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Quaderni

di diritto ecclesiale
17 (2004) 340-348

Il matrimonio solo canonico


di Mauro Rivella

L’espressione “matrimonio solo canonico” ricorre più volte nel


corpo del Decreto generale sul matrimonio canonico [= DGMC] della
Conferenza Episcopale Italiana, promulgato il 5 novembre 19901, per
designare quei matrimoni per i quali non è possibile, o non si ritiene
conveniente, conseguire gli effetti civili. Ha avuto buona fortuna nel
linguaggio ecclesiastico, ed è correntemente utilizzata per indicare al-
cune delimitate fattispecie, su cui si tornerà in seguito nel dettaglio.
Come tutte le espressioni tecniche, se correntemente intesa, rende
più spedita la comunicazione, ma non è immune dal rischio di un cer-
to fraintendimento concettuale. È perciò conveniente inquadrare que-
sta tipologia nella concezione cattolica del matrimonio, a cui an-
ch’essa non può sottrarsi, in modo da mettere fin da subito in chiaro
che il matrimonio solo canonico non può che essere un vero matrimo-
nio, dotato di tutti i requisiti richiesti per la validità e per l’almeno po-
tenziale fruttuosità.

Il matrimonio solo canonico è vero matrimonio


Ogni matrimonio, inserito nel piano della creazione e della re-
denzione, non può prescindere dal consenso delle parti, atto volonta-
rio, cioè libero e consapevole, che lo configura in radice. Nel caso in

1
In «Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana» 1990, 259-279. L’espressione è utilizzata agli artt.
40; 41; 44, 2°; 44, 4°. Per una presentazione d’insieme del DGMC cf M. MARCHESI, Diritto canonico com-
plementare italiano, Bologna 1992, pp. 181-226; E. ZANETTI, Il Decreto generale della C.E.I. sul matrimo-
nio canonico. Presentazione generale, in «Quaderni di diritto ecclesiale» 4 (1991) 97-103; V. ZOBOLI, Il de-
creto generale della CEI sul matrimonio canonico. Caratteristiche generali e profili canonistici, in AA.VV.,
Matrimonio e disciplina ecclesiastica, a cura del Gruppo Italiano Docenti di Diritto Canonico, Milano
1996, pp. 215-235.
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cui i contraenti siano battezzati, esso è elevato da Cristo a dignità sa-


cramentale, in ragione del carattere peculiare di segno dell’alleanza
fra Dio e l’uomo e fra Cristo stesso e la Chiesa, e dello specifico effet-
to di grazia sulla coppia. In quanto sacramento, è rimesso alla piena
giurisdizione della Chiesa, che non solo ne regola la celebrazione, ma
può anche stabilire leggi irritanti o inabilitanti, atte a definirne le con-
dizioni di validità2.
La dottrina classica distingue fra gli effetti inseparabili del matri-
monio, necessariamente connessi con la sua sostanza, e pertanto as-
soggettati alla potestà ecclesiastica, e gli effetti separabili, derivanti
cioè dal coniugio, ma non intrinsecamente connessi con il medesimo:
questi ultimi sono demandati alla competenza dello Stato (cf can.
1059), dal momento che il matrimonio, attesa la sua natura pubblica, è
gravido di conseguenze sociali ed economiche. Fra i primi, detti an-
che essenziali o civili, si enumerano i diritti e doveri reciproci dei co-
niugi, la legittimità della prole, l’esercizio della patria potestà sui figli;
fra i secondi, chiamati anche meramente civili, la misura della dote, i
diritti di successione dei coniugi e dei figli quanto ai beni e ad even-
tuali privilegi civili. Spetta allo Stato disporre in merito a questi ultimi,
dal momento che si riferiscono al fine della società civile, non eccedo-
no i limiti naturali entro i quali si configura il potere civile e non impli-
cano una connessione intrinseca con i beni spirituali a cui sono acci-
dentalmente collegati3.

2
U. NAVARRETE, Competentia Ecclesiae in matrimonium baptizatorum eiusque limites, in «Periodica de re
morali canonica liturgica» 67 (1978) 97: «Ecclesia hanc potestatem [in matrimonium baptizatorum] exer-
cet sibique eam vindicat ut ius proprium seu nativum, id est, ortum ex ipsa natura Ecclesiae prout a Chri-
sto constituta est, minime autem derivatum ex venia aut concessione cuiuslibet auctoritatis civilis; ius prae-
terea exclusivum circa ea quae vinculum matrimoniale vel cum vinculo sunt naturaliter connexa, respiciunt;
ius denique independens, quatenus Ecclesia in hoc iure exercendo nulli potestati humanae est obnoxia».
L’ordinamento canonico vigente (cf cann. 11 e 1059) limita ai soli fedeli cattolici l’obbligo di rispettare le
norme meramente ecclesiastico-positive. La competenza della Chiesa si estende anche ai matrimoni fra
una parte cattolica e una parte non battezzata, attesa la natura contrattuale del vincolo, che esige che esso
sia rimesso a una sola autorità, e la superiorità della Chiesa nell’ordine morale (cf ibid., p. 107).
3
Cf F.M. CAPPELLO, Tractatus canonico-moralis de sacramentis, vol. III, Pars I: De Matrimonio, Torino-
Roma 19394, pp. 81-82; A. OTTAVIANI, Institutiones Iuris publici ecclesiastici, vol. II: Ecclesia et Status, Città
del Vaticano 19604, pp. 188 e 200. Serrano Ruiz ritiene non più condivisibile la distinzione proposta dal
Cappello, in quanto superata dal regime di autonomia fra Chiesa e comunità politica indicato dal conci-
lio Vaticano II: «Nella mia proposta saranno “effetti civili” del matrimonio quelli che non trovano posto
all’interno della comunità ecclesiale, né si esprimono “formalmente in quanto tali” attraverso norme
specificamente canoniche. Riguardo ad essi la chiesa può e deve esercitare il suo ministero pastorale e
profetico riconoscendo, anche fuori del suo ordinamento, le implicazioni che hanno con esso e con il di-
ritto naturale – quello specialmente – e sollecitando la società civile perché le accolga e le promuova – e
se è necessario le trasformi in “effetti civili” – per salvaguardare i valori essenziali del nucleo originario
della famiglia» (J.M. SERRANO RUIZ, L’ispirazione conciliare nei principi generali del matrimonio canonico,
in AA.VV., Matrimonio canonico fra tradizione e rinnovamento, Bologna 19912, p. 85).
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I matrimoni qui considerati, ossia i “matrimoni solo canonici”,


non solo non vogliono o non possono conseguire tali effetti, ma più in
generale non sono finalizzati, almeno immediatamente, alla trascrizio-
ne nei registri civili, contemplata dalle norme concordatarie e da con-
siderare obbligatoria, in via ordinaria, per quanti contraggono il ma-
trimonio in Italia:
«I cattolici che intendono contrarre matrimonio in Italia sono tenuti a cele-
brarlo unicamente secondo la forma canonica (cf. can. 1108), con l’obbligo di
avvalersi del riconoscimento agli effetti civili assicurato dal Concordato»
(DGMC, art. 1).

A ben vedere, tale obbligo non può interpretarsi come atto di su-
pina acquiescenza della Chiesa nei confronti dello Stato, né come il ri-
sultato di un compromesso fra poteri, ma è coerente con la verità del
matrimonio stesso, atto unico da cui promanano effetti tanto sulla co-
munità ecclesiale quanto su quella civile: per questa ragione, non pos-
sono che essere davvero eccezionali e legati a fattispecie singolari i
casi in cui il bene dei fedeli rende opportuna la celebrazione di un ma-
trimonio che non potrà per un certo periodo, o forse anche per sem-
pre, conseguire gli effetti civili.
Si noti che – dal punto di vista della normativa civile – in Italia sa-
rebbe sempre legittimo il ricorso al matrimonio solo canonico, dal mo-
mento che non esiste l’obbligo di farlo precedere o seguire dal rito ci-
vile. Così fu anche nel periodo intercorso fra l’introduzione del codice
civile postunitario e la conciliazione lateranense (1865-1929), quando
lo Stato non riconosceva i matrimoni celebrati con rito religioso, limi-
tandosi a richiedere una distinta celebrazione in municipio per quanti
volessero conseguire gli effetti civili. Un matrimonio solo religioso,
oggi come allora, è ritenuto un mero fatto di coscienza – da non
confondersi tuttavia con il matrimonio canonico celebrato in segreto
(cf cann. 1130-1133) – che lo Stato non prende in considerazione. La
prudenza nel concedere un tale tipo di matrimonio nasce piuttosto
dalla necessità di non dare ansa a situazioni moralmente e socialmen-
te incresciose (lo stesso soggetto potrebbe contrarre un matrimonio
religioso e poi un altro matrimonio con una diversa persona “in civi-
le”; eventuali figli sarebbero civilmente illegittimi), assecondando an-
che pretese economiche che potrebbero ingenerare sperequazioni ri-
spetto a chi risulta sposato davanti allo Stato.
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La difesa del carattere unitario del matrimonio


A ben vedere, la Chiesa si è costantemente preoccupata di riaf-
fermare il carattere unitario del matrimonio di fronte a quanti tende-
vano a propugnare la separazione del momento contrattuale, rimesso
alla giurisdizione dello Stato, dal rito sacro, affidato alla competenza
ecclesiastica. Si rifletta in proposito sull’ostinazione con cui, durante le
trattative che avrebbero condotto alla conciliazione del 1929, la parte
ecclesiastica insistette perché il rito religioso sortisse gli effetti civili,
con la semplice formalità delle pubblicazioni previe alla casa comuna-
le e della trasmissione dell’atto quale prova dell’avvenuta celebrazione,
superando il doppio rito – canonico e civile – reso necessario in Italia a
partire dal 1865. Tale era l’importanza attribuita alla riproposizione del
carattere unitario del matrimonio, realtà sacra destinata natura sua a
conseguire anche efficacia civile, che, in mancanza di un accordo su
questo punto, Pio XI non avrebbe esitato a mandare a monte l’intera
conciliazione4.
Ancor più colpisce la contrarietà manifestata a più riprese dalla S.
Congregazione della Disciplina dei Sacramenti nei confronti delle rei-
terate richieste formulate dagli ordinari diocesani di concedere alle ve-
dove della prima guerra mondiale di celebrare il matrimonio canonico
senza il concomitante rito civile, per permettere loro di non perdere la
pensione, soprattutto se si tiene conto che al tempo non esisteva la
possibilità di contrarre matrimonio concordatario, e quindi non si po-
tevano opporre argomenti di correttezza diplomatica5. Dopo la stipula-
zione del Concordato del 1929, le fattispecie in cui era consentito che
il matrimonio religioso non conseguisse gli effetti civili furono regola-

4
«In ordine al punto del matrimonio il Santo Padre mi incarica di dichiarare che se non accetta la nostra
proposta, non si farà più la Conciliazione: si possono consentire soltanto accordi in ordine alle forme e
alle registrazioni del matrimonio, che non intacchino la sostanza del sacramento del matrimonio» (F. PA-
CELLI, Diario della Conciliazione, 20 gennaio 1929, p. 116, citato da F. D’OSTILIO, La rilevanza del matri-
monio canonico nell’ordinamento giuridico italiano nel corso del secolo XX, Città del Vaticano 1996, p. 36).
5
«Sequenti dubio a nonnullis locorum Ordinariis proposito: “An admitti possint ad celebrationem matri-
monii mulieres, viris bello interfectis orbatae, quae, ne annua Gubernii pensione priventur, praetermitte-
re volunt celebrationem matrimonii, ut aiunt, civilis”. E.mi ac R.mi Patres huius S. Congregationis de Di-
sciplina Sacramentorum, in Generali Conventu habito die 30 iunii 1917, respondendum censuerunt:
“Non esse recedendum a praxi S. Congregationis, ideoque amissionem pensionis non esse causam suf-
ficientem permittendi celebrationem matrimonii absque ritu civili. Quod si aliae habentur circumstan-
tiae, recurrendum in singulis casibus”» (Risposta del 2 luglio 1917, in X. OCHOA, Leges Ecclesiae, vol. I, Ro-
ma 1966, n. 43). Sul tema torna nel dettaglio un’istruzione della medesima Congregazione indirizzata il
20 giugno 1919 agli ordinari italiani (ibid., n. 187), ripresa da una lettera circolare del 10 giugno 1922
(ibid., n. 424) e da una risposta del 25 gennaio 1927 (ibid., n. 734). Le insistenze dei pastori lasciano in-
tendere quanto la questione fosse rilevante dal punto di vista pastorale e probabilmente anche i malumo-
ri suscitati dall’atteggiamento rigoroso, ancorché motivato, della Congregazione romana.
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te dagli artt. 28 e 38-42 dell’Istruzione del 1° luglio 1929, inviata dalla


medesima Congregazione agli Ordinari italiani circa l’esecuzione
dell’art. 34 del Concordato6; tali possibilità sono anche supposte dagli
artt. 14 e 21 della legge matrimoniale 27 maggio 1929, n. 8477.

Il nuovo regime pattizio


Mentre il Concordato del 1929 consentiva di contrarre un matri-
monio valido agli effetti civili anche in alcuni casi in cui non era asso-
lutamente permessa la celebrazione di un matrimonio civile, secondo
il principio enunciato nell’art. 34 («Lo Stato italiano, volendo ridonare
all’istituto del matrimonio, che è base della famiglia, dignità conforme
alle tradizioni cattoliche del suo popolo, riconosce al sacramento del
matrimonio, disciplinato dal matrimonio, gli effetti civili»), il regime
derivante dall’Accordo di revisione del 1984 si fonda sul presupposto
dell’impossibilità del riconoscimento civile del matrimonio canonico
quando, a parità di condizioni, risulterebbe preclusa la celebrazione
di un matrimonio civile8. Questo significativo mutamento prospettico,
unitamente al radicale cambiamento suscitato dall’introduzione della
legislazione sul divorzio, giustifica la minore severità con cui il
DGMC tratta i casi in cui è possibile autorizzare un matrimonio solo
canonico. Tale mitigazione della normativa non costituisce tuttavia un
mutamento dell’orizzonte concettuale, come si può desumere leggen-
do l’intervento di monsignor Pier Giuliano Tiddia, incaricato di pre-
sentare la bozza del decreto nel corso della 31a Assemblea Generale
della CEI (Roma, 15-19 maggio 1989):
«La dispensa dalla forma concordataria verrà concessa “soltanto per gravi ra-
gioni pastorali”; ciò per sostenere la validità insostituibile del matrimonio reli-
gioso, in una cultura che vuol accettare con pari validità qualunque celebra-
zione del matrimonio, religiosa e civile, dando talvolta la qualifica di vero ma-
trimonio a quello risultante dall’atto civile, mentre il rito ecclesiastico viene
chiesto come una benedizione. Inoltre la celebrazione del matrimonio religio-
so senza la trascrizione concordataria, può aprire la facile scorciatoia, secon-

6
AAS 21 (1929) 351-362. L’art. 28 attribuisce agli ordinari la possibilità di concedere la celebrazione del
matrimonio soltanto religioso, cioè senza denunciarlo agli effetti civili, «per gravi ragioni di coscienza»,
nel caso di ufficiali, di militari assimilati, di diplomatici e di tutti quelli ai quali il matrimonio è vietato sen-
za speciale autorizzazione civile, nonché delle vedove pensionate e in particolare delle vedove di guerra.
Per tutti vale la raccomandazione: «Nel permettere tali matrimoni i R.mi Ordinari procederanno con mol-
ta circospezione, potendosi verificare degli inconvenienti non lievi».
7
Cf V. ZOBOLI, L’ammissione al matrimonio solo canonico, in «Monitor ecclesiasticus» 118 (1994) 159-168.
8
Cf P. MONETA, Matrimonio religioso e ordinamento civile, Torino 20033, p. 26.
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do la mentalità corrente, per essere eventualmente liberi di contrarre civil-


mente il matrimonio con una terza persona. […] Una facile separazione dei
due atti matrimoniali non sosterrebbe certamente la dottrina e la prassi sulla
sacralità e sacramentalità del matrimonio»9.

Nonostante il testo proposto prevedesse ampi margini di discre-


zionalità lasciati agli ordinari, non mancarono durante la discussione
in aula alcuni inter venti critici da parte di presuli preoccupati di
un’enfatizzazione del valore del matrimonio concordatario, nel mo-
mento in cui la visione civile del matrimonio tende a discostarsi da
quella cristiana. A loro modo di intendere, tale opzione avrebbe da
una parte minimizzato l’autorità propria della Chiesa sul matrimonio,
e dall’altra penalizzato ingiustamente alcune categorie (quali i mino-
renni, i vedovi e le persone a cui la legge civile proibisce temporanea-
mente di sposarsi)10. La replica di monsignor Tiddia difende il testo
proposto, argomentando a partire dalla natura unica del matrimonio e
facendo rilevare i margini di discrezionalità concessi agli ordinari nel-
la valutazione dei singoli casi11. Monsignor Nicora aggiunge alcune

9
AA.VV., Atti della XXXI Assemblea Generale, Roma 15-19 maggio 1989, Roma 1990, p. 306.
10
Si riporta il testo di alcuni interventi, desunti dagli Atti (ibid., pp. 386-388), omettendo per discrezione
il nome dei vescovi: «Mons. X esprime la propria preoccupazione per il fatto che, rendendo obbligatorio
per principio il matrimonio concordatario, si dà a questo un valore assoluto, proprio in un momento in
cui, nell’attuale legislazione, la concezione dello Stato differisce profondamente da quella della Chiesa.
Esprime la convinzione che la Chiesa dovrebbe conservare più esplicitamente la propria autorità nella
valorizzazione del matrimonio solo religioso. Propone quindi che tra i motivi che possano giustificare la
concessione del matrimonio solo religioso si indichino quelli religiosi e di coscienza, accompagnando
ciò con qualche esemplificazione che eviti, nella prassi delle diverse diocesi, concessioni per motivazio-
ni non equivalenti. Infine fa notare che una maggiore attenzione al matrimonio religioso consentirebbe
alla Chiesa di far fronte a tante situazioni di minorenni o di persone vedove a cui la legge dello Stato non
può far fronte o penalizzerebbe in maniera eccessiva. […] Mons. Y esprime come Mons. X la propria per-
plessità per la preoccupazione presente nel Decreto di accordarsi totalmente con lo Stato. Si ha
l’impressione che la Chiesa rinunci ad una sua impostazione, ad un suo diritto ed accetti totalmente il di-
ritto dell’altra parte; cita in proposito l’età richiesta per celebrare il matrimonio. […] Mons. W pone una
domanda di principio circa il giudizio di giustizia che si può dare di una legge civile che toglie la pensio-
ne ai vedovi che si risposano. Circa il contenuto dell’articolo 40 osserva invece che, a suo parere, le con-
dizioni richieste, anzianità e indigenza, risultano troppo restrittive. Questo eccessivo rigore può genera-
re molteplici situazioni di convivenza. Propone quindi di modificare l’espressione “per giusta causa” in
“per gravi motivi pastorali”, lasciando così al Vescovo decidere circa la reale portata delle condizioni di
anzianità e di vero bisogno. […] Mons. Z rifacendosi a quanto chiesto da Mons. W, ritiene che se si sta-
bilisce che una legge che privi una persona che si risposa di diritti acquisiti, quali la pensione, è ingiusta,
non è necessario richiedere una giusta causa per concedere il matrimonio solo religioso. Palesemente
ingiusta è invece, a suo parere, la legge dello Stato che lede un diritto fondamentale del cittadino proi-
bendogli temporaneamente di sposarsi. L’art. 41 riferendosi ad una tale legge richiede la sussistenza di
gravi motivi, che invece non dovrebbero richiedersi in presenza di una legge ingiusta».
11
«Risponde innanzitutto all’obiezione di fondo formulata da più parti riguardante la supposta volontà di ag-
giogare il matrimonio canonico a quello civile. Nega che ci sia tale volontà ed afferma che, in virtù della na-
tura unica del matrimonio, si richiede semplicemente allo Stato di dare effetti civili al matrimonio religioso.
Fa notare poi anche l’esistenza di motivi pastorali che consigliano di riaffermare il principio del matrimonio
unico; non sono rari infatti i casi di persone che, dopo aver celebrato il matrimonio solo canonico, hanno in
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considerazioni di principio e di fatto che sconsigliano di indulgere a


concedere la celebrazione di un matrimonio che non consegua anche
gli effetti civili12. Conclusa la discussione, il testo presentato fu appro-
vato con un solo voto contrario e un astenuto.

Le fattispecie previste
Il DGMC ricorda all’art. 20 che il matrimonio canonico non può
ottenere gli effetti civili nel caso in cui uno dei contraenti: a) è mino-
renne e il matrimonio non è stato autorizzato dal tribunale civile, se-
condo la possibilità prevista dall’art. 84 del codice civile [c.c.], per gra-
vi motivi, a favore di quanti hanno compiuto i sedici anni; b) è stato di-
chiarato interdetto per infermità di mente (cf art. 85 c.c.); c) è già
legato da matrimonio valido agli effetti civili; d) ricade in un impedi-
mento non dispensabile ai sensi della legge civile (cf artt. 87 e 88 c.c.:
parentela, affinità, adozione e affiliazione; delitto)13. In tutti questi ca-

seguito celebrato matrimonio civile con altra persona. Circa le obiezioni sollevate in merito all’art. 40, fa no-
tare che i limiti dell’anzianità e del bisogno non sono rigidi, come emerge dal secondo comma, ma sono del-
le indicazioni in base alle quali decidere l’opportunità di concedere l’ammissione al matrimonio solo canoni-
co. Occorre in questi casi infatti giudicare secondo una gerarchia di valori, ed è fuori dubbio che l’anzianità
e lo stato di bisogno sono i casi che più facilmente giustificano una tale ammissione» (Atti…, cit., p. 388).
12
«Ribadisce innanzitutto che la Commissione ha lavorato tenendo presente che è dottrina comune catto-
lica che al vincolo religioso debba normalmente corrispondere anche il vincolo civile. Nella sua sapienza
bimillenaria la Chiesa ritiene che la vita di una coppia e di una famiglia, che cresce nel tempo e nello spa-
zio, debba anche essere sostenuta e garantita da tutte quelle innervature strutturali ed istituzionali che ap-
partengono all’ordine civile di una determinata società. Ribadisce anche che da sempre la dottrina cattoli-
ca ha guardato allo Stato come a un valore dell’ordine provvidenziale che, quando corrisponde al piano di
Dio, deve essere onorato. Esorta infine ad andare a ricercare i valori che sono in gioco, non contrappo-
nendoli ma cercando piuttosto di costruire insieme, nei limiti del possibile, per la promozione dell’uomo,
che è il valore finale. Passa poi ad esaminare i motivi che sconsigliano di indulgere nell’ammissione al ma-
trimonio solo canonico. Tra questi: 1) il diritto dei figli di nascere legittimi anche al civile; 2) la stabilità del-
la famiglia; un militare che non risulta sposato può essere trasferito, per motivi di servizio, in 24 ore da un
capo all’altro della penisola; 3) il rischio di dover chiedere ai vedovi che hanno celebrato solo il matrimo-
nio canonico, di contrarre matrimonio civile. Su quest’ultimo punto spiega che per i vedovi, qualora la si-
tuazione tendesse a diventare equivoca dopo che è stato concesso loro il matrimonio solo canonico, e si
dovesse spingere perché, in coerenza con gli impegni assunti si sancisca anche civilmente la stabilità di
questa unione, bisognerebbe chiedere ad essi di sposarsi civilmente, perché il matrimonio civile, non es-
sendo retroattivo, non fa perdere la pensione, a differenza della trascrizione tardiva, che farebbe scattare
il principio della restituzione di ciò che è stato indebitamente assunto. C’è inoltre un altro pericolo insito
nel fatto che i soli contraenti possono richiedere la trascrizione tardiva del matrimonio solo religioso. Alla
luce di questi elementi, la Commissione si è ispirata a criteri di tendenziale severità. Quanto al problema
del considerare giuste o meno alcune leggi dello Stato, quali quelle che nel caso del matrimonio dei vedovi
privano questi ultimi della pensione, afferma che è difficile dare risposte certe. Infatti il problema è com-
plesso ed entrano in gioco vari elementi. Nella costituzione della pensione entrano infatti non solo i versa-
menti dell’interessato, ai quali corrisponderebbe in qualche modo un diritto, ma entrano largamente con-
tributi pubblici e c’è quindi una dimensione di solidarietà civile e sociale che connota tutto l’ordinamento.
È difficile quindi avere certezze assolute, bisogna comunque giudicare secondo un criterio pastorale che
metta in evidenza le motivazioni più profonde» (Atti…, cit., pp. 389-390).
13
Per una disamina analitica dei singoli casi, cf P. MONETA, Matrimonio religioso e ordinamento civile, cit.,
pp. 60-68.
Il matrimonio solo canonico 347

si, il matrimonio, ai sensi del can. 1071 § 1, 2°, deve essere autorizza-
to dall’ordinario del luogo. L’art. 40 tratta dell’ammissione dei vedovi
al matrimonio solo canonico. L’art. 41 affronta il caso di coloro ai qua-
li la legge civile proibisce temporaneamente di sposarsi14. L’art. 44, n.
2, riguarda il matrimonio di una persona canonicamente e civilmente
libera con un’altra persona, già sposata civilmente, separata e in atte-
sa di divorzio. L’art. 44, n. 4, tratta infine il caso della richiesta di ma-
trimonio solo canonico da parte di una persona religiosamente libera
a seguito di sentenza canonica di nullità oppure di provvedimento di
dispensa da un matrimonio rato e non consumato.

Uno sguardo al futuro


Non si possono, peraltro, sottacere i rilievi recentemente formu-
lati dal cardinale Attilio Nicora, il quale ha osservato come nella cul-
tura giuridica italiana prevalente si sia andata progressivamente affie-
volendo la consapevolezza del carattere pubblicistico dell’istituto ma-
trimoniale, a cui fa da paradossale contrappunto la tendenza alla
pubblicizzazione delle unioni di fatto:
«Da principio si scontravano duramente sul profilo della competenza a legife-
rare una Chiesa e uno Stato fortemente coscienti della centralità umana e so-
ciale del matrimonio e della famiglia “naturale” che ne deriva e preoccupati,
ciascuno a modo proprio, di assicurarne la miglior disciplina; ciò perché, nel-
la sostanza, il matrimonio civile non era che la versione secolarizzata di un isti-
tuto la cui matrice affondava le proprie radici in un comune terreno umanisti-
co-cristiano. Oggi il confronto avviene da posizioni squilibrate: da una parte
una Chiesa che mantiene più limpida coscienza del valore del matrimonio, an-
che se deve sempre più guardarsi da usi impropri del matrimonio concorda-
tario favoriti dall’affievolimento della coerenza spirituale, morale, ecclesiale
del coetus fidelium che la compone; dall’altra uno Stato che, al limite, avverte
come un fastidio la figura così caratterizzata e ormai quasi atipica di quel ma-
trimonio, tenta in sede giurisdizionale di ridurne progressivamente la portata
e, in alcune linee esponenziali delle culture dominanti, vorrebbe eliminarlo
dalla scena, tutto riconducendo all’indistinto delle “formazioni sociali”»15.

Anche di fronte al rischio sottile e pervasivo dell’equiparazione


fra matrimoni e convivenze di fatto, è opportuno ribadire che ciò che
14
In forza dell’art. 4bis del decreto legislativo 8 maggio 2001, n. 215, sono state abrogate le disposizioni
che limitavano la possibilità di contrarre matrimonio per i militari delle Forze armate e per gli ufficiali del
Corpo della guardia di finanza. La legge 19 maggio 1976, n. 422, aveva abrogato le disposizioni sul matri-
monio di funzionari diplomatici e consolari.
15
Cf A. NICORA, Il matrimonio concordatario, in «Quaderni di diritto ecclesiale» 16 (2003) 349-350.

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