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Fuori le guardie, dentro i ladri - di Marco Travaglio

Forse non è ben chiaro quel che è successo l’altroieri. Alcuni


militari della Guardia di Finanza, Nucleo di Polizia tributaria di
Roma, si presentano allo sportello della Bnl interno al Senato e
chiedono le carte dei movimenti bancari di due conti correnti
intestati al partito della Margherita, defunto per chi vota, ma non
per chi incassa e per chi ruba.

Vogliono appurare che fine abbiano fatto oltre 120 milioni di


“rimborsi elettorali” erogati dallo Stato dal 2007 a oggi, di cui già
si sa che 13 sono spariti.
Ma vengono messi alla porta da un ordine del presidente Renato
Schifani che, previo consulto con la giunta per le immunità,
stabilisce che la visita dei finanzieri è “irrituale” perché non
espressamente delegata dalla Procura di Roma, che s’è limitata a
incaricare le Fiamme Gialle di acquisire la movimentazione di quei
conti, senza specificare dove.

Siccome quei conti sono presso la filiale del Senato della Bnl, è
ovvio che i finanzieri vadano lì a cercare le carte. Ma non si può, è
“irrituale”.

La Procura, tremante, ribadisce “il consueto, doveroso rispetto delle


prerogative parlamentari e di tutte le procedure intese a tutelarle”.

Insomma anche gli sportelli bancari interni al Senato e i relativi


conti godono dell’immunità parlamentare che ne “scuda” gli inquilini.
Una forma di immunità contagiosa.
Guai a violare l’extraterritorialità dei sacri palazzi.

Stiamo parlando di un edificio popolato da ladri, pregiudicati,


inquisiti, imputati, prescritti, alcuni addirittura inseguiti da
mandati di cattura.

Un posto dove non passa giorno senza che sparisca un orologio, un


cappotto, un ombrello, un bracciale.

Un’istituzione presieduta da un signore indagato per mafia.

Scene analoghe erano accadute nel '93 e nel '94, quando prima la
Finanza poi i carabinieri si presentarono in Parlamento per acquisire
i bilanci (truccati) dei partiti coinvolti in Tangentopoli e le liste
degli eletti in Calabria (inquinate dalla 'ndrangheta).

Mancò poco che i militari venissero arrestati dai politici. In


compenso, nel 2005, Gianpiero Fiorani entrò alla Camera con una
valigetta piena di banconote fascettate, passò con qualche patema al
metal detector (poco sensibile al denaro contante) e la consegnò al
deputato leghista Giorgetti.
Insomma, se in Parlamento entra un ladro, gli stendono il tappeto
rosso.

Ma, se entra una guardia, la cacciano a pedate.

In questo mondo alla rovescia il Giornale e Libero, autori di epiche


campagne contro chi pubblica intercettazioni, specie se penalmente
irrilevanti, coperte da segreto, relative a persone non indagate,
s’indignano perché il gup di Milano ha rinviato a giudizio
CULOFLACCIDO POMPETTA AL CAFONE cav. BANANA B. per aver ricevuto e
fatto pubblicare un’intercettazione penalmente irrilevante, coperta da
segreto, relativa a un politico non indagato, neppure trascritta dagli
inquirenti e trafugata da un imprenditore.

Sallusti, sul Giornale che la pubblicò, nota a modo suo il paradosso


di un ex premier “che voleva pure fare una legge per limitare le
intercettazioni e vietarne la pubblicazione”, sia rinviato a giudizio
per averne diffusa una, e ne deduce che “è caccia all’uomo”.
Gli sfugge che il vero paradosso è un altro: quando la banda del buco
gli portò quel nastro rubato e proibito, il piduista corruttore e
spergiuro, falsario e lavasoldi sporchi, B. non la mise alla porta
ricordando le sue battaglie contro le intercettazioni.
Anzi, la fece entrare e alla fine ringraziò molto per il regalo di
Natale, promettendo eterna riconoscenza.

Anche Belpietro, che dirigeva il Giornale che pubblicò la telefonata,


deplora su Libero che “l’uomo che più si è battuto contro le
intercettazioni” sia “imputato di averle abusivamente diffuse”.

Il guaio è che Al Cafone B. è stato rinviato a giudizio per averle


abusivamente diffuse perché le ha abusivamente diffuse.
Perché è ormai certo (i due protagonisti dell’affaire, Favata e
Raffaelli, sono già stati condannati rispettivamente con rito
abbreviato e con patteggiamento) che chi rubò quel nastro lo portò ad
Arcore e lo fece ascoltare a Pompetta B. Ma Culoflaccido B. ha
sfoderato un alibi di ferro: mentre lo ascoltava, si appisolò e non lo
sentì. Invece della seminfermità mentale, invoca la narcolessia.

Insomma, ascoltò a sua insaputa.