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Operazione Barbarossa

Operazione Barbarossa
parte del fronte orientale della seconda
guerra mondiale

Truppe tedesche in azione il 22 giugno 1941,


primo giorno dell'operazione Barbarossa
Data 22 giugno - 31 dicembre 1941
Luogo Bielorussia, Ucraina, Crimea, Lituania,
Lettonia, Estonia, Russia nord
occidentale, Russia occidentale
Esito Vittoria tattica dell'Asse, vittoria
strategica dell'Unione Sovietica
Schieramenti

Germania URSS
Italia
Romania
Finlandia
Ungheria
Slovacchia

Comandanti

Adolf Hitler Josif Stalin


Walther von Georgij Žukov
Brauchitsch Aleksandr Michajlovič
Wilhelm Ritter von Vasilevskij
Leeb Semën Budënnyj
Fedor von Bock Kliment Efremovič
Günther von Kluge Vorošilov
Gerd von Rundstedt Markian Popov
Walter von Reichenau Semën Tymošenko
Giovanni Messe Fëdor Kuznecov
Nicolae Ciupercă Andrej Erëmenko
Carl Gustaf Emil Dmitrij Pavlov †
Mannerheim Ivan Konev
Michail Kirponos †
Filipp Golikov

Effettivi

~ 3.500.000 uomini ~ 4.700.000 uomini,


3.300 carri armati[1] 2.500.000 sulla linea del
2.770 aerei[2] fronte
~ 17.000 carri armati[3]
9.600 aerei[2]

Perdite

830.903 (173.722 morti, 4.308.094 (2.993.803


35.875 dispersi, 590.000 morti o dispersi/prigionieri,
feriti)[4] 1.314.000 feriti)[5]

Voci di battaglie presenti su Wikipedia

Operazione Barbarossa (in tedesco


Unternehmen Barbarossa, in russo Операция
Барбаросса) è stata la denominazione in
codice tedesca per l'invasione dell'Unione
Sovietica durante la seconda guerra mondiale;
tale nome fu ispirato dalle gesta dell'imperatore
del Sacro Romano Impero Federico
Barbarossa.

L'attacco, previsto originariamente per il 15


maggio 1941, venne posticipato da Hitler prima
al 27 dello stesso mese e successivamente al
22 giugno, a causa del colpo di Stato anti-
tedesco di Belgrado.[6]

Fu la più vasta operazione militare terrestre di


tutti i tempi; il fronte orientale, aperto con
l'inizio dell'operazione, fu il più grande e
importante teatro bellico dell'intera seconda
guerra mondiale e vi si svolsero alcune tra le più
grandi e sanguinose battaglie della storia. Nei
quattro anni che seguirono l'apertura delle
ostilità tra Germania ed Unione Sovietica,
decine di milioni di militari e civili persero la vita
o patirono enormi sofferenze, sia a causa degli
aspri ed incessanti scontri che delle condizioni
di vita miserevoli in cui vennero a trovarsi.

L'operazione, iniziata meno di due mesi dopo il


deludente risultato della battaglia d'Inghilterra,
avrebbe dovuto costituire un punto di svolta
decisivo per assicurare la vittoria totale del
Terzo Reich ed il suo predominio sul blocco
continentale eurasiatico, ma il suo fallimento,
assorbendo buona parte delle risorse umane,
economiche e militari della Germania, provocò
la sua completa disfatta.

I rapporti tra Germania


ed Unione Sovietica

I motivi dell'attacco

La preparazione
dell'attacco

La strategia

Il rinvio delle operazioni

La dichiarazione di
guerra

Le forze in campo

L'attacco

Le prime fasi

Lo stesso argomento in dettaglio: battaglia


di Brody-Dubno.

Il 22 giugno 1941, giorno precedente


all'anniversario in cui, 129 anni prima, l'esercito
di Napoleone aveva attraversato il fiume
Niemen in direzione di Mosca, tra le 3:15 e le
3:45 del mattino, sulla linea che andava dal mar
Baltico al mar Nero, iniziò un intenso fuoco di
sbarramento da parte dell'artiglieria tedesca (il
caso volle che l'ordine di apertura del fuoco
arrivasse pochi minuti dopo il passaggio del
confine da parte dell'ultimo convoglio di vagoni
previsto per quella data, comprendente materie
prime per la produzione industriale fornite
dall'Unione Sovietica in ottemperanza agli
accordi del patto Molotov-Ribbentrop[33]) ed
alle 4:45 fu dato l'ordine di avanzare ai reparti
corazzati.

L'operazione Barbarossa, nei primi


giorni di guerra, fruttò alla Wehrmacht
un grandissimo numero di prigionieri;
nell'immagine soldati sovietici
catturati nella sacca di Minsk

I tedeschi schieravano 146 divisioni (19 delle


quali Panzer-Division e 14 di fanteria
motorizzata), per un totale di 3.500.000 uomini,
3.300 carri armati, 600.000 veicoli motorizzati
(trasporti truppe, cannoni semoventi e veicoli
anticarro) oltre 7.000 pezzi d'artiglieria e 2.770
aerei[40] e circa 625.000 cavalli[41]. Da parte loro
i sovietici schieravano 202 divisioni sull'intero
fronte orientale, di cui 171 in prima linea.
L'Armata Rossa disponeva in totale di 303
divisioni con 4.700.000 soldati, di cui 2.500.000
schierati a presidio del fronte occidentale; 20
corpi meccanizzati, ciascuno con due divisioni
corazzate ed una meccanizzata, erano
posizionati a distanze variabili da 50 a 400
chilometri dalle prime linee.

La disponibilità di carri armati era enorme, con


oltre 17.000 mezzi corazzati, ma i mezzi
moderni erano solo 1.475 tra T-34 e KV-1,
mentre la maggioranza erano modelli leggeri di
tipo BT-5, BT-7, T-26; inoltre i corpi
meccanizzati avevano gravi carenze di
addestramento, di supporto logistico e di
preparazione tecnica[42]; erano presenti anche
numerose divisioni di cavalleria che si
sarebbero dimostrate utili in terreni impervi e
paludosi e durante la controffensiva invernale.
L'aviazione infine disponeva di quasi 20.000
velivoli, di cui almeno 7.133 nei distretti militari
occidentali, ma anche in questo caso
l'inferiorità tecnica dei mezzi, lo scarso
addestramento e la modesta esperienza tattica
avrebbero causato gravi perdite ed una netta
inferiorità rispetto alle forze aeree tedesche[43].

Caccia sovietici Polikarpov I-16


distrutti al suolo

La sorpresa dell'attacco tedesco fu assoluta,


nonostante poche ore prima fosse stato inviato
a tutti i distretti di confine l'ordine del ministero
della difesa sovietico di mettere le truppe in
"stato d'allarme primario"[44] e, in conseguenza
della frammentarietà delle comunicazioni, solo
dopo quattro ore Stalin diede l'ordine di
contrattaccare; l'aviazione sovietica fu
duramente colpita al suolo (la Luftwaffe, solo
nel primo giorno, distrusse più di 1.800 velivoli)
ed i pochi aerei che riuscirono ad alzarsi in volo,
i superati caccia Polikarpov I-16, furono
abbattuti in massa e nei successivi quattro
giorni i sovietici persero il 50% del loro
potenziale aereo[45].

Formazione di aerei da
bombardamento in picchiata Junkers
Ju 87 Stuka; la Luftwaffe ottenne
molto rapidamente il predominio
dell'aria

I bombardieri in picchiata Stuka ebbero


l'ulteriore compito di colpire le linee telefoniche
e telegrafiche così, oltre alla già citata
frammentarietà delle comunicazioni, ci fu
l'ulteriore aggravio della continua interruzione
delle trasmissioni, gettando nel caos il
comando supremo sovietico; la conseguenza di
queste difficoltà fu che i ponti non furono fatti
saltare e le truppe tedesche poterono
attraversare i fiumi Bug Occidentale, Bug
Meridionale, Nemunas, Dvina Settentrionale e
Daugava su strutture ancora intatte
guadagnando tempo prezioso al fine della
rapidità dell'avanzata.

Il 24 giugno Hitler spostò il suo quartier


generale da Berlino alla Prussia orientale, nella
Wolfsschanze, la "tana del lupo", constatando i
progressi territoriali della Wehrmacht, penetrata
per oltre 160 km nel territorio sovietico, mentre
l'Italia la sera del 22 aveva dichiarato guerra
all'Unione Sovietica insieme alla Romania[46], il
26 anche la Finlandia e la Slovacchia, seguite il
27 dall'Ungheria, dichiararono a loro volta
guerra[47], mentre Stalin inspiegabilmente
"ruppe" il silenzio solo alle 6:30 del 3 luglio
denunciando, dai microfoni di radio Mosca, la
rottura del patto di non aggressione da parte
della Germania ed il "richiamo alla lotta" per il
popolo sovietico[48]. Le ragioni di questo
silenzio sono ancora oggi controverse ma in
quella decina di giorni che precedettero il suo
messaggio alla nazione l'importante città di
Minsk era già caduta in mani tedesche e le sue
forze armate avevano già sofferto la perdita di
2.585 carri armati[49], 1.449 cannoni e tra le 12 e
le 15 divisioni; solo pochi giorni dopo, il 9 luglio,
tutte le sacche di resistenza non ancora
liquidate dai tedeschi si sarebbero arrese,
portando a 40 la somma delle divisioni distrutte
ed a 300.000 la cifra dei soldati caduti
prigionieri, mentre il giorno 11 le avanguardie
della Wehrmacht si trovavano già a 16 km da
Kiev e, dopo un mese, 200 dei 340 depositi di
rifornimento dell'Armata Rossa erano caduti in
mano tedesca[50].

Il fronte nord

Operazione Volpe d'argento

Lo stesso argomento in dettaglio:


operazione Volpe d'argento.

Il 29 giugno il corpo d'armata "Norvegia", al


comando del generale Eduard Dietl, appoggiato
da forze finlandesi, diede inizio all'operazione
Volpe argentata ossia il piano di conquista della
città di Murmansk sul mare di Barents. La città
non aveva una particolare importanza
strategica ma il suo porto era, e sarebbe stato
per tutta la durata della guerra, una delle
fondamentali fonti di approvvigionamento per
l'Unione Sovietica: esso infatti era l'unico porto
dotato di strutture adeguate allo sbarco di
grandi quantità di materiali ad essere libero dai
ghiacci, grazie alla corrente del Golfo, durante
l'inverno ed inoltre la sua ferrovia Kirov
collegava la città con Leningrado e Mosca.

Il generale Eduard Dietl, comandante


del corpo d'armata "Norvegia",
osserva la tundra artica

Le direttrici d'attacco dell'operazione


Volpe d'argento

La mobilitazione delle truppe di stanza in


Norvegia inizialmente doveva servire per
difendere la regione di Petsamo, con i suoi
giacimenti di nichel, e quella mineraria di Narvik
da possibili attacchi sovietici ma,
immediatamente dopo l'inizio delle ostilità, fu
chiara l'importanza fondamentale che Stalin
riponeva in Murmansk.

L'operazione presentava diverse difficoltà: la


tundra artica, un territorio totalmente privo di
vegetazione, di popolazione e di strade, solcato
da acquitrini, laghi e torrenti non permetteva
rapide avanzate ed anche il fattore logistico,
legato ai rifornimenti alle truppe, presentava
problematiche di difficile soluzione; in sostanza
si trattava di percorrere circa 100 chilometri di
territorio desertico ed impervio ed il generale
Dietl obbiettò che in quel momento sarebbe
stato più utile interrompere la ferrovia, lunga
circa 1.400 chilometri, in qualche punto più a
sud ma Hitler ordinò ugualmente che l'attacco
fosse portato contro la città.

Le forze sovietiche a presidio della frontiera


erano esigue, anche se i reparti siberiani e
mongoli presenti non si arresero e
combatterono fino all'ultimo uomo; il giorno
dopo l'inizio dell'offensiva fu scoperta dai
tedeschi la strada che collegava Sapadnaja
Liza a Murmansk: essa era fortemente
presidiata ed i soldati si trovarono sotto il tiro
dell'artiglieria sovietica e l'attacco, a causa
della difficoltà nel fare affluire riserve e
rifornimenti, oltre alla totale mancanza
dell'aviazione ed alla lentezza nel trasporto dei
feriti, si arrestò, costringendo Dietl a mettersi
sulla difensiva il 17 luglio, dopo aver percorso
55 chilometri[51].

Nei mesi successivi, tra l'8 ed il 19 settembre, i


tedeschi tentarono un secondo ed un terzo
attacco ma, dopo un lieve successo iniziale,
furono nuovamente costretti a ripiegare sulla
sponda occidentale del fiume Liza; il 23 cadde
la prima neve e l'8 ottobre fu tentato l'ultimo
infruttuoso attacco e, con i tedeschi bloccati
dal gelo, il 7 novembre i sovietici sferrarono un
primo contrattacco ma il debole fronte tedesco
riuscì a reggere; un secondo attacco, con forze
decisamente superiori, avvenne il 21 dicembre
ma il terreno si rivelò ancora una volta
favorevole a chi difendeva e non ci fu lo
sfondamento auspicato da Stalin; identica sorte
subì un terzo attacco, iniziato nell'aprile del
1942 e conclusosi senza successo il 10
maggio; il fronte all'estremo nord era fermo e lo
sarebbe rimasto fino alla resa della Finlandia, il
19 settembre 1944, quando le truppe tedesche
ripiegarono in Norvegia. La mancata conquista
del porto di Murmansk influì sull'esito dell'intera
operazione Barbarossa in quanto, nei
successivi tre anni, vi affluirono
incessantemente navi Alleate cariche di
rifornimenti che aiutarono in modo rilevante lo
sforzo bellico sovietico e contribuirono alla
vittoria finale[52].

La corsa verso Leningrado

Lo stesso argomento in dettaglio: assedio di


Leningrado.

11 ottobre 1941: il comandante dello


Heeresgruppe Nord, Wilhelm Ritter
von Leeb (a destra di lato), ed il
generale Georg von Küchler (al
centro), comandante della 18ª armata,
fotografati in un posto di osservazione
avanzato

Il 22 giugno la 18ª armata, al comando del


generale Georg von Küchler, protetta sul fianco
destro dal IV gruppo corazzato, comandato dal
generale Erich Hoepner ed equipaggiato con
570 carri armati[53], entrò in Lituania avanzando
velocemente e, dopo avere oltrepassato il
confine con la Lettonia, si diresse verso Riga;
contemporaneamente a sud il IV gruppo
corazzato varcò il confine con l'Estonia ma qui
la resistenza sovietica si dimostrò più efficace: il
III corpo meccanizzato, dotato di oltre 600
mezzi corazzati, tra cui i carri pesanti KV-1 ed i
semoventi KV-2, contrattaccò nella zona tra
Skaudvilė e Raseiniai e per tre giorni il XLI
corpo d'armata motorizzato, comandato dal
generale Georg-Hans Reinhardt, dovette
contenerne l'avanzata; l'intervento della 1ª e
della 6ª divisione corazzata, comandate dai
generali Friedrich Kirchner e Franz Landgraf,
supportate dalla Luftwaffe, consentì ai tedeschi
di respingere il contrattacco e di infliggere gravi
perdite al nemico[54].

Nello stesso momento il LVI corpo d'armata


motorizzato, comandato del generale Erich von
Manstein, e l'8ª divisione corazzata, comandata
dal generale Erich Brandenberger,
oltrepassando il fiume Daugava, riuscirono ad
intrappolare le truppe sovietiche, conquistando
l'8 luglio la città di Pskov, sfondando il quel
punto la linea Stalin; la rapidità dell'avanzata
impedì la fuga delle truppe sovietiche di stanza
in Curlandia che vennero circondate e distrutte.

Il dilagare dell'esercito tedesco portò anche in


Unione Sovietica le persecuzioni contro la
popolazione ebraica già iniziate in Polonia; la
divisione di fanteria SS "Totenkopf", comandata
dal gruppenführer Theodor Eicke, che seguiva il
IV gruppo corazzato si rese responsabile dei
primi massacri: immediatamente dopo
l'occupazione della Lituania le SS, con l'aiuto di
una milizia locale formata per lo più da forzati
fatti uscire dalle prigioni, linciarono centinaia di
ebrei per le strade suscitando lo sgomento, ed
in rari casi anche le proteste, degli ufficiali
presenti[55].

Il generale Georg-Hans Reinhardt (al


centro con gli occhiali), comandante
del XLI Panzerkorps, a colloquio con il
generale Walter Krüger, comandante
della 1. Panzer-Division

Il 10 luglio il IV gruppo corazzato attaccò: il LVI


corpo d'armata doveva puntare verso
Novgorod, interrompendo la linea di
collegamento Leningrado-Mosca, protetto sul
fianco dal XLI corpo d'armata motorizzato;
l'avanzata fu rallentata dal terreno paludoso e
da una strenua resistenza ma il generale
Hoepner, aggirando le fortificazioni di fronte alla
città di Luga, riuscì il 14 luglio a conquistare
Porechje, catturando intatti, nonostante un
precipitoso tentativo di contrattacco con forze
racimolate in tutta fretta[56], i due ponti sul fiume
Luga, consolidandovi solide teste di ponte ed
aprendo di fatto la strada per Leningrado
distante ormai solo 115 chilometri. La
situazione si presentava molto favorevole per il
XLI corpo ma l'OKH gli impose di fermarsi e di
attestarsi sulle teste di ponte sul Luga; tale
ordine era giustificato dalla scelta di Hitler di
attaccare Leningrado da sud-est con una
manovra di aggiramento, giudicando le truppe
del generale Reinhardt troppo deboli per un
attacco frontale, e quindi era necessario
attendere l'avanzata da sud della 16ª armata. Il
comandante dell'Heeresgruppe Nord, il
feldmaresciallo Wilhelm Ritter von Leeb, non si
oppose a questo ordine e, nonostante le
reiterate proteste di Reinhardt, per tre settimane
le truppe tedesche non poterono riprendere
l'offensiva, permettendo ai sovietici di
riorganizzare le difese e di contrattaccare.

L'attacco fu ripreso l'8 agosto, dopo che il


giorno 6 le truppe tedesche si erano
saldamente attestate sul Golfo di Finlandia, ma
la resistenza sovietica fu molto intensa[57] e solo
il 14 agosto i tedeschi riuscirono a superare i 45
chilometri di foresta che si frapponevano al
terreno aperto di fronte a Leningrado ma
ancora una volta, dopo che il giorno 15 von
Leeb in persona si era recato presso il
comando tattico del generale Hoepner per
autorizzare l'avanzata verso la città, arrivò
l'ordine di fermarsi; era accaduto che la 16ª
armata era in difficoltà e si ritenne necessario
staccare due divisioni dal IV gruppo corazzato
e, dopo lo spostamento verso nord anche della
18ª armata, l'avanzata riprese ed il 17 agosto fu
conquistata Novgorod, grazie anche alla
fortunata scoperta delle mappe in cui era
segnato tutto il dispositivo difensivo sovietico di
fronte alla città[58]; nei giorni successivi furono
eliminate le sacche di resistenza, si ripararono
le strade e le ferrovie in direzione di Leningrado
ed il giorno 9 fu finalmente dato il via
all'attacco.

Soldati sovietici mobilitati per la


difesa di Leningrado

Il comando della piazzaforte di Leningrado fu


affidato al generale Sakhvarov che
immediatamente mobilitò la popolazione:
utilizzando i 300.000 operai delle grandi
fabbriche come soldati riuscì a formare una
ventina di divisioni della cosiddetta "milizia
rossa", tutti gli abitanti, compresi i bambini,
vennero impiegati per costruire fortificazioni e
scavare trincee anticarro realizzando due cinte
difensive, una interna a 25 chilometri dal centro
della città e l'altra esterna a 40 chilometri.
Quest'ultima fu attaccata dalla fanteria tedesca
il 10 settembre e superata il giorno dopo a
prezzo di durissimi combattimenti, furono
collocati ponti mobili per permettere
l'attraversamento ai mezzi corazzati ed il 15
settembre fu conquistato il sobborgo di Urizk
mentre il 20 la 1ª divisione di fanteria raggiunse
la costa del mar Baltico presso Strelna.

Movimenti dello Heeresgruppe Nord


nell'avanzata verso Leningrado

Le forze tedesche si trovavano ormai a 10


chilometri dal centro di Leningrado e, dopo la
conquista avvenuta l'8 settembre di
Šlissel'burg, l'ultimo ostacolo naturale era
rappresentato dal fiume Isciora dove sorgeva
l'ultima barriera difensiva costruita dai sovietici
ma anche questa, grazie al massiccio
intervento dell'aviazione, fu superata ed il 29
settembre cadde l'importante sobborgo
industriale di Kolpino. Leningrado era ormai
isolata e rimaneva in mano sovietica solo una
sottile striscia di territorio collegata alla sponda