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1116.3 P. Serra (a cura di)


Questioni di letteratura sarda
Questioni
di letteratura sarda
Un paradigma da definire
Definire la letteratura sarda è operazione non ovvia, non solo per le que-
stioni legate alle diverse lingue – sardo, italiano, spagnolo – in cui la pro-
duzione scrittoria e letteraria isolana si è espressa, ma anche per la pro- a cura di
blematicità del suo paradigma eccentrico ed eteroclito. La stessa esi-
Patrizia Serra

QUESTIONI DI LETTERATURA SARDA


stenza di una letteratura sarda è stata spesso messa in discussione, poi-
ché essa viene percepita ora come un’appendice regionale della lettera-
tura italiana, ora di quella spagnola, ora come manifestazione letteraria
dialettale e locale.
La produzione poetica e narrativa della Sardegna testimonia invece, fin
dal Medioevo, la complessità e la ricchezza degli stimoli che provengono
all’Isola e dall’Isola, certo soggetta a influenze, e controllo politico, di pro-
venienza diversa (pisana e genovese, aragonese e spagnola, piemontese e
italiana), ma non per questo priva della propria peculiare identità e del
suo continuo interrogarsi su se stessa e alla ricerca di sé, nel confronto
con le letterature e lingue altre con cui si è trovata in contatto.
Il problema della letteratura sarda, non inquadrabile all’interno di un
processo culturale omogeneo e unitario, e tantomeno nei paradigmi tradi-
zionali che ambiscono ad annullare l’apporto costitutivo della “diversità”,
viene proposto in questo volume come oggetto di riflessione, al crocevia
tra diversi angoli di osservazione e attraverso un percorso che si snoda

METODI E PROSPETTIVE
Studi di Linguistica Filologia Letteratura
dalle prime attestazioni scrittorie medioevali fino alla narrativa contem-
poranea.

Scritti di: P.P. Argiolas, G. Caltagirone, A. Cannas, D. Caocci, S. Conta-


rini, G. Floris, M. Marras, R. Onnis, T. Paba, P. Serra, M. Virdis.

Patrizia Serra insegna Filologia romanza alla Facoltà di Studi Umanisti-


ci dell’Università di Cagliari. Ha pubblicato studi sulla letteratura medioe-
vale francese e sui primi documenti del Medioevo sardo.

FrancoAngeli
La passione per le conoscenze

€ 32,00 (U) FRANCOANGELI


Questioni
di letteratura sarda
Un paradigma da definire
a cura di
Patrizia Serra

FRANCOANGELI
Metodi e prospettive
Studi di Linguistica, Filologia, Letteratura

Metodi e prospettive è una collana di volumi, monografici o miscellanei, che si propone di


raccogliere e ospitare sia studi linguistici e filologici sia testi letterari e edizioni critiche di
opere.
Il progetto è basato sul principio metodologico della connessione diretta tra teorie e applica-
zioni nei campi della linguistica, della filologia e della critica letteraria.
In tema di linguistica e filologia, la collana accoglierà contributi nei diversi ambiti della lin-
guistica funzionale (sincronica, diacronica, storica, descrittiva e applicata), della storia delle
lingue e delle tematiche testuali e culturali degli studi filologici.
Per la parte di letteratura proporrà, invece, testi di taglio criticamente innovativo e interdisci-
plinare, con attenzione particolare agli aspetti culturali dei processi letterari, all’ibridazione e
alla problematizzazione dei generi, nonché alla edizione di testi o inediti o dei quali si pro-
ponga una nuova visione critica.
La Collana si avvale di un comitato scientifico internazionale e ogni contributo viene sottopo-
sto a procedura di doppio peer reviewing anonimo.

Coordinamento
Ignazio Putzu
Gabriella Mazzon (Innsbruck)

Comitato redazionale
Albert Abi Aad
Gudrun Bukies
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I lettori che desiderano informarsi sui libri e le riviste da noi pubblicati
possono consultare il nostro sito Internet: www.francoangeli.it e iscriversi nella home page
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Indice

Introduzione pag. 7

Alle origini della scrittura letteraria in Sardegna


Patrizia Serra » 19

La nascita della Sardegna quale soggetto storico e culturale nel


secolo XVI
Maurizio Virdis » 61

Tasso gentil ch’empi di luce il mondo. Rappresentazioni identita-


rie nella letteratura sarda del Cinquecento
Duilio Caocci » 101

Libro de varios exemplos collegidos de muchos y graves auctores


(Manoscritto 192 della Biblioteca Universitaria di Cagliari)
Tonina Paba » 115

La Storia letteraria di G. Siotto Pintor tra pegno per la fusione


sardo sabauda e dote per la nazione italiana
Gonaria Floris » 155

La Storia della letteratura di Sardegna di Francesco Alziator.


Modelli, paradigmi, eccezioni
Pier Paolo Argiolas » 171

La Storia della letteratura di Sardegna di Francesco Alziator.


Dall’età del silenzio alla voce della poesia
Andrea Cannas » 183
5
Dall’Ottocento ai nostri giorni: la parabola del romanzo a tema
storico in Sardegna tra coloniale e postcoloniale
Margherita Marras pag. 195

Reinterpretazioni del codice barbaricino: i banditi di Sergio Atzeni


Silvia Contarini e Ramona Onnis » 215

Alla Sardegna, o delle favole antiche. Il poeta, il filosofo e lo


scienziato nell’opera di Giorgio Todde
Giovanna Caltagirone » 227

Indice dei nomi » 237

Indice delle opere » 243

6
Introduzione

Parlare di “letteratura sarda” è da sempre un’operazione delicata e comples-


sa: sia per le questioni poste dalle diverse lingue in cui la produzione letteraria
isolana si è espressa – sardo, italiano, spagnolo – sia per una, presunta e mai
dimostrata, “debolezza” di tale produzione. Tuttavia, pur con le sue difficoltà
e fra tanti condizionamenti, una produzione scrittoria e letteraria in Sardegna
v’è sempre stata a partire dal medioevo, nonostante la problematicità del suo
paradigma eccentrico ed eteroclito; la precarietà della sua diffusione, a causa di
canali comunicativi spesso atipici e comunque sempre deboli; il suo continuo
domandarsi e interrogarsi su se stessa e alla ricerca di sé, nel confronto delle
letterature e lingue altre con cui si è trovata in contatto; la mancanza di un ceto
intellettuale vero e proprio, soprattutto nei settori laici della società, fino ad
inoltrato Ottocento; la questione della/e lingua/e da impiegare, ancora e spesso
felicemente non risolta. Tanto che spesso è messa in dubbio la stessa esistenza
e sussistenza di una “letteratura sarda”, che invece si propone e si percepisce
smembrata, ora come un’appendice regionale della letteratura italiana, ora del-
la letteratura spagnola, ora come manifestazione letteraria “dialettale” e locale.
I contributi raccolti in questo volume, pur senza la pretesa di esaurire e
definire il problema, o di tracciare un quadro completo della parabola storica
della produzione letteraria di Sardegna, vogliono costituire appunto degli sti-
moli e dei coaguli di riflessione intorno a tale problematica.

L’analisi prende l’avvio, con il saggio di Patrizia Serra, dalle prime atte-
stazioni scrittorie della Sardegna in età medievale: scritture di carattere emi-
nentemente giuridico e documentario, ma pure con emergenze di carattere
storiografico e narrativo.
In tale “preistoria” di una letteratura di Sardegna, obbediente ancora a
scopi prevalentemente pragmatici, l’attività scrittoria sarda si trova legata a
quella che è l’idea e la pratica della produzione testuale del medioevo, in cui
la “scrittura letteraria” non ha ancora acquisito una sua autonomia, né fa rife-
rimento a un’estetica o a una poetica già delineata e predefinita.
7
Tuttavia, se le maggiori letterature europee si mostrano già sulla via di
un’autonomia almeno intrinseca, che si espliciterà maggiormente nei secoli
successivi, le scritture sarde manifestano in misura maggiore l’attinenza alla
sfera pragmatica. Ciò non significa tuttavia che siano esenti da un’imposta-
zione o da un’elaborazione retorica e funzionale: esse infatti presuppongono
schemi narrativi a monte, e un’impostazione semiotica predisposta e pro-
grammata. Emergono così narrazioni documentarie e testimoniali, racconti
che, pur essendo registrazioni dell’accaduto, assumono un valore talvolta
“esemplare” e talvolta un andamento drammatico.
È questo il caso di numerose schede dei Condaghes, tradizionalmente
considerati come testi di carattere meramente probatorio, che forniscono in-
vece una serie di esempi di intenzionalità narrativa, realizzata mediante una
drammatizzazione del racconto e l’uso frequente di sequenze dialogiche. Gli
evidenti rinvii alle modalità della narrazione orale non costituiscono tuttavia
una spia del carattere immediato e naïf di queste scritture, che si innestano
invece su strutture stilistiche e procedure narrative tipiche del testo biblico,
modello imprescindibile per gli scriptores di ambito monastico.
L’influenza di modelli di matrice “colta” risulta determinante anche nel-
la stesura del Libellus Judicum Turritanorum, prima cronaca della Sardegna
medioevale, in cui si realizza la sovrapposizione dei moduli della narrativa
esemplare ed agiografica sul dato storico e cronachistico. Il discorso narra-
tivo, didattico e esemplare, che si snoda attraverso la parabola della dinastia
giudicale del Logudoro, inserisce la registrazione di eventi realmente acca-
duti all’interno di una prospettiva che trasfigura il dato in exemplum, la suc-
cessione cronologica in disegno provvidenziale volto a strutturare, in un qua-
dro interpretativo organico, la successione degli eventi. Non solo l’aurora di
una scrittura storiografica quindi, ma piuttosto una testimonianza dell’inizio
della scrittura letteraria in Sardegna.

Alla fine del Quattrocento la Sardegna si inscrive nel sistema iberico,


anche se ciò non si traduce con un’immediata egemonia culturale e lingui-
stica castigliana1. I “relitti” di un processo culturale interrotto dalla guerra
attestano l’esistenza di un’attività letteraria che si inserisce prevalentemente
nell’ambito paraliturgico2, al «confine tra l’oralità degli incolti e gli esercizi
popolareggianti dei colti»3.

1. Cfr. Paolo Maninchedda, Nazionalismo, cosmopolitismo e provincialismo nella tra-


dizione letteraria della Sardegna (secc. XV-XVIII), in «Revista de filología romaníca», 17
(2000), pp. 171-196 (p. 178).
2. Si pensi all’opera di Antonio Cano (1436-1470 ca.), vescovo di Sassari, autore di una
narrazione in sardo sulla vita e la passione dei martiri turritani, Sa Vitta et sa Morte, et Passio-
ne de sanctu Gavinu, Prothu et Januariu, e del Laudario dei disciplinati bianchi di Sassari in
italiano. Allo stesso ambito paraliturgico risalgono due dei tre testi in catalano che ci sono per-
venuti, il Cant de la Sibil·la e la Vida y miracles del benaventurat sant’Anthiogo. Ivi, p. 177.
3. Ibid.

8
Ma è nel Cinquecento che si pone con consapevolezza il problema – e
la coscienza – di una specificità culturale della Sardegna medesima, anche
in conseguenza del costituirsi nell’Isola di Studi regolari4 e dell’esigenza
di una autorappresentazione dei ceti colti, all’interno della cultura o delle
culture che compongono l’Impero spagnolo e la sua confederazione di re-
gni dotati di strutture istituzionali proprie. In questo clima, la Sardegna, ma
soprattutto la sua metà settentrionale e la città di Sassari – dove più con-
sistente era l’elemento aristocratico e intellettuale autoctono – propongo-
no e costruiscono la soggettualità culturale sarda, sia per ragioni politiche
che reclamavano un’autonomia dei ceti maggiori rispetto al centrale potere
iberico, sia per ragioni culturali e intellettuali che volevano prefigurare una
intellettualità sarda che potesse stare, come autonomo soggetto, alla pari
con l’intellettualità europea entro la confederazioni dei regni dell’impero
iberico.
In questa prospettiva, il saggio di Maurizio Virdis prende in esame la pro-
duzione letteraria di due intellettuali sassaresi, entrambi appartenenti al ceto
ecclesiastico, che assumono, fin dal principio, la questione culturale della
Sardegna come dato primario che ne ispira l’attività: Giovanni Francesco
Fara, fondatore della storiografia sarda in senso moderno, e il poeta Gerola-
mo Araolla.
Dotato di buona cultura giuridica e umanistica, frequentatore dell’archi-
vio e della biblioteca vaticana, il Fara scrisse il De rebus Sardois e la In Sar-
diniae Corographiam5, opere che fanno largo e dichiarato uso delle fonti cui
egli poté accedere, ma anche della conoscenza diretta dei luoghi.
Sul piano linguistico e letterario, l’Araolla compie un’operazione simile.
Nella prefazione al suo poemetto agiografico egli si duole dello stato neglet-
to in cui giace la lingua sarda, che invece, se curata quanto le altre ‘nazioni’
curano la propria lingua, potrebbe stare alla pari con delle lingue più illustri.
E questa intenzione e convinzione egli dimostra attiva e concreta con la sua
opera. Questa si compone del poemetto agiografico Sa vida, su martiriu, et
morte dessos gloriosos martires Gavinu, Brothu, et Gianuari e delle Rimas
Diversas Spirituales, raccolta lirico-religiosa trilingue (sardo, spagnolo, ita-
liano). Al di là delle sue qualità poetiche ed estetiche, che pure non mancano,

4. Sullo scorcio della prima metà del secolo le due maggiori città dell’Isola, Cagliari e Sas-
sari, si proposero quale sede di studi superiori, e qualche decennio più tardi chiesero che a tali
scuole fosse concessa la facoltà di poter dottorare. Furono istituiti diversi collegi gesuitici in
vari centri della Sardegna. due dei quali, Sassari nel 1617 e Cagliari nel 1623, furono elevati
al rango di Università. Tutto ciò avveniva su un terreno già ben predisposto sia dalla presen-
za nell’Isola di scuole di grammatica, sia dal clima postridentino che, fra le altre cose, esigeva
un clero colto.
5. È assai significativo quanto il Fara dice nella dedica-prefazione al De rebus Sardois: os-
sia la volontà di dar lode alla patria e di volerla trar fuori dalle tenebre in cui era avvolta. Tale
proposito ha spazio maggiore nella Corographia, dove, talvolta pure con un tantino di ingenui-
tà, oltre alla descrizione minuta della Sardegna, egli traccia in toni elogiativi le virtù, le qualità
e le potenzialità della sua terra.

9
l’opera letteraria dell’Araolla è il risultato di solide conoscenze filosofiche e
delle poetiche, oltre che dei letterati dell’epoca. Essa si inserisce benissimo
nel clima del contemporaneo petrarchismo, e nell’aura, morale e stilistica,
manieristica e tassiana.
Se la sua opera e i suoi propositi non ebbero immediate conseguenze sul-
la produzione culturale e letteraria della Sardegna, tuttavia egli ‘inventò’ un
codice poetico letterario che durò a lungo, magari in una produzione e frui-
zione ‘sottotraccia’, e pose le basi per una produzione poetica che tutt’oggi
perdura.
Differente è invece la scelta linguistica di Pietro Delitala, autore delle
Rime diverse6, che costituiscono il primo corpus poetico in Sardegna scrit-
to interamente in italiano. All’interno di una situazione linguistica assai
variegata che vede l’uso del catalano, dello spagnolo e del sardo, l’ado-
zione dell’italiano, a quel tempo lingua marginale conosciuta in Sardegna
solo da un numero ristretto di intellettuali, risponde ad una serie di stimoli
connessi all’esperienza biografica e culturale dell’autore. Il suo allonta-
namento obbligato dalla Sardegna, per dissapori con il Sant’Uffizio, lo
conduce infatti prima in Corsica e poi a Siena, dove entra in contatto con
l’élite letteraria toscana. In questa fase si colloca la sua frequentazione del
Tasso, che ne influenza ampiamente la poetica, nonché il suo avvicinamen-
to ai “classici”, Dante, Petrarca e Boccaccio, dai quali desumerà moduli
tematici e stilistici.
Nell’Introduzione alle Rime diverse, lo stesso Delitala giustifica la pro-
pria inusuale scelta dell’idioma toscano7: «presuposto che la nobilissima len-
gua toscana sia in questo Regno da pochissimi intesa esattamente, e quelli
sian persone che con animo netto mi nottino gli errori, e con clementia me
ne riprendano (che esser non può scortese un che sia dotto) il che il volgo per
tutto l’oro del mondo non farebbe, mi è parso molto conveniente, per questa
mia prima arroganza, mandare in luce in lengua toscana […]». La volontà
di proporsi dunque, attraverso una lingua in quel momento elitaria, ad un
pubblico di intellettuali, sicuramente più indulgenti nei confronti della sua
produzione poetica rispetto ad un “volgo” sostanzialmente incapace di com-
prenderne il travaglio intellettuale, segnala l’intento di Delitala di travalicare
i ristretti confini isolani per conferire una fruizione e una circolazione più
ampie alla propria poesia.
All’interno della complessa trama di rapporti intertestuali che permeano
lo stile e influenzano le tematiche delle Rime diverse, il contributo di Duilio
Caocci pone in rilievo, all’interno del diffuso tema della lingua «propria» dei
sardi e della relazione tra questa e le altre lingue presenti nel medesimo sce-

6. Pietro Delitala, Rime diverse, Galcerino, Cagliari 1595.


7. «Intendendo anche che più obbligato era scrivere in lingua sarda, come materna, o spa-
gnola, come più usata et ricevuta in questa nostra isola, che in toscana, lengua veramente mol-
to aliena da noi». Ibid.

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nario, le scelte linguistiche e poetiche che caratterizzano la produzione e la
riflessione degli autori cinquecenteschi.
Negli ultimi anni del sedicesimo secolo, in una fase assai feconda per la
letteratura sarda, compaiono, segno di una ricezione periferica e di una vene-
razione per molti aspetti significativa, due sonetti in morte di Torquato Tas-
so, entrambi in lingua italiana: il primo firmato da Pietro Delitala, appunto
all’interno delle Rime diverse, il secondo composto da Gerolamo Araolla ed
inserito nelle sue Rimas Diversas Spirituales. L’interessante strategia della
citazione tassiana, esaminata in via preliminare, permette di giungere a una
migliore comprensione dell’eccentrica scelta linguistica di Delitala, che si ri-
volge ad un pubblico addestrato alla lettura dei capolavori peninsulari e quin-
di capace di apprezzare non solo la bella frase desunta dai modelli, ma anche
i contenuti delle più ampie porzioni dell’ipotesto evocato.

La produzione del Seicento si caratterizza per l’uso del castigliano soprat-


tutto da parte del ceto feudale o della burocrazia del Regno, mentre l’utilizzo
del sardo è ascrivibile all’ambito religioso, in cui la lingua dell’Isola veico-
la, con fini didattici, sacre rappresentazioni o traduzioni di testi agiografici8.
Gli studi relativi alla letteratura di Sardegna hanno finora sempre sotto-
lineato l’esiguità della produzione in lingua spagnola nella letteratura sarda
del Cinquecento e del Seicento, valutazione legata all’esclusiva considera-
zione dei testi a stampa pervenutici, laddove una grande quantità di testi poe-
tici, non dichiarati nei titoli dei volumi che li contengono, risultano invece
dispersi in opere di varia natura. Romanzi, opere teatrali, agiografie, relacio-
nes de fiestas, poemetti encomiastici, sermoni, novenari, catechismi sfuggo-
no quindi al computo nelle bibliografie e sono di conseguenza ignorati dagli
studiosi della storia letteraria sarda.
Il contributo di Tonina Paba, con l’intento di portare alla luce una signi-
ficativa testimonianza di tale produzione, prende in esame un manoscritto in
lingua spagnola, il Libro de varios exemplos de muchos y graues auctores,
custodito presso la Biblioteca Universitaria di Cagliari9.
Il codice, risalente alla seconda metà del Seicento, contiene una nutrita
serie di brevi narrazioni in prosa – oltre trecento – raggruppate secondo una
tipologia tematica (Santi e Sacramenti) e casi di coscienza. Esso, con mol-
ta probabilità, fu dunque redatto e utilizzato da religiosi che se ne servivano
nella loro missione apostolica. Alcuni di questi casi esemplari sono ambien-
tati in scenari isolani e introducono personaggi sardi, tra i quali il vescovo
Eusebio di Sardegna.
L’analisi condotta su questi testi mette a disposizione di storici, storici
della Chiesa, studiosi della cultura, etnologi, una ricca messe di dati inerenti

8. Cfr. Paolo Maninchedda, Nazionalismo, cosmopolitismo e provincialismo nella tradi-


zione letteraria della Sardegna cit., p. 178.
9. Ms. 192, proveniente dal Convento del Monte Carmelo di Cagliari. Autore e raccogli-
tore sono ignoti.

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alle maggiori preoccupazioni dei religiosi che operavano nella Sardegna tra
Sei e Settecento, ponendo in luce le più diffuse “infrazioni” morali dei fedeli,
sovente spia del contesto socio-culturale di riferimento.
Un’attenzione specifica è stata poi dedicata al corpus poetico raccolto
nella parte finale del manoscritto, che reca il titolo Tratado de algunas cosas
espirituales, di cui si fornisce qui per la prima volta l’edizione, e che appa-
re direttamente vincolato all’antologia in prosa che lo precede. Alcuni dei
componimenti che figurano nel Tratado sono opera di grandi poeti spagnoli,
come Lope de Vega, Calderón de la Barca, Alonso de Ledesma; altri invece,
la cui paternità è ancora ignota, potrebbero essere ascrivibili ad autore sardo.
Questo corpus presenta, inoltre, varie e significative analogie con il Canzo-
niere ispano-sardo, tradito da un manoscritto della seconda metà del XVII
secolo e conservato presso la Biblioteca di Brera (Milano).
I contenuti della raccolta esaminata sono assai compositi. Accanto a com-
ponimenti di evidente tematica religiosa e penitenziale, compaiono infatti te-
sti di carattere profano, di argomento amoroso e burlesco, probabile spia de-
gli interessi del collettore del corpus. E appunto la varietà tematica e metrica
dei componimenti testimonia la portata e la molteplicità degli stimoli cultu-
rali che caratterizzano la circolazione letteraria nella Sardegna del Seicento.
Lo studio della produzione letteraria in lingua spagnola dei secoli XVI-
XVIII è stato fortemente condizionato dal giudizio negativo che già Giovan-
ni Siotto Pintor aveva espresso nella sua Storia letteraria di Sardegna, opera
data alle stampe nella prima metà dell’Ottocento. In essa, infatti, lo studioso
elabora e costruisce una tesi secondo la quale all’origine della povertà in-
tellettuale e del generale ritardo culturale e sociale che la Sardegna conosce
ai suoi tempi vi è l’“infausta” dominazione spagnola nell’Isola. «Di nostra
oscurità letteraria fu cagion prima e unica la Spagna» sentenzierà infatti sen-
za appello il magistrato e deputato cagliaritano. Tale opinione, certamente
formulata sulla scorta di un altrettanto negativo giudizio da parte degli storici
isolani, ha nei secoli successivi segnato la via per un approccio pregiudiziale
nei confronti della letteratura prodotta in Sardegna da autori sardo-ispanici.
Non solo Siotto Pintor, ma anche il Martini e il Tola nell’Ottocento, e France-
sco Alziator nel Novecento – sebbene con toni meno aspri e alcuni distinguo
– hanno con i loro studi contribuito a radicare tale stereotipo.
La Storia letteraria di Sardegna di Giovanni Siotto Pintor si colloca tra
il modello storiografico tipico dell’erudizione settecentesca e la prospetti-
va, critica e divulgativa, del genere “storia letteraria”, propria dell’orizzonte
culturale romantico europeo. Siotto Pintor interpreta il riformismo sabaudo
esprimendo un’aspirazione “nazionale” – poi effettivamente realizzata, sul
piano della storiografia letteraria italiana, dalla Storia della letteratura di
Francesco De Sanctis – che tradisce il principale obiettivo di obliterare la
plurisecolare cultura della dominazione spagnola.
Sul terreno specifico dell’evoluzione ideologica e strutturale del genere,
il saggio di Gonaria Floris si propone appunto di mostrare quale disegno
12
assuma La Storia letteraria di Siotto Pintor, prima e più vasta ricostruzione
storica della letteratura in Sardegna, che si colloca all’incrocio di modelli più
o meno innovativi italiani ed europei e costituisce un punto di svolta epoca-
le rispetto ai pregressi esperimenti di sintesi storiografica della letteratura in
Sardegna.
La Storia della letteratura di Sardegna di Francesco Alziator10, a poco più
di un secolo di distanza dal Siotto Pintor, realizza invece un progetto di sto-
riografia letteraria non più motivata ad attestarsi su posizioni riduttive e ne-
gazioniste della tradizione spagnola nell’Isola. Tuttavia, se da un lato l’opera
dell’Alziator si caratterizza per la ricca e dettagliata informazione circa la pro-
duzione di testi spagnoli, da un altro lato si attarda sul modello ottocentesco
e riflette la stessa crisi della storiografia letteraria italiana, stretta tra il rilan-
cio positivistico e l’ipoteca crociana della discriminazione estetica tra poesia
e letteratura. I saggi di Andrea Cannas e Pier Paolo Argiolas affrontano due
aspetti tra loro complementari dell’opera di storiografia letteraria di Alziator.
L’analisi di Pier Paolo Argiolas mira all’individuazione di modelli e strut-
ture paradigmatiche sottese al tessuto, apparentemente disomogeneo, del te-
sto. La Storia della letteratura di Sardegna, finora raramente indagata nella
sua articolazione organica e in rapporto al primario intento ideologico-iden-
titario che ne informa la composizione, è stata invece tradizionalmente “mi-
surata” sull’opera precedente del Siotto Pintor ed aspramente criticata sia per
l’impostazione crociana, sia per la sostanziale incomprensione della poesia
in lingua sarda. L’inclusione, nel piano dell’opera, di una ricca selezione di
dati extra-letterari, dovuta in primo luogo all’eclettismo intellettuale dell’au-
tore, risponde anche all’esigenza di rifiutare l’atteggiamento censorio della
storiografia precedente e la sua conseguente esclusione della plurisecolare
componente spagnola, che verrà invece inclusa da Alziator nel processo di
evoluzione della cultura letteraria isolana. Se l’apertura alla dimensione eu-
ropea e l’atteggiamento sovra-nazionale connotano l’esercizio della sua cri-
tica letteraria, essa resta comunque incentrata sull’attenzione alla specificità
e all’autonomia del testo poetico. Nella sua ricerca, quasi sempre frustrata,
della “poesia pura”, Alziator isola singole personalità reputate poetiche, in
una polverizzazione che esclude la ricerca di una vera continuità letteraria e
rifiuta sia la manipolazione del materiale prescelto in vista di preconfezionate
finalità artistiche e ideologiche, sia la sua tassonomica strutturazione in siste-
mi di generi e poetiche. La fondamentale scelta dell’autore di non ricostruire,
come fenomeno unitario, un panorama organico delle lettere sarde, rispec-
chiata nella struttura puntiforme della sua Storia, pare tuttavia incrinarsi nelle
porzioni “paratestuali” dell’opera, laddove emerge il tentativo di individuare
un repertorio di costanti, per lo più “indigene”, che rendano possibile un in-
quadramento complessivo dei fenomeni culturali e letterari isolani.

10. Francesco Alziator, Storia della letteratura di Sardegna, Edizione della Zattera, Ca-
gliari 1954.

13
Tale tendenza a istituire un’organicità, apparentemente negata ma di fatto
realizzata, viene posta in rilievo anche nel contributo di Andrea Cannas che
rileva la volontà di Alziator di ricomporre le varie tessere secondo un disegno
conforme alle dinamiche dei processi storici e delle varie espressioni cultu-
rali dell’Isola. Questa tensione si avverte in tutte le porzioni del testo in cui
Alziator non si limita a presentare gli autori, o ad antologizzare le opere, ma
imbastisce una riflessione critica di respiro più ampio, che supera i confini
della relativa sezione cronologica. Qui abbondano le formule che definisco-
no sinteticamente fenomeni generali, ed è possibile individuare una sorta di
cornice che organizza la struttura dell’opera e nella quale emerge con parti-
colare consistenza il giudizio storico-letterario del critico. Il primo capitolo
si occupa delle origini dei primi abitatori dell’Isola e, considerata l’evidenza
per la quale la preistoria è soprattutto un vuoto di informazioni da colmare,
gli albori della civiltà possiedono i contorni del mito. Alziator allestisce di
fatto una sobria ma globale narrazione dei fatti isolani, che riaffiora costante-
mente in quelle parti infratestuali che sono i nodi nevralgici della “cornice”.
Nella scansione dei secoli di storia letteraria vengono invece individuati
alcuni fenomeni i quali si configurano per la realtà sarda come vere e pro-
prie invarianti. In particolare una coppia di costanti scandisce con regolarità
le varie epoche: l’eterogeneità e il distemporamento. Il potenziale che deriva
dall’eterogeneità dei “contributi” viene fortemente ridimensionato dal per-
manere di manifestazioni ispirate a uno sterile manierismo, fatta eccezione
per singole figure isolate. In effetti, dalla crisi di sistema emerge una vera e
propria “singolarità” che consente al critico di riannodare i fili che gestivano,
articolandosi nelle varie parti della cornice, l’intera struttura. Non stupisce
che il “campione” capace di portare a compimento l’impresa letteraria, ov-
vero coniugare mezzi tecnici – raffinati dal confronto con la più aggiornata
produzione europea – con la piena espressione di un mondo etico ancestrale,
sia Grazia Deledda. Alziator aveva a lungo ricercato quell’impronta che de-
finisse in modo inequivocabile l’oggetto artistico. L’indagine approda final-
mente a una conquista positiva, tanto agognata da indurre l’autore ad abban-
donare l’abituale understatement, fino a esaltare il «miracolo della Deledda».
Così l’esordio e l’epilogo rivelano un’inaspettata connessione e traggono re-
ciprocamente giovamento da un potenziamento di senso: la grandezza antica
è una matrice ancora attiva e può generare prodotti artistici moderni, purché
siano creati con strumenti aggiornati mediante il dialogo col resto d’Europa.
Il miracolo, appena celebrato da Francesco Alziator, si realizza nell’intreccio
profondo di un gusto estetico e di un mondo etico che va inteso come rivisi-
tazione di un mito originario.

Di sicuro interesse e rilievo è infine l’apporto moderno al costituirsi di


una prospettiva di produzione letteraria nella Sardegna contemporanea, an-
che in relazione alla concezione giuridica e antropologica di Antonio Piglia-
ru, giurista e filosofo orunese che, negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo

14
scorso, definisce l’etica della balentìa nell’ambito dei suoi studi sul Codice
della vendetta barbaricina. In tale jus non scriptum ma sorretto dall’autorità
della tradizione, egli pone in evidenza sia la correlazione esistente tra il con-
cetto di “offesa” – strettamente connesso alla concezione della vita dell’uo-
mo barbaricino – e quello di “vendetta”, sia il forte vincolo esistente tra ba-
lentìa e banditismo.
Silvia Contarini e Ramona Onnis indagano sulla personale rivisitazione
dell’ethos della balentìa che viene realizzata da Sergio Atzeni nel corso della
sua opera narrativa. La balentìa senza fucili, auspicata da Atzeni nel 1987,
invoca appunto un ritorno all’antica balentìa, fondata sull’intelligenza e sul
coraggio, e si traduce in un’esortazione alla fratellanza e all’unione rivolta
ai Sardi. Nell’Apologo del giudice bandito del 1986, ambientato nel 1492,
viene affrontato il tema dell’oppressione straniera ed emerge un’immagine
della Sardegna quale terra periferica da depredare. Il protagonista, Itzoccor
Gunale, che rappresenta in assoluto la figura più tipica della narrativa atze-
niana, pur incarnando perfettamente l’ethos del balente sarà tuttavia ucciso
alla fine del romanzo: un omicidio gratuito da lui compiuto senza un moven-
te, che trasgredisce dunque al codice della vendetta barbaricina, ne decreterà
infatti la morte, prima spirituale e poi reale.
Anche la schiava Juanica assurge ad emblema, questa volta femminile,
della capacità di resistenza ai soprusi: l’episodio della fuga, che la sottrae
a un tentativo di violenza, rinvia a un’altra affannosa corsa letteraria, quella
dello schiavo protagonista del romanzo L’esclave vieil homme et le molosse
(1997) dello scrittore martinicano Patrick Chamoiseau, legato ad Atzeni da
uno stretto rapporto d’amicizia e da comuni poetiche e concezioni ideolo-
giche. L’immagine del “bandito” proposta da Atzeni presenta significative
consonanze proprio con il “guerriero dell’immaginario” teorizzato da Cha-
moiseau: ben diverso dal “ribelle”, che si definisce in base al proprio opposi-
tore e mira ad assumerne la posizione dominante, il “guerriero” identifica la
resistenza con una ribellione da attuarsi mediante la capacità di trasformare
l’immaginario attraverso la creazione artistica e poetica. L’inutilità del ricor-
so alla violenza e alla vendetta, la resistenza combattuta attraverso la paro-
la poetica sono più volte teorizzate negli scritti giornalistici degli anni della
maturità dell’Autore, in cui si evidenzia l’inattualità dell’antico codice della
vendetta: strumento ormai arcaico e inadeguato che, in consonanza con le
posizioni di Pigliaru, si rivela assolutamente incapace di ripristinare l’ordine
sociale turbato.

L’indagine di Margherita Marras, incentrata invece sulla parabola del


romanzo a tema storico in Sardegna nei secoli XIX-XX, ha come presup-
posto l’infondatezza di possibili paradigmi unitari. L’Autrice del contribu-
to, che imposta la propria analisi inserendola nella dibattuta questione del-
la letteratura coloniale e post-coloniale, rileva che fiumi di pagine teoriche
hanno ormai ampiamente illustrato l’impossibilità di tracciare un’immagine
15
lineare del coloniale e del post-coloniale. Constatata dunque l’infondatez-
za di tali ipotizzati paradigmi («la colonisation, la décolonisation, l’après-
décolonisation ne se disent pas, ne se lisent pas de la même manière dans
chacune des traditions»11), lo studio di questi due fenomeni viene messo in
relazione con la specificità del contesto sardo, attribuendo particolare risal-
to alla dimensione endogena che li contraddistingue e valutando in quale
modo essi abbiano condizionato gli scrittori dell’Isola nelle scelte inter-
pretative e tematico-formali, nelle modalità di rappresentazione del reale,
nell’uso dei codici linguistici e letterari, ma anche nel loro sentire politico,
etico, identitario. Dal fenomeno dei Falsi d’Arborea – inteso quale presa di
coscienza della defezione culturale e storica sarda – fino al processo di alie-
nazione identitaria non ancora conclusosi e che sembra animare le finzioni
storiche della stragrande maggioranza dei romanzieri dell’Ottocento e dei
primi del Novecento, per giungere al complesso panorama della narrativa
sarda contemporanea, si delinea un percorso in cui le istanze identitarie, il
controverso rapporto con il “continente”, l’apertura alla cultura italiana ed
europea giocano ruoli ogni volta differenti all’interno delle dinamiche costi-
tutive del romanzo storico in Sardegna.

Alla produzione romanzesca più recente si accosta infine il saggio di Gio-


vanna Caltagirone che esamina, dell’opera di Giorgio Todde, le suggestioni
mitiche, il senso dei luoghi, il complesso rapporto con la natura e il cosmo.
La profondità conferita al tempo e allo spazio da una dimensione mitica che
trascende l’attualità storica, segnata dalla negatività, proietta nell’immagine
della città, luogo privilegiato nell’opera di Todde, la stratificazione delle per-
cezioni e dell’immaginazione dei suoi abitanti. La descrizione dello spazio,
di cui viene letta l’anima e l’interiorità, diviene conoscenza dei luoghi, intesi
quali memoria collettiva vivente, percepita mediante i sensi e l’immagina-
zione. La persistenza di un passato arcaico, pur innestato nel dato empirico
attuale, conduce alla rappresentazione di un universo pagano in cui i luoghi
interagiscono con gli elementi antropici e metereologici: natura e condizio-
ni atmosferiche si caricano di forti valenze simboliche e assumono la forza
delle antiche profezie. Il senso metafisico dell’opera di Todde si organizza
intorno al mistero eterno dell’esistenza: il distacco parziale o definitivo dalla
materia, l’ossessione della morte, che l’utopico sogno del detective “pietrifi-
catore” Efisio Marini, protagonista di cinque dei romanzi di Todde12, tenterà
appunto di esorcizzare mediante una metamorfosi minerale che, divenuta rito
sacrale, prelude alla restituzione dell’esistenza. L’aspirazione umana ad un

11. Jean Bessière et Jean-Marc Moura (textes réunis par), Littératures postcocoloniales et
franco-phonie, Conférences du séminaire de Littérature comparée de l’Université de la Sor-
bonne Nouvelle, Honoré Champion Editeur, Paris 2001, p. 9.
12. Lo stato delle anime (2001), Paura e carne (2003), L’occhiata letale (2004), E quale
amor non cambia (2005), L’estremo delle cose (2007).

16
tempo eterno, la necessità di sottrarsi alla follia dei falsi miti della società, in-
capaci di vincere l’atavica paura dell’uomo, paiono allora realizzarsi soltanto
nella dimensione dell’oblio. La condanna dell’uomo non può essere esorciz-
zata dalla conoscenza: l’esorcismo è forse soltanto una memoria individuale
e collettiva fondata sulla “dimenticanza”, che isola i rari perfetti momenti
capaci di liberare l’uomo dalla propria atavica inalterata condizione. Eppure
questa istanza metafisica è in grado di innestarsi in un’attualità storica, capa-
ce di tramare il racconto fittizio di quella profondità temporale che, dall’oggi
alle epoche più arcaiche, permette di intendere criticamente le proprie ori-
gini: la Sardegna non rappresenta allora per Todde un mito “d’accatto”, che
non determina alcuna reale polarità nelle coscienze umane, ma è invece il
luogo del ritorno e delle radici che possono ormai essere criticamente intese.
***
Il problema della letteratura “di Sardegna”, non inquadrabile all’interno
di un processo culturale omogeneo e unitario, e tantomeno nei paradigmi tra-
dizionali che ambiscono ad annullare l’apporto costitutivo della “diversità”,
si colloca dunque al crocevia tra diversi angoli di osservazione. Prodotto di
molteplici fattori, di apporti e influssi culturali che ne hanno determinato e
condizionato le istanze, le modalità e le forme espressive, il “caso” lettera-
rio della Sardegna, proposto in questo volume come oggetto di riflessione,
rivela dunque le sue complesse articolazioni e implicazioni. Abbattuti i miti
ideologici dell’isolamento culturale e dell’arretratezza, di una persistente di-
mensione atavica e quasi “atemporale” che avrebbe reso la cultura sarda un
autoctono e irrelato avvitarsi su se stessa, la produzione poetica e narrativa di
Sardegna testimonia invece, fin dal medioevo, la complessità e la ricchezza
degli stimoli che provengono all’Isola e dall’Isola, certo soggetta a influen-
ze e controllo politico, più o meno stretto, di provenienza diversa (pisana e
genovese, aragonese e spagnola, piemontese e italiana), ma non per questo
privata della propria peculiare identità. Parola ormai abusata, quest’ultima, e
a volte utilizzata per esorcizzare una fragilità realmente avvertita, un senso
di inadeguatezza che nasce dal sentirsi in un “altrove”, in un’Isola divenuta
dimensione mentale più che entità geografica. Non certo un nuovo paradig-
ma di “sardità”, ideologica, culturale o linguistica, servirà allora a costituire
nuove e certo inadeguate tassonomie o a trovare il senso della diversità, lad-
dove invece, al di là dei più ovvii paradigmi di matrice nazionale validi per la
tradizione critica e storiografica, il senso è costituito dalla complessità, dalla
dinamica e dalla dialettica di lingue, di stimoli e apporti culturali differen-
ti, il cui amalgama non è – e forse fortunatamente – facile da inventare e da
assestare.
Patrizia Serra

17
Alle origini della scrittura letteraria in Sardegna
di Patrizia Serra

Le fonti storiche e giuridico-patrimoniali più significative della Sardegna


medioevale sono costituite dai Condaghes1, antichi registri che comprovano
non solo l’acquisizione di beni e proprietà da parte di una chiesa o di un mo-
nastero, al fine di legittimarne il potere sul territorio circostante, ma anche
le decisioni giudiziarie relative a tale patrimonio. Una tarda evoluzione se-
mantica del termine condaghe, influenzata dalla pseudoetimologia dal latino
condere (‘fondare’), introduce la variante “tradotta” fundague (1620) che si
estende ad indicare le cronache relative alla fondazione, non solo di chiese o
monasteri, ma anche delle dinastie giudicali2.
Tradizionalmente considerati come testi di carattere meramente proba-
torio, ai quali era attribuita unicamente «virtù di documentazione storica ol-
tre che giuridico-patrimoniale»3, i Condaghes in realtà, come già rilevato da
Ignazio Delogu a proposito del Condaghe di San Pietro in Silki, non sareb-
bero soltanto scritture utilitaristiche e pratiche, intese quali registrazioni au-
tomatiche di negotia, ma fornirebbero esempi di intenzionalità narrativa rive-
lando «una volontà di “raccontare” o meglio, di “drammatizzare” il racconto,
anche attraverso l’alternanza di discorso diretto e indiretto e l’uso frequente
del dialogo»4.

1. Sull’origine del termine condaghe cfr. Paolo Merci (a cura di), Il Condaghe di San Ni-
cola di Trullas, Ilisso, Nuoro 2001, pp. 7-14; Giampaolo Mele, I Condaghi: specchio stori-
co di devozione e delle tradizioni liturgiche medievali della Sardegna medievale, in La civiltà
giudicale in Sardegna nei secoli XI-XIII, Atti del Convegno nazionale Sassari, 16-17 marzo
2001, Stampacolor, Sassari 2002, pp. 143-174; Raimondo Turtas, Evoluzione semantica del
termine condake, in «Bollettino di Studi Sardi», I (2008), pp. 9-38. Paolo Maninchedda, Me-
dioevo latino e volgare in sardegna, Centro di Studi Filologici Sardi/CUEC, Cagliari 2007,
pp. 75-76.
2. Tale è appunto il caso del Libellus Judicum Turritanorum, intitolato Fondagues de Sar-
diña nella copia dell’Archivio di corte di Torino risalente all’inizio del XVIII sec.
3. Paolo Merci (a cura di), Il Condaghe di San Nicola di Trullas cit., p. 9.
4. Ignazio Delogu (a cura di), Il Condaghe di San Pietro di Silki, Libreria Dessì Editrice,
Sassari 1997, p. 13.

19
Delogu sostiene che questa intenzionalità narrativa «non altera ma sem-
mai enfatizza la finalità utilitaristica, probatoria del documento»5 e «il fat-
to che ci troviamo di fronte a testi scritti in tempi diversi e da scriptores
anch’essi diversi […] rappresenta una conferma del carattere intrinsecamen-
te, oggettivamente letterario e narrativo dei condaghes»6. In questa fase dun-
que, il sardo si configura non solo come lingua giuridica, ma anche come
mezzo espressivo che, proprio attraverso questi testi probatori, supera quella
che è la funzione eminentemente pratica di queste scritture per aprirsi verso
una dimensione narrativa, probabilmente priva di una consapevole finalità
estetica, ma che attesta comunque lo stadio embrionale nella formazione di
una lingua letteraria sarda7.
Proprio da queste osservazioni di Delogu, relative al Condaghe di San
Pietro in Silki, ritengo sia utile partire per estendere l’analisi ad alcune carte
del Condaghe di Santa Maria di Bonarcado e al Libellus Judicum Turrita-
norum (Fondagues de Sardiña) nel tentativo di rendere conto della ben nota
e singolare precocità nell’uso del volgare sardo, finora malintesa e attribui-
ta unicamente alla perdita della conoscenza del latino in Sardegna piuttosto
che al riconoscimento del grado di formalizzazione che tale volgare aveva in
realtà raggiunto.
Le prime riflessioni riguardano un documento assai significativo: la sche-
da 131 del Condaghe di Santa Maria di Bonarcado, che rivela in modo evi-
dente sia l’influenza di modelli di scrittura ampiamente consolidati nel patri-
monio culturale di scriptores monastici non certo incolti, sia l’intrecciarsi di
tali modelli con strutture discorsive connesse alla tradizione orale.
Il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado costituisce una delle fonti prin-
cipali per la ricostruzione della storia del Giudicato d’Arborea dai primi de-
cenni del XII secolo alla metà del XIII. Si tratta di un codice miscellaneo,
contenente anche carte sospette di falsificazione paleografica, redatto nel
monastero benedettino camaldolese di Bonarcado, che rivela un fascicolo
più antico (ff. 53-60, schede nn. 131-145) probabile «inizio di un autonomo
condaghe o di una sezione di esso, data la cura paleografica dell’incipit»8. Il
fascicolo si apre appunto con la scheda 131 che, a parte le eccezioni costi-
tuite dalle schede 21 e 259, pare segnalare l’ingresso di quelle che potremmo
definire “modalità narrative” nel tessuto del Condaghe.
In questa scheda10, il giudice Gostantine de Lacon riferisce le modalità

5. Ibid.
6. Ibid.
7. Ivi, p. 51.
8. Maurizio Virdis (a cura di), Il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado, Centro di Studi
Filologici Sardi/CUEC, Cagliari 2002, p. XLV.
9. Si veda l’analisi condotta su questi documenti e sulla narratività che ne informa la ste-
sura in Maurizio Virdis, ‘Narratività’ sarda medievale, in Filologia e Linguistica. Studi in
onore di Anna Cornagliotti, Dell’Orso, Alessandria (in corso di pubblicazione).
10. Una versione abbreviata della sezione relativa all’esame della scheda 131 del Conda-

20
temporali e l’occasione, apparentemente del tutto fortuita, dalla quale poi
scaturisce la regolamentazione che costituisce l’oggetto del documento, ov-
vero l’atto di asservimento, o di “inquadramento lavorativo”, di quegli homi-
nes de Bonarcatu che il giudice sapeva essere suoi servi, e che invece aveva
trovato del tutto sfaccendati11:12
13112 131
COSTANTINUS IUDEX Costantinus Iudex
(1)IN NOMINE PATRIS ET FILII ET (1)In nomine Patris et Filii et Spiritus
SPIRITUS SANCTI. AMEN Sancti. Amen
et in gratia de Deus et de sancta Maria. e in grazia di Dio e di Santa Maria.
Ego iudice Gostantine de Lacon faço Io giudice Costantino de Lacon redigo
custu condage pro homines de Bonar- questo condaghe riguardo agli uomini di
catu. Bonarcado.
Quando andei a Bonarcatu, acateillos sos Quando andai a Bonarcado, trovai che
homines totos sena acabidu kena serbire tutti quanti gli uomini non stavano sotto-
force pagu. Parsitiminde male et posil- posti ad alcun ordine organizzativo e che
los a iurare a servire a iuale IIII dies in non prestavano alcun servizio se non in
setimana: (2)et issos apiaresos et issos minima parte. Mi parve cosa non giusta
agasones et canarios cantu aent fagere e imposi loro di giurare che essi avreb-
in cita de domo serviant a clesia omnia bero servito a iuale quattro giorni alla
lunis in omnia opus quantu aent fagere settimana: (2)e gli apicultori e i guardiani
sos ateros colivertos. (3)Costantine Sta- di cavalli e i custodi dei cani prestasse-
pu quando okisit s’omine in sancte Eru
ro alla chiesa il medesimo servizio che
venit ad Bonarcatu et fegit sibi domum
dovevano prestare presso il personale di
et plantavit vinea. (4)Narruntiminde ca
fuit benidu, pregonteillu: «voles torrare a servizio della casa giudicale ogni lunedì,
sancte Eru?». (5)Et naredimi ipse: «servu in ogni necessità di prestazione lavorativa
volo essere a sancta Maria de Bonarcatu, e nella stessa misura degli altri colliberti.
et ego et fiios meos». (6)Et ego posillu a (3)Costantino Stapu dopo aver commes-
iurare de servire a iuale et ipse et fiios so omicidio presso San Vero venne a Bo-
suos a clesia: ad Orçoco et a Comida et narcado e si costruì una casa e impiantò
a Iohanni, co et ipsos ateros servos. (7) una vigna. (4)Mi informarono del suo ar-
Et mulieres moiant et cogant et purgent rivo, gli domandai: «Vuoi tornare a San
et sabunent et filent et tessant et, in tem- Vero?». (5)Ed egli mi rispose: «Voglio es-
pus de mersare, mersent onnia lunis, sas sere servo presso Santa Maria di Bonar-
ki non ant aere genezu donnigu. (8)Custu cado, ed io ed i miei figli». (6)Ed io lo feci
fegi ego iudice Gostantine in collatura ki giurare che avrebbe servito a iuale e lui
fegi a silva de Cercetu, sendo ibi mecum e i suoi figli presso la chiesa: Orzoco e
onnia frate meum. Comita e Giovanni, come gli altri servi.

ghe di Santa Maria di Bonarcado, dal titolo Spunti narrativi nel medioevo sardo, è stata da
me presentata al XIX Congresso A.I.P.I. (Cagliari, 25-28 agosto 2010), ed è ora pubblicata in
Corinna Salvadori Lonergan (a cura di), Insularità e cultura mediterranea nella lingua e nella
letteratura italiane, Cesati, Firenze 2012, vol. 1, L’Italia insulare, pp. 119-132.
11. M. Virdis (a cura di), Il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado, Centro di Studi Fi-
lologici Sardi/CUEC cit., pp. XLV-XLVIII.
12. Il testo delle schede (131, 132, 133) riportate in questo saggio è tratto da M. Virdis, ivi,
pp. 85-90. La traduzione a fronte si trova in M. Virdis (a cura di), Il Condaghe di Santa Maria
di Bonarcado, Ilisso cit., pp. 176-184.

21
(9)Et non fuit tale homine ki ’nde pro·llos (7)E le donne, quelle che siano libere da
naredi: «custos homines meos sunt», prestazione obbligatoria dovuta allo Sta-
borce narandomi totos «bostros sunt de to, macinino il grano e cuociano e pur-
regnum». (10)Et ego, ca iskivi bene ca fu- ghino il grano e facciano il bucato e filino
runt meos, poniollos ut serviant a sancta e tessano e, nella stagione della mietitu-
Maria de Bonarcatu et ipsos et fiios suos ra, mietano ogni lunedì. (8)Tutto ciò feci
et nepotes nepotorum suorum usque in io giudice Costantino allorché mi recai
sempiternum. (11)Et issu ki si ’nd’a bole- presso la selva di Cherchedu, accompa-
re levare dava su servitiu de sancta Maria gnato da tutti i miei fratelli. (9)E non vi
de Bonarcatu dentillis disciplina issoro fu chi mi dicesse, riguardo a questi ser-
vi: «Questi servi sono miei», che anzi
priore ki at essere. (12)Et torrent a servi-
tutti affermavano «sono vostri del regno
tiu de clesia ad ue los delego ego iudice
(sono sottoposti al giudice in quanto ser-
Gostantine qui faço custa abbadia. (13)Et
vi del fisco)». (10)Ed io, che sapevo bene
non appat ausum nullum hominem non che erano miei, impongo loro di servire a
iudice et non pauperum a tollerende cus- Santa Maria di Bonarcado e loro e i loro
tos homines dave servitiu de sancta Ma- figli e i nipoti dei loro nipoti in perpetuo.
ria de Bonarcatu. (14)Ive serviant usque (11)E colui che volesse lasciare il servizio
in sempiternum et siant in manu de Deus dovuto a Santa Maria di Bonarcado, sia
et de iudice de logu et de monagos ki ant sottoposto alla disciplina del priore che
servire ad sancta Maria de Bonarcatu. vi sarà di volta in volta. (12)E tornino al
(15)N’a ateru serviçu de logu non si le- servizio della chiesa al quale li indiriz-
vent non per curadore et non per maiore zo io giudice Costantino che fondo que-
de scolca pro nulla presse d’opus de sta abbadia. (13)E nessuno abbia l’ardire
logu. (16)Semper siant a voluntate dessos né giudice né pauperu di sottrarre que-
monagos, a ki llos delegai et serviantillis sti servi al servizio di Santa Maria di Bo-
in fide bona. (17)Et dollis assos monagos narcado. (14)Ivi servano in perpetuo e sia-
asoltura de pegos ki ant occidere servos no sottoposti a Dio, al sovrano del regno
dessos monagos in silva de Kerketu au a e ai monaci che serviranno presso San-
digitu au a casside aut a cavallu. (18)Non ta Maria di Bonarcado. (15)Né siano as-
appat ausu non curatore et non maiore segnati ad altro servizio del regno né da
de canes et non canariu et non kerkitore parte dei curatori né dei capi di distretto
et non mandatore de regnum a tollerellis per nessuna impellenza o necessità lavo-
non peza, non pelles, non d’iverru et non rativa del regno. (16)Ma sempre siano sot-
toposti alla volontà dei monaci, ai qua-
de veranu: force assos monagos si dent
li li ho assegnati e servano loro in buona
a sempiternum. (19)Et ki at conforzare
fede. (17)E do inoltre ai monaci licenza
ista arminantia qui arminavi ego iudice
di caccia rispetto alle bestie che i servi
Gostantine et dixerit quia bene est habeat dei monaci stessi uccideranno nella sel-
benedictione de Deus et de sancta Maria va di Cherchedu o a mano nuda o con la
virgo et de omnes sanctos et sanctas Dei. rete o a cavallo. (18)E non abbia l’ardire
Amen. (20)Et qui aet punnare et dicere aet né alcun curatore, né custode maggiore
et sterminare ca non siat, siat ille exter- dei cani, né custode dei cani, né esatto-
minatu de magine sua in isto seculo et re delle imposte, né procuratore del regno
post morte sua non appat paradisu et ap- di pretendere da loro né carne, né pelle,
pat parçone cun Herode et cun Iuda tra- né d’inverno né d’estate: ma tutto sia in-
ditore et cun diabolum in infernum infe- vece dovuto ai monaci in perpetuo. (19)
riore. Amen, Amen. Fiat, fiat. E chi farà osservare questa ordinanza che

22
ordinai io giudice Costantino e dirà che è
bene sia benedetto da Dio e da Santa Ma-
ria vergine e da tutti i santi e le sante di
Dio. Amen. (20)E chi farà in modo e si ado-
pererà perché questa ordinanza non sia ap-
plicata, sia questi distrutto nell’integrità
della sua persona in questa vita, e dopo la
morte non acquisti il paradiso e condivida
la sorte di Erode e di Giuda traditore e con
il diavolo nel più profondo dell’inferno.
Amen, Amen. Fiat, fiat.

Ci troviamo di fronte ad un testo “misto”, in cui l’imposizione, o la riaf-


fermazione di norme preesistenti, viene realizzata in larga parte attraverso
procedimenti narrativi. Dunque, la conservazione della memoria di quel
testo, e del suo contenuto normativo, è affidata all’efficacia di un testo nar-
rativo, di una “storia”, che sia in grado di legittimare quelle stesse norme,
mediante il legame istituito con la concretezza sia dell’esperienza comune
sia del suo continuo strutturarsi e “raccontarsi” attraverso modalità narra-
tive.
Se dunque tali modalità risultano quelle più dirette, più adatte alla tra-
smissione del messaggio, che è appunto la norma affermata, non può stu-
pire il fatto che una regola che disciplina il lavoro dei servi venga innestata
su uno sfondo del tutto “realistico” e assolutamente credibile, e forse non
soltanto “verosimile” ma, quasi certamente, “vero”; e tuttavia stupisce l’uso
non di questa “narratività” connaturata alle procedure stesse del pensiero,
ma la strategia comunicativa posta in atto, l’attenta selezione, se non la vera
e propria costruzione, di quei “fatti” che servono a rendere comprensibile e
accettabile una modificazione della situazione esistente.
Tali sezioni narrative non andrebbero dunque lette semplicemente come
cronache dei fatti, con unico valore di resoconto storico, ma interpretate alla
luce delle strategie che presiedono alla composizione dell’intero documento.
Infatti, oltre alla determinazione dello stato giuridico delle persone legate
al monastero dal vincolo colonario generico13, e all’imposizione di precise
prestazioni lavorative (2) riguardanti i prestatori d’opera specializzati e le
donne del villaggio (7), nella conclusione del documento, si legge la con-
cessione ai monaci, da parte del giudice, dei diritti di caccia, con esenzione
fiscale, nella silva de Kerketu (17): concessione di primaria importanza per il
monastero e atto “fondante” di un potere territoriale che inizia ad estendersi
nei territori limitrofi all’abbazia.
Eppure, il contenuto regolativo di questo documento che si autodefinisce
condage, con tutte le implicazioni giuridico-probatorie connesse all’uso del
termine, sembra del tutto incidentale, e persino di secondaria importanza, ri-

13. Cfr. Ginevra Zanetti, I Camaldolesi in Sardegna, Fossataro, Cagliari 1974, p. 146.

23
spetto alla dettagliata narrazione dell’occasione fortuita da cui pare scaturire
la regolamentazione.
La prima strategia posta in atto è l’iniziale ricerca degli antecedenti
(Quando andei a Bonarcatu…) che permette di costruire una sequenza sto-
rico-causale capace di rendere conto di quell’incongruenza (l’inattività degli
homines) che richiede un’azione da parte del giudice.
Indagare su “che cosa c’era prima” – in questo caso, prima della registra-
zione della regola – costituisce un modo per trovare una ragione per quanto
accade dopo, e quindi una spiegazione, una giustificazione all’operato del
giudice.
Si ha poi un racconto a focalizzazione interna in cui la prospettiva narrati-
va coincide con quella del giudice Gostantine: colui che emana l’atto diviene
allora protagonista della storia da lui stesso narrata, “colui che vede” è anche
“colui che parla” in prima persona, e “filtra” quindi gli eventi attraverso il
proprio punto di vista. Tale presupposto si rivela funzionale alla successiva
imposizione della norma, che viene “inferita” dal contesto stesso, in quanto
risulta necessaria dopo la constatazione di uno stato (inerzia dei servi) alla
quale è chiamato a partecipare anche il “lettore”.
L’ordine della successione degli eventi è, apparentemente, quello “na-
turale”, ovvero quello in cui si sono svolti i fatti; l’indicazione temporale
(Quando andei a Bonarcatu) più che riportare il momento preciso in cui
si è svolta l’azione, ricalca i moduli delle narrazioni orali; viene dunque
precisato soltanto il luogo, Bonarcatu, in cui dovrà avere effetto la norma
registrata alla fine del documento. L’evento centrale è dato dalla constata-
zione dell’ozio in cui versano sos homines (1) e dalla conseguente reazio-
ne emotiva del giudice: proprio quel Parsitiminde male, che suona ancora
così familiare all’orecchio di ogni parlante sardo, introduce l’elemento del-
le “passioni”, fondamentale in ogni racconto per comprendere le azioni dei
personaggi. Tale reazione emotiva diventa qui il vero movente dell’azione e
fa scaturire, in modo quasi incidentale, anche se del tutto consequenziale, la
necessità di imporre una norma: et posillos a iurare a servire a iuale .IIII.
dies in settimana.
Appare evidente tuttavia come la norma riportata non sia certo prodot-
to estemporaneo nato da un evento fortuito, dal momento che instaura una
precisa disciplina da imporre ai servi (2); disciplina difficile da far accettare
e di cui non basta dimostrare l’utilità, ma che richiede una demonstratio ad
oculos14 che illustri gli innegabili vantaggi che possono derivare dalla sua
accettazione.

14. Cfr. Antonietta Dettori, Sulla lingua e lo stile delle registrazioni nei condaghi, in Luca
Serianni, Pietro Trifone (a cura di), Storia della lingua italiana. Le altre lingue, III, Einau-
di, Torino 1994, pp. 432-489. «L’orditura testuale messa in atto assume modalità che possia-
mo definire di demonstratio ad oculos, che procede attraverso una contestualizzazione attua-
lizzante, giocata sulla dimensione temporale del presente e che rifugge da prese di distanza
oggettive, espresse attraverso procedimenti descrittivi e organizzativi dell’evento» (p. 463).

24
Per attualizzare questa norma, per concretizzarla attraverso il racconto di
un caso emblematico, viene a questo punto innestata una figura esemplare,
quella di Costantine Stapu, il cui nome irrompe in maniera quasi inaspettata
a introdurre quell’exemplum (3) necessario alla strategia persuasiva posta in
atto fin dall’esordio. Il “caso” di Costantine, di certo ben noto alla comunità
locale, ha qui il compito di mostrare il potere e al contempo la magnanimità
del giudice che concede la sua protezione, e dunque salva da eventuali ritor-
sioni, un omicida, seppur redento, che quando okisit s’omine in sancte Eru
venit ad Bonarcatu et fegit sibi domum et plantavit vinea.
Compare qui, per la prima volta nella scheda 131, la rappresentazione
di un “atto di parola”, ovvero l’introduzione del discorso diretto, del dialo-
go tra i personaggi, che da un lato rinvia evidentemente alle modalità della
narrazione orale, in cui l’interlocuzione viene riportata senza mediazioni,
ma dall’altro ricalca innegabilmente le procedure tipiche del testo sacro per
eccellenza: la Bibbia, modello stilistico e ineludibile fonte per tutta la nar-
rativa occidentale, la cui influenza risulta evidente nella redazione del docu-
mento. Se è vero infatti che «il racconto ci fa immaginare delle voci, le voci
che mette in scena, [...]il racconto biblico, che si apre con la messa in scena
di un Dio che parla, sembra puntare più di ogni altro sulla rappresentazione
del discorso15. È rappresentando gli atti di parola degli uni e degli altri – più
spesso in discorso diretto – che il racconto presenta la storia»16. Dunque, sia
la forma narrativa sia la prevalente strutturazione della Bibbia mediante se-
quenze dialogiche procedono entrambe da una particolare pedagogia, con-
nessa alla “pretesa di verità”17 che ne presiede la composizione: la “storicità
del testo”, allora, non certo identificabile secondo i criteri tradizionali della
critica storica, risiede nella “storicità” che ne ha determinato il progetto e le
finalità. Finalità che ben mi paiono coincidere, seppur proiettate in una di-
mensione locale e certamente meno ideale, con quelle che, in fondo, anima-
no molte schede dei Condaghes: la volontà di imporre una gestione politico-
religiosa mediante un percorso narrativo-dialogico, le cui strutture risultino
familiari al “lettore”, ma non per questo prive di quell’aura di autorità che

15. Cfr. Robert Alter, The Art of Biblical Narrative, George Allen & Unwin, London-
Sydney 1981 (trad. it. L’arte della narrativa biblica, Queriniana, Roma 1990); Robert Al-
ter – Frank Kermode, The Literary Guide to the Bible, Collins, Cambridge 1987; Robert Al-
ter, The World of Biblical Literature, Harper & Collins Basic Books, New York 1992; Yairah
Amit, Reading Biblical Narratives. Literary Criticism and the Hebrew Bible, Fortress Press,
Minneapolis 2001.
16. Jean-Pierre Sonnet, Y a-t-il un narrateur dans la Bible ? La Genèse et le modèle nar-
ratif de la Bible, in Bible et littérature. Dieu et l’homme mis en intrigue, Lessius, Bruxelles
1999, pp. 9-27; trad. it. Luciano Zappella, C’è un narratore nella Bibbia? La Genesi e il mo-
dello narrativo della Bibbia ebraica, http://www.bicudi.net/analisi_narrativa/sonnet_narra-
tore_genesi.pdf, p. 1.
17. Cfr. Erich Auerbach, Mimesis. Dargestellte Wirklichkeit in der Abendländischen Lite-
ratur, A. Francke, Bern 1946; 19592; trad. it. Mimesis. Il realismo nella letteratura occidenta-
le, Einaudi, Torino 1979, p. 17.

25
può procedere solo dalla ripresa, probabilmente inconsapevole, del modello
biblico.
Non può allora stupire il fatto che il breve discorso diretto (4-5) che viene
riportato nella scheda 131, non si riveli una mera registrazione di un discor-
so effettivamente pronunciato: esso risponde invece al fine di esplicitare le
“garanzie di protezione” connesse alla condizione di servo del monastero:
l’omicida infatti chiede di divenire servo assieme ai propri figli, e dunque
non solo si sottopone volontariamente a quella condizione che la norma su
citata in realtà impone, ma ne trae persino un innegabile vantaggio. Se il
giudice infatti domanda «Vuoi tornare a San Vero?», luogo dell’omicidio, (e
non sfugge la poco velata minaccia connessa a queste parole), è appunto per
mostrare che anche un omicida può ritenersi al sicuro, sotto la protezione del
giudice e del monastero, a patto che si renda parzialmente servo, assieme alla
propria famiglia.
E proprio per questo, il giudice accetta il suo giuramento: che Costantine
avrebbe servito a iuale (stato di semilibertà) et ipse et fiios suos: ad Orçoco
et a Comida et a Iohanni e, guardacaso, aggiunto in coda quasi in modo inci-
dentale, essi giurano come ipsos ateros servos. Dunque il giuramento “degli
altri servi”, ovvero di tutti coloro di cui non si specifica il nome, cioè il vin-
colo certificato da questo documento, viene quasi fatto passare in secondo
piano, oscurato dalla presenza, questa sì concreta e reale, dei nomi propri dei
figli di Costantine Stapu, “Orzoco e Comita e Giovanni”, anch’essi perso-
naggi del piccolo racconto esemplare.
Dunque, non solo viene qui proposta una vicenda di “peccato e
redenzione”18, che ricalca il motivo paradigmatico sotteso sia all’intero te-
sto biblico sia ai suoi singoli “racconti”, ma risulta evidente che persino gli
stilemi utilizzati dallo scriptor, ovvero le costruzioni parallele (A B | A’ B’ |
A’’ B’’) sia del segmento trimembre che contiene l’enunciazione degli eventi
– venit ad Bonarcatu / fegit sibi domum / plantavit vinea – sia della triplice
enumerazione degli antonimi – ad Orçoco / et a Comida / et a Iohanni – ri-
producono le tipiche figure compositive di simmetria che costituiscono la
caratteristica strutturante del discorso biblico19.
Non può stupire allora il fatto che il tessuto narrativo sia quasi interrotto
dalla sezione immediatamente successiva – riconducibile alla tipologia del

18. Questo modello esemplare troverà poi la sua piena applicazione nel Libellus Judicum
Turritanorum, in cui, come si vedrà più avanti, emerge, più che l’influenza delle scritture cro-
nachistiche, quella esercitata da moduli agiografici desunti dalla narrativa monastica.
19. Le simmetrie che caratterizzano il testo biblico vengono distinte in totali (tutti gli elemen-
ti di una porzione di testo – o la maggior parte di essi – hanno il loro corrispondente in un’altra
porzione di testo, nello stesso ordine o nell’ordine inverso) e parziali (un elemento o un gruppo
ristretto di elementi si corrispondono in due o più unità testuali nelle quali occupano una posi-
zione pertinente per la composizione). Cfr. Roland Meynet, Trattato di retorica biblica, ReBib
10, EDB, Bologna 2008, http://www.retoricabiblicaesemitica.org/trattato_di_rb_it.html, p. 213
e sgg.

26
“precetto”, in quanto scopertamente normativa – e concernente la disciplina
del lavoro femminile (7), sezione introdotta, in modo apparentemente con-
sequenziale, da un Et mulieres […], e in cui la reiterazione di et anaforico
e l’accumulazione di costrutti parattattici strutturano ancora il discorso me-
diante la sovrapposizione simmetrica di elementi, secondo un procedimento
stilistico tipico non soltanto dell’enunciazione orale, ma presente anche nelle
Sacre Scritture e qui derivato dalla lingua ebraica.
La chiusa (8), dopo l’apparente “digressione” normativa, sembra voler
riportare all’interno di quella rappresentazione del reale che è servita ad
introdurre, e a dissimulare appunto, l’imposizione delle regole. Andamen-
to “circolare” sottolineato dalla ricercata costruzione concentrica (A B C |
x | C’ B’ A’) che istituisce una simmetria di tipo speculare tra l’incipit Ego
iudice Gostantine de Lacon faço custu (1) e la chiusa Custu fegi ego iudice
Gostantine (8), in cui viene riaffermata l’occasionalità dell’azione narrata,
mediante il riferimento a verbi di moto – in collatura ki fegi (8) / andei (1)
– e che rinvia ad un contesto locale – silva de Cercetu (8) /Bonarcatu (1) – e
familiare (sendo ibi mecum onnia frate meum) che rende il quadro assolu-
tamente credibile.
Estremamente significativo poi l’inserto (9) introdotto da Et non fuit tale
homine, conforme alla tipologia del “detto sapienziale”, che rinvia ad un
procedimento retorico assai frequente nella scrittura biblica: l’utilizzo di un
ragionamento a fortiori che mira a provare che la tesi in questione ha delle
ragioni ancor più forti per essere ammessa come valida20, rispetto ad un’altra
che è già stata accolta, e che si inserisce tra le strategie utilizzate per raffor-
zare il carattere prescrittivo del testo sacro.
La sezione, introdotta da una sequenza dialogica (9), presenta la reitera-
zione di costrutti paratattici introdotti da Et anaforico – Et non fuit (9) / Et
ego (10) / Et issu (11) / Et torrent (12) – che ricalcano ancora tipici moduli
espressivi della scrittura biblica21; moduli ripresi, non a caso, nelle sezioni
scopertamente formulari della Sanctio (19 e 20), di cui è stata dimostrata sia
l’origine bizantina22 sia la “latinizzazione” operata dagli scriptores ecclesia-
stici.

20. Stanisław Bazyliński, Guida alla ricerca biblica: note introduttive, Pontificio Istituto Bibli-
co, Roma 2005. http://books.google.it/books?id=3QjMV6tDNWwC&printsec=frontcover&dq=%
22Guida+alla+ricerca+biblica+%22&source=bl&ots=V5GIldm672&sig=HAZrqa7A6QmCGw
LSp8BZ64B2_YY&hl=it&ei=KG2cTLSvO4qLswbkp5TmDg&sa=X&oi=book_result&ct=result
&resnum=1&ved=0CBgQ6AEwAA#v=onepage&q&f=false, p. 83.
21. Cfr. Sacra biblia latina ad LXX interpretum fidem diligentissime traslata, per Andream
Cratandrum, 1526, http://books.google.it/books?id=jbZbAAAAQAAJ&dq=Sacra+biblia+latina+
ad+LXX+interpretum+fidem+diligentissime+traslata&hl=it&source=gbs_navlinks_s.
Al Cap. XV, p. 227, ad esempio, si legge l’analoga formula et non fuit homo, ricorrente nel te-
sto biblico e utilizzata anche alla scheda 131 del CSMB.
22. Cfr. G. Mele, I Condaghi: specchio storico di devozione e delle tradizioni liturgiche
medievali della Sardegna medievale cit., pp. 170-171; P. Maninchedda, Medioevo latino e vol-
gare in Sardegna cit., pp. 105-112.

27
La ripresa di stilemi tipici della retorica biblica traspare ancora dal raf-
finato uso della simmetria23 nella reiterazione meos sunt / bostros sunt (9) /
furunt meos (10), in cui al parallelismo dei primi due membri (A B | A’ B’)
risponde quel furunt meos che non solo istituisce un rapporto chiastico ( A B
| B’ A’) con entrambi (meos sunt / furunt meos) (bostros sunt / furunt meos)
ma va a concludere con tutto il suo potere asseverativo (“meos sunt” perché
“furunt meos”) una costruzione concentrica (A B | x | B’ A’) in cui la ripeti-
zione dei possessivi ‘miei, vostri, miei’ serve appunto non solo a giustificare
e a ribadire la validità della norma stessa, di cui si mostra l’accettazione a
livello consuetudinario, ma anche a prevenirne qualunque futura contesta-
zione.
Se la memoria della norma già esiste nel “racconto” del giudice, e ciò
costituisce un dato di fatto riconosciuto da generazioni, tale regola avrà ap-
parentemente, tramite questo documento, un semplice riconoscimento for-
male, sarà qui presentata come necessario fattore di alleanza sociale, come
esempio di equo rapporto tra popolo e potere politico-religioso. Insomma, il
racconto sembra semplicemente descrivere delle norme di comportamento,
legittimate dalla memoria collettiva, volte a mantenere e conservare integra
la struttura sociale preesistente, in cui tutti possono riconoscersi.
Non è un caso che il ragionamento analogico, che qui è in grado di inferi-
re, grazie all’esperienza passata, anche le future norme comportamentali, sia
uno dei principali e più elementari procedimenti attraverso i quali il pensiero
narrativo24 riesce a raffigurare e comprendere i fatti e le dinamiche sociali.

23. Cfr. Luciano Zappella, Elementi di retorica biblica, http://www.bicudi.net/materiali/


retorica.htm. Questa «la differenza fondamentale tra la retorica greco-latina e quella biblica:
nella prima, in genere, si sviluppa un’argomentazione lineare, fatta di premesse, sviluppo e
conclusione; nella seconda invece c’è una forma circolare (o involutiva) che ruota intorno ad
un perno. In particolare, la retorica ebraica ama molto la simmetria [...] Tale disposizione dà
vita al: 1) parallelismo simmetrico: gli elementi sono ripresi nello stesso ordine: A B C D | A’
B’ C’ D’; 2) parallelismo concentrico: gli elementi sono ripresi in ordine rovesciato: A B C
D | x | D’ C’ B’ A’».
24. «Il pensiero narrativo racconta della vita sociale non solo perché è un sistema di co-
noscenze che si applica al sociale, ma anche perché si costruisce a partire dalle relazioni so-
ciali e le modifica attivamente (Smorti, 1994). Del resto le interazioni sociali contribuiscono
a formare il pensiero narrativo sia in quanto la vita sociale gioca un ruolo decisivo nello svi-
luppo del pensiero, dell’intelligenza e della vita affettiva, ma anche, e soprattutto, perché le
interazioni sociali possono essere considerate narrazioni, almeno ad un livello operativo. Le
interazioni sociali hanno un’organizzazione analoga alle narrazioni (soggetto, azione, scopo,
eccetera.), si organizzano in copioni e in formati, sono portatrici di costrutti narrativi (miti,
credenze, ideali). Per cui, il pensiero narrativo si fonda sulla costruzione di storie. […] Attra-
verso la narrazione si cerca di dare un’interpretazione ai fatti umani creando una storia basata
sull’intenzionalità degli attori e sulla sensibilità al contesto. Il contesto è costituito dalla si-
tuazione relazionale nella quale nascono o alla quale devono essere adattate le storie per es-
sere rese credibili». (da Pier Augusto Bertacchini, Eleonora Bilotta, Rocco Servidio, Alcuni
Concetti sulla Psicologia della Narrazione, Centro Interdipartimentale della Comunicazione,
Dipartimento di Linguistica, Università della Calabria, Italy. http://galileo.cincom.unical.it/
Pubblicazioni/editoria/period/Numeri/quad11htm/prima_parte.pdf, p. 1). Sul pensiero narra-

28
Se è vero che i legami tra gli avvenimenti, ritrovati nell’esperienza pas-
sata, servono come guida e prototipo per costruire i legami tra gli eventi del
presente o del futuro, in questo caso, la constatazione del mancato rispetto
del patto di servitù con la successiva imposizione di una disciplina più rigi-
da, che vengono inferite dagli avvenimenti narrati all’inizio, costituiscono
la base implicita per riaffermare la regola e indicare le sanzioni che saranno
comminate a chi non la rispetterà (11).
Dunque, la scheda 131, che ad una prima analisi parrebbe costituita da
sezioni meramente giustapposte le une alle altre, rivela in realtà la fusione
di differenti “generi” – narrazione, detto sapienziale, precetto – e ripropo-
ne quella commistione tra differenti tipi di discorso che costituisce appunto
la peculiarità del testo biblico, patrimonio imprescindibile per scriptores di
ambito monastico – privi di altri modelli di riferimento “colti” – e che, nel
redigere documenti la cui formularità è limitata alle sezioni incipitarie e con-
clusive, strutturano necessariamente le sezioni “libere” del testo mediante le
strategie discorsive a loro più familiari.
Inoltre, l’articolazione del testo, composto da un prologo che introduce in
modo solenne il discorso, caratterizzato da una molteplice divisione del tema
nei suoi vari aspetti e dalla variazione delle argomentazioni, sembra ricalcare
anche strutture tipiche dei sermones medioevali; e non a caso vi compare, in
posizione preminente grazie alla sua forza asseverativa, un exemplum, quel-
lo appunto dell’omicida, quasi “perdonato” in nome di una “nuova alleanza”
qui stabilita.
Se è vero che «l’exemplum è morfologicamente la prima manifestazione
della narrativa medievale»25 e poiché «l’àmbito della predicazione interferi-
sce continuamente in quello della letteratura»26 non può essere sottovalutato

tivo si vedano Andrea Smorti, Il pensiero narrativo, Giunti, Milano 1994, e Jerome Bruner,
La ricerca del significato, Bollati Boringhieri, Torino 1992.
25. Cfr. Carlo Delcorno, La predicazione nell’età comunale, Sansoni, Firenze 1974, p.
20.
26. «L’argumentatio più adatta alla predicazione popolare è l’exemplum, definito da
Aristotele (Rhetorica 1, 2) forma retorica dell’induzione (epagoghé rhetoriché). Si tratta
in realtà di un genere narrativo, che conosce una fortuna secolare: esso occupa infatti un
posto di rilievo già nell’insegnamento retorico greco-romano e nella letteratura cristiana; a
partire dal XII secolo, col fiorire della letteratura cistercense, e quindi col diffondersi della
predicazione dei Mendicanti e l’affluire in Occidente del materiale narrativo orientale, esso
diventa l’ornamento più specifico della predica popolare, «la forma più pronta e idonea, di
cui disponga il Medioevo, di rappresentazione del reale» (Battaglia). In senso stretto si deve
intendere per exemplum un breve racconto che illustra e prova un principio morale, un con-
cetto: una illustrative story, se vogliamo usare la formula del Crane, al quale si deve la pri-
ma edizione moderna degli esempi di Jacopo di Vitry, massimo responsabile della fortuna
di questa narrativa in Occidente. In senso più ampio il termine sta invece a designare «tutto
il materiale narrativo e descrittivo del passato e del presente» (Welter): non solo racconti
dunque, ma anche similitudini, proverbi, episodi tratti dalla Scrittura e dalla letteratura pro-
fana, dall’agiografia e dalla favolistica. Questo materiale narrativo, ricchissimo soprattutto
nei sermoni rivolti al popolo, ma presente, sia pure in dose più ridotta, nel sermone univer-

29
il fatto che questi scriptores ecclesiastici abituati ai moduli della predicazio-
ne popolare, e dunque alla prassi di illustrare i principi morali mediante il
ricorso alla narrazione di eventi quotidiani, utilizzino, anche nell’àmbito di
una scrittura probatoria, moduli espressivi strettamente connessi alle strate-
gie della narrazione orale. Questo spiega l’irrompere – in testi finalizzati in
primo luogo a perpetuare una “memoria” – della narrativa cosiddetta “natu-
rale”, costituita dagli stessi eventi e personaggi “reali” che fanno parte del
patrimonio della memoria orale27, utilizzati però qui con un nuovo intento
pragmatico.
E tale intento si avvale, in questa sezione del Condaghe di Bonarcado, di
una precisa strategia che mira alla costituzione di un vero e proprio “ciclo”
narrativo, mediante il percorso tracciato dalle schede 131, 132 e 133, che
portano sulla scena una sorta di “antologia” della condizione servile, indaga-
ta nel suo rapporto con il potere ecclesiastico e giudicale, e al tempo stesso
riproposta e riplasmata secondo un nuovo modello gerarchico.
La constatazione dell’inattività dei servi (gli homines della scheda 131),
costituisce infatti una sorta di antefatto giustificativo alla necessaria regola-
mentazione, da parte del giudice, degli obblighi servili ora dovuti al mona-
stero, come chiaramente dimostrato sia dalla “ribellione” dei servi (sche-
da 132) che ricorrono ad una falsa carta per ottenere l’affrancamento28, sia
dall’insofferenza al giogo da parte dei figli di quel Costantine Stapu (scheda
131) che proprio la magnanimità del giudice aveva salvato da morte sicu-
ra. Dunque, l’imposizione di una nuova regola (scheda 131) si scontra con
la reazione, icasticamente rappresentata (scheda 132), di figliuoli non certo
“prodighi” opposti a genitori meritevolmente sottomessi29, in una sorta di
laudatio temporis acti che oppone la ribellione delle nuove generazioni alla
acquiescente obbedienza dei loro padri.

sitario e perfino nella lectio universitaria, è di enorme interesse per lo studioso di letteratu-
ra, e in particolare delle origini della narrativa europea. L’ exemplum è morfologicamente la
prima manifestazione della narrativa medievale; storicamente l’àmbito della predicazione
interferisce continuamente in quello della letteratura (novellistica e teatro) e viceversa, in
un gioco di azione e reazione che è stato solo in parte svelato. Pulpito e letteratura sono
strettamente connessi nella cultura europea medievale, talvolta anche a scapito della serietà
della predica». Ibid.
27. Cfr. Walter J. Ong, Orality and Literacy. The Technologizing of the Word, Methuen,
London and New York 1982. Trad. it. di Alessandra Calanchi, Oralità e scrittura. Le tecnolo-
gie della parola, il Mulino, Bologna 1986, pp. 8-9: «Una cultura ad oralità primaria, trasmette
la conoscenza mediante la parola parlata, che è suono; […] non ha documenti, ma una memo-
ria ed espedienti per ricordare e far ricordare: una certa organizzazione del discorso (temi fis-
si, formule, proverbi, andamento ritmico ecc.), un tipo particolare di discorso (narrativo), una
determinata schematizzazione caratteriale (personaggi “forti”, tipi). Prassi discorsiva questa,
che è al tempo stesso caratteristica cognitiva».
28. M. Virdis (a cura di), Il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado, Centro di Studi Filo-
logici Sardi/CUEC cit., pp. XLVIII-L.
29. Servindo bene ambos, maridu et muiere, a clesia, fegerunt .VII. fiios. (Ivi, scheda 132,
3, p. 87).

30
132 132
(1)IN NOMINE DOMINI. AMEN. Ego (1)IN NOMINE DOMINI. AMEN. Io Pie-
Petru kerigu priore de Bonarcatu cun s’ar- tro chierico priore di Bonarcado insieme
mentariu meu previderu Calafrede scribe- con il mio amministratore prete Calafre-
mus ista recordantia. (2)Gavini Formiga do registriamo questa memoria. (2)Gavi-
et Bera de Porta furunt coiuvados in pare no Formiga e Vera de Porta erano sposati
et positinkellos a servos ad sancta Maria fra loro e il giudice Constantino li aveva
iudice Constantini quando fegit s’abba- donati quali servi a santa Maria quando
dia. (3)Servindo bene ambos, maridu et fondò l’abbadia. (3)Durante il loro servi-
muiere, a clesia, fegerunt ·VII· fiios: Petru zio che entrambi, marito e moglie, presta-
de Porta et Zipari et Torbini et Ioanni et vano alla chiesa, fecero sette figli: Pietro
Maria et Margarita et Saina. (4)Servindo de Porta e Zipari e Torbeno e Giovanni e
bene a clesia custos cun parentes ipsoro, Maria e Margarita e Sabina. (4)Questi figli
morrunt sos parentes; (5)steterunt totos prestavano di buon grado il loro servizio
·VII· fiios, servindo ue los poniamus. (6) alla chiesa insieme con i loro genitori, fin-
Fegerunt cunsiiu cun Saina Tussia, cia ip- ché questi ultimi giunsero alla loro morte;
soro, buiaria dessu regnu de iudice Con- (5)i sette figli restarono a servire così come
stantini et postea de iudice Comita. (7)Fe- avevamo loro imposto. (6)Si consigliarono
gerunt sibi carta de liberos et bullarunt cun con Sabina Tussia, loro zia, buiaria [ad-
bullatoriu de iudice Comita. (8)Regendo- detta ai sigilli] del regno del giudice Co-
silla custa carta a cua, si girarunt de ser- stantino e poi del giudice Comita. (7)Si
vire. (9)Bolbillos ego impressare in s’opus confezionarono un (falso) documento che
et narruntimi «liberos sumus et ave stara attestava la loro libertà e lo bollarono col
non ti servimus». (10)Andainke ego a iudi- sigillo del giudice Comita. (8)Tenendo con
ce Comita et torreindelli verbu: «mandet sé questa carta di nascosto, abbandonaro-
pro·llos iudice»; (11)et andaruntinke totos no il servizio. (9)Io li volli costringere al
septe frates ad Nurageniellu. (12)Certei servizio ed essi mi dissero: «siamo liberi
cu·llos in corona de iudice: «Custos fiios e da questo momento in poi non ti servia-
de Gavini Formiga, ki posit iuige Gostan- mo». (10)Andai dal giudice Comita e gli
tine, patre vostru, a clesia, progiteu non dissi: «il giudice li convochi in giudizio»;
mi servint?» (13)Torraruntimi ipsos ver- (11)e i sette fratelli tutti andarono a Nu-
bum: «Nos liberos sumus et carta nostra raxinieddu. (12)Mossi loro lite nell’assi-
nos amus». (14)Iudigedi iuige de batuere se del tribunale giudicale: «questi figli di
carta et beridade daunde furunt liberos cu- Gavino Formiga, che il giudice Costanti-
stos. (15)Batuserunt carta bullata cun bul- no, vostro padre, donò alla chiesa, perché
latoriu de iudice Comita, ki aviant armada non prestano a me servizio?» (13)ed essi
a iscusi suo. (16)Vidit iuige custa carta et ribatterono opponendo: «Noi siamo libe-
connoscit ca ll’aviant facta a fura sua. (17) ri ed abbiamo la nostra carta (che lo atte-
Strixit corona, et bennit sa buiaria et bin- sta)». (14)Il giudice ordinò in giudizio che
gitilla sara, ad ipsa et ad ipsos. (18)Ad ipsa essi producessero la carta che attestasse la
volvitilla occidere in corona et assos fra- verità della loro libertà. (15)Essi portaro-
tes iscodoglare et afurcare. (19)Sendo sos no la carta bollata col sigillo del giudice
ferros cagentes et issas furcas pesadas, Comita, che essi avevano confezionato
bennit donna Anna, sa mama, et isculpi- fraudolentemente e a sua insaputa. (16)Il
tillos de no llos okier pro fide de sancta giudice guardò detta carta e si rese conto
Maria de Bonarcatu. (20)Et iudice narait che essi l’avevano costruita con la frode
in sa corona: «levade·bos·inke sos servos e senza che lui ne sapesse alcunché. (17)Il
de sancta Maria». (21)Et ego batusindellos giudice riunì l’assise, e venne la buiaria e
ponendollos iudice a iurare d’esser servos la vinse allora in giudizio, sia lei che loro
de sancta Maria de Bonarcadu et ipsos et (i sette fratelli). (18)Quella la vollle ucci-

31
fiios issoro et nepotes nepotorum suorum dere seduta stante e i fratelli sottoporre
quant’aet esser ipsa generatione. (22)Testi- al tormento e quindi ucciderli per impic-
monios: Petru de Lacon curadore maiore, cagione. (19)I ferri già erano roventi e le
Petru de Lacon de Iana curatore de Valen- forche già innalzate, quando giunse don-
za, Costantini d’Orruvu Forte a pilu, cura- na Anna, la madre [del giudice Comita],
tore de Migil, Orçoco de Urgu curatore de e scongiurò che essi non venissero uccisi
Usellos, Petru de Sivi curatore de Gilciver, in fede di Santa Maria di Bonarcado. (20)
Puriose curadore de Frotoriane et Gunnare E il giudice disse nell’assise: «prendetevi
d’Orruvu Dentes||curatore de Bunurçuli et i servi di Santa Maria». (21)Ed io li presi
totu logu. Testes. e il giudice fece loro giurare d’esser ser-
vi di Santa Maria di Bonarcado e loro e i
loro figli e i nipoti dei loro nipoti in perpe-
tuo per quanto durasse la generazione. (22)
Testimoni: Pietro de Lacon curatore mag-
giore, Pietro de Lacon de Iana curatore di
Valenza, Costantino d’Orruvu Forte a pilu,
curatore di Milis, Orzoco de Urgu curatore
di Usellus, Pietro de Sivi curatore de Ghil-
ziber, Puriose curatore di Fordongianus e
Gonario d’Orruvu Dentes curatore di Bu-
nurzuli, e tutti i componenti del consiglio
giudicale. Testimoni.

Curioso tramite tra le due generazioni risulta qui la figura della buiaria
dessu regnu, zia dei sette fratelli e addetta «al servizio regio in una qualche
attività che aveva a che fare con i sigilli»30, certamente responsabile del si-
gillo apposto al falso documento31, e dunque orditrice di una frode che, oltre
alla realizzazione del falso, contemplava anche il tradimento nei confronti
del giudice. Tradimento aggravato dal fatto che tale Saina Tussia aveva ri-
vestito un incarico di sicura importanza non solo presso il giudice Comita,
ma anche presso il suo predecessore Costantino, che aveva posto a servos ad
sancta Maria i genitori dei servi “ribelli”, proprio quando fegit s’abbadia32.
La continuità storica e ideale che unisce il regno dei due giudici pare qui
minata dall’operato di una figura femminile che si insinua, con i suoi “perfi-
di” consigli, all’interno di un sistema basato sul rispetto delle norme consue-
tudinarie: se infatti i «figli prestavano di buon grado il loro servizio alla chie-
sa insieme con i loro genitori, finché questi ultimi giunsero alla loro morte»33,
restando al servizio dell’abbazia «così come avevamo loro imposto»34, risul-
ta evidente che proprio la malvagia influenza della zia, con la quale fegerunt

30. Ivi, p. XLIX.


31. Josef Grisar, Fernando de Lasala, Aspetti della sigillografia, Pontificia Università Gre-
goriana, Roma 1997, pp. 74-81.
32. M. Virdis (a cura di), Il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado, Centro di Studi Filo-
logici Sardi/CUEC cit., scheda 132, 2, p. 87.
33. M. Virdis (a cura di), Il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado, Ilisso cit., scheda
132, 4, p. 179.
34. Ivi, scheda 132, 5, p. 181.

32
cunsiiu – e dunque ‘si accordarono in segreto’ – costituisce il movente di una
insubordinazione forse fino ad allora nemmeno progettata. Solo Saina, che
poteva disporre del sigillo giudicale, risulta infatti la vera responsabile della
carta bullata cun bullatoriu de iudice Comita35, carta di cui dinanzi alla co-
rona, e dallo stesso iuigie, viene svelata l’inautenticità.
Dunque, lo stato di liberos concesso ai figli di una coppia di servos, e la
conseguente messa in dubbio del potere esercitato dal monastero sui propri
servi e sulla loro discendenza, può essere affermato solo mediante l’inganno
e la frode da una “cattiva consigliera” che, non certo a caso, prende il posto
dei “buoni e fedeli servitori”, appunto i genitori defunti di una discendenza
rimasta così senza alcuna guida. Fedeltà alla legge dei padri, minaccia di tra-
dimento e ristabilimento dell’ordine preesistente vanno a costituire così una
sorta di percorso obbligatorio, certamente esemplare dato che la narrazione
non costituisce soltanto un resoconto utile come lezione per i falsari, ma un
vero e proprio testo eziologico, che mira appunto a spiegare i motivi per i
quali, in quel dato momento, esiste una certa situazione, ovvero ad affermare
i diritti del monastero sui servi, mostrando che la forma contingente (il docu-
mento falso) non può prevalere sulla sostanza (la legge e l’autorità).
La recordantia presenta allora un andamento narrativo che rispetta la suc-
cessione causale e cronologica degli eventi: lo svelamento immediato della
combine che vede alleati la traditrice Saina e i suoi sette nipoti36, precede in-
fatti la ribellione dei servi37 e il tentativo del priore di ricondurre all’ordine la
situazione. Proprio a questo punto si registra l’introduzione del primo discor-
so diretto, che riporta le parole dei servi, «liberos sumus et ave stara non ti
servimus»38 e scatena dunque l’azione-reazione del priore. La frequenza dei
verbi di movimento (Andainke, andaruntinke) imprime un andamento conci-
tato all’azione che si svolge attraverso una sorta di interazione “triangolare”
tra servi, giudice e priore: il priore si reca dal giudice Comita per avere giu-
stizia e viene allora mossa una lite ai “ribelli” nell’assise del tribunale giudi-
cale. Qui, nuovamente, alla domanda del priore «progiteu non mi servint?»
viene reiterata l’affermazione di libertà dei servi, «nos liberos sumus», con
una variatio nella chiusa, necessaria all’introduzione dell’elemento-chiave
dell’intero processo, ovvero la carta, di cui è già nota all’uditore l’inautenti-
cità: «et carta nostra nos amus»39. Dunque, la progressiva aggiunta di nuovi
elementi serve a spostare l’attenzione sul falso documento, sul “corpo del
reato”, sulla carta: regendosilla a cua, armada a iscusi suo, e ancora, facta a
fura sua, con una interessante varietà di espressioni sinonimiche che sottoli-

35. M. Virdis (a cura di), Il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado, Centro di Studi Filo-
logici Sardi/CUEC cit., scheda 132, 14, p. 88.
36. Ivi, scheda 132, 6-7, p. 87.
37. Regendosilla custa carta a cua, si girarunt de servire. Ivi, scheda 132, 8, p. 87.
38. Ivi, scheda 132, 9, pp. 87-88.
39. Ivi, scheda 132, 13, p. 88.

33
neano la proditorietà dell’azione nascosta, realizzata nell’ombra, come ogni
opera malvagia.
Impossibile inoltre non rilevare il richiamo alla vicenda biblica dei sette
fratelli Maccabei40, (II Mach. 7) martirizzati ad Antiochia41, sia per la presen-
za, sulla scena del giudizio davanti all’autorità, della Madre – dei Maccabei
nel testo biblico, del giudice stesso nel Condaghe – chiamata, seppur con
atteggiamenti ed esiti opposti, ad impetrare la grazia per (o presso) i propri
figli, sia ancora per il riferimento insistito alle crudeli torture e ai ferri ro-
venti42. Il numero simbolico dei fratelli, la teatrale messa in scena degli stru-
menti del supplizio, la funzione mediatrice della madre che nel testo sardo
assume evidenti connotazioni mariane, mostrano ancora l’utilizzazione di
uno schema narrativo desunto dalle Scritture e qui abilmente piegato ad una
finalità pragmatica:
(18)Ad ipsa volvitilla occidere in corona et assos frates iscodoglare et afurcare. (19)
Sendo sos ferros cagentes et issas furcas pesadas, bennit donna Anna, sa mama, et
isculpitillos de no llos okier pro fide de sancta Maria de Bonarcatu43.

E non a caso, proprio alcuni versetti biblici dei Maccabei paiono riassu-
mere la vicenda di peccato e perdono narrata alla scheda 133:

40. 1contigit autem et septem fratres cum matre adprehensos conpelli a rege contra fas
ad carnes porcinas flagris et taureis cruciatos 2unus autem ex illis qui erat primus sic ait quid
quaeris et quid vis discere a nobis parati sumus mori magis quam patrias Dei leges praevari-
cari 3iratus itaque rex iussit sartagines et ollas aeneas succendi quibus statim succensis 4iussit
ei qui prior fuerat locutus amputari linguam et cute capitis abstracta summas quoque manus
ei et pedes praecidi ceteris eius fratribus et matre inspicientibus 5et cum iam per omnia inuti-
lis factus esset iussit ignem admoveri et adhuc spirantem torreri in sartaginem in qua cum diu
cruciaretur ceteri una cum matre invicem se hortabantur mori fortiter 6dicentes Dominus Deus
aspiciat veritatem et consolabitur in nobis quemadmodum protestationem cantici declaravit
Moses et in servis suis consolabitur 7mortuo itaque primo illo hoc modo sequentem deduce-
bant ad inludendum et cute capitis eius cum capillis detracta interrogabant si manducaret pri-
usquam toto corpore per membra singula puniretur 8at ille respondens patria voce dixit non fa-
ciam propter quod et iste sequenti loco primi tormenta suscepit 9et in ultimo spiritu constitutus
ait tu quidem scelestissime in praesenti vita nos perdis sed rex mundi defunctos nos pro suis
legibus in aeternae vitae resurrectione suscitabit. (II Machabaeorum 7, Biblia Sacra Vulgata)
http://www.biblegateway.com/passage/?search=II Machabaeorum+7&version=VULGATE.
41. Cfr. Luigi Pizzolato, Chiara Somenzi, La tradizione dei fratelli Maccabei nella chiesa
antica d’Occidente, Vita e Pensiero, Roma 2005.
42. Alla luce di tale evidente derivazione, può forse meglio comprendersi il senso di
quell’iscodoglare variamente interpretato, seppur inequivocabilmente ricondotto alla sfera se-
mantica della tortura, forse riconducibile appunto all’atto dello ‘scotennare’ o ‘scorticare’
(cute capitis eius cum capillis detracta), cfr. Bruno Andreolli, Le prestazioni d’opera nelle
campagne italiane del medioevo, IX Convegno storico di Bagni di Lucca (1-2 giugno 1984),
CLUEB, Bologna 1987, p. 162, ma che potrebbe in CSMB rivestire il significato di ‘acceca-
re’, data la contestuale presenza dei ferri roventi. Cfr. M. Virdis (a cura di), Il Condaghe di
Santa Maria di Bonarcado, Centro di Studi Filologici Sardi/CUEC cit., p. 237, s. v. iscodo-
glare.
43. Ivi, scheda 132, 18-19, p. 88.

34
(32)
nos enim pro peccatis nostris haec patimur (33)et si nobis propter increpationem et
correptionem Dominus noster modicum iratus est sed iterum reconciliabitur servis
suis (II Machabaeorum 7, 32-33)44.

La sovrapposizione tra la figura del giudice Comita, sorta di controparte


esemplare del suo crudele antecedente biblico, e il Dominus delle Scritture
risulta dunque evidente: la giusta ira del Signore-giudice è infatti destinata
a trasformarsi in pietas nei confronti dei propri servi infedeli. Non sfugge
inoltre che tale perdono può essere ottenuto soltanto in nome della Vergine
di Bonarcado e per intercessione di una madre, anch’essa regina e mediatrice
presso il proprio figlio, e dunque figura stessa di Maria, quasi a voler ribadire
il ruolo della trascendenza nelle vicende terrene, o meglio, l’influenza del di-
vino sulla dimensione storica qui evocata. Solo la Vergine di Bonarcado può
dunque concedere la grazia della vita, mediante la propria rappresentante
terrena, la giudicessa Anna, chiamata sulla scena del giudizio in una sorta di
raffigurazione rituale della pietas materna e mariana.
Anche il versetto nobis parati sumus mori magis quam patrias Dei leges
praevaricari (II Machabaeorum 7, 2), «Siamo pronti a morire piuttosto che
trasgredire le patrie leggi», non risulta certo estraneo a quanto il Condaghe
porta qui sulla scena, in una specie di rappresentazione “al contrario” che mo-
stra proprio la trasgressione delle “patrie leggi”, un tempo rispettate, e affida lo
scioglimento della vicenda all’alleanza indissolubile che salda l’autorità terre-
na a quella divina. Ancora una volta, il Condaghe di Bonarcado ci offre la nar-
razione di un fatto realmente avvenuto costruita secondo i moduli della scrit-
tura biblica: nei Maccabei il senso del passo è l’insanabile contrasto tra potere
divino e autorità terrena, che conduce all’affermazione finale della supremazia
della Legge divina. Nel Condaghe, la struttura della narrazione e la continua
interferenza di richiami scritturali e religiosi paiono invece additare un ideale
rapporto tra potere temporale e sfera del divino: l’autorità esercitata dal mona-
stero, che di fatto deriva dalle concessioni elargite dal potere sovrano, ribadisce
la propria legittimità proprio mediante la riaffermazione del potere del giudice,
custode e dispensatore terreno di un potere a lui delegato dall’autorità divina. E
proprio il giudice dimostra qui ampiamente di meritare tale ruolo, in virtù della
sua clemenza, appunto ispirata dall’intercessione divina, che ne fa una sorta di
“sovrano illuminato”, necessario garante dell’ordine mediante l’attribuzione
delle pene, ma non spietato vendicatore delle offese subite; anzi, persino pron-
to a recedere immediatamente dinanzi alle preghiere della Madre.
Il modello dei Maccabei serve allora a tratteggiare la scena di un sup-
plizio qui soltanto sfiorato, grazie all’esemplarità del giudice, che dimostra
come rigore e magnanimità non vadano disgiunte, pur dinanzi all’insubordi-
nazione di servi che ricorrono persino alla falsificazione del sigillo giudicale
per ottenere la libertà.

44. (32)Per i nostri peccati noi soffriamo. (33)Se per nostro castigo e correzione il Signore
vivente si adira per breve tempo con noi, presto si volgerà di nuovo verso i suoi servi.

35
Resta ancora da chiedersi se l’influenza del modello biblico agisca soltan-
to al momento della stesura del documento, o se invece tali moduli derivino
da una ritualità, certo interiorizzata mediante il modello scritturale, che era
giunta a permeare lo svolgersi stesso degli eventi narrati. La teatralità della
“falsa esecuzione”, dell’intercessione materna e dell’atto finale del perdo-
no potrebbero infatti inscriversi in un rituale connesso alla manifestazione
dell’autorità giudicale, in cui la gestualità e la performance costituiscono
appunto la realizzazione “visiva” necessaria a consolidare le dinamiche con-
nesse alle gerarchie del potere.
Anche la scheda 133 porta infatti sulla scena una “teatrale” vicenda di
“infrazione e perdono” che si conclude con la concessione della grazia da
parte del giudice; ritorna anche qui l’opposizione tra la generazione dei pa-
dri, fedeli al giuramento, e quella dei figli che trascurano invece il servizio
dovuto al monastero:
133 133
COMIDA IUDEX COMIDA IUDEX
(1)IN NOMINE PATRIS et Filii et Spi- (1)In nomine Patris et Filii e Spiritus Sanc-
ritus Sancti. Amen. Ego iudice Comida ti. Amen. Io giudice Comita de Lacon regi-
de Lacon facio recordatione. (2)Sa die ki stro questa memoria. (2)Il giorno che andai
andei a Bonarcatu a ponneve su saltu de a Bonarcado per donarvi il salto di Petra
Petra pertusa a sancta Maria, sa die mi pertusa a Santa Maria, quel giorno il priore
torredi verbu priore Boniçu pro sos fiios Bonizu mi espose lamentela nei confronti
de Gostantine Stapu, ki poserat patre dei figli di Costantino Stapu, che mio pa-
meu iudice Gostantine ad sancta Maria dre giudice Costantino aveva donato a San-
ca (3)«non mi servint bene et issu servizu ta Maria dicendo: (3)«non mi servono bene
ki llis poserat patre vostru pro fagere a e il servizio che vostro padre impose loro
clesia a llu lassant». (4)Mandei pro·llos di prestare alla chiesa lo trascurano». (4)Li
et benneruntimi totos tres frates fiios de convocai in giudizio e vennero tutti e tre i
Gostantine Stapu: Orçoco et Comida et fratelli, figli di Costantino Stapu: Orzoco
Iohanne. (5)Bolbillos fustigare ca lassa- e Comita e Giovanni. (5)Li volli fustigare
vant s’opus de clesia ki llis poserat patre perché trascuravano il lavoro che doveva-
meu. (6)Et basaruntimi·llos et no llos fus- no prestare alla chiesa come aveva loro im-
tigei. posto mio padre. (6)Ed essi mi baciarono e
non li fustigai.

Il giudice Comida fa qui recordatione (‘registrazione scritta per memo-


ria’), in seguito alle lamentele del priore Boniçu: egli contesta il fatto che
proprio i figli di quel Gostantine Stapu, un tempo “salvato” (vedi scheda
131) dal giudice Costantino e poi donato a Santa Maria, non mi servint
bene et issu servizu ki llis poserat patre vostru pro fagere a clesia a llu
lassant. Come nella scheda 131, la narrazione è introdotta da indicatori
spazio-temporali che proiettano la vicenda all’interno di un ambiente ben
concreto e familiare e in una dimensione che, pur nell’apparente precisa
definizione della temporalità, pare inscriversi tuttavia in un passato miti-
co: ritorna infatti, in modo quasi identico, la formula utilizzata alla sche-
36
da 13145: Sa die ki andei a Bonarcatu. Dunque, proprio nel giorno in cui
il giudice si recò per donare su saltu de Petra pertusa a sancta Maria, sa
die mi torredi verbu priore Boniçu. L’uso dell’iterazione sa die pare voler
saldare la concreta realtà dell’evento narrato, le “proteste” di un priore,
all’atto di donazione di un salto, e stabilire immediatamente il duplice li-
vello sul quale si costruisce la struttura del testo: il piano di una quotidia-
nità, seppur rituale, scandita dalle “visite” del giudice ai propri territori,
si sovrappone infatti all’immobilità della dimensione normativa e giuridi-
ca, che sancisce, accanto all’avvenuta donazione, la riaffermazione di una
norma, la servitù estesa alla discendenza, minata dalle pressioni di una
realtà contingente.
Il rinvio alla memoria della storia esemplare di Gostantine Stapu, ki pose-
rat patre meu iudice Gostantine ad sancta Maria, costituisce allora un ante-
fatto solo brevemente evocato, e certamente già sedimentato nella memoria
della comunità: proprio i figli di quel Gostantine Stapu, l’omicida redento,
preso sotto la propria protezione dal monastero, si ribellano ora al “patto an-
tico” stabilito per salvare la vita al proprio padre.
Dunque il mancato rispetto dell’obbligo di servitù, imposto dal padre del
giudice al padre dei servi negligenti ed esteso alla discendenza, ripropone lo
schema situazionale della scheda 132, a rappresentare, in tutta la sua eviden-
za, la difficoltà di imporre sulle nuove generazioni le norme consuetudinarie
del passato. E ancora una volta, come alla scheda 131, la constatazione del
mancato rispetto dell’obbligo di servitù al monastero costituisce il presuppo-
sto necessario alla riaffermazione della regola disattesa:
(7)Et ego posillos ad iurare d’essere ser- (7)Ed io li feci giurare d’essere servi de iu-
vos de iuvale ad sancta Maria de Bonar- vale presso Santa Maria di Bonarcado, a
catu, ad ube los poserat patre meu, issos et cui li aveva donati mio padre, essi e le loro
mulieres issoro: Pascasia d’Abbas muie- mogli: Pascasia d’Abbas mogie d’Orzoco
re d’Orçoco Stapu, et Luxuria de Casta- Stapu, e Lussurgia de Castanias moglie di
nias muliere de Comita Stapu. (8)Et Io- Comita Stapu. (8)E Giovanni loro fratel-
hanne frate issoro coiuvadu fuit cun Sai- lo era sposato con Sabina de Porta, serva
na de Porta, ancilla intrega de clesia; (9) interamente della chiesa; (9)ne abbia van-
appatsinde prode sancta Maria de Bonar- taggio e beneficio Santa Maria di Bonar-
cadu de·ssos et de fiios issoro et de nepo- cado di loro, dei loro figli e dei nipoti dei
tes nepotorum suorum quantu aet essere loro nipoti, quanto durerà la generazione
ipsa generatione usque in sempiternum. in perpetuo. (10)E nessuno abbia l’ardire di
(10)Et non appat ausu nullum hominem sottrarli mai dal servizio di Santa Maria,
a ttollerendellos aligando de servitiu de a cui li aveva assegnati mio padre ed io:
sancta Maria, ad ube llos delegarat patre (11)né giudice, né curatore, né alcun ser-
meu et ego: (11)non iudices, non curato- vo mio, né amministratore, né procuratore
res, non servos meos, non armentarios et presso la casa di San Vero, donde essi era-
non mandatores de post sa domo de san- no venuti a causa dell’omicidio commes-
cte Eru, daunde vennerant pross’homine so da Costantino Stapu, loro padre. (12)E
ki ociserat Gostantine Stapu, patre issoro. sono testimoni: Dio in primo luogo e San-

45. Cfr. scheda 131, 1: Quando andei a Bonarcatu.

37
(12)Et sunt testimonios: primus Deus et ta Maria e Costantino d’Orruvu, mio cu-
sancta Maria et Gostantine d’Orruvu, fra- gino, curatore di Milis, Pietro de Sivi cu-
dile meu, curadore de Miili, Petru de Sivi ratore di Bonurzuli, Orzoco de Urgu cura-
curatore de Bonurçule, Orçoco de Urgu tore di Usellus, Pietro de Iana curatore di
curatore de Usellos, Petru de Iana cura- Valenza, Pietro de Lacon curatore maggio-
tore de Valenza, Petru de Lacon curatore re. (13)Costoro erano presso di me allorché
maiore. (13)Custos furunt sa die mecu de redassi questa carta in Bonarcado. (14)Chi
co fegi custa carta in Bonarcatu. (14)Si quis dirà che è bene ciò che ordinai io giudice
dixerit quia bene est quo ordinavi ego iu- Comita e dirà che è verità, sia questi bene-
dice Comita et narr‘aet ca veritate est, ha- detto da Dio padre onnipotente e da Santa
beat benedictione de deum patrem omni- Maria e da tutti i santi e le sante di Dio.
potentem et de sancta Maria et de omnes Amen, Amen, fiat, fiat. (15)E chi dirà che
sanctos et sanctas Dei. Amen, Amen, fiat, è male e vorrà distruggerla [questa ordi-
fiat. (15)Et si quis dixerit quia male est et nanza] sia questi scomunicato e maledetto
destruere ea voluerit fiat excomunicatu et da Dio e da Santa Maria e da tutti i santi e
maledictu de Deus et de sancta Maria et le sante di Dio e riceva anatema come Da-
de omnes sanctos et sanctas Dei et appat than e Abiron, che furono inghiottiti dalla
anathema sicut Dathan et Abiron, qui de- terra, e condivida la sorte con Giuda tra-
glutivit terra et appat parçone cun Iuda tra- ditore e con Erode e Pilato e con il dia-
ditore et cun Herode et Pilatus et cun dia- volo nel più profondo dell’inferno. Amen,
bolus in infernum. Amen, Amen. Fiat, fiat. Amen. Fiat, fiat.

Ma la reiterazione della norma46 si innesta ancora una volta su una se-


quenza narrativa, che porta sulla scena i tre colpevoli dinanzi a Comida, in
una nuova efficace rappresentazione della pietas del giudice.
(4)Mandei pro·llos et benneruntimi totos tres frates fiios de Gostantine Stapu: Orçoco
et Comida et Iohanne. (5)Bolbillos fustigare ca lassavant s’opus de clesia ki llis pose-
rat patre meu. (6)Et basaruntimi·llos et no llos fustigei.

Non una parola infatti sullo svolgimento del “giudizio”, ma un pressante


susseguirsi di azioni, di gesti rituali (mandei, benneruntimi, bolbillos fustiga-
re, basaruntimi, no llos fustigei) a fissare, mediante la loro icastica incisività,
gli atti di richiesta di pietà e di concessione del perdono.
Ritorna, come alla scheda 132, il timore della tortura imminente, qui im-
mediatamente fugato grazie al gesto di omaggio del bacio, che prelude al
perdono rituale, atto salvifico che rende manifesto il significato del perdono
“cristiano”: “ridonare la vita” agli offensori e, al contempo, salvare l’offeso
dalla cecità della vendetta.
46. L’obbligo di servitù esteso alla discendenza viene riaffermato in tutte e tre le schede:
(10)Et ego, ca iskivi bene ca furunt meos, poniollos ut serviant a sancta Maria de Bonarcatu
et ipsos et fiios suos et nepotes nepotorum suorum usque in sempiternum. (scheda 131); (21)Et
ego batusindellos ponendollos iudice a iurare d’esser servos de sancta Maria de Bonarcadu
et ipsos et fiios issoro et nepotes nepotorum suorum quant’aet esser ipsa generatione (scheda
132); (9)appatsinde prode sancta Maria de Bonarcadu de·ssos et de fiios issoro et de nepotes
nepotorum suorum quantu aet essere ipsa generatione usque in sempiternum. (10))Et non ap-
pat ausu nullum hominem a ttollerendellos aligando de servitiu de sancta Maria, ad ube llos
delegarat patre meu et ego (scheda 133).

38
Ben noto è il ruolo ricoperto dalla gestualità nella società medioevale47, in
cui le potenzialità discorsive del corpo si manifestano attraverso la creazione
di veri e propri codici gestuali: l’atto del bacio sancisce qui la sottomissio-
ne e l’omaggio reso al sovrano. Ad un atto, che non necessita certo di parole
“riportate”, segue un altro atto48, in un implicito rapporto di causa-effetto (Et
basaruntimi·llos et no llos fustigei, scheda 133, 6) che serve a sciogliere la
tensione della vicenda. Iconografia “scritta”, potremmo dire, e scandita da
una serie di «immagini e gesti del potere»49 necessari a fissare, nella memoria
della comunità, la norma da introiettare mediante l’azione che essa genera.
L’affermazione delle strutture del potere, e dunque di quella gerarchia
“giudice-priore-servi” su cui si fonda la società giudicale viene quindi impo-
sta, nelle carte del Condaghe di Bonarcado, mediante la narrazione di gesti,
atti e formule verbali che vanno a comporsi in veri e propri rituali.
La già citata modalità della demonstratio ad oculos50 si inserisce dunque
in quel «continuo scambio tra storia, storie, gestualità, ambienti e voci»51
che costituisce la marca della storiografia “popolare” e caratterizza spesso
la scrittura dei Condaghes52, nati al crocevia tra intento pragmatico-docu-
mentario e strutture narrative proprie di una cultura prevalentemente orale.
È noto inoltre il ruolo “probante” di queste scritture53, che non solo veniva-
no esibite e lette in pubblico per dirimere delle contese, ma che erano avvol-
te «in un’aura di ufficiale e solenne religiosità»54, come suffragato appunto
dalla ipotizzabile derivazione dello stesso termine Condaghe da Kontákion,
proprio nella sua accezione di ‘manoscritto liturgico paradigmatico del rito
bizantino’55. Dunque, in una fase di passaggio dall’oralità alla scrittura, è
ben evidente l’influenza di moduli stilistici desunti dal patrimonio cultura-
le di scriptores monastici non certo illetterati, che sono appunto in grado,
come attestato dal Condaghe di Bonarcado56, di riplasmare la lingua dell’o-

47. Cfr. Jean-Claude Schmitt, Il gesto nel Medioevo, Laterza, Bari 1999.
48. Va rilevato infatti che, nelle schede 131, 132 e 133 sono soltanto due le inserzioni che
registrano, mediante discorso diretto, le parole del giudice: «voles torrare a sancte Eru?»
(scheda 131, 4); «levade·bos·inke sos servos de sancta Maria» (scheda 132, 20). Dunque, alla
parola “riportata”, mediante il discorso diretto, di chi domanda giustizia, il giudice risponde
quasi esclusivamente con l’azione.
49. Cfr. Chiara Frugoni, La voce delle immagini. Pillole iconografiche dal Medioevo, Ei-
naudi, Torino 2010.
50. A. Dettori, Sulla lingua e lo stile delle registrazioni nei condaghi cit., p. 463.
51. Enrico Artifoni, Città e comuni, in Storia medievale, Donzelli, Pomezia (Roma) 2003,
p. 419.
52. M. Virdis, ‘Narratività’ sarda medievale cit.
53. G. Mele, I Condaghi: specchio storico di devozione e delle tradizioni liturgiche me-
dievali della Sardegna medievale cit., pp. 143-174, p. 148-149, nota 21.
54. Ivi, p. 148.
55. Ibid..
56. Secondo G. Mele è possibile infatti ipotizzare, grazie alla documentazione fornita ne-
gli stessi Condaghes, una maggiore presenza dei monaci coristi, appunto litterati, nel priorato
camaldolese di Santa Maria di Bonarcado. Monaci meno dediti alla “cura animarum” e che si

39
ralità, il volgare sardo, sul modello retorico e stilistico costituito dalle Sacre
Scritture57.

Assai più evidente risulta invece l’influsso della cultura monastica e delle
coeve fonti cronachistiche, in quella che è ritenuta l’unica Cronaca medio-
evale della Sardegna58, il Libellus Judicum Turritanorum, redatto probabil-
mente alla fine del XIII secolo da un autore anonimo, forse un ecclesiastico,
mosso dall’intento di dimostrare come il giudicato di Torres o del Logudoro
spettasse alla Chiesa dopo la morte della giudicessa Adelasia59 (1259), ultima
esponente del casato dei giudici di Torres.
Il Libellus, in sardo logudorese, ci è pervenuto in una copia cartacea
molto tarda, intitolata Fondagues de Sardinia, compilata probabilmente nel
XVIII secolo da un archivista piemontese e custodita presso l’Archivio di
Stato di Torino. L’originale, risalente alla seconda metà del secolo XIII60
e oggi perduto, venne utilizzato nell’ultimo quarto del Cinquecento dallo
storico G. F. Fara come fonte nel secondo libro del De rebus Sardois61 e da
lui definito un parvo Judicum Turritanorum MS. libello ab incerto aucto-
re condito prisca lingua sardoa62. La copia torinese, in base ai rilievi di A.
Sanna, non fu comunque tratta dall’originale, ma piuttosto dal «rimaneg-
giamento del testo primitivo, o copia di esso, che risale […] ai primi del
1600»63 e presenta caratteri linguistici identici a quelli che improntano il
rimaneggiamento, realizzato durante il regno di Filippo III, del Condaghe
della Chiesa della SS. Trinità di Saccargia, a cui il Libellus fa un preciso
riferimento64. La grafia del testo, attribuibile allo stesso rimaneggiatore, è
infatti «spagnoleggiante e italianeggiante a un tempo, com’è caratteristi-

dedicavano «alla più “esclusiva” cura dell’Ufficio Divino in seno al coro e al chiostro». Ivi,
pp. 156-158.
57. «I quattro principali Condaghi a noi tràditi sono fonti sorte nell’ambito di piccoli scrip-
toria monastici [...] e di quel clima legato alle famiglie benedettine dell’epoca, rispecchiavano
gli umori e la cultura, i modelli organizzativi della giornata, basati in buona parte sulla liturgia,
nutrita di sacre scritture, che era il cibo quotidiano, “manducato”, ruminato e assimilato quoti-
dianamente nella vita monastica grazie in buona parte all’ufficio divino». Ivi, p. 149.
58. Alberto Boscolo, Le fonti della storia medioevale. Orientamenti, Pubblicazioni del
Seminario dell’Istituto di Storia medioevale e moderna dell’Università di Cagliari, Sassari
1964, p. 135.
59. Adelasia, figlia di Mariano II (1218-1232), sposò in prime nozze Ubaldo Visconti,
giudice di Gallura, morto a Silki. Fu poi spinta dai Doria, nonostante l’opinione negativa del
Pontefice, ad unirsi in seconde nozze con Enzo di Hohenstaufen, figlio naturale dell’impera-
tore Federico II. Nel Libellus si sottolinea la volontà di Adelasia, priva di eredi, di “restituire”
il giudicato alla Chiesa.
60. Cfr. Antonio Sanna, Libellus Iudicum Turritanorum, S’Ischiglia, Sassari 1957, p. 18.
61. Ioannis Francisci Farae opera. De rebus Sardois, liber secundus (a cura di Maria Te-
resa Laneri, trad. di Enzo Cadoni), Gallizzi, Sassari 1992, pp. 300-311.
62. Cfr. A. Sanna, Libellus Iudicum Turritanorum cit., p. 21.
63. Ivi, p. 23.
64. Ivi, p. 22.

40
co dei documenti appartenenti all’epoca in cui il rimaneggiamento è stato
operato»65.
Sarebbe esistita comunque una duplice tradizione manoscritta del testo
primitivo: oltre a quella attestata dalla copia torinese, ne è infatti comprova-
ta un’altra più antica, in sardo-logudorese, mediante «una copia parziale del
Libellus realizzata nel 1580 su una copia integrale che si trovava a Madrid, a
sua volta copia dell’originale»66, edita anch’essa da A. Sanna67. Il documen-
to madrileno, un atto notarile redatto a Madrid e poi custodito nell’Archivio
privato della famiglia Amat di San Filippo di Cagliari, attesta il diritto della
famiglia Amat al feudo di Romangia, in quanto discendente di Itocor Cam-
bellas, unu lieru benevolente et fidele de Juigue Constantinu68, citato appun-
to nel Libellus. La redazione madrilena, che tramanda una breve sezione del
testo tràdito dalla copia torinese69, risulta tuttavia più ricca di particolari ri-
spetto alla versione di Torino e presenta sia «fatti arcaici nella morfologia»70,
sia «elementi toscani nel lessico»71. Assai interessante, per la ricostruzione
della tradizione manoscritta, risulta inoltre la sezione iniziale del documento,
appunto «traslactum bene et fideliter yn oppido madriti Regni castelle sump-
tum, a quadam copia autentica plurium capitulorum sumpta ab alia coppia
originaly certorum scriptorum anticorum in papiro scripta lingua sive ydio-
mate sardo»72, che confermerebbe, accanto alla maggiore vicinanza della re-
dazione madrilena all’originale, il carattere di parafrasi e rimaneggiamento
dell’originale attuato invece nella copia torinese.
Il Libellus rappresenta una vera e propria cronaca relativa ai giudici di Tor-
res che si snoda in un arco temporale di circa duecento anni, a partire dal primo
giudice, Andrea Tanca, fino al 1259, anno di morte della giudicessa Adelasia73.

65. Ivi, p. 29.


66. Cfr. Olivetta Schena, Il Libellus Judicum Turritanorum. Cronaca medievale dei giudi-
ci di Torres, in Franco Cardini, Maria Luisa Ceccarelli Lemut (a cura di), Quel mar che la ter-
ra inghirlanda. In ricordo di Marco Tangheroni, Vol. 2. Pacini, Pisa 2007, pp. 723-734, (cit. a
p. 725, n. 8), e A. Sanna, Libellus Iudicum Turritanorum cit., p. 19.
67. Antonio Sanna, Una sconosciuta versione del Libellus iudicum Turritanorum, in
«Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari», nuova serie I, vol.
XXXVIII (1976-77), pp. 163-169. Cfr. O. Schena, Il Libellus Judicum Turritanorum. Crona-
ca medievale dei giudici di Torres cit., p. 724, nota 4; p. 725, nota 8.
68. A. Sanna, Libellus Iudicum Turritanorum cit., p. 47.
69. La sezione riportata nell’atto notarile corrisponde al terzo capitolo e a buona parte del
quarto rispetto all’edizione di A. Sanna del manoscritto di Torino.
70. Fra i fatti morfologici più significativi, A. Sanna rileva la presenza di perfetti di tipo
arcaico che conservano il modulo latino: feguerunt contro fetisint, furunt contro istetisint, fe-
guerunt contro fetint, doctarunt contro dodaint, levarunt contro leaint, finivit contro finisit, vi-
derunt contro vidisin, morivit contro morisit, ecc. Cfr. A. Sanna, Una sconosciuta versione del
Libellus iudicum Turritanorum cit., p. 169.
71. A. Sanna, Una sconosciuta versione del Libellus iudicum Turritanorum cit., p. 166.
72. Ivi, p. 170.
73. Cfr. O. Schena, Il Libellus Judicum Turritanorum. Cronaca medievale dei giudici di
Torres cit., p. 726.

41
L’origine della genealogia dei giudici logudoresi, attestata nella sola redazio-
ne torinese, è frutto di una evidente mistificazione: la figura di Andrea Tanca74
non trova infatti riscontro nelle fonti storiche: il primo giudice di Torres di cui
si ha notizia fu infatti Barisone I, che nel 1063 ottenne da Desiderio, abate di
Montecassino, l’invio di alcuni monaci benedettini nell’isola75.
Ad eccezione quindi del primo giudice, la cui leggendaria figura risponde
probabilmente alla volontà di favorire l’ascesa al potere di un membro della
famiglia Zanche76, la serie di giudici presentata nel Libellus – da Mariano I,
figiu di Andrea Tanca, ad Adelasia – coincide con quella attestata dai docu-
menti storici.
Questo dato fornisce già alcuni elementi utili all’interpretazione del testo:
se infatti l’autore, «sicuramente un ecclesiastico, stanco delle vessazioni dei
Pisani e dei Genovesi»77, forse un monaco che operava in uno dei monasteri
del Regno turritano78, «falsa alcune pagine della sua cronaca»79, risulta eviden-
te che il fine propagandistico che presiede alla redazione del Libellus preva-
le sull’esigenza di documentazione storica. La componente narrativa è infatti
assai evidente nell’articolazione del testo in “medaglioni” biografici, in cui
l’esemplarità di alcuni giudici contrasta con la malvagità di altri, attraverso la
giustapposizione di exempla chiaramente finalizzati ad un intento didattico.
Nell’incipit della copia torinese è assente ogni notizia relativa al redatto-
re del Libellus o ad una sua conoscenza diretta, in quanto testimone oculare,
di qualcuno degli ultimi eventi narrati nel testo. Compare invece un topico
esordio, espressione della finalità morale del testo, non certo privo di colo-
res rhetorici, in cui si sottolinea l’importanza della memoria storica, fonte di
esempi virtuosi per i posteri:
Pro qui es cosa laudabile et plaquente a Deu et a su mundu tener memoria de sas
cosas antiguas et maxime de sos sabios, virtuosos et prudentes homines, pro leare
exemplos virtuosos et seguire sos vestigios de sas bonas oberas insoro, a tale qui
potamus acquistare cuddu honore, laude et fama qui issos an acquistadu et special-
mente de sos Señores et Regidores qui sun istados in su Regnu de Sardiña, comente
et Juigues, Marquesos, Contes et Biscontes et ateros de bona memoria80.

74. Ivi, p. 729. Secondo l’autore del Libellus, il primo giudice di Torres, Andrea Tanca,
venne eletto, come gli altri giudici, dae sa Santa Ecclesia Romana, già in possesso del giudi-
cato, a requesta de sos Prelados et Lieros (alto clero e nobili) de su dictu Cabu de Logudoro.
Se il movente principale nella stesura del Libellus è l’interesse della Chiesa per il giudicato, è
probabile che proprio dal clero fosse appoggiato Michele Zanche, contemporaneo dell’autore
del Libellus, e coinvolto nella politica del giudicato di Torres dopo la morte di Adelasia. Cfr.
A. Sanna, Libellus Iudicum Turritanorum cit., p. 19.
75. Ivi, p. 7.
76. Ivi, p. 19.
77. Ibid.
78. O. Schena, Il Libellus Judicum Turritanorum. Cronaca medievale dei giudici di Tor-
res cit., p. 726.
79. A. Sanna, Libellus Iudicum Turritanorum cit., p. 19.
80. Ivi, p. 45.

42
Risulta evidente, nella redazione torinese, l’influsso di moduli espressivi
di matrice iberica: la triplice aggettivazione sabios, virtuosos et prudentes,
da ascrivere ai frequenti ispanismi presenti nel testo81, rinvia infatti ad una
topica che attraversa testi devozionali e resoconti cronachistici di area spa-
gnola.
La frequenza, rilevabile nel Prologo, di partizioni simmetriche realizzate
mediante l’uso di sequenze bimembri (laudabile et plaquente; a Deu et a su
mundu; de sas cosas antiguas et maxime de sos sabios; leare…et seguire;)
e trimembri (sabios, virtuosos et prudentes; honore, laude et fama), unita
all’ampio uso di strutture narrative sintetiche che riassumono ampie sezioni
della redazione madrilena, conferma il notevole scarto esistente tra le due
versioni del Libellus. Da un lato, un testo più arcaico che mantiene le tipiche
strutture sintattiche medievali, peraltro proprie del parlato sardo (e italiano
regionale sardo) odierno, nonché le strutture narrative dell’oralità, attestato
appunto dalla versione madrilena, dall’altro, il più tardo rimaneggiamento
torinese, difficilmente databile con precisione ma i cui caratteri distintivi pa-
iono riconducibili al principio del Seicento, che rielabora e ricompone i ma-
teriali originari in una struttura narrativa organica e compiuta, e ricorre ad
una prosa plasmata su strutture sintattiche umanistiche.
Alcuni rilievi di ordine sintattico sulle due versioni permettono di co-
gliere i fenomeni principali che presiedono alla strutturazione del periodo.
Nella redazione torinese, la maggioranza delle proposizioni principali82 pre-
senta infatti l’ordine (S) V O nelle proposizioni con verbi transitivi, e ancora
il soggetto in posizione preverbale in presenza di verbi intransitivi o passi-
vi. La versione madrilena invece presenta solo in una percentuale ridotta di
casi83 l’ordine SVO, in cui il soggetto appare in posizione topicale, mentre
nella maggioranza delle proposizioni presenta la tipica struttura a soggetto
nullo84, nonché una buona percentuale di frasi con ordine VS, appunto il co-
strutto non marcato e basico della frase sarda. In tale redazione si rileva inol-
tre un’organizzazione sintattica prevalentemente paratattica, evidentemente
meno influenzata, rispetto alla versione torinese, dal processo di adattamento
all’italiano e di rielaborazione letteraria che questa ha subìto, nonché l’as-
senza, a causa delle restrizioni sintattiche codificate nella legge Tobler-Mus-

81. Ivi, p. 44. Fra gli ispanismi individuati da A. Sanna, compaiono le voci aguaderi,
iscambellu, partida, creare, amanestrare, Mossen, rendas, pisquisa, asertare, ecc.
82. Nel testo torinese compaiono 419 proposizioni, di cui 208 principali. Il soggetto risul-
ta espresso nel 25,5% delle frasi, e non espresso nel restante 75,5% di esse. I dati qui presenta-
ti sono ricavati da uno studio preliminare di Elisabetta Ecca, La sintassi degli elementi fonda-
mentali della frase nel Libellus Judicum Turritanorum, Tesi di Laurea a.a. 2004-2005, Facoltà
di Lettere, Università degli Studi di Cagliari, relatore prof. Maurizio Virdis.
83. Il testo madrileno contiene 172 proposizioni, di cui 82 principali. Fra queste, solo poco
più del 12%, presentano l’ordine SVO.
84. Cfr. Maurizio Virdis, Plasticità costruttiva della frase sarda (e la posizione del sogget-
to), in «Revista de filología románica», 17 (2000), pp. 31-46.

43
safia, di pronomi atoni proclitici, nel caso di V in prima posizione, laddove
nella versione torinese, rimaneggiata probabilmente da un sardo logudorese
alla fine del Cinquecento o ai primi del Seicento, si rileva un’alta percentuale
di pronomi in posizione proclitica.
Assai interessante risulta appunto il confronto tra le sezioni di testo tràdi-
te da entrambi i testimoni, non solo per l’evidente differenza fra le strutture
sintattiche attestate, ma anche per la palese modifica delle strutture narrative
realizzata nel testo torinese. In esso compaiono infatti significative omissioni
di porzioni di testo, attuate dall’anonimo rimaneggiatore forse con l’intento
di attenuare la spiccata impronta esemplare e propagandistica del testo me-
dievale originario, per imprimere alla narrazione un andamento più vicino ai
più recenti moduli narrativi storico-cronachistici.
Infatti, se la versione di Madrid tramanda un gran numero di dettagli as-
senti nel testo torinese, risulta evidente che tali dettagli sono proprio quelli
che concorrono a fornire una visione “torbida” della società giudicale, con-
trassegnata da odi atavici e timori di tradimento. Significativa si rivela allora
l’omissione, nella più tarda redazione torinese, di alcune sezioni relative alle
vicende intercorse durante il regno del Juigue Guantine e di suo figlio Gunari:
Intro de custu tempus qui regnayt Juigue Guantine si levarunt duas paredes ischitas
mannas sas plus qui fuint in Logudore, de imbidia de qui avian contra de isse, sos
quales furunt sos de Aten Arcados qui ystavant in Puzumajore et aviant potensia
manna. Custos et yssa pareda de sos Caprinos qui furunt malos homines qui abitavant
in sos montes totu tempus pro faguer male in co faguiant (versione madrilena)85.

Istande gasy si pesayt unu liveru benevolente et fidele de Juigue Gantine dessa terra
matessi qui aviat in guardia su figiu qui fuit minore, ço est a donniguellu Gunari,
levarindelu sutta sa cappa qui portavat, pro qui aviat dubiu de lu oquire su teracu, sos
qui fuynt inimigos dessu padre, cussas duas partes mannas qui amus naradu, pro ca li
bolian male de morte (versione madrilena)86.

Et gasy si vindicayt de omnia inimigos suos qui haviat quen potit abastare (versione
madrilena)87.

Altrettanto significativa risulta l’assenza, nel codice torinese, della sezio-


ne in cui il giudice Guantine riceve peri sos homines dessa terra la signoria
del Logudoro che amministra con giustizia e saggezza. Tale omissione, che
si colloca proprio nel punto in cui il codice torinese inizia ad offrire una nar-
razione di eventi parallela rispetto a quella tràdita dal codice madrileno, è
dovuta probabilmente al fatto che tale atto di “investitura” rimarca in manie-
ra spiccata l’autonomia del potere temporale rispetto al potere ecclesiastico,
oggetto certamente di obbedienssia et reverenssia ma non direttamente im-
plicato nella trasmissione delle cariche giudicali:

85. A. Sanna, Una sconosciuta versione del Libellus iudicum Turritanorum cit., pp. 171-172.
86. Ivi, p. 172.
87. Ivi, p. 178.

44
Ittem custu Juigue Guantine rezivindi sa sennoria de Logudore peri sos homines
dessa terra qui yla derunt, sennorigiayt grandemente et bonamente ad justissia et
rexone, dande obbedienssia et reverenssia et onore assa ecclesia romana (versione
madrilena)88.

Estremamente interessante è inoltre il processo di sintesi, o più spesso di


omissione, attuato dal rimaneggiatore torinese rispetto ad una serie di detta-
gli strettamente legati alla memoria della comunità; elementi che ricalcano,
nella versione madrilena, modalità di narrazione che si rifanno alla trasmis-
sione orale dell’informazione: è questo il caso sia di sezioni esplicative che
tendono a “giustificare” alcune azioni dei personaggi, sia di indicazioni che
saldano la narrazione a contesti ben precisi, mediante un gran numero di de-
terminazioni toponomastiche o di precisazioni parentali.
Et presit a mugiere una donna de Arburea de Bosa Manna pro qua fuit de sinnu et
femina bona et ca non podiat acatare femina de samben mannu in co fuit ysse intro de
Sardigna levayt cussa. Et custa donna aviat a numen donna Marquessa89 de Gunale,
et fuit vidua et venit a Logudore cun duos figios suos qui aviat apidu in ateru maridu
de sos quales b’ayen tottu sos de Gunale in Logudore e spesialimente sos qui istana
in Mesu Logu in sas villas de Iteris (versione madrilena)90.

Su dictu Juigue Constantinu leait pro mugere una bona et virtuosa femina de Arvore
de Bossa manna, clamada donna Marcuzia de Gunale; et fuit batia et haviat duos
figios cun su maridu primargiu (versione torinese)91.

Ancora più evidente il passaggio dalle modalità della narrativa orale alla
strutturazione tipica della narrazione scritta, nelle sezioni in cui l’ampio uso
del discorso diretto, spesso utilizzato per reiterare concetti già espressi, viene
sostituito da forme narrative sintetiche.
Custu teracu don[n]jguellu Gunari presentayt custu liveru donnu Itocor Ganbella
ad ecussos mercantes de Pisas et naraytylis: «Sennores, custu teracu don[n]iguellu
Gunary in testimoniu de Deus bos lu presento pro dominu de Logudore, ca lu bitto
fuende pro paura dessos inimigos dessu padre Juigue Gantine ca lu bolent oquier. Et
pro tantu bos lu recomando; levadelu et presentadelu assa Comonidade de Pisas pro
qui appo isperansa qui lu den guardare et defensare dae sos inimigos suos» (versione
madrilena)92.

Et acumandadu a su dictu pizzinnu a sos dictos mercantes […] (versione torinese)93.

La sostituzione dei deittici dell’oralità (custu, cussu, ecussos), utilizzati


per i frequenti richiami intratestuali e sovrabbondanti in M, con i deittici del-
la scrittura (su dictu, sos dictos) in T, segnala il passaggio da un testo scrit-

88. Ivi, p. 170.


89. Evidente qui l’errore di copia Marquessa per Marcuzia.
90. A. Sanna, Una sconosciuta versione del Libellus iudicum Turritanorum cit., pp. 170-171.
91. Ibid.
92. Ivi, p. 174.
93. Ibid.

45
to strutturato in «actes de langage rapportés»94 come appunto nella versione
madrilena, ad una narrazione in cui la parola non viene più riportata, ma piut-
tosto sintetizzata mediante incisi participiali o proposizioni finali (acuman-
dadu; pro qui lu crearet et amanestraret in virtudes95).
Assai interessante nella versione madrilena risulta anche l’uso del discor-
so indiretto, in cui vengono comunque mantenute modalità di tipo mimetico,
e si registra un ampio utilizzo dei verba dicendi:
Et deliberaynt qui si acomendaret ad unu misser Ebrian[d]u cavalleri et gasy lu pre-
garunt qui li fagueret haver et tenner in governu custu teracu; et yssu dictu misser
Ebriando resposit et nayt qui fuit multu contentu et aviatylu a plagere mannu pro qui
fuit dominu de Logudore. Et vidende s’animu deliberadu de cussu misser Ebrian-
do asora su consigiu dessa Comunidade de Pisas deliberaynt et narayntyly: Misser
Ebriando, levadebondelu et nudrigadelu et amaistradelu bene et si vivet dae como bos
lu consentimus pro maridu de figia vostra et yssa Comunidade de Pisas at provider
de darely favore de retornarelu in Sardigna in su regnu sou de Logudore, comente at
essere de ytade qui potat governare su regnu (versione madrilena)96.
[...] su quale rezisin et acceptaint volenteri et accomodaint a unu cavalleri, homine de
bene et principale de pisas, clamadu mossen Ebriando, pro qui lu crearet et amanes-
traret in virtudes (versione torinese)97.

La tendenza, nella redazione torinese, all’eliminazione del discorso diret-


to, laddove una descrizione “mimetica” e teatralizzata delle situazioni carat-
terizza invece il più antico testo madrileno, emerge in modo spiccato nella
narrazione dell’apprendistato e della maturazione del donniguellu Gunary
presso il comune pisano. Fondamentale risulta appunto il ruolo rivestito dalla
comunità pisana, sia nel riconoscimento delle virtù del giovane, sia riguardo
la concessione delle nozze con la figlia del proprio benefattore. Tale dimen-
sione comunitaria rafforza evidentemente il senso di identità e di apparte-
nenza del singolo ad una collettività, qui valorizzata nel suo ruolo di agente
attivo, che ne ratifica e condivide le decisioni:
Et lonpidu dittu tempus lu presentayt assa Comunidade de Pisas. Et quando sos bonos
homines dessu governu dessa Comunidade viderunt su teracu tantu bellu et saviu
et bene amaystradu, s’inde apirunt plagere mannu pro qui lu avian bene nudridu et
pro che ‘nde haveat fattu bonu servissiu rengrasiaruntyndelu et naruntyly: «Misser
Ebriando, placabos miter in puntu sas nuntas et festas de figia vostra, pro qui gasy co-
mente bos li aviamus promisidu, gasy semos contentos qui lu apedes pro jeneru et pro
figia vostra ad icussu ter(r)acu». Et fuitynde fattu grande festa et triunpu sicomente si
convenit tantu pro parte dessu teracu, quantu pro sa parte de misser Ebriando, qui fuit
magnu homine (versione madrilena)98.

94. Houari Touati, Islam et voyage au Moyen Age. Histoire et anthropologie d’une pra-
tique lettrée, Éditions du Seuil, Paris 2000, p. 263.
95. A. Sanna, Una sconosciuta versione del Libellus iudicum Turritanorum cit., p. 175.
96. Ivi, p. 175.
97. Ivi, pp. 174-175.
98. Ivi, pp. 175-176.

46
Et essende de edade et habilidade qui podiat faguer bene sos fatos suos, unu die su
dictu Mossen Ebriando lu presentait a sos Señores de sa Comunidade de Pisas. Breve,
comente lu vidisin ià mannu et habile de poder faguer sos fattos suos pro satisfacione
de sos travallos qui ‘nde haviat apidu su dictu Mossen Ebriando, lu coiuain cun una
figia sua (versione torinese)99.

L’attualizzazione delle vicende narrate mediante il loro inserimento nel pre-


sente di una dimensione teatrale e corale, quasi mitica, lascia il posto, nel testo
torinese, ad un racconto lineare che si sostituisce all’azione mimeticamente rap-
presentata attraverso i dialoghi tra i personaggi della versione madrilena. Il per-
corso che conduce dalla drammatizzazione alla narrazione, dall’espressione di-
retta dei moventi psicologici delle azioni alla descrizione della successione degli
eventi, finisce per implicare elementi tematici “arcaici”, quali la “nutrizione”100,
e dunque il processo educativo inteso come espressione di un’organizzazione
sociale che trasmette all’individuo il proprio sistema di valori101.
E infatti, l’accento posto sul processo di crescita del giovane e sulla fun-
zione (nudrigadelu et amaistradelu bene) esercitata dalla comunità che lo ha
adottato (viderunt su teracu tantu bellu et saviu et bene amaystradu, s’inde
apirunt plagere mannu pro qui lu avian bene nudridu) ritorna significati-
vamente nel corso della narrazione tràdita dal testo madrileno. Il ricorso a
calchi sul discorso orale che, in tale versione, sottolineano il contesto “fa-
miliare” (s’inde jussit su teracu cun isse a domo sua…, nutricatilu) in cui si
svolge l’educazione di Guantine, lascia il posto nella redazione torinese ad
un rigoroso ordinamento testuale scandito da una rigida partizione (lu aze-
tait / volenterimente et de bonu animu / et lu tensit) in cui le scelte lessicali
e l’uso della paratassi sembrano annullare in una dimensione atemporale la
stringente consequenzialità e icasticità del narrato:
«Misser Ebriando, levadebondelu et nudrigadelu et amaistradelu bene (…)» (versio-
ne madrilena)102.
Misser Ebriando s’inde jussit su teracu cun isse a domo sua et nutricatilu finy a qui
fuit mannu de bona hitade de annos deguesete (versione madrilena)103.
Su dictu Mossen Ebriando lu azetait volenterimente et de bonu animu et lu tensit fini
a qui fuit de deguesette annos (versione torinese)104.

L’operazione di “edulcorazione” compiuta nella redazione torinese corri-


sponde, come già rilevato, ad un intento edificante che mira alla costituzione

99. Ibid.
100. Cfr. M. L. Wagner, Dizionario Etimologico Sardo, Trois, Cagliari, 1989, II, p. 179, s.
v. nutrikare. Il termine è lessicalizzato col senso di ‘allevare’, ‘educare’.
101. Cfr. Tullio Seppilli, Per una antropologia dell’alimentazione, determinazioni, fun-
zioni e significati psico-culturali della risposta sociale a un bisogno biologico, in «La ricerca
folklorica», n. 30 (1994), pp. 7-14
102. 102. A. Sanna, Una sconosciuta versione del Libellus iudicum Turritanorum cit., p. 175.
103. Ibid.
104. Ibid.

47
di una serie di “medaglioni” esemplari, in cui le singole figure dei giudici
vengono ascritte alle opposte categorie dei buoni o dei malvagi.
In questa prospettiva si colloca la frequente aggiunta, rispetto alla versio-
ne madrilena, di chiose edificanti, volte a sottolineare la morigerata condotta
di vita dei giudici e delle loro spose:
Cussu Juigue Gantine feguit figios et figias, espesialimente doniguellu Gunari qui
fuit figiu sou primargiu. Infirmayt Juigue Guantine et morivit in su palatu de Turres
(versione madrilena)105.

Vivisin semper in su servisiu de Deu et morisin in su Palatu de Turres; lassain unu


figiu clamadu domicellu Gunari, de minore edade (versione torinese)106.

Et essende viva sa donna Marquesa de Gunale mugiere de ditu Juigue Guantine,


frunisivinde bene dessa moneda de Logudore et andaytsynde in terra manna assa
zittade de Mesina, et incominziayt a faguer unu ospitale a onore de Santu Janne da
hultra mare. Et fattu qui fuit lu doctayt grandemente de su aver meda qui portavat dae
Logudore. Et jachet inui in pace su corpus sou in eclesia et hospitale de santu Janne
de hultra mare (versione madrilena)107.

Et restende batia sa dicta donna Marcutia, non querfit plus de custu mundu et in-
barcaissi, leande canta moneda potisit et andeisinde a terra manna, a sa cittade de
Mesina, in sa isula de Sicilia, et innie fetit unu hospidale a honore de Santu Joanne
de ultra mare; et fatu qui istetit su dictu hispidale lu dotait grandemente de sa moneda
qui portait de Logudoro, et innie, servende a Deus, finisit sas dies suas. Fuit sepellidu
su corpus sou intro de sa ecclesia de Santu Joanne de ultra mare (versione torinese)108.

Assai significativo risulta, in quest’ottica, nel testo di Torino, il quadro


relativo alla vita del primo giudice, quell’Andria Tanca, probabilmente mai
esistito, che viene collocato all’origine della dinastia giudicale logudorense,
mentre viene ignorata la figura di Barisone I, nonno di Mariano I109:
in su quale tempus, siguende tale ordine sa Sancta Ecclesia, stetisit elegidu, pro Jui-
gue et donnu de su Cabu de Logudoro, unu clamadu donnu Andria Tanca, a requesta
de sos Prelados et Lieros de su dictu Cabu de Logudoro; su quale regisit annos 33,
bene et legalamente pro sa Corte Romana, cun amore et bona voluntade de totu su
populu. Morisit in sa Comunidade de Ardari et fuit sepellidu intro de sa ecclesia de

105. Ivi, p. 172.


106. Ibid.
107. Ivi, p. 173.
108. Ibid.
109. «Poiché l’ultimo documento, che si conosce, di Barisone I, come giudice, è del 1065
e il primo di Mariano I, suo successore, è del 1073, non si può intanto ammettere che fra i due
ci sia stato un giudice al potere per trentatré anni. Mariano I era, è vero, nipote di Barisone I,
che figura nei documenti come suo nonno, e si potrebbe supporre che Andrea fosse figlio di
Barisone I e veramente padre di Mariano I, ma il cognome Thanca, che, oltre l’altro, indica in
origine una famiglia di ceto servile, divenuta poi libera e di notabili, non risponde ai cognomi,
paterni e materni, dei membri della prima famiglia giudicale, Gunale, Lacon, Serra, Thori, ben
conosciuti». A. Sanna, Libellus Iudicum Turritanorum cit., pp. 12-13.

48
Santa Maria de Ardari, daenantis de su altare magiore, honoraguelmente dae totu sos
Perlados et Cleru de Logudoro et de totu sos Lieros110.

I 33 anni di regno del leggendario giudice, che riceve il potere dalla Sancta
Ecclesia e lo esercita cun amore et bona voluntade de totu su populu, istitu-
iscono, attraverso l’evidente simbolismo del numero, un parallelismo con la
vita di Cristo segnalando una sorta di “elezione divina” che investe l’intera di-
nastia giudicale.
Non manca inoltre nel Libellus il gusto spiccato per l’aneddoto, necessa-
rio, secondo l’uso dei predicatori, per far assimilare meglio agli uditori una
lezione salutare: è esemplare, a questo riguardo, la storia del giudice Maria-
no, figlio di Andria Tanca, eletto giudice, seppur in minore età, grazie alla
saggezza di sua madre111 ma dedito al bere fin da giovanissimo. Sarà ancora
sua madre ad intervenire, questa volta per guarirlo dal vizio: ella li fetit una
tale meiguina che il giudice divenne improvvisamente aguaderi, cioè bevito-
re di acqua. Assai curioso è l’effetto di “contrappasso” dovuto a questo inter-
vento materno; se infatti il giudice smette di ubriacarsi, la grande quantità di
acqua bevuta lo fa però gonfiare a dismisura:
Custu Juigue Mariane, sende minore si desit a su vinu, de modu qui si perdiat; et avi-
dendesi sa mama, qui fuit savia femina, li fetit meiguina, de modu qui pius non di bisit.
Fatusi aguaderi, in pagu tempus ingrussayt tantu de sa abba qui biviat, qui caddu
nexunu no lu podiat portare; et dilectantesi de funtanas et de abbas, bi aviat bonas
funtanas hue su dictu Juigue bi andayat, et lu portaian fina a inie subra unu carru.[...]
et su istade istait in Santa Maria de Campu Longu, hue si faguian venner sa abba intro
de sa ecclesia et si la faguyan passare subra sa carre, pro qui non podiat sufferrer su
cardu de su istade112.

Se tale obesità del giudice può forse essere ricondotta all’idropisia, pato-
logia molto diffusa nel Medioevo113, non sfugge il fatto che la “guarigione”
dal vizio iniziale, ottenuta forse mediante un sortilegio e non per interces-
sione divina, si rivela in realtà una “condanna” per Mariano, colpito da una
nuova infermità.
Ben diversi sono altrove gli esiti ottenuti mediante l’intervento divino:
donna Marcuzia de Gunale, moglie, in seconde nozze, del giudice Constan-
tinu, dopo aver perso i due figli del precedente matrimonio e gli eredi avuti
con il giudice Costantino114 fetisin oracione a Deu Onnipotente qui li plague-

110. Ivi, p. 45.


111. […] ancora qui fuit minore lu eligisin pro su bonu sinnu de sa mama. Ivi, p. 46.
112. Ibid.
113. Cfr. O. Schena, Il Libellus Judicum Turritanorum. Cronaca medievale dei giudici di
Torres cit., p. 729.
114. Su dictu Juigue Constantinu leait pro mugere una bona et virtuosa femina de Arvore
de Bossa manna, clamada donna Marcuzia de Gunale; et fuit batia et haviat duos figios cun
su maridu primargiu. Et essende mugere de su dictu Juigue Constantinu no lis campait figiu
perunu. A. Sanna, Libellus Iudicum Turritanorum cit., p. 47. È tra l’altro interessante sottoli-

49
ret darelis herede, in tantu qui istetisint asaudidos, et pro inspirasione divi-
na lis fuit reveladu qui faguerem unu monasteriu a honore de sa Santissima
Trinidade in sa Ecclesia de Sacargia115, ottenendo così la grazia di un figlio,
il futuro giudice Gunari.
Il ruolo della trascendenza segna dunque, fin dalla grazia del concepimen-
to concessa ai genitori116, l’intero percorso esemplare di peccato e redenzio-
ne tratteggiato nel ritratto del giudice Gunari: preso in consegna ancora in
minore età, dopo la morte del padre, da Ittoccore Gambella, che lo sottrae in
tal modo ai nemici paterni117, viene da questi condotto a Pisa. Qui è affidato
a un cavaliere, il nobile Ugo Ebriaci, che lo educa fino all’età di diciassette
anni, e poi gli concede la mano della propria figlia. Il rientro in Sardegna del
giovane Gonario è segnato da una serie di efferati delitti; spinto dal deside-
rio di vendetta, egli infatti, grazie anche al sostegno di forze militari pisane,
perseguita e uccide tutti i suoi nemici, violando persino lo spazio sacro della
chiesa di San Nicola di Trullas:
Perseguitait tantu sos enemigos et contrarios suos, qui fetit boquire, in sa porta de su
Casteddu de Gosiano, a unu primargiu sou, de sos altos et mannos de Logudoro, e
fetit boquire, in sa ecclesia de Santu Nicola de Truddas, dae segus de su altare, de sos
grandes Lieros de Logudoro, de sos de Attene Archiados de Putumayore; et gasi, in
pagu tempus, castigait totu sos inimigos suos118.

Dopo questo recupero del potere, segnato da una serie di omicidi che
gli costeranno la scomunica, Gunari regna comunque in bona e tranquilla
pague, cun grande amore et bona voluntade de totu su populu. Tuttavia, il
peso dei delitti commessi e il pentimento del giudice inaugurano, attraver-

neare che nell’analoga sezione della versione madrilena, più vicina all’originale, è attestato,
per il significato di ‘vedova’, lo spagnolismo viuda (ancora usato in campidanese), laddove la
versione-riscrittura torinese presenta il termine sardo batía (gattía), voce ancor oggi viva nella
parte settentrionale dell’isola. Tale “spia” lessicale segnala la sicura presenza di un intreccio
di versioni, aggiustamenti e riscritture, stratificate e incrostate che fanno comunque capo alle
due versioni pervenuteci del Libellus. Cfr. M.L. Wagner, Dizionario Etimologico Sardo cit.,
vol. I, p. 572, s. v. gattívu, -a.
115. A. Sanna, Libellus Iudicum Turritanorum cit., p. 47.
116. Cfr. Pinuccia Franca Simbula, Gonario II di Torres e i Cistercensi, in I Cistercensi
in Sardegna, Atti del Convegno di Studi (Silanus 14-15 novembre 1987), a cura di Giuseppe
Spiga, Assessorato alla cultura e alla Pubblica Istruzione, Nuoro 1990, p. 107. Secondo la leg-
genda, Costantino e sua moglie Marcusa si sarebbero recati a Porto Torres per pregare Dio e i
Santi Gavino, Proto e Gianuario di concedere loro la nascita di un figlio. Sulla via del rientro
verso Ardara, durante una sosta nella zona di Saccargia ove trascorrono la notte, viene loro ri-
velato in sogno che se avessero fondato in quel luogo un monastero camaldolese e una chiesa
in onore della Santissima Trinità, avrebbero ottenuto la grazia richiesta.
117. Comente morisit su babu, ziò est Juigue Constantinu, de presente sindilu leait, su
dictu pizinnu, pro dubidu qui no lu boquiren sos inimigos de su babu, qui fuit sa partida de sos
de Tene Archiados et isos Trabunas, et secretamente quelu leait a portu de Turres. A. Sanna,
Libellus Iudicum Turritanorum cit., p. 47.
118. Ivi, p. 48.

50
so un pellegrinaggio in Terra Santa119, un percorso di conversione e salva-
zione:
Et considerende qui haviat fatu mali meda contra a Deu et a su proximu, deliberait de
andare a Jerusalem a visitare su Santu Sepulchru et isos ateros logos santos. [...]sinde
andait in Jerusalem et, fattu qui apisit totu sas promissas et devosiones suas, sinde
torrait in Sardinia. Et torrendesinde, passât per isu reamen de Pula et, de ventura,
dait in una terra unde fuit Santu Bernardu Abbade de Claravalle; et comente isquisit
Juigue Gunnari qui in cuddu logu fuit Santu Bernardu, deliberait de visitarelu; et gasi
lu visitesit et apisit grande conversasione unpare. Ultimamente su dictu Juigue deli-
berait de faguer unu monasteriu in Sardinna, de su dictu Ordine de Santu Bernardu, et
Santu Bernardu li promisit de mandareli sos monagos: et gasi in cussa deliberasione
si licensiât de Santu Bernardu et benisinde in Sardinna120.

Decisivo risulta l’incontro con San Bernardo di Chiaravalle, fondatore


dell’Ordine dei Cistercensi – conosciuto al rientro dal pellegrinaggio in Ter-
rasanta – al quale il giudice promette di fondare un monastero dell’Ordine
in Sardegna. Infatti, rientrato nell’isola, Gonario fa edificare l’Abbazia di
Cabuabbas a Sindia e favorisce la penetrazione dei cistercensi nel Regno di
Torres: secondo il Libellus, Bernardo manda nell’isola 150 monaci e 50 con-
versi, anche se in realtà il numero dei monaci inviati fu nettamente inferio-
re121. La conoscenza tra il giudice e il santo clervallense122 è attestata anche
da un’epistola del 1146 al papa Eugenio III in cui lo stesso Bernardo, pur ap-
provando la scomunica inflitta a Gonario dall’arcivescovo pisano Baldovino,

119. Sull’importanza del pellegrinaggio, inteso come itinerarium ad Deum, nella men-
talità medioevale si vedano: Aryeh Grabois, Medieval Pilgrims, the Holy Land and Its Ima-
ge in European Civilisation, in (ed. Moshe Sharon) The Holy Land in History and Thought,
E.J. Brill, Leiden 1988. E.R. Labande, Recherches sur les pèlerins dans l’Europe aux XIIe
et XIIe siècles, in «Cahiers de Civilisation Médiévale», I (1958). E.R. Labande, Ad limina,
le pèlerin médiéval au terme de sa démarche, in Mélanges René Crozet, Société d’Etudes
Médiévales, Poitiers 1966, vol. I, pp. 283-291. R. Oursel, Pellegrini del Medioevo. Gli uo-
mini, le strade, i santuari, Jaka Book, Milano 1988. (tit. or. Pèlerins du Moyen Âge, Fayard,
Paris 1978). Id., Vie di pellegrinaggio e santuari da Gerusalemme a Fatima, Jaca Book,
Milano 1993. R. Stopani, Le vie di pellegrinaggio del Medioevo. Gli itinerari per Roma,
Gerusalemme,Compostella, Le Lettere, Firenze 1991. J. Chélini – H. Branthomme, Les che-
mins de Dieu. Histoire des pèlerinages chrétiens des origins à nos jours, Hachette, Paris
1995. E. R. Labande, Pauper et peregrinus. Problèmes, comportements et mentalités du pèle-
rin chrétien, Brepols, Turnhout 2004. A. Vauchez, La spiritualità dell’Occidente medioevale,
Vita e Pensiero, Milano 2006.
120. A. Sanna, Libellus Iudicum Turritanorum cit., p. 49.
121. O. Schena, Il Libellus Judicum Turritanorum. Cronaca medievale dei giudici di Tor-
res cit., p. 731, n. 38. Cfr. Ginevra Zanetti, I Cistercensi in Sardegna, in «Rendiconti dell’Isti-
tuto Lombardo di Scienze e Lettere», XCIII (1959), pp. 59-76, p. 63.
122. Sui rapporti che intercorsero tra San Bernardo, Gonario ed Herbertus, monaco cister-
cense, abate di Mores e poi Arcivescovo di Torres (1181 circa), autore del Liber miraculorum,
si veda Graziano Fois, Il regno di Torres e i Cistercensi fra Pisa e Papato nella seconda metà
del XII secolo, in La civiltà giudicale in Sardegna nei secoli XI-XIII cit., pp. 195-238.

51
raccomanda comunque allo stesso Baldovino il giudice di Torres «qui bonus
dicitur esse princeps»123.
Qualche anno dopo, il “pio” giudice, rimasto vedovo, lascia il trono al fi-
glio primogenito Barisone e abbandona ogni bene terreno, ritirandosi a vita
religiosa nel monastero di Clairvaux, dove veste l’abito monacale e trascorre
gli ultimi anni della sua vita in contemplazione124. Muore in tarda età cum
fama sanctitatis e viene annoverato tra i beati dell’Ordine cistercense125.
L’exemplum del Libellus mostra quindi una tipica storia di peccato, re-
denzione e santificazione che si colloca perfettamente all’interno di uno dei
cliché più diffusi nella narrativa monastica126, soprattutto di matrice cister-
cense, anche se la cura di Gonario per la propria anima viene confermata
anche dalle fonti coeve127 che attestano il percorso spirituale che condurrà il
giudice a Clairvaux.
Evidentemente legato ad un intento didattico risulta poi l’inserto con le
notizie biografiche su San Bernardo, che chiosa la sezione dedicata al giudi-
ce Gonario:
Sanctu Bernardu nasquisit sa annu milli noranta duos; liait su abidu cun tres compa-
gnos: sa annu milli et quentu et degue sette lu fetisin Abbade de Claravalle; su annu
mili et quentu quimbanta tres morisit a 20 de Austu; istetit Abbade 36 annos128.

La sesta sezione, che tratteggia brevemente la figura del debole giudice


Pedru, sembra riconducibile a fonti ascrivibili alla memoria della collettività:
di Pietro infatti si naraat qui conquistait su regnu de Calaris129, e proprio a
lui è rivolto il primo discorso diretto riportato nel Libellus:
Comente su Marquesi apisit tota sa Senoria in ballia sua, nait a su Juigue Pedru:
«bagibonde in bonora infra de otto dies a Logudoro, a su regnu vostru, et lassademi

123. Pasquale Tola, Codex diplomaticus Sardiniae, t. 1, in Monumenta Historiae Patriae,


X, Torino 1861, doc. LV, p. 215. Sull’argomento si veda ancora O. Schena, Il Libellus Judicum
Turritanorum. Cronaca medievale dei giudici di Torres cit., p. 731, e P. Simbula, Gonario II
di Torres e i Cistercensi cit., pp. 107-115.
124. Cfr. P. Simbula, Gonario II di Torres e i Cistercensi cit., p. 115: il monaco Herbertus,
che lo incontrò nel 1178, sottolinea il suo rigore nella penitenza: «iam annum quinque pera-
gens in disciplina suxepti ordinis assidue militat et expectat donec veniat immutati eius». Her-
berti, De Sancti Bernardi miraculis, in Monumenta Germaniae Historica, t. LXXXI, p. 140.
125. P. Simbula, Gonario II di Torres e i Cistercensi, cit., p. 115.
126. Cfr. Les Exempla médievaux: nouvelles perspectives, sous la direction de J. Berlioz
e M. A. Polo de Beaulieu, Champion, Paris 1998.
127. Cfr. Paolo Merci, Il Condaghe di San Nicola di Trullas, Carlo Delfino ed., Sassari
1992, scheda 270, p. 130: Ego torrainde verbu a iudice Gunnari cando ‘ke andavat a Ierusale.
L’incontro a Clairvaux tra il giudice e Bernardo è attestato nel Liber Miraculorum di Her-
bertus, cfr. Fragmenta ex Herberti libris de Miraculis cisterciesium ordinis, in Jacques-Paul
Migne, Patrologia Latina, Paris 1844-1855, vol. 185/2, col. 462. Sul percorso spirituale che
conduce Gonario alla conversione si veda G. Fois, Il regno di Torres e i Cistercensi fra Pisa e
Papato nella seconda metà del XII secolo cit., pp. 200 e ssgg.
128. A. Sanna, Libellus Iudicum Turritanorum cit., p. 49.
129. Ibid.

52
su regnu meu. Custa cortesia bos quergio faguer, qui bo ‘ni portedas totu: zio est
cantu podides portare dae custu regnu a Logudoro, infra de otto dies, totu bos siat
beneditu».

L’abbandono del regno, imposto dal Marchese di Cagliari, costituisce


la causa indiretta della morte del giudice, “punito” per la sua colpa anche
dall’assenza di eredi:
et a pagu tempus qui fuit torradu a Logudoro morisit de angustia pro qui aviat leadu
su Regnu de Calaris; et non lassait herede perunu, ne maschiu ne femina130.

Al giudice Pedru succede il saggio Barisone, che regnait de annos circa


a quimbanta, bene, cun amore et voluntade de sos de su regnu, per poi con-
cludere la propria esistenza, dopo la morte della sposa, a S. Giovanni d’Ol-
tremare.
La schematica alternanza tra personaggi “positivi” e “negativi” che ca-
ratterizza la successione dei giudici nel Libellus è ancora confermata dal
“medaglione” successivo, che tratteggia la figura del giudice Guantine, pri-
mogenito di Barisone, la cui vita matrimoniale pare segnata da una sorte
avversa: divenuto giudice, ottiene moglie in Catalogna, ma la futura sposa
muore durante il viaggio per la Sardegna. Di nuovo, manda a prendere un’al-
tra sposa in Catalogna e la conduce in Goceano. Anche questa volta però, il
matrimonio va a monte: il Marchese di Cagliari infatti conquista il Castello
del Goceano e gli sottrae la sposa. Il giudice muore così senza eredi. Come
prevedibile, l’avversità della sorte è in realtà una meritata punizione divina,
come risulta dalla successiva “inchiesta” condotta sul suo conto:
Et gasi li intervenisit, a su dictu Juigue Guantine, pro ca regiat male su regnu de
Logudoro. Pro su malu regimentu sou totu sos Perlados et Lieros et ysos domicellos
frades suos se li vortain, ca fuit donnu malu: hue venit a notisia a su Santu Padre de
Roma et mandait a su Archiepiscopu de Pisas a faguer sa pisquisa; su quale Archiepi-
scopu de Pisas fuit, in cussu tempus, legadu de Armeniagias, de Sardinnia et Corsiga,
(et) quircait diligentamente ogni cosa et acatait qui su dictu Juigue Guantine aviat
fatu malu meda contra sa Santa Ecclesia Romana: tandu lu iscomunigait.
Regnait sette annos et morisit iscomunigadu [...]morisit senza herede nexunu131.

La strutturazione più “sofisticata” della biografia, che vede una narratio


iniziale, e apparentemente oggettiva, degli eventi, saldata a una successiva
indagine delle cause, in grado di svelare il disegno sotteso alle disgrazie del
giudice, risponde all’intento edificante del Libellus: non a caso, ancora la ste-
rilità, qui anticipata dalla reiterata scomparsa delle spose, costituisce la peg-
gior punizione per colui che aviat fatu malu meda contra sa Santa Ecclesia.
Risulta evidente come i dati storici relativi all’esistenza dei giudici venga-
no, di volta in volta, interpretati e strutturati all’interno di un discorso eziolo-

130. Ivi, p. 50.


131. Ivi, p. 51.

53
gico che legge ogni evento terreno come espressione e manifestazione della
volontà divina.
Paradigmatico, a questo riguardo, è il ritratto di Donna Alasia (Adelasia),
vedova del giudice Baldu, divenuta giudicessa del Logudoro, che risulta ar-
tefice del proprio sfortunato destino. Colpevole di “disubbidienza” verso gli
ecclesiastici e i Lieros che caldeggiano le sue nuove nozze cun sardu bonu de
Sardinna o cun qualqui grande Señore de terra manna, Alasia accetta invece,
nonostante il parere sfavorevole della comunità132, la proposta di Enzo, figlio
dell’imperatore Federico II133, mosso dall’intento di conquistare la Sardegna:
Et havende appidu donna Alasia sa dicta imbaxada dae cussu Imperadore, li plaquit
de modu qui consentisit de faguer su dictu matrimoniu. Et isquen de cussu, su dictu
Archiepiscopu de Turres et sos Perlados et Juigue Pedru cun sos Lieros de Logudo-
ro, li consigain qui no lu haveret fattu in modu perunu, pro qui it como esser male
per issa, et ancora sa ruina de su regnu. Sa dicta donna Alasia, no curendesi de sos
consigios, fetit su matrimoniu a plaquehere sou. Fatu su matrimoniu, a contu d’esser
donna, istetit serva, qui mai pius appisit bene134.

L’accento posto, mediante la triplice iterazione, sull’atto sconsiderato di


queste nozze dettate dall’ambizione, pone in evidenza la causa del male che
colpirà Adelasia:
Et istande in su casteddu de Gosiano, ispogiata de dogni bene sou et penitendesi de su
qui haviat fattu, isteit comente qui esseret in prexone. Se li afferrait una infirmidade
qui si creiat de morrer.

Ma, ancora una volta, il pentimento e la confessione preludono alla riabi-


litazione della “peccatrice” che, mediante un atto di carità, ottiene evidente-
mente il perdono divino, dato che la sua salute migliora ed ella può tornare
a palazzo:

132. «Morto Ubaldo (1238), il papa pregò il giudice Pietro d’Arborea di proteggere Adela-
sia e in pari tempo le scrisse, perché volesse unirsi in nuove nozze con una persona devota alla
Sede apostolica, il nobile Guelfo dei Porcari. Questa candidatura sollevò molte opposizioni. I
Visconti e anche i Doria, che possedevano da molti anni terre nel Logudoro, si dimostrarono, in-
fatti, contrari: il matrimonio, se attuato, avrebbe significato una maggiore autorità della Chiesa
in Sardegna a loro svantaggio. I Doria indussero allora Federico II a chiedere per il figlio Enzo
la mano di Adelasia. Federico capì che queste nozze potevano essere una delle tante armi nella
lotta che conduceva contro la Chiesa e mandò subito in Sardegna alcuni ambasciatori presso la
giudicessa, che, pur essendo di molti anni maggiore di Enzo, accettò la proposta. Nell’ottobre
del 1238 Enzo raggiunse da Cremona l’isola; le nozze furono celebrate nello stesso mese, ma
non riuscirono felici. Enzo, che prese il titolo di re di Sardegna, vi stette solo pochi mesi; nel
luglio del 1239 fu chiamato dal padre nella penisola e in Sardegna non tornò più. Nel 1245 il
matrimonio fu annullato e Adelasia, secondo una cronaca sarda, visse in tristezza i suoi ultimi
anni nel castello di Goceano, dove morì dopo il 1255 senza lasciare eredi». Dizionario Biografi-
co degli Italiani, Treccani, Roma, (1960), vol. 1, s.v. Adelasia di Torres, (a cura di A. Boscolo).
133. Enzo di Hohenstaufen, figlio legittimato dell’imperatore Federico II di Svevia, sposa
Adelasia nel 1238, pochi mesi dopo la morte del marito Ubaldo Visconti.
134. A. Sanna, Libellus Iudicum Turritanorum cit., p. 53.

54
mandait a chiamare su prehigadore, clamadu frade Pedru de Ardari et a frade Sera(ph)
inu et si confessait cun issos, et fatta sa confessione, fetit venner su notariu et nait:
«Leade attu, in presentia de custos Padres, comente su Regnu de Logudoro fuit sou
de Juigue Baldu su quale bi lu aviat dadu et confirmadu Paba Gregoriu nonu, et gasi
matessi lu lasso, lu torro et restituo a sa Santa Ecclesia Romana; gasi comente lu con-
nosco dae issa, gasi bogio qui inde siat herede cun totu sos benes mios […]». Migorait
de cussa infirmidade […]135.

Un ulteriore atto finale sancisce la riabilitazione della giudicessa ribelle


che, di nuovo inferma e giunta in punto di morte, manda a chiamare il vesco-
vo dal quale si confessa per l’ultima volta, ratificando l’atto di donazione136.
Le ben note finalità politiche e propagandistiche che presiedono alla ste-
sura di questa sezione conclusiva del Libellus, ricoprono, attraverso la ri-
presa dello schema dell’exemplum, una verità storica certamente differen-
te: l’avvicinamento di Adelasia al Pontefice Innocenzo IV, dal quale ottiene
l’annullamento del matrimonio con Enzo, fa in realtà riaccendere l’opposi-
zione dei ghibellini sardi. La morte di Adelasia avviene dunque in un clima
di accesi contrasti e scatena nuove contese per il possesso del Giudicato137.
La vicenda esemplare di Adelasia, con la sua parabola di ribellione e rein-
serimento nell’orbita della Chiesa, serve tuttavia a concludere, nella compo-
sizione circolare del Libellus, il percorso ideologico inaugurato dalla figura
di Andria Tanca: il destino del giudicato si inscrive infatti all’interno della
Santa Ecclesia Romana, che concede prima e riottiene poi il potere sul giudi-
cato. Analogamente, il destino di ciascun giudice è determinato dalla propria
condotta terrena: i malvagi vengono puniti – dalla malattia, dalla sterilità,
dalla scomunica – i buoni premiati ma, soprattutto, i peccatori convertiti pos-
sono accedere alla salvezza o addirittura alla santità.
Il Libellus può dunque essere considerato una cronaca pseudo-storica, in
linea con la tipologia delle coeve cronache medioevali, in cui la sovrapposi-
zione dei moduli della narrativa esemplare ed agiografica sul dato storico138
conduce ad un discorso in cui la registrazione di eventi realmente accaduti si
fonde con la narrazione di aneddoti o episodi singolari che servono a corro-
barne l’impianto didattico e didascalico.
Se la datazione della prima stesura del Libellus, secondo Boscolo139, è
collocabile nella seconda metà del XIII secolo, nel periodo compreso tra la

135. Ivi, p. 54.


136. Il manoscritto torinese si presenta corrotto nella sezione finale. A. Sanna integra il
testo basandosi sulle informazioni relative a tale atto finale di Adelasia, desunte da Michele
Antonio Gazano, La Storia della Sardegna, Reale Stamperia, Cagliari 1777, I, p. 412, che pro-
babilmente ebbe modo di consultare la versione, ancora incorrotta, del Libellus. Cfr. A. Sanna,
Libellus Iudicum Turritanorum cit., p. 54 e nota.
137. Cfr. O. Schena, Il Libellus Judicum Turritanorum. Cronaca medievale dei giudici di
Torres cit., p. 733.
138. Sui riscontri delle vicende narrate nel Libellus in fonti storiche contemporanee si
veda l’Introduzione di A. Boscolo, ad A. Sanna, Libellus Iudicum Turritanorum cit., pp. 7-19.
139. Ivi, p. 18.

55
scomparsa di Adelasia dalla scena politica (1255) e il 1287, è possibile co-
gliere, pur al di là degli evidenti rimaneggiamenti che la versione originaria
ha subito nelle due copie più tarde a noi pervenute, l’impianto programma-
ticamente didattico e propagandistico che impronta la narrazione. La para-
bola del potere giudicale, dalla leggendaria figura di Andria Tanca fino alla
sua ultima rappresentante Adelasia, viene tratteggiata attraverso un percorso
circolare, che ha come punto di partenza e di arrivo la Chiesa di Roma, arti-
colato attraverso l’alternanza di figure antitetiche, di volta in volta esemplari
nel bene o nel male, in cui non certo il dato o l’accadimento, ma piuttosto
il singolo personaggio diventa il perno attorno al quale ruota la narrazione.
Il modello biografico inserito nell’impianto cronachistico risulta fortemente
permeato non soltanto dai moduli della scrittura esemplare, di matrice mo-
nastica, ma anche dalla narrativa agiografica che si manifesta nelle biografie
più nettamente delineate nel Libellus, quelle di Gonario e di Adelasia, che
incarnano la parabola che conduce dal peccato iniziale alla conversione e al
riscatto finale, ottenuto mediante la carità che si manifesta attraverso le do-
nazioni/concessioni alla Chiesa.
La mediazione tra una realtà, in parte forse conosciuta personalmente
dall’autore – almeno riguardo alla sezione conclusiva – e la rappresentazione
che di essa viene fornita, permette dunque di cogliere la prospettiva all’inter-
no della quale si colloca la redazione del Libellus.
Fin dall’esordio ab origine, che si traduce nel ricordo del “buon tempo
antico” in cui nacque il potere giudicale, risulta evidente la volontà dell’ano-
nimo scriptor di non limitarsi ad una semplice attività compilatoria, dettata
unicamente da un intento storiografico. La successione cronologica delle in-
formazioni, così come la loro distribuzione e articolazione in segmenti divisi
in rubriche dotate di un titolo, parrebbe infatti rinviare alle procedure tipiche
degli scritti cronachistici, volti appunto a registrare, seppur attraverso finalità
e percorsi differenti, gli eventi memorabili all’interno di una collettività. E
tuttavia, la presenza di una preponderante istanza narrativa, volta a struttura-
re in un quadro organico la successione degli eventi, si manifesta sia median-
te il reiterato collegamento tra i vari segmenti, attuato mediante esordi parti-
cipiali o gerundiali140 che saldano, in un tessuto narrativo omogeneo, il fluire
degli eventi, sia attraverso frequenti rinvii interni al testo, che richiamano
continuamente il “già detto”, il “già raccontato”, e dunque l’unità narrativa
del discorso. Così, l’andamento cronologico che pare presiedere alla succes-
sione degli eventi si rivela in realtà un percorso provvidenziale in cui la lo-
gica degli avvenimenti è preordinata dal disegno divino: la storia del potere

140. Mortu su dictu Andria Tanca (2, p. 46); Restende minore su dictu Juigue Gunari (4,
p. 47); Partidu su dictu Juigue Gunari (6, p. 49); Restende Juigue Barisone (8, p. 50); Partidu
su dictu Juigue Barisone (9, p. 50); Mortu su dictu Juigue Guantine (10, p. 51); Mortu Juigue
Comida (11, p. 52); Mortu Juigue Barisone (12, p. 52); Restende battia sa dicta donna Ala-
sia (13, p. 53). Ivi.

56
giudicale viene tracciata mediante le singole parabole esistenziali dei per-
sonaggi che di volta in volta sono chiamati ad assumere tale potere, con gli
evidenti limiti connessi al loro frequente status di “peccatori” da convertire.
Dall’origine “felice” del potere, che risiede in un passato ormai remoto141
si mostrano le alterne vicende che ne hanno segnato l’esistenza, inserite in un
quadro in cui la conservazione della memoria storica è spesso affidata al ri-
cordo di una tradizione orale che si identifica con la memoria collettiva della
comunità. Il riferimento ad elementi trasmessi dalla tradizione (est naradu,
si naraat)142 o l’importanza attribuita al discorso, diretto e indiretto, segnala-
no ancora una volta l’ingresso della dimensione orale, mezzo di trasmissio-
ne delle informazioni e della memoria storica, all’interno di un processo di
scrittura che ha accolto, più che gli stimoli provenienti dall’ambito cronachi-
stico, i moduli dell’esemplarità e dell’agiografia. Nella più antica versione
madrilena del Libellus emerge in misura maggiore, come si è dimostrato, una
fase di transizione tra oralità e scrittura – certo più matura rispetto a quella
attestata dai Condaghi – in cui si attribuisce ancora un ruolo fondamentale
alla parola pronunciata e riportata, quale espressione immediata capace di
esplicitare i rapporti interpersonali tra i singoli e i legami che essi intratten-
gono con la comunità. Le fonti orali, i dati trasmessi dalla memoria colletti-
va, seppure attraverso un processo di rimaneggiamento che è impossibile ri-
costruire, si innestano nel Libellus su una tradizione in cui l’istanza narrativa
primaria, che caratterizza le scritture dei Condaghi, si fonde con i modelli di
scrittura introdotti dalla cultura religiosa e monastica. Non solo l’aurora di
una scrittura storiografica dunque, ma piuttosto l’inizio della scrittura lette-
raria in Sardegna.

141. Antiguamente icusta isula de Sardinna, et specialimente isu Cabu de Logudoro, fuit regidu
et governadu per Juigues, quales fuerunt electos dae sa Santa Ecclesia Romana; in su quale tem-
pus, siguende tale ordine sa Santa Ecclesia.. Fuit consuetudine, in cuddu tempus, […] (1, p. 45).
142. Ivi, p. 49.

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60
La nascita della Sardegna quale soggetto storico e
culturale nel secolo XVI
di Maurizio Virdis

Il Cinquecento per la Sardegna si pone come il secolo in cui essa conqui-


sta e acquisisce il senso e la coscienza di essere soggetto storico, politico e
culturale autonomo. È il secolo in cui, allo stato delle nostre conoscenze, si
pone per la prima volta nella sua storia culturale, l’istituzione di una lettera-
tura e di una attività letteraria che si inserisce pienamente nelle correnti cul-
turali europee dell’epoca, a pieno titolo e con piena consapevolezza.
Basterebbe pensare alla produzione letteraria in lingua sarda, attraverso la
penna, il pensiero e la poetica di Gerolamo Araolla, e alla nascita della sto-
riografia sarda attraverso l’opera di Giovanni Francesco Fara.
Le scritture di questi due intellettuali pongono, fin dal loro incipitario pro-
porsi, la questione culturale della Sardegna come dato primario che muove
la loro attività: come servigio culturale che delinei e formi un volto a ciò che
volto non aveva mai avuto.
È questa l’epoca in cui nascono per la prima volta in Sardegna delle scuo-
le regolari, e i collegi gesuitici che, reclamati dalle città e dalla nobiltà iso-
lana, si trasformeranno successivamente, nei primi decenni del secolo XVII,
almeno quelli di Cagliari e Sassari, in Università. Ed è soprattutto la necessi-
tà di formare un clero regolare, colto e istruito, a generare esigenze culturali
non prima sentite, e a formare una classe intellettuale, per lo più clericale. È
forse in questa temperie che si può ripensare una ripresa di quelle tenui fila
letterarie precedenti fra cui abbiamo, praticamente unico esempio superstite,
il poemetto del Cano sui protomartiri turritani che proprio l’Araolla ripren-
derà e comporrà nuovamente con maggiore rigore stilistico e con forme più
regolari e certamente di grande qualità stilistica, col titolo Sa vida, su marti-
riu et morte dessos gloriosos martires Gavinu, Brothu, et Gianuari1.

1. È giusto qui ricordare che «durante gli ultimi decenni del Cinquecento e i primi del
Seicento, era molto cresciuto presso l’intellettualità sarda, che aveva raggiunto ormai una no-
tevole familiarità col libro, il desiderio di conoscere e far conoscere le vite dei santi, in parti-
colare di quelli sardi: esso, anzi, doveva essere tanto forte che lungo questi anni vennero pre-

61
A partire dai primi decenni del Cinquecento, Cagliari e Sassari hanno
una scuola pubblica di grammatica a carico delle amministrazioni civiche;
nel parlamento del 1543 le due città presentano petizione per diventare sede
di università, dimostrando primariamente un mutato atteggiamento di fronte
alla cultura: la petizione sassarese del 1543 affermava infatti che il lustro di
una città era determinato soprattutto dal grado di istruzione dei suoi cittadini.
«Non meno importanti, per fare emergere un clima più favorevole alla cultu-
ra scritta, furono le prescrizioni del Concilio Tridentino sulla necessità di una
più adeguata formazione anche intellettuale del clero: in effetti, le opportuni-
tà di inserimento nelle strutture ecclesiastiche, per le quali d’ora in avanti si
esigeva un più alto livello di istruzione, erano altrettanto numerose di quelle
disponibili presso le amministrazioni statali, feudali e civiche»2.
Le scuole gesuitiche vennero fondate a Sassari nel 1562 e a Cagliari nel
1564 ed ebbero subito successo. «Lo stanziamento in Sardegna dei gesuiti
rispondeva anche all’esigenza, posta dal clero nel parlamento Heredia e riba-
dita, argomentandola e precisandola, dal Castillejo, secondo cui occorreva si
creasse sul posto uno studio “si no general a lo menos bastante” ad ovviare
“la falta de doctrina” e all’inconveniente che gli ecclesiastici provenienti da
fuori non intendono “la lengua desta ysla”. Proprio sul terreno della istitu-
zione di un centro di studi superiori si era venuto delineando il contrasto tra
Cagliari e Sassari sin dal parlamento Cardona (1543), quando entrambe si
erano poste come sede esclusiva, questa per risollevarsi dalla prostrazione in
cui l’aveva gettata l’invasione francese, quella in quanto “capitale” del regno.
Trent’anni dopo, nel parlamento Coloma gli stamenti puntano a privilegiare
Cagliari […]. Nel successivo parlamento Moncada venne prepotentemente
avanti Sassari a perorare “la grazia di una università con la facoltà di poter
dottorare”, facendo con orgoglio presente che il suo collegio “era il più anti-
co che si avesse nel regno; che in esso sin dalla sua fondazione si era costan-

parate ben tre raccolte agiografiche da destinare alla stampa», si tratta del De vitis Sardorum
omnium sanctorum et eorum qui in Sardinia passi reliquiisve clari sunt, raccolta approntata
dal sassarese Giovanni Francesco Fara nel 1585; il De sanctis Sardiniae, approntata dal bit-
tese Giovanni Arca nel 1598; e infine Las vidas dels sants sarts de aqueste regne (de Sarden-
ya) o dels qui en ell són estats célebres a glória de Déus y dels matexos benaventurats sants,
raccolta disposta avanti il 1613 dal cagliaritano, giudice della Reale Udienza, Monserrat Ros-
selló; purtroppo solo la seconda di queste raccolte è pervenuta fino ai nostri giorni. Peraltro
«nonostante il diverso livello culturale, questo interesse per la conoscenza delle vite dei santi
più venerati nell’isola era cresciuto, per effetto di una specifica pastorale postridentina, an-
che presso la stragrande maggioranza della popolazione analfabeta, alla quale abbiamo vi-
sto si rivolgeva l’attività catechistica dei vescovi, dei missionari e del clero impegnato nella
cura animarum»; cfr. Raimondo Turtas, Alle origini della poesia religiosa popolare cantata
in Sardegna, in Gosos. Poesia religiosa popolare della Sardegna centro-settentrionale, a cura
di Raimondo Turtas e Giancarlo Zichi, redazione di Salvatore Tola, Amministrazione Provin-
ciale di Sassari, Sassari 2001; ristampa in Edizioni della Torre, Cagliari 2004 (dalla quale si
cita), p. 21.
2. Raimondo Turtas, Storia della Chiesa in Sardegna. Dalle origini al Duemila cit., p.
433.

62
temente letto grammatica, retorica, filosofia, teologia”. Parrebbe che le due
città, in contrapposizione, aspirassero a diversi indirizzi di studio; la capitale
del Logudoro col mantenimento dell’impianto tipico delle scuole gesuitiche,
la capitale del regno col lasciar cadere gli insegnamenti più propriamente
umanistici spostando l’asse culturale su un versante squisitamente tecnico.
Nel tema dell’università risiede comunque un momento chiave della bipola-
rizzazione regionale nella corsa alle cariche pubbliche»3.
Il collegio sassarese fu elevato nel 1617 da Filippo III al rango di univer-
sità di diritto regio e nel 1632, sotto Filippo IV, alle già presenti facoltà di
teologia e filosofia, furono aggiunte anche quelle di diritto, canonico e civile,
e di medicina. Nel 1626 Cagliari istituisce la propria università dotata di tutte
e quattro le facoltà. Nel 1630 su una popolazione complessiva di 30.000 abi-
tanti residenti nelle due maggiori città isolane, si potevano contare non meno
di 2.000 studenti (lo stesso numero che si poteva osservare nei primi decenni
del secolo XIX, come nota e rimarca R. Turtas)4. Né va dimenticato il buon
numero di studenti sardi presso le università italiane (Pisa soprattutto) e spa-
gnole, e neppure che quelli di Sassari e Cagliari non furono gli unici collegi
gesuitici, ché altri collegi operavano nelle altre città e centri isolani: quello di
Iglesias fondato nel 1578 e di Alghero nel 1588, più tardi quello di Oliena nel
1652, di Bosa nel 1681 e di Ozieri nel 1693. Ed ai collegi gesuitici si affian-
cheranno successivamente quelli degli Scolopi; inoltre numerose scuole di
grammatica si aprivano anche nei centri più popolosi. Ancora bisogna tener
presente che, in questo clima di rinnovamento e di fervore verso gli studi, si
pose il problema della lingua: ossia quale dovesse essere la lingua veicolare
da impiegare nelle scuole e nelle università; e che se alla fine la lingua che ne
uscì vincente fu il castigliano, soprattutto, come detto sopra, per la pressione
delle classi dominanti, il sardo restò per un certo periodo una delle opzioni
in gioco. In particolare gli ecclesiastici ed anche i vescovi – soprattutto nei
primi anni di questa rinnovata vivacità ecclesiastica e culturale e prima che
il mantello della lingua spagnola (che pian piano, specie a livello culturale e
letterario, veniva soppiantando anche la lingua catalana) rivestisse le vie e le
modalità espressive usate dalle classi superiori sarde – si posero il problema
linguistico, stimolato dalla necessità di comunicare direttamente, e dunque
nella loro lingua, con le genti naturali dell’Isola.
Bisogna inoltre tener presente la situazione e la tradizione particolare del-
la città di Sassari. Qui pare storicamente più marcata l’opposizione delle oli-
garchie cittadine nei confronti della politica regia. Da ricordare, nel 1482-83
i torbidi durante i quali «alcuni esponenti della nobiltà locale […] deposero

3. cfr. Bruno Anatra, Dall’unificazione aragonese ai Savoia, in John Day, Bruno Anatra,
Lucetta Scaraffia, La Sardegna medievale e moderna, Utet, Torino 1984, p. 504.
4. Sull’istruzione in Sardegna nei secoli XVI e XVII si veda ancora Raimondo Turtas,
Storia della Chiesa in Sardegna, Dalle origini al Duemila, Città Nuova Editrice, Roma 1999,
pp. 432-37.

63
con la forza i nuovi consiglieri di nomina viceregia e […] li sostituirono con
“nuovi consules” di loro gradimento»; essi così «difendevano quel meccani-
smo elettorale “per voces” che, di fatto, garantiva l’inamovibilità delle fami-
glie nobili […] dalla gestione del potere». Nelle successive riforme dell’or-
dinamento municipale, se Cagliari – città per altro fortemente catalanizzata
nelle sue istituzioni oltre che nella sua componente demografica – vedeva
esclusa dal governo cittadino la nobiltà feudale che «provocherà per tutto il
Cinquecento azioni di disturbo tese a ridimensionare il peso politico della
municipalità e del ceto borghese urbano», Sassari, invece, «culla di nobili
feudatari, nobile e feudataria essa stessa, è una città con una realtà sociale,
almeno rispetto a Cagliari, più varia e composita: ciò spiega perché la rifor-
ma municipale tiene, in qualche misura, conto delle sue tradizioni politiche e
istituzionali. Le famiglie e i membri dell’aristocrazia feudale vengono defi-
nitivamente estromessi dal controllo del Comune, ma, nel contempo la carica
di capo giurato è sempre appannaggio della piccola nobiltà e dei cavalieri»5.
Può non essere casuale che un ceto come questo, che permaneva nel tem-
po, composto di piccola nobiltà e di cavalieri, di origine naturale sarda (i
nomi dei principali esponenti dei torbidi di fine Quattrocento sono Cam-
bella, Sequi, Solinas), potesse vedere nella lingua sarda un suo modo e una
sua espressione di autoriconoscimento e identificazione, sia di classe che di
autonomia municipalistica, soprattutto nei confronti di Cagliari. Non vanno
infatti dimenticati i reiterati tentativi della nobiltà del Capo di Sassari di co-
stituirsi in Stamento almeno fattualmente autonomo rispetto alla nobiltà del
Capo di Cagliari, e l’uso dei nobili del capo sassarese di riunirsi informal-
mente prima della celebrazione dei parlamenti; né va dimenticata la lunga
disputa fra i vescovi di Cagliari e di Sassari, che si protrasse a cavaliere dei
secoli XVI e XVII, relativamente al diritto di fregiarsi del titolo di Primate di
Sardegna e Corsica, titolo che permetteva a chi lo detenesse, di presiedere lo
stamento ecclesiastico e di controllare quindi una parte rilevante del potere;
disputa che quindi travalicò l’ambito più strettamente ecclesiastico, per assu-
mere una valenza più decisamente politica, e che vide impegnati e coinvolti
anche molti esponenti della intellettualità dei due maggiori centri urbani. E
non sarà dunque un caso forse che l’Araolla dia alla luce proprio in questi
anni il suo poemetto sui protomartiri turritani, a poca distanza di tempo dal-
la stampa del poemetto che il Cano aveva composto, circa un secolo prima,
sugli stessi martiri, e che egli, l’Araolla, rielabora e porta a compimento sti-
listico e linguistico6.

5. Antonello Mattone, La città e la società urbana, in Massimo Guidetti (a cura di) Sto-
ria dei sardi e della Sardegna, vol. III, Bruno Anatra, Antonello Mattone, Raimondo Turtas,
L’età moderna. Dagli Aragonesi alla fine del dominio spagnolo. Jaca Book, Milano 1989, pp.
312-14.
6. Né va poi dimenticato che nel 1555, durante un «sinodo tenuto in occasione della festa
di S. Gavino, l’arcivescovo Salvatore Alepus consegnava al clero dell’archidiocesi un nuovo
testo liturgico dei martiri turritani». Il nuovo Officium, introdotto prima che il Concilio triden-

64
Fu proprio l’orgoglio municipale a ridar luce e lustro alla tradizione agio-
grafica relativa a tali santi, il cui culto e la cui devozione popolare non era-
no mai cessati. È forse la loro popolarità, per così dire interclassista, oltre il
fatto di essere simbolo dell’orgoglio municipale, che, in una Sassari di tale
temperie, potrebbe spiegare la scelta del sardo quale lingua della composi-
zione del poemetto araolliano. Questo per altro, lo ricordiamo, ‘riscriveva’ il
più antico (di circa un secolo) poemetto del Cano, certo di circolazione e di
fruizione – se non proprio di carattere – popolare: e anch’esso in sardo. Solo
in modo parzialmente simile, ma pur diversamente, si può spiegare la scelta
linguistica delle Rimas diversas spirituales. La silloge è, come noto, trilin-
gue e comprende componimenti in lingua sarda, italiana e spagnola, anche se
la quantità delle composizioni sarde è certamente ben più ampia, e fors’an-
che di maggior impegno, di quella scritta nelle altre due lingue. E d’altronde
nell’introduzione l’Autore stesso stigmatizza, nella dedica a Don Blascu de
Alagon, la novità e l’impegno di un tale uso linguistico, nonché la dedizione
alla propria attività poetante in sardo: mentre non si fa cenno alle altre lingue.
Tuttavia la situazione linguistica della Sardegna, e di Sassari in particolare,
possono certamente dar conto di una tale scelta trilingue; anche perché, come
detto poco sopra, diverso è qui l’intento rispetto a quello che presiedeva alla
composizione del poemetto agiografico. Non una composizione che si in-
seriva direttamente in un contesto fortemente municipalistico (sia detto nel
miglior senso del termine), ma una silloge compositiva di larga meditazione
e di forte ed anche fine introspezione religiosa, morale e psicologica che si
rivolgeva a un pubblico forse più ristretto, ma sociologicamente più scelto e
aristocratico; il pubblico di una città (o magari di una regione-Regno) sicu-
ramente plurilingue. Allora, potremmo opinare, la scelta di accostare le com-
posizioni in sardo a quelle in italiano e spagnolo, potrebbe forse anche stare
a significare una volontà comparativa fra il sardo da un lato e le altre due
lingue di maggior prestigio letterario dall’altro; una volontà insomma tesa a
dimostrare che la lingua sarda poteva competere paritariamente con le altre
due. Sarebbe infatti «un errore ritenere che a ciò [all’attività scrittoria e let-
teraria, nella Sardegna del sec. XVI] gli autori [sardi] siano stati mossi da un
forte sentimento di appartenenza, da un’identità sarda avvertita come cultu-
ralmente rilevante. Essi non scrivevano di Sardegna o in sardo per inserirsi in

tino «si fosse definitivamente pronunciato in merito alla riforma del breviario», era «espres-
sione di alcuni principi riformatori in itinere» da parte di un presule dal «singolare dinamismo
pastorale» (Antonio Virdis, Giubilei “turritani” del Cinquecento, in «Sacer», 7 (2000). «Que-
sto nuovo ufficio era stato pubblicato con l’autorizzazione della Santa Sede. Di esso tuttavia
non ci è pervenuto alcun esemplare. Comunque il testo dell’ufficio è stato più tardi ripreso
ed ampliato probabilmente dall’arcivescovo Giacomo Passamar che nel 1625 lo presentò alla
S. Congregazione dei Riti». Cfr. Giancarlo Zichi, Dall’incunabolo del 1497 all’Officium pro-
prium del 1917, in Officia propria Sanctorum Gavini, Proti et Ianuarii Martyrum turritano-
rum – secc. XV-XX a cura di Giancarlo Zichi e Mario Pischedda, Archivio Storico Diocesano
di Sassari, Centro Studi “Mons. Filippo Sale”, Sassari 2000, pp. 19-21.

65
un sistema isolano, ma per iscrivere la Sardegna e la sua lingua – e con esse,
se stessi – in un sistema europeo. Elevare la Sardegna ad una dignità cultu-
rale pari a quella di altri paesi europei significava anche promuovere i sardi,
e in particolare i sardi colti, che si sentivano privi di radici e di appartenen-
za nel sistema culturale continentale. Perciò anche quando scrivono in sardo
(come fa l’Araolla), anziché in latino o in italiano, lo fanno sì per esigenze di
comunicazione interna – forse è il caso di ricordare che non pochi di questi
erano sacerdoti con una naturale inclinazione per i generi e i toni didascali-
co-moraleggianti – ma anche per rispondere a quella complessa esigenza di
riconoscimento, integrazione e legittimazione che abbiamo visto attiva già
nei primi documenti medievali»7. La dedica delle Rimas fatta dall’autore a
Don Blascu de Alagon, non può che confermare quanto qui sopra riportato
e ricordato: le rime vengono infatti presentate dal poeta a così illustre dedi-
catario, affinché questi tengiat cognitione de sa limba Sarda comente tenet
de sas de pius, della dignità cioè e delle capacità della lingua sarda che può
porsi alla pari delle altre, rinomate, sperimentate e illustri.
Con Francesco Fara possiamo dire che ha inizio la storiografia e la descri-
zione e la riflessione geografica sulla Sardegna da parte dell’intellettualità
sarda medesima e con un intento e interesse dichiarato apertamente8. L’in-

7. Cfr. Paolo Maninchedda, Nazionalismo, cosmopolitismo e provincialismo nella tra-


dizione letteraria della Sardegna (secc. XV-XVIII), in «Revista de Filología Románica», 17
(2000), pp. 171-196; il passo qui citato è a p. 178.
8. Si deve soprattutto a Raimondo Turtas la ricostruzione circostanziata, pur nei limiti che
la scarsa documentazione concede, della biografia di Giovanni Francesco Fara. Ciò che qui
segue è un sunto di detta ricostruzione biografica (Raimondo Turtas, Note biografiche, in Io-
annis Francisci Farae, Opera, 1, In Sardiniae Corographiam, introduzione, edizione critica e
apparato a cura di Enzo Cadoni, traduzione italiana a cura di Maria Teresa Laneri, Gallizzi,
Sassari 1992, pp. 233-249).
Giovanni Francesco Fara nacque a Sassari negli anni quaranta del XVI secolo. Suo padre,
Stefano, esercitava la professione di notaio a Sassari, col titolo di notarius et scriba domus
consilii Sasseris. Studiò grammatica probabilmente presso le scuole della sua città. Completò
i suoi studi universitari in Italia, a Bologna e poi a Pisa dove si addottorò in utroque il 9 agosto
1567. Qualche mese prima, il 18 aprile 1567, era stato testimone del conferimento dei gradi
accademici al suo concittadino e intellettuale Gerolamo Araolla. Già durante il suo studentato
aveva scritto dei commentari giuridici, parte dei quali pubblicò a Firenze, per i tipi di Giunti,
dopo aver conseguito il dottorato, col titolo Tractatus de essentia infantis, proximi infanti, et
proximi pubertati, preceduto da lettera prefatoria del suo maestro Plauzio, datata 1568, anno
medesimo riportato nel frontespizio del volume, che però, assai probabilmente, dovette effet-
tivamente vedere la luce l’anno successivo.
Poco dopo, in data imprecisata, il Fara ricevette gli ordini sacri. Egli fu arciprete presso
il capitolo Turritano, ma il conferimento di tale carica fu alquanto travagliato, perché ad essa
oppose ricorso Francesco Figo; la causa durò circa otto anni presso la Curia romana e solo
nel 1578 il titolo non gli fu più disputato; mentre il suo avversario fu nominato arcivescovo
di Oristano.
Il forzato soggiorno nella Penisola e a Roma gli permise di consultare archivi e materiali
cui, nell’Isola, difficilmente avrebbe potuto avere accesso; frequentò sicuramente l’archivio
della cattedrale di Pisa e la biblioteca e l’archivio vaticani: frequentazioni essenziali per la co-

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tento che il Fara manifesta nel proemio-dedica al governatore della Sardegna
Michele di Moncada può dirsi tutto umanistico. Coltivare gli studi storiogra-
fici è allo stesso tempo opera utile e dilettevole. Utile a chi, come lui, è dot-
tore e spende il proprio sforzo nello studio di entrambi i diritti, tali studi sono
poi utili ai «civilem et pontificiam disciplinam adipisci cupientes» . Ma non
solo questo, non solo un aiuto diremmo pragmatico offre la conoscenza della
storia, ma anche un supporto insostituibile alla disciplina giurisprudenziale
in quanto tale. E la storia dà inoltre quel piacere di poter riassumere, in bre-
ve spazio di tempo, lunghissimi anni di azioni e di eventi di tanti uomini, sì
da permettere una fruizione per cui «in otio et in umbra consequimur» tutto
ciò. Sulla scorta di questa consapevolezza, e sul modello e l’esempio di tanti
illustri del passato, il nostro autore ha voluto dunque intraprendere un’ope-
ra e una fatica storiografica; e il frutto di tanta fatica è stato per lui quello di
ricavare «miram denique suavitatem ac voluptatem», che consiste soprattut-
to nell’interpretare leggi ed epistole decretali. Ma soprattutto nel riunire, in
opera di sintesi, quanto altri storici, qua e là ed episodicamente, hanno scritto
sulla Sardegna. Ciò nella consapevolezza di come fosse, fin ad allora, man-
cata, anche ad opera di studiosi sardi, un’opera storiografica sull’Isola, che
avesse descritto e abbracciato, in un unico e adeguato volume, «antiquum
Sardiniae statum, illius gentis originem, mores et vitam resque praeclaras»,
sì che «ipsam patriam merita laude ornaverit». Un piacere tutto intellettuale
questo, certamente; e tutto umanistico ancor più. Ma ad esso si aggiunge un
altro oggettivo stimolo di natura tutta, intellettualmente, emotiva che lo ha

struzione della sua opera e per il suo lavoro di storico, che proprio nella Penisola ebbe inizio; il
primo libro fu edito nel 1580, ma il Fara continuò i suoi studi e la sua scrittura di altri tre libri,
che rimasero manoscritti fino la secolo XIX. Ed è in quegli anni che egli poté costituire la sua
ragguardevole biblioteca, che continuò ad accrescere anche dopo il suo ritorno in Sardegna.
Il Fara ottenne il canonicato presso la cattedrale di Alghero, con prebenda della parrocchia
di Orani; e se probabilmente egli poté eludere l’obbligo di residenza presso tale villaggio, sti-
pendiando un ecclesiastico che facesse le sue veci, in quanto egli era costretto a rimanere a
Roma per seguire la sua causa, tuttavia egli diede il suo contributo per la fondazione, a Orani,
di un collegio gesuitico.
E con i gesuiti egli, e così pure suo padre, mantenne sempre ottimi rapporti, sia pure con
diplomazia e misura, data la controversia fra l’ordine e il capitolo Turritano a proposito dell’u-
bicazione del collegio gesuitico e della chiesa annessa, controversia che, con l’intervento de-
ciso dell’arcivescovo, si risolse a favore dei gesuiti.
Francesco Fara osservò una vita severa e dedita agli studi e probabilmente a visite nel ter-
ritorio e nei villaggi della Sardegna, al fine di meglio conoscere le cose e i luoghi di cui par-
lava e trattava.
Il Fara fu nominato, con bolla pontificia del 14 gennaio 1591, vescovo di Bosa; la consa-
crazione avvenne nel duomo sassarese il 21 aprile dello stesso anno. Ma il Fara dovette sta-
re poco tempo in quella carica. Fatto il suo ingresso solenne in diocesi e compiuta la visita
pastorale delle sue parrocchie, i giorni 11-13 giugno celebrò il sinodo. Passò probabilmente
l’estate a Sassari per evitare l’“intemperie”, cioè la malaria che funestava l’Isola. Quando si
apprestava a ritornare a Bosa, venerdì 15 novembre 1591 alle dieci di notte, lo colse la morte,
«per una infirmidade gravissima et breve, de una febre pestilenziale per spaciu de sete dies»,
come si legge nei registri del capitolo Turritano.

67
reso «nostrorum incensus amore patriaeque laudis dulcedine», al fine di dar
luce ad una Sardegna «veluti in tenebris consenescentem».
Un programma che ha molti punti di contatto con quello, pur disposto su
di un altro piano e versante, del suo coetaneo nonché sassarese concittadino
e probabilmente amico, Gerolamo Araolla. Se infatti, come meglio vedremo
fra breve, l’Araolla intendeva dotare la Sardegna, la sua cultura, di una lin-
gua tutta sua propria, illustre, compiuta, e che compiutamente la illustrasse
perché troppo spesso si è corso a “dare luce al sole” lasciando nell’oscuri-
tà, ‘impolida e ruggia’, la lingua nostra, allo stesso modo il Fara vuol fare
emergere dalle tenebre una Sardegna, una patria, la sua, che resta ripiega-
ta su se stessa e sull’ignoranza di sé. Opera di intelletto e d’amore dunque.
Opera di impegno che nasce dalla consapevolezza di un difetto, ma pure di
una intuizione ormai maturata in coscienza, dell’esistenza di un ‘soggetto’,
ancor prima e ancor più che di un oggetto, chiamato Sardegna, meritevole,
per un tramite emozionale, di essere investigato attraverso la forza e i mezzi
della sapienza e dell’indagine erudita. E a questo sinolo, tutto umanistico,
di emozionalità e di erudizione, cucito col filo doppio del diletto intellettua-
le e della necessità oggettiva, potremmo dare il nome di compiuto senso di
appartenenza. Un’appartenenza certo sovramunicipale e di dimensione ‘na-
zionale’, con piena nozione della valenza politica dell’operazione che egli, il
Fara, sta compiendo: la dedica al governatore, pur nell’ambito della retorica
encomiastica e dedicatoria, sottolinea infatti all’illustre dedicatario l’utilità
che questi può trarre dalla lettura della Storia, di questa Storia, nell’azione
sua di reggimento politico di una entità ben specifica, essa pure dunque sto-
rica, e anzi resa tale da questa offerta scrittura. Ma il senso di tale dedica può
valere a futura memoria e utilità, al di là dei contingenti personaggi coinvolti,
il Fara e il Moncada: potrà valere, più in generale, per il governo, anche futu-
ro, della Sardegna, ormai non più solo denotata, ma connotata e identificata
nel suo essere.
Il Fara può dirsi uomo di un’età e di una geografia culturale specifiche, e
da lui stesso, in parte almeno. conosciute e in lui consapevoli. Le condizio-
ni di una Sardegna che culturalmente si (ri)sveglia, che ha necessità e ap-
petito di cultura e di conoscenza anche se non ne ha tutti gli strumenti e gli
agi. Di una Sardegna che ha ingegni, scuole di grammatica che permettono
a tali ingegni di poter proseguire gli studi nelle Università ultramarine d’I-
talia soprattutto e di Spagna; e che comincia a reclamare collegi superiori
e Università sue proprie che possano allargare le basi della sua classe intel-
lettuale, permettendo a un maggior numero di potenziali studenti isolani di
poter compiere gli studi nella propria terra, senza doversi sobbarcare il peso
e le spese di un lungo soggiorno fuori dai propri confini naturali e abitua-
li. Il tutto in un clima culturale reso più fervido dall’azione della Riforma
tridentina, che pone l’esigenza di un clero non solo più morigerato e osse-
quiente nei costumi, ma anche fortemente colto. E di questo clero il Fara
fece parte, come arciprete del Capitolo turritano e come vescovo di Bosa,

68
onore nel quale poté permanere solo pochi mesi, ché la morte lo colse pre-
maturamente.
L’opera storica fariana De rebus sardois, si compone di quattro libri, solo
il primo dei quali fu pubblicato all’epoca, vivente l’autore, nel 1580 a Ca-
gliari presso la tipografia di Nicolò Canyelles; i libri secondo e terzo, a giu-
dizio di Enzo Cadoni, dovevano già essere pronti nel 1585 e il quarto, sempre
secondo il Cadoni, doveva esserlo già entro il 1591; ma restarono manoscritti
fino alla pubblicazione di tutta l’opera storiografica fariana nel 1835 a cura
di Luigi Cibrario, e nel 1838 a cura di Vittorio Angius. Si dispone oggi di
un’accurata edizione moderna, coordinata da Enzo Cadoni, e basata su solidi
fondamenti filologici9. Ma l’opera di Francesco Fara ebbe successo, fortuna
e quell’utilità per gli studi che egli stesso preconizzava, ed ebbe dunque una
discreta circolazione manoscritta, già dopo la sua morte e fino alle succitate
moderne edizioni a stampa.
Si è già detto che l’opera è di stampo umanistico. E il suo pregio principa-
le consiste nel recupero e nella esposizione di dati storiografici e archivistici
di cui il Fara poteva disporre sia nella sua cospicua biblioteca personale, sia
attraverso la sua permanenza a Roma presso la Santa Sede dove poté consul-
tare gli archivi vaticani. Di tutto il materiale da lui conosciuto e consultato
il nostro Fara estrapolò quanto poteva attenere e toccare la Sardegna e la sua
storia, con larga citazione delle fonti e sottolineatura, laddove se ne presen-
tasse il caso, della contraddizione fra fonti e autorità diverse. Citate sono,
in genere ma non costantemente, le fonti donde egli trae il suo materiale,
e come egli stesso afferma nella dedica al Moncada, spesso sono riportate
testualmente le espressioni delle autorità da cui egli trae l’informazione e i
contenuti storiografici; e se il Nostro generalmente non segnala, di volta in
volta, né le citazioni né le loro fonti, tuttavia, come sottolinea Enzo Cadoni10,
è già un fatto almeno insolito che il Fara non saccheggi sotto silenzio il ma-
teriale altrui. E andrà aggiunto che la narrazione storica è spesso impreziosi-
ta da citazione di poeti latini che adornano il dettato e sottolineano o creano
il giudizio sulle cose e sulle risultanze degli eventi riportati. E va aggiunto
ancora che vengono direttamente citate e riportate le lettere, di pontefici e di
sovrani soprattutto, in cui sono poste e portate a conoscenza le cause dell’a-
gire dei diversi attori della storia, nelle intenzioni, nelle premesse, nelle con-
seguenze. Un’opera di selezione e di, pur ampia, sintesi quella che compie
lo storiografo sassarese. Quella che consiste appunto, e lo si è già detto, nel
raccogliere quanto della storiografia pregressa e a lui nota, oltre che quanto si

9. Ioannis Francisci Farae, Opera, 2, De rebus sardois, Gallizzi, Sassari 1992. 1, De re-
bus sardois, libro I [comprende i libri I e II], introduzione di Enzo Cadoni, edizione e note a
cura di Anna Maria Pintus, traduzione italiana di Giovanni Lupinu; 2. De rebus sardois, libro
II [comprende i libri III e IV], edizione critica e apparato a cura di Maria Teresa Laneri, tra-
duzione italiana di Enzo Cadoni.
10. E. Cadoni, Introduzione, in Ioannis Francisci Farae, Opera, 2, De rebus sardois cit.,
pp. 11-12.

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potesse attingere dalle fonti archivistiche, riguardasse la Sardegna. Questo il
pregio principale della meritoria fatica fariana, che ancor oggi, pur con tutta
la necessaria distanza critica scientifica e filologica che vi si deve frapporre,
può presentare la sua utilità. Ed è in questa azione di estrapolazione e di sin-
tesi che risiede la messa in atto di quella intuita volontà di porre la Sardegna
quale soggetto storico, quale, prima di ogni altra cosa, entità autonoma di in-
dagine. Difficilmente possiamo trovare nell’opera storiografica del Fara un
racconto narrativo che possa trascinare la nostra emozione immaginativa, o
un ritmo vuoi serrato vuoi pacato, della narrazione storica. La cronaca degli
eventi è spesso assai minuziosa, soprattutto per quanto concerne gli even-
ti dei secoli a lui più vicini. E da questa circostanziata precisione il lettore
dell’epoca poteva trarre, oltre che informazione e nozione delle cose, anche
il piacere di assestare nella propria curiosa conoscenza, avvenimenti la cui
potenza ancora doveva insistere nella sua mente e sul suo giudizio. Tuttavia
un, pur trattenuto e freddo, registro epico non pare assente nella scrittura fa-
riana.
E giudizi morali e storico politici non mancano talvolta nel resoconto
storiografico di personaggi illustri. Riporto qui la narrazione e il resoconto
dell’azione del papa sardo Simmaco:
Symmachus, stabilita dignitate, manichaeos Urbe expulit eorumque libros ante fores
Constantinianae familiae concremavit, constitutiones fecit ut die Dominico vel Na-
talitiis martyrum caneretur hymnus «Gloria in excelsis Deo» ne quis praeterea vivo
pontifice de alterius electione Consilia moveret, ana-thematis poena delinquentibus
irrogata et ne sacerdos nisi eiusdem sanguinis et familiae in contubernio esset. Or-
dinationes fecit quatuor in Urbe per mensem Decembrem quibus passim episcopos
117, presbyteros vero in Ecclesia Romana 92 et diaconos 16 creavit, basilicas vero
multas aut ornavit, aut a fundamentis erexit: nam et templum beati Andreae aposto-
li apud sanctum Petrum aedificavit multoque argento et auro exornavit et templum,
ipsius apostolorum principis ac porticum cum marmoribus opere vermiculato in au-
gustiorem formam redegit. Gradus quoque ipsius basilicae ampliores fecit aliosque
gradus sub divo, dextra laevaque; episcopia praeterea construxit. Aedificavit etiam
basilicam S. Agathae martyris (in) via Aurelia in fundo Lardario, basilicam Sancti
Pancratii cum arcu argenteo librarum quindecim in basilica Sancti Pauli renovavit
apsidem149 cui ruina imminebat picturisque ornavit; post apsidem vero aquam intro-
duxit balneumque a fundamento erexit; in Urbe autem basilicam Sanctorum Silvestri
et Martini a fundamentis extruxit iuxta Traiani thermas ubi et supra altare ciborium
fecit argenteum librarum centum viginti, arcus argenteos librarum decem, confessio-
nem argenteam librarum quindecim, suggestum quoque erexit porphyreticis et crustis
marmoreis insigne. Fecit et gradus basilicae S. Ioannis et Pauli post apsidem, auxit et
basilicam Archangeli Michaelis aquamque introduxit, Sanctorum Cosmae et Damiani
oratoria a fundamentis erexit et in via Tiburtina, in fundo Paciano, adiuvantibus Albino
et Glaphyra illustribus viris, basilicam S. Petro dedicavit. Reparavit etiam basilicam
Sanctae Foelicitatis et apsidem Beatae Agnetis cum basilica, quae ruinam minabatur,
in meliorem formam restituit, coemeterium quoque Iordanorum vel fecit, vel in me-
liorem formam redegit. Fundavit ad usum pauperum habitacula ad apostolorum aedes
in Vatican(a) et Hostiensi via curavitque ne quid eis deesset quod ad victum pertineret:

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amator enim pauperum fuit et episcopis ac caeteris clericis in Africa et Sardinia prop-
ter catholicam fidem exulantibus pecunias et vestes subministrabat. Redemit et capti-
vos in diversis provinciis multa pecunia; nihil postremo omisit quod ad omnipotentis
Dei gloriam pertineret. Moriens ad basilicam Sancti Petri sepelitur 14 Kal. Augusti
anni 514 ut ex Libro pontificali, Platina, Sabellico, Onuphrio et Gratiano constat11 .

L’Autore riporta talvolta annalisticamente, talaltra (specie per gli eventi


più moderni dal sec XII in poi) in una successione tanto doviziosa di fatti
e riscontri quanto, assai spesso, monotona, gli eventi storici. E difficilmen-
te si cercherebbe pure un giudizio storico o un’esemplarità morale nei fatti
o nei loro attori: il Nostro conduce la sua scrittura con un atteggiamento di
oggettività e di imparzialità e raramente si lancia in giudizi. Certo, come è
opinione del Cadoni, Francesco Fara ben si guarda dall’esprimere alcunché
di critico nei confronti del governo e del reggimento statuale a lui contem-
poraneo, e neppure delle sue ascendenze e premesse storiche. Tuttavia, il
Cadoni stesso lo rimarca, non mancano parole di apprezzamento per Eleo-
nora d’Arborea:
Anno autem sequenti obiit Leonora, mulier quidem in administrando iudicatu Arbo-
rensi prudentissima et in bello gerendo invictissima cui successit unicus filius Ma-
rianus ex Brancaleone susceptus, qui brevi tempore regnavit: decessit enim [puer]
anno 1407. Quare Brancaleo eius pater succedere in iudicatu insulamque sibi subi-
cere cupiebat sed Arborenses, illius dominatum detrectantes, Guillelmum Narbonae
vicecomitem Aymerici ex Beatrice Leonorae sorore filium in Sardiniam vocarunt et
captis armis illum obsessum tenebant12.

Ma parimenti alla lode, il Fara stigmatizza il pericolo costituito dalle am-


bizioni del marito Brancaleone, temuto dagli Arborensi per il suo dispoti-
smo. Notazione che prefigura un giudizio storico morale sugli avvenimenti
successivi, sulla conclusione della lunga guerra, il reggimento e l’assetto isti-
tuzionale e politico che ne scaturì e che, ancora allora, durava.
Ed ecco, dunque, il giudizio morale sulla fine della guerra durata più d’un
secolo, e che contrappose Sardi e Catalani: una pace salutata dall’Autore
come trionfo della giustizia sulla tirannide:
Marchio autem Aristani eiusque duo superstites filii, tres fratres et vi-cecomes Sel-
luris, fuga salutem quaerentes cymbam in litore Bosae repertam ingressi, cursum
Genuam versus dirigunt, sed unica trireme a * * * * Saragossae intercepti Panormum
prius, ad Ioannem Villamarinum cuius ea triremis erat, deinde in Hispaniam ad regem
cum omni classe deducuntur et in Xativae castellum detrusi sunt. Hic quanta laetitia
rex perfrueretur, quibus gaudiis nobiles exultarent quaque voluptate Hispani populi
omnes baccharentur referre non est instituti operis: nunc Sardiniam 140 annos a de-
cessoribus innumeris proeliis oppugnare vere partam et bellum 100 annis cum Arbo-
rensibus gestum finitum insulamque pacatam et a tyrannis liberam esse intelligebant.
Itaque rex marchionatum Aristani et comitatum Gotiani regno Aragoniae perpetuo

11. Ioannis Francisci Farae, Opera, 2, De rebus sardois cit., Libri I-II, p. 176-178.
12. Ioannis Francisci Farae, Opera, 2, De rebus sardois cit., Libri III-IV, p. 114.

71
copulavit, eorum titu0lis sibi successoribusque ascitis et possessione ex iuris prae-
scripto de mense Augusti, misso Ioanne Lupo Gurrea capta13.

Tale prudenza e diplomazia non impedisce comunque il nostro giudizio


odierno sul fatto che la Sardegna esca dall’opera, anche, del Fara quale sog-
getto storico e pure politico. Tale riconoscimento non poteva essere legato a
un’ideologia, ai tempi peraltro improbabile, o, ancor meno, a una passionali-
tà troppo dispiegata che saggiamente il Nostro evita. E tuttavia proprio que-
sta oggettività costituisce il successo di lunga durata della sua opera e la pone
come principio di riflessioni successive: la propone come soggettività, come
oggetto che merita ogni indagine perché in sé sensato, e sensato perché rico-
nosciuto e detto. Come dato istituzionale che è venuto con fatica elaboran-
dosi e che proprio nella cessazione delle ostilità dei secoli XIV e XV si defi-
nisce compiutamente. Né si poteva allora concepire la storia sarda come una
contrapposizione fra sardità da un lato ed estraneità non sarda dall’altro, dato
che l’idea di nazione etno-fondata, è ancor da venire, e con essa quel surplus
ideologico che ne deriva. Ma proprio qui possiamo trovare il fascino sottile
di quest’opera: nel (venire a) costituirsi di una individualità storico-politica
sulla base della sua stessa storia e della scrittura che la ritrova e la enuncia,
e che fonda una civile società senza la quale nessun successivo discorso na-
zionalitario sarebbe potuto essere. Un dire che vede e trova la «patria» non in
ciò che essa ha di ‘assolutamente’ specifico, ma nel riconoscimento dell’esi-
stenza di un nocciolo duro che permane e resiste alle contingenze, amalga-
mate sul filo di un discorso sensato che genera l’istituzione.
Potrà forse sembrare strano, ma una certa passione ed emozionalità pa-
triottica emerge maggiormente dall’opera geografica del Fara, In Sardiniae
Corographiam14: «nulla o quasi nulla suona, in tutta l’opera del Fara, men
che di elogio della Sardegna e dei suoi abitanti e tale lode coinvolge svariati
aspetti, a partire dalla bellezza incontaminata dell’isola e sino ad includere
ogni minimo particolare»15; fino a creare imbarazzo, dice ancora il Cadoni,
soprattutto quando l’Autore loda l’intellettualità isolana o il valore militare
dei suoi uomini. Certo tutto ciò, se visto con gli occhi della modernità e col
moderno criterio di giudizio dell’oggi, quando si ricerca la superlatività, può
apparire un eccesso, specie se confrontato con la misurata conduzione del
discorso narrativo storico. Tuttavia proprio l’opera geografica getta una luce
retrospettiva sull’opera storica. Nella Corographia sono assenti le preoccu-
pazioni diplomatiche che potevano portare a discrezione il giudizio dell’Au-

13. Ioannis Francisci Farae, Opera, 2, De rebus sardois cit., Libri III-IV, p. 226.
14. Ioannis Francisci Farae, Opera, 1, In Sardiniae Corographiam, introduzione, edizio-
ne critica e apparato a cura di Enzo Cadoni, traduzione italiana a cura di Maria Teresa Laneri,
Gallizzi, Sassari 1992.
La Corographia, composta, secondo Enzo Cadoni, fra il 1580 e il 1585, rimase manoscrit-
ta fino alle edizioni moderne del Cibrario (1835) e dell’Angius (1838).
15. Cfr. Enzo Cadoni, Introduzione, in In Sardiniae Corographiam cit. pp. 18-19.

72
tore, ed il suo proposito emozionale ha maggiore possibilità di manifestarsi,
così come il giudizio poteva manifestarsi più liberamente. Il vanto della pro-
pria terra comunica, anche forse con un po’ di ingenuità, non solo le intrin-
seche qualità e virtualità della ‘patria’, ma anche la sua individualità. Tanto
che quasi quasi ci si potrebbe spingere a dire che è la sua essenza geografica
che ha spinto, magari inconsciamente, il Fara a intraprendere l’opera di sto-
rico. Si deve registrare, in ogni caso, nella Corographia, una curiosità a metà
strada fra quella del viaggiatore – e il Fara visitò i luoghi di cui egli ci parla
e che descrive – e quella più propriamente scientifica e oggettiva. L’opera
ubica geograficamente l’Isola, la misura, ne descrive le coste, le isole minori
adiacenti, i monti, i fiumi, la flora e la fauna. Ma è sulle osservazioni econo-
miche innanzitutto che il Fara spende parole se non di entusiasmo certo di
ottimismo, teso a dare l’immagine di una Sardegna almeno potenzialmente
felice e prospera. Ed ecco ancora la ricchezza dei minerali, la qualità di molte
sue erbe, la ricchezza della fauna selvatica che offre una ricca cacciagione,
oltre che gli animali d’allevamento, pecore in primo luogo, da cui si ricava
un abbondante prodotto di carne, di cuoio, di latte, di formaggi che vengono
largamente esportati, e lana benché ispida; il mare è pescosissimo, un vero
tesoro economico della Sardegna; i minerali, l’argento soprattutto. Del clima
è ricordata soprattutto la malaria, la cui causa, all’epoca, veniva ricondotta
all’insalubrità dell’aria soprattutto nei mesi più caldi quando si levano esala-
zioni pestilenziali: «nam mensi Iulii, increbescente solis ardore, consurgunt
ibi vapores crassi aërem corrumpentes tetrusque odor gignitur qui delicatis
et inassuetis perniciosus et pene lethali existit»16; esalazioni attenuate o an-
nullate dalla pioggia, più che dal vento. Tuttavia viene attenuato questo ca-
rattere negativo, in quanto, dice il Fara, non tutta l’isola è infestata da questa
pestilenza, e le persone del luogo sono, nei confronti d’essa, maggiormente
resistenti. Altra particolarità negativa del clima sardo è poi l’eccessiva calura
dei mesi estivi.
Interessanti certamente le osservazioni antropologiche contenute nella
Corographia. L’ingegnosità dei Sardi innanzitutto, e la loro laboriosità, ma
anche la loro indole melanconica, che li porta alle lettere: «unde viros plures
scientiis illustres Sardinia tulit quos in Historiis retuli multique in dies stu-
dent in Italia et Hispania medicinae et iurisprudentiae, Sasseri vero Calari
grammaticae, rhetoricae, philosophiae et theologiae, doctissimis viris Sardis
publice profitentibus». Per la qual cosa in Sardegna vi sono molti dotti e in-
tellettuali «quidquid alii rerum sardarum nescii, impereitorum scriptis pro-
priaque crassitudine delibuti in contrarium temere blaterent nugentque»17.
Affermazione forse esageratamente dettata da amor patrio, ma che, rapporta-
ta ai tempi, già si diceva, può prendere il suo significato, soprattutto se tenia-
mo conto che per il Fara letterato o dotto non significava uomo di genio, ma

16. Ioannis Francisci Farae, Opera, 1, In Sardiniae Corographiam cit., p. 146.


17. Ibid.

73
appunto uomo colto e istruito. Inoltre l’indagine storica odierna conferma il
buon numero di studenti sardi che si recavano a studiare nelle due penisole,
e l’embrione, ed anche forse più, del sistema di scuole superiori in Sardegna,
fino alla istituzione, di lì a poco, delle due Università; cosa che creava gran-
de fervore fra gli intellettuali isolani, oltre che nel mondo politico sardo. Ma
interessante è soprattutto la rivendicazione, e siamo forse all’inizio di un pro-
cesso poi a lungo e fino ad oggi proseguito, delle qualità positive dei Sardi,
contro i molti detrattori, zotici ed insipienti, che blaterano il contrario. Non
è chi non veda quale istanza culturale e politica si celi, neanche poi tanto,
dietro questa affermazione e che fa il paio con quanto l’Araolla affermerà a
proposito della lingua sarda, negletta e disprezzata e da portare invece a di-
gnità letteraria.
I Sardi sono inoltre valorosi guerrieri, fedeli al re e valido baluardo contro
i pirati barbareschi. Sono laboriosi, anche se oggi, dice il Fara, si deve regi-
strare una certa indolenza dei contadini che troppo confidano sulla fertilità
del suolo. Abbondante la produzione della pastorizia, sì che in Sardegna ci
si nutre tutti con abbondanza, che anzi ve ne è alcuni che «uno prandio vel
coena medium arietem vel porcum dimidiatum degluriunt»18, benché gli iso-
lani siano in genere morigerati. Modesti nei costumi e nell’abbigliamento gli
uomini di campagna che vestono il “fureso”, mentre i cittadini, se facoltosi,
«abutuntur vestibus in magnam superbiam»19.
I Sardi curano più i propri interessi che quelli dello Stato, si adombrano
per i successi dei loro conterranei, ed hanno simpatia per i forestieri. I Sardi
«locuntur lingua propria sarda cum ritmice, tum etiam soluta oratione, pra-
esertim in capute Logudori ubi purior, copiosior et splendidior est»; si parla
anche e assai il Catalano e l’Italiano soprattutto nei centri urbani, cosicché la
Sardegna può dirsi plurilingue. A Cagliari e ad Alghero si parla soprattutto
Catalano.
L’opera geografica del Fara, pur non esente da sfumature encomiastiche
nei confronti della propria terra patria, mantiene un carattere equilibrato e
oggettivo, e vi possiamo pure trovare molti (pre)giudizi tuttora persistenti
sulla Sardegna e i Sardi. Non si andrà tuttavia lontani dal vero se diciamo
che col Fara la Sardegna comincia la, spesso tortuosa e non sempre serena,
abitudine a guardarsi dentro.
***
Sul versante letterario e linguistico, Gerolamo Araolla compie un’opera-
zione cui può essere attribuita la stessa valenza di quella compiuta da Gio-
vanni Francesco Fara. Se infatti quest’ultimo ricercava la patria soggettualità
nella sua storia e nella sua geografia, nei suoi eventi, nei suoi travagli e nei
suoi uomini illustri e nelle storiche stratificazioni, ma anche, lo abbiam vi-

18. Ioannis Francisci Farae, Opera, 1, In Sardiniae Corographiam, p. 150


19. Ibid.

74
sto, nelle sue specificità antropologiche ed economiche oltre che nelle sue
virtualità aperte al futuro: se dunque qui il Fara ritrovava e in certa misura
‘inventava’ la Sardegna, portandola a conoscenza diffusa, e agli stessi Sardi
in primo luogo, l’Araolla ricerca e ritrova questa soggettualità innanzi tutto
nella lingua della sua terra e del suo Regno, nella sua specificità e, anche qui,
nelle sue virtualità rimaste per lo più fin lì inespresse.
Ben poco si sa della vita di Gerolamo Araolla. Già difficile è sempre stato
individuare la data di nascita. Pasquale Tola, nel suo Dizionario Biografico
degli Uomini Illustri di Sardegna, vol. I, alla voce riguardante il nostro poe-
ta, lo dice «nato in Sassari o nei primi due lustri, o verso la metà del secolo
XVI», da famiglia che era, ai tempi, «una delle onorate del paese: perciocché
in antiche memorie si legge che un Francesco Araolla fu nel 1531 castellano
di Torres, e un altro Gerolamo Araolla (seppure non fu l’istesso) era primo
dei consiglieri del comune di Sassari nel 1544». L’arco di tempo in cui il Tola
colloca la nascita del Nostro è, come ben si vede, alquanto ampio, e altrettan-
to ampia e forte è la formula dubitativa. L’ambito temporale indicato dal Tola
è ripreso poi recentemente da R. Garzia Gerolamo Araolla, Bologna, 1914,
p. 63 che lo dice nato a Sassari «non oltre il secondo decennio» del secolo, e
lo ritiene Capo Giurato della sua città nel 1543-44; e poi da F. Alziator (Sto-
ria della Letteratura di Sardegna, Cagliari, Edizioni della Zattera, p. 104),
dal Dizionario Biografico degli Italiani (s.v. Araolla, vol. III, pp. 721-722),
e da Ginevra Zanetti (La Sassari cinquecentesca, colta e religiosa, in «Stu-
di Sassaresi», Serie II, XXX (1963), pp. 103-154); la Zanetti inoltre, sulla
scorta del Tola, ritiene anche lei che il Nostro ricoprisse nel 1544 la carica di
primo consigliere comunale.
Più recentemente Raimondo Turtas20 pur non giungendo a individuare
l’anno preciso della nascita del nostro poeta sassarese, ci ha fornito una no-
tizia preziosa per restringere il giro di anni in cui collocarla. Infatti, parlando
di Giovanni Francesco Fara, il Turtas ci dice che il nome di costui compare
nei registri delle gradazioni dell’Ateneo Pisano, fra l’altro, il 18 aprile 1567,
quando egli «assistette, insieme con altri tre studenti sardi, al conferimento
dei gradi accademici al futuro poeta sassarese Gerolamo Araolla». Lo stesso
Fara, come s’è detto sopra, ricevette il dottorato in utroque il 9 agosto 156721.
Ora, se Gerolamo Araolla ricevette i gradi accademici, addottorandosi in
utroque iure, nel 1567, e se si considera che in genere gli studi accademici si
completavano più o meno all’età di venticinque anni (sappiamo, per esem-
pio, che proprio il Fara conseguì il dottorato a ventisei anni), potremmo allo-
ra collocare la data di nascita dell’Araolla intorno al 1542. Cadrebbe così il

20. Cfr. Enzo Cadoni, Raimondo. Turtas, Umanisti sassaresi del ’500. Le biblioteche di
Giovanni Fara e Antonio Fontana, Gallizzi (Pubblicazioni di «Sandalion», Università degli
Studi di Sassari), Sassari 1988, p. 15 e n.
21. Tali notizie il Turtas attinge da R. Del Gratta, Acta gradum Academiae Pisanae, I
(1543-1599), Pisa 1979-80.

75
sospetto del Tola che il Gerolamo Araolla, primo dei consiglieri del comune
di Sassari nel 1544, sia la stessa persona del nostro poeta; si tratterà probabil-
mente di un omonimo parente prossimo, quasi certamente suo padre. E risul-
ta pure inesatta la supposizione avanzata dal Garzia e ripresa dal Dizionario
Biografico degli Italiani che egli si fosse addottorato a Bologna.
Val la pena di ricordare che, come ritiene il Garzia, il fratello di Gerola-
mo, Sebastiano, fu anch’egli poeta, satirico questi, spirito ribelle e autore di
coplas contro il vicerè Antonio Coloma.
L’Araolla compì quasi certamente studi umanistici, forse nella stessa Sas-
sari, prima di intraprendere gli studi dottorali a Pisa. Ebbe fra i suoi maestri
Gavino Sambigucci, difficile dire se a Sassari o a Pisa, dove pare che questi
abbia tenuto cattedra. Il Sambigucci fu medico e filosofo sassarese, membro
della bolognese Accademia Bocchiana, e autore del trattato neoplatonico cri-
stiano In Hermathenam Bocchiam Interpretatio, Bologna, 1556, che ben più
di una traccia ha lasciato nello spirito dell’opera del nostro poeta. Il Sambi-
gucci è ricordato con devozione ed affetto dall’Araolla nel suo Cabidulu de
una visione, quale maestro e guida, col solo nome, Gavino, e quasi esclusi-
vamente (fa eccezione questo passaggio: si tardaat in terra cuddu velu/Sas
oberas excelsas de Gavinu/Viver sempre deviant a caldu, e a gelu VI.94-96)
nelle didascalie del dialogato, mentre resta taciuto il cognome; in tale Visio-
ne il Sambigucci assume il ruolo, sul modello dantesco, di novello Virgilio.
Certamente l’Araolla fu partecipe entusiasta del fermento culturale che
animava la Sassari degli anni della sua giovinezza, ed entrò in amicizia con
i principali intellettuali sassaresi dell’epoca. L’Araolla ebbe familiarità con
i conti d’Elda: con Juan soprattutto, che fu vicerè di Sardegna, oltre che
cultore anche attivo nella scrittura di umane lettere, e con il figlio di lui An-
tonio Coloma, anch’egli poi vicerè: entrambi più volte ricordati nelle sue
Rimas.
Gerolamo Araolla fu sacerdote, quasi certamente a partire dagli anni im-
mediatamente seguenti al conseguimento del dottorato. Secondo quanto ci
informa Damiano Filia, il 10 aprile 1568, Suora Ippolita, badessa del mo-
nastero di S. Lorenzo e Vito, gli concesse in enfiteusi i beni che le monache
possedevano nell’agro di Sassari; alla segnatura del contratto intervennero
alcuni studenti sassaresi del Ginnasio di Pisa22.
Nel 1569 fu nominato canonico del Capitolo di Bosa, con prebenda di
Pozzomaggiore; a Bosa pare che egli detenesse anche l’incarico di peniten-
ziere. La nomina al canonicato e la prebenda suddetta gli fu contestata, an-
che in sede legale, da Nicolò Boi che era nel contempo canonico di Bosa e
canonico di San Marco a Roma, dove risiedeva; data la sua assenza dalla
Sardegna, l’allora vescovo di Bosa, Antonio Cavaro Pintor, nominò canonico
di Bosa Gerolamo Araolla, suscitando la risentita rivendicazione di Nicolò

22. Damiano Filia, La Sardegna cristiana, tipografia Satta, Sassari 1913-1916, vol. II, p.
264, n. 1.

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Boi che, pure canonico a Roma, non voleva rinunciare al canonicato bosa-
no; la contesa fu vinta dall’Araolla. Andrà inoltre ricordato che, prima della
nomina di quest’ultimo, del canonicato bosano e della relativa prebenda di
Pozzomaggiore, si era impossessato, data appunto l’assenza del Boi, l’arci-
prete algherese Anton Angelo Carcassona, cui fu ingiunta, nel 1565 dal papa
Pio IV, la restituzione al legittimo titolare23. Di tutto ciò, o quanto meno di
un tale clima di litigiosità e di presunzione e pretenziosità, nonché di arro-
ganza e albagia, diffuso all’epoca fra il clero isolano (ma certo non solo fra
questo), vi è almeno un’eco, io credo, pur trasposta su di un piano generale
e con tonalità satirica e morale, nella lettera a Don Anton Camos quando in-
trait in Religione.
Certamente all’Araolla non poteva sfuggire che nel passato la lingua sar-
da aveva avuto occasione di manifestarsi, sia come lingua giuridico cancel-
leresca, sia in alcune pur timide manifestazioni letterarie, ma comunque in
ambiti e registri che superavano la comunicazione pragmatica dell’oralità.
Non poteva l’Araolla non conoscere i Condaghes, e il Libellus Judicum Tur-
ritanorum, conosciuti anche dal Fara; ed ovviamente conosceva la Carta de
Logu e il poemetto di Antonio Cano, Sa vitta et sa morte, et passione de san-
ctu Gavinu Prothu et Januariu, che sarà fonte della sua riscrittura agiogra-
fica sui protomartiri turritani: Sa vida su martiriu, et morte dessos gloriosos
martires Gavinu, Brothu, et Gianuari, poemetto in 250 ottave, pubblicato nel
1582. Ed ovviamente egli era al corrente dell’attività pastorale e di catechesi
che, in quell’epoca postridentina, andava svolgendosi anche in Sardegna e in
lingua sarda, pure con manifestazioni poetico letterarie di devozione popola-
re, composizioni che comunque mostravano una elaborazione linguistica al
di là della più ordinaria oralità.
Ed è su questa base che egli può avanzare le rivendicazioni sulla dignità
della lingua dell’Isola. Tale rivendicazione è nettamente espressa nella dedi-
ca del suo poemetto agiografico fatta a Alonso De Lorca, arcivescovo turri-
tano. Ne riportiamo il testo:
Semper happisi desiggiu Illustrissimu Segnore, de magnificare, & arrichire sa limba
nostra Sarda; dessa matessi manera qui sa naturale insoro tottu sas naciones dessu
mundu hant magnificadu & arrichidu, comente est de vider peri sos curiosos de cud-
das. Et si benes d’issas matessi riccas & abundantes fuint algunas, non però ant lassa-
du de arrichirelas & magnificarelas pius cun vocabulos & epithetos foras d’issa limba
non dissonantes de sa insoro, a tale qui, usadas & exercitadas in sas iscritturas, sunt
venidas in tanta sublimidade & perfecione, arrichida s’una cun s’atera, qui in pius
finesa non podent pervenner, comente veros testimongios nos dimostrant sos iscrittos
dessos eccellentes & famosos Poetas Italianos & Spagnolos. Et si benes sa nostra siat
de cuddas pius angusta, agiuada & favorida da sas ateras, hit como esser abundante
& ricca a tempos nostros, si sos antipassados diligentes & curiosos esserent istados
in cultivarella, essende in su regnu sempre vissidos sutiles & elevados ingegnos in
ogni professione. Mas comente sos pagos si desint a ischrier in limbas foristeras,

23. Su tutto ciò si veda Damiano Filia , La Sardegna cristiana cit., vol. II, pp. 245 e sgg.

77
qui fuit a tempos passados, & qui corrimus dare lughe assu Sole, per esser da sos
naturales alzada in su colmu, restait sa nostra impolida & ruggia, havende materia
de accreschirela, & pulirela in ischrier sos successos antigos dessu Regnu, dessos
quales pro sa negligencia insoro non si nde agatat testimoniale alguno auctenticu. Mi
so forzadu però, cun su pagu donu qui sa natura mi hat dadu, redugher in Ottava rima
in limba nostra Sarda, Sa vida, Martiriu, & morte dessos gloriosos Martires Gavinu,
Brotu, Gianuare, pr’esser su pius heroycu Poema conveniente assa materia dessu
suggettu qui si trattat, quirchende sempre fuire sa larghesa de cudda cun affinarela,
& arrichirela de robas non disconvenientes a issa, a megius qui happo potidu, pro qui
sos venidores cun pius animu potant satisfagher assos mancamentos, & faltas dessos
passados qui tanta injuria assa materna limba fetint; servendelis custos sudores mios
per primos instruhimentos a simigiansa dessa cuna assos qui nasquint, pro qui da
cuddos cun discursu de tempus a pius maiores ascender potant. Et essendo sa Illu-
strissima sua, Principe de custa sancta Ecclesia Turritana, sola metropoli in totu Lo-
gudore, da sa quale venit intituladu Archepiscopu Turritanu, mi atrevisi custas pagas
vigilias mias ponnerlas sutta amparu & protectione dessa sua Illustrissima, pro qui,
a s’umbra de tanta auctoridade, siant bardadas & diffesas da tantos judicios difficiles
a contentare. Et si cun serena fronte acceptas conoscher deppo, assas segundas cun
pius giocundu coro pervenner promitto, Preghende assos Santos Martires intercedant
assu Altissimu Deus pro sa vida & salude de sa sua Illustrissima, sa quale in maggiore
grandesa comente lu tenet merescidu acreschat de custa Metropoli Turritana. A 2. de
Octubre 1582.

L’intento primariamente espresso da Gerolamo Araolla è dunque quello


di “magnificare, & arrichire sa limba nostra Sarda”, alla stessa maniera con
cui tutte le ‘nazioni’ hanno magnificato ed arricchito la loro a cura degli in-
gegni in ciò più solleciti. L’intento prima ancora che linguistico appare quel-
lo di porre la ‘nazione’ sarda alla pari delle altre naciones de su mundu, e lo
strumento linguistico è essenziale al fine di operare una tale parificazione.
Tanto più che nell’Isola non sono mai mancati “sutiles & elevados ingegnos
in ogni professione”, e tuttavia costoro hanno usato lingue forestiere, mentre
– e qui significativamente l’Autore passa dalla più oggettiva terza persona a
una più emotiva prima persona plurale, quale segno di una comunità di cui
si proclama compartecipe – corrimus dare lughe assu sole, a dar lustro cioè
a ciò che già illustre era. Cosicché mentre le altre lingue, e fra queste soprat-
tutto l’Italiano e lo Spagnolo, che l’Araolla aveva ovviamente maggiormen-
te presenti, sono arrivate a sommo e sublime grado di espressione, il Sardo
invece è rimasto lingua “impolida & ruggia”, pur non mancando materia di
cui, con essa, trattare: magari “in ischrier sos successos antigos dessu Regnu,
dessos quales pro sa negligencia insoro [dei Sardi di ingegno e di scienza]
non si nde agatat testimoniale alguno auctenticu”; espressione che potrebbe
forse contenere una magari velata polemica con il Fara che in quegli anni
andava scrivendo e pubblicando la sua opera storica, ma in latino. La lingua
sarda va quindi arricchita e ripulita, così come per ogni altra lingua è stato
fatto, e attraverso questa operazione altre lingue sono arrivate a un livello su-
blime. L’Araolla è dunque ben consapevole dei limiti espressivi della lingua
sarda che è “de cuddas [delle più illustri: l’italiana e la spagnola] pius angu-
78
sta”, tuttavia essa, “agiuada & favorida da sas ateras, hit como esser abun-
dante & ricca a tempos nostros”, se gli ingegni sardi daranno il loro contri-
buto a tal fine. E tale contributo dovrà consistere soprattutto nell’aggiungere
nuova linfa e nuovo materiale andandolo a prendere dalle lingue già illustri,
nei confronti delle quali peraltro, pur già illustri, gli ingegni loro “non però
ant lassadu de arrichirelas & magnificarelas pius cun vocabulos & epithetos
foras d’issa limba non dissonantes de sa insoro, a tale qui, usadas & exercita-
das in sas iscritturas, sunt venidas in tanta sublimidade & perfecione, arrichi-
da s’una cun s’atera, qui in pius finesa non podent pervenner”. Il Sardo dovrà
perciò acquisire materiale, soprattutto lessicale, da queste altre eminenti lin-
gue, e sarà questa l’operazione che l’Araolla compirà, a partire dal poemetto
sui protomartiri turritani che a questa dedica-dichiarazione fa seguito.
Se certo non si può ancora parlare, qui, di lingua ‘nazionale’ come lingua
dell’identità nazionale, concetto ancora da venire; e se pure tutto quanto può
esser mosso da un desiderio degli intellettuali sardi di essere riconosciuti, e
alla pari, dagli altri, entro un contesto culturale europeo; tuttavia questo av-
viene dentro un contesto istituzionale – si ricordino le espressioni “essende
in su regnu sempre vissidos sutiles & elevados ingegnos in ogni professio-
ne”; “ischrier sos successos antigos dessu Regnu” già qui su riportate – ed
è dunque al “Regno” di Sardegna che si fa riferimento, perché tali ceti colti,
se tali vogliono essere e dirsi, devono trovare una loro collocazione che li
garantisca, così come, inversamente, un tale regno potrà essere garantito in
quanto tale, anche, dai propri intellettuali. Questo regno dovrà allora avere i
suoi segni di riconoscimento che ne dimostrino la propria soggettualità: do-
vrà avere la sua storia e geografia, la sua lingua, la quale potrà dare il mas-
simo e il meglio di sé se sottoposta a una elaborazione letteraria. E se non
siamo certo davanti all’idea di nazione, siamo tuttavia in presenza dei suoi
germi incubatori che verranno sviluppati a partire dalla seconda metà del se-
colo XVIII.
Il poemetto agiografico vuol essere dunque per l’Araolla un esempio ed
un esperimento porto alle generazioni future, (“pro qui sos venidores cun
pius animu potant satisfagher assos mancamentos, & faltas dessos passados
qui tanta injuria assa materna limba fetint”); sperimentazione di affinamen-
to della lingua (l’autore ha cercato “sempre fuire sa larghesa de cudda cun
affinarela, & arrichirela de robas non disconvenientes a issa, a megius qui
happo potidu”).
È noto il giudizio comune che spesso, fino ad oggi, è stato dato a questo
intento e a questa sperimentazione linguistico letteraria dell’Araolla. Lo si è
accusato, innanzitutto di velleitarismo, e comunque di essere stato superato
dalla storia a lui stesso contemporanea, in quanto la nobiltà, di fatto, scelse il
Castigliano come lingua di prestigio e di comunicazione culturale. Tuttavia
non si deve mai dimenticare che questo codice letterario, creato dall’Araolla,
ha funzionato a lungo e forse ancor oggi sostanzialmente funziona in alcuni
specifici settori, magari sotterraneamente in una produzione minore ma di

79
diffusione (anche) popolare; né senza questo codice si potrebbe comprende-
re la produzione poetico letteraria successiva almeno fino al secolo XIX, se
non pure oltre; non si comprenderebbero un Matteo Maria Madao, un Luca
Cubeddu, un Paulliccu Mossa e forse neppure Montanaru. È stato poi pure
fatto carico, al nostro poeta sassarese, di aver creato un codice artificiale, in-
naturale, desardizzante e tributario di lingue altre. Ma chi ragionasse così, si
farebbe carico, a sua volta, di una posizione antistorica, riportando a secoli
antecedenti posizioni, estetica e problematica linguistica della modernità. In
un’epoca come quella in cui il Nostro operava, lo iato fra lingua comune e
lingua colta e letteraria doveva essere forte; il registro della scrittura alta do-
veva essere riconosciuto come tale immediatamente. E di tutto ciò l’Araolla
è conscio, tanto che lo dichiara, aggiungendo che un’operazione come quella
ch’egli si accinge a fare è stata propria di ogni lingua: “Et si benes d’issas
matessi riccas & abundantes fuint algunas, non però ant lassadu de arrichire-
las & magnificarelas pius cun vocabulos & epithetos foras d’issa limba non
dissonantes de sa insoro, a tale qui, usadas & exercitadas in sas iscritturas,
sunt venidas in tanta sublimidade & perfecione, arrichida s’una cun s’atera”.
La lingua, ogni lingua, va arricchita dunque, e perfezionata tramite l’apporto
in essa di altre lingue.
Comunque Gerolamo Araolla si mostra sufficientemente fornito dei mez-
zi e delle conoscenze retoriche e di poetica proprie e circolanti nella sua epo-
ca. Basterebbe pensare alle enunciazioni, ampie ed articolate, da lui espresse
nella dedica a Don Blascu de Alagon, delle sue Rimas diversas spirituales.
Dedica-premessa che qui riporto in nota24. E se ben la si legge, tale premes-

24. Si leet, ingegnu curiosissimu, qui Alexandru Magnu, fetende da sos soldados suos sa-
quigiare, & distruer sa Citade de Thebe, lis cumandait expressamente qui sa domo de Pindaro
Poeta liricu la lassarent in pees, & qui a nesunu de sa familia sua faguerent dannu alcunu; tan-
tu fuit su respetu, & honore qui sempre li haviat portadu. De Tolomeo Re de Egittu hamus an-
cora intesu qui per ornamentu de sa libraria sua (de su quale si faguet da sos iscrittores famosa
mentione) procurait qui li mandarent sos Athenienses copias de sas tragedias da Sofocle, &
Euripide, duos graves poetas tragicos, compostas, & da sas insoro proprias manos iscrittas sas
quales teniant cuddos in grandissima custodia & reverencia; & recusende cuddos de darelas,
& succedende a pagos annos poscha in Athene una extrema penuria de trigu, non podende de
haver in atteru logu nesunu si no da Egittu, su Re si nde alegrait meda qui da custa penuria si
li offerreret occasione de poder haver s’intentu sou, pro qui comente non querfisint sos Athe-
nienses sas tantu da cuddu desigiadas oberas dareli, mancu isse querfisit qui haverent portadu
de su trigu, & qui forzados da su putu de su famen, li haverent mandadu prima sos proprios
originales, de sos quales quantu si compiaguisit, bene lu mustrait Tolomeo, pro qui hapidos
cuddos a sos Athenienses liberale si mustrait concedendelis trigu non solamente de quantu
nde haviant bisongiu, mas d’ogni gabella, & gravesa francu.
Da su testimongiu de cussos duos potentissimos & sapientissimos Rees (lasso per brevi-
dade infinitos ateros exemplos & antiguos & modernos) si podet cun facilidade comprender
de quanta estimacione, & reverentia a sos intelligentes sian dignos sos sacros, & divinos Po-
etas; & totu custu venit da sa rexone experimentada pro qui sutta sas fabulas da sos poetas
inventadas andat sempre velada una profundissima dottrina de tottu sas cosas, & divinas, &
humanas, & particularemente a sa vida de s’homine necessarias; & quie cuddas leende intro

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sa di poetica, non si potrà non riscontrare come all’Araolla fosse presente
il dibattito filosofico poetico del suo secolo; non si potrà non vedere come

non bi faguet alguna speculatione dimustrat grande indisiu de fiaquesa d’ingegnu, pobresa
d’isquire & incapacidade de discursu. Inhue non est maravigia qui no nde portet cudda admi-
ratione qui sos dottos leant, sos quales cun sa agudesa de s’intellettu penetrende de sa super-
ficie a su vivu de sa fabula, constrittos sunt a narrer cun Platone, & Aristotele qu’istetint sos
poetas sos primos Theologos de su mundu. Sa poesia hat da exteriormente hue nudrire sos
simplices & puros animos, & in secretu hue elevare sos savios, & altos intellettos quasi in ter-
renu pianu abba profunda, hue & sos angiones biant, & sos elefantes nadent; gasi ad alcunu
hat como parrer leende unu poema, atteru que fabulas in cuddu non contenersi pro trateni-
mentu de sas otiosas oras; ma pro sa larguesa & profundidade de s’obera, atteros quale e nadu
discorrende comente su Landinu subra Virgiliu si videt haver fattu, hant como agatare junta-
mente cun su artificiosu modu de narrer sos riccos thesoros de totu sas sciencias qui da su in-
tellettu humanu apprender si pottant; da sas quales si vident prender sos poetas cuddas cosas,
qui a sa insoro materia a prepositu vengiant, & qui sas insoro compositiones, & utiles, & de-
letosas juntamente faguer potan, non atteramente qui faguen sas industriosas abes in unu
campu de fiores, qui de cuddos pius volenteri si cibant qui per istintu naturale conosquent es-
ser sos megius a faguer cuddu licore, qui solas issas faguer solent; & si sa poesia per simili-
tudine si narat pintura, antis pintura viva, & su pintore podet cun sos liniamentos, cun sas
proportiones, & colores umbriguende, & rischiarende, & cun ateros artificios de sa pintura
representare a su visivu sensu tottu sas cosas qui animadas, o inanimadas siant in su mundu.
Quie non isquit quantu pius attamente podet su poeta cun sa efficacia de su narrer represen-
tare a quie leet sas matessi cosas de manera qui vengiat s’intellettu a recierlas non atteramen-
te qui las reciet per mesu de sos sensos esteriores? da inogue succedit, qui segundu sunu sas
materias trattadas da sos poetas, & segundu andat cun cudda acompagnadu su modu de nar-
rer, sentimus, leende, mover in nois totu cuddos diversos effetos a sos quales sos animos no-
stros sunt suttapostos, & non solamente nos hat como moher a pietade sa causa miserable de
alcunu, & a isdignu sa bascesa, & furfantaria de alcunu atteru, ma s’infamia d’unu homine
vile, & malu hat como causare aborrimentu, & anchora avisu a querrer fuire cuddos attos bas-
sos, & iscelerados pro sos quales in tale infamia si ruet, comente anchora pro su contrariu sas
laudabiles oberas de su qui est prevenidu famosu nos hant como incitare cun una honorada
invidia a imitarelu. Pro custa rexone sos Athenienses qui sas oberas de Homero in grande ve-
neratione teniant, fettisint una legge qui in certos dies festivos qui issos chiamant Panathei,
sos quales in honore de Minerva de quimbe, in quimbe annos si celebraant, si cantaren publi-
camente sos versos de su matessi Homeru; giudiquende qui per cuddas in sas quales diffusa-
mente sas cosas laudabiles de valerosos homines si contan, multu megius qui de sa brevidade
de sas proprias legges, restarent sos ascultantes persuadidos, & instrutos de su qui faguer, &
fuire conveniat. Sos Lacedemonios su matessi ogni volta quando su exercitu insoro cun su
inimigu a combater veniat, segundu unu insoro statutu unu pagu inantis de querrer combater,
& cominciare sa batalla, convocare faguiant in su allogiamentu Reale sos soldados pro inten-
der sos versos de Tirteo pro sos quales si animarent a tenner in pagu istima sa vida pro sa sa-
lude de sa patria. In grande prexu si teniat quie de alcuna de sas sciencias, o artes qui liberales
si narant, fetende professione riescit in cudda eccellente. Hor si custu est veru, comente est
verissimu, e quantu magiore gloria si devet a sa poesia, qui non compresa in su numeru de sas
artes liberales, contenit, & abraciat in issa non solamente cuddas, ma quantas atteras scien-
cias siant, & divinas, & humanas? e quale cosa est, o si potat imaginare da sa pius suprema
parte de sos quelos fini a sa pius infima de sa terra qui non potat venner in suggettu a su poe-
ta, & d’ite sos poetas non hapant tratadu? Tenet posca sa poesia pro particulare privilegiu, &
pro maggiore dignidade sua unu modu de narrer qui andat restrittu de certos numeros, proce-
dit cun certos pees, & est distintu, & isparguidu tottu de certas lumeras, de sas quales fatu su
intelletu de quie leet capace, venit a restarende sumamente inamoradu admirende sas mara-

81
il pensiero poetico del nostro sassarese vada alla pari con il platonismo del
dibattito contemporaneo, e altrettanto con le questioni del rapporto fra arte
letteraria e arti figurative; e possono, più o meno da vicino, ricordare le
posizioni di un Patrizi, o di uno Speroni, o di un Minturno, o, soprattutto,

vigiosas inventiones, & juntamente cun cuddas sos ornamentos, & figuras de sa elocucione:
& pro custu parsit a Platone de narrer qui sos poetas faeddant cun una certa limba subranatu-
rale, & qui non si imparat sa poesia cun arte humana, ma qui procedit da una mente accesa
de occultu furore divinu, da su quale venint qualchi volta sos poetas de tale manera infiama-
dos in su exprimer sos insoro profundos concettos, qui vennidu cuddu posca a mancare, &
infritaresi, & torrende a leer sas proprias compositiones, d’issos matessi si maravigiant, &
cuddas mirant non comente da issos mas comente da atter pius elevadu ingegnu nasquidas; &
volende mustrare su matessi Filosofu sa poesia comente si est naradu non da s’arte, non da su
casu, ma da sa divina mente proceder, narat qui pro sa divina mente s’intendet Iuppiter, su
quale tirat a isse cun violentia Apollo, ciò est su sole intesu pro s’anima universale de su mun-
du, & de tale anima det esser illuminadu su choro de sas musas, qui sunu noe significadas pro
sas noe Sferas celestes, sas quales cun su giramentu, & motu insoro proportionadu generant
cudda incomprensibile armonia illuminende cun su matessi lumen sos intellettos de sos poe-
tas, qui a recier cuddu dispostos sunu, da su quale comente e inebriados, & ripienos de furo-
re venint poscha sas dotes insoro, & altas compositiones iscriende. Ma lassende a parte sa
autoridade de Platone, & su exemplu de sos poetas gentiles a sa matessi gentilidade, quie non
isquit qui da sos ragios de sa divina mente illuminados cuddos tantu a Deu amigos, & in su
mundu celebres poetas Hebreos, Moyse, & David, faeddant gasi altamente de sos secrettos e
de sas grandesas de Deus, qui non podent sos intellettos humanos faguersinde capaces qui
fatos non siant participes de su matessi lumen divinu? & quale unu abundante, & profundu
fiumen per longu caminu discurrende segundu sa diversidade de sos logos, qui incontrat, di-
versamente si faguet vider s’aspettu, & in su mormorio sentire, gasi su artificiosu poeta, qui
in diversas personas transformendesi diversas materias trattat, andat segundu sa variedade de
cuddos sos concettos suos isparguendelos cun versos como dulques & suaves, & como rug-
gios, & asperos, & tale volta piaguivoles, & allegros, tale volta lacrimosos, & malenconicos,
& quando cun humiles, & pianos, & quando cun graves & risonantes, & inogue si hat como
mustrare unu moralissimu Socrate, poscha unu suttilissimu iscudrignadore de sa natura Ari-
stotele, & como sa persone de unu risolutu, & valerosu Capitanu det representare, como de
unu poveru, & arriscadu soldadu, & si hat como mustrare ancora sensa haver mai sulcadu su
mare unu pratichissimu navigante, & sensa essersi mai partidu dae domo, unu esquisitissimu
geografu, & sensa haver mai tratadu pingellu unu novu, & singulare Apelle, & in suma pro
non consumare pius tempus concludo qui a su poeta solu comente per donu speciale de su
quelu est concessu trattare de tottu sas cosas qui da tottu sos scientiados, & dottos de su mun-
du si trattan. Et isquende su gustu, & delettu, qui in leer cosas poeticas sentit, como siant La-
tinas, o Toscanas, o in quale si siat attera limba, & in sos annos passados quando fuit in custu
Regnu Iuan Aguilera criadu de sa sua mi dimandait cun grande istancia algunas compositio-
nes in idioma Sardu, non potisi a s’ora tantu pro sa pronta partida de su ditu Aguilera, comen-
te ancora istetti fzadu andare a sa Corte Romana pro negossios proprios, mustrare su ardente
desiggiu qui tengio, & tenia in servirela; mi est parfidu como, pro qui tengiat cognitione de
sa limba Sarda comente tenet de sas de pius, faguer imprimer custas figgias mias spirituales,
in diversos tempos, & per varios accidentes nasquidas, & apresentarelas pro pignora, & ca-
barra de sa servitudine mia, ponendelas sutta s’umbra de tanta autoridade inhue da ruggias,
& infimas si hant como illustrare & arrichire, suppliquende cun serena fronte las acceptet cun
cuddu caldu affettu, qui las apresento, & cesso preguende a s’altissimu Segnore pro sa vida
& domo de sa sua, sa quale cun felicidade, & acresquimentu de pius istados conservet, de
Sassari, a XV de Genargiu. MDXCVI.

82
di un Tasso. E quanto a quest’ultimo erano più che probabilmente presenti
all’Araolla posizioni teoriche di poetica di questo tipo:
facitore dell’immagini a guisa d’un parlante pittore, ed in ciò simile al divino teologo
che forma l’immagini e comanda che si facciano: e se la dialettica e la metafisica,
la qual era la divina filosofia de’ Gentili, hanno tanta conformità, che furono da gli
antichi stimate l’istessa, non è meraviglia che il poeta sia quasi il medesimo ch’è il
teologo e il dialettico. Ma la divina filosofia, o la teologia che vogliam dirla, ha due
parti, e ciascuna di loro è convenevole e propria ad una parte dell’animo nostro com-
posto del partibile e dell’impartibile, non solo per sentenzia di Platone e d’Aristotele,
ma dell’Areopagita, il quale scrisse […] che quella parte della teologia occulta la
quale è contenuta ne’ segni, ed ha virtù di far perfetto, si conviene alla parte dell’ani-
mo nostro indivisibile, ch’è il semplicissimo intelletto. L’altra studiosa di sapienza la
qual dimostra, attribuisce a la parte dell’animo divisibile, molto men nobile dell’in-
divisibile. Laonde il conducere a la contemplazione delle cose divine, e il destare in
questa guisa con l’imagini, come fa il teologo mistico ed il poeta, è molto più nobile
operazione, che l’ammaestrar con le demostrazioni, com’è officio del teologo scola-
stico. Il teologo mistico adunque ed il poeta sono oltre tutti gli altri nobilissimi (T.
Tasso, Discorsi del poema eroico, Discorso primo).

Anche per l’Araolla, come per tanta poetica della sua epoca, la poesia
deve soprattutto delectare, docere, e movere. E se le proposizioni dell’A-
raolla cercavano di sintetizzare gli insegnamenti di Platone e di Aristotele,
come avveniva in varie posizioni di tale dibattito, certamente la posizione
platonica appare assumere maggior rilievo, soprattutto per quanto concerne
l’idea, fondamentale per la poetica araolliana, che la mente poetica sia ‘ac-
cesa da occulto furore divino’; idea che gli permetteva di collegare la pro-
pria produzione poetica a un’idea religiosa e ‘teologica’ della poesia, e di
congiungere la poesia classica con quella biblica; e, infine, gli permetteva di
concepire la poesia come ‘sapienza’. Ma gli consentiva soprattutto non tan-
to quella «incursione del sacro nel profano», quanto quella «del quotidiano
nell’eterno»25. Certo egli non poteva non avere in mente la lezione filosofica,
e platonica, del proprio, sassarese, maestro Gavino Sambigucci, medico e
filosofo, membro della bolognese Accademia Bocchiana, autore del trattato
neoplatonico cristiano In Hermathenam Bocchiam Interpretatio. Possiamo
infatti qui ritrovare i motivi e i principi che dovettero ispirare la poetica del
Nostro; e nel passo del filosofo sassarese, che qui sotto riproduco, possiamo
trovare, in più di un passaggio, diverse affinità con tante delle proposizioni
di poetica dell’Araolla:
Naturaliter siquidem, inter multarum rerum desideria, a duobus potissimum humanus
intellectus semper trahitur: quorum unum superioris est pulchritudinis, quam tan-
quam a se productam amat: noster namque Intellectus, quasi divinae pulchritudinis
plenus ac pregnans, in corpore illam parturire, aut, tanquam quidam artifex, corpori

25. Giovanni Pozzi, Alternatim, Adelphi, Milano 1996, cap. 5, Petrarca, i Padri e soprat-
tutto la Bibbia, p. 173.

83
sibi subiecto insculpere desiderat: quam deinde ita productam ac sculptam, veluti
perficiens a se perfectam, amat: Unde cum geminus in nobis iste sit amor, non solum
divinae pulchritudinis, verum etiam corporeae: is qui inter homines divinae pulchritu-
dinis amor flagrabit, necessario mentem suam altero illo amore exuet, amabilemque
corporis propensionem relinquet, dabitque se totum ad Spiritus contemplationem26 .

Comunque la produzione araolliana a me pare diseguale nel suo valore


letterario. Una diversa sostanziale qualità separa il suo poemetto agiografico,
Sa vida su martiriu, et morte dessos gloriosos martires Gavinu, Brothu, et
Gianuari, dalle Rimas diversas spirituales, e, pure fra queste la qualità è di-
suguale. Troppo tributario di moduli della agiografia e del discorso edificante
omiletico, quasi invano si cercherebbe nel poemetto quel giocar di psicolo-
gico chiaroscuro che costituiva tanta parte dell’aura del tempo: troppo mec-
caniche le conversioni, affidate a una sintesi catechistica; troppo meccani-
camente scontata la resistenza dei martiri alle minacce e ai tormenti; troppo
automatiche le posizioni morali di pagani e cristiani. E tuttavia non mancano
cenni di interesse in questa nostra composizione. Non mancano cioè otta-
ve ben studiate, con effetti calcolati tanto sul piano della rappresentazione,
quanto su quelli dello stile e della disposizione sintattica degli elementi co-
stitutivi della frase. Si vedano le seguenti ottave:

60
De Paciencia ogni ligame, & frenu,
Intesa sa risposta risolutta,
Rumpit s’Aspide, colmu de venenu,
Et sa mentale machina distrutta;
D’ira & de rabbia assu solitu pienu,
Dessu designu ogni isperanxa rutta,
Determinat de dareli una morte,
Intesa non mai pius vista pius forte.

61
Restat aprobe ass’unda Turritana
Un’Insola deserta, aspra, & buscosa,
Qui algunas voltas soffiat Tramuntana,
Qui la rendit pius aspera, & noyosa;
Custa sa larga domo fuit, e tana
D’una razza de Serpes venenosa,
Qu’in su tempus passadu in cudd’Antiga
Etade, fuit dess’homine inemiga.

62
Non solu serpes, mas Luppos rabiosos,
Dragos, Ursos crudeles, & Leones
Teniant tottu sos passos timorosos,

26. Gavino Sambigucci, In Hermathenam Bocchiam Interpretatio, apud Antonium Mau-


tium Aldi Filium, Bononiae MDLVI, p. 115.

84
Infestos assu samben de persones;
Sutta sos corcovados, & annosos
Quercos, bi ndi viviant a milliones,
Et da cue hapisint in Sardigna intrada,
Pr’esser a s’hora pius dishabitada.

63
Custu est su logu, custu est su disterru
In hue s’inicu Iuighe hat destinadu,
Qui su Martire santu non de ferru
Morgiat, mas d’animales devoradu.
Oh veru Purgatoriu, antis Inferru
In custu mundu fra nois figuradu!
Non dent haher forza, no venenu, o dente
De nogher assu puru, assu innocente.

Non sfuggirà una sapiente torsione sintattica nell’ottava 60, con inver-
sione degli elementi, e l’intermissione ardita di un inciso; felice poi l’e-
spressione “Et sa mentale machina distrutta”, a indicare il crollo di ogni
razionale convinzione da parte del Re Barbaro nel suo tentativo di far re-
cedere Brothu dalla fermezza della fede; e felice è pure il giro sintattico
“Intesa non mai pius vista pius forte” con la falsa e ingannevole simmetria
dei due participi passati dove è quel non mai pius interposto a falsamente
congiungerli, e con il rincaro dell’iterazione di pius con diversa funzione
grammaticale. Né queste ottave sono prive di una elaborazione dagli effetti
descrittivi ed emotivi dalle tinte forti, con largo uso dell’asindeto e rafforza-
to alla percezione dal saggio intercalare dell’enjambement. E tutta quest’or-
rida natura descritta funge da ‘figura’ dell’Inferno. Né, nell’ottava 63, pare
trovarsi una solida connessione testuale sintattica che rattenga l’ottava in
se stessa; ma un inserirsi di una emozione soggettiva entro un contesto og-
gettivo. Una cert’aria insomma, e forse pure più, di ‘parlar disgiunto’. Un
parlar dipingendo.
Proprio di un eroico cristiano, con echi tassiani, è l’esaudimento divino
della richiesta di Brothu perché sia salvato, e la sua terra con lui, dalle fiere e
dagli animali selvaggi. Preghiera accorata e umilmente pia che genera il mi-
racolo con la sua stessa sollecitazione.

72
Prostrados sos benuyos, & in Quelu
Alzat sa vista, & iuntas ambas manos:
“Per cuddu sitibundu, ardente zelu,
Qui happistis in salvare sos humanos,
Ti prego salva custu humidu velu
Da custos animales tantu istranos;
Et qui de cuddos restent liberadas,
S’Isulas duas, & d’issas sas contradas.”

85
73
Penetrat sas oriyas Divinales
Sa supplica da puntu coro essida;
Et subidu remediu a tantos males
Venit, da sa prudencia alta infinida;
Et restant cuddos brutos animales
In pagas dies tottu privos de vida;
Et de s’hora mai pius fera maligna,
S’est vista in s’Asinara, né in Sardigna.

Anche queste strofe sono condotte con andamento assolutamente paratat-


tico, con un triplice anaforico et nell’ottava 73 che ripartisce i membri cui si
concreta il potente e miracoloso intervento divino.
La variazione e l’amplificazione poetica, anche qui pittorica, del caratte-
re impresso dal battesimo (ricevuto da Gavino per mano di Brothu) è para-
gonato a un fine ed elaboratissimo intaglio, mentre Dio è denominato quale
Ammiraglio di un mare d’ansia che solo può guidare la navigazione nell’an-
gosciata vita. Con un registro di manierismo petrarchista. E postridentino:

123
Et restat su Carather imprimidu
In s’anima conversa quale intagliu
De fine nugue, postu, & resarcidu,
Contestu con grandissimu trabagliu;
S’anima cun su corpus tott’unidu
Los consacrat a custu altu Admiragliu
De custu Mare undosu, e turbulentu,
In hue non qu’hat un’hora de contentu.

E così la conversione è posta sotto lo sguardo commosso e turbato dell’io


poetico narrante che trasfigura il cruento martirio in policroma naturalità e
in gloria patria municipale, classicamente e metonimicamente denominata:

125
O santa conversione o coro accessu
De Divinales fiammas & amores!
Qui has illustradu, & milli glorias resu
A tottu dessa Domo venidores;
Da custu Cippu floridu, est discesu
Unu ramu Sanctissimu in colores,
De Purpura vestidu, & de morellu,
A quie devotu tantu l’est Rosellu

Ma tutto il poemetto, ed è questa la sua cifra semiotica sostanziale, tra-


scende il registro e l’impostazione narrativa, per farsi voce lirico mistica che
lo sostiene e lo genera, attraverso un’emozione rimembrante. Riporto al pro-
posito alcune ottave della parte conclusiva dell’opera:
86
219
Imaginesi como su lettore,
Su propriu istadu dessos Santos mios,
Qui accessu tottu de Divinu amore,
Non stimant pena, morte, nen disvios.
Et eo minimu verme peccadore,
Qui meritant de faguer largos rios
Custos oyos ogn’hora, non mi accendo
De te, Fatore meu, né s’alma emendo?
220
Curgiant da custos oyos sambinosas
Lacrimas, nadas da coro contrittu;
Solu in sas cosas tuas maravigiosas
Insaciabile siat custu apetitu.
Gira sas lughes tuas sempre pietosas
E rumpe, e iscalda custu duru, e frittu
Coro, qui vanigende multos annos,
Passait gosende dessos proprios dannos.
221
Una scintilla tua pone in su coro,
Qui risolvat su giazu, e in caldu estivu
Vengiatsi a refirmare pius dess’Oro,
E compargiat ardente puru, e vivu;
E mentres qui ti celebro, e t’adoro,
Dogni mundanu querrer fami privu,
Tenende sos penseris sublevados
In custos Santos mios Martirigiados.
***
Una impostazione lirico religiosa che le Rimas diversas spirituales, sa-
pranno ben approfondire e portare a un alto grado di elaborazione e di rifles-
sione, tanto morale quanto letteraria e stilistica, sulla base di una piena amal-
gamazione, soggettiva e personale, di quanto. nell’Europa del suo tempo,
accadeva, e, con travaglio, maturava. Un tempo che approfondiva il senso e
la capacità dell’introspezione e della conquista del sé, in un angosciato tra-
vaglio interiore, innescato dal senso di colpa, vero scandaglio dell’io e cifra
di tanta parte di questo scorcio del Cinquecento. Segno di una tormentata, e
magari contraddittoria conquista della libertà soggettiva. Disposizioni inti-
me tutte queste che, se pure non nuove in se stesse, e che sul piano letterario
si possono far convergere e porre sotto il segno e il nome archetipico del Pe-
trarca, certo coagularono nella coscienza collettiva di quest’epoca, ‘contro-
riformista’ postridentina: in una stagione in cui l’estendersi della pratica del-
la confessione e la trasformazione del confessore in ‘padre spirituale’ por-
tarono verso «la costruzione di un forte senso della biografia individuale»27.
27. Adriano Prosperi, L’inquisitore come confessore, in Paolo Prodi (a cura di, con la col-
laborazione di Carla Penuti), Disciplina dell’anima, disciplina del corpo e disciplina della so-
cietà tra medioevo ed età moderna, il Mulino, Bologna 1994, p. 220.

87
E il debito contratto col Petrarca è fin quasi ostentato già sull’incipit di
tutta l’opera, ossia nella ampia e costruita composizione, che apre la raccolta,
Discursu de sa miseria humana:

Si mi paro a mirare sos andados


Tempos, qui mi lassaint pilos d’arguentu,
Et sos piagueres ranquidos passados,
De sos quales su fruttu est pentimentu,
Et sas offensas mias, et sos peccados,
Qui comittisi in su primu istamentu,
Tantu grave mi sento, et pienu vido,
Qui alzaremi da terra non confido.
(RimDivSp I, 1.1-8)
Quand’io mi volgo indietro a miarar gli anni
ch’anno fuggendo i miei penseri sparsi,
et spento ’l foco ove agghiacciando io arsi,
et finito il riposo pien d’affanni,
Rotta la fe’ degli amorosi inganni,
et sol due parti d’ogni mio ben farsi,
l’una nel cielo et l’altra in terra starsi,
et perduto il guadagno de’ miei damni,
i’ mi riscuto, et trovomi sí nudo,
ch’i’ porto invidia ad ogni extrema sorte:
tal cordoglio et paura ò di me stesso.
O mia stella, o Fortuna, o Fato, o Morte,
o per me sempre dolce giorno et crudo,
come m’avete in basso stato messo!
(RVF 298)

ma varïarsi il pelo
veggio, et dentro cangiarsi ogni desire;
(RVF 264, 115-16)

Veramente topica, infatti, e facente parte di un ‘sistema’ di poesia reli-


giosa, di un “petrarquismo a lo divino”, come ci ricorda María Pilar Manero
Sorolla, è la citazione del petrarchesco Quand’io mi volgo indietro a mirar
gli anni; citazione che, già ancora profanamente adattata in Spagna da Gar-
cilaso (Cuando me paro a contemplar mi estado), passa al poetare rivolto
al divino: come il Cuando me paro a contemplar mi vida di Fr. Luis, o al
Cuando me paro a considerar mi estado di Paulino de la Estrella28. Ma per
tornare più direttamente al Petrarca, questa intera nostra prima ottava è remi-
niscente di tutta la settima stanza di RVF 264 (vv. 109-126). E tale immagine
del ‘cangiar del pelo’ ricorre pure in I, 9.1-2 – Si pilu, pritte non penseri, et
voggia,/Mudo – ed è altrettanto raffrontabile, oltre che, ancora, con il passo
sopra menzionato, anche e ancor più con RVF 360, 41-42 ché vo cangiando

28. Cfr. María Pilar Manero Sorolla, Introducción al estudio del Petrarchismo en España,
Promociones y Publicaciones Universitarias, Barcellona 1987, pp. 137-138.

88
’l pelo,/né cangiar posso l’ostinata voglia. E un tale debito col Petrarca è ri-
badito poi nella seconda ottava:
Mi cobersit sos oyos de su mundu
S’iscura benda, et sa lughe solare
Non penetrait in me, postu in su fundu
De custu ansiosu, et de tempesta mare
(RimDivSp I, 2.1-4)
ma ’nnanzi agli occhi m’era post’un velo
(RFV 329)

Raffronto cui si deve aggiungere il topos della navigazione tempestosa


quale metafora dei travagli della vita mondana (postu in su fundu/De custu
ansiosu, et de tempesta mare), topos largamente disseminato nei Fragmenta.
Ma se il Petrarca indugiava, narcisisticamente potremmo anche dire, su
questo dissidio, nell’Araolla la ‘pelea’ si conclude e trova quiete nella con-
templazione e nel congiungimento mistico col divino: morgia in lugue, et a
sa rughe giuntu, verso che conclude questa prima, lunga, composizione del
nostro Autore.
Il discorso araolliano, pur prendendo manifestamente le mosse da un
principio petrarchesco evidente, giunge alla sua conclusione attraverso altri
percorsi, che non sono quelli dell’irresolubile dissidio (p. es. et veggio ’l me-
glio, et al peggior m’appiglio RVF 264, 136; o ma ’nnanzi agli occhi m’e-
ra post’un velo/che mi fea non veder quel ch’io vedea RVF 329, 12-13), ma
quelli, appunto, della mistica. Anzi la variazione di I, 9: Si pilu, pritte non
penseri, et voggia,/Mudo, miseru me, pritte non giro/Sos oyos, a sa pius non
virde ispoggia,/Et cun sensos canudos, non la miro?/De sos elettos, pritte a
s’alta loggia,/ Cun affettuosu coro, non aspiro? Entro il discorrere interiore
del Nostro, segna infatti la presa di coscienza contro quella ostinata voglia
petrarchiana, contro questo crudel, che sebbene io accuso, tuttavia amaro
viver m’à volto in dolce uso (RVF 360, 43-45). Uno sprone dunque, nell’età
ormai non più verde, a volgere lo sguardo e la considerazione proprio alla
vecchiezza ed alla morte prossima; ed al celeste ultimo premio.
Lasciti petrarcheschi ben si colgono d’altronde in diverse altre compo-
sizioni: per esempio, nel sonetto Aspide surda, et cega talpa fea (RimDivSp
VIII), che qui riporto:
Aspide surda, & cega Talpa fea,
A su qui ti protesto, & mustro ogni hora,
Itte mi quircas, itte pius ancora,
Pestiferu venenu, in forma rea, 4
Si da su coro meu, da custa idea,
Parizos annos sunt qui vives fora,
Vana isperansa, sola causadora,
Qui m’apartai da sa Regina Astrea? 8

89
Custas tenebras mias, chiaru, & serenu
Raggiu, resolve, & a sa destra passe,
Qui de sa tela mia su subiu est pienu.
Da s’unu extremu a s’atteru trapasse,
Concedimi, Segnore, tantu alenu,
Prima qui custa terra in terra lasse.

Al v. 11, Qui de sa tela mia su subiu est pienu, è certo calcato su RVF
264, 130-31: ché pur deliberando ò volto al subbio/gran parte ormai de la
mia tela breve; ricalco rinforzato al verso precedente in cui si auspica che a
sa destra passe: che ricorda e ricalca, sempre in RVF 264, i v. 120-21: vo ri-
pensando ov’io lassai ’l viaggio/da la man destra, ch’a buon porto aggiun-
ge. E in questo sonetto araolliano sono posti a tema, già nell’incipit, l’intrin-
seco tormento e dissidio, il tarlo e la lima che assillano dall’interno l’essere,
e lo erodono, in una consonante aura petrarchiana. In questi versi incipitari
l’io lirico, rivolgendosi all’Aspide surda – che è topos scritturale: Ps LVIII,
5 – e alla cega talpa fea, in cui viene ipostatizzato quel rodersi interiore che
subdolamente consuma e tormenta allontanandoci da Dio e dalla giustizia,
mette sull’avviso la propria pur isbiggiada coscienza, e la ferma volontà, che
possono essere eluse da questo insinuante e sotterraneo pericolo. Surda e
cega sono qui aggettivi ben portanti. in chiave di morale psicologia: uno sta-
to d’animo non precisato né precisabile; e reso anzi ancor più vago proprio
dall’apposizione che dovrebbe definirlo, Vana isperanza (v. 7), causa dell’es-
sersi egli appartato da quella man destra ove risiede la giustizia, dal regno
della Regina Astrea. Anche questo sonetto ribadisce dunque la disposizione
mentale e morale che già abbiamo osservato nel Discursu: in quanto, qui
pure, la coscienza di un’ineliminabile inquietudine non si ferma in sé, ma si
fa preghiera e anelito, grido che richiede l’alenu che cheti l’assillo.
In più il richiamo scritturale dell’incipit (Aspide surda), che cita il Salmo
58:
Numquid vere, potentes, iustitiam loquimini,/recte iudicatis filios hominum?/ Etenim
in corde iniquitates operamini,/in terra violentiam manus vestrae concinnant./ Alie-
nati sunt peccatores ab utero;/erraverunt a ventre, qui loquuntur falsa./Venenum il-
lis in similitudinem serpentis,/sicut aspidis surdae et obturantis aures suas,/quae
non exaudiet vocem incantantium/et venefici incantantis sapienter. Deus, contere
dentes eorum in ore ipsorum;/molas leonum confringe, Domine. (Ps, 58, 2-7) […] Et
dicet homo: “Utique est fructus iusto, utique est Deus iudicans eos in terra” (ivi, 12).

[Rendete veramente giustizia o potenti,/giudicate con rettitudine gli uomini?/Voi


tramate iniquità con il cuore,/sulla terra le vostre mani preparano violenze./ Sono
traviati gli empi fin dal seno materno,/si pervertono fin dal grembo gli operatori di
menzogna./Sono velenosi come il serpente,/come vipera sorda che si tura le orec-
chie/per non udire la voce dell’incantatore,/del mago che incanta abilmente./ Spez-
zagli, o Dio, i denti nella bocca, rompi, o Signore, le mascelle dei leoni. (2-7) […] Gli
uomini diranno: “C’è un premio per il giusto,/c’è Dio che fa giustizia sulla terra!”.
(12)]

90
immette il nostro sonetto nella sfera tematico morale della giustizia, stig-
matizzando l’empio che si fa sordo al richiamo di Dio. La vana isperansa
si precisa allora quale causa apportatrice di ingiustizia e di ‘inopia virtutis’
con quel, petrarchiano, a sa destra passe, stimolo al raggiungimento di una
vita virtuosa. Ma questo dato che potremmo pur dire oggettivo, si tinge dei
colori della soggettività, meglio ancora dell’incosciente e irrazionale attitu-
dine posta sulle soglie dell’ineffabile, o dicibile solo per via, appunto, della
metafora scritturale; di una disposizione interiore muta, senza nome e senza
definizione, ciecamente sotterranea quale una cieca talpa, e sorda soprattut-
to, a ciò che l’io le protesta con argomenti dimostrativi (a su chi ti protesto,
& mustro ogni hora v. 2). Si concretizza così qui, mirabilmente, quella sog-
gettività religiosa, fatta di indagine interiore che ripiega sul sé più riposto e
incalza verso la confessione interiore.
Gemellato con quest’ultimo è pure il precedente sonetto, RimDivSp VII,
Fidele, antiga, secretaria mia. Riporto qui sotto:

Fidele, antiga, secretaria mia,


Cun quie sola contai, sutta sa luna
Tottu sas penas mias, de una in una,
Quando attesu de me mortu vivia, 4
Cun cudda, qui non fallit mai sa via,
Acompagnadi in custa notte bruna,
Extintu su tirannu, & sa fortuna
Pustis qui ses torrada in segnoria. 8
Torque su cursu, da tempesta esortu,
Già qui de custu mundu has su guvernu,
Qui certu agattes como assentu, & portu. 11
Et dogni affettu de su coro internu
Rintegra in su qu’est unicu confortu
Pianguende su passadu, & doppiu infernu.

Qui pure l’impronta del Petrarca ben si legge in quel secretaria mia, per
dir dell’anima; in quel riferirsi all’angoscia mondana coi termini di tirannu e
di fortuna e di tempesta; in quel designare la salvezza in termini di guvernu
e di portu, ribadito, quest’ultimo, da un più sardo assentu (Qui certu agattes
como assentu, et portu v. 11). Ma la vittoria è appunto ‘quasi’ tale: ché infatti
v’è quell’‘aspide sorda’, quella ‘ceca talpa’ – di cui sopra, in RimDivSp VIII
– che sta lì, acquattata, a comprometterla. Quasi un far rientrare, tacitamente,
quanto v’è di più intimamente petrarchiano (saltando il petrarchismo) da una
porta maggiormente appartata e meno visibile.
Sulla stessa linea petrarchesca si costruisce ancora, in RimDivSp X, il Ca-
pitolo spirituale, in cui vi è più che l’eco di, soprattutto, RVF 62 Padre del
ciel, dopo i perduti giorni, e di RVF 264 I’ vo pensando, et nel penser m’as-
sale; nonché, e forse ancor più, di RVF 365 I’ vo piangendo i miei passati
tempi. Già i versi dell’incipit:
91
La quarta de la vita età passai,
Per onde trabagliose in barca frale,
Dormendo, ahimè senza destarmi mai!
Durò molti, e molti anni il mio gran male:
Ardendo, e vaneggiando in pensier folli,
Tutto intento a mirar cosa mortale.
(RimDivSp X, 1-6)

Versi che non possono non richiamare pure RVF 365, 1-3: I’ vo piangen-
do i miei passati tempi/i quai posi in amar cosa mortale,/senza levarmi a
volo abbiend’io l’ale; e RVF 62, 2: dopo le notti vaneggiando spese; mentre
RimDivSp X, 55-56: Non permetter Signor, che di me rida/Quel adversario
antico riprendono, variandoli, i vv. 7-8 di RVF 62 sì ch’avendo le reti indar-
no tese,/il mio duro adversario se ne scorni.
E così pure il passaggio:

Però la particella che mi resta,


Guidata sia da la tua santa mano.
Sia la partita almen devota, e honesta,
Si la stanza fu, come Signor sai,
Ad ogni tuo voler ritrosa, e infesta.
(RimDivSp X, 71-75)

ben si raffronta con RVF 365, 10-11: Et se la stanza/fu vana, almen sia la
partita honesta.
E ancora petrarcheschi sono, in questo Capitolo araolliano, i duo tiranni
(v. 8) del nostro sassarese, che per altro restano una volta ancora indefiniti e
non specificati o precisati ulteriormente, ma che paiono proprio riprendere il
desiderio d’amore e la brama di gloria, che sono istanze così proprie del poe-
ta aretino; inoltre alcuni passaggi stringono ancor più la vicinanza fra queste
due composizioni.
L’influsso petrarchesco è poi certamente visibile anche nel Cabidulu de
una visione che più direttamente richiama i Trionfi, sia per la forma di ‘vi-
sione’ appunto, sia per la composizione in terza rima, nonché, naturalmente,
per il suo contenuto; anche se non si dovrà trascurare pure un diretto influsso
dantesco, data, appunto, la forma di visione entro la quale l’Araolla inserisce
la raffigurazione poetica dei ‘grandi sassaresi’ di recente trapassati, e della
quale è tramite e guida il maestro di lui, Gavino Sambigucci, che qui funge
da ‘Virgilio’. Motivi petrarchiani diversi sono, comunque, pure sottesi in tut-
to il testo, a cominciare dall’incipit che ancora una volta richiama tutta l’an-
gustia del trascorrer e fuggir del tempo:
Dulque, amara memoria de giornadas,
Fuggitivas cun doppia pena mia,
Qui quando pius l’istringo sunt passadas.
Viver istracu, da su qui solia

92
Già m’as mudadu, & bois, currentes annos,
De virde aranzu, una pallida olia.
Itte mudansa faguet, itte dannos
Su currer de sos caddos isfrenados,
Qui nos mudat natura, quigia, & pannos.
(RimasDivSp VI, 1-9)

Ma il richiamo ai Trionfi è subito immediatamente presente; si confronti


infatti:
De Cesare, & de Pedru successores,
Et milli atteros principes notados,
Inhue sunt sas grandesas, sos honores?
Sutta una pedra fritta est sa memoria
Cun issos morta, & guirlandas, & fiores!
Non lis reparat sa tessida historia
De sos heroicos gestos, qui voltende
Anniquilat su nomen, & sa gloria;
Et quando in custu ando considerende,
M’affligit su passadu, & su futuru
Ansias mi dat, qui m’isto consumende.
(RimasDivSp VI, 11-21)

con
U’sono or le richezze? U’son gli honori?
E le gemme, e gli sceptri e le corone,
e le mitre e i purpurei colori?
Miser chi speme in cosa mortal pone!
(ma chi non ve la pone?) e, se si trova
a la fine ingannato, è ben ragione.
O ciechi, el tanto affaticar che giova?
Tutti tornate a la gran madre antica,
e ‘l vostro nome a pena si ritrova.
Pur de le mill’è un’utile fatica,
che non sian tutte vanità palesi?
Chi intende a’ vostri studii, sì mel dica.
Che vale a soggiogar gli altrui paesi,
e tributarie far le genti strane,
co gli animi al suo danno sempre accesi?
(F. Petrarca Triumphus Mortis I, 82-96)

Se poi teniamo presente questo passo della ‘visione’ araolliana:


Gavinu Misera veramente sa natura
Humana, qui cun tanta brevidade
Morit cun issa, & nomen, & fattura.
Regordadi de cudda prima edade,
De cudda, naro, prima, qui fetisti
Cun Pindo, & Helicona s’amistade.

93
S’in custu tempus, narami si happisti
Amigu alcunu, qui sa pinna in manu
Ti posit, per hue fama ti acquiristi.
Sa barba hirsuda, & testa, & tottu canu
Ti vido como, & ignoras a mie?
Ahi mundu transitoriu cegu, & vanu!

Autore Restai pius biancu, & frittu de sa nie,


Quando per circunloquiu già compresi,
Signalendemi quasi & annu, & die.
O quantas voltas con tegus trattesi,
Anima dotta, & mi nde aproffetai
De sas cosas altissimas qu’intesi.
(RimDivSp VI, 64-81)

troveremo petrarchescamente congiunti la fama, che certo persiste, e l’affetto


memoriale che deve e può stabilirla. Il che dà ulteriore occasione per rein-
trodurre il motivo della fragilità della vita terrena e della felicità nella morte
(Felice tue, qui ses foras d’istentu,/De custas undas, qui non passan mai.!/
Qui tottu est aire, & umbra, & fumu, & ventu,/Nè delettu non hat, nè durat
mancu/E quie pius qu’istat, pius sentit tormentu. RimDivSp, VI, 83-87), che
riprende di nuovo il tema petrarchesco dei Trionfi: la morte è fin d’una pri-
gione oscura/all’anime gentili; all’altre è noia,/ch’ànno posto nel fango ogni
lor cura (Triumphus Mortis, II, 34-36).
Su richiesta dell’Autore-“io”, sono presentati, da parte del maestro-Ga-
vino, alcune delle glorie intellettuali della ‘modernità’ sassarese: si potrebbe
dire il trionfo della fama; se non fosse però che tutti quanti i personaggi qui
presentati in ‘visione’ da Gavino, sono morti di morte prematura lasciando
il rimpianto di ciò che avrebbero potuto compiere senz’esservi giunti. Il che,
se da un lato riconferma il motivo della fuggevole fragilità della vita terrena
e quello del buon ricordo oltre la morte, su cui fama trionfa, dall’altro non mi
pare esclusa, pur nel topos letterario della morte precoce, quanto meno una
nota di accorato rimpianto, in termini – se si può osare dirlo – di ‘politica cul-
turale’, nei confronti di un circolo intellettuale sardo (e sassarese) che pare
non poter seguitar a fruttificare, in quanto non si intravede una continuazione
generazionale. È qui che si inserisce allora una doppia valenza non soltanto
dell’Autore-“io” poetico, ma dell’Autore tout court: di lui, Gerolamo Araol-
la insomma. Infatti è proprio il maestro a invitare l’allievo a lasciar traccia,
fama, di sé dopo la morte:
Et pustis vido qui andas compassende
Su tempus breve, ladru, & fuggitivu,
Cun su quale ogni cosa andat manquende,
Mentre non ses de su vitale privu
Nodu, lassa de te qualqui memoria,
Qui sende mortu ti reputen vivu
(RimDivSp VI, vv. 166-171)

94
Questa la risposta dell’Autore:
Si cun su giru d’annos ogni historia,
Venit a preterire, hor pritte invanu,
Queres qu’istente in cosa transitoria?
Navigo a vela tesa in s’Oceanu,
Et a su contu meu non est attesu
Su portu, qui scobergio andende pianu.
De su viaggiu meu pius de su mesu
Happo già fattu, & su pagu restante
Ispender quergio in cuddu, qui hapo offesu,
Si fin’a icomo andai cegu, & errante.
(RimDivSp VI, vv. 172-181).

La fama stessa dunque, pur essa è – petrarchescamente, e quanto petrarchi-


smo vi sia in questa chiusa non è chi non veda, ma cristianamente pur certo –
transitoria e caduca, soggetta anch’essa al tempo: solo l’eternità può trionfare
su di esso. E l’eternità è raggiungibile nel metter tutto l’intero pensiero, anzi la
totalità del tempo e della vita nel divino, unica ‘impresa’ che può aver ragio-
ne del cieco errare, del transitorio, della morte e del tempo: dato che più volte
abbiamo visto presente nella poetica araolliana. Ma questo voler ispender su
pagu tempo restante in cuddu che si è offesu, in Dio dunque, è proprio ciò che
il poeta sta facendo con la scrittura delle sue Rimas spirituali. Pertanto, certo
l’Autore-“io”, e l’Autore Araolla con esso, nega e asseconda, con retorico pa-
radosso, la richiesta del maestro: è solo la fama di chi si volge all’eterno con il
suo operare ad essere la fama vera, in quanto esempio almeno di via tracciata.
Così letteratura e religiosità, operare e misticismo si uniscono in sinolo saldis-
simo. Un sinolo in cui la Sardegna entra a far parte tanto religiosamente, quan-
to culturalmente. E vorrei pure dire con istanza istituzionalizzante.
Se l’aura e la tematica dell’Araolla sono proprie e consonanti all’epoca in
cui egli visse e operò, altrettanto può dirsi del suo stile e della sua lingua. Assai
complessa e gonfia è la sintassi, spesso ritorta nell’iperbato, nell’inciso anche di
ampie dimensioni, che interrompe il filo continuo del periodo e del discorrere:
Memoria de memorias, sa pius trista
Die, sa pius terribile, & tremenda,
Qui nos privat d’intender, & de vista,
Et tempus non concedit pius de emenda,
Anima incarcerada quimerista,
Previde
(RimasDivSp, I.40, 1-6)

Et custa cotidiana compunsione,


Nasquida da su nostru pagu isquire,
Usada sensa terminu, & rexone,
Nos faguet de continu consumire
(RimasDivSp, III.40-43)

95
vido hoe una frisca, & colorada
Que rosa, quando ispirat su ponente,
Cara, & la vido cras sicca, & rugada
(RimasDivSp, IV.4-6)

E però prego, innantis qui mi parta


Da custu aprobe a mie fuscu Occidente,
Ti connosca, Segnore, & tue clemente,
Quale a sa sorre apparisti de Marta,
Svelami da sos oyos custu velu,
(RimasDivSp, IX.5-9)

Los ojos d’Argo, y la pluma de Homero,


O d’aquel Florentín célebre tanto,
Del docto Mantuán, del dulce Hibero
Que dieron, y darán al mundo espanto,
Querría de todos ellos el primero
Lugar tuviesse esta mi pluma y canto
(RimasDivSp, XVIII.5, 1-6)

El ayre puro, a do más luze el cielo,


Y va, con sus influxos, mil colores
Pintando en las llanuras d’este suelo,
Y los collados d’otros tantos flores,
Doblada su riqueza, y su consuelo
Que natura le dio con mil primores,
Yrá ’sparziendo, y gozarán las aves
De sus cantares dulces, y suaves.
(RimasDivSp, XVIII.8)

nell’accumulo che rende arduo districare la matassa e ritrovarne il bandolo:


Da hue nasquer ti det, terrestre humore,
Putridu istercu, rabbia e fantasia,
Cun carnale pruritu e cun fetore
Concepta, monstruosa, & fera harpia,
D’ogni pianta terrena inferiore,
Tiranna, avara, crudele, & impia,
Vasu pienu de vicios qui transportas
Sa candida columba per vias tortas?
(RimasDivSp, I.6)

nell’iperbato che pare certamente essere la figura più ricorrente, insieme


all’enjambement, e spesso le due figure procedono accoppiate:
Si pilu, pritte non penseri, & voggia,
Mudo, miseru me, pritte non giro
Sos oyos a sa pius non virde ispoggia,
Et cun sensos canudos non la miro?
(RimasDivSp, I.9, 1-4)

96
Cun sa qui tengio forza, & qualidade
(RimasDivSp, II.8, 8)

nell’anafora insistita e prolungata: si veda, senza che si debba qui citare un


passo troppo lungo, IV.40-57 in cui ciascuna terzina comincia con A s’hora/
da s’hora; o si veda l’anafora esclamativa in III.22-39; oppure la seguente
ottava:
Cust’est sa porta Orientale clusa,
Qui visit Ezechiel in sa visione,
Pro custa giubilait sa sacra musa
Cantende custa santa conceptione,
Custa nos reparait sa falsa iscusa,
Qui tottu nos mandait in perdisione,
Custa est cudd’ave, qui d’Eva su piantu
Torrait in gaudiu sutt’alegru mantu.
(RimasDivSp, II.27)

E larghissimo è l’uso dell’enjambement, che se da un lato rompe la ritmi-


ca del verso, congiungendosi per altro assai spesso alle altre figure sintatti-
che, e contribuendo così alla torsione della linea poetico discorsiva, contri-
buisce, d’altro lato e altrettanto spesso, a rendere l’effetto del discorso pro-
sastico:
Dichosu, & solu cuddu qui sas horas
Passat, girende s’annu, non tenende
Contu de mundu, & cosas venidoras,
Et qui sa curta vida compassende
Andat d’ogni contrastu dispoggiada,
S’attera larga, & vera procurende,
(RimasDivSp, III.178-183)

Riuscì quindi l’Araolla nell’intento di rendere la lingua sarda lingua let-


teraria e poetica di alto valore. E fu, questa, impresa ardita, la quale può sta-
re in linea con lo spirito dell’epoca: nel senso, cioè, che essa può ben aver
trovato il suo grembo nella inquietudine dell’età. Ma fu anche una novità in
termini di coscienza politica culturale: fu l’affermazione – per il tramite del-
la lingua, e letteraria – della volutamente scoperta soggettività, storica, for-
se non ancora nazionale, ma certamente civile e culturale, di una Sardegna
che, istituzione politica regia, vuole dare stoffa preziosa e sostanza concreta
a questo suo essere, a questo suo stare nel mondo. Una Sardegna che non è
ripiegata su se stessa sotto il dominio straniero, come la storiografia postotto-
centesca pretendeva e come invece la nostra storiografia attuale va smenten-
do, ma che invece va tanto quietamente quanto dinamicamente incubando il
seme della propria autocoscienza, della propria storia e geografia, delle pro-
prie istituzioni e giurisdizione.
97
Movimento e dinamismo che, per restare sul terreno più strettamente let-
terario, può concretizzarsi nel fatto che l’immissione di un lessico aulico
letterario, di provenienza soprattutto italiana ma certo pure spagnola, e che
funge da stimolo per il nucleo primigenio e tradizionale, e che tale nel no-
stro Autore permane, del lessico della lingua sarda. Così come pure da sta-
bile base fungono le forme e le strutture grammaticali, che sono e restano,
pur assoggettate a un’operazione di normalizzazione letteraria, quelle sarde,
e senza concessione alcuna. Per quanto riguarda la sintassi andrà poi certo
osservato che certamente sardi sono l’accusativo personale realizzato tramite
la preposizione a, l’uso specifico del gerundio, il pronome relativo, qui (chi),
con funzione di complemento indiretto usato senza preposizione e con even-
tuale clitico che ne definisce le funzioni. Ma – ed è la prima volta, per quanto
fino ad oggi si sappia, nella storia della lingua sarda: l’operazione del Cano
non può dirsi compiuta in questo senso – la sintassi araolliana si separa con
vera maestria dagli usi orali, per distendersi sulle strutture e secondo i modu-
li elaborati e complessi della lingua letteraria italiana; per non parlare della
manipolazione retorica di cui sopra si diceva.
Certo oggigiorno c’è chi potrebbe dire che quella dell’Araolla fu un’ope-
razione di annacquamento, di snaturamento, se non di tradimento, della lin-
gua sarda; così già pensava in fondo R. Garzia nel 1914, quando dice che il
nostro poeta: «fece quella povera lingua, veramente dolce e armoniosa, più
schiava di prima, e d’un errore che, purtroppo, fece scuola! […] Insegnò ai
poeti di Sardegna a scrivere in una lingua che è tutto tranne che sardo, che a
questo reca grave offesa e toglie all’arte di quelli la più efficace virtù, quella
dell’espressione»29. Ma potremmo pure ribaltare un tale rammarico, e dire,
da parte nostra, che, purtroppo, è stato tale drastico e duro giudizio del Gar-
zia a fare, tanto spesso e fino ad oggi, scuola. Ma se si può comprendere la
posizione del Garzia che fu uomo del suo tempo e, magari attardato, pensava
nei termini del tempo suo, non si può certo nulla concedere a chi, oggi, pensi
sostanzialmente negli stessi termini.
L’esperimento di Gerolamo Araolla, pur nei limiti intriseci ed estrinseci
suoi, resta una tappa fondamentale nella storia della cultura, della lingua e
della scrittura letteraria (ma non solo) della Sardegna. Un motore la cui spin-
ta non può dirsi esaurita, un’operazione, ma direi un’opera su cui oggi, an-
cora, si deve riflettere: con la giusta distanza, con la giusta angolazione, con
giudizio scevro da pregiudizi.

29. Cfr. Raffa Garzia, Gerolamo Araolla, Stabilimento Poligrafico Emiliano, Bologna
1914, p. 223.

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Centro Studi “Mons. Filippo Sale”, Sassari 2000.

100
Tasso gentil ch’empi di luce il mondo.
Rappresentazioni identitarie nella letteratura sarda
del Cinquecento
di Duilio Caocci

Quando rileggiamo le opere più significative prodotte in Sardegna du-


rante gli ultimi decenni del XVI secolo – condizionati come siamo dall’ela-
borazione politica sette-ottocentesca – ci appare un’eterogenea e, in un cer-
to modo, coerente galleria di rivendicazioni identitarie e un’interessante se-
quenza di auto-rappresentazioni. Nell’ambito della trattatistica – giusto per
svolgere una piccola serie di esempi utili al discorso che vorremmo compiere
nella seconda parte di questo intervento – emerge l’opera erudita di Giovan-
ni Francesco Fara, il quale, in piena sintonia con l’analoga operazione già
svolta in Sicilia dal Fazello1 e con l’atteggiamento ‘liviano’ consueto in mol-
ta storiografia dell’epoca, si dispone a descrivere le origini remote della sua
Isola, consapevole della gravità del compito di tracciare linee di continuità
e limina culturali con la varia materia di cui dispone2. Può capitare così al
Fara di accogliere nella Storia racconti mitici e leggendari al fine di raffor-

1. Il testo del De rebus Siculis decades duae (1560) può ora essere letto in Tommaso Fa-
zello, Storia di Sicilia, a cura di Antonino De Rosalia – Gianfranco Nuzzo, 2 voll., Regione
Siciliana, Assessorato dei BB. CC. Ambientali e della pubblica istruzione, Palermo 1990. Sul-
le caratteristiche della storiografo sarà utile vedere anche Francesco Natale, Il patriarca del-
la storia di Sicilia, in «Il Mulino», 25-26 (1953), pp. 619-639; Gianfranco Nuzzo, Tradizio-
ne umanistica nel De rebus Siculis di Tommaso Fazello, in T. Fazello, Storia di Sicilia, vol. I,
cit., pp. 39-54.
2. E la materia a disposizione, almeno nel De rebus Sardois, è tanto varia da dover essere
giustificata apertamente dall’autore: «Ceterum non ignoro quosdam fore qui volumen hoc ex
multis authoribus ita compactum, quasi ex alienis racemis factam vindemiam, calumniabun-
tur. Hos ego admonendos esse putavi tot clara vetustatis monumenta hominumque priscorum
facta, quae divinari nequeunt, non aliunde quam ex veterum scriptis carptim deligi potuisse,
in quibus si nimium eorum authoritati et verbis inhaesisse videbor, sciant id adeo fecisse me
ne ab historiae fide legentes abducere viderer, quando non modo eorum nomina, sed verba
quoque passim allata agnoserent». De rebus Sardois, libro I, a cura di Anna Maria Pintus, tra-
duzione italiana di Giovanni Lupinu, in Ioannis Francisci Farae Opera, vol. II, Gallizzi, Sas-
sari 1992, p. 75.

101
zare i motivi di specificità che gli apparivano evidenti3. Ma la Storia, secon-
do l’idea che accomunava il Fara a molti storici suoi contemporanei, non
si comprenderebbe se non con il complemento di una puntuale descrizione
dello sfondo geografico sul quale gli eventi si dispiegano. Nei medesimi anni
(1580-1585) durante i quali attendeva alla stesura dei libri II-IV de rebus sar-
dois, l’autore si dedicò alla compilazione della Sardiniae Chorographia con
l’intento esplicito di presentare, a seguito di attente osservazioni ‘sul campo’,
la geografia fisica e culturale della sua terra. Si tratta ovviamente di una geo-
grafia concepita come elemento condizionante che concorre alla costruzione
di uno ‘spirito’ – lo diciamo intenzionalmente ancora in termini anacronisti-
ci e allusivi a epoche molto più recenti – degli abitanti dell’Isola4. Accanto
agli scritti di Giovanni Francesco Fara, apparentemente conformi a un’idea
unitaria e pacificata della ‘nazione’ dei sardi5, si devono registrare episo-
di mitopoietici riferiti a specifiche regioni, tra i quali sembrano esemplari i
Barbaricinorum libelli, compilati da Giovanni Arca6 che ci presenta una chi-
rurgica separatezza della parte centro-orientale della Sardegna, appunto la
Barbagia7. Popolata da Iolao e dai Tespiadi – quarantuno dei cinquanta figli
nati da Ercole e dalle figlie di Tespio8 – e prontamente bonificata, questa ter-

3. È il caso, per esempio, del capitolo De sardoa herba et Sardonici risus adagio, in Enzo
Cadoni (a cura di), In Sardiniae chorographiam, traduzione italiana di Maria Teresa Laneri, in
Ioannis Francisci Farae Opera, vol. I, Gallizzi, Sassari 1992, pp. 110-112.
4. Enzo Cadoni (a cura di), In Sardiniae chorographiam, cit. A monte delle descrizioni
del Fara sta la Sardiniae brevis historia et descriptio di Sigismondo Arquer del 1550 (cfr. Sar-
diniae brevis historia et descriptio, a cura di Maria Teresa Laneri, introduzione di Raimondo
Turtas, Centro di studi filologici sardi-CUEC, Cagliari 2007).
5. Gli argomenti utilizzati da Giovanni Francesco Fara per giustificare la faticosa compilazio-
ne del De rebus Sardois si riconducono con chiarezza a una precoce idea di patria unitaria: «Qua-
re, ut illorum iudicio [scil. superiorum et amicorum] et suasionibus acquiescerem eorumque votis
satisfacerem, librum ipsum typographis aedendum excudendumque tradere volui atqye ita in pa-
triae laudem divulgare res Sardorum priscas, antiquum eorum statum, dignitatem et christianae
religionis cultum, quantique nominis et existimationis Sardinia fuerit apud omnes reges et gentes
quae ex diversis regionibus confluentes, vel in eam colonias foeliciter deduxere vel pro ea conse-
quenda aut conservanda asperrima bella gessere», L’autore al lettore, in Ioannis Francisci Farae
Opera, vol. II, cit., p. 76. Sappiamo anche che lo storico sassarese fu coinvolto nella contesa che
opponeva Cagliari e Sassari per la primazia di Sardegna e Corsica e che, per varie ragioni, compi-
lò una Carta que embiò a monseñor don Alfonso Lorca arcobisco de Sacer por la causa del pri-
mado e un intervento De primatu Ecclesiae Calaritanae; su questi aspetti si veda Bacchisio Rai-
mondo Motzo, Su le opere e i manoscritti di G. Fr. Fara, in «Studi sardi», vol. I (1934), pp. 5-36.
6. Giovanni Arca, Barbaricinorum libelli, a cura di Maria Teresa Laneri, introduzione di
Raimondo Turtas, Centro di studi filologici sardi-CUEC, Cagliari 2005. L’autore, gesuita nato
a Bitti intorno al 1562, fu autore anche di altre opere per le quali si servì non sempre lealmen-
te degli inediti di Giovanni Francesco Fara: Ioannis Arca Sardi De sanctis Sardiniae libri tres,
Calari, Typis haeredum Ioannis Mariae Galcerin, 1598 e l’inedita Naturali set moralis historia
de regno Sardiniae libri septem.
7. Il territorio che ha in mente l’autore comprende «le Barbagie di Ollolai, del Mandroli-
sai, di Belvì e di Seulo». G. Arca, Barbaricinorum libelli cit., p. 2.
8. Cfr. ivi, p. 5, ma, sul trattamento delle fonti e sul rapporto con quanto l’autore leggeva
dal Fara, cfr. le puntuali note della Laneri, ivi, pp. 60-63.

102
ra leggendaria viene adornata «praeclaris aedificiis» direttamente da Dedalo
e, per l’abilità dei suoi abitanti nell’uso delle armi, si mantiene libera9 anche
quando l’intero territorio regionale viene invaso da genti straniere:
Tota fere Sardinia, pace salva dixerim (neque enim quenquam offensurum me cogito)
exteris est repleta nationibus, omnes fere civitates et oppida maritima; cuncti tamen
integri Barbaricini populi et ab externorum colonia remotissimi10.

Tra Fara e Arca, almeno per ciò che emerge dalle opere appena menzio-
nate, si può registrare una evidente insistenza su argomenti relativi alla dif-
ferenza culturale, in un caso declinati secondo strategie coesive che puntano
sulla ricostruzione di un’immagine che coinvolge l’intera Sardegna; nell’al-
tro, invece, selezionati al fine di mettere a fuoco un’eccezione periferica ir-
riducibile.
Tra le varie notizie riportate nella Chorographia, risaltano quelle relative
alle lingue utilizzate nell’Isola:
Loquuntur lingua propria Sarda cum ritmice, tum etiam soluta oratione, praesertim in
capite Logudori ubi purior, copiosior et splendidior est; et cum Hispani plures, Tar-
raconenses seu Cathalani, et Itali migrarunt in eam et commerciorum gratia quotidie
adventant, loquuntur etiam lingua Hispanica, Tarraconensi seu Cathalana, et Itala hi-
sque omnibus linguis concionatur in uno eodemque populo seu auditorio. Calaritani
tamen et Algarenses communiter utuntur suorum maiorum lingua Cathalana, alii vero
genuinam retinent Sardorum linguam11 […]

Dal passo emergono alcune interessanti posizioni relative alla lettura dei
fenomeni di plurilinguismo regionale. Intanto, secondo l’autore, la lingua
«propriam» dei sardi è una sola ed è articolata in varietà locali più o meno
garbate ed eleganti: le altre sono lingue portate dall’esterno e guadagnano
terreno nell’uso soprattutto perché connesse con le attività economiche. Il
Fara – poco prima di suggerire la divaricazione tra le due città di Cagliari e
Alghero perfettamente catalanizzate e tutto il resto della Sardegna sardofona
– afferma anche che in molti contesti si possono udire conversazioni pluri-
lingui.
È noto che questo passaggio – come molti altri – del trattato dello storio-
grafo sassarese riprende, attenuandole, le ben più nette affermazioni dell’Ar-
quer, il quale aveva espresso la convinzione che «un tempo» i sardi avessero
un’unica lingua poi differenziatasi in diverse varietà per via della pressione
delle lingue dei diversi dominatori. Nella modernissima impostazione del ca-
pitolo de Sardorum lingua si legge che, nel processo ‘corruttivo’ dell’antico
idioma unitario, non contò solo l’arrivo di molte genti diverse, la densità e
l’intensità della comunicazione con gli altri, ma anche, e soprattutto, il disli-

9. Tale strenua difesa della libertà non è priva di risvolti morali: «Iis addendum quod sicut
ii populi servitutis iugo liberi extitere, ita et omni macula mundi», ivi, p 16.
10. Ivi, p. 17.
11. Enzo Cadoni (a cura di), In Sardiniae Chorographiam cit., p.152.

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vello di prestigio e di posizione sociale tra gli ‘immigrati’ – «Latini, Pisani,
Genovesi, Spagnoli e Africani» – che assumevano il governo del territorio e
le popolazioni locali. Chiarissima e rilevante è poi la distinzione tra le città,
dove si parla «comunemente la lingua spagnola, tarragonense o catalana»
dei dominatori che ricoprono «la gran parte delle magistrature» e il contado,
dove si conserva «la lingua genuina dei sardi»12.
Se nell’opera più recente, la Chorographia, appare l’immagine di popo-
li che convivono serenamente e altrettanto serenamente condividono lingue
diverse, nella Brevis descriptio dell’Arquer traspare la consapevolezza che
i rapporti di forza tra le culture si riflettano, con apprezzabili conseguenze,
sulle lingue: i processi corruttivi della lingua più debole sono attribuiti, con
stretto nesso causale, all’assunzione dell’imperium da parte dei principi stra-
nieri.
Il tema della lingua «propria» dei sardi e della relazione tra questa e le
altre lingue presenti nel medesimo scenario politico e letterario dell’epoca è,
ovviamente, anche al centro dell’interesse dei poeti. Anzi, come è stato affer-
mato, è «la caratteristica principale del Cinquecento isolano» anche perché
«per la prima volta la Sardegna diviene oggetto di studio e il sardo viene uti-
lizzato nella poesia lirica e in quella celebrativa e encomiastica»13.
Persino un autore come Antonio Lo Frasso, algherese di nascita e a lun-
go residente a Barcellona, nella Carta del autor alos lectores che introduce
il suo capolavoro, Los diez libros de Fortuna d’Amor, avverte il bisogno di
giustificare la scelta del castigliano e l’abbandono della sua lingua «natural
sarda»:
[…] pues que tan justa causa en escrivir me ha movido, tan solo para publicar los
amores del pastor Frexano, y dela pastora Fortuna, naturales de mi patria, y narrar
disfreçado la mas parte del discurso de mi vida, aun que no ha sido poco mi atrevi-

12. «Habuerunt quidem Sardi linguam propriam, sed quum diversi populi immigraverint
in eam atque ab exeteris principibus eius imperium usurpatum fuerit (nempe Latinis, Pisanis,
Genuensibus, Hispanis et Afris) corrupta fuit multum lingua eorum, relictis tamen plurimis
vocabulis quae in nullo inveniuntur idiomate. Latini sermonis adhuc multa tenet vocabula,
praesertim in Barbariae montibus, ubi Rom<anorum> imperatores militum habebant praesi-
dia, ut l. ii c. de officio praefecti prae<torio> Afric<ae>. Hinc est quod Sardi in diversis locis
tam diverse loquuntur, iuxta quod tam varium habuerunt imperium, etiamsi ipsi mutuo sese
recte intelligant.
Sunt autem duae praecipuae in ea insula linguae, una qua utuntur in civitatibus et alte-
ra qua extra civitates: oppidani loquuntur fere lingua Hispanica, Tarraconensi seu Catalana,
quam didicerunt ab Hispanis, qui plerumque magistratum in eisdem gerunt civitatibus; alii
vero genuinam retinent Sardorum linguam…», Sigismondo Arquer, Sardiniae brevis historia
et descriptio, cit., p. 30. Sulla straordinaria figura di Arquer risulta essenziale Marcello Coc-
co, Sigismondo Arquer dagli studi giovanili all’autodafé, Deputazione di Storia patria della
Sardegna, Edizioni Castello, Cagliari 1987.
13. Paolo Maninchedda, Nazionalismo, cosmopolitismo e provincialismo nella tradizione
letteraria della sardegna (secc. XV-XVIII), in «Revista de Filología Románica», n. 17 (2000),
p. 178.

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miento escrevir enla presente lengua, y dexar mi natural Sarda, no por falta que no
sea muy buena, y muy cumplida de vocablos, tanto como alguna otra, excepto que
fuera de mi patria por ser tan estraña, no se dexa entender tan comunmente como las
otras, y por quanto enlas ciudades y puertos de mar, la gente de mas lustre se precian
aprender toda manera de lenguaje, y leer algunos libros destrañas lenguas, de manera
que razonablemente los mas dellos dan razon de si en algunas lenguas diferentes dela
propia, yo como el menor dellos aviendo frequentado la mayor parte de mis dias en
España porque mas comunmente la gente goze de mis baxezas, he querido escrivir
llanamente en lengua castellana en phrasis pastoril y cortesano, porque gusten delo
mejor les paresciere, pues no soy el primero ni pienso ser postrero de los que han
escrito y escriven diferentes de sus propias lenguas, y en disculpa de todo esto, me
doy justamente con mis lijeras obras, por simple cordero, para que con el reluziente y
agudo cuchillo de vuestro subtil juyzio, corteis dela poetica carne que mas a vuestro
proposito vereis14.

Che non sia solo una questione di lingua è evidente sia dal termine «pa-
tria», sia – e soprattutto – dall’assunzione di una opposizione, lungo l’intera
opera, tra i primi cinque libri ambientati in Sardegna e gli altri cinque am-
bientati a Barcellona. È dunque in gioco un tratto ideologico – quello che si
gioca tra il naturale contesto arcadico sardo in cui si svolge la parabola d’a-
more del pastore Frexano e l’artificiale contesto cortigiano barcellonese in
cui si svolge la seconda parte – e un tratto letterario – quello che segna un
discrimine tra spazi che favoriscono l’esatta esecuzione del genere ‘italiano’
e spazi che costringono il genere a un adattamento15.
Ma Lo Frasso compie precocemente – rispetto agli altri due autori di cui
parleremo poco sotto – un’azione ancora più ‘oltranzista’ quando, nel pieno
di una festa di corte, fa pronunciare al protagonista del poema un’ottava in
lingua sarda:
Mudende ateru quelu ateru ystadu,
animu ancor mudare mi crehia,
et passende su mare ampiu turbadu
passare s’aspra16 pena qui sentia,
et da su fogu meda separadu
separare de me sa fiama mia
ma de atesu et de probe in ogni logu
vivo et abruxu in amorosu fogu17.

14. Antonio Lo Frasso, Los diez libros de Fortuna d’Amor, Barcelona 1573. Per comodità
citiamo dalla ripr. anastatica in María Asuncion Roca Mussons, Antonio Lo Frasso, militar de
l’Alguer, CNR-Istituto sui rapport italo-iberici, Cagliari 1992, pp. 5-6.
15. Sulle questioni del genere si veda María Asuncion Roca Mussons, Antonio Lo Frasso
militar de l’Alguer cit., pp. 7-12.
16. Il testo dà erroneamente saspra.
17. All’interno del testo, nel V libro, sono presenti anche due sonetti in sardo: cando si det
finire custu ardente e Supremu gloriosu exsalzadu, ivi, rispettivamente pp. 149 e 157. In que-
sta nota riportiamo anche le altre otto coplas che “glossano” la prima ottava (com’è uso nelle
glosas, ciascuna copla chiude con uno dei versi della strofa di apertura) emendate rispetto alla
stampa anastatica del volume da cui citiamo: «Non podende sufrire su tormentu, / de su fogu

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L’ottava verrà poi ‘sviluppata’ in altre otto strofe sarde. Il testo è di gran-
de interesse, ma il contesto lo è ancor di più.
Frexano, a questo punto della sua vicenda, su richiesta di doña Mencia ha
appena esposto in bei versi castigliani l’«esperiencia de amor» avuta «en su
tierra», quando
los cavalleros curiosos de entender algunos metros, en la natural lengua del pastor,
rogaron ala Señora doña Mencia, le mandasse cantar sola una otava ríma, en lengua
moñtanesa Sardesca, por ser el natural de la provincia, y reyno dela Isla de Cerdeña,
y para ver la diferencia del canto y lengua Castellana ala Sarda.

È allora che doña Mencia, desiderando udire, come le altre signore pre-
senti, la «estraña lengua» del pastore lo prega di cantare la sua ottava. Oltre
ad essere lingua ‘naturale’ dell’autore e della sua creatura letteraria, il sardo
viene nobilitato dai prestigiosi e curiosi uditori per essere la lingua di un re-
gno, quello di Sardegna, dove è possibile produrre una poesia che può gareg-
giare con quella castigliana.
La reazione dei Signori «cursados en todas lenguas» è assolutamente po-
sitiva, quella degli altri è comunque benevola.
Se si considera che la Sardegna rappresenta il setting dell’innesco e
dell’evoluzione della vicenda amorosa pastorale, che l’autore e il protago-
nista sono ripetutamente indicati come sardi, che è possibile immaginare un
uditorio in parte capace di intendere e apprezzare la poesia sarda di Frexano,
che il IV e il X libro presentano altre notevoli escursioni linguistico-letterarie

ardente innamorosu, / videndemi foras de sentimentu, / et sensa una hora de riposu, / pensen-
de istare liberu et contentu, / m’agato pius aflitu et congoixosu, / in essermi de te Señora apar-
tadu, / mudende ateru quelu ateru istadu. // Non mi valet vider ystrañas cosas, / non mi valet
vider tanta nobleza, / non mi valet vider damas presciosas, / non mi valet vider tanta riqueza.
/ Antis si vido feminas grasciosas, / in me sentu sa fiama pius inceza / in su coro pro hue in
custu dia, / animu ancor mudare mi crehia. // Sa vida fato de modu et sorte, / qui non poto su-
frire s’aspra pena, / megius si como esser pro me sa morte / qu’istare tantu tempus in cade-
na, / s’istremu dolore m’est tantu forte / qui mi sicat su sanben de ogni vena / vivende in dolu
tristu atribuladu / et passende su mare ampiu turbadu. // Passadu apo su mare in custa terra, /
hue m’agatu como hora presente, / pensamentu e disigiu mi dat guerra, / qui cantu vidu ino-
ghe m’est niente, / crudele fogu de ausencia m’afferra’, / qui m’incita’ torrare prestamente, /
hue est sa qui amo fussi in qualqui dia / passare s’aspra pena qui sentia. // Non poto dia et note
reposare / qui ya m’agato mortu dogna hora / et torrende in me vengio a pensare / qui tota sa
culpa tenes señora, / podendemi su male remediare / crudelissima ti vido anchora / ti lassei pro
istare discansadu / et da su fogu meda separadu. // Separare non poto dae su choro / sa belesa
qui tenes inmortale / iscrita in me cun literas de oro / qu’in s’anima istas pura e legale, / ateru
bene in su mundu no imploro / si no su visu tou angelicale / vistu qui podes tue in custu dia /
separare de me sa fiama mia. // Impossibile est qui inoghe istende / non perdet s’isperansa de
vitoria, / ancu qui giertu in presencia torrende / sa vista tua m’at como esser gloria, / ya qui
cun sa Fortuna contrestende, / mi leesi sentimentu e memoria / tale qui mi consumat vivo fogu
/ ma de atesu e de probe in ogni logu. // Non poto istare si no atribuladu/ videndemi in tantas
passiones / qui mi dat Venus pro ser condemnadu / morire pro sas bellas perficiones, / de cud-
da qui mi tenet cativadu / in sas cadenas fortes de aficiones, / tantu qui como giertu in custu
logu / vivo e abruxu in amorosu fogu». Ivi, pp. 240-241.

106
catalane e che la Carta alos lectores definisce la lingua sarda «muy buena, y
muy cumplida de vocablos, tanto como alguna otra», risulterà evidente che
l’opera di Lo Frasso compie un disegno rappresentativo della complessità
culturale del Regno tendente ad affermare una specificità e una specialità
non antagoniste.
Nella medesima linea di affermazione perentoria delle possibilità lettera-
rie della lingua sarda, e in un produttivo contesto plurilingue, si muove l’in-
tera opera di Gerolamo Araolla.
Assai sofisticato, in tal senso, è il discorso che introduce il poema dedi-
cato ai martiri turritani Gavino, Proto e Gianuario18. Dopo aver affermato di
aver sempre avuto l’intenzione di «magnificare, e arrichire sa limba nostra
sarda» secondo strategie simili a quelle adottate da «tottu sas naciones des-
su mundu», l’autore si dice convinto che tutte le lingue di maggior prestigio
abbiano raggiunto «sublimidade e perfezione» nell’esercizio della scrittura
e nella relazione fra loro. Secondo Araolla, tale assunto sarebbe evidente in
particolare negli «iscrittos dessos eccellentes e famosos Poetas Italianos e
Spagnolos».
La lingua sarda, inoltre, a causa della trascuratezza degli antichi che non
hanno voluto coltivarla, sarebbe oggi «pius angusta», «impolida» e «ruggia»
e avrebbe bisogno di essere «agiuada e favorida da sas ateras». L’occasio-
ne del racconto scritto dei «successos antigos de su Regnu» avrebbe dovuto
sollecitare quegli ingegni «sutiles et elevados» del passato a «accreschire e
pulire» la lingua, ma ora ispira l’azione più consapevole e ben disposta di
Araolla che si propone di «affinare» e «arrichire» il sardo con apporti tratti
da altre letterature. Come già osservato a proposito della Glossa sarda di Lo
Frasso, anche qui si verifica una legittimazione della scelta con l’evocazione
del passato glorioso di un Regno e con il ricorso all’analogia con i due grandi
esempi italiano e spagnolo (citati in quest’ordine). Questo movimento reto-
rico tuttavia prelude a esiti opposti rispetto a quelli del poeta algherese, es-
sendo finalizzato all’esibizione di un testo totalmente sardofono e concepito
– in concorrenza con le più frequenti abitudini letterarie iberiche – secondo
l’esempio delle più alte emergenze italiane e in particolare della Gerusalem-
me liberata del Tasso19.
Se si conviene con quanto finora osservato, non stupirà neppure verifica-
re che l’opera trilingue dell’Araolla, le Rimas diversas spirituales20 – dalla
quale in sede critica è lecito attendersi un’altra innocua rappresentazione del

18. Gerolamo Araolla, Sa vida, su martiriu, et morte dessos gloriosos martires Gavinu,
Brothu, et Gianuari, a cura di Michele Pinna, Il Rosello, Sassari 2000. L’edizione in questio-
ne presenta alcune sviste.
19. Cfr. Giovanni Pirodda, La Sardegna, in Letteratura italiana, storia e geografia, vol.
III, L’età contemporanea, Einaudi, Torino 1989, in particolare alle pp. 933-936.
20. Gerolamo Araolla, Rimas diversas spirituales, a cura di Maurizio Virdis, Centro studi
filologici sardi-CUEC, Cagliari 2006. In particolare, anche nella direzione che qui tentiamo di
ripercorrere, si vedano le notevoli osservazioni del curatore in sede introduttiva.

107
plurilinguismo oppure una tendenziosa descrizione pacificata dei rapporti di
forza tra castigliano, catalano e sardo – ci riveli, in maniera persino più tra-
sparente, l’intenzione dell’autore di stabilire rapporti quantitativi favorevoli
alla lingua ‘naturale’ e di individuare spazi letterari più adatti all’una o all’al-
tra lingua. Al sardo sono infatti affidate la sede esordiale – sede così rilevante
nell’obiettivo retorico e sociologico di stabilire un contatto con il pubblico e
di programmare le attese – con l’estesissima dedica a Don Blascu de Alagon,
il testo di indirizzo A su lettore, due sonetti In laude de s’autore – e questi, si
badi bene, proprio perché compilati da destinatari reali dell’opera simulano
un contesto sardofono fertile, ricettivo e reattivo – sia i primi nove componi-
menti, alcuni dei quali assai ampi e di contenuto elevato. E, come non bastas-
se, al sardo è affidata pure l’estrema chiusura, visto che il sonetto trilingue
(XXI) – proprio il sonetto della conciliazione delle lingue in un territorio nel
quale, come affermato dal Fara, era uso ‘concionare’ mescolando i vari idio-
mi – divide i primi otto versi in castigliano dalle due terzine, rispettivamente
in italiano e sardo.
I componimenti in italiano sono complessivamente sei, dal X al XV (un
Capitolo spirituale e cinque sonetti), quelli in castigliano appena cinque, dal
XVI al XX (tre sonetti, un componimento in ottave, e uno in quartine).
Due anni prima delle Rimas diversas spirituales appaiono le Rime diverse
di Pietro Delitala (1595)21, una raccolta compilata completamente in italiano,
all’interno della quale si può leggere, segno di una ricezione periferica e di
una venerazione per molti aspetti significativa, un sonetto in morte di Tor-
quato Tasso22 con il quale vorremmo osservare una ulteriore strategia ‘iden-
titaria’ che non passa attraverso la lingua sarda.
Il sonetto si apre, secondo il diffuso gusto dell’imitazione, con una evoca-
zione di Rerum vulgarium fragmenta LIII (Spirto gentil, che quelle membra
reggi) e ci dispone – per l’occasionalità dell’evento e per il passaggio dalla
canzone al sonetto – nell’attesa di una celebrazione di stampo petrarchista.
XXIII A Torquato Tasso
Tasso gentil, ch’empi di luce il mondo,
ad onta della Cieca ond’egli è cieco,
e i più sublimi cor rapisci, e teco
meni or nel quarto e or nel ciel secondo;
io che per reo destin da te m’ascondo,
e senza te non volentier son meco,

21. Sulla vita dell’autore hanno portato contributi considerevoli Angela Piscini, in Dizio-
nario Biografico degli Italiani, vol. 36, s.v. Pietro Delitala, Roma 1988 e Luigi Agus, Rina-
scimento in Sardegna. Saggi di storia, arte e letteratura, Arkadia Editore, Cagliari 2009, pp.
128-163; l’edizione cui facciamo riferimento è quella a cura di Amedeo Arullani, Di Pietro
Delitala e delle sue Rime diverse, in «Archivio Storico Sardo», n. 7 (1911), pp. 39-144..
22. Un altro sonetto dedicato alla morte di Tasso compare nelle Rimas diversas spirituales
di Araolla. Cfr. Gerolamo Araolla, Rimas diversas spirituales cit., p. 72.

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se non quanto il mio cor tuo nome ha seco,
che lui sveglia talor d’oblio profondo;
come potrò spiegar sublime il volo
verso le rive Ascree, che non ruini,
d’Icaro, e di Fetonte emulo audace?
Spiegailo un tempo, e temerario e solo;
ma per rigor de’ dui lumi divini
tra il foco e l’onde or semivivo giace.

La chiamata in causa del grande modello in sede incipitaria resta tutta-


via sospetta, trattandosi di un testo ad alta intensità politica e morale e ci in-
duce a ritenere che non si tratti di una mera ripresa stilistica, visto che, più
avanti – nel sonetto e anche in altre zone meno ovvie del libro – sono ripresi
altri luoghi della medesima canzone al fine di evocare una relazione (anche
personale?) tra il poeta sardo e Torquato Tasso (p. es «che lui sveglia tal’hor
d’oblio profondo).
La prima quartina – anche alla luce di fenomeni analoghi del contesto
culturale regionale – conferma anzi che potrebbe trattarsi di un petrarchismo
addomesticato – cioè reso domestico e attuale – attraverso la lezione della
Commedia di Dante. Nel terzo e quarto verso vediamo il poeta della Geru-
salemme transitare con perfetto agio sia tra gli «spirti che son stati attivi /
perché onore e fama li succeda» (Pd, VI, 113-114), quelli del cielo di Mercu-
rio, sia tra gli spiriti sapienti del cielo del sole, quelli cioè che si dedicarono
completamente alla salutem dell’umanità, senza preoccuparsi della fama e
dell’onore mondano. Del resto la conciliazione tra le due propensioni – dal
punto di vista di un poeta che, accanto all’Araolla delle Rimas diversas spi-
rituales, seguiva la lezione neoplatonica del Sambigucci23 – risulta non solo
possibile, ma indispensabile in ogni poeta intenzionato a «spiegar sublime il
volo». Tasso, autore di un poema sacro, leggibile nell’ottica della peregrina-
tio interiore, è un nobile esempio di tale possibilità e necessità. Ed è proprio
perciò che il poeta sardo confessa al più prestigioso collega il fallimento di
un suo tentativo poetico, quasi annichilito (semivivo) a causa rigore dei due
lumi divini. Quest’ultimo sintagma dantesco, certamente in connessione con
il quarto della prima quartina, nel cuore di una chiusa stilisticamente ‘petrar-
chesca’, genera inoltre la metafora del volo realizzata nelle terzine e, ciò che
più conta, ne chiarisce e ne sposta il senso dal contesto topico e letterario a
un contesto letterario perché morale – e con pretese teologiche24. Il sintagma

23. Per la ricostruzione del clima culturale cui facciamo riferimento cfr. Ginevra Zanet-
ti, La Sassari cinquecentesca, colta e religiosa, in «Studi Sassaresi», serie II, XXX (1963),
pp. 103-154; Raimondo Turtas, Storia della chiesa in sardegna dalle origini al Duemila, Cit-
tà Nuova Editrice, Roma 1999; Id., Studiare, istruire, governare. La formazione dei letrados
nella Sardegna spagnola, EDES, Sassari 2001.
24. I cherubini, per definizione pieni di sapienza, secondo l’immagine di Ezechiele ripresa
da Dante, rivelano la voce di Dio con il moto delle ali.

109
inoltre proviene dalla descrizione del moto e del volo degli spiriti amanti nel
cielo di Venere ed ha anche la funzione di giustificare il fallimento di quel
tentativo del poeta e di riportare l’attenzione sul nodo centrale dell’autobio-
grafia poetica del canzoniere.
La vita del giovane Pietro Delitala, discendente per parte paterna dalla
nobiltà di toga bosana e per parte materna dalla rustica nobiltà dei visconti di
Sanluri, secondo quanto tramanda lo storico Pietro Martini25, fu segnata in-
fatti dall’amore per una nobildonna già impegnata e dalla conseguente fuga
prima in Corsica poi a Siena – in un periodo compatibile con la presenza nel
1575 di Tasso presso Alessandro Piccolomini – per sfuggire al tribunale del
Santo Offizio. Questa lunga trasferta assai onerosa costrinse il poeta a rien-
trare nella sua città e ad affrontare il processo e la condanna a un lungo pe-
riodo di detenzione. La ricostruzione del Martini – e poi a cascata quella de-
gli altri autorevoli storici dell’Ottocento come il Tola – risente della carenza
di documenti relativi alla prima parte della vita del poeta e, soprattutto, del
condizionamento dei contenuti delle Rimas diversas che, com’è ovvio, tra-
scinano nella letteratura ogni dettaglio esistenziale.
La raccolta riporta una vicenda di sventura, di colpa d’amore e di espia-
zione, attribuendo alle relazioni sociali un ruolo determinante. Compaiono
così destinatari illustri come la Marchesa d’Aytona, don Francesco Fara, al-
lora vescovo di Bosa, ma soprattutto, esponente di un cenacolo di umanisti
settentrionali assai attivi ed autore di una serie di opere storiche sulla Sarde-
gna, il Marchese d’Aytona, vicerè dell’isola tra il ’91 e il ’96, ai quali Deli-
tala si rivolge ora per invocarne il soccorso, ora per costringerli al ruolo di
uditori di una storia tormentata ed edificante.
L’amore carnale che innesca le peripezie e la caduta morale e sociale ap-
pare, nello svolgimento dell’autobiografia, come necessaria premessa alla
svolta spirituale e, proprio perciò, il poeta lo presenta secondo le sue varie
manifestazioni e gradi di intensità fino a giungere, nei testi meno ‘legitimi’,
all’estrema rappresentazione comica del madrigale XXXIII “Diedi il mio
vago Aprile al fier tiranno, / che con lusinghe ovunque ei vol s’intrude”. Ciò
che conta di più è tuttavia il ravvedimento, descritto con notevole sfoggio di
fonti agiografiche e letterarie, tra le quali Tasso ha un ruolo fondamentale.
Il luoghi tassiani (dalla Gerusalemme e molto meno dalla Rime) delle Rime
diverse sono stati ampiamente notati e discussi da Amedeo Arullani26, ma la
sensibilità erudita e il maggiore interesse per l’imponente fenomeno dell’imi-
tazione aveva portato lo studioso a trascurare l’indagine sui modi del riuso del
25. Pietro Martini, Biografia sarda, vol. I, s. v. Pietro Delitala, Cagliari 1838. È tuttavia
ragionevole ritenere, con Angela Piscini, che più che di questioni di adulterio dovesse trattar-
si «di reati di natura ideologica e religiosa». Cfr. Angela Piscini, Dizionario Biografico degli
Italiani cit.
26. Amedeo Arullani, Echi di poeti d’Italia in rime e rimatori sardi dal Cinquecento ai dì
nostri, in «Archivio storico sardo», n. 6 (1910), pp. 309-390 e Id., Di Pietro Delitala e delle
sue Rime diverse cit., pp. 39-144.

110
grande poema. C’è infatti, secondo la nostra opinione una interessante strategia
della citazione tassiana che varrebbe la pena di indagare meglio. Tanto più se si
considera che l’eccentrica scelta di scrivere in italiano l’intera raccolta postula
l’esistenza un pubblico destinatario anche regionale addestrato alla lettura dei
capolavori peninsulari e dunque capace non solo di apprezzare la bella frase
rapita, ma anche i contenuti delle più ampie porzioni dell’ipotesto evocato.
Basterà qui il solo esempio di alcune strofe delle Ottave spirituali con cui
si apre la raccolta.
La VII e la VIII strofa del primo testo descrivono la creazione dell’uomo e
della donna e l’assegnazione di uno spazio adeguato per le novelle creature:
E spirito di vita, e voce e moto
col suo divino afflato in lui spirò,
e lo sottrasse, e d’Atropo, e da Cloto,
onde è che spesso alto splendor s’obrui.
E, da queste bassezze, assai remoto
luogo scelse per stanza ai giorni sui,
dove d’ogni altro ben con gratia intiera
eterno è autunno, eterna è primavera.
Senza cultore, e gli arbori e le viti
germoglian; qui, l’uve hanno queste d’oro,
e di piropo, e frutti assai graditi,
mandan quelle coi fiori dai rami loro.
Ma, perché è solo e senza chi l’aiti
a propagarsi, onde l’eterno coro,
scemo del numer suo, s’empia qual debbe,
a lui compagna, e produttrice accrebbe.

Salta all’occhio l’evocazione del giardino incantato del palazzo di Armi-


da e, più specificamente, di Ger. lib. XVI, 11, vv. 5-8 («lussureggiante serpe
alto e germoglia / la torta vite ov’è più l’orto aprico: / qui l’uva ha in fiori
acerba, e qui d’or l’have / e di piropo e già di nèttar grave»). La sovrapposi-
zione fra i due testi ha il vantaggio di mostrare repentinamente, confusi in un
solo individuo, Adamo, il poeta e Rinaldo colpevoli della medesima colpa e
pronti a imboccare la retta via, ma sortisce anche un effetto dissacrante e spa-
esante. Con un solo verso l’autore intende certo richiamare il ravvedimento
di Rinaldo e la rottura del suo amore deviante, ma lo fa ambiguamente, con-
sentendo l’irruzione sulla scena, e in primo piano, della magia di Armida e
dell’ultimo amplesso osservato di Rinaldo e Armida.
L’esempio della raccolta di Delitala, così diverso dagli altri che abbiamo
portato precedentemente e all’apparenza votato più alla celebrazione di una
letteratura e di una lingua di altra ‘patria’ che alla rivendicazione della spe-
cificità dell’Isola, aggiunge un ulteriore tassello a quanto abbiamo sostenuto
sopra e anzi ci aiuta a spiegare la maggiore complessità di una questione che
abbiamo presentato come ‘bilaterale’ (cioè riferita a un ipotetico rapporto a
due tra la Corona e la Sardegna).
111
Buona parte degli autori che abbiamo citato (con l’eccezione dell’Arca e
dell’Arquer) afferiva a un ambiente urbano settentrionale che portava da de-
cenni nell’agenda politica del Regno una serie di questioni importanti e che
manifestava esigenze specifiche rispetto all’altra metà della Sardegna. Erano
tutt’altro che sopite le discussioni intorno alla primazia di Sardegna e Cor-
sica, risultavano attualissime la concorrenza tra le due città nella richiesta di
promozione a sede universitaria e la rivendicazione degli specialissimi inte-
ressi della nobiltà sassarese.
Così i rapporti culturali, antichi e ancora vitalissimi, con la Toscana e le
altre città universitarie ‘italiane’, nelle quali si erano effettivamente formati
molti degli scrittori di questo fecondo Rinascimento isolano – oltre ad essere
legittimati dai legami feudali – costituivano non solo un tratto di specificità
rispetto a Cagliari, ma anche una caratteristica da mostrare con orgoglio nel-
le sedi iberiche e potevano funzionare, accanto al sardo27, come valore ag-
giunto rispetto a due destinatari: la Corona e la nobiltà cagliaritana.

27. «Può non essere casuale che un ceto come questo, composto di piccola nobiltà e di
cavalieri, di origine naturale sarda […] potesse vedere nella lingua sarda un suo modo e una
sua espressione di autoriconoscimento e identificazione, sia di classe che di autonomia muni-
cipalistica, soprattutto nei confronti di Cagliari». Maurizio Virdis, Introduzione, in Gerolamo
Araolla, Rimas diversas spirituales cit., p. XVI.

112
Bibliografia
Agus, Luigi, Rinascimento in Sardegna. Saggi di storia, arte e letteratura, Arkadia Edi-
tore, Cagliari 2009.
Araolla, Gerolamo, Rimas diversas spirituales, a cura di Maurizio Virdis, Centro studi
filologici sardi-CUEC, Cagliari 2006.
Araolla, Gerolamo, Sa vida, su martiriu, et morte dessos gloriosos martires Gavinu, Bro-
thu, et Gianuari, a cura di Michele Pinna, Il Rosello, Sassari 2000.
Arca, Giovanni, Barbaricinorum libelli, a cura di Maria Teresa Laneri, introduzione di
Raimondo Turtas, Centro di studi filologici sardi-CUEC, Cagliari 2005.
Arquer, Sigismondo, Sardiniae brevis historia et descriptio, a cura di Maria Teresa Lane-
ri, introduzione di Raimondo Turtas, Centro di studi filologici sardi-CUEC, Cagliari
2007.
Arullani, Amedeo, Di Pietro Delitala e delle sue Rime diverse, in «Archivio Storico Sar-
do», n. 7 (1911), pp. 39-144.
Arullani, Amedeo, Echi di poeti d’Italia in rime e rimatori sardi dal Cinquecento ai dì
nostri, in «Archivio storico sardo», n. 6 (1910), pp. 309-390.
Cocco, Marcello, Sigismondo Arquer dagli studi giovanili all’autodafé, Deputazione di
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voll., Regione Siciliana, Assessorato dei BB. CC. Ambientali e della Pubblica Istru-
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Ioannis Francisci Farae Opera, 3 voll., Gallizzi, Sassari 1992.
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ca in M. A. Roca Mussons, Antonio Lo Frasso, militar de l’Alguer, CNR-Istituto sui
rapporti italo-iberici, Cagliari 1992).
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letteraria della sardegna (secc. XV-XVIII), in «Revista de Filología Románica», n.
17 (2000), pp. 171-196.
Martini, Pietro, Biografia sarda, 3 voll., Reale Stamperia, Cagliari 1838.
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Nuzzo, Gianfranco, Tradizione umanistica nel De rebus Siculis di Tommaso Fazello, in
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Turtas, Raimondo, Storia della chiesa in sardegna dalle origini al Duemila, Città Nuova
Editrice, Roma 1999.
Zanetti, Ginevra, La Sassari cinquecentesca, colta e religiosa, in «Studi Sassaresi», serie
II, XXX (1963), pp. 103-154.

113
Libro de varios exemplos collegidos de muchos y
graves auctores (Manoscritto 192 della Biblioteca
Universitaria di Cagliari)
di Tonina Paba

Nella storia degli studi relativi alla letteratura di Sardegna, l’affermazio-


ne dell’esiguità della produzione in lingua spagnola del Cinque e del Sei-
cento costituisce un filo conduttore stancamente ripetuto, tramutatosi poi
in un giudizio negativo anche sul piano del valore. Tali valutazioni hanno
finito per creare un luogo comune, non solo per il credito accordato1 a chi
le ha formulate ma, soprattutto, per il fatto che esse trovano un certo qual ri-
scontro se l’analisi si limita ai soli dati evidenti per questi due secoli, esclu-
dendo a priori l’esame delle numerose opere scritte in spagnolo ancora nel
Settecento. In questa centuria, infatti, conobbe nella nostra isola il massimo
sviluppo l’oratoria sacra, genere che attende ancora uno studio compiuto
relativamente a tutti e tre i secoli di forte ispanizzazione. Si tratta, infatti, di
un corpus (il cui repertorio è in fase di elaborazione) che riunisce oltre un
centinaio di titoli e varie decine di autori ispano-sardi, tra i quali per la loro
eloquenza alcuni si distinsero anche in Spagna, come il caso del frate mer-
cedario Francisco Boyl, predicatore del sovrano spagnolo Filippo IV e poi
Vescovo di Alghero.
La supposta scarsa rilevanza quantitativa della letteratura ispano-sarda,
unitamente a una conoscenza mediata delle opere, ha finito per generare

1. Vale la pena di ricordare più di un equivoco in cui incorsero alcuni di questi studiosi
dell’Ottocento, equivoci imputabili a una certa sommarietà nell’esame dei materiali e, for-
se, a una non solida preparazione di tipo letterario e linguistico. Mi piace ricordare il caso di
Giovanni Siotto Pintor (Storia letteraria di Sardegna, Tipografia Timon, Cagliari 1843-44)
che, non andando oltre il frontespizio, ritiene scritto in spagnolo il Libro de comedias di Fray
María de Estercili. Le opere teatrali in esso contenute, invece, sono in sardo campidanese con
varie battute e didascalie in castigliano. Ugualmente, Pietro Amat di San Filippo scambia l’e-
lenco dei personaggi di una pièce teatrale con il titolo della stessa. Cfr. Pietro Amat di San
Filippo, Indagini e studi sulla storia economica della Sardegna, in «Miscellanea di Storia ita-
liana», VIII (1903), pp. 297-506. Il riferimento è alla loa di Ephis Esquirro del 1681, ma gli
esempi potrebbero continuare. Vedi anche A. Luca De Martini (a cura di), Frate Antonio Ma-
ria da Esterzili, Libro de comedias, Centro Studi Filologici Sardi-CUEC, Cagliari 2006.

115
disinteresse nella comunità scientifica e più di un pregiudizio nei confron-
ti dell’operato della Spagna, certamente sostanziato e corroborato questo
pregiudizio dalle argomentazioni di Giovanni Siotto Pintor2. Nell’evidente
obiettivo, infatti, di recuperare nella prima metà dell’Ottocento la primige-
nia «italianità», interrotta – secondo il gruppo di intellettuali sardi filo-pie-
montesi – da quattro secoli di innaturale dominio spagnolo3, vennero varate
alcune iniziative culturali ed editoriali di grande rilevanza, veicolo quanto
mai propizio per rimuovere definitivamente ogni ricordo legato alla presen-
za iberica.
La supposta povertà, in termini numerici, della letteratura sarda nei seco-
li XVI e XVII nasce soprattutto dalla considerazione dei soli testi a stampa
pervenutici4, certamente poco significativi se paragonati al numero ben più
consistente di opere di carattere sacro (trattati teologici, vite di santi, cate-
chismi, manuali per confessori, etc…) o giuridico, o alla ben più ponderosa
produzione libraria di altri centri d’Italia o d’Europa.
Opportunamente Luigi Balsamo ci ricorda però che
le vicende della tipografia […] per essere ben interpretate, hanno bisogno di venire
inquadrate nel particolare ambiente in cui essa perviene in un dato momento […].
Ancora, certi dati bibliografici, gli stessi prodotti tipografici presi di per sé in una
arida elencazione staccata dalla realtà in cui sorsero […] non possono rivelarci il loro
vero significato né tutto il loro valore 5.

La situazione storico-politica e socio-economica dell’isola nel Cinque-


cento e parte del Seicento era tale, come noto, da spiegare come mai la do-
manda di libri non fosse al primo posto tra le urgenze dei sardi, se è vero
2. In modo particolare il giudice, poi deputato al Parlamento e Senatore del Regno, Gio-
vanni Siotto Pintor fonda la sua Storia letteraria su un acceso antispagnolismo, riscontrabile
in ognuno dei nove libri di cui essa si compone. Ma è nel Libro Primo che si contano copio-
se le affermazioni sull’inferiorità politica, culturale e letteraria dell’epoca spagnola rispetto
a quella sabauda. Valga per tutte la seguente: «Chi se dalla storia discender vogliasi alle al-
tre cose letterarie, soprasta agli altri tutti il secolo presente. Pochi nomi egregi invero, poche
laudate opere dei tempi spagnuoli giunsero insino a noi, e Gavino Sambigucci, Antonio Lo
Frasso e Giuseppe Zatrillas sono quasi i soli degni di pervenire alla memoria dei posteri», [ed.
anastatica Arnaldo Forni, vol. I, p. 163]. Ivi, libro VIII, p.260.
3. «[...] egli concorse con altri pochi ingegni ad aprire alla Sardegna un tempo nuovo ed a
svincolarla da quella superstite e tenace eredità straniera risultato di quattro secoli di domina-
zione esotica che aveva contaminato quella integra tempra italica, retaggio glorioso e fiero di
Roma e degli influssi politico-commerciali del Medio Evo», così si esprime Marcello Serra,
Giovanni Siotto Pintor, Tipografia Industriale di E. Granero, Cagliari 1940, p. 9.
4. Sulla editoria sarda fino al Cinquecento cfr. Luigi Balsamo, La stampa in Sardegna nei
secoli XV e XVI, Leo Olschki Editore, Firenze 1968; Bruno Anatra, Editoria e pubblico in Sar-
degna tra Cinque e Seicento in G. Cerina, C. Lavinio, L. Mulas (a cura di), Oralità e scrittura
nel sistema letterario, Atti del Convegno Cagliari, 14-16 aprile 1980, Bulzoni, Roma 1982,
pp. 233-243. Dati più esaustivi ai nostri fini nel Catalogo degli antichi fondi spagnoli della
Biblioteca Universitaria di Cagliari (a cura di Marina Romero Frías e Ornella Gabbrielli),
Giardini Stampatori, 2 voll., Pisa 1982-1984.
5. Luigi Balsamo, La stampa in Sardegna cit., p. X.

116
che essa è immancabilmente collegata ai centri d’insegnamento e al grado di
istruzione della popolazione6.
Ma se pare doveroso riconoscere uno stato di arretratezza e di disagio cul-
turale7, peraltro non esclusivo della Sardegna nell’età moderna, altra cosa è
sentenziare senza appello la caparbia negligenza della Corona spagnola, rea
di aver tenuto l’isola in un deliberato stato di incuria e di ignoranza, tale da
essere indicata come l’origine di tutti i mali a venire.
Il diplomatico e bibliofilo catalano Eduardo Toda y Güell, sul finire del
XIX secolo, fu il primo ad opporsi a questa leyenda negra attraverso uno
spoglio serrato di biblioteche pubbliche e private dell’isola, apportando – in
ambito culturale – ulteriori dati nella sua tuttora utile Bibliografía española
de Cerdeña8, opera per altri versi non sempre equilibrata9.
Oggigiorno, una maggiore documentazione rispetto alla produzione lette-
raria sardo-ispanica10, ci consente, alla luce di nuovi elementi, di addentraci
nella questione e di sottoporre a verifica questo luogo comune della storia
letteraria partendo, in questo caso, dalla poesia.
Una grande quantità di testi poetici, infatti, non dichiarati nei titoli dei
volumi che li contengono, risultano dispersi in opere di varia natura11: ro-

6. Cfr. Salvatore Loi, Cultura popolare in Sardegna tra ‘500 e ‘600, AM&D Edizioni, Ca-
gliari 1998 (in particolare la Parte III, Le scuole e l’istruzione, pp. 289-366).
7. Cfr. Francesco Manconi (a cura di), La società sarda in età spagnola, Consiglio Regio-
nale della Sardegna, 2 voll., Cagliari 1992. Dello stesso studioso anche La Sardegna barocca
paradigma della decadenza spagnola, Saggio introduttivo a Giorgio Aleo, Storia cronologi-
ca del Regno di Sardegna, dal 1637 al 1672, (a cura di F. Manconi), Ilisso, Nuoro 1998, pp.
11-42.
8. Eduardo Toda y Güell, Bibliografía española de Cerdeña, Tipografía de los Huérfanos,
Madrid 1890 [ed. anastatica, Milano 1979]. Riferendosi agli studiosi sardi che negavano qua-
lunque apporto della Spagna al progresso dell’isola, osserva: «Si con un poco más de cuidado
hubiesen querido investigar los mismos elementos que yo he buscado en los Archivos y Bi-
bliotecas de la Isla, habrían visto que en nuestra época se imprimieron dentro de Cerdeña 580
libros; se hicieron de algunos de los mismos 108 segundas ediciones, y fuera de Cerdeña se
publicaron 60 libros españoles de autores sardos, además de otros 42 impresos en latín de que
incidentalmente doy noticia. Así pues, no a 226, como dice Martini, sino a 790 llega el número
de obras que forman la bibliografía hispano-sarda (sin contar los manuscritos) y que acreditan
plenamente la injusticia de los cargos hechos a nuestro país por aquellos escritores». Ivi, p. 17.
9. Si può sottoscrivere in toto il giudizio espresso su questo autore da Luigi Balsamo:
«L’opera è informata a spirito apologetico nei confronti della dominazione spagnola in Sar-
degna. È utile come base di riferimento, specie per la parte documentaria, ma risente spesso
dell’assenza di metodo storiografico. Anche i problemi bibliografici sono a volte risolti con
troppa disinvoltura, al solo lume dell’intuizione, senza studio critico. Tuttavia è assai utile
come indagine condotta in archivi e biblioteche della Sardegna per raccogliere l’indicazione
di libri e manoscritti che interessano l’isola e resta tuttora fonte primaria in proposito». L. Bal-
samo, in La stampa in Sardegna cit., p. 178. Si veda, a completamento e confronto, anche il
giudizio di Raffaele Ciasca, Introduzione a Bibliografia sarda, (3 tomi), Collezione Meridio-
nale Editrice, Roma 1931-34, vol. I, pp. XXXII-XXXIII.
10. Cfr. R. Ciasca, Introduzione a Bibliografia sarda cit., e i vari volumi del Catalogo de-
gli antichi fondi spagnoli della Biblioteca Universitaria di Cagliari cit.
11. Il romanzo di José Zatrillas y Vico, Engaños y desengaños del profano amor (Napoli,

117
manzi, opere teatrali, agiografie, relaciones de fiestas, poemetti encomiasti-
ci, sermoni, novenari, catechismi; essi sfuggono, pertanto, al computo nelle
bibliografie e non risultano presi in considerazione dagli studiosi della storia
letteraria sarda.
Non solo, dunque, l’opera Cima del Monte Parnaso en tres cumbres divi-
didas di José Delitala y Castelvì, El poema heroico12 di José Zatrillas y Vico
a Sor Juana Inés de la Cruz, o poche altre13, ma una considerevole mole di
versi che testimoniano di una sicura afición verso questa modalità letteraria,
resa sicuramente più capillare e solida dalla azione formatrice della Chiesa
che, sfruttando la capacità di ritenzione mnemonica di bambini e adolescen-
ti, ricorse anche alla poesia per la sua catechesi14. In questo modo contribuì a
plasmare il gusto degli scolari trascendendo l’obiettivo di una formazione re-
ligiosa in pro di una vera e propria crescita culturale e letteraria in senso lato15.
A queste opere a stampa vanno aggiunti altri materiali rimasti manoscrit-
ti16, ancora una volta trascurati o giudicati di scarso interesse da parte di chi
si mostra prevenuto rispetto alla produzione sarda in lingua spagnola17.
La diffusione dei ricchi contenuti del Canzoniere ispano-sardo18 ha am-
pliato gli orizzonti degli studi rispetto all’interazione tra poesia sarda e poe-
sia spagnola soprattutto per ciò che concerne l’adozione di metri e di forme

1687-89) contiene vari componimenti poetici sia nella Prima che nella Seconda parte: redon-
dillas, cuartetas, coplas e romances.
12. L’opera El poema heroico al merecido aplauso del unico oraculo de las musas, la
esclarecida y venerable señora, soror Juana Ines de la Cruz, religiosa professa en el monaste-
rio de S. Geronimo de la imperial ciudad de Mexico venne pubblicata nel 1696 a Barcellona.
13. Come l’opera di Jacinto Arnal de Bolea, Encomios en octavas al torneo que defendio
el Illustrissimo y Excellentisimo. Señor D. Geronymo Pimentel, Marques de Vayona, Virrey y
Capitan General en el Reyno de Cerdeña, en Caller, en la Emprenta del doctor Antonio Gal-
cerin, por Bartholome Gobetti, 1627. Ora in J. Arnal de Bolea, El forastero, Centro Studi Fi-
lologici Sardi/CUEC, Cagliari 2011 (a cura di M. Dolores García Sánchez).
14. Si veda, a questo proposito, Raimondo Turtas, Pregare in sardo: scritti su Chiesa e
lingua in Sardegna, a cura di Giovanni Lupinu, CUEC, Cagliari 2006 e Antonio Virdis, Ex-
cursus su catechesi e catechismi in Sardegna, in «Theologica», Annali della Pontificia Facoltà
Teologica della Sardegna, I (1992), pp. 217-256.
15. Anche Giancarlo Porcu nota come nella Sardegna post-tridentina «fra iniziative gesu-
itiche di matrice castigliana e appendici confraternali» fosse stato possibile «anche il diffon-
dersi di modelli poetico-espressivi a livello popolare». Giancarlo Porcu, Régula castigliana,
Poesia sarda e metrica spagnola dal ’500 al ’700, Il Maestrale, Nuoro 2008, pp. 43-44.
16. Si veda Manuscritos y códices existentes en Cerdeña, sezione dedicata ai manoscritti
da E. Toda y Güell nella sua Bibliografía española de Cerdeña cit., pp. 221-258, ma anche la
successiva, Manuscritos hispano-sardos extraviados o destruidos, ivi, pp. 261-267.
17. Rodolfo Ceriello ha segnalato all’inizio del secolo scorso varie carte custodite presso
la Biblioteca Universitaria di Sassari contenenti versi soprattutto di religiosi. Cfr. Rodolfo Ce-
riello, Carte e manoscritti spagnoli e portoghesi della Regia Biblioteca Universitaria di Sas-
sari, in «Revista de Archivos bibliotecas y museos», XXXII (1916).
18. Cfr. Tonina Paba (edizione, studio introduttivo e commento a cura di), Canzoniere ispa-
no-sardo, (con commento ai testi in sardo di Andrea Deplano), CUEC Editrice, Cagliari 1996 [di-
sponibile in rete: http://www.sardegnadigitallibrary.it/mmt/fullsize/2010072310433400001.pdf].

118
d’area iberica19, in secoli in cui nell’isola più lingue e culture furono in stret-
to contatto. Ritengo che i tempi siano maturi per intraprendere lo studio se-
reno di questa produzione ancora quasi sconosciuta tra cui sono da collocare
anche le varie composizioni poetiche nate e/o fruite all’interno delle comu-
nità conventuali dell’isola, per varie ragioni rimaste ai margini dell’interesse
degli studiosi. Ci consta, infatti, segnalate già da Rodolfo Ceriello20 agli inizi
del secolo scorso, che esistano carte manoscritte conservate presso la Biblio-
teca Universitaria di Sassari contenenti poesie di religiose, come pure presso
archivi diocesani del nord dell’isola e di Cagliari21.
In questa sede daremo la descrizione del Manoscritto 192, di autore scono-
sciuto, contenente narrazioni in prosa, di estensione varia, destinate con molta
probabilità a dei religiosi che se ne giovavano nella loro missione pastorale,
e componimenti in versi. Concentreremo la nostra attenzione, soprattutto, su
questo corpus, che occupa la parte finale del manoscritto, e che necessaria-
mente acquisterà senso dal confronto con i materiali che lo precedono con i
quali è, comunque, in stretto rapporto data la contiguità spaziale, riconduci-
bile, riteniamo, a un soggetto unico che ne ha deciso l’accostamento facendo
rilegare insieme i fascicoli che compongono il codice oggetto di attenzione.

Descrizione del codice

Si tratta di un codice miscellaneo cartaceo del XVII secolo con coperti-


na in pergamena semifloscia, (dimensioni 150 x 100 mm.), custodito presso
la Biblioteca Universitaria di Cagliari22 e proveniente dal Convento di Santa
Maria del Monte Carmelo23 della stessa città.
Non si conoscono descrizioni dello stesso nei repertori bibliografici24.
Sul dorso si legge la collocazione, 56 E 38, relativa alla biblioteca origi-
naria.
Note di possesso: Antonio Zedda Pedro Antonio […] nel contro piatto
anteriore; Antiochi (cancellato con un tratto di penna) e presumibilmente il
cognome illeggibile (anch’esso cancellato) nell’antiporta; Ad usum cenobii
Callary nella c. 1v.

19. Si veda a questo proposito G. Porcu, Régula castigliana cit.


20. R. Ceriello, Carte e manoscritti spagnoli e portoghesi cit.
21. Su questi materiali contiamo di produrre presto uno studio specifico.
22. Voglio esprimere il mio ringraziamento nei confronti del personale della Biblioteca
Universitaria di Cagliari e, in modo particolare, della Dott.ssa Teresa Passiu per la cortese e
sollecita disponibilità.
23. Andato distrutto insieme alla chiesa omonima durante i bombardamenti della seconda
guerra mondiale. Cfr. Canonico Giovanni Spano, Guida della città di Cagliari, Tipografia A.
Timon, Cagliari 1861 [ed. anastatica Gia Editrice, 1991, pp. 161-67].
24. Stranamente non dimostra di conoscere il codice Eduardo Toda y Güell che pure ha
condotto la sua missione in Sardegna anteriormente al 1890, data della pubblicazione del suo
volume.

119
Per quanto attiene alla scrittura si ipotizzano almeno tre mani: la prima
relativa all’iscrizione della carta di guardia: Ad usum fratris Joannis Carbony
[...] ordinis Beate Marie Virginis de Monte Carmelo regalado en Meana por
el mesmo pariente llamado Bernardino Lay; la seconda alle pagine 1-378 del
Libro de varios exemplos e 1-32 del Tratado de algunas cosas espirituales
[cc. 2-212] e la terza alla pagina 33 [c.218] contenente Absolutio danda fra-
tribus et confratribus Santissima Matris Marie de Monte Carmelo.
Il codice presenta un disegno nella c.2: una doppia cornice rettangolare di
tipo tipografico, il cui fregio superiore (ovali orizzontali pieni con reticolato,
separati da rombi pieni su fondo rosso) risulta speculare a quello inferiore e
racchiuso da una doppia linea. I lati verticali del rettangolo, sempre tra due
linee, racchiudono motivi ovoidali bicolori (rosso e nero). Al centro della
carta, in verticale, il simbolo, a forma di mandorla, della Compagnia di Gesù
(al centro IHS), sovrastato dalle lettere MRA. Negli angoli superiori interni
della cornice, rivolti verso il centro, sono stati disegnati due mazzi di fiori.
Altri due mazzolini figurano, in basso, ai piedi della mandorla. Negli angoli
inferiori, due fasci di linee diagonali disegnano due piccoli quadrati. Fiori e
figure geometriche potrebbero essere opera dei fruitori del codice25.
Nella c.3 è stato apposto il titolo, in inchiostro nero, Libro de varios exem-
plos collegidos de muchos y graves auctores, la cui capolettera L risulta ar-
ricchita con figurine antropomorfe. Nella parte inferiore, sotto un disegno,
sempre a inchiostro nero, raffigurante il simbolo, questa volta circolare, della
Compagnia di Gesù, la data del 1669.
Il codice presenta una doppia cartulazione: la prima in cifra araba, coeva
alla trascrizione dei testi, apposta per pagina. Secondo questa numerazione
il manoscritto consta di 448 pagine (non sono numerate le pagine contenenti
l’Indice) di cui bianche da 436 a 448. La seconda, recente a matita, apposta
per carta in alto al centro. Secondo questa numerazione il codice consta di
complessive 224 carte (bianche le cc. 190-191 e 219-224). Faremo riferi-
mento alla prima per quanto concerne i testi e alla seconda per quanto attiene
all’indice. Si segnala che in alcune pagine (a partire dalla pagina 3 fino alla
pagina 16) è presente un segno coevo (monogramma?), tranciato dall’opera
del rilegatore e, pertanto, quasi illeggibile.

Fruizione e circolazione
Tentare di ricostruire il cursus del manoscritto fin dalla sua data di com-
pilazione, il 1669, risulta un obiettivo davvero arduo. Si suppone, per gli in-

25. Ma non è da escludere che tutto il disegno sia stato fatto su imitazione di frontespizi
di opere a stampa, come per esempio le Rime diverse di Pietro Delitala, in cui campeggia il
monogramma dei gesuiti con motivi simili a quelli del nostro manoscritto. Vedi l’edizione in
Cagliari, per Giouanne Maria Galcerino [1596-97]. Esemplare custodito presso la Biblioteca
Universitaria di Cagliari (S.P.6.10.22).

120
sistiti riferimenti al monogramma della Compagnia di Gesù, che esso possa
essere stata opera di un religioso appartenente a quest’ordine. L’iscrizione
nella carta di guardia fa riferimento al passaggio del codice dalle mani di
un “pariente de Meana” a quelle di Bernardino Lay. Le nostre ricerche han-
no condotto al padre cappuccino omonimo, originario di Villa Massargia,
ma spesso indicato come Bernardino d’Iglesias, che troviamo in qualità di
guardiano nel 1742 nel convento di Sanluri e nel 1747 in quello di Orista-
no. Risulta ancora in vita nel 176526 (di anni 56, 40 in religione, qualificato
come ex Diffinitore)27, e nel 1766 indicato con il nome di Fra Bernardo Lay
da Villamassargia28. Sarebbe nato, pertanto, nel 1709 e morto all’età di set-
tanta anni29. Dalle mani del frate cappuccino, attraverso vie ignote, il codice
sembrerebbe passato al Convento dei Carmelitani dal quale, come detto, è
transitato alla Biblioteca Universitaria di Cagliari30 in seguito all’incamera-
mento, con Legge del 1866, da parte dello Stato dei beni degli Ordini reli-
giosi soppressi.
Un esame attento del codice svela una serie di tracce di lettura che indi-
cano come esso fosse di sicura consultazione da parte dei suoi possessori o
fruitori. In particolare, sia in corrispondenza della narrazione che nell’Indice,
in taluni casi, in prossimità del titolo, sono state apposte una o più crocette
quasi a segnalarne il rilievo31 e facilitarne il ritrovamento. In altri, oltre a tale
segno grafico, compaiono delle brevi annotazioni che ne sintetizzano l’argo-
mento, come “para la limosna” scritto accanto a Uno que exercitando obras
de piedad cayó en un poço y de allí fue llevado al cielo [p. 189] o, ancora, al
margine destro di Una vieja puso discordia entre dos casados en tres días, lo
cual el demonio en 30 años no pudo hazerlo [p. 289] si legge “dom.1”, che
potremo interpretare forse, se non costituisce azzardo, come un riferimento
alla situazione in cui esporre ai fedeli il caso in questione, vale a dire la prima
messa della domenica.

26. Cfr. Catalogo de los Combentos, y Ospicios de esta Provincia Calaritana de Menores
Capuchinos con sus Sacerdotes, y Coristas, Apellidos, Patria y Empleo que ocupan, in Gio-
vanni Secchi, Cronistoria dei frati minori cappuccini di Sardegna. Parte Seconda, provincia
di Cagliari dalla costituzione alla soppressione (1697-1867), Curia Provinciale Frati Minori
Cappuccini di Sardegna, Cagliari 1997, pp. 935-939.
27. Secondo il “Catalogo de sacerdoti Capuccini esistenti nella Provincia di Cagliari
l’anno 1765”, ivi, p. 933.
28. Cfr. Stato di tutti i Conventi de Frati, e de Religiosi che esistono ne’ medesimi, nel re-
gno di Sardegna 28.3.1766, ivi, p. 943.
29. Esattamente il 17 agosto secondo P. Ferdinando Tuveri, Necrologio dei frati cappuc-
cini della Provincia di Sardegna, Cagliari 1989, p. 399.
30. Risulta in possesso della Biblioteca Universitaria fin dal 1881 e catalogato con il nu-
mero 192. Di esso, nell’Inventario Manoscritti della Biblioteca Universitaria di Cagliari (re-
datto nel 1891) si legge: «Sembra proveniente dal Convento del Carmine» (c. 51). Non è stato
possibile ottenere informazioni più precise riguardo all’acquisizione del codice da parte della
Biblioteca in quanto lo stesso è privo di numero di inventario.
31. È il caso, per esempio, degli ejemplos nelle pp. 69, 94 e 100 (Tratado 3 De la confe-
sión); 22 e 281 (Tratado 4 Del propósito).

121
Contenuto

Il manoscritto contiene:
a) 305 brevi narrazioni in prosa32 (pp. 1-374);
b) Indice de los Exenplos que en este libro se contienen (cc. 192r-200r) così
articolato33:

Tratado 1 – De la Santísima Virgen (cc. 192r-193v)

Alcançó perdón un hombre que renegó de Dios y de la Virgen [p. 1]


Pierde la vista un clérigo que deseaba mucho ver la Virgen [p. 3]
Libróse un cavallero de las manos del demonio por una Ave María que decía a la Virgen
[p. 4]
Una doncella cançada de bailar ve al demonio que se la quiere llevar y rezando el Ave
María es librada [p. 5]
Sale de la boca de un difunto un árbol en cuyas hojas estava escrito el Ave María [p. 6]
Como Nuestra Señora libró a una enperatriz que padesió muchos trabajos por su hone-
stidad [p. 7]
Caso estraño de fray Juan Guarin [p. 12]
Condenóse un cura que no quizo llevar los Sacramentos a una pobre muger [p. 14]
Por la orasión del Ave María la Virgen no castigó una adúltera [p. 15]
Libra la Virgen de la muerte a un judío y vistas las penas del infierno fue convertido [p. 16]
Hallóse una rosa en la boca de un cavallero por el respeto que tuvo a la Virgen en una
donzella [p. 17]
Un usurero que por el interés duró poco en el propósito de la emienda se condenó [p. 22]
Libra la Virgen de muchas tentasiones a un pastor su devoto [p. 34]
Por la devosión del rosario libróse uno de ser ahorcado de sus manos [p. 37]
Rara historia de un religioso [p. 44]
Libra la Virgen a uno del demonio y de la horca por su devosión [p. 45]
La Virgen castigó a uno que blasfemaba de ella [p. 47]
Castigo hecho a un blasfemo y jugador [p. 47]
Favorece la Virgen a los que se exercitan en virtud [p. 49]
La Virgen anima a rezar el rosario [p. 52]
Un famoso ladrón por devosión del rosario habiendo estado muchos días sepultado no
murió sin confessar sus pecados [p. 56]
Castigo de un grande enemigo del rosario [p. 57]
Castigo de un adúltero y blasfemo y favor de la Virgen a otra [p. 66]
Exenplo de un congregante de la Virgen [p. 67]
La Virgen hizo un grande favor a un pobre tullido [p. 75]
Nuestra Señora aconpañada de muchas vírgenes se halló a la muerte de una pastorcilla
que en vida le rezaba el rosario [p. 77]

32. L’indice riporta i titoli di 313 exemplos, di cui nove appaiono ripetuti in più tratados.
33. Nella numerazione delle tipologie (in base al tema), in cui distribuire gli exemplos, il
compilatore del codice passa dal Tratado 8 al 10, omettendo il 9. Ugualmente segnaliamo che
in molteplici casi non sempre vi è identità assoluta tra i titoli indicati nell’indice e quelli dati
alla trattazione vera e propria, così come si riscontrano lievi discostamenti nel riferimento alla
pagina in cui essa è copiata.

122
Lleva al Cielo la Virgen y su hijo a una donzella que amaba más a Jesús que a sí misma
[p. 80]
Lleva al Cielo la Virgen 3 donzellas que con mucha devosión rezaban el rosario [p. 82]
Un honbre presentado ante el tribunal de Dios y de las penas del infierno librado por in-
tercesión de la Virgen [p. 127]
Como Nuestra Señora regaló con muchas visitas a un su devoto que le rezaba el rozario
en vez de corona de flores [p. 204]
Un soldado devoto de la Virgen murió en pecado y a cabo de 7 años fue allada su lengua
pidiendo confesión [p. 206]
Concervóse en un poço la cabeça de una doncella cien y sincuenta días [p. 207]
La Virgen libra de una infamia a un monge su devoto que pintaba su imagen [p. 209]
La Virgen está rogando a Jesús Cristo su hijo por un pecador su devoto [p. 210]
Un cavallero rico es librado de muchos demonios por el rosario [p. 211]
Tres donzellas son remediadas de su pobreza por la devosión de la Virgen [p. 213]
Queda la Virgen en un monasterio haciendo offisio de portera hasta que buelva una monja
su devota [p. 216]
Un cavallero renegó la fe y llevando su muger al demonio fue librada por Nuestra Seño-
ra [p. 217]
Un devoto de la Virgen fue milagrosamente librado de unos ladrones [p. 219]
Conversión prodigiosa de una muger en Roma por la devosión de la Virgen y del rosario
[p. 221]
Un pecador se convirtió a mejor vida por la intercesión de la Virgen [p. 224]
La Virgen Santísima enseñó la dotrina cristiana a una muger que no la sabía [p. 230]
Una muger pecó con su hijo y por confessarse y ser devota de la Virgen fue libre de pena
eterna y temporal [p. 232]
La Virgen libra de pecados a sus devotos [p. 233]
Visión que tuvo una donzella que se quería casar habiendo [hecho] boto de virginidad y
pobreza [p. 246]
El rosario libró a un estudiante del demonio [p. 265]
Raro favor de la Virgen con una casada [p. 266]
Raro favor de la Virgen con un su devoto [p. 267]
La Virgen restituyó la lengua a uno que la perdió por la fe [p. 269]
La Virgen libró a un niño de un horno encendido [p. 269]
La Virgen libró a un hijo de un judío de un horno de vidrio [p. 270]
La Virgen libra del infierno y pecado a uno que confesó con ella34 [p. 274]
Libra la Virgen de condenación a una muger que confessaba con ella el pecado [p. 275]
La Virgen tuvo por dos días en la horca bivo un devoto suyo [p. 278]
La Virgen libra de cautiverio un hijo de una devota [p. 279]
La Virgen aplacó a Cristo que quería destruir el mundo [p. 279]
Extraordinario favor que hizo la Virgen a una señora noble y devota suya por el rosario
[p. 283]
La Virgen libra de peligros y daños en la muerte a sus devotos [p. 285]
Sale la Virgen a defender los agravios de sus devotos hijos [p. 285]
Libra la Virgen de una infamia a un pintor su devoto [p. 299]
Concervó en vida y consoló en la muerte la Virgen a un mancebo virtuoso por el rosario
[p. 302]
Favorece la Virgen a un ladrón [p. 304]

34. Nel testo il titolo è indicato: La Virgen libra del infierno y pecado a uno que confesó
con el demonio.

123
La Virgen resusitó la muger de un devoto suyo que se avía degollado [p. 308]
Una muger fue libre de un grave pecado por el rosario [p. 311]
Desesperó uno de la misericordia de Dios y por el rosario se remedió [p. 312]
La Virgen favoreció a uno tentado de dexar la devoción del rosario [p. 328]
La Virgen hizo que se confessasse uno después de la cabeça cortada [p. 347]
Conversión prodigiosa de un pecador por la intercessión de la Virgen [p. 364]
Dos cavalleros enemigos hechos amigos por el rosario [p. 365]
Por la devosión del rosario se aumenta en los fieles la devosión al Santísimo Sacramento
[p. 366]

Tratado 2 – Del Santísimo Sacramento (cc. 193v-194r)


Agrada poco a Dios comulgar con rancor [p. 48]
Saliendo un sacerdote a decir missa en pecado le siñieron el cuerpo dos serpientes y bol-
viendo dos dragones [p. 108]
De un sacerdote que celebrava en pecado [p. 115]
Sale de una hostia que hirió un judío abundancia de sangre y en viendo esto no se con-
virtió [p. 119]
Incurre muchos males una moça que comulgó en pecado [p. 139]
Dichoso fin que tuvo un cavallero muy devoto del Santísimo Sacramento [p. 141]
Como una hostia consagrada produsió trigo y espigas [p. 154]
Visión que hubo un clérigo que dezía missa cerca del Santísimo Sacramento [p. 155]
Unos se haogaron por bailar después de la comunión [p. 237]
De un obispo que conocía el estado y disposición de los que comulgavan [p. 242]
Horrendo sucesso de una monja [p. 244]
Raro zelo de un príncipe [p. 246]
Agrada poco a Dios inpedir la devosión de comulgar [p. 332]
Del Santísimo Sacramento [p. 373]

Tratado 3 – De la confessión (cc. 194r-195r)


Un adúltero perdió el propio rostro y apareció con el del demonio y con la confesión co-
bró el antig[u]o [p. 20]
Un honbre aunque endurecido se salvó [p. 27]
Castigo y muerte por diferir la confesión [p. 29]
B[eato] Francisco de Borja, aconpañado de un Cristo va a convertir a un cavallero [p. 41]
Caso singular de cuanto vale un buen confesor [p. 42]
Muere sin confessión un homicida y una que confessó quedó libre [p. 51]
Virtud de la confesión [p. 68]
Las lágrimas que borran los pecados [p. 69]
Un logrero obstinado non se pudo confesar [p. 77]
No se pudo alcançar de un murmurador que se confessase [p. 94]
Una muger se condenó por no aver confessado un pecado de desonestidad [p. 100]
Una muger de verguença no confessó un pecado se condenó y apareció a unos religiosos
[p. 103]
Dos demonios en figura de religiosos llevaron al infierno a un honbre enemigo de con-
fesar [p. 106]
Los demonios llevan al infierno un moço que no quiso confesar [p. 116]
Un moço que confessó sin dolor apareció cercado de llamas de fuego [p. 117]
El demonio en figura de perro despedaça el cuerpo de uno que avía confesado [p. 118]

124
Un mancebo distraido y curioso muere sin confessión y llevan su alma al infierno los
demonios [p. 125]
Del mal fin que tuvo un cavallero que no se quiso confessar [p. 166]
Un cavallero cometió un pecado de adulterio y su muger le vió en sueños muerto y con-
fessándose le vió curado [p. 170]
Una muger tenida por santa murió y se condenó y apareció a su hija en figura de puerco
[p. 171]
Búrlase el demonio [de una muger] que llorava sus pecados y no se quería confessar [p.
173]
Por virtud de la confessión un honbre fue libre de una obligasión que hizo con el demo-
nio [p. 174]
De una princesa que se condenó por aver callado un pecado en la confesión muchas ve-
ses [p. 176]
Llévase el demonio a una muger que no confessó enteramente [p. 254]
De un pecador encadenado y de la eficasia de la absolución [p. 282]
Condenóse una perçona muy noble que parecía santa y dexaba de confessar un pecado
por verguença [p. 291]
Estraño sucesso de uno que se condenó [y contábalo] el Padre Luís de Guzmán35 [p. 295]
Una princesa se condenó porque calló sienpre en las confessiones un pecado [p. 313]
Desastrado fin de una por callar un pecado en la confessión [p. 316]
Historia peregrina de Palayo [p. 318]
Un cavallero llegó a términos de ahorcarse por sólo callar un pecado [p. 321]
De cuanto vale [l]a actrisión de un pecador [p. 326]
Los demonios inpiden el dolor, claridad, y restitusión a los pecadores [p. 367]
Una lágrima de contrisión cortó una cadena de pecados [p. 367]
Castigo de un homicida [p. 69]
Salvóse un hombre el cual era tres años sin confesar por haber ospedado dos religiosos
de San Francisco [p. 109]
Un soldado mereció cuatro coronas por haber vencido 4 tentasiones del demonio [p. 112]

Tratado 4 – Del propósito (c. 195r)


Caso horrendo de dos amancebados [p. 18]
Un estudiante se condenó por falta de firme propósito [p. 21]
Lágrimas quitan los pecados [p. 281]
Muchos de los que mueren con pendencias se confiesan sin propósito de emendarse [p.
323]
Caso lastimoso de uno que murió sin firme propósito de la emienda [p. 324]
De uno que duró poco en el propósito de la emienda se condenó [p. 352]
La confessión sin propósito y la oración con pecado nada vale36 [p. 368]

Tratado 5 – Del infierno (cc. 195r-196r)


Condenóse una donzella dada a vanidades [p. 63]
Del gozo del paraíso y terror del infierno [p. 64]
Castigo hecho a uno muy murmurador [p. 65]

35. Inserito anche nel Tratado 5.


36. Il trascrittore si confonde e scrive: La confessión sin propósito y la oración sin peca-
do nada vale.

125
Visión de las penas del infierno y purgatorio37 [p. 67]
Castigo de los gustos y premio de las afliciones38 [ p. 71]
Los demonios mataron a uno que se les entregó [p. 75]
Llévase el demonio a uno que se le(s) ofreció [p. 76]
Castigo de un moço desonesto en el infierno [p. 84]
Castiga Dios con muerte repentina y pena eterna a un moço jugador y jurador [p. 87]
Llévase el demonio a un mercader habiéndole primero amonestado que saliese del pe-
cado [p. 91]
Una muger que gastaba las siestas en bailes lacivos fue castigada y despedaçado su cuer-
po de un demonio [p. 99]
La atroz muerte que el demonio dio a un desonesto y mal moço [p. 122]
Como castigó Dios la ira de una doncellica [p. 125]
Los demonios llevan un honbre al infierno que dixo estaría en él por gozar de una buena
comida [p. 129]
Caso raro de un jurista [p. 133]
Una niña fue arrebatada de los demonios por sus visios [p. 142]
De la mue[r]te horrenda de Udon obispo mandaburgence y de su condennación [p. 143]
Dos casados el uno que hizo adulterio y el otro que huvo voluntad para hazello vieron las
penas con que son atormentados los adúlteros [p. 151]
Una muger se condenó por aver vestido profanamente y apareció a un hijo suyo [p. 156]
Un moço por aver sido poco recatado en la vista llegó a grandes miserias [p. 158]
Castigo de una moça llamada Catalina [p. 163]
Del infierno [p. 176]
Otro del infierno [p. 177]
Castigo de un rico desventurado en el infierno [p. 227]
Una muger mató a su marido por amor de otro y anbos fueron condenados a un horrendo
castigo [p. 227]
Un muchacho de sinco años es llevado al infierno [p. 231]
Un blasfemo fue anegado en un río [p. 232]
Castigo de un juramento falso [p. 238]
Juizio de Dios hecho a un letrado y rico [p. 238]
Pago que el demonio dio a uno que se rindió [p. 240]
Los demonios en figura de aves se llevan a uno [p. 241]
Castigo de un mayordomo que tratava sin piedad los vasallos de su señor [p. 248]
Una donzella se condenó por ser libre en ver y ablar39 [p. 262]
Un mal prelado fue portado delante de Dios y llevado al infierno [p. 268]
Un clérigo condenado apareció a otro con carta de los demonios [p. 276]
Tómase el demonio a un blasfemo que hirió un Crucifixo [p. 277]
El demonio dio el dogal a uno con que fue haorcado [p. 278]
Un rayo cortó el braço de un tronpetero bailando y el cuerpo fue llevado al infierno [p.
280]
Horrenda execusión de un testamento [p. 288]
Una vieja puso discordia entre dos casados en tres días, lo cual el demonio en 30 años no
pudo hazerlo [p. 289]
Estraño sucesso de uno que se condenó y contábalo el Padre Luís de Guzmán [p. 295]
Los demonios se llevan a una hechisera y encantadora [p. 297]

37. Inserito anche nel Tratado 6.


38. Inserito anche nel Tratado 8.
39. Presente anche nel Tratado 8.

126
De un carnisero que hizo burla de la ceniza santa [p. 329]
De un abad que nonbró a su sobrino por sucessor suyo [p. 330]
Los demonios despedaçaron el cuerpo de un traidor [p. 346]
Infeliz muerte de uno inquieto con todos [p. 347]
El demonio se lleva a un soldado jugador e insolente [p. 348]
Apareció después de muerta una muger con medias picadas [p. 351]
Una muger dada a galas es castigada en la otra vida con desastres [p. 362]
De uno que se entregó al demonio con pacto de que le avisase tres días antes de morir
[p. 372]

Tratado 6 – Del purgatorio (c. 196v)


Visión de las penas del infierno y purgatorio40 [p. 67]
Caso raro de una hermana de San Vi(n)cente Ferrer [p. 130]
Un pintor padeció mucho por una pintura laciva [p. 135]
Cayendo una peña sobre uno quedó mucho tienpo sin daño [p. 136]
Las almas de purgatorio libraron de los enemigos a un su devoto y bien hechor [p.
137]
Otro caso semejante del duque Eusebio de Cerdeña [p. 138]
Del purgatorio [p. 179]
Las obras hechas en pecado mortal no aprovechan a las almas del purgatorio [p. 180]
Un moço con los ruegos de su madre es librado de las penas del purgatorio y es llevado
al cielo [p. 258]

Tratado 7 – Del amor de hijos a padres y de padres a hijos (c. 196v)


Muerte desdichada de uno que no hizo los consejos de sus padres [p. 24]
Condenóse una que naciendo sus hijos los matava [p. 51]
Castigo de una que mató sus dos hijos [p. 73]
Dos moços murieron desastradamente por no tener respeto a sus padres [p. 83]
Un mancebo que mató a su padre murió de contrisión manifestando esto los ángeles
como estaba su alma en el cielo41 [p. 103]
A un honbre rico se le entró un hijo en religión y ambos acabaron mal por estorvarlo [p.
186]
Un padre sacó a su hijo de la religión y anbos acabaron mal y miserablemente [p. 188]
Del respeto que deben los hijos a los padres [p. 225]
Una muger se condenó por aver muerto el niño que engendró en sus entrañas42 [p. 238]
Castigo de un padre que sacó a su hijo de la religión [p. 251]
Uno al pie de la horca cortó la nariz a su padre porque siendo niño no le dominó [p.
271]
Uno mudó de vida porque sus hijos no quisieron poner las manos en brazas [p. 271]
De dos estudiantes escandalosos y inquietos [p. 328]
Las golondrinas persig[u]en a uno que mató a su padre [p. 363]

40. Inserita anche nel Tratado 5.


41. Il titolo nel testo è Un mancebo que mató a su padre murió de contrisión manifestando
esto una paloma como estaba su alma en el Cielo [p. 105].
42. Il trascrittore omette l’indicazione del riferimento alla pagina.

127
Tratado 8 – De luxuria y desonestidad (c. 197r-v)
De los billetes [p. 28]
43

Castigo de un capitán lacivo y desonesto [p. 63]


Castigo de un adúltero [p. 65]
Castigo de los gustos y premio de las afliciones44 [p. 71]
Aparta Jesús Cristo a un moço de su mal intento mostrándole sus llagas [p. 86]
Un conde amancebado fue llevado en cuerpo y alma al infierno [p. 236]
Horrendo sucesso de una monja [p. 244]
Castigo de un honbre y muger luxuriosos que acontesió en la ciudad de Cáller [p. 249]
Acaba mal un sacrílego y inquietador de monjas [p. 260]
Una muger se condenó por ser libre en ver y ablar45 [p. 262]
Un eclesiástico muerto infelismente [p. 263]
Defiéndese una donzella de un mal clérigo [p. 264]
Mala muerte de Jedoco que mató una donzella por no consentir con su intento [p. 272]
De un blasfemo [p. 338]
De un estudiante distraido46 [p. 339]
Otro castigo [p. 340]
Otro castigo [p. 341]
De un desonesto [p. 341]
De otro muy torpe [p. 342]
San Andrés libró a un obispo devoto suyo de adulterio con el demonio [p. 353]
La luxuria y vanidad cierran las puertas del cielo [p. 357]
Castigo de un luxurioso [p. 371]
De uno que se entregó al demonio con pacto de que le avisase tres dias antes de morir47
[p. 372]
Caso muy raro de Albeyde [p. 372]

Tratado 10 – De usura y logros (cc. 197v-198r)


Castigo hecho a un pueblo visioso y cruel que no quería hazer limo(n)sna48 [p. 27]
Castigo de uno que hurtó de la hazienda encomendada por dexarla a sus hijos [p. 30]
De uno que vendía el vino aguado [p. 46]
Un logrero se condenó por no dexar a sus hijos pobres [p. 88]
Un honbre fue llevado al cielo restituyendo lo que tenía mal ganado, manifestando esto
los ángeles [p. 93]
Como los demonios daban de bever la moneda que tenía enterrada un usurero [p. 198]
Sale del vientre de un usurero un árbol de su progenie en el infierno [p. 199]
Un usurero es llevado en cuerpo y alma de los demonios al infierno [p. 199]
Desesperando un usurero es llevado al infierno [p. 201]

43. Il trascrittore lo aggiunge nell’indice, alla fine, prima di Aparta Jesús Cristo a un moço
de su mal intento mostrándole sus llagas [p. 86], come se gli fosse sfuggito.
44. Inserito anche nel Tratado 5.
45. Inserito anche nel Tratado 5.
46. Inserito anche nella sezione Algunos otros ejenplos.
47. Non completa con l’indicazione della pagina e anche il titolo non si legge chiaramen-
te, come se il trascrittore avesse avuto un ripensamento e l’avesse voluto cancellare.
48. Questo ejemplo e Un honbre fue llevado al cielo restituyendo lo que tenía mal ganado,
manifestando esto los ángeles [p. 93] sono stati aggiunti alla fine dell’indice.

128
Una donzella difunta cogió un ladrón que la desnudó [p. 203]
Un sacerdote avaro fue llevado al infierno [p. 228]
Un otro avaro fue despedaçado su cuerpo de los demonios en figura de perros [p. 228]
Los brazos de un honbre estavan menguados y el demonio sobre ellos por no aver pagado
los diesmos [p. 229]
Hurtó uno un lechón y en castigo a él un cavallo [p. 229]
Dexando de jurar dos mercaderes vinieron a enriqueserse mucho [p. 255]
De un abogado que no quería hacer limo(n)sna [p. 333]
Un avaro pençando en sus riquezas murió [p. 334]
De un logrero que no quizo restituir [p. 334]
Los demonios se llevan a un honbre soberbio y avaro [p. 343]
Castigo de uno que consumía las cosas de la iglesia [p. 356]
Castigo de un cruel con los pobres con la iglesia y siervos de Dios [p. 358]

Tratado 11 – De la condenación de confessores y penitentes (cc. 197v-198r)


Casos horrendos de confesores que no cunplen con sus obligasiones [p. 23]
Castigo horrendo de dos obispos [p. 39]
Condenación de confessor y penitente [p. 261]

Tratado 12 – Del perdón de los enemigos (cc. 198r-198v)


Raro exemplo de perdonar a los enemigos [p. 55]
Raro exenplo perdonar a los enemigos [p. 87]
Raro exemplo de perdonar a los enemigos [p. 89]
Dios hizo muchas grasias a San Juan Gualberto por perdonar a su enemigo [p. 90]
La rara caridad de dos casados [p. 114]
Del castigo de uno por querer tomar vengança de su enemigo [p. 192]
Una muger no quizo perdonar a sus enemigos en castigo del odio le cayó la casa encima
[p. 193]
Un moço adornado de muchas virtudes se condenó por no aver querido perdonar las in-
jurias [p. 193]
Dos enemigos fueron vistos después de muertos en el infierno despedaçándose [p. 194]
De como avemos de rezar el rosario rogando a Dios por nuestros enemigos [p. 369]
Otro de lo mismo [p. 370]

Tratado 13 – De la missa (c. 198v)


Degüella el demonio a uno que no quería oír missa los días de fiesta [p. 31]
Dios es ofendido en las festividades [p. 36]
Un rayo mató a un hombre que fue a caça sin oír missa [p. 100]
Un page de Santa Isabel por ser amigo de oír muchas missas no fue hechado en una [es]
calera [p. 101]
Un cavallero tentado de haorcarse se libró de la tentación oyendo cada día missas [p. 253]

Tratado 14 – Del estado religioso (c. 198v-199r)


Un religioso novisio queriendo dexar la religión le hizo bolver Cristo mostrándole sus
llagas [p. 180]
Un monje que engañado del demonio se bolvió al siglo dexando la soledad [p. 181]

129
De un religioso que por vivir con floxedad se le quizo tragar el demonio [p. 183]
De un santo hermitaño que afloxando en la virtud quiso bolverse al mundo y platicando
bolvió sobre sí [p. 183]

Parábolas (c. 199r)


Parábola que declara el engaño y riesgo de los mundanos [p. 53]
Parábola que declara la inconstantia del mundo [p. 54]
Parábola que declara los buenos y malos amigos quienes sean [p. 344]
Parábola que declara el juizio y las cosas caducas de esta vida [p. 349]
Parábola del pecado mortal [p. 359]

De la gloria (c. 199r)


Del gozo del paraíso y terror del infierno49 [p. 64]
De la gloria eterna [p. 160]
Otro semejante de la gloria [p. 161]

Algunos otros exenplos (cc. 199r-200r)


Cristo es ofendido en los juegos [p. 32]
Caen las maldiciones sobre sus mismos autores [p. 33]
Los demonios tomaron por morada los bailes en el mundo [p. 34]
Fue un hombre açotado delante de Dios porque hizo jurar [p. 36]
Caso singular de cuanto vale un buen confesor [p. 42]
Castigo de una condesa dada a las galas del mundo [p. 49]
Castiga Dios el demasiado regalo [p. 50]
Rey sobervio humillado [p. 70]
Cayó un rayo sobre uno que no obedesió a la escomunión [p. 83]
Conçuela el Espíritu Santo a un moço desesperado [p. 96]
Un mancebo que mató a su padre murió de contrisión manifestando esto una paloma
como estava su alma en el cielo50 [p. 105]
Cristo estando en el cielo se conpadece de los pecadores [p. 108]
Uno que exercitando obras de piedad cayó en un poço y de allí fue llevado al cielo [p.
189]
Del sentimiento que hizo un demonio porque un usurero restituyó todos sus bienes y se
fue al hospital [p. 195]
Un moço deseando hazerse rrico se lo prometió el demonio conque renegasse de la
Santísima Trinidad [p. 197]
Un Rey estaba sie[m]pre triste con la concideración del juizio universal [p. 235]
Castigo de una muger mala y avarienta [p. 239]
Castigo de un homicida y chupador de hazienda agena [p. 241]
Con lo que un ruin engañó quedó engañado [p. 243]
Guardando las fiestas y oyendo misa un ofisial tenía todo lo necessario [p. 256]
Castigo de uno que quebrantó las fiestas [p. 258]
Una muger que por no quebrantar el ayuno padeció grandes tormentos y aun la misma
muerte [p. 259]

49. Già inserito nel Tratado 5.


50. Figura anche nel Tratado 7.

130
Raro exenplo de la palabra de Dios [p. 263]
Condenóse una condesa por el hornato [p. 264]
Queriendo uno matar a un pobre alló ser Cristo [p. 273]
El demonio hizo offisio de predicador para más confusión del pecador [p. 281]
Lágrimas quitan los pecados51 [p. 281]
Dios reprimió a uno de blasfemar y de borraches [sic] con modo horrible [p. 305]
Un mal prelado es citado a juizio acusado muere y se condena [p. 307]
De un blasfemo [p. 338]
De un estudiante distraído52 [p. 339]
Dios refrenó la sobervia de un blasfemo con una mosca [p. 360]
El demonio quitó los vestidos y adornos a una muger [p. 362]
Del rico hornato de los hombres [p. 369]
Caso muy raro de Albeyde53 [p. 372]
c) Tratado de algunas cosas espirituales, una raccolta di testi poetici e liturgici, con nu-
merazione autonoma [pp. 1-33]. Occupa la p. 1 un disegno realizzato con inchiostro
nero che delinea due cornici rettangolari. Nel rettangolo superiore figura il titolo del-
la raccolta, con le iniziali ornate e piccoli fasci di linee negli angoli interni. In quello
inferiore compare nuovamente il monogramma della Compagnia di Gesù, costituito
da tre cerchi concentrici variamente fregiati (fiammelle, semisfere), tracciato con in-
chiostro rosso e nero. All’interno del cerchio più piccolo le lettere IHS con il Cuore
di Gesù e i chiodi della Passione. Intorno a questi rettangoli corre una doppia cornice
lineare riempita con motivi floreali. Agli angoli interni della figura geometrica infe-
riore sono stati disegnati quattro mazzi di fiori rivolti verso il centro. Il disegno è della
stessa mano di quello della p. 2 del codice.
Il Tratado appare così articolato:
13 composizioni poetiche [pp. 1-12]
Litanie in conceptionis Beate Virginis laudem [pp. 13-14]
Modo muy provechoso para enseñar la dotrina cristiana por preguntas y respuestas [pp.
15-20]
Otra para después de la Comunión [p. 20]
Litanie Dei pares Virginis ex sacra scriptura deprontae [pp. 21-22]
Varias conparaciones de la confesión [p. 23]
Del propósito [pp. 26-30]
De la confesión general [pp. 30-32]
Absolutio danda fratribus et confratribus Santísima Matris Maria de Monte Carmelo [p. 33]

Descrizione del corpus poetico

Si tratta di un corpus abbastanza omogeneo in quanto a toni e contenuti,


fatti salvi due componimenti54. Undici dei tredici testi raccolti in questo Tra-
tado de algunas cosas espirituales si caratterizzano, infatti, per le tematiche

51. Titolo non leggibile chiaramente, già inserito nel Tratado 4.


52. Già compreso nel Tratado 8.
53. Compreso anche nel Tratado 8.
54. Si tratta dei componimenti intitolati Pronóstico e Cántico.

131
di carattere religioso, come lo stesso titolo annuncia e che, adottando le sot-
tocategorie indicate da Bruce Wardropper55, potremmo definire di tipo cate-
quizante, penitencial e devota. Quattro poesie figurano anche nel Canzoniere
ispano-sardo, raccolta ugualmente ascrivibile, in parte, ad ambienti religiosi
isolani della seconda metà del Seicento. In particolare, il nucleo di testi che
insiste sulla fugacità dei beni terreni, sull’imperativo morale per l’uomo di
improntare la propria vita ai comandamenti divini e sulla necessità di pre-
pararsi a una buona morte, richiama un’intera sezione del codice braidense.
Tale coincidenza fa supporre – più che un rapporto diretto tra i due mano-
scritti – una stessa fonte per entrambi, non ancora identificata56.
Evidenti errori nella trascrizione, con segni di cancellature, possono esse-
re letti come conferme all’ipotesi che il compilatore attingesse ad altri testi,
manoscritti o a stampa. I componimenti, disposti in doppia colonna per carta,
sono preceduti da titoli in corsivo minuscolo, messi in risalto da un inchio-
stro più scuro e dalla maggiore dimensione delle lettere. In genere, le stro-
fe sono separate una dall’altra dal segno ~, oppure da una o due brevi linee
orizzontali, mentre la fine del componimento è variamente indicata con una
doppia linea orizzontale, da formule quali Laus Deo o da una probatio cala-
mi. Il microcopus termina definitivamente con Finis.
Da segnalare alcune particolarità. Nel componimento Coplas al niño per-
dido, dalla seconda in avanti, le strofe sono precedute da cop. In un solo
caso, i versi vengono presentati come Décimas. E, ancora, nelle tre strofe che
compongono Al Santísimo Sacramento, l’ultimo verso che forma l’estribillo
viene trascritto con un leggero rientro. Inoltre, il compilatore non manca di
indicare, con un richiamo, il prosieguo del testo attraverso il rinvio, in calce
alla carta, all’incipit della pagina successiva.
Alcuni di questi accorgimenti, se opportunamente interpretati, possono
offrire qualche utile informazione. Per esempio, il Tratado potrebbe esser-
ci giunto in una veste predisposta per la stampa, anche se carente di indice,
come in precedenza fatto notare. In ogni caso, oltre a manifestare una sen-
sibilità poetica o dei gusti personali, il compilatore del manoscritto sembra
motivato dall’impulso di offrire al potenziale lettore/utente della breve rac-
colta (un confratello?) una sorta di prontuario di testi che egli si preoccu-
pa (come già fatto per gli ejemplos in prosa che formano la prima parte del
codice) di indicare attraverso una rubrica che ne evidenzi la tematica. Titoli

55. Bruce W. Wardropper, La poesía religiosa del Siglo de Oro, in «Edad de Oro», IV
(1985), pp. 195-110.
56. Segnaliamo, tuttavia, il fatto che le Meditaciones de la Passión de Nuestro Señor Jesu-
christo repartidas por las siete horas canónicas junto con la uirtud de que en cada una dellas
se han de hazer actos, raccolte nel Canzoniere ispano-sardo (CLV, p. 117) vengono presenta-
te come «compuestas en esta forma por un religioso descalço». Pertanto, tale componimento
si può supporre originariamente composto e fruito in un convento carmelitano. Questo dato
lo accomuna al codice qui preso in esame, come già evidenziato nel riferire sulla circolazio-
ne del manoscritto.

132
quali Coplas al niño perdido, A la visita de los Reyes Magos, Al Santísimo
Sacramento, De la Muerte, Del juizio final, A la Concepción, De Morte, De
la Muerte, illustrano bene il proposito, edificante e pratico a un tempo, del
raccoglitore dei testi. Benchè alcuni componimenti siano opera di autori noti
– Lope de Vega, Calderón de la Barca, Alonso de Ledesma – il loro nome non
viene mai indicato57, vuoi perchè ritenuto elemento trascurabile, vuoi perchè
dato ignoto al trascrittore.
Sorprende, in questo contesto fortemente spirituale, l’inclusione del com-
ponimento Cántico, che costituisce anche la chiusa del corpus. Escludendo
una lettura a lo divino del testo, esso può essere letto come una spia del gu-
sto del raccoglitore dei componimenti poetici, che non esita a includere testi
amorosi e profani in un contesto di carattere nettamente spirituale, ma anche
come chiaro esempio della varietà della produzione poetica che poteva giun-
gere sotto gli occhi e, in questo caso, a portata della mano di un umile frate
sardo del Seicento.

Criteri seguiti per l’edizione

- Sono state sciolte le numerose abbreviazioni [xpto, xptiano/a>Cristo,


cristiano/a; nro/a>nuestro/a; mhos/as>muchos/as, SS>Santísimo, etc.];
- sono state separate le parole [desta> de esta; aun> a un; dela> de la, etc.]
ma mantenute le forme agglutinate verbo+pronome [buscalla, quitalle,
etc.];
- è stato unito por que quando non interrogativo;
- viene ripristinato l’uso dei diacritici [in -ñ e -ç ].
Si deve a noi:
- l’uso delle maiuscole, gli accenti, la punteggiatura;
- la numerazione delle poesie e dei versi, il riferimento alle pagine;
- il carattere corsivo (per evidenziare gli interventi editoriali sul testo, gli
estribillos, le strofe iniziali nelle glosas e le riprese dei versi);
- l’utilizzo delle parentesi tonde (per segnalare espunzione) e quadre (inte-
grazione).
Per quanto riguarda la grafia, in considerazione del fatto che si tratta di
opera redatta in Sardegna, per non alterare eventuali peculiarità linguistiche
e regionalismi, si è rispettato il consonantismo del testo nelle sue alternanze

57. Omettere il riferimento all’autore, anche nel caso di musicalizzazione dei testi, pare
fosse pratica diffusa. Cfr. Margit Frenk, Lope de Vega, hecho música en la Nueva España de
su tiempo in José M.ª Díez Borque, José Alcalá-Zamora y Queipo De Llano (coords.), Proyec-
ción y significados del teatro clásico español, Homenaje a Alfredo Hermenegildo y Francisco
Ruiz Ramón, (Madrid – Mayo de 2003), Sociedad Estatal para la Acción Cultural Exterior,
Madrid 2004, pp. 79-88.

133
(si è mantenuta la distinzione grafica per la sibilante sorda: s/ss; le varie gra-
fie per l’interdentale fricativa /z/: ça, ço, çu, ce, ci, za, ze, zi, zo, zu; le nasali
-n ed -m davanti a -b e -p; l’assenza o la presenza della -h ) optando per una
trascrizione quasi fedele dei testi.
Gli interventi si limitano ai seguenti casi:
- ripristino della -v con valore consonantico nella alternanza u/v [tuuo>tuvo;
aue>ave];
- ripristino di cu per qu [quando>cuando; qual>cual];
- ripristino i, j, y secondo il valore vocalico o consonantico [iusto>justo,
iunta>junta, rajo>rayo oya>oía, caiendo>cayendo, ayre> aire, rei>rey;
hyelo>hielo].

Indice

I Coplas al Niño Perdido De un ondo valle salía|en una noche de invierno [pp. 1-2]
II Décimas Apurar cielos pretendo|pues que me tratais ansí [pp. 2-3]
III A la visita de los Reyes Magos La aldeana graciosa|recién parida [pp. 3-5]
IV Al Santísimo Sacramento Los cortesanos del cielo|que a Dios ven encerrado [en
este pan] [p. 6]
V De la muerte ¿Yo para qué nací? Para salvarme| que tengo de morir es infalible
[pp. 6-7]
VI Del juizio final Larga cuenta que dar del tiempo largo|término breve tráncito
forçoso [pp. 7-9]
VII A la Concepción Virgen muy del cortesano|vuestro hijo sabe hazer [p. 9]
VIII Pronóstico. El año de quinientos|y ochenta después de mil [pp. 9-10]
IX De morte Tres cosas causan espanto|y hazen al hombre santo [p. 10]
X Adelantamiento del alma ¿Cómo a Dios iré bolando?| Baxando[p. 10]
XI Otro ¿Quién causa seguridad? |Humildad [p. 10]
XII De la muerte Oí palpé (y )vi y tuve olfato| biví con carne y sangre y sentimiento
[pp. 11-12]
XIII Cántico Ya vino la primavera|mas no viene en el abril [p. 12]

I Coplas al niño perdido [pp. 1-2]

De un ondo valle salía


en una noche de invierno
un llanto que de tan tierno
las piedras enternecía.
¡Ay ay de mí que mi tesoro 5
y todo mi bien perdí!

134
Por la ribera se oía
la vos por cierto della
y era que una donzella
buscando al niño dezía: 10
¡Ay ay de mí que mi tesoro
[y todo mi bien perdí!].
De los tesoros del cielo
que dar al honbre Dios quizo
por grande favor me hizo 15
su tesorera en el suelo.
¡Ay ay de mí que mi tesoro
[y todo mi bien perdí!].
Sin dolores le parí
aunque de Ioseph esposa 20
virgen en parir dichosa
más que todas, madres fui.
¡Ay ay de mí que todo [mi tesoro
y todo mi bien perdí!].
De Dios, mi Rey, mis amores 25
mi vida, sin Vos bivir
será muriendo sentir
más que de parto dolores.
¡Ay ay de mí que todo [mi tesoro
y todo mi bien perdí!]. 30
A siegas, sin luz alguna,
andome tras Vos cuitada,
cuando va como eclipsada
en pos de su sol la luna.
¡Ay ay de mí que todo [mi tesoro 35
y todo mi bien perdí!].
Esta pérdida sentida
¿a quién de nos ha cabido?
¿Sois Vos mi niño perdido
o yo sin Vos la perdida? 40
¡Ay ay de mí que todo [mi tesoro
y todo mi bien perdí!].
Daislo a saber en el suelo
lo que en el pecho no cabe
pero no sé que me vale 45
saber secretos del cielo.
¡Ay ay de mí que todo [mi tesoro
y todo mi bien perdí!].
Voz sabéis donde yacéis:
¿por qué a mí os escondéis? 50
Descubrios si queréis
y lo demás no cubráis.
¡Ay ay de mí que todo [mi tesoro
y todo mi bien perdí!].

135
¿Qué señas daré, mi Dios, 55
de Vos a los que topare?
No allaré aunque buscare
a quien compare a Vos.
¡Ay ay de mí que todo [mi tesoro
y todo mi bien perdí!]. 60
A[p. 2] mi persona me [...]
que a Vos parí Dios Padre,
hijo tan hijo de madre,
madre tan madre de hijo.
¡Ay ay de mí que todo [mi tesoro 65
y todo mi bien perdí!].
Veréisle niño de oro,
entre blanco y colorado,
en todo tan agraciado
que es de gracia su tesoro. 70
¡Ay ay de mí que todo[ mi tesoro
y todo mi bien perdí!].
Su rostro y fisonomía,
cuanto más en edad crece,
¿alguna cosa parece 75
si no parece a la mía?
¡Ay ay de mí que todo [mi tesoro
y todo mi bien perdí!].
Aunque hay entre los dos
aquesta correspondencia, 80
hay tan grande diferencia
cuanta de puro honbre a Dios.
¡Ay ay de mí que todo[ mi tesoro
y todo mi bien perdí!].
En todo que más se cuadre 85
no sé más el que verá,
a los dos conocerá
ser él niño, yo la madre.
¡Ay ay de mí que[todo mi
tesoro y todo mi bien perdí! 90
Laus Deo

Villancico formato da quindici quartine di ottonari più un distico come estribillo.


Manca la cabeza iniziale. Schema rimico: abbacc. L’episodio evangelico (Luca, 2,
41-50) del ritrovamento di Gesù tra i Dottori nel Tempio a Gerusalemme ha prodotto
innumerevoli «coplas al niño perdido». Significativo il fatto che, dell’intera vicenda, i
poeti abbiano privilegiato il momento drammatico della scomparsa e della ricerca del
bambino da parte della madre, in una sorta di avvicinamento alla quotidianità ed espe-
rienza dei lettori/ascoltatori. Le strofe del manoscritto si impongono per la delicatezza
dei toni, benché il ritornello reiteri l’angoscia di una giovane donna che ha smarrito il
proprio figlioletto.

136
II Décimas [pp. 2-3]
Apurar, cielos, pretendo
ya que me tratais ansí,
qué delito cometí
contra vosotros naciendo;
aunque si nací, ya entiendo 5
qué delito he cometido.
Bastante causa ha tenido
vuestra justicia y rigor;
pues el delito mayor
del hombre es haber nacido. 10
Sólo quisiera saber,
para apurar mis desvelos,
(dexando a una parte, cielos,
el delito de nacer)
qué más os pude ofender 15
para castigarme más.
¿No nacieron los demás?
Pues si los demás nacieron,
¿qué privilegios tuvieron
que yo no gozé jamás? 20
Nace el ave, y con las galas
que le dan belleza suma,
apenas es flor de pluma
o ramillete con alas,
cuando las ethéreas salas 25
corta con velocidad
negándose a la piedad
del nido que dexa en calma:
¿y teniendo yo más alma,
tengo menos libertad? 30
Nace el bruto, y con la piel
[p. 3]

que dibuxan manchas bellas,


apenas siño es de estrellas,
gracias al docto pinzel,
cuando, atrevido y crüel 35
la humana necesidad
le enseña a tener crueldad,
monstruo de su labirinto
¿yo, con mejor distinto,
tengo menos libertad? 40
Nace el pez que no respira,
aborto de ovas y lamas,
[y] apenas baxel de escamas
entre las ondas se mira
cuando a todas partes gira 45
midiendo la inmensidad
de tanta capacidad

137
que le da su centro frío:
¿e yo, con más albedrío
tengo menos libertad? 50
Nace el arroyo, culebra
que entre flores se desata,
[y] apenas, sierpe de plata
entre las flores se quiebra
cuando música celebra 55
de las flores la piedad
que le dan la majestad
el campo abierto a su huida
¿y teniendo yo más vida
tengo menos libertad? 60
En llegando a esta pasión
un bolcán, un Ethna echo
quisiera sacar del pecho
pedaços del coraçón.
¿Qué ley, justicia o razón, 65
negar a los hombres sabe
privilegio tan süave
excepción tan principal,
que Dios le ha dado a un cristal
a un pez, a un bruto [y] a un ave? 70
Si tratta di versi di Pedro Calderón de la Barca (La vida es sueño, Jornada primera,
escena II). L’opera venne pubblicata nella Primera parte de comedias, Madrid, 1636.
Segnaliamo la relativa tempestività della conoscenza e circolazione del dramma teatrale
di Calderón in Sardegna quando questi ancora vive. Muore, infatti, nel 1681. Le stesse
strofe, ma in un ordine alterato, figurano nel Canzoniere ispano-sardo [CV, Otras, pp.
230-31].
v. 2 ya] pues
v. 3 delito] delitos
v. 5 aunque] pues
v. 11 sólo] pero
v. 18 pues] y
v. 21 galas] alas
v.24 alas] galas
v. 27 negándose] negando
v. 34 gracias] gracias da
v. 35 atrevido] tirana
v. 39 mejor ] mayor
v. 42 lamas] llamas
v. 53 flores] guijas
v. 56 de las flores la piedad] con sonora magestad
v. 57 que le dan la magestad] del campo la amenidad
v. 58 el campo abierto a su huida] que le da puerta de ida
v. 61 pasión]sazón
v. 63 sacar]arrancar
v. 65 justicia]ley

138
v. 66 negar a los hombres sabe] a los hombres negar sabe
v. 68 excepción]exemción
v. 69 Dios le ha dado] dio Dios

III A la visita de los Reyes Magos [pp. 3-5]


La aldeana graciosa
recién parida
visitándola Reyes
no les da silla.
Una oscura noche 5
del sol enbidia
parió la aldeana
de nuestra villa.
Fuimos sus parientes
a ver de día 10
de riquesas pobre
claros enigmas.
Hallámosla[p. 4] sola
pero tan linda
que baxaba el cielo 15
todo a servirla.
Mas aunque su madre
fue un tienpo rica
ella estava pobre
mas sienpre linpia. 20
No tuvo en la cama
ricas cortinas
el suelo era cielo
que la cubría.
La cuna fue pajas 25
y las mantillas
lirios azucenas
y clavellinas.
Eran los cristales
y zelozías 30
pedaços de hielo
por donde mira.
Reyes de Oriente
tanbién caminan
oro le presentan 35
incienso y mirra.
Como no las tiene
la hermosa niña
visitándola Reyes
no les da silla. 40

139
Colunas, pilastras,
friços, cornisas
de antig[u]o edificio
rotas ruinas.
Vasíos descubren 45
donde fabrican
de nieve los vientos
paredes frías.
Dentro telarañas
son telas rizas, 50
hielos por de fuera
pizarras lizas.
Hazen los pastores
como [que] se admiran
de ver que el I[n]menço 55
se encoge y cifra.
Para las paredes
donde se arriman
en tapizes que andan
figuras vivas. 60
Ella casa tiene
y esta familia
que en este aparato
reyes reciba.
Reyes que cubiertos 65
de oro de Tíbar
arrastran brocados
que el mundo estima.
Sillas[p. 5] le han faltado
nadie las pida 70
adonde los cielos
ven de rodillas.
Y aunque las promete
para otro día
visitándola Reyes 75
no les da silla.
No se quexan ellos
[que] antes se humillan
de Mayores Reyes
viene María. 80
David era santo
Dios lo confirma
sabio Salomón
bueno Ezequías.
Mas no fue la causa 85

140
no aver quien sirva
silla a los Reyes
en la visita.
Pages hay que buelan
y sillas ricas 90
en otros Palacios
que tiene arriba.
[Ser] el rey tan grande
será por dicha
pues basta la gloria 95
del que le mira.
No se sientan Reyes
donde él abita
que alguno que quizo
perdió la silla. 100
Desde su soberbia
se están vazías
que las humildades
a Dios obligan.
María lo sabe 105
pues es bendita
por las que en su alma
los cielos miran.
Como el ser humilde
tanto lo estima 110
visitándola Reyes
no les da silla.

Serie di 28 quartine di senari e pentasillabi, con assonanza fissa i-a nei versi pari.
Si tratta di una testimonianza della forma fluttuante della seguidilla non ancora fissata
nello schema canonico di quartina di settenari e pentasillabi. [Cfr. Rudolf Baher, Manual
de versificación española, Editorial Gredos, Madrid 19894, p. 249 «Tanto la seguidilla
antigua como la popular moderna muestra frecuentemente una ligera oscilación en el
número de sílabas de sus versos; los heptasílabos pueden suplirse por hexasílabos y en
lugar de pentasílabos se encuentran a menudo hexasílabos»]. Attestato l’uso nei Cancio-
neros espirituales di Lope de Vega e José deValdivielso [ivi].
Il componimento è opera di Lope de Vega, raccolto in Pastores de Belén Prosas y ver-
sos divinos, Madrid, 1612, volume che conobbe varie riedizioni durante il XVII secolo.
Gli emendamenti sono stati condotti sulla base del raffronto con la versione che ne of-
fre Don Justo de Sancha (ed.), Romancero y Cancionero sagrados, n. 496, p. 201, BAE,
tomo XXXV, Madrid 1950. Il testo figura anche nel Canzoniere ispano-sardo (CXVIII,
A la Virgen resién parida, p. 247).
v. 5 oscura] escura
v. 10 ver de] verla un
v.12 claros] claras
v. 43 pilastras] pilas hay
v. 50 rizas] ricas

141
v. 60 vivas] bravas
v. 61 ella] esta
v. 66 Tíbar] Síbar
v. 70 los pide] las pida
v. 73 las] los
v. 83 Salomón] Salamón
v. 92 tiene arriba] arriba tiene
v. 96 le] la
v. 99 alguno] al punto
v. 107 las] lo

IV Al Santísimo Sacramento [p. 6]


Los cortesanos del cielo
que a Dios ven encerrado en este pan
y por los honbres del suelo
hecho manjar delicado
¿qué dirán hoy, que dirán? 5
Cuando bean que conbida
a los honbres que pecaron en Adán
y se les da en comida
aunque le crucificaron
¿qué diran hoy, que dirán? 10
Cuando vean al cordero
señalado con el dedo de San Juan
hecho pastor ganadero
y a su manada entregado
¿qué dirán hoy, qué dirán? 15

Strofe di quintillas di ottonari ed endecasillabi. Schema rimico: aBacb. (Componi-


mento non individuato nei repertori metrici). Si direbbe un testo incompleto, privo delle
strofe in cui il poeta probabilmente sviluppa e porta a compimento il ragionamento intro-
dotto nei quindici versi riprodotti.

v. 14 manada]manado

V De la muerte [pp. 6-7]


Yo ¿para qué nací? Para salvarme.
Que tengo de morir es infalible,
dexar de ver a Dios y condenarme
triste cosa será pero posible.
¿Posible?¿[Y] río,[y] duermo y quiero holgarme? 5
¿Posible? ¿Y tengo amor a lo visible?
¿Qué hago?¿ En qué me ocupo?¿ En qué me encanto?
Loco devo de ser pues no soy santo.
¿Yo cómo vine al mundo? Condenado.
¿Dios cómo me libró? Dando su vida. . 10
¿Yo cómo la perdí? Por un bocado
que fue del mundo todo el homicida.

142
¿Dios qué me pide a mí? Lo que me ha dado.
¿Yo qué le pido a Él? La eterna vida.
¿Dios para qué murió? Para librarme. 15
Yo ¿para qué nací? Para salvarme.
De tierra soy, y en tierra he de bolverme
y a siete pies de tierra redusido,
y una pobre mortaja en que enbolverme
tendré del mundo [el] pago merecido. 20
No puedo de este passo defenderme
ni el César pudo, ni el jayán temido;
miseria general, caso terrible
que tengo de morir es infalible.
Allí de los amigos más amados, 25
del alma tiernamente más queridos,
los último[s] abraços regalados
recibiré con llantos y gemidos.
Allí será el mayor de mis cuidados,
los deleites y vicios cometidos, 30
pues que puedo por ellos no salvarme:
dexar de ver a Dios y condenarme.
Pues ¿cómo de la emienda y penitencia
tan descuidado bivo en esta vida?
¿Cómo no limpio y curo la conciencia 35
Antes [p. 7] que lleg[u]e al fin de esta partida?
Porque si llega y falta diligencia
el dar en el infierno una caída
hasta el centro profundo (y ) más horrible
triste cosa será pero posible. 40
Dispuesto con cuidado y prevenido
conviene estar al tráncito forçoso,
que si me coje desapersebido
tendré el castigo como perezoso.
¡O loco, torpe, necio, endurecido, 45
falço, liviano, desleal, vicioso!
Que puede ser venir a condenarme
¿posible,¿ [y] río’¿ [y]duermo?¿Y quiero holgarme?
En este paso mil esclamaciones,
con lágrimas sollozos y alaridos 50
arán, sin dar alivio a mis pasiones,
padres, (y) hermanos, deudos, conocidos.
¡Qué ansias, qué congoxas, qué afliciones
turbarán mis potencias y sentidos!
¿Esto tengo de ber, esto es posible? 55
¿posible?¿Y tengo amor a lo visible?
Agonizando para dar la vida,
el cuerpo flaco con la amarga muerte
el alma triste teme la partida,

143
el divorcio preciso y dura suerte. 60
Amargo cáliz de mortal bevida,
pues tengo de pasarte y de beverte
¿Cómo de la virtud me olvido tanto?
¿qué hago? ¿en qué me ocupo? ¿en qué me encanto?
Allí me asombrará la cuenta larga 65
las visiones horrendas infernales
la memoria terrible y tan amarga
del fallo que condena y otros males.
Pues ¿cómo, ¡o[h] ciego! Con tan grande carga
de angustias y tormentos desiguales 70
no tienblo? ¿No me enmiendo? ¿No me espanto?
Loco devo de ser pues no soy santo.

Glosa in ottave di endecasillabi, o ottave reali, (schema rimico ABABABCC), della


strofa che costituisce la cabeza, secondo Lope de Vega opera del carmelitano madrileno
fray Pedro de los Reyes, (cfr. Lope de Vega, Laurel de Apolo, con otras rimas, Madrid,
1630, p. 62). La composizione figura anche nel Canzoniere ispano-sardo con il titolo Co-
plas a la muerte (XXXVI, p. 89).

v. 17 en]a
v. 25 del]de mi
v. 30 deleites]pecados
v. 37 diligencia]diligentia
v. 38 el dar]a dar asta
v. 39 centro]cendro
v. 47 ser venir] servirme
v. 49 paso]caso
v. 57 dar]dal
v. 60 preciso]penoso
v. 68 fallo]falso; y]o

VI Del juizio final [pp. 7-9]


Larga cuenta que dar del tienpo largo
término breve tráncito forçoso
posible tribunal, juizio amargo
aun a los mismos santos espantoso;
muchas las culpas, débil el descargo 5
recto el juez y entonces riguroso,
puerto en que va a gozar de Dios eterno
o penar para sienpre en el infierno.
Si duermes entre vicios, o alma mía,
razón será del sueño despertarte 10
con la memoria del tremendo día
que el mismo Dios vendrá a sentenciarte.
Has algún bien pues del estar impía
que[p. 8] de su mal no tuve alguna parte
pues sabes ya que llevas a cargo 15
larga cuenta que dar del tienpo largo.

144
El inquieto fiscal de tu conciencia,
mil flechas de terror arroja y tira,
mostrándote por puntos la paciencia
de tu clemente Dios ardiendo en ira. 20
Antes que lleg[u]e la final sentencia,
tus soñolientos ojos abre y mira,
que son la vida y el morir penoso
término breve tráncito forçoso.
Solo [...] tránsito postrero 25
donde as de recebir pena o castigo
y verás hecho león quien fue cordero
y al que te amava buelto enemigo?
Inclementes verdugos, juez sincero,
muchos contrarios y ningún amigo, 30
sentencia pronunciada sin enbargo
terrible tribunal, juizio amargo.
Allí está,temeroso y tremebundo,
el ánimo más fuerte y más constante,
viendo ya el centro abierto del profundo, 35
la eterna y biva llama crepitante.
Y el sacro rostro que alegrava el mundo,
trocado en duro y áspero senblante,
será aunque más benigno y amoroso
aun a los mismos santos espantoso. 40
Mil vezes de mi vida con la pluma
de la contemplación ago un tanteo
antes que el curso de morir consuma
la flor casi marchita que poseo
y al fin hallo que han hecho la suma 45
del viçio y la virtud en que me enpleo
por mas que en mi favor la cuenta alargo
muchas las culpas débil el descargo.
Ronpe pues, o[h] alma mía, el lazo fuerte
que te puso del visio el torpe encanto, 50
dexa el vano plazer y lágrimas vierte,
lave las manchas de tu culpa el llanto.
Sienpre dormida estás, basta moverte,
sabe que en día que te inporta tanto
as de ver en tu pleito peligroso 55
recto el juez y entonces riguroso.
Lleva adelante sienpre en la memoria
que es aqueste riguroso y triste día,
día en que te inporta la mayor vitoria,
tienpo que no será el que ser solía; 60
momento en que se alcança pena o gloria,
hora en que teme más quien más confía,
instante en que se ve lo más eterno
o penar para sienpre en el infierno.

145
El son de la tronpeta terrorosa 65
en[p. 9]las orejas ya retunba y suena,
con cuya voz terrible y espantosa
un helado terror mis güesos hiela.
Disponte a dar la cuenta que es forçosa,
pues no inporta llevarla mala o buena 70
menos que un gozo lleno y sempiterno
o penar para sienpre en el infierno.

Ancora un componimento in ottave di endecasillabi (schema rimico: ABABABCC)


motivato da una glosa. La strofa iniziale figura anche nel Canzoniere ispano-sardo
glossata in maniera diversa, (XXXIX, A la larga cuenta que ha de dar de su vida el
hombre a Dios, p. 95). Da segnalare una svista, o incongruenza, nel v.64. La strofa,
infatti, avrebbe dovuto concludersi con puerto en que va a gozar de Dios eterno (v.7
della cabeza), rendendo dubbio, però, in questo modo, anche il verso che lo precede.
L’errore farebbe pensare a una distrazione del copista durante la trascrizione da un te-
sto scritto.
v. 39 benigno]begnino
v. 65 son]tono

VII A la Concepción [p. 9]


Virgen muy del cortesano
vuestro Hijo sabe hazer
pues, yendo(os) Vos a caer,
Él os viene a dar la mano.
A la entrada de la vida 5
ay un passo tan lodoso
que el más ligero y mañoso
no passa sin dar caída.
Sólo el Hijo soberano
passó solo y sin caer 10
y Vos, mas fue menester
que el Hijo os diesse la mano.
Queda el pegajoso lodo
en el que cae tan asido,
que ningún honbre ha sabido 15
quitalle de ningún modo.
[Mas aqueste cortesano
un agua tiene de hazer,
con que ya que ha de caer
quede el hombre limpio y sano] 20
Serie di redondillas de rimas abrazadas (quartine di ottonari, schema rimico: abba).
Si tratta di una poesia di Alonso de Ledesma, sulla Immacolata Concezione, tutta giocata
sulla metafora del fango (peccato originale) che solo l’acqua purificatrice mandata dal
Cielo saprà lavare. Il trascrittore copia tre delle quattro strofe che formano il componi-
mento, indicato come villancico, A la Concepcion de nuestra Señora. (Gli emendamenti

146
sono stati condotti sulla base del raffronto con Conceptos espirituales de Alonso de Le-
desma Natural de Segovia Con licencia en Madrid, por Julian de Paredes, Año MDCXL-
VIII, A costa de Juan de Valdes, Librero de Su Magestad).
v. 5 de la]de esta
v. 7 mañoso] magnoso

VIII Pronóstico [pp. 9-10]


El año de quinientos
y ochenta después de mil
vendrá mayo tras de abril,
por nuestros merecimientos.
De mayo a los veinte y tres 5
pónese el sol en León,
y en cualquier tierra o nasión
dos vezes sinco hace diez.
En los elementos todos
veremos demudamientos, 10
porque lloverá con vientos
y lloviendo abrá lodos.
Haráse del fuego braças
doquiera que se hiziere,
y quien en casa estuviere 15
no estará fuera de casa.
Será tan grande el verano
que llega asta el invierno,
veremos quezo tan tierno
que se ronpa con la mano. 20
Y si nace lo senbrado,
porque a la verdad se diga,
ha de nacer cara arriba
porque assí está profetizado.
En[p. 10] Galicia y la montaña 25
y en el niño de Valencia
habrá tan grande diferencia
entre el guevo y la castaña.
Serán todas las ciudades
pobladas de ciudadanos 30
y las villas de villanos
en obras y voluntades.
El río será forçado
que lleve tan gran corriente
que le passe por la puente 35
quien no fuere por el vado.
Ancora redondillas (quartine di ottonari con rima baciata) dal tono burlesco, sul tema
delle facili profezie. Il componimento, infatti, dal significativo titolo di Pronóstico, al-

147
lude verosimilmente alle pratiche divinatorie (che irride), inanellando una dietro l’altra
delle conclamate ovvietà frutto dell’esperienza quotidiana. María Cruz García de En-
terría fa notare come almanacchi, lunarios e pronósticos fossero «una de las mercancías
preferidas por los vendedores – y compradores – de la literatura de cordel» (Sociedad y
poesía de cordel en el Barroco, Taurus, Madrid 1973, p. 100). «La técnica que adoptan en
líneas generales, estas publicaciones [...] para parodiar los lunarios y pronósticos ‘serios’
se limita a pronosticar lo previsible, lo que en buena lógica ha de ocurrir». (Antonio Hur-
tado Torres, Pronósticos y lunarios burlescos de los Siglos de Oro, Indice bibliográfico,
in «Cuadernos Bibliográficos», 40 (1980), p. 56). Il testo trascritto conferma, inoltre, la
circolazione nell’isola dei pliegos sueltos, fogli volanti i cui versi in genere recitavano i
ciechi lungo le strade. L’incipit fa riferimento al 1580, data che situerebbe questa compo-
sizione poetica tra quelle più antiche. La produzione maggiore, infatti, si ebbe nel XVII
secolo, soprattutto nella seconda parte, durante il regno di Carlo II.

IX De morte [p. 10]


En castellano
Tres cosas causan espanto
y hazen al honbre santo:
la primera es entender
que muerto tengo de ser,
la segunda espanto da 5
no saber cuando será,
la tercera es que no sé
si al cielo o infierno iré.

Si tratta di un’ottava di ottonari, sequenza di distici rimanti aabbccdd, sul tema della
morte, (preceduta da una versione dello stesso testo in latino). Questo componimento, e i
due che seguono, costituiscono una microsezione la cui cifra stilistica sembra risiedere nel
tono quasi di preghiera o di formula catechistica. Infatti, in versi rimati, trasmettono rifles-
sioni sul memento mori con esortazioni del credente/orante che invoca la guida divina. La
brevità dei testi, insieme alla particolare struttura, basata su domanda e risposta a cui segue
breve ricapitolazione, (cfr. X e XI) sembrano studiate per favorirne la memorizzazione.

X Adelantamiento del alma [p. 10]


¿Cómo a Dios iré bolando?
Baxando.
¿Cómo estaré en Dios biviendo?
Muriendo.
¿Cómo estaré en Dios obrando? 5
Amando.
Pues el cielo irá clamando
que bolar, bivir y obrar
en Dios se ha de alcançar
baxando, muriendo y amando. 10

XI Otro [p. 10]


¿Quién causa seguridad?
Humildad.

148
¿Quién me corona en presencia?
Paciencia.
¿Y quién arrebata el cielo? 5
Zelo.
Pues mi Dios a Vos apelo
del mundo en que no hay verdad,
dadme por vuestra bondad
humildad, paciencia y zelo. 10

Si tratta di due ovillejos, «suma de diez versos en que figuran tres pareados, cada uno
formado por un octosílabo y un quebrado a manera de eco; a los cuales sigue una redon-
dilla que continúa la rima del último pareado y termina reuniendo los tres breves quebra-
dos en el verso final», (Tomás Navarro Tomás, Métrica española, Syracuse University
Press, Syracuse-New York 1956, pp. 530-31). La strofa è assimilata da alcuni studiosi
alle pratiche della poesia estemporanea, de repente, frutto della collaborazione tra più
poeti: «también se dicen ovillejos aquellos metros que de repente componen los poetas,
puestos en un cerco, a un mismo assumpto, componiendo cada cual su verso o su copla»
(Juan Díaz Rengifo, Arte poética española edizione ampliata da Joseph Vicens, 1703, p.
86). In ogni caso la si ritiene strofa molto flessibile, adatta a «veicolare atractivamente
mensajes muy simples y, sobre todo, tan fácil de memorizar». (Antonio Alatorre, Perdu-
ración del ‘ovillejo cervantino’, in «Nueva Revista de Filología Hispánica», XXXVIII
(1990), pp. 643-674).

XII De la muerte [pp. 11-12]


Oí, palpé, [gusté], (y) vi y tuve olfato
viví con carne, (y) sangre y sentimiento,
tuve –aunque estoy agor[a] en tal retrato-
memoria, voluntad y entendimiento.
Juntas aquestas cosas que relato, 5
con otras infinitas que no cuento,
todas las consumió la sepultura
dexándome, cual ves, en tal figura.
Si quieres ver el fin triste que (se) espera
a todas nuestras vanas fantasías 10
abre los ojos, mira y considera
el miserable fin de nuestros días.
Mira en este retrato y calavera
en que paran los gustos y alegrías,
mira [que], aunque me ves en tal retrato, 15
oí, palpé,[gusté, ( y) vi y tuve olfato.
Contempla, en el cristal de aqueste espejo,
el desengaño de la vida humana:
el Papa, el Rey, el grande, el niño, el viejo,
el que peina la barba negra y cana, 20
el ignorante y el que da consejo,
el que viste sayal, púrpura o grana
que yo, [en],algún tienpo, (fui) aunque no siento,
biví con carne,( y) sangre y sentimiento.

149
Imagina que soy un Rey, un Papa 25
un Señor titulado, un grande, un chico,
un bizarro galán, uno sin capa,
un mercader famoso, un pobre, un rico.
Porque si bien lo miras soy un(a) mapa
de todas estas cosas que publico, 30
pues los bienes y males de que trato
tuve aunque estoy agora en tal retrato.
Essos áridos huessos fríos y secos,
esta funesta sombra, esta figura,
estas quijadas secas cuyos huecos 35
ocupan los dientes que con blancura
exedían las perlas ya son secos;
de la miseria humana acerba y dura
todo me falta,vida y sentimiento,
memoria, voluntad y entendimiento. 40
No bivas sólo un punto descuidado:
huye el ocio, licencia y mentiras
del desonesto vicio azib[a]rado,
el odio, las venganzas y las iras,
la soberbia y el tienpo mal gastado 45
que serán contra ti, si [no] lo miras,
testigos que condenan tu mal trato
juntas aquestas cosas que relato.
Ajusta bien la cuenta que es forçosa,
y ten por (bien y) cierto no te escandalize, 50
que te la han de tomar tan rigurosa
que de temor el pelo se te herice,
porque[p. 12] será tan triste y espantosa
que el más constante más se atemorize
siendo sus culpas puestas en asiento 55
con otras infinitas que no cuento.
¿Qué sirvió el pelo al oro semejante,
frente, seja, [nariz], (y) menudo diente
de blanca nieve y púrpura brillante?
Los ojos del [sol] puestos en oriente, 60
los labios de coral, si en un instante
dientes, labios, nariz, ojos y frente,
cabellos, cejas, púrpura y blancura
todas las consumió la sepultura?
Cuando por el camino de la vida, 65
que parece segura caminando
rica, lozana, hermosa, guarnesida
de perlas, plata y oro no pensando
me salteó la muerte que, atrevida,
al camino salió y me fue quitando 70
vestido, plata, oro y hermosura,
dexándome cual ves en tal figura.

150
Terza glosa in ottave di endecasilabi (ABABABCC) ancora sul tema della vanità del
mondo. Lo stesso testo è raccolto nel Canzoniere ispano-sardo (XXXVII, Otras, p. 91 )
con il quale, quindi, questo corpus poetico complessivamente condivide quattro compo-
nimenti: A la Virgen resién parida e le tre glosas: Coplas a la muerte, Otras e A la larga
cuenta que ha de dar de su vida el hombre a Dios. Gli emendamenti sono stati qui appor-
tati sulla base del confronto con la versione lì raccolta.

v. 25 un grande, un chico]un gran rico


v. 32 estoy agora]agora estoy
v. 35 huecos]huessos
v. 49 ajusta]junta
v. 54 más]el alma
v. 55 siendo]oyendo
v. 59 brillante]esmaltado
v. 60 ojos del sol]antojos del

XIII Cántico [p. 12]


Ya vino la primavera
mas no viene en el abril,
sino en la beldad de Yolanda
de la tierra un serafín.
Ya baxa de aquestos montes 5
la caçadora gentil,
dexando libre a las fieras
que lleva dentro de sí.
Los despojos de la caça
estoy mirando venir: 10
a sus manos uno a uno
y a sus ojos mil a mil.
Miréla y con tanto miedo
que, dexando de bivir,
ya no me atrevo a buscalla 15
donde sé que la perdí.
Selvas, si veis a la Venus
de nácar o de carmín
la informaréis de mis ancias
dende el día que la ví. 20
Los humildes corderillos
que estavan en su redil,
mirando a un lado y a otro
por ver si pueden salir.
Ya vino la primavera 25
y no vino para mí,
que como soy despreciado
y sin ventura nací.

151
Los pajarillos xilgueros,
que estavan en su jardín, 30
andando de rama en rama
ronpiendo el aire sutil.
Finis.
Si tratta di otto cuartetas con assonanza tronca (- í- ) nei versi pari, il cui tema – di
carattere profano e amoroso – si discosta nettamente dai componimenti che lo precedono
e dai contenuti con cui si è soliti indicare il Cántico. Il Diccionario de la Real Academia
(1729) identifica, infatti, con questa denominazione «cierta composición Poética que se
hace para cantarla expressamente que por lo regular es à lo Divino, aunque no tiene no-
vedad de metro y por esta causa se llaman assí diferentes Psalmos de la Escritura, como
el de Moises, el de los Niños de Babylonia, el de Nuestra Señora, &c.». Credo qui sia
da cogliere soprattutto il riferimento al fatto che si trattava di esecuzione vocale e, forse,
anche sonora.

Indice dei primi versi


Apurar cielos pretendo | pues que me tratais ansí
¿Cómo a Dios iré bolando? | Baxando
De un ondo valle salía | en una noche de invierno
El año de quinientos | y ochenta después de mil
La aldeana graciosa | recién parida
Larga cuenta que dar del tiempo largo | término breve tráncito forçoso
Los cortesanos del cielo | que a Dios ven encerrado [en este pan]
Oí palpé y vi y tuve olfato | biví con carne y sangre y sentimiento
¿Quién causa seguridad? | Humildad
Tres cosas causan espanto | y hazen al hombre santo
Ya vino la primavera | mas no viene en el abril
¿Yo para qué nací? Para salvarme | que tengo de morir es infalible
Virgen muy del cortesano | vuestro hijo sabe hazer

152
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154
La Storia letteraria di G. Siotto Pintor
tra pegno per la fusione sardo sabauda
e dote per la nazione italiana
di Gonaria Floris

Un confronto fra Italia e Europa

Lo stesso anno in cui Giovanni Siotto Pintor licenziava i suoi quattro vo-
lumi della Storia letteraria di Sardegna1 usciva a Firenze il volume unico
della Storia delle belle lettere in Italia di Paolo Emiliani Giudici2: la prima
storia letteraria italiana con decisi elementi di novità, definisce quest’ulti-
ma Giovanni Pirodda, il quale tende ad escluderne ogni ipotetica influenza
sulla prima, non solo per la stretta contemporaneità che le contraddistingue
ma anche in considerazione della forte distanza ideologica che separava i
due autori3. Vale la pena in tutti i casi di registrare anzitutto lo scarto fra i
ben quattro volumi della storia della letteratura dell’isola ed il singolo volu-
me della storia dell’intera penisola. Come pure sembra degno di nota che,
nella premessa Ai lettori, Emiliani Giudici evidenzi l’origine e le finalità
essenzialmente didattiche della sua storia (Le presenti lezioni compongono
un corso di Storia della letteratura italiana) sino a formulare l’auspicio che
presso le università italiane i governi istituissero cattedre di Storia letteraria e

1. Giovanni Siotto Pintor, Storia letteraria di Sardegna, Tipografia A. Timon, Cagliari


1843-1844; ora nella ristampa anastatica di Arnaldo Forni, Bologna 1981. Su tutta la vicen-
da bio-bibliografica e documentaria dell’autore si veda la monografia di Tito Orrù, Giovanni
Siotto Pintor. Scrittore e uomo politico. Bibliografia ragionata e notizie sugli inediti, Gallizzi,
Sassari 1966, in particolare alla p. 13 e n., p. 43 e p. 45.
2. Paolo Emiliani Giudici, Storia delle belle lettere in Italia, Società Editrice Fiorentina,
Firenze 1844. Ma a distinguere per la prima volta la letteratura come belle lettere dalle scien-
ze e dalle arti era stata l’opera di Ireneo Affò, Dizionario precettivo critico ed istorico della
poesia volgare, Carmignani, Parma 1777; e si pensi ai Principi di belle lettere del Parini, la
cui composizione risale al più tardi al 1775, in Giuseppe Parini, Opere, a cura di Egidio Bel-
lorini, Prose, vol. I, Laterza, Bari 1913.
3. Giovanni Pirodda, Giovanni Siotto Pintor letterato, in Intellettuali e società in Sarde-
gna tra Restaurazione e Unità d’Italia. Atti del convegno nazionale di studi (Oristano, 16/17
marzo 1990), a cura di Girolamo Sotgiu, Aldo Accardo, Luciano Carta, voll. II, S’Alvure, Ori-
stano 1991, vol. II, pp. 141-158, in particolare, p. 142.

155
di Estetica al posto delle antiquate Retoriche4. Non sarà un caso, perciò, che
nel 1855 l’opera venga riedita col titolo di Storia della letteratura italiana –
pur trattandosi di una perfetta copia dell’edizione precedente – se non fosse
per la soppressione di un interessante Discorso preliminare, che torna utile
qui recuperare5. L’autore vi tracciava un bilancio o, per dirla con Giovanni
Getto, una vera storia delle storie della letteratura italiana (in pratica sette-
ottocentesche, da Giuseppe Maffei – il cui Compendio in quanto tale viene
particolarmente apprezzato da Emiliani Giudici – al Sismondi6) per aprirsi a
un confronto con il nuovo orizzonte della critica romantica, tra Germania e
Inghilterra, Francia e Italia. E se sul versante interno egli lamenta i ritardi e
le debolezze della realtà culturale italiana, su quello esterno non esita a con-
dannare l’eccessiva astrazione del sistema idealistico, a cui nel caso specifico
egli riconduce il vizio di un’Estetica indipendente dalle sue produzioni. Per
ovviare unitamente su entrambi i fronti, Emiliani Giudici fa ricorso alla pre-
ziosa risorsa del pensiero di Vico (il cui valore, evidentemente, non risulta
abbastanza riconosciuto nemmeno in patria) e filtrandola attraverso la lezio-
ne offertane dal Foscolo critico, rivendica all’Italia una rinnovata vocazione
alla Storia. In virtù di quest’ultima, egli individua nei monumenti dell’arte
una terza via, oltre l’idea e l’opera, capace di rilevare, fuori dagli eccessi del-
la moderna filosofia quanto della tradizionale filologia, lo stato della lettera-
tura nelle diverse epoche e nelle diverse nazioni, promuovendovi un critico
confronto. Nell’accingersi, dunque, a sviluppare il suo nuovo corso, l’autore
è disposto senz’altro a riconoscere d’essersi giovato dei suoi predecessori,
ma non per questo a ricalcarne i difetti che ne hanno fatto i narratori invece
che i veri storici della letteratura. A tal fine, egli pone anzitutto in discussione
l’enciclopedismo del sapere, che ha perduto ogni credito: sempre utile, a suo
giudizio, per il grande pubblico ma ormai insufficiente a soddisfare le esi-
genze degli studiosi, dal momento che le leggi della cultura non son più assi-
milabili a quelle uniformi e immutabili della natura inanimata, e che i diversi
rami dello scibile hanno sviluppato forme e linguaggi diversi. Si tratta perciò
di ridefinire lo stesso significato della parola letteratura, e farlo rientrare nel
campo specifico delle arti della parola, là dove alcuni lo estesero a tutto lo
scibile, altri lo restrinsero all’ambito della sola immaginazione, ed altri anco-
ra non partirono affatto dalla qualità delle materie ma da quella dello stile. Di
qui il disegno dell’opera, che Emiliani Giudici intende incentrare sul proces-

4. Paolo Emiliani Giudici, Storia delle belle lettere in Italia cit., p. 2.


5. Ivi, pp.13-63.
6. In generale cfr. sull’argomento Giovanni Getto, Storia delle storie letterarie, Sansoni,
Firenze 1942 e Id., La storia letteraria, in Tecnica e teoria letteraria, a cura di Mario Fubi-
ni, Giovanni Getto, Bruno Migliorini, Alberto Chiari, Vincenzo Pernicone, Marzorati, Milano
1951, pp. 109-176; in particolare, si veda il compendio di Giuseppe Maffei, Storia della lette-
ratura italiana, Le Monnier, Firenze 18533 (ed. or. 1825) e Jean Charles Léonard, Simonde de
Sismondi, De la littérature du Midi de l’Europe, Treuttel et Wurtz, Paris 1813.

156
so di moderno incivilimento che scaturì dalla dissoluzione di quello antico7;
quindi sul sopravvento di una nuova società e in particolare sullo sviluppo
di una lingua e una letteratura d’Italia, pur all’interno della dinamica sincro-
nica di un’Europa latina. Come ai fini di tale determinazione delle origini,
anche il periodizzamento della nuova era non sarà scandito dalla meccanica
cronologia dei secoli ma dal complesso avvicendarsi di epoche: la loro evo-
luzione sarà strettamente collegata alla libertà e grandezza politica, e non più
subordinata al maggiore o minore grado di mecenatismo dei prìncipi; il ge-
nio letterario di ciascuna epoca spiccherà nondimeno quanto più sullo sfondo
dei suoi tratti generali risalterà in prospettiva la personalità degli individui, e
specie dei grandi autori, che ne occuperanno il primo piano.
Affiora evidentemente dalle pagine di Emiliani Giudici la memoria del-
la celebre esortazione alle Storie del Foscolo pavese8, riconducibile al se-
vero giudizio che questi espresse sulla tradizione storiografica precedente.
In base a tale giudizio, Foscolo fu portato in pratica ad accomunare storici
della letteratura assai diversi tra loro, quale un Tiraboschi, un Quadrio, un
Crescimbeni9, e a non risparmiare nemmeno i grandi storici tout court, da
Muratori a Magliabechi a Bianchini, etc. In nessuna delle loro opere, infatti,
egli scorgeva una filosofia della storia, né pertanto i principi etici ed esteti-
ci che hanno il compito di giudicarla. In particolare quelle opere gli appari-
vano prive dell’occhio filosofico di cui parla Vico, nel riprendere a sua vol-
ta un’immagine di Platone; grazie alla vista del quale si può comprendere
come i fatti umani siano retti da leggi ideali rintracciabili nello svolgimento
dei fatti stessi, ragion per cui il vero della filosofia e il certo della filologia
vengono naturalmente a coincidere. L’occhio filosofico della storia, infatti, è
come l’occhio corporale, che vede tutti gli oggetti fuori di sé ma ha bisogno
dello specchio per vedere se stesso10. Quelle opere pur grandiose, conclude-

7. Secondo la storia della cultura italiana tracciata da Saverio Bettinelli, Del risorgimento
d’Italia negli studi, nelle arti, e ne’ costumi dopo il mille, voll. II, Remondini, Bassano 1775,
e secondo il nesso tra vita civile e letteratura stabilito da Carlo Denina, Discorso sopra le vi-
cende della letteratura, Stamperia Reale, Torino 1761 (ma 1760) e Id., Rivoluzioni d’Italia, a
cura di Vitilio Masiello, Utet, Torino 1979.
8. Si veda la prolusione di Ugo Foscolo, Dell’origine e dell’ufficio della letteratura, Stam-
peria Reale, Milano 1809 e il successivo saggio Intorno ad antiquari e critici, in Saggi di let-
teratura italiana, a cura di Cesare Foligno, Parte II del vol. XI della Edizione Nazionale del-
le Opere di Ugo Foscolo, Le Monnier, Firenze 1958. Sul tema della storiografia letteraria in
Foscolo, mi permetto di rinviare al mio lontano contributo Gonaria Floris, Le Epoche di Ugo
Foscolo tra erudizione e interpretazione della storia letteraria, in «Annali della Facoltà di
Lettere e Filosofia» dell’Università degli studi di Cagliari, nuova serie, vol. IV (XLI) (1983),
pp. 87-124.
9. Girolamo Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, voll. X, Società Tipografica, Mo-
dena 1772-1782, poi accresciuta e corretta in IX voll., 1787-1794; Francesco Saverio Qua-
drio, Della storia e della ragione d’ogni poesia, voll. IV, Pisarri, Bologna 1739-1752; Giovan
Mario Crescimbeni, L’Istoria della volgar poesia, Chracas, Roma 1698.
10. Giambattista Vico, Principi di Scienza Nuova, Stamperia Muziana, Napoli 1744, ma
cito dall’edizione delle Opere, a cura di Fausto Nicolini, Ricciardi, Milano-Napoli 1953, p. 480.

157
va pertanto Foscolo, fungono in verità da ottimi libri da indice11, i quali non
vengono letti neppure da chi li possiede e sono quindi condannati a restare
impopolari. Come tali essi andrebbero ceduti dagli storici agli scrittori, che
giovandosi dei tesori dei primi li rendano critici e popolari.

Preistoria e Storia della letteratura in Sardegna

Di fronte all’esempio di attualità descritto, a quale orizzonte strutturale e


di attesa risponde la ponderosa Storia di Giovanni Siotto Pintor, consideran-
do che il processo di crescita del genere critico in questione fa un po’ pensare
alla palla di neve, nel suo graduale consistere e ingrandirsi, ma anche nell’e-
ventuale disfarsi sotto il suo stesso peso? In questo senso l’accostamento per
data di nascita delle due opere tende a proiettarle decisamente, una avanti
e l’altra indietro, verso i due modelli epocali rispettivamente rappresentati,
nel Settecento, dai ben nove tomi della Storia della letteratura italiana di
Girolamo Tiraboschi e, nell’Ottocento, dai due celeberrimi volumetti della
Storia della letteratura italiana dello Stato unitario di Francesco De Sanctis,
anch’essa frutto dell’esperienza di insegnamento dell’autore12.
Più in generale, modernamente, siamo soliti definire “storia letteraria”
quella forma di ordinamento critico spazio-temporale di un sistema lingui-
stico-letterario, gerarchicamente concepito e disposto. In realtà la sua natura
e la sua funzione storica l’hanno via via fatta oscillare fra l’elogio e la pre-
scrizione, il monumento e il documento, sino allo strumento didattico che
abbiamo appena riscontrato, strumento tanto svalutato da Croce, nonostan-
te l’obiezione che gli è stata mossa, secondo la quale ogni genere critico, in
fondo, e non solo quello storiografico, sia didascalico.
Non meno emblematici appaiono nel tempo l’identità e lo stato socio-
culturale degli autori del genere, la cui tipologia storica si sposta, dal Dante
del De vulgari eloquentia agli scrittori di storie letterarie dei nostri giorni,
passando per le figure del poeta, del letterato, del grammatico, per giungere
al bibliotecario, all’erudito, al critico – poeta o scrittore che egli sia – fino,
appunto, al moderno professore. In verità, l’immagine di Siotto Pintor non
coincide con nessuna di quelle appena elencate. Nasce a Cagliari nel 1805,
ma da una famiglia di tipo feudale originaria dell’interno dell’isola, nel paese
di Orani. Percorrerà la carriera della magistratura fino ai più alti gradi della
Reale Udienza e sarà a lungo senatore del Regno. Nel frattempo sarà sempre
scrittore e pubblicista attivissimo, nonchè letterato in senso stretto, avendo
composto tra l’altro di narrativa e di teatro. Ma quel che qui interessa mag-
giormente sottolineare è che, in una prospettiva di progetto liberale, egli sarà

11. Ugo Foscolo, Intorno ad antiquari e critici cit.


12. Francesco De Sanctis, Storia della letteratura italiana, voll. II, Morano, Napoli 1870-
1871.

158
uno strenuo protagonista della richiesta di fusione della Sardegna col regno
sabaudo – invece che della semplice annessione – dopo che dalla pluriseco-
lare dominazione della Spagna, nel 1720 l’isola era passata al Piemonte. In
questa precisa strategia politica e politico culturale Siotto Pintor intravede
il modo utile per portare la Sardegna in Italia o, per meglio dire, riportarla,
dopo l’estraneità a suo avviso impostale per secoli dal dominio spagnolo. Il
che non gli impedisce che, decenni più tardi, giudichi quella fusione una paz-
zia collettiva, un vero suicidio, una volta constatato un effettivo assorbimen-
to, pur restando egli sempre avverso a un’autonomia locale13.
D’altra parte, la sua opera non è la sola in Sardegna riferibile con ispi-
razione analoga al culto della storia, di cui parla Francesco Alziator. Un fe-
nomeno che caratterizza la cultura risorgimentale italiana e trova sensibili
riscontri anche nell’isola. Si pensi all’importante fonte, per gli studi isolani,
rappresentata dalle opere sia edite sia inedite di Lodovico Baïlle; o al contri-
buto di Vittorio Angius al monumentale Dizionario dell’abate Casalis; alla
miniera di notizie sugli scrittori sardi del Dizionario biografico di Pasquale
Tola; e alla Storia ecclesiastica, la Storia di Sardegna, il Compendio di Sto-
ria di Sardegna, più l’importantissima Biografia sarda, di Pietro Martini14.
Ad aprire la strada all’opera di Siotto Pintor sono però in particolare i
volumi della Storia di Sardegna di Giuseppe Manno che, oltretutto, nella
seconda parte dell’undicesimo libro, dava spazio anche alla storia letteraria.
Questa piccola monografia, di una sessantina di pagine, fa breccia sul
punto strategico della Storia del Manno, corrispondente al bilancio che egli

13. Dopo i primi contributi, di Filippo Vivanet, Giovanni Siotto Pintor nella politica e nelle
lettere, Tipografia dell’Unione Sarda, Cagliari 1899; Filippo Farci, Giovanni Siotto Pintor. Pro-
filo, Il Nuraghe, Cagliari 1924; Antonio Scano, Giovanni Siotto Pintor nella vita e nelle opere,
in «Convivium», VIII (1935), e il volume di bibliografia ragionata e notizie sugli inediti di Tito
Orrù, Giovanni Siotto Pintor cit., concernente i documenti d’archivio relativi all’intera opera e
biografia dell’autore, si veda Tito Orrù (a cura di), Giovanni Siotto Pintor e i suoi tempi. Gior-
nata di studi del 3-3-1983, Trois, Cagliari 1985; e principalmente, sulla Storia e il suo autore,
Francesco Alziator, La storiografia letteraria, in Storia della letteratura di Sardegna, La Zatte-
ra, Cagliari 1954, pp. 526-534; Giovanni Pirodda, Sardegna, La Scuola, Brescia 1992, pp. 235-
240; e, più in generale, Id., La Sardegna, in Letteratura italiana. Storia e geografia, vol. III, L’e-
tà contemporanea, a cura di Alberto Asor Rosa, Einaudi, Torino 1989, pp. 919-966. Si vedano,
inoltre, sul tema della fusione della Sardegna col Piemonte, Italo Birocchi, La cultura giuridica
in Sardegna nell’età della Restaurazione, e Antonio Delogu, La filosofia giuridica e etico-po-
litica negli intellettuali sardi della prima metà dell’Ottocento: D. A. Azuni, D. Fois, P. Tola, G.
Manno, entrambi in Intellettuali e società cit., vol. I, rispettivamente alle pp. 203-238 e 239-279.
14. Cfr. Francesco Alziator, Storia della letteratura di Sardegna cit., pp. 253-265. E cfr. la
recente edizione di Vittorio Angius, Dizionario geografico storico-statistico commerciale de-
gli Stati di S. M. il Re di Sardegna, Editrice Archivio Fotografico Sardo, Nuoro 2000; Pasquale
Tola, Dizionario biografico degli uomini illustri di Sardegna, voll. III, Chirio e Mina, Torino
1837-1838, ora a cura di Manlio Brigaglia, Ilisso, Nuoro 2001; Pietro Martini, Catalogo della
biblioteca sarda del cavaliere Lodovico Baïlle, C. Timon e figli, Cagliari 1833; Biografia sar-
da, voll. III, Cagliari 1837-38; Id., Storia ecclesiastica di Sardegna, voll. III, Stamperia Reale,
Cagliari 1839-41; Id., Storia di Sardegna dall’anno 1799 al 1816, A. Timon, Cagliari 1852;
Id., Compendio della Storia di Sardegna, Cagliari 1855.

159
compie dell’intera epoca spagnola nell’isola, in confronto al sopraggiunto
dominio e riformismo sabaudo. Facendo leva sulla tradizionale e persisten-
te devozione dei sardi verso la trascorsa signoria, egli ne indaga i motivi e
giunge a formulare un giudizio nel quale significativamente l’elogio gli offre
il destro per denunciarne al contempo i mali, sfociati nella decadenza, il cui
prezzo più grave pagato dall’isola è a suo avviso la mancata autodetermina-
zione al progresso e alla modernità15.
Il governo spagnolo fu savio nelle sue leggi e tenero dell’eseguimento fedele de’
suoi ordinamenti. Sciente in sommo grado dei modi di cattivarsi la benevolenza dei
popoli, fu largo nel compartir quelle grazie che accomodavansi a’ suoi fini politici,
avveduto nel negare quelle alle quali non inclinava; poiché preferiva al mozzare la
speranza con un pronto disinganno, l’intrattenerla con benigne promessioni od il sod-
disfarvi a grado a grado. Così il desiderio che maggiormente stesse in sul cuore degli
isolani, quello dell’esercitare per sé stessi le cariche dello Stato, non mai pienamente
ributtato in quei tempi stessi nei quali non potea forse senza rischio venir privata una
signoria recente del vantaggio di ministri più conosciuti, era poscia gradatamente
compiuto quando la lunga esperienza avea messo in piena luce la fede degli isolani.
Che se gli uffiziali talvolta, per la loro natura trascorrevole, rendevano coi loro arbitrii
inutile la saviezza e l’autorità delle leggi, i sardi erano certificati da lunga prova che,
ricorrendo al sovrano, incontravano sempre sul trono la lealtà e la giustizia. Manife-
stasi ciò dagli atti delle corti, nelle quali la verità anche ardimentosa detta contro ai
maggiori ministri dell’isola, lungi dal partorire rimbrotto, partorì cauti ordinamenti
[…].
Ciò non ostante bastò che alcuni sindachi dei Comuni rappresentassero al re essere state
in quel provvedimento trasandate le leggi, perché, malgrado degli ordini di eseguimento
già dati dal vicerè, si comandasse dal sovrano l’annullamento del nuovo tributo e la
riparazione di qualunque aggravio sopportato.
Se a queste ragioni si aggiunge il lungo abito per cui la Sardegna, mescolata di lingua,
di costumanze e di discipline colla Spagna, poteasi meno considerare come uno dei
regni della monarchia che come una delle province del regno, si verrà in chiaro quale
sia il motivo per cui i Sardi, nella devozione avuta in quella signoria, siano venuti
sopra alla considerazione di quei vizi che nell’amministrazione dello Stato talvolta
manifestavansi16.

Da questo cruciale assunto prende le mosse la sua puntuale ricognizione


dei provvedimenti intrapresi dal governo spagnolo a sostegno della pubbli-
ca istruzione, e principalmente di quelli riguardanti l’istituzione dei collegi,
dei seminari, delle due università, e l’introduzione della stampa, intorno alla
quale egli tratteggia una situazione che mutatis mutandis sembrerebbe valere
per la nostra stessa attualità.
Continuò poscia in ambe quelle città la stampa a giovare alla pubblicazione delle
scritture dei nazionali ed agli altri bisogni della vita civile. Ma non erano quei sta-
bilimenti da tanto, che valessero a riprodurre in copia fra noi le opere degli stranieri

15. Giuseppe Manno, Storia di Sardegna, Paravia, Torino 1825-27, voll. IV, ma cito dalla
ristampa anastatica dell’opera, Trois, Cagliari 1973.
16. Ivi, pp. 84-86

160
necessarie alla comune instruzione. Onde siccome alle scuole straniere correvano nei
primi tempi del governo spagnolo quegli isolani che agognavano addottrinarsi nelle
scienze e nelle lettere, così dalle officine straniere si trassero in gran parte i libri dei
quali nell’isola si abbisognava per lo stesso fine17.

Segue quindi il prospetto storico-enciclopedico della letteratura, o meglio


della cultura in Sardegna, tra scienziati e letterati, a cominciare dalla teolo-
gia, giurisprudenza, filosofia, per concludere sulla storia e, per ultimo, sulla
poesia.
È da dire che imprese analoghe di storie regionali vedevano contempo-
raneamente la luce e, per il campo specifico della letteratura, basti fare l’e-
sempio della Toscana, col Moreni, o della Sicilia, col Mongitore e lo Scinà18.
Come osserva Getto, opere del genere ebbero il merito di superare le innu-
merevoli storie municipali o parziali o particolari che affondano nell’erudi-
zione seicentesca, condotte per città, ordini religiosi, biografie, bibliografie;
opere che daranno tuttavia materiali, zone di lavoro, schemi da disciplinare
al Settecento illuministico.
La stessa storiografia letteraria sarda ne offre a suo modo testimonianza.
Il primo elenco di scrittori isolani delle più svariate discipline, per il numero
di una quarantina di nomi, risale all’ultimo capitolo della voluminosa opera
del padre Jorge Aleo, Successos generales de la isla, del 1684, la quale com-
prendeva un cathalogo de los escritores naturales de Sardeña19. Salvo l’at-
tenzione all’esistenza di una letteratura in lingua sarda, non risultano di alcun
rilievo, come nota Alziator, Le Armonie dei Sardi di Matteo Madao20; mentre
risalgono alla fine del Seicento le quattro Orationes de Sardorum Litteratura
di Francesco Carboni, che contemplano un parziale panorama di scrittori sar-
di, di diritto sia civile che canonico, nella prima, e dei più importanti scrittori
ecclesiastici, nella seconda21.
Prima di Siotto Pintor, tuttavia, solo Giovanni Andrea Massala, vissuto
fra il 1773 e il 1817, abbozzò una storia della letteratura isolana in un inter-
vento accademico (Dissertazione sul progresso delle scienze e della lettera-
tura in Sardegna)22 pronunciato in occasione del ripristino delle due univer-
sità di Cagliari e di Sassari. Secondo il modello erudito tipico del Settecento,
l’opera confonde la letteratura nella storia della cultura (tra teologia e giuri-

17. Ivi, pp. 93-94.


18. Cfr., a riguardo, le pagine di bibliografia dettagliata in G. Getto, La storia letteraria
cit., pp. 160-176.
19. Jorge Aleo, Successos generales de la Isla Y Reyno de Sardeña, Ms. S. P. 6-3 della Bi-
blioteca Universitaria di Cagliari, 2 tomi, rispettivamente del 1677 e del 1684, tomo 2°, pp.
1122-1131.
20. Matteo Madao, Le Armonie dei Sardi, a cura di Cristina Lavinio, Ilisso, Nuoro 1997
(prima ed. Reale Stamperia, Cagliari 1787).
21. Francesco Carboni, Orationes de Sardorum Litteratura, ex Typographia Archiepisco-
pali, Karali 1834.
22. Giovanni Andrea Massala, Dissertazione sul progresso delle scienze e della letteratu-
ra in Sardegna, Azzati, Sassari 1803.

161
sprudenza, storia, medicina e filosofia, fisica, logica, metafisica e poesia, let-
teratura didascalica, storica e antiquaria) e in particolare, a mo’ di omaggio
alle riforme illuminate dei moderni governanti, egli ribadisce l’idea di una
decisa svolta innovativa degli studi sardi, sia letterari che scientifici, a partire
dalla metà del Settecento e fino ai giorni suoi.

Erudizione e classicismo nella storiografia letteraria

Siotto Pintor muove programmaticamente dagli stessi presupposti e rende


un personale omaggio al regime sabaudo, dedicando l’opera a Carlo Alberto
Re di Sardegna. Intanto, la pubblicazione dei suoi volumi annovera via via
centinaia e centinaia di associati o sottoscrittori, pubblici e privati, sparsi in
ogni parte dell’isola: da Abbasanta a Villaurbana, passando per Cagliari, Sas-
sari, Nuoro, Bosa, e poi Quartu, Isili, Orani, Santu Lussurgiu, etc. 23 Ma è la
portata dell’impresa che balza subito agli occhi, tradendo tutta l’entusiasta
emulazione della Storia generale del Manno, rispetto alla quale egli inverte,
in pratica, i termini del binomio, storia e letteratura, per riprodurne necessa-
riamente le proporzioni.
Più specificamente, come si è accennato, la sua opera sposa il modello
fondativo del genere elaborato nel Settecento. Quest’ultimo, dopo una lunga
preistoria, si concretizza nel primo complesso organismo storiografico del-
la letteratura italiana di Girolamo Tiraboschi. Con esso, infatti, per la prima
volta, viene meno il criterio di una ricostruzione storica quale esemplifica-
zione documentaria di testi subordinata al prioritario interesse retorico. E
poiché l’intera tradizione è stata dominata da tale criterio, varrà la pena ri-
chiamarne i principali snodi.
Fin dall’archetipo greco, quel criterio scaturì dalla disputa sull’arte con-
cernente la verità e la morale. Il che spiega la condanna platonica della mi-
mesi quale doppia imitazione dell’arte rispetto alla natura, che è già imita-
zione dell’idea. A tale condanna la sottrae Aristotele, con la sua poetica, isti-
tuendo un essenziale confronto tra poesia e storia, per giungere a decretare la
superiorità dell’universale possibile della poesia rispetto al particolare certo
ma circoscritto della storia. Su tale base, Aristotele affronterà la tradizione
letteraria e principalmente dell’epos e della tragedia, proclamando, sotto tutti
gli aspetti, il primato di quest’ultima.
L’ars poetica di Orazio non affronta la storia.
Dal canto suo, Dante riprende, nel De vulgari eloquentia, l’impostazione
poetico-retorica di Aristotele, ma ne rovescia i termini del binomio, privi-
legiandone quello retorico dell’eloquenza. Sia pure in un’ideale koinè, egli
individua infatti, nel primo libro, lo strumento primario della lingua e quindi

23. Cfr. i relativi elenchi in calce a ciascun volume.

162
articola, nel secondo, il suo sistema poetico, nel quale assegna ai temi, ge-
neri, forme ovvero stile dei magnalia (arma, virtus, amor) il primato ancora
una volta tragico della poesia: non più, tuttavia, in corrispondenza del gene-
re drammatico della tragedia, come in Aristotele, ma della forma lirica della
canzone di origine franco-sicula. Nel far questo, Dante prospetta a sua volta
anche una storia del sistema di autori e forme dell’opera in versi. Il suo trat-
tato linguistico, retorico, poetico e storico ignora evidentemente la prosa, che
egli affronta come si sa, non in teoria ma di fatto nel Convivio, scrivendolo
in volgare.
Si spiega, dunque, come la successiva tappa epocale, per la lingua e la let-
teratura italiana, rappresentata dall’opera di Pietro Bembo, riparta eponima-
mente dalle sue Prose della volgar lingua, vale a dire dal problema rimasto
aperto della prosa. Né è un caso che anche per questo motivo egli recuperi
il canone non semplicemente classico ma classicistico dell’imitazione della
natura, costituito dai grandi modelli del passato. Per la prima volta Bembo
elabora una grammatica, una poetica e una retorica del volgare, per ribadire
di fatto il primato dantesco della poesia sulla prosa; ma non più secondo il
principio dei contenuti, generi, forme e quindi stili di Dante, bensì in base
ad una sua personale selezione di stili, generi, forme e autori che elegge a
principio estetico la imitazione di determinati modelli, quali Petrarca e Boc-
caccio.
All’altezza di questa tappa culminante della sua preistoria, si potrà allora
osservare come la storia letteraria sia anzitutto figlia del classicismo, prima
e più che dello storicismo. Tant’è vero che accadrà alla storiografia letteraria
quel che accade alla prosa letteraria italiana, vale a dire che entrambe si svi-
lupperanno, con lentezza e ritardi, fuori dalle retoriche e poetiche descrittivo-
prescrittive del sistema classicistico.
Riprendendo, dunque, sul filo del superamento di tale preistoria, il dise-
gno tiraboschiano, non c’è dubbio che esso segni il passaggio da una storia
letteraria interpretata quale storia di una tecnica a una storia piuttosto del do-
cumento scritto, nel quale riflettere l’identità di una cultura.
Da questo punto di vista, l’opera di Tiraboschi è impensabile senza la
grandiosa opera storiografica di Muratori, seguace ed emulo del metodo di
Mabillon e dei padri benedettini di Saint Maur (a loro volta eredi degli italia-
ni Sigonio, Baronio e Possevino), da cui discende il suo colossale lavoro di
esplorazione e catalogazione erudita.
Del resto, anche la coeva disputa Orsi-Bouhours, tra Italia e Francia, ci
permette di cogliere il significativo convertirsi – dalla diacronia alla sincro-
nia – della più ampia querelle degli Antichi e dei Moderni, verso una gara
per il primato tra moderne nazioni. Una gara tanto più significativa quanto
più essa scoppia nel momento in cui il primato cinquecentesco italiano non
sussiste da tempo, ed è conteso da quello seicentesco della Francia, guarda
caso, all’avvio di una certa ripresa della cultura italiana di primo Settecento,
di cui pure si denuncia la decadenza.
163
Il ritorno in Italia dalla Spagna ai Savoia

Bibliotecario estense e, da gesuita, alacremente in competizione, dal can-


to suo, con i benedettini francesi, il “Muratori” della letteratura Tiraboschi
rivendica il primato italiano della cultura nel significato più ampio possibile
del termine. In altre parole, egli evita il criterio linguistico, per abbracciare
un ideale piuttosto geografico-patriottico, che assume la penisola, avant la
lettre, quale espressione geografica, diremmo, parafrasando il futuro cam-
pione della Restaurazione, Metternich. Secondo quest’ideale, l’Italia è una
terra non di una sola lingua ma dalle lingue più diverse e discordi, essendo
abitata, nello spazio e nel tempo, dai popoli più diversi: dagli Etruschi agli
abitanti della Magna Grecia, agli antichi Siciliani, ai Romani.
Un’opera anacronistica, la sua, alla quale manca in realtà un concetto spe-
cifico di letteratura, giusta anche l’incertezza di una teoria estetica; scienza al-
lora giovanissima, che si andava appena affacciando, tra il 1750 e il 1758, con
l’Aesthetica di A. G. Baumgarten24. Tra i motivi antagonistici e i limiti intrin-
seci che la caratterizzano, l’opera di Tiraboschi si profonde, tuttavia, com’egli
annuncia fin dall’introduzione, nella rappresentazione praticamente esaustiva
dell’intera Storia delle origini e dei progressi delle scienze tutte in Italia, e dei
mezzi che giovano a coltivarle, nelle pubbliche scuole, biblioteche, accade-
mie, stampa, e storia delle arti liberali, della pittura, scultura, architettura.
L’opera è divisa in nove tomi: i primi tre vanno dagli Etruschi ai Romani
e con il quarto inizia la storia moderna o propriamente italiana. Di quest’ulti-
ma l’autore ricostruisce, come ha annunciato, in primo luogo i mezzi che ne
hanno reso possibile lo sviluppo e, quindi, distintamente, le scienze, le belle
lettere e le arti. Il loro ordinamento sarà subordinato a quello cronologico
per secoli, che sono cinque, dal Tre al Sei e Settecento (l’autore, infatti, non
intende affrontare il secolo a lui contemporaneo, a salvaguardia dell’obbiet-
tività di giudizio) tra i quali egli assegna senz’altro la palma della storia al
Cinquecento, quale epoca d’oro della letteratura italiana sia per la mirabile
cultura dei suoi letterati e sia per la straordinaria protezione accordata alle
lettere dai prìncipi e dalle corti.
Potremmo dire che su scala, pur nelle diverse circostanze e motivazioni,
Siotto Pintor miri a un progetto analogo, nonostante i limiti di metodo e i vizi
di farraginosità rimproverati alla sua opera. Come osserva Alziator, infatti, la
sua Storia fu costruita secondo linee che potranno essere criticabili, ma che
sono ben precise e che l’autore spiegò nell’Introduzione.
Anch’egli intende scrivere una storia compiuta del progresso delle lettere
e delle scienze in Sardegna, in primo luogo per vendicarne la lunga obblivio-
ne dei secoli e pertanto affinché l’isola, piena di generose speranze scuotasi
al lume della italica chiarezza. Per quanto, dunque, egli preveda molteplici

24. Ne segnalo un’edizione italiana abbastanza recente: Alexander Gottlieb Baumgarten,


Estetica, a cura di Salvatore Tedesco, Aesthetica, Palermo 2000.

164
obiezioni che si potranno muovere all’apparente sproporzione e confusione
del disegno, le devolve preventivamente al merito del principale obbiettivo e
forse della stessa corposità del risultato: erigere alla storia letteraria in Sarde-
gna un monumento che abbia la forza di riunirne le membra sparse e spesso
rade del passato, in nome della svolta e quindi della promessa implicita nel
suo recente ritorno all’italianità
e se noi non rechiamo in mezzo uomini gravissimi in ogni genere di scienza o di let-
teratura, avemmo però uomini eccellenti nelle parti principali della umana sapienza;
e se picciolo è il numero, non però talmente, che al tutto irragionevole sia il desiderio
di celebrità letteraria […]. Per quanto s’appartiene al metodo di scrivere, per quanto
desiderassimo d’imitare dei grandi scrittori di storia letteraria, pure fatta ragione alle
diverse condizioni in che siamo posti, vedemmo tosto che non potevamo camminare
per una stessa via. Imperciocché né tutte le parti della letteratura furon qui coltivate, né
tutte con eguale felicità […]. Onde se noi ci fossimo ostinati a seguitare la traccia di
quelli che per distinte epoche scompartirono l’opera loro, senza fallo sarebbe avvenu-
to che questi nostri libri non presentassero molto spesso nome veruno da allogarsi in
un dato periodo di tempo, sicchè quasi scema e monca ne rimanesse alcuna parte del
nostro lavoro. Fermato quindi abbiamo di favellare distintamente delle diverse scienze,
collocando per lo più gli scrittori secondo l’ordine del tempo in che sono vissuti […].
Non fu la Sardegna (e anche in questo vogliamo essere ingenui) siccome le grandi na-
zioni quasi tutte, nelle quali la dottrina e il gusto dello scrivere procedettero di ugual
passo. Furono lunghi tratti di tempo, in che uomini dotti apparvero, e ogni fonte di bel
gusto inaridiva; e tempo fu ancora, nel quale letterati di qualche nome fiorirono, ma
pochi dotti, o nessuno […]. Non mai vi fu un impulso stabile, un progresso ordinato,
un termine di avanzamento, ma di quando in quando surse qualche buono ingegno
che non lasciò dietro di sé fuorché inerti lodatori, se non anche superbi e sfacciati
detrattori. Né solo così per salti irregolari andò qui la bisogna dello scrivere, ma in-
sino a che l’isola divenne per governo italiana, non vi fu né dottrina universalmente
diffusa né gusto siffattamente propagato, che si possa dire d’avere in questo tempo o
in quello fiorito le tali scienze, o codesto essere stato il gusto dominante [...].
Contuttociò noi non abbiamo tralasciato quello che in ogni storia letteraria reputia-
mo essenziale, di dare un rapido sguardo al successivo andamento delle scienze nei
diversi tempi, rigettate nell’ultima parte dell’opera le generali considerazioni sullo
stato attuale delle cose scientifiche e letterarie del regno.

Come Tiraboschi, dunque, Siotto Pintor raccoglie le notizie connesse al


fatto letterario nonché allo stato dell’intera letteratura in quanto produzio-
ne scritta: dalla filosofia, e dalle cosiddette scienze razionali, alla medicina;
dalle scienze sacre (la più bella e la più dilettevole parte della nostra lette-
ratura) alla letteratura più strettamente intesa; e all’interno di quest’ultima,
dalla storia (di cui tutta l’opera intende celebrare il primato, quale unione
di scienza e letteratura) all’oratoria, sia sacra che profana; infine, dalla filo-
logia o lingua alla poesia. Come egli ha previsto, tuttavia, diversamente da
Tiraboschi, sacrifica alla partizione della materia quella cronologica, e alla
storia fattuale della letteratura la biografia degli autori25. Di qui l’effetto del-

25. Sotto questo aspetto, la Storia si differenzia dalla straordinaria accoglienza marcata
dal genere biografico anche presso i suoi vicini colleghi.

165
la frammentazione di questi ultimi, sotto il segno delle diverse discipline o
le sottospecie dei generi di scrittura, giustamente deprecati da Francesco Al-
ziator e da Giovanni Pirodda26. Non c’è dubbio che di qui sprigioni, inoltre,
la sindrome da horror vacui che sembra assalire l’autore, rovesciandosi nel
suo furore scrittorio e accumulatorio. Ma il fenomeno non è solo da imputa-
re al suo temperamento. Auscultato da lui, specie fuori dall’isola, quel silen-
zio gli doveva risuonare assordante ed indurlo ad un gesto di eccesso ripara-
torio. Armato comunque di un tale “entusiasmo”, in realtà egli non tralascia
di affrontare la vera impasse che motiva, se non giustifica, quei limiti e di-
fetti. Tanto più che essa chiama in causa un altro caposaldo della storiogra-
fia illuministica, tesa positivamente ad illustrare i tempi, i modi, la portata
e la tenuta del progresso, e ad associarvisi, piuttosto che a interrogarsi sulle
Origini o Rivoluzioni che accendono e dividono in base alle diverse identità.
E se è vero che egli ignora i modelli più aggiornati della storiografia lette-
raria contemporanea27, non elude del tutto, forse persino involontariamen-
te, alcuni germi importanti di quello sviluppo. Penso, ad esempio, al gusto
cosmopolitico ed enciclopedico (di un universalismo culturale tipico del
Settecento) che informa il Discorso di Denina; il quale, seguendo l’alterna
vicenda di splendori e decadenze della letteratura universale, ne individua i
quattro secoli d’oro (di Alessandro, Augusto, LeoneX, Luigi XVI) e si vol-
ge ad indagare le cause di quelle rivoluzioni per cogliervi i motivi del vario
fluttuare della civiltà. Ed è lo stesso Denina che dal risorgimento del secolo
undicesimo, già indagato da Bettinelli, vede nascere la letteratura moderna.
Ora, niente sembra più remoto dal trattamento della storia in Siotto Pin-
tor della proposizione teorica di simili quesiti; eppure, egli sembra persino
drammaticamente impersonarli, allorchè riflette al ritardo della nascita e alla
persistente miseria della letteratura in Sardegna. Non a caso, a questo interro-
gativo storico si congiunge quello politico riguardante il passaggio dell’isola
dalla Spagna al Piemonte, e in particolare, le difficoltà opposte alla politica
dei Savoia dal tenace attaccamento dei sardi alla prima, come già aveva ri-
scontrato il Manno. Nella sua risposta, anche Siotto Pintor tende a rimuover-
ne l’angoscia, in vista di una posta in gioco bensì razionale e politica. Pre-
messo, infatti, che Se fior di speranza vi fu per la Sardegna, ciò fu solo nel

26. F. Alziator, Storia della letteratura di Sardegna cit., p. 530, e G. Pirodda, Giovanni
Siotto Pintor letterato cit., pp. 142-144.
27. Mi riferisco, in particolare, a due opere. La prima è di Pierre Louis Ginguené, Histoi-
re littéraire d’Italie, voll. IX, 2ª ediz., L.G. Michaud, Paris 1824: un autore non originale, che
si basa sulla ricostruzione fatta da Tiraboschi, ma che si accosta affabilmente ai testi, sia pure
solo per il loro contenuto, e sostiene l’idea che la letteratura italiana costituisca il nucleo ge-
neratore della letteratura universale poiché ha ridato vita a quella greco-latina e dato origine
alle letterature nazionali europee. La seconda è la già citata opera di Sismondi, ginevrino del
salotto staeliano di Coppet, che traduce in pratica il criterio estetico di Charles Viktor Bon-
stetten, L’homme du Midi et l’homme du Nord, e affronta le letterature meridionali, da quella
araba a quella provenzale, e spagnola, portoghese, italiana, anch’egli, sia pur diversamente da
Ginguené, collocando quest’ultima al centro della sua opera.

166
Giudicato di Arborea, egli intende dimostrare, con Tiraboschi, come la storia
delle origini e dei progressi delle scienze tutte dipendano dai mezzi che diret-
tamente e indirettamente giovano a coltivarle: dalle scuole alle università alle
accademie, alle biblioteche, alla stampa, ai giornali. Ed è su questo piano di
fatto che egli intraprende il confronto tra le due effettive grandi epoche della
letteratura in Sardegna, ovvero tra il suo primo e il secondo Risorgimento, e
quindi tra la Spagna e i Savoia, intendendo così investire positivamente nella
prospettiva italiana di questi ultimi. Può accadere dunque, ad esempio, che
Tiraboschi, in nome del sostegno fornito alle lettere dal potere e dal mece-
natismo delle corti, si fosse liberamente disposto a correggere il giudizio dei
suoi stessi contemporanei sul Seicento, quali Gravina e Muratori, celebran-
done la scienza, la filosofia, la matematica e la medicina. Accade invece più
semplicemente a Siotto Pintor che egli associ in un’unica condanna, quella
contro il vizio d’indolenza, da lui massimamente imputata al dominio spa-
gnolo, e quella contro il cattivo gusto seicentesco del barocco28. Cionono-
stante egli giudica falsa la riforma arcadica, tant’è che non tralascia di stig-
matizzarne gli stessi rigurgiti ottocenteschi, tanto attecchiti nell’isola.
Al nodo rappresentato dal passaggio della Sardegna dalla Spagna al Pie-
monte si lega anche un altro criterio che l’autore della Storia osserva di fat-
to in deroga al metodo seguito a riguardo da Tiraboschi. Si tratta della sua
volontà di affrontare, e diremmo, ancora una volta, di petto, il giudizio sulle
opere dei suoi contemporanei; tanto più che in generale egli non si limiterà
ai buoni scrittori (Né creda però chi legge che soltanto dei buoni scrittori si-
asi per noi fatta menzione). La somma a volte scoppiettante dei due aspetti è
all’origine della violenta polemica che accompagna immediatamente l’uscita
dell’opera. Un dibattito nel complesso di scarso respiro, quando non angusto
e personalistico – come osserva Alziator, nel registrarne numerosi interventi
– che tuttavia varrà la pena di riprendere in una sede apposita29.

28. Si veda sul tema l’interessante raccolta di Vernon Hyde Minor, The Death of the Baro-
que and the Rethoric of Good Taste, Cambridge, Cambridge U.P. 2006.
29. Raimondo Orrù, Prospetto di una storia letteraria di Sardegna, Cagliari 1844, an-
che nella variante di pubblicazione, Piccola storia letteraria di Sardegna ad uso di chi vorrà
leggerla, Cagliari 1844; Fulgenzio Delitala, Note al prospetto di una storia della letteratu-
ra della Sardegna, Sassari s.d.; Id., Un’aggiunta indispensabile alla storia letteraria della
Sardegna, Cagliari s.d.; Giuseppe Fabroni, Al chiarissimo scrittore della Storia letteraria di
Sardegna in omaggio del genio e della franca parola, questa favola della zuffa tra la mosca
ed il lione d.d.c., Sassari 1844; Luigi Serra, Osservazioni ad un passo della storia lettera-
ria di G. Pintor, Cagliari 1844; Fortunato Ciuffo, Supplemento alla storia letteraria di Sar-
degna scritta dal Cav. Giovanni Siotto Pintor, Cagliari 1845; Giovanna Corona Tiragallo,
Osservazioni di G. C. n. T. sopra il giudizio di don Giovanni Siotto Pintor suo cugino sui
versi del Presidente Tiragallo di lei zio, Cagliari 1845; Francesco Michele Dettori, Rivista
di F.M.D. di Sassari al libro VIII della Storia letteraria di Sardegna del Cav. Giovanni Siotto
Pintor, Sassari 1845; Francesco Herrera, Obbiezioni di F. H. alla Storia letteraria di Sarde-
gna rispetto alla Spagna, Cagliari 1845; Efisio Nonnis, Lettera apologetica in risposta ad
alcuni cenni critici dell’autore della Storia letteraria (Ms 810 della Biblioteca Universitaria
di Cagliari); Il Pipistrello, Cagliari 1844; La Notomia del Pipistrello; La Siotteide, Ms. 10,

167
Si dà il caso, per concludere, che a un anno dall’uscita della Storia,
nel 1845, scoppiasse in Sardegna la polemica ben più clamorosa, legata
alla pubblicazione delle cosiddette Carte di Arborea: codici, pergamene,
fogli isolati furono fatti circolare e persino venduti in quanto provenienti
dall’antico archivio dei giudici di Arborea. Attraverso le più svariate testi-
monianze, quelle carte offrivano un incredibile ritratto della Sardegna, tra
il V e il X secolo, quale isola dotata di tali ricchezze e vivacità che, se quei
documenti fossero stati autentici avrebbero imposto di riscrivere la stessa
storia della letteratura italiana. La Sardegna si sarebbe potuta fregiare del
titolo di culla del volgare italiano, che compariva in più di un testo, insie-
me al sardo, al catalano, al latino classico. Com’è risaputo, un’autorevole
commissione, nominata dall’Accademia di Berlino (con Mommsen, To-
bler, etc.) ne decretò la falsità. Così avevano opinato anche i Manno e i
Tola, che ben avevano potuto conoscere le risorse letterarie documentali
dell’isola30.
Non c’è traccia di posizioni esplicite assunte a riguardo da Siotto Pintor,
ma non è da dubitare, anche per la stretta contiguità e ammirazione che la sua
Storia tributa costantemente al Manno e al Tola, che egli fosse dell’opinio-
ne di questi, e che, allo sgomento destato in lui dal silenzio che avvolgeva la
passata civiltà sarda, volle reagire col sudore di autentiche carte.
Come rendere più leggibile oggi, presso un pubblico più largo e presso
gli addetti ai lavori, questo strumento che offre in ogni caso una tale quantità
di notizie sulla storia della cultura e della letteratura in Sardegna da risultare
tuttora insostituibile?
Un libro da indice o da banco, persino tardivo, lo avrebbe definito Fosco-
lo. E giusto come tale, tanto più grazie all’ausilio delle odierne tecniche digi-
tali, lo si potrebbe corredare con adeguati indici, incrociandone e riassumen-
done opportunamente i dati. Anzitutto, ovviamente, gli indici per opere, per
autori e per nomi notevoli; quindi, indici cronologici, che in un certo senso
ne agevolerebbero l’ideale rimontaggio dalla dispersione che il testo sconta
all’origine specie su questo piano; indici dei luoghi; per lingue, per materie
o discipline ed eventualmente per generi e per forme.

8, Carte Baille, presso l’Universitaria di Cagliari; Raffa Garzia, Una memoria accademica
di Giacomo Zanella, in «B.B.S.», vol. V, pp. 49 sgg. Ai titoli riportati da Francesco Alzia-
tor, Storia della letteratura di Sardegna cit., pp. 531-532 n., vorrei aggiungere il resoconto,
a distanza di ben oltre mezzo secolo dalla polemica, svolto da Vittorio Amedeo Arullani, La
Storia letteraria di Sardegna dello Siotto Pintor e l’accanimento isolano contr’essa, Estrat-
to dagli «Atti della Regia Accademia delle Scienze di Torino» dell’Adunanza del 2 luglio
1911, vol. XLVI, pp. 3-23.
30. Della vasta bibliografia mi limito a segnalare il recente contributo di Luciano Mar-
rocu, Theodor Mommsen nell’isola dei falsari. Storici e critica storica in Sardegna tra Otto-
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ra italiana IV, L’interpretazione, a cura di Alberto Asor Rosa, Einaudi, Torino 1985.
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Ugoni, Camillo, Della letteratura italiana nella seconda metà del secolo XVIII, Bettelo-
ni, Brescia 1820.
Vivanet, Filippo, Giovanni Siotto Pintor nella politica e nelle lettere, Tipografia dell’U-
nione Sarda, Cagliari 1899.

170
La Storia della letteratura di Sardegna
di Francesco Alziator.
Modelli, paradigmi, eccezioni*
di Pier Paolo Argiolas
«La poesia solo in piccola parte si
trova negli innumeri libri detti di
poesia»
Benedetto Croce, La storia come
pensiero e come azione, 1938

La Storia della letteratura di Sardegna di Francesco Alziator rappresenta


il primo tentativo novecentesco di selezionare, ampliare e descrivere il patri-
monio letterario e in parte culturale dell’isola nel corso della sua millenaria
storia1.
Al momento della sua uscita l’opera suscitò un vivace dibattito e sollevò
diverse perplessità che coinvolsero il merito di singoli, specifici contributi
e la metodologia complessiva adottata dall’autore, reputata priva del rigore
necessario a un’operazione così erudita, complessa e strategica come quel-
la storiografica2; giudizi fortemente critici vennero indirizzati in particolare
verso l’impostazione crociana, la disparità d’apprezzamento tra i diversi au-
tori e la sostanziale incomprensione della poesia in lingua regionale.
Alziator dimostra di aver avuto coscienza delle critiche che alcune scelte
avrebbero fatto ricadere sulla Storia della letteratura di Sardegna sin dall’in-

* Il presente saggio e quello successivo affrontano due aspetti tra loro complementa-
ri dell’opera di storiografia letteraria di Francesco Alziator; sono il risultato di un’indagine
condivisa, frutto del continuo e stimolante scambio di riflessioni poi confluito in una coeren-
te lettura interpretativa. La stretta connessione fra le parti è confermata dalla loro scansione
nel volume, secondo un ordine che non è puramente editoriale, ma funzionale a cogliere la
complessità di un disegno articolato e a volte opaco qual è quello tracciato dalla Storia della
letteratura di Sardegna.
La bibliografia finale s’intende comune a entrambi i contributi.
Pier Paolo Argiolas
Andrea Cannas
1. Francesco Alziator, Storia della letteratura di Sardegna, Edizione della Zattera, Ca-
gliari 1954; le citazioni dal testo sono tratte dalla ristampa anastatica del 1982 per le Edizioni
3T (d’ora in avanti indicata con la sigla SLS). Una rassegna dei lavori sulla Storia della let-
teratura di Sardegna (per lo più recensioni apparse l’anno della pubblicazione) è ospitata in
Luigi Spanu, Vita e opere di Francesco Alziator, Edizioni Castello, Cagliari 1986, pp. 38-50,
103-118 e 162-164.
2. Sulle carenze metodologiche della Storia di Alziator cfr. Giovanna Caltagirone, Storia
letteraria e antologie di scrittori sardi, in «La Grotta della Vipera», II, 9 (1977), pp. 67-73.

171
cipitaria Avvertenza, nella quale, nello spazio di poche righe, cerca di preve-
nirle difendendo la peculiarità e legittimità dell’impianto testuale della sua
opera, e invitando il lettore, specie quello più colto e avvertito, a diffidare
degli automatismi connessi al titolo e alla forma apparente della sua Storia, e
a ricondurre invece la medesima a una più modesta «indicazione di scrittori
e di esempi da riprendere e da ripensare»; si assiste insomma alla continua
espulsione dal piano dell’opera delle tentazioni sintagmatiche che si ripre-
sentano al lettore ad ogni snodo cruciale del testo3.
L’opera è stata per lo più citata come repertorio per singoli e specifici con-
tributi, ma raramente è stata affrontata e studiata nella sua articolazione orga-
nica, nonostante abbia a lungo rappresentato l’opera di storiografia letteraria
sarda di più vasto respiro, capace di restare ancora oggi, pur coi suoi limiti,
uno strumento indispensabile per lo studio della cultura letteraria isolana4.
Parte del valore documentario dell’opera è legato all’apertura alle vicen-
de e ai più importanti fenomeni culturali anche non strettamente letterari
dell’isola5; scrive Alziator:
Per quanto il rigore metodologico imporrebbe di escludere dalla nostra trattazione
storici, musicologi, glottologi e quant’altri non appartengano al campo della poesia e
della letteratura, ma piuttosto a quella della Kulturgeschicte, più di una volta abbiamo
derogato a questa norma quando nullo o troppo misero sarebbe stato il quadro di un
secolo o di un periodo (SLS, p. 507).

L’incidenza percentuale dei dati culturali extra-letterari è notevolmente


ridimensionata rispetto alla presenza che essi occupano nell’ottocentesca
Storia letteraria di Sardegna di Giovanni Siotto Pintor6, opera considerata
da Alziator la prima e «autentica, monumentale storia della letteratura [del-
la Sardegna]» (SLS, p. 530) e adoperata di solito come termine di paragone
più prossimo per misurare il valore, le scelte, la fisionomia della Storia di
Alziator7.

3. Anche le avvertenze preliminari fanno parte delle indicazioni delle quali è consigliabi-
le diffidare; come si vedrà più chiaramente in seguito, anche il sedicente catalogo di Alziator
assume, per lo meno sotto certi aspetti, la coerenza di un testo a tesi.
4. Tra i testi che negli ultimi decenni hanno ripercorso il complesso delle lettere isolane
si segnalano Nicola Tanda, Letteratura e lingue in Sardegna, EDES, Cagliari 1984; Giovan-
ni Pirodda, La Sardegna, in Alberto Asor Rosa (a cura di), Letteratura italiana. Storia e geo-
grafia, vol. III, Einaudi, Torino 1989, pp. 919-966; Paola Pittalis, Storia della Letteratura in
Sardegna, Edizioni della Torre, Cagliari 1998; Giuseppe Marci, In presenza di tutte le lingue
del mondo. Letteratura sarda, CUEC, Cagliari 2005. Per un’aggiornata bibliografia della sto-
riografia letteraria sarda si rinvia al sito del Centro filologico sardo, consultabile in rete all’in-
dirizzo http://www.filologiasarda.eu./interna.php?sez=33&id=65 (ultimo accesso 30 aprile
2012).
5. Cfr. soprattutto i capitoli X. Vita e cultura del Cinquecento sardo, XIV. Storici, filosofi
e scienziati, XXXII. Didascalica minore: Le piante di D. Simon e XLI. Il culto della storia.
6. Giovanni Siotto Pintor, Storia letteraria di Sardegna, 3 voll., Tipografia Timon, Ca-
gliari 1843-44.
7. Questa apertura extra-letteraria della Storia di Alziator, relativamente contenuta, è

172
Nella sua Storia, Siotto Pintor, come noto8, tende a includere più che a se-
lezionare ogni fenomeno culturale fondato sulla scrittura, dedicando di con-
seguenza ampio spazio a testi che appartengono all’ambito delle discipline
storiche, scientifiche, teologiche, giuridiche. In Alziator la scelta di includere
nel piano dell’opera una ricca selezione di dati extra-letterari è certamente
legata a una specificità sarda particolarmente sentita dall’autore, ma è an-
che riconducibile alla storia individuale dello studioso cagliaritano, illustre
e soprattutto eclettico intellettuale, capace di animare il dibattito culturale
nell’Isola per tutta la parte centrale del Novecento; Alziator seppe muoversi
agevolmente tra una molteplicità di interessi, tra i quali spiccano la storia e
l’antropologia, il teatro e le arti figurative, la storia e la linguistica, e ai quali
si affianca, last but not least, l’ambito strettamente letterario – in realtà, da
un punto di vista meramente quantitativo, il meno imponente della sua atti-
vità di studioso9.
In parte erede della temperie culturale del diciannovesimo secolo, Alzia-
tor accoglie, come osservato, alcune caratteristiche di quell’epoca come la

ugualmente significativa se paragonata ai modelli recenti e vigenti, in cui il contesto cultura-


le occupa generalmente solo uno spazio introduttivo e ancillare ai fatti propriamente letterari.
8. L’opera si colloca tra il modello storiografico tipico dell’erudizione settecentesca di
marca tiraboschiana e la prospettiva critica e divulgativa, propria dell’orizzonte culturale otto-
centesco, romantico ed europeo, del genere “storia letteraria”. Nonostante rappresenti per Al-
ziator «l’opera per la quale il Siotto Pintor ha perenne diritto di riconoscenza degli studiosi»
(SLS, p. 364), l’autore cagliaritano non la esenta dalle critiche rivolte a vario titolo alla quasi
totalità degli studi e degli studiosi citati, travolti, anche quando parzialmente assolti, dal suo
furor polemico. Di Siotto Pintor, infatti, scrive anche: «uomo dalle attività molteplici, dai mol-
ti interessi, dallo slancio irruento, dotato di notevoli qualità positive anche se talvolta privo di
sufficiente equilibrio e di profondità» (SLS, pp. 363-364).
9. Francesco Salvatore Giuseppe Alziator (Cagliari 1909-1977) fu giornalista, conferen-
ziere, etno-demologo, studioso di folklore e tradizioni popolari, disciplina in cui conseguì
la libera docenza nel 1958 e di cui ottenne l’incarico dell’insegnamento a Sassari nel 1969;
personalità di spicco nella vita culturale del capoluogo isolano, collaborò precocemente con
«L’Unione Sarda» e poi con varie testate e riviste non solo regionali come «Mediterranea»,
«Il Giornale d’Italia», «Marzocco», «Tempo di Roma» e «Sud-Est». Tra i suoi scritti più noti
si ricordano Picaro e folklore (Olschki, Firenze 1959), La città del sole (La Zattera, Caglia-
ri 1963), I giorni della laguna (Fossataro, Cagliari 1977), L’elefante sulla torre, miscellanea
postuma dei suoi articoli su Cagliari (Chiarella, Sassari 1978). Per una puntuale rassegna bi-
bliografica dei lavori di/e su Alziator si rimanda all’ormai datato ma sempre utile L. Spanu,
Vita e opere di Francesco Alziator cit., specie alle pp. 9-29 e 141-173. Nel maggio 1986 si
tenne a Cagliari il primo convegno dedicato a Francesco Alziator; nel 1997 un secondo con-
vegno venne organizzato dalla Casa editrice Castello e ospitato presso l’associazione cultu-
rale «Amici del libro», da lui fondata con Nicola Valle nel 1945; infine, nel 2003, nella Sala
settecentesca della Biblioteca universitaria di Cagliari, si è tenuto il terzo convegno, ideato
dalla Zonza editori e intitolato Francesco Alziator. Attualità della memoria; gli atti dei tre
convegni attendono ancora di essere pubblicati. Un agile profilo bio-bibliografico dell’auto-
re è anche reperibile alla voce “Alziator, Francesco” in Francesco Floris (a cura di), Enciclo-
pedia della Sardegna, Editoriale La Nuova Sardegna, Sassari 2007, Volume 1: Abate-Boni-
fiche, pp. 148-149, consultabile in rete all’indirizzo http://www.sardegnacultura.it/documen-
ti/7_81_20071203170129.pdf, (ultimo accesso 30 aprile 2012).

173
tendenza all’inclusione dei fatti culturali accanto a quelli più strettamente
letterari, ma rifiuta, al contempo, altre peculiarità dei modelli storiografici
in voga, come la sistematica esclusione degli importanti apporti derivati dal
confronto con la teoria dei dominatori dell’isola.
Alziator si confronta innanzitutto con l’evidenza degli effetti storiografici
censori che avevano determinato nei lavori ottocenteschi, nello specifico del
caso-Sardegna, l’esclusione generalizzata dagli studi di matrice umanistica
della componente umana, linguistica e letteraria spagnola, omessa anche da
una pur ricca raccolta di fatti culturali quale fu l’ottocentesca opera di storio-
grafia letteraria di Siotto Pintor.
A proposito dell’obliterazione della plurisecolare componente delle lette-
re spagnole nella ricostruzione storiografica di Siotto-Pintor, va considerata
la forte circolazione in quegli anni dell’Ottocento di pregiudizi politico-cul-
turali che avevano talvolta inquinato la lettura critica degli studiosi cimenta-
tisi in simili imprese, i quali tendevano a ricondurre le manifestazioni lette-
rarie isolane a un ambito di riferimenti e paradigmi culturali quasi esclusiva-
mente italiani, com’era inevitabile nel momento in cui la Sardegna, da tempo
passata dal dominio spagnolo a quello piemontese, rientrava nel progetto di
costruzione risorgimentale di una patria italiana trainata dal riformismo sa-
baudo. Anche Siotto Pintor, in tal senso, propese per l’elaborazione di un
concetto di patria sarda dotata di una sua individuale specificità, ma ugual-
mente riconducibile all’ambito nazionale italiano.
Mutato – ma non totalmente superato – quel clima ideologico-culturale,
la scelta di Alziator fu quella di includere nell’evoluzione della cultura let-
teraria isolana, risarcita e accresciuta quindi in complessità e completezza,
la produzione in spagnolo e quella relativa ai secoli di dominazione spagno-
la, fino ad allora taciute, tracciando dei legami a distanza simbiotici tra le
due culture («come se tra le due terre si trasmettessero imponderabili flui-
di», SLS, p. 485) e indugiando in particolare sui caratteri della produzione
del Seicento, «il vero secolo spagnolo per la Sardegna: incontrastatamen-
te spagnolo nel regime politico, nella lingua, nel pensiero, nella letteratura,
nell’arte, nel costume. Ogni parola ed ogni fatto in contrario è solo eccezio-
ne» (SLS, p. 206). Il valore strettamente documentario di questa operazione
è innegabile, e gli valse, nel 1961, il conferimento del titolo di membro della
‘Real Academia de Buenas Letras’ di Barcellona, in considerazione dei con-
tributi apportati soprattutto nel campo delle tradizioni catalane e spagnole.
L’atteggiamento aperto verso l’apporto letterario e culturale iberico e l’in-
clusione e valorizzazione dei suoi prodotti denotano una propensione verso
l’esterno non circoscritta entro gli stretti confini nazionali, ma proiettata in
dimensione decisamente più ampia, nel confronto coi grandi maestri d’oltre
confine, evocati quasi a marcare un distacco dalle vicende patrie o, meglio,
adoperati per sancire l’istituzione implicita di una patria isolana delle lettere,
meritevole di confrontarsi con le altre analoghe e riconosciute realtà euro-
174
pee10. Questa consuetudine sovra-nazionale di Alziator è operante ed eviden-
te, ad esempio, nel precoce e corretto giudizio sulla scrittura del novecente-
sco Giuseppe Dessì, autore annoverato «tra le personalità più rappresentative
di tutta la storia letteraria di Sardegna» (SLS, p. 502), valutato capace di su-
perare l’atavico provincializzarsi di correnti e gusti che ha contraddistinto la
storia dell’Isola, e per descrivere il quale Alziator, accanto ai nomi di Marcel
Proust, Franz Kafka, James Joice [sic] e Virginia Woolf, adopera – unico ita-
liano citato – il meno peninsulare e il più mitteleuropeo fra i nostri scrittori:
il triestino Italo Svevo, al secolo Aron Hector Schmitz.
L’apertura alla dimensione europea, i lucidi giudizi critici e i referenti
adoperati confermano la qualità della competenza strettamente letteraria di
Alziator, più interessato e attento del suo predecessore Siotto Pintor a una
specificità nonché autonomia del testo poetico-letterario, che guida la sua se-
lezione e si impone su altre metodologie potenzialmente concorrenti.
Alziator propende per la ricerca dell’espressione poetica pura, la quale,
per suo stesso statuto, non è passibile di alcuna sistematizzazione che non si
risolva poi inevitabilmente in un’operazione artificiosa e metodologicamente
inefficace. Questa scelta d’inconfondibile matrice crociana segna un’adesio-
ne e, al contempo, marca una distanza, chiarendo quanto in Alziator il pro-
iettarsi nella contemporaneità critica venga interpretato quasi esclusivamen-
te alla luce della grande parola crociana, l’unica, fra quelle pronunciate dai
grandi movimenti letterari del secolo precedente11, capace di non sovrappor-
re le poetiche alla poesia:
È però soltanto con la generazione del Novecento che la critica si manifesta in Sar-
degna con una sua fisionomia e metodologia, perdendo definitivamente quella nota di
dilettantismo e di improvvisazione che l’aveva caratterizzata nel secolo precedente.
La grande parola crociana non è passata invano per i Sardi e, o che sia stata seguita
con passione di discepoli o che essa sia stata occasione di momento polemico, evi-
denti ne sono comunque gli effetti (SLS, p. 494).

Nonostante la ricerca della pagina di poesia ‘pura’ che anima le intenzio-


ni dell’autore e costella il testo come un leit-motiv si risolva nella quasi au-
tomatica frustrazione delle sue aspettative – complice la più volte richiamata
«grama storia delle lettere isolane» (SLS, p. 229) – Alziator rimane fedele,

10. Alziator, lungi dal sottrarsi ai presupposti di una “norma identitaria” che raramente
non condiziona gli studiosi isolani, la interpreta e ne corregge la portata estendendone i con-
fini, dimostrando una capacità d’apertura prima geografica e poi intellettuale che si ripercuo-
te positivamente sulla storia della cultura e letteratura sarda e sulle ricerche ad essa legate.
11. A titolo esemplificativo si può qui ricordare il giudizio negativo espresso da Alziator
sugli esponenti del Naturalismo francese, descritti come «scrittori che pensano che il segreto
del romanzo sia tra gli archivi della polizia, nei teatri anatomici, nelle aule dei tribunali e nelle
corsie degli ospedali»; o, ancora, l’idea, opposta e avversa a un certo Romanticismo, secondo
cui: «non è vero che alla base della poesia d’arte stia una poesia d’origine popolare, ma che
è invece la poesia d’arte o comunque di cultura alle radici di ogni forma popolare» (SLS, pp.
399 e 225).

175
almeno nei programmi, al cruciale, «solo, unico problema che in definitiva ci
si pone dinanzi ad ogni scrittore e cioè: arte o no o, più esattamente, poesia
o no?» (SLS, p. 270). Di conseguenza, nella sua storia letteraria, lo studio-
so sembra resistere a ogni tentazione di ‘orientare’ e manipolare il materiale
prescelto in vista di precostituite finalità artistiche e ideologiche, rifiutando
insomma qualsiasi sistemazione basata sui generi letterari o sulle poetiche –
ne è indizio, fra i tanti, l’esposizione per profili distinti degli autori.
La natura modulare della metodologia di selezione e gestione del mate-
riale letterario che presiede alla composizione della Storia si combina con il
gusto per la scoperta e la riscoperta, particolarmente squisito in una mensa
così povera:
Uno dei principali scopi di questo nostro lavoro – già è scritto in limine al volume –
vorrebbe essere quello di riportare o piuttosto portare all’attenzione del lettore e dello
studioso autori o momenti di una storia letteraria che dire dimenticata parrebbe poco,
ché meglio si dovrebbe dire sconosciuta (SLS, p. 512).

Il criterio che muove Alziator a selezionare pochi versi menzionabili


all’interno di un corpus vastissimo lo spinge a far emergere dall’oblio del
tempo, ed entro una rosa di nomi spesso misconosciuti, singole figure di ar-
tisti, come nel caso esemplare di Roderigo Hunno Baeza, «notevole figura di
umanista e di poeta la cui opera, finora sconosciuta ed inedita, colma vera-
mente una lacuna della storia letteraria sarda del secolo XVI» (SLS, p. 126);
il suo epitalamio è reputato da Alziator degno di figurare «tra le cose miglio-
ri di tutta la poesia umanistica [europea]» (SLS, p. 134). Il lavoro su Baeza
prese avvio dal recupero del manoscritto conservato nell’Archivio comunale
di Cagliari e venne inizialmente concepito già autosufficiente, e come tale
diffuso tra gli addetti ai lavoro; successivamente, è stato poi riassorbito fino
a diventare un capitolo autonomo della Storia, intitolato Uno sconosciuto
umanista del Cinquecento sardo.
Nella Storia della letteratura di Sardegna questo puntiforme affiorare di
rare e a volte oscure personalità, della cui valorizzazione Alziator si attribui-
sce spesso, come visto, il merito, non corrisponde a nostro parere alla lettu-
ra del noto intellettuale sardo Francesco Masala nella recensione apparsa su
«L’Unione Sarda» del 15 aprile 1954, a ridosso della pubblicazione dell’o-
pera, secondo la quale Alziator avrebbe ricercato «oscuri nomi» che fossero
«pretesto minimo per creare gli anelli di una lunghissima catena». Masala
ritiene insomma che Alziator abbia impostato la sua opera su base sintag-
matica più che paradigmatica, tessendo artificiosamente al suo interno una
trama sottile e quasi inconsistente, data la modestia dei singoli internodi, ma
ugualmente protesa alla costruzione di un percorso.
Sembra invece più plausibile che l’inclusione di autori poco noti, non
ortodossi o inclassificabili, miri, più che a collegare fenomeni non contigui,
alla negazione di un percorso coerente e lineare, tendendo a polverizzare e
isolare singole personalità reputate poetiche. Queste scelte esemplari mostra-
176
no perfino programmaticamente quanto l’organicità e la ricerca di una vera
continuità letteraria siano costantemente eluse dall’insieme dei testi presi in
considerazione; le poche eccezioni degne di menzione (non anelli, dunque,
ma eccezioni) non smentiscono mai un panorama privo di grandi opere di po-
esia, e nel quale sono rari anche i momenti di modesta letterarietà.
Questa impostazione sembra mettere in discussione la concezione mo-
nolitica e tradizionale del genere ‘storia letteraria’ quale composizione ar-
chitettonica fondata su categorie critiche gerarchicamente e armonicamente
disposte, e cerca una via di fuga al persistente peso dell’ipoteca desanctisiana
in operazioni di tal portata.
In uno dei suoi tanti e illuminanti contributi, Giovanni Pirodda – cui si
deve il rinnovato studio novecentesco dei fatti letterari sardi e il rilancio del
dibattito sulla specificità culturale e letteraria delle realtà locali, specie in
aree periferiche, ibride e peculiari come quella isolana12 – ha brillantemente
messo in luce gli aspetti-chiave del lavoro di Alziator, sottolineando in parti-
colare, e diversamente da Francesco Masala, la fondamentale scelta dell’au-
tore di non ricostruire un panorama organico delle lettere sarde come feno-
meno unitario:
L’intento di far conoscere personalità, opere, manifestazioni diverse della storia cultu-
rale sarda è quindi prevalente su quello di disegnare un panorama organico, di rappre-
sentare un processo che connettesse fra loro dati offerti al lettore: i quali sono molto
disparati, perché, pur avendo Alziator una più accentuata percezione della specificità
letteraria rispetto al Siotto-Pintor, i caratteri stessi della cultura sarda imponevano la
presa in esame di opere appartenenti a una gamma di discipline piuttosto ampia13.

Anche se da simili premesse parrebbe lecito dedurre la totale assenza nel-


la Storia della letteratura di Sardegna di qualsiasi ambizione sistematica,
sostituita da un catalogo di fatti letterari, il distanziamento programmatico
sembra tuttavia rispondere, appunto, più al rispetto formale del modello anti-
desanctisiano che a una vera, profonda adesione ai principi più volte difesi
lungo tutta la Storia.

12. Tramite il recupero e la riattualizzazione della lezione del Dionisotti di Geografia e


storia della letteratura italiana (1967), Giovanni Pirodda, nel suo distanziarsi sia dalla sto-
riografia letteraria patriottica desanctisiana che da quella idealistica crociana, distilla e in un
certo senso supera i due distanti modelli del Siotto-Pintor e dell’Alziator; nell’assumere una
posizione intermedia tra molteplicità delle contraddizioni e degli influssi, interni ed esterni,
e insopprimibile ricerca di matrici identitarie, storiche e letterarie, la linea critica tracciata da
Giovanni Pirodda ha indubbiamente condizionato gran parte degli studi successivi in materia.
13. Giovanni Pirodda, Le lettere in Sardegna, in Manlio Brigaglia (a cura di), Tutti i li-
bri della Sardegna. 100 schede per capire un’isola “difficile”, Edizioni Della Torre, Cagliari
1989, p. 186; si vedano, del medesimo autore, Lo studio delle letterature regionali: la Sarde-
gna, in «La grotta della vipera», XI, 32-33 (1985), pp. 5-16; l’antologia Sardegna, Editrice La
Scuola, Brescia 1992, e Lo studio della letteratura sarda. Testi e strumenti bibliografici, pre-
ziosa ricognizione ospitata in quattro numeri della rivista «Portales»: I, 1 (2001); II, 2 (2002);
III, 3-4 (2003); VI, 8 (2006).

177
La predilezione per il catalogo puntiforme, per la riscoperta degli scono-
sciuti, per l’adozione di criteri poetici e anti-canonici si confronta infatti, neces-
sariamente, con la costruzione di una griglia cronologica e con la messa a punto
di una serie di capitoli di raccordo, introduttivi e riepilogativi, nati da esigenze
‘sintattiche’ ma caricati inevitabilmente di sensi contestuali, che creano percor-
si più linearmente costruiti di quanto l’autore non dichiari nella premessa all’o-
pera e in tutti quei punti in cui cerca, anche nello spazio di un inciso, di sottrarre
l’asistematico elenco di marca crociana a una lettura ‘di sistema’.
Allora, forse, rispetto alla struttura puntiforme come prodotto di un’este-
nuante e spesso vana ricerca della poesia pura, un disegno programmatico e
coerente che abbracci l’intera compagine può essere recuperato attraverso
queste porzioni e quelle pienamente ‘paratestuali’ (Avvertenza, Conclusione
e Appendici), che contrappuntano e ‘incorniciano’ l’opera, collaborando a ri-
costruirne le linee portanti e gettando su di essa nuovi significati.
Proprio nella Conclusione, in maniera più esplicita che altrove, Alziator
propone un bilancio critico globale sull’avventura letteraria sarda rivolto a
determinare l’emersione di un insieme di invarianti, accanto alle quali vi è
la formulazione di una serie di interrogativi sul complesso dell’opera dalla
quale si sta prendendo congedo14.
Il primo di questi interrogativi, di natura metodologica, riguarda l’effetti-
va esistenza di una letteratura di Sardegna che possa dirsi veramente autono-
ma; questo discrimine iniziale viene risolto dall’autore a partire dall’esisten-
za di una produzione in una lingua romanza – il sardo – dotata della mede-
sima dignità delle altre e non riconducibile al flusso dei dominatori esterni,
bensì legata a una sensibilità squisitamente indigena:
La Sardegna per motivi storici, geografici, etnici e di varia altra natura costituisce, ed
ancor più costituì, una comunità originale, diversa e distinta dalle nazioni e dai popoli
che la governarono e la possedettero. In queste complesse differenze sono le radici
prime della diversità dei fatti letterari di Sardegna (SLS, p. 524).

Il secondo interrogativo, risolto il primo, concerne l’individuazione dei


caratteri invarianti e comuni allo spirito dei sardi, tali da rendere la loro pro-
duzione, sotto taluni aspetti, omogenea. Alziator individua la predilezione
per la narrativa15; la prevalenza del sarcasmo sullo humour16; la mancanza di

14. Accanto a questo capitolo riepilogativo trova spazio un’appendice sulla storia degli
studi di non esiguo valore bibliografico (capitolo LVIII, La storiografia letteraria, pp. 527-
534), ulteriore testimonianza del consolidarsi in Alziator di una coscienza e autocoscienza
critica pluridecennale.
15. «Narrare sta alla base del gusto dei Sardi: forse il risultato di un’abitudine atavica o di
una necessità creata dall’ambiente; certo è che alle radici di quel misto di elementare e di com-
posito che è nella psicologia isolana sta il gusto del narrare» (SLS, p. 498). Il crociano Alziator
si entusiasma più per le prove romanzesche che per quelle strettamente liriche, come nei casi
de Il tesoro degli Angioini di Giacinto Satta, dell’Iniziazione ai miei studi di Giovanni Spano
e dell’Autobiografia di Vincenzo Sulis.
16. Tra le peculiarità della scrittura di Alziator è facile riscontrare questa tendenza allo

178
introspezione psicologica, di sensibilità decadenti e di epistolari (a causa del-
le «connaturate doti di reticenza e di pudore psicologico dei Sardi» (SLS, p.
525); il gusto del teatro come fatto puramente religioso17, con la conseguen-
te insensibilità al teatro profano e puramente letterario; la tendenza, infine,
all’artigianato.
Il terzo, altrettanto cruciale interrogativo, verte sull’apporto dato dalla let-
teratura sarda al patrimonio della civiltà letteraria europea, per quanto limita-
to possa essere stato; Alziator non dà esplicita risposta, suggerendo che «gli
elementi per la risposta siano già nelle molte pagine che hanno preceduto
questa e che la risposta sarà quella che ogni lettore vorrà dare» (SLS, p. 526).
Oltre alla ricerca dell’espressione poetica, al respiro di dimensione euro-
pea e alle costanti precedentemente richiamate, altri due concetti scandisco-
no la Storia letteraria di Sardegna: eterogeneità e distemporamento.
L’eterogeneità, ossia «la presenza e la collisione di elementi eterodossi e
diversi», è relativa alla collisione e compresenza di elementi che apparten-
gono alla cultura indigena e che interagiscono di volta in volta con quelli
relativi alla teoria dei dominatori dell’isola. Il concetto di distemporamento
concerne invece quel fenomeno di provincialismo, comune d’altronde a tante
altre regioni d’Europa, ma particolarmente esasperato in Sardegna per ogget-
tivi fattori d’isolamento, in base al quale le correnti artistiche e letterarie ten-
dono a giungere ed essere accettate nell’isola con straordinari ritardi rispetto
alla loro scaturigine, e a stanziarvisi poi, oltre ogni previsione, cristallizzan-
dosi o, come dice Alziator, «isterilendosi in un formulario senz’anima»18.

humour che facilmente sfocia nel sarcasmo quando la finalità è la stroncatura. Emblematico
il caso del cinquecentesco poeta Antonio Lo Frasso, di cui scrive: «Fu militare, devoto al re
ed alle muse con poca riconoscenza da parte di entrambi […] Lo Frasso, vivamente commos-
so dalla straordinaria impresa sciolse tosto l’ali al canto. Il canto andò in verità assai basso,
ché non fu volo d’aquila ma piuttosto domestico starnazzar di pollaio. […] Uomo che ebbe
nobiltà di intenti ed alti ideali, ma che, ahimè, le Muse vollero duramente figliastro, benché
egli se ne dicesse figlio» (SLS, p. 85, 91 e 110). A proposito invece del quattrocentesco autore
sassarese Antonio Cano e del suo poema Sa Vitta e sa Morte, et Passione de sanctu Gavinu,
Prothu et Januariu, scrive: «Lo snervante poemetto, di oltre mille versi, è un vero campio-
nario, dal punto di vista metrico, di dodecasillabi, endecasillabi, rime al mezzo, decasillabi,
e perfino di versi bisognosi di un pietoso ortopedico. Il buon vescovo avrà ben conosciuto le
vie del Signore e amato il prossimo, ma ignorava di certo quelle dove sta di casa la poesia e
non fu amato dalle muse alle quali egli fece, per la verità, assai brutti scherzi […]. Ignorava il
pio scrittore, quando invocava alla fine dell’opera sua “de nos condugher a su paradisu in sos
sanctos braxos de Cristus crucifixu”, che non poco ci avrebbe contribuito egli stesso, dopo il
purgatorio dei suoi terribili versi. […] Non c’è null’altro che una pia intenzione in gloria del-
la Chiesa ed un cattivo servizio alla poesia. E pace sia all’impoetico vescovo» (pp. 67-68). In
realtà qui Alziator prende un abbaglio metrico, mostrando di non avere inteso fino in fondo le
caratteristiche della versificazione del Cano nello scambiare versi anisosillabici di origine po-
polare per incoerenza metrica.
17. Alziator si laureò in Lettere nel 1932 discutendo una tesi dal titolo Momenti della
drammatica religiosa in Sardegna.
18. Per un approfondimento di questi ultimi aspetti si veda il successivo contributo di An-
drea Cannas.

179
Al di là dell’efficacia di simili proposte, talvolta idiosincratiche e, comun-
que, tutte da verificare, ciò che più colpisce di Alziator è il tentativo, lunga-
mente sconfessato e qui invece accolto, di allestire un repertorio di costanti
che permetta un inquadramento comunque complessivo dei fenomeni cultu-
rali e letterari isolani; l’andamento puntiforme non si concede alla sintassi, e
gli anelli, per tornare all’immagine di Francesco Masala, non sono introdotti
e articolati per comporre una catena: tuttavia, la tentazione di ‘fare sistema’
agisce anche su Alziator, il quale non riesce ad affastellare dati ma si trova
costretto, per lo meno in conclusione, a cercare di far cantare più voci nel
medesimo coro.
Contrariamente a quanto scritto lungo tutta l’opera, Alziator non adope-
ra, infatti, la parola poetica ‘puntiforme’ come unica o privilegiata guida alla
lettura dei testi, anche perché, pressoché fino alla conclusione della Storia, le
due categorie dell’estetico e dell’etico agiscono ancora dialetticamente, ed è
ben raro che l’autore trovi una sintesi poeticamente soddisfacente negli auto-
ri presi in esame; inoltre, Alziator la abbandona quando in lui s’impone l’ur-
genza e la cogenza di un altro, più rispettato valore: l’emersione di elementi
identitari e mitici connessi alla specificità sarda non solo in ambito estetico e
letterario, ma anche culturale, morale, intellettuale, ideologico, storico e ge-
ografico. Scrive Alziator:
Uno dei motivi fondamentali di questa nostra fatica fu quello di poter accertare se
la letteratura di Sardegna, frutto come essa è di diverse culture e di diverse visione
del mondo, dell’incontrarsi e dello scontrarsi di tendenze e di orientamenti, quali
quello punico e quello romano, quello cattolico e quello vandalico, quello bizantino
e quello toscano, genovese, catalano, aragonese, castigliano, ecc., abbia mai prodotto
un qualcosa che derivi dalla catalizzazione di questi elementi su una base indigena.
Abbiamo cioè costantemente ricercato il determinarsi di qualcosa di veramente loca-
le ed originale dal confluire dei diversi elementi. (SLS, p. 182)

Nella Storia della letteratura di Sardegna l’intricata dialettica tra speci-


ficità letteraria e complessità dei fenomeni culturali isolani viene ricostruita
ma non sciolta, e, nonostante alcune importanti scelte preliminari di segno
opposto sembrino suggerire il contrario, anche Alziator sembra restare so-
speso tra l’assolutezza del giudizio estetico e la relatività delle implicazioni
identitarie. In realtà locali e per molti aspetti circoscritte e quasi autonome
come quella isolana, infatti, con maggior facilità si misura la stretta correla-
zione tra aspetti culturali e processi identitari, acuita e ravvivata dal soffio di
una reale o percepita condizione subalterna di ‘colonia dell’impero’, che rin-
vigorisce le braci della tradizione autoctona proiettando le sue fondamenta
agli albori della storia: anche lo studioso cagliaritano resta avviluppato tra le
lusinghe di questo soffio incantatore.
L’adesione a una simile impostazione è calata nella dimensione mitopo-
ietica e quasi metatestuale dell’apocrifo, ed è tanto forte da superare ostacoli
di natura documentaria e scientifica altrove insormontabili.
180
Un esempio concreto e particolarmente sintomatico è estraibile dal capi-
tolo dedicato al caso dei Falsi di Arborea. La grande bugia (SLS, pp. 366-
372), come recita il titolo della sezione che, per altro, non si spende più di
tanto sulla cronistoria della celebre bufala.
Le Carte d’Arborea19, come noto, sono una serie di documenti (perga-
mene e codici cartacei) fatti circolare da un gruppo di astuti quanto abili fal-
sari/intellettuali intorno alla metà dell’Ottocento per fomentare e proiettare
l’illusione di una produzione letteraria in Sardegna retrodatabile all’epoca
della giudicessa Eleonora d’Arborea, all’avanguardia culturale della civiltà
umanistica. Le carte, interpretate in principio come originali e poi rivelatesi
costruite a tavolino, non autentiche, riportano liriche sarde e italiane, poemi
epici, compendi di geografia, notizie sulle antiche città della Sardegna, cro-
nache e altro: il loro contenuto «appariva addirittura miracoloso» (SLS, p.
368). Secondo la prospettiva adottata da Alziator, questa operazione svela
non soltanto l’autocoscienza di un gruppo di agguerriti intellettuali al passo
coi dettami della critica romantica, ma soprattutto testimonia la volontà di
proiettare quella consapevolezza indietro nel tempo, fino a costruire un’epo-
pea letteraria alle origini della storia sarda che fosse pioneristica e competi-
tiva con l’illustre blasone delle lettere italiane, assumendo «un posto vetusto
e di prim’ordine nel Gotha della letteratura» (SLS, p. 369).
Le Carte rappresentano per Alziator «una delle falsificazioni più impo-
nenti, pericolose ed affascinanti che siano mai state organizzate» (SLS, p.
366). D’altronde l’autore è particolarmente sensibile alla storia dei falsi, la
complessità e ragione dei quali meriterebbero a suo avviso maggior attenzio-
ne da parte della critica letteraria e della critica d’arte, come nei casi delle
pseudo-antichità manipolate da Michelangelo, delle pseudo-versioni di Leo-
pardi o del Fingal di James Macpherson, evocati da Alziator assieme a mo-
menti assai noti della nostra storia non solo letteraria, come le donazioni di
Costantino, Carlo Magno e Ludovico il Pio20.
Per Alziator tra le pagine delle Carte d’Arborea non c’è nessuna prova
che meriti di essere annoverata nella schiera dei grandi capolavori; tuttavia,
«dovunque, comunque, in qualsiasi tempo e per qualsiasi ragione siano sta-
te scritte, tra i mistificatori delle carte d’Arborea vi fu sicuramente taluno al
quale non si possono negare qualità di scrittore» (SLS, p. 372). Alziator indi-

19. Cfr. Manlio Brigaglia, Le Carte d’Arborea come romanzo storico, in Le Carte d’Arbo-
rea. Falsi e falsari nella Sardegna del XIX secolo, Atti di Convegno a cura di Luciano Marro-
cu, AM&D, Cagliari 1997, specie alle pagine 305-315, dove Brigaglia assimila l’operazione
dei falsari a quella di un romanziere intento alla costruzione della storia della nazione sarda,
e, nel medesimo volume, Giovanni Pirodda, Cultura letteraria e nazionalismi nell’episodio
delle Carte.
20. «Né va dimenticato quell’eccezionalissimo individuo che fu Vincenzo Sulis, tribuno,
soldato, scrittore e gran bugiardo al cospetto di Dio e degli uomini», dotato di «una vera mano
da scrittore» (SLS, pp. 213 e 312), la cui recuperata vicenda è ospitata nel capitolo XXXVII.
Vita, miracoli e bugie di Vincenzo Sulis, pp. 305-332.

181
vidua, all’interno di quel corpus assai vasto, singoli frammenti che, pur non
avendo lo spessore della grande poesia, costituiscono comunque una lettera-
tura di buon livello, valorizzata e recuperata al di là di ogni fedeltà storica e
filologica:
Comunque, riuscita o no, quella delle carte d’Arborea è una epopea, una falsa epo-
pea, ma tuttavia è innegabilmente un grande mondo con i suoi re, i suoi poeti, le sue
donne, le sue glorie e i suoi misfatti, un mondo costruito e vissuto con la fantasia, al
quale talvolta non venne neppure meno una interessante realizzazione in termini, se
non di grande poesia, perlomeno di buona retorica, di letteratura. (SLS, p. 372)

In conclusione, al di là dell’esibita ricerca della pagina di poesia pura,


gli intenti che guidano Alziator nella costruzione della sua storia letteraria
appaiono quindi ideologici e identitari ancor prima e più che documentari,
scientifici e poetici, e mirano al reperimento delle costanti indigene da far
emergere entro un’insieme di sollecitazioni esterne che hanno contraddistin-
to la storia, per certi versi tribolata ma anche varia e multiforme, della cultura
letteraria in Sardegna.
Diversamente dall’immagine che l’autore prova a proiettare della propria
opera, nella Storia delle letteratura di Sardegna Alziator si lascia affascinare
soprattutto dal risuonare del mito della terra sarda, dall’epopea di un popo-
lo che egli vuole diverso e grandioso, e al quale perdona l’assenza di poesia
pura e la mistificazione apocrifa della propria storia culturale e letteraria,
come nel caso delle carte d’Arborea.

182
La Storia della letteratura di Sardegna
di Francesco Alziator. Dall’età del silenzio
alla voce della poesia
di Andrea Cannas

«Non lasciavamo altre tracce che i nuraghe, le navi


di bronzo di Urel di Mu e i piccoli uomini cornuti,
guardiani dell’isola, che molti fecero imitando Mir.
Nessuno sapeva leggere e scrivere. Passavamo sulla
terra leggeri come acqua»
Sergio Atzeni, Passavamo sulla terra leggeri

Se seguisse fiduciosamente quanto prospettato da Francesco Alziator


nell’Avvertenza incipitaria, o si limitasse a consultare frettolosamente l’indi-
ce del volume, il lettore si prefigurerebbe una Storia della letteratura di Sar-
degna sorretta da modeste ambizioni sintagmatiche, ma impostata in maniera
tale da costituire quasi un catalogo paradigmatico di fatti letterari che vengo-
no giustapposti secondo una prevedibile successione cronologica1:
Avvertenza.
Questo libro più che una vera storia della letteratura vorrebbe essere un invito agli
studiosi, un’indicazione di scrittori e di esempi da riprendere e da ripensare.
Tenendo presenti questi intendimenti si chiariranno anche quelle che possono parere
talune sproporzioni nell’economia dell’opera.
Infatti, spesso, più sono ignorati gli autori e maggiore è lo spazio dedicato ad essi; più
essi sono noti e più è sommaria la trattazione2.

La prospettiva della asistematicità dichiarata è tuttavia almeno in parte


bilanciata da uno sforzo retrospettivo che mira alla ricomposizione delle va-
rie tessere secondo un disegno conforme alle dinamiche dei processi storici
e delle varie espressioni culturali dell’Isola – anche qualora non sia possibile

1. Con l’unica eccezione costituita dal capitolo LX, apparentemente quasi un’appendice,
intitolato I tre grandi – che viene scandito non a caso secondo un climax che prende abbrivio
dalla figura di minor spessore letterario (a giudizio del critico) fino a quella che ha oggettiva-
mente riscosso un successo internazionale – e specificamente dedicato a Salvatore Farina (in
verità liquidato piuttosto frettolosamente), al poeta Sebastiano Satta e alla narratrice Grazia
Deledda.
2. Francesco Alziator, Storia della letteratura di Sardegna, Edizione della Zattera, Caglia-
ri 1954. D’ora in avanti le citazioni faranno riferimento all’edizione anastatica del 1982, Edi-
zioni 3T, Cagliari. Occorre una certa prudenza nel valutare le indicazioni fornite dall’autore
per introdurre il lettore alla fruizione dell’opera. Se da un punto di vista puramente quantitati-
vo lo sconosciuto umanista del Cinquecento, Roderigo Hunno Baeza, gode di un trattamento
di favore, in realtà lo spazio “metafisico” costruito intorno alla figura di Grazia Deledda, a pre-
scindere dalla conquista del premio Nobel, ha come vedremo fra breve una rilevanza assoluta.

183
discernere, nella loro concreta manifestazione, una continuità lineare3. Que-
sta particolare tensione si avverte con una certa evidenza in tutte le porzioni
del testo in cui l’autore non si limita a presentare poeti e narratori, o ad an-
tologizzare opere, ma imbastisce una riflessione critica di respiro più ampio,
che supera i confini della relativa sezione cronologica. Il progetto si palesa,
con studiata progressione, soprattutto nelle articolazioni espressamente dele-
gate a tracciare un bilancio, cioè nella serie dei capitoli che hanno il compito
di introdurre e riassumere i fatti letterari salienti per ciascun secolo4, e segna-
tamente nella Conclusione5: qui il Nostro tende a costruire formule che defi-
niscano sinteticamente, nel poco spazio che si concede e dunque spesso con
valutazioni tranchant, fenomeni generali non di rado dallo sviluppo diacroni-
co, cosicché è possibile individuare una sorta di agile cornice che organizza
la struttura dell’opera e dove emerge con particolare consistenza il giudizio
(o eventualmente il pregiudizio) storico-letterario dell’autore.
Si parte dalle origini ineffabili dei primi abitatori dell’Isola e, considerata
l’assenza di dati inconfutabili ovvero l’evidenza per la quale la preistoria è
soprattutto un vuoto di informazioni da colmare, gli albori della civiltà pos-
siedono i contorni del mito e ipso facto suggerirebbero una narrazione del-
la genesi. Conseguentemente il titolo del primo capitolo, ovvero L’età del
grande silenzio, propone già una prima suggestione e mostra l’agio con cui
il critico si muove nella quasi totale mancanza di punti di riferimento. I sardi
dell’età nuragica manifestarono «viva fantasia»6 e realizzarono forme d’arte
e d’ingegneria capaci di sfidare il logorio del tempo. Se le arti d’ambito lette-
rario, senza il supporto della pagina scritta, non hanno lasciato in eredità nul-
la di tangibile, Alziator si sbilancia a ricostruire il «mondo fantastico» degli
isolani e gli eventuali distillati poetici, non disdegnando il campo insidioso
dell’«immaginosa ipotesi» nonostante la «fragilità scientifica» dei presuppo-
sti. Le coordinate entro le quali si muove tale fantasmatica produzione fanno
inevitabilmente riferimento, come si accennava, al mito e all’epopea: si trat-
ta quindi di rintracciare nel nostro mondo contemporaneo l’eventuale persi-

3. Si può fare riferimento, per esempio, alla continuità dei conquistatori/dominatori dell’I-
sola che ha pur sempre dato luogo a drammatiche svolte epocali, si pensi al passaggio di po-
tere fra il governo spagnolo e quello piemontese.
4. In questo caso, il titolo del capitolo coincide puntualmente col relativo segmento cro-
nologico.
5. Dove trova spazio un elenco di caratteristiche comuni che è possibile verificare, secon-
do Alziator, in buona parte della produzione letteraria isolana, e che anzi definiscono la sua
autonomia nell’universo delle letterature romanze. Si tratta per la precisione della predilezio-
ne per la narrativa, della prevalenza del sarcasmo sullo humour, della mancanza di epistola-
ri, sensibilità decadenti e introspezione psicologica, del gusto per la rappresentazione teatrale
come fatto puramente religioso e della «tendenza all’artigianato» (p. 524). Ovviamente sono
categorie discutibili, motivate più con ragioni psicologiche, morali o sociali – eventualmente
con riflessi di carattere identitario – che non strettamente letterarie, ma non è ovviamente que-
sta la sede più opportuna per confutarle.
6. Si veda tutto il primo capitolo, L’età del grande silenzio, pp. 1-7.

184
stenza di eroi e di vicende leggendarie ben identificabili, al netto di possibili
contaminazioni trasmesse dai popoli che scaturivano dal mare, e, in ultima
istanza, di dare un senso epico ai manufatti, ai guerrieri, alle navi in bronzo
realizzate dai nuragici7. Così, con la precipua volontà di interpretare quei po-
chi elementi disponibili alla luce degli avvenimenti storici, dal confronto fra
due nobili relitti che posseggono il peso specifico degli archetipi, le Gianas
e i Giganti evocati nel primo capitolo, emergerebbe come da un opificio di
letteratura potenziale la storia vera della lotta fra invasori e autoctoni: fragili
saghe, poiché veicolate esclusivamente da una trasmissione orale, sarebbero
decadute al rango di fiabe popolari di lunga durata.
Un secolo prima della nostra storia letteraria di Sardegna, un solidale
gruppo di intellettuali militanti aveva cullato l’ambizione di colmare un’al-
tra lacuna vergando le famigerate carte d’Arborea, allo scopo di nobilitare il
Medioevo sardo con un’illustre fioritura artistica che fosse in grado di com-
petere col prestigio delle più celebrate corti della Penisola. In effetti, se ri-
consideriamo alla luce della “cornice” il capitolo dedicato alla vicenda dei
falsi8, non stupisce che Alziator apprezzi di quella operazione lo sforzo mi-
topoietico e in taluni casi la tensione poetica; e tuttavia, con la distanza criti-
ca che deriva dalle premesse scientifiche del suo progetto, laddove insomma
vengano a mancare le necessarie dimostrazioni del caso, l’eclettico studioso
trova dei riferimenti più solidi – per quel che concerne i limiti invalicabili
della verosimiglianza – nella comparazione e analogia con quanto è possibi-
le verificare in altre tradizioni occidentali meglio documentabili. Resta sot-
totraccia una finalità precisa: allestire una sobria ma globale narrazione dei
fatti isolani, che riaffiora costantemente in quelle parti infratestuali che sono
i nodi nevralgici della “cornice”, e che darà adito a un’apertura costruttiva,
come si vedrà fra breve, per quel che concerne specificamente la conclusione
dell’opera.
Alle immaginose ipotesi che derivano dalle stagioni del mito seguono,
nella Storia della letteratura di Sardegna, le riflessioni sugli avvenimenti
storici, meno aleatori e contrassegnati dalla continuità dei conquistatori9 che
si alternarono nel governo dell’Isola – e dal sedimentarsi di svariati super-
strati e sostrati culturali e linguistici, a partire dai fenici fino allo sbarco dei
piemontesi. Nell’indagare le nuove tendenze letterarie che sono di volta in
volta l’effetto del mutato contesto storico, perlopiù passivamente assimilate
dagli intellettuali autoctoni che si confrontano con la nuova cultura dominan-

7. In particolare queste ultime, sempre secondo l’autore, potrebbero attestare l’eventualità


che i primi “evoluti” abitatori dell’Isola provenissero dal mare.
8. Si veda, in questo stesso volume, il precedente contributo di Pier Paolo Argiolas.
9. Con l’eccezione costituita dall’epoca dell’autogoverno giudicale: per il resto la conti-
nuità dei conquistatori dell’Isola, come si accennava, è in fondo lineare da un punto di vista
della sottomissione alla teoria delle culture dominanti, complicata tuttavia dalla loro relativa
commistione.

185
te, vengono puntualmente individuati da Francesco Alziator alcuni fenomeni
i quali si configurano per la realtà sarda come vere e proprie invarianti. In
particolare una coppia di costanti10 scandisce con regolarità le varie epoche:
si tratta, secondo le definizioni dell’autore, dell’eterogeneità e del distempo-
ramento.
Sulla prima categoria si fonda la specificità e autonomia della cultura sar-
da – in fattispecie ne beneficia la produzione letteraria nei suoi momenti più
originali – rispetto ai grandi sistemi nazionali di riferimento:
Caratteristica dello svolgimento della letteratura in Sardegna fu, per quasi tutta la sua
storia o perlomeno per i secoli più fecondi e più interessanti di essa, la presenza e la
collisione di elementi eterodossi e diversi quali quello punico e quello romano, quello
italiano e quello ispanico e quello indigeno.
Dalla diversa intensità di questi elementi e dall’azione da essi esercitata […] hanno
origine, per lo meno per quanto si riferisce al gusto ed alla loro storia esterna, le opere
della letteratura di Sardegna11.

L’aspetto più moderno della riflessione di Alziator sta forse proprio nella
considerazione della natura ibrida di un prodotto che coagula e travalica la
pura somma matematica dei singoli apporti, anche in virtù della sua costante
interazione con la matrice originaria autoctona.
La seconda categoria, quella del distemporamento, focalizza invece una
tipica tendenza al provincialismo, comune d’altronde a tante altre regioni
d’Europa come la Provenza o, con riferimento a specifici segmenti tempora-
li, il Portogallo, ma particolarmente esasperata in Sardegna da fattori ogget-
tivi legati a un più accentuato isolamento. Storicamente
le correnti artistiche e letterarie giungono e sono accettate nell’Isola con straordinari
ritardi e poi vi si stanziano, al di là di ogni previsione, cristallizzandosi e isterilendosi
in un formulario senz’anima12.

Il potenziale che deriva dall’eterogeneità dei “contributi”, e che potrebbe


sfociare in prodotti artistici vitali perché dotati di una precisa identità, vie-
ne fortemente ridimensionato dal permanere, quasi per inerzia, di manife-
stazioni ispirate a uno sterile convenzionalismo e, in definitiva, pedisseque,
fatta eccezione ovviamente per singole figure da Alziator quasi sempre lu-
cidamente individuate. O, se si preferisce, la spinta propulsiva rappresentata
dall’assimilazione positiva di elementi che provengono da ogni parte del Me-
diterraneo viene inevitabilmente smorzata dalla pervicace diffusione di una
ben codificata moda continentale. Quasi alla fine del percorso, ovvero agli

10. In un certo senso speculari e antitetiche, poiché l’eterogeneità pone in primo piano
l’originalità di quei prodotti letterari che sono frutto della contaminazione dei vari sostrati e
superstrati culturali; il distemporamento fa riferimento invece a un certo diffuso manierismo
che non è capace di varcare i confini di un angusto provincialismo.
11. Nel capitolo L, Il Novecento, p. 425.
12. Nel capitolo XXXVIII, L’Ottocento, p. 336.

186
albori del Novecento, la Sardegna diviene, secondo una percezione che non
è del solo Alziator13, una «provincia italiana».
In realtà, nelle sezioni che inquadrano le vicende letterarie otto-novecen-
tesche, e che preparano la corrispondenza fra il piano temporale delle opere e
quello del critico che le analizza, e dunque alla piena convergenza fra lettura
e scrittura, Alziator segnala una svolta, una crisi delle invarianti all’interno
di un percorso fino a quel momento teso a mettere in rilievo una certa ripe-
titività dei fenomeni letterari. L’Ottocento infatti costituisce l’epoca in cui il
mondo, o almeno l’Europa occidentale geograficamente o per sensibilità14
più prossima all’Isola, “scopre” la Sardegna, soprattutto per l’iniziativa dei
viaggiatori stranieri – a partire da Joseph Fuos (già alla fine del secolo pre-
cedente) e contemplando le esperienze di Alberto della Marmora, William
Henry Smyth, John Warre Tyndale e Antoine Claude Valéry, per non citarne
che alcuni. La scoperta è vissuta all’insegna di una certa inquietudine roman-
tica, col desiderio a volte perfino ostentato di «stupirsi al magico spettacolo
vivente dell’umanità primitiva» (p. 335). Va detto che, in verità, il rischio è
quello di offrire dell’Isola un’immagine piuttosto artefatta – se non addirittu-
ra preconfezionata, studiata a tavolino – e, almeno in alcuni resoconti, condi-
zionata da categorie metastoriche che oscillano attorno al mito del selvaggio
nelle speculari accezioni buono/cattivo15. In quella stessa stagione in cui gli
intellettuali europei osservano la realtà isolana, o la reinventano traducendola
in schemi letterari, i sardi scoprono il mondo:
la Sardegna non è più una terra lontana ed ignorata, i nuovi sistemi di comunica-
zione si preparano a farne ormai un elemento attivo della vita italiana […]. I frutti
saranno evidenti nel tempo: l’Isola parteciperà, infatti, alla storia della letteratura
italiana ed europea con personalità di primo piano […]. Il colloquio dell’Isola con
il mondo delle lettere, delle arti e delle scienze diventa sempre più attuale e serrato.
Si bruciano le tappe, si comincia a marciare con il mondo: l’Isola, piena ancora di
sonno, di Arcadia, di feudalesimo, si ritrova, forse senza neanche rendersene conto,
romantica, italiana e liberale (pp. 335-336).

13. Come emblematicamente scriverà Salvatore Satta, ne Il giorno del giudizio, a proposi-
to di Nuoro – che è la sineddoche di un’intera isola: «ogni sardo […], perfino i tronfi sassaresi
e gli spagnoleschi cagliaritani, guarda a Nuoro come alla sua seconda patria». Se con la Pri-
ma guerra mondiale, infatti, «i sardi scoprivano L’Italia», Nuoro fa il suo ingresso un po’ ano-
nimo nella tragica modernità del dopoguerra «lanciata verso l’assurda avventura di una città
sovrapopolata [sic] di provincia». O ancora: «Nuoro non era più o non era soltanto Sardegna,
era un frammento dell’Italia». È solo un esempio, forse quello più emblematico, di una perce-
zione collettiva che diviene topos negli autori del secondo Novecento: il rischio della perdita
di un’identità. Le citazioni son tratte dall’edizione Adelphi, Milano 1990.
14. Nel senso del gusto per l’esotico con cui si osserva l’isola selvaggia nel cuore del Me-
diterraneo occidentale.
15. La Sardegna costituisce, per il viaggiatore europeo, l’esotico a portata di mano, secon-
do una prospettiva per cui la lontananza spaziale è trasferita sul piano temporale come esclu-
sione – nelle forme della non contaminazione, e quindi positivamente, o della arretratezza, e
dunque negativamente – dalla modernità.

187
Invece nel capitolo dedicato al Novecento16, se si considera il complesso
della produzione artistica degli autori sardi per come viene prefigurato da
Alziator, pare che resti frustrata la prospettiva di un riscatto o perlomeno di
una emancipazione, rispetto a quanto si poteva auspicare dalla lettura della
precedente porzione infratestuale. I frutti che erano stati intravisti, e che al-
meno potenzialmente costituivano una risorsa, maturano in una vera e pro-
pria crisi di sistema:
Cessata e dimenticata ormai come cosa assai lontana ogni collusione di elementi ete-
rogenei, le vicende letterarie isolane divengono eco, senza caratteri originali, di quelle
della Penisola […]. Negativamente, per lo meno in certo senso ed in taluni momenti,
agì per l’Isola l’influenza della letteratura italiana. Sotto l’influsso delle correnti del ro-
manticismo e del verismo italiano, cioè di correnti già di per se stesse non originali del-
la Penisola17, si accentua […] quel carattere di imitazione, di provincialità che è, ahimè,
il comune denominatore di tutta o quasi la letteratura di Sardegna. […] Il fatto che la
Sardegna non sia più terra d’incontro e magari di scontro di elementi diversi agisce,
in sostanza, come fattore negativo del gusto e dell’ispirazione isolana (pp. 425-426).

Nel momento in cui s’infittiscono i contatti con il vasto mondo delle let-
tere, e soprattutto con la cultura italiana, gli autori isolani s’impossessano de-
gli strumenti tecnici più moderni per aggiornare il proprio repertorio retorico,
stilistico e linguistico. D’altro canto, se l’Isola è divenuta a tutti gli effetti,
come si accennava, una provincia italiana, lo sforzo più ragguardevole al limi-
te potrebbe essere teso a portare la periferia al centro dell’attenzione. In realtà,
spiega Francesco Alziator, il mutato contesto storico e politico determina il più
delle volte una indolente ricezione di modelli, gusti e tendenze18, con un gene-
rale decadimento del valore poetico di quei testi che non posseggono più una
precisa identità, se non come riflesso condizionato o quasi relitto inconscio:
Di originale permangono ancora, ma solo come remote zone di fondo, come lontane
e spesso inaccessibili scaturigini, le forze dell’elemento indigeno, elemento che agi-
sce piuttosto come fatto del costume, della tradizione e del mondo morale, che come
ragione estetica (p. 425).

Tuttavia, proprio a partire da questo cortocircuito si realizza, nel giro di


poche pagine, un clamoroso (ma in fondo prevedibile e coerente) coup de

16. Ovviamente i due capitoli dedicati ai fenomeni storico-letterari dell’Ottocento e del


Novecento non sono contigui, essendo separati dalla solita selezione di autori e opere più si-
gnificative: tuttavia, se focalizziamo quella che qui si è definita come una sorta di cornice, nel-
le sue varie articolazioni, è possibile evincere una progressione coerente nella riflessione del
critico, e dunque una continuità interna al sistema.
17. Non è un caso che Giuseppe Dessí sia considerato «tra le personalità più rappresen-
tative di tutta la storia letteraria di Sardegna» (p. 502) nella misura in cui si confronta con la
migliore produzione europea – e conseguentemente Alziator lo colloca in una posizione d’a-
vanguardia nel panorama complessivo della prosa italiana.
18. E forse si può cogliere anche un’implicita accusa di provincialismo alla stessa cultura
italiana, la quale a sua volta – pare voglia alludere il critico – importava da svariati decenni le
tendenze letterarie più in voga nel resto d’Europa.

188
théâtre. Dalla crisi di sistema emerge infatti quella “singolarità” che consente
al critico di riannodare i fili che gestivano, articolandosi nelle varie parti del-
la cornice, l’intera struttura della sua storia letteraria. Di conseguenza, come
un fiume carsico scaturisce anche la poesia tanto a lungo anelata e fino a quel
punto quasi assenza discriminante. Non stupisce affatto che il “campione”
capace di portare a compimento l’impresa letteraria, ovvero coniugare mezzi
tecnici – raffinati da un continuo apprendistato e dal confronto con la più ag-
giornata produzione europea – con la piena espressione di un mondo etico an-
cestrale, sia il premio Nobel Grazia Deledda: il risultato estetico di tale felice
connubio sarà di indiscutibile rilievo. Così il Nostro descrive la scrittrice nuo-
rese – anzi la materializza dentro la pagina nella sua corporeità – e quel gusto
teatrale cui si accennava non disdegna neppure l’ingresso in scena ad effetto:
caparbia e un po’ scostante, dalla grossa testa volitiva e dallo scrivere sconcertante
[…] si direbbe che l’opera della scrittrice ripete l’impressione che dava la donna:
né brillante, né attraente, eppure animata da un qualcosa di indefinibile che “la fa
rispettare” (p. 517).

Al di là di questo salace quadretto, dove il sorriso caricaturale in real-


tà potenzia quasi icasticamente la contemplazione dell’anomalia19, Alziator,
mentre si confronta con le posizioni più accreditate nell’ambito del dibattito
critico su Grazia Deledda, investe la narratrice di un ruolo di assoluta premi-
nenza all’interno del suo finalmente scoperto disegno letterario:
In Grazia Deledda, la più singolare e la maggiore figura di scrittore della Sardegna
moderna, esplode e domina l’elemento indigeno. Ed è proprio in esso che va trovata
la ragione dell’originalità deleddiana, di quel tanto d’inclassificabile e d’insolito che
ha così spesso reso discorde la critica. In Grazia Deledda il mito, le più remote e
ancestrali voci dell’Isola, le medesime dell’epopea dei bronzetti, si esprimono e si
conciliano in voce d’arte20 (p. 426).

Il mondo evocato dalla fantasia deleddiana, nelle forme della narrazione


di ciò che (si suppone) è radicato fin dalle origini21, ha il pregio di riportare
in vita

19. Anomalia, come si è cercato di spiegare, rispetto al panorama generale delle lettere
sarde, appena consolidato dall’autore nelle varie partizioni di cui si compone la “cornice”.
20. Non è ovviamente questa la sede più indicata per valutare quanto sia effettivamente au-
tentica la voce dell’Isola che trova espressione nella complessa parabola narrativa di Grazia De-
ledda – dagli esordi tardo-romantici fino alla piena maturazione e autocoscienza metatestuale –,
o se viceversa la fortuna e il merito dell’autrice nuorese non consistano proprio nell’invenzione
di un’efficacissima forma di autoesotismo, secondo l’arguta definizione di Giulio Angioni. Ad
ogni modo, l’immagine della Sardegna elaborata dalla narratrice ha avuto uno straordinario suc-
cesso tra i lettori della Penisola così come tra quelli isolani, col risultato di suggestionare non
poco le generazioni degli scrittori più giovani di lei: nel bene e nel male, gli autori sardi dovranno
comunque confrontarsi con l’Isola che Grazia Deledda ha fatto scaturire dalla pagina letteraria.
21. Senza che l’autrice agisse programmaticamente in direzione mitopoietica, certo non
con la consapevolezza di un Giuseppe Dessí o, fuori dal catalogo della Storia della letteratura
di Sardegna, di un Sergio Atzeni.

189
l’età delle grandi pietre, elementare nel male e nel bene, nelle espressioni del dolore
e della gioia, della forza e della morte. Eroi del bene e del male, con una remota e
sotterranea sorta di tensione e di coloritura nietzschiana alla rovescia […] incatenati
a destini di espiazione, di vendetta, di manicheo conflitto fra bene e male (ibid.)22.

In conclusione, l’autrice di Elias Portolu e di Canne al vento ha avuto il


merito, e forse anche l’ambizione, di realizzare l’obiettivo che altri scrittori
vanamente perseguirono: «tradurre in linguaggio di poesia quel mondo tan-
to antico e tanto diverso da quello nostro di oggi»23. Lungo tutto il percorso
delineato dalla sua opera, ma con esiti a dire il vero un poco sconfortanti,
Alziator aveva ricercato quell’impronta che definisse in modo inequivoca-
bile l’oggetto artistico. L’indagine approda finalmente a una conquista po-
sitiva, tanto agognata da indurre l’autore ad abbandonare l’abituale under-
statement, che è un po’ il suo vezzo stilistico, fino a esaltare il «miracolo
della Deledda», che si sostanzia nel «mutare in passo di danza il camminar
quotidiano delle creature vive. L’eterno, incantevole miracolo della poesia»
(p. 519)24.
In definitiva, se si scruta retrospettivamente verso la “genesi” della cul-
tura sarda, l’età del grande silenzio è in un certo senso assimilabile a un’età
dell’oro, e costituisce difatti l’epoca «artisticamente più originale» – scriveva
Alziator nel primo capitolo – com’è testimoniato da reperti eccezionali quali
le costruzioni megalitiche, nella loro imponenza, e i bronzetti nuragici nella
loro raffinatezza. Vale forse la pena segnalare come, in modo funzionale allo
sviluppo di quelle linee di forza che l’autore dispiegherà nelle successive
partizioni della cornice, la decantata originalità sia fin dall’abbrivio l’effetto
della mescolanza di codici e culture, se consideriamo che la protostoria sar-

22. Se mai ce ne fosse bisogno, ricordiamo che la riflessione storico-letteraria di Alziator


prendeva abbrivio proprio dal mito: il primo capitolo, intitolato L’età del grande silenzio, si
sforzava di ricostruire una plausibile epopea delle origini non testimoniata dallo sviluppo di
una lingua scritta.
23. Merito condiviso in parte con Sebastiano Satta. Come si diceva in precedenza, nel trit-
tico finale dedicato ai grandi autori della modernità, Salvatore Farina suscita moderati entusia-
smi. È di grande rilievo invece lo spazio concesso a Giuseppe Dessí, nel capitolo LIX, rispetto
al quale Alziator riconosce con lucidità la difficoltà a ricollegarlo a una tradizione letteraria
tout court, nonché la fitta presenza di riferimenti intertestuali che lo pongono in relazione con
le più significative personalità del panorama culturale internazionale (Proust, Kafka e «Joice
[sic.]»). Da notare la tendenza a proporre parametri di riferimento – non di rado tratti da altre
fonti critiche – europei ancor più che specificamente italiani, probabilmente con la precisa in-
tenzione di sprovincializzare il mondo delle arti isolane: per trattare Farina si tira in ballo Di-
ckens, a proposito di Satta vengono citati Nietzsche e Kipling, mentre l’opera della Deledda
richiede l’evocazione dei capolavori di Dostoevskij.
24. Alziator fa riferimento a un articolo di Pietro Pancrazi comparso sul «Corriere della
Sera» il 1° dicembre 1937. Ma si vedano in proposito Nicola Tanda, Dal mito dell’isola all’i-
sola del mito. Deledda e dintorni, Bulzoni, Roma 1992 e Giovanna Cerina, Deledda e altri
narratori. Mito dell’isola e coscienza dell’identità, CUEC, Cagliari 1992.

190
da ha per protagonisti quei «popoli che da molte parti approdarono alle coste
dell’Isola»25.
Nella Storia della letteratura di Sardegna, l’esordio e l’epilogo rivelano
un’inaspettata connessione e traggono reciprocamente giovamento da un po-
tenziamento di senso: la grandezza antica è una matrice ancora attiva e può
generare prodotti artistici moderni purché siano creati con strumenti aggior-
nati attraverso il dialogo col resto d’Europa. È un circolo virtuoso che vuo-
le probabilmente essere anelito, indicazione di una rotta, di un programma
che il critico affida ai suoi lettori. Il miracolo, appena celebrato da France-
sco Alziator26, si realizza nell’intreccio profondo di un gusto estetico e di un
mondo etico che va inteso come rivisitazione di un mito originario27. Prima
di approdare emblematicamente alla figura della narratrice nuorese, e dun-
que quasi fino all’ultima pagina, evocate da una scrittura critica che richiama
modelli storicamente consolidati le due categorie agivano ancora dialettica-
mente e di rado trovavano una sintesi poetica che soddisfacesse il gusto del
Nostro: dal suo punto di vista gli scrittori isolani avevano per secoli agito più
o meno clandestinamente, per ragioni che sono insieme storiche, politiche e
demografiche.
Posizionata alla fine dell’intero percorso della storia letteraria, Grazia De-
ledda colma una profonda lacuna e trasforma l’ineffabile in musica: la sua
voce fu, per Alziator, «voce di canto. La più alta ed intensa che mai l’Isola
abbia avuto».

25. La logica interna a una struttura mitopoietica può creare l’illusione della perfetta vero-
simiglianza. Essa si giova, nel complesso della trama dell’opera, della suggestione di un rac-
conto sospeso e di presupposti che sono, appunto, mitici, ma deve a volte fare a meno della
solidità scientifica degli strumenti filologici, e qui sta forse il limite dell’operazione.
26. Il meccanismo appena innescato fa sì che l’autore superi d’un balzo i riferimenti
critici: non è un caso che lo stesso Alziator, sconfinando verso ambiti disciplinari che pa-
droneggia con disinvoltura, citi a supporto delle sue riflessioni sulle origini l’opinione del
paletnologo e archeologo Giuseppe Pinza e dello storico dell’antichità Ettore Pais (in par-
ticolare, di Pinza, Monumenti primitivi della Sardegna, in «Monumenti Antichi», Vol. XI,
190; di Pais, Storia della Sardegna e della Corsica durante il periodo romano, Nardecchia,
Roma 1923, e soprattutto dalle pp. 599-600: «La Sardegna [esclusa dunque l’epoca nuragi-
ca] perde ogni autonomia ed è destinata in ogni età a riprodurre elementi suggeriti da altre
nazioni»).
27. «Per questo miracolo la Sardegna tornò ad avere, dopo millenni, una sua voce ed
una sua vita nel mondo delle cose immortali. Grazia Deledda operò il miracolo traendo
l’ispirazione dalla stessa affaticata, anonima folla di madri, di eroi, di fanciulli, di giovani, di
animali e di cose che già i Sardi di una remotissima età avevano fermato nei bronzi votivi dei
nuraghi. Essa riudì la voce di quelle genti, ne ripeté il dramma ed il mito» (p. 519). La folla
anonima sembra ricalcare quella animata che popola le carte d’Arborea (si veda in proposito
il capitolo XLII, intitolato La grande bugia: le carte d’Arborea). Se quel corpus di testi non
ha valore da un punto di vista della storia letteraria, secondo il giudizio del critico lo recupe-
ra, in modo forse imprevisto, sul piano della tensione creativa, e magari poetica, per la capa-
cità di dar vita a un «grande mondo, con i suoi re, i suoi poeti, le sue donne, le sue glorie e i
suoi misfatti» (p. 372).

191
Breve appendice

Quarant’anni dopo, lo scrittore Sergio Atzeni, che di Alziator conosceva


e citava con efficacia quanto meno le pagine dedicate alla città di Cagliari,
realizzò un’impresa letteraria che tendeva appunto a far risuonare l’età muta
dei primordi, epoca ricca di grandi monumenti megalitici e vuota di parole
scritte, con la creazione dell’epopea dei sacerdoti/danzatori, i S’ard, che per
primi abitarono l’Isola in Passavamo sulla terra leggeri. La consapevolezza
e lucidità del progetto di Atzeni traspare almeno fin da un articolo apparso ne
«l’Unità» del 10 luglio 1980, intitolato Le peripezie di Ulisse viste dai nura-
ghi, dove lo scrittore chiamava in causa la memoria condivisa dei suoi con-
terranei a partire da una prospettiva più ampia, nella quale l’«Ulisse-segno»
si fa carico di «indicare tutta intera l’esperienza del genere umano che lenta-
mente emerge dalla barbarie e lentamente marcia verso il regno della ragio-
ne». Il passato collettivo del popolo sardo è
profondo, sì, migliaia di anni, ma anche disperatamente muto, privo di scrittura che
si esprime soltanto attraverso enigmatici nuraghi e strani guerrieri di bronzo, tale co-
munque da richiedere miti che coprano il vuoto. Come dire: se non abbiamo un’epica
nostra, dei nuraghi, abbiamo però ben il diritto di appropriarci di quella comune a
tutta l’area mediterranea, che è patria anche nostra.

Se al principio del Novecento l’Isola è ormai percepita, dall’interno,


come «provincia italiana», la reazione più o meno consapevole di tanti autori
che appartengono alle generazioni nate, cresciute e formatesi in quel secolo
tenderà a fare dell’identità un discorso sospeso che si può di nuovo innesca-
re scrutando, alle nostre spalle, fino al più remoto passato. Giuseppe Dessí,
nel suo dramma Eleonora d’Arborea, va a recuperare una stagione di civiltà,
generatrice della modernissima Carta de Logu, muovendosi ancora dentro
le coordinate della Storia, ma riscrivendo la Storia a partire da una figura
che è segno rappresentativo: Eleonora è già un’ipotesi mitopoietica. Nel suo
ultimo romanzo Sergio Atzeni va al di là della Storia e, ben oltre il tempo
dell’autogoverno giudicale, mira dritto al cuore del mito: la scrittura del rac-
conto delle origini.

192
Bibliografia
Alziator, Francesco, Storia della letteratura di Sardegna, Edizione della Zattera, Cagliari
1954 (ristampa anastatica Edizioni 3T, Cagliari 1982).
Caltagirone, Giovanna, Storia letteraria e antologie di scrittori sardi, in «La Grotta della
Vipera», Cagliari, II, 9 (1977), pp. 67-73.
Cerina, Giovanna, Deledda e altri narratori. Mito dell’isola e coscienza dell’identità,
CUEC, Cagliari 1992.
Cfs, Centro di studi filologici sardi, consultabile in rete all’indirizzo http://www.filologia-
sarda.eu, (ultimo accesso 30 aprile 2012),
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gna, Sassari 2007, consultabile in rete all’indirizzo http://www.sardegnacultura.it (ul-
timo acceso 30 aprile 2012).
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Marrocu, Luciano (a cura di), Le Carte d’Arborea. Falsi e falsari nella Sardegna del XIX
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Pirodda, Giovanni, Lo studio delle letterature regionali: la Sardegna, in «La grotta della
vipera», XI, 32-33 (1985), pp. 5-16.
Pirodda, Giovanni, La Sardegna, in Alberto Asor Rosa (a cura di), Letteratura italiana.
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Pirodda, Giovanni, Le lettere in Sardegna, in Manlio Brigaglia (a cura di), Tutti i libri
della Sardegna. 100 schede per capire un’isola “difficile”, Edizioni Della Torre, Ca-
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Pirodda, Giovanni, Sardegna, Editrice La Scuola, Brescia 1992.
Pirodda, Giovanni, Lo studio della letteratura sarda. Testi e strumenti bibliografici, «Por-
tales»: I, 1 (2001); II, 2 (2002); III, 3-4 (2003); VI, 8 (2006).
Pittalis, Paola, Storia della Letteratura in Sardegna, Edizioni della Torre, Cagliari 1998.
Siotto Pintor, Giovanni, Storia letteraria di Sardegna, 3 voll., Tipografia Timon, Cagliari
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Spanu, Luigi, Vita e opere di Francesco Alziator, Edizioni Castello, Cagliari 1986.
Tanda, Nicola, Letteratura e lingue in Sardegna, EDES, Cagliari 1984.
Tanda, Nicola, Dal mito dell’isola all’isola del mito. Deledda e dintorni, Bulzoni, Roma
1992.

193
Dall’Ottocento ai nostri giorni: la parabola del
romanzo a tema storico in Sardegna tra coloniale
e postcoloniale
di Margherita Marras

Cosa s’intende con coloniale e con postcoloniale? Qual è il loro signifi-


cato? Domande che attirano l’attenzione sulla necessità di una spiegazione
preliminare di questi termini e raggirare così da subito, dati i tempi correnti,
il pericolo di conclusioni tanto affrettate quanto arbitrarie, come, per esem-
pio, pensare che essi sottendano (anacronistiche) rivendicazioni di stampo
indipendentistico. La prima doverosa precisazione rimanda dunque al fatto
che il coloniale e il postcoloniale, come qui intesi, non supportano alcuna
recriminazione relativa a una «Sardigna-Natzione», a una «Repubblica Indi-
pendente», né plaudono a retoriche autoproclamazioni e autodeterminazioni
del popolo sardo e non sono neanche preludio a un richiamo a una «seppur
pacifica» lotta liberatrice contro «l’oppressione italiana»1. Propositi che non
solo non mi appartengono ma deploro, alla stessa stregua delle inverosimili
e modaiole pretese di coloro che acclamano una sardità epurata da contatti
e contaminazioni con la lingua e la cultura italiane. Il coloniale e il postco-
loniale di cui parlerò mal si coniugano anche con la rinnovata pratica sarda
che colora il linguaggio e le poco costruttive riflessioni di alcuni esponenti
della politica (e non solo) nostrana – questa volta appartenenti a schieramen-
ti partitici nazionali2 –, contagiati dall’enfasi crescente riposta sul locale, i
localismi e la diversità culturale che nel dibattito odierno, strumentalizzati
spesso a meri fini di consenso, vengono gonfiati di aspirazioni globali por-
tando a una radicalizzazione del discorso identitario, ossia all’idea di un’im-
prescindibile identità forte e onnipresente a cui riferirsi costantemente per
sancire la differenza con gli altri3. Tutti casi emblematici del fatto che, oggi,

1. Cfr. Pro s’Indipèndentzia e sa Repùbrica de Sardigna. Manifesto Politico di IRS, http://


www.scribd.com/doc/54606765/Manifesto-Politico-iRS.
2. Il riferimento è, tra gli altri, alle otto mozioni sull’identità presentate nel 2010 in Consi-
glio Regionale per modificare lo Statuto sardo. Mozioni proposte dall’IRS, ma anche dall’Udc
e dal Pdl, inzuppate di toni retorici e populisti.
3. Cfr. Marco Aime, Eccessi di culture, Einaudi, Torino 2004, p. 2.

195
per dirla come Regis Débray, «gli oggetti si mondializzano, [e] i soggetti si
tribalizzano»4.
Parlare di colonialismo in e per la Sardegna significa prendere in consi-
derazione quei fattori che ne giustificano, in primis, l’esistenza e che ne det-
tagliano le peculiarità. Vale la pena ricordare, l’inutilità di definizioni di co-
lonialismi più o meno benigni e le non meno superflue affermazioni riguar-
danti presunte forme di semi-colonialismi. Fiumi di pagine teoriche hanno
copiosamente e magistralmente illustrato l’impossibilità di tracciare un’im-
magine lineare del colonialismo, invitandoci a indagarne le singole specifi-
cità. I più grandi specialisti di coloniale e postcoloniale, pur individuando
un loro carattere federativo nella comunanza di elementi definitori d’ordine
generale (per il primo, la dipendenza, lo sviluppo ineguale, la subordinazio-
ne, lo sfruttamento e, per il secondo, la decostruzione critica di questi stessi
fattori), insistono sulla fondamentale flessibilità e ecletticità costitutiva pro-
pria ai due fenomeni:
la colonisation, la décolonisation, l’après-décolonisation ne se disent pas, ne se lisent
pas de la même manière dans chacune des traditions. Il faut plus essentiellement
reconnaître que l’histoire coloniale et postcoloniale n’est pas construite de manière
similaire dans chacune des traditions5.

L’infondatezza di paradigmi unitari porta, pertanto, a ricercare la precisa


forma che colonialismo e postcoloniale hanno assunto a seconda dei conte-
sti e degli specifici marcatori identitari delle zone nei quali si sono prodotti.
Quando poi ci si riferisce a una componente endogena diventa altrettanto
indispensabile precisare che tale definizione si basa, prima di tutto, sullo
scardinamento della classica connotazione monolitica dell’Occidente colo-
niale e imperiale, a favore di una sua scomposizione binaria in scala interna,
tra l’occidente dominatore dei centri di potere e l’occidente periferico delle
zone marginali che, come la Sardegna, ne hanno subito il peso egemonico6.
Se le dominazioni succedutesi nell’isola, con annesse organizzazioni, usi e
procedure governative, permettono di giustificare la presenza di un coloniali-
smo secolare in tal senso, vi è però un’ulteriore complessità aggiuntiva nella
valenza endogena che, nel caso specifico della Sardegna del periodo post-
unitario, rinvia a una fenomenologia di riferimento nazionale e, dunque, alle
politiche di una classe dirigente interna.

4. Citato in Giuseppe Bronzini, L’esplosione delle etnie senza diritto internazionale, in «Il
Manifesto», 15 maggio 1999.
5. Jean Bessière, Jean Marc Moura, (textes réunis par), Littératures postcocoloniales et
franco-phonie, Conférences du séminaire de Littérature comparée de l’Université de la Sor-
bonne Nouvelle, Honoré Champion Editeur, Paris 2001, p. 9.
6. Cfr. Margherita Marras, La Diversalità come variabile e chiave di lettura del postcolo-
niale nella narrativa sarda contemporanea (Marcello Fois) in Coloniale e postcoloniale nella
letteratura italiana degli anni 2000, «Narrativa», Nuova Serie, Presses Universitaires de Paris
Ouest, n. 33-34, 2011/2012, pp. 419-433.

196
Evocando una storia coloniale non si può prescindere dal fatto che nei ter-
ritori in cui essa si è confermata abbia preso altresì forma una colonizzazione
di tipo culturale, con ripercussioni rilevanti sulla tradizione autoctona e sul
rapporto dei dominati con l’altro da sé, storicamente modellato dal progetto
e dall’esperienza coloniale. Naturalmente, guardando gli intellettuali e gli
scrittori appartenenti alle medesime cultura e realtà ci si può facilmente ren-
dere conto di come tale esperienza non sia vissuta e interpretata in maniera
univoca7. Inoltre, valutazioni d’ordine pragmatico portano a precisare che la
colonizzazione culturale non sempre si presenta nelle sue forme più appa-
renti (subordinazione, assimilazione, assoggettamento, ecc.), dato che le sue
manifestazioni possono affiorare in modo molto più subdolo ed essere tal-
volta repertate solo attraverso l’osservazione attenta della reattività propria ai
soggetti esposti a specifici codici coloniali. Per questo, se parlare di colonia-
lismo porta immancabilmente a fare i conti con delle pratiche culturali con-
dizionate da fenomeni di dominazione, ciò non autorizza a tacciare d’emblée
di subordinati o sottomessi gli intellettuali e/o scrittori appartenenti a quei
territori che ne hanno subito il peso, ma, piuttosto, spinge a non sottovalutare
la ricognizione dei fattori che ne hanno potuto condizionare le scelte saggi-
stiche, interpretative e/o tematico-formali, le modalità di rappresentazione
del reale e, a seconda dei casi, che ne hanno influenzato l’uso dei codici lin-
guistici e letterari, il sentire politico, etico, identitario ecc.
Prima di inoltrarci nello studio del romanzo storico sardo dell’Ottocento,
vorrei partire dalle Carte d’Arborea, il ben conosciuto fatto iniziato nel 1845,
delle cui influenze è carico il clima culturale del secondo Ottocento e dei pri-
mi del Novecento. Nella sintomatica operazione ‘riparatrice’ messa in atto
dalle Carte – ovvero una ricostruzione fantastica di un’improbabile genealo-
gia sarda – possiamo leggervi un’immersione, a monte, dei suoi fabbricatori
nella propria singolarità culturale, scomposizione catartica che Frantz Fanon
indicava come necessaria per comprendere quello che si è e i meccanismi na-
scosti della propria alienazione. Il fenomeno dei Falsi d’Arborea lascia, in-
fatti, ampiamente intravedere un’avvenuta presa di coscienza della defezio-
ne culturale e storica sarda («lacune di parecchi secoli di storia sarda»8, dice
Enrico Costa) da parte dei suoi autori e, al contempo, certifica la presenza di
un processo di alienazione identitaria non ancora conclusosi (che, tra l’altro,
spiega l’atto menzognero). Lo stesso spirito sembra animare le finzioni sto-
riche della stragrande maggioranza dei romanzieri dell’Ottocento e dei pri-
mi del Novecento. Vittorio Angius (1797-1862), Gavino Cossu (1844-1890),
Antonio Bacaredda (1824-1908), Marcello Cossu (1845-?), Carlo Brundo

7. Secondo Jean-Marc Moura, «la critique postcoloniale étudie la manière dont chaque
auteur, chaque oeuvre, gère son rapport à son propre “lieu” et l’investit selon un mode spé-
ciifique», Jean-Marc Moura, Littératures francophones et théorie postcoloniale, PUF, Paris
2007, p. 56.
8. Enrico Costa, Le Carte d’Arborea, in «Il Convegno», XIII, n. 10 (1960), p. 9.

197
(1834-1904), Pietro Carboni (1857-1902), Enrico Costa (1841-1909), Pom-
peo Calvia (1859-1919)
scelsero, fra le vicende dell’isola, al limite fra la leggenda e la storia, quelle capaci di
far luce su alcuni concetti fondamentali (la lunga condizione di servaggio, la “digni-
tà” del popolo sardo, la presenza di alcuni caratteri distintivi della civiltà regionale)9;
[questi scrittori riscoprono e propongono ai lettori] fatti e personaggi capitali della
storia sarda […] per rinvigorire il sentimento nazionale, per suscitare lo sdegno nei
confronti di tutti i conculcatori del sardo suolo10;
non si può fare a meno di notare come […] negli scrittori sardi, e significativamente
in Enrico Costa, sia presente l’anelito verso l’idea di nazione, si esprima il progetto di
costruzione di un’identità collettiva, compaia una soggettività (“il popolo”) osservata
nei suoi valori unificanti11.

Nelle riflessioni di Manlio Brigaglia e di Giuseppe Marci traspare chia-


ramente ciò che di fatto, oltre a essere palese nei testi, è una prerogativa as-
soluta dei suddetti autori: un vero e proprio culto della memoria storica che
ambisce a trarre «dall’oblio qualche negletta pagina della storia isolana, sfor-
zandosi di farla ricordare [ai] suoi concittadini»12 e a onorare la patria sarda
per colmare o compensare il vuoto del presente13. Così, nei romanzi di questi
scrittori sfilano e spiccano piccoli e grandi eroi isolani, raccontati sulla base
di una referenzialità rivolta prioritariamente a temi e personaggi (spesso fem-
minili14) dell’epoca giudicale (o con riferimenti diretti ad essa15), aragonese e
spagnola16. L’acceso regionalismo presente nell’isola è tangibile negli intenti

9. Manlio Brigaglia, Intellettuali e produzione letteraria dal Cinquecento alla fine dell’Ot-
tocento, in Manlio Brigaglia (a cura di), La Sardegna, Della Torre, Cagliari 1982, vol. I, L’arte
e la letteratura in Sardegna, p. 38.
10. Giuseppe Marci, Prefazione, in Enrico Costa, Il muto di Gallura, Ilisso, Nuoro 1998,
p. 8.
11. Ibid., p. 29.
12. Gavino Cossu, Gli Anchita e i Brundanu. Racconto sardo del secolo XVII, Tip. dell’U-
nione di Sardegna, Cagliari 1872.
13. Cfr. Pietro Carboni, Preludio in Id., Leonardo Alagon, Tip. dell’Unione di Sardegna,
Cagliari 1872.
14. Vittorio Angius, Leonora d’Arborea o scene sarde degli ultimi lustri del secolo XIV
(1847); Carlo Brundo, Adelasia di Torres. Racconto storico del secolo XIII (1874); Enrico Co-
sta, Adelasia di Torres (1890); Id., Rosa Gambella. Racconto storico sassarese del secolo XV
(con note e documenti) (1897); Pompeo Calvia, Quiteria. Racconto tolto dagli avvenimenti
sardi del XV secolo (1902).
15. Pietro Carboni, Leonardo Alagon (1880); Carlo Brundo, Il primo dei giudici, racconto
storico (1880); Gavino Cossu, Il colle del diavolo, ovvero Lu Doria-Malaspina marchese di
Bonvhei. Tradizione popolare sarda del secolo XIII (1869); Marcello Cossu, L’ultimo dei giu-
dici turritani. Racconto del secolo XII, Cagliari (1878).
16. Gavino Cossu, Gli Anchita e i Brundanu. Racconto sardo del secolo XVII, Carlo Brun-
do, La rotta di Macomer. Racconto storico del secolo XVII (1872); Id., L’Alcaide di Longo-
ne. Racconto storico sardo del secolo XVII (1870); Id., Una congiura a Cagliari. Racconto
storico del secolo XVII (1877); Id., Il Castello dell’Acquafredda. Gli Aragonesi e i Doria al
Varco del Tordo (1878).

198
autoriali di natura didattico/compensativa e nel simile nucleo generativo del-
le opere, impostato su una prospettiva dicotomica di stampo manicheista: la
denuncia dell’oppressione materiale e morale indirizzata ai «conculcatori del
suolo patrio» e un’enfatizzazione apologetica e strumentale delle eccezionali
virtù dei personaggi chiamati a simboleggiare la resistenza isolana.
Giuseppe Marci iscrive questa fase narrativa in un processo di decoloniz-
zazione
segnata dal bisogno di riappropriarsi della conoscenza dei luoghi, di descriverli nuo-
vamente, di raccontare la storia, già descritta dal colonizzatore e dagli storici indigeni
che ne avevano assunto il punto di vista, attraverso la prospettiva del dominato […]
è un renaming che ripristina i nomi, restaura la conoscenza, ri-descrive l’ambiente,
la storia degli abitanti, i loro usi e costumi, la giustizia di giudizi negativi ritenuti
superficiali e ingenerosi […] afferma le visioni del mondo che ciascun popolo de-
colonizzato elabora attingendo alla propria tradizione, misurandosi con l’esperienza
compiuta della dominazione e spesso, con un processo non privo di travaglio, impie-
gandone la lingua17.

E, a questo proposito, alcune domande sorgono spontanee. Quale com-


patibilità tra «l’esperienza compiuta della dominazione» e le falle delle po-
litiche sabaude e post-unitarie da sempre storicamente (d)enunciate? In che
modo si può coniugare la presunta decolonizzazione culturale con il mancato
accoglimento, quasi assenza18, nella materia narrata di soggetti e tematiche
inerenti alla pur grave situazione isolana sotto la dominazione dei Savoia? E
ancora, possono questi scrittori rendersi realmente artefici di un meccanismo
di decolonizzazione nel mesto momento storico che l’isola si trova a vivere?
In sostanza, può coesistere una fase di decolonizzazione culturale con un co-
lonialismo operante?
Un’ulteriore perplessità viene dall’attitudine contro-corrente dei narratori
autoctoni. Manlio Brigaglia sottolinea che la data di pubblicazione di molti
dei romanzi storici sardi
cade per quasi tutti nel decennio 1870-1880, quando la stagione del romanzo storico
italiano era finita da quasi cinquant’anni19.

La conclusione della stagione a cui fa riferimento Brigaglia risponde alla


dissoluzione delle forme tradizionali, dei caratteri canonici e delle conven-
zioni stilistiche della narrazione storica, ma non tiene conto delle zone peri-
feriche che, nel vasto panorama letterario italiano di fine Ottocento e dei pri-
mi del Novecento, continuano a essere le indiscusse protagoniste di uno zoc-
colo resistente di trame che hanno come referente il dato storico e che porta-
no sulla scena il disagio e il logoramento sociale, «i guasti, i relitti, i “vinti”

17. Giuseppe Marci, Prefazione, in Enrico Costa, La Bella di Cabras cit., pp. 28-29.
18. Salvo alcuni rari casi, tra cui le ambientazioni di Antonio Baccaredda in Angelica (1862),
di Giacinto Satta in Il tesoro degli Angioini (1907) e di Pietro Casu in Notte sarda (1910).
19. Manlio Brigaglia, Intellettuali e produzione letteraria cit., p. 38.

199
del “progresso” introdotto nelle periferie del nuovo Stato nazionale»20. Do-
vremmo, allora, interpretare la quasi totale astrazione nella letteratura sarda
di soggetti e tematiche legati al periodo sabaudo come un distacco dei ro-
manzieri da questa, seppur evidente, situazione di malessere? La persistente
subordinazione culturale della Sardegna è, infatti, avvertibile nei dislivelli
interni dello Stato-Nazione e nel perdurare di una concezione centrista dal
peso martellante che continua a relegarla nelle fustigate periferie dell’Oc-
cidente. Una marginalizzazione altrettanto evidente nel misconoscimento e
nella valutazione negativa di cui è ancora oggetto, sul finire dell’Ottocento,
l’identità sarda che, al pari e forse più di quella meridionale21, si ritrova in-
trappolata nei rigidi schemi di scienziati positivisti che spiegano in termini
etnici e biologici (denigratori) i gravi problemi socio-economici dell’isola,
minimizzando così (se non annientando) le dirette responsabilità dello Sta-
to. Un’attitudine non casuale che unisce l’isola a altre periferie del mondo.
Difatti, innumerevoli specialisti del coloniale e del postcoloniale, tra i quali
Guy Nicolas22 e Edward Said23, individuano nella degradazione dei gruppi
umani e nelle descrizioni che ne confortano l’inferiorità e la subalternità le
classiche formule usate dalle potenze imperiali e coloniali per giustificare le
loro esecrabili dominazioni.
È evidente che il travagliato rapporto Sardegna-Continente ha agito da ul-
teriore propulsore nell’enfatizzazione retorica e tardo-romantica dei caratteri
sardi24 ed è altresì inconfutabile che ad animare gli scrittori è il sincero ten-

20. Gigliola De Donato, Gli archivi del silenzio. La tradizione del romanzo storico italia-
no, Schena Editore, Fasano di Brindisi 1995, p. 31.
21. A questo proposito, Antonio Gramsci enuncia nella Questione Meridionale alcuni
punti della deprecabile ideologia anti-meridionalista messa a punto dai propagandisti della
borghesia nelle masse del Settentrione: «i meridionali sono biologicamente degli esseri infe-
riori, dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretra-
to, la colpa non è del sistema capitalistico o di qualsivoglia altra causa storica, ma della natura
che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari, temperando questa sorte ma-
trigna con la esplosione puramente individuale di grandi geni, che sono come le solitarie pal-
me in un arido e sterile deserto. Il partito socialista fu in gran parte il veicolo di questa ideo-
logia borghese nel proletariato settentrionale; il partito socialista diede il suo crisma a tutta la
letteratura ‘meridionalista’ della cricca di scrittori della cosiddetta scuola positivista, come i
Ferri, i Sergi, i Niceforo, gli Orano e i minori seguaci, che in articoli, in bozzetti, in novelle,
in romanzi, in libri di impressioni e di ricordi ripetevano in diverse forme lo stesso ritornello;
ancora una volta la “scienza” era rivolta a schiacciare i miseri e gli sfruttati, ma questa volta
essa si ammantava dei colori socialisti, pretendeva essere la scienza del proletariato», Antonio
Gramsci, La Questione Meridionale, Davide Zedda Editore, Cagliari 2008, pp. 69-70.
22. Cfr. Guy Nicolas, L’identità e i suoi miti, in Serge Latouche (a cura di), Mauss # 1 Il
ritorno dell’etnocentrismo, Bollati Boringheri, Torino 2003, p. 66.
23. Cfr. Edward W. Said, Cultura e imperialismo, Gamberetti Editrice, Roma 1998, pp.
35- 36.
24. Così come lo era stato nel passato recente. Manlio Brigaglia sottolinea la relazione tra
la comparsa del romanzo storico sardo e il periodo in cui «si comincia a parlare, con intensi-
tà e urgenza crescenti, di quella che il Tuveri aveva chiamato per primo La questione sarda»,
Manlio Brigaglia, Intellettuali e produzione letteraria cit., p. 38.

200
tativo di riabilitare la Sardegna e di vederla integrata nel più ampio contesto
nazionale e europeo. Ma, in assoluta coerenza con la filosofia progressista
dell’epoca, la modernità a cui essi aspirano è strettamente vincolata a un pat-
to tra lo Stato e l’isola, tra sardità e italianità.
Questo spiegherebbe la poca frequentazione dei ‘soggetti sabaudi’ e la
particolarità della narrativa di questi autori. Costante indiscussa della loro
arte è la valorizzazione di una nazione sarda (priva di rivendicazioni di tipo
scissionista) di ispirazione romantica e idealista, la cui rappresentazione ri-
sponde a un doppio obiettivo: da un lato, offrire un apporto all’unità dialetti-
ca della nazione italiana in pieno spirito post-unitario, dall’altro, combattere
una defezione identitaria stigmatizzata dalle costruzioni ideologiche e dalle
ricusazioni esterne rivolte all’isola, fondate, appunto, su immagini di barba-
rie e di altre ripulse.
L’iscrizione dei romanzieri in un percorso di decolonizzazione è pertanto
da leggersi con tutte le riserve del caso e non senza prima valutare le peculia-
rità del sardismo letterario di questi anni, con i suoi pregi e i suoi difetti, con
le sue aperture e i suoi limiti.
Se gli autori ottocenteschi menzionati sono gli artefici di un’innegabile
opera di integrazione della Sardegna nel sistema politico nazionale, di una
sua sprovincializzazione e apertura alla cultura italiana e a quella europea, è
altrettanto vero che non riescono a dare vita a un sardismo letterario di ampio
respiro: come più volte precisato da molti studiosi di cose sarde, la diffusione
delle loro opere rimane in linea generale assai scarsa nella penisola, il loro
obiettivo autoriale identitario/compensativo ha la meglio sul valore estetico
dei testi, le loro strutture narrative sono calcate su superati modelli nazionali
e, per di più, l’uso della limba o i riferimenti alla cultura popolare si limi-
tano a illustrare o a descrivere alcuni aspetti della tradizione autoctona ma
non la prolungano25. Aspirare alla modernità e promuovere la Sardegna sotto
un’altra veste non si rivela quindi sufficiente per annientare le zavorre e le
abrasioni culturali derivate dalle storiche dinamiche di potere subite e, tanto
meno, per cancellare le dirette incidenze delle cattive politiche sul fatto lette-
rario. Contrariamente alla Sicilia, sono mancati nella storia sarda importan-
ti strutture culturali di sostegno alle attività degli intellettuali, dei mecenati
di ampie vedute, l’appoggio della massoneria, una classe dirigente locale e
aristocratici autoctoni sensibili e pronti tanto ad accogliere il rinnovamento
europeo quanto a operare per esportare la cultura regionale. Senza niente to-
gliere agli indiscutibili meriti degli scrittori, il ricco supporto contestuale ha
di certo offerto al sicilianismo letterario i presupposti necessari per integrare
al meglio gli apporti fecondi di caratura nazionale e internazionale26 e porsi,

25. Nel senso che la tradizione non diventa sostrato culturale attivo come nell’elaborata e
incisiva narrativa deleddiana.
26. Si pensi, nel Settecento, al riformismo caraccioliano, al dinamismo dell’Accademia
siciliana che rilancia l’idea del siciliano letterario come lingua nazionale, a personaggi come

201
in tal modo, come punto di partenza per un’arte di significato europeo che ha
contribuito, in maniera determinante, allo svecchiamento e al salto qualitati-
vo della stessa letteratura italiana.
Prima di tracciare un bilancio del romanzo storico sardo ottocentesco e
dei primi del Novecento, appare quasi indispensabile soffermarsi su Notte
sarda (1910) di Pietro Casu, un’opera anomala a più livelli. Allontanandosi
dai romanzieri storici ottocenteschi, Pietro Casu trasferisce l’ambientazione
nel periodo sabaudo (benché non manchino significativi rimandi alle poli-
tiche nazionali post-unitarie) e abbandona il discorso didattico-conoscitivo
legato all’identità sarda, trasformata dall’autore in un inquietante oggetto di
riflessione. L’atipicità di questo romanzo si estende anche al più vasto pano-
rama italiano. A colpire maggiormente è l’allontanamento abissale di Casu
dagli scrittori meridionali e insulari della stessa epoca, visto che, rispetto ai
Viceré (1894) di Federico De Roberto o ai I vecchi e i giovani (1913) di Lui-
gi Pirandello, in Notte sarda la prospettiva analitica dei grandi nodi tematici
e problematici della storia appare capovolta: nessun pessimismo di bilancio
rispetto alla politica nazionale, nessun dissenso relativo all’idea di progresso
di cui è stata portatrice la borghesia positivista e nessun accenno alla dispa-
rità Nord Sud o al Risorgimento come rivoluzione mancata. La rappresenta-
zione della Sardegna, nello spaccato gallurese e logudorese di Notte sarda e
diversamente dalla Sicilia de I vecchi e i giovani, non assume il senso sim-
bolico di una realtà profanata dallo sfruttamento e dalla miseria, né è em-
blema del nodo drammatico della nuova realtà nazionale: la Sardegna è la
Sardegna, isola ribelle, simbolo di se stessa e non contenitore dei molteplici
mali dovuti al malgoverno del paese. La prospettiva capovolta è ancora più
evidente nell’assunzione delle politiche piemontesi a metro valutativo dell’i-
dentità isolana e a metodo curativo dell’atavismo e dell’arretratezza sardi (la
scelta dei personaggi è in questo senso rivelatrice27). Ben lungi dal voler met-
tere sotto accusa il positivo senso di patriottismo italico di Pietro Casu, a di-
sturbare nella sua opera è piuttosto l’enfasi di un’italianità costruita a disca-
pito della sardità, ovvero la netta opposizione tra il nazionale e il regionale,
sintetizzato dallo scontro tra l’inciviltà sarda e la civiltà continentale o, altri-

Giovanni Meli (poeta dialettale molto noto in Italia), alle originali rivisitazioni della tradizio-
ne arcadica e/o alle nuove istanze portate dalla stagione illuministica rielaborate su modelli
specificamente autoctoni. Per l’Ottocento e il primo Novecento, basterebbe citare alcuni nomi
di autori (tra i tanti) in cui convivono regionalismo letterario e aperture europee: Giovanni Ver-
ga, Luigi Capuana, Luigi Pirandello, Pier Maria Rosso di San Secondo, Giuseppe Borgese.
27. Non è casuale che Casu affidi al torinese Valletti, inviato dal governo per studiare i bi-
sogni dell’isola, l’autorevolezza e la saggezza di un discorso che ha come fulcro e obiettivo
la modernizzazione e la rinascita della Sardegna. È costui a proferire le taglienti accuse sul-
la cattiva accoglienza nell’isola delle provvidenziali politiche piemontesi (es. privatizzazione
delle terre comuni), ad anticipare e giustificare quei provvedimenti (leggi speciali) che (come
Casu ben sa) creeranno non pochi malumori, a sancire una netta differenza tra la modernità e
laboriosità dei cittadini della terraferma e la mentalità atavica dei sardi e a denunciare l’inezia
di questi ultimi nello sfruttamento delle risorse di cui dispongono.

202
menti detto, tra la barbarie e la modernità. Cosa che sarebbe stata plausibile
se Casu si fosse limitato a una critica al banditismo e se non lo avesse, invece,
essenzialmente rappresentato come la conseguenza di un difetto di moderni-
tà, addebitata alla mentalità isolana e all’allontanamento dei sardi dalla retta
via tracciata dal paternalista Stato nazionale. Il risultato è una palese etniciz-
zazione positivista dei problemi sociali e economici della Sardegna e una pa-
rossistica amalgama tra isola e banditismo, spinta fino alla messa in discus-
sione dei più significativi marcatori identitari della sardità. Le implicazioni
derivanti da questa scelta di Casu sono condensate nel nucleo generativo
della trama, alimentato dal contrasto antinomico giocato, per l’appunto, su
coppie parallele: lingua eletta (italiana)/lingua regionale, cultura locale/cul-
tura nazionale, paganesimo/cristianesimo28, arretratezza dell’isola/modernità
continentale. Incredibile coincidenza: le stesse tristemente note coppie anti-
tetiche con le quali l’Occidente coloniale confortava le sue pretese di domi-
nio e i suoi inauditi atti di prevaricazione29.
Stile, impianto narrativo, tecnica linguistica, uso dei materiali della tra-
dizione popolare sembrano parlare chiaro. L’impressione che si ricava alla
lettura del testo è quella di un’inverosimile accuratezza linguistica, di una
perfezione quasi ostentata della lingua italiana che non può non farci riflette-
re su quell’apprendimento retorico delle lingue ufficiali impostosi nei luoghi
colonizzati provvisti di una propria lingua materna. Particolarismo inope-
rante è invece il sardo, la cui apparizione si limita a rari inserti (graficamen-
te ben distinti, spesso corsivati e seguiti da traduzione) e a sporadici calchi
regionali che intervengono quasi esclusivamente nei dialoghi30, diventando
espressione della moltitudine dei personaggi (il più delle volte tratteggiati in
negativo e non esenti da connotazioni ferine31), e nei fatti relativi alle tradi-
zioni e agli usi della comunità. Diversamente da ciò che accade nelle opere
di Grazia Deledda32, tali scelte tendono a creare uno scarto tra i personaggi e

28. Il paganesimo diventa in Notte sarda espressione della barbarie, dell’arretratezza e


della chiusura, mentre il cristianesimo rappresenta la grazia, il nuovo, la rinascenza, la moder-
nità di cui è portatrice la civiltà continentale. Emblematico a questo proposito il confronto tra
la sarda Ziza (sorella di banditi, istintivamente passionale, poco religiosa, superstiziosa ecc.) e
la torinese Amalia Valletti (dotata di un savio moraleggiare, straordinariamente aggraziata nei
modi, perfetto modello di cristianità ecc.). Nel breve rapporto di amicizia intercorso tra le due,
Amalia riesce a rischiarare l’anima di Ziza, ma alla partenza della piemontese quest’ultima
imbocca la strada di una nuova perdizione che sarà la causa della sua atroce morte.
29. Cfr. Jean-Marc Moura, Littératures francophones et théorie postcoloniale cit., p. 61.
30. Sugli inserti sardi e i calchi regionali, cfr. Pietro Casu, Notte sarda, Ilisso, Nuoro 2003,
p. 44, p. 49, p. 51, p. 52, p. 57, p. 63, p. 68, p. 161, p. 165, p. 217, p. 229, p. 236, p. 247, p.
300, p. 301, p. 356.
31. Gesti di «barbara voluttà», «ruggiti bestiali» (ibid., p. 79), «sospiri cavernosi» (ibid.,
p. 83), ecc.
32. Cfr. Margherita Marras, Eredità e modernità di G. Deledda, in Giovanni Pirodda (a
cura di), Dalla quercia del monte al cedro del Libano. Le novelle di Grazia Deledda, ISRE-
AIPSA Edizioni, Cagliari 2010, pp. 205-216.

203
il narratore, il cui severo sguardo diventa sintomatico di una presa di distanza
autoriale dalle cose raccontate. Il ruolo inattivo della lingua sarda si esten-
de ai canti, versi, gare poetiche, indovinelli, citazioni della poesia popolare,
formule sapienziali ecc. che trovano spazio nel testo. Leandro Muoni defini-
sce la presenza della cultura popolare in Notte sarda un «valore aggiunto del
primitivo», ma fa inoltre notare che «tale materia viene come depotenziata e
immobilizzata ideologicamente: come un ornato barbaro di cui non si voglia
approfondire il significato»33. Ha ragione Muoni quando dice che Casu priva
la cultura popolare di ogni valore funzionale, perché in Notte sarda è di fat-
to preclusa ogni sua integrazione esteticamente partecipativa. Alcune riserve
nascono nel «valore aggiunto del primitivo» attribuito alla cultura popolare,
data la distanza posta dal narratore che, sprovvisto di quella impersonalità
cara al naturalismo, non risparmia sintomatici giudizi di dissenso su mol-
te delle manifestazioni popolari riportate, ricorrendo, non di rado, al gusto
graffiante del lugubre e del grottesco: le prefiche e la loro «selvaggia nenia»34
descritte come «quasi folli»35; il rito dell’alza costruito sulla base di parti-
colari raccapriccianti (letame, vermi, sudiciume, inquietanti balli espiatori
ecc.); i racconti di foghile che diventano oggetto di polemica36 e simbolo di
una fuorviante educazione alla vendetta, all’istinto, all’odio, alla morte. È un
giudizio duro che l’autore porta alla tradizione, all’antico e al popolare, che
contrasta con lo stimato predicatore in limba e lo studioso di lingua e cultura
sarde quale Casu era. Ma vi è di più. In Notte sarda, il contatto tra culture si
fa nel segno del disequilibrio: lo scrittore sacrifica e amputa, in nome di una
spasmodica volontà di progresso e di italianità, quello che di positivo esiste
nella cultura popolare isolana. Così, ad emergere dalla lettura di Notte sarda
è la distanza tipica tra la cultura osservante e la cultura osservata, con il pa-
radosso che sia proprio un sardo a interpretare la sua terra con gli occhi della
cultura ‘egemone’. Casu entra inconsapevolmente nel circuito dell’autode-
nigrazione e le tinte positiviste della sua analisi lasciano palesare pericolosi
processi che portano il marchio dell’esteriorità coloniale37 e, forse, anche del
sortilegio dell’alienazione.
Deterrente a questa rappresentazione, come fa notare Muoni, è la sua po-
sizione di sacerdote-scrittore all’interno di un mondo dilaniato da odi e ven-
dette o il fatto che Notte sarda sia preludio all’Aurora sarda, romanzo in cui
si celebra la rinascita dell’isola. Senza entrare nel merito di questa interpreta-
zione, limitiamoci a constatare che Pietro Casu e gli autori del romanzo sto-
rico ottocentesco sono le facce di una stessa medaglia: visioni manicheiste
a favore della sardità o inversamente rivolte all’italianità, sono il frutto di un

33. Leandro Muoni, Prefazione, in Pietro Casu, Notte sarda cit., p. 30.
34. Ibid., p. 92.
35. Ibid., p. 76.
36. Cfr. ibid., p. 90.
37. Cfr. Jean Bernabé, Patrick Chamoiseau, Raphaël Confiant, Éloge de la créolité, Gal-
limard, Paris 1989, p. 14, p. 23.

204
comune anelito alla modernità e della sentita necessità di attivare una comu-
nicazione tra due mondi. Un altro dato certo è che nessuno di loro riesce nel-
la magistrale operazione estetica e antropologica attuata da Grazia Deledda,
che fa interagire la diversità culturale sarda in maniera attiva nella materia
narrata e nel tessuto linguistico delle sue opere38. E, non a caso, i tratti del più
maturo e interessante postcoloniale sardo seguono il solco da lei tracciato.
La parentesi del romanzo a tema storico si conclude (a parte sporadici
casi) nei primi del Novecento per riaprirsi negli anni ’70 e toccare il suo api-
ce nell’abbondante flusso di produzione che va dagli anni ’80 ai nostri giorni.
A un secolo di distanza, le forme del romanzo storico appaiono profon-
damente cambiate e diversificate. Sicuramente, uno dei più atipici romanzi
nel panorama isolano è Paese d’ombre (1972) di Giuseppe Dessì. Se ci do-
vessimo attenere alle valutazioni di Alessandro Carrera39, questo romanzo
non rientrerebbe nella definizione postcoloniale in virtù della riconduzione
narrativa della Sardegna a metafora del malgoverno dell’Italia intera. Ri-
spettabile affermazione che, comunque, non permette di cogliere nel segno
il nocciolo del discorso narrativo-storico dell’autore, il quale, ben lungi dal
focalizzare la sua attenzione sulla conflittualità tra centri di potere e perife-
rie italiche o su linguaggi postcoloniali, orienta il suo asse visuale verso gli
spazi e i tempi soggettivi dell’interiorità. E un discorso a parte merita anche
Il giorno del giudizio (1977) di Salvatore Satta che, analizzato da Alessando
Carrera questa volta nella sua probabile dimensione postcoloniale endogena,
segna la strada del rinnovamento della letteratura sarda, diventando un pre-
zioso punto di riferimento stilistico per molti autori nostrani. Privo di vellei-
tà rivendicative, Salvatore Satta coniuga in maniera superlativa la tradizione
orale e modelli letterari moderni, senza mai scadere in sterili mitologie o fol-
croristiche ricostruzioni. Tuttavia, l’apertura sattiana stride con le proposte
narrative di Francesco Zedda e di Bachisio Zizi. L’analisi critica de Il Ponte
di Marreri (1981) di Bachisio Zizi e di Rapsodia sarda (1984) di Francesco
Zedda non può essere scissa dal momento contestuale della loro produzione:
radicalizzazione di situazioni asfittiche che, negli anni ’70 e ’80, mettono in
causa le negligenti politiche dello Stato e dell’Istituto autonomistico regiona-
le (assenza di coordinazione, fallimento del Piano Rinascita e delle speranze
riposte nello sviluppo industriale ecc.). Ecco allora questi autori volgere lo
sguardo verso il passato, per scorgere negli angoli più sensibili della domina-
zione sabauda i fatti da raccontare e da manipolare (per Zedda, il 1720, anno
dell’arrivo dei piemontesi nell’isola e per Zizi la vigilia della fusione perfet-
ta, il 1847) per comporre le loro storie di lacerazioni coloniali, di vessazioni
mai sopite e, anzi, rinvigorite dalle sconfitte del presente. Proiezioni all’in-

38. Cfr. Margherita Marras, Eredità e modernità di G. Deledda cit.


39. Cfr. Alessandro Carrera, Il ‘grande stile’ di Salvatore Satta, in Alessandro Carrera (a
cura di), Nuova Prosa. Prospettive italiane. Prosa e critica degli italianisti del Nord America,
Greco&Greco Editori, Milano 2006.

205
dietro di ispirazioni romantiche e operazioni quanto mai tendenziose e fitti-
ziamente strumentali, le loro opere mirano a corregge gli ‘errori’ della storia
o a ribadire la sfiducia di un possibile risanamento dell’isola: con il progetto
del «cumone», Zizi indica la via del futuro e ciò che sarebbe dovuto/potuto
essere se i sardi avessero preso in mano il loro destino; con la resistenza im-
maginaria di un gruppo di sardi all’arrivo dei piemontesi e l’amara sconfitta
dei primi (orchestrata all’insegna di un quanto mai sintomatico mito cambo-
siano della cattiva stella), Zedda esterna l’irreversibilità della subordinazione
storica dell’isola.
Atzeni definiva il filone percorso da questi autori «del recupero dell’iden-
tità, anche in senso politico»40. Difatti, la prospettiva dell’accusa coloniale
(da leggersi, si badi bene, non più nel segno ottocentesco di una rivoluzione
spirituale) e l’impostazione del romanzo traducono un livore morale postu-
lante un orizzonte resistenziale e una non meno esibita ideologia nazionali-
stica, forgiata da un sentimentalismo etnico, che porta gli autori a confinare il
problema identitario nelle anguste strettoie di un’ontologia locale dogmatica
e semplicistica, nonché sintomatica di un’idea di identità ripiegata su di sé
e imbrigliata nel problema delle radici e del riscatto sociale. E allora, come
si coniugano il tronfio senso dell’esclusività del mondo sardo, l’esaltazione
della sardità e l’acritica elaborazione narrativa del passato con la dimensione
postcoloniale? A onor del vero, non mancano riscontri contenutistici con il
vasto e eterogeneo mondo letterario che porta l’etichetta postcoloniale: rap-
presentazione di sé e dell’altro, nozione d’identità nel contempo alienata e
ricercata e, come pure nella miglior tradizione della letteratura meridionali-
stica, la sfida narrativa lanciata alle istituzioni gerarchiche della conoscenza
e agli arbitri ufficiali della verità. I richiami più forti sono alla linea terzo-
mondista41, a cui si lega la componente resistenziale, evidenti nella percezio-
ne di un indelebile passato (che è anche presente), contrassegnato da cicatrici
e da ferite umilianti, che diventa l’oggetto di una rivisitazione e rilettura che
ridà centralità al soggetto indigeno, il quale, a sua volta, rivendica l’indipen-
denza e la restituzione del suo territorio.
Cionostante, se di postcoloniale si tratta non si può non riconoscerne il
carattere rigido, etnocentrico e artisticamente inoperante, ben distante dalla
concezione postcoloniale saidiana che mira al superamento delle storie di
conflitto e del radicalismo identitario e nazionalistico.
Le opere di Zizi e Zedda sono però una delle tante facce del composito
quadro letterario isolano degli anni ’80 che, come precisato in precedenza, è
preludio alla massiccia affermazione del romanzo sardo (anche di ambien-
tazione storica) nel periodo nella cosiddetta nouvelle vague della letteratura
isolana. Ai già noti Sergio Atzeni, Giulio Angioni, Marcello Fois si affian-
cano Luciano Marrocu, Giorgio Todde, Salvatore Niffoi, Paola Alcioni, ecc.

40. Sergio Atzeni, Certi romanzi sardi, in «Ippogrifo», IV, n. 1 (1985).


41. Cfr. Edward W. Said, Cultura e imperialismo cit., p. 238.

206
Scrittori con sensibilità e concezioni narrative diverse: i romanzi di ambien-
tazione ottocentesca di Giorgio Todde, in cui non mancano dei provocatori
punti di vista narratoriali talvolta colorati da venature postivistiche, sfuggo-
no a ogni sorta di classificazione postcoloniale, una dimensione che è invece
pregnante in quelli di Giulio Angioni, di Sergio Atzeni, di Marcello Fois e
di Luciano Marrocu. Tuttavia, se le opere a tema storico di Giulio Angioni,
di Sergio Atzeni e di Marcello Fois sono tipologicamente ascrivibili al post-
coloniale endogeno, non si può dire lo stesso per Debrà Libanòs (2002) di
Luciano Marrocu: ambientato nel 1937 in Etiopia, questo romanzo rientra a
pieno titolo in una delle triplici accezioni proposte dalla variante postcolo-
niale italiana42, che rinvia alla produzione, a opera di autori italiani, di testi
afferenti all’esperienza coloniale nazionale nell’Africa orientale.
Come ho già avuto occasione di precisare,
[nelle] valutazioni del postcoloniale [non si può trascurare] l’aspetto pragmatico,
evocato a più riprese dalla critica, che è strettamente connesso al personale rapporto
che ogni autore instaura con il suo luogo d’origine (nazionale e/o regionale che sia),
con la propria storia, identità, tradizione e comunità di riferimento. Ciò significa che
si può essere autori postcoloniali o non esserlo pur abitando nello stesso luogo, op-
pure, che lo si può essere in maniera diversa pur appartenendo alla stessa cultura e
alla medesima realtà. Il caso sardo è la cartina di tornasole di queste considerazioni:
non tutti gli scrittori possono essere considerati postcoloniali, né si può dire che gli
scrittori del postcoloniale sardo lo vivano e lo scrivano nello stesso modo43.

E in effetti, nei romanzi del postcoloniale endogeno, l’uso narrativo dei


materiali storici è talmente variegato e diversamente dosato che ogni defini-
zione unidimensionale sarebbe quanto mai scorretta e inadatta. In Marcello
Fois, i ritorni puntuali alle controverse politiche nazionali subite dall’iso-
la innervano lo sviluppo narrativo di Sempre caro (1998), Sangue dal cielo
(1999), Memoria del vuoto (2006) e Stirpe (2009), mentre, ne L’altro mon-
do (2002), l’autore sceglie la via dell’estremizzazione rappresentativa del
‘vincolo coloniale’ (che regge la relazione tra la Sardegna e lo Stato italiano
alla fine dell’Ottocento), alterando e trasportando il dato storico verso audaci
comparazioni con le campagne di conquista africana; in Apologo del giudice
bandito (1986) di Sergio Atzeni, le aberrazioni della dominazione spagnola
vengono fantasiosamente rielaborate sulla base di suggerimenti magici e al-
legorici44, tesi ad alimentare l’immagine di una Sardegna segnata dall’esclu-

42. Cfr. Armando Gnisci, Creolizzare l’Europa. Letteratura e migrazione, Meltemi, Roma
2003; Sandra Ponzanesi, Il postcolonialismo italiano. Figlie dell’impero e letteratura metic-
cia, in La letteratura postcoloniale italiana. Dalla letteratura dell’immigrazione all’incontro
con l’altro, «Quaderni del ’900», Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, Pisa – Roma,
vol. IV, 2004; Ali Mumin Ahad, La letteratura postcoloniale italiana. Una finestra sulla sto-
ria, in Armando Gnisci, Decolonizzare l’Italia. Via della decolonizzazione europea, Bulzoni,
Roma 2007.
43. Margherita Marras, La Diversalità come variabile e chiave di lettura cit., pp. 425-426.
44. Molto eloquente è l’allegoria degli avversari-cannibali incarnata dal giudice bandito

207
sione e dalla violenza, una prospettiva che cambia in Passavamo sulla terra
leggeri (1996), cronaca magica e leggendaria di ricostruzione delle origini
alimentata da riformulazioni ipotetiche e da eloquenti distorsioni di fatti sto-
rici; e, infine, Giulio Angioni che ne Le fiamme di Toledo (2006) opta per una
biografia romanzata di Sigismondo Arquer, mettendo sotto accusa tanto l’in-
quisizione spagnola quanto i limiti della società sarda.
Traccerò alcune linee di questo postcoloniale endogeno limitandomi a
due dei più esemplificativi rappresentanti che, con le loro opere a trama sto-
rica45, hanno offerto preziosi materiali per una sua elaborazione paradigma-
tica: Sergio Atzeni e Marcello Fois.
Si è spesso tentati di ridurre la dimensione postcoloniale alla più evidente
interpretazione contenutistica delle trame e/o di discernere l’ideologia auto-
riale disquisendo sulla problematizzazione dei processi storici oggetto della
narrazione: drammaticità dei fatti raccontati, esiti spesso nefasti delle vicen-
de, complessità dei rapporti centro/periferia, giudizi espressi sui dominato-
ri e/o dominati. Elementi certo importanti, spesso fondamentali, ma se si ci
dovesse limitare a una tale analisi si trascurerebbe l’essenza della prospettiva
postcoloniale delle opere di Atzeni e di Fois, che parlano al lettore soprattut-
to con le loro scelte linguistiche, con le strutture spurie dei loro romanzi, con
il valore esteticamente attivo attribuito alla tradizione.
Diceva Atzeni:
La complessità di radici e tradizioni (sardo, italiano, europeo) rende arduo il com-
pito dello scrittore nazionale, ovvero di chi narra la propria nazione cercando un
linguaggio personale ma comunicativo. Arduo ma non impossibile, vale la pena di
tentare, è la risposta dei sardi che in questi anni tentano la via della narrazione, della
letteratura46.

L’autore cagliaritano pone l’accento, a giusto titolo, sulla complessità


delle radici, mettendola in relazione alla difficoltà della negoziazione del
codice linguistico alla quale si trovano confrontati gli scrittori provenienti
da contesti plurilingui. In questa prospettiva, la negoziazione acquista una
fondamentale rilevanza di «surconscience linguistique»47, come ben preci-
sa Lise Gauvin, fenomeno sociolinguistico che presume un vero e proprio
atto di linguaggio da cui emerge la concezione che l’autore ha della lette-
ratura.

Itzoccor e dal moro Alì, per i quali il loro vicendevole annientamento diventa funzionale a un
annunciato rituale antropofagico, necessario al sopravissuto per fuggire dalla prigione e intra-
prendere la via della libertà.
45. Il riferimento potrebbe estendersi alle opere degli stessi autori ambientate nella con-
temporaneità, così come a quelle di altri scrittori che hanno sviluppato un discorso postcolo-
niale endogeno (Giulio Angioni, Salvatore Niffoi, ecc.).
46. Sergio Atzeni, Nazione e narrazione, in «L’Unione sarda», 9 novembre 1994.
47. Lise Gauvin, Glissement de la langue et poétiques romanesques: Poulin, Ducharme,
Chamoiseau, in «Littérature», 101 (1996), p. 6.

208
In Passavamo sulla terra leggeri assistiamo al netto superamento della
forma di eterolinguismo presente in Apologo del giudice bandito, a favore
di un sentimento ibrido coltivato all’insegna della diagrafia: fantasia verbale
e creazione lessicale correlate al fondo culturale sardo (che va dall’ipotetica
lingua degli antichi alle metafore delle origini) e accumulazioni e ripetizioni
che ripropongono le cadenze incantatrici del linguaggio orale. Gli antillani
sono avvezzi a riconoscere nel passeur de langue colui che provoca e con-
voca la contaminazione tra due lingue e favorisce la fusione delle molteplici
esperienze che compongono l’immaginario. La nozione del passeur sembra
sposarsi alla perfezione con l’indole di Atzeni e ben coniugarsi con la sua av-
versione all’assolutamente puro e al permanente48. Non è un caso che nel rac-
conto dell’epopea sarda, egli scardini l’idea di filiazione legata a una matrice
unica (la classica genealogia lineare) e lo stesso principio mitologico di una
supposta purezza originale: il linguaggio poetico atzeniano converge in una
narrazione della degènese49, che oppone alle certezza dei miti di fondazio-
ne la possibilità di pensare e immaginare alle origini come sovrapposizione
di incontri, di componenti diversificati e di fatti che, riattualizzati e ricreati,
possono modificarne l’impatto50.
Anche Marcello Fois assolve il difficile ruolo di negoziatore del codice
linguistico, con una sensibilità non molto diversa da quella di Atzeni (e di
Salvatore Niffoi). In molti passaggi dei suoi romanzi, da Sempre caro a Me-
moria del vuoto, il contatto tra sardo e italiano e il loro vicendevole scambio
dà adito a un’interlingua letteraria, costruita con sapiente competenza e con
la coscienza di chi non vuol rinunciare a nessuna delle due lingue. Bandito
ogni patto diglossico, a reggere questo complesso dispositivo interviene una
vera e propria poetica linguistica della détangence51 che, contrariamente ai
pastiche postmoderni, rivela l’essenza di un pensiero postcoloniale che mette
in gioco precisi concetti di identità e di letteratura. Dietro questa operazione
ritroviamo la medesima avversione atzeniana all’assoluto, che in Fois pren-
de la forma di una creolizzazione, orchestrata non sul prestito linguistico ma

48. Si veda, per esempio, il valore rizomatico attribuito all’identità, evidente nelle con-
taminazioni e negli scambi dei S’ard con gli altri popoli venuti dal mare. Cfr. Sergio Atzeni,
Passavamo sulla terra leggeri, Milano, Mondadori, 1996, p. 81, p. 103, pp. 133-134.
49. La nozione di degènese è un’elaborazione concettuale di Edouard Glissant che è sta-
ta trattata in maniera dettagliata soprattutto nel suo saggio Traité du Tout Monde (NRF, Gal-
limard, Paris 1997).
50. «Ora sei custode del tempo, disse Antonio Setzu. [...] Potrai aggiungere spiegazioni
nuove dei fatti antichi narrati nella storia che ti è affidata e raccontare avvenimenti memorabi-
li del trentennio della tua custodia, purché con chiarezza e concisione», Sergio Atzeni, Passa-
vamo sulla terra leggeri cit., p. 211.
51. Così battezzata da Edouard Glissant, la détangence è la pratica linguistica della tan-
gence in cui si destruttura il francese in funzione del creolo. In sostanza, si tratta di un’opaciz-
zazione del francese ad opera del creolo. Cfr. Edouard Glissant, Introduction à une poétique
du divers, Gallimard, Paris 1996, pp. 52-53.

209
sulla contaminazione52, che permette di degerarchizzare le lingue53, di pos-
sederle e di considerarle entrambe necessarie. Tale principio non è tuttavia
confinabile al solo spazio linguistico. Sulla stessa base della contaminazione,
in Memoria del vuoto, le virtù dell’oralità si mescolano e si fondono con le
forme letterarie classiche (tragedia, epica, lirica) e moderne (storiche, noir
ecc.). Come da me già puntualizzato, nell’Avvertenza di fine romanzo54 è lo
stesso autore ad attirare l’attenzione del lettore
sulla funzionalità che i barocchi rimescolamenti di lingue, generi e stili hanno nel
‘détramer’ e nel ‘re-entramer’ diversalitariamente i materiali della tradizione (fra cui la
leggenda di Stochino che è il fulcro della narrazione). Memoria del vuoto [è] un libro
dell’erranza nella forma/nelle forme, nell’essenza del linguaggio, nell’avvicinamento/
allontanamento dal conosciuto, un romanzo costruito sul modello culturale e letterario
della Creolizzazione, che fa sì che la tradizione si ri-modelli e ri-orienti entrando in
contatto e contaminandosi, in un percorso dove ‘l’erranza custodisce la diserranza’55.

Applicando i modelli d’analisi pragmatici e programmati dalla critica


postcoloniale e più precisamente i cosiddetti modelli larghi adottati da H.K.
Bhabha, si può facilmente reperire un filo di continuità tra il postcoloniale
endogeno sardo e altre letterature eurofone, testimoniato dalla presenza di
comuni elementi stilistici e formali56 e da una similare concezione della let-
teratura nella storia: di ciò che essa può per e nella cultura e di quello di cui
è capace per le relazioni interculturali57.
Vicinanza che diventa palese, come evidenziato dalle comparazioni pre-
cedenti, soprattutto rispetto ai creoli Edouard Glissant, Patrick Chamoise-
au, Raphaël Confiant, con i quali Sergio Atzeni e Marcello Fois condivi-
dono sfide progettuali che sarebbe praticamente impossibile dissociare dal
loro essere intellettuali martinicani e sardi. Se passati e vissuti diversi li
separano, a unirli sono una sensibilità e una lucidità fortemente condizio-
nate dal provenire da due periferie del mondo, contrassegnate storicamente
dalla marginalità e dal peso fagocitante dell’esclusivismo culturale impo-
sto dall’Occidente coloniale. Il confronto con questo passato è determinan-
te nell’elaborazione dei loro progetti letterari, così come lo sono le nuove
politiche ‘coloniali’ e l’oscurità omologante della globalizzazione. Non è
casuale che la loro riflessione letteraria ruoti attorno alla necessità della

52. «Ce qui est important dans la créolisation, c’est que les langues se contaminent. C’est
ça le phénomène. Ce n’est pas qu’elles empruntent des mots les unes aux autres», Edouard
Glissant, L’imaginaire des langues. Entretien avec Lise Gauvin (1991-2009), Gallimard, Pa-
ris 2010, p. 112.
53. Cfr. Edouard Glissant, Introduction à une poétique du divers cit., pp. 52-53.
54. «Samuele Stochino è un personaggio storico e al tempo stesso leggendario. Samuele
Stocchino (con due c) è il personaggio doppiamente leggendario raccontato in queste pagine»,
Marcello Fois, Memoria del vuoto, Einaudi, Torino 2006, p. 213.
55. Margherita Marras, La Diversalità come variabile e chiave di lettura cit., p. 433.
56. Cfr. Jean-Marc Moura, L’Europe littéraire et l’ailleurs, PUF, Paris 1998, p. 175.
57. Cfr. Jean-Marc Moura, Littératures francophones et théorie postcoloniale cit., p. 55.

210
differenza culturale, sostenuta, da un lato, da concetti a-sistemici (dege-
rarchizzazione delle lingue, identità rizomatiche, decostruzioni di generi e
canoni ecc) che si oppongono sostanzialmente a certi assunti assolutistici
occidentali, e, dall’altro, dalla presenza di focolari di resistenza o, come di-
rebbe Glissant, da zone d’opacità (materiali della tradizione, lingua, oralità
ecc.) tese a contrastare le tendenze universalizzanti della globalizzazione e
utilizzate non in una prospettiva di chiusura ma di partecipazione al mon-
do. Questo si legge nei romanzi di sardi e di antillani che hanno fatto dello
scambio e del rimescolamento di lingue e di universi simbolici, della fusio-
ne di generi58, dell’uso della tradizione come sostrato culturale attivo, i punti
di forza delle loro narrative e poetiche.
La dimensione postcoloniale di Atzeni e di Fois è evidente in queste in-
terazioni profonde, al centro delle quali permane fondamentale il luogo del-
le origini, la Sardegna. Sergio Atzeni ha parlato a più riprese della «nazio-
ne sarda», precisando la pericolosità insita in tale concetto («come tutto ciò
che è legato al sangue e alla razza»59), senza però rinunciare a sottolinear-
ne l’importanza: «credo non possa esistere scrittore alienato dalla propria
nazione»60. Ciononostante, contrariamente agli improbabili recuperi indi-
pendentistici di cui è stata oggetto la sua opera, l’idea di nazione sarda in
Atzeni non corrisponde a un’entità politica e, come pure in Fois, non è mai
stata spunto per sbandierati richiami all’autodeterminazione dei popoli, né
oggetto di esplorazioni ombelicali del proprio territorio. La nazione è il glis-
santiano luogo imprescindibile61 e irrinunciabile: uno spazio di ordine poeti-
co, creativo e identiario, è il luogo del radicamento dell’anima, «un dato ge-
ografico, la certezza di un punto di partenza, la certificazione biografica»62,
è sostrato culturale da cui attingere e il luogo da cui si parte per esprimere il
proprio rapporto con sé e con l’altro.
Come si è visto, la relazione al luogo è prerogativa assoluta di tutti gli au-
tori del romanzo sardo a tema storico (e non solo). Malgrado la discontinuità
della parabola che ne traccia il percorso, evidenziata dalla sua intermitten-
te presenza scandita da momenti di accumulazione, di grande assenza e di
ritorni massicci (compulsivamente legati, questi ultimi, ai cambiamenti au-
spicati e/o traditi o caoticamente reali dello scenario sardo), l’isola resta una
fondamentale base di partenza per tutti gli autori ottocenteschi e contempo-

58. In Passavamo sulla terra leggeri, un’oralità ‘in atto’ sorregge l’ossatura del romanzo,
trasformandosi in suggestivo e efficace dispositivo poetico di saldatura della leggenda e della
storia, del religioso e della politica, del tragico e della lirica e diventando veicolo di sintesi dei
differenti moduli narrativi presenti nel testo.
59. Sergio Atzeni, Nazione e narrazione cit.
60. Ibid.
61. «Il y a une nécessité de définir le lieu et l’identité et tout de suite après une nécessité
de l’ouvrir», Edouard Glissant, L’imaginaire des langues cit., p. 78.
62. Intervista a Marcello Fois, in Margherita Marras, Marcello Fois, Cadmo, Firenze
2009, p. 182.

211
ranei. Essa catalizza le loro invariabili (nel tempo) preoccupazioni di ordine
didattico e civile ed è all’origine dell’indissociabile binomio ‘fatto letterario
e identità’, da considerarsi uno dei marchi riconoscitivi e di legittimazione
della narrativa in chiave sarda. Diverge, invece, la relazione dell’autore con il
luogo, cambiano l’uso dei materiali di supporto e la tipologia dei fruitori au-
spicati (anche se non sempre reali). Ricordiamo gli autori ottocenteschi e dei
primi del Novecento che con i loro racconti perseguono obiettivi di eman-
cipazione morale e culturale (evidenti anche in Casu e nella sua prospettiva
capovolta), proiettando il loro sguardo verso l’Italia con la benevolenza del
figlio mal aimé che auspica un’integrazione della sua piccola patria sarda
nella modernità. Pur nella diversità degli esiti narrativi, è qui facilmente ri-
scontrabile una compattezza d’intenti autoriali che stride con la biforcazione
che, a un secolo di distanza, oppone diametralmente le visioni dei rappresen-
tanti del postcoloniale endogeno: da un lato, il postcoloniale terzo-mondista
di Zizi e Zedda e, dall’altro, il postcoloniale creolista di Atzeni e Fois. Uno
sguardo chiuso nelle strettoie isolane, il primo, che come in un gioco di spec-
chi rifrange all’infinito l’immagine celebrativa della cultura e di una sardità
tribalizzata, ingabbiata e delimitata dalle muraglie spirituali e ideologiche
di un regionalismo che si costituisce come centro. Uno sguardo aperto, il
secondo, che si rivolge al mondo, cangiante, contaminato e spurio come le
opere e il pensiero di Atzeni e Fois, artefici di una letteratura postcoloniale
ancorata alla glissantiana convinzione che non si possa entrare nella diversità
del mondo rinunciando alla propria identità63, un atto di resistenza che è però
preludio a una poetica della condivisione con altri luoghi, con altre culture,
con altre lingue.
Visioni postcoloniali, quelle di Atzeni e di Fois, che danno preziosi spunti
per una riflessione sulla caducità delle nozioni di centro e di periferia, tan-
to letterarie quanto identitarie, e sulla necessità del contatto, del confronto e
della mescolanza, visioni che ci aiutano a riflettere su chi, oggi, con impres-
sionante leggerezza sfodera termini come cultura, nazione, popolo e etnia e
su chi, ostentando politiche imbastite su fallaci presunzioni di preservazione
(«noi» contro «loro»), innesca la miccia delle identità.
Credo nel confronto: chi si chiude in se stesso, individuo o popolo che sia, è destinato
ad autodistruggersi. Chi vive con gli altri, chi si misura anche sapendo di perdere
certe gare, valorizza la parte migliore dell’umano64.
Mi terrorizza la purezza, che biologicamente è morte. Mentre la mescolanza è svi-
luppo e vita65.

63. «Si on rentre dans la diversité du monde en ayant renoncé à sa propre identité, on est
perdu dans une sorte de confusion», Edouard Glissant, L’imaginaire des langues cit., p. 39.
64. Giuseppe Marci, Quel gioioso mestiere di scrivere, in «La Nuova Sardegna», 23 apri-
le 1991.
65. Intervista a Marcello Fois, in Margherita Marras, Marcello Fois cit., p. 188.

212
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214
Reinterpretazioni del codice barbaricino:
i banditi di Sergio Atzeni
di Silvia Contarini e Ramona Onnis

In questo saggio ci proponiamo di analizzare come uno degli aspetti più


caratteristici del codice morale e comportale in Sardegna, e in particolare
in Barbagia, ovvero l’ethos della balentìa, sia interpretato e rivisitato dallo
scrittore Sergio Atzeni nella propria opera narrativa.
L’etica della balentìa è stata definita dal giurista e filosofo orunese Antonio
Pigliaru negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, nell’ambito dei suoi
notevoli studi sul Codice della vendetta, ossia sull’ordinamento barbaricino,
jus non scriptum, codice consuetudinario «sorretto da un’autorità che è l’auto-
rità della tradizione», norme di diritto che vanno distinte dal mero costume1. La
trascrizione di tale codice suddivide i 23 articoli in “Principi generali”, “Le of-
fese”, “La misura della vendetta”, mettendo in evidenza la stretta correlazione
tra offesa e vendetta. Nel capitolo dedicato all’etica barbaricina, a commento
degli articoli 11, 14 e 16, Pigliaru si interroga sul concetto di “offesa”, e di con-
seguenza sulla concezione della vita dell’uomo barbaricino, definendo in tal
contesto anche la balentìa; essa indica il valore, l’abilità e il coraggio dell’indi-
viduo (su balente) che ha saputo far fronte alle difficoltà di una condizione esi-
stenziale segnata dalla solitudine e dall’amarezza, in un territorio estremamen-
te povero e dominato da una natura aspra e selvaggia, come quello barbaricino:
Sa balentìa è la virtù che consente all’uomo barbaricino, al pastore barbaricino di
resistere alla propria condizione, di restare uomo, soggetto, in un mondo implacabile
e senza speranza nel quale esistere è resistere: resistere ad un destino sempre avverso,
nell’unico modo in cui ciò può esser fatto salvando se non altro la propria dignità
umana: a fronte pàrada2.

1. Antonio Pigliaru, La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico (1959), ora in


La vendetta barbaricina, Il Maestrale, Nuoro 2000, che include anche Il banditismo in Sarde-
gna che riunisce diversi testi pubblicati tra il 1955 e il 1969, nonché alcuni testi inediti. La cita-
zione si trova a p. 11. Cfr. anche p. 103 sulla distinzione tra norma consuetudinaria e costume,
e p. 83 sul problema dell’ordinamento barbaricino rispetto a unicità-pluralità di ordinamenti.
2. Ivi, p. 218.

215
Laddove a fronte pàrada, significa «parare fronte, per opporre la fronte,
il viso non le spalle, nel senso di resistere»3.
Ora, in diversi suoi scritti, Pigliaru spiega in modo approfondito i nessi
storici, antropologici e culturali tra suddetto codice barbaricino e il fenome-
no del banditismo, mostrando anche che non c’è contraddizione tra il balen-
te e il bandito, che anzi ne può essere una figura prototipica. Come noto, il
fenomeno del banditismo sardo in epoca antica e contemporanea è stato am-
piamente indagato e discusso, tanto più che è entrato a far parte della cultura
popolare e dell’immaginario collettivo. Di fronte al fenomeno del banditi-
smo del secondo Novecento, le posizioni assunte sono state opposte: da una
parte coloro che sostenevano il forte legame con la realtà sociale, culturale ed
economica della Barbagia, intravedendo «una possibile soluzione del proble-
ma attraverso un intervento che, partendo dalla realtà culturale in cui si trova-
no certe zone della Sardegna, ne promuova dall’interno uno sviluppo a tutti i
livelli»4 e coloro che invece lo consideravano mera criminalità, questione di
ordine pubblico da risolvere con interventi di tipo repressivo. Si ricordano le
parole del giornalista e storico Augusto Guerriero: «una volta che la zona sia
stata evacuata dai civili, si possono usare anche le armi che in guerra sono
vietate dal diritto internazionale. Fra stato e assassini non c’è diritto interna-
zionale. Non si riesce a scovare i banditi? Ebbenne si scovino con i gas»5.
Si è detto che Antonio Pigliaru propone invece un’analisi minuziosa e si-
stematica del banditismo in Sardegna, rifuggendo generalità sul “banditismo
sardo”6, stabilendone lo stretto rapporto con il codice della vendetta, e preci-
sando che il bandito per gli altri non è necessariamente il bandito per noi, il
noi del sistema pastorale. A tal proposito egli osserva che nelle vicende del
banditismo occorre porre in rilievo «quell’aggressività dell’esterno che ac-
centuando senza risolverla la crisi di una struttura, di un sistema, nello stes-

3. Ivi, p. 210.
4. Roberto Farné, La Sardegna che non vuole essere una colonia, Jaca Book, Milano
1975, p. 90.
5. Ivi, pp. 90-91.
6. Si veda in particolare l’articolo Quando si dice banditismo sardo, editoriale pubblicato
sulla rivista «Ichnusa», n. 27 (1958), ora disponibile sul sito dedicato a Pigliaru, http://www.
pigliaru.it/ichnusa.htm. Afferma Pigliaru, per esempio: «In un certo senso, perché si possa
parlare di banditismo sardo egli [sic] è necessario individuare l’esistenza di un carattere isti-
tuzionale in tale banditismo e quindi la possibilità di esprimere normativamente il comporta-
mento tipico del «bandito» sardo e di una data societas nei confronti di quel comportamento.
Il comportamento soprattutto della societas sarda, o delle molte comunità di vita in cui si ar-
ticola appunto la società sarda, è, quando sia interamente rilevato, estremamente indicativo
e significativo proprio agli effetti della comprensione e della conoscenza di quel che si ha da
intendere quando si dica consapevolmente «banditismo sardo». È certo, o almeno è facilmen-
te accertabile, che la comunità barbaricina originaria distingue molto bene quello che è il suo
banditismo (quel banditismo che per rispondere a precise regole di un giuoco molto preciso
è conosciuto dalla società originaria come sua espressione tipica) da quella che è la semplice
attività criminosa occasionalmente sviluppantesi in Sardegna».

216
so tempo l’ha spinto verso forme di progressiva disgregazione»7, precisando
che, per aggressione esterna, egli intende le crisi socio-economiche provo-
cate da diversi fattori esterni, dagli anni 1840 in poi, le quali hanno condotto
alla marginalizzazione economica della Sardegna, lasciando il noi pastori
«sempre più indifeso, sempre più estraniato ed emarginato, sempre più (sia o
non sia) abbandonato a se stesso»8.
Le osservazioni di Pigliaru trovano conferma nelle note teorie di Eric
Hobsbawm che, nel suo saggio I banditi. Il banditismo sociale nell’età mo-
derna del 1971, esamina le differenti forme di banditismo sociale, indivi-
duando numerose varianti del fenomeno, ma anche una sua certa unifor-
mità. Lo storico britannico sottolinea che «il banditismo si riscontra uni-
versalmente nelle società fondate sull’agricoltura (comprese le economie
pastorali) ed è alimentato in larga misura da contadini e braccianti non pro-
prietari di terre, governati, oppressi, sfruttati da altri»9. Il banditismo sar-
do si distingue da altre forme storiche di brigantaggio per il suo carattere
individualistico e per il fatto di non essere considerato come un fenomeno
deviante nell’ambito della società pastorale nella quale si sviluppa; al con-
trario, i banditi sono spesso visti con ammirazione e rispetto e appoggiati
dalla popolazione locale10.
Pigliaru sottolinea l’importanza della tradizione per sorreggere le nor-
me consuetudinarie, e l’importanza della cultura nel consolidamento della
tradizione. Ci pare quindi interessante interrogarci oggi sulla persistenza di
figure come il bandito e di concetti a esso associati come la balentìa, nella
produzione letteraria attuale. L’ethos della balentìa occupa una posizione
preminente nella letteratura sarda contemporanea, essendo «fra gli aspetti
del codice morale e comportamentale che maggiormente concorrono alla co-
struzione dell’identità sarda nella produzione letteraria isolana tra Ottocen-
to e Novecento»11. Tale tratto si ritrova anche nell’opera di Sergio Atzeni, la
quale abbonda di figure più o meno tipiche di balenti e banditi. Numerosi
riferimenti al fenomeno sono inoltre presenti nella produzione giornalistica
dello scrittore cagliaritano.
In un articolo del 1987, dal titolo La falsa balentìa di Orgosolo, Atzeni
individuava come caratteristiche essenziali del balente il cavalcare senza
sella, l’avere buona mira e buone braccia, il non conoscere paura ed il ra-
gionare prima di colpire, l’essere vigili a non farsi scoprire in atti di fur-

7. Antonio Pigliaru, Considerazioni e ipotesi sul ‘nuovo corso’ del banditismo sardo, in
La vendetta barbaricina cit., p. 408.
8. Ivi, p. 409.
9. Eric Hobsbawm, I banditi. Il banditismo sociale nell’età moderna, trad. it., Einaudi,
Torino 1971, p. 14.
10. Si veda a questo proposito anche John Day, La Sardegna come laboratorio di storia
coloniale, in «Quaderni Bolotanesi», n. 16 (1990), pp. 143-148.
11. Susanna Paulis, La costruzione dell’identità. Per un’analisi antropologica della nar-
rativa in Sardegna tra ’800 e ’900, EDES, Sassari 2006, p. 316.

217
to, il possesso del senso della giustizia, della fede in Cristo e del rispetto
dell’amicizia12.
Nello stesso articolo, lo scrittore ricorda alcuni versi del poeta di Orgo-
solo Peppino Marotto, il cui nome è frequentemente evocato negli scritti
giornalistici atzeniani, per i suoi componimenti di protesta contro i regimi
oppressori delle libertà individuali13.
La vicinanza dello scrittore cagliaritano alle posizioni ideologiche del po-
eta barbaricino è evidente fin dagli anni della sua giovinezza. Già in un ar-
ticolo del 1978 Atzeni non dissimulava infatti la sua stima per una poesia
come quella di Marotto, improntata di «rigore morale, [...] intensità della de-
nuncia, [...] dignità ferrea dell’ispirazione, [...] voglia profonda di mutare in
meglio il mondo»14. Sono gli anni della militanza comunista del giovane au-
tore cagliaritano, segnati da un forte coinvolgimento ideologico, chiaramente
percepibile in tutti gli scritti del periodo; in essi, come osserva Gigliola Sulis,
«Atzeni si rivela talvolta troppo giovane per sviluppare un punto di vista au-
tonomo, e troppo forte è la gabbia interpretativa del partito in cui milita»15.
Di Marotto, Atzeni condivide tra l’altro le posizioni riguardo al banditi-
smo sardo. Il poeta barbaricino era persuaso che il banditismo non fosse un
problema unicamente di polizia, ma affondasse le proprie radici nella seco-
lare condizione coloniale e di asservimento cui la Sardegna è stata soggetta;
insomma un’azione di resistenza, non tanto e solo a dure condizioni esisten-
ziali e fisiche, ma a un’aggressione esterna e alle sue conseguenze. Marotto
fu condannato a otto anni di carcere e confinato, con l’accusa di tentato omi-
cidio, ma egli sostenne sempre che furono le sue concezioni ostili alla poli-
tica del governo in Barbagia a essere la causa della sua condanna. Il giovane
Atzeni, nel riportare le parole del poeta orgolese, sembra condividerne pie-
namente le convinzioni: Marotto era «espressione di una Barbagia che non
vuole più essere il ‘folclore del bandito’ né l’emblema vivente del ‘codice
barbaricino’»16, cantore del cambiamento e del rinnovamento sociale e cul-
turale in una terra che non accetta più le regole del silenzio.

12. Cfr. Sergio Atzeni, La falsa balentìa di Orgosolo, in «L’Unione Sarda», 3 febbraio
1987, ora in Id., Scritti giornalistici (1966-1995), a cura di Gigliola Sulis, 2 voll., Il Maestra-
le, Nuoro 2005, p. 191. D’ora in avanti i due volumi saranno indicati mediante le sigle SG1
e SG2.
13. Peppino Marotto, che morirà assassinato nel proprio paese d’origine nel 2007, ad un
anno dalla sua scomparsa, ha dedicato allo scrittore cagliaritano il componimento In ammentu
de Sergio Atzeni, nel quale lo ha definito come «una sorgente de abba frisca in sa terra sidida
/ de sa Sardigna, [...] semper sorridente / che pianta in beranu fiorida, / pienu de isperanzia in
sa vida / e de tantas premuras pro sa zente» («sorgente di acqua fresca nell’assetata terra / di
Sardegna, [...] sempre sorridente / come una pianta rigogliosa in primavera, / pieno di speran-
za nella vita / e di tanta premura verso le persone»), Peppino Marotto, In ammentu de Sergio
Atzeni, in «La Grotta della vipera», XXII, n. 75, (1996), p. 51, vv. 1-5.
14. Sergio Atzeni, SG2, p. 641.
15. Gigliola Sulis, Introduzione, in SG1, p. XXVIII.
16. Sergio Atzeni, SG2, pp. 642-643.

218
Dai versi di Marotto, Atzeni mutua il concetto di falsa balentìa, per rife-
rirsi agli atteggiamenti di spavalderia e violenza gratuita ostentati dalle nuo-
ve generazioni. Occorre inventare una nuova balentìa: questo è il messaggio
che Atzeni lanciava nel 1987 e che riprenderà l’anno della sua scomparsa
nell’articolo E se realizzassimo una balentia senza fucili, in cui si auspica un
ritorno all’antica balentìa, una balentìa intelligente, coraggiosa e disarmata.
Qui Atzeni sembra condividere la tesi di Hobsbawn, ovvero l’interpretazio-
ne del banditismo del passato come strumento di protesta sociale e, nel caso
specifico della Sardegna, strumento di resistenza alla dominazione straniera.
Di fronte ad una terra come quella sarda, afflitta dai medesimi secolari pro-
blemi, dalla siccità alla mancanza di lavoro, e abitata da individui animati da
secolari sentimenti di eccessivo orgoglio e invidia reciproca, lo scrittore ca-
gliaritano esorta i suoi corregionali al cambiamento, alla fratellanza e all’u-
nione17.
Lo stesso atteggiamento speranzoso permea i romanzi atzeniani, nei qua-
li, in un’ambientazione ora antica, ora moderna, figure di sardi resistenti e
desiderosi di cambiamento si affiancano ad altrettante immagini di sardi vili,
simbolo dell’inerzia e dell’immobilità.
Sono dei ribelli i protagonisti dei due romanzi Apologo del giudice ban-
dito del 1986 e Il figlio di Bakunìn del 1991. Il primo ambientato nel 1492,
anno col quale gli storici fanno tradizionalmente cominciare l’età moderna,
in una Sardegna che dalla modernità è lontana anni luce; l’altro ambientato
negli anni Trenta e Quaranta del Novecento. Nonostante quasi cinque secoli
siano trascorsi ed il volto dell’oppressore sia cambiato (la dominazione spa-
gnola nell’Apologo e lo Stato italiano, percepito come ostile e oppressore,
nel Figlio di Bakunìn), il tema della resistenza alla dominazione straniera
e ai soprusi rimane invariato18. Tema che, nel romanzo del 1991, è calato in
una realtà storica e politica differente, quella del duro lavoro nelle miniere,
degli scioperi, delle rivendicazioni operaie e dei sabotaggi; eppure la Sar-
degna, agli occhi dei detentori del potere e dell’istrangiu, resta una colonia
e una terra periferica da depredare, abitata da ubriaconi e gente stupida per
natura19.

17. Ivi, p. 996.


18. Il figlio di Bakunìn copre un intervallo di tempo piuttosto ampio, dagli anni Trenta ai
nostri giorni; il nucleo fondamentale del romanzo, che è anche il messaggio con cui esso si
conclude, è il dubbio sulla verità. La vita e le gesta del protagonista, Tullio Saba, sono infat-
ti ricostruite attraverso la tecnica dell’inchiesta, che permette un’accumulazione di versioni
spesso contrastanti: chi ricorda Saba come un eroe anarchico, difensore dei diritti civili e chi,
invece, lo descrive come un miserabile esaltato. L’intento dello scrittore, come lui stesso af-
fermerà in un’intervista del 1994, è di esortare il lettore a diffidare dalla verità, in quanto «sui
fatti si deposita il velo della memoria, che lentamente distorce, trasforma, infavola il narrare
dei protagonisti non meno che i resoconti degli storici» (Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn,
Sellerio, Palermo 2008, p. 119). Si veda anche Gigliola Sulis, La scrittura, la lingua e il dub-
bio sulla verità, in «La grotta della vipera», XX, n. 67, (1994), pp. 34-41.
19. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn, cit., p. 79. Una descrizione analoga dei sardi si ri-

219
Nell’Apologo del giudice bandito, tuttavia, Itzoccor Gunale non è l’unica
figura di ribelle, benchè rappresenti quella in assoluto più tipica della narra-
tiva atzeniana e incarni perfettamente l’ethos del balente. Altro emblema di
resistenza, femminile, è il personaggio della schiava Juanica, la quale dopo
aver accoltellato il nobile rampollo Rodrigo Curraz, che aveva cercato di
prenderla con la forza, fugge attraverso le paludi, incalzata da un branco di
cani feroci. Juanica si ritrova presto circondata da una natura che improvvi-
samente assume le sembianze umane: le canne, i rospi e lo scirocco si rivol-
gono a lei, spronandola e incoraggiandola nella sua avanzata. Dopo una folle
corsa, giunge infine nei pressi di una capanna e qui, il ritrovamento di alcune
pietre all’interno di una sacca rievoca nella sua mente un ricordo lontano,
quando era ancora una bambina ed era libera.
Ci sembra di poter individuare qui una certa affinità con un’altra palpitan-
te corsa letteraria, quella dello schiavo protagonista del romanzo L’esclave
vieil homme et le molosse (1997) dello scrittore martinicano Patrick Chamoi-
seau, al quale, come è noto, Atzeni fu legato da uno stretto rapporto d’amici-
zia e da comuni poetiche e concezioni ideologiche. Leggendo le pagine dei
due romanzi, si ha l’impressione che l’operazione letteraria di entrambi gli
scrittori, Atzeni e Chamoiseau, sia molto simile, e implichi al contempo una
partecipazione alla fuga salvatrice dei personaggi e una precisa visione dei
rapporti di forza in epoca coloniale20.
Nel suo romanzo, Chamoiseau introduce una poetica, quella del guer-
riero dell’immaginario, che verrà ampiamente teorizzata in un altro testo
dello stesso anno, di impianto narrativo e saggistico insieme, Écrire en pays
dominé. Il vero terreno di battaglia, secondo lo scrittore della Martinica, è
l’immaginario. La resistenza non si identifica più nell’uso delle armi21, ma in
un’attenta politica di trasformazione dell’immaginario, attraverso la produ-
zione di opere poetiche, artistiche e simboliche capaci di modificare le no-
stre concezioni dell’essere, del vero e del giusto. Si tratta dunque, come ha di
recente sottolineato la studiosa Samia Kassab-Charfi, di una ribellione attra-
verso lo spirito, di una posizione intellettuale ed etica, anzitutto22.
Alla luce di tali osservazioni, non ci sorprenderà dunque la presenza
nell’Apologo del giudice bandito di un’altra figura atipica di balente, quel-

trova nell’Apologo (Sergio Atzeni, Apologo del giudice bandito, Sellerio, Palermo 2006, p.
107: «i sardi non hanno anima, gli occhi sono spenti, non brilla alcun barlume, si esprimono
con grugniti cinghialeschi, vivono in tane affumicate senza finestra né camino».
20. Anche lo schiavo protagonista del romanzo di Chamoiseau, sottraendosi alla schiavitù,
ritrova se stesso, la propria dignità e la percezione del proprio corpo. Nella giungla millenaria che
attraversa, inseguito dal molosso, gli alberi emettono dei “mormorii quasi umani” (Patrick Cha-
moiseau, Il vecchio schiavo e il molosso, trad. it. di P. Ghinelli, Il Maestrale, Nuoro 2005, p. 61).
21. Nel suo scritto, l’autore afferma che nell’età presente nessuna pallottola è più utile:
«l’âge d’à présent [...] où nulle balle n’est utile» (Patrick Chamoiseau, Écrire en pays dominé,
Gallimard, Paris 1997, p. 18).
22. Samia Kassab-Charfi, Patrick Chamoiseau, Institut Français-Gallimard, Paris 2012,
p. 46.

220
la di un poeta. Si tratta di Michele Misericordia, profeta e acrobata che
attacca coraggiosamente il potere catalano, servendosi della sua parola.
Come sottolinea Giovanna Murru, la sua è una memoria poetica contrap-
posta a quella storica ed eroica, di cui Itzoccor Gunale e la sua stirpe sono
i detentori23.
Il potere della parola, della poesia e della leggerezza sono protagonisti
dell’ultima opera atzeniana, Bellas Mariposas (1996). Guerriera dell’imma-
ginario è qui la giovane Cate che, cresciuta in un quartiere socialmente de-
gradato, soggetto alla delinquenza e allo spaccio, lo descrive con gli occhi
dell’innocenza e sogna di potersene allontanare un giorno, come i ragazzi di
una banda locale che Cate apprezza perché «sono gli unici che si muovono
della gente di Santa Lamenera vanno a Barcellona parlano spagnolo e cata-
lano [...] passano frontiere»24. È nelle acque del Poetto, il mare di Cagliari,
che Cate può finalmente dare libero sfogo alle proprie emozioni e al proprio
corpo. In un episodio del racconto, il carattere cristallino dell’acqua è signi-
ficativamente accostato a un’altra immagine di straordinaria purezza, quella
del seno di una madre che allatta il proprio figlio sulla spiaggia:
abbiamo poggiato gli asciugamani vicino all’ombrellone di una signora simpatica
che stava allattando e ci siamo tuffate / quando nuoto dimentico casa quartiere futuro
mio babbo il mondo / e mi dimentico / dovevo nascere pesce / mi piace guizzare sotto
il pelo dell’acqua e uscire ogni tanto a respirare e guardare il sole che scintilla sulle
ondine di maestrale o abbaglia sulle onde di levante che ti succhiano in basso25.

In un’intervista del 2008, riprendendo le teorie di Écrire en pays dominé,


Patrick Chamoiseau sottolineava la differenza tra il “ribelle” e il “guerriero”,
spiegando le ragioni della sua predilezione per la seconda figura: «le ‘rebel-
le’ est dépendant de ce qu’il combat et va donc se définir en réaction. Il va
simplement renverser les termes de la domination pour prendre la position
dominante. Alors que la position qu’il nous faut prendre c’est la position du
partage, de la transversalité»26. La battaglia che Chamoiseau sostiene non è
dunque finalizzata a un rovesciamento dei ruoli e delle gerarchie, ma è una
forma di resistenza in nome delle umanità e per le umanità27. Si tratta, in de-

23. Giovanna Murru, Sergio Atzeni. Apologo del giudice bandito (1986), in Giuseppe
Marci (a cura di), Scrivere al confine. Radici, moralità e cultura nei romanzieri sardi contem-
poranei, CUEC, Cagliari 1994, p. 121.
24. Sergio Atzeni, Bellas Mariposas, Sellerio, Palermo 2008, p. 69. Da rilevare l’uso e la
posizione a nostro avviso non casuali del verbo “tuffare”: un immergersi nell’acqua del mare
e nel latte materno insieme, con evidenti valenze purificatrici e rigenerative.
25. Ivi, pp. 88-89.
26. «Il ribelle è dipendente dalle ragioni della sua lotta e si definisce in reazione ad essa.
Si limita a rovesciare i termini della dominazione, per assumere il ruolo di dominante. La po-
sizione che occorre assumere è invece quella della condivisione e della trasversalità» (nostra
traduzione). L’intera intervista, risalente al 14 febbraio 2008, è consultabile sul sito internet
http://www.africultures.com/php/index.php?nav=article&no=7343.
27. Patrick Chamoiseau, Écrire en pays dominé cit., p. 338.

221
finitiva, di quell’umanesimo della convivenza e della collaborazione teoriz-
zato dai critici del pensiero postcoloniale28.
Il superamento delle opposizioni e l’esaltazione della mescidanza rap-
presentano un elemento fondamentale anche della poetica dello scrittore e
traduttore Atzeni: l’episodio conclusivo dell’Apologo del giudice bandito è
un duello, in un clima di forte solidarietà e vicinanza tra i due contendenti e
accompagnato da immagini di contaminazione ai limiti del macabro. I duel-
lanti, l’uno sardo, l’altro per metà musulmano, sono divenuti fratelli per vo-
lere del destino e, alla fine del combattimento, «il vincitore avrà il cuore e il
fegato del vinto»29. Grazie ad una profezia riportata all’inizio del romanzo,
scopriamo che a morire durante il duello sarà Itzoccor. Il lettore, cui non è
fornita nessuna precisazione ulteriore, non può dunque non interrogarsi sulle
ragioni che hanno spinto l’autore a scegliere come vittima l’eroe del roman-
zo, il balente per eccellenza. Nella sua profezia, il vecchio Kuaili afferma
che «Itzoccor morirà per mano di un fratello mai avuto, il fratello fuggirà
per mare, ma non temerà vendetta, perché ucciderà Itzoccor quando Itzoccor
sarà già morto»30. La parola vendetta richiama alla mente quel codice bar-
baricino, teorizzato da Antonio Pigliaru, di cui si è parlato precedentemente.
Nell’Apologo, il bandito-giudice Itzoccor si macchia di una colpa che non
trova giustificazioni nel codice della vendetta barbaricina: uccide un mercan-
te, i cui «occhi erano giusti [e che implorava] pietà in nome del Signore»31.
Ovvero commette un atto di vendetta, senza che sia stato vittima di un’offe-
sa, un gesto di violenza gratuita, dunque. Itzoccor è consapevole dell’errore
commesso se, nel momento in cui si rivolge ai suoi antenati, riconosce di
«[aver] tradito il destino che [gli] è stato comandato dai veggenti, perché non
[è] stato giudice com’era profetato»32. Questo potrebbe dunque spiegare la
doppia morte del protagonista eroe del romanzo atzeniano, evocata nella pro-
fezia di Kuaili: una prima morte, interiore e spirituale e una seconda fisica,
per mano del “fratello” Alì. La vittoria finale di quest’ultimo, quindi, sembra
in qualche modo vendicare l’ingiustizia commessa da Itzoccor. Eppure, pro-
prio in nome di quella fraternità che unisce i due contendenti, il narratore, e
con lui il lettore, non pare dispiacersi per la scomparsa dell’eroe del roman-
zo, trattandosi, in fondo, di una sorta di passaggio di testimone.
La nostra ricerca di figure più o meno tipiche di banditi e guerrieri nella
produzione narrativa atzeniana ha finora escluso quello che secondo mol-
ti è il capolavoro dello scrittore cagliaritano, Passavamo sulla terra leggeri
(1996). La scelta non è stata casuale. In questo romanzo, infatti, i due per-

28. Si veda a questo proposito, per esempio, il saggio di Giorgio Baratta, Umanesimo del-
la convivenza: Edward Said in dialogo con Antonio Gramsci, in Iain Chambers (a cura di),
Esercizi di potere. Gramsci, Said e il postcoloniale, Meltemi, Roma 2006, pp. 27-37.
29. Sergio Atzeni, Apologo del giudice bandito cit., p. 140.
30. Ivi, p. 20. Nostro il corsivo.
31. Ivi, pp. 94-95.
32. Ivi, p. 94.

222
sonaggi principali si affiancano, entrambi custodi della memoria dell’isola
e rappresentanti di intere generazioni che per secoli hanno tramandato oral-
mente quelle memorie. Se nei romanzi di Chamoiseau, il Tracciator di paro-
le (come si presenta, per esempio, in Texaco, il romanzo tradotto in italiano
da Atzeni) si trasforma in guerriero dell’immaginario, in Passavamo sulla
terra leggeri, Atzeni procede in senso inverso, diventando Marqueur de pa-
roles. Non si tratta in realtà di due ruoli contrapposti, ma di due ruoli com-
plementari, dal momento che entrambi gli scrittori, come abbiamo osservato,
auspicano una resistenza disarmata, combattuta attraverso la parola poetica.
Non mancano, tuttavia, anche in Passavamo, figure di guerrieri ed ele-
menti e dettagli che rinviano al valore della balentìa. Come osserva Susanna
Paulis, qualsiasi situazione, anche quelle ludiche, erano propizie per affinare
le proprie abilità e perfezionare il proprio ingegno, per cui «aveva un senso
praticare anche nelle occasioni di festa alcuni giochi di abilità, quali le corse
equestri o il tiro al bersaglio»33. Eventi di questo genere sono narrati di fre-
quente all’interno del romanzo, per esempio nelle pagine in cui si racconta
dei due giovani Umur e Eloi, entrambi estremamente forti e coraggiosi, inna-
morati della stessa donna e spesso contendenti in crudeli duelli. La vicenda
finirà con l’uccisione di Eloi, in un’epoca in cui si poteva morire «per una
parola interpretata come insulto. Per desiderio spasmodico di un cavallo al-
trui. Per scommessa. Per caso. Per errore»34. La morte del giovane scatenerà
una serie di vendette a catena, fin quando, per volere imperscrutabile del giu-
dice del villaggio, tale catena sarà spezzata e un nuovo vincolo di fratellanza
legherà le due famiglie.
L’epilogo della vicenda di Umur ed Eloi ci permette di giungere alle con-
clusioni di quest’analisi dedicata alle figure di banditi e guerrieri nell’opera
narrativa di Sergio Atzeni e alla sua reinterpretazione e rivisitazione del co-
dice barbaricino.
L’excursus attraverso la prosa atzeniana, e insieme i rimandi agli scrit-
ti giornalistici di quegli stessi anni, nonché il confronto con le posizioni di
Chamoiseau, rivelano la volontà di dimostrare l’inutilità del ricorso alla vio-
lenza e alla vendetta. Una volontà che va precisandosi e rafforzandosi con
l’avanzare degli anni e della maturità dello scrittore, probabilmente anche
alla luce del suo avvicinamento alla religione sul finire della propria vita e
all’allontanamento dalla militanza comunista (un elemento questo, che tut-
tavia andrebbe ulteriormente indagato). Comunque sia, Atzeni sembra in-
dicare che in una società come quella attuale, segnata dal consumismo e da
profonde trasformazioni in atto, l’antico codice della vendetta ha perso ogni
senso. Come osserva Salvatore Mannuzzu, «chi viveva sotto l’antico codice
oggi si trova privo di riferimenti: riferimenti che bene o male orientavano le
esistenze, costituivano identità collettive e individuali. Oggi quelle identità

33. Susanna Paulis, La costruzione dell’identità cit., pp. 317-318.


34. Sergio Atzeni, Passavamo sulla terra leggeri, Ilisso, Nuoro 2003, p. 64.

223
si disfano e altre identità faticano a sostituirle, perché all’apparato dei valori
scomparsi stenta a subentrarne un altro, e all’antica legge della neutralità, del
silenzio, del rifiuto, tarda a succedere nelle coscienze un’etica della solida-
rietà generale, un senso del vincolo che unisce tutti gli umani»35.
Auspicando l’avvento di una nuova balentìa, che abbia gli stessi caratteri
antichi di coraggio, forza e abilità, ma che sia nello stesso tempo disarmata,
Atzeni sembra condividere le posizioni di Pigliaru, diversamente e talvolta
erroneamente interpretate. Qualche anno fa, l’antropologo Giulio Angioni
precisava che «l’azione vendicatrice come nuovo motivo di vendetta rivela
per Pigliaru tutta la sua arcaicità, inefficacia e inadeguatezza come mezzo di
restaurazione dell’ordine sociale turbato». Il codice barbaricino, aggiungeva
ancora Angioni, «rimane un ‘codice di guerra’, ‘legge della giungla’, che re-
gola l’ostilità ma non si pone il problema di eliminarla»36.

35. L’intervento di Mannuzzu, dal titolo La terra vuota. Il “Codice della vendetta”
ieri e oggi, risale al Convegno Le parole e le cose. Ricordando Antonio Pigliaru, svoltosi
a Pisa il 6 maggio 2006. Il testo è consultabile sul sito ufficiale dedicato a Antonio Piglia-
ru http://www.pigliaru.it/.
36. Giulio Angioni, L’ondata di violenze in Sardegna. Nell’analisi di Antonio Piglia-
ru le leggi della vendetta sono un codice di guerra, in «La Nuova Sardegna», 23 gennaio
2008, p. 20.

224
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225
Alla Sardegna, o delle favole antiche.
Il poeta, il filosofo e lo scienziato nell’opera
di Giorgio Todde
di Giovanna Caltagirone

Avanzo una riflessione minima per tentare di accostarmi oggi, nel XXI se-
colo, all’universo in costante espansione rappresentato dalla parola mito, e se-
gnare una differenza non eludibile rispetto all’arcaico passato cui il mito mira-
colosamente ci unisce. Penso allo scarto, originariamente assente, tra gli attanti
che presiedono alla costruzione dei miti: sensi-fantasia-immaginazione e gli
effetti di essa: conoscenza-scienza-saperi. Ovvero la relazione che, io credo,
segni una differenza importante fra la letteratura, capace di conoscere per le vie
dell’arte: parallele e variamente intrecciate a quelle della scienza e della storia
ma non necessariamente coincidenti con esse; e il mito che invece, presumi-
bilmente a giudicare dalle cosmogonie antiche e da alcune interpretazioni, tra-
smette verità, conoscenza scientifica e storica per via fantastica, grazie ai sensi
e alla fantasia, facoltà che oggi sembrano essersi sganciate dalla sincronia con i
ritmi velocissimi della conoscenza scientifica e tecnologica, e certo anche dalla
ricerca di saperi consonanti, come forse accadeva nelle origini mitiche.
Sappiamo quanto arcaici siano i nostri sensi e, d’avanzo, quanto alcuni si
siano ottusi a vantaggio della prevalente vista, dunque, quanto poco le nostre
percezioni possano tenere il passo con la conoscenza scientifica che, d’al-
tronde, è però ancora in parte ancorata all’elaborazione di idee che sensi e
immaginazione producono e organizzano, dietro la spinta e gli effetti che su
di essi esercita la realtà, lo spazio che ci circonda. A queste complesse rela-
zioni allude, ovviamente, il poco rispettoso titolo leopardiano. Allora, ascol-
tiamo i Pensieri 4238, 4239 «di varia filosofia e di bella letteratura», come
Leopardi li aveva definiti in uno degli indici dello Zibaldone di pensieri:
Differenza tra le antiche e le più recenti, le prime e le ultime, mitologie. Gl’inventori
delle prime mitologie (individui o popoli) non cercavano l’oscuro per tutto, eziandio
nel chiaro; anzi cercavano il chiaro nell’oscuro; volevano spiegare e non mistificare,
e scoprire; tendevano a dichiarar colle cose sensibili quelle che non cadono sotto i
sensi, a render ragione a lor modo e meglio che potevano, di quelle cose che l’uo-
mo non può comprendere, o che essi non comprendevano ancora. Gl’inventori delle
ultime mitologie, i platonici, e massime gli uomini dei primi secoli della nostra era,

227
decisamente cercavano l’oscuro nel chiaro, volevano spiegare le cose sensibili e in-
telligibili colle non intelligibili e non sensibili; si compiacevano delle tenebre; ren-
devano ragione delle cose chiare e manifeste, con dei misteri e dei secreti. Le prime
mitologie non avevano misteri, anzi erano trovate per ispiegare, e far chiari a tutti, i
misteri della natura; le ultime sono state trovate per farci creder mistero e superiore
alla intelligenza nostra anche quello che noi tocchiamo con mano, quello dove, altri-
menti, non avremmo sospettato nessuno arcano. Quindi il diverso carattere delle due
sorti di mitologie, corrispondente al diverso carattere sì dei tempi in cui nacquero, sì
dello spirito e del fine o tendenza con cui furono create. Le une gaie, le altre tetre ec.
(Recanati 29 Dicembre 1826)1.

È noto che la questione intorno al modo di conoscere degli antichi e dei


moderni richiama secoli di discussioni e alimenta la cultura occidentale di
complesse argomentazioni e l’arricchisce di straordinari edifici artistici e
filosofici. Mi attesto su alcuni frammenti di riflessione contemporanea sul
mito, dovuti a due fra le più significative espressioni intellettuali e poetiche
della modernità letteraria, Zanzotto:
Dai nostri sensi-fantasia parte forse il primo invito a dare tutto «un senso», a collo-
carci dalla parte di «ciò che ha senso», per noi e intrinsecamente; essi ci presentano
forse l’embrione di una «moralità». Miti che si bruciano per via rivelandosi come
incentivi etici, valori in trasfigurazione e accrescimento? «Stelle» in cielo e approdi
alla Legge? […] Lunghissima umiltà, da cui non può andare disgiunto un amore tanto
radicato nelle origini quanto ardente per ogni avventura, anche se l’oscurità è intorno,
più che mai fitta2.

E Gadda, in polemica coi miti d’accatto e levando una dura condanna del
falso mito del fascismo:
Valore psicodinamico ha soltanto quel mito che trasforma in pragma o almeno in
tensione pragmatica le istanze più profonde del nostro essere, una nostra scelta o
intellettiva o istintiva: meglio, forse, la prima che la seconda: ma forse no, non so:
comunque un’idea partecipata con intera coscienza di uomini, e di maturi alle opera-
zioni del cervello […]. Il mito psicodinamico è quindi l’autenticità di una coscienza3.

Due e coincidenti i punti fermi: sensi, immaginazione, fantasia, istanze


profonde generano quanto può essere chiamato mito solo nella misura in cui
si traduce in una «tensione pragmatica» realizzabile nella scienza e nella co-
noscenza, che, la sua stessa origine, connette alle valenze etiche, alla voca-
zione morale proprie del mito. E ancora, con Gadda, l’ulteriore elemento su
cui vorrei riflettere:

1. Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri, in Id., Tutte le opere, a cura di Walter Binni,
Sansoni, Milano 1993, vol. II, pp. 1125-1126.
2. Andrea Zanzotto, Colloquio con Vittorini, in Id., Scritti sulla letteratura. Aure e disin-
canti nel Novecento letterario, a cura di Gian Mario Villalta, Mondadori, Milano 2001, vol.
II, pp. 32, 33.
3. Carlo Emilio Gadda, I Miti del somaro, in Id., Scritti vari e postumi, a cura di Andrea Sil-
vestri, Claudio Vela, Dante Isella, Paola Italia, Giorgio Pinotti, Garzanti, Milano 1993, p. 904.

228
Ma il mito d’accatto, il mito qualunque non crea della storia, non può essere annove-
rato tra le forze realmente operatrici nella storia, non determina alcuna reale polarità
nelle coscienze umane4.

All’opposto, i grandi miti della modernità quali la “Ragione” e il “Pro-


gresso” hanno cercato
di porre in luce il meccanismo del mondo, il segreto biologismo e della storia umana
e della natura universa. […] s’è procurato un senso più vivo della storia5.

Sono queste le grandi questioni etiche, filosofiche, scientifiche che, pur


sovrastandoli, agitano incessantemente i personaggi di Giorgio Todde, an-
che quelli che non sono né sacerdoti, né filosofi né scienziati: è il miracolo
della letteratura, forse una peculiarità della sua non interrotta relazione col
mito che, talvolta, permette di allungare lo sguardo sull’infinito, di solle-
varlo verso il cielo, di partecipare del cosmo, l’unico spazio dove si possa
sperimentare la liberazione dai limiti umani, fino a superarli in cosmiche
palingenesi che, se pure spingono il cambiamento alle sue estreme fan-
tastiche conseguenze, confermandolo motore di questo immaginario ro-
manzesco, al contempo e paradossalmente la Storia delle culture umane, e
dell’isola in particolare, vi appare sempre sbilanciata verso l’immobilità e
la ripetizione. L’interesse dell’autore per l’attualità storica trama il raccon-
to fittizio con un’ottica che attraversa le epoche, dall’oggi a quelle più ar-
caiche, introduce un’istanza enunciativa particolarmente invasiva, incline
al narratore onnisciente,6 in funzione della ricostruzione di una Storia sar-
da, nel luogo comune negata come inesistente, su cui stagliare la presente
negatività, radicandola lontano nelle intrecciate stratificazioni identitarie:
dalla “nuragica”, all’italiana che confluiscono nell’uniformità di una me-
taforica, ma non troppo, nuvola di fumo di oppio che avvolge la città e so-
stituisce quella tradizionale e altrettanto obnubilante prodotta dall’arrosto
dei pesci, la “paralisi”, anch’essa reale e metaforica che blocca gli «abi-
tanti di questa città di mangioni». Insomma la Sardegna non rappresenta
per Todde un mito “d’accatto” – con Gadda – anzi, nonostante lo sguardo
estremamente critico rivolto ad uomini e costumi, essa non entra neppu-
re in conflitto con la essenziale positività dei miti, infatti l’isola è anche
fondamentale per chi se ne è allontanato e appare come luogo del ritorno
e delle radici che possono ormai essere intese con spirito costruttivo e,
dunque, anche come spazio di azioni possibili. Una rappresentazione che,
poco propensa a idilliache assoluzioni identitarie né proiettate sul passato
né schiacciate sul presente, riesce a liquidare criticamente i discorsi fon-

4. Ivi, p. 905.
5. Ivi, p. 911.
6. Sulle innovative conseguenze prodotte dal gioco di “voci” e “punti di vista” nelle riscrit-
ture dei miti si sofferma lo studio di Bart van den Bossche, Il mito nella letteratura italiana del
Novecento: trasformazioni e elaborazioni, Franco Cesati Editore, Firenze 2007, pp. 178-180.

229
dati sui cascami identitari e a coincidere, piuttosto, con quelle analisi che
vedono il Mediterraneo come
il più grande testimone storico-etnico dei guai e dei benefici del contatto omologante
e dei guai e dei benefici della differenziazione e della varietà culturale. Non ci sa-
rebbero stati certi orrori di cinque secoli di colonialismo europeo se non ci fossero
state così grandi differenze culturali che risultavano e risultano più precisamente dif-
ferenze di potere tecnologico, economico, politico, militare, ideologico, religioso,
linguistico, massmediatico7.

Ritengo che in specie la descrizione dello spazio connetta l’opera di Tod-


de alla narrazione antica perché, a differenza di un modo moderno di inten-
derlo come misura e uniformità, lo rappresenta in quanto “luogo” leggibile
nelle sue stratificazioni storiche, sociologiche, biologiche, del suolo e del
cielo, differenziato anche nelle minime distanze, popolato da un’umanità an-
cora consapevole della natura dei luoghi e dei suoi effetti sull’esistenza de-
gli abitanti, luoghi di cui Todde sa leggere «l’interiorità», «l’anima dei luo-
ghi» – per dirla con Hillman, quella che viene percepita attraverso i sensi.
L’olfatto è nel romanzo Ει8 l’unificante quintessenza ontologica che mette in
relazione il presente con i secoli trascorsi e oscura la vista, proprio sul pia-
no della conoscenza cui la modernità l’ha delegata. E c’è ancora un aspetto
della rappresentazione dello spazio che prolunga nei personaggi un passato
arcaico: l’essenziale continuità fra il dentro e il fuori, il pubblico, il colletti-
vo e il privato: una sorta di assenza di interiorità, di quella psiche che, come
è stato detto per gli antichi greci, coincide coi tratti della collettività. Pochi,
già segnati dai processi di interiorizzazione propri del cristianesimo di contro
ad un paganesimo aperto verso l’esterno, si differenziano come individualità
uniche e sono, per ciò stesso solitamente, portatori del cambiamento.
Dell’attuale impegno civile dell’autore per la salvaguardia dei luoghi ri-
suona l’eco in alcuni personaggi e ne motiva la sensibilità, intendendo con
questo termine non un’astorica coscienza ecologica ma la percezione dello
spazio mediante i sensi e l’immaginazione, e la conoscenza dei luoghi in
quanto memoria collettiva vivente. Il personaggio storico di Efisio Marini
è un emblema di questa sensibilità, sia nei romanzi in cui non ha ancora la-
sciato Cagliari, sia in quelli in cui ritorna all’amata città. È infatti attraverso
l’osservazione dei fossili presenti sui colli cittadini che matura l’utopia con-
nessa alla sua scoperta scientifica della conservazione dei corpi, ma in lui
agisce anche la percezione di un remoto passato che gli apre la dimensione
dell’oblio e del recupero di momenti di perfezione, possibili solo durante i
soggiorni nella città che non abita più, perché la sua scienza non vi poteva
progredire oltre, e da dove non si è però distaccato solo spazialmente ma an-

7. Giulio Angioni, Identità, in Giulio Angioni, Francesco Bachis, Benedetto Caltagi-


rone, Tatiana Cossu (a cura di), Sardegna seminario sull’identità, CUEC/ISRE, Cagliari
2007, p. 21.
8. Giorgio Todde, Ει, Il Maestrale, Nuoro 2004.

230
che criticamente. Il mito trova la sua ritornante espressione nei luoghi, nel
riemergere della loro memoria mai compromessa dalla novità e dal cambia-
mento che, anzi, danno al passato una visione prospettica in cui è contenuto
il futuro, piuttosto è sempre l’immobilità a minare la memoria impedendo la
profondità della visione.
La città è il luogo privilegiato nell’opera di Todde, luogo della modernità
per antonomasia ma anche della memoria, proprio in virtù del relativo cam-
biamento che l’attraversa fin dall’atto fondativo9 e ne riscrive continuamente
la storia, grazie alle stirpi e ai popoli che le hanno conferito la sua variegata
fisionomia, che le hanno impresso la sua “anima”, come stratificazione delle
percezioni e dell’immaginazione di chi l’ha pensata, sognata, edificata. Per
questo i suoi abitanti vi si trovano come in un utero, nonostante sia una città
di «topi, di blatte» e di «bottegai» e si apra su un mare che invita costantemen-
te a partire, a fuggire. Ed è il mare lo strumento dell’oblio, della cancellazio-
ne, come la campagna lo è della ciclicità, dell’immutabilità, la città è invece
il luogo della costante riscrittura della sua storia, è il luogo dove la Storia e
le storie sono possibili e trasmissibili, come i miti. È nella città che il nudo,
rozzo omicidio della campagna assume “forma” ed “eleganza”, diventa ope-
ra d’arte nella sua ricerca della perfezione. Ma soprattutto, la città è lo spazio
della condivisione, di un collettivo convergere verso sentimenti e passioni co-
muni, è il luogo dove nell’esperienza di uno molti possono riconoscersi, e la
collettiva rielaborazione, la costante modificazione, i segni che si imprimono
incessantemente sul territorio fanno di un gesto un patrimonio di memoria,
sia pure sempre rigorosamente doppio, distinto fra la città alta e bassa, città
doppie nello spazio e nel tempo, la stessa città divisa da due nomi diversi: Epi-
panormo e Talattone, città che si specchiano l’una nell’altra, città duali «col
mare in mezzo»: il Mediterraneo, la via d’acqua che unisce e insieme produce
eterogeneità, una costruzione immaginaria fra sogni e realtà dissimili.
E se l’unica unitarietà derivava a questo spazio dalle definizioni di mediter-
raneismo costruite nel nord Europa, la novità e il merito degli scrittori come
Todde consistono nel sostituire a quello esterno uno sguardo intimo, talvol-
ta scaturito proprio dalla contrapposizione ad un famigerato esotismo da cui,
pure, è difficile liberarsi10. Se l’isola è, in quanto tale, geograficamente fuori
dallo spazio, spazialmente e temporalmente rimossa, ed è per definizione un
altrove, quindi si associa al concetto di alterità, molto forte al suo stesso in-
terno, nell’opera dello scrittore cagliaritano si delinea un arcipelago di isole
culturali, segnate da confini semiotici, si costruisce il limitrofo: isolare è anche
mettere in rilievo ed è anche la via per trasformare ciò che è statico in proces-

9. Viene raccontato in Ει.


10. Non a caso l’antropologo e scrittore Giulio Angioni ha intitolato: L’autoesotismo nel-
le narrazioni di scrittori sardi il suo intervento nel Seminario internazionale di letteratura: La
forza del mito tra finzione e realtà: scrittori del Mediterraneo a confronto, tenutosi a Cagliari
l’1-2 ottobre 2010.

231
so, per passare dalla fisionomia geografica non data dall’uomo alla sua trasfor-
mazione culturale, all’attribuzione di senso, alla percezione dell’isola come
luogo mentale che, del resto, coincide anche con l’idea moderna di paesaggio.
Ma, contemporaneamente, la rilevazione di confini e frontiere (mare-ter-
ra, terra-terra) che contrasta con l’attuale natura fluida e turbolenta dei confi-
ni, non intende nascondere la persistenza di un passato davvero arcaico che,
partendo dal dato empirico, Todde rappresenta di conseguenza come un uni-
verso pagano, nell’accezione che già si è detta, per la capacità di far interagi-
re lo spazio, o meglio i luoghi, con tutti gli elementi che li caratterizzano in
quanto tali: da quelli antropici, alle qualità del suolo e dell’aria. Nella Matta
bestialità11, come già nell’antichità pagana, la natura è potentemente animata
e le condizioni atmosferiche caricano lo spazio di segnali che lo rendono par-
tecipe degli avvenimenti. Al clima è delegata l’arcaica ma scientificamente
rinnovata funzione di determinare le azioni umane, di produrre benessere ma
più spesso sofferenza, esperti e gente comune non cessano mai di commen-
tare le condizioni atmosferiche e di farsene spaventare:
Gli sembra che il tramonto affamato oggi vuole mangiarsi tutto, stagni e montagne. Un
terrore ha ammattito uno stormo di anatre che finiscono dentro questo rosso e scom-
paiono. Gli sembra che persino le nubi corrano a farsi ingoiare, e questo disordine in
cielo lo spaventa ancora di più: gli tocca la carne. Magari risucchia anche lui e Maria12.

La meteorologia, scienza di previsioni più che di leggi, assume i tratti


del racconto fantastico quando il cosmo ritorna ad esercitare la sua forza di
attrazione, e lo scienziato che ha sempre guardato il cielo dalla terra ma per
professione, scopre di poter guardare la terra dal cielo:
- Lei professore ha sempre studiato la parte più bassa del cielo. Non sarebbe stata
più utile l’astronomia per trascendere e starsene lontano?
- Sempre cielo è. Ho previsto il tempo per venticinque anni, sempre col naso in alto
e non ho mai guardato in altre direzioni… Invece adesso guardo dall’alto verso la
terra…13;

e di poter infine ascendere allo stato di puro pensiero, raggiungendo forse – io


immagino – la costellazione cui le sue insistite caratteristiche canine lo desti-
nano, quella del cane, di Orione, l’importante mito mediterraneo e già egizio
da cui discende il nome di quella canicola agostana, imprescindibile dagli av-
venimenti rappresentati e pressoché da tutti i luoghi dell’opera di Todde, ed
anche provato argomento scientifico a favore della polemica, relativa all’in-
fluenza del clima sulle genti, che dal Settecento e da prima ancora si dibatte.
Gli indizi atmosferici sono sempre drammatici, assumono la stessa forza
delle antiche profezie con i soli che cominciano a roteare, gli astri che cadono,
gli animali che si comportano in modi inusuali: «quelle nubi basse e infette

11. Giorgio Todde, La matta bestialità, Il Maestrale, Nuoro 2002.


12. Giorgio Todde, Paura e carne, Frassinelli, Cles 2003, p. 169.
13. Giorgio Todde, La matta bestialità cit., p. 230.

232
che si sono fermate sulla città», in Paura e carne non sfuggono a nessuno,
anticipano o suggellano l’evento delittuoso e lo spargono su uomini e natura:
La palma del terrapieno davanti alla chiesa si curva improvvisamente. I due si affac-
ciano e vedono il golfo raggrinzirsi. Le montagne e la costa cambiano colore. Dal
cielo spariscono tranquillità e nubi. Il vento del Nord si è imbizzarrito e solleva il
ciuffo di Efisio, che chiude la finestra14.

Nella Matta bestialità, l’indovino che sa leggere i segni del cielo soprav-
vive nella moderna figura del meteorologo, novello Tiresia, e degli adepti che
si aggirano nell’osservatorio astronomico, sacro luogo delle previsioni, an-
che se ormai il microcosmo del racconto che la follia fa ruotare intorno alle
funzioni intestinali, avrebbe piuttosto richiesto l’aruspice, atto a consultare i
visceri delle creature sacrificate, per leggere il futuro. Certo la meteorologia
è l’ambito in cui più di ogni altro la scienza può associarsi all’errore, e l’espe-
rienza all’intuizione, alla decifrazione dei simboli, vera ossessione nell’intera
opera di Todde15 dove le condizioni atmosferiche («“Questa pioggia gialla…”
“Quella è solo un po’ di sabbia del deserto.” “Pensa…attraversa tutto il mare
e poi cade qui. Qualcosa vorrà dire.”» Paura e carne, 86) come gli indizi poli-
zieschi assurgono al valore di simboli e in quanto tali vengono letti e decifrati.
La putrefatio non è più la fase alchemica che segna l’inizio di una evoluzione
cosmica, il cosmo si è eclissato dall’esistenza umana, rimane il personaggio
di Cosmino, anello di una catena di feroci omicidi, che in un manicomio di-
scetta sulla putrefazione; se per entrare nel regno dei morti bisogna attraver-
sare l’acqua, una delle vittime lo fa nella vasca da bagno dove non viene ful-
minata dal fulmine di Zeus ma da un più prosaico aspirapolvere; e la stessa
follia, già sacra nelle civiltà antiche, manifestata dalla parola sconnessa ed
enigmatica è nel mito portatrice del messaggio divino, ma non più illuminata
dal sacro diventa patologia criminale capace solo di nuocere alla comunità,
dallo Stato delle anime16, a Paura e carne a La matta bestialità.
E non sto affatto affermando che, stilisticamente, l’abbassamento di tono
o l’elemento comico grottesco segnino la fuoriuscita dal mito, direi anzi che
ne sono componente intrinseca, ma le sue valenze affiorano ormai degradate
e trasformate, talvolta, nel loro contrario, essenzialmente per il venir meno
dei connettivi socializzanti che assegnavano funzione pubblica a quelle ma-
nifestazioni che di poi appaiono come degenerazioni individuali capaci solo
di nuocere agli altri, alla collettività.
Vico ha tracciato la linea retta che unisce paura e mito inteso come l’or-
ganizzazione di idee, in forma fantastica e poetica, volte ad elaborare una
verità intorno ad un fenomeno incomprensibile e per ciò generatore di paura,
14. Giorgio Todde, Paura e carne cit., p. 183.
15. Può esserne emblema il personaggio di Padre Venanzio, in Paura e carne, che usa
esclusivamente il linguaggio dei simboli: «Però lui non è facile capirlo…ha sempre parlato
con i simboli» (ivi, p. 93).
16. Giorgio Todde, Lo stato delle anime, Il Maestrale, Nuoro 2001.

233
un esorcismo realizzato attraverso la ricostruzione ideale dell’accadimento
che, sperimentato mediante i sensi e l’osservazione, viene tradotto in un’a-
strazione il cui effetto positivo diventa trasmissibile nel tempo e nello spazio.
In Paura e carne, il vecchio padre scolopo, dotato di «traslucenza», capa-
ce di trasmettere profezie con parole enigmatiche, crea un ponte tra il primo
uomo e quello contemporaneo:
Tutta questa violenza delle cose […] genera un terrore e una tristezza che non ci
spieghiamo. Anzi, tanto più sono belle le cose, tanto più portano terrore. Allora l’az-
zurro del cielo, i colori della terra generano lo stesso spavento che deve aver provato
il primo uomo17.

Il senso metafisico dell’opera di Todde si organizza intorno al mistero


classico dell’esistenza: il distacco parziale o definitivo dalla materia, ma è
nell’ovvietà della parola “distacco” che si indaga, fino a nullificarla nell’idea
di una materia che tutto ingloba e da cui non c’è via di fuga; e intorno all’al-
tro elemento misterioso, seppure tanto intrinseco e intimo alla vita degli uo-
mini: il tempo, sia nella non banale accezione delle condizioni climatiche18;
sia nella categoria in cui siamo immersi, nel suo trascorrere, contro cui si ac-
canisce l’utopico sogno di Marini volto a recuperarne la continuità laddove
la morte ne ha segnato l’arresto irrevocabile per ogni essere vivente:
Dopo la sospensione della vita, dopo la trasformazione in pietra, rendere la flessibili-
tà al corpo e poi sentire di nuovo il respiro, il movimento, la voce, la voce…19.

Lo scienziato aggredisce la paura umana per eccellenza: la fine del tem-


po di ciascuno, contrapponendole la trasformazione, la metamorfosi mine-
rale preludio alla restituzione dell’esistenza: la sostituzione dell’ordine «im-
prevedibile» della materia, con «l’ordine assoluto del minerale». E quando
qualcuno è disposto a credere a questa costruzione fantastica che alla scienza
affida la sua realizzazione, il giovane medico «si sente addosso una dignità
da sacerdote», diventa l’officiante di un rito che celebra il mito della durata,
dell’aspirazione umana ad un tempo eterno. Non a caso da sempre la paura
ha avuto i suoi registi nella religione e nella chiesa (così nello Stato delle ani-
me e in Paura e carne, e in Ει), eredi diretti del nesso che stringe il primor-
diale sentimento della paura al sacro, da cui anche l’associazione platonica
del mito con la vita morale.
In Paura e carne, il vescovo cerca di suscitare la paura in un personaggio
che ne è totalmente esente, e questo è certo un indizio sicuro per capire che la
mente della paura che attanaglia la città è proprio colei che, come Marini, detie-
ne il segreto della conservazione della materia ma solo a vantaggio di se stessa e
della “roba”, non come speculazione scientifica e metafisica per il bene di tutti.

17. Giorgio Todde, Paura e carne cit., p. 122.


18. Cfr. Giorgio Todde, La matta bestialità cit., p. 15.
19. Giorgio Todde, Paura e carne cit., p. 16.

234
Come il fulmine che atterrisce e dà la morte è Zeus stesso, così la paura è
personificata, è il personaggio dell’assassino: chi dà la morte è l’effetto stes-
so che provoca, la paura. Su questa equazione si costruisce un racconto in cui
la fantasia coopera con l’organizzazione logica e razionale degli avvenimen-
ti per giungere a comprendere chi sia e da dove provenga la paura. Ovvero
la molla del mito diviene oggetto del racconto noir di Todde che non genera
suspence intorno all’omicida, al nome, del resto annunciato in apertura: la
paura, ma la genera sulla strutturazione del racconto e sulla riflessione meta-
fisica che presiede alla narrazione.
La paura pensa, «Qualcuno comanda alla paura in città», alla paura ar-
caica degli elementi si è affiancata quella moderna e urbana governata dagli
uomini e dalla loro follia. Dalla paura scaturisce la costruzione narrativa, e
quando la paura cessa perché smette di colpire, non produce più narrazione,
se non quella surrogata del noir, restano i nudi effetti fisici che non si supera-
no: dalla fame alla morte. È come se l’uomo fosse regredito perché incapace
di costruire miti che lo liberino dalla paura, ma solo falsi miti che la distrag-
gono ma non la vincono.
Michela, la conservazione vivente vs il cambiamento, è il feticcio del
male che allunga la sua ombra nera anche sulle pratiche di conservazione di
Marini. In conclusione di Paura e carne, il corpo di Michela, ridotto a due
metà dalla paralisi: la vita effimera e la conservazione di essa, non più solo
nella morte, come nelle statue umane di Marini, ma nella vita stessa20, po-
trebbe essere considerato l’eidolon su cui si fonda tutto il sistema compositi-
vo e di pensiero dello scrittore, le due finalità, artistica-narrativa e metafisica,
dell’opera di Todde. E dai corpi gli interrogativi si proiettano sulla natura e
sui luoghi: conservazione e cambiamento, e costi dell’uno e dell’altro.
Non vale la conoscenza contro la condanna dell’uomo: paura e carne,
l’esorcismo è forse solo una memoria individuale e collettiva fondate sulla
“dimenticanza”, la «luce perfetta» è l’oblio che permette, ogni volta, di rico-
noscere i rari perfetti momenti capaci di liberare l’uomo dalla inalterata con-
dizione che, dalla sua comparsa, non lo ha più abbandonato:
È salito leggero perché è riuscito a capire l’inizio e la fine, senza farsi imbrogliare
dalle cose. Ha trovato principio e conclusione.
I ricordi.
La memoria, per lui, è fondata sulla dimenticanza, senza la quale non conserverebbe
la memoria. Perciò oggi la mattina sembra a Efisio la mattina più bella della sua vita
e non ricorda di averne già visto una così. Che fortuna dimenticarsi le altre mattine.
Distratto dai ricordi imperfetti, sospeso, illuminato dalla luce perfetta, per un istante
si dimentica la paura e la carne21.
Non sarà un punto fermo ma è certo un ardito aggettare sul mistero dell’e-
sistenza.

20. L’immagine ha un suo archetipo nella novella Storia del giovane re delle Isole Nere,
compresa nelle Mille e una notte.
21. Giorgio Todde, Paura e carne cit., pp. 248-249.

235
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236
Indice dei nomi*

Accardo, A., 155 Araolla, Sebastiano, 76


Adelasia, Alasia (giudicessa di Torres), Arca, Giovanni, 62, 102-103, 112-113
40-42, 54-56 Arce, J., 153
Affò, I., 155, 169 Argiolas, P. P., 13, 171, 185
Agus, L., 113 Aristotele, 81-83, 162-163
Ahad, A. M., 207, 213 Arnal de Bolea, Jacinto, 118, 153
Aime, M., 195, 213 Arquer, Sigismondo, 102-104, 112-113,
Alagon, Don Blascu de, 65, 80 208
Alatorre, A., 149, 153 Artifoni, E., 39, 58
Alcalá-Zamora y Queipo De Llano, J., 133 Arullani, V. A., 108, 110, 113, 168-169
Alcioni, Paola, 206 Asor Rosa, A., 159, 172
Aleo, Jorge, 117, 161, 169 Atzeni, Sergio, 15, 183, 189, 192, 206-
Alepus, Salvatore, 64 213, 215-225
Alessandro Magno, 166 Auerbach, E., 25, 58
Alighieri, Dante, 10, 92, 158, 161-163 Augusto Ottaviano (imperatore), 166
Alter, R., 25, 58 Avalle, D’A. S., 236
Alziator, Francesco, 12-14, 75, 99, 159, Azuni, Domenico Alberto, 159
161, 164, 166-169, 171-182, 183-193
Amat di san Filippo di Cagliari (famiglia), Baccaredda, Antonio, 197, 199
41 Bachis, F., 230
Amat di san Filippo, P., 115, 153 Baher, R., 141, 153
Amit, Y., 25, 58 Baïlle, L., 159, 168
Anatra, B., 63-64, 99, 116, 153 Baldovino (arcivescovo), 51-52
Andrea, Andria Tanca (giudice di Tor- Balsamo, L., 116, 153
res), 41-42, 48-49, 55-56 Baratta, G., 222, 225
Andreolli, B., 34, 58 Barisone I (giudice di Torres), 42, 48
Angioni, Giulio, 189, 206-208, 224-225, Barisone II (giudice di Torres), 52-53, 56
230-231, 236 Baronio, Cesare, 163
Angius, Vittorio, 69, 72, 159, 197-198 Battaglia, S., 29
Araolla, Gerolamo, 9-11, 61-100, 107- Battistini, A., 236
109, 112-113 Baumgarten, Alexander Gottlieb, 164

* Sono indicizzati i nomi degli autori e dei personaggi storici (in maiuscoletto) e degli
autori di saggi critici (in tondo).

237
Bazyliński, S., 27, 58 Carlo Alberto di Savoia (re di Sarde-
Bellorini, E., 155 gna), 162
Bembo, Pietro, 163 Carrera, A., 205, 213
Berlioz, J., 52, 58 Carta, L., 155
Bernabé, J., 204, 213 Casalis, Goffredo, 159
Bernardino d’Iglesias, 121 Casu, Pietro, 199, 202-204, 212-213
Bernardo di Chiaravalle, 51-52 Cau, E., 58
Bertacchini, P. A., 28, 58 Cavaro Pintor, Antonio, 76
Bessière, J., 196, 213 Ceccarelli Lemut, M. L., 41
Bettinelli, Saverio, 157, 166 Ceriello, R., 118-119, 153
Bhabha, H. K., 210 Cerina, G., 116, 190, 193
Bianchini, Francesco, 157 Chambers, I., 222
Bilotta, E., 28 Chamoiseau, Patrick, 15, 204, 210, 213,
Binni, W., 228 220-223, 225
Birocchi, I., 159 Chélini, J., 51,
Boccaccio, Giovanni, 10, 163 Chiari, Alberto, 156
Boi, Nicolò, 76-77 Ciasca, R., 117, 153, 169
Bolea, Jacinto Arnal de, 118, 153 Cibrario, L., 69, 72
Bonazzi, G., 58 Ciuffo, Fortunato, 167, 169
Bonstetten, Charles Viktor, 166 Cocco, M., 104, 113
Bonu, R., 169 Coloma, Antonio, 76
Borgese, Giuseppe A., 202 Coloma, Juan, 62
Boscolo, A., 40, 54-55, 58 Comita I, Comida (giudice di Torres), 56
Comita, Comida de Lacon (giudice di Ar-
Bouhours, Domenico, 163
borea), 36, 38
Boyl, F., 115
Confiant, R., 204, 210, 213
Branthomme, H., 51
Contarini, S., 15
Brigaglia, M., 159, 177, 181, 198-200, 213
Corniani, G. B., 169
Bronzini, G., 196, 213
Corona Tiragallo, Giovanna, 167, 169
Brundo, Carlo, 197-198 Cossu, Gavino, 197-198, 213
Bruner, J., 29, 58 Cossu, Marcello, 197-198
Buonarroti, Michelangelo, 181 Cossu, T., 230
Costa, Enrico, 197-198, 213
Cadoni, E., 40, 66, 69, 71-72, 75, 99, 102- Costantino I, Gostantine, Constantini de
103 Lacon (giudice di Arborea), 20-24, 27,
Calanchi, A., 30 31-32, 36-37
Calderón de la Barca, Pedro, 12, 133, Costantino I, Guantine, Constantinu
138 (giudice di Torres), 41, 44-45, 47-50
Caltagirone, B., 230 Costantino II, Guantine (giudice di Tor-
Caltagirone, G., 16, 171, 193 res), 53, 56
Calvia, Pompeo, 198 Crane, T. F., 29
Cannas, A., 13-14, 171, 179, 183 Cratandrum, A., 27
Cano, Antonio, 8, 61, 64-65, 77, 98, 179 Crescimbeni, Giovan Mario, 157, 169
Canyelles, Niccolò, 69 Croce, Benedetto, 158, 171
Caocci, D., 10 Cruz, Sor Juana Inés de la, 118
Capuana, Luigi, 202 Cubeddu, Luca, 80
Carboni, Francesco, 161, 169
Carboni, Pietro, 198, 213 Darbord, M., 153
Carcassona, Anton Angelo, 77 Day, J., 63, 69, 217
Cardini, F., 41 De Donato, G., 200, 213

238
De Lasala, F., 32 Federico II (imperatore), 40, 54
De Lorca, Antonio, 77 Filia, D., 76-77, 99
De Martini, L., 115, 153 Filippo III (re di Spagna), 40, 63
De Roberto, Federico, 202 Filippo IV (re di Spagna), 63, 115
De Rosalia, A., 101 Floris, F., 173, 193
De Sanctis, Francesco, 12, 158, 169 Floris, G., 12, 157
Débray, R., 196 Fois, Domenico, 159
Del Gratta, Rodolfo, 75 Fois, G., 51-52, 58
Delcorno, C., 29 Fois, Marcello, 206-213
Deledda, Maria Grazia Cosima, 14, 183, Foligno, C., 157
189-191, 203, 205 Foscolo, Ugo, 156-158, 168
Delitala y Castelvì, José, 118 Fray María de Estercili, 115, 153
Delitala, Fulgenzio, 167, 169 Frenk, M., 133, 153
Delitala, Pietro, 10-11, 108-113, 120 Frugoni, C., 39, 58
Della Marmora, Alberto, 187 Fubini, M., 157
Delogu, A., 159 Fuos, Joseph, 187
Delogu, I., 19-20, 58
Denina, Carlo, 157, 166, 169 Gabbrielli, O., 116, 154
Deplano, A., 118 Gadda, Carlo Emilio, 228-229, 236
Desiderio (abate di Montecassino), 42 García de Enterría, M. C., 148, 153
Dessì, Giuseppe, 175, 188-190, 192, 205 García Sánchez, M. D., 118
Dettori, A., 24, 39, 58 Garzia, Raffa, 75-76, 98-99, 168-169
Dettori, Francesco Michele, 167, 169 Gauvin, L., 208, 210, 213
Díaz Rengifo, Juan, 149, 153 Gazano, M. A., 55, 58
Dickens, Charles, 190 Getto, G., 156, 161, 169
Díez Borque, J. M., 133 Ginguené, Pierre Louis, 166, 169
Dionisotti, C., 169 Glissant, E., 209-213
Doria, Brancaleone, 71 Gnisci, A., 208, 213
Dostoevskij, Fedor, 190 Gonario, Gunari, Gunnari (giudice di
Durán, A. F. G., 153 Torres), 44-45, 48, 50-52, 56
Grabois, A., 51
Ecca, E., 43 Gramsci, A., 200, 213
Eleonora (giudicessa d’Arborea), 71, Gravina, Gian Vincenzo, 167
181, 192 Grisar, J., 32, 59
Emiliani Giudici, Paolo, 155-157, 169 Guerriero, A., 216
Enzo di Hoenstaufen (figlio dell’impe- Guidetti, M., 64, 99
ratore Federico II), 40, 54-55
Esquirro, Ephis, 115 Herbertus (arcivescovo di Torres), 51-52
Estrella, Paulino de la, 88 Herrera, Francesco, 167, 169
Eugenio III (papa), 51 Hillman, J., 230, 236
Eusebio (vescovo), 11 Hobsbawm, E., 217-219, 225
Hunno Baeza, Roderigo, 176, 183
Fabroni, Giuseppe, 167, 169 Hurtado Torres, A., 148, 154
Fanon, F., 197 Hyde Minor, V., 167, 169
Fara, Giovanni Francesco, 9, 40, 61-62,
66-75, 77-78, 99, 101-103, 108, 110 Innocenzo IV, 55
Farci, F., 159, 169 Isella, D., 228
Farina, Salvatore, 183, 190 Italia, P., 228
Farné, R., 216, 225
Fazello, Tommaso, 101, 113 Jacopo di Vitry, 29

239
Joyce, James, 175, 190 Martini, Pietro, 12, 110, 113, 159, 170
Jung, Karl Gustav, 236 Masala, F., 176-177, 180
Masiello, V., 157
Kafka, Franz, 175, 190 Massala, Giovanni Andrea, 161, 170
Kassab-Charfi, S., 220, 225 Mattone, A., 64, 99
Kerényi, K., 236 Mele, G., 19, 27, 39, 59
Kermode, F., 25 Meli, Giovanni, 202
Kipling, Rudyard, 190 Merci, P., 19, 52, 59
Mereu, A., 113
Labande, E. R., 51 Metternich, Clemente Venceslao, 164
Laneri, M. T., 40, 59, 66, 69, 72, 99, 102 Meynet, R., 26, 59
Lavinio, C., 116, 161 Migliorini, B., 156
Lay, B. da Villamassargia, 121 Minturno, Antonio, 82
Ledesma, Alonso de, 12, 133, 146-147, Mommsen, Th., 168
153 Moncada, Michele di, 62, 67-69
Leone X, 166 Mongitore, Antonino, 161
Leopardi, Giacomo, 181, 227-228, 236 Montanaru (Casula, Antioco), 80
Lo Frasso, Antonio, 104-105, 107, 113, Moreni, Domenico, 161
116, 179 Mossa, Paolo, 80
Loi, S., 116, 154 Motzo, B. R., 102, 113
Luigi XVI, 166 Moura, J-.M., 196-197, 203, 210, 213-214
Luis, Fr., 88 Mulas, L., 116
Lupinu, G., 69, 99, 101, 118 Muoni, L., 204, 214
Muratori, Lodovico Antonio, 157, 163,
Mabillon, Jean, 163 164
Macpherson, James, 181 Murru, G., 221, 225
Madao, Matteo Maria, 80, 161, 169
Maffei, Giuseppe, 156, 170 Natale, F., 101, 113
Magliabechi, Antonio, 157 Navarro Tomás, T., 149, 154
Manconi, F., 117, 154 Nicolas, G., 200, 213
Manero Sorolla, M. P., 88, 99 Nicolini, F., 157
Maninchedda, P., 8, 11, 19, 27, 59, 66, 99, Nietzsche, Friedrich, 190
104, 113 Niffoi, Salvatore, 206, 208-209
Mann, Thomas, 236 Nonnis, E., 167, 170
Manno, Giuseppe, 159-160, 166, 168, Nuzzo, G., 101, 113
170
Mannuzzu, S., 223-225 Ong, W. J., 30, 59
Marci, G., 172, 193, 198-199, 212-213, Onnis, R., 15
221 Orazio Flacco, Quinto, 162
Marcusa, Marcuzia (sposa del giudice Orrù, Raimondo, 167, 170
Costantino I di Torres), 45, 49-50 Orrù, T., 155, 159, 170
Mariano II (giudice di Torres), 40 Orsi, Giovan Gioseffo, 163
Mariano I, Mariane (giudice di Torres), Orunesu, A., 59
42, 48-49 Oursel, R., 51
Marini, Efisio, 16, 230
Marotto, A., 99 Paba, T., 11, 118, 154
Marotto, Peppino, 218-219, 225 Pais, E., 191, 193
Marras, M., 15, 195-196, 203, 205, 207, Pancrazi, P., 190
210-213 Parini, Giuseppe, 155
Marrocu, Luciano, 168, 181, 193, 206-207 Passamar, Giacomo, 65

240
Patrizi, Francesco, 82 Schena, O., 41-42, 49, 51-52, 55, 59
Paulis, S., 217-223, 225 Schmitt, J.-C., 39, 59
Peláez del Rosal, M., 154 Scinà, Domenico, 161
Penuti, C., 87, 100 Secchi, G., 121, 154
Pernicone, V., 156 Segre, C., 170
Petrarca, Francesco, 10, 83, 87-89, 91, Seppilli, T., 47, 59
93, 163 Serianni, L., 24
Pietro, Pedru (giudice di Cagliari), 52, 54 Serra, Luigi, 167, 170
Pigliaru, Antonio, 14-15, 215-225 Serra, M., 116, 154
Pinna, M., 107, 113 Serra, P., 7, 17, 19, 59
Pinotti, G., 228 Servidio, R., 28
Pintus, A. M., 69, 99, 101 Sharon, M., 51
Pinza, G., 191 Sigonio, Carlo, 163
Pio IV, 77 Silvestri, A., 228
Pirandello, Luigi, 202 Simbula, P., 50, 52, 59
Pirodda, G., 59, 107, 113, 155, 159, 166, Simmaco (papa), 70
170, 172, 177, 181, 193, 203 Simonde de Sismondi, Jean Charles Léo-
Pischedda, M., 65, 100 nard, 156, 166, 170
Piscini, A., 108, 110, 113 Siotto Pintor, Giovanni, 12-13, 115-
Pittalis, P., 172, 193 116, 154, 155-168, 172-175, 177, 193
Pizzolato, L., 34, 59 Smorti, A., 28-29, 60
Platone, 81-83, 157 Smyth, William Henry, 187
Polo de Beaulieu, M. A., 52 Somenzi, C., 34, 59
Ponzanesi, S., 207, 214 Sonnet, J.-P., 25, 60
Porcu, G., 118-119, 154 Sotgiu, G., 155
Possevino, Antonio, 163 Spano, Giovanni, 119, 154, 178
Pozzi, G., 83, 100 Spanu, L., 171, 173, 193
Prodi, P., 87, 100 Speroni, Sperone, 82
Prosperi, A., 87, 100 Spiga, G., 50
Proust, Marcel, 175, 190 Stopani, R., 51
Pusceddu, V., 59 Sulis, G., 218-219, 225
Sulis, Vincenzo, 178, 181
Quadrio, Francesco Saverio, 157, 170 Svevo, Italo, 175

Roca Mussons, M. A., 105 Tanda, N., 172, 190, 193


Romero Frías, M., 116, 154 Tangheroni, M., 41
Rosselló, Monserrat, 62 Tasso, Torquato, 10-11, 83, 101, 107-110
Rosso di San Secondo, Pier Maria, 202 Tedesco, S., 164
Tiraboschi, Girolamo, 157-158, 162-167,
Said, E. W., 200, 206, 214 170
Salvadori Lonergan, C., 21 Tiragallo, Luigi, 167
Sambigucci, Gavino, 76, 83-84, 92, 100, Tobler, A., 168
109, 116 Toda y Güell, E., 116, 119, 154
Sancha, J. de, 141 Todde, Giorgio, 16, 206-207, 227, 229-
Sanna, A., 40-52, 54-55, 59 236
Satta, Giacinto, 178, 199 Tola, Pasquale, 12, 52, 60, 75-76, 100,
Satta, Salvatore, 187, 205 110, 159, 168, 170
Satta, Sebastiano, 183, 190 Tola, S., 62, 99
Scano, A., 159, 170 Touati, H., 46
Scaraffia, L., 63, 99 Trifone, P., 24

241
Turtas, R., 19, 60, 62-64, 66, 75, 99, 100, Vico, Giambattista, 156-157, 233, 236
102, 109, 113, 118, 154 Villalta, G. M., 228
Tuveri, F., 121, 154 Virdis, A., 65, 99-100, 118, 154
Tyndale, John Warre, 187 Virdis, M., 9, 20-21, 30, 32-34, 39, 43, 60,
107, 112
Ubaldo, Baldu Visconti (giudice di Tor- Virgilio, Publio Marone, 76, 92
res), 40, 54-55 Vittorini, Elio, 228
Ugoni, C., 170 Vivanet, F., 159, 170

Valdivielso, José de, 141 Wagner, M. L., 47, 50, 60


Valéry, Antoine Claude Pasquin (detto), Wardropper, B., 132, 154
187 Welter, J. Th., 29
Valle, N., 173 Woolf, Virginia, 175
Van Den Bossche, B., 229, 236
Vauchez, A., 51 Zanetti, G., 23, 51, 60, 75, 109, 113
Vega y Carpio Lope de, Félix, 12, 133, Zanzotto, Andrea, 228, 236
141, 144, 154 Zappella, L., 25, 28, 60
Vega, Garcilaso de la, 88 Zatrillas y Vico, José, 116-118, 154
Vela, C., 228, 236 Zedda, Francesco, 205-206, 212
Verga, Giovanni, 202 Zedda, P. A., 119
Vernant, J.-P., 236 Zichi, G., 62, 65, 99-100
Vicens, J., 149, 153 Zizi, Bachisio, 205-206, 212

242
Indice delle opere

Adelasia di Torres, 198 Compendio della Storia di Sardegna, 159


Aesthetica, 164 Compendio di Storia della letteratura ita-
(L’) Alcaide di Longone, 198 liana, 156
(L’) altro mondo, 207 Conceptos espirituales de Alonso de Le-
(Gli) Anchita e i Brundanu, 198, 213 desma, 147
Angelica, 199 Condaghe di San Nicola di Trullas, 19, 50,
Apologo del giudice bandito, 15, 207, 209, 52, 59
219, 222, 225 Condaghe di San Pietro in Silki, 19, 20, 58
(Gli) Aragonesi e i Doria al Varco del Tor- Condaghe di Santa Maria di Bonarcado,
do, 198 20-21, 30, 32-35, 39, 60
(Le) Armonie dei Sardi, 161, 169 Convivio, 163
Autobiografia, 178 Corographia, (v. In Sardiniae Coro-
graphiam)
(Il) banditismo in Sardegna, 215
Barbaricinorum libelli, 102, 103, 113 De la littérature du Midi de l’Europe, 156,
Bellas Mariposas, 221, 225 170
Bibbia, 25, 59 De rebus Sardois, 9, 40, 59, 69, 71-72, 99,
Biografia sarda, 99, 110, 113, 159, 170
101-102
De rebus Siculis decades duae (trad. Sto-
Cancioneros espirituales, 141
Canne al vento, 190 ria di Sicilia), 101
Cant de la Sibil·la, 8 De sanctis Sardiniae, 62, 102
Canzoniere ispano-sardo, 12, 118, 132, De vitis Sardorum omnium sanctorum et
138, 144, 146, 151 eorum qui in Sardinia passi reliquiisve
Carte d’Arborea, 181-182, 185, 193, 198, clari sunt, 62
213 De vulgari eloquentia, 158, 162
(Il) Castello dell’Acquafredda, 198 Debrà Libanòs, 207
Catalogo della biblioteca sarda del cava- Del risorgimento d’Italia negli studi, nelle
liere Lodovico Baïlle, 159, 170 arti, e ne’ costumi dopo il mille, 157
Cima del Monte Parnaso en tres cumbres Dell’origine e dell’ufficio della letteratu-
divididas, 118 ra, 157
(La) città del sole, 173 Della storia e della ragione d’ogni poesia,
Codex diplomaticus Sardiniae, 52 157
(Il) colle del diavolo, 198 (Los) diez libros de Fortuna d’Amor, 104-
Colloquio con Vittorini, 228 105, 113

243
Discorsi del poema eroico, 83 In Sardiniae Chorographiam, 9, 66, 72-
Discorso sopra le vicende della letteratu- 74, 99-100, 102-104
ra, 157, 166, 169 Iniziazione ai miei studi, 178
Dissertazione sul progresso delle scienze e Intorno ad antiquari e critici, 157-158
della letteratura in Sardegna, 161, 170 (L’) Istoria della volgar poesia, 157, 169
Divina Commedia, 109
Dizionario biografico degli uomini illustri Laudario dei disciplinati bianchi, 8
di Sardegna, 100, 159, 170 Laurel de Apolo, con otras rimas, 144
Dizionario geografico storico-statistico Leonardo Alagon 198, 213
commerciale degli Stati di S. M. il Re Leonora d’Arborea, 198
di Sardegna, 159 Libellus Judicum Turritanorum, 8, 19, 20,
Dizionario precettivo critico ed istorico 26, 40-57, 59, 77
della poesia volgare, 155, 169
Liber miraculorum, 51-52
Libro de comedias, 115
E quale amor non cambia, 16, 236
E se realizzassimo una balentìa senza fu- Libro de varios exemplos collegidos de
cili, 219 muchos y graues auctores, 11, 115,
Écrire en pays dominé, 220-221, 225 120
Ει, 230-231, 236
(L’) elefante sulla torre, 173 Machabaeorum (Libri), 34-35
Eleonora d’Arborea, 192 (La) matta bestialità, 232-234, 236
Elias Portolu, 190 Memoria del vuoto, 207, 209-210, 213
Encomios en octavas al torneo que defen- (Le) mille e una notte, 235
dio el Illustrissimo y Excellentisimo (I) miti del somaro, 228-229, 236
Señor D. Geronymo Pimentel, Mar-
ques de Vayona, Virrey y Capitan Ge- Notte sarda, 199, 202-204, 213
neral en el Reyno de Cerdeña, 118
Engaños y desengaños del profano amor, (L’) occhiata letale, 16, 236
117 Officia propria Sanctorum Gavini, Proti et
(L’) esclave vieil homme et le molosse, 15, Ianuarii Martyrum turritanorum, 65,
220 100
(L’) estremo delle cose, 16 Orationes de Sardorum Litteratura, 161,
169
(La) falsa balentìa di Orgosolo, 217-218
(Le) fiamme di Toledo, 208 Paese d’ombre, 205
(Il) figlio di Bakunìn, 219, 225 Passavamo sulla terra leggeri, 183, 192,
Fondagues de Sardiña (v. Libellus Judi- 208-209, 222-223, 225
cum Turritanorum)
Pastores de Belén Prosas y versos divinos,
(El) forastero, 118
141
Gerusalemme liberata, 107-110 Paura e carne, 16, 232-235, 236
(I) giorni della laguna, 173 (Le) peripezie di Ulisse viste dai nuraghi,
(Il) giorno del giudizio, 187, 205 192
Gosos, 62, 99-100 Picaro e folklore, 173
(El) poema heroico al merecido aplauso
Histoire littéraire d’Italie, 166, 169 del unico oraculo de las musas, la
(L’) homme du Midi et l’homme du Nord, esclarecida y venerable señora, soror
166 Juana Ines de la Cruz, religiosa pro-
fessa en el monasterio de S. Geronimo
In Hermathenam Bocchiam Interpretatio, de la imperial ciudad de Mexico, 118
76, 83-84, 100 (Il) ponte di Marreri, 205

244
(Il) primo dei giudici, 198 Storia ecclesiastica di Sardegna, 159
Principi di belle lettere, 155 Storia letteraria di Sardegna, 12-13, 115-
Principi di Scienza Nuova, 157 116, 155-168, 172-173, 193
Prose della volgar lingua, 163 Successos generales de la Isla y Reyno de
Sardeña, 161, 169
Quiteria, 198
(Il) tesoro degli Angioini, 178, 199
Rapsodia sarda, 205 Texaco, 223
Rerum vulgarium fragmenta, 108 Tractatus de essentia infantis, proximi in-
Rimas diversas spirituales, 11, 65-66, 76, fanti, et proximi pubertati, 66
80, 84, 87-97, 99, 107-112, 113 Tratado de algunas cosas espirituales, 12,
Rime diverse, 10-11, 108-112, 113, 120 120, 131-132
Rivoluzioni d’Italia, 157 Trionfi, 92-94
Rosa Gambella, 198
(La) rotta di Macomer, 198 (L’) ultimo dei giudici turritani, 198
Una congiura a Cagliari, 198
Sangue dal cielo, 207
Sardiniae brevis historia et descriptio, (I) vecchi e i giovani, 202
102, 104, 113 (La) vendetta barbaricina come ordina-
Sempre caro, 207, 209 mento giuridico, 215
(Lo) stato delle anime, 16, 233, 236 (I) Viceré, 202
Stirpe, 207 (La) vida es sueño, 138
(La) storia come pensiero e come azione, Vida y miracles del benaventurat
171 sant’Anthiogo, 8
Storia della letteratura di Sardegna, 13, (Sa) vida, su martiriu et morte dessos
99, 159-166, 169, 171-182, 183-193 gloriosos martires Gavinu, Brothu,
Storia della letteratura italiana (F. de San- et Gianuari (Sa Vitta e sa Morte, et
ctis), 12, 158, 169 Passione de sanctu Gavinu, Prothu et
Storia della letteratura italiana (G. Maf- Januariu), 8-9, 61, 77, 84-87, 99, 107,
fei), 156, 170 113, 179
Storia della letteratura italiana (G. Tira- (Las) vidas dels sants sarts de aqueste re-
boschi), 157-158, 164, 170 gne (de Sardenya) o dels qui en ell són
Storia delle belle lettere in Italia, 155-157, estats célebres a glória de Déus y dels
169 matexos benaventurats sants, 62
Storia di Sardegna, 159-161, 170
Storia di Sardegna dall’anno 1799 al Zibaldone di pensieri, 227-228, 236
1816, 159

245
Università degli Studi di Cagliari - Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica -
Volume pubblicato con il contributo RAS L. 7/2007.

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1116.3 26-09-2012 14:20 Pagina 1

1116.3 P. Serra (a cura di)


Questioni di letteratura sarda
Questioni
di letteratura sarda
Un paradigma da definire
Definire la letteratura sarda è operazione non ovvia, non solo per le que-
stioni legate alle diverse lingue – sardo, italiano, spagnolo – in cui la pro-
duzione scrittoria e letteraria isolana si è espressa, ma anche per la pro- a cura di
blematicità del suo paradigma eccentrico ed eteroclito. La stessa esi-
Patrizia Serra

QUESTIONI DI LETTERATURA SARDA


stenza di una letteratura sarda è stata spesso messa in discussione, poi-
ché essa viene percepita ora come un’appendice regionale della lettera-
tura italiana, ora di quella spagnola, ora come manifestazione letteraria
dialettale e locale.
La produzione poetica e narrativa della Sardegna testimonia invece, fin
dal Medioevo, la complessità e la ricchezza degli stimoli che provengono
all’Isola e dall’Isola, certo soggetta a influenze, e controllo politico, di pro-
venienza diversa (pisana e genovese, aragonese e spagnola, piemontese e
italiana), ma non per questo priva della propria peculiare identità e del
suo continuo interrogarsi su se stessa e alla ricerca di sé, nel confronto
con le letterature e lingue altre con cui si è trovata in contatto.
Il problema della letteratura sarda, non inquadrabile all’interno di un
processo culturale omogeneo e unitario, e tantomeno nei paradigmi tradi-
zionali che ambiscono ad annullare l’apporto costitutivo della “diversità”,
viene proposto in questo volume come oggetto di riflessione, al crocevia
tra diversi angoli di osservazione e attraverso un percorso che si snoda

METODI E PROSPETTIVE
Studi di Linguistica Filologia Letteratura
dalle prime attestazioni scrittorie medioevali fino alla narrativa contem-
poranea.

Scritti di: P.P. Argiolas, G. Caltagirone, A. Cannas, D. Caocci, S. Conta-


rini, G. Floris, M. Marras, R. Onnis, T. Paba, P. Serra, M. Virdis.

Patrizia Serra insegna Filologia romanza alla Facoltà di Studi Umanisti-


ci dell’Università di Cagliari. Ha pubblicato studi sulla letteratura medioe-
vale francese e sui primi documenti del Medioevo sardo.

FrancoAngeli
La passione per le conoscenze

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