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Contenuto in: F. Coniglione, La parola liberatrice.

Momenti storici del rapporto tra


filosofia e scienza, CUECM, Catania 2002.

FUNZIONE DELLA FILOSOFIA E SIGNIFICATO DELLA VITA


IN MORITZ SCHLICK

1. Il progetto della filosofia scientifica

«Vera philosophiae methodus nulla alia nisi scientia naturalis est»1 .


In tali icastiche parole di Franz Brentano si riassume uno dei più ambi-
ziosi progetti del pensiero filosofico tra Ottocento e Novecento: l’idea
che sia possibile fare della filosofia un sapere con lo stesso rigore e la
medesima esattezza posseduti dalle scienze naturali. La «filosofia
scientifica» – questa la bandiera sotto la quale si riconoscono scienziati
e filosofi – è fatta iniziare da Kevin Mulligan2 con una data precisa: il
1884, quando un discepolo di Brentano, Franz Hillebrand, scrive una
celebre stroncatura della Introduzione alle scienze dello spirito di Dil-
they. Al fondatore dello storicismo tedesco ed erede della filosofia clas-
sica centroeuropea sono rimproverati imprecisioni ed errori di ogni tipo,
la mancanza di rigore argomentativo, l’assoluta ignoranza delle più e-
lementari regole logiche, nonché la “oscurità” di uno stile che ha la
pretesa di parlare della “vita” nella sua “totalità”. È l’inizio di una di-
varicazione tra due tradizioni filosofiche, poi sintetizzate nel binomio a-
nalitico-continentale, che per il momento si esprime come contrapposi-
zione tra una filosofia che aspira ad una sempre maggiore scientificità,
sul modello delle scienze naturali ed esatte, ed una filosofia “storica”,
intrisa di umori valutativi, problematica e dialettica, dall’argomentazione
turgidamente carica dei sensi filtrati da un’imprescindibile situazio-
nalità.
1
F. Brentano, Über die Zukunft der Philosophie (1929), Felix Meiner, Hamburg
1968, p. 136.
2
Cfr. K. Mulligan, “Sulla storia e l’analisi della filosofia continentale”, in Iride 8
(1992).

141
Ma la locuzione “filosofia scientifica” può indicare tre diverse tesi,
ben chiarite da Tatarkiewicz: «in primo luogo, che la scienza costituisce
il fondamento della filosofia, che non ha altro lavoro da fare che trarre
conclusioni generali dai suoi risultati. […] In secondo luogo che la
scienza è l’oggetto della filosofia, che non deve essere nient’altro che
teoria della scienza, indagine sulle sue assunzioni, finalità, metodi. […]
In terzo luogo, che la scienza deve essere il modello per la filosofia, che
deve porre e risolvere i suoi problemi secondo quegli stessi metodi e
criteri, in base alle stesse esigenze di precisione, delle scienze particola-
ri»3 . Nel primo e nel secondo caso abbiamo a che fare con una filosofia
privata di un autonomo campo di attività e depotenziata a ricerca di se-
condo grado, cioè svolgentesi su una conoscenza già data, quella fornita
dalle scienze, delle quali essa o generalizza i risultati o chiarifica il pro-
cedere. La terza accezione di “filosofia scientifica” fornita da Tatar-
kiewicz, invece, riconosce alla filosofia una propria autonomia, un suo
campo problematico, un essere “conoscenza” accanto alle altre cono-
scenze fornite dalle scienze naturali e particolari, ma le impone – come
condicio sine qua non del raggiungimento di questo Eden scientifico –
l’adozione del metodo, dei criteri e dei requisiti che hanno fornito prova
di sé nelle scienze costituite, assunte a paradigmi di conoscenza.
Non è difficile richiamare alla mente dei filosofi che possono rien-
trare nell’una o nell’altra delle accezioni sopra fornite. Per quanto ri-
guarda la prima delle specificazioni di “filosofia scientifica”, il pensie-
ro corre spontaneo ad Herbert Spencer: la filosofia, per lui, applica lo
stesso metodo della scienza, consistente in progressive generalizzazioni
induttive che permettono di pervenire a conoscenze sempre più astratte
e generali. E così come la scienza unifica sempre più il mondo naturale
grazie a leggi via via più generali, allo stesso modo «le generalizzazioni
della filosofia comprendono e consolidano le più vaste generalizzazioni
della scienza»; la filosofia, pertanto, è il momento finale di quel proces-
so conoscitivo che comincia con la semplice collazione di esperienze
diverse e quindi prosegue stabilendo proposizioni sempre più ampie,
sino a giungere a proposizioni universali. Onde, «per dare una defini-
zione nel modo più semplice e chiaro: la conoscenza del genere più
basso è una conoscenza non-unificata; la Scienza è conoscenza par-
zialmente unificata; la Filosofia è conoscenza completamente unifica-
ta». È questo il carattere comune ad ogni forma di filosofia, che ne ri-
3
W. Tatarkiewicz, Historia filozofii (1950), PWN, Warszawa 1988, vol. III, p. 263.

142
vela la vera natura una volta eliminate tutte le divergenze circa il suo
statuto e i suoi compiti: quello di essere «conoscenza del più alto gra-
do di generalità»4 .
Intendono invece la filosofia come metascienza, “teoria della scien-
za”, ovvero riflessione sui metodi, presupposti e criteri che vengono u-
tilizzati dalla scienza, tutti quei filosofi che fanno dell’epistemologia u-
na filosofia della scienza, ritenendo che quest’ultima sia l’unico modo
in cui sia possibile oggi esercitare il mestiere del filosofo. In questo ca-
so è evidente che la filosofia può o ispirarsi genericamente al metodo
della scienza (ad. es., controllabilità degli asserti, chiara definizione dei
concetti, intersoggettività dei metodi di convalida ecc.), oppure più esat-
tamente proporsi di assumere quale proprio metodo quello esemplar-
mente messo in atto dalla logica contemporanea, ponendosi come chia-
rificazione logico-sintattica degli asserti facenti parte della scienza (co-
me ad es. proposto da Carnap nella sua fase sintattica). La filosofia in
tal modo, in quanto metascienza, non solo sarebbe priva di un proprio
specifico oggetto di interesse ma non avrebbe neanche un proprio me-
todo. È questa la posizione che di solito viene attribuita allo “scienti-
smo” e che viene fatta propria da molti esponenti del Circolo di Vienna
e da chi intende la filosofia come “filosofia di…” (della scienza, della
biologia, della fisica, della mente ecc.).
Infine, la terza accezione di Tatarkiewicz (la scienza come modello
della filosofia) è tipica di tutti quei filosofi che mirano al perfeziona-
mento della filosofia senza rinunziare a riconoscere a questa un proprio
campo problematico. È in Russell che troviamo, all’inizio del secolo, la
più decisa ed articolata teorizzazione di tale concetto di filosofia scienti-
fica, della quale fu il vero e proprio banditore, indicandone i caratteri
fondamentali che in seguito ne segneranno lo sviluppo anche sul conti-
nente europeo5 . Grazie al metodo dell’analisi logica – che fa tesoro
della nuova logica dallo stesso Russell edificata insieme a Whitehead –
è possibile eliminare i problemi filosofici più ambiziosi e generali per
risolvere gradualmente, pezzo a pezzo, quelli restanti, che sono ancora
assai numerosi e che sono appannaggio della filosofia, alla quale viene
pertanto assegnata una genuina capacità conoscitiva6 . Sulla stessa lun-
4
H. Spencer, First Principles, Williams & Norgate, London 19106, § 37.
5
Su tale tema mi permetto rinviare al mio «Russell e la nascita dell’idea di filosofia
scientifica», in Filosofia, scienze, cultura, a cura di G. Bentivegna, S. Burgio e G. Mag-
nano San Lio, Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ), 2002.
6
«L’adozione del metodo scientifico nella filosofia ci costringe, se non sbaglio, ad

143
ghezza d’onda si pone gran parte della filosofia scientifica polacca, che
ha la sua massima espressione nella Scuola di Leopoli-Varsavia: la
metafisica non deve essere liquidata – così come volevano fare i “cu-
gini” neopositivisti – ma piuttosto emendata, resa scientifica me-
diante la traduzione dei suoi concetti in un linguaggio concettualmente
chiaro e ispirato dalla logica, eliminandone le ambiguità semantiche e
linguistiche e contribuendo alla soluzione dei suoi problemi peculiari7 .
Il grande logico Jan Łukasiewicz afferma con decisione ed ottimismo:
«I problemi metafisici sono stati lasciati irrisolti, benché, penso, non
siano affatto irrisolvibili. Ma bisogna avvicinarsi ad essi con metodo
scientifico, lo stesso ben sperimentato metodo utilizzato dai matematici
o dai fisici. Ed innanzitutto la gente deve imparare a pensare chia-
ramente, logicamente ed in modo preciso. Ogni filosofia moderna è
stata ostacolata dall’incapacità a pensare chiaramente, con precisione ed
in modo scientifico»8 .
Come si colloca la teorizzazione di Schlick in questo quadro? Ed in
particolare, quali le differenze più significative tra la prima fase del suo
pensiero, quella anteriore alla sua conoscenza della riflessione di Wit-
tgenstein, e la seconda fase, dopo la sua venuta a Vienna? Ed in che
senso la transizione dal primo al secondo Schlick influenzò l’evoluzio-
ne del Circolo di Vienna e la definizione del celebre principio di verifi-
cazione? Infine, quale è la funzione della filosofia nel quadro di una più
complessiva considerazione del significato della vita, sul quale Schlick
ci ha lasciato significative e non ulteriormente trascurabili riflessioni?

abbandonare la speranza di risolvere molti dei problemi più ambiziosi e umanamente in-
teressanti della filosofia tradizionale. Alcuni li relega, anche se con poche prospettive di
una soluzione positiva, alle scienze speciali, altri li rivela tali che le nostre capacità non
sono sostanzialmente in grado di risolvere. Ma resta un gran numero di problemi di-
chiaratamente filosofici riguardo ai quali il metodo sostenuto dà tutti quei vantaggi della
divisione in problemi distinti, dell’avanzamento congetturale [tentative], parziale e
progressivo, e del ricorso a principi con cui, indipendentemente dal temperamento, tutti
gli studiosi competenti dovranno convenire. Il fallimento della filosofia sino ad oggi è
stato dovuto principalmente alla frettolosità e all’ambizione: la pazienza e la modestia,
qui come nelle altre scienze, apriranno la via ad un progresso solido e duraturo» (B. Rus-
sell, Misticismo e logica, 1914, Newton Compton, Roma 1970, pp. 121-2).
7
Cfr. M. Przeł∏cki, “The approach to Metaphysics in the Lvov-Warsaw School”, i n
K. Szaniawski (ed.), The Vienna Circle and the Lvov-Warsaw School, Reidel, Dordre-
cht/Boston/London 1989, pp. 55-6; J. Woleƒski, “The Lvov-Warsaw School and the Vien-
na Circle”, in op. cit., pp. 447-9.
8
J. Łukasiewicz, “Logistyka a filosofia” (1936), trad. ingl. in Id., Selected Works,
North Holland, Amsterdam 1970, p. 227.

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Prima di rispondere a tali domande, cerchiamo brevemente di caratteriz-
zare la figura di Schlick nel contesto della creazione e della dissoluzio-
ne del Circolo di Vienna.

2. L’uomo giusto al posto giusto

È ben noto il ruolo avuto da Moritz Schlick (1888-1936) nella for-


mazione del Circolo di Vienna: egli sembrò poter dare concretezza alla
esigenza di approntare quelle nuove botti filosofiche che avrebbero do-
vuto contenere il vino novello prodotto dalle svolte concettuali della
scienza nel primo Novecento, secondo una fortunata metafora di Phi-
lipp Frank9 . Era l’esigenza di trovare un autentico “filosofo” che po-
tesse fornire al nucleo originario del Circolo – costituito dallo stesso
Frank, da Hans Hahn e da Otto Neurath – quella ampiezza di prospetti-
ve in grado di soddisfare l’esigenza di un nuovo modo di fare filosofia,
rompendo col tradizionale kantismo e con la tradizione speculativa del
pensiero tedesco dell’epoca10 . Fu grazie all’appoggio di Hahn, profes-
sore di matematica all’Università, che Schlick venne chiamato nel 1922
ad occupare la cattedra di “Storia e filosofia delle scienze induttive”11 .
Ben presto si formò attorno a lui un gruppo di discepoli, amici e colle-
ghi interessati ai fondamenti filosofici delle scienze, che col passare de-

9
Cfr. P. Frank, La scienza moderna e la sua filosofia, Il Mulino, Bologna 1973, p .
40.
10
Ricorda Maria Neurath, moglie di Otto, che quando i tre amici (che avevano ini-
ziato ad incontrarsi informalmente sin dal 1907, in un caffè viennese, per discutere di
filosofia e scienza) si ritrovarono nel dopoguerra, Hahn una volta si trovò ad esclamare:
«Non vi sono filosofi tra di noi. Abbiamo bisogno di un filosofo» (cit. in J. Sebestik,
“Le Cercle de Vienne et ses sources autrichiennes”, in J. Sebestik, A. Soulez, a cura di, Le
Cercle de Vienne, doctrines et controverses, Meridiens Klincksieck, Paris 1986, p. 22).
Ciò spiegherebbe il ruolo attivo avuto da Hahn nel favorire la venuta di Schlick a Vien-
na.
11
È stato sottolineato il ruolo decisivo avuto da Hahn per la nascita del Circolo, al
punto che nel 1934, nella sua necrologia, Frank ha indicato in lui il suo vero fondatore.
È infatti dovuta alla sua iniziativa non solo la chiamata di Schlick a Vienna, ma anche la
partecipazione alle riunioni di Schlick dei membri del seminario di matematica
(Radakovic, Waismann, Gödel, Karl Menger e Bergmann) e la proposta di leggere e
commentare, oltre che Frege e Russell, anche il Tractatus di Wittgenstein (cfr. R. Haller,
“Wittgenstein, etait-il neopositiviste?”, in Le Cercle de Vienne, doctrines et contro-
verses, cit., p. 112). Su ciò concorda anche la testimonianza di K. Menger, Reminis-
cences of the Vienna Circle and the Mathematical Colloquium, Kluwer, Dordrecht / Bos-
ton / London 1994, p. 30.

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gli anni si infittì sempre più. Schlick presentava tutti i requisiti necessari
per soddisfare le esigenze del gruppo guidato da Hahn: aveva conse-
guito il dottorato in fisica con Max Planck, possedeva una notevole
competenza in campo matematico ma al tempo stesso era un filosofo in
senso pieno, in quanto si interessava anche di etica, estetica e filosofia
della scienza; in quest’ultimo campo era stato tra i primi a capire
l’importanza filosofica della teoria della relatività di Einstein, scrivendo
in merito numerosi saggi. Possedeva inoltre una solida preparazione in
storia della filosofia ed aveva la virtù di non appartenere alla “chiesa”
dei kantiani. Inoltre giungeva a Vienna dopo aver scritto un rilevante li-
bro di teoria della conoscenza, in cui esponeva concezioni del tutto sim-
patetiche al gruppo viennese, la Allgemeine Erkenntnislehre (1918,
19252).
Lo stesso anno, sotto la presidenza di Schlick, fu fondato il “Verein
Ernst Mach”, che si aggiungeva ai numerosi altri circoli culturali e filo-
sofici che animavano la vita viennese12 . Nel 1929 venne pubblicato il
“Manifesto” del Circolo, redatto da Hahn, Neurath e Carnap, la Wis-
senschaftliche Weltauffassung13: era così ufficialmente nato l’“em-
pirismo logico”14, che da allora in poi si andrà sempre più af-
fermando, sul piano internazionale, grazie alla instancabile opera orga-
nizzativa e propagandistica svolta da Neurath, con il collegamento al
gruppo berlinese – formato da H. Reichenbach, C.G. Hempel ed altri –

12
Altri circoli filosofici erano quello di orientamento storico, diretto da Heinrich
Gomperz, e quelli incentrati sulla filosofia di Kant, Kierkegaard e Leone Tolstoj, allora
molto influente in Austria (e la cui opera Lettura dei Vangeli ispirò grandemente le idee
etiche e religiose del giovane Wittgenstein). Cfr. K. Menger, Reminiscences…, cit., pp.
16-7.
13
In effetti la sua stesura fu effettuata da Neurath e successivamente modificata da
Carnap. Anche Feigl e Waismann cooperarono alle fasi finali della scrittura, specie per la
bibliografia. Hahn nutriva qualche perplessità sui dettagli, ma finì per firmare il mani-
festo (cfr. R. Cirera, Carnap and the Vienna Circle. Empiricism and Logical Syntax, Ro-
dopi, Amsterdam / Atlanta 1994, p. 94).
14
Utilizziamo qui l’espressione “empirismo logico” a preferenza di quella tradiziona-
nale di “neopositivismo” in quanto in effetti nessuno dei membri di questo movimento si
definì come neopositivista, ed anzi vi fu chi, come Neurath, esplicitamente rifiutò tale
denominazione che a suo avviso ricordava troppo le posizioni metafisiche del
“positivista” Comte. Sicché se era generalmente rifiutata l’eredità del positivismo otto-
centesco, invece nessuno ha mai rifiutato quella dell’empirismo classico, al quale invece
esplicitamente ci si richiamava (cfr. Haller, “Wittgenstein, etait-il neopositiviste?”,
cit., pp. 108-9). Tuttavia nella letteratura successiva i termini neopositivismo, empiri-
smo logico e positivismo logico sono stati utilizzati in modo interscambiabile, sicché
nel seguito li utilizzeremo indifferentemente.

146
e, sul piano interno, grazie alla fondazione nel 1930 di un proprio orga-
no filosofico, la rivista Erkenntnis, affidata alla cura di Carnap e Rei-
chenbach. Alla sua affermazione e notorietà contribuì anche, nel 1930,
l’organizzazione a Vienna di un convegno sulla gnoseologia delle
scienze esatte, contemporaneamente allo svolgimento a Königsberg del
congresso dei fisici tedeschi; infine, dal 1935 al 1939, peso non lieve
ebbe l’organizzazione con periodicità annuale di una serie di congressi
internazionali di filosofia delle scienze15 .
Tuttavia con la fine dell’Impero multinazionale degli Asburgo, dopo
la sconfitta nella Grande Guerra, il clima culturale era via via cambiato.
Nella prima repubblica austriaca emersero tendenze sempre più conser-
vatrici sia nella vita politica, come anche nel dibattito culturale: alla
“rossa Vienna” retta da una giunta municipale di sinistra, molto impe-
gnata in un programma di educazione popolare e di promozione del
proletariato, si contrapponeva il governo guidato dai nazionalisti e dai
pangermanici, appoggiati dalla chiesa cattolica. E la contrapposizione,
come spesso accadeva nei paesi del centro Europa, assumeva i colori di
una questione razziale, con molti degli esponenti della sinistra ebrei e
con quelli della destra non ebrei ed antisemiti. Inoltre, non bisogna cre-
dere che il Circolo abbia trovato all’università di Vienna un terreno fa-
vorevole per l’affermazione delle proprie idee. Le autorità e il corpo ac-
cademico erano molto conservatori e così l’università, controllata dal
governo centrale, rappresentava il baluardo della conservazione in con-
trapposizione alla municipalità socialista. Si vedeva con diffidenza la
filosofia ispirata alla scienza sostenuta dai membri del Circolo, nonché
il loro prevalente orientamento laico, liberale e progressista, con alcuni
(specialmente Neurath e Hahn) di idee apertamente ed attivamente so-
cialdemocratiche16 .
Di questa vita culturale tedesca, quale si esprimeva nella Vienna del
dopoguerra, ci offre un quadro significativo Sidney Hook, il quale evi-
denzia, di essa, due aspetti fondamentali: innanzi tutto l’estensione ed il
radicamento della filosofia classica tedesca – da Kant a Hegel – con la
connessa aperta ostilità verso la scienza e l’idea che compito della filo-
sofia fosse il progresso della religione, della moralità, della libera vo-
lontà, del Volk e dello Stato in senso organico. La filosofia tedesca del

15
Cfr. V. Kraft, Il Circolo di Vienna (1950), Peloritana, Messina 1969, pp. 13-17.
16
Cfr. H. Gruber, Red Vienna: Experiment in Working-Class Culture 1919-34, Ox-
ford U.P., Oxford 1991.

147
periodo, insomma, si preoccupava di sostenere, mediante lo studio dei
testi classici, la possibilità di una conoscenza a priori di Dio,
dell’Assoluto ed in generale la legittimità di un accesso metaempirico
alle leggi della moralità e della bellezza. In secondo luogo Hook evi-
denzia l’importanza e il peso rilevante che la filosofia aveva nell’o-
pinione pubblica e nella vita intellettuale: non si riteneva completa
la preparazione in qualsiasi disciplina specializzata (fosse pure la fisio-
logia o la biologia) se non integrata da opportune riflessioni filosofiche,
spesso fornite dallo stesso docente che impartiva le lezioni in questi
campi17. Ora queste considerazioni di Hook ci consentono di com-
prendere bene perché il giovane Ayer, a Vienna nel 1932, abbia rica-
vato l’impressione che lì la filosofia fosse intrinsecamente politica18.
Di tale situazione è testimonianza lo stesso “Manifesto” del Cir-
colo che si apre con delle considerazioni sullo sfondo storico che ne sta
alle origini, asserendo significativamente: «Molti affermano che il pen-
siero metafisico e teologizzante è oggi di nuovo in ascesa, non solo
nella vita, ma anche nella scienza. Si tratta di un fenomeno generale, o
soltanto di un processo circoscritto a particolari gruppi? L’affer-
mazione di cui sopra risulta agevolmente suffragata, se si con-
siderano i temi dei corsi universitari e i titoli delle pubblicazioni filoso-
fiche. Tuttavia, ai giorni nostri, anche l’opposto spirito illuministico e di
ricerca positiva antimetafisica si va rafforzando, con sempre maggior
consapevolezza della propria natura e del proprio compito. In alcuni
circoli, l’orientamento empiristico, avverso alla speculazione, appare più
vitale che mai, rinvigorito proprio dall’antitesi venutasi a determina-
re»19 . Tuttavia, questo atteggiamento ispirato alla “concezione scientifi-
ca del mondo” «viene approfondito in modo sistematico e sostenuto a
fondo unicamente da pochi autorevoli pensatori, i quali solo di rado so-
no nelle condizioni di poter riunire intorno a sé un gruppo di collabo-
ratori aventi idee consimili»20 .
Ed in effetti Schlick era sostanzialmente un isolato tra i filosofi

17
Cfr. S. Hook, “A Personal Impression of Contemporary German Philosophy”, i n
Journal of Philosophy, 27, n. 6 (1930), pp. 143, 147.
18
Cfr. B. Rogers, A.J. Ayer, Vintage, London 20002, p. 84. Sul significato del posi-
tivismo logico come movimento di riforma politica sociale vedi il bell’articolo di M.W.
Wartofsky, “Positivism and Politics. …”, cit.
19
H. Hahn, O. Neurath, R. Carnap, La concezione scientifica del mondo (1929),
Laterza, Roma-Bari 1979, p. 61.
20
Ib., pp. 61-2.

148
dell’università, tra i quali si diffondevano le idee politiche naziste o cat-
tolico-nazionaliste, nonché un accentuato antisemitismo, che veniva
spalleggiato dalle organizzazioni studentesche: sempre più nella scelta
dei docenti veniva esplicitamente richiesta l’ascendenza non ebraica. In
tal modo il gruppo inizialmente riunitosi attorno a Schlick andava ridu-
cendosi numericamente a causa della sempre maggiore ostilità politica e
culturale che, con l’avvento del nazismo in Germania, si andava dif-
fondendo nei suoi confronti anche in Austria. La stessa posizione di
Schlick all’università diveniva sempre più precaria; benché egli non
fosse stato mai politicamente attivo, tuttavia il suo atteggiamento poteva
essere qualificato come quello di un liberale di stampo britannico21 :
troppo, o troppo poco, nel clima sempre più surriscaldato di una Vienna
invasa da cortei di giovani nazisti che cantavano ed inneggiavano per le
strade. La sua imparzialità ed obiettività nel lavoro, l’insistenza nel tene-
re con sé un giovane ebreo come Friedrich Waismann, l’amicizia con
l’estremista Neurath, il suo stesso circolo ed il sostegno della “Società
Ernst Mach”, tutto ciò era visto con sospetto e la sua consueta serenità
lentamente si dissolveva22 .
È in questo clima sempre più intollerabile per pensatori liberali e
scientificamente orientati che deve essere ricercata la causa principale
dell’emigrazione dei principali esponenti del Circolo. Feigl, consape-
vole di non potere aspirare in quanto ebreo a far carriera universitaria,
già nel 1931 era emigrato negli USA, seguito da Carnap nel 1936. Nel
1934 era emigrato in Olanda anche Neurath ed era morto Hahn. Lo
stesso anno il Verein Ernst Mach fu sciolto d’autorità con l’accusa di
svolgere attività socialdemocratiche. Due anni dopo Schlick, che a causa
di minacce era stato costretto a vivere per un certo periodo con la guar-
dia del corpo23 , veniva colpito a morte sulle scale dell’Università da uno
studente filonazista, con il conseguente scatenamento di una massiccia

21
Di tale posizione sono testimonianza alcuni aforismi da lui scritti verosimilmente
in questo periodo. Cfr. Schlick, Aforismi (1962), in Problemi di etica e aforismi, a cura
di A. Ioly Piussi, Pàtron, Bologna 1970, pp. 215-21. Sulla posizione politico-filosofica
di Schlick, mediana tra la sinistra di Neurath ed Hahn e la destra dei nazionalisti e dei
“Cristian-socialisti” di Othmar Spann ed altri, maggioritaria all’università e nelle cultura
austriaca, vedi anche B. Smith, “The Neurath-Haller Thesis: Austria and the Rise of Sci-
entific Philosophy”, in K. Lehrer, J. C. Marek (eds.), Austrian Philosophy Past and Pre-
sent, Kluwer, Dordrecht / Boston / Lancaster, 1996.
22
Cfr. K. Menger, Reminiscences…, cit., pp. 194-6.
23
Ib., p. 197.

149
campagna di diffamazione antisemita ed antipositivista24 . Due anni do-
po, nel 1938, il circolo di studenti guidato da Waismann (che aveva già
perso, perché ebreo, il suo posto di bibliotecario, nonostante l’opposi-
zione di Schlick) venne messo a tacere dalle autorità nazionalsocialiste
ed il suo animatore prese la strada dell’esilio, con l’aiuto di Popper25 .
«Le ultime tracce del pensiero neopositivista furono cancellate dopo
l’Anschluss, che venne accolto come il benvenuto dalla maggioranza dei
docenti accademici che per anni avevano contribuito con i loro sforzi i-
deologici al rapprochement intellettuale con il fascismo»26 .
La morte prematura non ha permesso a Schlick di esprimere tutte le
potenzialità del suo pensiero, che così rimane come monco, denso di
suggestioni rimaste inespresse; si intravedono solo delle direzioni di
sviluppo che sembrano annunciare aperture che lo avrebbero svincolato
da quella funzione di mèntore del Circolo di Vienna alla quale è stato
consegnato dalla storiografia. Una storiografia senza dubbio avara, che
non gli ha dedicato molta attenzione (non esiste ancora una monografia
sulla sua riflessione)27 , ma che potrebbe riservare delle sorprese se af-
frontasse seriamente il problema del ruolo avuto da Schlick non solo
nella fondazione del Circolo di Vienna, ma in particolar modo nella ela-
borazione di quell’idea di filosofia scientifica che di solito viene attri-

24
L’assassino, Johann Nelböck, fu condannato a soli dieci anni di prigione con la
motivazione che la vittima diffondeva un tipo di filosofia malsana e perciò era un pe-
ricoloso immorale. Successivamente, sotto il dominio nazista, Nelböck fu trasferito ad
un battaglione penale e nel 1941, in seguito alla dichiarazione che aveva ucciso Schlick
per il desiderio di eliminare un professore ebreo, fu liberato. Dopo la guerra fu protetto
dalle forze di occupazione sovietiche e sotto il regime comunista continuò con successo
la sua carriera nell’amministrazione. Facciamo notare che Schlick non era affatto ebreo,
ma “ariano” e di famiglia aristocratica. Cfr. anche per ulteriori particolari sulla vicenda
E.T. Gadol, “Philosophy, Ideology, Common Sense and Murder – The Vienna of the Vien-
na Circle Past and Present”, in Id. (ed.), Rationality in Science. A Memorial Volume
for M. Schlick in Celebration of the Centennial of His Birth, Springer-Verlag, Vienna /
New York 1982, pp. 2-3.
25
Popper indicò il suo nome all’Academic Assistance Council di Cambridge, avendo
lui scelto di andare in Nuova Zelanda. Cfr. Popper, La ricerca non ha fine. Autobiografia
intellettuale (1974), Armando, Roma 1976, p. 114.
26
F. Stadler, “Aspects of the Social Background and Position of the Vienna Circle at
the University of Vienna”, in T. Uebel (ed.), Rediscovering the Forgotten Vienna Circle,
Kluwer, Dordrecht / Boston / London 1991, p. 66. Il saggio di Stadler è fondamentale per
capire il posto del Circolo all’Università di Vienna ed il clima culturale, politico ed acca-
demico nel quale esso si trovò ad operare. Sul ruolo politico del Circolo e sulle opinioni
ed attività dei suoi membri vedi anche Cirera, op. cit., pp. 91-9.
27
La situazione non è oggi molto diversa da quella denunciata nel 1970 da A. Ioly Pius-
si nella sua “Introduzione” a Schlick, Problemi di etica, cit., p. x.

150
buita, un po’ genericamente, all’intero movimento neopositivista. Egli
così rimane «una figura umbratile, una presenza signorile e discreta, o-
scurata dalla mente calcolatrice di Carnap, dal corpulento e combattivo
Reichenbach e dal truculento partigiano Neurath»28 .
Per rimediare in parte a questa “disattenzione”, ci proponiamo qui
di svolgere alcune considerazioni centrate sul tema del ruolo e della
funzione della filosofia nell’economia generale del suo pensiero, cer-
cando di esaminarlo nel suo complesso e non solo per gli aspetti più
noti. Per cui se le riflessioni metafilosofiche di Schlick sono stretta-
mente collegate alla riflessione sulle teorie scientifiche e sul significato
complessivo della conoscenza, alla questione della verificabilità e al
problema dei protocolli, tuttavia esse non possono venir pienamente
comprese se viene accantonata la visione del significato della vita che
accompagnò tutta la riflessione del nostro filosofo. E per far ciò è ne-
cessario, innanzi tutto, precisare il ruolo che ebbe Schlick nella edifica-
zione del concetto di “filosofia scientifica”, e fare emergere quelle pe-
culiarità che rappresentano, a nostro avviso, un elemento di disconti-
nuità con la posizione dominante propria di gran parte dei circolisti ed
un elemento di affinità con Wittgenstein, che va oltre quelli di solito ri-
conosciuti. A tale scopo è indispensabile prendere adeguatamente in
considerazione anche la filosofia del primo Schlick, quella anteriore al
suo incontro con Wittgenstein.

3. La pervasività della filosofia: Schlick prima di Wittgenstein

Sono ben note le posizioni assunte dal Circolo di Vienna nei con-
fronti della filosofia e della metafisica, del resto testimoniate a chiare
lettere proprio nel “Manifesto” del Circolo dove, sulla base della bi-
partizione delle proposizioni in analitiche e sintetiche (o empiriche) e
del rifiuto del sintetico a priori29 , si rigettano gli asserti profferiti dal

28
A. Quinton, “Schlick before Wittgenstein”, in Synthese, 64 (1985), p. 389.
29
La questione della valutazione del sintetico a priori nel Circolo di Vienna e quindi
del giudizio che si dà dell’opera di Kant è una delle più dibattute; su di essa rinvio a quanto
scritto da Paolo Parrini, col quale ci troviamo in gran parte d’accordo (cfr. ad es. P. Par-
rini, Empirismo logico e convenzionalismo. Saggio di storia della filosofia della
scienza, Angeli, Milano 1983; Id., “Empirismo logico, kantismo, convenzionalismo”,
in Atti del Congresso Logica e filosofia della scienza, oggi, San Gimignano 7-11 dicem-
bre 1983, CLUEB, Bologna 1986).

151
metafisico in quanto non rientranti in nessuna di queste categorie30 . Era
la “moderna logica simbolica” lo strumento per far piazza pulita delle
nebbie della metafisica e realizzare il programma di una filosofia scien-
tificamente orientata. Gran parte della filosofia scientifica d’inizio se-
colo ha una fiducia profonda e ottimistica sul suo valore taumaturgico,
che si evidenzia in modo particolare nella scuola polacca di Leopoli-
Varsavia ed appunto nel Circolo di Vienna, per continuare ad estendersi
e radicarsi anche nel secondo dopoguerra. Afferma Carnap: «È con la
moderna logica simbolica (logistica) che si riesce per la prima volta a
conseguire il necessario rigore delle definizioni e degli asserti, nonché a
formalizzare il processo inferenziale intuitivo proprio del pensiero co-
mune, traducendolo in una forma controllata automaticamente mediante
il meccanismo dei simboli […]. Coll’aiuto dei metodi rigorosi della
nuova logica possiamo sottoporre la scienza ad un completo processo
di decontaminazione»31 , essendo ovviamente la causa dell’infestazione
attribuita alla metafisica. E per conto suo Schlick sentenzia: «La filoso-
fia è malata, la sua unica cura è la logica»32 .
Ne seguono il compito ed il posto della filosofia: non stabilire pro-
prie “proposizioni”, ma limitarsi ad “elucidare” le proposizioni della
scienza empirica. Pertanto, «non si dà alcuna filosofia quale scienza
basilare o universale, accanto o sopra i vari rami della scienza empi-
rica; non si dà via di sorta per attingere cognizioni concrete oltre all’e-
sperienza»33 . Le uniche indagini “fondazionali” o filosofiche sono per
la concezione scientifica del mondo quelle che mirano al «chiarimento
logico dei concetti, delle proposizioni e dei metodi scientifici»34 , contri-
buendo alla rimozione dei pregiudizi tradizionali.
Eppure sappiamo che in effetti Schlick ebbe qualche riserva su tale

30
Karl Menger nei suoi ricordi ben caratterizza l’atteggiamento di fondo dei cir-
colisti verso la filosofia e la metafisica: «Nulla era per loro più odioso della espressione
confusa di presunte verità. Alcune espressioni, per quanto si potesse essere disposti a
credere nella sincerità di colui che le proponeva, erano per loro il sintomo della sua con-
fusione e della sua incapacità di esposizione. La profondità metafisica suscitava in loro
una forte ed istintiva diffidenza ancor prima che l’analisi logica rivelasse che non la pro-
fondità caratterizza tali speculazioni, ma solo la vuotezza di contenuto cognitivo» (op.
cit., p. 79).
31
Carnap, “La vecchia e la nuova logica” (1930), in La filosofia della scienza, a cura
di A. Crescini, La Scuola, Brescia 1964, p. 26.
32
Schlick, Aforismi, cit., p. 200.
33
H. Hahn, O, Neurath, R, Carnap, op. cit., p. 96.
34
Ib., p. 97.

152
“Manifesto”, ritenuto troppo semplicistico e propagandistico35 . E di
sicuro un elemento di dissenso doveva riguardare le troppo sbrigative
affermazioni sulla filosofia, che riflettevano il pensiero di Neurath, tra
tutti i circolisti di certo il più scientista ed antifilosofico, e che poi sa-
ranno ulteriormente argomentate con vigore anche da Carnap a partire
dal 1930 quando, abbandonate le posizioni sostenute nell’Aufbau – di
più chiara ispirazione russelliana – entra nella sua fase sintattica, nella
quale la filosofia viene ridotta a mera sintassi logica della scienza36 .
Ma per capire adeguatamente la posizione di Schlick al riguardo
dobbiamo esaminare la concezione della filosofia che egli ebbe ante-
riormente al 1922, anno dal quale si può datare l’influenza di Wittgen-
stein sul suo pensiero, che, dopo il loro primo incontro nel 1927, si ap-
profondì negli anni successivi sia nel corso delle riunioni con gli altri
membri del Circolo, sia grazie ai contatti personali ed epistolari tenuti
sino alla morte di Schlick37 . Ed è proprio in merito alla concezione
della filosofia ed al principio di verificazione che l’influenza del pensie-
ro di Wittgenstein fu particolarmente significativa, mentre in altri campi
essa è stata certamente minore. Appunto in tale settore si avverte la
maggiore discontinuità con le opere anteriori al 1922,38 tra le quali ha

35
Cfr. F. Stadler, “Otto Neurath – Moritz Schlick: On the Philosophical and Political
Antagonisms in the Vienna Circle”, in Rediscovering the Forgotten Vienna Circle, cit.,
p. 160. Schlick non fu soddisfatto in particolare del tono “battagliero” del “Manifesto”,
che presentava il Circolo come un movimento avente come fine non solo l’affermazione
della concezione scientifica del mondo, ma anche – come era sottinteso dai membri più
impegnati politicamente, ed in primis Neurath – di una nuova società su basi socialiste.
La sua concezione individualistica del pensiero filosofico (che si rifletterà, come ve-
dremo, anche nelle tesi sostenute) nonché il suo liberalismo lo rendevano estraneo al
sanguigno impegno sociale di Neurath. Vedi in merito la testimonianza di H. Feigl, In-
quiries and Provocations. Selected Writings 1929-1974, Reidel, Dordrecht 1981, pp. 70-
1, nonché l’importante articolo di M.W. Wartofsky, “Positivism and Politics. The Vien-
na Circle as a Social Movement”, in R. Haller (hrsg.), Schlick und Neurath – ein Sympo-
sion, Rodopi, Amsterdam 1982.
36
Cfr. R. Carnap, “Il superamento della metafisica mediante l’analisi logica del lin-
guaggio” (1932), in A. Pasquinelli, (a cura di), Il Neoempirismo, UTET, Torino 1969, p.
527; Id., Sintassi logica del linguaggio (1934), Silva, Milano 1966, p. 32.
37
Sui rapporti con Wittgenstein cfr. B. McGuinness, “Presentazione” a Ludwig
Wittgenstein e il Circolo di Vienna. Colloqui annotati da Friedrich Waismann, La Nuova
Italia, Firenze 1975, p. 2; R. Monk, Ludwig Wittgenstein. The Duty of Genius, Vintage,
London 1991, pp. 241-4.
38
Cfr. A. Quinton, op. cit., p. 391. Tuttavia il saggio di Quinton non dedica che po-
che righe a tale argomento, concentrandosi tutto in un’esposizione della sola Allgeme-
ine Erkenntnislehre, senza prendere minimamente in considerazioni le opere precedenti e
coeve.

153
un ruolo centrale la sua Allgemeine Erkenntnislehre, che costituisce una
sintesi in cui confluiscono tutte le riflessioni contenute nelle opere pre-
cedenti39 .
Dall’analisi di queste opere si evince chiaramente l’alta considera-
zione che Schlick ha della filosofia: essa – ben lungi dallo scomparire o
dall’esser ridotta ad un mero ruolo ancillare verso la scienza – ha una
funzione molto importante, sia in quanto capace con le proprie forze di
pervenire a conoscenze e visioni del mondo cui la scienza non giunge,
sia nel ruolo di chiarificazione e corroborazione dei fondamenti di
quest’ultima, oltre che di completamento delle sue conoscenze. Sempre
costante, quasi un leitmotiv, la stretta connessione stabilita tra riflessio-
ne scientifica e riflessione filosofica.
È, infatti, ormai fuori luogo – sostiene Schlick – la diffidenza da par-
te dei sostenitori delle scienze naturali verso la filosofia, in quanto le
«strutture arroganti del pensiero idealista» di Fichte, Schelling ed He-
gel, che avevano edificato una filosofia della natura priva di ogni atten-
dibilità, sono ormai cadute in frantumi; e del resto, come aveva già so-
stenuto Aristotele, il dubitare della filosofia è già fare filosofia, per cui
questa si rivela intrinseca al modo di pensare di quegli scienziati che
vorrebbero teorizzarne l’inutilità, e il suo rigetto è motivato solo dal non
averne bene inteso la funzione40 . Ma ormai gli scienziati si sono resi
conto che, nel risolvere i loro problemi, si inoltrano sul terreno episte-
mologico e quindi filosofico; e i filosofi, a loro volta, hanno via via ri-
conosciuto l’infruttuosità della pura speculazione, cioè di un pensiero
che non si basi sui metodi e sulle scoperte della scienza positiva. Così,
scienza e filosofia «si sono strette le mani in un accordo amichevole per
lavorare insieme nella costruzione della grande strada per la verità che
corre attraverso i territori di entrambi»41 . Il periodo del divorzio è ormai
39
Useremo le seguenti abbreviazioni: AE = Allgemeine Erkenntnislehre (1918,
19252), trad. it. a cura di E. Palombi, Teoria generale della conoscenza, Angeli, Milano
1986; PP1 = M. Schlick, Philosophical Papers, vol. I (1909-1922), ed. by H.L. Mulder,
B. F.B. van de Velde-Schlick, Reidel, Dordrecht 1979; PP2 = M. Schlick, Philoso-
phical Papers, vol. II (1925-1936), ed. by H.L. Mulde, B. F.B. van de Velde-Schlick,
Reidel, Dordrecht 1979; FC = Form and Content. An Introduction to Philosophical
Thinking, Three lectures, London 1932, ora in PP2, pp. 285-369; PRO = The Problems
of Philosophy in Their Interconnections. Winter Semester Lectures, 1933-34, ed. b y
H.L. Mulder, A.J. Kox, R. Hegselmann, Reidel, Dordrecht 1987. I singoli saggi sa-
ranno indicati con i titoli originali (per lo più in tedesco, ma numerosi anche in inglese).
40
Schlick, “Die Aufgabe der Philosophie in der Gegenwart” (1911), in PP1, pp. 104-
5.
41
Schlick, “Gibt es intuitive Erkenntnis?” (1913), in PP1, pp. 141.

154
passato, in quanto «la ricerca scientifica è di nuovo divenuta filosofica e
la filosofia si è ritrovata sulla terra firma della scienza esatta»42 . Tale
ottimistica fiducia nella “nuova alleanza” tra scienza e filosofia viene
alimentata, innanzi tutto, dalla riflessione sulla teoria della relatività,
nella quale sono andate di pari passo analisi epistemologiche e applica-
zioni sperimentali43 , al punto che spesso filosofia e fisica non possono
esser rigorosamente separate l’una dall’altra44 . Sicché Schlick può af-
fermare che in generale tutte le scienze, se sono veramente tali, hanno in
comune lo spirito filosofico, la ricerca della conoscenza per se stessa: la
filosofia è il legame che tutte le unisce45 .
Ma questa edenica collaborazione, in cui scienziati e filosofi proce-
dono di pari passo, con pari dignità e reciproca indispensabilità, per la
costruzione della conoscenza e il raggiungimento della verità, deve esse-
re comunque difesa dalle minacce che potrebbero incrinarla. È quanto
fa Schlick nel criticare coloro che parlano di “bancarotta della scien-
za”, di “collasso del razionalismo”, e che subiscono il fascino degli
scritti di Eucken, Bergson, William James e Keyserling, nei quali v’è il
chiaro ripudio del concetto di conoscenza come viene praticato dal-
le scienze esatte e la ricerca di un territorio che non sia turbato dalla
conoscenza matematica della natura. Questo territorio sarebbe il campo
dell’intuizione: «Non è comparando, misurando e calcolando, dicono,
che otteniamo le nostre finali intuizioni [insights], ma con l’esperienza
più immediata, col vivere e il guardare»46 . È questa, ad es., la tesi di
Bergson, per il quale l’intuizione è il metodo della filosofia e della me-
tafisica. Ma ciò vale anche per Husserl, che fa dell’intuizione il meto-
do specifico della filosofia, che in tal modo dovrebbe divenire una
“scienza rigorosa”47 .
È in merito alla possibilità di una “conoscenza intuitiva” che
42
Id., “Die Relativitätstheorie in der Philosophie” (1922), in PP1, p. 353.
43
Cfr. Schlick, Raum und Zeit in der gegenwärtigen Physik (1917, 1922 2), in PP1,
p. 210.
44
Cfr. Schlick, “Die Relativitätstheorie…”, cit., p. 343.
45
Ib., pp. 352-3.
46
Schlick, “Gibt es …”, cit., p. 142.
47
Cfr. ib., p. 143. Sulla critica di Schlick a Husserl e alla possibilità di esistenza di
un a priori materiale vedi J. Benoist, L’a priori conceptuel. Bolzano, Husserl, Schlick,
Vrin, Paris 1999, specie il cap. I, dove viene preso in esame specificatamente l’articolo
di Schlick citato. In generale sulla critica di Schlick del sintetico a priori, del resto
comune a tutto il neopositivismo, cfr. J. Bouveresse, “Moritz Schlick et le problème des
propositions synthétiques a priori”, in Le formalisme en question. Le tournant des an-
nées 30, éd. F. Nef et D. Vernant, Vrin, Paris 1998.

155
Schlick sviluppa le sue considerazioni più note, poi confluite nell’opera
maggiore e quindi rimaste come un dato di fatto acquisito nella succes-
siva riflessione filosofica, influenzando anche i colleghi del Circolo di
Vienna, che si riconosceranno in questo rigetto dell’intuitivo a favore
del discorsivo come solo luogo nel quale può consistere e risiedere la
conoscenza48 . Parlare di “conoscenza intuitiva” è, per Schlick, proffe-
rire un vero e proprio ossimoro. In cosa consiste infatti il “conosce-
re”? Per rispondere a tale domanda viene esaminata innanzi tutto la co-
noscenza nella vita ordinaria; già da questa si evince come essa si ca-
ratterizzi per il comparare, il confrontare un nuovo oggetto con uno vec-
chio, riscoprendo quest’ultimo nel primo e quindi assegnandogli il giu-
sto nome49 . Ma anche nella scienza vale lo stesso meccanismo del ri-
conoscere e del ri-trovare, benché in questo caso l’oggetto e lo scopo
del conoscere siano più elevati rispetto a quelli della vita quotidiana: ora
si ritrova non l’eguaglianza di due vissuti, ma di una legge, cioè di qual-
cosa che non può mai essere percepito direttamente. Nel conoscere
della scienza «ha luogo un ri-trovamento dell’uguale»; «ovunque il
processo conoscitivo si rivela, nella sostanza, come un ri-trovare»; «co-
noscere, nella scienza come nella vita quotidiana, significa ri-trovare una
cosa nell’altra» (AE, p. 29).
Ne scaturisce la differenza fondamentale tra il (co)noscere (cioè il
kennen, ovvero l’aver noto, aver esperienza, che potrebbe essere para-
gonato con l’acquaintance di Russell50) e il conoscere (cioè l’er-
kennen, il riconoscere). Il primo è il contatto immediato (Bekannt-
schaft) col dato, che in tal modo viene “intuito”; ma questa intuizione
non è ancora conoscenza, la quale presuppone il confrontare ed il rico-
noscere e quindi esige la formazione di concetti e relazioni. «Intuizione
e conoscenza concettuale non tendono affatto verso la stessa meta ma
vanno anzi in due direzione opposte. Nel conoscere ci sono sempre due
termini: qualcosa che viene conosciuto e il come che cosa esso viene
conosciuto. Nell’intuizione invece noi non mettiamo in relazione fra lo-
ro due oggetti; è un solo oggetto che abbiamo di fronte, quello appunto
che viene intuito. Si tratta quindi di un processo essenzialmente diverso;

48
Vedi ad es. quanto afferma Carnap, La costruzione logica del mondo (1928), Fabbri, Mi-
lano 1966, §§ 180-2.
49
Cfr. Schlick, “Gibt es …”, cit., p. 144, e AE, pp. 24-7.
50
Con la differenza che per Schlick sarebbe impossibile parlare di “conoscenza per
acquaintance”, come invece fa Russell; tra conoscenza ed acquaintance v’è un rapporto di
reciproca esclusione: o conoscenza, o acquaintance.

156
l’intuizione non ha alcuna somiglianza con la conoscenza. […] Finché
un oggetto non è confrontato con nulla, finché non è inserito in qualche
modo in un sistema concettuale, fino a quel momento esso non è cono-
sciuto. Nell’intuizione gli oggetti vengono solo dati, non compresi.
L’intuizione è mero esperire; il conoscere però è qualcosa di intera-
mente altro, è qualcosa di più. Una conoscenza intuitiva è una contra-
dictio in adjecto. Se anche vi fosse una intuizione mediante la quale
potessimo immettere noi nelle cose o le cose in noi essa non sarebbe
comunque conoscenza. […] Mediante l’esperire, mediante il percepire
o l’intuire, noi non comprendiamo né spieghiamo alcunché. Attraver-
so di essi noi otteniamo, sì, un sapere intorno alle cose, ma mai
un’intelligenza delle cose. Ed è solo quest’ultima che noi vogliamo
quando vogliamo conoscenza, in qualsiasi scienza come anche in ogni
filosofia» (AE, p. 103). In tale mancata distinzione tra kennen ed erken-
nen risiede l’errore di tutti i filosofi dell’intuizione, del contatto intrin-
seco con l’oggetto, dell’identificazione “mistica” tra soggetto ed og-
getto: «È scoperto così il grosso sbaglio che commettono i filosofi
dell’intuizione: quello di confondere il (co)noscere [kennen] con il co-
noscere [erkennen]. Noi impariamo a (co)noscere tutte le cose per
mezzo dell’intuizione, perché tutto ciò che del mondo ci è dato ci è dato
nell’intuizione. Ma le cose le conosciamo solo attraverso il pensiero,
perché quell’ordinare e coordinare che sono necessari per acquisire co-
noscenza costituiscono appunto ciò che si designa come pensiero. Gli
oggetti la scienza non ce li rende noti; essa ci insegna solo a compren-
dere, ad intendere, gli oggetti che ci sono noti, e questo vuol dire ap-
punto conoscere. (Co)noscere e conoscere sono concetti così fonda-
mentalmente diversi che anche il linguaggio corrente ha per essi due di-
verse parole; e tuttavia essi vengono irrimediabilmente confusi fra loro
dalla maggior parte dei filosofi, con poche lodevoli eccezioni»51 .
Sgombrato il campo da ogni possibile tentazione irrazionalista, dob-
biamo ora domandarci in che modo – al di là delle affermazioni di ge-
nerica collaborazione – debba essere intesa questa stretta connessione
tra scienza e filosofia; in che senso, cioè, la filosofia costituisca il “le-
game” che unisce tutte le scienze e quale sia l’esatto significato
51
AE, p. 104. Cfr. su tale tema anche “Naturphilosophie” (1925), in PP2, pp. 5-6;
“Gibt es…”, cit., pp. 146-7; “Was ist Erkenntnis?” (1911/12), in PP1, pp. 119-140. A
parte questioni di dettaglio, questo modo di intendere la conoscenza in AE resta costante
lungo tutta la sua riflessione e costituisce l’elemento di continuità più rilevante tra le due
fasi del suo pensiero. Cfr. ad es., la seconda e terza lezione di FC.

157
dell’essere queste “intrinsecamente” filosofiche. Vediamo innanzi
tutto di chiarire l’ubi consistam della filosofia, quale sia il luogo in cui
essa trova propriamente il suo centro.
In merito sembra che le concezioni di Schlick abbiano subito in
questa prima fase della sua riflessione una certa evoluzione, i cui punti
di accumulazione più significativi sono, da un lato, la lezione inaugurale
“Die Aufgabe der Philosophie in der Gegenwart”, tenuta a Rostock
nel 1911 e mai pubblicata52 , dall’altro la Allgemeine Erkenntnislehre,
che chiude il periodo. Una evoluzione che è sintomaticamente segnata
da una frase che, nel passaggio da un’opera all’altra, cambia lievemente
la sua forma, con ciò evidenziando lo spostamento concettuale nel con-
tempo avvenuto. Leggiamo infatti nel saggio del 1911: «Come già è e-
vidente da queste indicazioni, la filosofia in nessun senso è una delle
scienze speciali. Essa non sta collocata accanto a queste, ma è in un
certo senso al di sopra di esse, come se le abbracciasse. Nel dire così
ovviamente non stiamo stendendo una tavola di precedenza o un ordine
di merito, ma semplicemente stabilendo una relazione. L’argomento
della filosofia è il mondo intero, non un suo frammento, o si potrebbe
anche dire che essa non ha affatto argomento. Un breve sguardo all’e-
voluzione di questa relazione mostra, tuttavia, che la filosofia non sta in
una relazione meramente esterna con le scienze, ma forma piuttosto un
tutto organico con esse, il cui completamento ancora sta nelle mani della
filosofia stessa»53 . Nella prefazione del 1918 alla Allgemeine Erken-
ntnislehre leggiamo invece: «Secondo la mia opinione […] la filosofia
non è una scienza autonoma da sistemare accanto o al di sopra delle
discipline individuali; l’elemento filosofico è insito invece in tutte le
scienze quale la loro vera anima, in virtù della quale soltanto esse sono
propriamente scienze. Ogni sapere particolare, ogni conoscere specifi-
co, presuppone principi più generali, cui conclusivamente fa capo e sen-
za i quali non sarebbe un conoscere. La filosofia non è altro che il si-
stema di tali principi che permea ramificandosi il sistema di tutte le co-
noscenze conferendogli con ciò stabilità; essa pertanto risiede in tutte le
scienze, ed io sono convinto che alla filosofia non si possa arrivare al-
trimenti che cercandola nella sua sede naturale» (AE, p. 11; corsivi no-
stri).
In quest’ultimo modo di vedere, che troviamo ribadito anche in sag-

52
Trad. ingl. in PP1, pp. 104-118.
53
Ib., p. 105. Corsivi nostri.

158
gi coevi alla redazione dell’opera principale54 , la filosofia non è un’at-
tività che sta al di sopra delle scienze particolari – avendo come suo
oggetto la totalità, il mondo, di contro alla visione frammentaria di que-
ste (come si affermava nel saggio del 1911) – ma è invece insita nelle
scienze, sta al loro interno, costituendone semmai il principio unificato-
re. Le implicazioni di queste due diverse prospettive sono evidenti se
seguiamo il filo del discorso di Schlick nel saggio del 1911 e in quelli
successivi, sino alla sua opera maggiore.
In “Die Aufgabe der Philosophie in der Gegenwart” si sostiene che
le scienze non possono privare la filosofia dei suoi compiti, ma solo
preparare il terreno per essa, in quanto sono per natura dirette solo al
parziale ed allo specifico. Oggetto della filosofia è la totalità e suo fine
ultimo è «il completamento armonico della vita mentale attraverso un
processo di perfezionamento intellettuale. Le scienze speciali servono a
perfezionare l’intelletto, ma la completezza, il definitivo perfeziona-
mento, sta al di là dei loro poteri, in quanto ciò implica un’armonia del
tutto. Le scienze creano conoscenza in particolari aree, mentre la filoso-
fia mira al completamento della conoscenza e per far ciò ne estende i ri-
sultati in modo da formare un quadro compiuto del mondo, inserendo
questo nel sistema dell’intera vita spirituale dell’uomo»55 . Una filoso-
fia, dunque, che non si limita a riflettere sulle scienze o a costituirne il
principio vitale, ma che si pone un compito ulteriore rispetto ad esse, da
queste non realizzabile in proprio; e che propone, come suo precipuo
scopo, una funzione più complessiva di integrazione della vita umana.
Schlick insiste su questa funzione e più volte si richiama alla necessità
di una «armonica realizzazione della vita umana, per quanto sia raggiun-
gibile con mezzi intellettuali»56 , di un «completamento spirituale, che è
lo scopo finale della filosofia»57 , e così via. La filosofia, infatti, unisce
laddove la scienza divide: «Ora, la più impressionante caratteristica della
pratica scientifica corrente è il suo alto grado di specializzazione […]
Per cui mentre le scienze speciali dividono tutte le aree e spezzano tutte
le questioni grandi e generali in piccole e particolari in modo che sia
possibile rispondervi più facilmente, l’impresa filosofica va proprio in

54
Cfr. Schlick, “Erscheinung und Wesen” (1917), in PP1, p. 272. Un passo analogo
anche in “Die philosophische Bedeutung des Relativitätsprinzips” (1915), in PP1, p .
153.
55
Schlick, “Die Aufgabe…”, cit., pp. 106-7.
56
Ib., p. 107.
57
Ib., p. 114.

159
direzione opposta, verso il generale e il comprensivo, mirando a unifica-
re il particolare ed andando in cerca di punti di vista dai quali tutte le di-
visioni e i confini sembrano scomparire»58 . Siamo, dunque, ben lontani
dal concepire la filosofia come analisi logica nel senso minimalista pro-
posto da Russell, cioè come imitazione del metodo seguito dalle altre
scienze, consistente appunto nel frammentare le questioni per tentare di
risolverle una alla volta, in base al motto divide et impera e in polemica
col metodo olistico proprio dell’idealismo59 .
Ciò diventa ancor più chiaro quando Schlick precisa le due direzioni
in cui può essere svolta questa funzione unificatrice della filosofia: ver-
so il basso e verso l’alto. La prima consiste, in sostanza, nel tentativo di
mettere al sicuro le fondamenta sulle quali poggiano le scienze speciali.
Infatti, «ogni scienza procede da certi fatti primari e da presupposizioni
che le servono da base, e il controllo di queste presupposizioni, l’inda-
gine delle relazioni in cui stanno tra loro nelle varie scienze, il forgiarle
in una singola e solida fondazione, in breve, la costruzione della base, è
sempre compito della filosofia, e la scienza filosofica che si occupa di
ciò è la teoria della conoscenza»60 . Un compito che viene visto con ot-
timismo, considerato che negli ultimi anni si sono avuti notevoli pro-
gressi in questa direzione, escludendo punti di vista estremi come
l’empirismo radicale ed il razionalismo radicale; sempre più i problemi
vengono esaminati con rigore e precisione, con logica rigorosa, come ad
esempio accade con le ricerche nel campo della fondazione logica della
matematica61 . Siamo, dunque, in presenza qui di una accezione tipica-
mente fondazionalista della filosofia, intesa come teoria della conoscen-
za in pieno stile cartesiano, secondo quel progetto che fa dell’epistemo-
logia una prima philosophia62 . È questa l’epistemologia criticata negli
58
Ib., p. 107.
59
Cfr. B. Russell, “Sul metodo scientifico in filosofia” (1914), in Misticismo e
logica, (1917), Newton Compton, Roma 1970, pp. 112-3; Id., La filosofia dell’atomi-
smo logico (1918), in Logica e conoscenza. Saggi 1911-1950, Longanesi, Milano
1961, pp. 105-6, 121, 229-30; Id., Teoria della conoscenza (1913), Newton Compton,
Roma 1996, pp. 203-14. Su tale concezione della filosofia in Russell cfr. J.G. Slater,
“Russell’s Conception of Philosophy” (1988), in Bertrand Russell. Critical Assess-
ments, ed. by A.D. Irvine, vol. III: Language, Knowledge and the World, Routledge,
London and New York 1999, pp. 13-4.
60
Schlick, op. cit., p. 108.
61
Cfr. ib., p. 109.
62
Michael Friedman nella sua (giusta) battaglia contro la tesi del carattere fondazio-
nalista del neopositivismo menziona Schlick come esempio di posizione antifonda-
zionalista (Reconsidering Logical Positivism, Cambridge Univ. Press, Cambridge 1999,

160
ultimi decenni da Richard Rorty, che nella sua condanna accomuna tutti
gli esponenti del Circolo di Vienna63 .
La funzione unificatrice verso l’alto consiste in ciò che di solito vie-
ne chiamato «compito metafisico». Esso mira a dare forma e a coor-
dinare i risultati delle scienze particolari in modo da produrre una vi-
sione armoniosa del mondo: «la metafisica è la teoria delle visioni del
mondo»64 . Certo, Schlick si rende conto di quante critiche tale conce-
zione abbia ricevuto in tempi recenti e di come essa sia caduta in di-
scredito. Ma ribatte che la metafisica, così come da lui è concepita, si
caratterizza per il fatto di non impiegare più «metodi speculativi», diffe-
renziandosi per tale aspetto dal resto delle scienze. Essa parte dall’espe-
rienza e va oltre essa, allo stesso modo di come fanno le scienze esatte,
che devono andare oltre se stesse, prendendo così posizione su que-
stioni concernenti la visione del mondo. Per cui le estrapolazioni oltre
l’esperienza immediata non sono solo ammissibili, ma richieste dallo
stesso metodo scientifico; «alla metafisica si richiede solo di procedere
con cautela un po’ oltre, lungo le strade già aperte, e pertanto colmare i
vuoti, fornire le connessioni mancanti e arrecare al quadro del mondo
quel carattere complessivo ed unitario necessario a completarlo»65 . La
metafisica, dunque, inizia là dove finiscono le scienze, si basa sui loro
risultati, ma spinge oltre il suo sguardo, aggiungendovi quanto necessa-
rio per pervenire ad un quadro del mondo armonioso e complessivo.
Un lavoro effettuato sempre in stretta connessione con le scienze, ma
che non si limita a pensare la filosofia in esse implicita o a coordinarne
i principi di fondo, e piuttosto va oltre, in quanto completa le conoscen-
ze fornite dalle singole scienze in modo da pervenire ad un quadro uni-
tario. Sono pertanto in errore, per Schlick, quei filosofi e scienziati che
cercano di giungere ad una metafisica unitaria sulla base della conside-
razione dei risultati di una sola scienza, come fanno ad es. Haeckel,

pp. 3-4). Ciò ci sembra vero, però, a partire da un certo momento ed esattamente da
quando Schlick inizia a studiare la teoria della relatività di Einstein; non a caso Friedman
cita a proprio sostegno appunto il primo articolo di Schlick su tale tema, “Die philoso-
phische Bedeutung des Relativitätsprinzips” del 1915, cit. Tale non fondazionalismo
sarà evidente, come vedremo, anche nelle posizioni da Schlick assunte nella polemica
sui protocolli con Neurath e Carnap.
63
Il luogo classico di tale critica al fondazionalismo è R. Rorty, La filosofia e l o
specchio della natura (1979), Bompiani, Milano 1986. Sulla inesattezza di tale attribu-
zione vedi in questo volume “Il ritorno del descrittivismo…”.
64
Schlick, op. cit., p. 110.
65
Ibidem.

161
Spencer, Ostwald o Eucken. Dà invece un giudizio positivo di Wundt,
anche se ritiene che manca ancora un ultimo passo in profondità66 .
Allargando ulteriormente la prospettiva, Schlick ritiene che la filoso-
fia debba realizzare il compito assegnatole non solo a partire dalle
scienze, ma anche tenendo conto dei fattori emotivi e del “regno dei
valori”: insomma, dell’intera cultura. Per cui la filosofia, come nell’età
classica, non è esclusivamente scienza, ma qualcosa di più: essa sta in
stretta relazione con la vita e costituisce in molti punti il legame tra essa
e la scienza67 .
Così, traendo spunto da un’affermazione di Dilthey su Nietzsche e
il socialismo, Schlick affronta il problema del compito della filosofia
verso il mondo dei valori e verso la tradizione culturale, concludendo:
«La riflessione sugli scopi finali, la considerazione della vera interrela-
zione di mezzi, fini e valori, che nella cultura contemporanea sono così
variamente intrecciati – questo è un bisogno reale della nostra età, uno
di quelli dei quali la gente, sfortunatamente, non è neanche consapevole;
esso è un compito genuinamente filosofico»68 . La conclusione è ottimi-
stica e conciliatrice, abbracciando tutte le scienze in un compito unitario
e concorde: «Ma non dovrebbe esser dimenticato che, a dispetto di tut-
to, l’indiretto effetto culturale dell’interesse filosofico per le grandi
questioni della vita può essere enorme. E così è attualmente. Infatti un
innalzamento dal luogo comune alle altezze della filosofia porta ad una
trasparenza dell’atmosfera spirituale, ad una libertà di visione che arreca
benefici a tutte le imprese culturali e (non ultimo) lascia la via aperta ad
un completamento estetico e morale dell’uomo. La scienza, la moralità,
l’arte, il vero, il bene e il bello sono in tal modo nel più alto grado me-
diatamente dipendenti per il loro sviluppo dalla filosofia». E ancora una
volta il filosofo insiste sulla necessità di una visione unitaria del mondo
e di un completamento della vita spirituale dell’uomo, e conclude il suo
saggio con le seguenti parole: «Oggi più che mai, grazie alla sua cultura
sempre cangiante e varia, l’umanità ha bisogno di una superiore e unita-
ria visione del mondo, di una ferma e lucida concezione della vita; nella
misura in cui la filosofia fornisce ciò, essa porta più vicino alla realizza-
zione il suo ultimo e più alto compito – dare il suo particolare contri-

66
Cfr. ib., pp. 111-3.
67
Cfr. ib., p. 113.
68
Ib., p. 117.

162
buto per il completamento armonioso dello spirito umano»69 .
È questa una prospettiva che si colloca agevolmente in tutta una cor-
rente di pensiero coeva a Schlick, ma che ha anche significative espres-
sioni in età a noi più prossime. Oltre a costituire una tendenza specifica
della cultura filosofica tedesca di fine ottocento e di inizio novecento –
avente come obiettivo l’edificazione di una metafisica basata sui risultati
delle scienze ma al tempo stesso capace di quel punto di vista della to-
talità che a queste manca –, essa è una modalità specifica della filosofia
scientifica polacca, specie nella riflessione di Tadeusz Czežowski70 e in
quella del grande logico Jan Łukasiewicz, oltre che dei filosofi Jan
Drewnowski e Zygmunt Zawirski71 . In questo tipo di approccio può
esser individuato il modo in cui la filosofia scientifica venne a porsi al
suo inizio, specie nella figura di quei filosofi-scienziati che alla fine
dell’ottocento traevano dalle loro ricerche specialistiche stimoli e moti-
vazioni per riproporre su base nuova la riflessione filosofica e la stessa
possibilità di una rinnovata metafisica. Non è un caso che Schlick men-
zioni scienziati come Haeckel, Ostwald, Eucken, Wundt, criticandone
non le intenzioni, ma il modo imperfetto con cui hanno cercato di rea-
lizzare il proprio obiettivo di rendere scientifica la filosofia; la direzione
è però quella giusta. La medesima imboccata da Schlick, che vuole
portarla avanti, semmai, con maggior rigore e coerenza, in una connes-
sione ancora più intima tra riflessione filosofica ed elaborazione scienti-
fica. Un progetto di “filosofia scientifica” che ancora oggi viene fatto
proprio da un nutrito gruppo di pensatori, tra i quali citiamo ad esempio
Mario Bunge72 e, in Italia, Evandro Agazzi73 e Paolo Parrini74 .

69
Ib., p. 118.
70
Cfr. F. Coniglione, “Logica, scienza e filosofia in Tadeusz Czežowski”, in Axio-
mathes - 10 Years, ed. by Roberto Poli, vol. VIII, nrs. 1-3 (1997), pp. 191-250.
71
Cfr. B. Smith, “Kasimir Twardowski: an Essay on the Borderlines”, in K. Sza-
niawski (ed.), The Vienna Circle and Lvov-Warsaw School, Kluwer, Dordrecht 1989. At-
tualmente in Polonia l’indirizzo della filosofia scientifica trova i suoi più decisi rappre-
sentanti in Jerzy Perzanowski e Andrzej Pietruszczak, particolarmente portati verso
l’ontologia formale; si veda l’editoriale contenuto nel primo numero di Logic and Logi-
cal Philosophy (Toruƒ 1993), pp. 3-4, rivista da loro diretta.
72
Cfr. in particolare il suo Treatise on Basic Philosophy, Reidel, Dordrecht 1974-
1989 (vari voll.), specialmente il vol. 3, Ontology I: The Furniture of the World, Reidel,
Dordrecht 1977, dove fornisce delle vere e proprie «regulae philosophandi more geomet-
rico et scientifico» (p. 8). Bunge si definisce più recentemente «a crusader of exact phi-
losophy» (Instant Autobiography, in P. Weingartner, G.J.W. Dorn, eds., Studies o n
Mario Bunge’s Treatise, Rodopi, Amsterdam / Atlanta 1990, p. 680). A nostro avviso, i l
filosofo argentino potrebbe essere considerato come un vero e proprio continuatore del

163
Ma questa rilevanza attribuita alla filosofia viene da Schlick pian
piano ridimensionata. Già nel 1916 – in “Idealität des Raumes, Introje-
ktion und psychophysisches Problem”75 – la menzionata “doppia
strada” della riflessione filosofica, verso il basso e verso l’alto, viene
motivata con lo sforzo di superare le contraddizioni che scaturiscono
dal tentativo di pensare sino in fondo le nostre concezioni prefilosofi-
che del mondo (come ad es. la relazione corpo/spirito). Per cui, da un
lato, cerchiamo di stabilire una completa armonia tra i concetti già im-
pliciti nella vita e nelle scienze, componendoli in un sistema senza errori
e lacune, in modo da «collocare tutte le verità conosciute in un solido e-
dificio e da coronarlo in un quadro del mondo metafisico»76 : è questa
la via all’in sù77 ; d’altro canto – e questa è la via verso il basso – ci di-

programma elaborato da Schlick durante la prima fase del suo pensiero.


73
Cfr. E. Agazzi, Filosofia della natura, Piemme, Milano 1995, pp. 3-6, 40-51, 93-8
e passim.
74
Parrini parla di “filosofia positiva”, ma è chiara la connessione con la “filosofia
scientifica” del primo Schlick, pur con le cautele necessarie in un’età di “disincanto ana-
litico” (cfr. Conoscenza e realtà. Saggio di filosofia positiva, Laterza, Roma-Bari 1995).
Ovviamente l’elenco di chi coniuga la “filosofia scientifica” in una molteplicità di acce-
zioni è molto più lungo e include filosofi ed anche intere correnti di pensiero, che non
possiamo qui esaminare.
75
Trad. ingl. in PP1, pp. 190-206.
76
Ib., p. 190.
77
Tale compito può esser esemplificato anche dal contributo filosofico fornito dalla
teoria della relatività. In questa v’è una grande differenza tra tempo e spazio in senso og-
gettivo, così come vengono studiati dal fisico, e il tempo e lo spazio come esperienza
psicologica soggettiva; il fisico ovviamente non si interessa di questo secondo aspetto.
Ecco allora che interviene la filosofia: «But when we wish to form a clear picture of the
ultimate epistemological foundations of natural science, it becomes necessary to give an
adequate account of the relationship between these two points of view. This is the task of
the philosopher; for it is generally accepted that it is for philosophy to reveal the fun-
damental assumption of the separate sciences, and bring them into harmony with one
another» (Raum und Zeit…, cit., in PP1, p. 259). Quindi, suo compito è quello di gettare
un ponte tra le concezioni prescientifiche e i risultati della scienza: è questo «a burning
desire for philosophical enlightenment, that is, a reconciliation with the accustomed
view of things» (ib., p. 259). Si domanda quindi quale sia la genesi della concezione
fisica dello spazio a partire dai dati intuitivi e dagli spazi psicologici, ovvero l’origine
psicologica delle nozioni di spazio e tempo, e indaga sulle impressioni dei sensi, ecc.,
che vengono contrapposte allo spazio del fisico, i cui oggetti non sono affatto “dati dei
sensi”, per cui non è possibile attribuire agli oggetti fisici lo spazio intuitivo a cui
siamo abituati. Simili argomentazioni valgono anche per il tempo. Ciò allo scopo di
render ragione degli apparenti paradossi della teoria della relatività. Su ciò cfr. anche AE,
pp. 274-319. Queste pagine sono commentate ottimamente da M. Friedman (op. cit., pp.
34-43), che ne fa vedere la stretta connessione con quanto elaborato da Einstein nella sua
teoria della relatività generale.

164
rigiamo alle fonti da cui si originano i concetti della scienza, in modo da
penetrare direttamente l’origine di queste contraddizioni, così fornendo
fondamento epistemologico a tale quadro del mondo. Ma – avverte
Schlick – la via all’in su è più pericolosa e più difficile dell’altra, in
quanto «passa vicina agli abissi della metafisica»78 .
È già questa una visione più riduttiva di quella precedentemente e-
sposta, in quanto non solo viene messo da parte il progetto di una meta-
fisica in grado di abbracciare oltre alle scienze della natura anche quelle
della cultura, ma il compito della filosofia è ridotto ad una mera sinto-
nizzazione tra idee prefilosofiche e concetti scientifici; e il quadro del
mondo che ne risulta non è niente più che l’armonizzazione di tutte le
verità della scienza con quelle del senso comune, senza aggiungere
nulla alle conoscenze forniteci dalle scienze speciali, ed in particolare
senza pervenire a quel “punto di vista della totalità”, prima ritenuto suo
compito fondamentale. Scompare, infine, anche l’aspirazione – da
Schlick ripresa dal pensiero classico – al perfezionamento spirituale.
Siamo così giunti vicini alla concezione della filosofia contenuta nel
brano prima citato dalla Allgemeine Erkenntnislehre. Come abbiamo vi-
sto, in esso si afferma che la filosofia deve essere cercata nella scienza.
In ciò consiste, per Schlick, uno degli insegnamenti ancora validi di
Kant: il solo metodo fruttuoso della filosofia teorica è l’indagine critica
dei principi ultimi delle scienze speciali, per cui ogni cambiamento in
essi mette la filosofia in moto. I principi delle scienze esatte hanno
quindi un’importanza filosofica primaria, per il semplice motivo che
solo in questi troviamo fondamenta così stabili e fermi da far sì che o-
gni loro cambiamento influisce sulla nostra visione del mondo79 . Onde
un’affermazione che Schlick ribadisce più volte: la filosofia sta dentro
la scienza; essa «permea ramificandosi il sistema di tutte le conoscenze
conferendogli con ciò stabilità; essa pertanto risiede in tutte le scienze»
(AE, p. 11). La filosofia «abita dunque nel profondo di tutte le scienze»,
anche se si manifesta più facilmente in quelle che hanno conquistato un
livello di maggior generalità, come quelle naturali, specie se esatte: «è
solo dalle loro profondità che il filosofo può trarre i tesori che cerca»
(AE, p. 12).
Il rapporto tra filosofia e scienza, dunque, si stringe ulteriormente,
ma a scapito della filosofia che, pur autonoma, non sta più al di sopra

78
Id., “Idealität des Raumes…”, cit., p. 192.
79
Cfr. Schlick, “Die philosophische Bedeutung…”, cit., in PP1, p. 153.

165
delle scienze. Ed è inevitabile, allora, andare a vedere quale sia il reci-
proco rapporto tra la filosofia e le teorie scientifiche, quale il significato
filosofico della scienza ed in che senso la filosofia venga influenzata da
essa.
Tale nesso assume innanzi tutto un significato metodologico. Esso
consiste nel fatto che, per sua natura, la teoria scientifica tende alla fi-
losofia, cercando in essa le sue basi ed il suo compimento. L’approccio
scientifico, infatti, se condotto sino ai suoi estremi limiti, perviene ad un
punto che non è più in grado di dominare con i propri mezzi; capisce
allora che «la decisione finale può essere ottenuta solo sulla base di un
principio filosofico. Esso deve riconoscere alla filosofia l’ultima parola,
e con ciò dischiude l’antichissimo e sempre presente nesso tra filosofia
e scienze, che nei tempi moderni è stato spesso occultato e dimentica-
to»80 . Infatti, ogni scienza ci fornisce una conoscenza particolare, fa-
cendoci comprendere quali sono le ragioni di un dato fenomeno; ma
quando ci si domanda quali siano le ragioni di tali ragioni, ossia le ve-
rità più generali dalle quali questa conoscenza potrebbe derivare, si arri-
va ad un punto in cui il singolo scienziato con la sua scienza individuale
non è ulteriormente in grado di procedere e deve attendere lumi da una
disciplina ancora più generale. La fisica, ad esempio, può giungere a
certi concetti generali (come tempo, spazio, causalità) ma con i suoi
metodi non può andare oltre e pertanto «deve rimettersi alla filosofia
per illuminazione e giustificazione»81 . È un sistema di scatole cinesi, in
cui ciascuna scienza rimanda a quella più generale, che la racchiude e la
fonda come più specifica. «[…] E il dominio ultimo, il più generale, in
cui tutti i processi di spiegazione sempre progredenti devono conclusi-
vamente affluire è quello della filosofia, della dottrina della conoscenza;
perché i concetti basilari ultimi delle scienze più generali […] ammetto-
no da ultimo solo una chiarificazione filosofica, gnoseologica» (AE, p.
22). Con la teoria della relatività, ad es., «la fisica è ascesa a sommità
prima visibili solo ai filosofi, il cui sguardo tuttavia non è stato sempre
libero dalle nebbie della metafisica»82 . È tipico di ogni grande mente
scientifica – come nel caso di Helmholtz – studiare ogni questione a
fondo, sino alla fine, e «la fine di ogni questione sta nella filosofia»83 .

80
Id., “Die Relativitätstheorie…”, cit., in PP1, p. 344.
81
Id., “Helmholtz als Erkenntnistheoretiker” (1922), in PP1, p. 335.
82
Id., Raum und Zeit…, cit., p. 210.
83
Id., “Helmholtz als Erkenntnistheoretiker”, cit., p. 335.

166
Ne segue che «lo scienziato veramente grande è sempre anche filosofo»
(AE, p. 12).
La migliore illustrazione di tale tipo di legame viene fornito, secondo
Schlick, dalla teoria della relatività di Einstein. Questi rigettò la spiega-
zione puramente fisica di Lorentz e Fitzgerald del risultato di Michel-
son e Morley (basata sull’idea della contrazione dei corpi) in base ad
un principio puramente epistemologico, «il principio che solo qualcosa
che è realmente osservabile dovrebbe essere introdotto come base per
la spiegazione in scienza»; e questo è un requisito filosofico, non una
proposizione sperimentale. Un postulato filosofico talmente importante
da far sì che tutti coloro che credono nella teoria di Einstein sono di
buon grado disposti ad accettare tutte le conseguenze che da essa scatu-
riscono, per quanto paradossali possano sembrare. «In nome di questo
postulato epistemologico senza esitazioni rigettiamo i nostri vecchi pre-
giudizi e le nostre abitudini concettuali. […] Lo facciamo, in effetti, una
volta che li abbiamo realmente percepiti come pregiudizi; ma li sacrifi-
chiamo per godere della soddisfazione cognitiva fornitaci dall’osser-
vanza di questo principio filosofico. La teoria speciale della relatività, in
effetti, differisce inizialmente dalla concezione lorenziana solo in virtù
di una grande interpretazione filosofica; nelle loro equazioni matemati-
che, e quindi nel loro contenuto empirico controllabile, le due sono inte-
ramente in accordo». Da ciò Schlick trae la conseguenza che «Einstein
nuovamente rese la fisica filosofica; o piuttosto, divenne chiaro con lui
che la fisica è filosofica, che anche il fisico deve permettere a se stesso
di essere guidato da concezioni filosofiche»84 . Questo principio filoso-
fico, tuttavia, non sta solo alle origini della teoria, ma è un leitmotiv che
l’accompagna in tutta la sua struttura e che emerge in punti decisivi,
come ad es. nel caso del “principio di equivalenza” (tra gravità ed iner-
zia), accettato sulla base del postulato che le differenze nel reale posso-
no essere assunte solo se vi sono differenze nell’osservazione. Conclu-
de Schlick, pertanto, che la relatività è dotata di una fondazione pura-
mente filosofica, poggia «su uno strato roccioso filosofico», grazie al
principio epistemologico menzionato85 . Una posizione ribadita anche in
seguito quando, nel parlare dei compiti della moderna filosofia della
natura dopo l’eclisse di quella speculativa elaborata da Schelling ed
Hegel, sostiene che la filosofia è contenuta in ogni scienza nella misura

84
Id., “Die Relativitätstheorie…”, cit., p. 345.
85
Ib., p. 346.

167
in cui le singole scienze speciali devono poggiare su presupposti di
qualche tipo e abbisognano di determinati principi per la loro costru-
zione: «tali presupposti e principi costituiscono il più intimo cuore di
ogni scienza, ed appunto come tutte le scienze una volta si formarono
dai lombi della filosofia, l’unica scienza universale, così ancora oggi es-
se, nella loro più intima essenza, sono tutte filosofiche»86 .
La filosofia dunque, pur essendo ora collocata all’interno della
scienza, non si può dire che abbia assegnato un ruolo secondario. Il ri-
conoscimento che la scienza è nella sua essenza basata su opzioni filo-
sofiche e che quindi – nelle grandi transizioni scientifiche – ad esser
decisivo è il cambiamento della prospettiva filosofica, cioè l’assunzione
di principi che non sono essi stessi scientificamente motivati e che tut-
tavia innescano la successiva pratica sperimentale, ciò costituisce un
punto di vista che solo dopo la crisi della concezione standard di deri-
vazione neopositivista si è tornato ad affermare, con la tematica delle
“metafisiche influenti”.
E giungiamo così al secondo aspetto del rapporto reciproco tra
scienza e filosofia, quello che potrebbe definirsi di tipo contenutistico,
concernente la material significance delle teorie scientifiche rispetto al
pensiero filosofico. Infatti la scienza incide direttamente, con le sue
scoperte e nuove conoscenze, sulla filosofia, accelerandone il progres-
so. In generale la filosofia può avere due tipi di reazione di fronte ai
nuovi principi scoperti dalla scienza: può modificare le proprie conce-
zioni, in quanto un edificio filosofico che non può essere conciliato
nemmeno con scoperte scientifiche minori è qualcosa di instabile e fa-
cilmente cade in pezzi (come ad es. nel caso della filosofia naturale di
Hegel); oppure può adattarsi perfettamente alle nuove scoperte, even-
tualmente con qualche piccola modifica: ciò costituirebbe per essa una
sorta di trionfo87 . Schlick ritiene però che «rendiamo un miglior servi-
zio alla filosofia, credo, se non temiamo di sottoporre beneamate dottri-
ne alle modifiche richieste dal progresso della conoscenza piuttosto che
se cerchiamo ad ogni costo di riconciliarle con le nuove scoperte»88 .
Sicché possiamo valutare la solidità di una filosofia esaminandone
l’atteggiamento verso le nuove scoperte. Certo, non sempre è facile ap-
plicare questo criterio, in quanto resta possibile cercare di “aggiustare”

86
Id., “Naturphilosophie”, cit., p. 2.
87
Cfr. Schlick, “Die philosophische Bedeutung…”, cit., p. 153.
88
Ib., p. 178.

168
una filosofia in modo da conciliarla con le nuove scoperte scientifiche,
come hanno cercato di fare i neokantiani con le geometrie non-euclidee.
Nondimeno, con la fisica più recente questo stratagemma difensivo è
sempre meno praticabile. Ne è un caso esemplare il “principio di rela-
tività”, grazie al quale possiamo valutare le diverse concezioni episte-
mologiche, ed in particolare il neo-kantismo ed il positivismo89 .
Quello della teoria della relatività è l’esempio cui Schlick fa conti-
nuamente ricorso per illustrare la stretta connessione tra scienza e filo-
sofia, in base alla convinzione che questa teoria «può fornire contributi
diretti per la soluzione di certi problemi filosofici che sono durati lungo
l’intera storia del pensiero umano»90 . Grazie ad essa, infatti, siamo in
grado di dimostrare la correttezza dell’empirismo, il quale può legitti-
mamente vedere nel trionfo della teoria della relatività il proprio trionfo
e l’efficacia del proprio approccio. Un nesso, quello tra empirismo e
relatività, anche storicamente evidente se si considera la circostanza che
Einstein fu influenzato nella elaborazione della propria teoria dalla filo-
sofia di Hume e di Mach. In ciò deve esser vista «l’indicazione di
un’affinità logica tra modo di pensare empirista e relativistico»91 . Anzi,
per Schlick, è proprio la relatività che costringe l’empirismo e il positi-
vismo acritico a riformulare le proprie concezioni in termini più pre-
gnanti, spingendo così la filosofia a passare da formule generiche e va-
ghe a formulazioni più definite ed esatte92 . È il caso del positivismo di
Mach, al quale Schlick dedica una lunga analisi alla luce della relativi-
tà93 , nella quale valuta criticamente le posizioni in merito alla possibilità
o meno di attribuire realtà agli elettroni ed in generale a ciò che non è
oggetto diretto dell’intuizione sensibile94 .
Inoltre, continua il filosofo viennese, le teorie scientifiche contribui-
scono a corroborare e riconfermare in modo nuovo molte delle scoperte
particolari effettuate dalla filosofia empirista, come avviene ad es. con la
critica humiana al concetto di sostanza, ora convalidata dalla demolizio-
ne del concetto di etere, che porta a concepire il mondo della fisica mo-

89
Cfr. ib., p. 154.
90
Schlick, “Die Relativitätstheorie…”, cit., p. 344.
91
Ib., p. 347.
92
Cfr. ib., p. 350.
93
Cfr. Schlick, “Die philosophische Bedeutung…”, cit., pp. 178-184.
94
Cfr. Schlick, Raum und Zeit…, cit., pp. 264-5. Alla critica della “dottrina dell’im-
manenza” (Mach, Avenarius e discepoli) in relazione al problema della realtà di ciò che
non è immediatamente dato vedi anche le lunghe analisi contenute in AE, pp. 223-62.

169
derna non più costituito di “cose” o “sostanze”, bensì di eventi o ac-
cadimenti95 . Anche vecchie questioni filosofiche sono rese solubili dai
progressi delle scienze, come ad es. il problema del carattere a priori o
meno della geometria euclidea; è così delegittimata la tesi kantiana per
la quale questa costituisce la sola vera descrizione della realtà, mentre le
geometrie non-euclidee sarebbero pensabili solo in modo puramente a-
stratto, senza alcun significato reale. Ora, con la teoria della relatività, si
è costretti ad usare la geometria non-euclidea per descrivere la realtà,
per cui «grazie ad Einstein ciò che Riemann ed Helmholtz sostenevano
come possibilità è ora divenuto una realtà e la concezione kantiana è ri-
conosciuta come insostenibile, guadagnando la filosofia empirista uno
dei suoi più brillanti trionfi»96 . Per non menzionare il contributo decisi-
vo offerto dalla relatività nel risolvere il problema della finità o infinità
dello spazio o la questione della natura del tempo97 .
Insomma da quest’approccio schlickiano emerge con chiarezza che
la filosofia occupa un duplice posto nella scienza.
Da un lato essa sta al suo cuore, nel senso che ogni teoria scientifica
non può non partire da certe assunzioni filosofiche di fondo che ne co-
stituiscono il nucleo metafisico – quello che Lakatos ha poi chiamato
l’hard core della scienza; sarebbe tuttavia erroneo pensare che questo
nucleo metafisico non possa mai esser messo in discussione: la sua ca-
pacità di generare applicazioni sperimentali efficaci, nuove previsioni ed
una crescita della conoscenza del mondo fenomenico ne attesta, infatti,
a posteriori la validità. L’assunzione empirista che sta al cuore della
relatività – che quindi viene ad essere plasmata sulla base di una filoso-
fia particolare – è stata dunque in grado di generare come suo effetto u-
na teoria che è stata sottoposta a molteplici controlli sperimentali e che
ha portato ad allargare la nostra conoscenza del mondo.
Dall’altro lato, la filosofia costituisce una sorta di “conseguenza”
della scienza: la fecondità delle teorie da questa elaborate rappresenta
una convalida o meno delle posizioni filosofiche nel contempo pro-
poste, come abbiamo visto accade con l’empirismo e il neokantismo ri-
spetto alla teoria della relatività. In questo movimento circolare di reci-
proca interazione filosofia-scienza-filosofia deve essere individuato non

95
Cfr. Schlick, “Die Relativitätstheorie…”, cit., p. 350. Sul concetto di sostanza
cfr. anche “Die philosophische Bedeutung…”, cit., pp. 184-6.
96
Schlick, “Die Relativitätstheorie…”, cit., p. 351.
97
Cfr. ib., pp. 351-2.

170
solo il portato più significativo delle nuove teorie scientifiche, ma anche
l’espressione della sempre ribadita inscindibile ed intima connessione
tra pensiero filosofico e pensiero scientifico. Certo, la filosofia perde
così la funzione prima attribuitale dallo stesso Schlick – quella di essere
visione o conoscenza della totalità – ma, si potrebbe dire, ciò che perde
in vastità lo acquista in profondità.
Richiamando alla mente la triplice caratterizzazione data da Tatar-
kiewicz della “filosofia scientifica”, possiamo dunque affermare che la
filosofia è per Schlick scientifica nel senso che essa aspira a quella
chiarezza e perfezione nella trattazione dei propri problemi che è tipica
della scienza, senza ridursi a semplice metascienza, ovvero a studio del
metodo e delle procedure della scienza. Una filosofia, dunque, che non
rinunzia a discutere i propri classici problemi (e di ciò sono testimo-
nianza le lunghe trattazioni che Schlick dedica sia ai problemi classica-
mente epistemologici, sia a quelli più tradizionali concernenti il rapporto
mente/corpo, la questione del realismo, della “cosa in sé”, della diffe-
renza tra apparenza ed essenza, ecc.)98 , ma che in questa attività si ispira
sia al metodo della scienza (anche se questo non viene ancora esat-
tamente precisato) sia ai suoi contenuti. Manca per il momento in
Schlick la chiara consapevolezza del valore e dell’utilità della logica
contemporanea, che non costituisce ancora quel toccasana che sarà in
seguito sia per lui che per i suoi colleghi del Circolo di Vienna. Egli è
in sostanza tuttora ancorato alla vecchia logica sillogistica, non vedendo
tra questa e la nuova logica matematica elaborata da Russell e Frege
quel salto qualitativo, quella discontinuità, poi ad essa attribuiti99 . Per
questo aspetto saranno decisive la lettura del Tractatus e la frequenza di
Wittgenstein.
Ma la filosofia è scientifica anche perché si pone il compito di ar-
monizzare tutte le conoscenze, eliminando errori e contraddizioni. Vi
sono infatti concetti che permeano tutti gli altri in virtù della loro gene-
ralità e che collegano le scienze particolari, creando anche punti di con-

98
Un esempio di ciò è costituito dal contenuto della Allgemeine Erkenntnislehre.
Sulla questione del realismo cfr. le interessanti osservazioni di P. Parrini, “Im-
manenzgedanken e conoscenza come unificazione. Filosofia scientifica e filosofia della
scienza”, in Rivista di Storia della filosofia, n. 2 (1997), pp. 284-90.
99
Cfr. ad es. la difesa della logica sillogistica effettuata in AE, pp. 125-139, con la
quale la logica moderna sta in sostanziale continuità. Quinton (op. cit., p. 392) parla i n
merito di «logical primitivism». Friedman (op. cit., p. 17) afferma che «his grasp of
modern logic is imperfect at best».

171
tatto tra esse e la vita pratica (come ad es. spazio e tempo, causalità,
materia ecc.); a causa del loro essere così generali e lontani dal-
l’intuizione essi nascondono possibilità di errore. È necessario allora
individuare le contraddizioni tra la massa di giudizi che possono esser
fatti su di loro e grazie a loro: ciò è compito della scienza più generale
di tutte, cioè della filosofia. E quando sono le singole scienze ad assu-
mersi questo compito (come fa la fisica) allora esse si trasformano in
filosofia.
Infine la filosofia non ha una mera funzione coordinatrice ed armo-
nizzatrice, ma svolge in proprio una vera e propria attività conoscitiva.
Certo, riconosce Schlick, v’è chi contesta l’idea che la filosofia abbia
anche tale prerogativa, in quanto si limiterebbe solo a combinare i con-
cetti delle altre scienze, senza ulteriormente arricchirli. Ad es. Herbart –
che pur è un amico della filosofia – ha definito la filosofia come un dar
forma ai concetti, non un crearli; essa dovrebbe superare ed eliminare le
contraddizioni dal pensiero prefilosofico e dal pensiero scientifico. Ma
i nemici della filosofia negano anche questo, vedendo in questa capacità
di riordinare e raffinare i sistemi altrui di concetti qualcosa di superfluo,
sterile, esaltando invece le scienze come le sole creative. Per Schlick nel
loro nocciolo queste concezioni sono vere, solo che esse attribuiscono
un valore negativo a tale funzione della filosofia; esse, infatti, procedono
dalla giusta determinazione del carattere critico della filosofia (secondo
la tradizione kantiana) alla svalorizzazione di questo comportamento,
ritenendolo in fin dei conti superfluo. Proprio il contrario: «Il lavoro
della critica [filosofica] corona e completa la conoscenza delle cose par-
ticolari, le combina in unità e mostra le loro connessioni sistematiche.
Facciamo un inventario di quel che esso consegue: una depurazione
critica e la conciliazione dei concetti, il dar loro forma e aspetto di si-
stema, il che in termini logici significa nulla più che la rimozione di o-
gni contraddizione dai giudizi nei quali questi concetti sono congiunti.
La eliminazione di tutte le contraddizioni significa, tuttavia, liberazione
da ogni errore! […] Ma non esiste nessun più alto scopo per la nostra
ricerca dell’essere liberi da errori. E possiamo esser salvati dall’errore
in due modi soltanto: o rinunziamo del tutto a pensare, o cerchiamo la
salvezza nella filosofia»100 . Questo lavoro di progressiva eliminazione
dell’errore sia dalle opinioni comuni sia da quelle scientifiche è para-
gonato a quanto sostenuto da Bacone sulla necessità di liberarsi dagli i-
100
Schlick, “Erscheinung und Wesen”, cit., p. 271.

172
dola. Per cui se il compito della filosofia è questo, i suoi più importanti
problemi nascono da determinate contrapposizioni concettuali, origine
di numerose contraddizioni. Onde, la filosofia non elimina e purifica
solo i sistemi scientifici, ma continua ad affrontare i problemi tipici
della sua tradizione, risolvendoli in modo da eliminare la contraddizio-
ne, col dimostrare che essa nasce dal fatto che tali problemi sono
“erroneamente inquadrati”, in quanto basati su pregiudizi: il problema
viene risolto una volta che questi giudizi infondati vengono portati alla
luce. È questo il compito che Schlick si pone nel suo saggio su appa-
renza ed essenza101 .
Una funzione – questa di eliminazione dell’errore e della contraddi-
zione – che fornisce alla filosofia un autentico valore cognitivo che la
mette a fianco della scienza102 : i problemi della filosofia non sono di-
chiarati privi di senso, ma solo “mal posti”, all’interno di presupposti
errati e di quadri concettuali inadeguati. Ma una volta che essi siano af-
frontati nella loro giusta luce, servendosi delle conoscenze messe a di-
sposizione della scienza, possono ricevere una soluzione adeguata, che
non è però – e questo è importante rilevare – il frutto diretto del pro-
gresso scientifico, bensì di una autonoma e peculiare riflessione filoso-
fica a partire da esso. È quanto avviene, ad es., col problema psicofisico:
esso (come tutti gli altri problemi analoghi concernenti coppie di oppo-
sti: libertà-necessità, egoismo-altruismo, essenza-apparenza) deve la sua
esistenza ad una «falsa impostazione», ad un “errore” che deve essere
chiarito innanzi tutto col precisare «l’autentico senso del termine “fisi-
co”», che deve essere tratto da «quella scienza che espressamente si
occupa del fisico come del suo oggetto specifico», cioè dalla fisica (cfr.
AE, pp. 319-22). Ma la soluzione del problema, pur passando da un
preliminare lavoro di chiarificazione concettuale (che anticipa quello che
successivamente sarà l’esclusivo compito della filosofia), non è abban-
donato alla scienza, essendo compito specifico della filosofia, che si
fonda sui risultati della scienza.
Non esiste ancora quella compartimentalizzazione dei compiti tra fi-
losofia e scienza che sarà tipica della fase successiva (alla filosofia il si-
gnificato, alla scienza la verità), in quanto la filosofia chiarifica e insie-

101
Cfr. ib., pp. 272-3.
102
«Il mondo volevamo forse arrivare a (co)noscerlo? O non volevamo piuttosto
conoscerlo? Quest’ultimo soltanto è il compito della filosofia e della scienza» (AE, p .
261).

173
me risolve, analizza i significati ed al tempo stesso sceglie quale posi-
zione sia quella vera o valida, sempre ovviamente in stretta relazione con
i risultati della scienza. È la filosofia, dunque, il luogo proprio della so-
luzione dei problemi fondamentali che hanno caratterizzato la storia del
pensiero; la filosofia, perché solo essa è il pensiero del generale, che
trascende il pensiero parziale delle singole scienze ed è in grado di ope-
rare quel confronto e quell’armonizzazione altrimenti impossibile
quando si permanga all’interno di una disciplina specialistica. Per far
ciò è necessario un modo particolare di esercitare il pensiero: quello
appunto proprio della filosofia.
Tale carattere cognitivo e ad un tempo scientifico della filosofia trova
ulteriore conferma nell’essere essa intesa sostanzialmente come teoria
della conoscenza. Tuttavia manca ora l’accento fondazionalistico che a-
vevamo rilevato nel saggio del 1911, in quanto se è vero che essa ha il
compito di mettere in luce e chiarire i principi ultimi su cui poggiano le
singole scienze, tuttavia «non può che assumere come punto di partenza
il conoscere proprio alle scienze della natura» (AE, p. 12). Non ha per-
tanto il compito di “giustificare” la conoscenza scientifica, ma solo
chiarire come essa sia possibile. Non v’è dubbio sul fatto che posse-
diamo scienze e che queste sono “compagini di conoscenze”, che il
filosofo si trova dinanzi, come è anche indubbio che la conoscenza
scientifica va avanti, indifferente al fatto che i filosofi sappiano o no
spiegare come essa sia possibile. È un po’ come il fatto che l’uomo
cammina senza che si sappia spiegare come ciò avvenga e senza che
ciascuno lo sappia. «Giusto come il sapere fisiologico non crea la capa-
cità di effettuare i movimenti del corpo ma cerca solo di spiegarli e di
far comprendere la loro possibilità, così anche la dottrina del conoscere
non può mai emanare un decreto con cui stabilirebbe se una conoscen-
za nella scienza sia possibile oppure no; il suo compito è solo di chiari-
ficare e di interpretare la conoscenza scientifica» (AE, p. 20)103 . È infatti
la scienza a costituire vera conoscenza e ad esibire un progresso; essa
quindi possiede il criterio per decidere quando si ha autentico conosce-
re e quindi ha anche implicitamente una sua definizione completa. Per
cui «tutto ciò che ci occorre è di desumerla [la definizione di conoscen-
103
È interessante notare come Schlick si serva di un paragone assai simile a quello
utilizzato nell’humiano appello alla natura, fatto allo scopo di superare il dubbio pirro-
niano (cfr. D. Hume, Ricerche sull'intelletto umano, Laterza, Bari 1974, p. 74). Solo che
in Schlick la “natura” è costituita piuttosto dalla scienza, la cui realtà è altrettanto indu-
bitabile e permette un solido ancoraggio alla riflessione del filosofo.

174
za] dalla ricerca scientifica, di rilevarla da un qualsiasi indubitabile pro-
gresso conoscitivo, dopo di che potremo vincolare ad essa quale fermo
punto di partenza tutte le nostre riflessioni» (AE, p. 24). L’essenza della
conoscenza, e quindi la sua definizione, la si scopre dall’esame di uno
dei suoi casi esemplari (tratto dalla fisica, «la più esatta di tutte le scien-
ze della natura») in cui – «secondo il giudizio unanime degli esperti» –
il conoscere ha fatto un grande passo avanti (AE, p. 27). Così, ad es.,
nella teoria della relatività le analisi di Einstein delle nozioni di spazio e
tempo appartengono alla stessa categoria di evoluzione filosofica effet-
tuata da Hume con le idee di sostanza e di causalità; ed il metodo che
caratterizza questa analisi è il solo fruttuoso per la teoria della cono-
scenza, «consistente nell’esaminare criticamente le idee fondamentali
della scienza, eliminando tutto ciò che è superfluo ed esponendone con
sempre crescente chiarezza il puro contenuto ultimo»104 .
Ma teoria della conoscenza – ben distinta dalla psicologia della co-
noscenza, in nome dell’antipsicologismo tipico di tutta la filosofia
scientifica del novecento (cfr. AE, pp. 20-1, 26-7, 42-3, 59-63) – signi-
fica anche affrontare e risolvere i tradizionali dubbi sollevati dallo scet-
ticismo circa la possibilità stessa del conoscere; pertanto essa «ha giu-
sto a che fare con i presupposti ultimi di ogni certezza» (AE, p. 142).
Non è possibile mettere semplicemente da parte lo scetticismo: bisogna
guardare in faccia le difficoltà, senza nascondersele, cercandone la solu-
zione. Così Schlick fa nel rispondere all’obiezione scettica sulla possi-
bilità del giudizio analitico105 , basata sulla ingannevolezza della memo-
ria e sull’inaffidabilità del ricordo, alla quale egli risponde richiaman-
dosi ad un fatto che «è più originario di qualsiasi dubbio, più originario
di qualsiasi pensiero», ad un fatto che «sta alla base di tutti i processi
psichici, è assolutamente dato, è un presupposto sempre soddisfatto
nella coscienza. Si tratta di quel fatto semplice, elementare, che desi-
gniamo unità di coscienza», differente dalla mera successione, o
“fascio”, di sensazioni (alla Hume) (AE, p. 146)106. Così ancora si

104
Schlick, Raum und Zeit…, cit., p. 268.
105
Su tale argomento e in generale sulla valutazione dello scetticismo, principal-
mente nella Allgemeine Erkenntnislehre, cfr. R.H. Popkin, ”Schlick and Scepticism”, i n
E.T. Gadol (ed.), Rationality in Science. A Memorial Volume for M. Schlick in Celebra-
tion of the Centennial of his Birth, Springer-Verlag, Vienna / New York 1982.
106
Non ci interessa approfondire qui il significato di tale concetto, per la cui analisi
rimandiamo a H. Schleichert, “On the Concept of Unity of Consciousness”, Synthese,
64 (1985), pp. 411-20.

175
comporta Schlick nell’affrontare il problema della realtà e del ritrova-
mento di un “criterio” per essa, in una lunga analisi che non ha nulla
da invidiare alle più classiche trattazione filosofiche della questione (cfr.
AE, pp. 199-262). Ad emergere con chiarezza è la convinzione di
Schlick che sia possibile pervenire in questi campi ad una vera e propria
«verità filosofica» (AE, p. 214), che la filosofia abbia una funzione pro-
pria, non vicaria né parassitaria, in quanto è solo essa a permettere di ri-
cavare «dal pensiero e dalle procedure della pratica il criterio mediante il
quale può essere delimitato l’ambito di tutto ciò che è inteso valere co-
me “reale”» (AE, p. 222). La soluzione – consistente nella tesi che
«reale è tutto ciò che deve essere pensato come essente ad un determi-
nato tempo» (AE, p. 223) – è un risultato che va al di là della determina-
zione di realtà della ricerca scientifica. Infatti, «non appena per un qual-
siasi oggetto risulta che le regole della ricerca scientifica ci obbligano
ad accordare ad esso un determinato luogo ed un determinato tempo, la
sua esistenza reale è con ciò assicurata anche nel senso filosofico;
l’oggetto allora è più che una mera assunzione ausiliaria o ipotesi di la-
voro. Se, ad esempio, secondo regole rigorose di ricerca scientifica, de-
gli atomi si può specificare, in modo univoco e determinato, il loro dove
e quando, allora essi esistono, appunto, sia che pervengano mai diretta-
mente alla percezione oppure no; indipendentemente, anche, da cosa si
possa per il resto asserire circa la loro “essenza”, ossia sotto quali
concetti essi si lascino ancora sussumere» (AE, p. 223). Del resto, come
Schlick ribadisce poco dopo, una cosa è l’attribuzione di realtà propria
delle scienze particolari, che è immanente ad esse e viene effettuata se-
condo i criteri e le procedure ad esse proprie, ed un’altra l’attribuzione
di realtà in senso generale, che è invece compito precipuo della filoso-
fia107 . Un compito a cui la filosofia non può sottrarsi, e al quale non si
sottrae lo stesso Schlick quando effettua una chiara e razionalmente
motivata opzione a favore del realismo scientifico, dimostrando così la
produttività teoretica della filosofia.

4. Il fascino travolgente del genio:


l’incanto di Wittgenstein su Schlick

Come viene testimoniato da più fonti, la conoscenza di Wittgenstein


107
Schlick, “Naturphilosophie”, cit., pp. 29-30.

176
fu per Schlick decisiva nel riorientare il corso dei suoi pensieri. Come
afferma Carnap, «[…] Schlick era decisamente influenzato da lui, sia
filosoficamente sia personalmente. Durante gli anni seguenti, ebbi
l’impressione che egli talvolta abbandonasse il suo solito atteggiamento
freddo e critico per accettare certe concezioni e posizioni di Wittgen-
stein senza essere in grado di difenderle nelle discussioni del Circolo
con argomentazioni razionali»108 . Quando nel febbraio del 1927
Schlick fece personalmente conoscenza di Wittgenstein, tornò a casa,
come dice la moglie, «in uno stato di estasi»109 . Arne Naess racconta
che ai seminari tenuti a Vienna negli anni 1934-35, Schlick non parlava
molto e quando una discussione entrava in una impasse di solito do-
mandava: «Che direbbe Wittgenstein in merito?». Se qualcuno forniva
una citazione tratta da Wittgenstein (dagli scritti, dai seminari da lui te-
nuti o da private conversazioni), era chiaro che ne potevano essere ac-
cettate solo «interpretazioni molto, molto intelligenti. Come ad inter-
pretare Ibsen in Norvegia. Morboso, no?»110 . All’interno del Circolo i
più fedeli seguaci del pensiero di Wittgenstein erano Schlick e Wai-
smann, che ne avrebbero difeso le idee, come testimonia ancora Naess,
al 100%, ovviamente quando erano convinti di averle completamente af-
ferrate, cosa non facile vista la loro oscurità111 .
La prima presa di contatto con il pensiero di Wittgenstein avvenne
nel 1922 grazie ad un seminario sul Tractatus organizzato da Hans
Hahn, uno dei primi circolisti a leggerlo e a capirne l’importanza. An-
che Schlick fu tra i primi a Vienna a leggerlo attentamente; ne rimase
affascinato. Già nell’estate del 1924 scrisse una lettera a Wittgenstein
nella quale si dichiarava ammiratore della sua opera, diceva che il grup-
po viennese era assai interessato alle sue concezioni sui fondamenti
della logica e della matematica ed esprimeva il desiderio di poterlo in-
contrare. Dopo un breve scambio epistolare, si accinse ad andarlo a tro-

108
R. Carnap, Autobiografia intellettuale, in P.A. Schilpp (ed.), La filosofia di
Rudolf Carnap, Il Saggiatore, Milano 1974, p. 28.
109
B. McGuinness, “Presentazione”, in F. Waismann, Ludwig Wittgenstein e il Cir-
colo di Vienna, cit., pp. 3-4. Tale tratto del suo carattere, inclinato ad idolizzare le per-
sone delle quali subiva particolarmente il fascino, viene rilevato anche da K. Menger,
che sostiene egli abbia in successione “venerato” Einstein, Hilbert, Russell ed infine
Wittgenstein (Reminiscences…, cit., p. 57).
110
A. Naess, “Logical Empiricism and the Uniqueness of the Schlick Seminar: A Per-
sonal Experience with Consequences”, in F. Stadler (ed.), Scientific Philosophy: Origins
and Developments, Kluwer, Dordrecht / London / New York 1993, p. 14.
111
Ib., pp. 14-5.

177
vare nell’aprile del 1926 ad Otterthal (dove insegnava come maestro e-
lementare), con alcuni scelti allievi. «Era come se si stesse preparando
ad andare ad un sacro pellegrinaggio – racconta la moglie –, e nel con-
tempo mi spiegava, quasi con ispirata reverenza, che Wittgenstein era
uno dei più grandi geni della terra»112 . Ma nel contempo Wittgenstein
aveva abbandonato l’insegnamento e si era trasferito, sicché l’incontro
non fu possibile. Potè avvenire nel febbraio dell’anno successivo, ma fu
un incontro, per così dire, personale, a due, in quanto Wittgenstein ave-
va fatto sapere tramite la sorella che non sarebbe stato in grado di reg-
gere una conversazione su problemi di logica con più persone. In se-
guito continuarono a vedersi per discutere e nell’estate del 1927 Wit-
tgenstein si fece convincere ad incontrare un gruppo di viennesi che si
riunivano il lunedì sera; uno stretto e scelto gruppo di persone che in-
cludevano, oltre a Schlick, Waismann, Feigl e Carnap. Non pare siano
rimasti resoconti di queste conversazioni degli anni 1927-1928, la mag-
gior parte delle quali riguardava la filosofia della matematica. In ogni
caso non erano questi gli incontri che sarebbero poi diventati famosi
come punto di raccolta dei membri del famoso Circolo di Vienna, che si
tenevano il giovedì sera e alle quali, pur invitato da Schlick, è dubbio
che Wittgenstein abbia mai partecipato113 .
In effetti già negli anni 1926-27 veniva effettuata in questi incontri
settimanali del giovedì sera una lettura del Tractatus, su suggerimento
di Carnap, che era desideroso di approfondirne la conoscenza ancora
sommaria che ne aveva (come traspare dall’Aufbau). Ricorda Carnap:
«Al Circolo di Vienna fu letta ad alta voce e discussa proposizione per
proposizione una larga parte del Tractatus logico-philosophicus di
Wittgenstein; erano spesso necessarie lunghe riflessioni per scoprire
cosa vi era inteso e talora non trovavamo nessuna chiara interpretazione.
Tuttavia ne comprendemmo buona parte discutendolo vivacemente. Io
avevo letto precedentemente pezzi dell’opera di Wittgenstein quando
essa era stata pubblicata sotto forma di articolo negli Annalen der Na-
tur- und Kulturphilosophie di Ostwald, e vi avevo trovato molti punti
stimolanti e interessanti. A quel tempo, però, non avevo fatto il grande
sforzo necessario per giungere ad una chiara comprensione delle sue
spesso oscure formulazioni e perciò non avevo letto l’intero trattato; a-
desso ero contento di vedere l’interesse del Circolo per quest’opera e

112
Cit. in R. Monk, op. cit., p. 242.
113
Cfr. B. McGuinness, op. cit., pp. 2-5.

178
di intraprenderne lo studio collettivamente»114 .
Gli incontri tra Wittgenstein e i suoi amici viennesi si interruppero
all’inizio del 1929 col suo ritorno a Cambridge. Schlick e Waismann
rimasero però in contatto epistolare con lui, incontrandolo tutte le volte
che era possibile, quando Wittgenstein tornava a Vienna per qualche
motivo. Così per le vacanze del Natale del 1929 vi furono almeno sei
incontri a casa di Schlick, dei quali Waismann redasse un resoconto115 .
Altri incontri avvennero l’anno successivo durante le ferie pasquali, in
estate, nel corso delle vacanze natalizie del 1930-31 e per la Pasqua del
1931. Questi contatti personali ed epistolari – che erano anche un im-
portante tramite per far conoscere le idee di Wittgenstein agli altri
membri del Circolo – continuarono in sostanza sino alla morte di
Schlick116 .
La fedeltà a Wittgenstein certamente ha impedito una autonoma ri-
cognizione della figura di Schlick (oltre che di Waismann), che spesso
è stata ridotta a quella di mero portavoce delle idee del genio viennese e
di suo intermediario con gli altri membri del Circolo. Questa funzione,
storicamente essenziale, ha avuto un alto prezzo: «se lo stretto coinvol-
gimento di Schlick con Wittgenstein mai assunse la piuttosto spiace-
vole qualità di quella di Waismann, cioè di essere un pupazzo [glove-
puppet] nelle sue mani, ciò è avvenuto a causa della sua morte relativa-
mente prematura»117 .
Tre sono i temi nei quali di solito viene individuata come più evi-
dente l’influenza di Wittgenstein su Schlick: il concetto di verità logica
e matematica, che però si innesta sulle sue precedente riflessioni, por-
tandole solo a completamento con l’acquisizione del concetto di tauto-
logia; il significato delle proposizioni empiriche, con la connessa pro-
posta verificazionista; ed infine la concezione della filosofia come atti-
vità118 . Di questi tre argomenti tratteremo qui solo il secondo e il terzo,
cominciando da quest’ultimo, per poi vedere in che modo esso si lega
al principio di verificazione.
Innanzi tutto è necessario precisare che tra la prima e la seconda fase
del pensiero di Schlick rimangono evidenti elementi di continuità. Il più

114
Carnap, Autobiografia intellettuale, cit., pp. 24-5.
115
Questi resoconti sono ora contenuti – insieme a quelli degli anni successivi – i n
F. Waismann, Ludwig Wittgenstein e il Circolo di Vienna, cit.
116
Cfr. B. McGuinness, op. cit., pp. 6-15.
117
A. Quinton, op. cit., p. 389.
118
Cfr. Cirera, op. cit., p. 48.

179
ovvio consiste nella sempre riaffermata stretta connessione esistente tra
pensiero filosofico e pensiero scientifico, che si esprime innanzi tutto
nella continuamente ribadita importanza che rivestono le nuove teorie
scientifiche per la filosofia e per la valutazione delle teorie epistemolo-
giche da questa elaborate, come ad es. accade nella scelta tra empirismo
e apriorismo kantiano. Tanto da concludere – analogamente a quanto
avveniva precedentemente – che «la moderna fisica ci mostra come an-
che per l’epistemologia esista una sorta di conferma da parte
dell’esperienza, un criterio oggettivo di verità, il quale decide in favore
della teoria empirista della conoscenza»119 .
Ma, ancora più importante, permane quella che era stata la maggiore
acquisizione filosofica del primo periodo, la teoria della conoscenza e-
sposta nella sua forma più piena e completa in Allgemeine Erkenntni-
slehre, con l’importante distinzione tra “intuizione” ed “espressione”,
tra kennen, non esprimibile né comunicabile, ed erkennen, conoscenza
intersoggettiva, che deve necessariamente utilizzare il medium del lin-
guaggio e quindi simboli e proposizioni120 . Unico elemento di diversità
rispetto alla presentazione precedente è il passaggio dalla concezione
segnica o designativa della conoscenza (per cui la verità viene intesa
come coordinazione o designazione univoca) (cfr. AE, pp. 81-90, 200)
ad una sua caratterizzazione formale o strutturale, che è in sintonia – af-
ferma Schlick – con le posizioni espresse da Carnap nell’Aufbau sui
giudizi scientifici come pure asserzioni strutturali e con quanto affer-
mato anche da Wittgenstein nel suo Tractatus; ed è a proposito di
quest’argomento che troviamo il primo riferimento esplicito all’opera
di quest’ultimo121 .
Ma, più importante, si aggiunge a ciò una novità assai significativa:
la tesi che ad essere comunicabile, esprimibile è non il contenuto della
conoscenza, bensì solo la struttura, la forma122 . È appunto questa a

119
Schlick, “Erkenntnistheorie und moderne Physik” (1925), in PP2, p. 96. È questa
la “impostazione trascendentale dell’epistemologia” della quale ha parlato J.A. Coffa i n
riferimento anche a Reichenbach e Popper (La tradizione semantica da Kant a Carnap, Il
Mulino, Bologna 1998, pp. 330-3).
120
Sulla natura della conoscenza vedi l’intera seconda lezione di FC, “The Nature of
Knowledge”, pp. 312-41. Ma questo è un tema ricorrente lungo tutti i suoi scritti, dei
quali uno dei più importanti è “Erleben, Erkennen, Metaphysik” (1926), in PP2, pp. 99-
111. Si veda anche la chiara e sintetica presentazione che ne viene fatta in PRO, pp. 64-
76.
121
Cfr. Schlick, “Erleben, Erkennen, Metaphysik”, cit., p. 111.
122
Cfr. M. Friedman, op. cit., p. 28.

180
permettere una conoscenza obiettiva dell’universo, ovvero la capacità
dei nostri asserti di riprodurre quelle «astratte relazioni d’ordine che
sono del tutto indipendenti dal modo in cui intuitivamente ci si presenta
o ci rappresentiamo il mondo, avvenga ciò con suoni o colori, impres-
sioni tattili e così via»123 . Tale novità – che si lega strettamente anche
all’importanza ora attribuita al linguaggio (FC, pp. 304-5) e nella quale
si è vista forse la più evidente discontinuità tra il primo e il secondo
Schlick124 – è legata evidentemente all’influenza della nozione wittgen-
steiniana di “forma logica”125 .
Mettendo da parte questa problematica – alla quale non siamo qui
direttamente interessati – e tornando al problema della considerazione
della filosofia, possiamo constatare come la transizione tra il primo e il
secondo Schlick non avvenga in modo immediato. Infatti ancora nel
1925 in “Naturphilosophie” viene effettuata la distinzione tra filosofia
generale e filosofia della natura. La prima avrebbe il compito di indaga-
re sui fondamenti della conoscenza umana, cioè sui principi grazie ai
quali l’intera rete della conoscenza è costruita, mentre invece la seconda
avrebbe un compito più circoscritto, limitato solo alle scienze naturali. È
ormai possibile, dopo il definitivo tramonto delle filosofie della natura
di stampo idealistico, procedere in stretta collaborazione con le scienze
naturali e indagare i principi ultimi di queste in modo da relarli alle que-
stioni supreme riguardanti la conoscenza umana in quanto tale. È pre-
sente, dunque, sempre l’idea che sia indispensabile far emerge la filoso-
fia che è contenuta sin dall’inizio in ogni scienza, che quindi si basa su
determinati presupposti e si serve di principi di qualche tipo per essere
costruita: «Questi presupposti e principi formano il cuore più intimo di
ogni scienza, una volta generata dal grembo della filosofia, l’unica
scienza universale, così che esse sono ancora oggi tutte, nelle loro più
123
Schlick, “Weltall und Menschengeist” (1936), in PP2, p. 511.
124
Cfr. F. Barone, Il neopositivismo logico, Laterza, Bari 19772, pp. 243-4; A. Ioly
Piussi, op. cit., pp. xx-xxi. Geymonat (Il primo Schlick, Unicopli-CUEM, Milano
1978, pp. 28-9) afferma che tale novità del pensiero di Schlick non è legata all’influenza
di Wittgenstein in quanto Barone, a suo dire, avrebbe basato questa sua conclusione sulla
sola considerazione dell’articolo “Die Wende der Philosophie” del 1930. Ma Geymonat
non tiene conto degli altri scritti di Schlick (nonché dell’esplicito riferimento a Witt-
genstein già da noi menzionato), dove è evidente l’influenza del pensatore viennese.
125
Tale tema è ampiamente affrontato in FC, pp. 286-91, 334-5, 347-8. Cfr. anche
PRO, pp. 58-63. Su di essa vedi anche P. Parrini, “Introduzione” alla trad. it. di FC,
Forma e contenuto, a cura di P. Parrini e S. Ciolli Parrini, Boringhieri, Torino 1987, pp.
29-33 e in generale sulla teoria della conoscenza vedi R. Haller, “Problems of Knowledge
in Moritz Schlick”, Synthese 64 (1985).

181
intima essenza, filosofiche»126 . Il compito di far emergere il nucleo fi-
losofico che sta al cuore delle scienze naturali e di connetterlo alla co-
noscenza umana in generale, legato alla chiarificazione dei suoi concetti
di base (come materia, forza, spazio e tempo), si connette coll’idea già
esaminata della Allgemeine Erkenntnislehre per la quale la filosofia va
cercata nella scienza, che abbiamo visto aveva seguito l’abbandono
della concezione di una filosofia che sta al di sopra delle scienze. Non
solo, ma accanto alla filosofia della natura – che prefigura quella filoso-
fia o metodologia della scienza che in seguito rappresenterà l’attività
principale dei membri del Circolo di Vienna – permane ancora una di-
sciplina come l’epistemologia, che si pone i compiti tradizionali della
filosofia. Tra di esse esiste una sorta di divisione dei campi, come acca-
de ad es. a proposito della realtà degli atomi. Infatti, dal punto di vista
della filosofia della natura – che considera la natura e le scienze come
qualcosa di dato, investigandone semplicemente gli asserti e la reciproca
riducibilità – la risposta è semplice, in quanto gli elementi ultimi che la
scienza deve assumere per rendere la struttura della natura intelligibile
devono essere considerati reali. Per cui «se la fisica si vede costretta a
sostenere che un corpo consiste di atomi, allora questi atomi sono cer-
tamente altrettanto reali come il corpo in sé. Gli elettroni esistono allo
stesso modo di come esiste la luna»127 . Ma se la luna esiste e in che
senso si deve intendere questa realtà è una questione al di fuori del
campo della filosofia della natura (la quale ha a che far solo con i pro-
blemi “immanenti” alla fisica): essa rientra nei compiti dell’epistemo-
logia e di questa soltanto. E qualunque sia la risposta di quest’ultima,
la filosofia della natura rimane intoccata128 .
La vera svolta nel modo di concepire la filosofia la troviamo in effetti
nella prefazione – non pubblicata – scritta da Schlick nel 1928 per
l’opera di Friedrich Waismann, nella quale questi avrebbe dovuto e-
sporre il pensiero di Wittgenstein129 . È da questo momento che comin-

126
Schlick, “Naturphilosophie”, cit., p. 2.
127
Ib., p. 29.
128
Cfr. ib., p. 30.
129
L’opera di Waismann, che avrebbe dovuto prendere il titolo Logik, Sprache, Phi-
losophie. Kritik der Philosophie durch die Logik, sembra sia stata completata nel 1931
ma non venne pubblicata se non sei anni dopo la morte del suo autore in una versione as-
sai modificata rispetto all’originale (col titolo di The Principles of Linguistic Philoso-
phy, Macmillan, London / Melbourne / Toronto 1965; trad. it. I principi della filosofia
linguistica, Ubaldini, Milano 1969). Le ragioni della mancata pubblicazione dell’opera
sono da attribuire alla continua insoddisfazione circa il suo contenuto da parte di Witt-

182
ciamo a rinvenire le espressioni di alta considerazione di Schlick per
l’autore del Tractatus e quel tono ultimativo che poi caratterizzerà an-
che molti scritti successivi: la sua opera rappresenta «l’opera filosofica
più significativa dei nostri giorni», ha un «significato inestimabile» in
quanto «stabilisce e delucida per ogni tempo a venire» sia la natura
della logica che il concetto di “forma”. Non solo, ma l’ambito delle i-
dee in essa esposte è «incommensurabile», «assolutamente cruciale per
il destino della filosofia; chi le adotta sarà un uomo interamente tra-
sformato dal punto di vista filosofico». Grazie a Wittgenstein la filoso-
fia è giunta ad un «punto di svolta»: è un nuovo inizio, una «nuova epo-
ca della filosofia che sorge»130 . Ma al di là delle espressioni di ammira-
zione quasi sconfinata per Wittgenstein – erano proprio gli anni in cui
avvenivano gli incontri nel corso dei quali, abbiamo visto, Schlick ne
subiva il fascino – è importante notare che è proprio in questo scritto
che viene per la prima volta presentata quella concezione della filosofia
dalla quale ci si aspettava l’aurora di una nuova epoca. Essa viene sin-
tetizzata dal famoso § 4.112 del Tractatus, che Schlick cita quasi per
intero: «Lo scopo della filosofia è il rischiaramento logico dei pensieri.
/ La filosofia è non una dottrina, ma una attività. / Un’opera filosofica
consta essenzialmente di chiarificazioni / Il risultato della filosofia sono
non “proposizioni filosofiche”, ma il chiarificarsi delle proposizioni. /
La filosofia deve chiarire e delimitare nettamente i pensieri che altri-
menti sarebbero torbidi e indistinti»131 .
La pagina successiva non è che una succinta presentazione della

genstein, del quale essa avrebbe dovuto esporre il pensiero contenuto nel Tractatus e i n
continua rielaborazione negli anni ’20. Cfr. su ciò A. Quinton, “Introduction” a F.
Waismann, Philosophical Papers, ed. by B. McGuinness, Reidel, Dordrecht 1977, pp.
ix-x.
130
Schlick, “Vorrede” (1928), in PP2, pp. 136-7. Tale tono ultimativo lo ritroviamo
anche in un articolo scritto da Waismann su Schlick nel quale si parla anche di un «punto
di svolta» della filosofia originato dalle idee di Frege, Russell, adottate da Wittgenstein,
Carnap e dal gruppo di logici polacchi, che hanno originato un «nuovo stile di pensiero»
del quale uno dei maggiori rappresentanti è Schlick: «La filosofia di Schlick è il princi-
pale tentativo mai fatto di superare le divisioni dei sistemi filosofici col costruire una
concezione che non appartiene a nessuna direzione ma fissa una norma per tutte le direzio-
ni» (Waismann, “Moritz Schlick’s Significance for Philosophy”, 1936, in Philosophical
Papers, cit. p. 31).
131
L. Wittgenstein, Tractatus Logico-Philosophicus, trad. it. di A.G. Conte, Einaudi,
Torino 1989. Dalla citazione di Schlick mancano il terzo e l’ultimo asserto. Tali parole
di Wittgenstein vengono nuovamente citate in “The Future of Philosophy” (1931), i n
PP2, p. 222.

183
concezione della filosofia di Wittgenstein e al tempo stesso la delinea-
zione del programma filosofico che da quel momento in poi costituirà
la stella polare di Schlick e che contribuirà a consolidarne la fama di più
fedele seguace (insieme a Waismann) del filosofo viennese. Una posi-
zione che trova la più importante espressione pubblica nel saggio del
1930 che già dal titolo esprime il senso di un nuovo inizio, di una radi-
cale discontinuità nella storia del pensiero: “Il punto di svolta in filoso-
fia”132 , pubblicato sul primo numero della nuova rivista del Circolo Er-
kenntnis, seguito immediatamente da un altro saggio programmatico di
Carnap sulla vecchia e la nuova logica133 . Un ottimismo sul “futuro
della filosofia” che viene ribadito lo stesso anno nella relazione pre-
sentata al VII Congresso internazionale di filosofia di Oxford, nella
quale si propone di metterne in luce la «vera natura» in modo da essere
in grado di «regolare le cosiddette dispute filosofiche in modo assolu-
tamente definitivo e ultimativo». Siamo, infatti, testimoni di «una nuova
era della filosofia» nella quale «il suo futuro sarà molto differente dal
passato, che è stato così pieno di penosi fallimenti, vane lotte e futili di-
spute». E ciò avviene grazie a Wittgenstein che per primo ha visto con
assoluta chiarezza in cosa essa consistesse, così come indica nelle fa-
mose affermazioni del suo Tractatus già citate, riassumibili in due fon-
damentali tesi, una negativa, l’altra positiva: «(1) la filosofia non è una
scienza; (2) essa è l’attività mentale del chiarire le idee»134 . E poco do-
po, nel riferirsi a questo nuovo modo di fare filosofia, dichiara nel pieno
dell’entusiasmo: «La posizione di questa filosofia è inespugnabile [u-
nassailable] perché essa poggia sul riconoscimento dei fatti più duri e
sullo studio della logica più stringente. / Su queste fondamenta poggia
assai fermamente la nostra Filosofia dell’Esperienza come su una soli-
da roccia nel selvaggio mare delle diverse opinioni filosofiche»135 .
Non vi sono dubbi, dunque, sulla stretta adesione di Schlick alla
concezione wittgensteiniana della filosofia, che lo accompagnerà sino

132
Schlick, “Die Wende der Philosophie”, Erkenntnis, 1 (1930), pp. 4-11; trad.
ingl. “The Turning-Point in Philosophy”, in PP2, pp. 154-60; trad. it. “La svolta della
filosofia”, in Il Neoempirismo, cit., pp. 255-63.
133
R. Carnap, “Die alte und die neue Logik”, Erkenntnis, 1 (1930), pp. 12-26; trad.
it. “La vecchia logica e la nuova”, cit.
134
Cfr. Schlick, “The Future of Philosophy” (1930), in PP2, pp. 171-2. L’argomento di
questa relazione sarà ripreso in modo più circostanziato in una conferenza tenuta l’anno
successivo in California, poi pubblicata con lo stesso titolo nel 1932, “The Future of
Philosophy” (1931), cit., pp. 210-24.
135
Schlick, “A New Philosophy of Experience” (1932), in PP2, p. 237.

184
alla morte, e che ha il suo centro nell’idea che essa sia per sua natura u-
na attività che mira alla chiarificazione dei concetti e delle proposizioni:
«Ma allora che cos’è la filosofia? Certo, non una scienza; tuttavia è
qualcosa di così significativo e grande da meritare d’ora in poi, esatta-
mente come un tempo, l’onore di regina delle scienze. Infatti, non è per
nulla detto che la regina delle scienze debba essere, a sua volta, una
scienza. Ora noi riconosciamo in essa – e con questo la grande svolta si
caratterizza positivamente – anziché un sistema di conoscenze, un si-
stema di atti. La filosofia è, insomma, quell’attività mediante la quale si
chiarisce o si determina il senso degli enunciati. Con la filosofia le pro-
posizioni vengono rese perspicue, con le scienze esse vengono verifi-
cate. Le scienze trattano della verità degli enunciati, la filosofia di ciò
che gli enunciati significano. Il contenuto, l’anima e lo spirito della
scienza naturalmente hanno la loro base (in ultima analisi) nel senso ef-
fettivo delle sue proposizioni. L’attività filosofica della determinazione
dei significati è perciò l’alfa e l’omega di tutta la conoscenza scientifi-
ca»136 . Innumerevoli i luoghi in cui Schlick espone queste tesi, con pic-
cole variazioni lessicali, ma in sostanza riconfermando sempre la stessa
idea di fondo137 .
Ne segue la famosa distinzione tra i problemi risolvibili, a cui si può
rispondere (e questi sono quelli scientifici) e i problemi non risolvibili,
che non ammettono soluzione (sono gli pseudoproblemi, gli inganni
verbali)138 . Non esiste pertanto la filosofia come scienza sui generis,
con un proprio insieme di problemi, e il filosofo non possiede un parti-
colare tipo di conoscenza, diverso da quella delle scienze naturali e spe-
ciali. Così i grandi problemi filosofici che hanno tormentato e caratte-
rizzato la storia della filosofia possono essere divisi in due classi: «In
primo luogo vi sono quelli a cui si può sostanzialmente rispondere: in
questo caso la risposta può essere trovata solo sulle vie che sono aperte,
come tali, alla conoscenza scientifica e quindi non è richiesto specifica-
tamente alcun metodo filosofico. In secondo luogo vi sono quei pro-
136
Schlick, “La svolta della filosofa”, trad. it. cit., pp. 259-60.
137
Cfr. ad es. sulla natura dei problemi filosofici tutta la terza lezione contenuta i n
FC., pp. 341-69; ed ancora, lungo tutta la sua vita: “Philosophie und Naturwissenschaft”
(1929), in PP2, pp. 142-7; “A New Philosophy of Experience”, cit., p. 236; “De la Rela-
tion entre les Notions Psychologiques et les Notions Physiques” (1935), in PP2, p. 424;
“L’École de Vienne et la Philosophie Traditionnelle” (1937), in PP2, p. 495; ecc.
138
Sull’argomento vedi l’ampia trattazione contenuta in Schlick, PRO, pp. 40-7 e
passim, dove vengono anche esaminati i famosi enigmi del mondo proposti da E. Du
Bois-Reymond.

185
blemi che non ammettono per principio alcuna soluzione; questi sono
meri pseudoproblemi, questioni mal poste, combinazioni senza senso di
parole senza significato, che poggiano su incomprensioni e scompaiono
con esse»139 .
I problemi filosofici sembrano avere un significato reale perché in
genere gli asserti che li esprimono sono costruiti in modo gramma-
ticalmente corretto. Ad es., “È il blu più identico della musica?” non ha
senso, benché non violi le regole della grammatica. E così avviene con
la maggior parte dei problemi filosofici, per i quali l’analisi logica di-
mostra che sono mere confusioni di parole (cfr. FC, pp. 361-2). È evi-
dente qui come Schlick sia buon discepolo, oltre che di Wittgenstein,
anche di Russell e della sua distinzione tra struttura grammaticale su-
perficiale e struttura logica profonda, ben lumeggiata nel classico arti-
colo del 1905 “On denoting”. Ma ben presto si dimostra che i pre-
sunti problemi filosofici reali possono essere risolti con i metodi della
scienza, anche se tuttora non siamo in grado di dire cosa andrebbe fatto
o ancora non siamo in possesso delle tecniche necessarie140 . La conclu-
sione è inequivocabile: «Il fato di tutti i “problemi filosofici” è questo:
alcuni di essi scompariranno col mostrare che sono errori e incompren-
sioni del nostro linguaggio e per gli altri si troverà che sono ordinarie
questioni scientifiche mascherate»141 .

139
Schlick, “Vorrede”, cit., p. 137. «The difference between the two groups is this,
that in the first one we can at least imagine means of finding a solution, even if these
means exist nowhere in the world, whereas in the case of philosophical impossibility n o
imagination can bring us nearer to the answer; there are no ways in which even imagina-
tion could try to reach the goal. We cannot imagine what we would have to do or what
would have to happen in the world in order to lead us to the answer of our former que-
stion: “How can a sensation arise from motions of molecules of the brain?” This question,
therefore, belongs to the second group; philosophers have always worried about it.» (“A
New Philosophy of Experience”, cit., p. 230). «All great philosophical issues that have
been discussed since the time of Parmenides to our present day are of one of two kinds;
we can either give them a definite meaning by careful and accurate explanations and defi-
nitions, and then we are sure that they are soluble in principle, although they may give
the scientist the greatest trouble and may even never be solved on account of unfavour-
able empirical circumstances, or we fail to give them any meaning, and then they are n o
questions at all. Neither case need cause uneasiness for the philosopher. His greatest
troubles arose from a failure to distinguish between the two.» (“Unaswerable Questions?”,
1935, in PP2, p. 418).
140
Cfr. Schlick, “A New Philosophy of Experience”, cit., pp. 226-30.
141
Schlick, “The Future of Philosophy” (1931), cit., p. 221. Si veda ad es. l’analisi
che Schlick effettua della contrapposizione tra apparenza e realtà, fenomeno e “cosa i n
sé” in PRO, pp. 156-65.

186
La risolvibilità o meno di un problema è quindi strettamente legata al
fatto di possedere un significato, e quest’ultimo ci porta alla questione
dei criteri per il suo accertamento142 , ovvero alla grande tematica legata
al principio di verificazione, vero e proprio tormentone del neopositivi-
smo.
Rimandiamo a dopo questo tema per concentrarci sulle implicazioni
che ha questo nuovo modo di concepire la filosofia, in quanto è chia-
ro che esso costituisce un evidente e clamoroso elemento di discon-
tinuità con la riflessione precedente – più di quanto non abbiano notato
i critici, che hanno sistematicamente sottovalutato questo aspetto143 . È la
dichiarazione della scomparsa o fine di autentici problemi filosofici a
segnare il nuovo periodo del pensiero di Schlick. Ne sono testimonian-
za tutti i luoghi dei suoi scritti della seconda fase nei quali egli passa in
rassegna le concezioni errate della filosofia, tra le quali si riscontrano
proprio quelle da lui precedentemente sostenute144 . Ciò significa che o-
ra la filosofia – mera chiarificazione del significato delle proposizioni –
non sta al di sopra delle scienze (come aveva sostenuto Schlick
all’inizio della sua carriera, nel saggio “Die Aufgabe der Philosophie
in der Gegenwart” del 1911) e non è neanche dentro di esse (secondo
quanto sostenuto in Allgemeine Erkenntnislehre e negli scritti coevi);
essa, piuttosto, ha il compito di chiarire il significato dei termini e delle
proposizioni la cui verità o falsità sarà poi accertata dalla scienza e
quindi ha una mera funzione propedeutica o preliminare e quindi viene
prima della scienza: «Il significato di una proposizione deve essere co-
nosciuto prima che la sua verità venga stabilita: questo significa che la
filosofia deve compiere il proprio lavoro prima che una teoria – una

142
Cfr. Schlick, “A New Philosophy of Experience”, cit., pp. 230-1.
143
L. Geymonat (op. cit., pp. 9-10) sostiene, ad es., che il rapporto tra filosofia e
scienza è pressoché visto nello stesso modo nel primo e nel secondo Schlick. Succes-
sivamente (“Development and Continuity in Schlick’s Thought”, Synthese, 64, 1985,
pp. 280-1) afferma che la continuità va vista nella persistente ispirazione empirista; i l
che non contrasta però con quanto da noi sostenuto, che sottolinea la discontinuità nel
modo di concepire la filosofia, certamente dovuta all’influenza di Wittgenstein.
144
Ad es. critica la concezione della “metafisica induttiva” e della metafisica come
scienza delle ipotesi più generali (“Erleben, Erkennen, Metaphysik”, cit., pp. 105-7), la
concezione della filosofia come mirante a ristabilire l’unità delle scienze, spazzata via
dalla loro crescente specializzazione (“Philosophie und Naturwissenschaft”, cit., pp.
139-40). Altrove ne passa in rassegna le possibili funzioni per rigettare la filosofia in-
tesa come epistemologia, come verità generale sull’essere e come scienza in generale
(cfr. “The Future of Philosophy”, 1930, cit., pp. 172-3). Ma cfr. anche Schlick, PRO,
pp. 1-10, 37-9.

187
scienza […] – possa essere costruita»145 .
Sebbene la distinzione tra attività filosofica e attività scientifica sia
netta, essendo di natura logica e cronologica, tuttavia essa non configura
l’esistenza di una separata disciplina filosofica, perché la filosofia non
ha oggetto. Sarebbe errato pensare che essa sia una sorta di “scienza
del significato”, quasi avesse come suo oggetto specifico di indagine il
“significato”, allo stesso modo di come la zoologia indaga gli animali:
«Non può esservi alcuna scienza del significato, in quanto non può es-
servi alcun insieme di proposizioni vere sul significato»146 . Essa quindi
non può dividersi in branche, come estetica, etica e così via, in quanto
non può costruire su specifici oggetti proposizioni vere, che sono riser-
vate solo alle scienze particolari; non esiste un’etica filosofica, ma una
scienza del comportamento morale147 ; e l’estetica è la teoria dei senti-
menti umani connessi con certi oggetti ritenuti “belli”, per cui le pro-
posizioni appartenenti a queste teorie fanno parte della scienza della
psicologia. E se si è pensato in passato che queste discipline fossero
“filosofiche”, ciò è dovuto al fatto che i loro concetti erano così confu-
si da necessitare continue chiarificazioni148 . Dunque, anche in questo
caso la filosofia non fa altro che esercitare una mera attività: quella di
chiarire concetti e proposizioni.
In sostanza Schlick non fa che riprendere una precisa indicazione di
Wittgenstein sul modo di concepire la scienza, da lui sostanzialmente
condiviso. Infatti quest’ultimo ha sostenuto che tutti i discorsi dotati di
significato appartengono alla scienza, mentre la filosofia è senza signi-
145
Schlick, “The Future of Philosophy” (1930), cit., p. 173. «When we make a
statement about anything we do this by pronouncing a sentence and the sentence stands
for the proposition. This proposition is either true or false, but before we can know or
decide whether it is true or false we must know what this proposition says. We must
know the meaning of the proposition first. After we know its sense we may be able t o
find out whether it is true or not. These two things, of course, are inseparably connected.
I cannot find out the truth without knowing the meaning, and if I know the meaning of
the proposition I shall at least know the beginning of some path that will lead to the
discovery of the truth or falsity of the proposition even if I am unable to find it at pre-
sent. It is my opinion that the future of philosophy hinges on this distinction between
the discovery of sense and the discovery of truth.» (“The Future of Philosophy”, 1931,
cit., p. 217). Cfr. anche “Positivismus und Realismus” (1932), trad. it. in il Neoempir-
ismo, cit., pp. 269-70.
146
Schlick, “The Future of Philosophy” (1931), cit., p. 219.
147
Cfr. W. Leinfellner, “A Reconstruction of Schlick’s Psycho-sociological Ethics”,
Synthese 64 (1985).
148
Cfr. Schlick, “The Future of Philosophy” (1930), cit., p. 175. Cfr. anche “The Fu-
ture of Philosophy” (1931), cit., pp. 222-3.

188
ficato. Ciò può essere meglio chiarito richiamando alla mente la triplice
ripartizione da lui effettuata tra sinnvoll, sinnlos e unsinnig: il primo
comprende tutte le proposizioni “significative”, “dotate di senso” (ad
es. le proposizioni appartenenti alle scienze naturali); il secondo è il
campo del “senza senso” (o “privo di senso”, e comprende le propo-
sizioni della logica: cfr. Tractatus, §§ 4.461, 4.4611); il terzo compren-
de tutto ciò che è “insensato” (ovvero, la metafisica: cfr. Tractatus, §
6.51 sullo scetticismo che è unsinnig).
Del campo del sinnvoll fa parte la scienza o, meglio, «la totalità delle
proposizioni vere» (che descrivono stati di cose) nelle quali consiste la
«scienza naturale tutta» (Tractatus, § 4.11). Da esso viene esclusa la
filosofia in quanto «la filosofia non è una delle scienze naturali» (§
4.111). Ma neanche le “teorie scientifiche” fanno parte del sinnvoll, in
quanto esse sono intese nel Tractatus come mere convenzioni, né vere
né false; non hanno significato perché esse e le leggi scientifiche sono
intese come meri strumenti per generare proposizioni vere o false, in
quanto tali dotate di senso149 . Esse hanno dunque una funzione mera-
mente ausiliaria rispetto alla sfera del sinnvoll150 .
Il sinnlos è strettamente collegato al livello del “mostrare”, dove si
pone la filosofia migliore151 , ma anche la matematica, la logica, l’esteti-
ca; insomma tutto ciò che Wittgenstein definisce come “trascenden-
tale” e nel quale rientra anche il “mistico” (cfr. Tractatus, §§ 6.421,
6.13): tutte accomunate dal fatto di non essere “dottrine”, ovvero in-
siemi di proposizioni dotate di senso (sinnvoll). La logica e la matema-
tica non consistono di proposizioni sensate, in quanto non possono es-
sere né vere né false, ma hanno piuttosto la funzione di permettere
l’inferenza da una proposizione significativa ad un’altra. La stessa fun-
zione che hanno anche le “teorie scientifiche” (ad es., la “meccanica
newtoniana”: cfr. Tractatus, §§ 6.341-6.343), che pertanto apparten-
gono anche al campo del sinnlos. Insomma, le teorie scientifiche, come

149
Cfr. S.A. Sokouler, “The Image of Science and the Understanding of Philosophy
in the “Tractatus Logico-Philosophicus’”, in G. Meggle, U. Wessels, (eds.), Analyomen
1: Proceedings of the 1st Conference “Perspectives in Analytical Philosophy”, Vol II,
De Gruyter, Berlin 1997, pp. 249-50.
150
Analogamente Schlick – richiamandosi a Wittgenstein – assegna alle leggi scien-
tifiche una natura non proposizionale, affermando che esse sono prescrizioni, regole di
comportamento su come ci dobbiamo comportare nella realtà, trovare proposizioni vere
e predire gli eventi (cfr. Schlick, “Die Kausalität in der gegenwärtigen Physik”, 1931, i n
PP2, p. 188).
151
Cfr. J.A. Coffa, op. cit., p. 514.

189
anche la logica e la matematica, hanno una mera funzione intermediatri-
ce, come quella posseduta da un reticolo usato per rappresentare le
macchie su di una superficie: esso serve a produrre delle proposizioni
vere (“alle coordinate xy v’è una macchia nera”), ma non è di per sé
vero (o falso) essendo la sua scelta del tutto arbitraria (semmai si po-
trebbe giudicarlo in base alla sua utilità o meno); fornisce solo regole
per costruire proposizioni che descrivono la realtà152 .
Esattamente la stessa funzione che ha la filosofia: essa come attività
chiarificatrice rientra, per Schlick e Wittgenstein, in questo campo. Da
questo punto di vista anche la filosofia “si mostra”, ovvero la si può
vedere solo in esercizio; non ci si teorizza su. Per cui se mi si domanda
“che cos’è la filosofia?” non dovrò rispondere dandone una definizio-
ne od asserendo qualcosa su di essa, in quanto in tal modo ne farei
l’oggetto di un discorso e riterrei di poter enunciare proposizioni vere
su di essa. Dovrei piuttosto esibire in cosa essa consiste, ovvero prati-
carla, mostrarla in attività, in azione. Ciò è quanto vuole esattamente af-
fermare l’osservazione fatta da Wittgenstein a Waismann a proposito
del programma del Circolo di Vienna: «“Rinnegare la metafisica!”
Come se ciò fosse qualcosa di nuovo! La scuola di Vienna deve mo-
strare e non dire quello che compie ... L’opera deve lodare il mae-
stro»153 . Ne segue anche che le proposizioni che “parlano” della filo-
sofia (ad es. quelle contenute nel Tractatus) sono in quanto tali unsin-
nig e quindi da rigettare, ma non sinnlos: non contengono alcuna verità,
ma hanno una funzione provvisoria, ausiliaria, di intermediazione; per-
mettono, cioè, di “vedere rettamente il mondo”, come viene affermato
nella celebre chiusa del Tractatus: «Le mie proposizioni sono chiarifi-
cazioni le quali illuminano in questo senso: Colui che mi comprende in-
fine le riconosce insensate [unsinnig], se è asceso per esse – su di esse
– oltre esse. (Egli deve, per così dire, gettare via la scala dopo che v’è
salito.) / Egli deve superare queste proposizioni; è allora che egli vede

152
Cfr. P. Frascolla, Tractatus Logico-Philosophicus. Introduzione alla lettura,
Carocci, Roma 2000, pp. 183-7. Se non si tiene conto della fondamentale differenza tra
sinnlos e unsinnig si finiscono per concepire sic et simpliciter le leggi scientifiche
(come anche la stessa teoria del linguaggio, l’etica e la concezione della filosofia) tutte
come “prive di significato” nello stesso senso in cui lo è la metafisica, giudicando così
fallimentare la definizione di significato di Schlick (vedi ad es., A. Ioly Piussi, op. cit.,
pp. xxxii-xxxiv). Un discorso analogo potrebbe esser fatto per una delle critiche più dif-
fuse al principio di verificabilità, quella concernente la sua inevitabile mancanza di si-
gnificato (in quanto non “verificabile”) (cfr. ib., pp. xxix-xxxii).
153
Cit. in McGuinness, “Presentazione”, cit., p. 7.

190
rettamente il mondo» (§ 6.54). Anche le proposizioni del Tractatus
hanno dunque una funzione di intermediazione e pertanto hanno
“diritto” all’esistenza. Ma, è stato osservato, «esse sono intermediare
in un modo differente da quello delle proposizioni delle teorie scientifi-
che, della matematica e della logica. Queste ultime servono per passare
da proposizioni a proposizioni. Le proposizioni del Tractatus servono
per passare dalle proposizioni alla intuizione [insight] che ci introduce
nella sfera di ciò che non può esser detto da proposizioni. Questa è la
peculiarità della filosofia»154 .
Un discorso analogo può esser fatto per Schlick, che assegna alle
proposizioni contenute nei suoi Problemi di etica la stessa funzione as-
segnata da Wittgenstein a quelle del Tractatus: «nella misura in cui
questo trattato è “filosofico” (e avrebbe in effetti la pretesa di esserlo),
le sue frasi funzionano non come vere proposizioni che comunicano
determinati dati di fatto o leggi, ma come stimoli per il lettore ad esegui-
re quegli atti spirituali in virtù dei quali certe proposizioni ottengono un
chiaro significato»155 . Dunque in entrambi la filosofia ha una funzione
di intermediazione – sta tra il sinnvoll e l’unsinnig – ma mentre per
Wittgenstein lo sbocco della attività filosofica è la visione retta del
mondo (ovvero la filosofia è una sorta di itinerario alla contemplazione
mistica156 ), invece per Schlick essa può e deve dare origine a proposi-
zioni pienamente sensate nella misura in cui ha la funzione di chiarifi-
cazione e stimolo rispetto alla scienza (si trasforma, cioè, in scienza);
ma può anche dar luogo alla metafisica, alle pseudoproposizioni, degra-
dandosi in tal modo a unsinnig. Insomma, per Schlick, lo sbocco della
filosofia non è l’oltrepassamento e l’annichilimento della conoscenza
della realtà, non è lo svilimento della scienza (profondamente disprez-
zata da Wittgenstein), ma piuttosto finisce per confluire proprio in essa.
Permane la funzione intermediatrice della filosofia, ma essa conduce
non al mistico, bensì alla conoscenza scientifica. Troppo elevata è la
considerazione della scienza in Schlick – diversamente da quanto acca-
de in Wittgenstein – perché egli possa mai pensare di svalutarne la
portata conoscitiva in favore di una dimensione intuitiva.
Quando la filosofia tradisce il suo compito e non concepisce più se

154
S.A. Sokouler, op. cit., p. 250.
155
Schlick, Problemi di etica, cit., p. 4.
156
Su ciò rimando a quanto sostenuto nel saggio “La parola liberatrice. Matematica e
misticismo in Russell e Wittgenstein”, in questo volume.

191
stessa come mera attività, ma crede di poter oltrepassare le colonne
d’Ercole che separano l’erkennen dal kennen, pretendendo di “co-
noscere” ciò che solo si “mostra” nell’intuizione, allora essa non var-
ca la soglia di una più autentica conoscenza, non lacera il velo che sepa-
ra il fenomeno dal noumeno, ma genera semplicemente nonsensi: è il
vasto regno dell’unsinnig, nel quale dimorano le filosofie del tipo peg-
giore, la metafisica, l’etica filosofica e tutto ciò che è costituito da mere
pseudoproposizioni, la cui eliminazione è il compito che spetta alla filo-
sofia come attività e terapia.
Quanto detto emerge con chiarezza dalla caratterizzazione socratica
che Schlick effettua del lavoro filosofico. Socrate, infatti, si disinteressa
delle scienze naturali (si parla con lui di “svolta antropologica” del
pensiero greco, in contrapposizione alle filosofie “naturalistiche” del
periodo precedente) e intende la filosofia non come una scienza ma
piuttosto come una “saggezza della vita”, facendola consistere in quel
suo metodo inquisitorio col quale egli domanda sempre ai propri inter-
locutori il significato delle nozioni che essi adoperano in modo irrifles-
so e spontaneo. Insomma, per Socrate, la filosofia consiste in ciò che
Schlick chiama la «ricerca del significato», e cioè nel proposito di ren-
der chiaro il pensiero mediante l’analisi del significato realmente pos-
seduto dalle nostre espressioni. «Qui allora possiamo trovare una defi-
nitiva contrapposizione tra questo metodo filosofico, che ha per suo
oggetto la scoperta del significato, e il metodo delle scienze, che ha per
suo oggetto la scoperta della verità. […] Socrate ha fornito l’esempio
del vero metodo filosofico per tutti i tempi»157 ; «il cosiddetto metodo
socratico è il paradigma del procedimento filosofico» (PRO, pp. 49-
50). All’esempio socratico deve essere anche ispirata l’attività del mo-
derno filosofo, come anche di chi voglia “insegnare” filosofia: non si
tratta di fornire al discente un insieme di proposizioni che rappresentino
la soluzione dei “problemi filosofici”, bensì di educare all’attività o
arte del pensare, in modo da essere in grado di analizzare e scoprire il
significato di ogni domanda (cfr. FC, p. 368).
Questo approccio socratico alla filosofia equivale per Schlick ad una
sua difesa che, nella relazione preparata per il IX Congresso internazio-
nale di filosofia di Parigi del 1935 e pubblicata postuma, gli fa prendere
le distanze dalle posizioni scientiste più radicali incarnate da Neurath
(implicitamente criticato, anche se mai menzionato). È una difesa della
157
Schlick, “The Future of Philosophy” (1931), cit., p. 217.

192
filosofia contro le accuse di antifilosofia mosse al Circolo di Vienna,
della filosofia come saggezza in contrapposizione alla filosofia profes-
sorale e accademica alla moda; della filosofia critica contro quella meta-
fisica e speculativa. Il Circolo di Vienna – nonostante quanto hanno af-
fermato alcuni suoi esponenti che preferiscono atteggiarsi a ricercatori
scientifici piuttosto che a filosofi e parlano continuamente di “scienza
unitaria” (evidente il riferimento a Neurath e a Carnap) – non fa che ri-
scoprire il senso autentico del lavoro filosofico, che non è quello spe-
culativo, bensì quello a suo tempo indicato da Socrate. È un ritorno al
passato quello che propone Schlick, una ripresa del significato autenti-
co della filosofia, che è stato sempre presente nella sua storia, anche se
spesso travisato e pervertito dall’errore speculativo e metafisico. Infatti,
la storia della filosofia manifesta qualcosa di più profondo, che scorre
al di sotto delle grida di battaglia dei vari partiti metafisici e delle opere
dei grandi filosofi, ai quali è interessato lo storico: «i flutti di superficie
sono spazzati via dalle sempre sopraggiungenti tempeste; tuttavia le cor-
renti possenti non sono toccate e continuano a fluire tranquillamente in
profondità»158 . È a questa filosofia che scorre in profondità che Schlick
si ispira; ad essa egli vuole ricollegare il Circolo di Vienna, al punto da
sostenere che i suoi padri fondatori non sono né Comte, né Frege, né
Poincaré né Russell, ma piuttosto Socrate: «Socrate è stato il vero pri-
mo filosofo. Egli non è stato un naturalista come gli antichi Ionici; non
è stato […] un “sapiente e giornalista”, come i sofisti; non è stato un
metafisico, come gli Eleatici; non è stato un mistico, come i Pitagorici.
Egli è stato colui che ha cercato il significato delle proposizioni, ed in
particolare quelle grazie alle quali gli uomini giudicano mutuamente la
loro condotta morale»159 .
Si riconferma in questo modo la funzione meramente strumentale ed
intermediaria della filosofia: in quanto “arte del pensare” essa non è
produttrice di conoscenze, ma finisce o per introdurre alla scienza, fa-
cendo vedere come i problemi ritenuti filosofici si trasformino in scien-
tifici, o per concludere sulla inesistenza delle proprie domande, in
quanto successioni di simboli prive di significato con un punto interro-
gativo alla fine. In ogni caso, la filosofia si realizza solo nella misura in
cui si annulla; adempie il proprio scopo con lo scomparire160 . Resta

158
Schlick, “L’École de Vienne et la Philosophie Traditionnelle”, cit., p. 495.
159
Ib., p. 496.
160
Cfr. G. H. von Wright, The Tree of Knowledge and Other Essays, Brill, Leiden /

193
solo una attività che inizia sempre di nuovo perché sempre nuove sono
le esigenze di chiarificazione del pensiero. È un lievito che accompagna
la ricerca della verità e senza il quale questa non potrebbe sorgere; ma
di per sé non fornisce alcun nutrimento, alcuna conoscenza. Essa è in-
dispensabile, ma solo in quanto sa al momento opportuno mettersi da
parte, per lasciare il posto a chi produce veramente la conoscenza, sia
esso scienziato naturale o scienziato dei costumi etici, o scienziato della
psicologia e così via.
Anzi, il filosofo in quanto tale – in quanto puro filosofo – non ha
più senso di esistere. Si diceva in una battuta: purus logicus, purus a-
sinus. Si potrebbe dire che per Schlick questa facezia – con la quale e-
gli potrebbe al limite essere d’accordo161 – andrebbe riformulata: purus
philosophus, purus asinus. Ed infatti non solo la filosofia coltivata in-
dipendentemente dalla scienza è del tutto infruttuosa, ma è lo stesso fi-
losofo che deve sempre essere anche scienziato, e viceversa: non vi so-
no grandi scienziati che non siano stati e non siano al tempo stesso dei
filosofi, specie quando lavorano in aree di confine (cfr. PRO, p. 51). La
filosofia e la scienza possono trovare dunque benissimo dimora nella
stessa persona. Ciò accade quando lo scienziato si interroga sul signifi-
cato delle proposizioni che utilizza, prima ancora di ricercarne la verità,
così come fatto da Einstein con la parola simultaneità e il concetto di
tempo162 . La ricerca del significato – e quindi la filosofia – è stata sem-
pre praticata dagli scienziati, specie nei momenti di crisi della scienza,
quando è stato necessario rimettere a fuoco il significato di concetti ri-
cevuti in maniera irriflessa dal pensiero scientifico precedente o dal lin-
guaggio quotidiano. Quando ciò accade, allora lo scienziato «dovrà
fermarsi e pensare. Sospenderà le sue indagini scientifiche e passerà
alla meditazione filosofica fintantoché il significato delle sue proposi-
zioni non gli sia divenuto perfettamente chiaro» (FC, p. 367)163 . La ca-

New York / Köln 1993, p. 35.


161
Considerato il carattere tautologico da lui assegnato alla logica – sulla scorta di
Wittgenstein – e il valore puramente strumentale da essa avuto in quanto mezzo di pro-
duzione delle conoscenze e non conoscenza essa stessa, essa non ci fornisce alcuna
verità fattuale e quindi a rigore la sua sola conoscenza non ci rende più sapienti o dotti.
Se non la applicassimo nella scienza, cioè alle proposizioni fattualmente vere per otte-
nerne delle altre, essa sarebbe del tutto sterile. Per cui il puro logico non sarebbe che un
asino.
162
Cfr. Schlick, “The Future of Philosophy” (1931), cit., p. 218.
163
«[…] se all’interno della scienza saldamente consolidata si manifesta improv-
visamente, in un qualche punto, la necessità di prender nuovamente coscienza del vero

194
pacità di stupirsi – da Aristotele posta come molla della filosofia – è
propria di quelle grandi menti che non si abbandonano alla routine della
ricerca quotidiana, ma si interrogano continuamente sul significato dei
termini che utilizzano, dei concetti che impiegano, per cui «l’atteggia-
mento filosofico sarà riconosciuto più che mai come la più possente
forza e la parte migliore dell’atteggiamento scientifico»164 . Insomma,
«tutti i grandi scienziati sono anche stati filosofi. Essi sono stati ispirati
dallo spirito filosofico»165 .
Di converso, il filosofo incompetente nelle scienze è solo un dilet-
tante, quando, peggio, non diventa un metafisico: «Un filosofo, perciò,
che non conosce nulla eccetto la filosofia sarebbe come un coltello sen-
za lama né manico. Oggi un professore di filosofia è assai spesso un
uomo che non è in grado di rendere nulla più chiaro; egli parla solo di
filosofia o scrive libri su di essa. Questo sarà impossibile in futuro. Il
risultato del filosofare sarà che non verranno più scritti libri sulla filo-
sofia, ma che tutti i libri saranno scritti in maniera filosofica»166 . E ciò
accade perché non si può essere competenti in filosofia, in quanto essa
non è una “materia” come le altre, una disciplina accanto a tutte le ri-
manenti, ma il lievito che deve permettere la crescita delle altre discipli-
ne, quelle autentiche. «Esistono competenti solo nelle singole scienze,
non in filosofia. Essa non è una “materia”, in essa siamo tutti profani.
Chi perciò non capisce alcuna scienza singola, eppure fa filosofia, è

significato dei concetti fondamentali, provocando così una più radicale chiarificazione
del loro senso, questa analisi viene subito avvertita come un atto eminentemente
filosofico. Tutti sono d’accordo sul fatto che, per esempio, la ricerca di Einstein, svilup-
pata in base ad un esame del senso degli enunciati sul tempo e sullo spazio, è stata una
vera e propria impresa filosofica. Possiamo qui aggiungere che le acquisizioni della
scienza veramente decisive, quelle che hanno fatto epoca, sono sempre state di questo
genere, ossia fondate su una nuova elucidazione del senso dei principi fondamentali. Tali
acquisizioni sono perciò accessibili solo a coloro che hanno disposizione per l’attività
filosofica. Ciò significa che il grande scienziato è sempre anche filosofo» (“La svolta
della filosofia”, cit., pp. 261-2).
164
Ib., p. 369.
165
Ib., p. 368. «The philosopher who does not wish to fall into empty speculations
must also be master of the scientific mode of procedure; the scientist who aims at more
than average achievement must likewise have the capacity for philosophical instinct;
but however these capacities and procedures are combined, we can and must distinguish
them. It is impossible to identify the nature and manner of the scientist's procedure with
philosophy, for the latter is something that can neither be learnt nor taught.» (PRO, p .
52).
166
Schlick, “The Future of Philosophy” (1930), cit., p. 175.

195
solo un dilettante»167 .
Tra scienza e filosofia v’è dunque chiara distinzione, ma non se-
parazione: fare o no filosofia non significa passare da un campo all’al-
tro dello scibile, ma piuttosto cambiare atteggiamento verso i problemi,
verso il mondo. È un modo di “vedere” diversamente le cose, che mira
alla chiarificazione del significato e non alla ricerca della verità. Il filo-
sofo, quando opera come filosofo, non è scienziato, e viceversa: quindi
due attività cronologicamente e logicamente diverse. Ma questi due at-
teggiamenti possono convivere nella stessa persona e pertanto il filoso-
fo si trasforma in scienziato e lo scienziato diventa filosofo (cfr. PRO,
p. 47). Sono logicamente distinti, ma la loro differenziazione reale è
meramente accidentale, anche se – ammette Schlick – essendo necessa-
rio effettuare un lavoro di chiarificazione anche in molte delle questioni
concernenti la vita ordinaria, può accadere che certe menti siano special-
mente versate in questo campo. Solo in tal caso il filosofo può essere
differente dallo scienziato, sebbene comunque dovrà essere un uomo di
profonda penetrazione, un uomo “saggio”, così come lo era Socra-
te168 .
La filosofia rimane per Schlick la «regina delle scienze», che domina
tutte le altre in quanto ne rappresenta l’anima autentica, senza la quale le
loro proposizioni sarebbero senza senso169 . Una regina che regna, ma
non governa. Come la regina delle api, condannata al ruolo di mera ri-
produttrice di quelle operaie dalla cui quotidiana fatica può essere stil-
lato quel miele che allieta le nostre tavole, così la filosofia può solo pro-
durre quel significato che, lavorato poi dalle mani produttrici delle
scienze specialistiche, in ogni campo può produrre il miele della verità,
raccolto nelle “proposizioni vere”.
Schlick mostra così nel suo modo di concepire la filosofia di co-
gliere sì il senso autentico del pensiero di Wittgenstein, ma non il suo
significato complessivo. Egli di tale pensiero afferra solo il significato
metodico, l’aspetto funzionale, non la strategia generale all’interno della
quale la filosofia viene utilizzata. Ed infatti, mentre per Wittgenstein
tutto il senso del Tractatus e della filosofia in esso contenuta, ed e-
spressa dalle proposizioni ivi occorrenti, si condensa nella fuoriuscita

167
Schlick, Aforismi, cit., p. 195.
168
Cfr. Schlick, “The Future of Philosophy” (1931), cit., p. 223.
169
Cfr. Schlick, “The Future of Philosophy” (1930), cit., p. 174; cfr. anche “The Fu-
ture of Philosophy” (1931), cit., p. 221; “La svolta della filosofia”, cit., p. 259.

196
dal dicibile, nella capacità di pervenire a ciò che può solo essere
“mostrato” ed è quindi tutto calato all’interno di quell’itinerario misti-
co del quale abbiamo già ampiamente discusso, invece in Schlick
l’approdo strategico è rappresentato dalla scienza, in quanto la filosofia
è l’attività che permette a questa di dispiegarsi al suo meglio. Ma resta
in entrambi un giudizio netto sul valore della filosofia, che ad un tempo
segna il distacco tra il primo e il secondo Schlick: la filosofia non è una
scienza e quindi è assurdo pensare che sia possibile “scientificizzarla”.
La “filosofia scientifica”, che era stata la bandiera di Brentano, Russell,
Wundt e di molti altri filosofi-scienziati tra ottocento e novecento e che
era stata impugnata dallo stesso primo Schlick e dal Carnap dell’Auf-
bau170 , è ormai ritenuta impossibile. Con il secondo Schlick, dunque,
viene pronunciata la sentenza di morte della “filosofia scientifica”.
Diverse la strade che i nostri eroi imboccheranno: Wittgenstein, che
della scienza ha un radicato disgusto e rifiuto, aveva scelto dopo il
Tractatus la via del silenzio, dalla quale recederà solo quando avrà ca-
pito che la filosofia può essere praticata anche come “gioco linguisti-
co”, svincolata da ogni aggancio ontologico e sempre in piena coerenza
alla sua natura di attività e di intermediazione; Schlick, che della scienza
era invece un entusiasta cultore, finisce per trovare all’interno di questa
la gratificazione che la filosofia non può più fornire, ma la morte spezza
anzitempo la sua ulteriore evoluzione, sicché non ci è dato conoscere
quali strade il suo pensiero avrebbe ancora percorso; infine i suoi amici
circolisti dalla fine della filosofia scientifica trarranno la conclusione
che ormai non resta che coltivare la logica della scienza e quindi virano
nettamente verso la metodologia delle scienze e una considerazione
sempre più tecnica delle questioni scientifiche, in direzione di quella
“scienza unitaria” e di quella “sintassi logica del linguaggio” che nei
170
Benché non sia qui possibile approfondire la questione, mi sembra indubbio che
Carnap sino all’Aufbau (scritto negli anni 1922-5), partecipi del programma della
“filosofia scientifica” delineato da Russell, nel quadro del cui pensiero egli si propone di
scrivere la propria opera. Ciò del resto si evince nella “prefazione” alla prima edizione,
nella quale, sottolineando l’importanza ormai assunta dalla “nuova logica”, afferma: «Se
la filosofia ha l’intenzione di incamminarsi per la via della scienza (in senso rigoroso),
non potrà rinunziare a questo strumento energico ed efficace per la precisazione dei con-
cetti e per la chiarificazione delle situazioni problematiche. Questo libro intende
compiere un passo lungo questa via, e con ciò invitare a passi ulteriori in questa direzio-
ne» (Der logische Aufbau der Welt, trad. it. cit., p. 78). L’opera è pubblicata nel 1928;
ma già nel 1930, con gli articoli “La svolta della filosofia” di Schlick e “La vecchia
logica e la nuova” di Carnap, la liquidazione del programma della filosofia scientifica
sarà resa pubblica.

197
suoi ultimi scritti Schlick rifiuta (di tale evoluzione è sintomaticamente
espressione il pensiero di Carnap)171 .

5. Dal significato alla verificazione

Avevamo affermato che la questione dei criteri che permettono di de-


finire il significato, alla chiarificazione del quale è preposta l’attività fi-
losofica, porta diritto al problema della verificabilità, uno dei temi più
noti e dibattuti dell’intero neopositivismo.
In effetti, la verificabilità come criterio di significanza o, come viene
anche detto, “principio di verificabilità”172 , costituisce «la carta di rico-
noscimento con cui il neopositivismo s’inserisce nel pensiero filosofico
contemporaneo»173 . Ad esso è stato assegnato il compito della demar-
cazione tra scienza e metafisica, per liberare la prima da ogni intrusio-
ne che ne potesse minacciare la razionalità.
Tale criterio si inserisce nel quadro di un approccio empiristico alla
conoscenza, consistente in generale nella tesi per cui una credenza che

171
Ci sembra pertanto inesatto sostenere, e per giunta citando ad esempio Schlick,
che l’idea di fondo dei neopositivisti sia consistita nell’edificare una filosofia scientifica
«nel duplice senso di: rigorosa come la scienza (e in ciò la logica forniva un ottimo
strumento), e posta prevalentemente al servizio della scienza» (F. D’Agostini, “Che
cos’è la filosofia analitica”, in F. D’Agostini, N. Vassallo, a cura di, Storia della
filosofia analitica, Einaudi, Torino 2002, p. 34). E ciò per due motivi: perchè non è af-
fatto vero che Schlick e Carnap sostennero sempre l’idea di una filosofia rigorosa come la
scienza; e perché si mettono insieme due caratterizzazioni che devono esser tenute di-
stinte, essendo solo la prima peculiare al progetto della filosofia scientifica, mentre la
seconda invece qualifica una filosofia ormai divenuta metodologia della scienza o meta-
scienza, come appunto accade da un certo momento in poi nell’evoluzione del Circolo di
Vienna.
172
Sulla storia e la fortuna del “principio di verificabilità” dai padri fondatori (Ber-
keley e Hume) ai nostri giorni vedi C.J. Misak, Verificationism. Its History and Pros-
pects, Routledge, London / New York 1995. Ad essere esatti si dovrebbe distinguere il
“principio di verificabilità”, che si riassume nella tesi forte secondo la quale “il signifi-
cato di una proposizione è il suo metodo di verifica”, dal più debole “criterio di verifica-
bilità”, che consiste nell’affermare siano dotate di significato solo le proposizioni che
sono (in linea di principio) verificabili. Cfr. per tale distinzione O. Hanfling, Logical
Positivism, Blackwell, Oxford 1981, capp. 2 e 3, che tuttavia è nella sostanza quella in-
trodotta da Ayer nel distinguere il proprio modo di intendere la verificazione da quello di
Schlick (cfr. A.J. Ayer, Bilancio filosofico, 1973, Laterza, Bari 1976, p. 34). Per un
confronto tra le posizioni di Schlick e di Ayer vedi Tscha Hung, “Ayer and the Vienna
Circle”, in L.E. Hahn (ed.), The Philosophy of A.J. Ayer, Oper Court, La Salle, Ill. 1992.
173
F. Barone, Il neopositivismo logico, cit., p. 252.

198
non abbia alcun rapporto con l’esperienza è illusoria174 . È ovvio che
tale impostazione del problema, così come ogni altra idea nella storia
del pensiero, non nasce come Minerva già armata dalla testa di Giove.
Di essa si hanno consistenti anticipazioni in tutti quei pensatori di o-
rientamento empiristico che hanno sentito l’esigenza di dare precisione
al linguaggio e chiarezza alle idee, in modo da evitare gli errori della
metafisica, all’interno di quel progetto di scientificizzazione della filo-
sofia le cui nozioni seminali possono essere ritrovate in coloro che si
posero il problema del significato del filosofare in relazione al-
l’affermarsi della scienza moderna. Ma è con Hume che il requisito
dell’empiricità assume per la prima volta una coloritura semantica, mo-
tivata dalla sua distinzione tra “relazioni di idee” e “relazioni di fatto”,
che prelude chiaramente all’analoga differenza effettuata da Schlick e in
ambito neopositivista tra proposizioni empiriche e proposizioni analiti-
che (o tautologie), cioè alla distinzione del corpus della scienza in
scienze formali e scienze empiriche. È celebre la conclusione delle Ri-
cerche sull’intelletto umano: «Quando scorriamo i libri d’una bibliote-
ca, persuasi di questi principi, che cosa dobbiamo distruggere? Se ci
viene alle mani qualche volume, per esempio di teologia o di metafisica
scolastica, domandiamoci: Contiene qualche ragionamento astratto
sulla quantità o sui numeri? No. Contiene qualche ragionamento spe-
rimentale su questioni di fatto o di esistenza? No. E allora, gettiamolo
nel fuoco, perché non contiene che sofisticherie ed inganni»175 . Ma più
esattamente Hume ritiene che il significato di un termine filosofico
debba essere ricercato nel suo collegamento con la “impressione”
dalla quale esso si suppone sia derivato176 , per cui diventa criterio me-
todico generale che, se vogliamo capire un’idea poco chiara, dobbiamo
procedere alla sua riduzione alle idee semplici che la costituiscono e
174
M. Friedman (op. cit., pp. 5-6, 19-25, 32-4) ha sostenuto il carattere
“mitologico” della interpretazione empirista di Schlick e del neopositivismo in generale
(derivante a suo avviso dalla mediazione che ne dà Ayer nel suo famoso Language, Truth
and Logic), insistendo invece sulle sue matrici kantiane e sul carattere “olistico” della
loro teoria della conoscenza, testimoniate dagli articoli sulla teoria della relatività di
Reichenbach, dalla Allgemeine Erkenntnislehre di Schlick e dalla stessa Aufbau di Car-
nap (che a prima vista sarebbe il più compromesso con l’empirismo ed in particolare col
progetto russelliano). Tuttavia questo è vero – come del resto ammette lo stesso Fried-
man – sino ad una certa data, dopo la quale l’influenza empirista prese il sopravvento. E
non v’è dubbio che il periodo verificazionista entra a pieno titolo nella fase empirista.
175
D. Hume, Ricerche sull'intelletto umano, Laterza, Bari 1974, pp. 209-10.
176
Cfr. ib., pp. 24-5; cfr. anche Id., Estratto del Trattato sulla natura umana, Laterza,
Bari 1968, p. 83.

199
produrre le impressioni dalle quali essa viene derivata177 . Certo, Hume
non ha avanzato il concetto di verifica inteso nel modo in cui esso è as-
sunto dalla scienza contemporanea e fatto proprio dai circolisti; nondi-
meno troviamo in lui enunciata quella connessione tra significato ed e-
sperienza, che è il nucleo del principio di verificazione.
Lasciando da parte gli altri empiristi (in particolare Comte, Mill,
Mach, Duhem, Einstein e Russell)178 , che hanno in vario modo inteso il
concetto di verificabilità e il necessario collegamento tra conoscenza ed
esperienza come criterio per discriminare la metafisica dalla scienza,
facciamo rilevare solo che tale connessione può assumere varie forme,
così come è dimostrato dalla storia del pensiero empirista. Possiamo
graduare le diverse posizioni nelle seguenti tesi (dalla più debole alla
più forte):
• Carattere peculiare della scienza naturale (fisica, chimica ecc.) è la
sua stretta connessione con l’esperienza, cioè la possibilità di con-
trollare (verificare, confermare) i suoi asserti e le sue teorie. Ma tale
tesi non comporta il suo contrario, cioè che il non empirico non è
scientifico, in quanto fanno parte della scienza anche la matematica
e la logica, che certo empiriche non sono (se si esclude la posizione
deviante di Mill). Il campo della scientificità è dunque più vasto di
quello della empiricità.
• Tutto ciò che non è empiricamente controllabile o non appartiene al
campo delle scienze formali, non è scientifico. Con ciò non si vuole
semplicemente asserire il truismo che tutto ciò che non è scienza
non è scientifico, bensì qualcosa di più forte della tesi precedente,
ovvero che la scientificità esaurisce tutto l’ambito delle conoscenze
fattuali. Ma ciò ancora non esclude siano possibili delle conoscenze
a priori, non puramente formali, ottenute per mezzo della sola capa-
cità razionale, che trascendono la fattualità empirica per attingere ad
una dimensione sostanzialmente diversa da quella disponibile per
mezzo dell’esperienza. Insomma le conoscenze scientifiche sareb-
bero solo un sottoinsieme delle conoscenze ottenibili mediante
l’esercizio della ragione umana.
• Ciò che non è scientifico, è metafisico. Ancora una volta non abbia-
mo di fronte un truismo, bensì la tesi forte che fa coincidere il cam-
po della scientificità col campo della conoscenza in generale (e non

177
Cfr. Hume, Ricerche sull'intelletto umano, cit., p. 83.
178
Sui quali cfr. Misak, op. cit., pp. 17-43.

200
solo con quella fattuale, empirica, come nel caso precedente). In tal
modo viene ritenuta impossibile una conoscenza ottenibile per mez-
zo dell’esercizio della sola ragione (di cui al punto precedente), in
modo autonomo rispetto alle procedure empiriche o formali messe
in atto dalla scienza. Tale supposta conoscenza viene ritenuta
“metafisica”, dando a tale termine una accezione negativa: essa è
l’insieme di tutte le credenze spurie, illusorie, infruttuose, sempre
tra loro in contrasto od addirittura – se si fa coincidere col campo
delle conoscenze vere la scienza – false.
• Infine, tutto ciò che è metafisico è “senza senso”; ovvero, non solo
falso, non solo sprovvisto di valore cognitivo, ma semplicemente
senza alcun senso, nonostante possa averne le parvenze. Ma, pos-
siamo domandarci, quale significato attribuire a tale “senso”? So-
spendiamo per il momento tale domanda, per riprenderla in seguito.
Ebbene proprio quest’ultima è la tesi sostenuta da Schlick e dai neo-
positivisti: la verificabilità viene intesa non semplicemente come stru-
mento per accertare la scientificità o l’empiricità di una data asserzione,
ma piuttosto come dottrina semantica che concerne il suo significato.
Come si vede è una tesi molto forte ed appunto in ciò sta l’originalità
dell’approccio neopositivista, che lo distingue da altre coeve posizioni
antimetafisiche e che in quanto tale rappresenta anche all’interno del
Circolo la posizione assunta in particolare da Schlick e Carnap (e pochi
altri), ma non da Neurath, la cui antimetafisica aveva altre motivazio-
ni179 , collocandosi all’interno della posizione 3. Analogamente la prima
opera importante di Carnap (l’Aufbau del 1928) non sposa in tutta la
sua radicalità la tesi 4, ma si pone in continuità con la posizione russel-
liana (sicché s’è vista in essa la realizzazione pratica del programma
solo enunciato da Russell180 ) e quindi anch’essa all’interno della posi-
179
Per Neurath la metafisica deve essere combattuta non perché priva di senso od in-
fondata in rapporto ad una conoscenza scientifica che si pone come paradigma della
conoscenza certa, bensì semplicemente per il fatto di essere l’ideologia conservatrice
della borghesia e dell’aristocrazia con la quale contrasta la filosofia scientifica che in-
vece costituisce l’arma del proletariato e delle classi lavoratrici. Alla base di tale im-
postazione v’è una visione coerentemente antifondazionalista della scienza e della filo-
sofia: esse non possono esibire alcun ancoraggio privilegiato che le renda superiori ad
ogni altro approccio alla realtà; sono solo strumenti più o meno utili, impiegati in vista
di un fine. Ed il fine per Neurath non è la conoscenza della natura, bensì la liberazione
delle classi oppresse. Cfr. R. Cirera, op. cit., pp. 109 ss.; D. Zolo, Scienza e politica i n
Otto Neurath. Una prospettiva post-empiristica, Feltrinelli, Milano 1986, pp. 32-3.
180
Cfr. W.v.O. Quine, “L’evoluzione ontologica di Russell” (1967), in Russell
filosofo del secolo, a cura di R. Schoenman, Longanesi, Milano 1970: «La splendida

201
zione 3. È lo stesso Carnap a sostenere nella Prefazione del 1961 alla
seconda edizione, che la condanna di tutte le tesi intorno alla realtà me-
tafisica effettuata nelle opere successive, «più radicale di quella che si
trova nella “Costruzione”, dove queste tesi venivano escluse soltanto
dal campo della scienza […], sentiva l’influsso della concezione di
Wittgenstein, per la quale le proposizioni metafisiche sono prive di sen-
so, perché per principio non possono essere verificate»181 . E, come ab-
biamo visto, non è neanche la posizione del primo Schlick, essendo es-
sa la conseguenza dell’influenza di Wittgenstein182 .
Ed appunto, come suggerisce Carnap, è l’accezione di significato
wittgensteiniana il luogo di partenza più vicino delle elaborazioni dei
circolisti. Ricorda questi: «Lo sviluppo più decisivo nella mia concezio-
ne della metafisica si registrò in seguito, nel periodo di Vienna, princi-
palmente sotto l’influenza di Wittgenstein. Giunsi a sostenere il punto
di vista che molte tesi della metafisica tradizionale non solo sono inutili,
ma anche prive di contenuto cognitivo: sono pseudoenunciati, vale a di-
re tesi che sembrano fare asserzioni dato che hanno la forma grammati-
cale di enunciati dichiarativi e usano parole dotate di associazioni forti
ed emotivamente cariche, mentre di fatto non asseriscono nulla, non e-
sprimono alcuna proposizione e non sono dunque né vere né false. An-
che i problemi apparenti cui questi enunciati presumono di dare una ri-
sposta negativa o affermativa, p.e. la questione “è reale il mondo ester-
no?”, non sono problemi autentici ma pseudo-problemi. La concezione
che questi enunciati e problemi non sono cognitivi si basava sul princi-

successione di Our Knowledge of the External World fu piuttosto costituita dal libro di
Carnap Der logische Aufbau der Welt» (p. 551). È questa di solito l’interpretazione che
viene data dell’Aufbau, contestata da Friedman (op. cit., pp. 89-152) per quanto concerne
però la derivazione empirista. Ciò non tocca tuttavia la continuità in merito all’idea della
possibilità di una “filosofia scientifica”, che è la sola cosa che qui ci interessa sostenere.
181
R. Carnap, Prefazione alla seconda edizione, in Der logische Aufbau der Welt,
trad. it. cit., p. 77. C.J. Misak nella sua opera sul verificazionismo non fa tali distinzio-
ni e quindi mischia la generica tesi che ogni asserto non analitico deve essere connesso
con l’esperienza con quella che gli asserti non verificabili sono privi di senso. Con ciò
egli non coglie il carattere peculiare che ha per alcuni dei circolisti (e non per tutti, come
sembra credere Misak) il principio di verificabilità. Cfr. Misak, op. cit., pp. 58-65.
182
Schlick in alcune delle opere della prima fase aveva prefigurato il principio di
verificabilità, però non attribuendo ad esso un carattere semantico, bensì solo me-
todologico, come criterio di accettabilità per i principi teorici (ad es. il postulato della
relatività). Cfr. “Kritizistische oder empiristische Deutung der neuen Physik?”, in Phi-
losophical Papers, vol. I, cit., pp. 330-1; “Die Relativitätstheorie in der Philosophie”,
cit., p. 345.

202
pio di verificabilità di Wittgenstein, il quale dice innanzi tutto che il si-
gnificato di una proposizione è dato dalle sue condizioni di verificabili-
tà, e, in secondo luogo, che una proposizione è significativa se e solo se
è, in linea di principio, verificabile, cioè se vi sono circostanze possibili,
non necessariamente reali, che, se si registrano, stabiliscono definitiva-
mente la verità dell’enunciato»183 .
Tale attribuzione a Wittgenstein del principio di verificabilità, che è
pressoché unanime all’interno del Circolo, non è giustificata sulla base
di quanto effettivamente contenuto nel Tractatus, in quanto in esso mai
occorre tale nozione; si parla solo delle condizioni che rendono una
proposizione significante, e cioè il suo raffigurare o no uno “stato di
cose”, senza indicare quale sia la strada, o il “metodo”, per accertarsi
di tale corrispondenza. Come giustamente afferma Hempel nel rievoca-
re gli inizi del Circolo e nel puntualizzare come la filosofia di
quest’ultimo non fosse affatto riducibile sic et simpliciter a quella di
Wittgenstein, «nel Tractatus non si trovano né l’idea di verifica delle
asserzioni empiriche né quella di osservazione o percezione immediata,
che per il positivismo logico rappresenta la base di tutta la conoscenza
scientifica»184 . Nondimeno tale attribuzione non è del tutto priva di
fondamento se si riflette sul fatto che in effetti Wittgenstein attraversò
una vera e propria “fase verificazionista”, la quale ebbe modo di e-
sprimersi in particolare durante i colloqui con Waismann e Schlick, te-
nutisi in casa di quest’ultimo a Vienna alla fine del 1929, come abbia-
mo già detto. Nel corso di essi, oltre a presentare le sue nuove posizio-
ni, che davano inizio alla revisione critica delle principali tesi sostenute
nel Tractatus e che non risultavano del tutto congeniali ai suoi interlo-
cutori imbevuti di empirismo, Wittgenstein enunciò la più simpatetica
tesi che il senso di una proposizione sta nella sua verificabilità. Ciò ri-
sulta chiaramente dalle annotazioni redatte da Waismann, nelle quali è
inequivocabile l’accettazione di Wittgenstein del criterio verificazionista
del significato delle proposizioni: «Se dico: es. “Là in cima al cassetto-
ne c’è un libro”, come faccio a verificarlo? È sufficiente che lo guardi o
lo osservi da più lati o che lo prenda in mano, lo palpi, lo apra, lo sfogli,
ecc.? Ci sono due concezioni al riguardo. L’una dice: qualunque cosa
io faccia, non potrò mai verificare completamente la proposizione. Essa

183
Carnap, Autobiografia intellettuale, cit., p. 45.
184
C.G. Hempel, “Il Circolo di Vienna e le metamorfosi del suo empirismo” (1981),
in Id., Oltre il positivismo logico. Saggi e ricordi, Armando, Roma 1989, p. 218.

203
si lascia per così dire sempre una scappatoia. Qualunque cosa facciamo,
non siamo mai certi di non aver commesso un errore. L’altra concezio-
ne, che vorrei far mia, dice: No, se non sono in grado di verificare com-
piutamente il senso di una proposizione, non potevo neppure intendere
qualcosa con la proposizione. Essa allora non vuol dire nulla. Per sta-
bilire il senso di una proposizione dovrei conoscere un determinato
procedimento che mi dica quando una proposizione possa valere come
verificata»185 . Benché successivamente Wittgenstein abbia un po’ ridi-
mensionato tali sue affermazioni e negato di aver così voluto edificare
una “Teoria del significato”, tuttavia «per l’intero 1930 […] il princi-
pio di verificazione venne formulato da Wittgenstein in maniera altret-
tanto dogmatica degli esponenti del Circolo di Vienna o di Ayer»186 .
Ma, osserviamo, tale rifiuto di una “teoria del significato” non è che
l’analogo esatto della tesi schlickiana, già accennata, dell’impossibilità
di intendere la filosofia come “scienza del significato” ed affonda le
sue ragioni nelle stesse motivazioni di fondo: l’impossibilità per la filo-
sofia di essere qualcosa di più che una attività, incapace di produrre as-
serzioni vere e di avere un proprio oggetto specifico. Ciò fa pensare, in
ogni caso, che sia proprio a questa fase del pensiero wittgensteiniano,
della quale avevano notizia tramite Waismann e Schlick, che i circolisti
si riferivano quando attribuivano al filosofo austriaco il principio di ve-
rificabilità. Pertanto, se è vero che la lettura positivista di Wittgenstein
non costituisce una interpretazione del tutto fedele del Tractatus, non-
dimeno ci pare chiaro che il principio di verificazione non è affatto in-
compatibile con le tesi in esso contenute, pur appartenendo più esatta-
mente al periodo in cui il suo autore cominciò a modificare alcune delle
tesi contenute nella sua opera187 .
Ed infatti, una volta indicate le condizioni puramente logiche che
rendono possibile la significanza di una proposizione, era naturale che
ad esse venisse associata l’impostazione empirista, che costituiva una

185
Waismann, Ludwig Wittgenstein e il Circolo di Vienna, cit., pp. 35-6. In questo
stesso libro sono contenute le Tesi scritte da Waismann come tentativo di esporre i prin-
cìpi fondamentali del Tractatus; in esse viene sviluppata l’impostazione “verificazioni-
sta” e si afferma nettamente che «il senso di una proposizione è il suo metodo di essere
verificata» (p. 231); un uditore così attento e fedele al verbo wittgensteiniano non
avrebbe enunciato così nettamente una tesi di tale rilevanza se questa non avesse trovato
conforto nelle idee che in quel periodo il maestro sosteneva.
186
Monk, op. cit., pp. 286-7.
187
Cfr. M. Cirera, op. cit., pp. 50, 58-9. Per ulteriori elementi a sostegno di questa
tesi vedi anche J. A. Coffa, op. cit., pp. 385-414.

204
matrice importante del neopositivismo e che derivava dall’insegnamento
di Russell. Solo in questo modo, per Schlick, si sarebbe usciti dalle
secche del soggettivismo rendendo intersoggettiva e pubblica la cono-
scenza umana; e sarà proprio il fondatore del Circolo a imprimere tale
svolta nella interpretazione del pensiero di Wittgenstein: il chiarimento
da questi operato della natura profonda della logica, con la conseguente
distinzione tra tautologicità delle sue proposizioni e descrittività degli e-
nunciati sintetici, è per lui fondamentale allo scopo di ancorare la cono-
scenza scientifica alla base empirica. Alla base di questo progetto v’è la
difesa di quella concezione della conoscenza scientifica che egli si porta
dietro sin dalla prima fase del suo pensiero e che insiste sul suo caratte-
re simbolico e concettuale, discorsivo, e appunto per ciò comunicabile
mediante un linguaggio. Conoscenza scientifica e suo carattere lingui-
stico fanno tutt’uno: «La conoscenza è il comunicabile kat∆ejxochvn [par
excellence]; ogni conoscenza è comunicabile e tutto ciò che è comunica-
bile è conoscenza»188 . E ciò che è comunicabile è linguaggio. Difesa
dunque della conoscenza scientifica intersoggettiva, in contrapposizione
ad altre presunte modalità di accesso al reale quale l’intuizione bergso-
niana. Scrive Schlick: «L’intuizione, l’identificazione della mente con
un oggetto, non è conoscenza dell’oggetto e non contribuisce ad essa,
poiché non adempie lo scopo per il quale la conoscenza è definita: tro-
vare la nostra strada fra gli oggetti, prevederne il comportamento; e ciò
si raggiunge scoprendone l’ordine, assegnando a ciascun oggetto il suo
posto appropriato entro la struttura del mondo. L’identificazione con
una cosa non ci aiuta a trovarne l’ordine, ma ci impedisce di farlo» (FC,
p. 323).
Sono appunto queste le motivazioni che portano Schlick a formulare
e difendere il principio di verificabilità quale criterio di significanza. Tra
tutti i circolisti, è stato certamente lui che ha maggiormente sentito
l’importanza del problema, preoccupato sin dalla Allgemeine Erken-
ntnislehre di assicurare un fondamento empirico della scienza. Onde la
stretta connessione tra presupposto dell’empirismo e significato, che
emerge con forza a partire dal 1930 con il saggio “La svolta della filo-
sofia”, esattamente nello stesso periodo in cui la verificabilità veniva e-
sposta da Wittgenstein negli incontri che avevano luogo proprio a casa
di Schlick189 . E in un altro saggio cruciale di questo periodo, “The

188
Schlick, “Erleben, Erkennen, Metaphysik”, cit., p. 99.
189
Cfr. Schlick, “La svolta della filosofia”, cit., p. 259.

205
Future of Philosophy” (1931), con ancor maggior decisione Schlick
sostiene che alla domanda sul senso di una qualsiasi asserzione si può
rispondere solo se siamo in grado di descrivere quali sono le circostan-
ze che debbono darsi affinché essa sia vera o falsa, in quanto il suo
senso consiste nello esprimere un determinato stato di fatto190 .
Si potrebbe obiettare che per sapere quando una data asserzione è
vera, è necessario prima che ne capiamo il senso; cioè che la possibilità
della verifica presuppone la comprensione. Già nel 1934 al Congresso
di Praga, organizzato dal Circolo di Vienna, Roman Ingarden osservava
che per «poter scegliere tra tutte le proposizioni d’osservazione possi-
bili quelle che sono giustamente necessarie per la verificazione […], oc-
correrebbe aver preliminarmente compreso la proposizione da verifica-
re, avendole così attribuito un certo senso. Ma se il senso di una propo-
sizione è identico alla sua capacità di essere verificata, o meglio, alla sua
verificazione, non è che dopo la sua verificazione che la proposizione
sarà comprensibile (avrebbe un certo senso)»191 . Insomma, la verifica
presuppone il significato e conseguentemente quest’ultimo è indipen-
dente da essa192 .
190
«How do we decide what the sense of a proposition is, or what we mean by a sen-
tence which is spoken, written, or printed? We try to present to ourselves the signifi-
cance of the different words that we have learned to use, and then endeavor to find sense
in the proposition. Sometimes we can do so and sometimes we cannot; the latter case
happens, unfortunately, most frequently with propositions which are supposed to be
‘philosophical’. - But how can we be quite sure that we really know and understand what
we mean when we make an assertion? What is the ultimate criterion of its sense? The an-
swer is this: We know the meaning of a proposition when we are able to indicate exactly
the circumstances under which it would be true (or, what amounts to the same, the circum-
stances which would make it false). The description of these circumstances is absolutely
the only way in which the meaning of a sentence can be made clear. After it has been
made clear we can proceed to look for the actual circumstances in the world and decide
whether they make our proposition true or false. There is no vital difference between the
ways we decide about truth and falsity in science and in everyday life. Science develops
in the same ways in which does knowledge in daily life. The method of verification is es-
sentially the same; only the facts by which scientific statements are verified are usually
more difficult to observe.» (“The Future of Philosophy”, 1931, pp. 217-8).
191
R. Ingarden, “L’essai logistique d’une refonte de la philosophie”, in Revue Phi-
losophique, CXX (1935), p. 156. A quanto ne sappiamo, Ingarden è stato tra i primi a
formulare questa obiezione (insieme a molte altre).
192
Un’altra tipica obiezione al principio di verificabilità, mossa da parecchi critici
(J.R. Weinberg, C.E.M. Joad, W.M. Urban, F. Barone, M. Black e molti altri), è quella
che lo attacca come privo di significato: non soddisfarrebbe infatti le condizioni da esso
stesso postulate e pertanto sarebbe un enunciato metafisico. Ancora una volta la risposta
la troviamo in Schlick, quando afferma che la concezione esposta col principio di veri-
ficabilità «si propone di essere null’altro che una semplice asserzione del modo in cui il

206
Ma, ribatte Schlick, quando possiamo dire di comprendere effetti-
vamente una proposizione? Certo, devo conoscere il significato delle
parole che la compongono e ciò è reso possibile dal fatto che le defini-
sco mediante altre parole, il cui significato deve essere a sua volta com-
preso. Ma tale rimando non può proseguire all’infinito, da proposizio-

significato è realmente assegnato alle proposizioni, sia nella vita quotidiana che nella
scienza. Non c’è mai stato un altro modo, e sarebbe un grave errore supporre che noi cre-
diamo di aver scoperto una nuova concezione del significato contraria all’opinione co-
mune, che vogliamo introdurre in filosofia. Al contrario, la nostra concezione non solo
concorda completamente con il senso comune e con la procedura scientifica, ma anzi ne
deriva» (“Meaning and verification”, 1936, in PP2, pp. 458-9). Ma se il principio di
verificazione è una proposizione empirica che descrive il modo in cui effettivamente gli
scienziati hanno assegnato il significato alle loro teorie, in quanto esso non solo è con-
fermato dalla pratica della scienza, ma addirittura ne deriva come una generalizzazione
empirica, allora esso è un fatto. E allora non può essere un principio o un criterio: lo im-
pedisce la regola aurea di ogni empirismo, che proibisce di trasformare i fatti in norme.
Come possiamo dunque legittimamente usarlo come criterio per espellere la metafisica
dal discorso sensato? Qui ancora una volta emerge l’assunto di fondo che governa non
solo le concezioni di Schlick, ma di tutto il neopositivismo (e, potremmo aggiungere,
della filosofia scientifica di inizio novecento): che la scienza abbia valore paradigmatico
per quanto concerne la conoscenza del reale. Allora il ragionamento potrebbe essere
esposto in questa forma: la scienza è l’unica e sola autentica conoscenza del reale; è
conoscenza in quanto applica il corretto metodo; di questo corretto metodo è parte inte-
grante il principio di verificazione, che permette di assegnare il significato ai termini
che fanno parte del suo linguaggio; dunque, se si vuole che il linguaggio da noi adoperato
per parlare del mondo abbia significato, allora dobbiamo applicare i metodi della
scienza, cioè il principio di verificazione. È come si può facilmente intuire, una giustifi-
cazione pragmatica del principio di verificazione, non una sua fondazione assoluta, i n
quanto si basa sul fine che vogliamo raggiungere, che in questo caso è una conoscenza
del reale modellata sul tipo di quella ottenuta dalle scienze naturali (dalla fisica i n
primis). Ne segue, ancora, che il principio di verificazione non appartiene alla scienza,
ma al discorso che noi facciamo sulla scienza; essa è dunque una tesi metascientifica e
siamo quindi rimandati ad un livello metalinguistico. Come ha acutamente osservato
Preti, «l’“esperienza” a cui deve riferirsi l’enunciato [= il principio di verificazione] deve
ovviamente essere diversa dall’“esperienza” cui devono riferirsi le proposizioni del livel-
lo sottostante: in questo caso non l’esperienza scientifica ma l’esperienza storica –
precisamente quella esperienza che è costituita dalla storia stessa delle scienze. In altri
termini: il principio di verificazione enuncia una qualità costante non degli oggetti su cui
portano le proposizioni scientifiche, ma delle proposizioni scientifiche assunte, esse
stesse, come oggetti, dati entro la storia della civiltà, passata e presente» (Lezioni di
filosofia della scienza, Angeli, Milano 1989, p. 85). Ma in quanto descrizione me-
tascientifica delle procedure della scienza – viste sia in modo sincronico che diacronico –
è il principio di verificazione adeguato? Proprio qui si innesta uno dei motivi di crisi più
profonda della concezione neopositivista. Come ha notato Max Black, «verification-
ists’ views of how science is actually conducted […] seem in retrospect extraordinarily
schematic and over-simplified» (“Verificationism Revisited. A Conversation”, in R.
Haller, hrsg., op. cit., p. 47).

207
ne a proposizione, sicché v’è un momento in cui dobbiamo andare al di
là del linguaggio, pena il regresso all’infinito: «dobbiamo pervenire a
parole, il cui significato non è più descrivibile mediante proposizioni,
ma deve venir indicato direttamente. Il significato delle parole, dunque,
deve, in ultima analisi esser mostrato, cioè esser dato. Ciò avviene con
un atto ostensivo il cui oggetto non può che esser dato, altrimenti non
sapremmo a che cosa riferirci»193 . Insomma, «l’ultima determinazione
del significato, quindi, avviene sempre mediante azioni. Esse costitui-
scono l’attività filosofica»194 . Questi atti, successivamente chiamati da
Schlick “definizioni ostensive”, non solo costituiscono un aspetto im-
portante del suo pensiero, in quanto rappresentano il legame tra lin-
guaggio e realtà e quindi forniscono contenuto empirico alla nostra co-
noscenza, ma mettono in luce ancora una volta il carattere proprio della
filosofia, ovvero il suo essere una attività che non può dar luogo a nes-
sun insieme di proposizioni vere e quindi il non poter essere una scien-
za. Infatti, «la scoperta del significato di qualsivoglia proposizione deve
in ultima istanza essere conseguito da un qualche atto, da qualche pro-
cedura immediata, come quando ad es. si mostra il colore giallo; non
può essere dato da una proposizione. […] La ricerca del significato è
conseguentemente niente altro che una specie di attività mentale»195 .

193
Schlick, “Positivismo e realismo”, cit., pp. 270-1.
194
Id., “La svolta della filosofia”, cit., p. 260. «As a matter of fact, the results of the
pursuit of meaning cannot be formulated in ordinary propositions, for if we ask for an
explanation of a meaning, and the answer is given in a sentence, we should have to ask
again, “but what is the meaning of this sentence?” and so on. If we are to arrive at any
sense at all, this series of questions and definitions cannot go on forever, and the only
way in which it can end is by some prescription that will tell us what to do in order to get
the final meaning. You want to know what this particular note here signifies? Well,
strike this particular key of the piano! That puts an end to your questions» (FC, p. 368).
195
Id., “The Future of Philosophy” (1931), cit., p. 220. R.M. Martin commenta:
«The theory concerning how such actions are related to propositions, like the notion of
acting on a belief, remains largely underdeveloped» (“On Meaning, Protomathematics,
and the Philosophy of Nature”, in E.T. Gadol (ed.), op. cit., p. 130). Della stessa opi-
nione F. Frey (“Schlick’s Konstatierungen Viewed As Special Case of General Theoretical
Principles of Scientific Inquiry”, in Gadol, op. cit., pp. 151-2), per il quale Schlick non
ha tratto le dovute implicazioni dall’importanza dell’azione nel processo conoscitivo,
rimanendo rinchiuso in una prospettiva meramente sensistica, tipica della tradizione
empirista. Ma, a nostro avviso, non poteva essere altrimenti: è questo il punto morto cui
arriva la filosofia di Schlick, quel medesimo punto morto cui altri arrivano con l’idea
pragmatica degli “scienziati del nostro circolo culturale”. Voler fare una teoria sul modo
in cui le azioni sono relate alle proposizioni, avrebbe significato per Schlick reimmet-
tersi nuovamente nella via crucis della giustificazione, di proposizione in proposizione,
dalla quale si può uscire solo col richiamarsi a qualcosa di esterno, ovvero all’azione, che

208
È evidente che nel precisare in questo modo il significato, Schlick
non fa riferimento al semplice fenomeno psicologico della compren-
sione, cioè a quel sentimento che l’individuo prova quando nel sentire
una proposizione ritiene di capirne il significato. Tale impressione sog-
gettiva, tale «vago sentimento di aver familiarità con le parole»196 , può
infatti essere ingannevole, ed indurci nell’«errore di pensare di cono-
scere il significato di un enunciato […] se abbiamo familiarità con tutte
le parole in esso occorrenti»197 . Ma ciò è solo un inganno, in quanto la
comprensione ed il significato cui fa riferimento Schlick è quello, per
così dire, autentico, che deriva solo dalla capacità di sapere cosa accade,
o dovrebbe accadere quando una certa proposizione è vera, conforme-
mente a quanto prescritto da Wittgenstein. Insomma, «il problema del
significato non ha nulla a che fare con il problema psicologico relativo
ai processi mentali di cui può consistere un atto di pensiero»198 . Il che
significa, nelle parole di Schlick, sostenere che «una proposizione pos-
siede un senso esplicitabile se, e solo se, il fatto che sia vera o falsa
produce una differenza che possa venir rilevata. Una proposizione, tale
che il mondo rimanga lo stesso tanto nel caso che sia vera, quanto nel
caso che sia falsa, non dice proprio nulla intorno al mondo, è vuota, non
comunica niente e non possiamo dire quale sia il suo senso. Una diffe-
renza verificabile è presente solo nel caso in cui vi sia una differenza
nel dato, poiché “verificabile” indubbiamente non significa altro che
“riscontrabile nel dato”»199 .
È ovvio che la verificabilità viene intesa “in linea di principio” e non
come realmente avvenuta o tecnicamente realizzabile allo stato attuale
delle conoscenze. Così ad es., l’affermazione che “sull’altra faccia
della luna esistono montagne alte 3000 metri” (come ogni altro enun-
ciato su eventi passati o futuri) è di fatto non verificabile (siamo negli
anni ’30); tuttavia non per ciò essa è priva di senso, in quanto la verifi-
cazione resta comunque concepibile e sappiamo bene quali dati di fatto
dobbiamo esperire per poter rendere vera o falsa la proposizione in og-
getto: la sua verificazione è logicamente possibile, indipendentemente

appunto per ciò non può essere ulteriormente giustificata teoreticamente, come ben
sapeva Wittgenstein (la cui concezione non può essere quindi tacciata di “ipersemplifica-
zione”, come fa Martin).
196
Id., “Meaning and Verification” (1936), in PP2, p. 460.
197
Ib., p. 457.
198
Ib., pp. 469-70.
199
Schlick, “Positivismo e realismo”, cit., p. 272.

209
dagli impedimenti tecnici che oggi la rendono non realizzabile200 . È
quindi più esatto dire che non è la verificazione a costituire il criterio di
significato, bensì la “possibilità di verificazione”, cioè la verificabili-
tà201 . Per chiarire tale punto Schlick fa un esempio che è utile riportare:
«Ma se qualcuno asserisse che all’interno di ogni elettrone si trova un
nucleo, sempre presente, quantunque assolutamente privo di effetti este-
riori, di modo che la sua esistenza non possa mai manifestarsi in natura,
ebbene, questa sarebbe un’asserzione senza senso. Infatti, noi dovrem-
mo allora chiedere all’ideatore di tale ipotesi: che cosa intendi dire,
propriamente, parlando dell’esistenza di quel “nucleo”? Ed egli po-
trebbe solo rispondere: voglio dire che dentro l’elettrone esiste qualche
cosa. A questo punto, noi gli chiederemmo ancora: di che cosa si tratta?
Che accadrebbe se tale nucleo non esistesse? Ed egli dovrebbe rispon-
dere: tutto rimarrebbe come prima, poiché, secondo la sua affermazione,
da quel “nucleo” non deriva nessun effetto, e quindi non si avrebbe al-
cun mutamento osservabile, né il dominio del dato ne risentirebbe in al-
cun modo. Dovremmo pertanto concludere che quella persona non è
riuscita a comunicarci il senso della sua ipotesi, la quale, conseguente-
mente, rimarrebbe vuota di senso. In questo caso, l’impossibilità della
verificazione è in verità non solo pratica, bensì logica, poiché con
l’affermazione della completa mancanza di effetti da parte di quel nu-
cleo, ogni controllo sulla base del dato viene escluso per principio»202 .
La concezione così esposta non rappresenta, d’altra parte, qualcosa di
peregrino, ma riflette proprio quanto fanno gli scienziati nel corso del
200
Cfr. ib., pp. 272-3.
201
Cfr. Schlick, “Meaning and Verification”, cit., pp. 462-8. La fragilità di questi
concetti – “in linea di principio”, “verifica logicamente possibile”, “verificabilità” ecc.
– è messa in luce da R.M. Martin, op. cit., pp. 124-7.
202
Schlick, “Positivismo e realismo”, cit., p. 273. Frey (op. cit., p. 154) critica
l’idea della “possibilità logica” della verifica, sostenendo addirittura che tale punto co-
stituisce una “svista” (slip) di Schlick (su tale “svista” vedi anche quanto afferma R. Born,
“Prospects of a Verifiability Theory of Meaning”, in Gadol, op. cit.), in quanto la possi-
bilità «can only mean that the verifying (or falsifying) actions are in accord with (or
conflict with) the theoretical and practical knowledge which is accepted at the time. But
if one were to rely always only upon what on already knows and is acquainted with, then
there would be no progress in knowledge and science. Only when something has really
been made does one know that it can be made». Tuttavia il brano citato di Schlick mette
in chiaro cosa egli intenda con tale “possibilità logica”, che non ha niente a che vedere
con la disponibilità o meno delle relative conoscenze tecniche o scientifiche, ma con-
cerne piuttosto la struttura dell’ipotesi della quale si vuole conoscere il significato,
ovvero quelle che in seguito avrebbe indicato come le “regole” che ne governano l’uso.
Vedi quanto sarà detto qui di seguito.

210
loro lavoro, il cui primo passo consiste appunto nel chiarire il senso di
certe affermazioni; così ha fatto Einstein con l’analisi del concetto di
tempo, «la quale non consiste in altro che nella esplicita chiarificazione
del senso dei nostri enunciati sulla simultaneità di eventi spazialmente
distanti»203 .
Qualcuno, insoddisfatto della riduzione del senso alla verificabilità,
potrebbe sostenere in effetti che, se è accettabile che un enunciato della
scienza fisica possa essere riconosciuto come vero soltanto grazie alla
verifica, tuttavia non è detto che questa esaurisca il suo significato. V’è
in esso qualcosa di più di quanto possa mai essere esibito mediante la
verificabilità. Per Schlick v’è qualcosa di vero in questa obiezione: è in-
fatti ovvio che «il senso di un enunciato non è mai determinato me-
diante una singola verificazione», essendo esso sottoponibile ad un
numero infinito di verificazioni, ciascuna delle quali può avvenire in
modi diversi, utilizzando tecniche differenti ecc. Pertanto, «preso in
senso stretto, il senso di una proposizione su oggetti fisici corrisponde
a una classe infinita di possibili verificazioni»; sta sempre, in ultima a-
nalisi, «in una infinita catena di dati di fatto»204 .
Insomma già in Schlick viene preannunciata quella “apertura di si-
gnificato” dei termini facenti parte della scienza (specie quelli teorici)
che sarà sostenuta successivamente, quando verrà abbandonata la co-
siddetta “tesi ristretta dell’empirismo” ed avverrà la sua “liberalizza-
zione”205 . Ne deriva come ulteriore conseguenza il fatto che una pro-
posizione mai può essere dimostrata vera in assoluto: «[…] anche le
proposizioni più sicure della scienza debbono venir considerate solo
come delle ipotesi, suscettibili di ulteriori precisazioni e correzioni»206 .
Dunque, non solo il significato di una proposizione è sempre “aperto”,
ma anche la sua verità non è stabilita una volta per tutte. La “versione
forte” del principio di verificabilità, consistente nella tesi che «è signifi-
cativo quell’asserto che potrebbe essere in pratica mostrato vero o falso

203
Ib., p. 274.
204
Ib., p. 277. Ne consegue che è una leggenda attribuire al neopositivismo i n
genere la tesi verificazionista per cui «un enunciato sintetico possiede un significato co-
gnitivo […] se e solamente se esso è deducibile da una classe finita di enunciati osserva-
tivi» (P. Jacob, L’empirisme logique, Les Editions de Minuit, Paris 1980, p. 130. Cor-
sivo nostro).
205
Cfr. C.G. Hempel, La formazione dei concetti e delle teorie nella scienza em-
pirica, Feltrinelli, Milano 1970, pp. 36-7.
206
Schlick, op. cit., p. 277.

211
in modo conclusivo»207 , non appartiene certo a Schlick.
Eppure queste di Schlick costituiscono importanti ammissioni che
anticipano gli ulteriori sviluppi delle concezioni neopositiviste, che via
via si libereranno dell’apertura del significato solo in direzione del rife-
rimento al dato empirico, assumendo sempre più rilievo quella che sarà
una delle caratteristiche dell’epistemologia successiva, e cioè l’impor-
tanza del sistema teorico complessivo all’interno del quale il significato
è contestualmente definito. Come osserverà infatti in seguito Hempel, il
significato di una certa ipotesi scientifica non può essere descritto solo
in termini di evidenza osservativa possibile, in quanto «il significato co-
noscitivo di un enunciato di un linguaggio empiristico si riflette nella
totalità delle sue relazioni logiche con tutti gli altri enunciati di quel lin-
guaggio e non solo con gli enunciati osservativi. In questo senso gli e-
nunciati della scienza empirica hanno un’eccedenza di significato che
va oltre ciò che può essere espresso in termini di appropriati enunciati
osservativi»208 .
Ma siamo già nel secondo dopoguerra; Schlick non ebbe la fortuna
di assistere a tali sviluppi. Tuttavia in quello che è il suo saggio più im-
portante sull’argomento, accanto alla determinazione del significato me-
diante il riferimento empirico, trova spazio una visione contestuale del
significato di un enunciato, che lo fa dipendere dalle “regole” che pre-
siedono al suo uso e che ne costituiscono la “grammatica” nel senso
più ampio del termine209 . Tale concezione del significato, come esplici-
tamente avverte Schlick, è il frutto delle conversazioni avute con Wit-
tgenstein («che hanno notevolmente influenzato le mie opinioni su que-
sti argomenti»), il quale nel frattempo elaborava quella visione del signi-
ficato fondata sull’uso che lo allontanava sempre più dalle posizioni del
Tractatus. Tale apertura verso la grammatica che regola l’uso di un
termine o di un enunciato all’interno di un linguaggio viene in Schlick
riportata comunque alla maniera in cui l’enunciato viene verificato:
«Stabilire il significato di un enunciato equivale a stabilire le regole se-
condo cui esso va usato, e questo è lo stesso che stabilire la maniera in
cui può essere verificato (o falsificato). Il significato di una proposizio-

207
Misak, op. cit., p. 65.
208
C.G. Hempel, “Problemi e mutamenti del criterio empiristico di significato”
(1950), in Semantica e filosofia del linguaggio, a cura di L. Linsky, Il Saggiatore, Mi-
lano 1969, p. 226.
209
Cfr. M. Schlick, “Meaning and Verification”, cit., p. 458.

212
ne è il metodo della sua verificazione»210 .
Ma nell’ultimo suo saggio, in cui si propone di difendere e precisare
le concezioni del Circolo di Vienna sia contro i critici sia contro i suoi
seguaci eccessivamente scientificizzanti, è assai significativo che Schlick
non faccia alcun cenno al “principio di verificabilità” e, quando ac-
cenna alle “questioni di significato” proprie della filosofia, afferma che
esse «sono risolte indicando non fatti di osservazione, ma le regole
della grammatica logica che usiamo per descrivere la realtà. Tutti i pro-
blemi specificatamente filosofici sono di quest’ultimo tipo. Gli altri, le
questioni di fatto, sono i problemi specificatamente scientifici»211 . La

210
Ibidem. Come ha fatto notare J. Margolis, tale apertura all’uso, con la conse-
guente ammissione della conoscenza storica ed epistemologica – ovvero di fenomeni che
non possono essere parafrasati in termini di quantità fisiche misurabili – viene a minare
la plausibilità del fisicalismo come sostenuto da Carnap e dallo stesso Schlick in “De la
Relation…”, cit. (cfr. Margolis, “Schlick and Carnap on the Problem of Psychology”, i n
E.T. Gadol, ed., Rationality and Science…, cit., pp. 117-8).
211
Schlick, “L’École de Vienne…”, cit., p. 493. Tale ridimensionamento della veri-
fica e delle definizioni ostensive emerge anche da un aforisma che verosimilmente appar-
tiene all’ultima fase della sua vita: «Apprendo il significato di alcune parole per mezzo di
definizioni ostensive (concrete). Ciò è abbastanza semplice - ma come so che un gesto
ostensivo unito ad un suono può essere l’indicazione del nome di un oggetto? Si dice: l o
indovino. Giustissimo, ma qual è il criterio per cui posso dire di averlo indovinato esat-
tamente? In fondo solo questo, che faccio buon uso del vocabolo. Ciò vale anche per le
parole che non posso spiegare con una definizione ostensiva (se, ma, forse, potere) ecc.
La definizione ostensiva non ha dunque una particolare rilevanza; non è vero che la com-
prensione e l’uso di una lingua le siano connessi in modo speciale» (Aforismi, cit., p .
204). Un ulteriore elemento che depone in questa direzione è fornito da Waismann – che
sappiamo assai vicino a Schlick – il quale nell’articolo scritto nel 1936 (“Schlick’s Sig-
nificance…”, cit.), esponendo le concezioni dell’amico sul significato, mai accenna alla
verifica o al “principio di verificabilità”, ma sottolinea solo la necessità di chiarire la
“grammatica logica” che sta alla base del nostro linguaggio. A.G. Gargani (“Schlick and
Wittgenstein: Language and Experience”, in R. Haller, hrsg., op. cit.) mette in luce
questo spostamento da una concezione pittorica del linguaggio (tipica del Tractatus) ad
una valorizzazione della sua struttura sintattica e grammaticale, che avvenne in Wittgen-
stein e di conseguenza anche in Schlick (che la aveva però in qualche modo preannun-
ciata nella sua distinzione tra relazioni formali e contenuto intuitivo), e sostiene
l’importanza della struttura interna del linguaggio nel predefinire in anticipo le condizio-
ni empiriche che possono verificare le proposizioni; insomma «indicating the rules of
use of an expression is the same as indicating the circumstances with which it can be
verified (or falsified) […] The rules of syntax direct the use of expressions and for both
Wittgenstein and Schlick this use is the application of language to reality» (p. 363). Ci
sembra però, come viene detto nel testo, che ad un certo punto questo equilibrio tra sin-
tassi ed esperienza venga a spezzarsi; di ciò in Schlick vi sono solo tracce, mentre la
cosa è maggiormente evidente in Wittgenstein, quando si passi dalla sua fase di transi-
zione (esaminata da Gargani) alle posizioni più mature, quali quelle rinvenibili nelle Ri-
cerche filosofiche.

213
“grammatica logica” sembra dunque prendere il sopravvento sulle esi-
genze empiristiche ed il pensiero di Schlick pare avviarsi nella stessa di-
rezione che nel frattempo veniva percorsa da Wittgenstein. Un fascino
subito sino alla fine.
Come si vede la posizione di Schlick è molto meno ingenua di quel
che molti suoi critici hanno creduto. L’esigenza che abbiamo vista e-
spressa da Hempel è già interamente contenuta nella posizione che
Schlick ha assunto nel 1936, su impulso della critica di C.I. Lewis. Del
resto, l’insistenza con cui Schlick ribadisce l’importanza della verifica
pur all’interno di una visione sempre più orientata verso la nuova impo-
stazione wittgensteiniana centrata sull’uso o sulle regole della gramma-
tica che governano il linguaggio, risponde anche ad un’esigenza da lui
profondamente sentita, che lo porterà a dissentire dalle posizioni con-
venzionaliste di Neurath ed in parte di Carnap: la necessità di ancorare
il linguaggio all’esperienza, cioè di non rinchiuderlo all’interno di un
sistema di regole autofondantesi. E proprio questo sarebbe stato il ri-
schio di una definizione puramente contestuale del significato, quale
quella cui poi sarebbe giunto Wittgenstein coi “giochi linguistici”: non
v’è più un punto di riferimento esterno al gioco linguistico cui si parte-
cipa, in grado di conferire ad esso una “presa” sul reale, di renderlo in
qualche modo “vero” e quindi di sottrarlo al pericolo del solipsismo o
del sociologismo; insomma di evitare il naufragio nel relativismo. E sa-
ranno appunto questi gli esiti delle tendenze sempre più panlinguistiche
che l’epistemologia conoscerà a partire dagli anni ’70. Resta in sospe-
so la domanda di come Schlick avrebbe potuto conciliare tale sua esi-
genza empiristica con la definizione di significato basata esclusivamente
sull’uso, alla quale sembra essere avviato nel suo saggio postumo su
“L’École di Vienne”, prima da noi citato.
Ma almeno sino al 1936 è chiaro che alla base dell’idea di Schlick
v’è la convinzione che, in ultima istanza, ad essere decisivo del signifi-
cato così come del valore di ogni ipotesi scientifica è la loro fungibilità
nel render conto e nel razionalizzare l’esperienza di ogni giorno, quel
“senso comune” che Moore aveva posto a fondamento della propria
filosofia. Infatti, per il pensatore viennese, una delle tesi principali del
“vero positivismo” consiste nell’affermare che «la rappresentazione
ingenua del mondo, come lo vede l’uomo della strada, è perfettamente
corretta; e che la soluzione dei grandi problemi filosofici consiste nel
ritornare a questa originaria visione del mondo dopo aver mostrato che i

214
problemi inquietanti sorgono solo da una descrizione inadeguata del
mondo per mezzo di un linguaggio difettoso»212 .
Il prezzo che si deve pagare per tale strategia sta nel modellare la
comprensione autentica sulla base di quella messa in atto dalla scienza e
quindi derubricare ogni altra forma di intendere a fenomeno puramente
soggettivo, “psicologico”, apparente e dunque sprovvisto di presa sul
reale, di capacità di incidere su di esso; insomma è aperta la strada per
quel modo di intendere il significato che poi Carnap definirà come
“cognitivo”213 . E siccome la “cognizione”, l’unica cognizione possi-
bile dopo l’eclisse della “filosofia scientifica”, è quella fornitaci dalla
scienza – paradigma ed esempio per eccellenza di ogni conoscenza –
allora affermare che la verifica fornisce “significato cognitivo” alle no-
stre proposizioni equivale a dire che essa trasforma le nostre proposi-
zioni in “proposizioni della scienza naturale”; i.e., che al di fuori della
scienza non v’è conoscenza. Extra Ecclesiam nulla salus, affermava
Cipriano. Per cui o ci si converte in devoti seguaci della scienza e si en-
tra nella sua chiesa, celebrando da sacerdoti le lodi della conoscenza;
oppure, come umili sagrestani, si potrà solo servir messa, spolverare
l’altare e pulire il calice in cui vien servito il frutto del sapere.

6. I fondamenti “ineffabili” della conoscenza

Da quanto abbiamo sinora detto non può che emergere uno Schlick
pensatore tetragono nella difesa delle prerogative conoscitive della
scienza, della sua fondazione empiristica, e decisamente schierato con-
tro ogni forma di intuizione e di possibilità di accesso a una dimensione
superiore o comunque diversa da quella esibitaci dal pensiero scientifi-

212
Schlick, “Meaning and Verification”, cit., p. 481.
213
La connessione in Carnap tra significato e cognitività viene retrospettivamente
precisata nella Autobiografia intellettuale (cit., pp. 45-6): «Sfortunatamente, seguendo
Wittgenstein, formulammo il nostro punto di vista al Circolo di Vienna in modo troppo
semplificato, dicendo che certe tesi metafisiche sono “prive di significato”: ciò compor-
tò senza necessità una forte opposizione anche tra quei filosofi che fondamentalmente e-
rano d’accordo con noi. Solo successivamente ci accorgemmo che è importante distin-
guere le varie componenti del significato, e perciò in modo più preciso dicemmo che tali
tesi mancano di significato cognitivo o teorico, ma spesso hanno altre componenti di
significato, p.e. emotive o motivazionali, le quali, anche se non cognitive, possono
avere forti effetti psicologici».

215
co214 . Diversamente da Wittgenstein, per Schlick non v’è nulla che
possa “mostrarsi”.
Ciò parrebbe essere confermato dalla polemica che lo oppose a
Neurath e Carnap nella famosa “polemica sui protocolli”, che rappre-
senta forse la più celebre controversia sorta all’interno del Circolo e che
vide i suoi protagonisti dividersi nei sostenitori della posizione fisicali-
stica (con Neurath, Carnap ed Hempel), che rappresentavano la cosid-
detta “ala sinistra”, ed i difensori di una posizione simpatetica a quella
di Wittgenstein e Russell, come Schlick, Waismann e Bela von Juhos,
che costituivano l’“ala destra”, più conservatrice215 .
Schlick non era in linea di principio contrario al fisicalismo: è evi-
dente in lui il carattere paradigmatico assegnato in generale alla scienza
e in questa alla fisica; come non vi sono dubbi che gran parte dei pro-
blemi classici della metafisica perdono la loro problematicità quando si
capisce che in effetti sono problemi di linguaggio, come accade ad es.
col problema psicofisico; e che tra tutti i linguaggi possibili, quello che
offre le migliori garanzie di intersoggettività è senz’altro quello della fi-
sica216 . La tesi del fisicalismo è per lui – per quanto la terminologia sia
ritenuta poco elegante – una tesi corretta nella misura in cui il lin-
guaggio della fisica è in effetti il solo linguaggio obiettivo e la traduci-
bilità in esso è una condizione necessaria di obiettività. Ma tale tesi è
corretta solo sulla base di esperienze specifiche, ovvero essa è una pro-
posizione fattuale, empirica, come dire che l’Inghilterra è un’isola. Essa
non è pertanto una «scoperta filosofica», per il semplice motivo che non
214
È questa l’immagine che ne dà il discepolo Tscha Hung, “Moritz Schlick and
Modern Empiricism”, in Philosophy and Phenomenological Research, 4 (1949).
215
Cfr. Carnap, Autobiografia intellettuale, cit., p. 38. Tale differenziazione, intro-
dotta da Neurath ed in seguito ripresa da molti (cfr. Neider, “Memories of Otto Neurath”,
in Neurath, Empiricism and Sociology, ed. by M. Neurath, R.S. Cohen, Reidel,
Dordrecht 1973, p. 47), non era condivisa da Schlick. In merito alla “polemica sui pro-
tocolli” vedi T. Oberdan, Protocols. Truth and Convention, Rodopi, Amsterdam / Atlanta
1993; T. Uebel, Overcoming Logical Positivism from Within. The Emergence o f
Neurath’s Naturalism in the Vienna Circle’s Protocol Sentence Debate, Rodopi, Amster-
dam / Atlanta 1992.
216
«It does seem to be true that all facts and events without exception have a logical
form which lends itself to an expression by means of physical concepts. Experience
seems to show that any process which we usually represent by psychological phrases
employing terms like: feeling, perception, volition, etc. can also be expressed in terms
of physical concepts such as: stimulus, response, brain process, nervous discharge, and
so forth.» (FC, p. 363). Sulle concezioni relative alla possibilità di riduzione della psi-
cologia alla fisica in Schlick e Carnap vedi J. Margolis, “Schlick and Carnap on the
Problem of Psychology”, cit.

216
esistono «verità filosofiche». Se dunque è un fatto contingente che il
linguaggio fisico sia un linguaggio universale intersoggettivo, ne segue
che «la parola “fisicalismo” in nessun modo designa un movimento fi-
losofico»217 . È insomma una presa di posizione netta contro Neurath218
e il suo tentativo di fare del fisicalismo “la filosofia” del Circolo di
Vienna e quindi far assumere ad esso un deciso indirizzo materialistico.
Ma – avverte Schlick – il riconoscimento, come materia di fatto, che il
linguaggio fisico è caratterizzato dalla completa universalità non equi-
vale ad asserire un monismo metafisico219 .
Inoltre Schlick e l’“ala destra” del Circolo polemizzano nettamente
con il modo di intendere le “proposizioni protocollari”, che nella pro-
spettiva fisicalista costituivano gli elementi di base sui quali costruire la
“scienza unitaria” in quanto hanno la funzione di rappresentare il pun-
to di contatto tra l’esperienza individuale e la scienza intersoggettiva,
garantendo a quest’ultima il suo carattere empirico. Si capisce facil-
mente l’importanza di una chiarificazione circa la natura e le caratteri-
stiche di tali proposizioni; a tale questione, infatti, si lega il problema
della base empirica della scienza, al quale già abbiamo visto rinviava lo
stesso criterio della verifica. Infatti, affinché le proposizioni – e quindi
la scienza – siano significanti è necessario che esse abbiano un loro
fondamento su di una base empirica che nel fisicalismo non viene vista
più consistere nei dati immediati di esperienza, così come sostiene

217
Schlick, “De la Relation…” cit., p. 427.
218
L’antagonismo tra Schlick e Neurath affonda le sue radici in motivi più generali,
ivi comprese questioni attinenti alla formazione personale, alle rispettive origini sociali
ed alle opzioni politiche di fondo che ne caratterizzavano l’impegno intellettuale e
civile, come ha messo in luce Stadler (“Otto Neurath – Moritz Schlick: On the Philoso-
phical and Political Antagonisms in the Vienna Circle”, in Uebel, op. cit.). Ricorda Nei-
der (op. cit., p. 47): «Questi due uomini erano gli opposti non solo nel loro pensiero, ma
anche per le personalità. Schlick, uomo alto dalla parlata amabile, di supposta origine
aristocratica, viveva nello stile della grande borghesia – era solito andare a cavallo dopo
le sue lezioni – amava viaggiare, organizzava party musicali e cene nello stile della colta
ed agiata gente dell’era borghese; Neurath, il rivoluzionario consapevolmente non-
borghese, indifferente alle forme piccolo-borghesi a casa e nel vestire (per lo più a testa
scoperta, a volte metteva un berretto per mostrare la sua solidarietà con la classe ope-
peraia), interessato ad un nuovo modo di vivere - era noto per le sue attività durante la
rivoluzione di Monaco e, in una cornice più modesta, per il programma abitativo di Vien-
na, nonché per i suoi numerosi discorsi e pubblicazioni sul nuovo stile di vita». Sulle
figure di Schlick e Neurath vedi anche il vivido ritratto che ne fa K. Menger, Reminis-
cences…, cit., pp. 55-7, 60-3.
219
Schlick, “De la relation…”, cit., p. 436. Sul fisicalismo in generale vedi H. Mel-
zer, J. Schächter, “On Physicalism”, Synthese, 64 (1985).

217
Schlick e aveva prima sostenuto anche il Carnap dell’Aufbau, bensì in
“proposizioni-d’osservazione” spaziotemporalmente determinate. Tut-
tavia, la sempre più accentuata caratterizzazione linguistica e convenzio-
nalista che veniva loro attribuita, da Neurath in particolare, faceva corre-
re il rischio di alterare quell’equilibrio tra logica ed empirismo, la cui
conciliazione era stata uno dei tratti più tipici del “nuovo empirismo”
del Circolo di Vienna.
In particolare, al centro della critica di Schlick, nel suo “Über das
Fundament der Erkenntnis” (1934)220 , stanno i due punti sui quali ave-
va insistito particolarmente Neurath: (a) che non esistono enunciati
protocollari incorreggibili, cioè che tutti gli enunciati della scienza empi-
rica siano rivedibili (è la tesi “revisionista”) e che, più in generale, non
esiste alcun fondamento incrollabile e sicuro della conoscenza scientifi-
ca (è questa la posizione antifondazionalista)221 ; (b) che non è possibile
un confronto tra proposizioni e fatti e che quindi la verità consiste nella
coerenza: è la teoria della “verità-coerenza”222 .
Le due tesi sono in verità tra loro strettamente collegate da Schlick.
Iniziando a discutere la prima, egli non ha difficoltà a concordare con
Neurath e Carnap nel ritenere che «le proposizioni protocollari posseg-
gono, in linea di principio, precisamente lo stesso carattere di tutte le al-
tre proposizioni della scienza: esse sono ipotesi e niente altro che ipote-
si. Sono ben lontane dall’essere incontrovertibili, e ce ne possiamo ser-
vire, nella costruzione del sistema della conoscenza, solo nella misura in
cui si appoggiano, o almeno non entrano in contraddizione con altre i-
potesi»223 . Se questo è vero, allora esse non possono servire da fonda-
mento della conoscenza e coloro che si pongono all’interno di questa
posizione, cioè i sostenitori del fisicalismo, non possono che ritenere
insignificante tale questione. Per loro diventa importante non tanto
“fondare” la conoscenza su qualcosa di certo, bensì concepirla come
qualcosa di intersoggettivo, cioè intendere il sistema degli enunciati

220
Utilizzerò la trad. it. di E. Severino (Sul fondamento della conoscenza, La Scuola,
Brescia 1970) che mi sembra più precisa di quella contenuta in Schlick, Tra positivismo
e neo-positivismo, cit. Ho comunque riscontrato la traduzione anche con quella inglese
in PP2, pp. 370-87.
221
Cfr. O. Neurath, “Protokollsätze” (1932-33), trad. it. in Id., Sociologia e neo-
positivismo, Ubaldini, Roma 1968.
222
Cfr. Neurath, “Physicalism” (1931), in Id., Philosophical Papers 1913-1946,
Reidel, Dordrecht / Boston / Lancaster 1983, p. 53; “Soziologie im Physikalismus”
(1931-32), trad. it. in op. cit., pp. 26-7.
223
Schlick, “Sul fondamento…”, cit., pp. 14-5.

218
scientifici come il corpus di conoscenza condiviso in una certa epoca
dalla comunità degli scienziati; e la conoscenza che assume valore para-
digmatico è quella della fisica. È appunto questa la posizione di Neu-
rath. Ne segue la seconda dottrina rifiutata da Schlick: infatti, se il valo-
re primario è quello della intersoggettività, allora una proposizione sarà
ritenuta “accettata” (e non “vera”) solo se non entra in contraddizione
col sistema delle altre proposizioni che fanno parte della scienza224 . In
tal modo l’abbandono di una base sicura della conoscenza, oltre a sov-
vertire l’empirismo, finisce per aprire le porte al relativismo ed allo
scetticismo, o, come sostiene T. Vogel, all’irrazionalismo, all’intui-
zionismo, ai partigiani di una gnoseologia della visione e del Verste-
hen225 .
L’inaccettabilità della teoria della verità come coerenza nelle sue va-
rie formulazioni226 ed il rifiuto di considerare l’opportunità economica

224
«Ma che cosa resta in definitiva del criterio della verità? Poiché non si ritiene più
che tutti gli asserti della scienza si debbano conformare a proposizioni protocollari de-
terminate in modo concreto, ma piuttosto che ogni proposizione debba conformarsi a
tutte le altre proposizioni – dove ogni singola proposizione vien considerata come su-
scettibile, in linea di principio, di correzione –, ne viene che la verità non può consistere
in altro che nella concordanza delle proposizioni tra loro» (ib., p. 18).
225
Cfr. Vogel, “Bemerkungen zur Aussagentheorie des radikalen Physikalismus”,
Erkenntnis, 4 (1934), p. 162.
226
Schlick fornisce in prima istanza una versione della teoria della coerenza assai
generale, intesa semplicemente come assenza di contraddizione nel sistema degli enun-
ciati scientifici (cfr. op. cit., pp. 19-28). Poi la precisa ulteriormente introducendo il co-
siddetto “principio di economia”, per il quale «come proposizioni fondamentali si deb-
bono scegliere quelle proposizioni, il cui mantenimento richiede un minimum di variazio-
ni nell’intero sistema proposizionale, per purificarlo da ogni contraddizione» (ib., p.
30). Con ciò egli va più vicino a rendere correttamente la posizione di Neurath, che in ef-
fetti, come questi poi lamenterà nel suo articolo di risposta (“Radical Physicalism and
the ‘Real World’”, 1934, in Science and Philosophy in the Twentieth Century, ed. by S.
Sarkar, Vol. 2: Logical Empiricism at its Peak. Schlick, Carnap, and Neurath, Garland,
New York & London 1996, p. 101), non ha mai sostenuto una teoria della coerenza pura e
semplice, ma ha adottato un principio di economia che intende la scelta delle proposizio-
ni protocollari come determinata dal fatto che certi protocolli – e non altri – sono quelli
unanimemente accettati dalla comunità degli scienziati. Ha sostenuto Hempel (“Schlick e
Neurath: fondazione contro coerenza nella conoscenza scientifica”, 1982, in Id., Oltre i l
positivismo logico, cit., pp. 242-3) che quello di Neurath non può considerarsi un coe-
rentismo puro, in quanto il suo empirismo richiede che le proposizioni che fanno parte
del sistema scientifico devono concordare con i protocolli che ne stanno alla base.
Questo è vero; ma bisogna tener presente che il suo empirismo è sui generis, in quanto i
protocolli sono definiti in modo pragmatico (sono quelli di fatto accettati dalla comunità
degli scienziati) ed inoltre sono sempre rivedibili, anche se più raramente rispetto agli
altri asserti.

219
come il motivo che sta alla base della scelta delle proposizioni fonda-
mentali della scienza, portano Schlick a sostenere la tesi che in effetti
l’accettazione di un asserto non dipende altro che dalla sua origine, dal
modo in cui esso viene formato, non dal suo essere inseribile più o me-
no armonicamente in un dato sistema scientifico, in base al principio di
economia227 . Solo in tal modo si può apprezzare la differente gradua-
zione delle proposizioni, il loro diverso valore in relazione alla loro
maggiore o minore certezza. Ed allora risulterà che occupano un posto
del tutto particolare in tale aspetto quelle particolari proposizioni «che
esprimono un fatto che esiste nel presente e che è contenuto nella per-
cezione mia propria o del “dato vissuto di coscienza” (Erleben)»228 .
Proprio in ciò consiste l’errore “essenziale” della dottrina delle propo-
sizioni protocollari, e cioè «nel misconoscimento della graduazione
nella dignità delle proposizioni, graduazione che si manifesta nel modo
più chiaro nel fatto che, per riconoscere come “corretto” un certo si-
stema di conoscenze, hanno funzione determinante, da ultimo, soltanto
le nostre proprie proposizioni»229 . Mai – soggiunge Schlick – rinunce-
rei alle proposizioni che esprimono le mie osservazioni e potrei accetta-
re un sistema di conoscenze solo nel caso che le mie proposizioni siano
inseribili senza mutilazioni230 .
Ma queste proposizioni assolutamente personali, tali “asserti” in-
torno a ciò che viene attualmente percepito dal singolo, non sono per
nulla assimilabili alle proposizioni protocollari, né per la forma da esse
possedute né per la loro funzione nella scienza. Innanzi tutto esse co-
stituiscono solo una “occasione” per la formazione delle proposizioni
protocollari: queste ultime, infatti, ricevono una formulazione linguisti-
ca, che può essere annotata sulla carta, conservata nei libri o trasmes-
sa verbalmente. Invece ciò che Schlick chiama “proposizioni
d’osservazione” o “constatazioni” [Konstatierungen] non possono
essere fissate sulla carta, in quanto hanno uno statuto esclusivamente
personale, individuale ed istantaneo; esse sono degli atti indicativi, o-

227
Schlick, “Sul fondamento…”, cit., pp. 31-5.
228
Ib., p. 37.
229
Ib., p. 40.
230
«In ogni caso, qualunque fosse l’immagine del mondo che io mi costruisco, ne
controllerei sempre la verità solo sulla base della mia esperienza personale; non mi la-
scerei mai privare di questo punto di appoggio, e le proposizioni che esprimono le mie
osservazioni personali costituirebbero sempre l’ultimo criterio. E non potrei fare a meno
di proclamare: “Ciò che io vedo, io lo vedo!”» (ib., pp. 43-4).

220
stensivi, inevitabilmente privati e non esprimono un enunciato proposi-
zionale completo, né sono traducibili in una proposizione o in un proto-
collo231 . Una tale traduzione, infatti, le trasformerebbe in “ipotesi”,
come appunto sono le proposizioni protocollari, in quanto nel momento
in cui ricevono forma linguistica intersoggettiva, possono essere toccate
dall’errore, dall’inganno della memoria, dall’alterazione che inevitabil-
mente si introduce nel momento in cui vogliamo tradurre una esperien-
za assolutamente privata in una comunicabile linguisticamente: «Una
genuina constatazione non può essere annotata, giacché non appena
prendo nota delle parole ostensive “qui”, “ora”, esse perdono il loro
senso. E nemmeno possono essere sostituite da indicazioni di luogo e
di tempo, poiché non appena ci si prova, si pone immancabilmente […]
al posto della proposizione d’osservazione, una proposizione protocol-
lare, che, come tale, possiede una natura completamente diversa»232 .
231
Del tutto fuori strada ci sembra pertanto l’interpretazione di Coffa, per la quale
Schlick trattava le constatazioni «come fossero proposizioni a tutti gli effetti» (op. cit.,
p. 576). Sul problema delle “constatazioni” la letteratura è stata meno avara; cfr. F. Frey,
“Schlick’s Konstatierungen…”, cit.; R. Stranzinger, “Moritz Schlick’s Fundamental
Propositions”, in E.T. Gadol (ed.), op. cit.; R. Hilpinen, “Schlick on the Foundations of
Knowledge”, in R. Haller (hrsg.), Schlick und Neurath – ein Symposion, Rodopi, Am-
sterdam 1982; H. Lauener, “Neurath’s Protocol Sentences and Schlick’s ‘Konstatierun-
gen’ versus Quine’s Observation Sentences”, in R. Haller (hrsg.), op. cit.; R.M.
Chisholm, “Schlick on the Foundation of Knowing”, in op. cit.; K. Prätor, “Das Interes-
se an Gegenständen. Überlegungen zur Form elementarer Sätze im Logischen Empiris-
mus”, in op. cit.; F. Barone, “Protocol Sentences and Scientific Anarchism”, in op. cit.
232
Schlick, “Sul fondamento…”, cit., pp. 69-70. Tale modo di argomentare di
Schlick richiama alla mente quanto detto da Hegel a proposito della certezza sensibile
nella parte iniziale della sua Fenomenologia dello Spirito. Anche in questo caso egli fa
vedere come l’assunzione della certezza sensibile, del qui e dell’ora, cioè di ciò che sem-
bra la più indubitabile e sicura delle conoscenze, finisca inevitabilmente per essere tra-
scesa nel momento in cui essa viene irreggimentata dalla forma linguistica, per cui viene
persa nella sua immediatezza e nella sua capacità di costituire il fondamento della
scienza. Ciò perché «il linguaggio costituisce una verità superiore. Nel linguaggio, in-
fatti, noi confutiamo immediatamente proprio la nostra opinione, e poiché l’universale è
il vero della certezza sensibile, e il linguaggio esprime solo questo vero, allora ci è del
tutto preclusa la possibilità di dire un essere sensibile nel modo in cui lo opiniamo»
(Hegel, Fenomenologia dello Spirito, trad. it. di V. Cicero, Rusconi, Milano 1995, pp.
173, 175). Anche in questo caso assume un carattere fondamentale la dimensione lingui-
stica: «L’atto linguistico ha dunque la divina natura di invertire immediatamente
l’opinione, di farla diventare altro e di non lasciarla giungere alla parola. Nel momento
in cui io, però, voglio venire in soccorso del linguaggio indicando questo pezzo di carta,
ecco allora che faccio esperienza di ciò che di fatto costituisce la verità della certezza
sensibile: indico questo pezzo di carta come un Qui, che è un Qui di molti Qui, come un
insieme semplice di molti Qui, cioè come un universale. A questo punto, lo assumo
com’è in verità, e invece di sapere qualcosa di immediato, io lo prendo per vero, cioè:

221
Le constatazioni sono dunque, a rigore, “ineffabili”. Esse, insom-
ma, appartengono a quella dimensione del “contenuto” della coscienza
che Schlick ha sempre contrapposto alla dimensione linguistica e sim-
bolica della conoscenza scientifica233 . Ma questa loro immediatezza
intuitiva, benché le sottragga per sempre all’esprimibile, le rende asso-
lutamente certe in quanto in esse, diversamente da ogni altro asserto
sintetico, l’accertamento della verità e l’accertamento del senso vengono
a coincidere, allo stesso modo di come accade per le proposizioni anali-
tiche: la necessità di far ricorso a parole ostensive e ad un gesto che in-
dichi la realtà che attualmente ci troviamo davanti, fa sì che la compren-
sione di una constatazione sia possibile mediante il suo immediato con-
fronto coi “fatti”, cioè effettuando quel processo di verifica richiesto
da tutte le proposizioni sintetiche234 .
Tuttavia è a partire da esse che si possono formulare le proposizioni
protocollari; la loro prima funzione, dunque, consiste nel «porsi tempo-
ralmente al principio dell’intero processo conoscitivo, di stimolarlo, di
metterlo in moto»235 e da questo punto di vista possono essere riguar-
date «come l’origine ultima di tutto il sapere»236 . Non solo, ma le
“constatazioni” – ed è questa la loro seconda funzione – intervengono
anche nella conferma o verificazione delle ipotesi della scienza: quando
la previsione formulata da una legge scientifica effettivamente dà luogo
al risultato previsto, che noi “constatiamo”, allora «proviamo un senti-
mento ben determinato di soddisfazione, di appagamento: noi siamo
accontentati. Si può dire con pieno diritto che le constatazioni o propo-
sizioni d’osservazione hanno compiuto la loro autentica missione

percepisco» (ib., p. 185). Insomma, col passare al regime linguistico la certezza sensi-
bile diventa “percezione”, appunto come avviene nelle proposizioni protocollari, nelle
quali, afferma Schlick, «si parla sempre di percezioni […] nelle constatazioni invece
mai» (“Sul fondamento…”, cit., p. 69). Su tale figura della certezza sensibile vedi
l’ottima analisi che ne fa G. Cotroneo, “Il ‘dileguare’ della prima certezza”, in M. Pera (a
cura di), Il mondo incerto, Laterza, Bari / Roma 1994.
233
R.M. Chisholm osserva giustamente che le “constatazioni” equivalgono a ciò che
nella scuola di Brentano era chiamato col nome di “percezione interna” e quindi abbiano
per ciò tutte natura psicologica. La conseguenza è che i fondamenti della nostra cono-
scenza stanno in uno stato di cose psicologico autogiustificantesi, implicante l’esisten-
za di un soggetto psicologico, come nel cogito cartesiano. Da questo punto di vista
Schlick costituirebbe una sorta di “ponte” tra le concezioni filosofiche del circolo di Vien-
na e quella della scuola di Brentano (cfr. op. cit., pp. 149, 156-7).
234
Cfr. ib., pp. 66-7; PRO, pp. 123-4.
235
Ib., p. 50.
236
Ib., p. 51.

222
quando questo peculiare appagamento si è prodotto in noi»237 .
Risulta ora chiaro in cosa consista per Schlick il fondamento della
conoscenza e in che senso la scienza possa trovare quella salda base
che invece non le forniscono le proposizioni protocollari. Se le consta-
tazioni hanno il carattere privato, attuale, extralinguistico ed ineffabile
sopra descritto238 , esse non possono costituire la base intersoggettiva
della scienza: questa può essere fornita dalle proposizioni protocollari,
che tuttavia hanno il carattere di mere ipotesi e quindi non posseggono
quella certezza che è propria delle constatazioni. Queste ultime, dunque,
esauriscono la loro funzione o in quella sensazione di “appagamento”,
in quella “gioia di conoscere” che corona il processo della conferma,
oppure nel fornire la semplice “occasione” per la formulazione delle
proposizioni protocollari. Come chiaramente afferma lo stesso Schlick,
«sulle constatazioni non si può costruire alcun edificio logicamente du-
revole poiché esse sono già sparite nel momento in cui cominciamo ad
innalzarlo»239 . Dunque la fondazione che esse assicurano non ha certo
carattere logico o teorico (e per questo sono anche molto diverse dai
“dati vissuti” che stavano alla base del programma costitutivo edificato
da Carnap nell’Aufbau), ma esclusivamente psicologico o addirittura
biologico: sia la “conferma” che esse permettono, sia l’“occasione”
che origina la formulazione delle proposizioni protocollari, hanno un
valore solo psicologico240 , che si esaurisce in quella “soddisfazione”

237
Ib., p. 52. Cfr. anche PRO, pp. 91-2.
238
Appunto nella negazione di tale carattere consiste la critica che Ayer muove alle
“proposizioni ostensive” di Schlick, in quanto è per lui impossibile che esistano delle
proposizioni che non siano… proposizioni; ovvero non è possibile nel linguaggio rife-
rirsi ad un oggetto senza descriverlo; e far ciò è già andare oltre la pura registrazione di
una situazione: è entrare nel linguaggio e quindi far uso di proposizioni, che per loro
natura sono sempre ipotetiche e mai assolutamente certe (cfr. Language, Truth and Logic,
1936, Penguin Books, London 19903, pp. 88-91). È evidente che la posizione di Ayer,
nello sposare le concezioni di Carnap (ma non quelle più radicalmente coerentiste di
Neurath) è tutta interna alla dimensione linguistica, per cui gli è inconcepibile qualcosa
che fuoriesca dal linguaggio, che, per usare i termini di Wittgenstein, si “mostra”. Per-
tanto la sua critica a Schlick è, da questo punto di vista, “esterna”, in quanto non coglie
l’elemento trasgressivo rispetto all’empirismo linguistico da lui coltivato e che gli de-
riva dalla sua frequenza wittgensteiniana.
239
Schlick, “Sul fondamento…”, cit., p. 53.
240
In ciò Tscha Hung (“Remarks on Affirmations (Konstatierungen)”, Synthese, 64,
1985, pp. 301-2) vede giustamente una ricaduta nello psicologismo; accusa del resto
mossa anche dai suoi colleghi circolisti e che allora suonava terribile alle orecchie di chi
si era formato all’insegnamento di Frege e di Russell ed aveva consumato il linguistic
turn, ma che oggi non ci atterrisce più di tanto, visti i nuovi percorsi dell’epistemologia

223
da noi provata e nella motivazione che ci spinge a iniziare un nuovo
processo conoscitivo241 . Il loro valore non è teorico – da questo punto
di vista esse sono assolutamente inutilizzabili e la loro stessa certezza è
alla base delle loro sterilità logica – bensì pratico, in quanto forniscono,
per così dire, il “carburante” necessario affinché noi continuiamo a
proseguire nella nostra strategia conoscitiva; e solo da questo punto di
vista costituiscono il fondamento della nostra conoscenza242 . Un fon-
damento, tuttavia, che sfugge via nel momento in cui lo si è raggiunto, in
quanto esso possiede quel carattere di ineffabilità che è proprio di tutto
ciò che si sottrae ad una regimentazione linguistica. In questo loro ca-
rattere sta quella “enigmaticità”, quella “grande oscurità” che ancora
oggi sgomenta gli interpreti243 e che non può essere dissolta se non si
intende bene il ruolo peculiare che le constatazioni hanno nella scienza.
Se si considera che il neopositivismo è caratterizzato dalla cosiddetta
“svolta linguistica” e che lo stesso Schlick ha sempre affermato il ca-
rattere esclusivamente linguistico della conoscenza, per cui essa trova e-
spressione solo in concetti e simboli, dal fatto che le constatazioni «non
occorrono all’interno della stessa scienza e non possono né essere de-
rivate da proposizioni scientifiche, né queste ultime possono derivare da
esse»244 , ne scaturisce la conseguenza che il fondamento della scienza
viene posto, con la dottrina della constatazione, al di fuori di essa; il si-
stema della conoscenza linguisticamente formulata, e pertanto correggi-
bile e rivedibile245 , ha così un fondamento non linguistico, che affonda

contemporanea (di cui al saggio “Il ritorno del descrittivismo”, in questo volume).
241
«La questione che si cela dietro il problema del fondamento assolutamente certo
del conoscere è, a dir propriamente, la questione della giustificazione del senso di appa-
gamento che ci riempie quando si realizza la verificazione. Si avverano realmente i nostri
pronostici? In tutti i singoli casi di verificazione o di falsificazione è sempre una “con-
statazione” a rispondere univocamente con un sì o con un no, provocando in noi un sod-
disfatto sentimento di gioia o un senso di delusione. Le constatazioni sono definitive»
(Schlick, “Sul fondamento…”, cit., p. 56).
242
Non quindi un “fondamento” nel senso tradizionale della teoria della conoscenza,
quello criticato – per intenderci – da tutti gli antifondazionalisti alla Rorty, come invece
sembra credere D. Davidson quando contrappone Schlick a Neurath, in quanto abbrac-
cierebbe una epistemologia fondazionalistica (“Empirical Content”, in R. Haller, hrsg.,
op. cit., p. 471).
243
In tal senso si pronunciano P. Jacob, “La controverse entre Neurath e Schlick”, i n
J. Sebestik, A. Soulez, op. cit., pp. 204-5 e D. Davidson, op. cit., pp. 479-80.
244
Schlick, “Introduction” a Sur le fondement de la connaissance, Paris 1935, ora i n
PP2, p. 407.
245
Ha giustamente notato Hilpinen che le concezioni di Schlick sulla natura della
conoscenza scientifica sono assai prossime a quelle di Neurath e Carnap, in quanto an-

224
nell’ineffabile della esperienza assolutamente privata e del tutto certa.
Non solo, ma la tesi che le constatazioni non possono avere una forma
linguistica e che tuttavia in esse coincide senso e verità, richiama ad una
concezione della verità che è del tutto estranea alla tradizione proposi-
zionale propria dell’empirismo logico e che nulla ha a che vedere con la
teoria della corrispondenza, la quale può vigere solo tra proposizioni e
fatti, cioè tra la dimensione linguistica e quella reale246 . Significa ciò
forse ammettere un accesso extralinguistico alla verità, cioè una dimen-
sione veritativa che – collegata a quel senso di soddisfazione e di gioia
di cui parla Schlick – sfugge ad ogni regimentazione metodica ed inter-
soggettiva e quindi si colloca sullo stesso piano del “mistico” di Wit-
tgenstein? Certo la grande vicinanza tra Schlick ed il filosofo austriaco
deporrebbe in questo senso247 .
Si capisce allora come Neurath abbia potuto ribattere all’articolo di
Schlick col sostenere che le “constatazioni” non sono altro che un
soggettivo sentimento di soddisfazione, una versione lirica del tra-
dizionale sentimento di evidenza, che ha poco a che fare con la scienza e
che manifesta il carattere metafisico e poetico del loro sostenitore248 .

ch’egli ritiene che ogni proposizione che appartiene al corpo o sistema della conoscenza
è suscettibile di sconferma da parte di altre proposizioni ad esso appartenenti; pertanto
da questo punto di vista «Schlick’s theory of knowledge does not fit the characterization
of foundationalism» (“Schlick on the Foundations of Knowledge”, in R. Haller (hrsg.),
Schlick und Neurath…, cit., p. 73). Tuttavia nell’affermare che la dottrina delle “consta-
tazioni” è motivata dall’idea che la sola alternativa plausibile alla teoria coerentista della
conoscenza (sostenuta da Neurath e Carnap) «is the assumption that knowledge has an
infallible propositional foundation» (p. 78, corsivo nostro), commette il solito errore di
attribuire alle “constatazioni” natura proposizionale, laddove a nostro avviso sembra
chiaro che proprio ciò vuole negare Schlick, sicché si potrebbe affermare che esse hanno
natura antepredicativa o preproposizionale.
246
Hempel (“Schlick e Neurath…”, cit., p. 233) ha individuato tale contraddizione:
«Mi sembra chiaro che Schlick oscilla fra due concetti incompatibili di constatazione.
Da un lato ne parla come di asserti osservativi ai quali attribuisce, giustificando la cosa
in modo dettagliato, verità e certezza. Dall’altro nega loro lo stato di proposizioni scri-
vibili e – come si potrebbe dire proprio nel suo senso – comunque formulabili: ma allora
non è più possibile dichiararle, in modo sensato, vere o certe». Non a caso Neurath opta
decisamente per la teoria della coerenza.
247
F. Barone nota appunto che il misticismo insito nel Tractatus non è superato dalla
dottrina schlickiana delle definizioni ostensive in quanto le proposizioni formulate su di
esse non rientrano nell’ambito di ciò che è esprimibile (“L’empirismo logico di Moritz
Schlick”, in Rivista critica di storia della filosofia, IV, 1954, p. 381).
248
Cfr. Neurath, “Radical Physicalism and the ‘Real World’”, cit., pp. 110-14, pas-
sim. Nelle lettere scritte a Carnap, Neurath si riferiva al saggio di Schlick tacciandolo di
“assolutismo filosofico”, di essere “alquanto inquietante”, pervaso “di un misticismo
scadente”, nonché derideva il wittgensteinianismo della “setta schlickiana” nella loro

225
Tale rimprovero è certamente falso se vuole dare ad intendere che la co-
noscenza sia per Schlick qualcosa di diverso da quella scientifica e con-
cettuale; è però vero nella misura in cui individua nell’idea del fonda-
mento della conoscenza di Schlick quel medesimo rinvio al mistico che
è alla base dell’opera del suo maestro Wittgenstein, e che qui riemerge
al centro del progetto empiristico. Ma tuttavia tale rinvio viene depoten-
ziato col destituirlo di valore teoretico (che rimane tutto consegnato al
sistema della scienza), per assegnargli solo una funzione psicologica: le
constatazioni, infatti «formano la precondizione psicologica e l’occasio-
ne per le affermazioni dello scienziato […]»249 .
Sono evidenti le due strategie che sottendono i progetti di Neurath e
Schlick. Per il primo la scelta fisicalista si basa sul privilegiamento del-
l’intersoggettività della scienza (della fisica, in particolare) e le proposi-
zioni protocollari, benché ipotetiche in linea di principio, sono tuttavia i-
dentificate con quelle che di fatto vengono assunte dalla comunità degli
scienziati; per Schlick, invece, ha maggior importanza dare una base as-
solutamente certa alla scienza e a tale scopo non esita a richiamarsi alle
constatazioni squisitamente individuali – non intersoggettive – del sin-
golo, che in tal modo hanno la prevalenza su qualsiasi proposizione o
sistema scientifico condiviso: la certezza viene conquistata al prezzo
dell’ancoraggio in una dimensione individuale ed ineffabile dell’espe-
rienza umana. Tuttavia, diversamente dalla acquaintance di Russell o
dai “dati vissuti” di Carnap, che pur condividono il carattere di imme-
diatezza posseduto dalle constatazioni, viene a mancare in Schlick la fi-
ducia che sia possibile derivare da queste, o ridurre ad esse, per vie lo-
giche e razionali, l’intero contenuto della scienza250 . Non rimane dun-

critica dell’etica (lettere di Neurath a Carnap del 7 e 14 maggio 1934, 17 giugno 1934,
13 dicembre 1934, 18 gennaio 1935, 22 settembre 1935, che si trovano nel Vienna Cir-
cle Archive all’Università di Amsterdam (cfr. Stadler, “Otto Neurath – Moritz Schlick: On
the Philosophical and Political Antagonisms in the Vienna Circle”, in Uebel, op. cit., p .
163). Da parte sua Schlick sempre in lettere scritte a vari corrispondenti, si lamentava,
alludendo a Neurath, del “dogmatismo” di alcuni vecchi membri del Circolo, del “carattere
anti-intellettuale” di alcune pubblicazioni, della terminologia usata da Neurath nel par-
lare di un’ala “destra” e un’ala “sinistra” del Circolo di Vienna e del carattere non serio e
non scientifico del libro Empirismo e Sociologia di Neurath.
249
Schlick, “Sur les ‘constatations’”, in Sur le fondement de la connaissance, ora i n
PP2, p. 409.
250
K. Lehrer (“Schlick and Neurath: Meaning and Truth”, in R. Haller, hrsg., op. cit.,
p. 52) vede in questa caratteristica delle “basic sentences” una “strong similarity to Pop-
per”; ma dimentica (a) che le “constatazioni” non sono affatto “sentences”, in quanto
non hanno forma linguistica, mentre invece gli “asserti base” di Popper lo sono (del re-

226
que che una dimensione psicologica ed irrimediabilmente individuale,
che contrasta singolarmente e sintomaticamente con quella dimensione
sociale ed intersoggettiva che era stata scelta da Neurath. Giunge così al
suo naturale sbocco quella antitesi tra forma (conoscibile e quindi e-
sprimibile e comunicabile linguisticamente) e contenuto (intuitivo, solo
rappresentabile e dominabile linguisticamente) che ha segnato tutta la
riflessione di Schlick, rimanendo senza risposta la domanda di come sia
possibile che un contenuto privato, soggettivo, inesprimibile possa for-
nire le basi per una scienza intersoggettiva e pubblica: «la rigida duali-
stica opposizione tra acquaintance intuitiva e conoscenza concettuale ci
mette di fronte ad una fondamentale oscurità, se non ad una immediata
incoerenza. Come è possibile che i dati iniziali non (ancora) concettua-
lizzati possano eventualmente servire da base per una costruzione epi-
stemologica della oggettiva conoscenza concettuale?»251 . Come ha no-
tato Jacob, «l’opposizione tra la certezza delle esperienze private e l’og-
gettività della comunità scientifica rappresenta incontestabilmente il
punto di contrasto più fondamentale tra le due versioni dell’empirismo
che si confrontano in seno al Circolo di Vienna, alla metà degli anni
’30»252 .
In entrambi i casi, tuttavia, la giustificazione della scienza e del suo
carattere di conoscenza viene affidata a dimensioni che stanno
all’esterno di essa e che richiamano ad eventi e situazioni che non pos-
sono rivendicare alcuna motivazione né logica né teorica. Se per Schlick
è in ultima istanza ad un sentimento di soddisfazione psicologica che
bisogna rimettersi, per Neurath la scienza non trova giustificazione che
in se stessa, nel semplice dato di fatto della propria esistenza e di quella
di un insieme di enunciati protocollari accettati dagli scienziati in una
data epoca e condivisi per la loro utilità (sicchè il problema della giusti-

sto tutto il saggio di Lehrer si basa sull’idea che la “constatazioni” siano “sentences”,
onde il ritrovamento degli “errori” commessi da Schlick); (b) che gli “asserti base” sono
accettati per Popper convenzionalmente dagli scienziati, che decidono di porre fine in un
punto ai loro controlli, e quindi sono “relativi” allo stato della discussione critica; (c) in-
fine, che Popper rifiuta esplicitamente ogni connotazione psicologistica dei propri as-
serti base, come invece accade per le “constatazioni” di Schlick. Semmai gli “asserti ba-
se” assomigliano molto più alle proposizioni protocollari, nonostante quanto sostiene
Popper, che nel suo impeto polemico non si avvede di ciò, troppo preso dalla auto-
esaltazione della propria figura. Ma questo è un discorso che qui non possiamo appro-
fondire.
251
M. Friedman, op. cit., p. 42.
252
P. Jacob, op. cit., p. 211.

227
ficazione assume solo un senso pratico)253 ; o l’arbitrio individuale, o
quello comunitario di una corporazione di specialisti (e in ciò si riflet-
tono anche opposte opzioni politiche: l’illuminato liberalismo indivi-
dualistico di Schlick di contro al socialismo collettivistico di Neurath).
Per lo stesso esigente Carnap, con tutta la sofisticazione del suo appa-
rato logico-formale e le sue sottili distinzioni tra modo formale e modo
materiale di parlare, è solo una “felice circostanza” il carattere inter-
soggettivo della scienza. Anche lui è costretto ad appellarsi a una so-
luzione storico-pragmatica, per cui finisce per identificare le “effettive
proposizioni protocollari” con «quegli enunciati, o affermazioni scritte
(come configurazioni fisico-storiche) che provengono da certe persone,
e specificatamente dagli scienziati della nostra cerchia culturale»254 . Ed
Hempel per suo conto ribadisce che «il sistema degli enunciati proto-
collari che qualifichiamo come veri […] non può essere caratterizzato
che dal fatto storico che questo sistema è quello effettivamente adottato
dall’umanità e in particolare dagli scienziati del nostro circolo cultura-
le»255 .
Che cosa ci salva dunque dal decidere la sorte delle teorie scientifi-
che per alzata di mano, anche se queste sono quelle esperte ed abili de-
gli specialisti sul campo? Nulla, a parere di Carnap: «Se ora arriva qual-
cuno che, sulla base dei suoi protocolli, costruisce una scienza che non
è coerente con quella costruita dal nostro centinaio di persone [gli ap-
partenenti alla “nostra cerchia culturale”], allora noi la respingiamo;
diciamo di lui (a seconda delle circostanze) che è cieco ai colori, è un
mediocre osservatore, un sognatore, un bugiardo o un folle. Se trovia-
mo che contro i nostri cento c’è un altro centinaio di persone con una
scienza comune che non può essere riconciliata con la nostra, allora non
possiamo respingerla. Nel caso che ricerche ulteriori non conducano a
253
Cfr. H. Rutte, “On Neurath Empiricism and His Critique of Empiricism”, in T.E.
Uebel (ed.), Rediscovering the Forgotten Vienna Circle, cit., pp. 178-80.
254
Carnap, “Erwiderung auf die vorstehenden Aufsätze von E. Zilsel und K. Dunker”,
in Erkenntnis 3 (1932), pp. 179-80.
255
Hempel, “On the Logical Positivists’ Theory of Truth” (1935), in Science and
Philosophy in the Twentieth Century, cit., p. 56. Facendo riferimento a questo articolo
ed alla nozione di verità in esso contenuta ed influenzata da Neurath, Hempel affermerà i n
seguito che esso fece «parecchio arrabbiare Schlick che rispose molto criticamente [cfr.
Schlick, “Facts and Propositions”, 1935, in PP2, pp. 400-4] perché ci avevo scritto che
l’accettabilità ultima degli enunciati scientifici dipendeva dal consenso della comunità
scientifica, un’idea che adesso è tornata molto in circolazione con Kuhn e altri e che al-
lora era proposta in modo quanto mai esplicito da Neurath» (Hempel, “Autobiografia in-
tellettuale”, in Id., Oltre il positivismo logico, cit., p. 253).

228
un accordo, ci limitiamo ad accettare il fatto che gruppi diversi possie-
dono sistemi scientifici profondamente diversi. Fortunatamente, questo
non succede»256 . La nostra razionalità scientifica è dunque affidata ad
un colpo di fortuna, ad una “felice circostanza”; e perché non aggiun-
gere allora che essa dipende da una tradizione, quella razionalistica oc-
cidentale, che non ha nessuna motivazione per dichiararsi superiore a
quella di altri popoli e culture? Feyerabend è dietro l’uscio257 .
Tesi, queste, del tutto inaccettabili per Schlick: «Se qualcuno doves-
se dirmi che io credo nella verità della scienza in ultima istanza per il
fatto che essa è stata adottata “dagli scienziati del mio circolo cultura-
le”, io gli sorriderei […]. Vi assicuro nel modo più deciso che io non
giudicherei il sistema della scienza vero se trovassi le sue conseguenze
incompatibili con le mie proprie osservazioni della natura, e il fatto che
esso sia adottato dall’intera umanità ed insegnato in tutte le università
non farebbe alcuna impressione su di me […] / In altri termini: la sola
ultima ragione del perché io accetto qualsiasi proposizione come vera
deve essere ritrovata in quelle semplici esperienze che possono essere
riguardate come il passo finale di un confronto tra una proposizione e
un fatto e che ho chiamato “Konstatierungen”»258 . Già, ma della cer-
tezza così conseguita Schlick, come abbiamo già visto, non può fare
nessun uso epistemico, ma solo psicologico. La sociologia della cono-
scenza viene evitata solo al prezzo di rifugiarsi in quella base psicologi-
ca della cui liberazione l’epistemologia e la logica novecentesca avevano
fatto un proprio titolo di merito259 . La tanto accurata ed insistita costru-
256
Carnap, op. cit., p. 180.
257
«It was precisely allowing the community of scientists (die Gelehrtenrepublik)
the last word in matters of basic dispute that Carnap and Hempel left the straight and nar-
row path of logical empiricism and opened up the flood-gates to the onrushing waves of
an uncritical neohistorism that found its most strident voice in the lively writings of
Paul K. Feyerabend a few years ago» (E.T. Gadol, op. cit., p. 25). L’effetto non è però
così immediato come descritto da Gadol: Feyerabend non venne “alcuni anni dopo”, ma
passarono non meno di 40 anni, sino a giungere al periodo successivo alla crisi della
Concezione Standard del neopositivismo. Tale autodistruttiva posizione di Hempel e
Carnap rimase a lungo poco più di una bizzarria («no better than a fudge», afferma Ayer,
“Reply to Professors Polikarov and Ginev”, in L.E. Hahn, ed., The Philosophy of A.J.
Ayer, Open Court, La Salle, Ill., 1992, p. 426), senza alcuna conseguenza sul progetto
complessivo del neopositivismo.
258
Schlick, “Introduction and On ‘Affirmations’…”, cit., p. 404.
259
Coffa individua bene gli esiti disastrosi che ha per la scienza la posizione falli-
bilista di Neurath, Carnap e Popper, che con “l’idea terribile” della ascesa sintattica porta
alla perdita del carattere indipendente dell’esperienza, al “tragico risultato” del con-
venzionalismo della base empirica e a far così svanire la stessa realtà (op. cit., p. 589);

229
zione della conoscenza scientifica di Schlick, la sua contrapposizione
all’intuizione, l’insistere sul suo carattere simbolico, strutturale e di-
scorsivo, tutto ciò si incaglia in quella dimensione intuitiva e soggettiva
delle “constatazioni”, la quale è sì vero che non può esser oggetto di
conoscenza e che non ci permette alcun accesso a dimensioni superiori
o diverse del reale in contrapposizione alla conoscenza scientifica, ma
che nondimeno sta a fondamento di tutta la nostra conoscenza. Un fon-
damento della conoscenza che non è esso stesso conoscenza. Un fonda-
mento, insomma, che può essere solo “mostrato”. Non aveva del re-
sto sostenuto Schlick che «il significato delle parole, dunque, deve in
ultima analisi essere mostrato, cioè esser dato»?260
Per altro verso, la posizione fisicalista, che poi riceverà la sua codifi-
cazione sintattico formale nella Sintassi logica di Carnap, non solo so-
stituisce all’empirismo un principio pragmatico, ma si proibisce – in
nome dell’antimetafisica – anche di parlare della “verità” delle propo-
sizioni, sostituendo ad essa la mera accettabilità261 . Alla sua base v’è
dunque una decisione – quella di accettare una data prassi scientifica e
le proposizioni protocollari assunte al suo interno – e quindi un impre-
scindibile elemento di convenzionalità. L’equilibrio che si era sperato di
stabilire tra logica ed empirismo all’inizio del Circolo, viene a sbilan-
ciarsi tutto in favore della prima e l’empirismo non può che emergere
sotto la forma di una indicibile e teoreticamente inservibile intuizione
individuale, nella forma delle “constatazioni” di Schlick. Su queste ba-
si è nella sostanza impossibile pervenire a quella teoria della conoscen-

tuttavia non si avvede che non vanno meglio le cose con le “constatazioni” di Schlick e
sembra pensare che grazie ad esse venga salvaguardato l’empirismo. Ma anche se ciò
fosse vero (e non riteniamo lo sia), ciò avverrebbe al prezzo di ammettere il misticismo,
l’ineffabile; ovvero accettare la parte più discussa e ripugnante, per il palato dei cir-
colisti, della lezione di Wittgenstein.
260
Schlick, “Positivismo e realismo” cit., pp. 270-1.
261
Sintomatico in questo senso l’articolo di Hempel (“On the ‘Logical Positivists’
Theory of Truth”, cit.) nel quale, sulla base della distinzione carnapiana tra modo formale
e modo materiale, viene appunto sostenuto che la tesi della possibilità di comparare le
proposizioni con i fatti ha carattere metafisico. A tale articolo Schlick rispose ribadendo
la possibilità della comparazione ed indicando l’errore commesso da Hempel e dai fisica-
listi nell’avere sostituito la scienza alla realtà: «Ma la Scienza non è il mondo. L’u-
niverso del discorso non è l’intero universo. Questa è una tipica attitudine razionalistica
che si manifesta qui sotto la forma delle più sottili distinzioni. Essa è vecchia come la
stessa metafisica, come possiamo apprendere dal detto del vecchio Parmenide, che suona:
“Pensare ed essere sono la stessa cosa”» (Schlick, “Introduction and On ‘Affirma-
tions’…”, cit., p. 403).

230
za empirica alla quale avevano aspirato, in decenni di sforzi, i principali
esponenti della filosofia scientifica ed in particolare coloro che avevano
condiviso il programma del Circolo di Vienna. Rimane irrisolto l’eterno
problema dell’epistemologia: se l’anello di congiunzione tra le nostre
credenze e il mondo è qualcosa che si autocertifica (le “constatazioni”
di Schlick), esso finisce per diventare tanto privato da smarrire ogni
connessione con proposizioni intersoggettive del linguaggio scientifico;
se le nostre credenze e proposizioni sono scelte in modo da appartenere
sin dall’inizio al linguaggio pubblico e intersoggettivo della scienza (i
“protocolli” di Neurath), si finisce per non trovare più la strada in gra-
do di fondarlo su qualcosa che si sottrae al dubbio, in quanto autocerti-
ficantesi262 .
Tali difficoltà si condensano nella pietra dello scandalo rappre-
sentata da Neurath, cioè di colui che del Circolo è stato il maggior fau-
tore e delle posizioni scientiste il più focoso sostenitore. La sua ultima
parola «consisteva nel negare l’esistenza del problema: dato che quelli
che cercano di spiegare il legame tra conoscenza ed esperienza dicono
spesso cose oscure o confuse, non dovremmo parlare dell’argomento.
Dovremmo invece rivolgerci al legame tra gli enunciati. Come disse
Popper, e più tardi Russell, il minimo che si può dire della posizione di
Neurath è che essa significava un abbandono dell’empirismo. Ma an-
che l’idealista più conservatore aveva preservato un certo legame con la
realtà, assegnando agli asserti empirici un ruolo privilegiato. Neurath
negava non solo l’idea dogmatica di una corrispondenza con le cose,
ma anche il fatto che l’esperienza sia una forma d’accesso alla realtà
preferibile a tutte le altre. È qui il cuore del dibattito sugli enunciati-
protocollo. La posizione di Neurath era la glorificazione dell’ascesa
sintattica: possiamo parlare solo del parlare. Nell’ascesa era stato tron-
cato ogni legame tra conoscenza ed esperienza»263 .
A sciogliere in senso positivo questo aggrovigliato nodo teorico ed a
bloccare provvisoriamente le fughe verso il relativismo, l’iperteoreti-
cismo e l’irrazionalismo epistemologico alla Feyerabend, che pure era-
no da attendersi dalla posizione di Neurath (e delle quali la critica ha di
lui fatto un precursore ed anticipatore264 ), verrà in soccorso la teoria
262
Cfr. D. Davidson, op. cit., p. 481.
263
J.A. Coffa, op. cit., pp. 586-7.
264
Vedi F. Barone, “Protocol Sentences and Scientific Anarchism”, in R. Haller
(hrsg.), Schlick und Neurath…, cit., che sostiene la tesi secondo la quale le radici
dell’anarchismo metodologico di Feyerabend affondano all’interno del Circolo di Vien-

231
semantica della verità di Tarski, che darà nuova dignità alla tesi della
corrispondenza e dimostrerà come sia possibile parlare del confronto
tra proposizioni e fatti senza necessariamente cadere in posizioni meta-
fisiche. Carnap (seguito poi da Popper) farà ricorso proprio ad essa, già
conosciuta durante i suoi colloqui avuti in diverse occasioni (sia a Var-
savia che a Vienna) col grande logico polacco265 , per tentare di ridare
alla scienza quel fondamento empirico che sembrava definitivamente
smarrito nella nebbia dei protocolli266 (e dei popperiani “asserti ba-
se”), così prendendo le distanze dalla originaria impostazione di Neu-
rath. Grazie all’introduzione della distinzione tra concetto semantico di
verità e concetto epistemologico di credibilità o accettabilità di un enun-
ciato empirico, sarà possibile dissolvere l’equivoco di cui erano restati
vittime Neurath come anche Carnap ed Hempel, eliminando il sospetto

na, e in particolare nelle posizioni sui protocolli sostenute da Neurath, Carnap ed


Hempel. Su tale linea interpretativa sono costruiti anche il libro di D. Zolo, op. cit. e
quelli più recenti di Uebel, Overcoming Logical…, cit. e N. Cartwright, Otto Neurath:
Philosophy Between Science and Politics, Cambridge U.P., Cambridge 1996.
265
Tarski espose per la prima volta in maniera sintetica la sua teoria semantica della
verità in due conferenze presso la Società filosofica di Varsavia e di Leopoli rispetti-
vamente l’ottobre e il dicembre 1930, poi pubblicate come abstract in Ruch Filozoficzny
(cfr. Tarski, “O poj∏ciu prawdy w odniesieniu do sformalizowanych nauk dedukcyjnych”
[Sul concetto di verità in riferimento alle scienze deduttive formalizzate], in Ruch Filo-
zoficzny, 12 1930-31). In seguito nel gennaio del 1932 venne presentata a Vienna una
comunicazione che sintetizzava l’opera maggiore di Tarski sull’argomento, nel con-
tempo presentata (nel marzo del 1931) alla Società scientifica di Varsavia, poi pubbli-
cata in tedesco nel 1932 (cfr. Tarski, “Der Wahrheitsbegriff in den Sprachen der deduk-
tiven Disziplinen”, in Der Akademie der Wissenschaften in Wien, Mathematisch-
naturwissenschftlichen Klasse, Akademischer Anzeiger, 69). Sicché Carnap ebbe modo
di ben conoscere le idee del logico polacco anche dagli scritti, prima di scrivere i suoi
articoli in cui adottava il suo punto di vista. L’opera maggiore sulla teoria semantica
venne pubblicata nel 1933 in polacco e quindi tradotta in tedesco nel 1935.
266
La prima uscita pubblica di questa nuova impostazione si ebbe al Congresso In-
ternazionale di Filosofia scientifica tenutosi a Parigi nel 1935, nel corso del quale, a se-
guito della presentazione delle relazioni di Tarski (“Grundlegung der wissenschaftlichen
Semantik”, in Actes du Congrés international de Philosophie scientifique, Sorbonne,
Paris 1935, vol. 3, Hermann, Paris 1936) e Carnap (“Wahrheit und Bewährung”, in Actes
du Congrés international de Philosophie scientifique, Sorbonne, Paris 1935, vol. 4. In-
duction et probabilité, Hermann, Paris 1936), ebbe luogo un acceso dibattito tra coloro
che abbracciavano la nuova posizione semantica (Carnap, Tarski, oltre alla polacca Lut-
man-KokoszyÄska) e i membri del Circolo che invece ritenevano inconciliabili punto di
vista rigorosamente empiristico e concetto semantico della verità, come Neurath, Arne
Naess (in seguito affiancati nei loro scritti da Felix Kaufmann ed Hans Reichenbach) (cfr.
Carnap, Autobiografia intellettuale, cit., pp. 61-2; cfr. anche Jacob, op. cit., pp. 212-4
e Coffa, op. cit., pp. 591-3).

232
che, rievoca Hempel267 , aveva sino allora colpito il concetto di verità ne-
gli ambienti del positivismo logico. Come conclude Coffa, «da questo
momento in poi, le dichiarazioni di coerentismo si fanno sempre più ra-
re tra i positivisti. La distinzione fra verità e certezza ispirò Carnap e al-
tri a sviluppare la semantica e la logica induttiva come rami distinti della
filosofia. […] Se si eccettuano pochi irriducibili (Neurath, Popper), il
problema dei fondamenti della nostra convinzione che la conoscenza
corrisponda alla realtà cessò – tra i fallibilisti – di essere un problema
genuino dell’epistemologia»268 .
Questo happy end descritto da Coffa dura solo lo spazio di un mat-
tino: il tempo che – scomparso Neurath – il fallibilista “irriducibile”
Popper non imponga sulla scena epistemologica le sue soluzioni, che a
suo avviso avrebbero suonato il de profundis della tradizione neopositi-
vista. Ma la storia è generosa con i vinti: sarà dal seno del popperismo
che nascerà la “nuova filosofia della scienza” che, ironia della storia,
non fa altro che ritorcere contro il fallibilista Popper – paladino sempre
più demodé della razionalità scientifica – gli argomenti già ben noti e
discussi dai padri fallibilisti del positivismo viennese, dando così ragio-
ne al vecchio Neurath che a proposito della sua Logik aveva parlato di
“pseudorazionalismo”269 .

7. La dimensione autentica della vita

Non si capirebbe pienamente la dimensione dell’ineffabile che e-


merge al centro dell’empirismo di Schlick – o la si giudicherebbe come
il solito vicolo cieco cui va incontro ogni empirismo radicale basantesi
sull’immediato – se si trascurassero alcune manifestazioni del pensiero
del nostro autore che sembrano aver poco a che fare con la stragrande
maggioranza della sua produzione270 . La “filosofia della gioventù”,

267
Cfr. Hempel, “Schlick e Neurath…”, cit., pp. 237-8.
268
Coffa, op. cit., p. 595.
269
Cfr. Neurath, “Lo pseudorazionalismo della falsificazione” (1935), in Zolo, op.
cit., pp. 191-201.
270
Cfr. ad es. Tscha Hung (op. cit., pp. 304-5) che, ignorando del tutto questo a-
spetto del pensiero di Schlick, vede nelle sue riflessioni sulle “constatazioni” un abban-
dono negli ultimi anni della distinzione tra esperienza e conoscenza e un essere
«risucchiato nel gorgo metafisico creato dalla loro confusione», il tutto causato dall’influenza
di Wittgenstein.

233
rimasta interrotta per la morte prematura271 , e il giovanile lavoro Leben-
sweisheit. Versuch einer Glückligkeitslehre del 1908 (mai più pubbli-
cato)272 , non sono mere bizzarrie di un filosofo altrimenti versato, ma
risultano preziose per cogliere un aspetto del suo pensiero scarsamente
illuminato, che permette di intendere autenticamente il significato so-
cratico della sua filosofia.
Una traccia di questa dimensione della sua riflessione rimane nel
saggio pubblicato nel 1927, “Von Sinn des Lebens”273 . Già porsi il
problema del “significato della vita” costituisce una pericolosa incur-
sione in territori tradizionalmente riservati alla metafisica ed all’etica.
Ma in questo lavoro Schlick non si preoccupa di prendere precauzione
profilattiche contro il linguaggio speculativo, né tocca in alcun modo –
pur interessandosi di cogliere il “significato” della vita – la questione
della filosofia come attività chiarificatrice del linguaggio. Del resto, co-
me abbiamo detto, tale tematica emerge pubblicamente solo nel 1928,
con la prefazione all’opera di Waismann274 .
Il saggio citato è interessante perché emergono alcuni motivi che ci
aiutano a capire certe espressioni della filosofia successiva di Schlick.
Essi sono legati al valore che egli attribuisce alla vita ed alle attività che
gli uomini sono chiamati a svolgere in essa, in particolare il lavoro.
Contrapponendosi utopisticamente a tutte le visioni delle attività umane
che pongono al centro gli scopi che si debbono raggiungere, Schlick
privilegia la dimensione estetica, il carattere gratuito, l’assenza di fina-
lizzazione e quindi il piacere del fare privo di ogni scopo utilitaristico,
ad esso estrinseco. Il significato della vita non deve essere subordinato,

271
Dalla notizia contenuta in PP2, p. 129, apprendiamo che dell’opera Filosofia
della gioventù rimane solo un frammento dei primi cinque capitoli (circa 25 pagine datti-
loscritte), ritrovato fra le carte di Schlick e mai pubblicato, avente il titolo “Spiel, die
Seele der Jugend”. Sulla sua copertina sono indicati i titoli di due ulteriori capitoli:
“Schönheit, das Amtlitz der Jugend” e “Adel, das Herz der Jugend”.
272
Sul lascito letterario di Schlick, ancora inedito, vedi H.L. Mulder, “The Vienna
Circle Archive and the Literary Remains of Moritz Schlick and Otto Neurath”, Synthese
64 (1985).
273
Ora in PP2, pp. 112-29.
274
Tuttavia è indubbio che già nel 1927 Schlick fosse fortemente influenzato dal
Tractatus, come testimonia anche K. Menger, il quale tuttavia aveva pensato che questo
libretto (che per errore viene intitolato “Der Sinn des Lebens”), più poetico che scien-
tifico e con la sua ditirambica lode della gioventù e del gioco, fosse stato scritto prima
che l’autore acquisisse familiarità col Tractatus (“Memories of Moritz Schlick”, in Gadol,
op. cit., p. 100). In effetti, come vedremo in seguito, non v’è inconciliabilità tra le tesi
sostenute nel Tractatus e quanto proposto da Schlick in questo saggio.

234
per Schlick, a finalità esterne alle cose che si fanno (come avviene col
lavoro nelle moderne città industriali), ma deve trovare soddisfazione in
sé. «Il valore ultimo e centrale della vita può stare solo in quegli stati
che esistono solo per sé stessi e che danno soddisfazione di per sé», in
«attività che veicolano il loro proprio scopo e i propri valori in sé stesse,
indipendentemente da fini estranei. […] Se tali attività esistono, allora in
esse ciò che è apparentemente diviso è riconciliato; mezzi e fini, azione
e conseguenza sono fusi in uno […]»275 .
Queste attività esistono e consistono nel “gioco” nel suo significato
più ampio, vero e filosofico, quello di cui ha parlato Schiller nelle sue
Lettere sull’educazione estetica dell’uomo: «il significato dell’esistenza
è rivelato solo nel gioco»276 . Ma, si domanda Schlick, non rimane que-
sto solo un sogno per degli uomini indaffarati nella loro vita quotidiana
a procurarsi i mezzi di sussistenza con il lavoro? Sembra che esista una
opposizione irriducibile tra il gioco e il lavoro, come termini di una po-
larità ai cui estremi sta l’autenticità e l’inautenticità, il significato e
l’insignificanza della vita. Ma il gioco – sostiene Schlick – può essere
anche creativo e quindi può riconciliarsi col lavoro; l’azione umana è
infatti lavoro non perché genera dei prodotti, ma solo allorché essa è
governata dal pensiero dei prodotti e dei vantaggi che se ne possono
trarre. Ma, «appena si pone il lavoro sullo stesso piano della creazione
[…] si riconosce che il gioco creativo è l’attività suprema»277 . Così, per
lo scienziato, il conoscere è un puro gioco dello spirito, la ricerca della
verità è un fine in sé, indipendentemente dai frutti che se ne possono
trarre. In sostanza, è la disposizione spirituale di chi lavora a trasfor-
marne l’attività in gioco; ma ciò può e deve avvenire spontaneamente,
senza costrizioni dall’esterno. «Sono la gioia della pura creazione, il de-
dicarsi all’attività, l’assorbimento nel movimento a trasformare il lavoro
in gioco»278 . Tale modo di intendere il lavoro è assai lontano da quello
tipico della moderna società industriale: «forme di lavoro meccanico,
brutale, degradante, che servono in ultima analisi a produrre spazzatura
e vuota lussuria. Lungi da esse! Fino a che la nostra economia è cen-
trata sul mero incremento della produzione, invece che su un autentico
arricchimento della vita, queste attività non possono diminuire e per-

275
Ib., p. 114.
276
Ib., p. 115.
277
Schlick, “Aforismi”, cit., p. 189.
278
Id., “Von Sinn des Lebens”, cit., p. 117.

235
tanto la schiavitù dell’umanità (in quanto solo queste sono le vere for-
me di lavoro schiavistico) non sarà in grado di declinare»279 .
Questa dimensione gioiosa e giocosa della vita, che confligge con
quella vissuta quotidianamente dagli uomini, subordinata sempre a fini
che trascendono il piacere del fare e del vivere, è la medesima di quella
che possiamo constatare nei bambini. Prima che siano catturati nella
rete dei fini e dei doveri, essi non conoscono le fatiche del lavoro e sono
quindi capaci della gioia più pura. In ciò sta il valore della gioventù: nel
non essere ancora offuscata dalle «nere nubi dello scopo»; infatti, «ciò
che ha uno scopo è finito, perché lo limita. Infinito è il gioco»280 . Certo,
il sogno di Schiller di una perfezione divina rimane tale, solo un sogno,
perché non è lungo l’intero corso della vita che siamo in grado di attin-
gere il suo autentico significato. Essa è fatta anche di fatica e dolore.
Ma il significato di tutto il suo corso è concentrato e raccolto solo nei
brevi momenti di profonda, serena gioia, nelle ore di gioco, che si ad-
densano maggiormente nel periodo della giovinezza. Questa conosce
gli scopi e i fini, ma non sta ancora interamente sotto il loro dominio,
non ha lo sguardo fisso solo su di essi; essa, in realtà, non se ne prende
cura e se uno di essi viene meno, subito altri ne crea, perché per la gio-
vinezza i fini e gli scopi sono solo un invito all’assalto ed alla lotta, nel
cui ardore è la sua vera realizzazione: «L’entusiasmo della gioventù
(che è in sostanza quanto i greci chiamavano Eros) è la consacrazione
all’atto, non al fine. Questo atto, questo modo di agire, è vero gioco»281 .
La giovinezza, in questo senso, non rappresenta affatto un semplice
stadio della vita, ma piuttosto una condizione umana di perfezione che
si rivela quando «l’uomo raggiunge quella sommità in cui la sua azione
è divenuta gioco ed è interamente abbandonato al momento e a ciò che
ha in mano. Parliamo in questo caso di entusiasmo giovanile e questa è
la giusta espressione: l’entusiasmo è sempre giovanile. L’ardore che ci
infiamma per una causa, uno scopo o un uomo e l’ardore della gioventù
sono lo stesso fuoco. Un uomo che è emotivamente immerso in ciò che
fa è giovane, bambino. Grande conferma di ciò è il genio, che è sempre
intriso di una qualità di tipo infantile. Ogni vera grandezza è piena di
profonda innocenza. La creatività del genio è il gioco di un bambino, la
sua gioia del mondo è la gioia del bambino verso le semplici cose. […]

279
Ibidem.
280
Id., “Aforismi”, cit., p. 189
281
Id., “Von Sinn des Lebens”, cit., p. 120.

236
Per noi, dunque, la parola “gioventù” non ha il significato esterno di
un periodo specifico della vita, di un particolare corso di anni; esso è u-
no stato, un modo di condurre la propria vita, che fondamentalmente
nulla ha a che fare con gli anni e il loro numero». Onde egli può affer-
mare che «il significato della vita è la giovinezza»282 .
La gioventù è anche il periodo in cui si realizza la perfezione etica:
«Proprio come, nelle parole di Emerson, l’età è la sola vera malattia, co-
sì essa è anche l’origine di ogni male morale se, dal punto di vista filo-
sofico, noi riguardiamo l’età come null’altro che la soggezione al far-
dello degli scopi. Dalla ruminazione sugli scopi dell’azione sorge nel
mondo morale la cattiveria; l’ingresso della ricerca dello scopo nella
vita e il coinvolgimento nella rete dei fini, arreca la perdita dell’in-
nocenza, la vera caduta dell’uomo. È un profondo tragico dram-
ma vedere come la freschezza della vita giovanile è progressivamente
paralizzata dall’incursione degli scopi, come la sua relazione con
l’ambiente umano perde progressivamente il carattere del gioco e la
colpa diventa possibile. L’Io infantile, che in un primo tempo non è
chiaramente consapevole dei propri limiti di fronte all’ambiente, gra-
dualmente viene circondato da confini, oltre i quali il mondo gli si con-
trappone come un nemico. […] Ma chi possiede la capacità dell’eterna
gioventù, che gli anni non possono far invecchiare, rimane capace anche
di una gioiosa suprema virtù, la virtù generosa che fa il bene sorridendo
e sparge liberamente i suoi doni, invece di venderli in cambio della co-
scienza di aver compiuto il dovere»283 .
È falso sostenere che la gioventù sia meramente il tempo dell’im-
maturità, solo una fase preparatoria alla pienezza della vita dell’età a-
dulta, solo nella quale si svelerebbe il senso della vita. È invece la gio-
ventù la vera portatrice del senso della vita, perché è il tempo del gioco,
del fare per il solo piacere di fare. Inoltre, se la gioventù non è confinata
ai primi stadi della vita, allora essa può intridere anche l’adulto, in una
stretta connessione tra bellezza e gioventù, creazione artistica e gioco,
vita e bellezza, bellezza e bene, sulle tracce di Schiller e in contrasto
all’austera morale di Kant: il bene non deve essere il frutto di un impe-
rativo che fa violenza alla vita, ma deve venire spontaneo, innocente, li-
bero; esso appartiene alla gioventù, non è un dovere che si impone.
Ovunque nel mondo le cose mutano, crescono, passano diverse fasi

282
Ib., pp. 122-3.
283
Ib., p. 126.

237
di esistenza. Quale il significato di questo continuo ciclo? Forse il sen-
so della pianta e del fiore sta nel frutto, come direbbe un contadino? O
nella fragranza e nella bellezza del fiore, come direbbe un poeta? Per il
filosofo, in grado di coglie il vero significato della vita, «il frutto è pari-
menti il suo proprio scopo ed ha la sua propria bellezza, la sua propria
gioventù, cosicché nella vita della pianta le differenti sue fasi hanno un
significato ad esse inerente»284 . È un errore identificare il senso della
vita in qualcosa di trascendente questo mondo, è l’abbaglio di chi vede
il significato della gioventù nella maturità: si rinvia al futuro, ad altro. Il
medesimo errore di chi afferma che il significato sta in ciò a cui si arri-
va, come fa la filosofia della storia che assegna all’umanità un fine più
elevato (ad es. il bene della specie), o come anche indica Nietzsche
quando vede nel superuomo il non-ancora dell’uomo: si pretende in o-
gni caso di trasporre il significato del divenire nel futuro, al di fuori di
sé, in un fine da realizzare. «Ma se la vita ha un significato, esso deve
trovarsi nel presente, perché solo il presente è reale»285 . Ciò perché «la
natura trova piacere nel suo proprio gioco e cerca di prolungarlo e di e-
stenderlo e perciò evolve nel suo stesso interesse. Per cui la parola è e-
laborata nel verso, il parlare nel cantare, il camminare nel danzare e la
gioventù in senso biologico nella gioventù in senso filosofico. E più in
alto ascendiamo nel regno animale, più vasta è la porzione della vita
sulla quale la gioventù si estende. Anche per l’uomo è generalmente ve-
ro che più elevato è il livello di sviluppo razziale, più tardi il ragazzo di-
venta uomo e la ragazza donna»286 . Il gioco e la gioventù acquistano un
vero e proprio significato metafisico, non riguardando solo la semplice
vita dell’uomo, ma anche la vita dell’universo, delle piante come degli
animali.
Schlick auspica una vera e propria rivoluzione che porti ad un
“ringiovanimento” della nostra cultura, che liberi gli uomini dalla
schiavitù degli scopi, trasformando anche le azioni necessarie per la vita
in gioco. Questo sarebbe anche compito dell’educazione: «Ogni edu-
cazione dovrebbe aver cura che nulla del bambino sia perduto nell’uo-
mo quando questi matura, che la separazione dell’adolescenza dall’età
adulta venga progressivamente obliterata, di modo che l’uomo rimanga
un ragazzo sino agli ultimi anni e la donna una ragazza, a dispetto

284
Ib., p. 127.
285
Ib., p. 122.
286
Ib., p. 128.

238
dell’esser madre. Se vogliamo una regola di vita, facciamo nostra que-
sta: “Conserva lo spirito della giovinezza”. Perché sta in esso il senso
della vita»287 . Ne segue che il compito supremo della scuola dovrebbe
consistere nell’insegnare ad occuparsi di cose «assolutamente non pra-
tiche, importanti solo per se stesse»288 .
Come ha affermato l’amico Herbert Feigl, in un articolo commemo-
rativo scritto per l’anniversario della morte, in queste pagine è racchiusa
la più intima e personale missione filosofica di Schlick, il nocciolo della
sua personalità di pensatore, e da esse dobbiamo partire per compren-
dere la sua opera e il suo insegnamento289 . Ancora più netto il disce-
polo ed amico Friedrich Waismann, che tra tutti i circolisti gli fu più vi-
cino e ne condivise il modo di far filosofia, quando afferma addirittura
che in Schlick sono presenti due personalità, così come è accaduto con
Spinoza, Kant o Pascal: da un lato il talento analitico, dall’altro l’animo
poetico e metafisico. «Con ciò voglio dire che egli possedeva una a-
pertura ai rari e preziosi momenti della nostra vita, a quei momenti di
illuminazione nei quali ci sembra che un muro vada in frantumi e a-
scendiamo al cielo, sentendoci vicini al cuore vivente dell’universo.
Quando si sente un concerto o si fissa un panorama, può avvenire –
nelle sue parole – che la porta dell’infinito gli si apra improvvisamente.
Egli vedeva in questi momenti il significato supremo della vita e andava
in cerca di essi come di perduta e tuttavia sempre ricorrente orma della
divinità»290 . E del resto, come abbiamo visto, Neurath, che aveva per la
metafisica lo stesso fiuto di un cane da tartufi, gli aveva rimproverato
verso la fine della vita la “liricità” delle sue tesi291 .
Giudizi che ci sembrano esatti, anche se poi i loro autori non svilup-
pano ulteriormente queste indicazioni, col cercare di chiarire adeguata-
mente in che modo e per quale ragione tali due aspetti della personalità
287
Ibidem.
288
Id., “Aforismi”, cit., p. 223.
289
Cfr. H. Feigl, “Moritz Schlick”, in Erkenntnis 7 (1937/38), ora in PP1, pp. xv-
xxxviii.
290
F. Waismann, “Worwort” (1938), ora in PP2, p. xv.
291
Cfr. anche F. Barone, il quale ritiene che queste opere «permettono non soltanto
di accostarsi all’intimo pensiero dello Schlick, ma anche di comprendere alcuni aspetti
originali della sua Weltauffassung scientifica» e tuttavia nota che le concezioni ivi e-
spresse diverrebbero un insieme di espressioni non significanti se il criterio di signifi-
canza fosse loro applicato in maniera rigorosa (“L’empirismo logico di Moritz Schlick”,
cit., pp. 368, 382). Cfr. pure A. Ioly Piussi (op. cit., pp. xlii-xliii), che ritiene impor-
tanti queste riflessioni di Schlick per una comprensione dell’intera sua produzione, scien-
tifica ed etica.

239
di Schlick si chiarificano l’un l’altra, sicché i due Schlick non riescono
a parlare tra loro292 . Abbiamo a che fare dunque con una personalità
schizofrenica, un dott. Hyde che si contrappone a Mr Jekyll? Tuttavia,
se cerchiamo di ricapitolare quanto sinora detto, forse risulta possibile
fornire qualche indicazione che dia un senso più compiuto a quanto
suggerito da Feigl e Waismann.
Innanzi tutto, facciamo notare come il nesso stabilito da Schlick tra
gioco e gioia richiami immediatamente alla mente i caratteri propri di
quell’intuizione che rappresenta il contraltare della conoscenza. Infatti,
«l’intuizione è godimento, il godimento è vita, non conoscenza. Se voi
dite che essa è infinitamente più importante della conoscenza, io non vi
contraddirò, ma in ciò sta forse una ragione in più per non confonderla
con la conoscenza (la quale ha una importanza sua propria)» (FC, p.
323). E quando Schlick esprime la differenza tra intuizione e conoscen-
za per mezzo di coppie dicotomiche, tra di queste figura quella di
“godibile/utile”: il primo termine sta a rappresentare la caratteristica
dell’intuizione, il secondo quello della conoscenza (cfr. FC, p. 324).
Ma la godibilità, la felicità, la gioia sono appunto i caratteri propri della
gioventù, in contrapposizione alla finalizzazione tipica della maturità e
della moderna società industriale, in cui il lavoro viene inteso come di-
retto ad uno scopo, ovvero a ciò che deve essere utile.
La conoscenza sarebbe dunque la negazione dello spirito giovanile, a
cui tanto tiene Schlick? Niente affatto, e la motivazione di ciò sta sia
nella tesi per la quale ogni lavoro si trasforma in gioco se è vissuto col
giusto atteggiamento, senza finalità ad esso estranee, sia anche nella
concezione evoluzionistica che Schlick ha della formazione della cultu-
ra293 . Infatti, in primo luogo, la conoscenza è gioia nella misura in cui
essa viene coltivata per sé stessa e non finalizzata all’utile, come di so-
lito si fa quando se ne cercano le applicazioni tecnologiche (cfr. PRO,
p. 65). È questa la conoscenza che Schlick ha davanti quando parla dei
grandi scienziati e della gioia della scoperta, grazie alla quale la ricerca
si trasforma in gioco. Concetto del resto espresso ottimamente da

292
E del resto, un sintomo della difficoltà a collocare questo aspetto della riflessione
di Schlick nel complesso del suo pensiero è costituito dal fatto che, per quanto abbiamo
potuto constatare, gran parte della letteratura lo ha sostanzialmente ignorato, dedican-
dogli al più solo alcuni sommari cenni (come nei critici prima citati).
293
Concezione che compare sin dai suoi primi saggi, come quando affronta alla sua
luce il problema estetico (cfr. “Das Grundproblem der Ästhetik in entwicklungs-
gechichtilicher Beleuchtung”, 1909, in PP1, pp. 1-24).

240
Newton: «Non so cosa il mondo potrà dire di me; per conto mio mi pa-
re di essere soltanto come un bambino che stia giocando in riva al mare,
e si diverte trovando di quando in quando un ciottolo più levigato o una
conchiglia più bella del consueto, mentre il grande oceano della verità si
distende inesplorato di fronte a lui»294 . La conoscenza può dunque es-
sere essa stessa gioia e gioco, esprimendo così il senso più autentico
della gioventù, il senso della vita.
In secondo luogo, v’è un processo evolutivo di trasformazione dei
mezzi in fine che caratterizza autenticamente l’umanità. Infatti, mentre
in origine l’intelletto era solo uno strumento per la conservazione della
vita, oggi la sua attività è anche una fonte di piacere: «È un universale
processo di natura, che opera anche altrimenti, quello che produce tale
mutamento: il processo della conversione dei mezzi in fini. Attività che
costituiscono mezzi necessari per il raggiungimento di determinati fini,
ma l’esercizio delle quali non è in origine direttamente connesso con il
piacere, ci diventano a poco a poco, con l’abitudine, così consuete e fa-
miliari da arrivare a costituire una parte integrante della vita: alla fine noi
ci dedichiamo a tali attività anche “per amore di esse stesse”, senza
annettervi, o cercare di raggiungere per loro tramite, uno scopo.
[…] Questo processo della trasformazione dei mezzi in fini […] è
l’artefice dell’impulso per la bellezza, dal quale poi scaturisce l’arte –
quella figurativa per il guardare, la musica per l’ascoltare. Esso è anche
l’artefice dell’impulso alla conoscenza, il quale dà vita alla scienza ed e-
rige l’edificio della verità per la propria gioia e non più semplicemente
come dimora della cultura materiale» (AE, p. 118). Non a caso Schlick
rifiuta la versione meramente economicistica della scienza sostenuta da
Mach (cfr. AE, pp. 119-21), per sottolineare invece come la conoscenza,
la scienza, non ha come suo principale fine il dominio della natura, an-
che se ad esso può esser utile, ma è piuttosto una funzione autonoma,
autocentrata. Essa «ci procura direttamente gioia; è una via a sé, incom-
parabile con ogni altra, per il piacere. Ed è in questo piacere che consi-
ste il suo valore, un piacere di cui l’impulso alla conoscenza riempie la
vita di colui che cerca» (AE, p. 121).
Certo, conoscenza e intuizione sono nettamente contrapposte e
Schlick ammonisce sempre contro la loro indebita confusione (dalla
quale si origina il non senso e la metafisica), eppure è innegabile che

294
Cit. da F. Minazzi in L. Geymonat, La ragione, PIEMME, C. Monferrato 1994, p .
193.

241
l’intuizione, la consapevolezza immediata «è l’ineffabile sempre pre-
sente fondamento di tutto il resto, anche della conoscenza», pur non es-
sendo esso stesso conoscenza. Così, «quando guardo il cielo azzurro e
mi perdo interamente nella sua contemplazione senza pensare, allora sto
godendo il blu, mi trovo in uno stato di pura intuizione, il blu riempie
completamente la mia mente, ed essi diventano una sola cosa; è il gene-
re di unione che il mistico sogna» (FC, p. 322). Questa immediata pre-
senza dei contenuti, questa dimensione intuitiva della nostra esistenza è,
afferma Schlick, «una occupazione di grande importanza, che costitui-
sce il nostro vero Io, la nostra vita. Viviamo le nostre intere vite in nome
dell’esperienza; cerchiamo di mettere ordine nel mondo, e di ottenere
così la conoscenza, per il piacere che essa ci dà; qui poggia, in questo
senso, lo scopo finale della conoscenza. La vita è il vero scopo del vive-
re, laddove il conoscere è un mezzo per avere certi sentimenti» (PRO, p.
74). È ovvio che non posso affatto affermare che così “conosco” il
blu, perché posso dare un nome al colore solo pensando e quindi an-
dando al di là della mera intuizione. Tuttavia rimane pur vero che, come
abbiamo visto, il “fondamento della conoscenza” consiste proprio in
queste “constatazioni” pre-proposizionali e si condensa tutto in quella
soddisfazione e in quell’appagamento che proviamo quando si realizza
un giudizio di osservazione. Per cui, afferma Schlick, «gli scopi della
scienza sono raggiunti col verificarsi delle previsioni: la gioia del cono-
scere è la gioia provata nella verificazione, questo alto sentimento di a-
ver previsto giusto»295 . Ma le constatazioni, come l’intuizione, sono
puntuali, si esauriscono nell’attimo ed il piacere della verifica deve esse-
re vissuto nella sua fuggevolezza. Un piacere che, come il gioco, pre-
suppone la capacità di vivere nell’istante, mettendo tra parentesi il futu-
ro ed il passato.
Emerge così quella dimensione più autentica della vita che Schlick
aveva indicato nel gioco e nella gioventù: anche la conoscenza è tale,
autentica, quando vive nella medesima dimensione del bambino, quando
essa stessa si addensa nella capacità di vivere il presente di per sé, sen-
za le oscuri nubi del futuro e del fine. È quella dimensione che anche
Wittgenstein aveva raggiunto nel mistico: «Chi è felice non deve aver
timore. Neppure della morte. / Solo chi vive non nel tempo, ma nel pre-
sente, è felice. / Per la vita nel presente non v’è morte»296 . Ed afferma

295
Schlick, “Sul fondamento della conoscenza”, cit., p. 72.
296
Wittgenstein, Quaderni 1914-1916, cit., p. 175. Vedi in merito il saggio “La pa-

242
Schlick: «Giovane è l’uomo in ogni attimo in cui senta la novità
dell’attimo (o attenda con gioia la novità del prossimo)»297 . È il valore
dell’innocenza, dello sguardo ancora non compromesso di colui che si
pone al di sopra delle meschinità della vita, che non si fa invischiare nel
labirinto degli scopi e dell’utile, così come solo nella gioventù si è ca-
paci. Dice il saggio Lao Tze:

«Quei che racchiude in sé la pienezza della virtù


è paragonabile ad un pargolo,
che velenosi insetti e serpi non attoscano,
belve feroci non artigliano,
uccelli rapaci non adunghiano»298 .

Ma ad interessare Schlick non è la confusione tra conoscenza e mi-


sticismo, il tentativo di sostituire l’una con l’altro. Ad essere ricercata
dal nostro filosofo non è la meditazione solitaria, il silenzio delle nude
vette, ma quella saggezza della vita che possiamo scoprire ogni giorno,
nel lavoro come nella ricerca scientifica. È anche la gioia delle piccole
cose, quando sono apprezzate di per sé, con quel necessario humor che
sdrammatizza, trasformando ogni cosa in occasione di gioia: «Avere
humor significa saper assegnare anche alle cose piccole e misere un
posto nel mondo, in cui non appaiano soltanto piccole e misere, ma di-
ventino fonte di una gioia innocente»299 . Lo sguardo del bambino è an-
che lo sguardo del poeta (come non pensare al “fanciullino” di Pasco-
li?)300 , che rispetto agli uomini comuni non possiede affatto l’accesso
ad una realtà misteriosa, velata, ma possiede il talento di esprimere i
sentimenti che proviamo da giovani, quando ci sentiamo tutti poeti: «Il
poeta vede le cose come sono realmente. Se vediamo riprodotti nella
descrizione di un poeta un luogo o una esperienza vissuta, pensiamo: sì,
in realtà sono così! Ma perché non li vediamo sempre così? Perché

rola liberatrice…”, cit.


297
Schlick, Aforismi, cit., p. 194.
298
Tao Tê Ching, a cura di F. Tomassini, TEA, Milano 1994, § LV, 1-5.
299
Schlick, Aforismi, cit., p. 191.
300
Vale forse la pena di ricordare che anche Wittgenstein dava grande importanza a
tale caratteristica dei fanciulli, alla innocenza di chi non è ancora compromesso con dot-
trine e precetti e quindi può ancora avere la possibilità di guardare rettamente il mondo.
Da ciò la decisione di fare il maestro elementare, in modo da insegnare ai bambini, o la
sua grande ammirazione per il Il Vangelo spiegato ai giovani di Tolstoj. Ma su ciò vedi i l
saggio “La parola liberatrice”, in questo volume.

243
l’artista (poiché il pittore si comporta esattamente allo stesso modo) è
in grado di attingere l’intima essenza delle cose? Perché egli le contem-
pla staccate, isolate dalle loro connessioni finali. Liberato dal rapporto
con l’intera situazione, dal futuro e dal passato in senso spaziale e tem-
porale. Le fatiche che hanno reso possibile la situazione, vengono di-
menticate, e così pure le preoccupazioni che ne derivano»301 . E nella
poesia si realizza quella capacità di vivere l’attimo che deve impregnare
di sé ogni attività l’uomo svolga: «Siamo tutti poeti in potenza: se ci
trovassimo anche solo una volta nella luminosità del presente, senza che
qualche, anche inconscio, timore per il domani, per l’ora seguente, per
l’anno venturo, ci facesse ombra, la nostra anima risuonerebbe di intime
melodie. L’abbandono all’attimo è già ispirazione. / Sì, se noi ci sentis-
simo liberi e indisturbati da questo timore, ciò farebbe di noi un poeta:
“Dove sarò la primavera prossima?”»302 .
Non si tratta di accedere a domini dell’esperienza diversi, più eleva-
ti, giacché null’altro possiamo sapere e conoscere se non ciò che ci vie-
ne dato dalla scienza. E la funzione socratica della filosofia assume a
questo punto il suo pieno valore: il suo continuo andare alla ricerca del
significato, e quindi la sua natura intrinsecamente aporetica, ha la fun-
zione sì di preparare e permettere la conoscenza scientifica, ma serve
anche a dissolvere i falsi enigmi, gli pseudoproblemi che, distraendoci
dal momento presente, ci farebbero perdere in fantastici mondi specula-
tivi, negli illusori territori della metafisica. E del resto l’errore di
quest’ultima sta appunto nel tentativo di “dire l’indicibile”, di voler fa-
re del qualitativo un sistema scientifico303 , composto di proposizioni del
tutto simili a quelle con cui la fisica descrive il mondo, e quindi di voler
“conoscere” ciò che non può in alcun modo essere oggetto di
“conoscenza”, ma solo di “esperienza”, di intuizione. È questa la
metafisica che Schlick rigetta. Se invece – come nota Waismann – «si
definisce la metafisica come un sentimento fondamentale della vita – e
questo è senza alcun dubbio di gran lunga il significato più essenziale
del mondo – come apertura alla serietà e al significato della vita, allora
esso è realmente il punto nodale di tutta la filosofia di Schlick»304 .

301
Ib., p. 231.
302
Ib., p. 234.
303
Cfr. Schlick, “Die Wende der Philosophie”, cit., p. 261; “Erleben, Erkennen,
Metaphysik”, cit., p. 100; FC, pp. 94-5; PRO, p. 185.
304
F. Waismann, “Schlick’s significance…”, cit., pp. 36-7. Da questo punto di vista
la visione di Schlick corrisponderebbe a quell’atteggiameno mistico sintetizzato da M.

244
Emerge dunque il vero significato della filosofia: essa è sì una sorta
di terapia che libera dagli inganni generati dalle confusioni linguistiche,
che lacera il velo che impedisce allo sguardo di concepire correttamente
la conoscenza, ma non per abbandonare l’uomo alla contemplazione di
un mondo nichilisticamente desertificato, bensì per permettergli di go-
dere quello che per Schlick è il vero significato della vita, ora in grado
di “mostrarsi” senza più la necessità di camuffarsi e pervertirsi in
“poetici” sistemi metafisici. Schlick, buon seguace ed allievo di Wit-
tgenstein, è in questo caso andato oltre l’aristocratico e solitario suo
maestro: ha sì ripreso il significato da questi attribuito alla filosofia, ma
senza smarrirne il nesso con la scienza, anzi calandola all’interno di es-
sa e facendone il lievito dell’intera cultura umana. Se per Wittgenstein
il significato della vita sta al di fuori dello spazio e del tempo (Tracta-
tus, § 6.41)305 , invece Schlick lo riporta in questo mondo, alla ricerca di
una cultura nella quale le “ragioni del cuore” e quelle dell’intelletto
trovino una pacifica convivenza grazie ad una accurata distinzione dei
ruoli.

Vannini: «Ogni fuga dal presente, ogni anelito, nostalgia e così via appartengono al
regno alienato e alienante del sentimento e della superstizione religiosa, non certo a
quello dello spirito […] l’uomo spirituale saluta con gioia le difficoltà e le resistenze
della sorte, e ama la vita, pur senza essere attaccato ad essa. La mistica non è fatta di sen-
sazioni eccezionali, che si hanno una volta ogni tanto […] bensì dalla trasformazione di
tutto il quotidiano in una costante e infinita gioia, che non cessa di apparire straordinaria
per il fatto di essere, appunto, costante. È l’universale, il comune, il “normale”, il quo-
tidiano, a ricevere dallo spirito il carattere dell’assoluto: lo spirito è davvero “quella
magica forza che volge il negativo nell’essere” [Hegel] e la vita dello spirito,
l’esperienza mistica di unità, è l’esistenza nel presente, capace di vedere l’infinito nel fi-
nito, il tutto nel frammento” (Il volto del Dio nascosto. L’esperienza mistica dall’Iliade a
Simone Weil, Mondadori, Milano 1999, p. 18).
305
Cfr. H. Le Roy Finch, Wittgenstein – The Early Philosophy. An Exposition o f
the Tractatus, Humanities Press, New York 1971, pp. 179-80.

245