide anche sul
piano commerciale (fare stampare libri che la gente comperi
e legga) Il

In questo campo le possibili iniziative sono moltea Per=


sonalmente ritengo che anzitutto si debbano fare conoscere
i testi~ offrendoli in forme diverse a seconda delle esigen
ze ~ e delle possibilità = culturali dei lettori potenziali:
a) edizioni critiche 9 anche con commento esegetico~ af-
finché siano utili pure ai "non addetti ai lavori";
b) edizioni bilingui~ latino=italiane 9 che offrano passi
bilità di accostamento agli autori latini a vari livelli;
c) sce.Ite anto logiche per problemi 9 : con test;i. offerti an
che soltanto in traduzionee

,
Cenni sul gruppo torinese.di ricerca sul pensiero po1i=
tico c1assicoe

Scopio Nel 1964 abbiamo incominciato~ presso l'Istituto


di Filologia classica "Ao Rostagni" (Università di Torino"J
un'attività nel settore degli studi sul pensiero politico
classico con gli scopi~
a) di creare;- strumenti di base essenzia li per 10 studio
a livello scientifico del pensiero politico classico;
b) di formare studiosi specialisti in quel settore di
studi;
c) di ottenere, sul piano didattico~ il riconoscimento
dell'autonomia della Storia del pensiero politico classico
nel quadro dell'insegnamento della Storia delle dottrine p~
li tiche;
d) di compiere un esperimento di ricerca di gruppo non
solo interdisciplinare~ ma anche interfacoltà~ in quanto l~
voriamo all'interno della Facoltà di Lettere e Filosofia~
ma con apertura e collegamenti personali e strutturali con
le Facoltà di Giurisprudenza e di Scienze politiche;
e) di trovare uno spazio editoriale autonomo per gli stu
di sul pensiero politico classicoo
11
Attività in corsoo Del gruppo fanno attualmenté parte
circa 25 studiosi di varie Università e Faco1tà~ L'attività
preminente consiste nell'elaborazione di lessici della terroi
,no1ogia politica degli antichi: sono attualmente in fase di
elaborazione i lessici dell'epica greca arcaica, della liri-
ca greca, di Tucidide, di Sofoc1e, di Euripide, dei Presocr~
tici. Altri lessici sono in fase di progettazione (Erodoto,
gli oratori attici~ Tito Livio, Aristotele).

Finanziamento della ricercao Per q~attro anni il gruppo


di ricerca ha lavorato senza alcun finanziamento; dal 1969
la ricerca è finanziata parzialmente dal CNR, Comitato di
Scienze giuridiche e politiche. Alcuni membri del gruppo han
no lavorato e lavorano a titolo gratuito.

Attività editorialio La Casa editrice Paravia di Torino


ha dato vita (1968) ad una collana di studi e testi "Histo-
rica Politica Philosophica", in cui vedono la luce i lavori
di membri del gruppoo Sono usciti finora: SoA. Cecchin Pa-
trios politeia. Un tentativo propagandistico durante la guer-
ra del Peloponneso (1969); G. Donini La posizione di Tucidi-
de verso il governo dei Cinquemila (1970); Po Catalano Tri-
bunato e resistenza (1971); Galeno La dieta dimagrante, a
cura di N. Marinone (1973); G. Garbarino Roma e la filoso-
fia greca dalle origini alla fine del II secolo aoC., I. In-
troduzione e testi, II. Commento e indici (1973). Sono in
corso di stampa; P. Siniscalco Massimiliano, un obiettore di
coscien2a della tarda romanità; P. Donini Tre studi sull'ari-
stotelismo nel II sec. d.C. La Casa Paravia si è pure assun
to l'onere dell'edizione, nel quadro della Collana, dei les-
sici politici (è in corso di stampa il lessico dell'epica gr~
ca arcaica, che verrà pubblicato in fascicoli).

Inoltre nella rivista "Il pensiero politico" il gruppo t,2


rinese ha assunto dalla fondazione (1967) la responsabilità
della parte classica e uno dei membri del gruppo fa parte del
la direzione della rivista stessa.

Attività didattiche. La Storia del pensiero politico


c:. 1$ssico è stata inserita negli statuti di alcune Università
..
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ed è professata, per incarico, nella Facoltà di Scienze po~
litiche di Torino e, con il titolo di Storia delle dottrine
politiche, nella Facoltà di Lettere e Filosofia di Genovao

bibliografica. Quest'interven o riassume e presenta schematicamente qua~


o 51 ave à più distesamente esposto in altri miei scritti. Ne ricordo alcuni:
Qualche l-len ìero sulla questione del latino nella scuola italiana 9 "Studiumn 9
1962, pp.502-509; Per' una ri forma de lo studio del 1atino e del greco nei licei
c 5sic1, ivi 9 1965, pp.179=190; Significat0 9 Hmiti e valore della cultura clas-
sica nel nodI' t~mpc, n 1 voL ilArio e Sto;-ia", Studi Vincenti 9 Torino 1965, pp.
153-166; La prr-pa aziene pr f "'sio a.ll?- egli insegnanti medi, "Studium", 1966 9
l-!P. 327-332;~QuaHlo prop ete per una vet'a riforma dell/Università italiana, "11
nos'(o tempo", 2.3. 1969, p.6; Lo studio del latino ne nostro tempo, Rotary
Club di T 'i IJ N~. ,1970; La lettura dei classici latini nelle 'classi liceali,
ilOrierdam~nti pedagagici li , 1970, pp.897-904; Sguardo retro peHìvo sulla scuola
in Italì3 9 "Il nost o tempo", 9.7.1972 9 p.7; Prospettive per lo studio della
"letteràrra latLna, in I. Lana Le vite dei Cesari di Sveionio, Torino, 1972,
pp.5-24; Il latino e il greco nei licei. Un'inchiesta fra i professori 9 in corso
di stampa su llAtene e Romal! lora nell'annata 1973, ma stampato nel 1974 9 pp.172-
188 70 -
Suì lavoro del gruppo torinese sul pensiero politico classico si cfr.: Pro-
spettive di sviluppo degli studi sul pensiero politico classic0 9 "Il pensiero po
litico"9 1970, pp. 257-64; Lessico politico greco. Relazione sullo stato dei la'.:'
vori, a cura del gruppo di ricerca sul pensiero politico classico dell'universi-
tà di Torino, in corso di stampa per la rivista "11 pensiero politico" 7 ora u-
scito nell'annata 1973, ma stampato nel 1974, pp.321-335 7. -
I volumi di P. Donini e P. Siniscalco, dichiarati in corso di stampa qui so-
pra,a p. 11, sono usciti nel 1974.
Sui problemi della didattica del latino - e del greco - eccellenti indicazio
.
ni e proposte nella Didattica del latino e del greco, a cura di D.PIERACCIDNI
-
e A. SANTORO, nel vol. di AA.VV. Didattica delle materie letterarie nella scuo-·
la superiore? Firenze 1974, pp.149-331.
Nella collana "Historica Politica Philosophica" è uscito nel 1975 il volume
di G.F.GIANOTTI, Per una politica piridadca.

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STUDI SUL ROMANZO DI

APOLLONIa RE DI TIRO

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15

PREMESSA

Perché un corso sul romanzo tardo-antico. Petronio e Apu-


leio.
Mi interessano i problemi legati al passaggio da un'epo-
ca all'altra. Mi piace indagare su quei territori culturali
per i quali non abbiamo a disposizione interpretazioni sic~
re, chiare, aggiornate. Ora esplorare i testi tardoantichi
spesso significa compiere una sorta di "esplorazione" cult~
ra1e, con tutti i rischi, gli inconvenienti, le difficoltà
di un lavoro che si svolge abbastanza allo scoperto, ma si-
gnifica anche la possibilità di "scoperte" interessanti.
In questo senso il romanzo antico costituisce un campo
d'indagine quanto mai affascinante. In primo luogo per il
fatto che l'antichità stessa non ha mai riconosciuto al ro
manzo la "dignità" letteraria specifica dei "generi". Gli
antichi non si sono mai dati pensiero di codificarne norme,
schemi, oggetti. Dovevano considerarlo una forma di attivi-
tà letteraria "della mano sinistra". I due autori più emi-
nenti che scrissero romanzi in latino, Petronio e Apu1eio,
sono dal punto di·vista delle istituzioni letterarie anti-
che molto "sui generis". Intanto di Petronio si sa molto p~
co. Se 10 identifichiamo - come, nonostante ricorrenti voci
in contrario, può ritenersi certo - con il personaggio del-
l'età neroniana che conosciamo soprattutto attraverso il T!
cito degli Annali, egli ci appare come un "irregolare" del-
la letteratura: 1etteratissimo, naturalmente, ma pieno di i
ronia e sarcasmo per la società costituita; conosce molto
bene tutte le regole della letteratura e della scuola del
tempò, ma se ne serve per irridere alla società e alle nor-
me costituite e apparentemente rispettate. Non ha certo in-
tenti di critica "costruttiva"; non vuo1 certo cambiare il
\

mondo. Secondo Tacito egli è un uomo rovesciato, che fa di


nott~giorno e del giorno notte: egli vive di notte e di
giorno dorme:
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16
illi dies per somnum, nox officiis et oblectamentis
vitae transigebatur (Tacito, Ann., 16, 18, 1).
Una pagina del Querolus (testo dell'inizio del V secolo)
attribuisce agli schiavi, in una società avviata verso un
cambiamento incontrollabile, una posizione analoga ••• Petr~
nio vive una vita di eruditus luxus: egli è fuori della tra-
dizione romana, sconvolge l'immagine d~l mondo ufficiale e
. '

ufficialmente tramandata. Mette in imbarazzo i contemporan~i,


che non sanno come giudicarlo. Più egli esce fuori dagli
schemi accettati, più diventa difficile giudicarlo cioè in-
casellarlo:, si rifugiano, allora, i suoi contemp.oranei (e
Tacito insieme ad essi) nella simplicitas: dichiarano che
ciò che 'fa,e qùanto più' ciò che fa è abnorme, è segno di
simplicitas, cioè di schiettezza, oggi si direbbe di "aute!!.
ticità": Petronio è uno che si presenta per quello che è.
In una società che vive ed è modellata secondo schemi, nor-
me di comportamento, iura e mores, il suo atteggiamento di
chiarato è davvero innovatore e rivoluzionario. Ma solo fi
no ad un certo punto: perché quest'uomo che ci tiene a pre-
sentarsi così libero da convenzioni e regole, non si astie-
ne dalla vita politica: anzi, fa carriera e nell'esercitare
le funzioni pubbliche si rivela come uno molto attivo e a-
datto alla bisogna: cioè, tutto il contrario di qu~nto ci
si sarebbe potuto aspettare da uno che et;'a abituato a fare
della,notte il giorno e del giorno la notte:
pro consule tamen Bithyniae et mox consul vigentem
se ac parem negotiis ostendit (Tacito, Ann., 16,18,2).
Tacito riflette-l'imbarazzo della società di stampo senato-
riale che non sa come giudicare quest'uomo, in questa frase
che contiene un tamen pieno di significatoo Dopo un perio-
do di tempo di collaborazione con Nerone (non sappiamo qua!!,
to sia durato), nel 66 anche Petronio è coinvolto nella con
giura di Pisonee condannato a morte. E' probabile che l'i!!.
contro di Nerone con Petronio non fosse dovuto soltanto al
fatto - su cui indugia Tacito - della particolare competen-
za di Petronio nei piaceri, per cui a lui come ad esperto
Nerone si rivolgeva per i suoi vizi (Tacito, lo defini sce e-
legantiae arbiter), ma che piuttosto Nerone avesse visto in
Petronio un nuovo tipo di uomo, che a lui, "innovatore" nel

,
.~.

. - ..... ".
17
modo di vivere, doveva essere apparso rarticolarmente ìnte~
ressante .. Comunque, quando deve morire:) Petronio ci riappare
come l'essere singolare, non qualificaùile secondo gli sche~
mi della tradizioneo Tacito racconta le sue ultime ore: e
non senza stupore e senso di scandalo scrive :
audiebatque referentes nihil de immortalitate
animae et sapientium placitis, sed levia carmina
et faciles versuso

L'uomo antico, che appartiene alla classe colta, quando muo-


re mandato a morte dal tiranno, deve intrattenere l'ultimo
colloquio, secondo il modello socratico, con i filosofi che
gli parlano dell'immortalità dell'anima: Petronio invece si
diletta, anche in quei momenti!, di canzonette e di versi
leggeri .. Non solo: ha un ultimo pensiero per Neronee Non fa
come facevano tutti i condannati, che si davano premura di
allontanare dal capo dei loro familiari l'ira del principe,
bensì elenca in apposito testo, e descrive, tutti i trascor
si sessuali di" Neroneo

Tacito effettivamente "non capisce": così come, certo,la


società di cui Tacito è esponente, doveva "non capire" il
Satiricon.

A cent 1 anni circa di distanza dal romanzo di Petronio ab


biamo il romanzo di Apuleio: la situazione, però, è ormai
cambiata, al tempo di Apuleio. Il II secolo d. C. vede una
grande fioritura di romanzi greci: Abrocome ed Anzia, di Se
nofonte Efesio; le Storie babilonesi di Giamblico; Clitofon-
te e Leucippe, di Achille Tazio; Dafni e Cloe di Longo so-
fista; alla fine del secolo I o all'inizio del II si pongo-
no Le cose incredibili al di là di Tule, di Antonio Diogeneo
Il diffondersi del romanzo (in certo modo ci si provò anche
Luciano con la sua Storia vera) è contemporaneo al fenomeno
dell'arresto della creatività delle letterature classicheo
Quando cioè i modi tradizionali vanno spegnendosi, il ro-
manzo trova spazio e occasionio Il II secolo d ..C. è il seco
lo della Nuova sofistica e del movimento artistico: movimen
ti che mirano al ricupero di presunte forme perfette dello
scrivere, movimenti riflessi, nati nella scuola, vigoreggian

2. - I.LANA: Studi sul romanzo di Apollonia.

J .•
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I ,

18
ti nella scuola: quasi per contrapposizione si sviluppa il
romanzo - e nasce la letteratura cristiana, prima in lingua
greca, poi anche in lingua latinae Il fiorire del romanzo
rispondeva evidentemente ad una qualche esigenza del pubb1i-
cOG Il rapporto fra l'opera e il pubblico è sempre strettoe
Se i romanzi si moltiplicano, vuo1 dire anzitutto che c'era
un pubblico di lettori che li gradiva e li desiderava. Ma
quale pubblico? e perché li desiderava?
Ma, anzitutto, che cos'era un romanzo? Il romanzo è un'o-
pera letteraria che sostanzialmente si sviluppa all'insegna
del gratuito, senza nessi rigorosio Talora un minimo di moti
vazione esiste, per le vicende che il'romanzo narra: c'è -
come nel teatro tragico, come nel poema epico - un persecut~
re,che:mette in moto la macchina dei viaggi e delle avventu-
reo Ma spesso questo è un artifizio del tutto esteriore; ser
ve a mettere in moto il meccanismo, che poi va avanti di
sua iniziativao Amore e viaggi, avventure e colpi di scena
dominano il romanzoo Una civiltà che ha raggiunto il suo cu!
mine, un suo equilibrio nella staticità, si scopre irrequie-
ta e insicura. I viaggi, le avventure, le meraviglie, gli a-
mori contrastati sono la proiezione dell'universo interiore
di una società, che gode prosperità m~ateriale, ferma nell'or
dine e nella conservazione: sono il modo con cui tale so-
cietà evade dalla ufficialità. Ne evade con il romanzo, pro-
prio perché il romanzo non è sottoposto a regole rigide, pro
prio perché il romanzo non è costruito come tutto il resto
di quella società secondo modelli ben definiti, che preved~
no tutto: per cui si sa già, prima di averli letti, come sarà
il poema epico, come sarà l'orazione, come sarà il trattato
di storia, e così via. Del romanzo, si sa che tratterà di
una vicenda di amore contrastato, ma come debba svolgersi ta
le vicenda, 10 sa solo la fantasia del suo autore. C'è posto
per l'imprevedibile, per l'assurdo, per il gratuito, per
l'inspiegabile. La società ufficialmente celebra i fasti del
razionalismo e della razion81ità: non dimentichiamo che que-
sto è il secolo di Marco Aureli0 9 l'imperatore filosofo stoi
co, che si fa assertore e propagandista di una visione del
mondo e dell'uomo dove tutto è razionalità, dove tutto è pre'
vedibile perché tutto è già stato e di nuovo sarà esattamen-
te così come è già statoo Più questa visione viene ufficial-
19

mente imposta, più gli uomini si rendono conto che non li


soddisfae Non è certo un caso che il :.c seco1o~ età degli
Antonini, veda anche la diffusione de:- cristianesimo~ e dei
culti misterici e del romanzOe V'è un'interdipendenza fra
questi tre fenomeni, anche se sono di natura e di importan~
za ben diversa e di diverso peso l'uno rispetto a11'a1trofl
Anche la personalità di Apu1eio ci sfugge: non riusciamo
ad inserir la in schemi noti e precisie A differenza delle
personalità del periodo "c1assico"~ siamo continuamente co!.
piti dall'imprevedibilità delle sue vicende: è filosofo? è
oratore? è un avventuriero? o è un mago? quali i suoi inte~
ressi veri? perché quel suo matrimonio con Pudenti11a? E il
suo culto della parola e della bella frase~ che vero senso
ha? Prendiamo il suo romanzo e, in esso, in particolare il
primo libro (che gli studenti del corso di quest'anno cono-
scono, avendolo letto per intero)e Quale è, in questo primo
libro, il rapporto con la realtà? E' evidente che al centro
dell'interesse sta la magia. Solo apparentemente la vicenda
è gratuita e slegata: a differenza dei romanzi antichi in
genere, già questo primo libro è strettamente funzionale al
resto dell'opera. Poiché il protagonista Lucio si troverà
al centro di un'opera di magia, che 10 trasformerà in asino,
il primo libro introduce il lettore nell'atmosfera della ~
gia, e gli rende credibile ed accettabile il "miracolo" di
Lucio mutato in asino. Già la scena è collocata in Tessag1ia,
terra di maghe e fattucchiere: ma, a segnare subito la con-
traddittorietà del "segno", il protagonista si dichiara di-
scendente, per parte di madre, di P1utarco, del famOSO P1u-
tarco, che sarebbe stato anche lui tessa10 (mentre si sa
che P1utarco era di Cheronea, cioè della Beozia, e non del-
la Tessag1ia), e anche del filosofo Sesto, nipote di Pluta~
COe La Tessag1ia, terra di magia e~.e di filosofia: sùbito
il lettore è disorientato: non sa che cosa crederec E il pr~
tagonista è in sititor a1ioguin novitatis I, 2, 6), è un
curiosus g è uno "che vuo1 sapere tutto o certo, se non tu!.
to, moltissime cose", quante più è possibile. Perciò è disp~
nibi1e a tutto: niente gli appare incredibile, niente è ~­
dacium. La magia è per lui una realtà: perciò si rivolge a
quello dei due viaggiatori in cui si è imbattuto che non
crede alla storia di magia e 10 accusa di mancare di finezza
I
t
20

e di essere colpevole di ostinatezza: perciò costui non ri-


conosce il veroo Le novità che ci arrivano allYorecchio~gl~
spettacoli a cui non siamo abituati, tutto ciò che ~ arduo
a capirsi~ per ciò stesso siamo tentati di giudicarli delle
"menzogne"o Se invece uno riesce ad investigare con un poco
più di accuratezza quei fatti~ gli appaiono non solo veri
ed evidentemente veri, ma anche facili a compiersiQ Già: ma
di quali "fatti" si tratta ? Dei fatti della magia; per cui
la realtà che ci cade sotto gli occhi non è la vera realtà~
quella vera? ~ la realtà del mondo magico; in cui tutto ~
trasfiguratoo Siamo veramente fuori della prospettiva anti-
ca~ classicao Se si vuole avere unYidea precisa del rivolgi
mento che ormai si compie rispetto alla tradiiione, si pensi
al filosofo Senecao Costui nelle Questioni naturali si pone
va anchiegli il problema della comprensione della realtà~
ma lo risolveva affidandosi alla filosofia che "caccia via
i nostri errori e ci mette a disposizione la luce con cui v~
dere bene quelle che sono le ambiguità della vita" - e qù~
sta ~ la parte della filosofia che s'interessa degli uominio
Ma Ci~ poi l'altra parte della filosofia, quella che si oc
cupa del divino, "e questa esce di molto al di sopra di que
sta caligine in· cui ci ravvolgiamo e ci strappa alle tene-
bre e ci porta fino alla sorgente della luce" (Nat. quaeste,
I, Praefo 9 2). Questa seconda parte della filosofia ci por
ta sino a Di0 9 che totus est ratio (ivi, paragro 14)0 An
che Seneca, come Apuleio~ ~ un curiosus spectator (§ 12)
che excutit singula et quaerit, che tutte le cose indaga
ed esamina ad una ad una: ma interpreta la realtà con la
ratio, non con la magia. Qui ~ tutta la differenza tra lt
uomo di Seneca - del raziona1ismo antico - e l'uomo di Apu~
leio - del misticismo, dell'irrazionalismoo

Di qui prende l'avvio nel romanzo apu1eiano la storia di


Aristomene e di Socrate e della maga Meroee I prodigi della
maga non si contano tanto sono numerosi e di vario genere,
l'uno più straordinario e spaventoso dell'altroe L'umile
realtà quotidiana, del bagno, dell'osteria, di un buon pran
Z09 del bisogno di dormire sodo dopo una giornata faticosa-
si intreccia con i portenti della maga, con il terrore dei
suoi poteri sovrumani~ con la sua presenza-assenza incomben
21
te e terrorizzantec Aristomene, il narratore, non è tuttavia
semplicemente uno che assiste alle str.:tordinarie meravig1ie~
egli è qualcosa di più, è un curiosus (vedi cape 12, 8; 17,
3; 18,1), che dapprincipio è piuttosto incredulo. Infatti
quando Socrate gli definisce la donna, dalle cui arti è sta-
to avvinto :

E' una maga, un'indovina, capace di tirare giù il cielo,


di tenere la terra sospesa in aria, di solidificare le
sorgenti, di sciogliere i monti, di far venire alla lu-
ce i mani, di far scendere sotterra gli dei del cielo,
di spegnere le stelle, di illuminare persino il Tartaro,
Aristomene risponde :

Ti prego, metti via questo sipario da tragedia, ripiega


questo telone da teatro e parla con le parole di tutti
i giorni (I, 8, 4-5).
Dunque Aristomene è francamente scettico: ma gli avvenimenti
di cui è testimone 10 convincono, e da incredulo che era, di
venta convinto dei poteri della magiao La sua conversione al
la fede nella magia è progressiva: si veda il cap. XI,:in
cui Aristomene appare ormai preda di una sollicitudo anzi
di una formido, che 10 spinge ormai non già a vo1erne sape-
re di più, bensì a fuggire lontano quanto più è possibile da
colei che detiene poteri così terrificanti (noctis ante1ucio
aufugiamus istinc quam pote 10ngissime: XI, 3). Invece il s~
guito degli avvenimenti 10 coinvolge in prima persona nelle
arti meravigliose di Meroe, e viene punito per la sua curio-
sitas, che alla maga e a sua sorella non appare come volontà
di apprendere il mistero, ma pura indiscrezione. Si tratta
di una punizione umiliante e sozza che Apu1eio descrive con
particolari minuziosi: le due donne allontanano il 1ettuccio
sotto cui si era riparato Aristomene e a gambe larghe acco-
sciate sopra di lui 10 inondano di orinao L'atto sconcio ha
un significato iniziatico, come scrive Furio Jesi, Lettera-
tura e mito, Torino 1968, p. 220 :
Aristomene esce dall'avventura con Socrate sporco di u-
rina come se fosse appena uscito dall'utero di sua ma-
dre: le due maghe che perseguitano Socrate 10 hanno ri-
dotto in quello statoo Ciò da un lato conferma l'origi-
, . i
/.
22
ginario aspetto materno della maga, d'altro lato rivela
le conseguenze di rinascita tipiche dell'iniziazione.
Eppure, nonostante quanto gli è capitato, Aristomene non
è ancora convinto (si veda il cap. XVIII, con le riflessio-
ni del giovane che pensa sia stato tutto un sogno): solo
quando Socrate muore davvero, Aristomene non ha più dubbi:
incomincia per lui una nuova vita: lascia la patria sua Ege
e la famiglia~ si reca in esilio in Etolia e lì contrae nuo-
ve nozze.
Siè compiuta, così, la sua iniziazione al mondo della ma
gia: una iniziazione che lo ha segnato per sempre. Egli è
ora un altroe E' per così dire rientrato nel ventre materno:
ma non in quello della madre secondo la carne, bensì in quel
lo delle maghe: ~di ciò è segno l'episodio sconcio per la
mentalità comune - e anche per Socrate stesso: si ricordi
la sua reazione quando si accorge di quale liquido sia co-
sparso e puzzi Aristomene :
at ille, odore alioquin spurcissimi humoris percussus
quo me Lamiae illae infecerant, vehementer aspernatur:
"Apage te, inqui t, fetorem e:i:tremae latrinae", et cau-
sas coepit huius odoris comiter inquirere (I, 17, 5-6).
neanche Aristomene lì per lì ha capito il significato
Ma
dell'episodio: solo alla fine, quando Socrate è davvero mo~
to, si è convinto del potere delle maghe: cioè ha capito
che al di sopra della realtà che cogliamo con gli occhi c'è
un'altra realtà, più vera, che è quella che sola conta: e
questa realtà più vera è tutta dominata da chi detiene il
potere - misterioso - della magia.

Naturalmente c'è chi invece non si lascia convincere da


questa realtà e non l'accetta: il compagno di viaggio di A-
ristomene assolve appunto a questa funzione: la sua incredu~·
litas è obstinata, respingeva assolutamente il suo racconto
(serrnonem eius respuebat): costui non muta convinzione,cre-
de sempre che si tratti di favole, che sia un mendacium (I,
20, 1-2). Anzi si volge a Lucio-Apuleio, e ne vuole conosce-
re il parere, ora che ha sentito tutto il racconto. Lucio
però dichiara la sua fede nel fato, e per ciò niente ai suoi
occhi è impossibile; se a qualcosa l'uomo non crede, ciò di
23
pende solo dalla sua ignoranzae Egli invece presta fede al
narratore e gli è grato:

sed ego huic et credo hercules et gratas gratias memlnl~


quod lepidae fabulae festivitate nos avocavit (I, 20,
5)e

Ciò che qui ci colpisce è intanto il fatto che, dopo aver


dichiarato che certe cose ci appaiono mendacium solo perchè
siamo ignari, ora accetta quelle cose apparentemente impos~
sibilia senza che risulti in che modo possa dirsene conosci
torec Non può trattarsi di una conoscenza che si limiti al~
l'informazione, perché altrimenti non si comprenderebbe come
mai l'altro compagno di viaggio continui a proclamare che so
no favole e menzogne. Come mai Lucio-Apuleio si sia conver-
tito non si comprende. E ancor meno si comprende come tutta
la narrazione di Aristomene possa essere definita lepidae
fabulae festivitas (I, 20, 5): se quando aveva all'inizio
invitato Aristomene a parlare Lucio gli aveva potuto dire
che la fabularum lepida iucunditas avrebbe alleviato la fa-
tica del camminare lungo il pendio di un monte in forte sa~'
lita, ciò noi lo comprendiamo perchè allora Lucio-Apuleio
non poteva sapere di quale natura sarebbe stato il racconto
che Aristomene si accingeva a ripetere. Ma ora, dopo che
ha udito il racconto, davvero non riusciamo a spiegarci co-
me lo possa definire con quei termini. L'oscurità - o la i~
comprensibilità - rimane, e anzi si fa più fitta, se pensia
mo che la prefazione all'opera si chiude proprio con quella
breve frase :
Lector intende: laetaberis :
il lettore faccia attenzione, e avrà da divertirsi. Questo
significa forse che è tutto un giuoco? Però Lucio crede al
racconto di Aristomene; allora anche il terrore che ha sco~
volto e trasformato la vita del narratore. è motivo di di
letto e di divertimento? In altre parole, in che cosa consi
ste il diletto di cui la narrazione di Aristomene è fonte?
Penso che qui si sovrappongano due ordini di considera-
zioni: in quanto pura narrazione, successione di fatti im-
prevedibili e addirittura 'impossibili' anche il primo li-
bro del romanzo di Apu1eio è occasione di diletto. Se cioè

ft,'
y~• •:' ;,\'/:: ';
j'

24 "
stiamo alla superficie dei fatti narrati~ prevale l'elemento
del divertimento; se invece ci spingiamo in profondità e ci
soffermiamo a considerare il sen~o autentico degli episodi j
allora siamo in presenza di una nrivelazìone"~ e allora, il
racconto non già è fonte di divertiment0 9 ma di interpretazi~
ne della realtà vera che sta sotto ai fatti. che cogliamo con
gli occhiG Sembrerebbe che Lucio~Apuleio abbia capito que=
sto secondo piano~ in realtà j egli ha capito e non ha capito;
a parole ha capito, ma il seguito della sua vicenda~ il suo
lasciarsi andare alla curiositas~ anche dopo che ha appreso
dalla vicenda di Aristomene quanto sia pericolosa~ ci dimo-
stra che per lui la via dellwiniziazione e della purificazio
ne sarà assai lunga e dolorosa; essa lo farà passare attra-
verso la condizione bestiale prima di arrivare alla rigener~
zione grazie all'intervento di Isideo
Prima che il libro si chiuda~ assistiamo ancora all'epi-
I sodio dell'edile di Ipata, vecchio compagno di studi di Lu-

I cio, che al mercato di Ipata priva in quel modo inconsulto


il nostro protagonista della cena che si era comprata a non

I piccolo prezzoo Riflettiamo brevemente sull'andamento dell'~


pisodioo Lucio ha comprato i pesci per la cena e tirando sul
prezzo anziché cento sesterzi come voleva il venditore li
I ha pagati solo ottantao Pitia l'edile se li fa mostrare: non

I fa commenti, quando li ha visti ed ha saputo quanto Lucio li


ha pagatio Si fa indicare il venditore e lo apostrofa severa

I mente~ accusandolo di danneggiare la città vendendo a prezzo


esorbitante la sua merce. Per dargli una lezione, per inse-

I gnargli come deve comportarsi~ ordina al suo usciere di but-


tare a terra quei pesci e di campestarlio E conclude, rivolto
I a Lucio: "Mi basta, o Lucio, aver recato cosi grave offesa
al vecchietto". Fino a questo punto Lucio si è limitato a
I raccontare, testimone muto e senza reazioni davanti all'agi
re dell'edileo Ora, terminata la scena, ci fa sapere che e:
I gli è consternatus, sbigottito, ac prorsus obstupidus,e del
tutto istupidito: e tuttavia giudica prudens l'edile e
I validum il consilium dell'edileo Ma forse qui Lucio usa
ironia. Sta comunque di fatto che ~gli non ha capito il sen
I so dell'agire di Pitia: constata solo che non ha più i suoi
,
soldi e che non ha più la sua cenao Senza pretendere ovvia
-
I mente, di individuare qui e ora il senso dellwepisodio, si

I
25
può fare almeno questa riflessione: che l'episodio accresce
in Lucio - e quindi nei lettori del romanzo - il disorienta~
mento~ ci siamo sempre creduti in grado di giudicare ciò che
capita sotto i nostri occhi secondo certi schemi acquisiti. e
convalidati dall'esperienza; invece tutto ciò che è succedu~
to a Lucio sconvolge la nostra sicura certezza di vivere in
un mondo ordinato e regolato secondo leggi che abbiamo impa~
rato a conosceree Invece ora a queste leggi si sottraggono
non solo la magia~ ma ancheoeo le magistratureo Il primo pa~
so del1 9 iniziazione consiste nel far nascere il dubbio su
tutto ciò che è certezza incrollabile e indubitabileo Luci0 9
e i lettori del romanzo, sono preparati così ad accogliere
il seguito del romanzo senza restarne troppo sbalorditi Oj
comunque, senza considerarlo tranquillamente una fabula: do
po aver letto il primo libro delle Metamorfosi apuleiane dav
vero non sappiamo più dove passi il confine tra la realtà e
il sognoe
Queste considerazioni mi paiono utili perché ci fanno con
statare quanto il romanzo di Apuleio sia saldamente costrui-
to e abbia un'architettura ben precisa 9 nonostante che in aE
parenza sembri un seguito di novelle e racconti vari legati
tra di loro dal filo esteriore della vicenda di Lucioe In al
tre parole, Apuleio ha accettato la struttura corrente del
romanzo antico, che si presenta (e spesso è) come un susse-
guirsi di avventure slegate, ma l'ha posta al servizio di
un suo scopo ben precisoe Tutto nel suo romanzo concorre ad
uno scopo ben precisoe Questo è l'aspetto più singolare e
nuovo dellvopera di Apuleio e su di esso bisogna soffermar-
si per poterne cogliere il significatoo Ma quale è il suo sco
po ultimo? Qui i pareri degli studiosi divergono, e noi non
possiamo soffermarci ad affrontare il problema nella sua to
talità. Ritengo tuttavia di poter dire che Apuleio intende
offrire ai lettori una chiave per capire il mondo, la real-
tà, la condizione dell'uomo, i mezzi della sua "salvezza".
Anche chi non sia convinto che il messaggio specifico tra-
smessoci da Apuleio sia un messaggio religioso, non può non
riconoscere che nella "bottiglia" del romanzo è chiuso un
messaggio e che questo messaggio riguarda l'uomo in quanto
uomoe Ma fino a cent 9 anni (o anche meno) prima di Apuleio,
messaggi di questa natura venivano lanciati non per mezzo di
,.
26

romanzi, ma per mezzo di opere filosofiche. La forma,la stru~


tura della comunicazione erano quelle suggerite dalla scuola:
l'orazione, il dialogo filosofico, la narrazione storica,il
poema epico. Ma queste forme sono ora consumate e mostrano
troppo la trama: Apuleio si adegua ai tempi e sceglie 10 stru
mento nuovo, cioè il romanzo~

Nota a po 18: proprio perché il romanzo rappresenta unQeva~


sione, i veri e propri generi letterari deyono rigida~
mente conformarsi all'ortodossia delle leggi retotiche~
Per questo LUCIANO scrive un trattatello intitolato
Come si deve scrivere la., storia, per richiamare severa
mente gli storici del suo tempo all'osservanza stretta
e puntuale delle regole fissate per il genere storiogra
fico.

o
o o

''o
27

lo

IL TESTO DELL'HISTORIA APOLLONII

Per il testo dell'HcAcRcT. dobbiamo riferirci tuttora al


l'edizione teubneriana di Alessandro Riese, che pubblicò la
prima volta l'opera nel 1871 e una seconda volta nel 1893c
La seconda edizione sostituisce la prima anche per il fatto
che in tale edizione il Riese si potè servire del codice pa~
rigino di Apollonio, che era stato reso noto nel 1880 da Mi
chele Ring, che in quell'anno aveva curato un'edizione del
romanzo.
L'opera, com'è noto, ebbe nel Medioevo una fortuna ecce-
zionale: una fioritura di innumerevoli codici lo attestac
Tali codici rappresentano una molteplicità di redazioni del
testo, spesso diversissime lV una dall'altra. Uno studio com
pleto della tradizione manoscritta del romanzo manca tutto~
rac
Qui ci atteniamo ai risultati raggiunti dal Riese nella
sua seconda edizione, che costituisce tuttora la base degli
studi sul romanzo di Apollonio.
Il Riese distinse due classi di codici; e raggruppò poi
in una terza classe, indistintamente, tutti i codici non
appartenenti alla I o alla II classe. Inoltre pubblicò i te
sti della I e della II classe, ciascuno con il suo apparato
critico, nella citata edizione, in modo che ciascuna pagina
della sua edizione contenga le parti corrispondenti del ro-
manzo secondo le due redazioni. La parte superiore di cia~
scuna pagina contiene la redazione della I classe, la parte
inferiore la redazione della II classec Il testo è numerato,
oltre che per capitoli, anche riga per riga in ciascuna pa-
gina (e le righe sono numerate con cifre stampate in tondo
per la redazione della I classe, con cifre stampate in corsi
vo per la redazione della II classe). Conviene citare il te
sto, meglio che per capitoli, per pagina e righeo
Seguiamo dunque il Riese nella classificazione dei codi-
l' • .
l'
I
28
ci~ Alla I classe~ la più autorevole~ appartengono due soli
codici~
il Laurenziano LXVI,40 (conservato a Firenze)~ del secolo
IX-X~ miscellaneo, che ai fogli 62 recto = 70 verso contiene
Apollonio, purtroppo mutilo (manca il testo corrispondente
alle pagine 20~5 - 72,6 e 80~4 ~ 94~9 e poi da 102, 12 fino
alla fine~ dell'edizione del Riese); questo codice viene in
dicato con la sigla A;
il Parigino 4955, del secolo XIV~ che contiene integro A
pollonio nei fogli 9 recto - 15 recto; questo codice viene
indicato con la sigla Po
Mentre nella sua prima edizione il Riese aveva usato solo
A (in quanto P non era ancora noto), nella seconda edizione
si basa su entrambi i codicio
A e P secondo il Riese offrono il testo migliore del ro-
manzo per quattro motivi :

1) il testo è spesso caratterizzato da forme e costrutti


propri della tarda latinità;

2) il testo è coerente nell'adesione ad un omogeneo usus


scribendi ;

J) contiene dati e notizie riguardanti usanze e modi di


essere propri del mondo ellenistico e ellenistico-romano che,
per essere intesi, esigono una certa conoscenza legata al-
la storia e alle istituzioni di quel mondo;

4) in passi difficili sia per il senso sia per il riferi-


mento a dati specifici propri dellO età ellenistica offrono
il testo più convincenteo

A e P talvolta differiscono tra di loro~ in questi casi


il Riese ha scelto di volta in volta la lezione che gli è
parsa miglioree Quando questo criterio non gli pareva appli-
cabile 9 si è attenuto al criterio delliantichità (e quindi
preferisce A a P)o Nei casi in cui né A né P offrono soluzio
ni convincenti, il Riese si è talora rivolto ai codici della
II classe, ma più spesso non è intervenuto sul testoo
A suo avviso~ comunque 9 tutte le molteplici redazioni at-
testate dalla moltitudine di codici risalgono tutte ad uniu-
nica "edizione" latina, come è attestato dal fatto che, co-

.1.,.......". . . . ._ _-
29
m'egli scrive nella prefazione della sua edizione 9
permulti restant loci quibus variarum classium
codices ad verbum consentiant (po VI)o
La II classe comprende cinque codici~

Oxoniensis Magdalenianus 50~ indicato con la sigla r


(beta)~ del secolo XI~ che contiene integro il roma~
zo nei fogli 80~108: è di questo codice il testo che il
Riese stampa, in corpo tipegrafico più piccolo, nella
seconda metà di ciascuna pagina;

Vaticanus 1869 51 somigliantissimo al precedente;

Vossianus quadratus 113 (di Leida)~ del secolo IX o X~

che nei fogli 30 verso ~ 38 verso contiene Apollonio


dalliinizio sino a po 74,8 RieseQ Perlopiù affine aB;
in qualche caso concorda con AP contro Bo Nellvappara
to critico il Riese riporta ciò che è peculiare del Vo~
siano, che indica con la sigl~ b~ non ciò in cui concor
da con B o con AP;

Tegerneensis, oggi Monacensis 19148 (di Monaco di Baviera),


mutiloQ Contiene il testo che è alle ppo 35~12 ~ 38,7;
40,14-44,9; 47~9-52,12; 66,5~71,9; 81,7-84~5; 93,11~
99,12; 104,9-107,50 Il testo di questo codice, indica-
to con la siglia T, ora concorda con AP ora, e più spe~
, so, con B.
Quando ha lezioni peculiari, queste, e soltanto queste,
sono riportate dal Riese in apparato: queste lezioni
peculiari sono però frutto per lo più di emendamenti e
non attestano la forma più antica, e genuina, del testo.

Vindobonensis (cioè di Vienna), di cui il Riese non dà altre


indicazioni (lo cita attraverso un lavoro di Wc MEYER,
Ueber den ~teinischen Text der Geschichte des Apollo~
nius von Tyrus {-= Sul testo latino della Storia di Ao
di Te_i, "Sitzungsbero do Akado do 'Wisso zu MUnchen"~
1871, po 8)0 Di questo codice il Riese non tiene conto
nell'apparatoo
30
Secondo il Riese la II classe dei codici cum AP congrui t
(po VIII)~ ma modifica liberamente l'ordine delle parole~fa
aggiunte e omissioni miranti per lo più a raggiungere una
maggiore eleganza stilisticao
Dei moltissimi codici della III classe il Riese ne elenca
cinque~ qui menzoniamo solo i due di cui il Riese tiene con-
to nell'apparato critico~ cioè~
Sloanianus 1619 (del British Museum s di Londra)~ della fi
ne del secolo XI~ che conserva Apollonio nei fogli 16 recto-
27 rectoe La sua sigla è y (gamma);
Bodleianus 247 (di Oxford), del secolo XII o .XIII; il te
sto di Apollonio è nei fogli 204-223 9 La sua sigla è 6 (de!
ta) e
I codici di questa classe non forniscono alcun elemento
utile per la costituzione del testo di Apollonioe Se ne lea
ga l'analisi alle ppe IX~XIII dell'edizione del Rieseo
Naturalmente chi si voglia accingere a curare un'edizione
critica di Apollonio dovrà studiare attentamente anche tut-
ti i codici della III classe (e non solo i cinque elencati
dal Riese, ~ tutti quelli noti: anzi, la prima cosa da
fare sarà redigere un inventario di tutti i codici noti di
Apollonio, e con apposite ricerche non è affatto da esclude
re che se ne individuino altri, oltre a quelli noti a suo
tempo al Riese)e
L'editio.princeps del romanzo uscì ad Augsburg nel 1595
per cura di Marco Velser (quest'edizione fu ristampata nel
corpus delle opere del Velser j 'del 1682 s ppo681 sgge)o Al~
tra edizione ne curò Jo Lapaume nel 1856 9 negli Erotici
Scriptores della collezione Didot~ alle ppc601=628 (edizio
ne di scarso valore)o Nel 1871 uscì la prima edizione teub~e
riana del Riese; nel 1886 l'edizione di Mc Ring; nel 1893
A
1;
2 edizione del Riese; nel 1956 Jo Raith pubblicò a Monaco
i l testo del romanz·:> secondo la redazione dei codici ingl~
si c

"

..

31

o
o o

Sottoponiamo a lettura attenta i primi due capitoli del-


l'opera, allo scopo di renderci conto della natura delle dif
ficoltà che la costituz"iqIl:~":,del t~stoha presentato al Riese
e del tipo di soluzionida"lui"'adottateo

1,4 : nisi quod mortalem statuerat dato da A è omesso da


P: qui il Riese ha,. inserito nel testo la lezione di A, in ba
se al criterio da lui adottato di dare la preferenza ad A~
quando vi sia divergenza fra A e P. Notiamo che A dà mortale~
evidentemente per attrazione del precedente guodo Mortale
si potrebbe anche sostenere (000 "se non nel fatto che la na
tura liaveva fatta cosa mortale")~ ma poichè la IIc.las~"~
se dei codici dà mortalem~ il Riese ha corretto A sulla
base di ~ o

1~6~ formositas; questa è la lezione di P~ il Riese no=


ta in apparato che A dà formonsitas e che forse potrebbe e~
sere questa la forma giusta~ ma~ allora, ci si può domandare
come mai accolga nel testo la lezione di Po La spiegazione
sarà questa: che certi grammatici condannavano la forma con
n.

1,7: qui il Riese poteva scegliere tra l'ablativ.o con cum,


dato da A, e l'ablativo semplice; conformemente ai suoi crite
ri generali, ha preferito la lezione di Ao
2,2: potissimum: il Riese mette in forte rilievo, nell i
apparato, che questa è la lezione di P, mentre A dà potentis-
simo (che per il senso potrebbe anche essere accettato):
in questo caso il Riese ha preferito la lezione del codice
più rec~nte perché per il senso è preferibile (inoltre i co-
dici della II classe concordano con p)o
2,6: pugna, lezione concorde di A e P è emendata, com'è
ovvio, in pugnato Ivi, a proposito di cum dolore, il Riese
nota che tale lezione va bene, perchè qui dolor significa
"passione". Perciò Antioco "lotta con la pazzia, combatte
con la passione, è vinto dalliam,ore".
2,11: P dopo et aggiunge etiam: ma il Riese preferisce,
secondo i suoi noti criteri, la lezione di Ao
,. . I
32 Il
2~12~
repugnanti è una correzione in luogo di repugnan-
~~ di A e P~ dovuto probabilmente allvinfluenza dellVablati
vo stimulante che precedee Ivi nodum è la lezione di A~me~
tre P dà floremfl
Questo è un caso in cui il codice più antico dà sicura-
mente la lezione corretta~ mentre P (il codice più recente)
ha sciolto la difficoltà banalizzando lVespressionefl
Intanto è da notare che l'espressione nodum virginitatis
erigere compare altre due volte nel romanzo~ a pago 67~7 e
a pe 73,5 9 senza che~ in questi due luoghi,P dissenta da Ao
In quest'espressione nodus vale zona~ cioè cingulum, "cint~
ra"o Ciò che può fare in qualche modo difficoltà nell i e-
spressione è il verbo eriBere in quanto noi ci' aspetteremmo
piuttosto solvere, come in Catullo, 2,13 zonam soluit diu li-
gatam, "sciolse la cintura a lungo (rimasta) legata"e Ma,
a ben riflettere, poichè qui si tratta di un atto di viole~
za, mentre nel verso di Catullo si parla di legittimo matri
monio, il verbo eripere sottolinea proprio la violenza del-
l'uomo e la resistenza della fanciulla (lo stesso vale per
gli altri due luoghi del romanzo dove compare la stessa e-
spressione)o

2,13 - 3,2 : l'ultimo periodo del capitolo presenta due


versioni diverse: quella di A è più cruda e "veristica",
quella di P più sfumata e allusiva. Il testo di A suona co-
sì: "ma la fanciulla ritta in piedi, mentre è sbalordita
davanti all'empietà del padre, cominciò a nascondere i segni
del sangue che fluiva~ ma gocce di sangue caddero sul pavi-
mento"o Invece il testo di P è più breve~ "ma la fanciulla
ritta in piedi incominciò a nascondere liempietà del padre:
ma gocce di sangue caddero sul pavimento"o E' probabile che
il Riese si sia deciso per il testo di P per il fatto che
con esso concordano i codici della II classe: io non sarei
così sicuro che sia questa la soluzione giusta; propenderei
piuttosto per la lezione di Ao

Consideriamo ora questo medesimo capitolo nella redazio~


ne dei codici della II classe~ ci fermiamo solo sui punti
di più rilevante interesseo

1,2: ex amissa coniuge è aggiunto (rispetto ad AP) evi-


dentemente per rispondere ad unVesigenza di razionalizzazio
33
ne" Infatti nella vicenda la madre del"a fanciulla non compa-
re (compare invece, secondo l'indicazione del teatro tragico,
la nutrice): ma, appunto, non compare perchè non era più in
vita al momento dell'incesto.
2,2: cogente iniqua cupidinis fIamma: quest'espressione
modifica leggermente quella corrispondente di AP, sostituendo
cupidinis a cupiditate: effettivamente la successione di abla
tivi di AP genera confusione, nel lettore: con il genitivo,
l'espressione è più chiaré\ e più "latina". Si tratta dunque
di un miglioramento stilistico.
2,10: longius secedere, mentre AP longe excedereo Secedere
indica l'appartarsi, il ritirarsi; mentre excedere, l'uscire
fuori, il ritirarsi da. Poichè al verbo è unito un avverbio
(longius oppure longe) sembra preferibile - per il senso, e
per l'uso latino - secedere. Anche in questo caso, dunque,
~ è "più corretto".
2,11 : repugnante : qui si susseguono due ablativi assolu
ti (stimulante, repugnante). Ma nulla è da mutare poichè ~
dà filia (mentre A P hanno filae suae).
2,11: nodum virginitatis disrupit ~, erupit b : ha ragio-
ne il Riese di supporre, in apparato, che la lezione origina
ria fosse eripuit, come in A P.
3, 1-2: qui, nell'ultima frase, troviamo la versione "pu-
dica": nessuna traccia del sangue; solo l'aggettivo certa,
una specie di eufemismo allusivo ("segni inequivocabili"),
che si chiarisce nel rapporto in cui si trova con ciò che pre
cede, cioè con la descrizione della violenza subita dalla
fanciulla.

Passiamo al cap. II e incominciamo con A P.


3,5: perfusam è correzione del Riese: A P danno perfusa,
quindi riferito alla nutrice. Alla pagina seguente, riga 8,
abbiamo invitam, che è egualmente correzione dell'editore
in luogo di invita di A P. La reazione di vergogna e di con-
danna dell'accaduto è attribuita dai codici alla nutrice,men
tre l'editore preferisce attribuirla alla fanciulla. La cor-

3. - I.LANA: Studi sul romanZo di Apollonia.

'Jl.
, .
34

rezione dell'editore non è cogente, dipende dalliatteggiamen-


to che vogliamo assumere di fronte alla vicendae La figura
della nutrice nel teatro tragico e nella poesia elegiaca ora
assume l'àtteggiamento di chi spinge la fanciulla a lei"affi~
data verso l'accondiscendenza nei riguardi dell'innamorato,
ora invece la nutrice ripugna e resiste~
In fondo, non vi sono ragioni che ci obblighino a corregg~
re i due nominativi in due accusativie D'altronde i codici
della II classe, a riguardo di questi due passi, non ci forni-
scono elementi per decidere in un senso piuttosto che.nell'a!
troo Infatti in· essi il particolare roseo rubore perfusa ma~
ca: in compenso però vi troviamo horruit (che.è una correzio.,
ne in luogo del tramandato corruit), "provò un senso di orro-
re", che indica la reazione istintiva della nutrice. Per il
senso, potrebbe accettarsi anche corruitj! "crollò a terra":
solo che non si comprenderebbe come irrnnediatamente dopo la
nutrice .tivolga una domanda alla fanciulla (se crolla a ter-
ra, dobbiamo pensare che sia svenuta, o che le capiti qualco-
sa del genere)o Insorrnna, horruit ci spinge a ritenere che
anche in A P ci fosse un riferimento alla nutrice (dunque
perfusa e non perfusam). Per quanto riguarda invita/invitam
i codici della II classe danno l'accusativo, riferito alla
fanciulla, ma non al fatto dell'accondiscendere alle voglie
del padre, bensì al proposito di togliersi la vita.

3,10: vidit è correzione dell'editore in luogo di vidisset


di A P: si tratta di una normalizzazione suggerita dall'audi-
vit che immediatamente precede.

3,13 ergo A hoc P : la scelta del Riese è caduta sulla le-


zione del codice più antico, anche se i codici della II clas-
se concordano con P.

4, 1-2: si intellegis quod factum est: il Riese preferi-


rebbe correggere in sic intellegesoRitengo che nulla si deb-
ba mutare e che l'espressione vada intesa come ellittica: "se'
capisci quello che è capitato (allora capisci che) in me è morO
to il nome del padre"~ cioè, che per me non esiste più un pa.,-
dreo

4,4 : horreat A P, horreo ne Riese; la lezione dei codici


presuppone nella fanciulla una volontà di vendetta sul padre:
35
il suicidio della figlia farà nascere nel padre la paura
che la gente, domandandosi il perchè di quella morte vio1en
ta, venga a scoprire l'incesto, con la conseguente condanna
morale per il padree La correzione del Riese invece attribui
sce alla fanciulla l'intenzione di togliersi la vita pro-
prio per evitare che, instaurandosi la consuetudine dei suoi
rapporti incestuosi con il padre, la cosa venga a risapersi~
questo è quanto il testo dell'altra redazione del romanzo di
ce chiaramente (4 J 2-4).
Notiamo éhe la correzione del Riese è, anche in questo
caso, come sopra a proposito di perfusa e invita, tutta o-
rientata a favore della fanciulla, per darne un'immagine di
virtù tradita e offesa che non rinuncia a se stessao
4,6: sermonis è un'ovvia correzione del sermone di A P
indotto certamente dai due ablativi da cui è contornato.
4,7: excederet: excedere A desistat excedere Po E' evi-
dente che il verbo dev'essere al congiuntivo: la correzione
del Riese è semplice e ovvia. L'espressione è singolare, e
non priva di efficacia (.0." così da rinunciare alla de1ibe
rata enormità della morte volontaria"). Excedere (intrans.)
però non è usato mai con il senso che ha qui. Excedere si-
gnifica "andarsene" (con ex) e quindi "uscire" e, in. quanto
uscendo da un luogo si entra in un altro, anche "andare a
finire in " (con in e l'accusatiVO). Qui è usato in senso
traslato: in quanto si esce da qualcosa, si rinunzia a ciòo
Perciò viene a corrispondere per il senso a desistere. Re-
sta tuttavia il fatto~ anomalo, del complemento introdotto
da ~ anzichè da exo La lezione di P può essere intesa come
una norma1izzazione del costrutto, spiegabile per due ragi~
ni: sia perchè excedere è qui usato in maniera fuori della
consuetudine sia perchè qui ci vuole un congiuntivoo E' pe-
rò da osservare che non si vede come possano coesistere
desistat e excederee Si può pensare che desistat fosse
una glossa interpretativa, poi penetrata nel testo senza
tuttavia averne scacciato l'infinito.
E' interessante notare che questo passo di difficile rico
struzione è omesso dai codici della I I classe: forse~ di
fronte alla difficoltà, la frase è stata omessa, anche in
considerazione che non è essenziale per la comprensione del
senso.

\ .
,. \1.
36 I

4,8: cohortatur A cohortaretur P~


la lezione di P è certamente errata: si noti inoltre che in P
essa è coordinata al congiuntivo presente desistate Anche que
sto è un segno del1 9incertezza nel trattamento del congiunti c
va, che contraddistingue spesso il nostro testoo

Vediamo ora il medesimo cape II nella redazione della II


classeo Alcuni suoi aspetti tipici abbiamo già analizzato trat
tando della redazione APe
Notiamo (3,11) 19a9giunta nec timuit regem; e a p. 4, 6 la
variante voluptati di b , in luogo di voluntati. E9 anche d~
gno di nota a p. 3,8 legitimum, maschile, riferito a dies, me~
tre il passo corrispondente di AP dà il femminile legitimam.

I
I o
o
o

I
I
I
I
I
I
I
I
I
I
I
I
I
I
I
I
37

II.

LA TRAMA DELLA STORIA DI APOLLONIORE DI TIRO

Il re Antioco di Siria nutre una passione incestuosa per


la figlia, a cui usa violenza: costei, consigliata dalla nu-
trice, sottostà alle voglie del padre (cappo 1-11)0 Si pre-
sentano ad Antioco giovani che aspirano alla mano della ra-
gazza (si noti che il romanzo non ci fa conoscere il nome
della giovane principessa): il re li sottopone alla prova di
indovine11io Chi li risolverà avrà in isposa la fanciulla;
chi non li risolverà, sarà decapitato. Tutti i pretendenti,
anche quelli ,che trovavano la giusta soluzione, venivano con
dannati a morte da Antioco (cap. 111)0
Qui finisce il primo antefattoo
Col capitolo IV entra in scena Apo110nio, re di Tiro, come
aspirante alle nozze. Gli viene sottoposto un indovinello
dal re; egli 10 risolve; ma il re non accetta per buona la
sua risposta, tuttavia non 10 'manda subito a morte, bensì
gli concede una dilazione di trenta giorni, per studiare la
soluzioneo Apo110nio torna in patria (capp. IV-V).
A questo punto si mette in moto il meccanismo del romanzo,
con l'ingrediente suo solito ed essenziale, della persecuzi~
ne ai danni de11'''eroe''G Naturalmente Antioco si è comporta-
to con Apo11onio in maniera diversa che con gli altri aspi-
ranti (che venivano subito decapitati) solo per un'esigenza
strutturale del romanzo (se 10 avesse fatto subito morire •••
non ci sarebbe stato il romanzo): questa è la prima incongr~
enza dell'opera, a cui tuttavia non bisogna dare alcun peso,
'perchè i romanzi antichi sono, da questo punto di vista~ "gr~
tuiti"G La grande e spiccata preoccupazione di tutto l'inse-
gnamento retorico antico, che punta sempre sul verosimile,
dal romanzo è del tutto tralasciata e trascuratao Tutta la
retorica a~tica è arte 'del persuadere (e in questa prospet-
tiva è essenziale dire cose verosimili, se le cose che si
, i'

38

dicono non sono vereoe.): ma il romanzo rifiuta questi scopie


Nel cape VI assistiamo alla scena tra Antioco e il suo
"armninistratore" Taliarco, a cui il re affida il compito di
andare a Tiro e di organizzarv.i l'assassinio di Apolloniog Ma
costui 9 giunto a Tiro prima di Taliarco, constatato che la
soluzione da lui prospettata all'indovinello del re era giu-
sta 9 capisce che il re lo vuole fare morireg Perciò decide di
fuggire per mare da Tiro, -recando seco pochi compagni ma mo!
te ricchezzeo Parte nel cuore della nottee
Notiamo che anche in questo capitolo le regole della vero~
simiglianza non sono rispettate, perchè sarebbe stato suffi-
ciente ad A~ollonio stare in guardia :dalle possibili insidie
di Antioco senza muoversi da Tiroo Anzi: poichè àl re premeva
impedire le nozze della figlia, non c'era nessun motivo, per
il re, di fare uccidere Apollonio se costui non si recava ad
Antiochia per reclamare la mano della principessao
(Di qui in avanti non faremo più considerazioni sulla "gr~
tuità" degli sviluppi dell'azione, ritenendo sufficiente, per
la comprensione di quest'aspetto del romanzo, quanto abbiamo
detto fin quio Ogni studente è in grado di fare autonomamen-
te queste riflessioni).
Nel cap. VII apprendiamo che Taliarco, giunto a Tiro,vie-
ne informato della scomparsa del principe, scomparsa che ha
gettato l'intera città nel lutto: egli torna dal suo re e gli
riferisce ogni cosao Allora il re emana un bando con taglia
per chi gli recherà vivo o morto Apollonio. Tutti cercano Apol-
Ionio per terra e per mare (anche i suoi amici, attirati dal-
la taglia), ma nessuno lo trova.
Intanto (cap. VIII) Apollonio per mare è giunto a Tarso :
qui da un suo concittadino di nome Ellenico è riconosciuto e
viene informato che il re lo ha proscritto. Apollonio lo rin
grazia e gli vorrebbe offrire una ricompensa che quello però
rifiutao
Nel capo IX assistiamo ad un altro colloquio di Apollonio,
con un certoStranguillione: il risultato del colloquio è
questo: Tarso offrirà asilo politico (come diremmo noi oggi)
al principe e questo metterà a disposizione della città afflit
ta dalla carestia centomila moggi di frumento. Apollonio (cap~
X) in un discorso ai cittadini di Tarso mette in atto la pro-
messao La città di Tarso gli erige una statua, in riconòscen-
za.,
39·

Si chiude qui, col cap. X, una sez:)ne del romanzo., Ci


aspetterennno che ormai Apollonio rest). nella sua nuova pa-
tria. In realtà col cap. XI incominciano nuove avventure: il
romanzo non specifica chiaramente le ragioni delle nuove pe
regrinazioni del principe (vi si legge soltanto : premente
fortuna, pe 19,8); si può pensare che l'ira di Antioco stia
per colpirlo anche a Tarso. Il giovane decide di partire per
la Pentapoli, in Cirenaica., Così fa: ma durante la navigazio
ne scoppia una tempesta, che il romanzo descrive in versi di
sapore parzialmente virgiliano=ovidiano, comunque con into-
nazione epicag
Tutti muoiono nel naufragio (capg XII), solo Apollonio si
salva, sul lido proprio di Cirenee Egli impreca contro Nettu
no, il dio del mare al quale attribuisce la colpa della tem-
pesta. Lì sul lido incontra poi un povero pescatore, che gli
offre metà del suo mantello ed è disposto a condividere con
lui le sue misere sostanze. Gli indica anche la strada che
mena in città.
Credo non sia necessario sottolineare l'affinità di que-
sta vicenda di Apollonio con quella, epica, dell'Enea virgi-
liano, che è anche lui sbattuto dalla tempesta sulle coste
della Libia: ad Enea appare la madre Venere, in veste di cac
ciatrice, a fornirgli indicazioni sul paese e sulla città di
Cartagine. Qui, invece, non una dea ma un pescatore poverissi
mo compare davanti all'eroe, per una sorta di "imborghesimen
to" della vicenda, che ha molti addentellati con altri ro-
manzi e che vuoI dare un'impressione di realismo: realismo,
tuttavia, di maniera, come vedremo più avanti confrontando
quest'episodio con quello della vita di Se Martino, che dà
metà della sua clamide al povero, com'è narrato da Sulpicio
Severo.
Ecco dunque, nel cape XIII, Apollonio che si reca a Ci re
ne: qui nella palestra incontra il re Archistrate, che resta
colpito dalle varie abilità del giovane, ineguagliabile sia
nel gioco della palla sia nei vari uffizi propri della pale-
stra e del bagno.
Questa scena ci fa pensare, per analogia, all'incontro
degli eroi del Satyricon petroniano con Trimalcione: lo in
cQntrano al bagno, anche l! Trimalcione gioca a palla, poi
li invita a banchetto a casa sua (si vedano alcune pagine del

~ " >'
\-'I··~"')I
, . . . "r.:.~. a.
.,.
r.
40
romanzo nel II volume dellYAntologia della letteratura latina
LANA-FELLIN, vol. II, pp~ 552 sgg.)&
Apollonio viene invitato (Cap. XIV) a pranzo da Archistra-
te e trattato con ogni benevolenza e cura ed esortato a part~
cipare con letizia al banchettoo
Al banchetto (cape XV) partecipa anche la figlia del re -
della quale il romanzo non dà il nome-, la quale è incuridsi~
ta dalla presenza del1 9 0spite: su invito del padre~ gli rivol
ge varie domande, ne vuoI conoscere i casi~ lo invita a rac=
contare tutto diffusamente.
Siamo in piena atmosfera virgiliana, come si vede. Si ri-
produce il rapporto Didone-Enea, so10 che qui la situazione
è complicata dalla presenza del padre della -fanciulla~ Spia
della derivazione virgiliana è fornita dall'osservazione di
Archistrate alla figlia, davanti ad Apollonio in lacrime, ~­
teres ei renovasti dolores (p& 29, 10) che riprende IetteraI
mente il noto verso virglliano~ infandum, regina, iubes reno-
vare dolorem (Eneide, II, 3)0
La fanciulla conforta il naufrago suonando la lira~, -ma co-
stui, con il permesso del re, suona lui a sua volta la lira
meglio di lei e suscitando l'entusiasmo universale (capoXVI)o
Siamo ora (capo XVII) all'innamoramento della principessa:
costei ottiene dal padre per il giovane molti doni, Apollonio
su proposta della principessa viene accolto nella regg1a ove
d'ora in poi risiede stabilmenteo
LYanalogia con la vicenda di Didone, che ha a-eeolt 0-pr-esso
7

di sè Enea, è sempre evidente ed è sottolineata da citazioni


virgiliane relative al nascere della passione in Didone(siamo
al cap& XVIII del romanzo)o La fanciulla chiede al re suo pa-
dre di venire affidata ad Apollonio per migliorare la sua eu!
turao Il re glielo consente~ Ma l'amore non soddisfatto fa
cadere ammalata la ragazza: e i medici non sanno spiegare le
cause della malattia.
Nel cap ~ XIX ecco tre giovani cirenei chiedere la mano
della principessa al re Arehistrate: il quale invia proprio
Apollonio alla ragazza per invitarla a scegliere lo SpOSOo
Quest'è l Yoccasione che consente (capo XX), dopo un colloquio
tra i due giovani, alla ragazza di manifestare copertamente
la sua scelta a favore di Apollonioo Il chiarimento avviene
nel capo XXI~ il re licenzia i tre pretendenti e si dichiara
41
lieto di concedere la mano della figlia alliospite trasmari~
no~

Il cap. XXII suggella la scelta dello sposo, con due col-


loqui chiarificatori di Archistrate prima con la figlia e poi
con Apollonio~ Si celebra (cap~ XXIII) molto solennemente
il matrimonio~ I due sposi realizzano così con piena letizia
il loro amore.
Qui ha termine unialtra sezione del romanzoG Apollonio si
è trovato, finora, due volte in situazione analoga: in pre~
senza prima del re Antioco, poi del re Archistrateo Ha chie-
sto la mano della figlia di quello - e gli è stata negata,
con un seguito di persecuzioni; ha fatto inconsapevolmente
innamorare di sè la figlia di Archistrate_~ che gli è stata
offerta in moglieo Sia nelliuna che nellialtra vicenda è as-
sente la madre della giovaneo Antioco è il tipo del tiranno,
empio e corrotto; Archistrate è il re buono, comprensivo 9 v~
ramente paterno; può essere definito da una frase che il
romanzo gli fa pronunziare~ et ego amando factus sum pater
(p o 41,6) o
Ecco ora un colpo di scena (capo XXIV): Antioco è morto,
e suo successore nel regno è proprio Apollonio: costui par-
te per mare - e insieme a lui parte la moglie incinta di sei
mesi, che non si vuole staccare dal marito - per andare a
prendere possesso del trono e dell'eredità.
Archistrate consente (capo ·XXV): e tra il seguito della
giovane sposa c'è la nutrice Licoride e un'ostetrica. Duran-
te la navigazione la sposa dà alla luce una bimba e per dif-
ficoltà susseguenti al parto cade in uno stato di morte appa-
renteo Apollonio~ che la crede morta~ le fa preparare la ba-
ra, ve la depone con un messaggio e una forte samma perchè
chi trovi la bara dia sepoltura alla defunta, poi fa gettare
la bara in maree Le onde portano la bara al lido di Efeso
(cap. XXVI): qui la trova un medico, che apertala si prepara
a rendere gli onori funebri alla morta. Ma un giovane allie~
vo del medico sospetta che si tratti di un caso di morte ap-
parente e con un trattamento adeguato riporta alla vita norm~
le la giovaneo Il romanzo (capo XXVII) indugia in questa de
scrizioneo Il medico è disposto ad adottare la rediviva come
figlia, ma accondiscende alle preghiere di lei e la fa acco=
gliere tra le sacerdotesse di Diana (Artemide) in Efeso.
,.
42

Qui ha termine quest'altra sezione: i due innamorati sono


divisi~ Lei è ad Efeso, lui è sempre in viaggio per mare alla
volta di Antiochiae Anche questa è una situazione "canonica"
del romanzo antico: gli innamorati ad un certo momento vengo~
no separati l'uno dall'altro e solo dopo molte peripezie si
ritroveranno~

Intanto (cap~ XXVIII) Apollonio in lutto approda a Tarso e


qui affida la figlioletta (con la nutrice) a Stranguillione e
a sua moglie perchè gliela allevino. Egli terrà il lutto fino
a che la figlia non andrà sposac Abbandona la condizione rega
le e si trasforma in mercante (po 54~9: confronta po 18~ 7~8)~
facendo vela verso l'Egittoo
Il romanzo ora si occupa della bimba~ creduta orfana di m~
dre~ a cui il padre ha dato nome Tarsiao Costei (cap~ XXIX)
cresce in casa dei suoi ospiti~ va a scuola; passano"gli anni e
la nutrice Licoride in punto di morte rivela alla fanciulla
tutta la sua storia e, soprattutto, la sua ide~titào Se mai
dovesse correre pericoli, abbracci la statua eretta in Tarso
a suo padre e invochi l'aiuto dei cittadini di Tarso. Morta
la nutrice (capo XXX), Tarsia dopo un anno di lutto riprende
la scuola, conservando nel cuore il ricordo affettuoso della
nutrice e celebrandone la memoria con visite quotidiane alla
sua tomba. Ma Dionisiade, moglie di Stranguillione, concepisce
folle gelosia verso Tarsia, di cui tutti celebrano la bellezza,
e spinta anche dalla cupidigia architetta (cap. XXXI) un piano
delittuoso per sbarazzarsi della fanciulla e impadronirsi
delle sue ricchezze e Dà incarico al suo fattore Teofilo di a~
gredire Tarsia e di ucciderla~ A malincuore Teofilo esegue
l'ordine della padrona, ma in buon punto, mentre sta per ucci-
derla (cap. XXXII), sopraggiungono dei pirati che la sottrag-
gono alla morte e la rapiscono~ Teofilo non ottiene dalla pa-
drona la ricompensa promessa e viene rispedito nei campi di
cui era fattore. Dionisiade poi informa il marito di quanto ha
fatto e lo induce, vincendone le resisten~e, ad assecondare le
sue trame con cui fa credere alla città che Tarsia è morta; le
fa erigere un monumento funebre e prende il lutto. Tutti cre~
dono alle sue paroleo
Intanto Tarsia (cape XXXIII) è stata venduta in Mitilene dai
pirati ad un lenone: costui ha vinto 1 9 asta per la fanciulla
facendo offerte sempre più alte, così che il principe Atenago-
43
ra, che pure voleva comprare Tarsia, ha dovuto darsi per vin
to. L'ingenua fanciulla è stata comprata dal lenone che in-
tende collocarla in un lupanàre ; a nulla servono le preghie
re di Tarsia. Il lenone l'affida al gestore del postribolo,
con indicazioni ben precise sul lavoro che la fanciulla do-
vrà fare e sulle tariffe che i clienti dovranno pagare.
Per primo si presenta (cap~ XXXIV) nel lupanare il prin-
cipe Atenagora~ che vuoI godere di lei. [~ Tarsia riesce a
commuoverlo, narrandogli le sue tristi vicende, così che il
principe non solo non le reca offesa ma le offre una somma
assai più elevata di quella richiesta dal lenoneo Lo stesso
avviene con il successivo cliente, che viene anch'egli piega
to dalle preghiere di Tarsia.
Ormai (capo XXXV) la fanciulla ha trovato il modo di ac-
contentare il lenone e di difendere la sua verginità. Anzi
mette insieme un peculio con cui pensa di potersi riscattare
dal lenoneo Ma costui non è disposto a cederla; anzi, ordina
al gestore del lupanare di provvedere lui a violentare la ra
gazza, ripromettendosi guadagni ancora più alti da lei dive-
nuta donna. Ma anche il villicus viene piegato dalle dotte
e suasive parole della fanciulla che ancora una volta salva
la sua verginità.
Anche il tema della verginità mantenuta incorrotta dalla
eroina nonostante le orribili avventure che è costretta a vi-
vere è tipico del romanzo antico, che mescola alla pretesa
di dare un quadro realistico e borghese della vita l'aspir~
zione ad idealizzare. La verginità conservata e difesa ad 01
tranza è uno dei tratti più tipici dell'idealizzazione del
romanzo greco: anche sotto questo punto di vista ci si ac-
corge subito che i due romanzi latini di Petronio e di Apu-
leio, sono ben diversi dal romanzo greco.
Tarsia trova un modo nuovo, per guadagnare denari così
da saziare l'avido lenone: dà esibizioni di discorsi e di
musica in pubblico~ facendo grandi guadagni. Inoltre Atenag~
ra la tiene sotto la sua protezione, e la custodisce come se
fosse figlia sua unica (cap. XXXVI).
Ora (cap. XXXVII) la scena cambia: al centro dell'atten-
zione torna Apollonio, che dopo quattordici anni sbarca a
Tarso, da Stranguillione e Dionisiade, per riprendersi la
figlia, che ormai è in età da maritoo Ma i due coniugi a

~ .. ~

(~'::-. -' ~. .'f..• -.~'


,.
44
cui era stata affidata gli raccontano la falsa storia della mor
te improvvisa di Tarsia; gli restituiscono (cap~ XXXVIII) il
corredo della ragazza, gliene indicano il sepolcro~ Apollonio,
allora, cade nel dolore più profondo, anche se ha una sorta di
intuizione riguardante la figlia, che egli pensa possa essere
viva per il fatto che i suoi occhi non versano lacrimeo Scende
nel ventre della nave; dà ordine di riprendere la navigazione
ma col deliberato proposito di lasciarsi morire così~ Naviga
dunque (capo XXXIX) verso la sua patria Tiro, ma una tempesta
lo costringe ad entrare nel porto di Mitileneo Egli resta
chiuso nel fondo della stiva: ma Atenagora (il protettore di
Tarsia), notata la magnificenza della nàve di Apòllonio, sale
a bordo, banchetta con la ciurma, si informa del "loro signore,
invita, offrendo lauta ricompensa, qualche marinaio a scendere
giù da Apol10nio per invitarlo a tornare alla lucee Ma nessuno
dei marinai osa infrangere le severe proibizioni del padroneo
Allora Atenagora decide di scendere di persona dov'è Apollonioo
Così egli fa (capo XL) ed ha un colloquio col recluso volonta-
rio, ma non riesce a smuoverlo dalla sua decisione di lasciar-
si morire nelle tenebre. Per salvarlo, pensa di rivolgersi a
Tarsia, a cui propone di scendere da Apollonio per persuaderlo
a risalire sul ponte della nave; le offre anche un premio as-
sai consistente. Tarsia accetta e scende nella sentina presso
Apollonioo Ella si presenta a lui (cap. XLI) con un carme esa-
metrico in cui traccia brevemente la sua storia, in ~odo tut-
tavia che Apollonio non può riconoscere in lei sua figlia. Il
principe la ascolta e le risponde benignamente; le offre un
dono di consistente entità e la invita a lasciarlo nuovamente
soloo Così ella fa; ma Atenagora, offrendole un altro compenso
ancora più alto, la induce a scendere un'altra volta da Apol-
Ionio. Ora Tarsia propone una specie di scommessa al recluso,
ella gli porrà degli indovinelli e si dichiara disposta a la-
sciarlo solo, nel caso che egli li risolvao Apollonio accetta
il pattoo
I capitoli XLII e XLIII contengono dieci aenigmata che so-
stanzialmente coincidono con altrettanti enigmi di Sinfosio
(di ciò tratteremo più avanti). Apollonio li risolve tuttio
Notiamo
- ,
che ancora una volta, come già all'inizio del romanzo
in un momento di importanza cruciale, il romanzo fa ricorso
agli indovinellio Ciò non può essere dovuto puramente al caso:
45
rientra in una certa prospettiva e valutazione della cultu-
ra di cui parleremo più avanti~ A questo punto (cape XLIV)
avviene il riconoscimento; infatti Tarsia urtata violentemen
te da Apollonio che ella voleva a viva forza tirar fuori dal
fondo della nave, cade~ le esce sangue dal naso~ si mette a
piangere e apre la stura ai lamenti con cui rievoca le tristi
vicende della sua vita, facendo ora (diversamente dal cap.
XLI) dei nomi precisi, che consentono al padre di riconoscer
la ~
Nel cap~ XLV avviene il riconoscimento; a cui segue una
preoccupata invocazione di Atenagora ai concittadini, perchè
costui teme che Apollonio voglia vendicarsi sulla città per
il trattamento a cui il lenone ha sottoposto la ragazza~ Ate
nagora (cap~ XLVI) propone ai concittadini di riversare ogni
colpa del malo trattamento a cui è stata sottoposta Tarsia
sul lenone~ Così si fa: il lenone viene incatenato; Apollo-
nio, con la figlia accanto, siede sulla tribuna in veste rega
le. Atenagora formula ufficialmente la proposta di punire il
lenone, che viene così mandato a morte e i suoi beni sono
assegnati a Tarsia. Costei però ha pietà del villicus del le
none e gli concede la libertà e un premio; affranca anche
tutte le prostitute del lenone e restituisce loro le somme
che avevano guadagnato con il loro mestiere.
L'assemblea si conclude (cap. XLVII) con un'allocuzione
di Apollonio ai Mitilenesi, piena di regale nobiltà, che ter
mina con l'annuncio di un dono ingente di Apollonio alla cit
tà di Mitilene, da destinare alla restaurazione delle mura.
I Mitilenesi riconoscenti gli erigono una statua. Tarsia dal
padre è concessa in moglie ad Atenagora. Veramente nel cap.
XXXIV (pag. 70, 1-2) Atenagora aveva detto a Tarsia :
habeo et ego filiam virginem, ex qua similem possum
casum metuere.
Dunque Atenagora doveva perlomeno essere vedovo: ma i co
dici AP non si preoccupano di chiarire la situazione. Ciò
fanno invece i codici della II classe che precisano:
habeo et ego ex amissa coniuge filiam bimulam, de qua
simili casu possum. metuere (pe 70~ 1.,3)~
Con questa redazione, come già nel caso di Antioco, per
r .
46
cui precisava egualmente ex amissa coniuge (pag. 1~2) mentre
AP tacciono al riguardo, è più attenta alla verisimiglianza e
non solo informa i lettori che Atenagora è vedovo ma, anche,
fa capire che è un giovane (avendo la figlia sua appena due
anni)o
Ormai la vicenda si avvia verso 10 sciog1imento~ Ma lo scio
glimento interessa tutti i personaggi del romanzo nel senso
che ciascuno di essi è ricompensato o punito a seconda del com
portamento tenuto nei riguardi dei protagonistio Abbiamo già
visto che Antioco è morto colpito dal fulmine divino mentre gia
ceva con la figlia (p~ 44 s 2=3); che il lenone è stato mandato
alla morte sul rogo (p. 102~ 11-12)~ In un mondp co~e quello
tardo antico, a cui il romanzo di Apollonio appartiene, qùando
tutto era messo in forse e i rapporti fra le persone erano
quanto mai incerti nel venir meno della certezza della legge,
sembra che il romanzo costituisca una specie di compensazione
ideale, perchè in esso chi opera bene è premiato, chi opera
male è castigato. In un mondo in disordine, il romanzo intro-
duce lVimmagine di un mondo (fantastico) in cui regna l'ordine.
Il mondo (reale) che è regolato da leggi e magistrature è in
effetti i 1 mondo del disordine e della violenza; nel mondo (fi!.
tizio) del romanzo, dove tutto si svolge "a caso", alla fine
viene reintrodotto un ordine rigorosissimo. Non si può non ve-
dere in tutto ciò la proiezione di una profonda aspirazione
dell'autore del romanzo e del pubblico a cui era destinato:
non importava loro capire perchè le cose fossero andate in
quel determinato modo, importava bensì sapere, e constatare,
che quali che fossero state le cause degli eventi, alla fine
ogni cosa tornava al suo posto, o, se il suo posto cambiava 9
ciò era effetto di un' opera di giust'izia compiuta dal re.
Ma continuiamo la narrazione degli avvenimenti~ Apol10nio
insieme ai suoi riprende la navigazione (cap~ XLVIII), per
tornare a Tiro passando per Tarso~ Ma in sogno gli appare "uno
in veste di angelo" che gli ordina di fare una deviazione ad
Efeso, al tempio di Diana. Apollonio ubbidisce. Nel tempio di
Diana avviene naturalmente il riconoscimento della moglie
(capo XLIX) e il ricongiungimento di tutta la famiglia, in
mezzo alla letizia incontenibile di tutta la città. La moglie
di Apollonio nomina la sacerdotessa che doveva subentrare a
lei e la famiglia regale ricostituita al completo lascia la
47
città ..
Da Efeso ora (capeoL) la famiglia regale va ad Antiochia,
dove Apollonio prende possesso del regno,indi si reca a Tiro,
il cui dominio viene dato ad Atenagora .. Poi Apollonio va a
Tarso, per farvi giustizia su Stranguillione e Dionisiade.
In un'assemblea popolare presieduta da Apollonio, i due co
niugi sono convinti della loro colpa e condannati a morte
per lapidazione. Tarsia poi interviene a favore di Teofilo,
che ottiene l'affiancamento e un premio .. Così anche per que-
sta parte l'equilibrio è restaurato con la piena punizione
dei colpevoli.
Il cap .. LI completa l'informazione del lettore circa que-
sto rimettere a posto tutte le cose .. Apollonio compie altri
atti di liberale generosità per i Tarsii (organizza a sue
spese spettacoli, ricostruisce edifizi e mura) .. Poi torna a
Cirene da Archistrate , il quale ha la gioia di vedere la sua
famiglia tutta sana e salva .. Dopo un anno egli muore'e lascia
il regno in eredità in parti uguali ad Apo11onio ed alla
propria figlia ..
In quest'opera di restaurazione della giustizia e di rico
noscimento concreto sia nel bene sia nel male gli umili non
sono dimenticati: Apo1lonio provvede a dare 1auta ricompen-
sa al povero pescatore che 10 aveva accolto e rivestito quan
d'era giunto naufrago alle rive di Girene e anche a quell'E!
1enico che 10 aveva informato delle persecuzioni messe in at
to da Antioco contro Apo11onioo
Questi due umili sono anche nominati comites (conti, pre~
sappoco) del regno di Apo11onio.
Per completare il quadro, ecco giungere anche l'erede ma-
schio, figlio di Apo11onio e della figlia di Archistrate, a
cui Apo11onio dà il regno di Cirene.
Da questo momento in avanti Apo11onio visse felice e con-
tento con la moglie e con i suoi, fino a 74 anni di età. Poi
morirono tranquilli lui e la moglie ..
I codici della II classe aggiungono che fu Apo11onio stes-
so a scrivere casus suos suorumgue e che dello scritto fece
due copie, collocate una in Efeso e una nella sua biblioteca
(a Girene, quindi) .. Poichè qui viene dato al romanzo caratt~
re di autobiografia, non c'è menzione, com'è ovvio, della mor
te di Apollonio. Si tratta di due redazioni diverse e di-
,. ;
48

stinte: la seconda accentua di più il rapporto con la storio=


grafia (nella forma dell'autobiografia) la prima non ha preoc
cupazioni di credibilità di questo genere~
Esposta così la trama del romanzo, possiamo ora fare qual-
che considerazione sulla struttura~ Naturalmente le proposte
interpretative che mi accingo a fare non hanno un valore asso
luto : sono, appunto~ delle proposte~
Potrerrnno dire, in generale, che l'aspetto prevalente nell'.
opera ~ quello della b~ografia di Apollonio, che incomincia dal
momento in cui cerca moglie. Non ~ prevalente l'aspetto tipico
del romanzo antico d'amore, cio~ l'aspetto dell'amore contra-
stato. Intanto ~ da dire, a questo riguardo, che Apollonio pri
ma cerca di sposare la figlia di Antioco, poi rinunzia, costre~
tovi, a questa e sposa, senza che appaia che egli se ne sia in
namorato, la figlia del re di Cirene. Il tema dell'amore, per
quanto riguarda il protagonista, ~ sostanzialmente assente.Non
solo: ma nel romanzo di Apollonio ~ inserito, per così dire,
il romanzo di Tarsia, cio~ la storia delle sue disavventure,
che non costituiscono propriamente parlando una storia d'amo- i
re.
Dunque vediamo la struttura del romanzo. Propongo di artico
,-
larne i momenti così

1) l'antefatto, dall'inizio all'arrivo del protagonista nau


frago e privo rli tutto sulla costa di Cirene (capp. I-XI): di
qui ha inizio la vera e propria storia di Apollonia, che parte,
per così dire, da zero;

2) Apollonio a Cirene (capp. XII-XXIV): dal nulla alle noz~


ze con la figlia del re;

3) rivolgimenti e viaggi; Apollonio va da Cirene all'Egit-


to, attraverso Tarso; morte apparente della moglie, che fi
nisce ad Efeso (capp~ XXV-XXVIII);

4) la storia di Tarsia, da Tarso a Mitilene (capp.XXIX-~I:

5) il ritrovamento della figlia da parte del padre (capp.


XXXVII=XLVII) ;

6) l'epilogo: ogni cosa ~ collocata al suo giusto posto(capp


XLVIII=LI)<>

La scena ~ collocata ad Antiochia (cappe» I-V),poi a Tiro (VI


49
VII)j indi a Tarso (VIII-X). Dopo il viaggio per mare conclu
sosi con il naufragio (XI), la scena si sposta a Cirene (XII
-XXIV) e vi si trattiene a lungo, fino al nuovo viaggio per
mare (XXV). Segue la parentesi ad Efeso (XXVI-XXVII), che ri
guarda la giovane sposa, colpita da morte apparente. Poi ci
trasferiamo a Tarso (XXVIII-XXXII) e a Mitilene (XXXIII-
XXXVI), per seguire l~ avventure di Tarsiae Nei cappo XXXVII
- XXXVIII il romanzo si svolge a Tarso~ poi (XXXIX-XLVII) a
Mitilene, indi (XLVIII-XLIX) ad Efeso j poi di nuovo a Tarso
(L-LI) e infine a Cirene (LI). Notiamo che gli spostamenti
avvengono sempre per mare e che l'imprevisto, nei viaggi, è
sempre e soltanto costituito da tempeste (cappe XI e XXXVIII) o

Nota a p. 41 (e confronta pag. 5~): non è chiaro nel testo


del romanzo, p.45, 10-11,~se Licoride (la nutrice della
figlia del re Archistrate) sia la stessa persona dell'
ostetrica; se, cioè, il re mandi ad assistere la figlia
nel viaggio due donne (la nutrice di nome Licoride e un'
ostetrica) o una donna sola (Licoride, già nutrice della
giovane sposa, e anche ostetrica).

o
o o

4. - I.LANA: Studi sul romanzo di Apollonia.


:1
51

III.

ANALISI DEI PERSONAGGI E DELLA LORO PSICOLOGIA

Utili indicazioni circa la mentalità dell'autore del ro-


manzo e degli ambienti in cui può essere nata l'opera si ri
cavano dall'analisi dei personaggi.
Vediamo, in primo luogo, di passarli in rassegna raggruE
pandoli con un criterio misto, che metta al primo posto la
considerazione della classe sociale a cui essi appartengono.
Incominciamo, com'è naturale, per l'importanza che rive-
stono nel quadro dell'azione, dai re e dagli appartenenti al
le famiglie dei re :
ANTIOCO, re di Antiochia, il persecutore di Apollonio
(capp. I, III-VII (11,11-12,3), VIII (8-9); a questo punto
Antioco scompare di scena: apprenderemo poi (44, 2-3) che è
morto colpito dal fulmine mentre giaceva con la figlia.
La FIGLIA DEL RE ANTIOCO (capp. I-II), a cui il padre si
unisce incestuosamente; di essa il romanzo non dà il nome;
APOLLONIO, il protagonista, che compare la prima volta
nel capo IV. Egli è presente e operante nei capp. V-VI (9,1-
10,5); VIII (da 12,9 alla fine) - XIV (da 26,12 alla fine);
XV-XVIII (da 34,9 a 35,3); XIX - XXII (40,7-9; 41,6-20);
XXIII-XXV (da 46,2 alla fine del capitolo); in altre parole
egli campeggia, salvo brevi interruzioni, nei capp.IV-XXV;
Egli torna in iscena nel cap. XXVIII; ricompare, per non
più eclissarsi fino alla fine del romanzo, nel cap. XXXVII:
più esattamente egli è presente in XXXVII-XXXIX (fino a
80,8); XL-XLI (86,9-88,8; da 89,7 alla fine); XLII-XLVI (da
101,9 alla fine); XLVII-LI. Egli domina, cioè, l'intero ro-
manzo, salvo la fase iniziale (introduttiva) dei cappe I-III,
i cappe XXVI-XXVII dedicati alle vicende della morte appare~
te della moglie di Apollonio ad Efeso, i cappo XXIX-XXXVI
con la storia di Tarsiao
~.

52
ARGHISTRATE, il re di Girene, tiene un posto di grande ri-
lievo nella parte centrale del romanzo: XIII (da 24,9 alla fi
ne) - XX (da 38,4 alla fine); e XXI - XXIV (da 44,15 a 45,7);
XXV (da 45,8 a 46,2)Q Torna brevemente in iscena nel capitolo
finale: LI (113,10-114,5).
La FIGLIA DI ARCHISTRATE, di cui il romanzo non dà il nome:
essa campeggia nei cappo XV=XVIII; XX; XXII (da 40,9 a 41,6),
quando l'azione si svolge a Girene; nel capo XXIII essa ~. pure
presente, ma in stato di morte apparente; XXIV-XXV (da 46~2
alla fine); XXVII (52,7-11; 53,7-13); infine: cappo XLVIII(da
105,16 alla fine); XLIXo Anche il capo XXVI ~ dominato da lei,
pur se non partecipa all'azione, in quanto rinchiusa nel locu-
lus, in stato di morte apparentee
TARSIA, la-o figlia di Apollonio e della figlia di Archistra-
te: XXV (46,7; 48,3-5); XXIX-XXXI; XXXIII=XXXVI; XL (da 85,5
alla fine) - XLVI (da 102,1 alla fine); XLVIII (da 105,12 alla
fine); XLIX (da 109,8 alla fine); L9 Beninteso, essa ~ anche
presente nel finale del romanzo (LI, 113,11; 114,2; 115,13-14;
116,2).·
ATENAGORA, principe di Mitilene, che sposa Tarsia: XXXIII
(66,9=67,9); XXXIV (69,4-70,12); XXXV (72,1-5); XXXVI (75,1-5);
XXXIX (da 80,10 alla fine); XL; XLI (88,10-89,7); XLV (100,3-5);
XLVI; XLVII (105,1-2); XLVIII (105~12); L (105,10-11)0
In questo gruppo vanno ancora inclusi altri due personaggi
senza nome :

il collega mitilenese di Atenagora: XXXIV (70,7-71,14);


XXXV (72,1-5);
il figlio di Apollonio e della figlia del re Archistrate:
LI (115,12-14) o

Sono 9 personaggi, di cui 3 (senza nome) non hanno effetti


vamente importanza per lo sviluppo dell'azione: essi sono la
figlia del re Antioco; il collega mitilenese di Atenagora e
il figlio maschio di Apollonioo

In ordine di importanza (numerica) possiamo ora elencare


il gruppo dei collaboratori e dipendenti dei potenti: e pr~
cisamente
53
la NUTRICE (senza nome) della figli ~ di Antioco: cape II;
essa ha la funzione di mostrare l'enormità del delitto di An
tioco e di convincere, tuttavia, la fanciulla a sottostare
alle voglie del padre;
TALIARCO, dispensator di Antioco: VI (8,4-9,1); VII
(10,11-11,13); egli è lo strumento della tentata vendetta di
Antioco su-ApOllonio.,

LICORIDE, nutrice della figlia di Archistrate e ostetrica:


XXV (45,10-12); XXVIII (54,13); XXIX (da 56,2 alla fine);
XXX (58,7-13);ha ~ funzione, essenziale per lo sviluppo dell'a
zione, di svelare in punto di morte a Tarsia la sua origine;
un DISPENSATOR, senza nome, di Apollonio: XXXIX (80,4-8).,
Tra questi collaboratori vanno inclusi altri due personag
gi che non sono, però, al servizio di potenti: essi sono i
vi llici :
TEOFILO, villicus di Stranguillione e Dionisiade: XXXI
(da 60,5 alla fine); XXXII (62,6-63,8); L (112,4-113,4);
egli è strumento di male, ma controvoglia, nelle mani della
sua padrona;
il villicus senza nome del lenone di Mitilene: XXXIII
(da 68,9 alla fine); XXXV (73,1-74,2); XXXVI; XLVI (102,12-
103,2); serve soprattutto a rendere maggiormente evidente la
superiorità di Tarsia nell'ambiente che la circonda, sia nel
difendere la sua verginità sia nell'esibire le sue abilità
artistiche.
Presentiamo ora la coppia dei "cattivi" di classe sociale
piuttosto elevata:
STRANGUILLIONE: IX (15,10-17,6); X (17,7); XXXII (63,11
alla fine); XXXVII (da 75,8 alla fine); XXVIII (da 54,2 alla
fine); L (da 110,8 alla fine);
DIONISIADE, moglie del precedente: XI (19,7); XXVIII (da
54,2 alla fine); XXXI; XXXII (da 63,1 alla fine); XXXVII (da
75,10 alla fine); XXXVIII (77,11-78,6); L (da 110,8 alla fine)
Tra questi due coniugi, la palma della malvagità è attri-
buita alla donna. Il marito tenta, ma debolmente, di opporsi

,\
r •
l'
"I

54
alle iniziative delittuose della moglie.
Tra i cattivi va naturalmente incluso il LENO di Mitilene,
che dopo aver comprato dai pirati Tarsia, la chiude nel suo
postribolo: XXXIII (da 66,6 fino alla fine); XXXV (72,8 -
73,5); XLVI (da 101,8 a 102,12).
Altri personaggi, a cui è affidata una funzione precisa ne!
lo sviluppo dell'azione (in rapporto con Apollonio) e sia pure
limitata, sono
ELLENICO di Tarso: VIII (da 12,12 sino alla fine); LI (115,6
-12); egli rivela ad Apollonio che il:re Antioco lo ha pro-
scritto;
l'anonimo PISCATOR di Cirene: XII (22,3-23,13); LI (114,6-
115,5): offre ad Apollonio naufrago a Cirene qualcosa con cui
coprirsi e, soprattutto, gli offre solidarietà e conforto.
Entrambi sono di condizione sociale estremamente modesta.
Facciamo seguire il gruppo dei medici, tutti senza nome:
i MEDICI DI ARCHISTRATE : XVIII (35,6-10), che non individua"
no la causa delle sofferenze della figlia del re;
il MEDICO DI EFESO: XXVI (48,8-50,12); XXVII, a cui va a fi-
nire il loculus della moglie di Apollonio; egli è disposto ad
adottarla quando torna in vita ;

il DISCIPULUS del medico di Efeso: XXVI (da 50,6 alla fine);


XXVII (51,11-53,7), che fa tornare alla vita la moglie di Apo!
Ionio.

Hanno una funzione puramente strumentale, per rendere possi


bile lo sviluppo ~ell'azione

i IUVENES SCOLASTICI TRES di Cirene, aspiranti alla mano


della figlia di Archistrate: XIX (35,12-36,12); XXI (38,13-
40,6): uno di essi si chiama ARDALION (XXI, 39,2);

i PIRATI che rapiscono Tarsia a Tarso e poi la vendono al


lenone di Mitilene: XXXII (62,6-13); XXXIII (4-6);

il QUIDAM ANGELICO HABITU, che appare in sogno ad Apollonio


. , 5-11).
e lo induce a recarsi ad Efeso: XLVIII (105
55
il GUBERNATOR di una nave di Tiro che a Girene dà ad Apol
Ionio la notizia che Antioco è morto colpito dal fulmine:
XXIV (43,7-44~4);
Funzione analoga a quella di questi personaggi può essere
riconosciuta, nel romanzo, a due tempeste, che colpiscono A-
pollonio:

mentre naviga da Tarso verso la Pentapoli: XI (19~11-21,6);


XII (21,7-10);
mentre naviga da Tarso verso Tiro: XXIX (79,8-11);
e, ancora, funzioni.'. , analoghe (ma passive, non attive),
possono essere considerate quelle~
di FILOMUSIA, figlia di Stranguillione e Dionisiade, che
fa involontariamente scattare la molla della gelosia di sua
madre nei riguardi di Tarsia: XXIX (55,12-13); XXXI (59,3-11);
del quidam de senioribus, che nel banchetto di Archistra-
te con le sue osservazioni maligne sul conto di Apollonio
consente al re di chiarire il suo pensiero sul giovane ospi-
te: XIV (27,8-15).
Ricordiamo anche figure di puro contorno, a cui non è af-
fidata alcuna funzione precisa:
i CONVIVAE di Archistrate: XVI (30,8; 31,5; 31,9);
gli AMICI di Archistrate: XIV (26,1-3); XVI (31,14-15).
Per concludere, c'è la folla degli schiavi, a cui non è
riconosciuta alcuna importanza, anche quando partecipano
all'azione come interlocutori in un dialogo:
il PUER di Tiro (un fanciullo? o uno schiavo ?), a cui
Taliarco chiede informazioni: VII (11,2-8);
il PUER di Girene (uno schiavo, come pare certo), che an
nuncia che il ginnasio è aperto: XIII (24,2-6);
FAMULI di Archistrate : XIII (25,4-6); XIV (26,4-15);
altri FAMULI di Archistrate, da costui donati ad Apollo-
nio: XVII (32,12-14);
FAMULI del medico di Efeso: XXVI (48,11-49,1)
56
FAMULI di Apollonio XXXVIII (78,7-9); forse anche XXXVIII
(79,3-5);
un PUER (= schiavo) di Apollonio : XL (85,1-3)0
FABRI di Apollonio, a cui à affidato il compito di prepara-
re la bara per la moglie di Apollonio : XXV (47,11-15)
In questo gruppo vanno inclusi vari marinai:
il GUBERNATOR della nave di Apollonio, che à salpata da Gi-
rene: XXV (47,4-11);
il GUBERNIUS (cioà gubernator) della nave di Apollonio che
ha attraccato a Mitilene: XXXIX (81,11-82,6); .
i NAUTAE (di questa nave ) e SERVI e FAMULI di Apollonio :
XXXIX (80,8-9; 81,1 sino alla fine)o
e

le PUELLAE del postribolo di Mitilene: XLVI (103,2-6).

Dobbiamo poi ricordare le scene di massa :


a Tiro:
il PLANGTUS INGENS dei cittadini, quando apprendono che A-
pollonio à scomparso dalla città: VII (10,6-11);
a Tarso :
i cittadini si radunano per ascoltare l'allocuzione di A-
pollonio loro benefattore; X (17,8-19,5);
i cittadini accompagnano in massa Apollonio all'imbarco:
XI (1 9 , 10-11 ) ;

i cittadini elogiano Tarsia: XXXI (59,5-9);


i cittadini apprendono la (falsa) notizia della morte di
Tarsia: XXXII (65,11-66,3);

i cittadini ascoltano la requisitoria di Apollonio contro


Stranguillione e Dionisiade: L (110,10- 113,4);
a Girene :
si fa grande festa per le nozze della figlia del re con A-
pollonio; XXIII (42,2-17);
57
a Mitilene :
la popolazione partecipa in massa agli spettacoli che offre
Tarsia: XXXVI (74,8-75,1);

la popolazione ascolta le allocuzioni di Atenagora e di


Apollonio, che "fa giustizia" sul lenone: XLVI-XLVII ..

o
o o

Sono da fare alcune considerazioni, ora che abbiamo davag


ti agli occhi il quadro completo dei personaggi presenti e a
g~nti sulla scena del romanzo ..

Essi si dividono in "buoni e cattivi"" Qui va premesso


che vengono caratterizzati in questo modo soltanto coloro
che sono di condizione libera: gli schiavi non vengono inca-
sellati secondo questo criterio (si tenga conto che anche i
vil1ici sono di condizione servile)" Intanto notiamo che tra
i personaggi di umile condizione non vi sono "cattivi": i
cattivi che operano nel romanzo sono quattro: il re Antioco,
i coniugi Stranguil1ione e Dionisiade, il lenone di Miti1eneo
Quest'ultimo può essere considerato a parte per il fatto che
la sua presenza è per così dire soltanto strumentale in vi-
sta delle prove (potremmo dire del1'''educazione'') che Tarsia
deve subire. Inoltre il lenone non è una persona con caratte-
ristiche individuale, bensì è un tipo, ricavato dalla comme-
dia (si pensi per esempio al lenone Ba1lione nello Pseudo1o
di Plauto), con caratteristiche fisse (un lenone onesto e di
buon cuore è una contraddizione in termini; non è né pensabi
le né ipotizzabile: si ricordi che il lenone stesso si quali
fica così davanti all'ingenua Tarsia, che crede di poterlo im
pietosire :
tu autem nescis quia apud lenonem et tortorem
nec preces nec lacrimae valent (p. 68, 7-9).
Voglio dire, cioè, che nessuna considerazione di nessun
genere è possibile fare sul lenone, se vogliamo "capire"
qualcosa circa le intenzioni e gli orientamenti dell'anoni-
mo autore del romanzo: costui non aveva nessuna libertà di
scelta, nel caratterizzare tale personaggioo
Il re Antioco rappresenta il tipo del tiranno: egli si mac
,. , ,
I.
58

chia di tutti i vizi e di tutte le colpec E9 incestuos0 9 manc~


tore di parola, crudele, subdolo. E' un mare di nequizia: su di
lui si scatena la collera divina, che lo incenerisce col ful-
mine mentre sta commettendo l'atto empio di unirsi con la fi-
gliao Notiamo che la punizione del tiranno è rimessa, dal ro-
manzo, alla divinità~ non sono i sudditi che intervengono, e
neppure altri reo Tutti esecrano, forse, la sua condotta; ma
nessuno si muovee I sudditi sono in posizione passiva davanti
a lui: anzi, quando il tiranno li alletta con l'offerta di una
fortissima taglia ch'egli mette sul capo di Apollonio, il ro-
manzo osserva molto realisticamente e pessimisticamente, che

hoc edicto proposito non tantum éius (di Apollonio) ini-


mici sed etiam amici eius cupiditate ducebantur et ad in
dagandum properabant (pc 12, 3-5).

I coniugi di Tarso, a cui è stata affidata Tarsia, sono ge~


te ricca, evidentemente; posseggono terre di cui è fattore Te~
filoo La donna particolarmente è malvagia, piena di gelosia,
astuta e ingannatrice: architetta addirittura l'assassinio
della fanciulla che le è stata affidata. Il marito nan prende
iniziative di questo genere, tuttavia asseconda la moglie di
cui è succube e si fa complice dei delitti di lei.

Più interessante invece è considerare la figura del vero re,


quale è Apollonioo Non solo egli ha tutte le doti che si posso
no desiderare in un re virtuoso (e per quanto riguarda la cult~
ra dedicherò un capitolo apposito a quest'aspetto della sua
personalità), ma soprattutto è un benefattore e un giustoo Co-
me benefattore noi lo vediamo concedere una sovvenzione di cen
tomila moggi di frumento alla città di Tarso tormentata dalla
carestia (capo X): ma egli non fa puramente un dono, bensì
prende occasione da quella circostanza per svolgere un'azione
educativa nei riguardi della cittadinanza: egli mette in vendi
ta a prezzo di calmiere il suo grano e il ricavato della vendi
ta utilitati eiusdem civitatis redonavit (pago 18,10). Il ro
maneo adduce una giustificazione, per spiegare questo compor-
tamento del principe: non voleva assumere l'apparenza di un
mercante di grano (p. 18,7-9)0 Eppure quando, credendo di ave
re perduto la moglie, affida la figlioletta neonata ai due co
niugi di Tarso, decide di cambiare vita e sceglie di fare pro
prio il mercante (p. 54~9)o Ciò significa che per la mentali:
59
tà dell'autore del romanzo il bios emporikòs (la vita del
mercante) non è più oggetto di biasimo, com'era stato sempre
nell'antichità, non solo in quella classica, ma anche in
quella dei primi secoli dell'età volgaree Anche alla città
di Mitilene egli fa un dono generoso per la ricostruzione
della città (cap. XLVII); lo stesso egli fa con la città di
Tarso, dopo la punizione dei due coniugi scellerati (capeLI).
Le città beneficate ringraziano calorosamente ed erigono sta
tue ad Apollonio e il romanzo ne riporta le iscrizioni onora
rie (capp. X, p.19, 3-5; XLVII, pe 104, 8-13; cfre anche
cape XXXII, pe 66, 1-3). Lo stesso comportamento di generosi
tà egli tiene anche con i singoli: con Ellenico (cap. VIII),
che tuttavia rifiuta ogni compenso (accetterà premi e rico-
noscimenti ufficiali solo alla fine- del romanzo (p. 115,6-12);
con il piscator (cap. XII), nel finale del romanzo (p.114,6
-115,5). L'autore esprime il pensiero di quella parte della
società del tempo che tutto si aspettava dall'autorità, che
non era capace di iniziativa, che era rassegnata e docile;
che si vedeva andare alla rovina e tuttavia non sapeva agi-
re. It rapporto fra i 1 potente e gli umi li è efficacemente
rappresentato nell'episodio di Ellenico. Infatti costui, cit
tadino di Tiro (e perciò conosceva di persona Apollonio),
incontrando lungo la riva del mare il suo re lo saluta con
deferenza,
at ille salutatus fecit quod potentes facere consueve-
runt; sprevit hominem plebeium. Tunc senex indignatus
iterato salutavit eum et ait "ave, inquam, Apolloni,re-
saluta et noli despicere paupertatem nostram honestis
moribus decoratam" (p. 13, 4-7).
C'è nel comportamento del vecchio Ellenico un misto di
ingenua fierezza e di accondiscendente spirito di umile su-
bordinazione: il tutto unito ad una forte spinta didascalica,
che può servire a caratterizzare l'età del personaggio (egli
è un vecchio, e perciò stesso è depositario di una speciale
saggezza, di fronte all'adulescens che è Apollonio). E' in-
teressante l'inciso ("Apollonio che è stato salutato fa que!.
lo che sono soliti fare i potenti: disprezzò quel popolano"):
ci apre uno spiraglio sulla reale consistenza dei rapporti
fra le classi (e che fossero tali - di disprezzo da parte dei
,i
I

60
potenti nei riguardi degli umili ~ non ci può stupire) e sul-
lo spirito di rassegnazione dei poveri. El vero che Ellenico'
"si sdegna" e fa, per così dire, una ramanzina al re: tuttavia
gli fornisce spontaneamente le preziose informazioni prima a~
cora che il re abbia potuto scusarsi del suo comportamento
screanzato. Poi si avvia un dialogo tra i due del tutto ami-
chevole, come se l'incidente iniziale non ci fosse neppure
statoo Alla fine il re lo ringrazia e gli vuoI offrire una
ricompensa: ma Ellenico non l'accetta:
"absit, dornine~ ut huius rei causa praemium accipiamo Apud
bonos enim homines amicitia praemi? non comparatur". Et
vale dicens discessit (pe 15, 4-7).
Agendo in questo modo, il vecchio ha l'ultima parola. E si
precisa l'intendimento del romanziere: egli sa bene come si
pongono di fatto i rapporti fra i potenti e gli umili; e ri-
tiene che siano questi a dover provvedere a far cambiare i po
tenti, non con la ribellione e neppure con l'invettiva, ma co
stringendoli ad accettare la loro amiciziao

In definitiva il romanzo ci traccia il quadro di una so-


cietà nella quale i rapporti sono retti non già dalla legge,
ma dall'arbitrio dei potenti. Ci si può imbattere in un tira~
no come Antioco, o in un buon re come Apollonio, o in un re
"paterno" come il vecchio Archistrate di Cireneo Non v'è at-
teggiamento di rifiuto, nei personaggi, di fronte a questa si
tuazioneo La condizione è accettata con tutta naturalezza: si
conta sulla pazienza dei suddi~i e sulla buona volontà dei
"buoni" re che accettino di venire istruiti dai loro sudditi
.. .
plU saggl.

L'analisi dei personaggi del romanzo deve servire anche


ad illuminare la mentalità dell'autore e dei lettori a cui
l'opera era destinatao A questo riguardo uno degli episodi
più ricchi d'interesse è quello dell'incontro di Apollonio
naufrago sulle rive di Cirene con il vecchio pescatoreo

Vediamo brevemente i l passoo Salvatosi a stento, nudo e


,
privo di tutto e avendo perduto tutti i suoi compagni Apollo -
nio impreca contro Nettuno con toni propri della tragedia.
·- '~",..

61
Per esempio: Ennio j Andromacha aechma10tis, IX, p~55 K10tz~
guid petam praesidi aut exeguar? guove nunc I auxilio exi1i
aut fuga freta sim ? I aree et urbe orba sume Quo accedam ?,
quol app1icem ?;Medea exul g X~ po 80: quo nunc me vortam ?
quod iter incipiam ingredi?; Accio, Atreus, XVII~ po 227 ;
quoi me ostendam ? quod temp1um adeam? guem ore funesto a110-
quar? Si veda anche il frammento di orazione di Caio Gracco
(tenuta nei suoi ultimi giorni di vita)~ quo me miser con-
feram ? quo vortam ? etce (fre XXIII, pe 196 degli Orato~
rum Romanorum fragmenta, ede Malcovati, Torino 1967, 3 A e-
dizo)o
Continuando nei suoi lamenti j Apol10nio passa a rimprove
rare se stesso (questo dev'essere il senso di cum sibi.met
ipsi increparet~ anche se increpare nel senso di 'rimprove
rare' vuole l'accusativo della persona che viene rimprovera-
ta, o in e l'accusativo: perciò questo costrutto è fuori
dell'uso corretto della lingua; è anche un comportamento
non conforme alla consuetudine del nostro testo che anzi
tende in più luoghi a sostituire ad + accusativo dove il la
tino corretto vuole il dativo: si veda al riguardo l'indice
del Riese, alla voce ad): mentre sta rimproverando se stesso,
egli guarda intorno a sé e di colpo (subito; l'avverbio vuo1
significare che ciò che,egli vede è del tutto inaspettato e
imprevisto) vede quendam grandaevum sago sordido circumda-
turno Qui è da notare il solenne grandaevus, vocabolo speci
fico della poesia epica (in Virgilio, Stazio, Va1erio F1ac-
co) e l'espressione con circumdatus, che trova il suo prece
dente anch'essa nella poesia epica e, soprattutto, in Corne
1io Nepote: Datames, 3, 2: ipseagresti duplici amicu10 cir-
cumdatus hirtague tunicao Il sagum è il vestito specifico
degli schiavi (e anche la divisa da campagna dei soldati);
. il sagum è anç.he sordidum;. (si noti l'allitterazione), è un
mantello sporco, SOZZOo La povertà si accompagna con la spor
cizia (si noti l'accostamento) o Apo1lonio si butta ai piedi
di questo vecchio e ne invoca la pietà, subito sottolinean-
do che egli, il naufrago, è un uomo di alta condizione; anzi,
si presenta per quello che è 9 dando il suo nome e specifica~
do di essere patriae meae princepso Si propone, a questo pun_
to, di raccontare al vecchio la sua "tragedia"; ma nel testo
a noi pervenuto, questa esposizione mancao Sono frequenti i
62
luoghi del romanzo in cui un personaggio racconta i casi suoi
ad un altro o ad altri: si veda per esempio pe 29, 6-7 (racco~
to di Apollonio alla corte di Archistrate); 56, 10-58~6 (rac-
conto della nutrice Licoride a Tarsia); pe 97,12-99 j 4 (raccon
to di Tarsia-~d Apollonio); pe 107,2-108,12 (racconto di Apol
Ionio alla sacerdotessa di Diana in Efeso, sacerdotessa che
egli viene a scoprire così che è la moglie sua~ ch'egl~ crede
va morta dopo il parto) o Qui, nell'episodio che stiamo consi-
derando~ la promessa fatta non viene mantenuta: a mio avviso
per il fatto che il racconto Apollonio lo avrebbe dovuto fare
due volte (vedi po 29~6-7, citato qui sopra)o Però siccome del
racconto fatto alla corte del re Archistrate c'è, solo un cen-
no, la redazione originale del romanzo doveva contenere qui j
nell'episodio del pescatore, la narrazione per esteso dei casi
di Apolloni.o.;'"'Ma le redazioni a noi pervenute invece omettono
questa narrazione: segno sicuro, secondo me, di una manipola-
zione maldestra del testo~ Apollonio termina la preghiera al
vecchio chiedendogli di salvargli la vita~ Il pescatore si im
pietosisce per la bellezza del giovane e lo soccorre amorosa-
mente; non ..solo
..-. gli dà da mangiare ma si spoglia del suo mise
-
ro mantello, lo taglia in due parti eguali e gliene dà una pa~
te; lo invita poi ad andare in città, per ricevere aiuti più
consistenti. Qualora in città non riceva soccorso, torni pure
da lui, perché egli è disposto a condividere con il naufrago
tutto ciò che ha; faranno entrambi il pescatore e divideranno
la povertà. Però - aggiunge - se un giorno con l'aiuto di Dio
Apollonio sarà restituito alla dignità originaria, si ricordi
del vecchio pescatore e soccorra alla sua miseriao Apollonio
assume solenne impegno in questo sensoe Qui si chiude l'epis~
dioo

A mio avviso bisogna anzitutto sottolineare che nel raccon


to c'è un'incongruenza: il pescatore è mosso a pietà dalla
bellezza del giovane :

itaque piscator, ut vidit primam speciem iuvenis, mise-


ricordia motus erigit eum etco (pe 22, 12)0
In realtà tutto quanto l'episodio, e nel suo andamento e
nello spirito che lo regge, non lascia posto a considerazioni
sulla bellezza: anzi~ le doti preminenti di Apollonio (o, al-

/
63

meno, quelle su cui il romanzo punta l'attenzione) sono al-


tre. Qui io vedo l'influenza di schemi topici del romanzo gre
co, assunti senza alcuna riflessione critica da parte dell'au
tore (o dei responsabili delle versioni che sono giunte a noi)c
Lo spirito di tutto il racconto è duplice: per un verso si
mette in evidenza il buon cuore del povero vecchio pescatore,
secondo l'atteggiamento di fondo del romanzo che mira ad esal
tare le qualità positive della povera gente; per un altro si
mette in evidenza che i poveri si aspettano tutto dai potenti
(che per il fatto di essere potenti sono anche ricchi - e vi-
ceversa, naturalmente): per cui non manca l'esortazione del
pescatore ad Apollonio di ricordarsi di lui quando sarà stato
reintegrato nella pristina dignità. In altre parole, l'atto
di pietà del pescatore è sì disinteressato: ma non esclude
affatto la previsione della ricompensa; e si tratta di una
ricompensa concreta, in denaro. In questo romanzo, tutto ciò
che si fa, riceve una ricompensa (questo lo abbiamo già nota
to): puntigliosamente l'autore non lascia niente non "ricom
pensato": e, appunto, alla fine del romanzo, come già sappi~
mo, anche il pescatore sarà ricompensato.
Tratteniamoci ora un istante a considerare la redazione
dell'episodio quale ci è offerta dai codici della II classe.
Mi limito ovviamente a segnalare soltanto le differenze ri-
spetto alla redazione di AP. All'inizio è eliminata la diffi
coltà dell'uso di increpare col dativo: vi troviamo invece
un semplice e scialbo haec dum loquitur. Poi il nuovo per-
sonaggio è presentato in maniera più precisa, rifiutando il
vocabolario dell'epica; quendam - come in AP - robustum se-
nem - preoccupazione di carattere razionalistico: è un vec-
chio, ma è ancora robusto: se fosse un vecchio cadente (come
farebbe piuttosto pensare il grandaevus di AP), non si capireb
be come possa procurarsi da vivere facendo il pescatore), ~­
te piscatoris (anche qui una preoccupazione di esporre ordi-
natamente: "di mestiere pescatore": invece in AP mancando a
questo punto questa precisazione non si comprende bene, a p.
22, 12, comemaiintervengalaspecificazionepiscator.se
prima non era stato detto niente al riguardo) sordido tribu-
nario cooperto: anche qui maggiore linearità nella narrazio
ne, e maggiore chiarezza: sùbito si parla di tribunarium(non
di sagum, cOme fanno AP, che poi sostituiscono tribunarium
,.
64

a sagum~ come se niente fosse)D La narrazione prosegue con


quell 9 ablativo assoluto cogente necessitate j che è un tratto
psicologicamente interessante: ad Apollonio ripugna inginoc=
chiarsi davanti a quel miserabile~ ma è costretto a ciò dalla
necessitàD Invece AP ignorano questa difficoltà e non ne fanno
parola" Più avanti al. I?osto di tragoediam calamitatis meae ab
biamo trophaeum calamitatis meae j con la sostituzione cioè di
trophaeum a tragoediamo Notiamo anzitutto che la forma cor-
retta del 'vocabolò è;. tropaeum~.q_.'-.J~~ .tropaeum'_·~_. il
monumento celebrativo di un trionfo, di una vittoria" En-
trambi i vocaboli sono enfatici e segnati da forte richiamo al
pathos: il primo sottolinea lianalogia delle vicende del pro-
tagonista con quelle degli eroi della tragedia (non a caso vie
ne dopo le imprecazioni del giovane contro Nettuno), il secon
do sottolinea con amara ironia il capovolgimento nei fatti
delle previsioni formulate da Apollonio partendo da Tarso al-
la volta della Pentapoli: egli non è in grado di erigere il
trofeo della vittoria, ma anzi deve innalzare il trofeo della
sua sventura. Così intendo il vocabolo. Non sono d'accordo con
il Riese che intende tragoedia (nell'Index) come mala fortu-
na. Più avanti nelle parole del pescatore manca laborabis, che
forse è stato ritenuto inutile in quanto il lavoro che il gio-
vane eventualmente farà sarà appunto quello del pescare. Le
parole del vecchio si chiudono con et tu respicias paupertatem
tribunarii mei, che, veramente, danno poco senso a fronte del
la redazione di AP. Sospetto che ci sia stata una confusione
tra tribulationem e tribunarium e che la lezione che leggia-
mo nei codici della II classe sia il risultato di un maldestro
tentativo di raffazzonare un testo che dia senso.

Mettiamo ora a confronto am quest'episodio del romanzo il


racconto dell'episodio della vita di San Martino che dà metà
del suo mantello al povero. L'episodio è narrato da Sulpicio
Severo nella Vita di San Martino. Ne do il testo secondo l'e-
dizione critica di J. Fontaine, in 3 volumi, Parigi 1967-1969;
il testo è alle pagine 256 e 258 del I volume; tengo presente
l'ottimo ed esauriente commento all'episodio, nel vol. III,
pp. 473-508.
65
3, 1 ~ Quodam i taque tempore, CUPI iam nihi 1 praeter
arma et simplicem militiae uestem haberet, media hieme
quae solito asperior inhorruerat~ adeo ut plerosque uis
algoris extingueret, obuium habet in porta Ambianensium
ciuitatis pauperem nudum. Qui cum praetereuntes ut sui
misererentur oraret omnesque miserum praeterirent, in-
tellexit uir Deo plenus sibi illum, aliis misericordiam
non praestantibus, reseruario 20 Quid tamen ageret ?
Nihil praeter chlamydem, qua indutus erat, habebat:
iam enim reliqua in opus simile consumpserat. Arrepto
itaque ferro quo accinctus erat, mediam diuidit partem
que eius pauperi tribuit, reliqua rursus induituro In~
terea de circumstantibus ridere nonnulli, quia defor-
mis esse truncatus habitu uideretur; multi tamen qui~
bus erat mens sanior, altius gemere, quod nihil simile
fecissent, cum utique plus habentes uestire pauperem
sine sua nuditate potuissento
3~ Nocte igitur insecuta, cum se sopori dedisset,
uidit Christum chlamydis suae, qua pauperem texerat,
parte uestitum. Intueri diligentissime Dominum ueste~
que, quam dederat, iubetur agnoscere. Mox ad angelorum
circumstantium multitudinem audit Iesum clara uoce di
centem: ~ Martinus adhuc catechumenus hac me ueste con
texit. 4. Vere memor Dominus dictorum suorum, qui an-
te praedixerat: quamdiu fecistis uni ex minimis istis,
mihi fecistis, se in paupere professus est fuisse ue-
stitum; et ad confirmandum tam boni operis testimonium
in eodem se habitu, quem pauper acceperat, est digna-
tus ostendere.
5. Quo uiso, uir beatissimus non in gloriam est e-
latus humanam, sed bonitatem Dei in suo opere cogno-
scens, cum esset annorum duode~~ginti,ad baptismum co
nuolauit. Nec tamen statim militiae renuntiauit, tri-
buni sui precibus euictus, cui contubernium familiare
praestabat: etenim transacto tribunatus sui tempore r~
nuntiaturum se saeculo pollicebatur. 6. Qua Martinus
expectatione suspensus per biennium fere posteaquam
est baptismum consecutus solo licet nomine militauito

5. - I. LANA: Studi sul romanzo di Apollonia.


r,

66
Facciamo seguire al testo alcune note~

3~1. cum iam~~. haberet : Martino aveva già donkto ai pove


ri tutto quello che aveva; ormai gli rimanevano solo più le
anni e la pura e semplice uniforme militare.- in:p~:.o.è. civi-
tatis: sulla porta di Amiens avviene l'incontro: in un luogo
di passaggio, dove c'è più folla e quindi più numerosi saran-
no i testimoni del fattoo - praetereuntesooo praeterirent :
il biografo insiste sul fatto che tutti passavano oltre, cioè
non degnavano di attenzione il povero, nonostante le sue in-
vocazioni alla pietà~ A tutti si contrappone Martino, "uomo
pieno di Dio", che comprende che "quello {-il povero_i è ri-
servato a lui"o 20 Quidooo ageret~ : il biografo ci apre uno
spiraglio nei pensieri di Martino e ci coinvolge nella deci-
sione che il suo eroe sta per prendereo Si noterà che nessu-
na raffinatezza stilistica di questo genere è ravvisabile nel
romanzo di Apollonio. - reliqua: tutto il resto egli aveva
già donato ai poveri: non gli restava più niente oltre al
mantello! - ridereooo gemere: ecco i due estremi nelle rea-
zioni dei circostantio c'è chi ride, perchè quel soldato ri-
vestito di mezza clamide è ridicolo; c'è chi pensa al signi-
ficato del fatto, fa l'esame di coscienza e si vergogna di
esser si la scia to precedere da Martino ne Il' a t to di cari tà ,.
Nota gli infiniti descrittivi.:

3. Intueri ••• agnoscere: nota il carattere, quasi, di in


dagine giudiziaria: gli si ordina di guardare con estrema
attenzione il Signore e di compiere il riconoscimento della
clamide. Segue la proclamazione solenne del Cristo, fatta
alla moltitudine degli angeli che stanno attorno. Natural-
mente questa angelorum circumstantium multitudo, presso il
tribunale di Cristo, si contrappone alla moltitudine di
circo-stanti che presso la porta di Amiens ha assistito all,'
opus di Martino.

4. Gesù è di parola: il biografo cita dal Vangelo di Matteo


25,40. - Quandiu = ogni qualvolta. Il carattere edificante
dell'episodio è ribadito dal biografo nella lunga - e non
del tutto necessaria-spiegazione che ne dà (se in paupere
ooe ostendere)o

5. cum~o. duodeviginti Martino ha 18 anni; è dunque an-

"I
...
67
ch'egli un adu1escens, come 19Apo110nia del nostro romanzoc
Si fa dunque battezzare, ma non lascia immediatamente il ser
vizio militare. Il biografo adduce qUtsta ragione: Martino
era affezionato al tribuna, cioè al suo comandante, e questi
si impegna a "rinunziare al secolo "appena avrà finito il
suo periodo di servizio: Martino resta, per questo motivo,
ancora sotto le armi per circa un biennioe Ma in questi due
anni solo 1icet nomine mi1itavit, "ma in maniera puramente
forma1e"e Che cosa questo significhi esattamente, non sappia
ma: la frase è tuttavia traccia dell'imbarazzo del biografo,
che nell'episodio del battesimo di Martino, grande propagato
re del monachesimo in Gallia, vorrebbe vedere ~ ma i fatti non
glielo consentono - l'inizio dell'opera di evangelizzazione
svolta così efficacemente da Martino.

Siamo nel 334 circao La scena è di grande semplicità. Sia


ma in pieno inverno, in un inverno particolarmente rigido,
al punto che già qualcuno è morto di freddo (questo partico-
lare serve a mettere maggiormente in rilievo il significato'
"vitale" dell'atto del giovane soldato: che, si noti, non è
ancora un cristiano battezzato, ma solo un catecumeno). Mar-
tino indossa solo le armi e un mantello da soldato: sulla
porta della città di Amiens si imbatte in un povero nudo.
Molta gente passava di lì: nessuno gli badavao Ora il biogr~
fa ci apre uno spiraglio nei pensieri del giovane soldato :
che cosa doveva fare? Non aveva nient'altro all'infuori del-
la clamide che indossava: tutto il resto 10 aveva già speso
in un'opera simile. In opus simile: non ci è ancora stato
detto che sorta di opus Martino si accinga a compiere: ma
appunto qui sta l'arte del narrato~e, che coinvolge a poco
a poco il lettore nella vicenda e 10 porta per così dire
a condividere le posizioni de11'''eroe'' e a condividerne i
pensieri e le decisioni: in quel contesto, l'opus non può
essere che quello di vestire gl 9ignudi; cioè il lettore vie-
ne coinvolto nell'opera di misericordia corpora1ee La deci-
sione del giovane soldato è quanto mai rapida: "impugnata
dunque la spada che recava al fianco, la (intendi la clami-
de) taglia per metà e una parte di essa dà al povero, l'al-
tra la indossa di nuovo". Tutto quanto il periodo (da arrep-
to a induitur) è quanto mai solenne, teso, "sublime", a co-
,.
68
minciare dall'espressione propria della narrazione storica
arrepto.oe accinctus erat alla scelta del verbo tribuere, a~
sai più solenne e significante che non un semplice dare (si
pensi a Cicerone de officiis~ 1, 15 cfr. 1, 57: tribuere uni-
cuique suum). La scena in Sulpicio ora si anima: i presenti
prendono posizione, davanti all'opus di Martino: c'~ chi ci
ride su, c'è chi ci riflette, si confronta col giovane solda-
to, si vergogna di non aver compiuto lui l'opera di miseri-
cordiao L'opera dell'uomo di Dio ha quindi subito i suoi ef-
fetti. Ciò naturalmente manca nel romanzo di Apollonio, per-
chè nel romanzo la scena si svolge nella solitudine totale:
nessuno assiste all'incontro tra il principe e il pescatore~
Anche nella vita di Martino l'atto generoso hà la sua ricom~
pensa: ma la ricompensa non è richiesta da Martino (qui la
differenza~ rispetto al romanzo): l'opus è stàto compiuto
senza pensare ad alcuna ricompensao La ricompensa si colloca
nella dimensione divina (nel romanzo invece è tutta e solta~
to terrena: il vecchio pescatore diventerà ricco e conte).Ne!
la notte Cristo appare a Martino; Cristo è rivestito della
mezza clamide donata al poveroo Si adempie la parola di Cri-
sto nel Vangelo: "tutte le volte che voi avete fatto qualco-
sa per uno di questi che sono i più piccoli, l'avete fatto a
me". Nel povero c'era Cristo. La visione notturna ne dà con-
ferma. Cristo solennemente offre al suo seguace questo rico-
noscimentoo La ricompensa - se così si può definire la visio-
ne notturna di Martino - si prolunga e diventa concreta con la
decisione rapida di Martino di chiedere il battesimo.
Concludiamo: i due atti nel romanzo e nella biografia di
Martino sono identici: ma essi sono segno di due mentalità ra
dicalmente diverse: tutta orientata verso la terra, n~ ro-
manzo, tutta proiettata verso il cielo, nella biografia cri-
stiana. Il romanzo è tutto chiuso in questo mondo, la biogra-
fia si apre ad una dimensione che insieme alla terra abbrac-
cia il cieloo Lo spazio del romanzo è angusto e persino delu-
dente nell'insistenza sulla quotidianità : la biografia cri-
stiana getta l'uomo in una visione radicalmente nuova del sen
so dell'esistenza, per la quale l'essere ricco, l'essere un
dignitario dell'impero (il pescatore che diventa conte), è
cosa del tutto secondaria e irrilevante. Tant'è vero che Mar-
tino, che pur vorrebbe rinunziare al servizio militare dopo
69
il battesimo, continua ancora a fare il soldato per altri
due anni cedendo alle preghiere del suo superiore direttoc

Anche la figura del re Archistrate merita particolare at-


tenzionec Anzitutto è da notare che anch'egli è un vecchio
(vedi pc 25~ 12). Egli rappresenta il tipo ideale del monar-
ca insieme, naturalmente, ad Apollonio: questo è figura del
re ideale giovane~ Archistrate del re ideale vecchioo In Apol
lonio e in Archistrate si specchiano le attese degli umili
(dei sudditi in generale) davanti al potere. I sottoposti si
aspettano "tutto" dai potenti; vediamo come si aspettano che
sia, come si augurano che sia un re vecchio. La dote sua pre
minente è quella della bontà; ma dev'essere una bontà piena
di comprensione, una bontà arrendevole e carezzevole; senza
altezzosità, senza preoccupazioni né di prestigio né di fa-
sto né di cerimonialeo Una bontà - al limite - addirittura
ingenua. Piuttosto che la figura del re che è "padre" del
suo popolo, possiamo dire che qui siamo in presenza di un re
che è "nonno" del suo popolo. G'è un bisogno evidente nell'au
tore e quindi nei lettori di essere coccolati, di essere ve~
zeggiati: e il re deve prestarsi a soddisfare questo bisogno.
Archistrate ha qualcosa di infantile, nella sua capacità di
stupirsi, di godere di cose semplici; nello stesso tempo ha
molta finezza d'animo. Mette sempre gli altri davanti a sé.
Vediamo la scena iniziale, nel ginnasio di Girene (p.24,9
sggo). Il re vi si reca come vi si recano i suoi sudditi;
si mette a giocare alla palla; Apollonio può liberamente in-
tromettersi fra i giocatori e scambiare colpi e battute con
il re. Il re benevolmente vuol fare una partita a testa a
testa con il giovane sconosciuto 'che è così bravo nel gio-
co della palla: costui suscita applausi fra i cirenei; pren-
de animo, si accosta al re~ con mano abile lo friziona con il
ceroma (un unguento che usavano i 10ttatori~ costituito di
olio e cera)~ così da trasformarlo da vecchio che era in un
giovaneo Poi lo accompagna anche al bagno:lì gli presta ogni
servizio, poi con ossequio gli porge la mano mentre esce dal
bagno e infine se ne va. Il re, come si vede~ è pienamente
disponibile: si mette nelle mani di questo sconosciuto, di
cui non sa nulla, di cui non può arguire nulla (neanche da-

.'
~l . ,"':'~":'('"
70

gli abiti: nel ginnasio sono tutti nudi: cfro p. 24,6). Quando
se ne è andato~ il re ne traccia un grandissimo elogio e manda
un suo servo a cercarlo e, appreso' che è un naufrago, lo invi-
ta a banchetto nella reggia, gli mette disposizione abiti a-
datti, lo incoraggia in ogni modo, lo esorta a sperare in Dio
e a dimenticare la disgrazia del naufragio. E' una tecnica
addormentatrice, questa del romanzo: i lettori sono indotti a
pensare che nei casi della vita tutto si aggiusterà, sempre si
troverà un vecchio, ricco e potente, che metterà a posto tut-
to. E' letteratura di evasione, questa; una letteratura sopo-
rifera. Siamo a Cirene in un mondo in cui comandano "i nonni".
Archistrate interpreta tutto benevolménte: si ~eda il suo bre-
ve colloquio con uno degli anziani durante il banchetto (pG
27, 8 sgg.)o Quando entra in iscena la figlia del re, costui
la vezzeggia come una bambina; è pronto a soddisfarne ogni de-
siderio; la incoraggia a mettersi in contatto col giovane o-
spite ignoto, a interrogarlo; salvo poi rimproverarla con mo!
ta dolcezza dopo che Apollonio, narrate le sue vicende" si è
messo a piangere. Qui, del tutto maldestramente, l'autore met
te in bocca ad Archistrate parole virgiliane (veteres ei reno-
vasti dolores, p. 29, 10). Ma c'è un modo, per la figlia, di
rimediare: faccia generosi doni all'ospite: alla principes-
sina non pare neanche vero e subito assicura l'ospite che ella
grazie all'indulgentia patris lo farà ricco. Qui torna a suo-
nare il tasto solito: quello della ricchezza e del denato (di
cui ci occuperemo più avanti). Con la ricchez~a in questo mon-
do tutto si risolve. La visione artefatta della realtà è mas-
simamente evidente proprio in questo culto del denaro. E' un
vecchio padre arrendevole in tutto e per tutto. Non solo co~
cede alla figlia di fare doni al giovane e ne è contento (et
permisi et permitto et opto, p. 32,7), ma addirittura, su ri-
chiesta di lei, lo ospita a corte. E poi le concede di rivol-
gersi ad Apollonio come a maestro di studi. Poi la fanciulla
si ammala d'amore: e il re, che non ha capito di che male la
figlia soffre, le manda medici a curarla. Anzi, crede che sia
il troppo studiare, che l'ha fatta ammalare (p. 36,6). Tutta
la vicenda va avanti così, sino al matrimonio dei due giovani.
Il re consente alle nozze con parole do1cis~ime rivolte alla
fi.glia: sed ego tibi vere consentio, quia et ego amando'fac-
tus sum pater (p. 41,6). Questa frase mi pare che sia la più
71
significativa~ tra quante il romanzo fa pronunziare ai suoi
personaggi (anche la redazione della T~ classe dei codici la
dà identica)e Questo riconoscimento che la paternità ha fonoa
damento nell'amore, che solo in quanto ama i figli un padre
può dirsi padre, che anzi un padre diventa veramente padre
solo in quanto ama i figli, indica un approfondimento della
tematica dei rapporti tra padri e figlie Sembra che qui ci
sia un barlume di luce j che ci fa intravedere possibilità di
collocare tutta la vicenda del romanzo su altre basi rispet-
to a quelle banali e piuttosto insignificanti su cui le reda
zioni a noi pervenute si collocanoe Forse la redazione origi
naIe sviluppava tematiche di approfondimento e di scavo an-
che psicologico? Non lo sappiamo, e non possiamo formulare
ipotesi gratuite. Naturalmente possiamo - e dobbiamo dire _
che la coppia Archistrate / figlia di Archistrate si contraE
pone nettamente alla coppia Antioco / figlia di Antioco: que
sta modello di ciò che non deve essere il rapporto tra pa
dre e figlia. L'una coppia tutta negativa l'altra tutta posi
tiva.

I sentimenti nel romanzo.


La rappresentazione dei personaggi è sempre elementare,
come elementare è la loro psicologia. L'autore non sa vera-
mente rappresentare i loro stati d'animo attraverso la de-
scrizione dei loro comportamenti, bensì si limita ad indica-
re lo stato d'animo in cui si trovano di volta in volta.
E' per questo, credo, che le lacrime tengono il posto più
importante, in questo romanzo: vediamo scorrere fiumi di la-
crimeo Poiché si tratta di peripezie dolorose, ciò non stupi
sceo Ventotto volte sono nominate le lacrime :
effusis lacrimis (22,6); lacrimas effundere coepit (29,7);
aufer iuveni lacrimas (30,5); ferre lacrimas (41,2); lacri-
mis fusis (41~9); profusis lacrimis (44,10; 70, 6-7); lacri-
mis profusis (46,14);effudit lacrimas (48,3); quantaSoee
lacrimas (49,4); multaS.ee lacrimas (49,11); cum lacrimis
(62,11; 77,2); falsis lacrimis (64,4); falsas fundit lacri-
mas (65,11); fictas lacrimas (76,5); lacrimae (68,8); ad
r .
72
lacrimas (70,10); lacrimas tuas (72,3); precibus et lacrimis
(72,13); lacrimis meis (73,10); largas lacrimas (76,12);
lacrimae vestraeooo meae (77,1); se lacrimas non posse funde-
~ (78,14); lacrimas fundere non potestis (79,1); lacrimae
(87,4); fige modum lacrimis (87 9 8); cum omnium gaudio et la-
crimis (110,2);
Ventidue volte nomina il pianto e il piangere :
flebili vultu (3,4); flens cum dolore (27,8); flentem (29,8);
cumOQO defleret atque ploraret fortiter (47,4); cum amarissimo
fletu (48,6); flebam (54,5); suspirans et flens (61,5); crucia-
tus et fletus amarissimos (65,15); plorabis (71,9); ploran-
tes (72,6); flet (81 11 13); fletus lu~tus lacr:i"mae (87,4); hos
fletus (87,11); flendi et lugendi (89,15); fletibus meis spa-
tium (90,2); defleam (97,6); coepit fIere (97,12); flens
99,5); flens prae gaudio (99,6-7); flens (99 11 9); cum fletu
magno dicere (107,2); uxorem flens fortiter (108,9);
nove volte menziona il dolore, che si prova per la perdita
di una persona cara, con il verbo lugere e con il sostantivo
luctus :
satis animo lugenti (45,5); ingenti luctu (54,1); deposi-
to luctu (58,13); renovato luctu et dolore (89,2); longum de-
ponere luctum (92_,2); si istum luctum possero deponere (93,1);
lugeo (100,1); deposito omrli squalore luctus (101,11) ;
redivivo ••• luctu (108,11);
due volte è menzionato il dolore che si manifesta con segni
esterni (con la voce, con il battersi il petto, ecc.), cioè
i l planctus :
tremor planctus (10,8); cum planctu amarissimo (110,3);
ci sono i gemiti: cum gemitu (30,2); ingemuit (56,10; 79,12
e 87,13); una volta c'è l'ululatus: cum clamore et ululatu
magno (46,10); c'è il maeror: cum magno maerore (97,12);
c'è più semplicemente il dolor (lO volte):

tibi non dolet (37,11); dolores amarissimos (49~ lO); do-


o _

lenter (54,3); pro dolore (64,10); dolentes (73,11); subito


dolore (76,6); subitaneo dolore (77,5); dolens (81,14-e 97,6);
veteres ei renovasti dolores (29,10); renovasti dolorem(88,9);
altre manifestazioni del dolore~ valde afflictus sum (84,8);
73
curas reso1ve do10rum (87,8); in squa10re (89,8).
Sono in totale 80 luoghi: se si pensa che il romanzo nel~
la redazione di AP occupa (edizione Riese) 1558 righe~ signi
fica che in media ogni venti righe si trova uno di tali pas-
si!

Segue in ordine di importanza e di interesse, data la na=


tura delle avventure~ la caratterizzazione della paura e del
le emozioni vive e subitanee in genere:
liincertezza e il turbamento suscitati dalla paura di un
pericolo reale o paventato o~ comunque, da un turbamento, qua
le che ne sia la ragione,sono indicati per10più con i verbi
confundo e turbo I conturbo:
conturbatum animum (8,1); turbata mente (15,12); confu=
sus est (69,12); confudit hominem (71~10); confusus (84,10);
confusi (112~1);
quando predomina il motivo del turbamento e dello stupore che
lascia esterrefatti, compare per10più il verbo stupeog obstu=
pesco: obstupuit (51~3; 69~13); stupentes (55,6); stupenti
mente (78,13)0 Se si raggiunge una sensazione molto forte,
allora siaggiunge un tremito nelle membra: tremor et stupor
(64,8); toto corporecontremuit S68,3; 76~2); tremebundus
toto corpore expa11uit (77,6); imo corpore contremuit(112,3,
dove imo sarà da correggere in toto)o Quando liautore vuole
indicare solo il motivo della meraviglia usa il verbo miror:
stare et mirari (80, 14-81,1); stans duro miratur (2,14); mi-
rari (83,7); admiratur' (90,13); miror (92,3); mirantur ci-
~ (112,3); una volta parla della commotio populi (100,7).
A volte il turbamento indica un senso di vergogna o di pudo-
re: roseo rubore perfusam (3,5); roseo colore perfusam (40,1);
erubuit (39,11). Infine un certo posto tiene anche il senti-
mento dell'ira o dello sdegno: irato vu1tu (6,5); indignatus
(13,4); iratos (60,11); iratus est (72,14); e la passione
della collera; in insaniae furorem conversa est (59,11);
turbi do vu1tu (83,4); texit furorem (83,5);
Per finire, poiché il romanzo ha il suo lieto fine,un 1ar
go posto vi è concesso anche al sentimento della gioia; e-
spresso col vocabolo gaudium ~
,. >

74
gaudio plenus (11,9; 52,13); magnum gaudium (42~15); gaudio
conversus (44,5); flens prae gaudio (99,6-7);
e col verbo gaudeo :
valde gavisus est (30,3); gaudens (40,1); gaudeto~ogaudet
(42,12); gaudet (42,14); laetare et gaude (44,1~2; 45~ 1-2);
gaudens atgue exhilaratus est (45~ 8~9); gaude (88~8);
con laetus e laetitia e laetor :
laetitia (42,7); omnes laeti atgue alacres (42,10); laeti-
tia (42, 17, 19); laetitiam (84,5); laetari (87,7); laetari
(88,4); laetus (100,1); laetitia (105,2); facta est laetitia
maxima (109, Il); laetantur omnes (109·,13); ad ~aeti tiam (113,5);
laetatus est (114,3);
con hilaris, exhilaro
exhilarati facti (1 8,5); hilari vultu (27,16); exhilara
(30,5); exhilaratus est (45,9); hilarem et non lugentem (72,
10) •
il culmine dell'allegrezza è segnato da exulto: exultant (42,
14) •
Ancora un'osservazione, prima di chiudere; nel romanzo di
Apollonio si ride poco; anzi, l'unica volta che vi si ride,
si ride piuttosto a sproposito:
vedi p. 72,1, ridentem. Nel romanzo di Apollonio non si sa
sorridere: l'unico che sia pure una volta sola sorride è il
vecchio re di Girene quando incontra i tre scolastici preten-
denti della mano di sua figlia che lo salutano a una voce ed
egli subridens chiede loro ragione del fatto (pagina 35,15)0
Ha un significato, questo particolare, che non si sappia nè
ridere né sorridere o EV il segno di unVetà che ha radicalizza
to le posizioni e non sa più considerare con distacco e con
spirito di tolleranza le contrapposte posizionio In questa s~
cietà cvè posto per la collera 9 per lo sdegno, per il furore,
per il dolore, per la vergogna, per la paura e il terrore,an-
che per la pietà (spesso interessata o solo in superficie),a~
che per la gioia e lVesultanza, ma non cvè posto per il sorri
sOo Ma una società che non sa più sorridere è condannata a
morire e Perciò questo rornanzo,ancheper ciò, è un segno inquieta~
te di unVetà che è ormai finitao

---"" '- "-"=--=-- """'"-i_ _·_.~l_ .....


75

IV

IL POSTO DELLA CULTURA NEL ROMANZO DI


APOLLONIO

1 o

Uno degli aspetti che colpiscono più vivamente il lettore


del romanzo di Apo110nio è l'alta considerazione in cui in
esso è tenuta la scuola e vengono tenute la cultura e l'istru
zione che in essa vengono impartite. L'anonimo autore consi-
dera il possesso della cultura e dell'istruzione come 10
strumento più valido per risolvere le difficoltà che la vita
presenta ai suoi personaggi e ne fa un appannaggio specifico
degli appartenenti alle classi alte e in particolare dei te.

2.
Si veda subito all'inizio del romanzo: Antioco darà la fi-
glia~ in moglie a chi saprà risolvere degli indovine11i(quae-
stiones proponebat, S,l}: le soluzioni di questi indovinelli
possono venire trovate prudentia 1itteratum (5,4), cioè con
il sicuro possesso della cultura umanistica. Ora è ben vero
che moltissimi aspiranti alle nozze (p1urimi undique reges,
undique patriae principes, 5,7-8), pur risolvendo in maniera
esatta gli indovinelli, vengono mandati a morte dal re (che
è sleale: non sta alle regole del gioco da lui stesso fissa-
te): ma ciò nel romanzo avviene, non perchè l'autore non ten-
ga in conto la cultura, ma solo per un'esigenza strutturale,
cioè per mettere meglio in evidenza la superiorità di Apo110-
nio, che affronta una prova davanti alla quale moltissimi
altri hanno fatto fallimento e, lui solo, riesce, se non a
superar la in pieno (ottenendo in moglie la figlia del re),a!
meno a mettere in iscacco il re e a salvare la vitao
Anche Apo110nio, sentito l'indovinello, cum sapienter
scrutaretur. favente deo invenit auaestionis solutionem (6,
r •

76
1-7,1)0 L indovinello si ri olve dunque con la sapientia (e
"con l'aiuto di Dio": ma questa è certamente un'intrusione e ..
trane alla redazione originaria dell'opera: essa è una trac-
cia dell'ingenua "cristianizzazione" di questo testo, perciò
non dobbiamo, qui, tenerne conto)o
Apollonio, ottenuta una dilazione di trenta giorni e rient-
trato in patria, convinto che la soluzione da lui proposta non
fosse giusta (così gli aveva detto Antioco, 7, 8-10),
introivit dornurn et aperto scrinio codicurn suorum inquisi-
vit quaestiones omnium philosophorum omniumque Chaldaeo-
rum (9, 3-5)0
Questo passo è di estr.emo interess'e., ° perché cio dH:.e qual.co;;.-
sa di preciso sul carattere della cultura quale è conosciuta
ed esaltata dall'anonimo autoreo E' una cultura che si basa
sulle quaestiones: di derivazione filosofico-retorica, le
"questioni" propongono problemi di carattere universale (quae-
stiones infinitae) e problemi di carattere particolare (quaes-
tiones finitae)o Per esempio, an uxor ducenda, "se si debba
prendere moglie", è una quaestio infinita; an Caio uxor ducen-
da, "Se Gaio debba prendere moglie "è una quaestio °finitao Una
vera e propria "letterat!lra" sulle "questioni" si sviluppò nei
secoli tardi: i sapienti riuniti a banchetto si ponevano a vi
cenda quaestiones e ne fornivano solutioneso Se ne veda un e~
sempio, tratto dalle Noctes Atticae di Ao Gellio, XVIII, 8,
nell'Antologia della Letto latina di LANA-FELLIN, vol. III,
p o 156 sgg.:

in sermonibus apud mensam Tauri philosophi quaeri agita-


rique eiusmodi solita~ "cur oleum saepe et facile, vina
rarius congelascant, acetum haud fere umquam", et "quod
aquae fluviorum fontiumque durentur, mare gelu non dure-
tur"o

Meglio ancora, un'idea precisa dell'importanza che la cul-


tura per quaestiones viene acquistando nei secoli tardi ci è
fornita dai Saturnali di Macrobio~ il quale immagina banchetti
che si svolgono durante i giorni festivi dei Saturnali in casa
dell'uno o dell'altro dei personaggi introdotti a dissertare
di tutte le discipline che costituivano l'enciclopedia del sa-
pere scolastico del tempoo Al centro, in posizione dominante,
77
stava Virgilio, padre e fonte dVogni sapere, venerato come
un numee Si vedano~ nell'Antologia citata, le ppe 419-433, o
ve sono riportate dai Saturnali utiles guidem, faciles tamen
quaestiones, per esprimerci con le parole di un personaggio
di Macrobio.
Naturalmente l'esemplificazione potrebbe allargarsi: baste
rà qui ricordare I sapienti a banchetto di Ateneo, e Le gue~
stioni conviviali di Plutarcoc
Anche in ambito cristiano si diffusero ampiamente le trat~
tazioni dottrinali sotto forma di quaestionesc Il primo esem
pio che mi viene in mente lo trovo in una lettera di Sant'A-
gostino a Simpliciano (che era stato molto vicino ad Agostino
immediatamente prima della conversione e lo aveva aiutato a
decidersi ad accettare la fede cristiana), lettera in cui A-
gostino parla di suoi scritti riguardanti proprio delle ~ae
stiunculae:
quaestiunculas sane~ quas mihi enodandas iubere dignatus
es, etsi mea tarditate implicatus non intellegerem, tuis
meritis adiutus aperireme Tantum illud quaeso ut pro mea
infirrnitate depreceris Deum et sive in iis quibus me
exercere benigne paterneque voluisti, sive in aliis quae-
cumque nostra in tuas sanctas manus forte pervenerint,
quia sicut Dei data, sic etiam mea errata cognosco, non
solum curam legentis impendas, sed etiam censuram corri-
gentis assurnas (episte 37,3),

quanto alle questioncelle, che tu ti sei degnato di invitarmi a sciogliere,


anche se, legato come sono dal mio ingegno tardo non riuscissi a capirle,
certamente con l'aiuto dei tuoi meriti riuscirei a trovarne la soluzione.
Di questo soltanto ti prego, di pregare Dio per la mia pochezza e, sia in
quelle questioncelle con cui paternamente e benignamente hai voluto metter-
mi alla prova sia in altre, qualunque esse siano da me scritte, che siano
pervenute nelle tue mani, vedi di dedicarci non solo l'attenzione del lett~
re ma anche la censura del correttore perché io sono pronto a riconoscere
non solo le grazie che Dio m'ha fatto ma anche i miei errori.

Nei capp. 42-43 della Storia di Apollonio, poi, sono in-


trodotte altre questiones, che sono in realtà "enigrni"(cioè
indovinelli) di Sinfosio, pervenutici attraverso l'Antholo-
gia Latina.
,.
78

Ora si noti che, per sciogliere l'indovinello di Antioc0 9


Apollonio consulta le quaestiones omnium philosophorum omnium~
que Chaldaeorum: cioè la filosofia ha perduto la sua dimensi~
ne universale~ di scienza dell'uom0 9 e si è ridotta a questa
prospettiva meschinamente utilitaristica e alla portata di tu~
ti (utiles quidem s faciles tamen quaestiones 9 secondo Macro-
bio) c Questo breve passo del romanzo ci dà una chiara idea de.!.
lo svilimento della filosofia nella valutazione corrente della
gente di cultura del tempoo Anche il fatto che essa sia ac-
coppiata con "le questioni di tutti i Caldei" mostra chiarame,!!,
te come prevalga l'interesse o la curiosità di un sapere che
tende verso forme di conoscenza che :sconfinanp, attraverso l~
astrologia dei Caldei, in territori che nulla hanno più di
scientifico all'infuori dell'apparenzae
A questo proposito è interessante notare che nel romanzo
di Apollonio, pur essendoci posto per un caso di morte appa-
rente, non si parla mai di magia, a differenza, per esempio -
e per restare nell'ambito delle conoscenze che hanno acquisi-
to gli studenti del corso - delle Metamorfosi di Apuleioo In-~
vece un piccolo e fuggevole particolare, cioè la menzione del
la genesis di Tarsia (78,1), ci fa sospettare che nel romanzo
di Apollonio originariamente l'astrologia occupasse molto più
spazio di quanto non ne occupi nelle redazioni a noi pervenu-
tee E' anzi interessante a questo proposito notare che i codi
ci della I I classe hanno eliminato la menzione della genesis
e l'hanno sostituita con una frase banale:
crede nobis, quia filiam tuam cupivimus incolumem
resignare (77,JO-78,t)
= qui resignare significa, come in Orazio, Odi 3,29,54; Epi-
stole, 1,7,34, "restituire"e Come sappiamo i codici della I I
classe eliminano dal testo tutto ciò che per essere compreso
esige una certa conoscenza di aspetti specifici della cultura
anticae Per genesis nel linguaggio astrologico si intendeva
la posizione in cui si trovano gli astri al momento della na-
scita di qualcuno; la vita del nuovo nato è condizionata da
tale posizione degli astri, per cui genesis viene anche a
significare "oroscopo"o
79
Ritorniamo ora ad Apo110nio che esnmina attentamente tut
ti i suoi libri, per trovarvi risposta all'indovinello di
Antiocoo Il libro è ancora il veicolo culturale per ecce1~
lenza: aperto scrinio codicum suorum: ma più esattamente
i codici della II classe :
continuo iussit afferri sibi scr1n1a cum vo1uminibus
Graecis et Latinis universarum quaestionum (9~5-6)o
Per AP una "cassetta" (scrinium) basta a contenere tut-
ta la scienza 1ibresca del principe (e questo piccolo parti
colare ci riporta ad epoca molto tarda, quando il possedere
una cassetta di libri era giA un fatto del tutto ecceziona
le): più correttamente l'altra redazione parla di più "cas-
sette" e di volumi sia greci sia latini.
Dunque il libro come veicolo culturale; ma il libro ~de1
filosofo, dell'astrologo - non è più considerato 10 strume~
to (il sussidio) per la ricerca, bensi il depositario della
sapienza, l'oracolo che dA responsi certi~ irrevocabili e
inappellabili (ed è in questa prospettiva che, avviandosi
il mondo verso il medioevo,Virgi1io viene visto come "teso
ro" di ogni sapere, come mago) o Ed è anche per questo che,
pur occupando la cultura in tutto il romanzo un posto di
rilievo, di libri non si parla mai, nel romanzo, fuori che
in questo passo.
L'acquisto della cultura viene considerato necessario al
fine di rendersi capaci di accostarsi alle fonti della sa-
pienza, per trovarvi le soluzioni di ogni problema.

3.
Quali siano i "contenuti" della cultura ci è mostrato
chiaramente dalla vicenda di Apo110nio naufrago in Cirene.
Qui egli è privo di tutto: ha perduto nave, ricchezze, com-
pagni, persino gli abiti ha perduto: ma non ha perduto la sua
cultura o
Il suo primo intendimento, com'è ovvio, è quello di risa-
lire la china e riportarsi a galla: egli pensava unde auxi-
1ium vitae peteret (24,1). Proprio nelle sue capacitA "cul-
turali" trova per sé auxi1ium vitae: esse consistono in va-

"
I r •
80
I rie abilità: 1) nel giuoco della palla (24~11-25~8); 2) nell'

I arte dei mass~ggi (25,11~13); 3) nell'arte musica, nel canto e


nel suono della lira (31,1 sgge)e Con queste "abilit~1l egli
attira su di sé l'attenzione del re Archistrate, se ne guada-
I gna la stima e l'ammirazione; suscita addirittura l'amore de!
la figlia del re, che vuoI diventare sua allieva. Infine egli
I è riconosciuto magister, cioè "Maestro"~ grande luminare nel-
le arti; la principessa lo vede come un iuvenem omnium artium
I studiorumque~g~ cUIDulatum (32,1-2)~

I Il possesso della cultura consente, a chi la detiene, di as


sumere un atteggiamento di superiorità sopra tutti gli altrig
Apollonio, naufrago, è in condizione di dover dipendere total-
I mente da Archistrate : eppure~ quando la figlia del re nel ban
chetto ha suonato la lira proprio per lui, per dargli conforto,
I e tutti i convitati hanno applaudito entusiasticamente, solus
tacebat Apollonius (30,9~10): il suo comportamento che appa-
I re sgarbato è sottolineato dal re, che comprende come il si-
lenzio del giovane costituisca un rimprovero per la figlia (qua-
I re tu solus tacendo vituperas?, 30,13)g Allora Apollonio si
propone di dare un saggio di vera arte: denique iube mihi dari
I lyram et statim scies quo ante nesciebas (31, 1-2). Il re è s~
bito vinto da questa dichiarazione: Apollonio da più saggi del
I la sua abilità di suonatore e di cantore, così che i convitati
credono di avere in mezzo a loro non Apollonium sed Apollinem

I (31,6).
Ora si noti che la figlia del re si innamora del giovane

I proprio per la sua cultura, non per la sua bellezza o per al-
tre doti esteriori :

I inter haec filia regis, ut vidit iuvenem omnium artium


studiorumque esse cumulatum, vulneris saevo capitur igne
I (32,1-3).

A proposito di questo testo si presenta un piccolo proble-


I ma che riguarda l'umtima proposizione: "è presa dal fuoco cr~
dele della ferita"g Poichè essa da sola non chiarisce suffi-
I cientemente il senso, nel testo segue: incidit in amorem, a
cui il solo P fa seguire infinitum che il Riese chiude tra pa-
I rentesi quadre (cioè espungedal testo)g Invece i codici della
II classe, molto più sbrigativamente, rifiutano la frase su
cui vogliamo trattenerci e si limitano a dire che "cadde nel-

I
I
81

l'amore, fu presa da amore. Ora invec~ il testo di AP è


quello preferibile: ma va lievemente corretto, sulla base
di quanto leggiamo all'inizio del cape XVIII del romanzo,che
è tutto intessuto di citazioni dai primi versi del IV libro
dell'Eneide, che descrivono le pene d'amore di Dione:costei
dopo il banchetto, durante il quale Enea ha raccontato le
sue dolorose peripezie conseguenti alla fine di Troia, presa
ormai da amore per l'ospite non riesce a trovare riposo e p~ .
ce:

at regina gravi iamdudum saucia cura


volnus alit venis et caeco carpitur igni.
Multa viri virtus animo multusque recursat
gentis honos, haerent infixi pectore vo1tus
verbaque nec placidam membris dat cura quietem

(Eneide, IV, 1-5) •

Ritengo che capitur nel romanzo vada corretto in carpitur:


"è divorata dalla fiamma crudele della ferita" e l'intera fra
se nel romanzo v~ intesa come libera citazione da Virgilio,
con la sostituzione di saevo (crudele) a caeco (cieco): se
non 10 intendiamo così, allora non dà senso il vocabolo vul-
~.Questo vocabolo ha immediatamente il suo senso, se è in-
teso in riferimento ai versi virgi1iani citati (lì si tratta
della ferita d'amore); altrimenti, non ha alcun senso e biso
gnerebbe procedere come i codici della II classe che hanno
eliminato la frase.
In virtù della sua cultura, Apollonio riceve in dono dalla
principessa ricchezze strabocchevoli, accuratamente elencate
( 32,10-11) e viene addirittura ospitato nel palazzo rea-
le (33, 11-14). La principessa si è innamorata di lui e chie
de al padre, e ottiene, di essergli affidata come allieva
(studiorum percipiendorum gratia L 3~, 8-9). Allora

Apollonius hoc audito docet puellam sicuti et ipse


didicerat (35, 2-3).

6. - I. LANA: Studi sul romanzo di Apo 11 ani o.


r,
82

In questa frase ingenua e semplice è contenuta tutta l'es-


senza della scuola antica, che "trasmette" un certo patrimo-
nio di conoscenze, e 10 trasmette fedelmente (si cuti et ipse
didicerat)o
Mentre si svolge questo rapporto didattico tra il naufrago
e la principessa, la passione amorosa si sviluppa in costei
secondo il cliché solito della raffigurazione propria degli
antichi. L'amore insoddisfatto diviene una vera e propria ma-
lattia, di cui la medicina ufficiale non comprende nulla (i
medici visitano accuratamente la fanciulla nec omnino inve-
niunt aegritudinis causas, 35,10).

In quale considerazione fosse tenuta la cultura dell'anoni


mo autore si può capire anche dal fatto che gli aspiranti al-
la mano della principessa sonO iuvenes scolastici L-sic_7
III nobilissimi (35,12-13). Il termine scholasticus (questa
è la grafia corretta) è usato sia come aggettivo sia come so-
stantivo. Come sostantivo designa il maestro di scuola, il re
tore (pe eso, Tacito, Dialogus de oratoribus, 35; Plinio il
Giovane, Epistu1ae, 2,3,5: Svetonio, De grammaticis, 30,3;
AGOSTINO, In Joannis evangelium tractatus, 7,11; Theodosiani
libri XVI, 8,10,2; ecco).

Come aggettivo designa chi è fornito di buona cultura (cf.


39,5 litteris eruditum) e, in quanto fornito di buona cultura,
possiede certe doti ed è capace di certi comportamenti (è
"ben educato", elegante, "sa stare al mondo", è misurato nel
parlare e pieno di garbo, e così via). La caratterizzazione
dell'uomo nel pieno dell'età e scholasticus l'abbiamo p. es.,
in Plinio il Giovane, che in una graziosa letterina traccia
un ritratto di Svetonio, il quale vorrebbe comperare una pi~
cola proprietà per poterci trascorrere qualche ora tranquilla
lontano dalla città, non per trarne vantaggi economici. Pli-
nio vorrebbe ottenere dal venditore un prezzo ragionevole per
il suo amico Svetonio: tra l'altro scrive:

in hoc autem agello, si modo adriserit pretium, Tranquil


li mei stomachum multa sollicitant, vicinitas urbis, op-
portunitas viae, mediocritas villae, modus ruris qui a-
83

vocet magis quam distringat. Schulasticis porro dominis~


ut hic est, sufficit abunde tantum soli ut relevare ca-
put, reficere oculos, reptare per limitem unamque semi
tam terere omnisque viticulas suas nosse et numerare ar
busculas possint (I, 24, 3-4);

di questo testo do"la traduzione curata da F. Trisoglio nel


suo Plinio il Giovane, nei Classici latini UTET, Torino,
1973, volo I, po 255 :

Questo poderetto, purchè il prezzo gli venga incontro, fa venire l'acQuo-


lina in bocca al mio Svetonio per molti motivi: è vicino a Roma, è ben
servito dalla strada, ha una casa né troppo grande né troppo piccola, con-
sta di un appezzamento di terreno più idoneo a svagare che a preoccupare.
Quando poi il padrone è un letterato, come nel nostro caso, ne ha più che
abbastanza di un fondo che gli permetta di distendere i nervi, di ristora
re gli occhi, di girovagare pian pianino lungo il termine della proprietà,
di ripercorrere in su ed in giù sempre lo stesso sentiero, di conoscere
singolarmente, e Quasi con affetto, le sue viti, di contare tutti gli arbo
scelli. -

Ma più interessante dal nostro punto di vista è un passo


degli Scriptores historiae Augustae, ove proprio un giovane
aspirante alle nozze con la sorella dell'imperatore è defi-
nito scholasticus; è l'imperatore Aurelio Alessandro che
scrive alla madre Mamea (autentica o non autentica che sia
la lettera, essa è comunque un documento che attesta, per
l'autore dell'opera e per i suoi lettori, in quale conside-
razione fosse-tenuta la cultura di tipo scolastico):

De hoc adulescente Alexander Aurelius ad matrem suam


scribit Mamaeam, cupiens ei sororem suam Theocliam dare,
in haec verba: "mi mater, si Maximinus senior dux noster
et quidem optimus non aliquid in se barbarum contineret,
iam ego Maximino iuniori Theocliam tuam dedissem. Sed
timeo ne soror mea Graecis munditiis erudita barbarum
socerum ferre non possit, quamvis ipse adulescens et
pulcher et scolasticus et ad Graecas munditias eruditus
esse videatur (Scriptores Historiae Augustae,Iul. Ca-
pit., Maxim~L 29 (3), 2-3).
, ,

84

Ora si osservi anche la scelta dei termini con cui è desi


gnato Apollonio nel romanzo, e più p~ecisamente nei capito-
li che trattano del suo soggiorno a Girene: nei capitoli XIV-~
XVII (pp. 25,15 - 32,1) egli è designato con un termine indi
cante la sua età:

2 volte adulescens (26,3; 29,9) e 15 volte iuvenis (25,15;


26,4,6,8; 27,2,10,14,16 (bis); 28,1,6,8; 29,14; 30,5; 32,1);
nei capp. XVII - XXII (32,9 - 41,18) egli è designato esclu-
sivamente come magister, Il volte (32,9; 36,13; 37,4; lO; ~
38,1; 39,8;- 13; 40,14; 41,7,10,18). ,Dopo le nozze i termini
che indicano Apollonio sono coniunx '(44,10; 45,4) e vir
(45,6), in bocca alla figlia del re, e gener (46,1), quando
Archistrate parla di lui.

L'evoluzione è evidente: il iuvenis (adulescens) si rive


la magister (ed è accolto in quanto tale) e diventa coniunx
della figlia del re (e quindi gener del re)c La sua cultura
è lo strumento che gli consente la "scalata al potere".Nel-
la presentazione ufficiale degli sposi fatta dal re ai pote~
ti di Girene e delle città vicine la sposa è filia mea sa-
pientissima e lo sposo è vir prudentissimus (42,7-8). Ma
una volta che Apollonio è arrivato al potere, la cultura di-
venta un fatto secondario. Egli torna ad essere il Tyrius A-
pollonius (42,6,12) e il patriaeoco princeps Apollonius(43,
12), rex Apollonius (44-4): così come nella sua prima appari-
zione nel romanzo è presentato come guidam adulescens locu-
ples valde, genere Tyrius, nomine Apollonius (5, 11-12); i-
noltrenel presentarsi davanti al re Antioco per chiedere
formalmente la mano della figlia del re, il giovane aveva
aggiunto, di sè, regio genere ortus (6,3). Cioè, anche qui
non v'è cenno alcuno della sua cultura: e nel seguito della
narraz-ione relativa alla sua rischiosa avventura con il re
Antioco, egli è definito semplicemente iuvenis (6,5,10; 7,7,
12: e con tale appellativo Antioco si rivolge a lui: 6,6;
7,8) e adulescens (8,3). Appena, però, lascia Antiochia per
tornare in patria, egli ricupera, per così dire, la sua i-
dentità specifica e torna ad essere Apollonius (9,2,7; 10,1;
12,6,10; 13,5) o, meglio, Tyrius Apollonius (8,6; 11,15 -12,
85

1) e, in una presentazione formale di lui, princeps huius


patriae nomine Apollonius (11, 6-7); P, una volta, rex Apol-
lonius (13,2).

Il valore puramente strumentale della cultura è anche mes


so in evidenza dal fatto che ad essa Apollonio non fa per
nulla riferimento quando, naufrago, trova scampo sulla spia~
gia di Cirene. Egli, in tale circostanza, rivela la sua cul
tura nell'apostrofe a Nettuno e nel lamento sulla sua sorte
e condizione, che echeggiano motivi classici: ma non si ap-
pella alla sua cultura, per trovare in essa un principio di
salvezza. Infatti egli si imbatte sul lido in un tale che
è grandaevus, sago sordido circumdatus (22,S), dunque in un
povero. In tale situazione Apollonio mette in evidenza la
sua condizione del momento, che è analoga a quella del vec-
chio (anch'egli è egenus et pauper, 21,13-22,1, ignarus,22,
3, egenus, 22,7), ma,anchè, la sua condizione di nascita,
per cui appartiene alla classe elevata (non humilibus nata-
libus genitus, 22,7-8): e prosegue:

et ut scias, cui miserearis, ego sum Tyrius Apollonius,


patriae meae princeps (22,9).

Avendo a che fare con un povero, e quindi con uno sforni


to di cultura, Apollonio non fa riferimento alla cultura,ma
alle ricchezze: in altre parole, la cultura non è un bene
che ha in se stesso il suo valore e la sua validità, che è,
per così dire, autosufficiente.

4.

Per comprendere quanto il concetto di cultura qui esempli


ficato nelle vicende di Apollonio naufrago sia ormai lontano
dalla visione classica, conviene mettere a confronto il noto
aneddoto del filosofo cirenaico Aristippo che~ sbattuto da un
naufragio sul lido di Rodi (o altrove~ perché del fatto sono
date molte versioni); viste tracciate sulla sabbia delle fi
,. \'
86

gure geometriche~ subito si rallegra perché ne induce che


ha raggiunto una terra abitata da uomini (o, secondo altre
versioni, una terra abitata da Greci e non da barbari,cioè
da gente incolta): subito si reca nella città di Rodi e più
precisamente nel ginnasio (si noti che 10 stesso fa Apo110-
nio nel romanzo, sia pure dopo averne ricevuto l'invito dal
vecchio pescatore) e lì dà saggio della sua cultura disputa~
do di filosofia: con ciò si merita un riconoscimento, così
da ottenere doni e tutto il resto che gli occorreva (10
stesso succede ad Apo110nio, grazie alla munificenza del re
e della principessa, che egli ha provocato con le sue esibi
zioni "culturali"). Ai suoi compagni' che torn<;lno in patria
Aristippo consegna un messaggio~ per i suoi concittadini:
forniscano i giovani (i figli) di ricchezze tali che possano
essere tratte a salvamento anche da un naufragio~ Do il te~
sto dell'aneddoto nella versione di Vitruvio De architectu-
~' VI, I (se ne vedano le varie versioni in Aristippi et
Cyrenaicorum fragmenta edidi t Eo Mannebach, Leiden-Ktnn,
1961, 9A, ppe3-4 e anche in Go Giannantoni, I Cirenaici,
Firenze 1958, numeri 42-45), soprattutto per il fatto che
Vitruvio fa seguire al testo ri?~ardante Aristippo una se-
rie di riferimenti e citazioni di altri uomini di cultura
antichi, non solo filosofi ma anche poeti, che concordano
sostanzialmente con Aristippo nel valutare l'utilità e il
senso della cultura :

Aristippus philosophus Socraticus, naufragio cum eiec


tus ad Rhodiensium litus animadvertisset geometrica
schemata descripta, exclamavisse ad comites ita dici-
tur: 'bene speremus! hominum enim vestigia video'.St~
timque in oppidum Rhodum contendit et recta gymnasium
devenit, ibique de philosophia disputans muneribus est
donatus, ut non tantum se ornaret, sed etiam eis, qui
una fuerunt, et vestitum et cetera, quae opus essent
ad victum, praestarete Cum autem eius comites in pa-
triam reverti voluissent interrogarentque eum, quid-
nam vellet domum renuntiari, tunc ita rnandavit dicere:
eiusmodi possessiones et viatica liberis oportere para-
ri 9 quae etiam e naufragio una possent enaree

..
87

La cultura, dunque~ nella prospetLJa "classica" è la cul


tura filosofica, e la geometria: e si rivolge ad un pubbli-
co colto, che è in grado di capirla e di apprezzarla& E' una
cultura discriminante: pochi sono in grado di apprezzarla,
ma questi pochi sono quelli che contano (e il risultato an-
che pratico 10 si vede subito, perché Aristippo e i suoi co~
pagni ricevono vesti e doni munifici); degli 'altri Aristippo
non si curao Invece la cultura di Apo1lonio (e di Tarsia nel
le sue avventure di Miti1ene dentro e fuori del postribolo)
è di tal natura che colpisce tutti; per apprezzarla e re-
starne avvinti non occorre essere "filosofi" o "geometri"o
A significare l'abisso che separa il concetto di cultura s~
condo Aristippo (cioè secondo la tradizione classica) e se-
condo l'autore del romanzo di Apo110nio può efficacemente
essere citato un aneddoto che riguarda Aristippo:

Ad un tale che gli proponeva un indovinello e che gli


diceva: "Sciogli 10" rispose: "Perché, o stolto, vuoi
sciogliere ciò che anche aggrovigliato ci crea diffi-
coltà?" (presso Diogene Laerzio, II, 70)0

La cultura autentica - secondo la tradizione classica -


disdegna gli ainigmata, le quaestiones, li considera futili
o dannosi: invece la cultura del romanzo di Apo110nio si ma-
nifesta anzitutto attraverso la capacità del protagonista di
sciogliere indovinelli: si tratta, dunque, di una cultura
"degradata", in confronto col tipo della cultura classica.
Questa degradazione va di pari passo con la somma esa1taziò
ne della ricchezza e del denaro, che è un altro aspetto tipi
co del romanzo di Apollonio, come vedremo nel prossimo capi
to10. Ed è interessante notare che proprio in Vitruvio,do
ve leggiamo l'episodio di Aristippo naufrago, nelle stesse
pagine della prefazione al libro VI, c'è la condanna della
ricchezza che viene comunemente considerata come 1 i aspirazio
ne più importante, come la meta a cui tendere:

Curo ergo et parentium cura et praeceptorum doctrinis


haberem copias discip1inarum, phi1010gis et phi10tech-
nis rebus commentariorumque scribturis me de1ectans
,.
88

eas possessiones animo paravi, e quibus haec est fruc-


tuum summa: nullas plus habendi esse necessitates eamque
esse proprietatem divitiarum maxime nihil desiderare.
Sed forte nonnulli haec levia iudicantes putant eo esse
sapientes, qui pecunia sunt copiosi. Itaque plerique ad
id propositum contendentes audacia adhibita cum divitiis
etiam notitiam sunt consecutio
Ego autem, Caesar, non ad pecuniam parandam ex arte
dedi studium, sed potius tenuitatem cum bona fama quam
abundantiam cum infamia sequendam probavi. Ideo noti-
ties parum est adsecuta. Sed tamen his voluminibus editis,
ut spero, etiam posteris ero notuso Neque est mirandum,
quid ita pluribus sim ignotuse Ceteri architecti rogant
et anbigunt, ut architectent; mihi autem a praeceptori-
bus est traditum: rogatum, non rogantem oportere susci-
pere curam, etco

Vitruvio ha imparato dai suoi genitori e dai suoi maestri


che la vera ricchezza consiste nel sapere (in un sapere tec-
nico, operativo) e il succo di ciò che ha imparato consiste
nella convinzione che non c'è nessun bisogno di possedere di
più, e il tratto distintivo della sua sapienza (la sua pro-
prietas) risiede nel non desiderare niente, per quanto attie
ne alle ricchezze. Chi pensa diversamente da lui (egli lo rico
nosce) arriva invece sia alla ricchezza sia alla fama (noti-
ties): però ora pubblicando il trattato sull'architettura
Vitruvio spera di conseguire fama, anche presso i posteri.

5.

Dal punto di vista della considerazione della cultura me-


rita attenzione anche l'episodio del medico e del suo disce-
polo che ad Efeso riporta~ alla vita la moglie di Apollonia,
in stato di morte apparente. Mentre il medico crede che la
donna sia realmente morta, un suo discepolo vede più acuta-
mente di lui che si tratta di morte apparente e con opportu-
ni mezzi fa rifluire la vita nelle vene della donna. La scien
za ufficiale esce, per cosi dire, sconfitta in quest'episodio~

.'\~ _----
........
89

e sconfitta ad opera di un adu1escens (50,7; 50,13), di un


iuvenis (51,3; 51 j ll; 52,11), che fornisce una eccellente
apodixis (52,14) (prova) delle sue capacità.
E' una visione superficiale della cultura: per cui quello
\

che conta è l'ingegno naturale, non la competenza né l'espe-


rienza. Il sapere non si conquista faticosamente, con lungo
tirocinio: ma, così, all'improvviso, il discipu1us si rive-
la superiore al magister: e tuttavia vuole, il discipu1us,
che il magister sanzioni(oggi si direbbe "fiscalizzi") con
l'autorità che la società gli riconosce, la apodixis del
discepolo. E il magister sta al gioco, loda il giovane, 10
premia: tutto ciò egli fa senza battere ciglio, come se la
sua sconfitta professionale fosse avvenimento del tutto no~
male e senza alcun peso o significatoG Non solo, ma gli cede
anche il premio messo a disposizione da Apo110nio (53,2-4).
Ci tornano alla mente le parole che Macroòio fa pronunciare
proprio ad un medico nei suoi Saturna1i :

uti1es quidem faci1es tamen quaestiones.

Questa scienza si spappo1a: si riduce a "indovinelli";


mira esclusivamente all'effetto immediato: si pone al 1ivel
10 dell'astrologia; punta sul denaro. I ruoli sono sovverti-
ti: il depositario riconosciuto del sapere (il magister) è
lì solo per dimostrare la sua inettitudine, ma la sua prese~
za è ugualmente necessaria, perchè lui solo può rilasciare
l'attestato socialmente valido e il riconoscimento ufficia-
le al giovane, che pur essendo ancora discipu1us è però già
padrone (non si sa come) dell'arte medica. E tutto questo
con il sorriso sulle labbra: perchè mentre nelle espressio-
ni del romanzo cogliamo la soddisfazione del giovane di ave-
re superato il maestro:

iuvenis ut vidit quod in arte viderat quod magistrum


fa11ebat j gaudio p1enus vadit ad magistrum suum, etc.
( 52 , 11 sgg • ) ,

il maestro invece accetta la sua sconfitta senza battere ci


glio.

.l
,. , I
l,'

90

Anche la vicenda della giovane Tarsia prima a Tarso poi a


Mitilene schiava del lenone si svolge tutta in modo da mette-
re in evidenza l'importanza e l'utilità della culturao
Tarsia appena ha raggiunto lVetà di cinque anni viene manda
ta a scuola insieme a Filomusia, figlia dei genitori a cui Tar
sia è stata affidata:
itaque puella Tharsia facta quinquennis traditur studiis
artium liberalibus et filia eorum cum ea docebatur: et
ingenio et in auditu et in sermone et in morum honestate
docentur (55, 11-14):
il Riese dà questo testo, che è quello di AP (la versione dei
codici della II classe qui è sbrigativa e non si sofferma a
parlare della scuola nè ne descrive le funzioni),e segnala la
difficoltà dell'et che precede ingenio contrassegnandolo con
una croce. Effettivamente questo testo in un punto è molto
oscuro e forse guasto. Tuttavia da esso si apprende che,come
sempre avveniva nella scuola antica, gli scopi della frequen
za scolastica sono due: la formazione culturale e quella mo-
rale secondo le leggi dell'onestà. Per la formazione morale,
il testo si esprime in maniera chiara e non equivoca. Per l'~
spressione relativa alla formazione culturale ci sono diffi-
coltà ad intendere esattamente il pensiero del testo latino.
La successione dei quattro et a partire da quello che pre
cede ingenio è sospetta: l'ultimo di essi (et in morum hone-
state) va bene, perché lega il secondo scopo dell'insegname~
to al primo; i due et precedenti sono correlativi l'uno ri-
spetto all'altro (et in auditu et in sermone, siaoo. sia);il
primo et, invece, di cui non si vede quale funzione abbia,pr~
pongo di espungerloo Il testo può venire inteso, e tradotto,
,
COSl :
grazie alle loro doti naturali (ingenio) vengono istruite sia con la tra-
smissione di nozioni (auditu) sia con lo studio dell'eloquenza e con la
formazi one di buoni costumi.

Auditus, ~, in questo contesto, indica il complesso delle no


zioni che vengono insegnate e che lo studente riceve anzitut-
91
to dalla viva voce del maestro: a questo signifi.cato del voca
bolo si arriva partendo dal significato di auditus = appren--
dimento di qualcosa per averlo sentito dire (pe eSe Curzio
Rufo, 5,4,10): di qui esso viene anche a significare l'og-
getto o gli oggetti che vengono appresi per averli sentiti
"dire" da qualcunoe La scuola stessa, com'è noto e come è
detto anche nel nostro romanzo (56,1), si chiamava auditorium
(Ve, pe eso, Quintiliano, Institutio oratoria, 2,11,3; 10,
1, 36, ecco); essa era il luogo tipico in cui l'individuo an
dava per ascoltare~ per ricevere in consegna un patrimonio
culturale, nella prospettiva rigida della trasmissione del
sapere che era specifica del mondo antico.
Se la nostra ricostruzione del testo che comporta l' e-
spunzione del primo ~ è atcettabile, da esso risulta che,
nella visione dell'autore, è privilegiato il possesso dell'
ingenium, in vista dell'attività educativao Ci vogliono de!
le doti innate, delle capacità naturali (l'ingenium): questo
spiega come mai, nel romanzo, adolescenti, giovani e ragaz-
zine superino i maestri più collaudati e riconosciuti nelle
singole arti. Anche da questo punto di vista il decadimento
delle concezioni di base dell'evo antico è evidente: Quinti-
liano nell'età dei Flavi partiva sì dalla considerazione pre
liminare dell'ingenium dei discepoli (I, cap. 3), ma si do-
mandava anche se ogni allievo debba essere formato secondo
la natura del suo proprio "ingegno" (II, cap. 8); e come
mai la gente ritenga nell'eloquenza "più ingegnosi" quelli
che non hanno frequentato le scuole (II, capo 12), e, infine,
se per diventare oratore giovino di più le doti native del-
l'ingegno (natura) oppure lo studio (II cap. 19). Cioè la
questione del rapporto fra le doti naturali e l'apprendime~
to (argomento di dibattito e di studio approfondito già dai
tempi dell'antica sofistica) è una questione vitale, per
Quintiliano. Invece al tempo del romanzo di Apollonio nella
coscienza popolare questo non è più un problema: è senz'al-
tro privilegiato l'ingenium. Se questo è coltivato, è me-
glio. Ma l'essenziale non sta nell'ascoltare un maestro e
nello studiare sistematicamente: l'essenziale è possedere
l'ingenium - o, a livello politico, doti carismatiche.
Dunque Tarsia va a scuola, regolarmente e diligentemente,

,;
,.
92
per nove anni, cioè fino all'età di 14 anni (56,1; cfr.59,13;
63,15). Interrompe, poi, dopo la morte della nutrice Licoride,
per un poco di tempo la frequenza, per osservare il lutto: ma,
subito dopo, finito il lutto, torna a scuola:
Et dep0'sito luctu induit priorem dignitatem L-cioè gli
abiti non più di lutto, gli abiti confacenti al suo sta-
to sociale, alla sua dignitas _iet petiit scolam suam et
ad studia liberalia reversa, etc. (58,13-15; cfr.60,14;
61,7) •

7 ti

L'utilità della cultura scolastica è messa in evidenza, poi,


dalla vicenda di Ta~sia nel lupanare di Mitilene. Qui essa rie-
sce a vincere, con le sue parole, il desiderio dei giovani che
vogliono possederla, i"quali, non solo rinunziano ai loro pro-
getti, ma addirittura le versano somme ingenti di denaro, mol-
to superiori alle tariffe fissate dal lenone (pp.69-72). Anzi,
il primo dei suoi spasimanti, il "principe" Atenagora diventa
suo protettore e la difende ac si unicam suam filiam (75,3).
L'efficacia della cultura di Tarsia si manifesta non solo nei
rapporti con i grandi signori di Mitilene, ma anche nei con-
fronti del factotum del lenone, che dal suo padrone ha rice-
vuto l'ordine di eripere nodum virginitatis di Tarsia (73,5).
La capacità oratoria della fanciulla induce anche il vilicus
alla misericordia: anche costui passa dalla parte di lei;
tuttavia osserva che il lenone è troppo attaccato al denaro
e, quindi, aggiunge: "non so se tu possa restare vergine"(74,
2).
Ora che siamo arrivati al "dunque", Tarsia si appella alla
sua cultura (la sua situazione presenta analogie con quella
del padre suo naufrago a Cirene):

puella respondit: "Habeo auxilium studiorum liberalium,


perfecte erudita sum; similiter et lyrae pulsum modu-
lanter tinlidor (74, 2-6).

Purtroppo anche in questo punto il testo è gravemente gua-


sto: la prima parte della risposta è chiara ("ho l'aiuto dei
miei studi liberali, ho una cultura completa"), la seconda par
93
te è comprensibile nel suo significato generale (liSO suonare
bene la lira")~ ma incomprensibile nella lettera.
Dall'apparato critico del Riese risulta che la frase simi-
liter-inlidor è omessa nel codice Po I codici della II clas-
se danno un testo così ricostruito dal Riese: similiter pul-
~ L-pulsae~_7 lyrae modulanter ludo L-inludo b_7.
Intanto notiamo che Tarsia ha la stessa abilità di sua
madre, nel suonare la lira (vo pag. 30,4-10), e di suo padre
(vo pago 30,13-31,15): ne ricaviamo che~ nella mentalità del-
l'autore del romanzo, saper suonare la lira è un elemento i~
portante della formazione completa e in certe difficili cir-
costanze può costituire elemento risolutivo. Solo dopo averlo
sentito suonare la lira e cantare in accordo con la lira, Ar~
chistrate (come sappiamo) riconosce che il giovane Apollonio
è omnium artium studiorumque cumulatuso
Tornando al passo di cui ora ci occupiamo, si potrebbe
presupporre che nella sua parte guasta venisse espresso il
medesimo pensiero (abilità nel suonare la lira e nel canto
in accordo con' la lira): però il seguito del capo 36° ci por-
ta ad escludere questa ipotesi. Infatti nella sua esibizione
pubblica Tarsia si propone soltanto di dar prova della sua
facondia e di suonare la lira, senza fare parola del canto
(plectro modulabor, 74,7)0 Lo spettacolo è previsto con mol
ti più particolari nella redazione dei codici della II clas-
se :
et facundiam oris mei populo emerebor (questo verbo,
dato solo da b, crea difficoltà per il senso: la solu-
zione più semplice per il testo consiste nelltometter-
lo, come fa il codice beta, facendo dipendere anche
facundiam da exponam, con una specie di zeugrna)
et casus meos omnes exponam; quoscunque nodos quaestio-
nis proposuerint, exsolvam; et hac arte ampliabo pecu-
nias (74, 5-8),
però non vi si fa parola delltesibizione musicale; si parla
invece degli indovinelli, che Tarsia si propone di risolvere
(e conferma di questa parte delltesibizione si ha poche ri-
ghe più sotto: ingeriio ~aestiones sibi promebat et solvebat,
,.
94
dove in maniera piuttosto singolare è Tarsia stessa che si po
ne gli indovinelli e che li risolve ••• ).
Nella frase corrotta di A doveva dunque essere espresso il
pensiero dell'abilità di Tarsia nel suonare la lira. Stando
così le cose (cioè se è corretto questo nostro punto di par-
tenza), lyrae (al posto di ~ di A) può essere accettato se~
za esitazione e anche modulanter (che d'altra parte è richia-
mato poche righe sotto nel testo dal verbo modulabor, usato
altre volte nel romanzo, 31,8; 74,7; 86,9), che corrisponde
al più usato modulate. Anche il sostantivo pulsus accostato
a lyrae è a suo posto: anzi, il fatto che in Ovidio, Fasti,
5, 667, si legga lyrae pulsu ci induce a conservare il sosta~
tivo. Il vero problema è costituito dal verbo inlidor (= io
vengo spezzato), che evidentemente in questo contesto non dà
senso.
La congettura del Riese inludo risponde bene alle esige~
ze del senso ma richiede che lyrae sia dativo (e l'espressi~
ne diventa analoga a quella di ORAZIO, Sat., 1,4,139, illudere
chartis, "scrivere per divertimento"); verrebbe quindi a si-
gnificare: "suono la lira per mio divertimento": questa solu
zione esige però che pulsum sia inteso non più in collega-
mento con lyrae. Il Riese infatti propone di leggere pulsu
modulante, cioè pressappoco: "con un tocco armonioso". In
tal modo l'intera frase acquista un senso accettabile: fa p~
rò difficoltà, a mio giudizio, il distacco, per il senso, di
lyrae da pulsum: essendo le due parole successive l'una all'
altra come nel passo di Ovidio, sembra logico che si debbano
intendere come esprimenti il concetto del suonare la lira.Poi
ché tuttavia non vedo quale altra soluzione si possa proporre,
accetto la ricostruzione congetturale del Riese (che il Rie-
se però molto prudentemente si limita a registrare nell'appa-
rato, senza introdurla nel testo).

La "cultura" di Tarsia le consente di esibirsi in pubblico


con una "conferenza" a cui fa seguire un'esecuzione musicale.
Essa chiede di poter dare uno spettacolo al pubblico (74,5-8),
alla maniera dei sofisti della nuova sofistica (i quali però
si limitavano a conferenze). Si pensi ad Apuleio, a Luciano,
e ad altri.
95
Naturalmente lo spettacolo di Tarsia ha grande successo e
venendo ripetuto ogni giorno (cotidie, 74,8) fa incassare al
lenone grandi somme di denaro (75,1) e consente alla fanciul-
la di salvare la sua integrità.
In altre parole la quotidiana prestazione artistica e let-
teraria di Tarsia equivale, dal punto di vista del guadagno,
alle prestazioni sessuali delle schiave del lenone: con le
sue esibizioni artistiche (con la sua cultura) Tarsia salva
interamente se stessa.

8.
L'utilità della cultura posseduta da Tarsia è dimostrata
ancora da un altro episodioo
Quando la nave su cui viaggia Apollonio, di ritorno da
Tarso - dove il principe ha appreso la falsa notizia (da lui
creduta vera) della morte della figlia - attracca a Mitilene,
essendo stata travagliata da una tempesta, Apollonio resta
confinato - così ha deciso - nella stiva della nave, a mace-
rarsi nel dolore (p. 79, 3-5).
Fermiamoci un istante a considerare il vocabolo subsannium.
Esso compare cinque volte nella redazione AP (79,4 e 6;
81~13; 84,10; 86,4) ed è sempre accompagnato dal genitivo
navis (ancorchè questa specificazione non sia necessaria: ma
evidentemente il vocabolo è sentito come fortemente tecnico
- e quindi fuori dell'uso - per cui la specificazione navis
aveva il valore di inserirlo nel suo contesto specifico). N~­
tiamo anzitutto che la parola è formata da sub + sannium. Co-
me osserva il Riese nell'Index sannium richiama il greco
san!dOrna, "tavolato", e sanls, "tavola" (anche, al plurale,
"tavolette per scrivere"), e, riferito ad una nave, "tavola-
to", cioè ponte della nave. Dato questo rapporto con il gre-
co, sembra che la forma corretta del vocabolo latino debba
essere quella con una sola ~: subsanium. A e P sono incerti
- nella grafia del termine - si veda l'apparato critico del
,Riese -; la II classe dei codici è in grande imbarazzo davan-
ti al vocabolo: o lo omette del tutto, p. 79,5, o lo sostitui-
sce con il comune sentina,- 79,3; o sostituisce la frase,84,9
Et'fJ-tt.,-3J-una; ~ola volta, 81,8, conserva il vocabolo. Può ero:.
f · -j (_

::- .'~"""
,.
96
fettivamente darsi~ come suppose Phe Thielmann~ Ueber Sprache
und Kritik des lateinischen Apolloniusromanes, Speier,1881,p.5,
che la forma con doppia ~ si sia affermata per influenza del
verbo subsannare ("beffeggiare"), abbastanza frequente nel l~
tino tardo: a torto, io credo, il Forcellini ritiene invece più
corretta la grafia con la doppia n.
Ciò che più ci interessa, però, è il significato del vocab~
10e Non esist~ in greco un vocabolo su cui si sia formato il

vocabolo latino; in greco è attestato soltanto hyposan{dion,


"la parte inferiore di una tavola", presso il meccanico Erone,
Automatopoetica, 30, dove, però, non è riferito alla navee E'
quindi corretto definire il latino sU9sanium come una vox hy-
brida (cioè mista di greco e di latino)e
Il Forcellini dà, come significato del vocabolo, "cassero"
della n~ve: ma certamente erra; infatti il vocabolo, composto
con sub, non può che indicare ciò che sta sotto il ponte, cioè
I le parti interne della nave. I contesti del romanzo in cui co~
pare la parola non lasciano dubbi sul significato: sono i se-
I guenti :
proicite me in subsannio navis (79,4);
I proiciens se in subsannio navis (79,6);
iacet intus in subsannio navis in tenebris (81,13)
I subiit de subsannio navis rursus ad navem (84,10);
descendit in subsannio navis (86,4).
I Il subsanium, quindi, indica la parte interna della nave,
cioè la sentina. Un passo di Aulo Gellio, Noctes Atticae,
I XIX, 1,3 ci fornisce ulteriore prova che questo doveva essere
il significato del vocabolo: in esso si legge che Gellio e
I gli altri passeggeri di una nave nella traversata da Cassiope
(porto nell'isola di Corfù) a Brindisi colti da terribile tem-

I pesta, si erano rifugiati pieni di angoscia nella sentina. La


situazione di Gellio presenta qualche analogia con la situa-
zione di Apollonio disperato per la (creduta) perdita della
I figlia: è una grande pena e sofferenza che spinge l'uno e l'
altro a fuggire la vista di tutto e di tutti.
I Atenagora tenta per primo di indurre Apollonia a ritornare
alla luce e a vivere una vita normale, ma il suo tentativo
I fallisce (82,8 - 84,11). Allora egli pensa di rivolgersi a Tar

I
97
sia, perché là dove egli è fallito, Tarsia riuscirà (85,2),
con la sua culturae A lei Atenagora chiede di confortare A-
pollonio e di persuaderlo a tornare a ~ivere con gli altri
uominie Le promette un premio consistente: una specie di li-
cenza di 30 giorni dal servizio di lupanare e una consistente
somma di denaroe Egli le dice di essere convinto che
hic est ars studiorum tuorum necessaria (85,7-8)e
Tarsia accetta e scende nella stiva dove si rivolge ad Apol-
lonio (86,9) cantandogli un carne di d04ici esametri del tut
to irregolari, con cui accenna copertamente alle sue vicende~,
alla sua origine regale) alla sua attuale misera condizione
(versi 1-7) e conclude con un'esortazione ad Apollonio per
chè si faccia animo.

E' utile sottoporre ad una rapida analisi questi "esametri",


perchè essi ci consentono di fare qualche constatazione sul
tipo di conoscenza del latino e, per meglio dire, sul tipo
di latino di cui l'autore (o redattore) faceva uso. Il Riese
giustamente osserva in apparato critico che si tratta di esa
metri scorretti quales fere conscripsit Commodianus. Ma al
di là della pura constatazione di un incontro, da questo pun
to di vista, del romanziere con Commodiano, bisogna dire che
per Commodiano questo disprezzo per la prosodia e la metrica
classica aveva un significato per così dire "ideologico",e~
sendo il parallelo, sul piano della lingua e della versifi-
cazione, del rifiuto della funzione politica di Roma e del
suo impero ordinatore e correttore; invece il romanziere cr~
de di essere, e evidentemente si propone di essere e di re-
stare, nell'alveo della grande tradizione classica, per cui
il suo "tradimento" 'non è certo volontario, ma testimonia
il grado di perdita dell'identità e finisce per essere una
prova di ·altro genere di quella degradazione della cultura
classica che per altra via abbiamo già constatatae
Nel primo esametro l'ultima sillaba di gradior che è
breve, viene considerata lunga: un minimo di giustificazio-
ne (volendo trovare una giustificazione a tutti i costi)può
vedersi nel fatto che la parola è in cesura semiquinariao
Il 2° esame va scandito: sicut ro / sa in ~i/nis ne /
7. - I. LANA: Studi su l romanzo di Apo11 oni o•

., ''t
,,
98
scit com / pungi mu / crone, con un errore nel primo piede
(_ cut è lungo, seguito da ro-) e due nel quinto (l'ultima
- -
di compungi è lunga: la i finale di parola è sempre lunga
salvo pochissime eccezioni, nei polisillabi; la prima silla
ba di mucrone è lunga) Q

Nel 3° esametro i primi due piedi (corretti) sono spon-


dei; il terzo piede è "impossibile", perché le prime due
sillabe di rapuerunt sono brevi; invece bisognerebbe scan-"
dirne le prime tre sillabe come se costituissero un dattilo;
inoltre nel 5° piede la finale di ferientes è lunga, quindi
non esiste esametro.
Questa analisi elementare si può sviluppare anche nei
versi seguenti: essa conferma i risultati a cui perveniamo
dopo aver studiato i primi tre versi.
Apollonio apprezza la prudentia (la cultura) e la nobi-
litas della fanciulla (88,2), le dà un dono, ma non si la-
scia convincere. Su invito di Atenagora la giovinetta sce~
de un'altra volta da Apollonio e, ora, gli propone dèlle
parabolae (89,10) da sciogliere. Apollonio accetta l'invi
to della prudens puella (89,14).
Tratteniamoci un istante a considerare il termine para-
bola, in greco parabolé. Il vocabolo greco significa anzi-
tutto "confronto", "comparazione", anche nei sensi specifi-
ci della retorica, come termine tecnico; nella lingua dei
Settanta e nel Nuovo Testamento significa "figura", "para-
bola", e qualche volta anche "detto", "proverbio", "favola".
In sensi speciali, può significare "scontro" (anche in gue!,
ra) o "incontro", "congiunzione" (in astronomia, di astri);
in geometria significa "parabola", "sezione conica". In la-
tino invece parabola è attestato come termine tecnico reto-
rico, per indicare confronto fra cose di genere dissimile,
e si può fare in otto modi diversi (si veda la voce parab~­
la nel Forcellini). Trattazione specifica si trova in Quin-
tiliano, Institutio oratoria, 8, 3,77-81. La forma della p~
rola in latino è anche parabole, es. Al termine retorico
parabola corrisponde anche collatio (questo è usato da Ci-
cerone, de inventione, 1, 30, come ricorda Quintiliano
stesso, 5, 11, 23). Si veda in particolare Seneca, Epistu-
99
lae ad Lucilium, 59, 4-6. In latino la parola ha poi anche il
significato di "parabola", come nelle rJarabole dei Vangeli"
cioè serve ad indicare la narrazione d~ qualcosa di inventato,
ma verosimile e tale da portarci a capire una cosa vera. Di
tutti gli altri significati che il vocabolo ha in greco, in
latino sono attestati ancora quello astronomico di "congiun-
zione" e, nella Vulgata, quello di "proverbio". Indicazioni
precise sull'uso e sui significati del vocabolo in senso re-
torico si trovano nel Manuale di retorica del Lausberg (si ve
dano i rinvii, nel vol. II sotto le voci relative negli indi-
ci greco e latino). In senso retorico dalla parabolé si di-
stingue il par~deigma (esempio), perché mentre questo è rica-
vato dalla storia (si tratta cioè di fatti realmente accaduti),
quella è una res ficta, se pure verosimile.
Tuttavia, come si è visto, non compare mai un uso del ter-
mine che possa servire per il nostro testo, dove, evidentemen
te, parabola significa quaestio, aenigmaj ma non è difficile
capire come la parola possa avere assunto tale significato.
Consideriamo uno degli indovinelli proposti da Tarsia ad
Apollonia: p. es., quello che riguarda le ruote del carro
(p. 96,1-3)'
quattuor aequales currunt ex arte sorores
sic quasi certantes, cum sit labor omnibus unus.
Cum prope sint pariter, non se pertingere possunt.
Ora qui l'enigma sta proprio nell'indicare le "ruote" con
il termine "sorelle", per via di una "similitudine" o "con-
fronto", nel quale appunto uno dei due termini ("ruote") è
sottintesoe In un certo senso si può dire che l'enigma è una
parabolt nella quale non è indicata la res : mi rifaccio a
Quintiliano, 8,3,77, che scrive:
in omni autem parabole aut praecedit °osirnilitudo,-
res sequitur, aut praecedit res et similitudo sequitur.
Sed interim libera et separata est; interim, quod longe
optimum est, cum re, cuius est imago, conectitur, con-
latione invicem respondente, quod facit redditio contra
ria, quae antapodosis dicitur

. ..
~~
~:
,
-:;.}. "
,.
100

"in ogni simi1 itudine o viene prima la similitudìne e la cosa viene dopo
o vi ,eversa. Talvolta, però, la similitudine è indipendente e sganciata
(intendi: ilialla cosa); talvolta - e ~uesta è la forma migliore - è lega-
ta con la cosa di cui essa è immagine: in questo caso la simi1itudine è
valida in entrambe le direzioni (cioè i ruoli stessi di "parabo1all e di
"cosa" si p ssono scambiare), e questo è l'effetto di una rappresentazi~
ne reciproca che si chiama an-tapodosi~.

A mio avviso, dal tipo di parabola "indipendente e sgan=


ciata dalla cosa" di cui parla Quintiliano si prese l'avvio
per dare a parabola anche il significato di quaestio: per
quanto mi risulta, è nel nostro romanzo che è attestato per
la prima volta questo significato d~l vocabolo •
.
Le parabolae ( = quaestiones) che Tarsia propone ad Apol
Ionio sono in realtà alcuni degli aenigmata di Sinfosi6" e-
diti nell'Anthologia latina, I, 1, a cura di A. Riese, Lip~
siae, 1894 (ristampa anastatica, Amsterdam 1973).

L'editore di Sinfosio è lo stesso Riese editore del nostro


romanzo, e l'edizione de1l'Anthologia segue di un solo anno
la seconda edizione Riese del romanzo.

Il corpus degli aenigmata di Sinfosio comprende una Prae-


fatio di 17 esametri e 100 indovinelli, di tre esametri cia-
scuno, ciascuno dei quali ha come titolo la soluzione dell'
indovinello stesso.

La Praefatio di carattere autobiografico è per noi inte-


ressante, perchè in essa Sinfosio "non si prende sul serio":
definisce il suo lavoro un carmen ineptum, usa per esso il
verso delirare, dichiara di averli inventati improvvisando
durante le feste dei Saturna1i. Sono cose proposte al termi-
ne dei banchetti, dopo che s i è mangiato e bevuto in abbon-
danza, in compagnia di de1irae vetulae e di pueri loquaces;
quando si parla con madidae facundia linguae e ne vengono
fuori un sermo ineptus, delle nugae, dei frivola. L'autore
per non essere da meno degli altri, anche lui ha improvvisa-
to questi indovinelli, per non fare la figura di essere lui
solo sano tra gente insana:

insanos inter sanum non esse necesse est (vc16).

Mentr e' gli indovine Ili sono per Sinfosio una specie di
"peccato" di cui si vergogna o che, almeno~ lo mette in imba
101
razzo,per l'anonimo autore del romanzo ~ssi costituiscono in
vece una delle manifestazioni più significative e valide del-
la cultura (e della cultura, anche, dei re!).
Per quanto riguarda la questione dell'autore e della data
del nostro romanzo la presenza di aenigmata sinfosiani non è
riso1utivao Possiamo solo dedurne che la redazione a noi per
venuta è posteriore a Sinfosio: ma di costui non conosciamo
la cronologia. Possiamo solo dire che è di età molto tarda
(V secolo? VI secolo?). D'altronde il fatto che nel romanzo
siano riportati ben lO indovinelli di Sirifosio - cioè mo1ti~
più di quanti la struttura veloce e sbrigativa del romanzo
di Apo110nio consentirebbe - dimostra che essi costituiscono
un'inserzione di un corpo estraneo nella trama del romanzoo
In altre parole: è ~e110 spirito del nostro romanzo che qui
Tarsia si serva di indovinelli (d'altronde sappiamo che A-
po110nio era abile nel risolvere indovinelli), ma qui ne ab-
biamo troppi!
Sono qui a confronto due "sapieriti": Apo110nio e sua fi-
glia. Apo110nio riconosce la prudentia della giovinetta e, se
gli fosse possibile, la renderebbe ancora più dotta (92, 1-3).
Certo, per suo riconoscimento, essa possiede una cultura ecce
ziona1e~ data la sua età:

miror enim te in tam tenera aetate ta1em prudentiam ha-


bere (92, 3-5).
Così Tarsia ha dato prova prima della abilità nel canto,
poi nel porre quaestiones (si ricorderà che tutta la vicen-
da del romanzo ha preso l'avvio proprio dalle quaestiones
che il re Antioco poneva agli aspiranti alla mano di sua fi-
glia); ora (po 97,12-99,4) svolge una tirata oratoria, un "la
mento" nella sua sort-e, che è naturalmente del tutto spropor-
zionato rispetto alla causa che 10 avrebbe provocato (p.97,
9-10)0 Così avviene il "riconoscimento" della figlia da par-
te del padre.
,.
102

Dal momento in cui, scioltosi il primo nodo del romanzo


con il riconoscimento della figlia, la vicenda corre veloce
verso la sua prevista conclusione, la cultura non ha più
una funzione particolare da svolgere. La vicenda si sviluE
pa da sola, secondo un binario obbligato.

Un'unica osservazione è ancora da fare: il romanzo nei


capitoli finali dichiara che la cultura è tipica dei re,che
essi non ne possono essere privio Apollonio parla di sé ad
Efeso, davanti a Diana:

ego cum ab adulescentia mea rex nobilis appellarer


et ad omnem scientiam pervenissem quae a nobilibus et
regibus exercetur •• o (107, 2-5).

Si confronti pago 90, 8-9: nihil enim rege prudentius


esse convenite

o
o o

. I
J'
103

v.
LA CONSIDERAZIONE IN CUI E' TENUTO IL DENARO NEL ROMANZO
DI APOLLONIO

Nel pro10go,che si svolge ad Antiochia~ il denaro non oc-


cupa alcun posto: ciò che conta è la straordinaria bellezza
della figlia del re, la passione incestuosa di costui~ la
folla dei pretendenti, la comparsa di Apo110nio, che è defi-
nito 10cup1es va1de (5, 11)0

Quando la vicenda persecutoria prende l'avvio, Ta1iarco


si munisce di denaro e di veleno, per recarsi a Tiro ad insi
diare la vita di Apo110nio (8,12). Quando costui fugge dalla
patria porta seco frumento e
mu1tum pondus auri atque argenti et vestem copiosissi-
mam (10,2-4).
Ecco poi la taglia che Antioco pone su Apo110nio :
quicumque mihi Tyrium Apo110nium, contemtorem regni mei,
vivum exhibuerit, accipiet auri ta1enta centum, qui ve-
ro caput eius attu1erit, accipiet ducenta (11,15~12,3).
Il testo del bando è ripetuto, in bocca ad Ellenico, che
ne informa l'interessato (14, 3-5)8 Per l'informazione ricevu
ta, Apo110nio spontaneamente dona cento talenti d'oro ad E1-
menico (14~11; cfo 15,2-3). Ma Ellenico non accetta il donoo
Ora Apo110nio mette a disposizione della città di Tarso,che
gli concede asilo politico, centomila moggi di grano (17,1)
precisando che li venderà al prezzo a cui li ha acquistati
cioè a 8 denari al moggio (18,1-4)0 Il ricavato dalla vendita,
poi, 10 concede in dono alla città che 10 usi per le pubbli-
che necessità (18,7-10)0
Segue, dopo il naufragio sulle coste di Cirene, l'incontro
con il vecchio e povero pescatore,e la richiesta da parte di
costui di una ricompensa futura e l'impegno in tal senso da

..
/
,
,- .
104
parte del naufrago (ppe 22-23)0
Anche nelle avventure di Apollonio naufrago a Girene la
considerazione delle ricchezze tiene un largo postoc
Quando il giovane è invitato a pranzo dal re Archistrate
e nella sala del banchetto non tocca cibo, si guarda intor-
no e considera le ricchezze e il lusso da cui è circondato
e infine si scioglie in pianto, subito uno degli anziani che
è seduto vicino al re interpreta male il comportamento del
naufrago; e voltandosi verso il re, gli dice:
bone rex, vide~ ecce, cui tu benignitatem animi
tui ostendis, bonis tuis invidet et fort~nae! (po27;
11-13)"
Evidentemente quell'anziano poneva al culmine dei suoi
pensieri le ricchezze cosicchè ai suoi occhi~ chi considera~
do le ricchezze di un altro si metteva a piangere, non pote-
va essere altro che un invidioso schiavo di questa passioneo
Il vecchione, invece, ha capito tutto e bene, ma, anche lui,
interpreta il comportamento del giovane prendendo come ter-
mine di riferimento le ricchezze: secondo lui Apollonio non;
invidia le ricchezze del re di Girene, ma, vedendo le ric
chezze di costui, pensa alle proprie che ha perdute, e che .
dovevano essere pià abbondanti di quelle che ora vede, e per
ciò piange. E' un'interpretazione, come si vede, non priva
di finezza e di generosità, quella del re, ma anch'essa bas~
ta sul valore preminente delle ricchezze nella scala della
considerazione sociale.
Anche il primo contatto della figlia del re con Apollonio
è fondato sulla liberalità, cioè ancora una volta sulle ric-
chezze e sulL'.ùso· -generoso che di esse fanno i re (p. 29,12).
Infatti la fanciulla "fa ricco" Apollonio (p. 30,1). Dopo la
splendida esibizione di canto e musica che Apollonio ha dato,
la fanciulla gli fa i doni promessi, e precisamente: 200 ta-
lenti d'oro, 40 libbre d'argento, 20 schiavi e un guardaroba
fornitissimo (32,9-11).

Questa ingente ricchezza non è solo donata, ma è anche


mostrata a tutti: infatti la fanciulla ordina agli schiavi:
afferte quaequae promisi et praesentibus omnibus ex-
1~

ponite in triclinio (32, 12~14)e

Del godimento della ricchezza, in questa società, è momen


to importante la sua ostentazione: in quest'ordine dato dal~
la fanciulla agli schiavi, affinchè tutti vedano che cosa e
quanto ella e suo padre donano al naufrago, c'è lo stesso
atteggiamento di fondo del vecchio dignitario che interpreta
in maniera malevola le lacrime di Apollonio ammesso al ban-
chetto del reo In fondo l'unico criterio secondo cui gli uo-
mini sono valutati, in questa società, è quello della ricche~
zao Per guadagnarsi stima e considerazione, non bisogna solo
possederla, occorre pure ostentarla, che tutti la vedano o
Certo l'ostentazione della ricchezza reca con sé dei peri-
coli, e anzitutto quello che altri sia mosso ad impadronirse
ne con l'inganno o con la violenzao Perciò la fanciulla, vo~
lendo trattenere presso di sè il giovane di cui si è innamo~
rata, non trova scusa migliore di quella di fare il possibi~
le per evitare che i ladri lo derubino, il che facilmente av
verrà se troverà ospitalità in un albergoo Per evitare il pe
ricolo, bisogna ospitarlo a corte. E così Archistrate decide
di fare (33,6-14)0

Il denaro torna a farsi presente nel romanzo al momento


della morte apparente della moglie di Apollonio: costui pone
nella bara anche venti sesterzi d'oro, destinandoli per metà
alle spese della sepoltura e per metà in dono a chi avesse
trovato la bara e provveduto al funerale (48, 1-2; cfr. 49,
8-10; 57,3; 98,7-8; 108,4-6). Quando il giovane discepolo
del medico ha dato la dimostrazione che si trattava solo di
morte apparente e che la giovane donna deposta nella bara po
teva tornare alla vita ed effettivamente la richiama in vi-
ta, riceve dal medico come compenso dieci sesterzi d'orooI~
fatti la sua abilità deve essere riconosciuta ufficialmente:
è quindi riconosciuta per mezzo di ciò che costituisce la
misura più alta nella scala dei valori, cioè col denaro. Me~
tre in altri momenti storici dell'età antica il merito sareb-
be stato premiato con la gloria, ora ipvece lo si premia con
il denaroo
Il maestro infatti dice al discepolo :
106 ,. \.
probo artem, peritiam laudo» miror diligentiam.
Sed audi, discipule~ nolo te artis beneficium
perdidisse: accipe mercedemG Haec enim puella se-
cum attulit pecuniam (53,2-5)G

(Il romanzo poi non dice Quale destinazione avessero ricevuto gli altri
dieci sesterzi d'oro: probabilmente rimasero al medico, che aveva deciso
di adottare la giovane donna (53,8). Anche il silenzio sulla destina-
zione di Questa somma di denaro ci fa pensare che l'attuale redazione del
romanzo sia una redazione abbreviata).

Ancora oro, argento e vesti preziosissime incontriamo


(55, 2-3) ·quando Apo11onio lascia la figlioletta infante
Tarsia in casa di Strangui1lione e Dionisiade.
La decisione di Dionisiade di far uccidere Tarsia è moti
vata nel romanzo dalla gelosia che la donna nutre verso di
lei per il fatto che la gente loda e apprezza le doti e la
bellezza di Tarsia, mentre giudica la figlia di Dionisiade
mu1tum turpis atque dedecus (59,9):
in realtà il vi11icus, a cui è affidato il compito di ucci-
dere Tarsia riconosce come causa del progettato assassinio
la brama delle ricchezze: Dionisiade, cioè, sarebbe spinta
all'eliminazione di Tarsia dal desiderio di impossessarsi
delle ricchezze della fanciulla:
o. opater tuus~ peccavi t Apo11onius, qui·.. tecum magna
pecunia ét vestimentis rega1ibus re1iquit Strangui1-
1ioni et Dionysiadi (61, 14-16).
Il denaro torna ad occupare il primo posto nella scena
del romando quando è narrata la vicenda di Tarsia venduta
dai pirati al lenone di Miti1eneo Si veda la scena della
vendita all'incanto, con le offerte sempre più alte da par-
te di Atenagora e del 1enone~ che dai 10 sesterzi d'oro ini
zia1i arrivano a 100. Il lenone ha senz'a1tro la. meglio e
Atenagora si ritira dalla gara (66-67), con questa rifles-
sione :
ego si cum hoc lenone contendere voluero, ut unam emam,
p1urium venditor sumo Sed permittam eum emere, et cum
ille eam in prostibu10 posuerit, intrabo prior ad eam
et eripiam nodum virginitatis eius vili pretio et erit
100
mihi ac si eam emerim (67, 4-9)e

Dalle vicende di Tarsia presso il lenone apprendiamo an-


che un altro dato: che in una casa di ma1affare la tariffa
di chi per primo violava una vergine era di mezza libbra d'o
ro; i successivi incontri sessuali sarebbero costati un au-
reo l'uno: tanto quanto cioè veniva pagato a Tarso un moggio
di grano alla borsa nera. Come sappiamo, Atenagora si acco-
sta per primo alla vergine, ma si lascia convincere da lei
a non abusarne: anzi, le dona 40 aurei, cioè 10 di più (me~
za libbra d'oro equivaleva a 30 aurei: Ve più avanti) di
quanto voleva la tariffa fissata dal lenone (70,3): egli le
dona tale somma affinchè la fanciulla possa mettere da par-
te un pecu1io con cui poi potesse riscattarsi dalla schiavi-
tù: in altre parole, dei 40 aurei ricevuti da Atenagora 30
dovevano essere versati al lenone e 10 restavano a 1eio Co-
lui che succede ad Atenagora nella cella di Tarsia è un suo
collega (cioè anche lui è un princeps civitatis). Ora la
prima domanda che costui pone a Tarsia, appena entrato da
lei, riguarda la tariffa pagata da Atenagora: appreso che ha
versato 40 aurei (cioè un terzo in più della tariffa fissata),
per acquistarsi le grazie della fanciulla, giudica meschino
il comportamento di Atenagora:
ma1um i11i sit! Quid magn~m i11i fuisset homini tam
diviti, si 1ibram auri tibi daret integram? (71, 4-6),
e per parte sua le dona senz'a1tro una libbra d'oro, cioè
60 aurei. Tarsia poi con la sua abilità oratoria convince
anche costui a non vio1ar1a.

In questo modo Tarsia ha messo da parte per sé 69 aurei


(10 avuti in più da Atenagora e 59 avuti in più dal collega
di Atenagora). I successivi clienti versano invece la tariffa
stabilita, di 1 aureo, e quindi non incrementano il pecu1io
della fanciulla (72,6). Alla fine della prima giornata "la-
vorativa" la fanciulla consegna al lenone il ricavato (da
cui evidentemente ha detratto i 69 aurei avuti in più da A-
tenagora e dal suo collega). Il secondo giorno essa fa la
stessa cosa, ma, anche, rivela al padrone di avere conserva-
to intatta la sua verginità (72,13-14). Allora costui, pensa~
do di poter ricavare ancora di più da Tarsia una volta dive~
tata mu1ier da virgo che è (73,4), la affida al vi11icus pe~
r ..

108

chè costui provveda ad eripere nodum virginitatis eius (73,


5)0
I successivi guadagni di Tarsia a Miti1ene, ottenuti con
le sue esibizioni artistiche, sono poi indicati dall'autore
in maniera generica: uomini e donne facevano offerte libere
di consistente entità (cotidie ei multa conferebant, 75,1)
e Atenagora continuava a versare grosse somme al vi11ico
(ooout vi11ico multa donaret, 75,4)~
Torniamo ora a Tarso, dove Apollonio, appresa la (falsa)
notizia della mort~ della figlia~ si fa ridare dai coniugi
custodi la pecunia, gli ornamenta, le. vestes che aveva con
segnato loro insieme alla figlia (77, 9~10; cfo'77, 12; 78,
1-2)0
Apollonio, poi, preda dell'afflizione più profonda, quan
do la sua nave approda a Mitilene durante le feste in onore
di Nettuno, ordina al suo dispensator di consegnare 10 au-
rei alla ciurma, perchè possano trascorrere allegramente la
festa (80, 4-6). Atenagora, accolto sulla nave dai marinai,
unendosi ad essi nella festa, contribuisce anche lui con al
tri lO aurei, posando1i sulla mensa (81,5-6)0 Informatosi
di Apo110nio, offre 2 aurei al timoniere, perchè scenda dal
principe e lo inviti a partecipare alla festa (81,15, cf.
82,3). Ma costui rifiuta, nè il tentativo fatto persona1me~
te da Atenagora, sortisce alcun esito. Allora Atenagora ma~
da a chiamare Tarsia perchè faccia anch'essa un tentativo, per
il quale le offre, oltre a 30 giorni di libertà dal postri-
bolo, anche 10 sesterzi d'oro (86,2-3)0 Durante il primo
colloquio Apo110nio le offre 200 aurei e la invita a riti-
rarsi (88,6-8: cf. 89,1-2)0 Atenagora replica offrendo1e il
doppio, 400 aurei,e la invita a restituire ad Apo11onio i
200 ricevuti e a scendere di nuovo dall'infelice (89,3-7)0
Il successivo colloquio con Apo110nio è tutto basato sul
giuoco del denaro offerto e rifiutato e ora restituito: ma
Apollonio non accetta in restituzione il denaro (89,12~13),
e si acconcia al giuoco degli indovinelli (90, 1-2), che la
fanciulla gli ha proposto con questo patto:
si enim parabo1arum mearum nodos abso1veris, vadam;
sin a1iter, refundam tibi pecuniam, quam mihi dedisti,
109
et abscedam (89 9 10-12).
Come debba intendersi questo patto, non mi è chiaro; 8il-
vana Favarin propone questa interpretazione, che mi pare de-
gna di attenzione: "come sappiamo, il romanzo si sofferma
con attenzione e anche con compiacimento a descrivere il pa~
saggio del denaro (dell'oro) da una mano all'altra, da un
personaggio all'altroe Infatti il denaro è considerato un va
lore, il più importante dei valori per la società del roman-
zo, e come tale esso onora chi lo dà e chi lo riceve. Tarsia
dunque si dichiara onorata dall'ingens pecunia che Apollo-
nio le ha donato: tale pecunia è il segno tangibile della con
siderazione in cui Apollonio la tiene. Proprio in considera-
zione dell'onore che le è stato fatto attraverso il denaro,
Tarsia chiede ad Apollonio di potergli parlare: ma il discor-
so si snoda in una serie di indovinelli, e quindi in un di-
scorso culturale (secondo la concezione che della cultura
il romanzo mostra di avere). Sembra che, per smuovere Apollo
nio dal suo stato di prostrazione, Tarsia si serva molto abil
mente del binomio RICCHEZZA-CULTURA, considerato come
un binomio inscindibile: perciò propone questo patto ad Apol
Ionio:
1) Se risolverai i miei indovinelli me ne andrò (e mi terrò
il denaro).
Risolvendo gli indovinelli, Apollonio dimostrerà a Tarsia
e a se stesso (si spera) il suo valore di uomo. E Tarsia
si sentirà onorata accettando il dono del principe e te-
nendosi il denaro.
2) Se non li risolverai, ti ridarò il denaro che mi hai dato
e me ne andrò.
Ricevere indietro il denaro per Apollonio sarebbe una
DOPPIA OFFESA, perchè 1) il suo dono è disprezzato; 2) la
sua cultura non è in grado di competere con quella della
fanciulla e
Tarsia dunque non prende in seria considerazione la possi
bilità che Apollonio non risponda agli indovinelli, perchè sa
che egli possiede la cultura necessaria. E dimostrando la sua
cultura, Tarsia dimostrerà anche che la ricchezza che le è
r • I.

110
stata donata è ben meritata~

Conclusa l'amichevole tenzone e avendo Apollonio risposto


a tutti i quesiti e sciolto tutti gli indovinelli, il princi
pe non solo non accetta in restituzione i 200 aurei della
posta, bensì dona a Tarsia altri 100 aurei (97, 4-5)~ La fa~
ciulla non si scompone: accetta quest'altro dono, mette l'o-
ro nella piega della veste eo~o cerca di tirare il principe
per la veste, per costringerlo a salire sulla coperta della
nave.

Nello scioglimento della vicenda il_denaro continua ad ave


re molta importanzao
Avvenuto il-.riconoscimento di Tarsia da parte di Apollonio,
compiuta la punizione del lenone condannato a morte, a Tar-
sia vengono aggiudicati tutti i beni del lenone (102, 11;
102, 12-103,1)~ La fanciulla si mostra riconoscente verso
il villicus, a cui dona la libertà e 200 talenti d'oro~ I-
noltre mette in libertà tutte le ragazze del postribolo, a~:
segnando a ciascuna di esse quanto ciascuna aveva guadagnato
dai clienti (103, 1-6)~ Infine Apollonio dona 100 talenti
d'oro alla città di Mitilene, che possa servirsene per re-
staurare le mura (104, 3-4): questo è un tratto realistico,
e ci porta, naturalmente, verso i secoli tardi dell'impero,
quando appunto uno dei compiti principali di governo era
proprio quello di restaurare le città cadenti e di provvede
re alla loro difesa ricostruendone le cerchia delle mura~Si
noterà, tuttavia, che mentre Tarsia dona al villicus del
lenone 200 talenti, Apollonio dona alla città solo la metà
di tale somma, per la restaurazione delle mura.
A proposito di questi doni fatti da Tarsia e da Apollo-
nia, i codici della II classe indicano somme più verosimili
(almeno nel loro rapporto reciproco): infatti fanno donare
da Tarsia al villicus 10 talenti (103, 2-3), anzichè 200, e
da Apollonio 50 libbre d'oro ai Mitilenesi anzichè 100 ta-
lenti d'oro~

A Tarso, poi, i due coniugi colpevoli sono mandati amor


te, mentre il loro villicus Teofilo riceve la libertà e "un
premio" di entità non precisata (113, 3-4): ma i codici del-
111
la II classe parlano solo della libertà concessagli (non fan
no parola del premio), mentre aggiungono che Tarsia prese
. , sua
con sè Filomusia, la figlia dei coniugi colpevoli e gl.a
compagna negli studi (113,3-4).

Altri premi, finali: al piscator di Cirene vengono donati


200 sesterzi d'oro e altro (115,3-5); ad Ellenico vengono do
nate multas divitias (115,12).

I termini usati nel romanzo per indicare il denaro e le


quantità di oro ci offrono qualche indicazione utile anche
per la cronologia del romanzo.
Una volta sono menzionati gli aerei, cioè le monete di
rame (18,4); undici volte, invece, sono menzionati gli aurei,
cioè le monete d'oro (18,5; 69,1; 70,3; 71,3,7; 72,6; 80,5;
81,5,15; 82,3; 88,7,10; 89,2-5; 97,5,8); sette volte si fa
parola di talenta auri (12 9 2; 14,4,11; 15,3; 32,10; 103,2;
104,4); dieci volte di sestertia auri (48,1; 49,9; 53,6;
57,3; 66,12,10; 67,2; 86,3; 98,8; 108,5; 115,3)0 Due volte
sono nominate le li~rae (68,12; 71,7), una volta i pondera
(32,10) e, nei codici della II classe, pondo è presente
due volte (32,7; 104,3).

Per cercare di dare qualche concretezza alle indicazioni


di somme di denaro e di quantità d'oro che troviamo nel ro-
manzo, prendiamo anzitutto in considerazione l'intervento di
Apol10nio a Tarso, con l'immissione sul mercato granario di
100.000 moggi di grano (pp. 18-19).
Apo110nio mette in vendita tale quantità di grano al pre~
zo a cui l'ha acquistata lui stesso a Tiro, cioè a 8 denari
al moggio. I Tarsii si affrettano a comprare, perchè ormai
con la carestia imperante 10 pagavano un aureo al moggio.
Vediamo di tradurre in misure a noi note i dati del roman
zo. Il moggio corrisponde a litri 8,733. Dunque Apollonio
mette in vendita in tutto litri 873.300 di grano. Ora un et-
tolitro di grano tenero corrisponde a 74/78 Kg.; un ettolitro
di grano duro, invece, a 78/84 Kg. Indicativamente, e con
larga approssimazione, assumiamo. che un ettolitro del grano

. /
~ .
112
di Apollonio pesasse 78 Kg~: i suoi centomila moggi di grano
equivalgono a hlo 8733, cioè a Kg~ (8733 x 78) = Kge681 0174,
cioè a tonnellate 681,1740
Dalla vendita Apollonio ricava centomila denario
Per quanto riguarda il prezzo a cui egli mette in vendi-
ta il suo grano, sappiamo che nel 149 doCo un moggio di gra-
no costava 5 denari; che sotto Settimio Severo e Caracalla
il prezzo era salito a 10/15 denari; infine sotto Dioclezia-
no il prezzo era salito a 100 denarie
Assumendo in ipotesi che l'indicazione del prezzo data
nel romanzo (8 denari al moggio) abbfa un qua~che riferimen-
to alla rea1tà~ ne deduciamo che il romanzo fu scritto in
età intermedia fra il 149 d.Co e il 193 d.C. (ascesa al tro-
no di Settimio Severo): quindi anche questo romanzo apparter
rebbe, nella sua stesura originaria, al secolo II d.C. (e
precisamente alla sua seconda metà), che vide il massimo fio
rire del romanzo (è la stessa età di Apu1eio).
n costo
sempre più elevato del grano è in rapporto allo
svi1imento progressivo della moneta: pe chè mentre nel 149
il denarius, del peso di g 3,40, contiene 1'85% di fino,cioè
di argento, alla fine del II secolo l'argento è scaduto al
50% del peso del denarius, mentre sotto Diocleziano il dena-
rius, del peso di g 3,8, è ormai di rame imbiancato.
Se vogliamo ora farci un'idea del senso che aveva l'acqui
sto di un moggio di grano ai fini dell'alimentazione di una
persona, teniamo presente che si riteneva che 4 moggi di gra
no fossero necessari per l'alimentazione di un mese. Cioè
ogni mese si consumavano litri (4 x 8,733) = litri 34,932 di
grano, pari a Kg. 27,247 In altre paro1e,si:ritefleva dido:\ter
&).

éonsumare:- poco meno' di un _chilo:'di grano al-giorno a ~,persona


ti>

Quanto incideva il costo dell'alimentazione sul bilancio


di un lavoratore? Se prendiamo come base l'edictus de pretiis
di Diocleziano del 301 doCe vediamo che un lavoratore dei cam
pi, a cui veniva corrisposto il vitto, guadagnava inoltre 25
denari al giorno o Un maestro elementare "guadagnava 50 dena-
ri al giorno (il maestro era pagato con quell'onorario a
giornate di lavoro effettivo): ma dal calendario di Furio

."
113
Filocalo del 254 apprendiamo che i giorni festivi nell'anno
erano circa 180, dunque nel 354 dGC. un maestro lavorava in
media 15 giorni a 1 mese. Se a 1 tempo d.~ Diocleziano le cose
non erano molto diverse, possiamo assumere che un maestro
guadagnasse al mese denari 50x15= 7500 Poichè nell'edictum
de pretiis il prezzo del grano è fissato in 100 denari al
moggio, risulta che per comprarsi i 4 moggi di cui aveva bi-
sogno per la sua alimentazione mensile, il maestro spendeva
400 dei 750 denari che guadagnavao (E se aveva moglie e fi-
gli? E le spese per l'alloggio, ecco?)
Torniamo a Tarso e alla liberalità di Apollo~ioG I suoi
centomila moggi di grano costituiscono la base alimentaria'
indispensabile per 25.000 persone per un mese. Queste perso-
ne erano disposte a pagare "a borsa nera" il grano al prezzo
di 1 aureo al moggio.

Cerchiamo di chiarire il rapporto fra il denaro aereus(di


rame) e il' nummus aureuso Intanto, poichè siamo in età im-
periale, il fatto che il denarius (che in origine era argen~
teus) venga chiamato aereus mi induce a pensare che di
fatto l'autore ci porti all'età di Diocleziano, quando ormai
il denarius è di rame imbiancato.

In altre parole, il redattore della redazione AP del ro-


manzo di Apollonio riporta sì le indicazioni del prezzo del-
l'eta antonL.'"i:iana (il grano costa 8 denari al moggio) ma per
esprimersi usa il termine valido per l'età di Diocleziano (ae-
reus, non argenteus)o
Se si accetta questa base di ragiorlamento, noi dobbiamo
stabilire il rapporto fra aereus e aureus nell'età di Diocle
ziano.
Non possediamo dati precisi e sicuri al riguardo. Propon-
go di fare questo ragionamento, partendo dalla libbra. Poichè
l'aureo dioclezianeo è pari ad un sessantesimo di libbra (da-
to certo), e poichè una libbra d'oro valeva 10.000 denari)
~ secondo altri calcoli, invece, ne valeva 50.000!),ne dedu
ciamo che l'aureo dioclezianeo valeva (circa) denari (10.000:
60), cioè 166 denari (oppure denari 500000: 60, cioè 833 de-
nari). Posta qu~sta base al ragionamento, se ne ricava cheil
8. - I.LANA: Studi sul romanzo di Apollonio.
r ,

114
prezzo a borsa nera del grano a Tarso (1 aureo al moggio)
era più ili 20 volte più alto del prezzo di mercato (8 denari
al moggio), nell'eventualità che la libbra d'oro valesse
10.000 denari; e, invece, di più di 104 volte più alto, se
la libbra d'oro valeva 50.000 denari.
All'età di Diocleziano - verso cui queste considerazioni
ci orientano per fissare la data approssimativa della reda
zione AP del romanzo - indirettamente siamo condotti anche
dal fatto che nel romanzo non si menziona il solidus intro-
dotto da Costantino. Cioè la riforma monetaria di quest'imper~
tore, che non sostiene più il denarius (di rame) e basa tutta
l'economia sul solidus (d'oro), non risulta nota al redatto-
re del romanzo. Infatti sotto Costantino il potere d'acquisto
del denarius, già gravemente ridotto sotto Diocleziano, scen
de paurosamente e si riduce ancora ad 1/20 (o secondo altri
calcoli ad 1/40) del denario del tempo di Diocleziano.
Da altri dati del romanzo siamo egualmente orientati ver-
so la stessa datazione per la composizione dell'opera: mi ri
ferisco alla frequente menzione di sestertia auri.
Per orientarci a capire i passi relativi ai sestertia sono
ricorso alla competenza del collega Giuseppe Nenci dell'Uni-
versità di Pisa, il quale mi scrive :
" ••• quanto ai sestertia auri, posso assicurarti che il se-
sterzio non fu mai coniato in oro, bensì in argento, orical-
co e altre leghe (Plinio, Naturalis historia, 34,2,4). Il s~
sterzio non si conia più verso il 260 d.C. Poiché qui si all~
de al sesterzio di età imperiale, normalmente d'oricalco che
pesava quattro assi e cioè g 48, ritengo che nell'Historia
Apollonii si alluda non a monete, ma a pesi in oro pari a
quello dei sesterzi del tempo. Perciò dieci sestertia auri
(non aurea) corrispondono a g 48x10 = 480 g in oro. Come il
sesterzio antico (d'argento), che era di due assi e mezzo,
passa in Columella (de atboribu$, 1,5) a indicare impropria-
mente una misura lineare di due piedi e mezzo, qui il sester
zio potrebbe indicare il peso (in questo caso 48 g) e indica-
re non monete, ma una certa quantità di oro, che poteva esse
re corrisposta sia in metallo coniato sia in metallo tout-
court. Si tratterebbe di un caso paragonabile a quello di
115
68,12 in cui compare la libra aurie Di più non saprei dirti,
purtroppo, né i lavori sulla monetazione imperiale danno lu-
mi di sorta"G
Dunque possiamo assumere, dopo aver ascoltato l'autorevole
parere del Nenci, che l'espressione più volte ricorrente nel
romanzo sestertia auri non indichi monete (il sesterzio non
fu mai coniato in oro): ma allora, anche in questo caso, si~
mo orientati verso una data posteriore al 260 dGCO (quando
le zecche cessano di coniare sesterzi), ma neanche così
lontana dal 260 che la gente non avesse più idea di che cosa
fosse un sesterzio. In questo senso, l'età dioclezianea -
verso la quale per altra via già siamo orientati a collocare
la redazione AP del romanzo - sembra la più probabile.
Accettata questa base, possiamo agevolmente trasformare
tutti i sestertia auri del romanzo nel peso corrispondente:
Poichè il sestertium auri corrisponde a g. 48, si hanno
queste corrispondenze:
lO sestertia auri = g. 480
20 " " = g. 960
30 " " = g. 1.440
40 " " = g. 1.920
50 " " = g. 2.400
60 " " = g. 2.880
70 " " = g. 3.360
80 " " = g. ·3.840
90 "
ti
= g. 4.320
100 " " = g. 4.800
200 " " = g. 9.600
Nel romanzo sono anche menzionate delle 1ibrae auri. Ora
il peso esatto della libbra romana oscilla tra g. 323,5 e g.
327,5; da una libbra d'oro si ricavano, come abbiamo visto,
60 aurei, sotto Diocleziano. Perciò il prezzo fissato dal l~
none, per la verginità di Tarsia, a mezza libbra d'oro (68,
11-12) equivaleva a 30 aurei; e a g 163,75G Perciò quando 1~
amico di Atenagora dona a Tarsia 40 aurei (70,3) le dona lO
aurei in più di Atenagora (le dona in monete un peso pari a
g 218,33): egli ritiene che Atenagora avrebbe potuto faci1-
'mente donarle un'intera libbra d'oro (71,6), cioè il corri-
, '
l" ,

- :l,
.•.•. f"' .

• Ma1~':~~.\,:. l"
r •

116
spondente in oro di 60 aureio Passiamo quindi dai 30 aurei
di Atenagora ai 40 dell'anonimo amico, ai 60 ipotizzati da
quest'ultimoo Notiamo ancora che il prezzo fissato dal leno-
ne per un "incontro" con Tarsia, 1 aureo (69,1:ivi. patefit
non ha bisogno di essere corretto: patefio ("vengo aperto"),
qui riferito a Tarsia costretta alla prostituzione, è al po-
sto suo, anche se non è altrove attestato; mi pare anche più
opportuno del patebit dei codici della II classe, che signi-
fica "sarà a disposizione"), è pari al prezzo di borsa nera
di .un moggio di frumento.
Facciamo ancora qualche considerazione. Tarsia sulla nave
di Apo11onio chiuso nella sentina raggrane11~ un bel capita-
le
lO sestertia auri iniziali da Atenagora (86,2-3);
200 aurei da Apo11onio (88,7);
400 aurei da Atenagora (89,4);
100 aurei da Apo11onio (97,4-5);
in totale lO sestertia auri e 700 aurei; cioè 9 in peso, 480
g più I l libbre e 2/3 di libbra d'oro, cioè (calcolando la
libbra uguale a g 327,5) g 3820,83; in totale dunque g 4300,83.
Questa fanciulla viene davvero caricata d'oro!

Dobbiamo ancora considerare i ta1enta auri. Il talento


era una misura di peso attica, che i Romani consideravano p~
ri a 80 delle loro libbre, cioè pari a Kg 26,200. Quindi quan
do Antioco mette su Apo11onio vivo una taglia di 100 talenti
d'oro (12,2) questa è pari a 8000 libbre d'oro, cioè a Kg.
2620. La taglia su Apo11onio morto è addirittura il doppio
(200 talenti, pari a 16.000 libbre d'oro, cioè a 5240 Kg).
La stessa quantità di oro è donata dalla figlia di Archistr~
te ad Apo11onio (32,10): può sembrare inverosimile, tanta quan
ti tà d'oro. Ma 'si pensi che Simmaco ne l 401 spese 2000 libbre
d'oro per allestire le feste con cui celebrare la pretura del
figlio! Nel 408 l'impero d'occidente versa ad Alarico 4000
libbre d'oro.
Invece certamente errata è la somma di 200 talenti che Tar
sia farebbe donare al villicus del lenone (103,2): più accet
tabi1e è il dato dei codici della II classe, che riducono i -
117
200 talenti a 10: è sempre un bel don0 3 pari a 800 libbre di
oro, cioè a Kg~ 262.
Nel romanzo troviamo anche la misura di peso pondo,che si
gnifica libbra: rimandiamo perciò a quanto abbiamo detto sul
la 1ibbrao
Ancora una riflessione. Il fatto che nel romanzo il dena-
rio compaia una sola volta e il fatto che accanto alle monete
d'oro sia assai frequente la menzione dell'oro valutato a pe-
so dimostrano che la nostra redazione del romanzo va colloca
ta in un momento storico in cui la moneta ha perduto il suo
valore convenzionale e ciò che soltanto conta è il valore in
trinseco di essa, cioè la quantità di oro che ha in sè; e
meglio ancora conta l'oro in quanto orOe Ciò vuo1 dire che
la nostra redazione è da collocare all'incirca nell'età di
Diocleziano: meglio ancora si collocherebbe nell'età costan
tiniana (e postcostantiniana), se a ciò non ostasse il fatto
che nel romanzo si parla sempre di aurei e non mai di soli-
di.

o
o o
r •
SOMMARI DELLE RELAZIONI SULLE RICERCHE
COMPIUTE NEL SEMINARIO

DI LETTERATURA LATINA

o
o o
.,
,.
121

I.

Enrica CIABATTI e Simonetta SABELLO

L'Historia Apollonii regis Tyri e i "Racconti efesii di


Anzia e Abrocome" di Senofonte Efesio.

Ci siamo occupate dei contatti tra la Storia di Apollonio


ed il romanzo greco di Senofonte Efesio "Racconti efesii di
Anzia e Abrocorne"o La scelta delle Efesiache non è stata ca-
suale: infatti gli studiosi sono concordi nel sostenere che
il romanzo greco con il quale la Storia di Apo110nio presen-
ta maggiori affinitA~ è proprio q~~Ilo di Senofonte. D'altra
parte, la stessa redazione del romanzo di Apo1lonio a noi per
venuta pare il risultato di una traduzione, non troppo cura-
ta e forse sunteggiante, di un originale in lingua greca.Per
questo la nostra ricerca è orientata a individuare le somi-
glianze di situazioni e di trama e le affinitA lessica1i dei
due romanzi. Premettiamo un breve riassunto del romanzo di
Senofonte Efesio.

Libro I
Due giovani efesii, di ricca famiglia e di straordinaria
be11ezza,Anzia e Abrocome, per volere di Eros, che vuole ve~
dicarsi del peccato di hybris commesso dal superbo fanciul-
lo, s'incontrano durante una processione in onore di Artemide
e si innamorano l'uno dell'altra. Poichè la pena d'amore ri-
duce i due ragazzi in fin di. vita, i loro genitori interrog~
no l'oracolo di Apollo Co10fonio, che svela la causa del ma-
le, ma predice anche per i due giovani infinite sventure, pri-
ma della meritata fe1icitAo Anzia e Abrocome si sposano, e
quasi subito partono per mare, per sottrarsi al castigo di
~ros; ma la loro nave viene assalita ed incendiata da pirati~
che conducono i due prigionieri al quartier generale della
banda~ presso il loro capo Apsirto, a Tiroo
, J
,
122

Libro II

Manto, la figlia di Apsirto, si innamora di Abrocorne, ma


viene da lui respinta; invasa da barbaro furore, si vendica
riferendo calunniosamente a suo padre che il giovane ha ten
tato di usarle violenzao Abrocome viene torturato ed impri-
gionato, ed Anzia~ donata a Manto come schiava insieme con
i suoi due servi Leucone e Rode, è costretta a seguire la pa
drona fino in Siria, ad Antiochia, dove abita il novello
sposo di Manto, MerisD
Anzia viene consegnata al capraio Lampone, che la rispet-
ta e le vuoI beneo Ma anche Meris è conquistato dalla bel-
lezza di Anzia; Manto allora, fuori di sé, ordi?a a Lampone
di uccidere la fanciullao Il capraio, però, impietosito,de-
ci de invece di venderla ad alcuni mercanti cilici, i quali,
durante il viaggio per mare, fanno naufragio e sono cattura-
ti dagli uomini del brigante Ippotooo Anzia viene scelta co-
me vittima per un sacrificio in onore di Ares: quando sta per
essere uccisa, sopraggiunge Perilao, un alto funzionario del
la Cilicia, che uccide tutti i briganti tranne Ippotoo, che
fugge. Perilao si innamora sinceramente di Anzia e la condu-
ce a Tarso per sposarla.
Intanto Apsirto, riconosciuta l'innocenza di Abrocome, 10
lascia libero; egli parte subito alla ricerca di Anzia, e,
in Ci1icia, incontra per caso Ippotoo, e si unisce a lui per
formare una nuova banda.

Libro III

Abrocome scopre per caso, durante un colloquio col brigan


te, che Anzia è stata prigioniera di Ippotoo, e continua con
lui le sue ricercheo Intanto Anzia, per sottrarsi alle nozze
con Perilao~ si fa consegnare da un medico di Efeso, Eudoxo,
un veleno, che ingerisce di nascosto: si tratta in realtà di
un narcotico, che fa piombare la fanciulla in uno stato di mor
te apparentee Peri1ao, trovato il suo corpo senza vita, di-
sperato, la fa seppellire; ma ella si risveglia nella tomba
e viene rapita da alcuni 1adroni, penetrativi per fare ra~
zieo Ad Alessandria i ladroni la vendono al re indiano Psam-
mise Nel frattempo Abrocome, avuta notizia della morte di An-
zia~ lascia di nascosto la banda di Ippotoo e va da solo alla
123
ricerca della salma di lei.

Libro IV

Frattanto Ippotoo, appostatosi sulle alture dell'Etiopia,


piomba sul corteo di Psammis, uccide tutti e fa prigioniera
Anzia, senza riconoscer1a. La fanciulla, per difendersi dal
brigante Anchia10, che vuole usar1e violenza, 10 uccide; vie
ne perciò condannata a mortee Ma Anfinomo, un brigante inna:
morato di lei, la salva. Anche Abrocome si trova in carcere
in Egitto, accusato di un delitto che non ha commesso, dopo
essere stato salvato dalla crocifissione e dal rogo per in-
tervento di un dio.

Libro V

Il giovane , riconosciuto innocente, riparte e sbarca in


Sicilia, a Siracusa, dove si stabilisce presso il vecchio P!
scatore Egia1eo. Anzia, nel frattempo, dopo varie peripezie,
viene mandata anch'ella in Italia, a Taranto, per volere di
una donna gelosa. Renea, il cui marito Po1yido s'è innamora-
to della fanciulla. Qui ella viene comperata da un lenone.
Sa1vatasi dalla prostituzione grazie ad uno stratagemma, vi~
ne rivenduta, ed acquistata da Ippotoo, che nel frattempo
ha ricevuto una grossa eredità e va in cerca di Abrocome.Qu~
sta volta egli riconosce Anzia e la prende sotto la sua pro-
tezione.
Abrocome, dopo essersi recato in Italia, decide di torna-
re ad Efeso, e fa tappa a Rodi; anche Ippotoo, con Anzia,
giunge nell'isola; qui la fanciulla consacra come dono voti-
vo al dio Helios una ciocca di capelli, accompagnata da una
dedica col proprio nome. La dedica viene letta da Leucone
e Rode, servi di Abrocame. Finalmente i due giovani si ritr2
vano, presso il tempo di Iside, e possono così tornare in p~
tria assieme.
o
o o

Nell'esaminare la struttura· dei due romanzi, sono state


,più'volte rilevate analogie di contenuto anche puntua1i,non
. sottolineate da espressioni assai simili (naturalme~

DalW··~~'~~~~">ii ~~~.'~'.
,.
124
te entro i limiti consentiti dall~uso di due lingue diverse)~
Ci limiteremo in questa sede ad indicare sommariamente i pa~
si presi in esame e i loro contenuti~ e ad accennare alle
conclusioni che ne abbiamo tratte, rimandando~ per un'esposi
zione più completa, alla copia del lavoro la!sciato a disposi
zione degli studenti in Istitutoo

Sono stati dapprima messi a confronti gli episodi descri~


ti nei Racconti Efesii, I~V,5 sggo e nella Storia di Apollo-
nio~XVIII, ppo33=34=35~ riga 15 Rieseo Si narra in essi del-
la malattia d!amore che colpisce nel primo caso Anzia ed Abro_
come~ nel secondo caso l'anonima figlia del re Archistrateo
Analoga è la natura del male, analoga-com'è lqgico= la rea-
zione dei genitori, che~ preoccupati~ non riescono a spiegar
si la causa dell~improvvisa infermità che ha colpito i loro
figli; simile sarà anche l'esito della vicenda, che si con-
cluderà in entrambi i casi con un taumaturgico matrimonioo
Comune ai due autori è pure la superficialità dell'analisi
psicologica, del resto piuttosto frequente nel romanzo d'amo
re greco.

L~ analogie per~ non vanno oltre queste considerazioni ;


diverso è infatti nei due romanzi il motivo dell'innamoramen
to (la bellezza nei Racconti Efesii, la cultura nella Storia
di Apollonio); e, soprattutto, diverso è lo spirito che ani-
ma i due episodi, come si ricava dal fatto che i genitori di
Anzia ed Abrocome ricorrono all'intervento di indovini e sa-
cerdoti, mentre il padre della principessa ammalata manda a
chiamare i medici: questo è un segno della razionalizzazione
e della laicizzazione operate dal romanzo latino nei confron
ti di quello greco.

Nei Racconti Efesii, II,IX,4, viene descritta la reazione


di Anzia nel momento in cui, per la gelosia di Manto che l'ha
consegnata al capraio Lampone, la ;sua castità è messa in pe-
ricolo; anche Tarsia, nella Storia di Apollonio, XXXIV,p~69,
4 Riese, si trova a dover difendere la sua verginità, insi-
diata dal principe Atenagora, d~po essere stata esposta nel
lupanare dal lenoneo In un simile frangente entrambe le fan-
ciulle cercano di commuovere con invocazioni e suppliche i
loro avversari e riescono facilmente nel loro intento; il c~
praio Lampone e il principe Atenagora rivelano la medesima no

,,
125
biltà d'animo ed assicurano alle due malcapitate la loro com~
prensione e protezionte Le analogie, in questo caso, vanno
oltre la somiglianza contenutistica e si spingono fino a quel
la formale, per l'esame della quale si rimanda al testo inte:
grale della presente relazionec

Nei Racconti Efesii, II~ XI, 3 sggo, Anzia corre pericolo


di essere uccisa dal capraio Lampone, per volere della gelo-
sa Manto; allo stesso modo Tarsia, nella Storia di Apollonio~
XXXI, ppc60-62, 5 Riese, rischia la morte per mano del fatto
re Teofilo, al quale l'invidiosa ed avida Dionisiade ha ordi-
nato l'orrendo delittoc In entrambi i casi~ dunque~ l'assassi
nio è voluto e preordinato da una donna gelosa (ma per Dioni-
siade esiste anche il movente dell'avidità, dal momento che
ella intende impadronirsi della dote di Tarsia)o Di fronte
allo scellerato comando Lampone e Teofilo si mostrano esitan
ti e compassionevoli: però, mentre il primo risparmia la vi-
ta di Anzia di sua iniziativa, il secondo, nonostante le sue
patetiche invocazioni a Dio~ è disposto a commettere il de-
litto (il che dimostra che la "patina" cristiana del romanzo
è proprio solamente tale)o Quanto alle due eroine, esse rea-
giscono entrambe con pianti e suppliche, e naturalmente alla
fine si salvano o

Nel libro III, VII, 1 sggc, dei Racconti Efesii, si assi-


ste alla morte apparente di Anzia, provocata da un farmaco
che ella credeva mortale e che aveva ingerito per sottrarsi
alle nozze con Perilao; questi, trovandola a terra esanime,
si abbandona alla più cupa disperazione; così pure, nella
Storia di Apollonio, XXV, pp. 46-48,10 Riese, la moglie di
Apollonio, dando alla luce una bambina, cade in uno stato di
morte apparente, provocando nel marito una profonda costerna
zione. Oltre all'analogia di situazione, notevole è la reazi~
ne esteriore di Perilao e di Apollonio, che si comportano
esattamente allo stesso modo. Un discorso diverso va fatto
sulla reazione interiore dei due uomini; mentre Perilao è si~
cero e disinteressato, Apollonio è turbato soprattutto dal
pensiero del debito enorme che ha contratto nei confronti del
re Archistrate, della cui figlia, che aveva sposata, si sen-
te ora responsabilec Anche in questo episodio esistono analo
gie formali ed espressioni paralleleo
,.
126

L'esame del testo dei due romanzi ha rivelato inoltre la


presenza di alcune interessanti affinità linguistiche~ che
non sempre appaiono casualie Le sei espressioni latine più
notevoli, insieme con le corrispondenti greche, sono state
fatte oggetto di ricerca, per arrivare a stabilite se esse
possano costituire una sia pur minima prova in favore della
ipotesi di una interdipendenza tra i due romanzio Si è cer-
cato di ricostruire IVevoluzione di tali espressioni e dei
loro significati nel tempo, con particolare riferimento ad
autori che ne avessero fatto un uso non comune~ traslato, o
comunque simile a quello che si ritrova nel testo delle due
opere prese in esameo

Ci limitiamo qui ad elencare le suddette sei espressioni,


rimandando anche in questo caso alla copia della relazione
presente in Istituto.

1) Genibus provolutus, p. 22,11 - twv no6wv npoxuÀCEa~a~


111,V,9 - Vlll,4.
2) lnnocens, p.9,2 - 15,3 all. - aw~pwv II,V,7-
V,IV,6 all.
3) Scindere vestes, p.46, 12 nEp~Epp~~ato tòv x~twva
III, X,I.
4) Tabula, p.21,7-9 aavCç II,11,10.
5) Tragoedia, p. 22,10 - tpa~~6Ca 111,1,4.
6) Opera mercatus, p. 54,9
, , , ,
xata xpE~av E~nop~aç
111,11,12.

o
o o
· ,.... ~.' .. ",

127

II

Caterina BRUSA e Giampiero SELVATICO

L'-'Historia Apollonii regis Tyri e le "Etiopiche" di


ELIODORO DI EMESA

Abbiamo esaminato parallelamente la Historia e il romanzo


greco le Etiopiche per vedere se si possano trovare fra que-
sto romanzo latino (la cui prima redazione era probabilmente
in greco) e il romanzo greco (di cui le Etiopiche sono un e
sempio per eccellenza, data la complessità della trama, la
gran copia di personaggi, la cultura-erudizione profusavi
dall'autore) analogie, derivazioni, differenze. L'esame ci
ha portati ad individuare con sicurezza somiglianze o diffe-
renze in alcuni punti:
1) analogia di episodi;
2) atteggiamento di fondo dei due autori;
3) individuazione di tipi;
4) mancanza, nell'Historia, di massime morali, assai frequen
ti invece in Eliodoro;
5) rapporti coi generi letterari.
Ci siamo soffermati ad analizzare in particolare i pr1m1
due punti perchà, a nostro avviso, offrono più possibilità
di confronto. Premettiamo alcune considerazioni generali e
la trama delle Etiopiche.
Il romanzo di ELIODORO si divide in dieci libri. L'auto-
re, contrariamente a tutti gli altri romanzieri greci da noi
conosciuti, non parte dall'inizio nel narrare gli avvenimen-
ti; volendo dare una impronta marcatamente drammatica al rac-
conto introduce, con un procedimento già usato da Ornero, il
lettore 'in medias rese La trama è quella solita dei romanzi
,,",:~ecic viaggi ed avventure, amori puri e passioni colpevoli,
128
una girandola di situazioni ruotanti attorno alla coppia dei
protagonisti~ la cui castità e bellezza sono al di là di qua-
lunque limite di veros~miglianzao La vicenda è condotta con
abilità e maestria, ricca di colpi di scena che nell'inten-
zione dell'autore dovrebbero servire a mantenere desta l'at=
tenzione del lettoreo Il limite più grave dell'opera consiste
appunto in questo~ a nostro avviso: l'autore non riesce a man
tenere inalterato il ritmo narrativo dell'inizio (un vero e
proprio atto di tragedia, ricco di descriptiones e di mono-
loghi e dialoghi) che viene a cadere quando Eliodoro è co-
stretto a render noti gli antefatti della vicenda; inoltre
proprio l'accorgimento di complicare sempre più la vicenda
con aggiunte del tutto gratuite ai fini di rendere più inte~
ressato il lettore finisce per generare un senso di stanchez
za. Il romanzo si apre con una scena sulla riva del mare,ove
appare agli occhi del lettore la vista dei risultati di una
orribile carneficinao Due soli ne sono i sopravvissutio Due
bande di pirati si succedono per depredare; la seconda, più
numerosa~ ha la meglio e porta con sè anche i due sopravvis-
suti, Teagene e Cariclea. Il capo dei banditi, Tiamis, col-
pito dalla bellezza della fanciulla, decide di sposarla e af
fida lei e Teagene a Cnemone, un greco presente fra di essii
Cnemone narra loro una parte delle sue vicende. Il giorno s~
guente, Tiamis spiega ai suoi banditi perchè vuole sposare
la ragazza e questa con un pretesto inventato cerca di dila-
zionare le nozze. A questo punto interviene un nuovo colpo
di scena: sopraggiungono altri pirati e si ingaggia una fu-
riosa battaglia (I); dopo alterne vicende (complicate dall'i~
serimento di un personaggio - morto! - legato alle avventure
di Cnemone) i tre si ritrovano e si dividono dandosi appunt~
mento in un villaggio del luogo. Mentre vi si reca, lungo il
Nilo, Cnemone incontra un vecchio dal nobile aspetto, di no-
me Calasiris, il quale gli narra la sua storiao Egli, sacer~
dote a Memphis, per motivi di castità s'era recato a Delfi;
là le sue vicende, per opera divina, s'erano intrecciate con
quelle di due giovani bellissimi chè s'erano incontrati du-
rante una processione (presentata con la tecnica della de-
scriptio) (II) ed egli, dopo averli aiutati a maturare -;d
avvertire coscientemente il loro amore li convince" a fuggire
con lui (III-IV). A questo punto il racconto del vecchio Ca-
129
lasiris s'interrompe; dopo due colpi d'L scena (Cnemone cre~
de che il personaggio trovato morto sull i iso1a sia vivo; l'
autore ci narra come Teagene e Caricl~d fossero stati presi
dai soldati persiani e come Nausicle, un mercante presso il
quale sono ospiti Calasiris e Cnemone~ avesse con un sotter-
fugio salvato la ragazza) Ca1asiris e Caric1ea, la sua prote!
ta, s'incontrano. Intrecciando narrazione e racconto in pri~
ma persona l'autore fa concludere a Calasiris il suo raccon-
to: come, cioè, dopo la partenza fossero approdati a Zacinto
per svernarvi e ne fossero poi ripartiti di nascosto per sfug
gire all'insidia dei pirati (il cui capo - Trachino - era
innamorato di Caric1ea), senza però riuscirvi: catturati e
fatti salire sulla loro nave erano poi approdati presso le
foci del Ni1o: qui i pirati s'erano poi uccisi tra loro per
la rivalità amorosa fra Trachino e il suo luogotenente. Qui
il racconto di Calasiris si ria11accia esattamente al punto
in cui era iniziato il romanzo (V)o Ora essi si recano a 1ibe
rare Teagene; durante il viaggio Cnemone a sua volta conclu-
de un'altra sezione narrativa, che riguarda le sue proprie
vicende. Intanto vengono a sapere che Teagene è di nuovo nel
le mani di Tiamis e dei suoi mandrianie Cnemone scompare di
scena insieme al mercante e a sua figlia. Ca1asiris e Cari-
c1ea si travestono da mendicanti per passare inosservati(VI)o
A Memphis Calasiris riesce ad evitare che il duello fra i
suoi due figli, Tiamis e Petosiris (il primo si era dato
al banditismo proprio perchè le sue funzioni sacerdotali era
no state-usurpate dal fratello), si concluda in modo cruento;
Teagene e Cariclea sono di nuovo uniti, ma la morte di Ca1a-
siris, ormai vecchio, li priva della loro guida. Entra in
scena un nuovo personaggio - Arsace, moglie del satrapo per-
siano Oroondate -; ella, presa d'amore sfrenato per Teagene
(VII), non riuscendo a soddisfare le sue brame, infierisce
sui due giovani, giungendo fino al punto di far imprigionare
Teagene (dopo un violento dialogo con Tiamis, ora sacerdote
di Memphis, che voleva invece la liberazione dei giovani) e
poi Cariclea (accusandola di veneficio). Qui però si ha un
primo scioglimento della vicenda: il marito di Arsace (che,
impegnato in una spedizione militare contro gli Etiopi,quan
do viene informato di questa vicenda manda una schiera a
Memphis per farsi consegnare dalla moglie i due; mentre gli
9~ - I. LANA;, Studi sul romanzo di Apollonio.
r.
130

venivano condotti, apprendono che Arsace siè uccisa e subito


dopo cadono prigionieri di una truppa etiope che aveva teso
alla schiera uni imboscata; i due giovani vengono lasciati in
vita e condotti via da essi (VIrI)o
Dopo un intero libro (IX) dedicato ad avvenimenti guerre
schi, con la minuziosa descrizione delliassedio di Siene, la
scena si sposta in Etiopia, alla corte di Idaspe e Corinna
(che sono i genitori di Cariclea); qui i due giovani stanno
per essere sacrificati come vittime di ringraziamento per la
vittoria: ma dopo successivi colpi di scena si ha finalmente
i 1 riconoscimento di C,~riclea da parte di sua madre e poi di
Teagene come suo promesso sposo. Alla fine d~l romanzo l'au-
tore ci rivela il suo nome e la sua origine (X).
Noi ci siamo soffermati su tre episodi dell'Historia Apol-
lonii e delle Etiopiche, che presentano analogie:
1) Visita dei medici (Etiopiche, IV, 7; Historia 18); in en
trambi i romanzi è descritta la visita dei medici a due fan
ciulle ammalate, che in realtà soffrono d'amore; la scena è
più particolareggiata nelle Etiopiche, dove il medico più
saggio capisce anche la causa dei mali di Cariclea, cosa
che non avviene nell'Historia (la differenza è dovuta a r~
gioni funzionali: nell'Historia il padre deve venire a sa-
pere ciò dalla figlia stessa).
2) Incontro col pescatore (Etiopiche, V 18; Historia 12),
presente anche nei Racconti Efesii (V, 1) di SENOFONTE EFE=
SIa; i protagonisti incontrano un pescatore dopo un naufra-
gio (Apollonio) o uno sbarco (Calasiris e Abrocome), in una
terra a loro straniera. Fondamentale è osservare che il pe-
scatore in Apollonio è povero, diversamente dal pescatore
Tirreno delle Etiopiche, il quale è abile e fortunato nel
pescare; inoltre nell'Historia si dà molta importanza al
denaro, alla ricompensa materiale: il pescatore chiede ad
Apollonio di non scordarsi della sua povertà qualora riac-
quisti le sue ricchezze (al cap. 51 si vede come egli sarà
puntualmente premiato). Anche il pescatore delle Efesiache
è povero, ma accoglie il giovane Abrocome come un figlio se~
za chiedere ricompensa: però qui tale episodio serve ad intr~
durre la storia d'amore del ricco spartano Egialeo con la
+6.n,rii.11.1.;:l ('I")n rl1 i . fl100~ in ~iri1iR: npoH ::11t:ri nu.e t"om;:ln,.,.i' 1
131
invece~ liincontro col pescatore servp per far procedere la
vicenda~ è liaggancio con la terra su ~ui i personaggi giun~
gonoo

3) La tempesta in mare (Etiopiche V 23; Historia Il e 39)G


Nelle Etiopiche l'episodio è narrato da Ca1asiris durante un
banchetto: lui parte coi due giovani da Zacinto perchè infor
mato che un gruppo di pirati sta per assalirli; assaliti da
una forte tempesta j approdano ad un promontorio di Creta.
Nel romanzo latino Apo110nio partito da Tarso è sorpreso
da una tempesta che 10 fa naufragare a Cirene (ove incontre
rà quel pescatore del punto 2))0 Nello stesso romanzo si ac
cenna poi ad un'altra tempesta: Apo11onio, appresa la morte
della figlia Tarsia, si getta nella stiva della nave ed ordi
na di volgere la rotta verso Tiro: durante la navigazione
una tempesta improvvisa 10 porta a Miti1ene (ove ritroverà
la figlia).
La prima delle due descrizioni de11'Historia è certo più
particolareggiata; i venti che infuriano vi vengono nomina-
ti: il fatto che è in versi e alcune possibili reminiscenze
1essica1i permettono al Riese di accostarla alla descrizione
,della tempesta del I libro dell'Eneide. La tempesta narrata
~da E1iodoro s~rve a dare una spinta all'azione (i pirati che
li inseguivano riescono a raggiunger1i). Analoga funzione
ha la tempesta del cap. 39 de11'Historia: sviare la rotta
da Tiro a Miti1ene.
Per esaminare l'atteggiamento di fondo dei due autori par
tiamo da questa considerazione: l'Historia presta partico1a:
re attenzione alla conclusione delle vicende dei vari perso-
naggi in modo che ognuno, buono o cattivo, abbia il premio
o il castigo che si merita. Ma già nelle Etiopiche si nota
qualcosa di an'a1ogoo L'interesse che Teagene dimostra (I 14,
1-2) per la punizione toccata alla scellerata Demeneta era
proprio anche del lettore, impaziente di sapere se e come i
malvagi erano puniti, se e come i buoni raggiungevano la fe-
licità a cui erano destinati. Questa tendenza aveva ancora
alla sua base il concetto di paideia che aveva animato e
vivificato la letteratura greca, fin dalle sue prime mani-
festazioni, nei suoi due aspetti, strettamente connessi in
132
origine~ morale e culturalee Ora questi due aspetti si vanno
separando e il concetto di paideia sopravvive solo com.e fos~
sileo La morale si è ridotta a dividere i personaggi in due
categorie (buoni e cattivi), e le poche possibilità di pas-
saggio dall'una all'altra ancora esistenti nelle Etiopiche
(eso: Tiamis; Eufrate) vengono meno nell'Historiae Il pro
cesso di schematizzazione e cristallizzazione dei valori mo-
rali, già presente nelle Etiopiche e vieppiù accentuato nel-
l'Historia~ può servire a spiegarci la mancanza di massime mo
rali (congiunta forse anche alla schematicità e semplicità
del romanzo: ma non è da dimenticare la possibilità che ciò
dipenda dal fatto che a noi sia per~enuta una traduzione -ri
duzione dell'originale) le vicende stesse sonb di per sè in-
segnamento morale, senza bisogno di esemplificazioni ulteri~
rie Lo stesso vale anche per il motivo della cultura~ se ~
a parte i contatti con altri generi letterari (l'epica; la tra
gedia e la cormnedia) "canonici" che servivano a dare una cer
ta nobiltà a questo genere "bastardo" ~ Eliodoro si compiace
ancora di fare al lettore espliciti armniccamenti letterari,
l'autore anonimo dell'Historia vede nella cultura solo un tipo
di erudizione (degradata a livello di indovinelli) e un mez-
zo per salvarsi dai pericoli e per migliorare la propria po-
sizione sociale ed economicae Già in ELIODORO Cariclea ri-
correva a discorsi costruiti secondo gli schemi retorici per
uscire dalle situazioni difficili: nell'Historia questo modo
di considerare la cultura si accentua e si riconnette al te-
ma - importantissimo - del denaro: solo chi è ricco è colto
(vedi l'incontro di Apollonio col vecchio dopo il naufragio,
cap. 12), e solo chi è colto può aver fortuna.

La morale degli autori noi l'abbiamo esaminata nel modo


di trattare l'amore. Esaminando il modo in cui ELIODORO ci
presenta i casi d'amore, vediamo come essi possano dividersi
in due gruppi distinti: l'amore casto e puro e quello impuro
e illecito. Casto e puro è soprattutto quello dei due prota-
gonisti; ha una conclusione lieta, magari ritardata da con-
trattempi, ma comunque connaturata alla natura del romanzo
stessoo Quello impuro o illecito coinvolge: o due personag-
gi secondari (serve per creare la cornice oppure l'antefatto
della vicenda vera e propria) o un personaggio secondario e
un protagonista (serve per creare varianti e introdurre si-
133
tuazioni nuove e per ritardare la soluzione della vicenda;
à tale non solo dal punto di vista del sangue, ma anche del
la morale e viene sempre condannato Sla esplicitamente sia-
implicitamente (nel senso cioà che l suoi esiti sono sem=
pre infelici)e Amori :illeciti sono: in ELIODOR0 1 quello di
Demeneta e Cnemone (libro I); Trachino e Cariclea (V), Tia~
Mis e Cariclea (I)~ Achemene e Cariclea (VIII); Arsace e Tia
Mis (VII), Arsace e Teagene (VII ~ VIII); in Apollonia ~
quello di Antioco e sua figliae

Se un personaggio buono à coinvolto in un amore impuro si


hanno due possibilità: che respinga questo amore (cosa che
in ELIODORO fanno: Cnemone nei confronti della matrigna De-
meneta, Cariclea nei confronti di Trachino e di Tiamis, Tia-
Mis con Arsace, Teagene con Arsace, e,ancora, Cariclea con
Achemene, figlio di Cibele, ancella di Arsace, e Calasiris
con la cortigiana; in Apollonio à Tarsia che fa di tutto
per sottrarsi ai clienti del lenone di Mitilene) ed in que-
sto caso non viene punito; che lo accetti (in ELIODORO: Cne-
mone accetta le grazie di Tisbe, ancella di Demeneta; in Apol-
Ionio: la figlia di Antioco sottostà alla passione del pa-
dre) e venga quindi punito (Cnemone coll'esilio; la figlia
di Antioco col fulmine divino). Basandosi su questo modo di
interpretare l'amore, si comprendono meglio altre linee sche
matiche: come, nel caso di un amore casto e puro, si à
pronti a morire l'uno per l'altro e non si può sopravvivere
alla morte dell'essere amato, così, nel caso d'un amore impu
ro, si fa di tutto per eliminare l'oggetto di questo amore,
se non vi corrisponde (così, in ELIODORO, si comportano Deme
neta verso Cnemone e Arsace verso Teagene), o se il destino à
contrario (Tiamis vorrebbe uccidere Cariclea quando sente che
sta per perderla), oppure i possibili rivali (in ELIODORO:
l'odio di Arsace per Cariclea, quello di Trachino per il suo
luogotenente; in Apollonio: quello di Antioco per i preten-
denti della figlia).
Tema della culturae In generale lo schema del romanzo e
la sua conclusione ci riportano alla commedia piuttosto che
alla tragedia; invece per quanto riguarda l'Historia vi à un
esplicito rifarsi alla tragedia, per nobilitarne il tonoe An
che nelle Etiopiche avviene qualcosa di simile, soprattutto

:,: .. ~.
,. .
134
attraverso allusioni dirette a miti tragici o tragedie (di
EURIPIDE)o La cultura ha un ampio rilievo nelle Etiopiche
come, dialtra parte~ è possibile riscontrare in quasi tutte -
le opere letterarie del periodo tardo, sia latine sia grechee
Si possono fare due diverse letture, a due livelli, della
cultura in questo romanzo greco: il primo livello, che si
può definire "oggettivo", più facilmente riscontrabile, ri-
guarda l'importanza della cultura in sé oppure per scopi pra
tici; il secondo,"soggettivo",è costituito dai continui ri-
ferimenti e rinvii alla cultura letteraria del passato, ri-
ferimenti che vanno da OMERO fino a PLUTARCO (questi riferi
menti sono di vario genere: lessical~, dalla singola parola
alla locuzione, frase, verso; di contenuto; di impianto na~
rativo), oppure da discussioni di carattere letterario-eru-
ditoo Nell'Historia l'aspetto più propriamente di erudizio-
ne - come già detto - si è ridotto a formulazione di indovi
nelli e la cultura ~ tidotta a mezzo"in Vista-di un-fine.

o
o o
135

III

Elena ARIETTI 9 Laura BOTTER0 9 Maria LA SCALA9


Claudia VARETTO

L a n a r r a t i o

La scelta dell'argomento della ricerca è stata dettata


dal desiderio di verificare se e in quale misura il romanzo,
che presso gli antichi non assurse mai alla dignità di gene
re letterario riconosciuto, fu influenzato dalla tecnica re
torica: data la necessità di delimitare il campo della ri-
cerca, abbiamo scelto un settore specifico della teorizzazio
ne retorica: la narratioo Era nostra intenzione scoprire
che cosa gli antichi, sia latini che greci, intendessero per
narratio, quale posizione essa occupasse nei vari generi 1e~
terari (oratoria, storiografia, epica, tragedia, ecc.) e in-
fine, per collegarci al tema del corso di letteratura latina,
quale spazio le sia riservato ne11'Historia Apo110nii regis
Tyrio Ragioni di tempo ci hanno costrette a 1imitarci al
primo punto, cioè alla parte più teorica e sistematica. Cer-
chiamo ora di esporre brevemente i risultati a cui siamo giun
te.

Il termine greco che corrisponde al latino narratio è


di~ghesiso In Platone lo incontriamo diverse volte nei'~ia­
10ghi", in contesti di genere diverso, ma sempre col signi-
ficato generico di "trattazione, spiegazione, indicazione,
esposizione" (cfr. Fedro 246a- Timeo 38e - Gorgia 465e~
Teeteto 143e - . Eutidemo '275d). In Fedro /266, pur man
tenendo il significato generico di esposizione, sembra assu-
mere un valore più tecnico, in quanto indica una delle parti
di un discorso giuridico. Infine in Repubblica III,392d-
394c la di~gh~sis, col significato di narrazione, appare in
una parte di un'opera letteraria.
136
In Aristotele il termine dieghesis compare col valore
di narrazione~ esposizione in contesti generici (cfre . Poe-
tica 1456b12; 1459b26)~ ma anche in un contesto specifico,
quale ~ quello che riguarda liorazione giudiziaria, dove peE
ciò assume il significato più particolare di "esposizione
del modo in cui ~ avvenuto un certo delitto" (Rheto III~
16, 1416B ~ 1417b)o Aristotele accenna anche alle qualità
della di~ghesis: non deve essere breve, come sostiene qua!
cuno, bensì proporzionata alle altre parti del discorso; i
noltre deve mostrare bene qual è il carattere di chi agiscee
La trattazione più completa intorno alla dieghesis si tro~
va nelle opere dei retorio Essi nei loro Progymnasmata (cioè
"Esercizi preparatori" da assegnare ai discepoli) hanno co-
dificato tutte le regole che deve osservare un buon oratoree

Abbiamo preso in esame Elio Teone (I seco doCo), Ermogene


(161+230), Aftonio Sofista (metà IV seco), Nicolao Sofista
(V seco)o

Date le strettissime analogie~ anche diimpostazione, tra


i testi, abbiamo impostato uno schema della trattazione re-
:torica della narrazione, in modo da poter rilevare subito
i punti sia di contatto sia di divergenza, tra i vari tratta
tistio Qui, ora, cerchiamo di indicare i tratti essenziali
di questo schemao Tutti i retori danno la definizione della
di~ghesis e si trovano d'accordo nel dire che essa è "l'e-
sposizione di fatti avvenuti o come avvenuti"o Poi indicano
le specie di questa esposizione: Teone ne elenca due, favo-
lose e storiche; Aftonio tre, drammatiche, storiche e poli-
tiche; Ermogene e Nicolao quattro: mitiche, teatrali, stori
che e politiche.

Si passa poi agli elementi della diighesis: Ermogene su


questo punto tace; Teone, Aftonio e Nicolao concordano per-
fettamente nell'indicare tutti la persona, il fatto, il luo
go, il tèmpo, il modo, la causa; Nicolao aggiunge anche la
materiao Teone, Ermogene e Nicolao indicano poi le forme
della di~ghesis (Aftonio tace)~ essa può essere infatti in
discorso diretto, o indiretto,o per interrogazioni retori-
che, o per gsindeto,o per frasi contrapposteo I retori indi
cano, infine~ le virtù di una di~gh~sis: per Teone sono l;
chiarezza, la brevità e la verosimiglianza; ad esse Aftonio
137
aggiunge la purezza linguistica; Nicolao riprende le tre
indicate da Teone, aggiungendovi la piacevolezza e la magni
ficenzao

Passando ad esaminare gli autori latini, potremmo innan~


zitutto considerare l~anonimo autore della Rhetorica ad He~
rennium: questi innanzitutto prende a trattare il tema del-
la narrazione senza preoccuparsi di darne una definizione sp~
cifica, ma rivolgendo subito la sua attenzione ai generi
della narratioo Di questi tre generi, identificati presso-
ché con le medesime parole che usa Cicerone 9 due sono atti-
nenti alle cause processua1i, mentre solo il terzo ne è e~
straneoo Il primo riguarda un fatto avvenuto~ quando volgia
mo a nostro vantaggio ogni cosa nell i espor10, cercando di
ottenere in questo modo un giudizio favorevoleo Il secondo
è quello che rientra nel discorso quasi come una digressio
ne 9 ora per ottenere fiducia, orà per incriminare~ ora per
passare ad altro argomentoo Il terzo genere è forse quello
che per noi può rivestire maggiore interesse, in quant0 9 e~
stran~o alle cause processua1i, può avere più attinenza con
il romanzoo In esso, secondo lianonimo autore e così pure
secondo Cicerone, è bene esercitarsi come "preparazione"
agli altri due generi precedentio
Quest i u1timo è soggetto ad una ulteriore suddivisione
che ne distingue due parti: una che si riferisce ai fatti,
l'altra alle personeo La suddivisione si fa ancora più pre~
cisa all'interno delle due parti e particolarmente per quella
che si basa sui fatti che si distingue in favola (leggenda),
storia, immaginazioneo Ciascuna di esse è propria de11'espo
sizione di un fatto che possiede un, preciso carattere e che
è, di volta in volta, rico11egabi1e ad un particolare gene-
re letterario: la leggenda tratta di fatti né veri, né veri
simili ed è propria della tragedia; la storia tratta di fa~
ti realmente accaduti ed è un genere a sé; l'immaginazione
riguarda fatti inventati, ma che tuttavia potrebbero verifi
carsi, ed è propria della commediao La stessa definizione
è riportata da Cicerone che, senza specificare formalmente
a quale genere letterario favola, storia, immaginazione si
riferiscano, cita però espressamente un verso di una trage~
dia, di una commedia e un verso degli Annali di Ennio di
f •

138

chiaro contenuo storicoo La seconda pare che 9anonimo~co


me pure Cicerone~ chiama basata ulle p rsone~ non viene
ulteriormente precisata e di tinta~ ma si insiste soltanto
sull; sti e che le è proprio e che deve essere piacevole e
intere ante, ricco di caratteri diverS1 9 ora'grave, ora le~
gero~ ora deve indurre alla speranza~ ora al timore~ ora d~
ve generare sospetto~ ora desiderio 9 raccontando fatti di~
versi e vari, rivolgimenti di fortuna, danni imprevisti~gio
ie improvvise e naturalmente un lieto finale~ Come si può
notare~ questo terzo genere così suddiviso sembra essere9al
meno secondo noi 9 il più direttamente vicino, con tutti i
suoi ingredienti, al romanzo greco e latino e il più adatta
bile ad esso"

Lianonimo prosegue esponendo le tre virtù caratteristiche


della narrazione: brevità 9 chiarezza~ verosimiglianzao All'
interno di esse non si hanno distinzioni particolari, ma
nella trattazione di ogni singola virtù abbondano i precet-
ti su come comportarsi perché il discorso non sia eccessiva
mente prolisso, contorto, superfluo, stravagante e inverosi
mileo

Bisognerà, infatti, contemperare brevità e chiarezza in


modo che non vadano a scapito l'una dell'altra, e allo stes~
so tempo moderare l'inventiva e attenersi con cautela a quei
passi di cui esista testimonianza scritta o di qualcunoe

Dopo i riferimenti fatti precedentemente intorno alle so


miglianze riscontrabili fra l'AnoT).imo e Cicerone, passiamo
ora a considerare quest'ultimo~

Nel De Inventione l, 19, 27 abbiamo riscontrato una defi


niiione identica a quella dei retori greci: "la narrazione
è un'esposizione di fatti avvenuti o c6me avvenuti"e Segue,
poi~ la trattaziohe dei genera della nariatio corrispondenti
a quelli della Rheto.rica ad Herennium, dei quali pone in
rilievo il terzo, individuato come estraneo alle· cause pro-
cessuali 9 con la funzione unica di poter dilettareo All'in-
terno di questo vengono distinte ancora due parti.: l'una. è
quella che riguardai fatti, l'altra le persone' Q

Per quanto riguarda le virtù proprie della na,rratio, eice


rone, noh éiivergendo per nulla da Teone, affèrtna che essa
139
devvessere brevis~ aperta 9 probabi1iso

Una definizione di narratio si trova anche nelle Partitio-


nes Oratoriae 9 9 31 9 ma in questo passo l'autore si riferisce
solo al racconto proprio delle cause giudiziarie~ "la narra-
tio è un'esposizione di fatti e come la base e il fondamento
per stabilire la persuasione"o

Una differenza notiamo anche per quanto riguarda 1vesame


delle virtù della narratio: pur mantenendo l'attributo pro-
babi1is, Cicerone aggiunge che la brevitas è necessaria ad
di1ucide narrandum e~ per di più, introduce il concetto di
suavitas. In questo passo si può rilevare che la brevitas non
è più una virtù ben distinta, come era nel De inventione, ma
diventa un requisito importante per la narrazione di1ucida e
non è scindibi1e dalla chiarezza, ma anzi dipende da essa.
Passiamo ora a Quinti1iano, che nel IV libro della Insti-
tutio Oratoria dedica un capitolo alla narratio delle ora-
zioni giudiziarie. La definizione che ne dà è quasi uguale a
quella dei retori greci e di Cicerone, in quanto dice che si
tratta de11'''esposizione di un fatto accaduto o come accadu-
to, utile a persuadere e a informare l'ascoltatore sull'argo
mento della controversia" (Inst. orat. 4,2,31).
Il concetto, che nella Rhet. ad Her. e in Cicerone è e-
spresso col termine genera, in Quinti1iano si trova indicato
con species, in un capitolo dell'opera in cui il retore non
tratta della narratio giudiziaria, ma fornisce nozioni più
generali (Inst. or., II, 4,2). Quinti1iano elenca tre tipi
di narratio oltre a quello giudiziario: la fabula, propria
della tragedia e dell'epica e perciò nè vera nè verisimi1e;
l'argumentum, proprio della commedia e perciò verisimi1e;
l'historia, che espone un'impresa compiuta e quindi è vera
e credibile. Vediamo che la suddivisione di Quinti1iano co
me concetti corrisponde perfettamente a quelle della Retori-
ca ad Erennio e di Cicerone, anche se riscontriamo una d~f
ferenza nell'impostazione di tale suddivisione: in Quin-
tiliano, infatti, appare come l'unica divisione; negli altri
due autori, invece, essa è una sub-divisione di divisioni
più generali.
Quintiliano passa poi agli elementi, che ritiene siano
,.
140

cinque~ il fatto~ la persona~ il luogoJ) il tempo, la causa


(Tnsto orato 4~2,2)G Rispetto agli autori greci troviamo ma~
cante in Quintiliano il modo., Infine troviamo le virtù della
narratio: essa deve essere innanzitutto chiara~ breve~ at-
tendibile (Insto orato 4~2~36; 40; 52); inoltre può anche e~
sere dotata di magnificenza (Tnsto orato 4~2~61-2)~ di grad~
volezza e di evidenza (Insto orato 4~2,63): anche a questo
proposito ci possiamo richiamare ai retori greci e a Cicero-
neo Può forse sembrare che la trattazione di. Quintiliano sia
più limitata, in quanto in essa non troviamo cenni alle spe-
cie e
alle forme della narratio~ come invece abbiamo visto
nei retori., In realtà il passo di Qui,ntiliano sulla narratio
è molto più complesso e completo di quanto può- apparire da
questa breve esposiz~oneo Rispetto ai retori, poi, dobbiamo
tenere conto del fatto che questi si preoccupano di fornire
nozioni precettive da seguire esattamente e diligentemente,
mentre Quintiliano spiega come si deve impostare e sviluppa-
re una narratio, guarda all'ambiente in cui essa viene e-
sposta, tralasciando perciò indicazioni troppo formali e teo
riche e lasciando più spazio agli esempi concreti •
. -...

Degli autori latini minori di età tarda presi in esame,


cioè Sulpitio Vittore, Giul~oVittore, Vittorino, Fortunazi!
no(tutti del IV secolo~,Màrziano Capella (V secolo),Priscia-
no (V-VI sec.), soltanto quest'ultimo ci fornisce una defi-
G
nizione di --narratio,: che coincide perfe~ttamente con quella
~ che troviamo· nei retori greci (Ermogene, Teone, Aftonio):
"la narrazione è l'esposizione di un fatto avvenuto o come
avvenuto"_& Riguardo alle virtù proprie della "narrazione",
possiamo asserire che esse compaiono ricorrenti nei retori,
in quanto ricavate da formule scolastiche ben definite. La
brevità è posta in primo piano (Giulio, Vittore, Vittorino
e Fortunaziano) e in massimo rilievo tranne che da Sulpicio
Vittore che la pospone alla chiarezza, presente anche negli
altri: in ultima posizione è comunemente collocata la credi-
bilitàe

Col terminelaudes Capella ci definisce le·virtù e, uni


co fra tutti~ pospone la brevità agli altri aspetti. Aggiun-
ge~ poi Zl un elenco di generi della narrazione (storia, favo-
141
la, opera drammatica, asserzione giudiziaria), che corrispon
de a quello che in Prisciano va sotto la definizione di ~~
cies (favolosa~ immaginaria, storica, civile)o
La chiarezza nella narratio si ottiene se l'autore si e
sprime con termini appropriati~ ma correnti (Giulio Vitto~
re, Capella), se si astiene dall'introdurre lunghe perifra-
si (Capella), ma evitando, d'altro lato, di essere troppo
conciso (Giulio Vittore), se osserva la successione tempora
le senza interruzioni, doppio senso, iperbato e una succes:
sione di parole troppo ricca (Giulio Vittore) o La chiarezza
andrà a tutto vantaggio della comprensione (Fortunaziano)e
Se quanto viene narrato non supera la giusta misura dell'ar
gomento, evita la prolissità (Capella), affrontando il rac-
conto direttamente e non prolungandolo più del necessario,
senza aggiungere luoghi comuni e digressioni (Giulio Vitto-
re), la narrazione avrà il pregio della brevità e, di conse
guenza, sarà ascoltata più volentieri (Fortunaziano)o In
Sulpicio Vittore la trattazione della chiarezza e della bre
vità avviene in modo parallelo, perchè evidentemente questo
retore considera le due "virtù" abbastanza simili almeno
per quanto riguarda le conseguenze della loro applicazione:
infatti non aggiungendo nulla di esterno alla successione
del fatto, a meno che qualche vera ragione non la renda una
cosa utile, si otterrà contemporaneamente che questo non
sia nè oscuro nè lungoo Riguardo poi all'ultima virtù pro-
pria della "narratio", cioè la verosimiglianza, Giulio Vi~
tore risulta un po' vago, affermando che essa è caratteristi
ca di quella narrazione che considera la circostanza nel
suo insieme o nei suoi elementi sufficienti. Più esplicito,
a nostro parere, Marziano Cape Ila nel precisare che ci sarà
verisimiglianza, se il racconto non sia artificioso (ricol-
legandosi così alla chiarezza) e quanto più risulti sponta-
neo, quindi sincero, perchè sia creduto (Fortunaziano).
Su questo aspetto non si pronuncia Sulpicio Vittore. In-
teressante la notazione che Vittorino fa seguire all'elenco
delle tre virtù (che peraltro non si sofferma a considerare),
che, secondo lui, devono essere sempre tutte presenti e non
una sola. Inoltre, mentre queste, pur essendo proprie della
"narratio", possono adattarsi anche alle altre parti del di
scorsoe la stessa cosa non è possibile dire per l'applicazio
Ir •

142

ne di altre caratteristiche alla, narratio e Infine Capella


e Prisciano prendono in esame i generi della narrazione, ma
quest'ultimo li specifica più chiaramente, considerando il
~acconto favoloso (quello delle favole), immaginario (pro-
!prio delle tragedie o commedie), storico (quello con cui si
:espongono fatti) e civile (proprio delle arringhe dei pro~
cessi)G La stessa quadripartizione si trova in Marziano Ca=
pella o

o
o o

I
143

IV

Wilma BANCHERO, Sergio DAGLIA, Silvana FAVARIN

La descriptio~
.~--:

La descriptio (in greco ékphrasis) era uno dei progimn~


smi (esercizi preparatori) necessari per chi si accingeva
a studiare l'arte del dire e a diventare oratore~
Elio Teone, vissuto, a quanto pare, nella prima metà del
I sec. d.C., osserva nell'introduzione alla sua opera che in
quell'epoca gli esercizi della scuola del retore non erano
più tenuti in considerazione e si presumeva di poterne fare
a meno. Anche Quintiliano g nel proemio e nel II libro (cap.
2°) dell'Institutio Oratoria, lamenta la mancanza di una so
lida preparazione di base e si preoccupa di dimostrare la
necessità degli studi retoricie Questi progimnasmi sono in-
dispensabili a tutti, come dice Teone a proposito della ek-
phrasis, anche nel caso di un esercizio carne questo utile
più ai poeti e agli storici che agli oratori. Quintiliano
non dà una vera definizione della descriptio, ma ne parla
inserendola tra le figure di pensiero (figurae sententiarum)
(Inst. Or. IX, 2, 1) riguardanti le idee trovate da chi par
la per l'elaborazione della materia (le figure di parola,
invece, figurae verborum, Inst. Or., IX, 3, 1, concernono
la formulazione linguistica dell'idea). Egli non prende in
considerazione la descriptio come progyrnnasma autonomo :
mostra invece di inserirla nella narratio (vedi Institutio
orato, 2,4,3; 4,2,123; cfr. 8,3,66; 9,4,138; 4,3,12).
Da quanto si è detto risulta dunque che~nell'ambito della
retorica, la descriptio è considerata in due diverse prospe!'
tive, come esercitazione scolastica per il futuro oratore
oppure come figura (schema), cioè procedimento stilistico",
che si allontana dall'uso linguistico normale per abbellire
'il discorsoe Alcuni autori g che esamineremo g trattano la de-
:scriptio (ékphrasis) intesa nel senso di esercizio prepara-

,: .
"
},-.," .
('. ...... 1
"~ ..
.
,..
144
torio, come i retori greci Teone, Ermogene, Aftonio, Nico-
lao, autori appunto dei Progymnasmata, altri nel senso di
figura come Quintiliano e gli autori dei trattati perì sche-
maton; tuttavia le definizioni di descriptio si corrispon-
dono, sempre, nella forma e nella sostanza. Lo scopo della
ricerca sarà quello di analizzare gli elementi e le qualità
caratteristiche della descrizione oratoria; non è stato in~
vece possibile, per ragioni di tempo, giungere a quello che
era lWobiettivo finale della ricerca stessa, cioè ad un con
fronto tra la teoria retorica con le descrizioni che si tro-
vano nei romanzi antichi (in particolare nella Historia Apol-
lonii regis Tyri) per verificare sulla base dei risultati
un possibile rapporto di dipendenza del romanzo, originale
creazione del periodo post-c1assico, rispetto agli eserci-
zi preparatorie
Prima di Quinti1iano la Rhetorica ad Herennium, il testo
più antico su11'ars dicendi che ci è pervenuto e che costi
tuisce per noi un modello, un archetipo rispetto ad altre
opere retoriche, ci dà una precisa definizione di descriptio
(4,39,51): Descriptio nominatur guae rerum conseguentium
continet perspicuam et di1ucidam cUlTI gravitate expositionem.
Perspicuus, come si vedrà in Quinti1iano, indica una quali-
tà comune anche alla narratio ed è sinonimo di lucidus
(Inst. Or. IV, 2, 31), secondo il retore spagnolo. Circa il
termine gravitas, anch'esso proprio della narratio, sembra
riferirsi all'atteggiamento di chi si esprime, piuttosto
che allo stile, poichè, se lo intendessimo in questo senso,
la descrizione verrebbe automaticamente inserita nello sti-
le sublime; il sostantivo gravitas poi, insieme all'agget-
tivo dilucida, è in un'ulteriore definizione tralasciato
dall'autore per inserire l'avverbio breviter indicante un'al~
tra virtù essenziale della descriptioe

Nel IV sec. deC. Giulio Vittore sottolinea la necessità


di svolgere una descrizione come se l'oggetto considerato fos
se davanti agli occhi dellWuditore (Halm,Rhetores Latini mi-
nores, 436, 18 5Se): alla definizione fa seguire una conside
razione che riprende quasi letteralmente un passo dell'Insti-
tutio Oratoria in cui Quintiliano afferma che la descriptio
deve esporre argomenti verosimili e in modo dettagliatoeCi~
145
ca un secolo dopo, Prisciano (Ha1m 558~ 24 - 559,8) che tradu
ce più o meno letteralmente i Progimnasmi attribuiti ad Ermo-
gene (160-225), usa il termine demonstratio come esatto sino
nimo di descriptio (infatti ékphrasis corrisponde ad entrambi
i sostantivi) e rende con planities et praesentia vel signifi~
cantia le due qualità della descriptio che il retore greco
chiamava saphéneia ed enargheia (Prisco Halm 558, 24-559,8)~
Non solo Prisciano ma anche Giulio Vittore ed altri grammati-
ci 1atini,di cui si dirà più avanti, traggono da retori greci
quali Teone ed Ermogene, oltre che da Cicerone o Quintiliano,
concetti ed espressioni quasi del tutto identicio
Teone, Ermogene, Aftonio e Nicolao Sofista (vissuti, i due
ultimi, nella 2~ metà del IV sec. doCo) sono i retori greci
che più diffusamente hanno trattato de11'ékphrasiso Tra1ascian
do Nicolao, che si sofferma sulla differenza tra di~ghesis
("nuda esposizione di fatti" in generale) ed ékphrasis (Prende
re spettatori gli ascoltatori") e sull'utilità di questa nei
generi giudiziale, celebrativo e deliberativo (Spengel, -. Rhe-
tores Graeci, III, 490), vi è negli altri un ordine espositi-
vo pressochè identico, che si snoda nei seguenti punti: defi-
nizione (1), elementi costitutivi (2), ékphrasis (3) semplice
e mista, modo di svolgere un'ékphrasis (4), aret&i (qualità)
sue proprie (5).
La definizione (1) (discorso descrittivo che sottopone al-
la vista in modo evidente l'oggetto presentato) coincide per
i primi tre. Essi poi enumerano i possibili elementi costitu-
tivi (2) di un'ékphrasis: i "personaggi" (in questa categoria
comprendono anche le descrizioni di animali), i "fatti" (bat-
taglie, tempeste, calamità naturali di vario genere), i "luo
ghi", i "tempi".
Teone aggiunge un quinto elemento costitutivo riguardante
i "modi" in cui una cosa viene fabbricata (costruzione di ar
mi, macchinari, ecc.). I tre retori trattano quindi l'ékphra-
sis semplice e mista (3): è semplice quando si descrivono o
personaggi, o fatti, o luoghi, eCCe; mista quando s'intreccia
no insieme i vari elementi costitutivi. Segue poi il modo in
cui si deve svolgere un'ékphrasis (4), dicendo cioè tutto mi-
nutamente (dalla testa ai piedi: Aftonio Sp. II, 46) e comin-
10*. - I.LANA: Studi sul romanzo di Apollonia.

~':.i·I·~·.
,.
146
ciando dag i antefatti per finire alle conseguenze)) senza p~
rò mai essere prolissiQ Si accenna poi da parte di Teone ed
Ermogene alle qualità più proprie delliékphrasis (5): la . sa-
phéneia (chiarezza) e l'enàrgheia (evidenza)Q
A questo pun~~ dunque, dall'analisi e dal confronto delle
definizioni di descriptio / ékphrasis è facile constatare
che il primo tenniue è la traduzione del secondoe Anche al-
tri vocaboli però sembrano assumere lo stesso significato.
Il primo di questi, diatyposis, significa propriamente
"formazione, configurazione", ma nel linguaggio retorico se~
bra indicare la descriptio~ Infatti Aquila Romano (Halm 23,
18-21;26, 3~4), nel III seco doC~, e: Marziano,Capella (Halm
478, 17-19), nel V sece doCe, che trascrive le stesse parole
del primo, la definiscono descriptio ~el deformatio (Prisci~
no, come si è visto, identificherà ormai inconsciamente que~
sti due termini latini) e affermano che essa deve esporre le
singole cose nei loro minimi particolari (come già nei Progim
nasmi)o Zonaio (Walz 8,678, 12-15), nel V seco doC., e l'A-
nonimo Petì schem&ton (Walz 8, 704, 12-13) traggono anch'es-
si dai retori greci l'espressione "descrivere un oggetto in
modo da presentarlo quasi alla vista dell'uditore"(il secon-
do tiene a dire però che l'ékphrasis deve trattare cose
realmente accadute e non cose soltanto verosimili) e
Nel Peri schematon di Alessandro (Sp. III, 25,13) la dia-
tiposi è una "raccolta e accostamento (parasynagoghé, ter-
mine rarissimo e di non chiaro significato) di personaggi e
fatti" che dà forma espressiva e rende evidenti gli stati d'~
nimo delle persone (pathe) e l'aspetto delle cose (eidè);
in questa definizione si ritrova liaccenno alla evidentia e
in particolare la distinzione, già di Aquila Romano e Marzia
no Capella, tra formae (eide in Alessandro) che si riferi-
scono all'aspetto esteriore delle cose o ai tratti che con-
traddistinguono una persona~ e habitus (path~) che sono i
comportamenti e gli stati d'animoo In Febammone (Sp. III,
51-17) poi D e specialmente in Tiberio (Sp. III, 79, 19-23),
la diatiposi è ancora l'esposizione minuta di un fatto attra
verso più particolari Sl ma il secondo retore distingue quest~
tipo di diatiposi da quella che assume come oggetto cose non
accaduteSI temi fantastici, non reali, e ciò si potrebbe col~

,.
147
legare alla tematica del romanzo, frutto di fantasiao La dia
tiposi infine, era già stata definita da Quinti1iano (Inst.
Or. IX 9 2, 40-1) al solito modo, come rappresentazion; vi-
va di cose che sembrino più vedute che ud:i.te o Altri termini
oltre a quello appena esaminato possono ricol1egarsi in qua!
che modo alla descriptio-ékphrasis. La demonstratio, ad e-
sempio, che, come si è accennato, Prisciano identifica con
la descriptio, fu presa già in considerazione dall'autore
della Rhetorica ad Herennium: le sue caratteristiche sono
quelle stesse che abbiamo visto esser proprie della descri-
zione e della diatiposi: necessità di esporre icasticamente,
iniziando dagli antefatti e terminando con le conseguenze
della situazione descritta (Rhet. ad Her. IV, 55, 68). Con
.L
charakter si designa invece la descrizione di una persona,
come afferma il retore Cocondrio (Wa1z VIII, 795); in lati-
no non c'è un termine specifico che traduca questo sostantivo
greco, così che Cicerone, per esempio, 10 indica genericame~
te con descriptio aggiungendo però che i Greci 10 chiamano
charakt~r (Top. 22, 83). Nella Retorica ad Erennio (IV, 49,
63) è detto effictio il demonstrare una persona e i suoi
tratti somatici e l'effictio è distinta dalla notatio che
fa riferimento alle qualità interne dell'individuo in og-
getto (i termini forma e natura richiamano l'antinomia er-
mogeniana tra éide e pathe). Il precedente passo di Cicero-
ne contiene dunque una definizione non molto precisa, così
come secoli più tardi Ruti1io Lupo evidenzierà (Ha1m 16-1)
solo l'aspetto interiore della persona e Isidoro ~I sec.)
quello esteriore (Halm 521, 19-21).
Un'ultima particolare forma di descrizione è quella ri-
guardante i luoghi, ossia la topografia, come si legge in
Quintiliano (IX, 2, 44) o in seguito in Emporio (Halm· 5~9,
25) e negli Schemata dianoeas (Ha1m 71,11) il cui autore di
stingue tra la descrizione di un luogo ben individuato (to-
pographia) e la descrizione di un luogo che non può esiste-
re e deve essere inventato (topothesia): quest'ultimo caso
è proprio del romanzo.
,.
148
Passiamo ora a considerare le caratteristiche della de-
scriptioe
Dall'esame dei passi latini e greci fin qui considerati
sulla figura della descrizione, risultano chiare le qualità
che la contraddistinguono: essa deve essere perspicua, di-
lucida , gravis, brevis, evidens, saph~s, enargh~s: questi
sono i termini più significativi. Per l'autore della Retori
ca ad Erennio, la descriptio deve essere dilucida (IV 39,
51), te~ine che in un passo riguardante la narratio (I,
9, 14-5) indica un'esposizione ordinata secondo il susse-
guirsi degli avvenimenti, mentre altrove (IV, 12 17) è ri-
ferito all'uso di parole comuni e appropriate~ così come in
Cicerone (Partitiones Oratoriae VI, 12). Nellilnstitutio 0-
ratoria~ poi, Quintiliano muta dilucidus in lucidus (IV, 2,
31), ma il senso si conserva inalterato essendo questa voce
inserita nella definizione di narratio dove le altre quali
tà sono le stesse presenti nel passo' della Retorica ad Eren-
nio (I, 9,14-5)Q Quintiliano inoltre afferma la sinonimia
di lucidus e perspicuus (IV, 2,31) e lo stesso si può de-
durre dalla definizione di narratio in Giulio Vittore (Halm
424, 22) che riferisce ad un modo di esprimersi perspicuus
le caratteristiche che la Retorica ad Erennio attribuiva ad
uno dilucidus: rispetto di un ordine per la successione dei
fatti e uso di vocaboli correnti e appropriati. Riguardo
alla perspicuitas, se Cicerone sostiene (Academici II, 6,
17, 30-1) che essa è sinonimo di evidentia (ed entrambe e-
quivalgono al greco en'rgheia), Quintiliano fa una distin
zione quando subordina la seconda alla prima 'nello svolgi-
mento di una narratio (IV, 2,63-4), o quando dice che l'evi-
dentia patet,ma la perspicuitas se quodam modo ostendit
(VIII, 3,62). Per il retore' spagnolo l'en~rgheia traduce
evidentia (o anche repraesentatio o illustratio: VIII, 3,
62 e VI, 2,32) la quale riproducendo( . un fatto ci fa quasi
provare la sensazione di assistervi direttamente. Se per
Quintiliano essa è ancora, senza dubbio, una virtus della
descript~o e anche della narratio, così come per l'Anonimo
della Techne rhetoricht che la definisce tropos diègh~seos,
cioè modo della narrazione (Sp. I, 370), o per Teone ed Er-
mogene che la dicono aret~ dell'ékphrasis (Sp. II, 16e
149
118), da altri retori fu considerata una vera e propria fi-
gura: l'enargheia è una figura con la guale esponiamo con pa-
role la forma e l'immagine delle cose i in modo da porle sot-
to gli occhi e alla presenza del lettore (Giulio Rufiniano,
IV sec~ d.C. - De schematis dianoeas, Halm 62, 29-30).
Da tutti i passi riguardanti l'evidentia e infine da que
sto traspare una fiducia assoluta ed esasperata nella Paro-
la, sentita come strumento con cui si riproduce e si domina
la realtà. Se usata con il possesso di opportune tecniche,
la parola può giungere a sostituire ~ viswne dell'oggetto.
Anche attraverso questi scritti di retorica si coglie un mo
mento fondamentale e tipico del mondo classico: la fede nel
la parola dominatrice della realtà, concezione che ha una
lunga storia, a partire dalla Sofistica e da Gorgia, esalta
tore della capacità fascinatrice e quasi magica della Paro-
la, per giungere a Teone, Ermogene, Aftonio e ai neosofisti,
fino ai gr~mmatici latini e greci che con il proprio contri
buto tramandarono e arricchirono il patrimonio di tutta la
retorica antica.

o
o o
,.
I ND I C E

pag.

Avvertenza 1

Proposte per una nuova metodologia didattica del la-


tino e prospettive di ricerca 5

STUDI SUL ROMANZO DI APOLLONIO RE DI TIRO 13


Premessa. Perché un corso sul romanzo tardo-anti
co. Petronio e Apuleio 15
I. Il testo dell'Historia Apollonii 27
II. La trama della Storia di Apollonio re di Tiro 37
III. Analisi dei personaggi e della loro psicologia 51
I sentimenti nel romanzo, p. 71
IV. Il posto della cultura nel romanzo di Apollonio 75
V. La considerazione in cui è tenuto il denaro nel
romanzo di Apollonio 103

SOMMARI DELLE RELAZIONI SULLE RICERCHE COMPIUTE NEL


SEMINARIO DI LETTERATURA LATINA 119
I. E.CIABATTI-S.SABELLO: L'Historia Apollonii re-
gis Tyri e i "Racconti efesii di Anzia e Abro-
come" di Senofonte Efesio 121
II. C.BRUSA-G.SELVATICO: L'Historia Apollonii re-
gis Tyri e le "Etiopiche" di Eliodoro di Emesa 127
III. E.ARIETTI-L.BOTTERO-M.LA SCALA-C.VARETTO: La nar-
ratio 135
IV. W.BANCHERO-S.DAGLIA-S.FAVARIN: La descriptio 143
,. I .

Ultimato di stampare nel mese di Giugno 1 75


nella Litografia Valetto Marcorello di Torino
ADDENDUM

pag. 97: l'osservazione su gradior riguarda il verso nel-


la redazione del codice beta.

I. LANA:Studi sul romanzo di Apollonio re di Tiro,.