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DEFINIZIONI

PRODOTTO NATURALE: qualsiasi preparato (erboristico,fitoterapico,cosmetico, integratore,alimentare) a


base di piante;
PIANTA OFFICINALE: piante utilizzate sia nel settore farmaceutico che nel settore cosmetico e alimentare;
PIANTA MEDICINALE: ogni vegetale che contiene, in uno o più dei suoi organi, sostanze che possono
essere utilizzate ai fini terapeutici;
PRINCIPI ATTIVI: costituenti chimicamente definiti responsabili di attività biologica. Nelle piante è
difficile individuare un solo principio attivo , il termine “attivo” significa che è un componente
chimicamente definitivo a cui è ascrivibile l’attivita biologica;
DROGA VEGETALE: parte di pianta o pianta intera utilizzata ai fini terapeutici perché contiene principi
attivi, ad esempio una droga vegetale può essere una foglia;
Quanto è importante conoscere la parte di una pianta? È fondamentale conoscere la parte di una pianta nel
caso in cui quella parte contiene le sostanze chimiche → questo significa che se io non uso la parte che è
prevista contenere il maggior numero di sostanze chimicamente attive rischio di avere degli effetti tossici, un
esempio è quello di prendere il seme piuttosto che la foglia (parte chimica attiva).
FITOTERAPIA: terapia effettuata con piante medicinali; è importante che sia un impiego non
necessariamente terapeutico ma nella maggior parte dei casi la fitoterapia riguarda un approccio di
mantenimento del nostro senso di benessere come il miglioramento di un processo di invecchiamento. Un
esempio è dato dagli integratori alimentari in quanto non sono rivolti ad una cura bensì ad una integrazione,
ossia a mantenere ciò che mi manca e non a cambiare ciò che abbiamo. Un'altra cosa da dire è che il
fitoterapico è un farmaco a base di piante, quindi un farmaco a tutti gli effetti dove il suo principio attivo è
una sostanza vegetale e l’ente regolatorio responsabile della sua commercializzazione è l’AIFA.
FITOFARMACI: prodotti che servono per la cura delle piante (fito) quali pesticidi, spray lucidante e
erbicidi.
La farmacognosia è la conoscenza dei farmaci,tratta i prodotti di origine naturale (droghe) impiegati come
medicamenti. (La farmacologia invece è lo studio dei farmaci). Si parla di piante nella farmacognosia perché
prima i farmaci che si conoscevano erano solo quelli provenienti dalla natura vegetale. Per questo:
- È la disciplina scientifica che si occupa del riconoscimento e della descrizione dei farmaci naturali
(Bovet,1957)
- Si pone come elemento di raccordo tra consistenza chimica e farmacologica dei farmaci naturali
- Si distingue in diverse branche :
1. Etnobotanica (uso popolare di droghe vegetali in colture diverse) → significa che ci sono dei
popoli che utilizzano una pianta medicinale per alcuni scopi e quella stessa pianta medicinale in
altri popoli la usano per altri scopi totalmente diversi: un esempio è la medicina tradizionale
cinese rispetto alla nostra; un altro esempio è il fatto di avere un uso etnobotanico in italia
dell’utilizzo della camomilla come rilassante, calmante, ma in realtà la parola rilassante deriva
da un altro uso etnobotanico della camomilla in germania perché il termine rilassante non era
riferito al cervello per farci rilassare (italia) ma era riferito per rilassare la muscolatura
gastrointestinale (Germania); un altro uso etnobotanico è l’uso etnobitanico dell’aglio che
veniva usato contro i vampiri nell’europa del nord rispetto all’uso etnobotanico in italia usato
come anti aggregante e ipotensivo. Per questo la etnobotanica ci offre un grosso spunto di
riflessione anche dal punto di vista scientifico.
2. Farmaco botanica o botanica propriamente detta (si tratta delle caratteristiche delle droghe che ci
servono a definire quale è la parte della pianta che utilizziamo e che ci servono quando
parleremo del controllo di qualità perché se noi abbiamo a disposizione una cosiddetta droga
organizzata significa che abbiamo a disposizione un frutto, una foglia, una radice, se invece
parlo di un riconoscimento su una droga non organizzata parlo di una sostanza liquida non
essenziale piuttosto che un olio grasso e quindi la foglia non ci è di aiuto).
3. Fitoterapia (terapia effettuata con piante medicinali)
4. Fitochimica (studio dei principi attivi delle droghe) → ogni singola piante nella sua droga
contiene molte sostanze chimiche tra cui i flavoinoidi (N.B. Non sapere a memoria ogni
singola sostanza chimica in ogni pianta).
5. Farmacoergasia che interessa la fase iniziale e produttiva fino alla commercializzazione: (studio
della raccolta, conservazione, preparazione, confezionamento delle droghe: questi step che
rappresentano la farmacoergasia li andremo a vedere nel controllo di qualità perché sulla base di
come viene fatta la raccolta andremo ad ottenere delle risposte che andranno a rappresentare non
solo la qualità della droghe ma anche la variabilità intrinseca di quella pianta; Tutti i parametri
di “come raccolgo una pianta” rappresenta sia la variabilità della pianta è tutto questo fa la
farmacognosia perché se abbiamo raccolto in modo sbagliato la parte della pianta cambia il
prodotto. Lo stesso vale per la preparazione e per il confezionamento perché per arrivare a fare
una capsula la preparazione è diversa rispetto a quella che andrò a fare per un liquido. Un altro
fattore che è connesso alla variabilità è la conservazione: come vengono conservate le droghe
vegetali? In barattoli di vetro chiusi in posti in assenza di luce e in assenza di fonti di calore).
6. Tossicologia: si deve valutare per evitare gli effetti tossici la sicurezza di impiego sia della
pianta come tale ma anche delle interazioni che ci possono essere o delle avvertenze che vanno
dette. Un esempio: non utilizzare alcol perché può interagire con la pianta con un effetto
sedativo.
7. Farmacologia (studio degli effetti delle droghe)

La ricerca sulle piante medicinali: dall’etnobotanica alla pratica clinica


Si parla dall’etnobotanica alla pratica clinica perché noi partiamo dall’uso storico e poi ci viene l’intuizione
di poter approfondire quella proprietà e da quello iniziare a considerare l’attivita biologia di quel farmaco
che si è arrivati a sviluppare. Prima di capire la tipologia dei prodotti sviluppati dalle piante officinali
dobbiamo pensare al fatto che ci sono dei popoli che usano ancora questo approccio delle piante officinali
come prima terapia mentre nei paesi industrializzati quello che si fa è utilizzare la terapia a base di piante
medicinali un po’ come terapia incrementale e non come principale terapia. Ciò non toglie che negli anni
questo è un settore che ha tenuto il mercato a livello economico nonostante la crisi → Questo perché il
mantenersi in forma è rimasto un target principale della cura della persona dato che le piante officinali hanno
proprio l’un obiettivo salutistico della persona che le prende.
Chi utilizza i prodotti a base di piante officinali?
- Persone affette da patologie minori e persone sane (57%) perché nei paesi nettamente industrializzati
ciò che si fa è che si affianca la terapia a base di piante medicinali ad una terapia propriamente detta
o là si usa come principale forma di intervento oppure per integrare (pensiamo ad una attività di uno
sportivo, a casi di stress, per migliorare la memoria negli studenti);
- Persone con un Grado socioculturale medio-alto;
- Per la maggioranza donne di 35-65 anni (60%), anche in gravidanza (40%) → La problematica però
è che i dati scientifici a cui facciamo riferimento dicono che per le donne in gravidanza l’uso da
piante officinali è pochissimo e questo accade anche per i farmaci perché la sperimentazione clinica
per le donne in gravidanza, così come le donne in età fertile, non è eticamente concessa e quindi
posso avere dei dati scientifici a cui far riferimento inizi del tutto tossicologia generale. Questo è
vero a patto che quel farmaco non sia mirata ente e volutamente sviluppato per le donne in
gravidanza. Questo perché per gli integratori alimentari e per i prodotti erboristici per legge non è
richiesta la sperimentazione clinica di uh efficacia perché non posso vantare efficacia terapeutica
altrimenti sarebbero farmaci e quindi i dati di cui dispongo non sono clinici, a maggior ragione nella
donna in gravidanza. Il consiglio è: attenzione nell’assunzione al primo semestre di gravidanza; un
altro consiglio è quello di stare attenti alle vie di somministrazione: piante per via iniettabile sono
sconsigliate, piate per via tipica sono invece consigliate in quanto avrà degli effetti diversi da
un’altra assunzione per via orale o per via inalatoria.
- Il 54% assume contemporaneamente almeno un farmaco al giorno: il problema della pianta è che se
io ho un farmaco A e lo associo ad una pianta che dentro contiene centinaia di composti io non so
quello che può succedere a livello di farmacocinetica (assorbìmento, distribuzione , metabolismo ed
escrezione).
- Il 29% delle persone è affetta da patologie croniche (ipertensione,asma, diabete);
- 70% non informa il medico.m
Perché si ricorre ai prodotti a base di piante
- I prodotti fitoterapici e erboristici sono prodotti naturali, quindi “non fanno male”;
- Non sono considerati farmaci (42%);
- Facile reperibilità, senza ricetta medica, consente l’automedicazione;
- Per migliorare lo stato di salute, sulla base del consiglio di amici, familiari (54%) o riviste;
- Insoddisfazione nei confronti del medico (cura la patologia e non il paziente; non conosce le
medicine alternative).
Preparati totali e principi attivi puri
Nel preparato totale o fitocomplesso (non è necessariamente correlabile ad un principio estrattivo) non si
usa una sostanza singola, isolate, purificata e stabilizzata ma si utilizza la totalità della droga per cui in essa
sono presenti sia sostanze biologicamente attive che sostanze inerti e sconosciute. Nel mondo delle piante
questo rappresenta un vantaggio ma anche un problema perché si ha la difficoltà di rendere stabile ciò che
si isola o si raccoglie.

ReD (ricerca e sviluppo) on natural products: Pro e Cons


• Difficoltà nel capire se è più opportuno lavorare sul fitocomplesso oppure fare dei processi
estrattivi.
• La stabilità dei prodotti naturali è generalmente scarsa, ridotta solubilità e biodisponibilità, sono
prodotti di difficile formulazione.
• I processi di estrazione e purificazione devono essere economici (nella maggior parte dei casi non lo
sono), efficienti (per consentire anche il recupero vitale della pianta di provenienza. Ad esempio in
molti preparati si utilizzano le gomme che sono degli essudati secretivi che la pianta secerne
quando è sottoposta ad un insulto tossico come lacerazione) e sicuri. La produzione di materiale di
scarto deve essere minimizzata (in molte ricerche si valuta se oltre la parte della pianta oggetto di
studio, nel materiale di scarto ci sia qualcosa di altrettanto interesse anche in un altro settore. Ad
esempio molti prodotti erboristici ed integratori alimentari sono sotto forma di capsule o
compresse piuttosto che in forma liquida, e sono generalmente dei preparati con droga essiccata
perché ciò rappresenta un vantaggio).
• La capacità di isolare, purificare e determinare una eventuale relazione struttura/attività, nella
ricerca del finger print, deve realizzarsi in pochi giorni o settimane (NMR, HPlC).
• Non è possibile radere al suolo foreste o denudare il terreno di una particolare specie, per
realizzare la produzione commerciale di un preparato vegetale.
• L’identificazione di un’attività biologica, l’isolamento di un principio attivo e la determinazione della
struttura chimica richiede almeno 50 kg di sostanza pura. L’isolamento di questa quantità di 5 kg di
pianta secca.
• Nell’animale da esperimento per valutare la tossicità ed eventualmente l’efficacia della sostanza
saggiata: necessita di circa 400-500 mg di sostanza pura, pari a circa 100 kg di biomassa della pianta
di partenza.
• Condizioni acute (per cui verrà utilizzato per un breve lasso di tempo) oppure piccole popolazioni di
pazienti che hanno una specifica patologia.
Da un punto di vista commerciale oramai ci sono così tanti farmaci che una azienda che si occupa di
sviluppo di un farmaco lo fa solo se rappresenta una novità o che ha un minor costo o funziona meglio di
quelli già presenti in commercio o a meno effetti indesiderati rispetto quelli di riferimento. Inoltre si deve
considerare anche la tutela che l’azienda ha da un punto di vista intellettuale: costi, sperimentazione ma
poi per un tot di anni si è coperti da brevetto. Nella ricerca delle piante questo non può avvenire perché
non si può brevettare qualcosa che esiste indipendentemente dal fatto che il ricercatore la stia usando o
meno. Una cosa che alcune aziende stanno cercando di fare in un eventuale ‘brevettualità’ del processo è
brevettare dei processi di estrazione, la procedura e questo limita ancor di più, la carenza della possibilità di
brevettare la sostanza che dalla pianta si estrae, la ricerca in questo settore.
➢ Esistono circa 300.000 specie di piante di cui l’1% (3000) è utilizzata come cibo, 3% (10000) della
specie hanno un uso medicinale documentato.
Viene fatta molta ricerca come ricerca di base quindi tante ricerche su attività specifiche (es. attività
antiossidanti, attività antibatteriche, ecc), le ricerche aziendali invece sono un po' più difficili.
Tra l’altro, ipotizzando che si decida di sobbarcarsi di questi costi, c’è sempre poi chi deve ricontrollare,
riprodurre, perfezionare ciò che è stato scoperto e questo di nuovo non è sempre facile perché alle
problematiche descritte in precedenza si aggiunge il fatto che la pianta come individuo è soggetta a
variabilità biologica. Quindi magari pur essendo il materiale di partenza stesso genere, stessa specie di una
pianta che viene coltivata in due parti diverse del mondo non dà gli stessi risultati.
Si deve quindi cercare di individuare dei punti fermi, dei cardini da cui partire per tutte le piante. Un grosso
riferimento in questo settore viene dato da due tipologie di monografie: le monografie presenti sulla
farmacopea ufficiale italiana o europea e le monografie dell’EMA.
Per ogni pianta nella seconda o terza riga nella farmacopea viene riportato: deve contenere non meno del
X% in, dà un riferimento per avere delle droghe vegetali di qualità.
A partire dal 2004 invece sono state introdotte le monografie dell’EMA.
Proprio per la difficoltà nella raccolta, estrazione, resa, ecc, in questo settore c’è stato un blocco dall’84 al
2003 e sono andate via via crescendo le potenzialità sintetiche della molecola attiva purificata fino a che si
è capito che se in natura qualcosa esiste in un certo modo c’è un motivo. Per cui piano piano la ricerca è
ripartita perché si è visto che usando le piante così come sono, senza seviziandone troppo la natura alla
ricerca del principio attivo, funzionano bene. Ad esempio la valeriana ad oggi è un prodotto registrato, un
estratto titolato e si usa nell’insonnia lieve. Ad esempio le sostanze importanti nell’iperico sono due, per cui
deve essere usato come fitocomplesso. Si deve valutare caso per caso ciò che è più opportuno fare.

Le piante medicinali
• molecole isolate da utilizzare come farmaci o in campo farmaceutico (si occupa della forma
farmaceutica)
• preparati totali utilizzati come:
− Coloranti
− Cosmetici: la formulazione è coperta da segreto industriale ma devono essere riportate per ordine
di legge le quantità di tutti i costituenti in ordine decrescente e in ordine sparso quelle minime.
− Alimenti
− Cosmeceutico
− Nutraceutico: ad oggi ancora non si sa a cosa sia rivolto (non c’è una regolazione legislativa), viene
utilizzato per far riferimento ad alimenti così come ad integratori alimentari. Lo si può definire
come qualcosa che nasce come alimento ma a cui si può attribuire/ascrivere attività biologica
importante.
− Prebiotico e probiotico: prodotti che vengono utilizzati per migliorare la microflora intestinale e si
distinguono in prebiotici, essenzialmente fibre, e probiotici, batteri assunti in flaconcini.
− Medicinale officinale: il farmacista lo prepara in moto autonomo facendo riferimento al codex, alla
farmacopea e può conservarlo in farmacia (preparazioni galeniche).
− Medicinale magistrale: prescritto dal magister per cui è oggetto di prescrizione medica e sulla base
di ciò il farmacista lo prepara.
− Medicinali SOP (senza obbligo di prescrizione): rilasciati sotto consiglio del farmacista
− Farmaci da banco
− Medicinale omeopatico: l’unica cosa che hanno in comune la fitoterapia con l’omeopatia è un tipo
di preparazione particolare, la tintura madre ovvero la pianta medicinale che viene utilizzata come
droga fresca per cui non si fa il processo di essiccazione. Quindi una pianta medicinale che viene
posta a macerare per 21 giorni in una soluzione alcolica definita tintura madre perché è madre dei
prodotti successivi tramite diluizione.
− Prodotto erboristico
− Integratore alimentare
Il problema è che quello che era il prodotto erboristico, è diventato non solo, cosa che è prevista
per legge, allo stato sfuso ma anche allo stato preconfezionato. E siccome è divenuto difficile dare
per ognuna di questa categorie una diversa opportunità dell’organizzazione all’immissione in
commercio si è equiparato il prodotto erboristico all’integratore alimentare. E’ come se queste due
categorie commerciali si fossero fuse.
La differenza che hanno: mentre il prodotto erboristico è necessariamente su base vegetale e
vendibile allo stato sfuso, l’integratore alimentare è venduto preconfezionato e non
necessariamente su base vegetale.
Farmaco o sostanza pura Preparato totale o fitocomplesso

Composizione e dosaggio ben definiti: attività Composizione complessa e variabile (dose?)


legata ad uno o più principi attivi

Efficacia terapeutica dimostrata mediante studi Efficacia non sempre dimostrata


clinici randomizzati e in doppio cieco

Sicurezza d’impiego stabilita mediante studi ad Sicurezza d’impiego non sempre nota
hoc

Principi attivi spesso difficili da individuare

Prodotti a base di piante medicinali

Efficacia dimostrata,
principi attivi noti Marker
(es. ippocastano
nell’insufficienza
clinici
venosa)

Efficacia probabile, diversi Marker


principi attivi (es.
valeriana) farmacologici

Efficacia non dimostrabile, principi attivi


non ipotizzabili (es. malva) Marker analitici

1. Marker clinici (saponine triterpeniche: escina) → sostanze contenute all’interno di una pianta di cui
si conosce il meccanismo d’azione di comprovata attività clinica
2. Marker farmacologici (olio essenziale: a. valerenico. Valepotriati. Valtrato, aa: glutammina, ecc) →
si conosce la farmacologia della sostanza cioè il meccanismo di azione
3. Marker analitici → sostanza di riferimento utile ai fini dell’analisi (monoterpeni: citronellale;
sesquiterpeni: beta-canofillene, flavonoidi). E’ utile ai fini dell’analisi identificativa di una
determinata pianta perché per essere la pianta di qualità deve contenere questo marker. Però di
questa pianta non si conosce l’efficacia e non è detto che questo marker analitico sia il principio
attivo

Ciò che è un marker clinico ovviamente è anche un marker farmacologico e clinico, ma non viceversa.
Secondo l’Unione Europea c’è solo una suddivisione in marker analitici e marker attivi che comprendono sia
quelli farmacologici che clinici.
Quindi la differenza è quella che intercorre nello sviluppo di un farmaco.
Per la ricerca di un prodotto si parte dall’identificazione del materiale grezzo, si fa il controllo di qualità, la
standardizzazione, studi in vitro fino ad arrivare, seguendo la pratica clinica, eventualmente alla speri
sperimentazione clinica del prodotto a base di pianta vegetale.
Per sviluppare una pianta in un farmaco metto in atto dei processi estrattivi (essicamento) e una volta che ho
identificato il mio materiale e fatto una classificazione fitotipica (spettro NMR) andrò poi a fare dei test in
vitro. Se le piante non diventano farmaci, cioè se non diventano medicinali vegetali, non è richiesto per legge
fare tutti questi passaggi ma si fanno piuttosto per una necessità, ossia per un controllo o per dei test
tossicologici.
Esempi più concreti: trattiamo un caso dove si era visto che una pianta i cui semi venivano utilizzati nella
produzione di biodiesel (cioè venivano frantumati, si estraeva l’olio che si ricavava dalla frantumazione e
secondo determinati processi venivano utilizzati per il biodiesel) ed è venuto fuori che per prendere tutti quei
semi dovevamo prima prendere le foglie e poi il frutto e quindi c’era uno spreco di biomassa enorme. A tale
proposito, premesso che i semi possano costituire il biodiesel, sono quindi andati prima ad analizzare le
foglie per vedere se c’è una attività biologica; Prese le foglie fresche si è fatta un’estrazione metabolica dove
dalla prima estrazione ho portato a secco il mio estratto e quello estratto a secco è stato poi riestratto
ribattendo in altre due tipologie di solventi. Tutto questo per consentire una ripartizione fra le fasi di sostanze
più polari, mediamente polari e meno polari. Fatto questo, le frazioni non polari sono state poi riportate a
secco, risospese, risolate e rifrazionate e le frazioni più polari seguono la stessa cosa.

Estratti e frazioni
Grafico: IL GRAFICO è LO STESSO DELLA LEZIONE MA CON PIANTE DIVERSE
Effetto di diverse concentrazioni dell’estratto di foglie del genotipo B di J.carcus e della sua frazione
polare e non polare (MTT test su cellule BRL-3 A, dopo 24 e 48 ore di trattamenti )
Nell’analisi dei
vari fattori si è
andati a vedere
l’attività che
alcuni estratti di
piante hanno sui
sistemi periodici
in vitro: come
sistemi periodici
in vitro si
utilizzano le
colture cellulari
che possono essere
linee cellulari che
si comprano
(elevato costo)
oppure colture
cellulari derivate
da cellule
primarie.
Successivamente
si preparano dei
test di routine e la
prima cosa che si
va a fare è vedere
se la pianta presa
in considerazione,
l’estratto o la frazione della pianta che sia, ha, appunto, un effetto tossico-lesivo sulle colture cellulari. Questi
test di routine sono test di proliferazione cellulare, test di citotossicità e analisi del meccanismo di azione
(anticorpi); con questi test si va ad analizzare a concentrazione diverse l’effetto che la mia pianta, l’estratto
della pianta in considerazione (la droga della foglia), ha sulla linee cellulari e parlo di mg/ml mentre quando
parlo di frazioni parlo di qualcosa di meno dell’estratto e vedo che la pallina bianca è la pianta, ossia
l’estratto totale, mentre le altre linee con i pallini chiusi neri sono le frazioni. Confrontando l’effetto: è più
potente nell’inibire la proliferazione cellulare una frazione della pianta (triangolino pieno) o l’estratto in toto
(pallina bianca vuota)? Il grafico indica che al diminuire della curva diminuisce, si abbassa, la percentuale di
proliferazione cellulare → L’estratto totale è più potente nell’inibire la proliferazione cellulare. Questo sta a
significare che alcune volte non serve isolare delle sostanze e frazionare delle parti della pianta per avere un
effetto maggiore, infatti, a dimostrazione del grafico, funziona di più l’estratto totale.
Inoltre per avere una maggiore sicurezza, riguardo la determinazione della potenza tra l’estratto e la frazione
tramite l’occhio nudo, si fa riferimento alla IGC50: concentrazione inibente la proliferazione cellulare al
50% dell’effetto massimo che mi consente di confrontare curve diverse all’interno dello stesso grafico e,
numericamente, grafici diversi di esperimenti diversi.
Come fare a calcolare la IGC50? Per sapere l’IGC50 si deve prendere il 50% dell’effetto massimo (cioè il
50% della proliferazione cellulare) e tracciare la riga → nel momento in cui questa riga incontra la curva, si
proietta sull’asse delle X.
Per spiegare meglio il tutto si può avere un’altra situazione dove si prende in considerazione la pianta
Epilobio: di questa pianta viene utilizzata la tintura madre. Sono state prese in considerazione tre specie
diverse di Epilobio di tintura madre e si è notato che i tre estratti sono molto diversi tra loro nella capacità e
nella potenza di inibire la proliferazione cellulare, tra cui un estratto sarà quello più potente degli altri due.
Quello più potente sarà quello che avrà meno concentrazione per inibire la proliferazione cellulare in quanto
glie ne basta poco di concentrazione perché quella poca concentrazione basta ad inibire → più la
concentrazione è minore e più potente sarà l’estratto nell’inibire la proliferazione cellulare.
Anche qui si va per frazionamenti: si prende la tintura madre, si porta a secco e si risospende in un solvente
non polare o in acqua e si va a valutare la sua attività.
Abbiamo due tipologie di test:
1. Test della timidina marcata: si utilizza la timidina marcata perché in fase di replicazione, di
proliferazione, del dna più timidina marcata leggevo e più le cellule erano in replicazione;
2. Test dell’MTT, test colorimetrico dove lar sostanza gialla che una volta messa a contatto con le mie
cellule, se le cellule sono molto attive e molto proliferanti si sprigiona una colorazione viola dovuta
al fatto che il giallo viene convertito dalle cellule vive in questo colore viola → significa che tanto
più viola si vede e tanto più le cellule proliferano, tanto meno colorazione si vede e tanto più la
proliferazione o è stata bloccata o le cellule sono state uccise in modo violento.
Esistono due tipi di morte cellule:
- Necrosi;
- Apoptosi.
Questi test non servono solo per capire se l’estratto della pianta funzione o meno bensì servono per capire le
concentrazioni da utilizzare. Io posso andare a valutare l’effetto su diverse linee cellulari di provenienza
organica diversa: posso lavorare su un tumore o sulle cellule normali dove questa inibizione della
proliferazione va ad agire su quelle tumorali, oppure posso lavorare su tessuti diversi per vedere (in vitro)
una specificità eventuale dell’effetto della pianta medicinale sui tessuti, ma anche lavorare su animali diversi
ossia su cellule di provenienza umana o di roditore e vedere se l’effetto sul roditore è lo stesso che si verifica
sulle cellule dell’uomo oppure no.
Ricorda: il vitro non è necessariamente in vivo → questo è il motivo per cui la sperimentazione sugli animali
da esperimento ha subito un grosso rallentamento perché se il dato in quanto tale non è estrapolabile dalla
cellula animale all’uomo in molti casi tanti esperimenti si potrebbero evitare.
ATTENZIONE ESAME: non dire mai in una pianta medicinale che ha un effetto antitumorale in vitro su
cellule bensì si deve dire che è in grado di inibire la proliferazione cellulare tumorali (caso dell’aloe che è
ricca di vitamine, di Sali minerali e nel paziente malato di tumore che fa la radioterapia se si mette il gel di
aloe, prima di esporre l’epidermide alla radioterapia, la lesione di edema, di ustione, è un po’ meglio rispetto
a quanto lo sia senza mettere il gel); La stessa cosa vale per l’effetto anti-invecchiamento.
Un'altra cosa che siamo andati a vedere: nelle varie specie di Epilobio che si utilizzano, in realtà, quella che
si utilizza di più dal punto di vista clinico non era quella più efficace bensì a livello commerciale era
l’Epilobium angustifolium; abbiamo fatto la curva della proliferazione cellulare comprando due tinture madri
di Epilobium angustifolium, una presa in una erboristeria e un’altra presa in un’altra erboristeria. Che cosa è
successo? È successo che una tintura era angustifolium mentre un’altra aveva un norme diverso, Epilobium
spicatus, e si era notato che le due specie anche se avevano nomi diversi tra loro facevano parte della stessa
pianta, solo che l’angustifolium è la denominazione latina secondo Linneo mentre spicatus è secondo Miller.
La stessa cosa vale per la Valeriana, per l’aglio e per la cipolla in quanto sia l’aglio che la cipolla sono
denominate Aglius. Questo quindi è un altro problema perché significa che le piante hanno sia un genere che
la specie e si può far confusione.
Detto questo, una volta appurato che le due specie di epilobio erano la stessa pianta con denominazione
diversa nella battitura, avevano però un effetto totalmente diverso; non solo nell’IGC50 ma anche nel
contenuto di una sostanza chiamata Enoteina B: l’enoteina B in una fialetta era presenta all’1.3% mentre
nell’altra fialetta (stessa pianta) era presente allo 0.03% e questo significa che c’è una diversa concentrazione
e quindi una diversa dose di somministrazione → ciò vuol dire che per una fialetta servono 0.03 mg per
ottenere il blocco della proliferazione cellulare al 50% mentre per l’altra fialetta me ne servono 10 volte di
più per ottenere lo stesso blocco. Infine, si può dedurre che la tintuta madre in fitoterapia non è consigliata.

Perché dalla ricerca sperimentale in vitro si rende necessaria la sperimentazione negli animali da
esperimento? Per i prodotti cosmetici è vietata la sperimentazione negli animali da sperimento in quanto il
cosmetico non è rivolto alla cura dell’animale e non è rivolto alla cura della persona; in aggiunta sono stati
messi molti vincoli per la giusta tutela dell’animale da esperimento. Nella sperimentazione della ricerca di
base propriamente detta sia sul farmaco che sulla pianta medicinale, dopo il vitro, si vanno a fare le seguenti
prove:
Pianificazione preliminare delle prove di sicurezza sull’animale da esperimento
- Via di somministrazione (corrisponde a quella prevista per l’uomo);
- Dosaggio e parametri di misurazione;
- Durata degli esperimenti (in relazione a quella prevista per le prove cliniche e all’uso clinico)
Obiettivo prove pre-cliniche (campo tossicologico):
1. Fornire informazioni su effetti tossici (organo bersaglio, dose-dipendenza →quindi si tratta di curve
dose-risposta, reversibilità dell’effetto);
2. Identificare parametri da monitorare per potenziali effetti avversi;
3. Stimare dose di partenza per gli studi clinici;
4. Estrapolazione qualitativa (processi fisiopatologici→ in molti casi ci sono delle varietà tra le specie
tra il ratto e l’uomo) e quantitativa (determinazione del dosaggio H dei dati ottenuti, tenendo conto
della variabilità Inter- e intra-specie).
Ad esempio se io vedo che nell’animale funziona una dose di 10 milligrammi, che cosa ci
aspettiamo? Nell’uomo quanto ne vado ad usarlo, di più o di meno di 10? Molto di meno, di solito è
minimo un fattore 10 di sicurezza più altri fattori che dipendo dalla variabilità inter-intra specie.; in
aggiunta tutte le dosi sono rapportate al peso corporeo.
Particolarità: le donne sono più esposte agli effetti indesiderati rispetto che all’uomo per un paio di
motivi:
1. Le donne pesano di meno rispetto all’uomo;
2. Generalmente vengono escluse nelle sperimentazioni cliniche → questo perché la donna in età
fertile può essere soggetta a problemi per problemi farmaco-sperimentali, per la donna in
gravidanza si esclude selettivamente la sua partecipazione in quanto ha delle fluttuazioni
ormonali.
Quindi uello che si può fare è:
una sperimentazione, Ricerca, in\ex vivo → si prende l’animale da esperimento con anestesia totale.
Dal punto di vista sperimentale confronto un modello di controllo positivo (cioè il mio effetto di riferimento:
se io dico che la mia pianta è epatotossica non lo posso dire su base soggettiva ma devo avere un parametro e
quindi uso come controllo sperimentale la sostanza che è più epatotossica in assoluto come il paracetamolo).
Questo perché dalla ricerca di base non si può produrre senza aver confrontato un modello di controllo
positivo.

Per avere un riferimento principe di quello di cui stiamo parlando:


Direttiva europea 2010/63 relativa a quello che ha definitivamente cambiato la sperimentazione
sull’animale: sebbene si è consapevoli che in alcune attività è necessaria la prova su animali (diarrea,
tremolio del Parkinson) si sta comunque cercando di trovare metodi sperimentali alternativi alla
sperimentazione animale.
Un principio in cui i ricercatori si basano, indipendentemente se si tratta di farmaco o pianta medicinale, è il
principio 3R. Il principio delle 3R fa riferimento a tre fondamentali concetti: rimpiazzare, ridurre e rifinire.
Quindi il ricercatore dovrebbe inizialmente cercare, con il maggiore sforzo possibile, di rimpiazzare, o
sostituire il proprio modello animale con un modello alternativo; il secondo passo è quello di cercare di
ridurre il più possibile il numero di individuo utilizzati in un certo protocollo sperimentale; infine, con ultima
R si intende ‘operazione di rifinire, o migliorare m le condizioni sperimentali alle quali sono sottoposti gli
analizzali.
Tutto questo per dire che nel momento in cui abbiamo a che fare con una pianta per la quale vogliamo
ipotizzare un’attività terapeutica si hanno diverse fasi:
Fasi dello sviluppo di un farmaco
- Fase pre-clinica:
1. Individuazione molecola;
2. Studi di formulazione;
3. Step di tossicità.
- Fase clinica:
1. Autorizzazione per lo sviluppo clinico;
2. Studi clinici (4fasi: fase I → 10 persone, fase II → 100 persone, fase III → 1000 persone, fase IV →
100.000 ); questo per dire che la numerosità è importante perché decine di persone servono per un
discorso di sicurezza, le centinaia servono per fare una valutazione più ampia mentre le migliaia
servono perché ad aumentare questa numerosità si cambia anche le condizioni sperimentali in quanto
la popolazione può essere anche esposta all’uso di altri farmaci così da far emergere delle
problematiche in moda da prevenirle;
3. Autorizzazione al commercio.

Fitoterapici, medicinali vegetali di uso tradizionale ed integratori alimentari


La necessità di avere un quadro comune di interpretazione sui farmaci deriva dal fatto che la presenza delle
piante medicinali (piante officinali prima e medicinali poi) in diversi territori dell’Europa cambia nettamente
e nell’ottica della globalizzazione questo non ha senso. Sicuramente, quello che è emerso è che, chi sta più
avanti di noi nel settore delle piante e della commercializzazione è la Germania perché la Germania, tramite
una commissione, ha posto che la pianta può essere commercializzata solo ed esclusivamente come farmaco
se ha una monografia approvata, ossia se ci sono delle evidenze scientifiche che indicano che quella pianta
può funzionare. In Italia abbiamo la pianta officinale che può essere considerata in tante situazioni diverse
commerciali che ricadono in tante situazioni diverse dal punto di vista regolatorio a seconda della tipologia
di pianta e delle evidenze scientifiche che ci sono su questa pianta. La pianta officinale diventa pianta
medicinale nel momento in cui viene utilizzata come farmaco, anche chiamato fitoterapico.
RICORDA: non è detto che la fitoterapia si faccia per forza con i farmaci in quanto molta fitoterapia è rivolta
all’integrazione, ossia a mantenere il senso di benessere; quindi, sebbene non ci sia efficacia clinica rivolta
ad una patologia, io posso fare fitoterapia anche utilizzando degli integratori. Il fitoterapico propriamente
detto è una fitoterapia fatta con un farmaco dove il ministero della salute ci dice la definizione.

DEFINIZONE: fitoterapico
Le proprietà terapeutiche di molte piante, funghi e licheni, sono tradizionalmente nate agli uomini che
frequentemente le hanno utilizzate come “ente curative”. Tuttavia, le tecniche della moderna medicina hanno
permesso di individuare i medicinali fitoterapici veri e proprio, distinti dai prodotti erboristici e dalle erbe
complici.
I medicinali fitoterapici sono tutti quei medicinali il cui principio attivo è una sostanza vegetale, questi
medicinali sono stati ufficialmente approvati dall’AIFA, che ne ha verificati la loro qualità, efficacia e
sicurezza, e sono venduti esclusivamente nelle farmacie, alcuni dentro presentazione di ricetta medica ed
altri come medicinali senza obbligo di prescrizione o medicinali da banco.
I prodotti di erboristeria non hanno l’autorizzazione all’immissione in commercio non possono essere definiti
medicinali anche se talora un qualche attività farmacologica.
L’uso dei prodotti di erboristeria, soprattutto di quelli farmacologicamente attivi, deve essere comunque,
prudente:
- La qualità di prodotto assunto deve essere diversa, secondo le caratteristiche della persona (peso, età,
condizioni di salute, ecc…);
- I loro principi attivi possono avere degli effetti collaterali i delle controindicazioni;
- Possono causare delle reazioni allergiche non prevedibili;
- Possono provocare delle interazioni farmacologiche dannose con altri medicinali o con gli alimenti;
- Il loro uso può essere pericoloso durante la gravidanza o l’allattamento, periodi in cui il corpo della
donna è in un momento delicato.

Esempi di fitoterapici
Se dovessimo concretizzare ci sono dei farmaci e fitoterapici propriamente detti come:
- i lassativi → la Senna è molto utilizzata come è utilizzato il Psillio ed è più blando rispetto alle
Senna. Può essere facilmente accessibile senza ricetta medica.
Un'altra categoria di fitoterapici propriamente detti, insieme ai lassativi, sono:
- Psicoanalettici (antidepressivi);
- Urologici (ipertrofia prostatica benigna)
Per questi ultimi due gruppi di farmaci è necessaria la ricetta medica (possono dare effetti collaterali
dovute ad interazioni) e per questo devono essere usati con criterio in quanto sono molto efficaci.
Per esame → Sapere bene!
Una problematica può essere presente per gli integratori in quanto sono accessibili senza ricetta medica e non
si fa caso alle avvertenze d’uso.

Direttiva 20014/24 del parlamento europeo e del consiglio


Gli Stati membri adottano le disposizioni necessarie per conformarsi alla presenza direttiva entro 30 ottobre
2005. Essi ne informano immediatamente la commissione.

Attuazione della direttiva 2001/83/CE (e successive direttive di modifica) relativa ad un codice


comunitario concernente i medicinali per uso umani, nonché della direttiva 2003/94/CE
I prodotti medicinali a base di piante medicinali sono considerati a tutti gli effetti farmaci quando rientrano in
questa definizione: ogni sostanza avente proprietà curative o profilattiche delle malattie umane o animali,
nonché ogni sostanza da somministrare al fine di stabilire una diagnosi medica o di ripristinare, correggere
e modificare le funzioni dell’uomo o dell’animale.
Nessun prodotto è di per sè stesso, per le proprie caratteristiche intrinseche, medicinali, ma lo diventa dal
momento in cui gli vengono attribuiti effetti terapeutici.