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Introduzione

1. «Un allievo della Rivoluzione»


La fine del 1792, quando un giovane adolescente greco-veneziano, Niccolò
(Ugo) Foscolo, approda a Venezia, è l’avvio di un percorso umano e letterario
eccezionale, che si svolse fino alla morte, avvenuta nella Londra della prima
Restaurazione (1827), sotto il segno di un impegno politico mai sconfessato;
ed è proprio la cifra particolare di questa esperienza umana che, da subito, ha
reso complessa l’interpretazione di questo autore. Benché l’impegno politico
non possa essere la chiave di lettura esclusiva di un’opera costruita su quelli che
sono stati opportunamente definiti i «codici autobiografici»1, in cui agiscono
in profondità l’introspezione lirica e il destino personale del poeta, resta tut-
tavia un criterio privilegiato per leggere il percorso letterario foscoliano. In un
celebre saggio, Carlo Dionisotti sottolineò che «se il Foscolo fosse venuto al
mondo dieci anni prima, probabilmente sarebbe uscito dal seminario di Spa-
lato per entrare a Venezia, come segretario o precettore, in qualche casa patri-
zia, e di qui sarebbe uscito poi, nel 1797, per ingrossare la schiera dei Gianni
e dei Monti, [...] insomma arcadi e abati sempre, fino all’osso, comunque si
rivestissero, uomini veramente e in tutto dell’età rivolta»2. Mai come nel caso
di Foscolo, infatti, ebbe un ruolo decisivo l’appartenenza generazionale3, come
lui stesso sottolineò in quel saggio straordinario di critica letteraria che è
l’Essay on the present literature of Italy (1818): «Quando la rivoluzione [...]
1
S. Gentili, I codici autobiografici di Ugo Foscolo, Roma, Bulzoni, 1997.
2
C. Dionisotti, Venezia e il noviziato poetico del Foscolo, in «Lettere Italiane», XVIII, 1966, 1, pp. 12-27 (ora
in Id., Appunti sui moderni. Foscolo, Leopardi, Manzoni e altri, Bologna, il Mulino, 1988, pp. 33-53, in par-
tic. p. 35).
3
Ai rapporti tra posizioni politiche e ‘anagrafe’ degli scrittori del cosiddetto Triennio repubblicano (1796-
1799) e del successivo periodo napoleonico ha dedicato pagine importanti M. Cerruti, Dalla fine dell’an-
tico regime alla Restaurazione, in Letteratura Italiana, a cura di A. Asor Rosa: vol. I, Il letterato e le istituzioni,
Torino, Einaudi, 1982, pp. 392-432.
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sconvolse i princìpi che da secoli erano stabiliti in Italia, [...] Ugo Foscolo era
giovane [...]. Le condizioni politiche del suo paese, mutate radicalmente, la sua
educazione militare, e il ruolo che ebbe nella vita pubblica fecero sì che il suo
talento e il suo carattere maturassero in maniera del tutto diversa da quelli dei
suoi predecessori; per cui le circostanze che lo fecero scrittore non poterono
agire sullo stile di quanti erano nati prima di lui»4.
Le pagine che Foscolo dedica a se stesso in conclusione dell’Essay non solo
offrono la chiave di lettura di un’esperienza letteraria, nella quale l’impegno
politico e militare appare come la premessa ineludibile di un processo di ela-
borazione formale dotato di una forte carica ideale5, ma sono anche il con-
suntivo autocritico di un arco di vita segnato dall’improvviso irrompere della
Rivoluzione nella storia, che lo scrittore sintetizzò efficacemente definendosi
«un allievo della Rivoluzione»6.
Foscolo, dunque, tratteggia l’immagine di uno scrittore eminentemente
politico; e politica è la chiave di lettura che offre delle sue opere. In che cosa,
tuttavia, consiste questa politicità così ostinatamente e incessantemente ri-
vendicata dallo scrittore? Innanzitutto, essa andrà interpretata come engage-
ment e partecipazione alla vita pubblica del suo tempo: un impegno che ac-
cogliendo il modello alfieriano, ogniqualvolta non gli fu concesso di
«altamente oprar», si concretizzò nell’esercizio della scrittura. Eppure c’è un’al-
tra dimensione, più profonda, che Foscolo suggerisce in un certo numero di
testi autocritici: dalla celebre Lettera a Monsieur Guillon (1807), in cui riven-
dica la politicità dei Sepolcri (1807), alla Notizia bibliografica, apposta all’edi-
zione zurighese delle Ultime lettere di Jacopo Ortis (1816), in cui definisce la
politica una delle due «anime» del romanzo, fino al già citato Essay del 1818.
Con il termine di politico si deve intendere la natura profonda dell’uomo, in-
teso da Foscolo aristotelicamente come ζῷον πολιτικόν (zôon politikón), ani-
male naturalmente sociale. Si tratta di un vero e proprio secondo tempo della
scrittura foscoliana, una «nuova poetica», che si affermò via via che gli spazi
dell’azione politica si restringevano e che gli eventi di cui era stato spettatore
e, spesso, protagonista gli suggerirono una riflessione sull’uomo, sulle leggi
che regolano il vivere associato e sul ruolo che le lettere e gli scrittori hanno
nella costruzione e nella conservazione del legame sociale.
L’esperienza umana e letteraria di Foscolo si deve leggere, dunque, alla luce
degli avvenimenti storici di cui egli fu protagonista, dei dibattiti politici e lette-
rari ai quali prese parte, della riflessione filosofica che la animò, dell’introspezione
4
U. Foscolo, Edizione nazionale delle Opere (d’ora innanzi indicata con la sigla EN, seguita dal numero ro-
mano del volume), vol. XI: Saggi di letteratura italiana, a cura di C. Foligno, tomo 2, Firenze, Le Monnier,
1958, p. 539 (l’originale inglese si legge a p. 467).
5
Si vedano le osservazioni con cui apre il suo profilo foscoliano M. A. Terzoli, Ugo Foscolo, Roma-Bari, La-
terza, 2000, pp. V-VI.
6
«A pupil of the Revolution» nel testo originale inglese (EN XI, tomo 2, p. 488).
introduzione XVII

lirica che nutrì la sua scrittura, delle diverse «maschere» che lo scrittore indossò,
da Jacopo Ortis a Didimo Chierico. Eppure, per una singolare deformazione
che affonda le sue radici nel modo in cui Foscolo fu recepito nella cultura ita-
liana dell’Ottocento e in cui si svolse e si concluse la vicenda risorgimentale, una
parte importante della critica letteraria si è concentrata a lungo soprattutto sulla
coerenza e sulla validità del suo pensiero, diventando il terreno di battaglia ideale
di opinioni che andavano al di là del solo contesto letterario7. Così, nel corso de-
gli ultimi due secoli, il giudizio critico sulla figura dello scrittore e sulla sua opera
è dipeso spesso da dibattiti estranei alla sua vicenda umana e intellettuale8. Come
aveva osservato Mario Fubini fin dal 1927, Foscolo è sempre stato considerato
«un precursore» e, come tale, «destinato [...] a restare a mezza via, al di qua della
Terra Promessa»9: un precursore per i liberali moderati che si erano riuniti at-
torno a Gian Pietro Vieusseux; un modello di condotta politica per i democra-
tici ottocenteschi; l’anticipatore di un’ideologia nazionalistica per quanti, sulle
orme di Giovanni Gentile, si sforzarono di individuare nella storia italiana una
tradizione politica e culturale alternativa a quella che si richiamava alla Rivolu-
zione francese; il massimo esempio per la ‘nuova’ gioventù vagheggiata dal fa-
scismo di un esercizio dell’arte e della poesia risolutamente engagé.
Quasi quarant’anni fa, introducendo l’edizione delle Opere foscoliane per la
storica collana dell’editore Ricciardi, Franco Gavazzeni metteva in guardia dal vero
e proprio «equivoco storico» che, favorito dell’insegnamento autorevole di Giu-
seppe Mazzini, era stato responsabile per più di un secolo della fortuna straordi-
naria dello scrittore, fino ad accreditare le ambigue prefigurazioni dello scrittore sol-
dato, del «profeta del Risorgimento», vate del riscatto nazionale10. Alla lettura
mazziniana si sovrappose, al principio del Novecento, quella di Eugenio Donadoni
che, in una fortunata monografia11, aveva contrapposto al radicalismo politico
della giovinezza il progressivo abbandono, negli anni della maturità, di prospettive
democratiche (con un riflesso nella presunta fuga dalla realtà della poesia delle
Grazie) e aveva individuato nell’échec giacobino le radici politico-ideologiche della
7
Si vedano le osservazioni di F. Gavazzeni, Avvertenza, in U. Foscolo, Opere: vol. I, Milano-Napoli, Ric-
ciardi, 1974, pp. IX-XV.
8
Per una storia della fortuna critica di Foscolo si rinvia ai profili di W. Binni, Foscolo e la critica, Firenze, La
Nuova Italia, 1957 (poi, con il titolo Storia della critica foscoliana, in Id., Ugo Foscolo. Storia e poesia, Torino,
Einaudi, 1982, pp. 203-303), di M. Fubini, Introduzione alla critica foscoliana, in Id., Romanticismo ita-
liano, Roma-Bari, Laterza, 1973, e di M. T. Lanza, Foscolo, Palermo, Palumbo, 1977 (II ed. 1981). Ci sia
consentito rinviare anche al primo capitolo, Miti e deformazioni di un consolidato giudizio critico, del nostro
volume, Chr. Del Vento, «Un allievo della Rivoluzione». Ugo Foscolo dal «noviziato letterario» al «nuovo clas-
sicismo» (1795-1806), Bologna, CLUEB, 2003, pp. 1-29. Per una descrizione esaustiva della fortuna fosco-
liana nell’Ottocento si veda invece il saggio di M. Naselli, La fortuna del Foscolo nell’Ottocento, Genova-Na-
poli-Firenze-Città di Castello, Perrella, 1923.
9
M. Fubini, Ugo Foscolo. Saggio critico, Torino, Ribet, 1928, p. 8.
10
F. Gavazzeni, Avvertenza, cit., p. IX.
11
E. Donadoni, Ugo Foscolo pensatore, critico, poeta. Saggio, Palermo, Sandron, 1910 (II ed. riveduta, Pa-
lermo-Roma, Sandron, 1927; III ed. riveduta con un’appendice critico-bibliografica di R. Scrivano, Firenze,
Sandron, 1964).
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particolare evoluzione del classicismo foscoliano. Il giudizio di Donadoni ispirò le


pagine che a Foscolo dedicò Luigi Salvatorelli nella sua Storia del pensiero politico
italiano dal 1700 al 187012, la cui opposizione deliberata ai Profeti del Risorgimento
di Gentile13 lo pose al centro del dibattito storiografico dell’immediato dopoguerra.
Lo storico azionista aveva tratteggiato il pensiero politico foscoliano con le fosche
tinte di un’ideologia reazionaria e alla storiografia, anche letteraria, che s’interro-
gava sulla sconfitta della prospettiva democratica all’origine dell’Italia moderna
Foscolo apparve, nonostante le innegabili accensioni rivoluzionarie del Triennio,
troppo ambiguamente compromesso con un’ideologia antidemocratica e conser-
vatrice. Accogliendo le letture della critica dell’entre-deux-guerres, che lo aveva an-
nesso in posizione preminente alla lunga schiera dei precursori del fascismo, si ri-
conobbero in Foscolo i tratti caratteristici dell’intellettuale italiano tradizionale,
quali erano stati definiti dall’analisi gramsciana14. Sul percorso umano e intellet-
tuale di Foscolo si diedero allora giudizi densi di riserve: ora si biasimò un suo pre-
sunto, costante moderatismo, in cui le innegabili testimonianze del suo impegno
politico e storico altro non erano che episodi di una vita improntata a slanci ge-
nerosi; ora si colse nella sua opera il riflesso di un presunto, progressivo esauri-
mento delle giovanili aspirazioni democratiche in un realismo pessimista, colpe-
vole di aver avvalorato l’involuzione politica della Restaurazione15. A tale
fraintendimento, consolidatosi nella vulgata scolastica, va senz’altro ascritta la for-
tuna declinante di cui Foscolo ha sofferto dal dopoguerra in poi e il disinteresse cre-
scente da parte della critica più specificamente letteraria16.
Negli ultimi venticinque anni tuttavia, le indagini sulla cultura e il pensiero
del periodo rivoluzionario e napoleonico, suscitate in Italia e in Francia dal bi-
centenario della Rivoluzione francese (1989)17, hanno offerto nuove prospet-
tive a quella riconsiderazione della figura di Foscolo che, nel corso delle cele-
brazioni per il bicentenario dello scrittore (1978)18, era parsa una premessa
12
L. Salvatorelli, Il pensiero politico italiano dal 1700 al 1870, Torino, Einaudi, 1935, pp. 136-161.
13
G. Gentile, I profeti del Risorgimento, Firenze, Vallecchi, 1923 (II ed. riveduta 1928).
14
Emblematica, da questo punto di vista, la lettura, per altro ricca di notevoli spunti, di A. Lepre, Per una
storia degli intellettuali italiani. I giacobini e Foscolo, in «Movimento operaio e socialista», XIV, 1968, pp. 219-
243, poi variamente ripresa in sede critico-letteraria.
15
Sull’anacronismo di quest’interpretazione dicotomica aveva autorevolmente richiamato l’attenzione M.
Scotti, recensione a U. Foscolo, Scritti letterari e politici dal 1796 al 1808, a cura di G. Gambarin, Fi-
renze, Le Monnier, 1972, in Id., Foscoliana, Modena, Mucchi, 1997, pp. 77-88.
16
Il caso più emblematico della sfortuna critica conosciuta da Foscolo nel dopoguerra, per la sua incredibile
capacità affabulatoria che faceva perno sui peggiori stereotipi della lettura fascista e della vulgata scolastica,
resta il provocatorio pamphlet di C. E. Gadda, Il guerriero, l’amazzone, lo spirito della poesia nel verso im-
mortale del Foscolo, in «Paragone», IX, 1959, 116, pp. 43-77 (poi in volume, Milano, Garzanti, 1967; II ed.
con un’introduzione di F. Gavazzeni, 1991; e ora in Id., Opere: vol. IV, Saggi, Giornali, Favole e altri scritti,
tomo 2, a cura di C. Vela, Milano, Garzanti, 1992, pp. 383-429).
17
Un importante contributo a questo aspetto dell’interpretazione foscoliana è venuto dal convegno di Studi
napoleonici tenutosi a Portoferraio nel settembre del 1989, i cui interventi si leggono sul numero monogra-
fico della «Rivista italiana di studi napoleonici», nuova serie, XXIX, 1992, 1-2.
18
Si vedano gli Atti dei convegni foscoliani (1978-1979), 3 voll., Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello
Stato-Libreria dello Stato, 1988.
introduzione XIX

indispensabile per ogni nuova valutazione dell’opera foscoliana19. A distanza di


dieci anni l’una dall’altra, e pur essendo così lontane nella natura del loro oggetto,
le due ricorrenze hanno contribuito a far emergere il bisogno di superare vecchie
dicotomie e di procedere a nuovi ampi sondaggi nell’opera letteraria foscoliana,
offrendo agli studiosi e ai lettori una nuova immagine dello scrittore, ripulita dai
molti sedimenti ideologici che si erano accumulati per quasi due secoli.

2. Il «noviziato» letterario
Il ‘noviziato’ veneziano del giovane Niccolò è un periodo cruciale per com-
prendere la ‘carriera’ del futuro Ugo, ma si tratta del periodo più ‘buio’ della
biografia dello scrittore: pochissimi documenti, un epistolario esiguo, qual-
che testimonianza di difficile decifrazione, spesso tardiva e di ambito fami-
liare, quasi sempre priva di riscontri20. Sfuggono, insomma, dettagli importanti
per ricostruire gli ambienti che Foscolo frequentò a Venezia, i legami intellet-
tuali che vi strinse, gli studi che vi compì. La vera natura del Piano di studi
(1796), un documento insostituibile per accostarsi allo scrittoio del giovane
Foscolo, che registra i libri letti o da leggere, le opere compiute, in fieri o ap-
pena progettate, è tutt’altro che chiara. Poco di più si conosce del suo esordio
letterario, ma l’assenza di testimonianze certe rende difficile misurare il rap-
porto, pure decisivo in Foscolo, tra la biografia e gli scritti giovanili. Poco o
nulla sappiamo del personaggio di Laura, che compare nei versi giovanili, e del
progettato romanzo Laura. Lettere, dei personaggi di Lauretta e di Olivo P***
nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis, della Temira del Sesto tomo dell’Io, dello
stesso Girolamo Ortis, che pure ispirò il protagonista dell’Ortis21. Così come
restano difficili da decifrare gli orientamenti politici del giovane greco-vene-
ziano, pure importanti per tracciare il profilo ideologico dello scrittore.
A Venezia, il giovane Foscolo apparteneva a quel ceto ‘civile’ greco-vene-
ziano avverso alla Dominante che, pochi anni prima della sua nascita, nel 1770,
era stato all’origine della cosiddetta rivolta di Zante22. Esso gravitava tradizio-
nalmente attorno all’Ateneo Padovano e a Melchiorre Cesarotti, che con le tra-
duzioni di Omero e Demostene aveva nutrito il risveglio nazionale greco. La
19
W. Binni, Foscolo oggi: proposta di una interpretazione storico-critica, in «La Rassegna della letteratura ita-
liana», LXXXII, 1978, 3, pp. 333-351 (poi in Atti dei convegni foscoliani, cit.: vol. I, Venezia, ottobre 1978,
pp. VII-XXX, in partic. p. XI. Il testo, rivisto e annotato, apre ora la raccolta dello stesso, Ugo Foscolo. Sto-
ria e poesia, cit., pp. 3-32).
20
È il caso, ad esempio, dell’episodio di un interrogatorio di Foscolo da parte degli Inquisitori di Stato, ri-
portato da F. G. De Winckels, Vita di Ugo Foscolo, prefazione di F. Trevisan, Verona, Libreria H. F. Mün-
ster, 1885: vol. I, pp. 29-31.
21
Su cui si rinvia ai recenti studi di C. Perini, Il canto dell’amico perduto. Della genesi dei Sepolcri, e di altre
incognite foscoliane, Chioggia, Accademietta, 2005, e Id., Girolamo e Laura. La vera storia dell’Ortis, Chiog-
gia, Accademietta, 2005.
22
Cfr. F. Venturi, La rivolta greca del 1770 e il patriottismo dell’età dei lumi, Roma, Unione internazionale
degli istituti di archeologia, storia e storia dell’arte in Roma, 1986, p. 34.
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piccola colonia zantiota vi era capeggiata da Spiridione e Costantino Naranzi,


cugini di Foscolo. Il primo (1771-1833), avvocato e agente culturale tra Vene-
zia e Firenze per conto dell’ambasciatore russo nella capitale toscana, Giorgio
Mocenigo, era legatissimo a Isabella Teotochi e al celebre collezionista d’arte e
scrittore francese Vivant Denon, amante della nobildonna veneziana e, fino al
1793, agente segreto del governo francese a Venezia, nonché capofila del par-
tito rivoluzionario nella laguna23. Il secondo (1775-1867), poco più giovane,
strinse con Foscolo un’affettuosa amicizia e, probabilmente, lo introdusse nella
cerchia degli allievi di Cesarotti. Al «compagno più tenero de’ miei giorni per-
seguitati ed afflitti»24 Foscolo dedicò la sua prima raccolta poetica25, una sil-
loge di quarantuno poesie e traduzioni che rappresenta «una sorta di paradigma
giovanile utile a capire il Foscolo più tardo e indica per certi aspetti le linee
portanti della sua successiva attività»26. Il tema predominante è l’amore, «quella
divinità più benefica all’uomo, che anima la nostra esistenza, e che c’illude con
delle immagini di voluttà e di speranza»27. A lungo ignorate come opere minori,
frutto ancora acerbo di un’esercitazione scolastica, esse sono state rivalutate
dalla critica più recente che – come nel più ristretto ‘canzoniere’ in morte del
padre (1796), dove predominano i motivi familiari e funebri – vi ha ricono-
sciuto «temi, motivi, materiali, poi recuperati e riutilizzati per le opere succes-
sive: dalle Ultime lettere di Jacopo Ortis, dove sono in parte trascritti e in parte
rifusi nel corpo in prosa, fino alle poesie della maturità»28. Sulle orme di Franco
Gavazzeni e Dante Isella29, si è osservato anche come le poesie dell’adolescenza
attestino già i tre modelli letterari cui guarderà a lungo Foscolo: il Parini delle
Odi (1791 e 1795); il Monti dei Pensieri d’amore e degli sciolti A Sigismondo
Chigi (1783); ma anche quello della Bassvilliana (1793), che recuperando la
tensione stilistica e narrativa della Divina Commedia fu sicuramente l’ispira-
tore autorevole dell’adozione del terzo modello, il più importante di tutti,
Dante. Questi fu per Foscolo «quasi una proiezione ideale della propria iden-
tità», uno dei molteplici «specchi» in cui Foscolo amerà proiettarsi30.
23
Sulla rete di rapporti che legava il diplomatico francese Vivant Denon, Isabella Teotochi, i cugini Naranzi
e il cavaliere Antonio Micheroux, si veda V. Denon, Lettres à Bettine, éd. par P. Brigliadori, E. Del Panta, A.
L. Franchetti, A. M. Pizzorusso e A. Schoysman, sous la direction de F. Garavini, Arles, Actes Sud, 1999.
24
EN II: Tragedie e poesie minori, a cura di G. Bezzola, Firenze, Le Monnier, 1961, p. 239.
25
Sulla cosiddetta raccolta Naranzi si vedano almeno gli studi di B. Rosada, La prima raccolta poetica di Fo-
scolo. Le poesie a Costantino Naranzi, in «Atti dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti - Classe di Scienze
morali, lettere ed arti», CXXXV, 1977, pp. 129-154 (ora raccolto in Id., La giovinezza di Niccolò Ugo Foscolo,
Padova, Antenore, 1992), e di E. Neppi, Foscolo e la crisi della cosmo-teologia, in «Intersezioni», XVI, 1996,
3, pp. 467-491, e Id., Edonismo e elegia nella prima raccolta foscoliana, in «La Rassegna della letteratura ita-
liana», serie IX, CV, 2001, 1, pp. 57-71.
26
Come ha opportunamente sottolineato M. A. Terzoli, Ugo Foscolo, cit., p. 11.
27
EN II, p. 239.
28
Ibid., p. 13.
29
Cfr. F. Gavazzeni, Avvertenza, cit., pp. XV-XXVI, e D. Isella, Foscolo e l’eredità del Parini, in Lezioni sul
Foscolo, Firenze, La Nuova Italia, 1981, pp. 21-41.
30
M. Palumbo, Foscolo, Bologna, il Mulino, 2010, pp. 62-63.
introduzione XXI

Accanto a queste prime prove poetiche che, nella diversità dei metri adot-
tati e nello sperimentalismo formale, testimoniano una padronanza eccezio-
nale della tecnica versificatoria da parte di un giovane di sedici anni, andrà ri-
cordato anche il progettato volumetto delle Odi (1795). I dodici testi che
avrebbero dovuto confluirvi, in parte perduti, posseggono un forte accento
morale e politico, rivendicato fin dall’epigrafe di apertura, quel Vitam impen-
dere vero («consacrare la vita alla verità») che, dietro il riferimento alle satire di
Giovenale (IV, 91), rinviava ad altri modelli politicamente più sovversivi:
Rousseau31 e, soprattutto, il tribuno della Rivoluzione, Jean-Paul Marat32.
L’adozione di un codice linguistico che rinvia alla tradizione scritturale e pro-
fetica e che si ritroverà anche in opere successive, come le Ultime lettere di Ja-
copo Ortis o l’Ipercalissi (1816), permetteva al giovane Foscolo di assimilare la
storia contemporanea alle vicende bibliche. Se «nelle mani del laico Foscolo il
modello biblico si presta [...] alle più duttili applicazioni, senza rischi d’in-
congrue interferenze ideologiche»33, l’avere scambiato quella che fu e restò una
scelta stilistica per un’opzione ideologica ha tuttavia provocato seri frainten-
dimenti sulle posizioni del giovane Foscolo. La presenza di questi echi scrit-
turali, cui si sovrapposero le suggestioni tratte da Gray, Dryden, Milton, Par-
nell e Young34, e un certo numero di componimenti d’ispirazione religiosa,
infatti, sono apparsi a più di un critico il riflesso di posizioni moderatamente
conservatrici e della sensibilità religiosa che avrebbe ispirato il giovane Fo-
scolo35. In assenza di documenti probanti, tuttavia, risulta difficile decifrarne
gli orientamenti ideologici. Se da un lato, infatti, sembra che la sua produ-
zione attirasse l’attenzione sospettosa dell’autorità pubblica, al punto da scon-
sigliare la pubblicazione delle Odi 36; dall’altro non è possibile non sottolineare
che alcune opere perdute, come il Roberspierre (1796), di cui non conosciamo
il contenuto preciso, sembrano intonate alla condanna dell’esperienza rivolu-

31
Che ne aveva fatto il proprio motto, come ricordò C. Dionisotti, Venezia e il noviziato poetico del Foscolo,
cit., p. 40.
32
Come ha segnalato Maria Antonietta Terzoli, l’epigrafe si leggeva en exergue de «L’Ami du Peuple», il cele-
bre giornale diretto da Jean-Paul Marat tra il 1789 e il 1793 (M. A. Terzoli, Ugo Foscolo, cit., p. 13).
33
Si vedano le osservazioni di M. A. Terzoli, Il libro di Jacopo. Scrittura sacra nell’«Ortis», Roma, Salerno Edi-
trice, 1988, p. 38, cui va il merito di aver richiamato l’attenzione sulla presenza di questo registro stilistico
particolare nell’opera foscoliana.
34
Antologizzati nel 1794 da Angelo Dalmistro (Versioni dall’inglese raccolte e date in luce per l’abate Angelo Dal-
mistro, In Vinegia, Carlo Palese, 1794), su cui si veda N. Lorenzini, Ugo Foscolo e Angelo Mazza: sull’armo-
nia, in Tra storia e simbolo. Studi dedicati a Ezio Raimondi dai direttori, redattori e dall’editore di «Lettere Ita-
liane», Firenze, Olschki, 1994, pp. 181-205.
35
Tra le letture più recenti che hanno adottato questa prospettiva, si vedano almeno quelle di M. Pastore
Stocchi, 1792-1797: Ugo Foscolo a Venezia, in Storia della cultura veneta, diretta da G. Arnaldi e M. Pastore
Stocchi: vol. VI, Dall’età napoleonica alla prima guerra mondiale, Vicenza, Neri Pozza, 1986, pp. 21-58, e di
A. Campana, Ugo Foscolo. Letteratura e politica, Napoli, Liguori, 2009.
36
Come racconta lo stesso Foscolo scrivendo nell’agosto del 1795 all’amico bresciano Gaetano Fornasini
(EN XIV: Epistolario, 1, ottobre 1794-giugno 1804, a cura di P. Carli, Firenze, Le Monnier, 1949, p. 16).
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zionaria. Dalle più recenti ricostruzioni degli anni veneziani37, più che l’im-
magine di un moderato emerge quella di un Foscolo collocato su posizioni
‘attendiste’: nulla sappiamo, infatti, delle sue reazioni di fronte all’avanzare
dell’Armée d’Italie; nulla della reale data di composizione del sonetto A Vene-
zia, in cui Foscolo manifestava per la prima volta apertamente la propria sim-
patia per le armate rivoluzionarie; nulla dell’inizio del suo entusiasmo per la
causa giacobina e di una sua eventuale frequentazione dei circoli filofrancesi
a Venezia.
Sfuggono anche i dettagli dell’esordio di Foscolo nella «società» veneziana
e, soprattutto, dei rapporti che intrattenne con le sue protagoniste: da Alba
Corner Vendramin a Marina Querini Benzon, da Cecilia Zen Tron a Isabella
Teotochi. Incerta appare ormai anche l’identificazione di quest’ultima con il
personaggio di Temira nel Sesto tomo dell’Io38. Sappiamo solo che, al principio
del 1796, stanco della «chiamantesi società» veneziana39, si volse verso Padova,
dove lo richiamavano la fama di Cesarotti e la vivace colonia greca che vi fre-
quentava la celebre Università. Se i suoi tentativi di essere ammesso allo Stu-
dio padovano sfumarono, Foscolo poté però inserirsi nel gruppo cesarottiano,
come testimonia il Piano di studi: da Omero a Ossian e Milton; da Gray, a
Haller e Pope; da Thomson, a Gessner e Young; da Arnaud, a Klopstock e
Goethe, vi compaiono tutti gli autori di riferimento del vecchio maestro pa-
dovano. Ma la frequentazione dei circoli culturali padovani esercitò sul giovane
scrittore anche altre suggestioni, non meno decisive, come testimoniano alcuni
componimenti di quei mesi: dalle Rimembranze agli sciolti Al sole, in cui ab-
bracciava l’ipotesi, su cui si fonderà la concezione della ciclicità della storia
caratteristica di tutte le sue future riflessioni storico-filosofiche, di una natura
eterna al cui interno si dispiega il destino dell’uomo, sottoposto alle mede-
sime leggi di sviluppo e di decadenza. Questa filosofia affondava le proprie
radici nella cultura del tardo Illuminismo napoletano, che la fortunatissima Fi-
losofia della storia di Aurelio Bertola aveva divulgato nel resto della Penisola40,
e nella lezione di Vico, che era stata recepita dalla cultura padovana del tardo
Settecento alla luce dell’enciclopedismo empirista inglese41.
37
Si veda in particolare il volume di C. Chiancone, La scuola di Cesarotti e gli esordi del giovane Foscolo, di
prossima pubblicazione per i tipi delle Edizioni di storia e letteratura, nella collana «Storia e Letteratura», che,
a partire dal riesame sistematico dei documenti e delle testimonianze in nostro possesso, incrociate con le fonti
coeve, offre un contributo importante sulla ricostruzione della giovinezza veneziana di Foscolo.
38
A. Chiades, Addio, bello e sublime ingegno, addio. Ugo Foscolo e Isabella Teotochi Albrizzi, Milano, Schei-
willer, 1987.
39
Si veda la lettera di Foscolo a Cesarotti, databile all’inverno del 1796 (EN XIV, p. 26).
40
Si veda D. Tongiorgi, L’eloquenza in cattedra. La cultura letteraria nell’università di Pavia dalle riforme te-
resiane alla Repubblica italiana (1769-1805), Bologna, Cisalpino, 1997, pp. 66-87, e, per i rapporti tra Fo-
scolo e Bertola, A. Di Ricco, Tra idillio arcadico e idillio ‘filosofico’. Studi sulla letteratura campestre del ’700,
Lucca, Pacini-Fazzi, 1995, pp. 115-121. Spunti importanti anche in V. Ferrone, I profeti dell’illuminismo.
Le metamorfosi della ragione nel tardo Settecento italiano, Roma-Bari, Laterza, 1989, pp. 266-268.
41
Per cui rinviamo a Chr. Del Vento, «Un allievo della Rivoluzione», cit., pp. 61-65.
introduzione XXIII

La prima prova letteraria foscoliana di un certo respiro fu una tragedia, Il


Tieste, rappresentata con successo al Teatro Sant’Angelo di Venezia il 4 gennaio
1797. Ispirata al mito di Atreo e Tieste, essa rispettava rigorosamente le unità
aristoteliche e si opponeva polemicamente ai due grandi tragici francesi del se-
colo, Crébillon e Voltaire, a cui Foscolo rimproverava l’assenza di severità e di
semplicità. Come più tardi nelle tragedie della maturità, l’adesione al modello
alfieriano, testimoniata dall’adozione di un esiguo numero di personaggi (ap-
pena quattro), dalla postura antitirannica e dall’azione «giocata sul contrasto
tra efferatezza e virtù»42, è da leggersi alla luce della sua contaminazione con
il registro metastasiano e di una certa «irresolutezza» che caratterizza i prota-
gonisti. Essi paiono muoversi, come nel caso del teatro di Vincenzo Monti,
nella direzione di una forma «sentimentale»43, che tornerà anni dopo nella
Ricciarda. Con il Tieste, infatti, Foscolo cercò di superare l’assolutezza tema-
tica del contrasto tiranno-libertà e l’asprezza formale, che considerò sempre
veri e propri difetti del teatro alfieriano.

3. Foscolo scrittore ‘repubblicano’


Poche settimane dopo questo exploit, alla vigilia della fine della Serenis-
sima, l’impegno politico del giovane Foscolo si manifestò con improvvisa ra-
dicalità. Alla fine di aprile, Foscolo fugge a Bologna, dove celebra con tempe-
stiva opportunità la nuova libertà e l’epopea napoleonica in due odi
d’ispirazione pindarica, Ai novelli repubblicani e Bonaparte Liberatore. Rien-
trato a Venezia nel maggio del 1797, poco dopo la caduta della Repubblica di
San Marco, lo scrittore entra a far parte della nuova Municipalità come se-
gretario, con una rapidità e in una posizione preminente che contraddicono
l’apparente disimpegno dei mesi precedenti; e i suoi interventi dalla tribuna
della Società di Istruzione Pubblica si succedono in un crescendo di radicalità
che diventa particolarmente aggressiva nelle settimane che accompagnano il
trattato di Campoformio (17 ottobre 1797), obbligandolo ad abbandonare la
città prima dell’ingresso degli Austriaci in laguna.
Foscolo si ritrova allora esule a Milano, capitale della Repubblica Cisalpina.
È il principio di un’integrazione difficile che troverà un primo sbocco solo un
anno dopo, a Bologna, come aiutante del cancelliere del Tribunale44, e poi, nel-
l’aprile del 1799, come ufficiale dell’esercito cisalpino. Le prime prove di

42
Si vedano le osservazioni di M. M. Lombardi, in U. Foscolo, Opere, ed. diretta da F. Gavazzeni, 2 voll.,
Torino, Einaudi-Gallimard, 1994-1995: vol. I, Poesie e tragedie, a cura di M. M. Lombardi e F. Longoni, p.
725.
43
Come mostrato sempre da M. M. Lombardi, in U. Foscolo, Opere, cit.: vol. I, pp. 749-750.
44
Sull’assunzione di Foscolo in qualità di «Aiutante del Cancelliere e Secretario per le lettere del Tribunale»
si veda L’impiego di Ugo Foscolo in Bologna. Documenti pubblicati da Pio Carlo Falletti per Nozze Salinas-Co-
lumbra, Bologna, Zanichelli, 1896.
XXIV christian del vento

Foscolo sono all’insegna dell’attività politica (come testimoniano i suoi inter-


venti davanti al Circolo costituzionale milanese nell’autunno del 1797, che eb-
bero subito ampia eco nell’ambiente dei cosiddetti «patrioti») e di quella gior-
nalistica. In entrambi i casi si trattava di esperienze che fanno apparire
chiaramente l’affinità di Foscolo con i «patrioti»: l’adesione dello scrittore al pro-
getto unitario, e alle battaglie politiche che ne conseguirono, non fu tuttavia
una reazione al ‘tradimento’ francese di Campoformio; al contrario, essa ma-
turò a contatto con alcuni degli esponenti più in vista della sinistra neogiacobina
francese a Milano45. Nel gennaio del 1798, Foscolo assunse assieme a Melchiorre
Gioia e Giacomo Breganze (poi sostituito da Pietro Custodi) la direzione del
«Monitore Italiano», un giornale militante, d’opposizione e di forte ispirazione
democratica e unitaria46, il cui obiettivo era quello di narrare «la storia civile e
politica» della «nuova repubblica»47. I ripetuti colpi di Stato promossi dalle au-
torità francesi per soffocare l’opposizione al Direttorio portarono dapprima, nel-
l’aprile del 1798, alla soppressione della testata; poi, nell’autunno dello stesso
anno, costrinsero Foscolo a trasferirsi a Bologna, dove fondò assieme al fratello
Giovanni il «Genio Democratico»48 e avviò la stampa delle Ultime lettere di Ja-
copo Ortis. Nell’aprile successivo, tuttavia, l’invasione austro-russa e la ritirata
dell’esercito francese lo obbligarono ad abbandonare anche Bologna e ad ar-
ruolarsi nelle fila dell’esercito cisalpino. Fu così che, al principio di luglio del
1799, Foscolo si ritrovò a Genova assieme ai resti dell’armata del generale fran-
cese Macdonald, in rotta dopo la battaglia della Trebbia (18 e 19 giugno 1799).
La città ligure era diventata in quelle settimane il crocevia obbligato per
migliaia di persone, militari e profughi provenienti da tutta l’Italia, e la testa
di ponte d’ogni possibile controffensiva nella Penisola. I «patrioti», d’intesa
con i neogiacobini francesi, che cercavano di sfruttare i rovesci militari della
primavera del 1799 per ottenere la dichiarazione della «Patria in pericolo» e ri-
conquistare il potere come nel settembre del 179249, avevano fatto di Genova

45
Da Joseph Villetard a Marc-Antoine Jullien. Si veda Chr. Del Vento, «Un allievo della Rivoluzione», cit.,
pp. 67-114.
46
Sul «Monitore Italiano», oltre a EN VI: Scritti letterari e politici dal 1796 al 1808, a cura di G. Gambarin,
Firenze, Le Monnier, 1972, pp. XXVII-XXXIX, si rinvia a: L. Rava, Ugo Foscolo giornalista a Milano, in «Ri-
vista d’Italia», XXIV, 1920, 1-2; E. Miglio, Ugo Foscolo collaboratore del Monitore Italiano, in «Aevum», XII,
1938, pp. 523-555; I giornali giacobini italiani, a cura di R. De Felice, Milano, Feltrinelli, 1962; e, ora, Chr.
Del Vento, «Un allievo della Rivoluzione», cit., pp. 80-85.
47
Si veda il Piano del Giornale, datato «14 Nevoso anno 6. - 3 Gennajo 1798», riprodotto in Chr. Del
Vento, «Un allievo della Rivoluzione», cit., p. 282.
48
Si rinvia a G. Gambarin, Introduzione a EN VI, pp. LII-LV, e a L. Rava, Ugo Foscolo giornalista a Bologna.
Il «Genio democratico» (1798), in «Cultura moderna», XXV, 1915-1916, 22-24, pp. 617-624, 717-721 e
773-782.
49
Su questo aspetto dei rapporti franco-italiani si veda almeno B. Gainot, I rapporti franco-italiani nel 1799:
tra confederazione democratica e congiura politico-militare, in «Società e Storia», XX, 1997, 76, pp. 345-376.
Per un inquadramento più generale del problema cfr. A. De Francesco, Ideologie e movimenti politici, in Sto-
ria d’Italia, a cura di G. Sabbatini e V. Vidotto: vol. I, Le premesse dell’Unità, Roma-Bari, Laterza, 1994, pp.
229-336.
introduzione XXV

il loro laboratorio politico, destando le preoccupazioni delle autorità locali e


delle gerarchie militari francesi50.
È in questo quadro che si inserisce la redazione del Discorso su la Italia, stam-
pato a Genova al principio di ottobre del 1799 e indirizzato al generale Cham-
pionnet, l’eroe della rivoluzione di Napoli. Il testo, senza dubbio la testimo-
nianza più emblematica della radicalità politica foscoliana, giungeva dopo la
giornata del 28 fruttidoro (14 settembre 1799), quando la dichiarazione della
«Patria in pericolo» era stata respinta dal Consiglio dei Cinquecento segnando
la sconfitta definitiva del partito neogiacobino e aprendo la strada al colpo di
Stato del 18 brumaio (9 novembre 1799). Il décalage stridente del Discorso ri-
spetto agli avvenimenti di quei giorni è parso a lungo la testimonianza dell’in-
genuità politica del giovane Foscolo, che invitava Championnet a realizzare un
progetto politico ormai irrimediabilmente compromesso; nel migliore dei casi,
il Discorso sembrava un appello disperato a colui che, dopo la morte del gene-
rale Joubert nella battaglia di Novi (15 agosto 1799), restava il solo amico dei
«patrioti» nelle fila dell’esercito francese. In realtà, il Discorso era stato scritto tra
la fine di luglio e il principio di agosto e, a un esame più attento degli avveni-
menti dell’estate e dell’autunno del 1799, appare come il tassello di quel progetto
politico e militare che, nell’estate del 1799, aveva riunito i «patrioti» italiani e i
neogiacobini francesi e di cui Foscolo si era fatto il portavoce51: sfruttare il pa-
nico prodotto dai rovesci militari subiti dalle armate rivoluzionarie nel corso del
1799 per ristabilire lo stato di emergenza in Francia, provocare la caduta del-
l’odiato Direttorio e aprire la strada all’indipendenza dell’Italia che, «repubbli-
canizzata», avrebbe costituito un alleato di peso per la Francia rivoluzionaria. È
per tale ragione che Foscolo invitava il destinatario originale del Discorso – il ge-
nerale Moreau, comandante dell’esercito francese in Italia dopo la morte di Jou-
bert – a prendere misure di ‘salute pubblica’: «Così la libertà sarà incominciata
dal popolo, protetta dalla forza nazionale, e stabilita dalla somma speranza e dal
sommo terrore, le due sole e immense sorgenti di tutte le umane passioni, che
il fondatore di Repubblica deve muovere sovranamente»52.
A prescindere dalla ricostruzione più specificamente storica delle circo-
stanze in cui il breve testo foscoliano vide la luce, la ‘scrittura rivoluzionaria’
del Discorso s’impone quale momento qualificante di un’intensa sperimenta-
zione formale che, tra il 1799 e il 1801, vide lo scrittore impegnato nella ri-
cerca di un nuovo linguaggio e di registri stilistici alternativi53. Foscolo lo
scrisse pochi mesi prima della dedica premessa alla seconda edizione dell’ode
50
Per ricostruire le vicende di quelle settimane resta fondamentale A. M. Rao, Esuli. L’emigrazione politica
italiana in Francia (1792-1802), Napoli, Guida, 1992, pp. 187-241.
51
Si veda Chr. Del Vento, B. Gainot, La prima redazione del «Discorso su la Italia» di Ugo Foscolo, in «Gior-
nale storico della letteratura italiana», CLXXXII, 2005, 600, pp. 481-505.
52
In questo volume a p. 5.
53
Sul mutamento di registri stilistici e di struttura retorica rispetto alla poesia politica della giovinezza che si
XXVI christian del vento

Bonaparte Liberatore (1799) che, per usare le parole di Carlo Dionisotti, sa-
rebbe stata la prima vera «frattura [...] nella storia della letteratura italiana della
rivoluzione francese», e avrebbe rappresentato il primo vero «documento di
una nuova letteratura»54.
Il registro entusiastico e patetico nel quale, fino allora, avevano trovato
espressione la passionalità politica e la vicenda sentimentale di Jacopo nella
prima redazione bolognese delle Ultime lettere di Jacopo Ortis (si veda infra)55,
scompare di fronte alla forte carica progettuale che costituisce il tono domi-
nante del Discorso56 e ai modelli di scrittura politica che ne influenzarono la
redazione: la volontà di indicare una linea d’azione e di promuovere il progetto
unitario rinvia alla messe di pamphlet e di libelli politici che aveva inondato
l’Italia nel Triennio repubblicano (1796-1799), a partire dai Conseils aux pa-
triotes cisalpins (1797) di Marc-Antoine Jullien57; mentre il registro assertivo,
volutamente secco e lapidario, che impone al lettore tempi e modi dell’assenso
con la logica consequenzialità di una serie di istruzioni, è riconducibile piut-
tosto all’esperienza giornalistica dello scrittore.
Il 26 novembre del 1799, due settimane dopo il colpo di Stato di brumaio
e meno di un mese e mezzo dopo la pubblicazione del Discorso su la Italia, Fo-
scolo ristampò a Genova l’ode Bonaparte Liberatore. La prosa tesa e solenne
della lettera di accompagnamento, «d’uno stile che né il primo né il secondo
Ortis pareggia, degna insomma di stare in quanto si voglia ristretta antologia
foscoliana» e senza «riscontro alcuno nella letteratura italiana del Settecento»58,
non nascondeva il disappunto di chi ancora poche settimane prima aveva spe-
rato in un’evoluzione degli avvenimenti affatto differente. Foscolo, tuttavia, si
assumeva il difficile onere di dare voce pubblica alle posizioni dei «patrioti» as-
sediati a Genova e di prendere contatto con il nuovo potere59.
Lo scrittore vi dipingeva un Bonaparte restauratore della libertà italiana,
della Repubblica francese e della pace in Europa, facendosi interprete di pas-

riscontra a partire dagli scritti giornalistici del 1798, mutamento contrassegnato proprio dalla «risolutività apo-
dittica degli assunti», ha scritto G. Nicoletti, Artificio e parenesi alle origini della prosa ortisiana, in Id., Il
«metodo» dell’«Ortis» e altri studi foscoliani, Firenze, La Nuova Italia, 1978, pp. 1-39, in partic. pp. 19-27.
54
C. Dionisotti, Venezia e il noviziato poetico di Foscolo, cit., p. 35.
55
Si vedano in proposito le osservazioni di V. Di Benedetto, Alla ricerca di un nuovo romanzo, in U. Fo-
scolo, Il sesto tomo dell’Io, ed. critica e commento a cura di V. Di Benedetto, Torino, Einaudi, 1991, pp.
XXXII-XXXIII.
56
Ibid., p. L.
57
[M.-A. Jullien], Quelques conseils aux patriotes cisalpins, s.l., s.e., s.d. [ma: 1797]. Sulle assonanze tra il Di-
scorso foscoliano e i Conseils di Jullien si veda Chr. Del Vento, Foscolo e Marc-Antoine Jullien. Note in mar-
gine ai «Discorsi su Lucrezio», in «Lettere Italiane», XLIX, 1997, 3, pp. 392-426.
58
C. Dionisotti, Venezia e il noviziato poetico di Foscolo, cit., p. 35.
59
L’ipotesi è stata suggerita da M. Cerruti, Introduzione a Foscolo, Roma-Bari, Laterza, 1990, p. 60. Sul
ruolo svolto da Foscolo durante i lunghi mesi dell’assedio di Genova e sul significato storico della dedica a
Bonaparte, da leggersi non solo in rapporto alla poetica e all’ideologia foscoliana, ma come più ampia espres-
sione di un gruppo che si interrogava sull’atteggiamento da assumere nei confronti di Bonaparte, è d’accordo
con noi U. Carpi, Introduzione a U. Foscolo, Orazione a Bonaparte pel Congresso di Lione, a cura di U.
introduzione XXVII

sioni politiche ampiamente condivise nella Penisola60. Una variante introdotta


da Foscolo nella nuova edizione genovese dell’ode (vv. 183, 193-198) rivela quali
fossero le speranze più profonde riposte dai «patrioti» nell’ascesa di Bonaparte
al potere. Essa sostituiva la generica invocazione alla giustizia e alla libertà del-
l’edizione bolognese del 1797, con un inequivocabile appello all’unificazione
della Penisola: «Italia, Italia [...] / Ve’ ricomporsi i tuoi vulghi divisi / Nel gran
Popol che fea / Prostrare i re col senno e col valore, / Poi l’universo col suo fren
reggea; / Vedi la consolar guerriera pompa / E gli annali e le leggi e i rostri e il
nome!»61. La correzione apportata da Foscolo testimonia le prospettive nuove
aperte da Bonaparte in Italia62. Diversamente dai neogiacobini d’oltralpe, pre-
occupati dell’involuzione autoritaria rappresentata dal colpo di Stato, per i pa-
trioti cisalpini il 18 brumaio segnò soprattutto la fine della corruzione e del-
l’inettitudine dell’odiato governo direttoriale e parve eliminare il principale
ostacolo all’unificazione della Penisola: la rovina dell’Italia, scriveva Foscolo, era
stata opera «degli uomini guasti dall’antico servaggio e dalla nuova licenza»63,
abilmente sfruttati dalla politica di rapina del Direttorio; la libertà, dunque, non
poteva essere «restaurata» se non «da chi primo la fondò»64, ovvero Bonaparte,
poiché «la rivoluzione d’Italia» era stata opera sua65. Nonostante le riserve det-
tate dal ricordo del trattato di Campoformio, che ne aveva irrimediabilmente of-
fuscata la fama di generale giacobino, il ritorno di Bonaparte sembrò riproporre
le condizioni favorevoli alla democratizzazione e all’indipendenza della Penisola
che si erano presentate con la campagna d’Italia del 1796.
Si trattò di una speranza di breve durata. Le prospettive politiche aperte
dalla vittoria di Marengo (14 giugno 1800) si urtarono con la corruzione po-
litica dilagante nella seconda Repubblica Cisalpina (1800-1802) e con la de-
cisione napoleonica di imporre anche in Italia la svolta autoritaria adottata in
Francia con il colpo di Stato del 18 brumaio. I patrioti svilupparono così una

Carpi e L. Rossi, Roma, Carocci, 2002, pp. 19-20 e 24-25. Sulle prospettive comuni tanto ai patrioti quanto
ai moderati, sia émigrés in Francia sia assediati a Genova, si veda ancora A. M. Rao, Esuli. L’emigrazione po-
litica italiana in Francia (1792-1802), cit., p. 291.
60
Interessanti testimonianze del favore con cui il colpo di Stato di brumaio fu accolto dagli esuli italiani in
Francia si leggono anche in M. Tatti, Les hommes de lettres italiens en France en 1799-1800, Thèse de Doc-
torat dirigée par F. Decroisette, Paris VIII-St. Denis, 1995-1996: vol. III, pp. 552-559 (ora, con il titolo Le
tempeste della vita. La letteratura degli esuli italiani in Francia nel 1799, Paris, Champion, 1999).
61
In questo volume a p. 15. Nell’edizione stampata a Bologna nel maggio del 1797 (N. U. Foscolo, Bona-
parte Liberatore. Oda del liber’uomo..., Italia [ma Bologna], Anno I dell’Italica Libertà [maggio 1797]) i vv.
193-198 suonavano diversamente: «Ma col dito di Dio nei cori incise / Di natura le sante / Invïolate leggi,
e del terrore, / del dispotismo sin ad oggi infrante, / Le sante leggi spazïar con pompa / Liberamente ti ve-
drai nel seno» (EN II, p. 340).
62
Sul significato di questa variante, «forse la più importante, certo la più significativa», aveva richiamato l’at-
tenzione M. Santoro, Le odi civili del Foscolo: impegno e «retorica», in Atti dei convegni foscoliani, cit.: vol. I,
Venezia, ottobre 1978, pp. 308-326 (in partic. pp. 317 e 319-320).
63
In questo volume a p. 9.
64
Ibid.
65
Ibid.
XXVIII christian del vento

politica ostile a Bonaparte, che ebbe il suo punto di forza nella richiesta di
una Costituzione differente da quella francese dell’anno VIII (1800). Ancora
una volta il portavoce ufficiale delle loro richieste fu Foscolo. Nell’Orazione a
Bonaparte pel Congresso di Lione, commissionatagli dal governo cisalpino in
occasione dei Comizi di Lione (gennaio 1802)66, che avrebbero dovuto dare
una nuova Costituzione alla Repubblica Cisalpina, lo scrittore proponeva una
Carta che, per rinforzare il consenso intorno alla nuova repubblica, fosse ri-
spettosa del carattere nazionale italiano ed evitasse i rischi di involuzione au-
toritaria legati alla preminenza del potere esecutivo su quello legislativo:
«Quella è inutile e perniciosa costituzione che fondata non sia su la natura, le
arti, le forze e gli usi del popolo costituito, e che sfrenando l’arbitrio dell’era-
rio, della milizia e delle cariche della potestà esecutiva, appena a’ legislatori
concede l’ambizione del nome, il furore delle ringhiere, e la dimenticata o de-
lusa sanzione di opposte innumerabili leggi»67.
Foscolo aveva trasformato il panegirico che gli era stato commissionato
dal governo cisalpino in un vero e proprio appello politico e l’Orazione fu ri-
fiutata68. Se le speranze dei patrioti furono vanificate dalle decisioni imposte
da Bonaparte, restava tuttavia la decisione simbolica strappata al Primo Con-
sole dai deputati riuniti a Lione di chiamare il nuovo Stato Repubblica Ita-
liana e, con essa, il progetto di dar vita a una cultura nazionale che avrebbe co-
stituito l’identità di un futuro Stato italiano indipendente e democratico, di
cui Foscolo e Vincenzo Monti, nominato professore di eloquenza a Pavia e
tragediografo ufficiale della Repubblica, divennero i rappresentanti più auto-
revoli: entrambi lavorarono negli anni successivi a quella riforma delle lettere
e a quel rilancio della tradizione letteraria che avrebbero dovuto fondare l’iden-
tità nazionale e difendere l’autonomia politica della Repubblica Italiana69.

4. Jacopo Ortis e Didimo Chierico


La dedica dell’ode Bonaparte Liberatore aveva rappresentato il primo fe-
lice tentativo di operare una sintesi tra il momento pubblico, che aveva carat-
terizzato tutti gli interventi foscoliani fino al Discorso su la Italia, e la scrittura
privata e autobiografica dell’Ortis bolognese70. In quel testo brevissimo ed es-

66
L’Orazione avrebbe dovuto essere offerta a Bonaparte durante i Comizi assieme alla canzone di V. Monti,
Per il Congresso Cisalpino in Lione. A Bonaparte, Milano, Pirotta, anno X (1801). La si legga ora in V. Monti,
Poesie (1797-1803), a cura di L. Frassineti, Ravenna, Longo, 1998, pp. 391-396.
67
EN VI, p. 212.
68
Sulle vicende, ancora non del tutto chiarite, della commissione e della stesura dell’orazione si vedano le os-
servazioni di G. Gambarin, Introduzione a EN VI, pp. LXVII-LXXX.
69
Come ha osservato D. Tongiorgi, L’eloquenza in cattedra. La cultura letteraria nell’università di Pavia dalle
riforme teresiane alla Repubblica italiana (1769-1805), cit., pp. 145-185, in partic. pp. 158-159.
70
Si veda G. Nicoletti, Artificio e parenesi alle origini della prosa ortisiana, cit., pp. 6-12.
introduzione XXIX

senziale Foscolo era stato capace di trasformare la propria vicenda autobio-


grafica di esule veneziano e di vittima del trattato di Campoformio nell’espe-
rienza esemplare di un’intera generazione. Da questo punto di vista un nodo
«la stringe al secondo Ortis»71.
La prima parte del romanzo, riscritta nel corso del 1801 parallelamente al-
l’Orazione, non corrisponde assolutamente a un momento di ripiegamento
ma coincide, al contrario, con il periodo di massimo impegno politico di Fo-
scolo. Attraverso la descrizione delle vicende politiche di Venezia Foscolo de-
nunciava per bocca di Jacopo la corruzione della società cisalpina. È il caso
delle lettere ortisiane da Padova e della condanna del «bel mondo» veneto
d’ancien régime. Si tratta delle pagine del romanzo che più si nutrirono del-
l’epistolario milanese degli anni 1801-1802, soprattutto delle descrizioni dei
personaggi che popolavano il salotto di Antonietta Fagnani Arese. La con-
danna della società cisalpina, che aveva costituito uno dei nuclei dell’Orazione
a Bonaparte, diventerà la testimonianza disperata e impotente di speranze de-
luse solo nel corso del 1802, quando fu chiaro che il retour à l’ordre si stava tra-
ducendo nella progressiva scomparsa di ogni spazio d’azione politica. Nella
seconda parte dell’Ortis, Foscolo immaginò allora il pellegrinaggio di Jacopo
attraverso l’Italia ‘rivoluzionata’, destinato a chiudersi con le pessimistiche con-
siderazioni sulla natura degli uomini e dell’universo che si leggono nelle cele-
berrime lettere «dalla Pietra» e, soprattutto, da Ventimiglia: «Noi argomen-
tiamo su gli eventi di pochi secoli: che sono eglino nell’immenso spazio del
tempo? Pari alle stagioni della nostra vita normale, pajono talvolta gravi di
straordinarie vicende, le quali pur sono comuni e necessarj effetti del tutto.
L’universo si controbilancia. Le nazioni si divorano perché una non potrebbe
sussistere senza i cadaveri dell’altra. [...] La Terra è una foresta di belve. La
fame, i diluvj, e la peste sono ne’ provedimenti della Natura come la sterilità
di un campo che prepara l’abbondanza per l’anno vegnente: e chi sa? fors’an-
che le sciagure di questo globo apparecchiano la prosperità di un altro»72.
Quelle pagine improntate a un profondo pessimismo ‘cosmico’ seguivano
la descrizione della perdita delle illusioni politiche, annunciata nell’ultimo in-
contro di Jacopo con Giuseppe Parini a Milano («Sono andato a dire addio al
Parini. – Addio, mi disse, o giovine sfortunato. Tu porterai da per tutto e sem-
pre con te le tue generose passioni alle quali non potrai soddisfare giammai.
Tu sarai sempre infelice»73); un Parini trasformato, sulla scorta del ritratto che
ne aveva offerto l’amico Francesco Reina74, nel modello supremo di virtù
71
C. Dionisotti, Venezia e il noviziato poetico del Foscolo, cit., p. 35.
72
In questo volume alle pp. 221-222.
73
Ibid., p. 215.
74
Si veda l’introduzione di Francesco Reina a Opere di Giuseppe Parini pubblicate ed illustrate da Francesco
Reina: vol. I, Milano, Presso la Stamperia e Fonderia del Genio Tipografico, 1 Vendemmiatore anno X. 1801,
p. XIV.
XXX christian del vento

repubblicana: «Il Parini è il personaggio più dignitoso e più eloquente ch’io


m’abbia mai conosciuto; e d’altronde un profondo, generoso, meditato do-
lore a chi non dà somma eloquenza? Mi parlò a lungo della sua patria, e fre-
meva e per le antiche tirannidi e per la nuova licenza. Le lettere prostituite;
tutte le passioni languenti e degenerate in una indolente vilissima corru-
zione»75. Al Parini, feroce nel denunciare la «vilissima corruzione», i «delitti» e
le «scelleraggini», Foscolo avrebbe accostato Vittorio Alfieri, reso sdegnoso
«dai tempi, da’ suoi studj, e più ancora dalle sue alte passioni e dall’esperienza
della società»76, creando un binomio inscindibile, destinato a costituire il mito
fondativo della tradizione letteraria repubblicana e risorgimentale.
Le Ultime lettere di Jacopo Ortis, palesemente ispirate al fortunato romanzo
epistolare di Goethe del 1774, I dolori del giovane Werther (ma altre illustri
fonti contemporanee non mancano, dalla Nouvelle Héloïse, 1761, di Rousseau
al Socrate delirante, 1770, di Wieland, a Paul et Virginie, 1788, di Bernardin
de Saint-Pierre, al Sentimental journey, 1768, di Sterne), furono il vero e pro-
prio opus vitae di Foscolo, a cui è legata la fortuna dello scrittore, per il ruolo
particolare che avrebbe assunto il romanzo nella costruzione e nella diffusione
del discorso politico risorgimentale e, in particolar modo, del tema della na-
zione italiana. Esse presentano una storia redazionale complessa, fatta di mol-
teplici edizioni approvate e rifiutate, di smentite, avvisi e diffide, nonché di no-
tizie bibliografiche fuorvianti: una storia che si sviluppa su un arco di quasi
vent’anni, dal 1798 al 1817, durante i quali il romanzo si adeguò di volta in
volta, dal punto di vista stilistico e narrativo, alle diverse condizioni storiche
e alle vicende biografiche dello scrittore, accogliendo via via materiali prove-
nienti dall’epistolario e frammenti di altre opere rimaste inedite.
Nella storia redazionale dell’Ortis, l’edizione bolognese del 1798 costituisce
senza dubbio l’episodio più eccentrico, come è stato sottolineato a più riprese
dalla critica foscoliana. Non c’è dubbio, infatti, che nella prima redazione del
romanzo gli elementi personali prevalgano e che essa sia fortemente influenzata
dal ‘sentimentalismo’ dei modelli letterari da cui Foscolo aveva tratto ispira-
zione. Oltre a quelle già segnalate, sul modello goethiano si innestano nume-
rose fonti, variamente indicate dalla critica: la traduzione cesarottiana dei Poemi
di Ossian (1763 e 1772), Petrarca, Sannazzaro, Ariosto, Alfieri, Zacharïa,
Monti, Cassiani, Arnaud, la Bibbia, Virgilio. Come il Tieste, in cui la tragedia
politica sulla quale tradizionalmente era costruita la vicenda lasciava spazio al
‘dramma cittadinesco’ del tradimento amoroso, così anche la prima edizione
dell’Ortis pare assorbire nel dramma dell’amore impossibile per Teresa la delu-
dente esperienza politica di Jacopo. In maniera ancora più trasparente, la se-

75
In questo volume a p. 211.
76
EN IV: Ultime lettere di Jacopo Ortis, a cura di G. Gambarin, Firenze, Le Monnier, 1955, p. 228. Si tratta di
un passaggio presente nell’edizione milanese dell’Ortis (1802), poi soppresso da Foscolo in quelle successive.
introduzione XXXI

conda parte di questa prima edizione, che è stata a lungo attribuita ad Angelo
Sassoli, ingaggiato dall’editore bolognese Marsigli per terminare la pubblica-
zione dell’Ortis, ma di cui, sulle orme di Mario Martelli77, la critica più recente
ha individuato con precisione la sostanziale paternità foscoliana, «corrisponde
a una fase della sensibilità foscoliana in cui egli non riteneva ancora necessario
o possibile proiettare su Jacopo le proprie esperienze politiche»78.
È solo a partire dall’edizione milanese del 1802 che il romanzo assume la
sua fisionomia definitiva. La prima metà del libro riprende le prime quaranta-
cinque lettere dell’edizione del 1798, a cui si aggiungono vari materiali risa-
lenti agli anni 1798-1802, non solo la corrispondenza amorosa con Antonietta
Fagnani Arese, ma anche le pagine del Sesto tomo dell’Io (1801), un romanzo au-
tobiografico rimasto allo stato di abbozzo. A cambiare è soprattutto la vicenda
narrata. Nell’Ortis bolognese, l’intreccio è decisamente più prossimo al mo-
dello goethiano: Teresa, la donna amata infelicemente da Jacopo Ortis, è una
giovane vedova, madre di una bimba, e il promesso sposo è un uomo sensibile
e raffinato, amico del protagonista. Sicché Jacopo e Teresa vivono una passione
colpevole e senza speranza che culmina nell’«atroce attentato» che mette bru-
scamente fine all’idillio e getta Jacopo nella disperazione che prelude alla fuga
e alla morte. Nell’Ortis milanese e in tutte le edizioni che seguirono, invece, Te-
resa è una giovane donna promessa sposa dal padre, contro la sua volontà, a un
uomo che non ama, dal carattere freddo e insensibile; la figliola dell’edizione
precedente diventa la sorellina minore. I due amanti sono le vittime consape-
voli di una logica crudele che impone al vecchio padre il dolore di dare in sposa
la figlia a un uomo ricco, ma che non stima, e alla figlia di sacrificarsi per il bene
della famiglia. Il rifiuto di Jacopo è, allora, duplice, poiché concerne le con-
venzioni sociali del suo tempo e la logica spietata della politica. Nelle due edi-
zioni, quasi due romanzi differenti, resta tuttavia invariato un elemento, in cui
Foscolo indicò poi il carattere originale e distintivo dell’Ortis rispetto al Wer-
ther, ovvero l’innesto della vicenda politico-patriottica sulla tematica amorosa.
Passando da un’edizione all’altra il carattere politico del romanzo tende a di-
ventare progressivamente il baricentro del romanzo: così, nell’edizione zuri-
ghese dell’Ortis (1816), la riflessione politica sull’esperienza rivoluzionaria e,
in particolare, sull’involuzione dell’esperienza napoleonica determina la modi-
fica principale del volume: l’inserimento della celebre lettera del 17 marzo. In
questa integrazione confluirono vari frammenti dei cosiddetti discorsi Della
servitù dell’Italia, titolo sotto il quale sono tradizionalmente raccolti frammenti
77
M. Martelli, La parte del Sassoli, in «Studi di filologia italiana», XVIII, 1970, pp. 177-251.
78
Si vedano M. A. Terzoli, Le prime lettere di Jacopo Ortis. Un giallo editoriale tra politica e censura, Roma, Sa-
lerno Editrice, 2004, e la recensione al volume di E. Neppi, in «Giornale storico della letteratura italiana»,
CLXXXIII, 2006, 603, pp. 418-434, e di quest’ultimo Il «Werther» e il proto-«Ortis», in «La Rassegna della let-
teratura italiana», CXIII, 2009, 1, pp. 20-51, in cui l’autore anticipa i risultati di un ampio studio dedicato
all’Ortis di prossima pubblicazione e a cui si rinvia per un confronto preciso tra i due romanzi epistolari.
XXXII christian del vento

appartenenti a progetti editoriali diversi, maturati nel corso di quasi un de-


cennio (1814-1823), con cui lo scrittore voleva difendersi dalle gravi accuse di
cui era stato fatto segno al tramonto del Regno d’Italia (aprile 1814) ed espri-
mere il suo giudizio storico sulla vicenda napoleonica, ma che la prudenza gli
impose di non pubblicare. L’edizione zurighese dell’Ortis, pubblicata in un mo-
mento in cui Foscolo, ormai esule, sfuggiva alle persecuzioni della polizia au-
striaca, diventava la tribuna da cui esprimere le proprie opinioni sulla delicata
situazione politica della Penisola. Per altro, è significativamente tutta l’edizione
zurighese dell’Ortis a essere intessuta di interi passi tratti dai discorsi Della ser-
vitù dell’Italia, lasciando così trapelare quell’intento apologetico a cui lo scrit-
tore non cesserà di improntare una parte consistente della propria opera critico-
letteraria durante gli anni inglesi, fino a quel vero e proprio testamento politico
e morale che è la Lettera apologetica (1826), rimasta incompiuta e dissotterrata
dalla pietà patriottico-risorgimentale di Giuseppe Mazzini, che ne farà un mo-
numento postumo alla memoria di Foscolo79.
Da questo punto di vista, l’Ortis londinese non comporta modifiche so-
stanziali, se non la bipartizione del romanzo in due parti distinte, anche tipo-
graficamente. Come già nella lettera al diplomatico Jakob Salomon Bartholdy
(1808)80 e nell’ampia Notizia bibliografica pubblicata in appendice all’edizione
zurighese del 181681, nella più breve Notizia che apre ormai il romanzo Fo-
scolo rivendicava apertamente non più solo il valore autobiografico dell’opera
(«Così [dal nome in fuori e dall’atto del suicidio consumato] lo scrittore rap-
presentò se medesimo tale quale era ne’ casi della sua vita, nell’indole e nella
età ch’egli aveva, nelle sue opinioni ed errori, e in tutti i moti tempestosi del-
l’anima sua»82), ma soprattutto lo scopo politico del romanzo: «tendendo a
istillare per mezzo d’un libro amoroso ne’ giovani e nelle donne le opinioni
ch’ei credeva utili alla sua patria, ei voleva principalmente inculcare, che a vo-
ler vivere liberi importa imparare a liberamente morire»83. Solo si rammaricava
«d’avere forse sospinto qualche individuo verso il sepolcro», perché «il senti-
mento della vanità delle umane cose [...] fa parere inutili e triste le vie della vita
alla gioventù, la quale deve per decreto della natura percorrerle preceduta dalle
speranze». «Agli animi forti», concludeva infatti Foscolo, «non bisognano
esempi né libricciuoli a indurli a vivere e a morir virilmente»84.

79
«L’immagine di Foscolo v’è segnata, come quella di Gesù nel Sudario, con sangue e sudore: inconsolabil-
mente mesta, severa e sdegnosa, non per le accuse, ma per le sorgenti delle accuse, funeste alla dignità delle
lettere e della umana natura e alla patria» (G. Mazzini, Scritti. Politica ed economia, 2 voll., Milano, Sonzo-
gno, 1894-1896: vol. I, pp. XXIX-XXX).
80
EN XV: Epistolario, 2, luglio 1804-dicembre 1808, a cura di P. Carli, Firenze, Le Monnier, 1952, pp. 480-
493.
81
EN IV, pp. 477-541.
82
In questo volume a p. 155.
83
Ibid., p. 156.
84
Ibid.
introduzione XXXIII

Assieme e forse più dell’opera di Vittorio Alfieri, l’Ortis segnò la nascita «di
una mitologia, di una simbologia, di una ricostruzione storica della nazione
italiana dalla straordinaria forza comunicativa», capace non solo di «toccare la
mente e il cuore di una parte non trascurabile dell’opinione pubblica della pe-
nisola», ma di diffondere «l’idea dell’effettiva esistenza di un soggetto – la na-
zione italiana – che, nei fatti, sembrava molto difficile da identificare» e di
convincere molti «ad agire pericolosamente in suo nome, rischiando l’esilio,
la prigione, la vita»85. La fortuna del romanzo, al di là dell’innegabile valore let-
terario e stilistico, dipese dal fatto di essere un romanzo generazionale. Se il Ri-
sorgimento, infatti, fu un fenomeno di giovani che scoprirono la nazione e
furono pronti a battersi per essa, a trascorrere lunghi anni nelle prigioni o in
esilio o a morire prematuramente, l’Ortis seppe dare voce a quell’insoddisfa-
zione diffusa e a quell’orizzonte ideale che furono capaci di muovere le passioni
di migliaia di giovani vissuti nella prima metà dell’Ottocento86.
L’edizione londinese dell’Ortis si distingueva, tuttavia, per un’altra partico-
larità: in appendice al romanzo compare, infatti, una ristrettissima scelta anto-
logica tratta dalla traduzione del Sentimental journey di Lawrence Sterne, che
Foscolo aveva pubblicato a Pisa nel 1813, che accompagna l’attività letteraria di
Foscolo per più di un decennio, dal 1805 al 1817. Si tratta di appena una de-
cina di capitoli (III, IV, V, XII, XIV, XLI, XLV, LXIII, LXIV, LXV) e della let-
tera dedicatoria (pubblicata con un nuovo titolo, Carattere di Yorick scritto da Di-
dimo Chierico). Nel momento in cui si apprestava a presentare l’Ortis al pubblico
inglese, Foscolo indicava il valore linguistico esemplare della traduzione da Sterne
come il suo complemento necessario: l’«intento nostro» è «di ristampare questo
libretto nella sua vera lezione in grazia degli Inglesi studiosi della lingua Italiana.
Però crediamo più opportuno l’unire al Volumetto Secondo alcuni capitoli del
Viaggio Sentimentale di Sterne, estratti dalla traduzione Italiana pubblicata ap-
punto dal primo Editore de’ manoscritti dell’Ortis»87.
Quale viatico migliore per presentarsi al pubblico inglese come autore
esemplare, custode e difensore di una lingua italiana che, aveva ricordato in
calce alla traduzione del capitolo LVIII del Viaggio sentimentale, «è un bel me-
tallo che bisogna ripulire della ruggine dell’Antichità, e depurare dalla falsa lega
della moda; e poscia batterlo genuino in guisa che ognuno possa riceverlo e
spenderlo con fiducia; e dargli tal conio che paja nuovo e nondimeno tutti
sappiano ravvisarlo»88? La stampa in calce all’Ortis londinese di questo estratto
della traduzione, debitamente corretta, aveva anche un’altra funzione: Foscolo
85
A. M. Banti, La nazione del risorgimento. Parentela, santità e onore alle origini dell’Italia unita, Torino, Ei-
naudi, 2000, p. 30.
86
Si veda Chr. Del Vento, Il mito di Foscolo e il modello dell’«Ortis», in Il romanzo del Risorgimento, a cura
di C. Gigante e D. Vanden Berghe, Bruxelles, Peter Lang, 2011, pp. 13-28.
87
In questo volume a p. 154.
88
EN V: Prose varie d’arte, a cura di M. Fubini, Firenze, Le Monnier, 1951, p. 149.
XXXIV christian del vento

indicava chiaramente che la versione del Viaggio era non solo un esercizio di
stile, per quanto importante, ma il ‘doppio’ dell’Ortis. Non è un caso che i ca-
pitoli scelti per questa ristrettissima antologia siano le pagine meno dissonanti
da quelle del romanzo di Jacopo e, al tempo stesso, quelle più patetiche, in sin-
tonia con l’immagine di Sterne diffusa all’epoca e improntata a un sentimen-
talismo edonistico e compiaciuto89. Questo modello letterario antitetico si era
imposto progressivamente nei frammenti, improntati all’ironia del Tristram
Shandy (1759-1767), del Sesto tomo dell’Io, che sarebbero poi confluiti nel-
l’officina dell’Ortis milanese. Si tratta di due «modelli antagonistici»90 che
prendono corpo nei personaggi antitetici di Jacopo e di Didimo Chierico,
compresenti nell’opera foscoliana fin dal primissimo Ortis bolognese (dove
una prima traccia delle suggestioni sterniane deve riconoscersi nel «Frammento
della storia di Lauretta»). Il personaggio di Didimo, che reca nel nome stesso
la sua duplicità (il greco didimos significa «gemello»), allude a una moltepli-
cità di doppi, in un vero e proprio gioco di specchi: Didimo è il grammatico
maestro di San Girolamo, l’autore della prima traduzione latina della Bibbia,
mentre l’epiteto «Chierico» allude chiaramente al parroco Sterne e, per la sua
funzione di traduttore, la figura di Didimo richiama quella di Yorick, il per-
sonaggio-autore del Sentimental journey; ma Didimo è soprattutto il doppio
di Foscolo, come testimonia la Notizia intorno a Didimo Chierico, pubblicata
in calce alla prima edizione (edita a Pisa nel 1813) del Viaggio sentimentale. Fo-
scolo vi traccia un breve profilo di questo se stesso equilibrato e disincantato
che prelude all’interpretazione del Viaggio sentimentale come antidoto all’Or-
tis rivendicata nella Notizia premessa all’edizione londinese, dove definirà il ro-
manzo di Jacopo «il diario delle proprie angosciose passioni»91. Il Carattere di
Yorick scritto da Didimo Chierico, che introduce la traduzione del Viaggio sen-
timentale, diventa il doppio della Notizia e la figura di Sterne/Yorick, la ma-
schera che indossò lo scrittore inglese, il doppio della figura di Foscolo/Ortis:
«[...] in questo libricciuolo, ch’ei scrisse col presentimento avverato della pros-
sima morte, trasfuse con più amore il proprio carattere; quasi ch’egli nell’ab-
bandonare la terra volesse lasciarle alcuna memoria perpetua d’un’anima sì di-
versa dalle altre. Or voi, Lettori, pregate pace all’anima del povero Yorick;
pregate pace anche a me finch’io vivo»92.
Sterne offriva a Foscolo/Didimo l’esempio di una «nuova specie d’ironia»
(come scriverà nella Notizia intorno a Didimo Chierico)93, che rappresentava

89
Si vedano le osservazioni di Mario Fubini nell’introduzione a EN V, p. LI.
90
M. Palumbo, Foscolo, cit., p. 118.
91
In questo volume a p. 156.
92
Ibid., p. 243.
93
Ibid., p. 258.
introduzione XXXV

«l’alternativa, letteraria e culturale, all’esperienza dell’Ortis»94. Non a caso, Fo-


scolo/Didimo esordisce ricordando ai lettori che «era opinione del reverendo
Lorenzo Sterne parroco in Inghilterra: Che un sorriso possa aggiungere un filo
alla trama brevissima della vita»95. Il personaggio di Didimo Chierico nasce
dunque «come una consapevole e alterata controfigura del più giovane e vel-
leitario protagonista foscoliano»96. In lui la vita dei sentimenti è come occul-
tata («avresti detto – si legge nella Notizia intorno a Didimo Chierico – ch’ei la-
sciandosi sfuggire tutte le sue opinioni, custodisse industriosamente nel
proprio segreto tutte le passioni dell’animo»97) e sembra non trasparire altro
che «calore di fiamma lontana»98.

5. La «nuova poetica» foscoliana


Abbiamo visto che Foscolo fu protagonista di eventi storici e testimone di
cambiamenti politici epocali che non potevano non suscitare una profonda
riflessione sull’uomo e sulla società; una riflessione che prese corpo in quel-
l’arco di tempo – dal 1798 al 1802 – che Enzo Neppi ha definito una «fase di
transizione» o gli anni della «svolta»99. Quella «svolta» prese forma poetica nel
tormentato iter compositivo delle Poesie (si veda la Nota ai testi, in questo vo-
lume), il piccolo «canzoniere» del 1802-1803 che, nella sua forma definitiva,
comprenderà appena due odi e dodici sonetti. Foscolo sarà l’ultimo grande
scrittore a fare del sonetto la forma privilegiata della propria espressione lirica,
con una scelta metrica apparentemente desueta che lo colloca in posizione ri-
levata al termine di una prestigiosa tradizione.
Nella prima edizione pisana dell’ottobre 1802, «sollicitæ oblivia vitæ», la
raccoltina si apriva con il sonetto Non son chi fui, in cui emerge «la nausea per
il sangue versato, che ha corrotto la mente del poeta in un’orgia di violenza e
feroce rapacità»100: «Non son chi fui; perì di noi gran parte: / Questo che
avanza è sol languore e pianto. / E secco è il mirto, e son le foglie sparte / Del
lauro, speme al giovenil mio canto. // Perché dal dì ch’empia licenza e Marte
/ Vestivan me del lor sanguineo manto, / Cieca è la mente e guasto il core, ed
arte / La fame d’oro, arte è in me fatta, e vanto»101.

94
Si vedano le osservazioni di M. Palumbo, Saggi sulla prosa di Ugo Foscolo, Napoli, Liguori, 1994 (II ed.
2000), p. 143.
95
In questo volume a p. 243.
96
M. Palumbo, Saggi sulla prosa di Ugo Foscolo, cit., p. 144.
97
In questo volume a p. 259.
98
Ibid., p. 262.
99
E. Neppi, Foscolo e la Rivoluzione francese. Momenti e figure del pensiero politico foscoliano, in «Laboratoire
Italien», IX, 2009, numero monografico: Les écrivains italiens des Lumières et la Révolution française, sous la
direction de Chr. Del Vento et X. Tabet, pp. 165-209.
100
Si veda il commento di F. Longoni in U. Foscolo, Opere, cit.: vol. I, pp. 411-413.
101
In questo volume a p. 31.
XXXVI christian del vento

Si trattava del lucido consuntivo di un’epoca della sua vita ormai trascorsa
in cui Foscolo osserva con sguardo critico le accensioni rivoluzionarie degli
anni precedenti (l’«empia licenza»), l’esercizio delle armi («Marte») e la sete di
ricchezza («la fame d’oro»), che gli avevano guastato l’ispirazione poetica. La
poesia diventa per Foscolo «oblio, e consolazione, dagli affanni del vivere»;
l’adozione della forma canzoniere, sulla scorta del modello petrarchesco (no-
nostante la ripartizione in forme metriche, la successione dei componimenti
non è cronologica, come invece avviene nel più prossimo esempio alfieriano,
dove le Rime sono il doppio poetico dell’autobiografia), fa delle Poesie il com-
pendio lirico di una vicenda umana e politica insigne102. Si tratta di un signi-
ficato che non verrà meno neppure nella primavera del 1803, quando le spe-
ranze dei «patrioti» italiani furono definitivamente annientate dall’affaire
Ceroni e gli spazi per un’azione politica definitivamente chiusi per un lungo
decennio103. Foscolo ristampò allora le Poesie cambiandone radicalmente la
struttura. La raccolta si apriva con l’ode A Luigia Pallavicini caduta da cavallo
che, dietro l’occasione galante, celebrava la sventurata nobildonna protettrice
dei giacobini genovesi, ultima incarnazione di quei ‘novelli repubblicani’, mo-
delli di eroico stoicismo e simboli di libertà e virtù civiche, che avevano po-
polato il classicismo ‘quiritario’ del giovane Foscolo; e si chiudeva con il sonetto
Che stai?. Opportunamente emendato, esso sostituiva il sonetto Non son chi
fui in quanto consuntivo poetico della breve esistenza del poeta, sancendo un
cambiamento di prospettiva lungamente meditato: «Che stai? breve è la vita,
e lunga è l’arte; / A chi altamente oprar non è concesso / Fama tentino almen
libere carte»104. In questi versi, in cui risuonava l’eco alfieriana delle Rime
(«Lunga è l’arte e sublime, il viver breve») e del trattato Del principe e delle let-
tere («Il dire altamente le alte cose è un farle in gran parte»), Foscolo affidava
la propria gloria futura a un’arte che fosse affrancata dal giogo della tirannide.
Lo scrittore chiudeva così simbolicamente un’intensa stagione di attività po-
litica, che lo aveva visto spesso protagonista delle vicende contemporanee.
L’adesione di Foscolo al parti du silence non si configurò, dunque, come
una rinuncia all’azione politica, né come l’avvio di un presunto, progressivo
esaurimento delle sue aspirazioni democratiche; come per gli altri protagoni-
sti di quegli anni che condivisero con Foscolo, in Italia e in Europa, il provvi-
sorio fallimento dell’esperienza rivoluzionaria, gli orizzonti dello scrittore si
dilatarono fino a ricomprendere una dimensione più universale, al cui centro
trovavano ormai posto lo studio dell’uomo e della sua vicenda storica.
Attorno a questa ricerca di natura antropologica, che assume i contorni di
un nuovo umanesimo, più ricco e problematico al tempo stesso (come per un
102
M. A. Terzoli, Ugo Foscolo, cit., pp. 55-56.
103
Su cui, ora, si veda il volume collettivo L’affaire Ceroni. Ordine militare e cospirazione politica nella Milano
di Bonaparte, a cura di S. Levati, Milano, Guerini, 2005.
104
In questo volume a p. 36.
introduzione XXXVII

momento sembrò intuire nella sua lettura foscoliana un grande critico del se-
colo scorso, Luigi Russo105), si dipana la parte fondamentale della produzione
letteraria foscoliana degli anni successivi. A partire da alcune fondamentali
prospettive di carattere esistenziale e civile, Foscolo si interrogava sulla natura
dell’uomo, sulle leggi che regolano la società e sul progresso a cui è sottopo-
sta. È questa riflessione che nutre quella che, con una formula che Walter
Binni utilizzò per un altro grande scrittore del primo Ottocento, Giacomo
Leopardi, abbiamo chiamato la «nuova poetica» foscoliana. Sono gli anni che
vanno dal 1806 al 1815, quelli dei grandi capolavori, dai Sepolcri alle Grazie,
dagli scritti pavesi agli scritti «didimei».
Foscolo aveva avviato la meditazione sul fragile destino dell’uomo nelle
Poesie. I tre sonetti ‘maggiori’, Alla sera, A Zacinto e In morte del fratello Gio-
vanni, in cui la tecnica poetica tocca la perfezione formale e un’intensità lirica
inedita, sono la specola attraverso cui Foscolo scandaglia in profondità le pas-
sioni e i sentimenti dell’uomo. Come la tradizione critica ha osservato a più
riprese, si trovano già qui i temi che innervano la successiva produzione fo-
scoliana: «il valore consolatorio della bellezza e dell’amore, [...] la celebrazione
mitica dei grandi, la poesia come garante di memoria, l’ideale colloquio con
gli scomparsi, l’esilio»106. Non è un caso che la scrittura dei sonetti ‘maggiori’
avvenga parallelamente alla lettura e allo studio del De rerum natura e che Fo-
scolo collochi in posizione rilevata quello che più di tutti era l’approdo natu-
rale del serio e meditato confronto con quel «medico dell’anima» che fu Lu-
crezio107. Il sonetto Alla sera (1803) inaugura quella ricerca di elementi
universali naturali e antropologici cui Foscolo dedicherà, pochi mesi dopo,
molte pagine del Commento alla «Chioma di Berenice» di Callimaco (1803).
Procedendo dalla prima alla seconda redazione di questo componimento si
assiste al graduale e progressivo passaggio da un’iniziale «dimensione tempo-
rale», in cui l’Io del poeta si propone ancora come interprete del proprio
tempo, a una vera e propria «poesia filosofica»108. Nel «regolare, ordinato ri-
petersi dei suoi eventi [...], in una sorta di perenne presente, nella ciclica vi-
cenda dei giorni e delle stagioni» Foscolo sembra recuperare il naturalismo
filosofico delle composizioni giovanili e dell’Ortis: la natura diviene,
105
L. Russo, Ugo Foscolo poeta e critico, in Id., Ritratti e disegni storici, serie III, Dall’Alfieri al Leopardi, Bari,
Laterza, 1946 (III ed. 1963), pp. 141-183, in partic. p. 147. Il saggio era già stato pubblicato durante la
guerra con il titolo Le Grazie e la critica contemporanea, in «L’Italia che scrive», XXIV, 1941, e poi rifuso nel-
l’introduzione a U. Foscolo, Prose e poesie, a cura di L. Russo, Firenze, Sansoni, 1941 (III ed. 1968).
106
M. A. Terzoli, Ugo Foscolo, cit., p. 54.
107
Si vedano le osservazioni di F. Longoni in U. Foscolo, Opere, cit.: vol. I, p. 402.
108
Su questo aspetto si veda ancora F. Longoni, Foscolo e Virgilio. A proposito di due edizioni virgiliane ap-
partenute a Ugo Foscolo, con postille inedite, in «Studi di filologia italiana», LV, 1997, pp. 141-172, in partic.
pp. 147-150, e Id. in U. Foscolo, Opere, cit.: vol. I, p. 415, e i saggi di V. Vianello, Il «liber» di Foscolo:
l’edizione pisana delle «Poesie», in «Quaderni Veneti», XI, 1995, 21, pp. 99-134, e Le vie della parola poetica:
la redazione milanese delle «Poesie» foscoliane, in Tra commediografi e letterati. Rinascimento e Settecento vene-
ziano. Studi per Giorgio Padoan, a cura di T. Agostini e E. Lippi, Ravenna, Longo, 1997, pp. 239-258.
XXXVIII christian del vento

effettivamente, «figura, segno, di una universalità di essere [...] fondata in una


condizione di persistenza ordinata, sicura, non casuale»109.
L’orizzonte del sonetto A Zacinto (1803), il più perfetto dal punto di vista
formale, è assai più largo della rievocazione dell’età infantile, della terra natale,
della rivendicazione della propria origine greca, del canto-pianto sul proprio
destino individuale, che sembra essere l’argomento principale. Esso, infatti, li
ricomprende e li sublima universalizzandoli nella tragedia dell’uomo moderno,
allo stesso modo in cui il tema della separatezza del poeta dalla sua terra (che
domina l’inizio e la fine del sonetto in una sorta di circolarità che si riproduce
anche nelle strutture formali110) è un’allegoria dell’irrimediabile separazione
dell’uomo dalla natura111. Foscolo aveva composto questo sonetto dopo la di-
sperata invocazione di Jacopo nella lettera del 2 giugno (inserita nell’Ortis a
partire dall’edizione del 1802) e ne rappresentava, in qualche modo, la rispo-
sta: «Dov’è la Natura? Dov’è la sua immensa bellezza? Dov’è l’intreccio pitto-
resco de’ colli ch’io contemplava dalla pianura inalzandomi con l’immagina-
zione nelle regioni dei cieli? mi sembrano rupi nude e non veggo che precipizj.
Le loro falde coperte di ombre ospitali mi sono fatte nojose: io vi passeggiava
un tempo fra le ingannevoli meditazioni della nostra debole filosofia. A qual pro
se ci fanno conoscere le infermità nostre, né porgono i rimedj da risanarle?»112.
Le parole di Jacopo avevano dato voce al pessimismo profondo, radicale,
di Ugo, quello stesso che nelle lettere ortisiane da Milano, da Pietra Ligure e
da Ventimiglia, si era fatto ‘cosmico’. Si tratta di pagine meritamente celebri,
che costituiscono il nucleo teorico dell’Ortis e che avranno il loro epilogo nelle
pagine provocatorie dell’orazione sulla giustizia (1809).
La poesia foscoliana, che tocca in questi sonetti alcune delle sue vette più
alte, appare tra i risultati più insigni del classicismo europeo della fine del Set-
tecento113. Anzi, pur tra incertezze e ambiguità teoriche non facilmente riso-
lubili, lo scrittore ne travalica gli approdi più maturi114: l’approccio antropo-
logico con cui, nel Commento alla «Chioma di Berenice», aveva studiato il
109
Come ha scritto M. Cerruti, Esperienza dell’irrazionale ed evasione dalla storia nel sonetto foscoliano «Forse
Perché?», in Id., Neoclassici e giacobini, Milano, Silva, 1969, pp. 229-253, in partic. p. 240.
110
Si veda, per questo aspetto del sonetto, N. Mineo, Ugo Foscolo, in N. Mineo, A. Marinari, Da Foscolo
all’età della Restaurazione, Roma-Bari, Laterza, 1977 (II ed. 1989), pp. 3-127, in partic. pp. 44-45.
111
Su questo aspetto si tengano presenti anche le osservazioni di G. Melli Fioravanti, Mito e poesia negli
scritti foscoliani del 1802-1803, in «Humanitas», nuova serie, XLVIII, 1996, 4, pp. 578-594 (ora, con il ti-
tolo Mito e poesia negli scritti foscoliani fra il 1802 e il 1803, in Ead., Percorsi ottocenteschi, Lucca, Pacini Fazzi,
1997, pp. 45-65, in partic. pp. 57-58).
112
In questo volume alle pp. 193-194.
113
I profondi legami con il classicismo italiano del secondo Settecento sono stati messi perfettamente in luce
dall’accuratissima lettura foscoliana di V. Di Benedetto, Lo scrittoio di Ugo Foscolo, Torino, Einaudi, 1990.
114
Tale è la tesi, che condividiamo, di E. Selmi, Mito e allegoria nella poetica del Foscolo, in «La Rassegna
della letteratura italiana», XCVIII, 1994, 3, pp. 76-95, in partic. pp. 86-87. Per il tema del classicismo primo-
ottocentesco e per i rapporti tra «antico» e «moderno» si veda anche M. Cerruti, L’«inquieta brama dell’ot-
timo». Pratica e critica dell’Antico (1796-1827), Palermo, Flaccovio, 1982, pp. 9-16, e ibid., Per un riesame
del neoclassicismo foscoliano, pp. 147-172.
introduzione XXXIX

significato del mito, che affondava le proprie radici nella lezione di Vico e di
Gravina, lo porta a individuare nell’uomo bisogni innati e insopprimibili, os-
sia elementi che potremmo definire metastorici, tali cioè da non giustificare
una soluzione di continuità tra mondo antico e moderno115. Foscolo perde al-
lora la fiducia nella superiorità e nel valore esemplare degli antichi: la «vera»
poesia è eguale a se stessa in ogni epoca, nello spirito e nel procedimento se-
guito per raggiungerne lo scopo, ma nelle forme storiche concrete che assume
nel tempo è sempre diversa, perché risponde a bisogni e a costrizioni che non
sono mai gli stessi, ma dipendono dalle «passioni della società»116.
La conseguenza di questa nuova poetica che, pur senza giungere al relativi-
smo estetico di Madame de Staël, si nutre di storicismo e di nuove inedite pro-
spettive sociologiche117, era stata la crisi del concetto classicistico, accademico
ed erudito, di imitazione (tema su cui ritornerà durante gli anni inglesi negli
articoli dedicati alle Epoche della letteratura italiana). L’opera d’arte classica,
rimpiazzata dalla natura, non rappresenta più un valore extra-storico proposto
all’imitazione, e i «grandi poeti» non s’identificano più con i classici greci e la-
tini ma, vichianamente, con i poeti «primitivi» di ogni nazione che, assolvendo
lo «scopo vero e primo della poesia», sono gli storici e i teologi della loro na-
zione e una guida per lo scrittore moderno118. In altri termini è la funzione «so-
ciale» della poesia a collocarsi nella sfera dell’immutabilità. Foscolo indica la
via d’uscita dalla crisi della poesia moderna non tanto nell’impossibile recu-
pero di un’antichità che non si differenzia più dal presente, ma nell’adegua-
mento del poeta al «genio» e ai «costumi» del proprio tempo: «desumere» (come
Foscolo ribadirà nelle sue note ai Sepolcri) il proprio «modo di poesia» dai Greci
non significa, infatti, imitarne lo stile o le forme, ma solo accostarsi all’atto
poetico con lo stesso spirito, in modo che la poesia si possa prevalere «di tutte
le fantasie e le passioni de’ popoli e delle età a cui riferisce i suoi fatti»119.

6. I «Sepolcri» e la nascita del patto sociale


Se la testimonianza più viva del rifiuto foscoliano delle esemplarità stori-
che sono le pagine centrali dell’orazione sulla giustizia (1809), e quella più ra-
dicalmente dissacrante il sermone Pur tu minacciavi (1806), l’espressione poe-
tica più alta restano certamente i versi dei Sepolcri.
Il punto di partenza per qualunque lettura del carme è senza dubbio la Let-
tera a Monsieur Guillon (a cui rinviamo il lettore per la persuasiva sintesi che ne
115
E. Selmi, Mito e allegoria nella poetica del Foscolo, cit., p. 85.
116
EN VI, p. 302.
117
R. Cardini, A proposito del commento foscoliano alla «Chioma di Berenice», in «Lettere Italiane», XXXIII,
1981, pp. 329-349, in partic. pp. 331-334.
118
EN VI, pp. 240-241.
119
EN I: Poesie e carmi, a cura di F. Pagliai, G. Folena, M. Scotti, Firenze, Le Monnier, 1985, p. 134.
XL christian del vento

diede lo stesso Foscolo). Al loro primo apparire nella primavera del 1807, i Se-
polcri, bollati da Pietro Giordani come un «fumoso enigma»120, suscitarono tut-
t’altro che consensi unanimi. L’abate francese Aimé Guillon, con cui pure Fo-
scolo aveva collaborato pochi anni prima, nel dicembre del 1803, alla redazione
del «Diario Italiano»121, criticò pesantemente l’operetta foscoliana dalle colonne
dell’autorevole «Giornale Italiano», il foglio semi-ufficiale del governo122. L’abate
Guillon accusava lo scrittore di diversi errori poetici (scarsa chiarezza, confu-
sione tra satira ed elegia, asprezza nella versificazione) e, soprattutto, di misan-
tropia riuscendo inferiore, sia poeticamente sia filosoficamente, ai modelli della
poesia sepolcrale inglese che, da Hervey, a Young e Gray, erano stati animati da
quella speranza e da quella fede che invece gli facevano difetto. Foscolo traeva
spunto dalla risposta alle critiche di Guillon per offrire la chiave di lettura del suo
carme e, più in generale, della sua poetica: «Per censurare i mezzi d’un libro bi-
sogna saperne lo scopo. Young ed Hervey meditarono sui sepolcri da cristiani: i
loro libri hanno per iscopo la rassegnazione alla morte e il conforto d’un’altra
vita; ed a’ predicatori protestanti bastavano le tombe de’ protestanti. Gray scrisse
da filosofo; la sua elegia ha per iscopo di persuadere l’oscurità della vita e la tran-
quillità della morte; quindi gli basta un cimitero campestre. L’autore considera
i sepolcri politicamente; ed ha per iscopo di animare l’emulazione politica degli
italiani con gli esempi delle nazioni che onorano la memoria e i sepolcri degli uo-
mini grandi: però dovea viaggiare più di Young, d’Hervey e di Gray, e predicare
non la resurrezione de’ corpi, ma delle virtù»123.
Come più tardi rivendicando l’originalità delle Ultime lettere di Jacopo Or-
tis rispetto alla Nouvelle Heloïse di Rousseau e ai Dolori del giovane Werther di
Goethe, anche qui Foscolo indica nell’ispirazione politica l’originalità dei suoi
Sepolcri rispetto alla tradizione sepolcrale settecentesca. Benché non siano privi
di un rapporto diretto con l’attualità politica immediata (basterebbe a provarlo
l’occasione polemica dell’editto di Saint-Cloud, promulgato il 5 settembre
1806, che aveva proibito di distinguere le tombe), i Sepolcri testimoniano piut-
tosto una posizione en retrait, che si apre a una prospettiva più ampia, proiet-
tata in un futuro indefinito, ma non per questo meno ‘politica’, almeno per
quanto poteva esserlo la condotta dell’uomo di lettere che si trova nell’impos-
sibilità di agire. L’originalità e la forza innovativa dei Sepolcri non vanno dun-
que cercate tanto nello spunto ‘patriottico’ dei pur celeberrimi e celebrati versi
di Santa Croce (vv. 151-197), come volle tutta la tradizione risorgimentale da

120
La celebre definizione di Giordani si trova in una lettera del 1811 a Monti (P. Giordani, Opere, 14 voll.,
a cura di A. Gussalli, Milano, Borroni e Scotti, 1854-1862: vol. IX, p. 111, nota).
121
Sulle vicende di questo effimero giornale si veda Chr. Del Vento, Sul «Diario Italiano» di Ugo Foscolo.
Note e precisazioni, in «Giornale storico della letteratura italiana», CLXXVI, 1999, 574, pp. 222-238.
122
Nella sua celebre recensione ai Sepolcri (in «Giornale Italiano», 22 giugno 1807, n. 173). La si legge ora
in EN VI, pp. 504-558.
123
In questo volume a p. 64.
introduzione XLI

De Sanctis in poi, quanto nel sentimento universale che è il filo conduttore del
carme124 e coinvolge tutta l’umanità in un unico eterno destino: l’eterno trionfo
della natura sull’uomo e il perenne alternarsi di vincitori e vinti, passando dal
presente al passato, da una civiltà all’altra, dalle sepolture degli antichi a quelle
di Santa Croce, dalle tombe dei Greci vincitori a Maratona a quelle dei Troiani
vinti. Le famose «transizioni», severamente censurate da Guillon come un di-
fetto poetico, consentono infatti a Foscolo di offrire nel breve volgere di 295
versi una «sintesi lirica della storia umana»125. Attraverso la celebrazione poe-
tica dei vinti di tutte le epoche, che culmina nella chiusa del carme in cui
Omero, simbolo della poesia eternatrice, assicura con il suo canto la fama im-
peritura di Ettore, simbolo della virtù sfortunata e dell’amore di patria, Foscolo
proclama l’assenza di una soluzione di continuità tra il mondo antico e quello
moderno.
Pochi mesi prima, nel sermone Pur minacciavi, vero e proprio ‘doppio’ dei
Sepolcri, Foscolo aveva ricordato che le società antiche erano state caratteriz-
zate dallo stesso stato d’ingiustizia e d’infelicità delle società moderne. La scom-
parsa delle virtù e la perdita dell’armonia sociale non gli apparivano più come
caratteristiche proprie della modernità, ma diventavano elementi costitutivi
della natura umana (vv. 7-33): «Canta il meonio, e tu Plato con lui / Credevi,
e sel credean l’età romane, / Che quando un animal bipede e implume / Re-
stituiva alle vicende eterne / Della materia il sangue algente e l’alma, / Le sue
voci supreme erano voci / Che le più vere non vendeva Delfo / Né minacciò
Isaia. Ma poi che a Pluto / Rapia l’Elisio padiglion Satano, / E ch’ei detta a’ mo-
renti i codicilli / Rare son le agonie vaticinanti. / Rare; né credo che Cassandra
[e] il lauro / Non spirin mai dal labbro a quanti or danno / Il novissimo vale
all’universo, / Com’io non credo che ogni greco all’Orco / Divinando n’an-
dasse: Unico Dio / In noi, parmi, è l’ingegno, ov’egli taccia / Né saggio vivi, né
morrai profeta. / Cecropida e Quirite (incliti nomi!) / A Pericle spremevi am-
pio oliveto / O stempravi al Felice e a’ suoi trecento / Nuovi coscritti col tuo
sangue i rosei / Unguenti di Cirene; e tu potevi / Giumento in vita, andar Si-
billa a morte? / Vulgo fu sempre il vulgo, era l’aratro / E il pane, e il Boja e
sono e saran sempre / Nostri elementi: uom cieco accatta e passa»126.
Questa critica disincantata del mondo antico non implica tuttavia né il ri-
fiuto dell’eredità classica, cui restò sempre intimamente fedele, né l’adesione
di Foscolo al romanticismo, su cui il suo giudizio fu sempre durissimo. Per lo
scrittore i poeti più antichi restavano infatti «fonti di scritti immortali», poi-
ché avevano saputo mostrare come la vera poesia aveva tratto materia e ispi-
razione dalla società nella quale erano vissuti. Infatti, se Foscolo rifiutava la vi-

124
Come già segnalato da M. Fubini, Ugo Foscolo. Saggio critico, cit., pp. 186 sgg.
125
M. A. Terzoli, Ugo Foscolo, cit., p. 82.
126
EN II, pp. 346-347.
XLII christian del vento

sione neoclassica dell’antichità intesa come utopico miraggio ed età dell’oro,


alla quale pure aveva pienamente aderito nella sua giovinezza, non riconosceva
neppure all’epoca moderna alcun elemento di liberazione dell’uomo, né al-
cun miglioramento sostanziale delle sue condizioni di vita127. Varrà la pena di
ricordare che l’autore dei Sepolcri fonda la propria opera più matura «sulla
convinzione, in un’età che ha abbandonato le concezioni metafisiche, del-
l’importanza del fondamento laico dell’etica, [...] ponendo in luogo del mito
del peccato e della redenzione la storia dell’incivilimento umano»128. Per Fo-
scolo l’unico progresso possibile non era quello indefinito e ottimista dei li-
berali, che avrebbe stigmatizzato pochi anni dopo nei discorsi Della servitù
dell’Italia129, ma il passaggio allo stato sociale, unico antidoto alle pulsioni fe-
rine dell’uomo, e lo sviluppo progressivo della società fino alla costituzione
delle nazioni, ovvero i soli spazi politici in cui potevano dispiegarsi le virtù
umane. Più che un progresso, in definitiva, per Foscolo la storia attesta un al-
lontanamento progressivo dagli stadi più primitivi dell’esistenza umana.
È la visione dell’uomo e della storia che sottendono i celebri versi 91-96
dei Sepolcri: «Dal dì che nozze e tribunali ed are / Dier alle umane belve esser
pietose / Di sé stesse e d’altrui, toglieano i vivi / All’etere maligno ed alle fere
/ I miserandi avanzi che Natura / Con veci eterne a sensi altri destina»130. Si
tratta del nucleo filosofico del carme, come capì prontamente l’abate Guillon,
che scelse proprio quel passaggio per accusare Foscolo di essersi allontanato da
una «sana e verace filosofia» e di affettare «una selvaggia misantropia»131, ov-
vero un pessimismo incompatibile con una visione teleologica della storia.
Nella sua risposta a Guillon, che aveva bollato quei versi di «collerici ghiri-
bizzi contro la specie umana», lo scrittore ricordò che «prima del patto sociale,
gli uomini viveano nello stato ferino; espressione disappassionata di G. B. Vico
e di tutti gli scrittori di jus naturale»; e aggiungeva: «s’ella, monsieur Guill...,
volesse recare le sue cognizioni a que’ selvaggi che non hanno né are, né con-
nubii, né leggi, s’accorgerebbe s’ei sono belve»132.
I versi 91-96 sono il perno attorno al quale ruota l’intera struttura del
carme: la «corrispondenza d’amorosi sensi» della prima parte, dove le sepolture

127
Come invece professavano i partigiani della «umana perfettibilità». Sulle polemiche tra Sette e Ottocento
intorno al tema della «perfettibilità» rinvio al volume di F. Rigotti, L’umana perfezione. Saggio sulla circola-
zione e diffusione dell’idea di progresso nell’Italia del primo Ottocento, Napoli, Bibliopolis, 1980. Per il dibat-
tito settecentesco si rinvia invece al classico studio di L. Guerci, Libertà degli antichi e libertà dei moderni.
Sparta, Atene e i ‘philosophes’ nella Francia del Settecento, Napoli, Guida, 1979.
128
Si veda C. F. Goffis, Presentazione, in U. Foscolo, La poesia di Ugo Foscolo, Verona, Fiorini, 1973, pp.
11-39, in partic. p. 28.
129
EN VIII: Prose politiche e letterarie dal 1811 al 1816, ed. critica a cura di L. Fassò, Firenze, Le Monnier,
1933, pp. 106-107.
130
In questo volume a p. 41.
131
EN VI, pp. 505-506.
132
In questo volume alle pp. 57 e 64.
introduzione XLIII

sono presentate come elemento capace di tenere vive le virtù individuali; l’in-
nesto politico-patriottico delle tombe di Santa Croce, in cui le sepolture di-
ventano l’elemento capace di suscitare le virtù pubbliche, ovvero le arti e le
scienze, l’amore verso la patria, l’odio verso la barbarie e la dissoluzione dei le-
gami sociali; e, per ultimo, i versi finali in cui si evoca il mito di Troia e si ce-
lebra la figura di Ettore, ovvero la poesia che, unica arte capace di congiungere
«l’origine del mondo al suo stato presente», come dirà anni dopo presentando
le Grazie133, tramanda la memoria dei monumenti e conserva le virtù accen-
dendo «nel cuore degli uomini l’amore per quelle istituzioni che gli possono
migliorare»134. Nei Sepolcri Foscolo collega all’apparizione della pratica della se-
poltura proprio l’insorgere di quegli «affetti sociali nati dal bisogno reciproco»
– ovvero la religione, la giustizia, le virtù domestiche, l’amor della patria, le arti
e la poesia – che, nell’Inno primo delle Grazie, sarà simboleggiato dal passag-
gio allegorico di Venere. Anzi, la sepoltura si riveste di precise funzioni sociali
e politiche, come Foscolo chiarisce inequivocabilmente ai versi 97-103: «Te-
stimonianza a’ fasti eran le tombe, / Ed are a’ figli; e uscian quindi i responsi
/ De’ domestici Lari, e fu temuto / Su la polve degli avi il giuramento: / Reli-
gïon che con diversi riti / Le virtù patrie e la pietà congiunta / Tradussero per
lungo ordine d’anni»135.
La tomba diventa, in altri termini, il luogo simbolico del patto sociale, ca-
pace di congiungere la pietà privata e le virtù sociali. Si tratta di due aspetti
funzionali della tomba che Foscolo lega in un «modulo binario» capace di in-
nestare la dimensione pubblica, politica, delle tombe in quella privata, fami-
liare136, dando veste poetica alla premessa ideologica che sottendono i Sepol-
cri: la sepoltura è il luogo fondativo del patto sociale e, da questo punto di
vista, non ha senso distinguere tra le «urne de’ forti» e quelle dei cittadini più
oscuri. Anche le tombe più umili, infatti, si caricano dello stesso significato po-
litico, poiché il loro culto, non diversamente da quello delle tombe dei grandi,
santifica di generazione in generazione le virtù patrie e rinnova il patto so-
ciale, «fomentando l’amore verso gli amici, i congiunti e la patria»137. Se è vero
che le tombe di Santa Croce sono presentate come sacre alla memoria nazio-
nale e fonte di incitamento per la futura nazione italiana, la patria è – come
Foscolo spiega nell’orazione inaugurale e, più diffusamente ancora, nell’ora-
zione sulla giustizia – il solo luogo ove l’uomo, «animale naturalmente sociale,

133
EN I, p. 963.
134
Si veda la Dissertazione di Girolamo Federigo Borgno sui Sepolcri, su cui pesa da sempre il forte sospetto,
se non di un’intera paternità foscoliana, certo di un suo pieno assentimento e di una corresponsabilità auto-
riale (si cita qui da Sul carme dei Sepolcri di Ugo Foscolo e sulla poesia lirica. Dissertazione di G. F. Borgno, in
Sui Sepolcri. Carme di Ugo Foscolo, Lucca, Guidotti, 1844, p. 65).
135
In questo volume a p. 41.
136
Come ha osservato opportunamente V. Di Benedetto, Lo scrittoio di Ugo Foscolo, cit., pp. 208-211.
137
Sul carme dei Sepolcri di Ugo Foscolo e sulla poesia lirica. Dissertazione di G.F. Borgno, cit., p. 53.
XLIV christian del vento

naturalmente distruttore»138, vede questa sua tendenza «moderata dalla reli-


gione dall’incivilimento e dalle arti»139. Per questo il sangue versato per la pa-
tria, a differenza di quello versato dalla barbarie indomita delle «umane belve»,
è sacro e lacrimato, cioè è oggetto di culto. Foscolo lo chiarirà nella parte fi-
nale dei Sepolcri, con una transizione tra le più celebri del carme: la poesia li-
rica, la sola che «congiunge l’origine del mondo al suo stato presente, ed al
nuovo Caos della sua distruzione»140, trasmette nei secoli la memoria fonda-
tiva del patto sociale e delle virtù che da esso sono sgorgate, anche quando i
monumenti che lo simboleggiano sono scomparsi; di questa verità Foscolo
chiama a «testimonio il sepolcro d’Ilo» e Omero, che nell’episodio del fune-
rale di Ettore aveva celebrato il trionfo, anche se temporaneo, della «compas-
sione» e del «pudore», che nell’orazione sulla giustizia saranno celebrate come
le due virtù supreme. Per Foscolo, dunque, la vera poesia sublime era quella
che traeva ispirazione dalle tombe, perché derivava la propria legittimità dal-
l’istituto su cui si era fondato il patto sociale e offriva ai posteri modelli illu-
stri, capaci di fomentare «ne’ mortali l’amore dell’umanità e della virtù»141.
Al di là del tema della patria, cioè, la politicità dei Sepolcri si definisce sulla
base dei presupposti filosofici della riflessione foscoliana, che colloca al centro
del proprio interesse lo studio dell’uomo, trovando espressione poetica nella
celebrazione del patto sociale, delle virtù umane che traggono da esso la pro-
pria origine, e della poesia che custodisce queste e quello tramandandoli ai
posteri e suscitando l’amore per l’umanità e per le virtù. Si apre cioè, al di là
del carme, quella prospettiva che, attraverso le orazioni pavesi, porta fino alle
Grazie, ovvero il tentativo di offrire in versi un quadro storico grandioso ed
esemplare dell’incivilimento umano, di quel processo secolare che aveva por-
tato l’uomo «dalla fierezza della barbarie alla raffinatissima civiltà»142 e del
ruolo che costruendo e promuovendo il legame sociale vi svolgevano le arti,
in particolare le lettere. Si tratta di un disegno che, se pure deve molto alla fi-
losofia della storia esposta da Vico nei suoi Principi di una scienza nuova, non
ne sposa la prospettiva provvidenzialistica ma guarda soprattutto, sulla scorta
del V libro del De rerum natura lucreziano, a una concezione immanentista
della natura. Le Grazie si collocano così all’altra estremità della riflessione che
aveva preso avvio nei Sepolcri e aveva trovato un tentativo di sistematizzazione
teorica negli scritti pavesi (1809) e in molti articoli redatti, tra il 1810 e il
1812, per gli «Annali di Scienze e Lettere», la rivista periodica di cui Foscolo
fu assieme all’amico Giovanni Rasori il direttore ufficioso143.
138
EN VI, p. 615.
139
Come ricorderà più tardi annotando le Grazie, EN I, p. 1005.
140
Ibid., p. 963.
141
Sul carme dei Sepolcri di Ugo Foscolo e sulla poesia lirica. Dissertazione di G.F Borgno, cit., p. 51.
142
Come aveva ricordato pochi anni prima nell’orazione inaugurale.
143
Sugli «Annali di Scienze e Lettere» si vedano i contributi di E. Elli, Una pagina di storia della cultura mi-
introduzione XLV

7. Lo scrittore e la concordia sociale


Nei Sepolcri Foscolo aveva spiegato, con Vico, come si potesse contem-
plare l’umanità solo a partire dal patto sociale, con la fondazione degli istituti
del matrimonio e della sepoltura144, che fissano e rendono sacre e inviolabili
le due sole virtù capaci di sollevare l’uomo al di sopra delle belve: il pudore e
la compassione. Era dunque illusorio contrapporre allo stato sociale, in cui le
virtù originarie dell’uomo sarebbero state progressivamente corrotte, uno stato
naturale in cui l’uomo sarebbe vissuto in armonia perfetta con la natura, poi-
ché al di fuori della società l’uomo non esiste.
L’accento antirousseauiano di questa posizione filosofica è innegabile, come
Foscolo aveva precisato già nella sua edizione delle Opere di Raimondo Mon-
tecuccoli (1808): «I filosofi distinsero i diritti e i doveri di natura da’ diritti e
da’ doveri di società; quasi che la società non fosse emanazione necessaria della
natura, e l’uomo non fosse animale naturalmente sociale, naturalmente di-
struttore. Tutti gli eloquenti paradossi di Giangiacomo Rousseau derivano da
questa fantastica distinzione; tutte le temute verità di Tommaso Hobbes deri-
vano invece dall’avere egli conosciuto che la natura [e] la società del genere
umano erano una cosa sola ed identica»145.
Se lo stato naturale del genere umano era la «società», si trattava allora di
capire come ottenere questa concordia di sentimenti e di opinioni tra più per-
sone. Ai mezzi con cui costruire e mantenere la coesione sociale Foscolo dedica
i due grandi discorsi pronunciati in occasione del suo magistero pavese: l’ora-
zione Dell’origine e dell’ufficio della letteratura, letta nel gennaio del 1809, come
voleva una tradizione accademica ormai consolidata, per inaugurare l’anno uni-
versitario, e Sui limiti del giusto (più comunemente nota con il titolo Sull’ori-
gine e i limiti della giustizia), un discorso che Foscolo pronunciò nel mese di giu-
gno del 1809 in occasione del conferimento delle lauree in legge.
Aderendo al principio vichiano secondo cui la natura delle cose e, dunque,
la loro funzione dipende in maniera deterministica dalle modalità e dalle con-
dizioni storiche che ne hanno visto la nascita – la celebre degnità XIV –, Fo-
lanese in età napoleonica. Gli «Annali di Scienze e Lettere» (1810-1813), in «Rendiconti dell’Istituto Lom-
bardo. Accademia di Scienze e Lettere. Classe di Lettere», CIV, 1980, pp. 206-216; Id., L’idea di letteratura
nel Foscolo didimeo, ibid., CXXVI, 1982, 1-2, pp. 161-178; e, più recentemente, l’intervento di C. Annoni,
Gli «Annali di scienze e lettere». Appunti per la storia di una rivista milanese (1810-1813), in Idee e figure del
«Conciliatore», a cura di G. Barbarisi e A. Cadioli, Milano, Cisalpino, 2004, pp. 43-70. Sulla figura del me-
dico parmense Giovanni Rasori (1766-1837), ex rettore dell’università di Pavia nel 1797, che Foscolo conobbe
a Genova durante l’assedio del 1799-1800 e fu poi tra i protagonisti della prima congiura indipendentista della
Restaurazione, quella dell’autunno 1814, si veda G. Cosmacini, Il medico giacobino. La vita e i tempi di Gio-
vanni Rasori, Roma-Bari, Laterza, 2002.
144
Vico aveva ricordato che anche le nazioni barbare, «quantunque per immensi spazi di luoghi e tempi tra
loro lontane divisamente fondate», custodiscono sempre «tre umani costumi», ovvero i matrimoni, la religione
e le sepolture (G. B. Vico, Principi di una scienza nuova, in Id., Opere, a cura di F. Nicolini, Milano-Napoli,
Ricciardi, 1953, p. 480).
145
EN VI, p. 615.
XLVI christian del vento

scolo esibiva fin dalla scelta del titolo della prolusione il principio metodolo-
gico adottato: «le origini delle cose [...] palesano a quali uffici ogni cosa fu a
principio ordinata nella economia dell’universo, e quanto le vicende de’ tempi
e delle opinioni n’abbiano accresciuto l’uso e l’abuso»146. Lo scrittore comin-
ciava con l’esporre la propria teoria linguistica, che sulla scorta della teoria loc-
kiana riletta alla luce dello storicismo vichiano e della lezione degli idéologues,
individuava nella parola lo strumento con cui il pensiero si sviluppa e si orga-
nizza («la progressione, l’abbondanza e l’economia del pensiero sono effetti
della parola»147). Come per Aristotele, proprio la parola distingue l’uomo dal-
l’animale e gli permette di ordinare «le passioni e le immagini nate dal sentire
e dal concepire» innalzandosi dalle «pochissime idee connesse all’istinto della
propria conservazione» alle più complesse «idee del dovere e del diritto»148, che
nascono «dai fatti, dalle passioni e dagli interessi degli uomini»149 e che solo
la parola, «segno stabile ed arrendevole alle astrazioni», permette di «astraerle
e preservarle» «in tanto tumulto di reminiscenze, di passioni e di fantasmi»150.
Senza la parola, osserva Foscolo, la ragione, che «avvertita continuamente dalle
alterne oscillazioni del piacere e del dolore, equilibra e dirige per mezzo del pa-
ragone e della esperienza tutte le potenze della vita [...] come negli altri ani-
mali, ridurrebbesi all’istinto di misurare i beni e i mali imminenti con la norma
delle sensazioni»151. Per Foscolo, dunque, era il linguaggio a garantire il le-
game sociale e a strutturare le gerarchie interne alle comunità umane. Se-
guendo fedelmente il modello aristotelico152 Foscolo ripercorre le tappe della
civiltà (dalla forma più primitiva di società, ossia le «famiglie», alle forme via
via più evolute, come le «tribù», sino ad arrivare alla società perfetta, che Fo-
scolo identifica nelle «nazioni»), prodotte dalla necessità dell’uomo di assicu-
rarsi l’«uso presente», e quello «futuro e perpetuo», di «quanto gli giova e
quanto potrebbe giovargli» e, in quanto tali, contrassegnate dalla progressiva
affermazione della proprietà privata e della disuguaglianza153. Infatti, osserva
Foscolo, non vi sarebbe mai potuta «essere proprietà perpetua di cose utili agli
altri, senza usurpazione; né progresso d’usurpazione, senza violenza ed offesa;

146
G. B. Vico, Principi di una scienza nuova, cit., p. 440.
147
In questo volume a p. 68.
148
Ibid., pp. 68-69.
149
Si veda U. Foscolo, In difesa dell’orazione inaugurale. Al Signore Giambattista Giovio, elettore del collegio
de’ possidenti, in EN VI, p. 47.
150
In questo volume a p. 69.
151
Ibid.
152
Foscolo riprende fedelmente la spiegazione che, nella Politica, Aristotele aveva dato dell’origine dello Stato.
Sulle fonti dell’orazione inaugurale si veda C. Marchiori, Sulle fonti dell’«Orazione inaugurale» del Foscolo,
Genova, Tilgher, 1992, passim, che, tuttavia, rinvia per questo aspetto a Vico; e ora, soprattutto, il com-
mento di Enzo Neppi all’orazione inaugurale, che ne individua le radici in Rousseau, ma filtrato attraverso
Mandeville, Turgot e Kant (U. Foscolo, Dell’origine e dell’ufficio della letteratura. Orazione, introduzione, edi-
zione e note di E. Neppi, Firenze, Olschki, 2005, pp. 68-71 e 104, nota).
153
In questo volume a p. 69.
introduzione XLVII

né difesa contro a pochi forti, senza società di molti deboli; né lunga concor-
dia di società, senza precisa comunicazione d’idee»154. Foscolo ne traeva la con-
clusione che l’esercizio della forza era la condizione necessaria alla nascita e al
mantenimento delle istituzioni che regolano la vita comunitaria.
Si tratta del baricentro tematico dell’orazione sulla giustizia, in cui partendo
da una lunga disamina sulla natura e sui limiti della giustizia lo scrittore sviluppa
la sua teoria dell’uomo e della società. Si tratta di un sistema che si ispira a un
certo pensiero giuridico di matrice ‘giacobina’155, ma si nutre anche del pensiero
filosofico europeo più aggiornato del tempo: dalla revisione del sensismo ef-
fettuata dagli idéologues, e mediata probabilmente da Francesco Lomonaco; alla
filosofia della scuola scozzese, e in particolare del suo esponente più originale e
innovativo, Adam Ferguson, alla cui conoscenza contribuì forse un altro pen-
satore meridionale, Francescantonio Grimaldi, che orientò Foscolo alla ricerca
di quelle leggi della società che precedono e condizionano le stesse istituzioni
politiche; alla filosofia pre-critica di Kant, che fornì a Foscolo la giustificazione
teorica per fondare antropologicamente la propria filosofia pratica156. Queste
nuove fonti ridimensionano l’ipotesi di un’influenza decisiva esercitata sul si-
stema filosofico foscoliano della maturità dal pensiero di Thomas Hobbes. Il fi-
losofo inglese, infatti, era legato ancora a una concezione aristotelica della bar-
barie, intesa cioè come negazione della natura politica dell’uomo, mentre
Foscolo aveva aderito al punto di vista di pensatori come Pufendorf, Locke o
Leibniz che, proprio in opposizione a Hobbes, avevano fatto «la maggiore sco-
perta che il pensiero moderno abbia compiuto per una scienza del mondo
umano: la distinzione, o meglio la dissociazione tra società e Stato»157; ciò che
gli aveva permesso di prendere atto del «funestissimo errore di distinguere la na-

154
Ibid., pp. 69-70.
155
Innegabili paiono infatti i punti di contatto con la teoria della giustizia di Pietro Custodi, con cui Foscolo
collaborò alla redazione del «Monitore Italiano», segnalati da V. Criscuolo, Il giacobino Pietro Custodi (con
un’appendice di documenti inediti), Roma, Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea, 1987,
passim, e più sinteticamente in Id., I primi trattati di Pietro Custodi, in Pietro Custodi tra rivoluzione e re-
staurazione, Atti del primo convegno nazionale (Milano-Lecco-Galbiate, 2-3 ottobre 1987), a cura di D.
Rota, vol. II, Lecco, Cattaneo, 1989, pp. 31-46.
156
Ci sia consentito rinviare a Chr. Del Vento, Foscolo, un mediatore importante della cultura d’oltralpe nella
Lombardia del primo Ottocento, in Vie lombarde e venete. Circolazione e trasformazione dei saperi letterari nel
Sette-Ottocento fra l’Italia settentrionale e l’Europa transalpina, a cura di H. Meter e F. Brugnolo, con la colla-
borazione di A. Fabris, Berlin-Boston, De Gruyter, 2011, pp. 191-206. L’identificazione di Francesco Anto-
nio Grimaldi come possibile mediatore di Ferguson si deve a C. Piola Caselli, Le lezioni pavesi di Ugo Fo-
scolo: genesi, fonti e commento / Les cours d’Ugo Foscolo à l’université de Pavie: genèse, sources et commentaire, Tesi
di dottorato diretta da S. Gentili e Chr. Del Vento, Università degli Studi di Perugia/Université Stendhal-
Grenoble 3, 2011.
157
Si veda S. Landucci, I filosofi e i selvaggi, 1580-1780, Bari, Laterza, 1972, pp. 137-142. Per un rapido e
sintetico inquadramento delle origini del dibattito nell’età moderna e dei suoi sviluppi, strettamente intrec-
ciati al dibattito parallelo sul Nuovo Mondo, dal XVI sino al XVIII secolo, si veda G. Gliozzi, Le scoperte
geografiche e la coscienza europea, in La Storia. I grandi problemi dal Medioevo all’Età Contemporanea, diretta
da N. Tranfaglia e M. Firpo: vol. IV, L’Età moderna, tomo 2, La vita religiosa e la cultura, Torino, UTET, 1986,
pp. 81-103.
XLVIII christian del vento

tura dalla società», e di convincersi che il nodo da sciogliere stava proprio nella
costruzione di uno Stato in base ai comportamenti sociali dei suoi membri.
Che poi null’altro rappresentava se non il problema centrale della sociologia
moderna: lungi dal sognare un mitico stato di natura, essa aveva posto al cen-
tro della sua attenzione la ricerca di quelle leggi della società che precedono e
condizionano le stesse istituzioni politiche. Quelle stesse leggi che, nell’Esprit
des lois, Montesquieu aveva ricondotto al criterio puramente oggettivo, comune
a tutte le forme di società, dato dal modo di procacciarsi il sostentamento, e che
Foscolo sintetizzava con la formula che «ogni dovere e diritto risiede nell’istinto
della propria conservazione»158.
A partire dalla riflessione sulla diseguaglianza delle forze (intellettuali, fisiche
e morali) e sulla natura dell’uomo, «essenzialmente usurpatore, essenzialmente
sociale»159, Foscolo dimostra che solo la forza consacrata da un diritto rigorosa-
mente positivo, espressione dei rapporti di forza esistenti in seno alla società e
svincolato da qualunque fondamento giuridico universale preesistente, è in grado
di mantenere la coesione sociale impedendo agli uomini di soccombere alle loro
passioni, anzi orientandole positivamente. Foscolo, tuttavia, ritiene che le qua-
lità migliori dell’uomo possano dispiegarsi solo all’interno dello spazio nazio-
nale. Poiché l’istinto di conservazione di una società provoca naturalmente la
guerra tra due nazioni, senza che alcun atto d’ingiustizia debba intervenire per
legittimarla e, dunque, poiché tra le nazioni non può esistere alcun diritto, né
alcuna giustizia, Foscolo conclude che proprio questo stato naturale di guerra
permette alle differenti società umane di sopravvivere, perché solo un pericolo
esterno alla società può garantire la sua concordia interna: «Vedo, che l’eterna
guerra degli individui, e la disparità delle loro forze produce sempre un’alleanza,
per cui l’amore di me stesso si diffonde, e si nutre nell’amore de’ miei, della mia
famiglia, della mia città, e tutti uniscono con me e i bisogni, e i piaceri, e le sorti
della loro vita contro i desideri insaziabili degli altri mortali. E per confermare
questa alleanza, la voce stessa della natura eccita nelle viscere di molti uomini,
che hanno bisogno di unirsi e di amarsi due sentimenti, che compensano tutte
le tendenze guerriere ed usurpatrici dell’uomo; la compassione e il pudore: sen-
timenti educati dalla società, ed alimentati dalla gratitudine, e dalla stima reci-
proca. Che s’io guardando l’universo, non trovo assoluta giustizia, a torto mi
querelo della natura, perché io non sono creato che abitatore d’un piccolo canto
della terra, e confederato di una sola parte del genere umano. E se nel mio paese
trovo certezza d’are, di campo, di tetto e di sepoltura; se nella mia società i sen-
timenti più dolci dell’umanità trovano esercizio e compenso; se le forze di que-
sti sentimenti si uniscono contro la crudeltà, l’avidità, l’impudenza, e tutte le
guerriere inclinazioni dell’uomo, e fanno che queste non regnino palesemente,
158
In questo volume a p. 93.
159
Ibid., p. 69.
introduzione XLIX

ma cospirino tra le tenebre, ed i pericoli; s’io finalmente nella società e nella


terra, che m’è assegnata per patria alimento l’ardore di amare, e di essere amato,
anche i sudori, i combattimenti, e i pericoli, che quest’asilo, quest’alleanza, e
questo commercio di amore richiedono, devono divenire per me giusti, e cari,
e onorati. Io dunque nella guerra del genere umano trovo pace; nell’ingiustizia
generale trovo leggi, nella diversità delle passioni provo più spesso l’ardore delle
meno infelici; ne’ dolori, e ne’ vizi indispensabili della vita vedo sempre misto
un compenso di virtù e di piaceri [...]»160.
Rispetto al pessimismo disperato a cui dà voce Jacopo nella lettera da Ven-
timiglia, che nella sua terribile invocazione alla natura («O Natura! hai tu forse
bisogno di noi sciagurati, e ci consideri come i vermi e gl’insetti che vediamo
brulicare e moltiplicarsi senza sapere a che vivano? Ma se tu ci hai dotati del fu-
nesto istinto della vita sì che il mortale non cada sotto la soma delle sue infer-
mità ed ubbidisca irrepugnabilmente a tutte le tue leggi, perché poi darci que-
sto dono ancor più funesto della ragione? Noi tocchiamo con mano tutte le
nostre calamità ignorando sempre il modo di ristorarle»161) assume una di-
mensione ‘cosmica’, qui la prospettiva è radicalmente differente. Nel discorso
Sui limiti del giusto Foscolo addita ormai una possibilità di riscatto per il genere
umano: la «voce stessa della natura», infatti, accende in «molti uomini [...] due
sentimenti, che compensano [...] le tendenze guerriere ed usurpatrici del-
l’uomo»162. Si tratta della «compassione» e del «pudore». Come è stato recen-
temente osservato163, nel «pudore» non si deve individuare il semplice ritegno,
né un atteggiamento discreto e riservato, così come nella «compassione» non
deve leggersi il semplice sentimento di partecipazione agli eventi del mondo
proprio della sympathèia. Nei termini foscoliani di «pudore» e di «compassione»
si devono adombrare, invece, le virtù fondamentali dell’etica omerica: l’aidós,
ovvero il sentimento di rispetto o di vergogna che trattiene gli uomini dal male;
e l’éleos, ovvero la capacità di provare il dolore inflitto dalla percezione della
sofferenza altrui. Si tratta delle due virtù invocate da Priamo davanti ad Achille
nella celebre perorazione finale dell’Iliade, cui Foscolo aveva alluso già nei versi
finali dei Sepolcri; nella Notizia intorno a Didimo Chierico, le definirà chiara-
mente «due forze pacifiche le quali [...] temprano sole tutte le altre forze guer-
riere del genere umano»164. L’orazione sulla giustizia è dunque una sintesi, mi-
rabile per tensione argomentativa e straordinaria tenuta stilistica, di temi già
160
Ibid., pp. 97-98.
161
Ibid., p. 223.
162
Ibid., p. 97.
163
Su questo punto fondamentale e sulla corretta identificazione del significato dei termini «pudore» e «com-
passione», e più in generale sul corpus dei testi pavesi si vedano ora gli importanti lavori di C. Piola Caselli,
Le lezioni pavesi di Ugo Foscolo: genesi, fonti e commento, cit., a cui queste pagine sono largamente debitrici, e
Ead., Introduzione a U. Foscolo, Sull’origine e i limiti della giustizia, a cura di S. Gentili e C. Piola Caselli,
Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, in corso di stampa.
164
In questo volume a p. 262.
L christian del vento

elaborati nelle opere degli anni precedenti che fa di questo testo il crogiolo let-
terario e filosofico delle opere della maturità, in particolare delle Grazie.

8. «Le Grazie»: Foscolo e la storia dell’incivilimento umano


Per il numero di testi pervenuti in uno stato frammentario, frutto di pro-
getti in continua evoluzione a cui lo scrittore dedicò, essenzialmente tra il
1812 e il 1815, fasi d’intensa attività, senza tuttavia giungere mai a comple-
tarle, la tradizione delle Grazie rappresenta un caso esemplare di testo non fi-
nito165. La tradizione editoriale del poemetto ha oscillato tra la tentazione di
ricostruzioni arbitrarie e il rifiuto di considerarlo poco più di una collezione
di brevi frammenti da gustarsi singolarmente. Quanto alla valutazione critica,
il XIX secolo si distinse per un’incomprensione profonda delle Grazie, che al
De Sanctis apparvero l’ultima stanca espressione di una tensione poetica or-
mai esauritasi, sopraffatta da un eccesso di intellettualismo e di didascalismo
allegorico, e dell’involuzione classicista di Foscolo. La loro rivalutazione, che
rappresenta probabilmente la maggiore acquisizione della critica foscoliana
del Novecento, si fece in opposizione ai Sepolcri, guardando al mondo interiore
del poeta e al di fuori di ogni contestualizzazione storica. Seguendo le orme di
Benedetto Croce, che le considerava il punto culminante della poetica fosco-
liana, agli occhi di molti critici letterari Le Grazie apparvero l’immagine di un
poeta parnassiano, che aveva ormai compiuto «quel supremo distacco dell’arte
dalla vita in tutte le sue forme»166. Si fece strada, cioè, una lettura della poesia
foscoliana interpretata come riflessione lirica, come liberazione dalle passioni,
come conquista di una «contemplazione serenatrice» che aveva trovato il suo
culmine nella creazione delle Grazie167. In realtà esiste una profonda conti-
nuità degli interessi politico-patriottici fra i Sepolcri e le Grazie, in cui prende
veste poetica il sistema letterario e teorico che, pochi anni prima, Foscolo aveva
adombrato nei Sepolcri e poi sviluppato nell’orazione sulla giustizia168.
Nella sua forma più tarda, quella del cosiddetto Quadernone, un manoscritto
in cui Foscolo raccolse, probabilmente in tempi diversi, quanto considerava se
non definitivo, almeno soddisfacente, il carme si presenta diviso in tre inni.
165
Per il quale rinviamo alla Nota ai testi in questo volume, a I. Beccherucci, Chr. Del Vento, F. D’In-
tino, Foscolo, Leopardi, Manzoni, in Storia della Letteratura Italiana: vol. X, La tradizione dei testi, a cura di
C. Ciociola, Roma, Salerno Editrice, 2001, pp. 1105-1107 e 1112-1130, e a F. Longoni, Scheda introdut-
tiva a U. Foscolo, Opere, cit.: vol. I, pp. 570-583. Per una descrizione esaustiva il testo di riferimento resta
M. Scotti, Introduzione a EN I, pp. 157-609.
166
D. Petrini, Realismo romantico e tradizione classica in Italia, in Id., Dal Barocco al Decadentismo. Studi di
letteratura italiana, raccolti da V. Santoli, 2 voll., Firenze, Le Monnier, 1957: vol. I, pp. 13-32, in partic. p.
16.
167
M. Fubini, Ugo Foscolo. Saggio critico, cit., p. 229.
168
È la linea interpretativa, rimasta sostanzialmente senza seguito, di L. Russo, Critica estetica e schemati-
smo astratto (1920), in Id., Problemi di metodo critico, Bari, Laterza, 1929, e, soprattutto, Id., Ugo Foscolo
poeta e critico, cit., e di C. F. Goffis, Studi foscoliani, Firenze, La Nuova Italia, 1942.
introduzione LI

Il primo, «storico», di 296 versi, è ambientato nella Grecia primitiva, ed è


dedicato a Venere, «che ha per distintivo la bella natura apparente». Foscolo,
che vi simboleggia le origini dell’uomo e della sua civiltà, racconta la nascita
delle Grazie, il loro arrivo sulla terra al seguito di Venere, l’azione benefica sul
genere umano, addomesticato dalla loro presenza e ingentilito dagli affetti so-
ciali («benevolenza», «ajuto reciproco», «amore del riposo e della società») che
esse accendono169.
Il secondo, «pittorico», di 316 versi, invece, è ambientato nell’Italia con-
temporanea, sulla collina di Bellosguardo a Firenze, ed è dedicato a Vesta, «cu-
stode del fuoco eterno che anima i cuori gentili». Foscolo vi immagina un rito
propiziatorio davanti all’altare delle Grazie, officiato da tre donne amiche del
poeta: Eleonora Nencini, Cornelia Martinetti e Maddalena Bignami, che rap-
presentano rispettivamente la musica, la poesia e la danza. La terza recherà in
dono alle Grazie un cigno bianco, offerto dalla viceregina Amalia in ringra-
ziamento agli dèi per il ritorno del marito dalla campagna di Russia.
Il terzo infine, «metafisico», di cui il Quadernone contiene solo 24 versi, è
dedicato a Pallade, «dea delle arti consolatrici della vita e maestra degli inge-
gni». La parte più cospicua di questo inno fu pubblicata da Foscolo nella Dis-
sertation on an ancient Hymn to the Graces (1822), in cui lo scrittore raccolse
i cosiddetti Versi del Velo. Esso si svolge in un luogo immaginario, nell’isola di
Atlantide. Dai vari «sommari» lasciatici da Foscolo, si desume il disegno: le
Grazie, insidiate dall’amore aggressivo degli uomini, fuggono dalla Terra ac-
compagnate da Pallade, sdegnata dalle violenze a cui aveva assistito durante la
campagna di Russia, e si rifugiano nell’isola di Atlantide, dove alcune dee mi-
nori, le Parche, Flora, Psiche, Erato, Ebe e Iri, tessono il velo che le avrebbe
protette dalle passioni belluine degli uomini.
L’Inno primo, intitolato a Venere, è un’allusione trasparente al De rerum na-
tura, che si apre con la celebre invocazione alla dea dell’amore, intesa come per-
sonificazione della Natura creatrice che può portare agli uomini, oltre la vita,
la pace. Lucrezio, non molto diversamente da Foscolo nelle Grazie, aveva tra-
sformato Venere nell’espressione simbolica dell’impulso che spinge gli uomini
a mitigare la loro primitiva brutalità indirizzandone l’aggressività verso forme
di vita sociale più pacifiche170. La divinità classica allude, cioè, a quell’armo-
nia sociale che sola può temperare le passioni potenzialmente distruttive de-
gli uomini, sottraendoli alla loro primitiva ferinità, e rappresenta il principio
basilare del grandioso sistema simbolico con cui Foscolo raffigura la civiltà
umana. In uno dei frammenti del commento che avrebbe dovuto accompa-
gnare le Grazie171, Foscolo illustra il complesso rapporto simbolico tra Venere,

169
EN I, p. 1005.
170
Si vedano ancora le osservazioni di F. Longoni, in U. Foscolo, Opere, cit.: vol. I, pp. 644-645.
171
Che reca il titolo significativo di Attributi delle Grazie. – Sistema. Lo si legga in EN I, pp. 951-956.
LII christian del vento

che simboleggia l’armonia dell’universo; le Grazie, che traggono origine da


essa e che la dea rende partecipi dell’«armonia degli affetti che è la prima e se-
creta origine de’ più dolci e tranquilli ed affettuosi movimenti del cuore
umano»; e la poesia, che li esprime e li trasmette «a’ mortali» conservandoli nel
corso dei secoli172.
L’armonia non corrisponde solo a quella modulazione e quella consonanza
che sono qualità precipue della parola che «vince di mille secoli il silenzio» e che
convince l’uomo alla concordia sociale, ma è soprattutto una virtù sociale (nel-
l’Ortis Foscolo fa dire a Jacopo: «sono sempre in perfetta armonia con gl’infe-
lici, perché – davvero – io trovo un non so che di cattivo nell’uomo pro-
spero»173). Confortando «le utili passioni degli uomini» essa è la condizione
indispensabile affinché il consorzio umano viva in pace e, al tempo stesso, il ri-
sultato supremo della concordia sociale, quel mondo che Foscolo vagheggia
nell’Atlantide delle Grazie. Presentando al viceré Eugenio Beauharnais il fram-
mento del Rito delle Grazie Foscolo scriverà che «l’inno primo idoleggia gli ef-
fetti dell’armonia»174. Lasciando le Grazie «consolatrici» «all’infelice / Terra ed
a’ figli suoi» (Inno primo, vv. 233, 231-232) Venere prometterà loro «un’armo-
nia da l’alto / Che diffusa da voi farà più miti / De’ viventi i dolori» (vv. 238-
240). «Ad Armonia», scriverà Foscolo nella Dissertation del 1822, si attribui-
sce «l’origine delle leggi di natura e le forme impresse nelle varie opere della
potenza creatrice»; l’armonia che «ispirerà e dirigerà le menti degli uomini, e
allo stesso tempo allevierà i loro travagli e dolori, e li libererà dal terrore della
morte»175. Così, continua Foscolo, «ogni perfezione ed imperfezione, ogni
virtù e vizio, felicità e miseria che si trovano fra gli uomini», dipendono da un
«grado maggiore o minore di armonia», perché in maniera non dissimile da
quanto accade nelle belle arti, «il maggiore o minor grado di felicità goduta da
ciascun individuo, è proporzionale all’armonia che regna fra le sue passioni; e
la nostra infelicità è conseguenza del contrasto e della dissonanza dei nostri
sentimenti». Sono quelle «passioni violente» che mettono costantemente in
pericolo l’armonia sociale, prima fra tutte l’amore, «che regna su questo globo
con impetuosa e tirannica forza», al tempo stesso simbolo dell’aggressività pro-
dotta dalla spinta alla riproduzione e del principio di unione fra gli individui,
insiti l’uno e l’altra nella natura dell’uomo per garantirne la sopravvivenza176.
Il tema dell’armonia ritornerà anche nei saggi dedicati da Foscolo alle Epo-
che della letteratura italiana (1824), in particolare nel primo, i Principi di cri-
tica poetica, in cui riassume la propria teoria letteraria. Qui Foscolo ricorda
come esista «nel mondo un’universale secreta armonia, che l’uomo anela di
172
Ibid., p. 951.
173
In questo volume a p. 165.
174
Ibid., p. 107.
175
Ibid., pp. 144-145.
176
Ibid., p. 146.
introduzione LIII

ritrovare come necessaria a ristorare le fatiche e i dolori della sua esistenza; e


quanto più trova tale armonia, quanto più la sente e ne gode, tanto più le sue
passioni si destano a esaltarsi e a purificarsi, e quindi la sua ragione si perfe-
ziona». E la poesia, tra tutte le arti, è la sola capace di combinare «tutti i ge-
neri d’armonia», essendo dotata al contempo del «potere universale» che «la
musica produce sull’anima» combinando «i suoni che esistono in natura per
produrre una melodia e un’armonia che scartino tutti i suoni sgradevoli o di-
scordi», e «l’armonia delle forme, de’ colori e delle proporzioni»177.
Foscolo aveva affrontato il problema della funzione delle lettere nel capi-
tolo X dell’orazione inaugurale, ricordando che l’ufficio della poesia è quello
di «[...] rianimare il sentimento e l’uso delle passioni, e di abbellire le opinioni
giovevoli alla civile concordia, e di snudare con generoso coraggio l’abuso e la
deformità di tante altre che adulando l’arbitrio de’ pochi o la licenza della mol-
titudine, roderebbero i nodi sociali e abbandonerebbero gli stati al terror del
carnefice, alla congiura degli arditi, alle gare cruente degli ambiziosi e alla in-
vasione degli stranieri»178.
Nelle Grazie Foscolo aveva deciso di celebrare il ruolo svolto dalle lettere
nel processo secolare che aveva portato l’uomo «dalla fierezza della barbarie alla
raffinatissima civiltà»179, a partire dall’insorgere degli «affetti sociali nati dal
bisogno reciproco», ovvero la nascita del patto sociale, attraverso il progressivo
perfezionamento delle virtù sociali che ne sono scaturite, fino alla loro mas-
sima perfezione possibile. I celebri Versi del Velo e l’episodio dell’isola di Atlan-
tide nell’Inno terzo non rappresentano un ripiegamento estetizzante ma sim-
boleggiano l’essenza delle virtù sociali, quando sono preservate «dall’ardore
infelice delle umane passioni, e da’ deliri funesti dell’amore, e delle altre umane
passioni»180. Venere, la divinità in grado di temperare gli istinti più brutali del-
l’uomo sottraendolo alla sua primitiva ferinità, risulta il principio basilare di
questo sistema simbolico riguardante la civiltà umana. Il suo passaggio assieme
alle Grazie (Inno primo, vv. 101-116), in un quadro di palesi reminiscenze lu-
creziane (in particolare dal V libro del De rerum natura), rappresenta non tanto
il trionfo della bellezza sulla ferinità degli uomini primitivi, ma l’insorgere di
comportamenti meno distruttivi che si fondano non più su una cieca aggres-
sività, ma sul «bisogno reciproco», sull’osservanza di leggi comuni181, e sulle
due virtù sociali fondamentali nel sistema politico foscoliano, la compassione
e il pudore: «Non prieghi d’inni o danze d’imenei / Ma de’ veltri perpetuo
l’ululato / Tutta l’isola udia, e un suon di dardi / E gli uomini sul vinto orso
rissosi / E de’ piagati cacciatori il grido. / Cerere invan donato avea l’aratro /
177
Ibid., p. 390.
178
Ibid., p. 74.
179
Come aveva ricordato nell’orazione inaugurale (ibid., p. 76).
180
EN I, p. 966.
181
Ibid., p. 965. Su questo aspetto si sofferma Franco Longoni in U. Foscolo, Opera, cit.: vol. I, pp. 644-646.
LIV christian del vento

A que’ feroci, invan d’oltre l’Eufrate / Chiamò un dì Bassaréo giovine dio / A


ingentilir di pampini le balze: / Il pio stromento irrugginìa su’ brevi / Solchi
sdegnato; divorata innanzi / Che i grappoli novelli imporporasse / A’ rai d’au-
tunno, era la vite: e solo / Quando apparian le Grazie i predatori / E le vergini
squallide e i fanciulli / L’arco e il terror deponeano ammiranti»182.
Qui Foscolo rappresenta le proprie teorie sugli albori ferini dell’umanità,
caratterizzati non solo da una cieca aggressività, ma dall’assenza di istituzioni
religiose e civili, e delinea una teoria evolutiva che, se da un lato respinge sec-
camente l’illusione rousseauiana e primo-romantica di un’età dell’oro, dall’al-
tro è estranea anche a larga parte del pensiero neoclassico183. La fonte di que-
sta posizione è senz’altro Lucrezio, letto da Foscolo nell’edizione commentata
da Thomas Creech, la cui teoria antropologica aveva trovato conferma e nu-
trimento in una folta letteratura filosofica e scientifica che, a partire dagli anni
Ottanta del Settecento, aveva opposto elementi decisivi all’illusione di una
bontà originaria dell’uomo184.
Foscolo, a cui interessava insistere sull’improponibilità della tesi rousseau-
iana di uno stato primitivo di felice innocenza, adombra l’irriducibilità delle
tendenze sanguinarie insite nella natura umana alcuni versi dopo, in un se-
condo episodio, quello del passaggio di Venere e delle cerve (vv. 131-149):
«[...] Ancor Citera / Del golfo intorno non sedea regina: / Dove or miri le vele
alte su l’onda / Pendea negra una selva, ed esiliato / N’era ogni Dio dai figli
della terra / Duellanti a predarsi; i vincitori / D’umane carni s’imbandian con-
vito. / Videro il cocchio e misero un ruggito / Palleggiando la clava. Al petto
strinse / Sotto il suo manto accolte le gementi / Sue giovinette, e, O selva ti
sommergi, / Venere disse, e fu sommersa. Ah tali / Fors’eran tutti i primi avi
dell’uomo! / Quindi in noi serpe miseri un natio / Delirar di battaglie e se
pietose / Nel placano le Dee, cupo riarde / Ostentando trofeo l’ossa fraterne;
/ Ch’io non lo veggia almeno or che in Italia / Fra le messi biancheggiano in-
sepolte!»185.
Questi versi testimoniano che il potere delle passioni umane può essere
tale da mostrarsi irriducibile a comportamenti meno distruttivi e che, per mo-
menti, può riprendere il sopravvento sugli «affetti sociali» rompendo la fragile
armonia su cui si regge la società umana; la guerra che, tra l’autunno del 1813
e la primavera del 1814, devastò l’Italia era lì a dimostrarlo. L’immagine delle
«ossa» che «fra le messi biancheggiano insepolte», ovvero la rinuncia alla se-
poltura, simboleggia il riaffiorare del «natio delirar di battaglie»: i corpi giac-
182
In questo volume a p. 113.
183
U. Foscolo, Opere, cit.: vol. I, pp. 644-646.
184
Si tratta di una letteratura che Foscolo conosceva bene. Si veda Chr. Del Vento, «Degli effetti della fame
e della disperazione sull’uomo». Nuove considerazioni su Foscolo e Crèvecœur, in «La Rassegna della letteratura
italiana», CXIII, 2009, 1, p. 52-87.
185
In questo volume a p. 114.
introduzione LV

ciono di nuovo, come prima del patto sociale, «miserandi avanzi» lasciati «al-
l’etere maligno» e «alle fere».
La composizione delle Grazie è profondamente legata all’evoluzione degli
avvenimenti storici del periodo in cui vide la luce il carme; e non poteva es-
sere diversamente, poiché fin dalla sua ideazione la composizione si nutre di
una profonda prospettiva politico-civile186. Il carme, concepito da Foscolo
come una riflessione poetica sull’uomo e il suo fragile progresso, non poté non
riflettere le inquietudini dello scrittore di fronte all’«aggressiva oppressione di
forze che mettevano a repentaglio non solo la vita di tanti uomini ma anche
e soprattutto la libertà della patria»187, sicché non stupisce che Foscolo ne ade-
guasse via via il significato e la struttura al rapidissimo evolvere degli eventi.
Il tema politico-patriottico del carme, che abbiamo già evocato a più ri-
prese, è introdotto dai versi 6-8 dell’Inno primo («[...] sì che all’Italia / Afflitta
di regali ire straniere / Voli improvviso a rallegrarla il carme»188), che sono an-
cora in rapporto diretto con l’invocazione a Venere nel primo libro del De re-
rum natura (vv. 29-35: «Eterna grazia concedi alle mie parole, o Dea: / Fa’ si che
frattanto tutte le feroci operazioni militari / Per mare e per terra sopite si quie-
tino. / Infatti tu sola con tranquilla pace puoi giovare / Ai mortali, poiché le fe-
roci occupazioni della guerra / Dipendono da Marte armipotente, che spesso
si distende / Nel tuo grembo, vinto dall’eterna ferita d’amore»)189. Il riferimento
foscoliano è ancora agli avvenimenti che accompagnano e seguono la battaglia
di Lipsia, nell’ottobre del 1813. La disastrosa sconfitta di Napoleone aveva se-
gnato la fine delle speranze di una rapida indipendenza dell’Italia, speranze che
avevano lasciato intravedere i negoziati del Congresso di Praga, aperti nel-
l’agosto del 1813 dopo la vittoria di Lützen, a cui aveva dato un contributo
determinante proprio il principe Eugenio. A questo episodio va attribuita la
decisione di Foscolo di trasmettere al viceré i cosiddetti Versi del Rito e di de-
dicarli alla principessa Amalia. Lungi dall’essere un atto di omaggio cortigiano,
essi rappresentarono una decisa ricerca di contatto con il potere da parte di Fo-
scolo, un sapiente riavvicinamento al governo e alla corte italici190. Per Foscolo

186
Si vedano ancora le importanti osservazioni di F. Longoni, Scheda introduttiva, cit., pp. 575-576.
187
Ibid., p. 576.
188
In questo volume a p. 111.
189
«[...] aeternum da dictis, Diva, leporem: / Effice ut interea fera moenera militiai / Per maria ac terras om-
neis sopita quiescant. / Nam tu sola potes tranquilla pace iuvare / Mortaleis, quoniam belli fera moenera
Mavors / Armipotens regit, in gremium qui saepe tuum se / Reiciit, aeterno devictus volnere amoris» (si cita
da Titi Lucretii Cari de Rerum natura libri sex, quibus interpretationem et notas addidit Thomas Creech, Oxo-
nii, e Theatro Sheldoniano, impensis A. Swall et T. Child, 1695, l’edizione usata da Foscolo). Traggo la tra-
duzione da quella proposta da F. Longoni, in U. Foscolo, Opere, cit.: vol. I, p. 637.
190
Per questo aspetto delle Grazie si leggano ora le osservazioni di V. Di Benedetto, Lo scrittoio di Ugo Fo-
scolo, cit., pp. 245-291, e di F. Longoni, in U. Foscolo, Opere, cit.: vol. I, pp. 573-576, 617-619 e 638. Si
veda anche Chr. Del Vento, Scrittori e cospiratori al tramonto del regno d’Italia. Foscolo e gli «antichi amici
dell’indipendenza», in Il primo Regno d’Italia 1805-1814, a cura di M. Rosa, Viterbo, BetaGamma Editore,
2009, pp. 37-72, in partic. pp. 45-46.
LVI christian del vento

tale riavvicinamento si era reso indispensabile nella prospettiva di rivestire un


ruolo di primo piano in quell’indipendenza dell’Italia dalla tutela francese che
sembrava prossima proprio sotto il principato di Eugenio, intorno a cui, tra la
primavera e l’estate del 1813, sembrava tutt’altro che improbabile raccogliere
un consenso abbastanza ampio.

9. La «Ricciarda»: una speranza per l’Italia


In rapporto agli eventi storici contemporanei si deve leggere anche un’opera
coeva alle Grazie, la Ricciarda. Scritta tra il 1810 e il 1813, è probabilmente la
tragedia foscoliana più adatta alla rappresentazione, «grazie alla concentrazione
degli episodi e dei dialoghi, alla tensione sempre alta e all’azione serratamente
unitaria»191, adottate in ossequio alle regole alfieriane. Anche la scelta dell’am-
bientazione medievale è da mettersi in rapporto alla Rosmunda di Alfieri, di cui
Foscolo richiama i «sentimenti feroci e orribili»192; ma forse non fu estraneo
neppure il teatro contemporaneo (si pensi al Galeotto Manfredi di Monti, che
aveva aperto la strada all’ormai imminente teatro storico di Pellico e Ma-
renco193). Se l’ambientazione è quella di un Medioevo tenebroso e sanguinario,
nondimeno Foscolo rispetta in pieno le regole classiche dell’unità aristotelica e
i personaggi, secondo l’insegnamento alfieriano, sono appena cinque. La vi-
cenda si svolge a Salerno, nei sotterranei del palazzo, dove si è nascosto Guido,
figlio di Averardo, fratellastro e nemico mortale di Guelfo, principe della città.
Averardo, che ha stretto d’assedio la città, vuole salvare il figlio Guido, che è se-
gretamente innamorato di Ricciarda, figlia di Guelfo, combattuta tra gli opposti
sentimenti di figlia e di amante. Guelfo, roso dalla gelosia per la figlia Ric-
ciarda, dopo aver tentato invano di uccidere Guido, si dà la morte non senza
aver prima ammazzato la figlia. La forza della tragedia risiede nell’aver posto al
centro del sistema drammaturgico una serie di opposizioni e di atroci dilemmi,
sul modello metastasiano (cui Foscolo aveva guardato già nel Tieste), tra fedeltà
familiari e amorose, tra opportunità politiche e sentimenti, sicché Foscolo poté
dire che la Ricciarda «è una tragedia tutto amore, e terribile per contrasti di
pietà e di ferocia, e di affetti d’amicizia, d’amore, di fraternità, e di due padri
che uno tirannescamente infelice, l’altro sciagurato ed ottimo uomo stanno
sempre in procinto di perdere i loro figliuoli»194. Eppure, nonostante la cautela
suggerita a Foscolo dalle polemiche insorte intorno all’Ajace (1810), anche qui

191
Si veda M. M. Lombardi, Scheda introduttiva, in U. Foscolo, Opere, cit.: vol. I, p. 881.
192
EN XI, tomo 2, p. 587.
193
Si veda l’introduzione di Arnaldo Bruni a V. Monti, Galeotto Manfredi, Principe di Faenza. Tragedia, a cura
di A. Bruni, Bologna, CLUEB, 2005, pp. IX-XVIII, in partic. p. XVI, e F. Spera, La nascita del dramma: la
«Francesca da Rimini» del Pellico, in Id., Metamorfosi del linguaggio tragico: dalla tragedia classica al dramma
romantico, Rovito, Marra Editore, 1990, pp. 77-86.
194
EN XVII: Epistolario, 4, 1812-1813, a cura di P. Carli, Firenze, Le Monnier, 1954, p. 168.
introduzione LVII

il tema politico-patriottico innerva fortemente la tragedia che, nell’ambienta-


zione stessa, una Salerno medievale roccaforte ante litteram del guelfismo, am-
micca indirettamente a un episodio maggiore della storia italiana dell’XI se-
colo: quella lotta delle investiture sostenuta da Gregorio VII contro Enrico IV,
che proprio a Salerno aveva avuto il suo epilogo. Agli occhi di Foscolo si trat-
tava di un episodio decisivo, perché aveva «fatta libera nel secolo XI» la «re-
pubblica» fiorentina, prima che nel secolo XVI fosse «da’ pontefici suoi citta-
dini fatta serva per sempre»195. A tale episodio, nell’estate del 1811, Foscolo
aveva dedicato un lungo articolo ricco di allusioni e risonanze, Dello scopo di
Gregorio VII 196, che, scrisse il Carducci, «se non gettò i semi, diè chiaramente
gli accenni del neoguelfismo, possibile e prossima illusione d’Italia»197. L’arti-
colo era stato il frutto del lavoro di un gruppo, cui Foscolo alluderà anni dopo
nei Discorsi «Della servitù dell’Italia» chiamandolo gli «anti[chi] amici dell’in-
dipendenza»198 e rivelando il fine esplicitamente politico di quell’intervento,
che poteva leggersi in filigrana come una presa di posizione a favore di Pio VII
nel conflitto che lo opponeva a Napoleone Bonaparte. Nell’articolo, Gregorio
VII era raffigurato come una prefigurazione del principe machiavelliano. Que-
sta lettura non deve stupire: negli stessi mesi, infatti, Foscolo lavorava a un sag-
gio in risposta ai Pensieri intorno allo scopo di Nicolò Machiavelli nel libro Il
Principe di Angelo Ridolfi (1810)199. Questi, pubblicando per la prima volta la
celebre lettera a Francesco Vettori, aveva inflitto un colpo mortale alla classica
interpretazione repubblicana del Principe, secondo cui Machiavelli, fingendo di
consigliare i tiranni, in realtà aveva voluto svelarne le arti ai popoli. Si trattava
di un’interpretazione che Foscolo aveva sposato apertamente nei Sepolcri (vv.
155-158: «[...] quel grande / Che temprando lo scettro a’ regnatori / Gli allôr
ne sfronda, ed alle genti svela / Di che lagrime grondi e di che sangue»200); ma
quando scrive la Ricciarda, lo scrittore, che guardava al dibattito intorno alla de-
cadenza della libertà italiana alla fine del Medioevo aperto dal Sismondi con la
sua Histoire des Républiques italiennes du Moyen Âge201, aveva spostato il bari-
centro della sua interpretazione del Principe da quella repubblicana e settecen-
tesca a quella storico-patriottica ottocentesca. Il mutamento di prospettiva era
tangibile: nella Ricciarda Machiavelli e il Principe erano letti ormai molto poco

195
EN VIII, p. 56.
196
Lo si legga in EN VII, Lezioni, articoli di critica e di polemica, ed. critica a cura di E. Santini, Firenze, Le
Monnier, 1933, pp. 382-402.
197
G. Carducci, Alberto Mario scrittore e giornalista, in Id., Opere: vol. XIX, Melica e lirica del Settecento. Con
altri studi di varia letteratura, Bologna, Zanichelli, 1909, p. 191.
198
EN VIII, p. 228.
199
Pensieri intorno allo scopo di Nicolò Machiavelli nel libro Il Principe con una nota bibliografica su l’edizione
del 1550. Del dottore Angelo Ridolfi, Milano, dalla stamperia e fonderia di G. G. Destefanis, 1810.
200
In questo volume a p. 42.
201
J.-Ch.-L. Simonde de Sismondi, Histoire des Républiques italiennes du Moyen Âge, 6 voll., Zürich, chez
Henri Gessner, 1807-1818.
LVIII christian del vento

‘obliquamente’ e prestavano a Foscolo alcuni dei motivi più vistosi della trage-
dia. Il più celebre è sicuramente il personaggio di Averardo che, contrappo-
nendosi al tiranno Guelfo, fa propria l’invocazione del capitolo XXVI del Prin-
cipe a un redentore che liberi e unifichi l’Italia e anticipa quella che, di lì a poco,
diverrà la vulgata risorgimentale sulle cause della mancata unità italiana (Ric-
ciarda II 3, vv. 209-248)202: «Inerme freme, e sembra vile Italia / Da che i si-
gnori suoi vietano il brando / Al depredato cittadino, e cinti / Di sgherri o di
mal compre armi straniere / Corrono a rissa per furor di strage / E di rapina; e
fan de’ dritti altrui / Schermo e pretesto alla vendetta, e quindi / Or di Lama-
gna i ferri, or gl’interdetti / Del Vaticano invocano. Ben s’ode / Il Pastor de’ fe-
deli gridar: Pace – / Ma frattanto, a calcar l’antico scettro / Che a Cesare per
tanto ordine d’anni / Diedero i cieli, attizza i prenci: e indurli / Ben può alle
colpe; non celarle al guardo / Di chi vindice eterno il ver conosce. / Ma a noi
che pro chi vinca? infame danno / Bensì a noi vien dal parteggiar da servi / In
questa pugna fra la croce e il trono, / Per cui città a cittade, e prence a prence
/ E castello a castello, e il padre al figlio / Pace contende, e infiamma a guerra
eterna / L’odio degli avi, ed a’ nepoti il nutre. / E di sangue, e di obbrobrio
inonderemo / Per l’ire altrui la patria? Imbelle, abbietta, / Divisa la vedran dun-
que i nepoti / Per l’ire altrui? Preda dell’ire altrui / Forse da tante e grandi alme
d’eroi / Fondata fu? – Togli alla Guelfa setta, / Che in te fida, l’ardire; e a’ Ghi-
bellini / Averardo il torrà. Congiunte e alfine / Brandite sien da cittadine mani
/ Le spade nostre; e in cittadini petti / Trasfonderemo altro valore, altr’ira. / E
co’ pochi magnanimi trarremo / I molti e dubbii Itali prenci a farsi / Non ma-
snadieri, o partigiani, o sgherri, / Ma guerrieri d’Italia. Ardua è l’impresa, / E
incerta forse; ma onorata almeno / Fia la rovina; e degli antichi al nome / L’età
future aggiugneranno il nostro»203.
Non pare casuale, dunque, che l’estrema fedeltà di Foscolo alla lettura re-
pubblicana di Machiavelli si dissolvesse proprio nel corso di quel 1813 che,
come abbiamo visto, preannunciava la caduta di Napoleone e apriva uno spi-
raglio alle speranze che il Regno d’Italia potesse conservare la sua indipen-
denza sotto la guida del Beauharnais.

10. L’esilio inglese: gli anni della critica letteraria


L’impegno profuso dal poeta per impedire che la caduta di Napoleone tra-
volgesse anche il Regno d’Italia, fino a mettere in gioco la propria incolumità
202
Per l’agnizione si veda M. Martelli, Foscolo fiorentino tra Poliziano e Machiavelli, in «Interpres», III,
1980, pp. 193-244, in partic. pp. 200-206, 209-210. Anche G. Nicoletti, La biblioteca fiorentina del Fo-
scolo nella Biblioteca Marucelliana, premessa di L. Caretti, introduzione, catalogo, appendice di G. Nicoletti,
Firenze, Spes, 1978, pp. 13-15, ritiene che Foscolo si fosse trasferito a Firenze anche per continuare il pro-
getto della Vita di Niccolò Machiavelli.
203
In questo volume alle pp. 281-282.
introduzione LIX

nelle prime settimane dell’occupazione austriaca, alla fine di aprile del 1814,
non fu probabilmente estraneo alla decisione, presa alla fine di marzo del
1815, di scegliere la via dell’esilio: prima in Svizzera; poi, per sfuggire alle spie
e alla polizia austriache, in Inghilterra204. Qui, dopo un intenso impegno po-
litico nelle fila del partito Whig, in particolare in occasione della retrocessione
della città greca di Parga (1817)205, che lo vide esporsi pericolosamente fino a
rischiare l’espulsione dal paese, Foscolo dovette abbandonare l’attività pub-
blica, consacrandosi essenzialmente a quella di critico letterario.
Se gli interventi foscoliani nel campo della pubblicistica letteraria non
erano mancati durante gli anni milanesi – non ultimo come collaboratore de-
gli «Annali di Scienze e Lettere» (1810-1813) –, nel periodo inglese l’attività
critica divenne quasi esclusiva, sia perché gli offrì un’importante fonte di red-
dito, sia perché permise allo scrittore, ormai lontano, d’interrogarsi sulla sto-
ria e sulla tradizione italiane e di partecipare, dalla specola inglese, al dibattito
letterario contemporaneo. Foscolo restava fedele alla centralità culturale e po-
litica che, all’inizio del secolo, i circoli democratici avevano attribuito al ri-
lancio della tradizione letteraria nazionale nella difesa dell’indipendenza e del-
l’autonomia politica della Penisola206. Pur riconoscendo i meriti della
storiografia settecentesca, lo scrittore è ormai orientato verso nuove esigenze
critiche, che traggono ispirazione dallo storicismo di matrice vichiana e da
quella lettura politica e sociologica della letteratura che Alfieri aveva inaugu-
rato con il trattato Del Principe e delle lettere (1789), e di cui Madame de Staël
si era fatta brillante divulgatrice nel saggio De la littérature considérée dans ses
rapports avec les institutions sociales (1800)207.
A Londra, in occasione di una serie di lezioni sulla lingua e letteratura ita-
liane tenute nel corso del 1823208, Foscolo riprende il progetto di trattare la
storia della letteratura italiana a partire dall’evoluzione del linguaggio, che
aveva già sviluppato nelle due lezioni sulla lingua pronunciate a Pavia nel 1809.
Si tratta del nucleo di quelle che diverranno poi le Epoche della letteratura ita-
liana, i cui primi quattro articoli apparvero sull’«European Review» tra l’estate
e l’autunno del 1824. Foscolo era partito dall’idea che all’esigenza di una ri-
forma letteraria e culturale era strettamente legata la soluzione della questione
204
Sulle speranze riposte da Foscolo, in un primo tempo, nel Beauharnais e poi, in un estremo tentativo mi-
litare per impedire la dissoluzione completa del Regno d’Italia, ci sia consentito di rinviare ancora a Chr. Del
Vento, Scrittori e cospiratori al tramonto del regno d’Italia, cit., passim.
205
Gli scritti su Parga si leggono in EN XIII: Prose politiche ed apologetiche (1817-1827), a cura di G. Gam-
barin, tomo 1, Scritti sulle isole Ionie e su Parga, Firenze, Le Monnier, 1964.
206
Come ha giustamente osservato D. Tongiorgi, L’eloquenza in cattedra. La cultura letteraria nell’univer-
sità di Pavia dalle riforme teresiane alla Repubblica italiana (1769-1805), cit., pp. 145-185, in partic. pp. 158-
159.
207
G. de Staël-Holstein, De la littérature considérée dans ses rapports avec les institutions sociales, 2 voll., Pa-
ris, Maradan, 1800.
208
Per cui si veda C. Foligno, Introduzione a EN XI, tomo 1, Epoche della lingua italiana, Firenze, Le Mon-
nier, 1958, pp. XIX-XLII.
LX christian del vento

della lingua e aveva fatto propria l’interpretazione neotrissiniana del De vul-


gari eloquentia, secondo cui non era mai esistita una lingua italiana parlata (fu
«scritta sempre e parlata mai»), mentre a quella letteraria avevano contribuito
i migliori scrittori di ogni parte d’Italia; che era poi la posizione sposata negli
stessi anni da Vincenzo Monti. La scelta, invece, di procedere dalla lingua per
tracciare una storia della letteratura e un profilo della civiltà italiana aveva il
suo fondamento nei principi sensistici, cui Foscolo era fedele fin dall’epoca
del suo sodalizio con Francesco Lomonaco: «La civiltà dipende principalmente
dal numero e dalla crescente certezza delle idee; e le idee dipendono dalla let-
teratura, e la letteratura dalle lingue delle nazioni. Chi, dunque, riuscirà a sco-
prire meglio l’origine di una lingua che è divenuta letteraria ed è servita per la
diffusione e l’ornamento del sapere umano, sarà in grado di formulare le con-
clusioni migliori intorno alla storia della civiltà di ciascuna nazione»209.
Foscolo introduceva una novità importante: ovvero il principio che avrebbe
poi lungamente dominato gli studi letterari italiani e la cultura della Nuova
Italia secondo cui la storia della civiltà italiana non poteva farsi se non a partire
dalla sua letteratura, poiché «gli avvenimenti politici» sono collegati «ai pro-
gressi delle lettere»210; e ritornava anche sulla battaglia tra classici e romantici,
che ferveva allora in Italia. Nell’Essay on the present literature of Italy, pubblicato
come illustrazione storica in calce al IV canto del Child Harold di Byron (1812-
1818), Foscolo aveva archiviato sbrigativamente quella controversia come una
«idle enquiry» (una «questione oziosa»)211, provocando l’incomprensione ri-
sentita di vecchi amici e allievi riunitisi intorno al «Conciliatore» (1818-1819),
che in quello scontro si erano impegnati in prima linea. Nel primo articolo
delle Epoche, dedicato ai Principi di critica poetica, Foscolo ritornò su quel giu-
dizio così brusco e ne chiarì le ragioni profonde. Vista dalla specola inglese,
quella disputa appariva, infatti, «una nuova guerra civile» suscitata ad arte, che
avrebbe distolto le migliori energie degli Italiani dal fine ultimo, che era di
«unirsi contro il nemico comune»212. E si applicava a spiegare che né i classici-
sti, né i romantici avevano compreso quell’assioma di Aristotele («l’uomo è un
animale essenzialmente imitatore, e quindi l’origine della poesia e le leggi che
dipendono da esso devono farsi risalire alla naturale tendenza che l’uomo ha di
riprodurre ogni cosa per mezzo d’imitazioni») che gli uni invocavano e gli al-
tri condannavano, perché «il poeta, il pittore e lo scultore non imitano sem-
plicemente copiando, ma scelgono, combinano e immaginano, perfette e riu-
nite in ciò che rappresentano, molte nuove e belle varietà che realmente esistono
nella creazione della natura, ma che spesso sono invisibili, [...] in modo da for-

209
In questo volume a p. 401.
210
Ibid., p. 422.
211
EN XI, tomo 2, p. 490.
212
In questo volume a p. 387.
introduzione LXI

mare una perfezione eguale a quella che l’uomo è capace di immaginare e che
il poeta rappresenta per mezzo della sua arte [...]»213.
Per Foscolo, cioè, l’arte solleva l’uomo dalla fatica, dall’afflizione e dalla
noia della realtà quotidiana, senza per questo rinunziare a essere anche uno
strumento di conoscenza: «L’Arte, imitando perpetuamente la natura, coglie
il Vero; ma il Genio crea l’Ideale, indovinando, radunando e distribuendo so-
pra un solo oggetto, con le stesse leggi e con la stessa spontaneità della natura,
le varietà che questa ha sparso sopra diversi oggetti. Di conseguenza, l’Ideale
scompagnato dal Vero non è che o stranamente fantastico, o metafisicamente
raffinato; ma senza l’Ideale, ogni imitazione del Vero sarà sempre volgare»214.
Le arti, e la poesia in particolare, hanno la possibilità di cogliere quella
«universale secreta armonia» esistente nel mondo, che sola è capace di destare
«a esaltarsi e a purificarsi» «le sue passioni», e di perfezionare «la sua ragione»,
ovvero di garantire i requisiti del vivere civile215. Ora, lo abbiamo visto, la con-
clusione di Foscolo era che solo la poesia «unisce l’armonia delle note musi-
cali, prodotte per mezzo della melodia delle parole e della misura del verso; e
l’armonia delle forme, de’ colori e delle proporzioni per mezzo delle immagini
e delle descrizioni»216. Foscolo giustificava dunque in una compiuta teoria este-
tica la preminenza della poesia tra le arti, superando non solo il precetto clas-
sicistico dell’ut pictura poësis, ma anche la teoria estetica di Lessing – a cui pure
si era ispirato durante la redazione delle Grazie 217 – che aveva accostato la poe-
sia alla musica, in quanto arti proiettate nel tempo, egualmente dinamiche. Per
Foscolo, infatti, più della musica, la poesia era la sola arte capace di suscitare
la concordia sociale.
Se nelle Epoche Foscolo aveva condotto uno sforzo teorico importante e ab-
bozzato la prima storia letteraria italiana moderna, senza dubbio il capolavoro
della vastissima produzione critica foscoliana inglese è il Parallelo fra Dante e
Petrarca (1821). Si tratta dell’ultimo dei quattro saggi dedicati, tra il 1819 e
il 1821, al cantore di Laura e ispirati dall’amore infelice per Caroline Russel.
Esso fu aggiunto all’ultimo momento ai tre già scritti Sull’Amore, Sulla Poesia
e Sul carattere del Petrarca, nel progettato volume dedicato all’autore del Can-
zoniere e stampato nel maggio del 1821. Il saggio, che imposta fin dal titolo
un confronto certo non originale, ma che ha il pregio di mettere in evidenza
quanto distingueva i due scrittori, sia nell’uso della lingua, sia per il contesto
in cui erano vissuti, sia per la filosofia che li aveva ispirati, si univa così ai tre

213
Ibid., p. 388.
214
Ibid., p. 389.
215
Ibid., p. 390.
216
Ibid.
217
Si veda la lettera, inedita, all’abate di Breme, risalente all’autunno del 1814 e conservata a Reims, Archi-
ves Municipales, Collection Tarbé, XXIII, 41: «[...] le chiederò allora il Laocoonte di Lessing; così Ella pro-
moverà i miei studj e con le lodi e co’ libri [...]».
LXII christian del vento

altri saggi che, secondo il progetto originale di Foscolo, avrebbero dovuto il-
luminare «L’Amante, e il Poeta, e l’Uomo»218 offrendo un ritratto di Petrarca
fondato sui rimandi interni alla sua opera e sulle acquisizioni più recenti della
letteratura critica. Da questo punto di vista, il Parallelo rappresenta la mas-
sima espressione della finezza della lettura petrarchesca di Foscolo, che riesce
a trarre da un confronto tutto sommato convenzionale, quello con Dante, una
riflessione di tipo storico-speculativo sulla scelta, nel XVI secolo, di Petrarca
come modello poetico. Foscolo, cioè, parte dal problema posto dall’istituzio-
nalizzazione delle scelte linguistiche prodottasi all’epoca di Leone X, che aveva
spinto a preferire «la eleganza del gusto agli ardimenti del genio», con la con-
seguenza capitale, nella storia della letteratura italiana, di trarre «unicamente
dalle opere del Petrarca», «allora pubblicato superiore a Dante», non solo «le
leggi della lingua italiana», ma gli stessi «modelli di poesia»219. Le conseguenze
di quella scelta Foscolo le avrebbe lungamente discusse in molte pagine delle
Epoche rimaste inedite, ma destinate a fecondare la riflessione linguistico-let-
teraria della Nuova Italia. Nel Parallelo invece rivendicava, contro la scelta pe-
trarchesca delle «più eleganti e melodiose parole e frasi», il genio di Dante che
«crea spesso una lingua nuova, e fa tributari quanti dialetti ha l’Italia, a fin che
gli somministrino combinazioni, che possano rappresentare, non pure le su-
blimi e le belle, ma ben anche le più comuni scene di natura; tutti i grotteschi
concepimenti di sua fantasia; [...] e i misteri più astrusi di religione»220. Infatti,
avrebbe concluso Foscolo, «nei versi anche più armoniosi non v’ha poesia, se
non isvegliano quella fiamma che ti rapisce, quello esquisito titillamento di di-
letto, che sorge dalla facile e simultanea agitazione di tutte le nostre facoltà»221
e a cui deve mirare ogni poesia. Agli occhi di Foscolo, Dante era un maestro
superiore a Petrarca, poiché «come tutti i poeti primitivi» era stato «lo storico
de’ costumi dell’età sua, il profeta della patria, e il pittore dell’uman genere»,
e aveva posto in atto «tutte le facoltà dell’anima a meditare sopra tutte le vi-
cissitudini dell’universo». Petrarca, invece, aveva mostrato «ogni cosa per en-
tro il velo di una passione predominante», che è «avvezza a lentare il freno a
quelle inclinazioni, le quali, col tenere il cuore in agitazione perpetua, tarpano
gli sforzi dell’intelletto; ci adesca ad una molle condescendenza verso le affe-
zioni del nostro cuore, e ci ruba alla vita operosa»222. «Dissimili in tutto», se-
parati l’uno dall’altro «per una irreconciliabile discrepanza», agli occhi di Fo-
scolo i due poeti erano stati uniti da un’unica lotta comune, poiché avevano

218
Si veda la lettera di Foscolo a Maria Graham del 15 marzo 1821 (EN XXI: Epistolario, 8, 1819-1821, a
cura di M. Scotti, Firenze, Le Monnier, 1974, p. 251).
219
In questo volume a p. 327.
220
Ibid., p. 328.
221
Ibid., p. 329.
222
Ibid., p. 333.
introduzione LXIII

fatto «entrambi ogni lor possa a sottoporre la patria al governo di un principe,


e a liberarla dal potere temporale del pontefice»223. Davanti a un giudizio piut-
tosto severo nei confronti del Petrarca non ci stupisce che, a partire dal 1824,
Foscolo consacrasse la parte principale della sua attività di critico letterario a
Dante. Il Parallelo, cioè, offrì a Foscolo l’occasione di mettere en exergue la sua
ininterrotta fedeltà al «ghibellin fuggiasco» e l’alto valore civile che ricono-
sceva alla sua poesia più che a quella del cantore di Laura, come confesserà
apertamente poco prima di morire nella sua edizione commentata della Com-
media cui aveva affidato, con la Lettera apologetica (1826), l’estrema difesa del
suo agire come uomo e come scrittore: «Né parmi ch’io potrò dir lietamente
addio all’Italia, e all’umane cose, se non quando le avrò mandato il suo poeta
illustrato, per quanto io posso, da lunghi studj; e sdebitarmi verso di lui che
mi è maestro non solo di lingua, e poesia, ma di amore di patria senza adu-
larla; di fortezza nell’esiglio perpetuo; di longanimità nelle imprese, e di di-
sprezzo alla plebe letteraria, patrizia, e sacerdotale della quale il genere umano
ebbe ed ha ed avrà sempre necessità»224.

Christian Del Vento

223
Ibid., p. 337.
224
EN IX: Studi su Dante, tomo 1, a cura di G. Da Pozzo, Firenze, Le Monnier, 1979, p. 707.
PROFILO BIOGRAFICO

Ugo Foscolo nacque a Zante il 6 febbraio del 1778. Battezzato con il nome del
nonno, Niccolò, era figlio di Andrea, medico, discendente di Pietro Foscolo
che, alla fine del XVII secolo, si era trasferito da Creta nelle Isole Ionie, ma i
cui legami con il ramo candiota dell’omonima famiglia patrizia veneziana re-
stano incerti, e di Diamantina Spathìs, di origini più modeste, vedova di un
nobiluomo di Zante, Giovanni Andrea Serra. Alla sua nascita seguirono a
breve intervallo quelle di Rubina (1779), di Gian Dioniso (1781), il fratello
Giovanni del celebre sonetto, e, più tardi (1787), di Costantino Angelo, che
avrebbe preso in seguito il nome di Giulio.
Mancano notizie precise sulla sua fanciullezza e sugli studi, che non furono
regolari, né sistematici; restano dubbie e non suffragate da documenti le date
esatte e i motivi dei suoi spostamenti tra Grecia, Dalmazia e Veneto e l’au-
tenticità di aneddoti che si tramandavano nella famiglia, come la liberazione
degli ebrei dal ghetto di Zante o le persecuzioni subite a Venezia da parte del-
l’Inquisizione di Stato.
Nell’estate del 1785, il giovane Niccolò seguì la famiglia a Spalato, dove
Andrea era succeduto al padre nella carica di commissario di Sanità, secondo
una tradizione familiare che sembra corroborare l’ipotesi di una lontana ori-
gine patrizia. Qui Foscolo frequentò la scuola del seminario arcivescovile, ma
dovette interrompere gli studi per l’improvvisa morte del padre, avvenuta nel-
l’autunno del 1788. Rientrato a Zante, poté riprendere studi regolari soltanto
nel 1792, quando raggiunse la madre, trasferitasi a Venezia per cercare una si-
stemazione migliore. Foscolo, alloggiato in una modesta abitazione del quar-
tiere greco, frequentò le scuole pubbliche. A Venezia, si legò a Costantino Na-
ranzi, un lontano parente, cui dedicò nell’estate del 1794 la sua prima raccolta
poetica. Come il cugino Spiridione, Costantino era stato allievo di Melchiorre
Cesarotti, e fu quindi lui probabilmente che mise Ugo in contatto con la
scuola del maestro padovano, in particolare con quanti avevano sposato le idee
politiche d’oltralpe: Gaetano Angelo Vianelli, Gaetano Fornasini, Luigi Sce-
vola e Giovanni Labus. Ai due cugini, postisi alla testa del partito greco-ve-
neziano e legati al collezionista Vivant Denon, agente del governo francese a
Venezia, si deve forse anche la sua iniziazione politica. Foscolo conobbe anche
Angelo Dalmistro, direttore dell’«Anno poetico», su cui furono pubblicate,
nei numeri del 1796 e del 1797, le sue prime composizioni poetiche. Dalmi-
stro e i Naranzi introdussero Foscolo nei principali salotti della Dominante,
in particolare quello della brillante Isabella Teotochi. Grazie alla nobildonna
corcirese, Ugo conobbe Ippolito Pindemonte, Leopoldo Cicognara, Andrea
Mustoxidi, i fratelli Olivi e, soprattutto, Aurelio de’ Giorgi Bertola che, as-
profilo biografico LXV

sieme a Cesarotti e alla sua scuola, ebbe larga influenza sulle sue letture e sulla
sua produzione di quegli anni, così come ci sono testimoniate dal Piano di
studi (1796).
Nonostante il successo incontrato nei salotti veneziani, il giovane Foscolo
provò un crescente disagio nei confronti della società letteraria e mondana e,
nella tarda primavera del 1796, si recò a Padova per seguire, come i suoi avi,
i corsi di quella celebre università. Vi conobbe Giuseppe Greatti, Antonio Ga-
sparinetti e, soprattutto, Cesarotti. Sfumato il progetto di trasferirsi a Padova,
per le difficoltà economiche e l’avanzare delle truppe francesi, Foscolo tornò
a Venezia dove, nel gennaio del 1797, ebbe la sua consacrazione con la rap-
presentazione del Tieste, una tragedia intrisa di spiriti antitirannici. Benché
manchino testimonianze certe di un suo impegno politico nel partito filo-
francese, alla fine di aprile del 1797, dopo un nuovo breve soggiorno a Pa-
dova, Foscolo cercò improvvisamente rifugio nella Repubblica Cispadana, a
Bologna, dove con tempestiva opportunità celebra la nuova libertà e l’epopea
napoleonica in due odi d’ispirazione pindarica, Bonaparte Liberatore e Ai no-
velli repubblicani. Rientrato a Venezia il 20 maggio, vi assunse subito un ruolo
di primo piano. Nominato segretario della Municipalità, fu tra gli animatori
più attivi della Società di Istruzione Pubblica, avvicinandosi progressivamente
alle posizioni dell’ala più radicale. Dopo il trattato di Campoformio, nell’ot-
tobre 1797, Foscolo fu obbligato a riparare a Milano. Qui svolse un ruolo im-
portante nel partito dei cosiddetti patrioti exagérés che si opponevano, assieme
ai neogiacobini francesi, alla svolta moderata del Direttorio parigino. Nel gen-
naio 1798, falliti tutti i tentativi di ottenere un impiego, fondò con Melchiorre
Gioia e Giacomo Breganze (poi sostituito da Pietro Custodi), il «Monitore
Italiano», un giornale politico di opposizione che finì con l’essere chiuso d’au-
torità nell’aprile 1798, dopo il colpo di Stato del generale Brune. Nel corso
della battaglia politica che seguì, Foscolo si legò a Vincenzo Monti, che difese
nell’Esame su le accuse contro V. Monti, e scrisse il sonetto Te nudrice alle Muse,
contro la soppressione dell’insegnamento del latino. Obbligato ad abbando-
nare Milano per Bologna, nel settembre 1798 Foscolo vi fondò con il fratello
Giovanni l’effimero «Genio Democratico», poi confluito nel «Monitore Bo-
lognese», in cui si fece alfiere di posizioni politiche particolarmente radicali,
espresse in una serie di articoli, le Istruzioni popolari politico-morali. Ottenuto
finalmente, nel novembre 1798, l’incarico di cancelliere e segretario per le let-
tere del tribunale, Foscolo si dedicò alla stampa delle Ultime lettere di Jacopo
Ortis. Avviata fin dal settembre 1798 per i tipi dell’editore Marsigli, essa era
ancora incompiuta quando, alla fine di aprile del 1799, fu costretto ad ab-
bandonare Bologna per sfuggire all’avanzata delle truppe austro-russe. Arruo-
latosi nell’esercito cisalpino, partecipò alla battaglia della Trebbia, per poi rag-
giungere Genova. Qui ritrovò compagni di lotta conosciuti a Venezia e a
LXVI christian del vento

Milano e partecipò attivamente con loro alla battaglia politica che si concluse,
a metà settembre, con la sconfitta del partito neogiacobino e, di lì a breve,
con il colpo di Stato del 18 brumaio (9 novembre 1799). Si trattò di setti-
mane intense, in cui Foscolo pubblicò l’ardito Discorso su la Italia e, qualche
settimana più tardi, la coraggiosa Dedica, che accompagnava la nuova edizione
dell’ode Bonaparte Liberatore. Con alcuni compagni d’armi, Giuseppe Ceroni,
Antonio Gasparinetti e Giuseppe Fantuzzi, pubblicò l’Omaggio a Luigia Pal-
lavicini, in cui compare la celebre ode A Luigia Pallavicini caduta da cavallo.
Ferito durante l’assedio della città, venne promosso sul campo capitano.
Nei mesi successivi a Marengo, Foscolo si spostò frequentemente tra Mi-
lano e la Toscana. A Firenze strinse amicizia con il giovane Giovan Battista
Niccolini che, durante l’inverno del 1801, seguì a Pisa, dove s’innamorò del-
l’infelice Isabella Roncioni, la giovane nobildonna che ispirerà la nuova figura
di Teresa dell’edizione dell’Ortis pubblicata a Milano nel 1802. Rientrato de-
finitivamente nella capitale cisalpina nella tarda primavera del 1801, Foscolo
fece conoscenza con l’esule meridionale Francesco Lomonaco, che gli suggerì
quasi sicuramente il progetto dei Commentari della storia di Napoli ed esercitò
una profonda influenza sul suo pensiero. Sempre a Milano, Foscolo conobbe
Antonietta Fagnani Arese, con cui avrà una relazione destinata a durare quasi
due anni, fino al marzo 1803, e nella stessa città pubblicò alcuni tra i suoi ca-
polavori: le tre edizioni delle Poesie (quella pisana del 1802 e le due milanesi
del 1803), la nuova edizione dell’Ortis (Milano 1802), l’Orazione a Bonaparte
pel Congresso di Lione (Milano 1802) e il poderoso Commento alla «Chioma di
Berenice» (Milano 1803). Si trattò, tuttavia, di un periodo segnato da nume-
rose contrarietà: lo scioglimento da parte di Murat dell’Ufficio di compila-
zione del nuovo codice militare cisalpino (settembre 1801), di cui Foscolo era
uno dei capi sezione; la morte del fratello Giovanni (dicembre 1801), che gli
ispirerà uno fra i sonetti più alti della tradizione letteraria italiana; i rapporti
sofferti con il potere cisalpino, che gli affidò l’incarico di redigere l’Orazione
a Bonaparte, poi revocato per le posizioni politiche che vi aveva espresso; il
tentativo fallito di intraprendere una carriera diplomatica (luglio 1802). Si
trattò di difficoltà suscitate per lo più dagli orientamenti politici abbracciati
dopo Marengo. A Milano, infatti, Foscolo era diventato lo scrittore di riferi-
mento e il portavoce ufficiale del partito dei patrioti, che non soltanto auspi-
cavano l’indipendenza politica e culturale rispetto alla Francia, ma rivendica-
vano un regime politico ben diverso da quello autoritario che Bonaparte aveva
imposto alla Francia con il colpo di Stato di brumaio, un governo che prepa-
rasse l’emancipazione politica e sociale delle popolazioni della Penisola. Dopo
i Comizi di Lione, Foscolo rifiutò di aderire alla politica di cauta autonomia
e di compromesso portata avanti da Francesco Melzi, che ebbe come effetto
di dividere il fronte dei patrioti tra chi accettò di collaborare con il potere na-
profilo biografico LXVII

poleonico, considerandolo una garanzia contro i tentativi di cancellare le con-


quiste della Rivoluzione, e quanti, invece, paventavano l’inevitabile deriva ce-
sarista del regime. Dopo il cosiddetto ‘affare Ceroni’ (aprile 1803), che segnò
la sconfitta del partito unitario, Foscolo si ritrovò confinato in un’opposizione
silenziosa, anche se non mancarono i tentativi di darle ancora voce come, alla
fine del 1803, con l’impresa del «Diario Italiano», un nuovo periodico bilin-
gue fondato con l’aiuto dell’abate Guillon, un religioso esiliato in Italia per la
sua strenua opposizione al Concordato del 1801. Fu probabilmente in questa
occasione che Foscolo approntò alcuni scritti importanti per ricostruire la sua
riflessione sulla letteratura e la storia: la recensione al Saggio di Novelle di Luigi
Sanvitale e i frammentari Discorsi su Lucrezio, vero e proprio compendio della
poetica foscoliana. Fallito anche questo tentativo di influenzare la vita politica
contemporanea, perseguitato dai sospetti di aver preso parte all’attività cospi-
rativa degli anni precedenti, Foscolo si rassegnò a chiedere la sua reintegra-
zione in servizio attivo. Nel maggio 1804 fu assegnato all’Armée de l’Océan, che
si preparava in Francia all’invasione dell’Inghilterra. A Parigi, conobbe i prin-
cipali esponenti dell’opposizione a Bonaparte, in particolare il gruppo degli
idéologues, tra cui P. L. Ginguené. Preceduto dalla reputazione di ‘testa calda’,
ovvero di repubblicano intransigente, fu obbligato a lasciare rapidamente la ca-
pitale per raggiungere Valenciennes. Qui ebbe probabilmente una breve rela-
zione con una giovane donna inglese confinata in città, Sophia Saint John Ha-
milton. I dettagli e l’attendibilità di questo episodio restano dubbi, ma sembra
che da essa nascesse una bimba, di cui però non si trova notizia fino al 1821,
quando Foscolo adottò una ragazza, Mary Hamilton, che dichiarò essere sua
figlia. Passato a Calais (marzo 1805) e, poi, a Boulogne-sur-Mer (settembre
1805), Foscolo intraprese lo studio dell’inglese e la traduzione del Sentimen-
tal journey di Sterne.
Rientrato in Italia nel marzo del 1806 per un breve congedo, Ugo rivide
Venezia per la prima volta dal 1797. Incaricato di preparare l’edizione italiana
della Relation de la bataille de Marengo di Alexandre Berthier, ottenne di restare
in servizio a Milano, dove svolse diversi incarichi militari tra cui quello di di-
fensore davanti alle corti marziali. Qui, tra l’estate e l’autunno del 1806, vi-
dero la luce due opere maggiori, l’Esperimento di traduzione dell’Iliade e Dei
sepolcri, stampati dall’editore Bettoni nell’aprile del 1807. Il carme suscitò fin
dal suo primo apparire un vivace dibattito e franche ostilità (basterà ricordare
la recensione dell’ex collaboratore d’un tempo, Guillon, apparsa sulle colonne
del «Giornale Italiano», foglio ufficiale del Regno d’Italia, resa celebre dal-
l’immediata risposta di Foscolo) che lo consacrarono, dopo e più dell’Ortis,
come lo scrittore di riferimento per un’intera generazione di giovani, che si
raccolsero progressivamente intorno a lui: i fratelli Silvio e Luigi Pellico, Mi-
chele Leoni, Paolo Borsieri, Ugo Brunetti, Giovanni Berchet, etc., che saranno
LXVIII christian del vento

i protagonisti della stagione letteraria della prima Restaurazione. Nei mesi suc-
cessivi, Foscolo trascorse lunghi periodi a Brescia, dove conobbe ed ebbe una
relazione con la giovane Marzia Martinengo Cesaresco, di cui ci resta una ricca
testimonianza epistolare. L’anno successivo pubblicò le Opere di Raimondo
Montecuccoli (1808), in cui rispondeva a Madame de Staël, che in Corinne
(1807) aveva negato le virtù guerriere degli Italiani, rivendicando la tradizione
militare italiana. Quello stesso anno ottenne di succedere a Luigi Cerretti nella
cattedra di eloquenza dell’Università di Pavia (marzo 1808). La speranza di
aver trovato una sistemazione definitiva, al di fuori della carriera militare, fu
di breve durata, perché un decreto (novembre 1808) abolì tutte le cattedre di
primo anno e con esse quelle di eloquenza. Foscolo decise di prendere co-
munque servizio, come la legge lo autorizzava, sperando di ottenere un altro
incarico. Nel gennaio 1809, vi recitò la tradizionale prolusione all’anno acca-
demico, Dell’origine e dell’ufficio della letteratura, che suscitò un’ondata di en-
tusiasmo tra gli studenti dell’ateneo pavese. Nei mesi successivi pronunciò an-
cora cinque lezioni e, intorno alla metà del mese di giugno, una nuova
orazione in occasione della consegna delle lauree in legge, Sui limiti del giu-
sto. Tuttavia, il rifiuto di piegarsi all’omaggio rituale a Bonaparte fu un osta-
colo insormontabile al conseguimento di un altro impiego. Al principio del
1810, rottasi l’amicizia più che decennale con Monti, Foscolo divenne og-
getto di attacchi sistematici alla sua persona e alla sua opera, che lo scrittore
definì sprezzantemente «eunucomachia» (la guerra dei cortigiani). Contro di
lui si schierarono dalle colonne del «Poligrafo», Giuseppe Lattanzi, Luigi Lam-
berti, Urbano Lampredi. Intorno a lui, però, si strinsero vecchi e nuovi amici,
con cui Foscolo collaborò a un ambizioso giornale scientifico e letterario,
aperto alla cultura europea più avanzata del tempo, gli «Annali di Scienze e
Lettere», diretto dall’amico Giovanni Rasori. Sul foglio Ugo pubblicò o ispirò
diversi articoli, tra i quali si ricorderà almeno il Ragguaglio d’un’adunanza del-
l’Accademia de’ Pittagorici, Della poesia lirica, la Memoria intorno ai druidi ed
ai bardi britanni, la traduzione Degli effetti della fame e della disperazione sul-
l’uomo, o l’articolo Dello scopo di Gregorio VII. L’anno successivo, nominato re-
visore delle opere messe in scena dalla Compagnia reale, Foscolo diede alle
scene una tragedia, l’Ajace (dicembre 1811), che fu censurata perché sospet-
tata di essere un attacco velato al regime napoleonico. Nell’agosto 1812, per
sfuggire agli attacchi polemici, decise di abbandonare il Regno d’Italia e di
trasferirsi a Firenze. Qui incontrò amici vecchi e nuovi, i coniugi Orozco e i
Cicognara, Giovan Battista Niccolini, l’avvocato Luigi Collini, e la contessa
d’Albany, che lo ammise nel suo celebre salotto, dove frequentò alcune gen-
tildonne, Isabella Roncioni, Eleonora Nencini, Massimina Fantastici Rosellini
e, soprattutto, Quirina Mocenni Magiotti, la «donna gentile». Questa diverrà,
nei primi anni dell’esilio, il principale sostegno finanziario dello scrittore e la
profilo biografico LXIX

custode fedele delle sue carte, allestendo la prima edizione completa delle sue
opere. L’anno trascorso a Firenze coincise con un nuovo importante periodo
creativo, in cui nacquero opere fondamentali come la traduzione del Viaggio
sentimentale di Yorick, accompagnato dalla Notizia intorno a Didimo Chierico
(Pisa 1813), la Ricciarda, rappresentata a Bologna nel settembre 1813, varie
composizioni in versi e, soprattutto, le Grazie, i cui termini estremi vanno dal-
l’ultima decade di agosto 1812 all’inverno del 1815.
Tornato definitivamente a Milano (novembre 1813), Foscolo riprese ser-
vizio attivo nell’esercito. Qui partecipò al clima di diffusa attività cospirativa
che accompagnò la caduta del Regno d’Italia. Nella battaglia politica di quei
mesi, parteggiò nel campo dei cosiddetti ‘repubblicani austeri’, che si propo-
nevano di impedire con ogni mezzo la caduta del Regno e di garantire un pas-
saggio indolore dal vecchio regime napoleonico a un nuovo Stato indipen-
dente, affidato a Eugenio Beauharnais, la cui debolezza politica sembrava loro
una garanzia di libertà. Il precipitare degli avvenimenti, tuttavia, e la congiura
che portò al massacro del ministro Giuseppe Prina (20 aprile 1814) spinsero
il principe Eugenio a firmare l’armistizio con le truppe coalizzate e ad abdicare,
lasciando Foscolo e i suoi compagni privi del loro referente politico. Lo scrit-
tore racconterà gli avvenimenti di quei mesi e la tragica giornata del 20 aprile
nella cosiddetta Lettera Apologetica, redatta a Londra tra il 1824 e il 1826 (ma
stampata da Mazzini solo nel 1844). Promosso capo-battaglione dalla Reg-
genza milanese, presieduta dal generale Pino, Foscolo, che la voce pubblica
indicava tra i capi del partito filoinglese, organizzò a fine aprile un estremo ten-
tativo di resistenza dell’esercito italiano. Dissuaso dal generale inglese Mac-
Farlane dal continuare la lotta, Foscolo tenne nelle settimane e nei mesi se-
guenti un atteggiamento estremamente cauto. Le voci di un suo coinvolgi-
mento nei progetti di cospirazioni militari che avevano fatto seguito all’occu-
pazione della Lombardia lo indussero a cercare la protezione delle autorità au-
striache, in particolare del maresciallo Bellegarde. Questi pensò di utilizzare
Foscolo, la cui opposizione al potere napoleonico era ben nota, per rinnovare
i successi della politica culturale teresiana attraverso la fondazione di un grande
giornale letterario, che sarebbe poi diventato la «Biblioteca Italiana». Ciò no-
nostante, la posizione di Foscolo divenne sempre più delicata, soprattutto
quando, nell’autunno del 1814, alcuni suoi amici, tra cui Ugo Brunetti e Gio-
vanni Rasori, furono coinvolti nella prima congiura indipendentista della Re-
staurazione. Nonostante la sua estraneità al progetto, la severità della repres-
sione gli fece temere per la sua incolumità personale e gli attacchi da parte
degli oppositori politici si fecero ancora più pesanti. Nell’opuscolo di Leo-
poldo Armaroli, Sulla rivoluzione di Milano seguita nel giorno 20 aprile 1814
(dicembre 1814), lo scrittore era additato, ingiustamente, tra i responsabili
della caduta del Regno e del linciaggio del ministro Prina. Foscolo progettò a
LXX christian del vento

lungo di rispondere al libello, come testimonia il ricco materiale manoscritto


che gli editori hanno raccolto indistintamente sotto il titolo di Discorsi «Della
servitù dell’Italia», ma non pubblicò mai nulla. Il clima di sospetto e di mistero
intrattenuto dalle autorità austriache intorno al processo dei congiurati e l’ob-
bligo di prestare giuramento all’imperatore accelerarono la decisione fosco-
liana di abbandonare l’Italia. Nella notte tra il 30 e il 31 marzo 1815, Foscolo
attraversò così il confine svizzero assieme ad altri compagni di esilio. Diffi-
dando dell’ultima avventura napoleonica, declinò l’invito di Pierre-Louis Gin-
guené e di Simonde de Sismondi a rifugiarsi in Francia e restò nei Grigioni,
errando di città in città per sfuggire alle spie e alla polizia austriache, a cui lo
sottrasse la protezione del conte di Capodistria, suo conterraneo e plenipo-
tenziario dello zar di Russia. Stabilitosi infine a Hottingen, Foscolo visse una
nuova storia d’amore, con Veronica Pestalozza. In questo clima più disteso lo
scrittore riprese l’attività letteraria, anche grazie all’aiuto di Andrea Calbo, già
suo segretario a Firenze. Nel corso del 1816, stampò così i Vestigi della storia
del sonetto italiano (in tre soli esemplari destinati a Quirina Magiotti, Susanna
Füssli e Matilde Viscontini Dembowski); l’Hypercalypseos liber singularis, una
violenta satira politica redatta in un latino criptico, ispirato a quello biblico
(una Clavis, annessa a dodici esemplari, rivelava l’identità dei personaggi sati-
reggiati); e una nuova edizione dell’Ortis (con la falsa data di Londra 1814),
profondamente rivista e arricchita dalla lettera del «17 marzo» e da un im-
portante scritto autocritico, la Notizia bibliografica. La pressione delle autorità
austriache e l’episodio della fuga di Spiridione Castelli e Lucietta Nani, in cui
Foscolo si trovò coinvolto per ragioni tuttora oscure, lo convinsero a cercare
rifugio in Inghilterra, solo Paese dove la Costituzione poteva sottrarlo defini-
tivamente alle persecuzioni politiche e dove, verosimilmente, poteva contare
su una rete di amicizie (come il poeta e traduttore William Stuart Rose o il ge-
nerale Wilson) legata alla sua attività cospirativa.
Giunto a Londra, il 12 settembre 1816, Foscolo venne introdotto quasi su-
bito a Holland House, dove l’élite del partito Whig si riuniva intorno a Henry
Fox, capo dell’opposizione parlamentare. Qui incontrò un inaspettato suc-
cesso. Il cenacolo politico-culturale di Holland House ammirò la sua impor-
tanza letteraria e onorò il patriota che non si era piegato né agli Austriaci né a
Napoleone.
I primi anni inglesi furono segnati da un miglioramento progressivo delle
sue condizioni materiali, tant’è che finì per accantonare il progetto, accarez-
zato nell’estate del 1817 e poi ancora nella primavera del 1824, di trasferirsi
nelle Isole Ionie, che gli suggerirono una serie di scritti su aspetti specifici e sul-
l’assetto costituzionale del territorio insulare (tra cui lo Stato politico delle Isole
Ionie, 1817; il Mémoire sur l’éducation publique aux Îles Ioniennes, 1817; l’in-
tervento Come abrogare o modificare la Costituzione delle Isole Ionie, 1817-
profilo biografico LXXI

1818; e il Mémoire relatif aux affaires des Îles Ioniennes, 1818-1819). Lo trat-
tennero a Londra i legami con personaggi ragguardevoli della vita politica e
culturale. Foscolo fu affascinato dalla società inglese, che descrisse con ironia
e piglio sterniani in un’opera rimasta incompiuta, le Lettere scritte dall’Inghil-
terra (1817). Le numerose amicizie, nobili e colte, dalle quali era apprezzato
e aiutato; lo spirito indipendente e liberale del Paese, che improntava il loro
impegno politico; la speranza di trarre profitti economici scrivendo per i pe-
riodici nazionali; ma soprattutto la protezione che la Costituzione inglese gli
concedeva (per Foscolo Metternich fece sul governo inglese pressioni analoghe
soltanto a quelle che avrebbe riservato, vent’anni più tardi, per un altro cele-
bre esule italiano, Mazzini) lo convinsero a fissare definitivamente la propria
dimora in Inghilterra. La posizione di Foscolo e il suo impegno come soste-
nitore del partito Whig furono, tuttavia, indeboliti dall’episodio della cessione
di Parga, una città greca fino ad allora sotto protettorato inglese, occupata dai
Turchi in cambio del riconoscimento del protettorato britannico sulle Isole
Ionie. Foscolo appoggiò la campagna politica dell’opposizione Whig redigendo
un articolo per la celebre rivista liberale «Edinburgh Review», On Parga (ot-
tobre 1819). Lo scritto, in cui Ugo accusava gli Inglesi di avere ceduto la città
al pascià di Giannina dietro pagamento di una forte somma, ebbe una larga
eco in tutta Europa e suscitò scalpore e polemiche. Contro Foscolo si scagliò
la rivista conservatrice «Quarterly Review» (luglio 1820) e lo scrittore, mi-
nacciato dal governo di vedersi applicato l’Alien Bill, ovvero l’espulsione dal
territorio inglese, e temendo di ritrovarsi in balia dell’Austria, rinunciò a pub-
blicare il libro che ancora annunciava come imminente nella primavera del
1820, Narrative of events illustrating the fortunes and cession of Parga.
Foscolo si dedicò fin dal suo arrivo anche a un’intensa attività critica e let-
teraria. Il poeta Samuel Rogers, conosciuto a Holland House, gli permise di
entrare in contatto con John Murray, editore della «Quarterly Review», presso
cui stampò l’ultima edizione dell’Ortis (1817) e la Ricciarda (1820). Ma il vero
capolavoro del Foscolo inglese sono gli scritti intorno alla letteratura e la sto-
ria italiana, primo fra tutti l’Essay on the present literature of Italy, un profilo
della letteratura italiana dell’ultimo mezzo secolo stampato nella primavera
del 1818 sotto il nome di John Cam Hobhouse nelle Historical illustrations of
the fourth Canto of Childe Harold di Byron, che suscitò contro di lui il risen-
timento di amici e allievi di un tempo per il giudizio perentorio («idle in-
quiry») con cui aveva liquidato la polemica tra classici e romantici. Nei mesi
e negli anni successivi, Foscolo pubblicò vari contributi storico-critici sia sulla
«Edinburgh Review» di Francis Jeffrey, sia sulla «Quarterly Review» di Mur-
ray: i due articoli su Dante (1818), quello su Pio VI (1819), i Narrative, and
romantic poems of the Italians (1819). Nel corso del 1821 apparvero nel «New
Monthly Magazine» tre articoli (Learned ladies; Hamlet; An account of the
LXXII christian del vento

Revolution of Naples during the years 1798, 1799) e, nell’ottobre dello stesso
anno, sulla «Antologia» di Firenze, la traduzione del terzo libro dell’Iliade.
L’anno successivo apparvero, sempre sul «New Monthly Magazine», gli arti-
coli su Michelangelo, Federico II e Pier delle Vigne, Guido Cavalcanti e sulla
poesia lirica del Tasso; ma a consacrare Foscolo come grande critico letterario
furono gli Essays on Petrarch, stampati dapprima sotto forma di articoli (1821),
poi in volume (Londra, J. Murray, 1823), la cui composizione s’intrecciò con
la passione amorosa, non corrisposta, per Caroline Russell, e prontamente tra-
dotti da Camillo Ugoni nel 1824. Sempre nel 1822, Foscolo pubblicò l’unica
edizione da lui approvata delle Grazie, sotto forma d’illustrazione dell’omo-
nimo gruppo marmoreo del Canova, la Dissertation on an ancient hymn to the
Graces, inclusa nell’in folio destinato a illustrare la raccolta di sculture del duca
di Bedford, l’Outline engravings and descriptions of the Woburn Abbey Marbles
(Londra, W. Nicol, 1822).
Frattanto la morte di Mary Hamilton, presso cui viveva la bambina nata
dalla relazione con Sophia Hamilton, offrì al poeta la possibilità di liberarsi
dalle preoccupazioni economiche. Egli adottò la ragazza (da lui ribattezzata
Floriana), che gli recò un legato di 3000 sterline con cui acquistò tre villini, tra
cui il Digamma Cottage, in cui si stabilì nell’autunno del 1822, subaffittando
gli altri ai numerosi esuli italiani giunti a Londra dopo il fallimento dei moti
del 1820-1821. I rapporti con i fuoriusciti non furono sempre tranquilli. Or-
mai profondamente segnato dalla vita politica e dalla società inglesi, Foscolo
non esitava a denunciare come velleitari i tentativi di ottenere la libertà e l’in-
dipendenza tramite cospirazioni politiche, attirandosi non poche inimicizie.
Nella primavera dell’anno successivo (maggio-giugno 1824) tenne pub-
bliche letture sulla storia della lingua e della letteratura italiana: quattro di
esse, dedicate rispettivamente alla critica della poesia, allo sviluppo della lin-
gua italiana, alla prima (1180-1230) e alla seconda (1230-1280) Epoca della
letteratura italiana, apparvero profondamente rielaborate nella «European Re-
view» (luglio-ottobre 1824). Il ricavato economico dell’impresa non gli con-
sentì di sfuggire ai debiti sempre più numerosi contratti per mantenere il te-
nore di vita eccessivo per le sue entrate. Da allora visse periodicamente nella
clandestinità, da cui usciva di tanto in tanto grazie ai contratti editoriali che
riusciva via via a onorare, in particolare quello stretto con William Pickering
per pubblicare una collana di classici italiani. Apparvero così, nel 1825, l’edi-
zione del Decameron (cui Foscolo premise il Discorso storico sul testo del Deca-
merone) e il primo volume di quella della Commedia, che comprendeva il Di-
scorso sul testo della Commedia di Dante (cui si aggiunse, nel marzo 1827, il
testo dell’Inferno con le sue chiose di carattere filologico).
Agli inizi del 1825 pose mano a quella appassionata autodifesa della sua
condotta politica e morale che è la Lettera apologetica; nonostante l’aiuto e la
profilo biografico LXXIII

solidarietà di alcuni amici, Antonio Panizzi, Hudson Gurney, Francesco


Mami, Giuseppe Bossi, Miguel Riego (cui lascerà le sue carte), il successo nei
circoli aristocratici e colti di Londra e la vita agiata dei primi anni erano or-
mai solo un ricordo. Imprigionato per debiti, nel corso del 1826 e nella prima
metà del 1827 dovette accettare di insegnare l’italiano nelle scuole dei sob-
borghi di Londra e intensificare il suo lavoro per i periodici culturali («Lon-
don Magazine», «Retrospective Review», «Westminster Review», «Edinburgh
Review»): videro così la luce gli articoli sull’encausto, sulle donne italiane, su
Boccaccio, su antiquari e critici, sulle donne italiane, sul poema del Tasso, su
Casanova e sulla Costituzione di Venezia.
Nell’estate del 1827 si aggravò l’idropisia che lo aveva colpito: Foscolo si
spense la sera del 10 settembre. La salma, tumulata nel cimitero di Chiswick,
l’ultimo sobborgo londinese dove lo scrittore aveva preso dimora, fu traspor-
tata in Italia nel 1871 e inumata nella chiesa fiorentina di S. Croce, accanto
ai grandi italiani che aveva celebrato nei versi dei Sepolcri.
NOTA BIBLIOGRAFICA

i
Edizioni

L’edizione di riferimento è quella Nazionale (Firenze, Le Monnier), iniziata nel 1933, di cui
fino a ora sono stati pubblicati 23 voll. in 32 tomi (13 voll. di Opere, 1 vol. di Bibliografia
foscoliana a cura di G. Nicoletti, e 9 voll. di Epistolario; l’ultimo volume della corrispon-
denza è in preparazione a cura di J. Lindon).
Nel corso degli ultimi trent’anni, alcune edizioni sono venute a colmare il precoce in-
vecchiamento dei primi volumi dell’Edizione Nazionale, condotti secondo criteri editoriali
giudicati ormai insufficienti, o il ritardo con cui altri sono apparsi (una sintesi della storia
editoriale delle opere di Foscolo in I. Becherucci, Chr. Del Vento, F. D’Intino, Manzoni,
Foscolo, Leopardi, in Storia della Letteratura Italiana: vol. X, La tradizione dei testi, a cura di
C. Ciociola, Roma, Salerno Editrice, 2001, pp. 1105-1107 e 1112-1130): quella delle Gra-
zie, a cura di S. Orlando, Brescia, Paideia, 1974; quella degli appunti preparatori per le Let-
tere scritte dall’Inghilterra, a cura di L. Conti Bertini, Firenze, La Nuova Italia, 1975; e, più re-
centemente, la rist. anast. dell’Esperimento di traduzione della Iliade di Omero, a cura di A.
Bruni, Parma, Zara, 1989; l’ed. delle Lettere di Lucrezio e delle traduzioni lucreziane, a cura
di F. Longoni, Milano, Guerini, 1990; quella del Sesto tomo dell’Io, a cura di V. Di Benedetto,
Torino, Einaudi, 1991; D. Tongiorgi, Un nuovo importante testimone dell’orazione «Sul-
l’origine e i limiti della giustizia» di Ugo Foscolo, in «Giornale storico della letteratura italiana»,
CLXXI, 1994, 544, pp. 412-443; E. Lombardi, Per l’edizione critica delle «Lettere scritte dal-
l’Inghilterra», in «Studi di filologia italiana», LIII, 1995, pp. 249-344; Chr. Del Vento, B.
Gainot, La prima redazione del «Discorso su la Italia» di Ugo Foscolo, in «Giornale storico
della letteratura italiana», CLXXXII, 2005, 600, pp. 481-505. Nuove proposte in merito al-
l’edizione di alcuni testi foscoliani sono state avanzate nella più recente edizione delle Opere
diretta da F. Gavazzeni, 2 voll., Torino, Einaudi-Gallimard: vol. I, Poesie e tragedie, a cura di
F. Longoni e M. M. Lombardi, 1994; vol. II, Prose e saggi, a cura di M. A. Terzoli, G. Lavezzi
ed E. Lombardi, 1995; Dei Sepolcri, a cura di G. Biancardi e A. Cadioli, Milano, Il Muro di
Tessa, 2010.
Tra le edizioni commentate più recenti si devono ricordare almeno quelle delle Opere, a
cura di E. Bottasso, Torino, UTET, 1948-1950 (vol. I, Poesie e prose d’arte; vol. II, Saggi critici);
a cura di G. Bezzola, Milano, Rizzoli, 1956 (vol. I, Poesie e prose d’arte; vol. II, Prose polemiche e
critiche); a cura di F. Gavazzeni, 2 voll., Milano-Napoli, Ricciardi, 1974-1981; le Ultime lettere
di Jacopo Ortis, Poesie e carmi, a cura di M. Puppo, Milano, Rusconi, 1987; i Vestigi della storia
del sonetto italiano dall’anno MCC al MDCCC, a cura di M. A. Terzoli, Roma, Salerno Editrice,
1993; l’Orazione a Bonaparte pel congresso di Lione, a cura di L. Rossi, con un saggio introdut-
tivo di U. Carpi, Roma, Carocci, 2002; A. Ridolfi, Ugo Foscolo, Scritti sul «Principe» di
Niccolò Machiavelli, a cura di P. Carta, Chr. Del Vento e X. Tabet, Rovereto, Nicolodi, 2004;
l’orazione Dell’origine e dell’ufficio della letteratura, a cura di E. Neppi, Firenze, Olschki, 2005;
le Poesie, a cura di M. Palumbo, Milano, Rizzoli, 2010; le Ultime lettere di Jacopo Ortis, a cura
di M. A. Terzoli, Roma, Carocci, 2012.
nota bibliografica LXXV

ii
Bibliografie, strumenti, repertori e rassegne

Fra i repertori bibliografici, oltre alla recentissima Bibliografia foscoliana, a cura di G. Ni-
coletti, cit., a cui si rinvia per un repertorio più esaustivo della letteratura foscoliana, sono
ancora strumenti utili: A. Ottolini, Bibliografia foscoliana, Venezia, La Nuova Italia, 1928
(I ed. Firenze, Battistelli, 1921), e R. Frattarolo, Studi foscoliani. Bibliografia della critica
(1921-1952), 2 voll., Firenze, Sansoni Antiquariato, 1954-1956; nonché le rassegne di B.
Rosada, Rassegna foscoliana (1965-1976), in «Lettere Italiane», XXVIII, 1976, 2, pp. 218-
251, Rassegna foscoliana (1976-1979), ibid., XXXII, 1980, 3, pp. 364-399; di D. De Ca-
milli, Appunti di critica foscoliana, 1971-1984, in «Italianistica», XV, 1986, 1, pp. 95-117;
e di B. Danna, Rassegna foscoliana (1980-1995), in «Lettere Italiane», XLVIII, 1996, 3,
pp. 451-492.
Per la storia della critica restano fondamentali W. Binni, Foscolo e la critica, Firenze, La
Nuova Italia, 1957 (ora in Id., Ugo Foscolo. Storia e poesia, Torino, Einaudi, 1982, pp. 203-
303) e M. T. Lanza, Foscolo, Palermo, Palumbo, 1977. Sulla fortuna foscoliana nell’Otto-
cento si veda invece il saggio di M. Naselli, La fortuna del Foscolo nell’Ottocento, Genova-
Napoli-Firenze-Città di Castello, F. Perrella, 1923. Per la ricezione di Foscolo negli anni
Venti e Trenta si rinvia ora a S. Lanfranchi, La recherche des précurseurs. Lectures critiques
et scolaires de Vittorio Alfieri, Ugo Foscolo et Giacomo Leopardi dans l’Italie fasciste, Thèse de
Doctorat en études italiennes, Université Paris 8, 2008 (consultabile on line all’indirizzo
http://halshs.archives-ouvertes.fr/docs/00/37/21/89/PDF/theseversion7-12-08.pdf ).

iii
Biografie

Le biografie più recenti sono quelle di G. Nicoletti, Foscolo, Roma, Salerno Editrice,
2006, e di E. Mandruzzato, Foscolo, Milano, Rizzoli, 1978. Tra le biografie ottocentesche
si ricorderanno quelle ormai classiche di G. Pecchio, Vita di Ugo Foscolo, a cura di G. Ni-
coletti, Milano, Longanesi, 1974 (I ed. Lugano, Ruggia & c., 1830), e di L. Carrer, Vita
di Ugo Foscolo, in Id., Scritti critici, a cura di G. Gambarin, Bari, Laterza, 1969 (poi, come
monografia, a cura di C. Mariani, Bergamo, Moretti e Vitali, 1995). Ancora utili quelle di
G. Chiarini, La vita di Ugo Foscolo, Firenze, Barbera, 1910 (poi a cura di C. Muscetta,
Manziana, Vecchiarelli, 1989), di F. G. De Winckels, Vita di Ugo Foscolo, 3 voll., con pre-
fazione di F. Trevisan, Verona, Libreria H. F. Münster, 1885-1898; C. Antona-Traversi,
A. Ottolini, Ugo Foscolo, 4 voll., Milano, Corbaccio, 1927-1928.

iv
Studi critici

È quasi impossibile dare conto della vasta bibliografia foscoliana, ci limiteremo a qualche
classico e ai contributi più recenti.
Sempre utili i profili critici di M. Martelli, Ugo Foscolo. Introduzione e guida allo stu-
dio dell’opera foscoliana, Firenze, Le Monnier, 1977 (I ed. 1969); A. Balduino, Ugo Foscolo,
in Storia letteraria d’Italia: vol. X, L’Ottocento, tomo 1, Milano, Vallardi-Padova, Piccin
nuova libraria, 1990, pp. 342-430; M. Cerruti, Introduzione a Foscolo, Roma-Bari, La-
LXXVI christian del vento

terza, 1990; M. A. Terzoli, Foscolo, Roma-Bari, Laterza, 2000; A. Granese, Ugo Foscolo
tra le folgori e la notte, Salerno, Edisud, 2004; M. Palumbo, Foscolo, Bologna, il Mulino,
2010.
Tra gli studi classici, si ricorderanno almeno le monografie di C. F. Goffis, Studi fosco-
liani, Firenze, La Nuova Italia, 1942; E. Donadoni, Ugo Foscolo pensatore, critico, poeta,
con un’appendice critico-bibliografica di R. Scrivano, Firenze, Sandron, 19643 (I ed. Pa-
lermo, Sandron, 1910); M. Scotti, Foscolo fra erudizione e poesia, Roma, Bonacci, 1973; P.
Fasano, Stratigrafie foscoliane, Roma, Bulzoni, 1974; M. Fubini, Ugo Foscolo, Firenze, La
Nuova Italia, 1978 (I ed. Torino, Ribet, 1928); G. Gambarin, Saggi foscoliani e altri studi,
Roma, Bonacci, 1978; G. Cambon, Ugo Foscolo. Poet of exile, Princeton, Princeton Univer-
sity Press, 1980; W. Binni, Ugo Foscolo. Storia e poesia, Torino, Einaudi, 1982; M. Cerruti,
«L’inquieta brama dell’ottimo». Pratica e critica dell’Antico (1796-1827), Palermo, Flaccovio,
1982; C. Varese, Foscolo: sternismo, tempo e persona, Ravenna, Longo, 1982; L. Derla,
L’isola, il velo, l’ara. Allegoria e mito nella poesia di Ugo Foscolo, Genova, Edizioni culturali in-
ternazionali, 1984; V. Masiello, I miti e la storia. Saggi su Foscolo e Verga, Napoli, Liguori,
1984; P. Ambrosino, La prosa epistolare del Foscolo, Firenze, La Nuova Italia, 1989; V. Di
Benedetto, Lo scrittoio di Ugo Foscolo, Torino, Einaudi, 1990; L. Caretti, Foscolo. Per-
suasione e retorica, Pisa, Nistri-Lischi, 1996; Chr. Del Vento, «Un allievo della Rivolu-
zione». Ugo Foscolo dal «noviziato letterario» al «nuovo classicismo» (1795-1806), Bologna,
CLUEB, 2003; S. Gentili, «Quaedam divina voluptas atque horror» e altri studi foscoliani,
Roma, Bulzoni, 2006; M. A. Terzoli, Con l’incantesimo della parola. Foscolo scrittore e cri-
tico, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2007; A. Bruni, Foscolo traduttore e poeta. Da
Omero ai «Sepolcri», Bologna, CLUEB, 2008. Tra gli Atti di convegni, rivestono particolare
importanza quelli del bicentenario (1978), Atti dei Convegni foscoliani, 3 voll., Roma, Isti-
tuto poligrafico e Zecca dello Stato, 1988, a cui si aggiungeranno almeno Foscolo e la cul-
tura bresciana del primo Ottocento, Atti del Convegno di studi (Brescia, 1-3 marzo 1979), a
cura di P. Gibellini, Brescia, Grafo, 1979; Foscolo e la cultura meridionale, Atti del Conve-
gno foscoliano (Napoli, 29-30 marzo 1979), a cura di M. Santoro, Napoli, Società Editrice
Napoletana, 1980; e la raccolta di Lezioni sul Foscolo, Firenze, La Nuova Italia, 1981.
Oltre ai contributi specifici inseriti nei principali studi critici, raccolte di saggi e Atti
di convegni già citati, si dà qui di seguito una bibliografia sulle singole opere di Foscolo che
è inevitabilmente sommaria e offre indicazioni soprattutto per gli ultimi decenni.
Sull’apprendistato letterario gli studi sono relativamente poco numerosi. Si vedano al-
meno C. Dionisotti, Venezia e il noviziato poetico del Foscolo, Firenze, Olschki, 1966 (ora
in Id., Appunti sui moderni. Foscolo, Leopardi, Manzoni e altri, Bologna, il Mulino, 1988);
M. Pastore Stocchi, 1792-1797: Ugo Foscolo a Venezia, in Storia della cultura veneta, di-
retta da G. Arnaldi e M. Pastore Stocchi: vol. VI, Dall’età napoleonica alla prima guerra mon-
diale, Vicenza, Neri Pozza 1986, pp. 21-58; B. Rosada, La giovinezza di Niccolò Ugo Foscolo,
Padova, Antenore, 1992; E. Neppi, Edonismo e elegia nella prima raccolta foscoliana, in «La
Rassegna della letteratura italiana», IX, 2001, 1, pp. 57-71; Id., Azione, passione e parola ne-
gli scritti giovanili di Foscolo (1797-1802), in «Allegoria», XII, 2001, 38, pp. 36-59.
Sulle Ultime lettere di Jacopo Ortis si vedano, tra i contributi degli ultimi decenni, E.
Raimondi, Un episodio dell’«Ortis» e «lo bello stile», in «Giornale storico della letteratura ita-
liana», CXXX, 1953, 391, pp. 351-367; L. Derla, Interpretazione dell’«Ortis», in «Convi-
vium», V, 1967, pp. 556-576; M. Martelli, La parte del Sassoli, in «Studi di filologia ita-
liana», XXVIII, 1970, pp. 177-251; G. Manacorda, Materialismo e masochismo. Il
«Werther», Foscolo e Leopardi, Firenze, La Nuova Italia, 1973; S. Centanin, L’«Ortis» fo-
scoliano e «La virtù sconosciuta» di Vittorio Alfieri, in «Lettere Italiane», XXIX, 1977, 3, pp.
nota bibliografica LXXVII

325-339; C. F. Goffis, L’«Ortis» e la «Vera storia di due amanti infelici», in «La Rassegna
della letteratura italiana», LXXXII, 1978, 3, pp. 352-389; G. Nicoletti, Il «metodo»
dell’«Ortis» e altri studi foscoliani, Firenze, La Nuova Italia, 1978; M. Pastore Stocchi, Il
delitto di Jacopo Ortis, in «Giornale storico della letteratura italiana», CLVI, 1979, 493, pp.
72-97; N. Jonard, Jacopo Ortis et l’apologie du suicide, in «Rivista di Letterature moderne
e comparate», XXXIII, 1980, 3, pp. 201-224; G. Patota, L’«Ortis» e la prosa del secondo Set-
tecento, Firenze, Accademia della Crusca, 1987; M. A. Terzoli, Il libro di Jacopo. Scrittura
sacra nell’«Ortis», Roma, Salerno editrice, 1988; M. Palumbo, Saggi sulla prosa di Ugo Fo-
scolo, Napoli, Liguori, 1994; G. Nicoletti, Ultime lettere di Jacopo Ortis, in Letteratura Ita-
liana. Le Opere: vol. III, Dall’Ottocento al Novecento, Torino, Einaudi, 1995; E. Neppi, Fo-
scolo e i dilemmi della rappresentazione di sé, in «Rivista di Letterature moderne e comparate»,
XLVIII, 1995, 4, pp. 357-378; G. Melli, Riscritture foscoliane. Autobiografia e storia nelle
«Ultime lettere di Jacopo Ortis» (1992), in Ead., Percorsi ottocenteschi, Lucca, Pacini Fazzi,
1997; M. A. Terzoli, Le prime lettere di Jacopo Ortis. Un giallo editoriale fra politica e cen-
sura, Roma, Salerno Editrice, 2004; E. Neppi, Il «Werther» e il proto-«Ortis», in «La Rasse-
gna della letteratura italiana», CXIII, 2009, 1, pp. 20-51.
Sulle Poesie, oltre al contributo imprescindibile di G. De Robertis, Linea della poesia
foscoliana (1939), in Id., Saggi, Firenze, Le Monnier, 1939, si vedano quelli di G. Paparelli,
Storia della ‘lirica’ foscoliana, Napoli, Società editrice napoletana, 19762 (I ed. 1971); G. E.
Sansone, Tassonomia foscoliana, in Id., Le trame della poesia. Per una teoria funzionale del
verso, Firenze, Vallecchi, 1988; G. Genot, «Les sonnets» de Foscolo: thématique et récit, in
«Strumenti critici», IV, 1989, 2, pp. 253-277; P. Ambrosino, Note sul linguaggio poetico fo-
scoliano, in «Giornale storico della letteratura italiana», CVIII, 1991, 544, pp. 533-572; P.
Frare, L’ordine e il verso. La forma canzoniere e l’istituzione metrica nei sonetti del Foscolo, Na-
poli, ESI, 1995; M. Santagata, Contributi ai sonetti foscoliani (1996), in Id., Il tramonto
della luna e altri studi su Foscolo e Leopardi, Napoli, Liguori, 1999; S. Carrai, Foscolo mi-
lanese fra Manzoni e Pellico, in «Giornale storico della letteratura italiana», CLXXIV, 1997,
567, pp. 321-348; Id., Per un dittico foscoliano: le odi maggiori, in «Studi italiani», XIII,
2000, 1, pp. 59-73.
Sui Sepolcri, oltre ai contributi di A. Momigliano, La poesia dei «Sepolcri» (1928), in
Id., Introduzione ai poeti, Roma, Tumminelli, 1946, e di A. Vollone, Genesi e formazione
letteraria dei «Sepolcri», Asti, Arethusa, 1946, si vedano quelli più recenti di L. Sozzi, I «Se-
polcri» e le discussioni francesi sulle tombe negli anni del Direttorio e del Consolato, in «Gior-
nale storico della letteratura italiana», LXXXIV, 1967, 448, pp. 567-588; G. Petrocchi,
L’ultima Dea (1976) e Dalla «Chioma di Berenice» ai «Sepolcri» (1976), in Id., L’ultima
Dea, Roma, Bonacci, 1977; G. Getto, La composizione dei «Sepolcri» di Ugo Foscolo, Fi-
renze, Olschki, 1977; O. Macrì, Semantica e metrica dei «Sepolcri» del Foscolo, Roma, Bul-
zoni, 1978; N. Ebani, Postilla ai «Sepolcri». «Ho desunto questo modo di poesia...», in «Filo-
logia e Critica», V, 1980, 2-3, pp. 380-387; G. Bonalumi, L’endecasillabo dei «Sepolcri».
Appunti e ricognizioni, in «Versants», I, 1981, pp. 75-92; T. O’Neill, Of virgin muses and
of love. A study of Foscolo’s «Dei Sepolcri», Dublin, Irish Academic Press, 1981; S. Gambe-
rini, Analisi dei «Sepolcri» foscoliani, Messina-Firenze, D’Anna, 1982; F. Gavazzeni, Ap-
punti sulla preistoria e sulla storia dei «Sepolcri», in «Filologia e Critica», XII, 1987, 3, pp.
309-383; C. Muscetta, «I Sepolcri» da Legouvé a Foscolo, in Id., Per la poesia italiana.
Studi, ritratti, saggi e discorsi, Roma, Bonacci, 1988; A. Fabrizi, Alle origini dei «Sepolcri»
(1993-1994), in Id., Destino dell’antico da Dante a Saba, Cassino, Lamberti, 1997; G. Ni-
coletti, Dei Sepolcri, in Letteratura Italiana. Opere: vol. III, Dall’Ottocento al Novecento,
Torino, Einaudi, 1995; V. Di Benedetto, Interpretazioni della parte finale dei «Sepolcri»,
LXXVIII christian del vento

in «Nuova Rivista di letteratura italiana», I, 1998, 1, pp. 153-162; S. Gentili, Machiavelli


in Foscolo: i «Sepolcri», in «Antologia Vieusseux», V, 1999, 14, pp. 5-24; e gli Atti dei con-
vegni che si sono tenuti in occasione del bicentenario della pubblicazione (2007): «Dei Se-
polcri» di Ugo Foscolo, a cura di W. Spaggiari e G. Barbarisi, Milano, Cisalpino, 2006; «A
egregie cose». Studi sui «Sepolcri» di Ugo Foscolo, a cura di F. Danelon, Venezia, Marsilio,
2008; I «Sepolcri» di Foscolo. La poesia e la fortuna, a cura di A. Bruni e B. Rivalta, Bolo-
gna, CLUEB, 2010.
Sulle Grazie, dopo il saggio che ha fondato il nuovo approccio all’inno foscoliano, M.
Barbi, L’Edizione Nazionale del Foscolo e le «Grazie» (1934), in Id., La nuova filologia e
l’edizione dei nostri scrittori da Dante al Manzoni, Firenze, Sansoni, 1938, si vedano quelli
di B. Croce, Intorno alle «Grazie» (1940), in Id., Poesia antica e moderna, Bari, Laterza,
1941; F. Pagliai, I versi dei Silvani nelle «Grazie» del Foscolo, in «Studi di filologia italiana»,
X, 1952, pp. 145-412; Id., La prima redazione (fiorentina) dell’Inno alle «Grazie» di Ugo Fo-
scolo, in «Studi di filologia italiana», XIX, 1961, pp. 95-442; L. Lonzi, Le transizioni nelle
«Grazie» del Foscolo, in «Paragone», XIV, 1963, 168, pp. 23-43; M. Luzi, Il velo delle «Gra-
zie» (1942), in Id., L’inferno e il limbo, Milano, Il Saggiatore, 1964; F. Pagliai, Versi a
Dante nelle «Grazie» del Foscolo, in «Studi Danteschi», XLIII, 1966, pp. 135-193; S. Or-
lando, Sul frammento della «Vergine romita», in «Giornale storico della letteratura italiana»,
LXXXVII, 1970, 457, pp. 94-110; F. Pagliai, Nota per un progetto di edizione critica delle
«Grazie» di Ugo Foscolo, in «Studi di filologia italiana», XXVIII, 1970, pp. 253-260; S. Or-
lando, Note sulla elaborazione formale delle «Grazie», in «Giornale storico della letteratura
italiana», LXXXVIII, 1971, 461, pp. 14-28; Id., La seconda redazione dell’«Inno alle Gra-
zie» di Ugo Foscolo, in «Paideia», XXVIII, 1973, 1-2, pp. 15-39; A. Vallone, «Le Grazie»
nella storia della poesia foscoliana, Napoli, Liguori, 1977; G. Savarese, Le «Grazie» e l’«ar-
monia del mondo», in «Esperienze Letterarie», XVI, 1991, 4, pp. 21-38; G. Orelli, Foscolo
e la danzatrice. Un episodio delle «Grazie», Parma, Pratiche, 1992; E. Selmi, Mito e allego-
ria nella poetica del Foscolo, in «La Rassegna della letteratura italiana», XCVIII, 1994, 1, pp.
76-95; F. Longoni, Alcune note sulla storia e la preistoria delle «Grazie», in «Paragone»,
XLVII, 1996, 3-4, pp. 77-95; F. Fedi, Immagini del rito fra «I Sepolcri» e «Le Grazie», in Id.,
Artefici di numi. Favole antiche e utopie moderne fra Illuminismo ed età napoleonica, Roma,
Bulzoni, 2004; A. Bruni, Belle vergini. Le Grazie tra Canova e Foscolo, Bologna, il Mulino,
2009; Chr. Del Vento, «Tali fors’eran tutti i primi avi dell’uomo!». Foscolo tra dibattito
sulle origini e umana perfettibilità, in «Esperienze Letterarie», 2009, 1, p. 39-56.
Sul teatro, tra gli studi più recenti si vedano quelli di G. Bàrberi Squarotti, Foscolo
tragico, in «Esperienze Letterarie», IV, 1979, 1, pp. 3-18; E. Catalano, La spada e le opi-
nioni. Il teatro di Ugo Foscolo, Foggia, Bastogi, 1983; G. Nicoletti, Alfierismo mediato e
controcorrente nel «Tieste» foscoliano (1985), in Id., La memoria illuminata. Autobiografia e
letteratura fra Rivoluzione e Risorgimento, Firenze, Vallecchi, 1989; C. Doni, Il mito greco
nelle tragedie di Ugo Foscolo. «Tieste»-«Aiace», Roma, Bulzoni, 1997; E. Catalano, Le trame
occulte: l’«Ajace» e la «Ricciarda» nel percorso teatrale di Ugo Foscolo, Roma-Bari, Laterza,
2002.
Su Foscolo lettore e traduttore di Sterne si vedano, oltre ai classici studi di G. Rabiz-
zani, Sterne in Italia. Riflessi nostrani dell’umorismo sentimentale, Roma, Formiggini, 1920,
e C. Varese, Linguaggio sterniano e linguaggio foscoliano, Firenze, Sansoni 1947, i contri-
buti di C. Campagnolo, Foscolo traduttore fra teoria e storia, in «La Rassegna della lettera-
tura italiana», XCI, 1987, 2-3, pp. 290-324; di A. Forlini, Le metamorfosi del profeta. Bib-
bia, satira e romanzo nel sistema letterario foscoliano, in «Intersezioni», VIII, 1988, 2, pp.
247-268; la raccolta Effetto Sterne. La narrazione umoristica in Italia da Foscolo a Piran-
nota bibliografica LXXIX

dello, a cura di G. Mazzacurati, Pisa, Nistri-Lischi, 1990; J. Lindon, Per l’edizione critica
dell’«Hypercalypsis» foscoliana: la «Clavis» londinese, in «Studi di filologia italiana», L, 1992,
pp. 101-127; R. Ricci, Prefazione e appendice d’autore negli scritti didimei di Foscolo: la tra-
duzione del «Sentimental journey» e le «Lettere scritte dall’Inghilterra», in «Filologia e Cri-
tica», XXVIII, 2003, 3, pp. 329-349.
Sul pensiero, l’ideologia e l’attività politica di Foscolo si vedano i contributi di L. Russo,
Il tramonto del letterato, Bari, Laterza, 1960; B. M. Frabotta, Ugo Foscolo e la crisi del gia-
cobinismo: le due inconciliabili libertà, in «La Rassegna della letteratura italiana», LXXXI,
1977, 3, pp. 306-330; R. Turchi, Ugo Foscolo e la «patria infelice», Padova, Liviana, 1981;
S. Chemotti, Foscolo, Pellico e «Il Conciliatore»: dagli «astratti furori» ai «nuovi doveri», in
Miscellanea di studi in onore di Vittore Branca: vol. IV, Tra Illuminismo e Romanticismo, tomo
2, Firenze, Olschki, 1983; G. Gaspari, Letteratura delle riforme, Palermo, Sellerio, 1990; G.
Barbarisi, La Rivoluzione francese e Napoleone nella riflessione del Foscolo in Inghilterra, in «Ri-
vista italiana di studi napoleonici», XXIX, 1992, 1-2, pp. 27-39; M. Pazzaglia, Foscolo e la
Rivoluzione francese, ibid., pp. 283-307; Chr. Del Vento, Foscolo e «gli antichi amici del-
l’indipendenza», in «Rivista di Letteratura italiana», XIII, 1995, 1-2, pp. 79-136; G. Nuvoli,
L’«Orazione a Bonaparte» di un «giovine e libero scrittore», in «Giornale storico della lettera-
tura italiana», CLXXVI, 1999, 574, pp. 239-260; G. Melli, L’Orazione per il Congresso di
Lione: «Bonaparte liberatore di popoli e fondatore di repubblica», in Ead., Un pubblico giudi-
cante. Saggi sulla letteratura italiana del primo Ottocento, Pisa, ETS, 2002; Ugo Foscolo. L’Ita-
lie et la Révolution française, a cura di E. Neppi, Grenoble, Presses Universitaires de Greno-
ble, 2004; A. Campana, Ugo Foscolo. Letteratura e politica, Napoli, Liguori, 2009; E. Neppi,
Foscolo e la Rivoluzione francese. Momenti e figure del pensiero politico foscoliano, in «Labora-
toire Italien», IX, 2009, numero monografico: Les écrivains italiens des Lumières et la Révo-
lution française, sous la direction de Chr. Del Vento et X. Tabet, pp. 165-209.
Sull’attività di Foscolo critico e interprete di letteratura si veda N. Festa, Foscolo cri-
tico, Firenze, Le Monnier, 1953; A. Noferi, I tempi della critica foscoliana, Firenze, Sansoni,
1953; M. Puppo, Foscolo e i romantici, in Id., Studi sul romanticismo, Firenze, Olschki,
1969; G. Floris, Le «Epoche» di Ugo Foscolo tra erudizione e interpretazione della storia let-
teraria, in «Università di Cagliari. Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia», nuova serie,
IV, 1983, pp. 87-124; A. Bruni, Foscolo polemista: dall’«Orazione inaugurale» al «Raggua-
glio d’un’adunanza dell’Accademia de’ Pitagorici», Modena, Mucchi, 1994; R. Turchi, L’ora-
zione inaugurale di Ugo Foscolo, in «La Rassegna della letteratura italiana», C, 1996, 2-3,
pp. 26-43; M. Palumbo, Foscolo lettore di Dante, in «Rivista di studi danteschi», IV, 2004,
2, pp. 396-413.
Per il periodo inglese sono fondamentali le ricostruzioni di F. Viglione, Ugo Foscolo
in Inghilterra, Catania, Muglia, 1910; E. R. Vincent, Ugo Foscolo. An Italian in regency En-
gland, Cambridge, Cambridge University Press, 1953 (trad. it. Ugo Foscolo esule fra gli in-
glesi, a cura di U. Limentani, Firenze, Le Monnier, 1954); C. M. Franzero, Ugo Foscolo
a Londra, Parma, Guanda, 1971; J. Lindon, Studi sul Foscolo inglese, Pisa, Giardini, 1987;
M. Borsa, Per l’edizione del Foscolo ‘inglese’, in Prassi ecdotiche: esperienze editoriali su testi
manoscritti e testi a stampa, a cura di A. Cadioli e P. Chiesa, Milano, Cisalpino, 2008, pp.
299-336.
NOTA AI TESTI

Lo studioso di Foscolo, nonostante la perdita quasi sistematica degli autografi delle opere
che lo scrittore pubblicò in vita, dispone di un corpus manoscritto di dimensioni rilevanti,
essenzialmente distribuito tra la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e la Biblioteca
Labronica. L’edizione di riferimento è ormai quella nazionale delle Opere (Firenze, Le Mon-
nier, 1933-1994, 23 voll. in 32 tomi pubblicati fino a ora), ormai prossima alla conclusione
(qui di seguito EN, seguito dal numero romano del volume).
I testi raccolti nella presente edizione furono tutti pubblicati da Foscolo o sotto il suo con-
trollo, con due sole eccezioni, l’orazione Sui limiti del giusto e tre dei quattro frammenti delle
Grazie (la Seconda redazione dell’Inno, i Versi del Velo e il cosiddetto Quadernone), che pub-
blichiamo. Le indicazioni editoriali che seguono sono per necessità succinte e rinviamo in
nota, per ciascun testo incluso nella presente raccolta, all’introduzione del relativo volume
dell’EN o all’edizione di riferimento1.

Discorso su la Italia. Composto verosimilmente nell’agosto del 1799, fu in un primo


tempo inviato in forma manoscritta al generale Moreau, comandante dell’Armée d’Italie. So-
stituito Moreau nel settembre del 1799 dal generale Championnet, Foscolo decise di dare
alle stampe il Discorso, che apparve, leggermente corretto, al principio di ottobre per i tipi
della tipografia Frugoni, da cui si riproduce il testo presentato in questa edizione: Discorso
su la Italia di Niccolò Ugo Foscolo, Genova, Anno VIII2.

Bonaparte Liberatore. Composta e pubblicata a Bologna intorno alla metà del 1797,
l’ode Bonaparte Liberatore fu ristampata a Genova alla fine di novembre del 1799. Foscolo
introdusse nel testo numerose varianti e vi premise una dedica A Bonaparte che, probabil-
mente, sottopose a un’ulteriore revisione per la pubblicazione nel I tomo del Parnasso de-
mocratico (Milano [1801])3. Riproduciamo qui il testo secondo la stampa genovese: Bona-
parte Liberatore. Oda di Ugo Foscolo. Sesta edizione, Italia, Anno VIII [1799]4.

Poesie. La storia editoriale di questa raccolta si svolse, in tre tappe, tra l’ottobre del 1802 e
l’estate-autunno del 18035. La I ed. apparve nel fascicolo di ottobre del 1802 del «Nuovo Gior-
nale dei Letterati» di Pisa e comprendeva 8 sonetti (I. Non son chi fui..., II. Che stai?, III. Te nu-
drice alle muse..., IV. E tu ne’ carmi avrai..., V. Perché taccia il romor..., VI. Così gl’interi giorni...,
VII. Meritamente, però..., VIII. Solcata ho fronte...), seguiti dall’ode A Luigia Pallavicini caduta
di cavallo sulla Riviera di Sestri, già stampata a Genova nel 1800 con il titolo I balsami beati
(nella raccolta Omaggio a Luigia Pallavicini, Genova, Stamperia Frugoni, Anno VIII). Nel-

1
Per una sintesi della storia editoriale delle opere di Foscolo si rinvia a Chr. Del Vento, Foscolo, in Storia
della Letteratura Italiana: vol. X, La tradizione dei testi, Roma, Salerno Editrice, 2001, pp. 1105-1107 e 1112-
1130.
2
EN VI, pp. 157-162 (e l’introduzione di G. Gambarin, ibid., pp. LV-LVII), e Chr. Del Vento, B. Gai-
not, La prima redazione del «Discorso su la Italia» di Ugo Foscolo, in «Giornale storico della letteratura italiana»,
CLXXXII, 2005, 600, pp. 481-505.
3
Il Parnasso democratico ossia Raccolta di poesie repubblicane de’ più celebri autori viventi, tomo 1, Bologna (ma:
Milano [1801]), pp. 148-151.
4
EN II, pp. 331-342 (si veda anche l’introduzione di G. Bezzola, ibid., pp. LXXV-LXXIX) e, per la dedica
A Bonaparte, anche EN VI, pp. 163-164 (e l’introduzione di G. Gambarin, ibid., pp. LVII-LVIII).
5
La complessa vicenda editoriale è ritracciata da Gianfranco Folena, sulla scorta del lavoro già effettuato da
Francesco Pagliai, in EN I, pp. 5-35.
nota ai testi LXXXI

l’aprile del 1803 apparve a Milano, per i tipi dello stampatore De Stefanis, la II edizione. L’ode
A Luigia Pallavicini caduta da cavallo, collocata in apertura, era seguita da quella Alla amica ri-
sanata, e da 11 sonetti (tra i quali gli 8 dell’edizione pisana disposti secondo un ordine diffe-
rente e con l’apporto di notevoli varianti: I. Forse perché..., II. Non son chi fui..., III. Te nudrice
alle muse..., IV. Perché taccia il romor..., V. Così gl’interi giorni..., VI. Meritamente, però..., VII.
Solcata ho fronte..., VIII. E tu ne’ carmi avrai..., IX. Né più mai..., X. Pur tu copia versavi..., XI.
Che stai?). La III ed., su cui si sono fondate tutte le successive, fu pubblicata tra la fine dell’estate
e l’autunno del 1803 per i tipi di A. Nobile (Poesie di Ugo Foscolo. Seconda edizione accresciuta,
Milano, [Dalla Tipografia di Agnello Nobile], 1803). Essa riproduce l’ed. De Stefanis con l’ag-
giunta della dedica all’amico Giovan Battista Niccolini e, in terzultima posizione, del sonetto
Un dì.... Qui si riproduce la raccolta secondo l’ed. Nobile6.

Dei Sepolcri. Riproduciamo qui l’edizione considerata ne varietur da Foscolo, ovvero la


princeps stampata a Brescia da Bettoni tra l’inverno e la primavera del 1807 (accogliendo
le correzioni della recentissima edizione a cura di G. Biancardi e A. Cadioli, Milano, Il
Muro di Tessa, 2010): Dei Sepolcri carme di Ugo Foscolo, Brescia, Per Nicolò Bettoni, 18077.

Lettera a Monsieur Guill... su la sua incompetenza a giudicare i poeti italiani. Fu


pubblicata da Foscolo nell’estate del 1807 per i tipi di Niccolò Bettoni in risposta alla re-
censione ai Sepolcri di Aimé Guillon, apparsa sul «Giornale Italiano» del 22 giugno 1807:
Lettera a Monsieur Guil... su la sua incompetenza a giudicare i poeti italiani, Brescia, per Ni-
colò Bettoni, 18078. Anche se Foscolo non pubblicò mai insieme il carme e la Lettera, la
tradizione editoriale ha legato i due testi fin dalla loro prima apparizione.

Dell’origine e dell’ufficio della letteratura. L’orazione, pronunciata il 22 marzo


1809, fu stampata da Foscolo entro il marzo del 1809: Dell’Origine e dell’Ufficio della Let-
teratura. Orazione di Ugo Foscolo, Milano, Dalla Stamperia Reale, 18099.

Sui limiti del giusto. Si tratta della cosiddetta ‘orazione sulla giustizia’, che Foscolo lesse
ai primi di giugno del 1809 in occasione della tradizionale cerimonia di consegna delle lau-
ree in legge all’Università di Pavia, senza mai approntare un’edizione a stampa. Emilio San-
tini esemplò il testo per l’Edizione Nazionale (vol. VII, pp. 165-186) a partire dall’edizione
di Alcuni scritti e dettati inediti di Ugo Foscolo (Piacenza, Majno, 1825), che tuttavia pre-
senta dei guasti evidenti. Per l’attuale edizione ci siamo fondati sul cosiddetto ‘apografo Be-
retta’ (Pavia, Bibl. Civica Bonetta, ms. III 28, cc. 1-13), che fu tratto, secondo un’ipotesi non
inverosimile, dalla trascrizione stenografica del discorso foscoliano. Il testo di questo apo-
grafo, restato a lungo inedito e manifestamente più corretto del testimone a stampa, poiché
ripara evidenti fraintendimenti grafici e un certo numero di lacune, è stato pubblicato da
Duccio Tongiorgi (Un nuovo importante testimone dell’orazione «Sull’origine e i limiti della giu-
stizia» di Ugo Foscolo, in «Giornale storico della letteratura italiana», CLXXI, 1994, 544, pp.
412-434). Al titolo tradizionale, Sull’origine e i limiti della giustizia, ricalcato su quello del-
l’orazione Dell’origine e dell’ufficio della letteratura, abbiamo preferito Sui limiti del giusto. Di-

6
EN I, pp. 67-98.
7
Sulla storia editoriale dei Sepolcri si veda l’introduzione di G. Folena, in EN I, pp. 36-61, e l’introduzione
a Dei Sepolcri, a cura di G. Biancardi e A. Cadioli, Milano, Il Muro di Tessa, 2010, pp. XIX-CXL.
8
Si veda l’introduzione di G. Gambarin a EN VI, pp. CXVI-CXXVII, e, per il testo, pp. 501-518.
9
EN VII, pp. XIII-XVIII e la Scheda introduttiva di G. Lavezzi, in U. Foscolo, Opere, ed. diretta da F. Ga-
vazzeni: vol. II, Prose e saggi, Torino, Einaudi-Gallimard, 1995, pp. 1000-1005.
LXXXII christian del vento

scorso, secondo quanto riferito da Luigi Pellico a Stanislao Marchisio (G. Flechia, Lettere di
Luigi Pellico a Stanislao Marchisio, in «Scuola libera popolare», IV, 1905, 6, p. 127).
Nel riprodurre qui il testo del discorso edito da Tongiorgi abbiamo accolto tutte le sue
correzioni e integrazioni. Trattandosi di un apografo, che non ha il valore di un autografo
o di un testo a stampa controllato dall’autore, abbiamo normalizzato gli usi grafici con
l’esclusione della «j» finale nel plurale della parola «principio», poiché si tratta di un uso si-
stematicamente attestato in Foscolo e aiuta il lettore a evitare la confusione con la forma
omografa «principi».

Le Grazie. La pubblicazione delle Grazie, incompiute, presenta problemi editoriali com-


plessi10. Dopo vari tentativi di ricostruire, sulla base dei sommari stesi dal poeta, un testo uni-
tario (dal primo editore, Francesco Orlandini, a Giuseppe Chiarini, a Severino Ferrari, etc.),
la prima ed. critica è stata approntata solo nel 1985 da Mario Scotti per l’Edizione Nazio-
nale (vol. I). Ognuno dei brani, da quelli più lunghi e strutturati a quelli più frammentari,
è considerato da Scotti un testo autonomo che s’inserisce in un progetto in continua evolu-
zione, mai precisato dall’autore e definibile solo dal punto di vista diacronico. L’individua-
zione e la successione delle diverse fasi elaborative restano tuttavia oggetto di dibattito, poi-
ché la critica si è divisa tra chi (Francesco Pagliai, Saverio Orlando, Mario Scotti) ascrive
l’essenziale della composizione al periodo fiorentino (agosto 1812-novembre 1813) e chi
(Vincenzo Di Benedetto, Franco Longoni), invece, ha spostato il periodo di composizione
del carme al periodo milanese (novembre 1813-marzo 1815). Un consenso relativamente
ampio, invece, esiste sulla successione delle diverse fasi attraverso cui, senza peraltro mai rag-
giungere una forma definitiva, il progetto foscoliano di un inno alle Grazie prese forma e si
sviluppò. In un primo tempo Foscolo lavorò a un lungo inno unitario, accumulando una
grande quantità di materiale, da cui trasse una ‘bella copia’, a cui si fa ormai riferimento con
il nome di Seconda redazione dell’Inno; in un secondo tempo, Foscolo cominciò a concepire
un carme tripartito, nel quale ciascun inno era dedicato a una delle tre sacerdotesse delle Gra-
zie (Eleonora Nencini, Cornelia Martinetti e Maddalena Bignami). Da questo primissimo
progetto di un carme tripartito Foscolo trasse un lungo frammento, presentato come «Fram-
mento dell’Inno Terzo» (i cosiddetti Versi del Rito), che al principio del giugno 1813 sotto-
pose alla censura con l’intenzione di stamparlo e dedicarlo a Eugenio Beauharnais. Infine,
lo scrittore pervenne a un nuovo disegno di carme tripartito, nel quale i tre inni erano de-
dicati rispettivamente a Venere, Vesta e Pallade. In generale, la critica più recente è concorde
nel ritenere che quanto l’autore considerava, se non definitivo, almeno soddisfacente di que-
sto progetto si sia andato depositando, seppure in momenti successivi, nel cosiddetto Qua-
dernone. Infine, nel 1822, fu pubblicata la sola edizione a stampa delle Grazie curata dal-
l’autore: la Dissertation on an ancient Hymn to the Graces, che accompagnava la descrizione
del gruppo marmoreo scolpito da Canova e conservato nella collezione del duca di Bedford
a Woburn Abbey (Outline engravings and description of the Woburn Abbey Marbles, London,
Nicol, 1822). In essa Foscolo pubblicò alcuni frammenti del carme, tra cui i celeberrimi
Versi del Velo. Se Arnaldo Bruni ha proposto, non senza ragione, di considerare quale edizione
ne varietur delle Grazie la sola Dissertation, ossia gli unici frammenti pubblicati dall’autore,
sulla scorta di Franco Longoni riproduciamo nella presente raccolta tutti i testi che possono
vantare «in qualche modo una loro sia pur parziale compiutezza» e che testimoniano le di-
verse fasi redazionali del carme: la Seconda redazione dell’inno; i Versi del Rito; la versione del
10
L’intricata vicenda redazionale è stata esaustivamente ricostruita da M. Scotti, in EN I, pp. 157-609. Si
veda anche la Scheda introduttiva di F. Longoni, in U. Foscolo, Opere, cit.: vol. I, Poesie e teatro, Torino,
Einaudi-Gallimard, 1994, pp. 570-583.
nota ai testi LXXXIII

Quadernone; e, infine, la Dissertation del 1822. La traduzione della Dissertation è quella pro-
posta da Franco Longoni in U. Foscolo, Opere, cit.: vol. I, pp. 142-168.
Per i testi riprodotti in questa scelta inevitabilmente limitata, benché significativa, del va-
sto materiale manoscritto delle Grazie, si segue l’Edizione Nazionale. Tuttavia, in ragione dei pro-
blemi ecdotici che pone, diamo qui ragione delle scelte editoriali che abbiamo dovuto effettuare
stabilendo il testo del cosiddetto Quadernone (Livorno, Biblioteca Labronica, ms. Foscolo I,
fasc. I). Tra le correzioni, espunzioni, ripensamenti, rifacimenti multipli, etc. che si incontrano
nella stesura del Quadernone, ci sono alcune varianti alternative. Foscolo, forse insoddisfatto
della prima stesura di un verso, sovrascrisse o sottoscrisse nell’interlinea una stesura differente,
parziale o integrale, dello stesso verso, senza tuttavia cancellare quella precedente. Lo scrittore,
infatti, restò incerto sulla redazione da espungere. Per l’editore moderno non esistono criteri
certi per scegliere tra queste due varianti, che dal punto di vista ecdotico sono adiafore, ovvero
equipollenti. In questa edizione abbiamo deciso di riprodurre sistematicamente la variante più
recente testimoniata dal manoscritto (con l’eccezione del v. 201 dell’Inno secondo; cfr. sotto),
ma diamo qui di seguito indicazione dei loci in cui Foscolo lasciò varianti alternative e delle le-
zioni che abbiamo rifiutato. Inno primo – Venere: al v. 65 («Splendea intorno quel mar quando
sostenne»), Foscolo aveva inizialmente scritto «Splendea tutto quel...»; al v. 164 («Ma e dove, o
caste Dee, ditemi dove»), Foscolo aveva inizialmente scritto «Dite candide Dee...»; al v. 170
(«Le belle Dive mie vennero a Trio; l’Alfeo»), Foscolo aveva inizialmente scritto «Le belle Dee
vennero...»; al v. 229 («Mondò in core la Dea queste parole:»), Foscolo aveva inizialmente scritto
«Volse la santa Dea queste...»; al v. 268 («E mi detta più alteri inni il pensiero.»), Foscolo aveva
inizialmente scritto «Sento piena di nuovi inni la mente.». Inno secondo – Vesta: Foscolo inter-
venne sul v. 201 («Per voi la bella donna i riti vostri») pensando di sostituirlo con due nuovi versi
(«Per la dolce memoria di quel giorno / La bella donna»), restati interrotti al primo emistichio
del secondo verso. In questo caso, dunque, riproduciamo la prima lezione. Il lettore, percorrendo
i versi celeberrimi delle Grazie come li abbiamo riprodotti in questa edizione, senza le aggiunte
e le contaminazioni delle edizioni più antiche o scolastiche, incontrerà anche alcuni loci che in-
terrompono il ritmo e la continuità del carme. Inno primo – Venere: al v. 149 Foscolo compose
solo il secondo emistichio («Qui di Fare il golfo»); al v. 163, il testo s’interrompe e segue un
frammento, quello dei vv. 164-175. I vv. 176-222, i cosiddetti «Versi dei Silvani», che riprodu-
ciamo tra ‹ ›, seguono quelli precedenti dopo un largo spazio lasciato bianco e furono da Foscolo
espunti con un lungo tratto verticale, che testimonia non tanto un pentimento formale, ma la
decisione di Foscolo di mutarne la destinazione finale, senza tuttavia trovare mai una colloca-
zione alternativa; i v. 249 («E dagli sguardi diffond[...]») e 262 («Temprò un dì l’universo.») fu-
rono lasciati in sospeso da Foscolo. Inno secondo – Vesta: ai vv. 9-10 Foscolo redasse solo il se-
condo emistichio del v. 9 («Urania era più lieta»), poi lasciò lo spazio corrispondente a tre versi,
e redasse il secondo emistichio del v. 10 («ove le Grazie a lei l’azzurro»); del v. 13 Foscolo non
redasse egualmente che il secondo emistichio («a spiar l’astro»); del v. 100 Foscolo redasse solo
il primo emistichio («Che pingan come»); appena abbozzati, poiché non contengono che la
prima parola, i vv. 203 («Schiera») e 244 («Così»). Inno Terzo – Pallade: il v. 24 («Le note isto-
rie, e quelle [...]») si interrompe al primo emistichio.

Ultime lettere di Jacopo Ortis. Le Ultime lettere di Jacopo Ortis presentano una storia re-
dazionale complessa, che si sviluppa su un arco di quasi vent’anni, dal 1798 al 1817, fatta
di molteplici edizioni approvate e rifiutate, di smentite, avvisi e diffide, nonché di fuorvianti
notizie bibliografiche11. La storia editoriale si articola in tre tappe principali. La prima edi-
11
Si veda l’introduzione di G. Gambarin, in EN IV, pp. IX-LXXXIV, e M. A. Terzoli, Le prime lettere di
Jacopo Ortis. Un giallo editoriale tra politica e censura, Roma, Salerno Editrice, 2004 (su cui E. Neppi, La
LXXXIV christian del vento

zione (l’Ortis 1798, ovvero l’Ortis bolognese) fu allestita a Bologna da Foscolo nell’autunno-
inverno del 1798-1799. Abbandonata precipitosamente la città nell’aprile 1799, Foscolo la-
sciò il romanzo stampato solo fino alla lettera XLV. L’editore Marsigli ne affidò allora la con-
tinuazione a un giovane bolognese, Angelo Sassoli. Questa prima edizione fu pubblicata nel
giugno 1799 (ma reca la data «1798 - Anno VII») e fu rifiutata dalla censura. Marsigli, con
la complicità di Sassoli, la sottopose allora a una serie d’interventi: il romanzo fu stampato
in 2 tomi con la data del 1799 e, per ottenere il visto della censura, fu corredato di ampie
Annotazioni; alcune pagine furono rifatte introducendo modifiche al testo e il titolo fu mu-
tato in quello meno pericoloso di Vera storia di due amanti infelici ossia Ultime lettere di Ja-
copo Ortis. La seconda edizione (l’Ortis 1802, ovvero l’Ortis milanese) fu pubblicata a Milano
nel dicembre 1802 per i tipi del Genio Tipografico, con il titolo di Ultime lettere di Jacopo
Ortis e la data «Italia 1802». La prima metà del libro fu stampata, con alcune varianti mi-
nime, già alla fine del 1801 e corrisponde alle prime 45 lettere dell’Ortis 1798, profonda-
mente rielaborate. La terza edizione (l’Ortis 1816, ovvero l’Ortis zurighese) fu pubblicata a
Zurigo nel 1816 con la falsa data «Londra 1814». Rispetto all’Ortis 1802, presenta modifi-
che e incrementi sostanziali, come la lettera del 17 marzo, nella quale confluirono vari fram-
menti dei coevi Discorsi «Della servitù dell’Italia», e una lunga Notizia bibliografica. La ri-
stampa fattane da Foscolo a Londra nel 1817 per i tipi di John Murray comportò solo una
lieve revisione linguistica e stilistica, la divisione in due parti, all’altezza della lettera da Bo-
logna del 24 luglio, e la soppressione della Notizia bibliografica, sostituita da una più breve
Notizia. Nella presente raccolta si riproduce integralmente quest’ultima stampa autorizzata,
ovvero non solo l’Ortis, ma anche i testi liminari inseriti dall’autore, la Notizia, che sostituiva
la lunga Notizia bibliografica inserita nell’edizione zurighese del 1816, e Alcuni capitoli del
Viaggio sentimentale di Yorick estratti dalla traduzione italiana di Didimo Chierico pubblicata
in Pisa l’anno 1813, ovvero una breve antologia della celebre traduzione del capolavoro di
Laurence Sterne (la lettera dedicatoria, pubblicata con il nuovo titolo di Carattere di Yorick
scritto da Didimo Chierico, e i capp. III, IV, V, XII, XIV, XLI, XLV, LXIII, LXIV, LXV)12.

Notizia intorno a Didimo Chierico. Fu pubblicata da Foscolo in calce alla traduzione


del Sentimental journey di Sterne (Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia.
Traduzione di Didimo Chierico, Pisa, co’ caratteri di Didot dai Torchi di Gio. Rosini, 1813),
tra la fine di giugno e il luglio 181313. Riproduciamo qui il testo secondo l’edizione zuri-
ghese (Didymi Clerici prophetae minimi Hypercalypseos liber singularis, Pisis [ma Zurigo], in
aedibus Sapientiae [ma Orell e Füssli], 1815).

Ricciarda. Composta verosimilmente tra il dicembre 1811 e il principio di giugno 1813,


la Ricciarda fu rappresentata per la prima volta al Teatro del Corso di Bologna, il 17 set-
tembre 1813. L’edizione a stampa fu pubblicata a Londra dall’autore (Ricciarda. Tragedia
di Ugo Foscolo, Londra, per J. Murray, 1820)14.

parte del Sassoli fra giallo editoriale e iperboli foscoliane di vita e di morte, in «Giornale storico della letteratura
italiana», CLXXXIII, 2006, 603, pp. 418-434).
12
Per cui, oltre all’introduzione di G. Gambarin, in EN IV pp. LXXII-LXXVIII, si veda anche l’introdu-
zione di M. Fubini, in EN V, pp. XXXVI-LVIII.
13
Si veda ancora l’introduzione di M. Fubini, in EN V, pp. LVIII-LXIV, in partic. p. LI, e la Scheda intro-
duttiva di G. Lavezzi, in U. Foscolo, Opere, cit.: vol. II, Prose e saggi, Torino, Einaudi-Gallimard, 1995, pp.
850-862.
14
EN II, pp. 139-200 (nonché l’introduzione a cura di G. Bezzola, pp. XVIII-L) e la Scheda introduttiva
di M. M. Lombardi in U. Foscolo, Opere, cit.: vol. I, Poesie e teatro, Torino, Einaudi-Gallimard, 1994, pp.
876-884.
nota ai testi LXXXV

Parallel between Dante and Petrarch. Si tratta dell’ultimo dei quattro saggi dedicati
da Foscolo a Francesco Petrarca. La redazione dei saggi si prolungò tra la primavera del 1819
e l’estate del 182315. Una prima redazione del progetto su Petrarca in unico saggio, in otto
copie non venali, vide la luce tra il febbraio e il marzo del 1820 a spese dello scrittore (ora
riprodotta in EN X, pp. 153-210). La pubblicazione in rivista, come recensione alla Vie de
Pétrarque et Laure di Madame de Genlis, prevista inizialmente sulla «Edinburgh Review», av-
venne nel gennaio del 1821 sulla «Quarterly Review». I tagli imposti dalla direzione della ri-
vista, ma anche l’insoddisfazione per quella prima redazione lo spingono a una profonda ri-
scrittura in tre saggi, On the love, On the poetry e On the character of Petrarch, e a prevedere
la pubblicazione in volume in dodici esemplari. Finalmente il volume sarà pubblicato a Lon-
dra (Samuel et Richard Bentley) in venticinque esemplari recanti la data del «1° maggio
1821», di cui sedici numerati e forniti di una dedica personalizzata a ciascun destinatario. Il
volume contiene non già tre ma quattro saggi, poiché l’autore vi aggiunse il Parallel between
Dante and Petrarch, sei Appendici (nelle quali furono pubblicati i facsimili di due lettere ine-
dite attribuite al Petrarca e conservate nella collezione di Lord Holland, poi rivelatesi spu-
rie), una dedica a Charles Russel, traduttore in inglese dei saggi16. La copia destinata a Ca-
roline Russel contiene quattro stanze scritte direttamente da Foscolo in inglese e dedicate «To
Callirohe, at Lausanne». Una nuova edizione, dedicata a Lady Barbarina Dacre, traduttrice
di alcune rime di Petrarca che costituiranno una settima Appendice, apparirà per i tipi del
Murray, dopo una lunga gestazione, nell’inverno del 1823. Alcuni esemplari (ne sussistono
almeno due) di una pre-edizione, privi delle ultime correzioni, senza la dedica a Lady Da-
cre e recanti la data del 1822, furono fatti legare da Foscolo e inviati ad alcuni amici, tra cui
la Donna Gentile. I quattro saggi apparvero in traduzione italiana, per cura di Camillo
Ugoni, l’anno successivo: Saggi sopra il Petrarca pubblicati in inglese da Ugo Foscolo e tradotti
in italiano, Lugano, Vanelli e Comp., 1824, che si riproduce nella presente edizione.

Italian Literature. Epochs. Furono concepite a partire dalle lezioni che Foscolo tenne
in italiano tra maggio e giugno 1823 come una serie di 8 articoli, di cui, tuttavia, furono pub-
blicati solo i primi quattro, che apparvero in inglese, tra luglio e ottobre 1824, sulla «European
Review» (le Epoche terza, quarta, quinta e sesta restarono inedite per i dissensi insorti tra Fo-
scolo e l’editore della rivista, Walker). Poiché il testo delle Epoche che si legge nell’Edizione Na-
zionale, curata da Cesare Foligno (vol. XI, tomo 1)17, è una contaminazione tra quelli pubbli-
cati in inglese, le bozze di stampa, gli idiografi e gli autografi foscoliani18, nella presente edizione
abbiamo riprodotto quello inglese, l’unico che possa essere considerato ne varietur: 1) Princi-
ples of poetical criticism as applicable more especially to Italian literature, in «European Review»,
I, July 1824, pp. 258 sgg.; 2) Origin and vicissitudes of the Italian language, in «European Re-
view», I, August 1824, pp. 346 sgg.; 3) Italian literature, epoch first, from the year 1180 to 1230,
in «European Review», I, September 1824, pp. 547 sgg.; 4) Italian literature, epoch second, from
the year 1230 to 1280, in «European Review», II, October 1824, pp. 88 sgg. Le traduzioni
delle Epoche, inedita quella dell’Epoca seconda, sono del curatore della presente edizione.

15
Si veda l’introduzione di C. Foligno, in EN X, pp. XXI-XLVII.
16
EN X, pp. 1-148.
17
Si veda l’introduzione di C. Foligno, in EN XI, tomo 1, pp. XVII-XLII.
18
Sulla questione si veda ora M. Borsa, Per l’edizione del Foscolo ‘inglese’, in Prassi ecdotiche: esperienze edito-
riali su testi manoscritti e testi a stampa, a cura di A. Cadioli e P. Chiesa, Milano, Cisalpino, 2008, pp. 299-
336.