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Cosa dicono le prime recensioni di Jerusalem,

il romanzo di Alan Moore


Fumettologica

29 Settembre 2016
Nelle scorse settimane, Alan Moore – lo sceneggiatore di Watchmen e V for Vendetta – ha
presentato il suo secondo romanzo, intitolato Jerusalem, appena pubblicato in Gran Bretagna e
negli Stati Uniti. Un’opera mastodontica, ambientata nella sua Northampton e scritta nel corso di un
decennio. Nella conferenza stampa di presentazione tenutasi a Londra l’8 settembre, Moore si è
fatto notare anche per le critiche rivolte al mondo dei supereroi e per il suo ennesimo annuncio di
ritiro. A pochi giorni da quella conferenza stampa, sono state pubblicate le prime recensioni di
Jerusalem, e sembra non esserci unanimità: le reazioni infatti spaziano dall’entusiasmo più acceso
alla completa delusione.

Sono confortevoli per esempio le parole di Kirkus Reviews: «Fondete mentalmente James
Michener, Charles Dickens e Stephenk King e vi avvicinerete ai territori della sconfinata
inventiva che Moore delimita nella sua opera più ambiziosa». E poi ancora, sui protagonisti
della storia: «Moore imbastisce un mondo visto secondo diverse prospettive, da quella di avvizziti
anziani mascherati a quella di reticenti bambini timorosi, passando per quella di adulti non troppo
sicuri di sé alla ricerca di una certa quantità di felicità, o almeno di un po’ di sesso».

Secondo la recensione di Heidi MacDonald per Publishers Weekly, la sezione più particolare del
libro – che è diviso in tre parti – è la terza, la più complessa, «scritta seguendo una serie di pastiche
letterari, tra cui un’opera alla Beckett e un intero capitolo in un linguaggio inventato da Lucia
Joyce, la figlia istituzionalizzata di James Joyce». Publishers Weekly definisce Jerusalem una sfida
e una storia in grado di creare una nuova cosmologia, arrivando addirittura ad affermare che il
romanzo «assicura a Moore un posto tra i grandi maestri della lingua inglese».

Anche Entertainment Weekly sottolinea il grande numero di riferimenti letterari, a partire da James
Joyce, accostando Jerusalem all’Ulisse. Un tema comune tra il romanzo e lo stile fumettistico dello
scrittore si può riscontrare invece nella peculiarità di alcuni personaggi: «Nei capolavori di Alan
Moore – Watchmen, From Hell, Promethea, Miracleman, e potrei andare avanti tutto il giorno – c’è
di frequente un personaggio che trascende il tempo e che osserva l’intera distesa dell’esistenza
come se fosse una mappa del pianeta. Pensate al Dr. Manhattan o al folle William Gull. Da questo
punto di vista, Jerusalem è l’apoteosi di Moore, una sinfonia quadridimensionale della sua amata
città.». Tutto ciò rende Jerusalem uno strano testo che «plana sulle ali
dell’immaginazione psichedelica dell’autore».

Altrettanto entusiasta è la recensione di Npr, che sottolinea come sia assolutamente da leggere
questo romanzo in cui Alan Moore inserisce centinaia di personaggi, usando stili di scrittura diversi,
passando da Joyce a Beckett, alla poesia. Il libro «è folle nel miglior modo possibile. Esagerato nel
miglior modo possibile. Divagante nel miglior modo possibile. E’ pieno di cowboy e ragazzi morti,
poeti ubriachi, storia, metafisica, strani cammei, tirate altamente personali contro qualsiasi cosa,
dalla politica all’industria dei fumetti. […] Il tutto è come una sorta di piacevole sogno
febbricitante».

Nat Segnit del New Yorker afferma invece che «il romanzo ha il potere immaginifico di una
favola» e ci aiuta a capire il perché del titolo del libro: «Northampton è stata a lungo un centro di
eterodossia politica e religiosa. Tra il quattordicesimo e il diciottesimo secolo, gruppi radicali come
Lollardi, Livellatori e Antinomiani hanno frequentato la zona alla ricerca di un rifugio… di una
nuova Gerusalemme. Oggi, la sua reputazione di triste città post-industriale la rende solo più aperta
al dissenso». Inoltre, dalla lettura trasparirebbe un misticismo viscerale piuttosto evidente.

Il principale difetto rilevato nel romanzo sembra essere invece il linguaggio iper-descrittivo. In
proposito, Stuart Kelly del Guardian scrive: «Ci sono molte cose magnifiche, ma il vero problema
è il linguaggio. […] Jerusalem è un romanzo nel quale ogni cosa viene detta almeno due volte. Sono
un fan del sesquipedale e non ho mai sostenuto il mantra “meno è meglio” sempre e comunque, ma
bisognerebbe capire quando il troppo è troppo, e Moore non ci riesce». E del resto non ci si
dovrebbe meravigliare del fatto che la lunghezza possa essere un problema, in un romanzo
spacciato nelle dichiarazioni precedenti alla pubblicazione come “più lungo della Bibbia”. Infine, il
consiglio del Guardian per leggere nel modo migliore questo libro è seguendo la logica di Walter
Scott della “lodevole pratica del salto delle pagine”.

Anche Andrew Ervin, dalle pagine virtuali del Washington Post, fa notare la tendenza di
Moore a dilungarsi troppo: «La prosa brilla in ogni pagina, non si può dire che sia priva di difetti.
Alcuni interi capitoli, in particolare la sezione di Mansoul nel mezzo, li ho trovati del tutto
soporiferi.» Nonostante questo, «l’umorismo, la saggezza e la compassione che proviamo per i
suoi personaggi ci rende più semplice perdonare questi peccati». A livello di contenuti,
Jerusalem «si crogiola nell’idea di eternalismo, la teoria secondo cui passato, presente e futuro
coesistono nello stesso momento. Tutto quello che è accaduto a Northampton accade ancora».

Del tutto negativa è infine la recensione di John Semley per Macleans, secondo il quale il romanzo
di Moore non mantiene le promesse. Questo perché «la prosa, sebbene spesso sembri ispirata, è in
realtà debitrice del suo lavoro come sceneggiatore di fumetti: troppo descrittiva, troppo visiva,
troppo impantanata nei dettagli». E poi: «La parte fantastica del libro – la spedizione in un reame
chiamato Mansoul – è infantile in modo imbarazzante, come una favola (con vere fate, per di
più) che vuol essere fatta passare per cruda e seriosa». In conclusione, «Jerusalem può anche
essere un fallimento, ma è un fallimento della miglior specie: un flop epico».

Insomma, un’opera allo stesso tempo mastodontica e controversa. Per poterci fare un’opinione tutta
nostra, però, dovremo ancora aspettare un po’. Rizzoli Lizard ha infatti di recente annunciato la data
di uscita ufficiale del romanzo in Italia: 1 settembre 2017.

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