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Quaderni Asiatici 102 – giugno 2013

Jolanda Guardi

QUANDO L’ORIENTALISMO È
VITTIMA DI SE STESSO:
IL CASO ELISSA RHAÏS

N el 1982 esce a Parigi un volume dal titolo Elissa Rhaïs


(Tabet 1982) nel quale l’autore, Paul Tabet, rivela come, a
suo dire, l’autrice di successo di origine algerina il cui
nome dà il titolo al testo, non sia in realtà altri che un prestanome per i
romanzi composti da suo padre, gettando nel panico lettori e critici. La
questione identitaria, nel caso Elissa Rhaïs, non è di secondaria
importanza, poiché, presentata come autrice algerina appartenente alla
comunità musulmana, ella era stata poi già ‘svelata’ per essere
identificata invece come scrittrice appartenente alla comunità ebraica
algerina. Il doppio ‘scandalo’, così come è stato chiamato, pone in
evidenza come l’Orientalismo abbia prodotto un’autrice e della
pseudo letteratura a proprio uso e consumo e come questa produzione
virtuale gli si sia rivoltata contro, offrendo all’Orientalismo quel che
questo voleva sentirsi dire. Concentratisi tutti sulla questione
identitaria autorale, i critici hanno lasciato in ombra una lettura critica
delle opere di Elissa Rhaïs, aspetto che cercherò di approfondire nel
mio articolo. Una produzione vastissima che è lo specchio di
un’ideologia – quella del colonialismo francese in Algeria – e che
ripropone tutti i cliché sulla società algerina come realtà, poiché
narrati da un’autrice autoctona. Chiunque sia stata/o, Rhaïs ha saputo
giocare con la questione identitaria e letteraria in modo talmente abile
da ingannare quello stesso Orientalismo che l’aveva creata/o.

Lo “scandalo”
Nel 1982 esce per i tipi di Grasset un testo dal titolo Elissa Rhaïs, a
firma di Paul Tabet (Tabet 1982). In esso l’autore afferma che la

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stesso: il caso di Elissa Rhaïs

scrittrice del periodo coloniale nota come Elissa Rhaïs, che tanto
successo aveva avuto, e che si era presentata al pubblico francese
come un’arabo musulmana, in realtà altri non era che Leila Bou
Mendil, originaria della città algerina di Blida, di religione ebraica.
Come se non bastasse, Tabet sostiene che Elissa/Leila fosse analfabeta
e che in realtà l’autore dei romanzi di Rhaïs sia suo padre, cugino di
Rhaïs, che la donna avrebbe psicologicamente soggiogato e costretto a
rimanere sempre nell’ombra. La relazione ambigua fra Rhaïs e Tabet
sarebbe stata una sorta di reazione al fatto di esser stata a sua volta
confinata in un harem per quindici anni senza mai poter uscire di casa
da un marito morto prematuramente e sposato contro la sua volontà
(Ibi: 29-30). La truffa letteraria, per così dire, sarebbe stata scoperta
nel 1940, quando vennero avviate le pratiche per conferire alla
scrittrice la Legion d’onore e, in tale occasione, si scoprì che era
analfabeta (Ibi: 174-182). Scoperta, Elissa/Leila cade in coma e –
sempre secondo Paul Tabet - muore il 18 agosto 1940 senza aver mai
ripreso conoscenza.
Elissa Rhaïs esce nella prima edizione, che ho consultato,
semplicemente con l’indicazione del titolo, senza ulteriore specifica.
La copertina raffigura una donna velata che dovrebbe rappresentare
una foggia tipica degli anni 20-30 in Algeria e che svolge la funzione
di attrarre il potenziale lettore con la promessa di un Oriente a sua
propria immagine, promessa evidentemente ancora allettante in
Francia negli anni ‘80. La quarta di copertina riporta, dopo un breve
riassunto del contenuto, la seguente frase: “Un récit authentique, aussi
passionant qu’insolite” (Tabet 1982). L’autore, poco dopo l’uscita del
volume, viene invitato alla nota trasmissione televisiva Apostrophes,
condotta da Bernard Pivot, in seguito alla quale una feroce polemica si
accende sulla stampa specializzata: la rivista Les Nouvelles littéraires
pubblica un articolo intitolato “Bernard Pivot victime d’une
supercherie?”, accusando il conduttore di essere stato vittima di una
truffa (Apter 1995: 304). Il nipote di Rhaïs, infatti, interviene nella
polemica, attribuendo con forza la sola ‘maternità’ delle opere a
Elissa.
Un paio di anni dopo, nel 1984, Jean Déjèux, noto studioso di
letteratura algerina francofona, pubblica un corposo studio dal titolo
“Elissa Rhaïs, conteuse algérienne (1876-1940)” sulla Revue de
l’Occident musulman et de la Méditerranée (Déjèux 1984), nel quale

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cerca di fare il punto sulla situazione, correggendo alcuni errori nelle


datazioni e mettendo in dubbio alcune affermazioni di tutte le parti
coinvolte. Lo studioso conclude il suo articolo, pur ampiamente
documentato, senza una risposta definitiva in relazione a chi sia in
realtà l’autore dei romanzi (Ibi: 74). Rhaïs cade in parte nel
dimenticatoio per una decina d’anni, fino a quando non viene
realizzato un film TV dal significativo titolo Le secret d’Elissa Rhaïs
(Otmezguine 1993) basato sul volume di Tabet del 1982, al quale nel
frattempo Grasset ha aggiunto la dicitura “romanzo”, senza tuttavia
eliminare il vocabolo récit.
La questione parrebbe giunta a un punto morto. È tuttavia da
ricordare che Rhaïs, presentatasi come arabo musulmana, si chiamava
in realtà Leila Bou Mendil, di padre musulmano e madre di religione
ebraica e che, pertanto, la sua appartenenza religiosa faceva
riferimento a quella della madre (Bensoussan 1986). Il personaggio
viene quindi recuperato ancora una volta, in questo caso dalla
letteratura giudeo-maghrebina d’espressione francese (Dugas 1984) e,
nel 2008, esce un volume che ne ripercorre la vita e la scrittura in
questo contesto, Elissa, ou le mystère d’une écriture (Boumendil
2008), presentato come uno studio approfondito e redatto da un
discendente di Rhaïs, Joseph Boumendil. Egli così scrive nella
prefazione a una riedizione per i tipi di un editore algerino del
romanzo Saada la marocaine: “Cette femme fut une des toutes
premières, dans l’Algérie coloniale, à produire une œuvre originale et
attachante. Une œuvre de femme… Rosine Boumendil, épouse Amar
puis Chemoul, écrivaine juive, raconte des 1919 ses sœurs
maghrébines” (Rhaïs 2003: 7). Quest’ultimo studio corregge alcune
imprecisioni e chiarisce alcuni punti oscuri, ma risulta altrettanto di
parte. Rhaïs, infatti, vi viene presentata come una devota appartenente
alla comunità ebraica e le sue opere altamente sopravvalutate:
A ce titre Elissa Rhaïs occupe une place exceptionnellement
importante dans l’histoire de la littérature judéo-maghrébine
d’expression française et dans l’histoire di judaïsme algérien
tout court. Cette place ne lui a jamais été reconnue. Il est
tempos, croyons-nous, de réparer et de la lui accorder enfin
(Boumendil 2008: 152).

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stesso: il caso di Elissa Rhaïs

Nonostante le accurate ricerche, tuttavia, neppure Boumendil riesce


a chiarire alcuni particolari, come il mimetismo dell’autrice o la
contraddizione tra la scrittura in lingua francese di numerosi romanzi e
una scolarità comprovata piuttosto bassa (Bahloul 1985).

Il mimetismo
La storia sopra delineata e che ho cercato di riportare nel modo più
chiaro possibile, a costo di tralasciare diversi particolari, evidenza a
mio parere la forza d’attrazione del personaggio presunto o reale.
Rhaïs è oggetto di interesse orientalista ancor prima che vengano letti
i suoi romanzi, con una forza che perdura nel tempo. Ella, infatti, si
propone al pubblico francese della sua epoca come “petite orientale”
che incarna tutto quanto l’immaginario orientalista ha prodotto e
produce, visto l’interesse per il personaggio fino ai giorni nostri. È
Rhaïs stessa a definirsi in tal modo:
Cher maître,
c’est à vous que je veux dédier ce livre de récits d’Afrique qui
ont paru dans la Revue des Deux Mondes. Je garderai,
ineffaçable, le souvenir de l’accueil que je reçus dans cette
maison, alors que, pauvre petite Orientale, le cœur étreint
d’angoisse, je me trouvais lancée à travers le Paris actuel, après
que j’avais vécu jusqu’à mon âge parmi le calme des coteaux
d’Alger la Blanche, le chant lointain de la mer, le souffle
parfumé des brises dans les éventails des strelitzias (Rhaïs 1928:
7; corsivo mio)
Una parte importante in quanto narrato è stata svolta dall’ibridità di
Elissa Rhaïs; in una delle poche foto che di lei rimangono la si vede
seduta al tavolo di un caffé durante il suo soggiorno in Francia fra
uomini europei (e una donna, la cui presenza tuttavia si intuisce solo
dal lembo di una gonna dal quale fuoriesce un piede calzato). Elissa è
vestita invece all’orientale. La “petite orientale”, così com’è stata
chiamata (Déjèux 1984), propone in tal modo un feticcio razziale (Mc
Clintock 1995: 65), poiché esibisce una certa ambiguità, non sessuale
in questo caso, ma di appartenenza culturale (porta un velo che lascia
il volto e i capelli scoperti ma che richiama comunque la sua origine
orientale; araba – nella finzione, sì, ma “evoluta”, poiché siede

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accanto a donne e uomini europei sorridenti). L’identità viene dunque


manifestata come differenza. Gli abiti sono il segno tangibile di
un’identità sociale, ma sono anche soggetti a modifiche e per questo
posseggono un potere (Ibi: 67). Rhaïs gioca quindi anche nell’aspetto
esteriore sull’immaginario orientalista, al punto da affascinare gli
intellettuali francesi dell’epoca e da trovare in essi dei compiacenti
padrini alla sua esperienza letteraria (Apter 1995).
Esperienza non da poco: con una lettera di presentazione di Louis
Bertrand Rhaïs riesce a pubblicare le sue opere sull’importante Revue
des Deux Mondes e firma un contratto con l’editore Plon. Certo,
sponsorizzare “the poor little Oriental girl just out of a harem”
(Rosello 2006: 3) avrebbe potuto essere rischioso, ma il gioco valeva
la candela: le storie di Rhaïs vengono accolte come descrizioni
autentiche delle comunità maghrebine, algerine in particolare. Tale è il
desiderio di attribuire l’etichetta di verità a quanto si immagina, che
non viene prestato ascolto alle voci di chi conosceva Rhaïs e
affermava che non fosse un’arabo musulmana (Hagel 1934). Per il
momento, dunque, Elissa Rhaïs è una costruzione dell’immaginario
orientalista, quello che conosce l’Oriente solo attraverso i libri e come
tale offre al lettore in cerca di esotismo quello che questi vuol sentirsi
dire.
Nel suo studio Of Mimicry and Man: The Ambivalence of Colonial
Discourse, Homi Bhabha afferma che la mimicry è una delle “strategie
più elusive ed efficaci del potere e della conoscenza coloniali”
(Bhabha 1984: 126). Si tratta quindi di una identità imposta al
colonizzato attraverso la quale quest’ultimo è obbligato a riflettere
un’immagine del colonialista ma imperfetta, quasi la stessa, dove nel
quasi c’è tutta la differenza fra dominante e dominato. L’essere
mimetico serve quindi da intermediario dell’impero. Si tratta, secondo
Bhabha, dei funzionari, dei burocrati e degli interpreti culturali. Insita
nella mimesi è, tuttavia, l’ambivalenza ed è in questo spazio che il
personaggio Rhaïs si colloca: fintanto che l’ambivalenza non diviene
generalizzata e che i personaggi mimetici sono in numero esiguo nel
rapporto coloniale è possibile ribaltare la relazione di potere
costruendo intorno al proprio personaggio un alone di affidabilità e
credibilità.
Pur se il mimetismo della piccola orientale è stato forse suggerito
dai francesi che l’hanno conosciuta in Algeria prima, e dall’editore

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delle sue opere poi (Boumendil 2008), resta il fatto che Rhaïs si sia
prestata molto bene al gioco. In tale veste, e patrocinata da nomi
illustri, si introduce nel campo letterario in Francia. La
consapevolezza di Rhaïs è ben evidente nelle dediche dei suoi
romanzi, dove si evidenzia un legame fra autore e lettore nel momento
in cui ella individua il suo pubblico in coloro che sono alla ricerca di
esotismo e di Oriente:
A Monsieur le Conte de Blois
En hommage d’amitié
A mon brillant confrère
Qui porte dans le regard, me semble-t-il, la nostalgie désespérée
des terres d’Orient dont il chanta la splendeur en des pages
inoubliables pleines de lumière et d’harmonie.
Son amie de là-bas (Rhaïs 1927: 1)
Negli anni 2002-2003 le opere di Elissa sono state ripubblicate dalla
casa editrice Bouchène. Nella prefazione a Le café chantant (2003),
Denise Brahimi lamenta che lo scandalo ha avuto il sopravvento su
una lettura serena dei romanzi di Rhaïs:
On pourrait s’étonner que la critique, qui s’est jetée si
fébrilement sur le ‘scandale’ Elissa Rhaïs à la suite de Paul
Tabet, ne juge pas utile, voire indispensable, de relire ou de lire
les œuvres de l’auteur en question quel qu’il soit (Brahimi 2003:
7).
Ma, come afferma Rosello, “I would argue that it is possible to read
the work and the scandal as part of the same corpus” (Rosello 2006:
8); aggiungo che, anzi, una lettura critica dell’opera di Rhaïs
presuppone una lettura dello scandalo. Ciò implica che, qualunque
scelta si faccia nell’attribuire l’opera di Rhaïs a un’identità o a
un’altra, si corre il rischio di raccontare una narrazione e condurre
un’analisi che siano esse stesse un’impostura. Come afferma Rosello,
inoltre, v’è la possibilità di cadere nella tesi di Cratilo (Ibi: 9), ossia di
presupporre un’identità tra nome – nel nostro caso quello dell’autore
quindi femminile – e cosa – nel nostro caso l’opera – e considerarla
come scritta da donna. In tal modo inserendola in un contesto di
letteratura al femminile, analisi peraltro già proposta da alcune
studiose, e di leggere i romanzi di Rhaïs come principalmente rivolti a

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un pubblico femminile e volti alla denuncia della condizione della


donna genericamente denominata “maghrebina”. La denominazione
svolge in questo caso il ruolo di ‘neutralizzatore’, poiché permette di
commentare gli scritti di Rhaïs in tal modo indipendentemente dalla
collocazione che si sceglie di attribuire in relazione alla comunità di
appartenenza sia essa giudeo maghrebina, arabo musulmana o
qualunque altra.
I romanzi di Rhaïs sembrano del resto voler confermare
quest’ambiguità identitaria in ragione del soggetto trattato: se “piccola
orientale”, infatti, ella descrive “dall’interno” la società arabo
musulmana, se appartenente alla cultura giudeo algerina ella fa della
comunità ebraica una descrizione “favorable” (Boumendil: 45) e i
romanzi a sfondo ebraico sono tra i “migliori” dell’autrice (Ibidem).
Se, ancora, annoverata tra le autrici che per prime hanno posto
l’accento sulla condizione della donna, viene considerata in modo
simpatetico dai movimenti femministi occidentali coevi (Apter 1995;
Bekat 2008; Bensoussan 1986). Ecco allora che emerge in pieno la
contraddizione dell’opera di Rhaïs: da un lato la sua opera può essere
in parte considerata – con la dovuta attenzione, poiché sempre di
fiction si tratta – un’interessante testimonianza sulla vita della città di
Blida della prima metà del 900, e soddisfa quindi un registro e
un’ideologia etnografica, in voga all’epoca; dall’altro si fa in parte
portavoce dell’ideologia coloniale e contemporaneamente
dell’oppresso; riesce a porre in luce favorevole la comunità
musulmana e l’ebraica e nello stesso tempo a muovere a entrambe
delle critiche. Il tutto con una capacità di mimetismo letterario fuor dal
comune il cui successo dimostra come, a mio parere, l’orientalismo si
sia fatto ingannare da un suo stesso prodotto.

Mimesi 1: La piccola orientale


A rappresentare la prima identità attribuita all’autrice ho scelto il
romanzo La fille du douar (Rhaïs 1924), opera dedicata a M. Le Baron
Edmond de Rothschild. Il romanzo narra la storia di una giovane,
Nedjma, di umili origini che, recatasi alla dimora di un possidente per
chiedere la sua presenza al suo matrimonio ne incontra il figlio.
Questi, ricco e arrogante, si invaghisce della ragazza e, grazie al suo
denaro, la ‘compra’ ai genitori per farne la sua sposa. Il giovane di cui

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era innamorata, povero ma onesto di sentimenti, riesce a ritrovare la


sua amata. Dopo una scena carica di tensione, il marito di Nedjma
muore, ma il giovane impazzisce. Il romanzo termina con i due
innamorati che errano nel douar, la zona limitrofa al villaggio, con
Nedjma che segue e accudisce il suo unico amore ormai folle, insieme
al quale vive in una grotta.
La storia della giovane costretta a sposare un uomo che non ama
ricalca perfettamente quella che è stata inizialmente diffusa come la
storia della vita di Rhaïs. Si riteneva, infatti, che ella fosse stata
costretta a sposare un uomo molto più anziano di lei e che fosse stata
costretta a vivere per quindici anni segregata in un harem (vedi supra).
Gli elementi cari all’Orientalismo ci sono tutti: il languore delle
giovani arabe viene evidenziato fin dall’inizio del testo: “Comme je
suis languissante ce matin! Un instant, elle presta l’oreille à la mélodie
voluptueuse qui montait…” (Ibi: 2). La giovane viene descritta come
estremamente bella, con un rapporto privilegiato con la natura (Ibi:
14-15). Ribelle, non accetta l’amore dello sposo e desidera vendetta
per essere stata strappata all’amato: “Tu te souviendra de moi! Lui
cria-t-elle. Je suis la Fille du Douar, et ma vengeance sera aussi grande
que le mal que tu m’as fait!” (Ibi: 121). Non è assente nemmeno la
vita del harem, con le gelosie fra spose e rivalità interne alle classi
sociali della comunità araba. È anche presente la figura di uno
stregone, Isaac, appartenente alla comunità ebraica, che viene
descritto come inserito nella vita del villaggio e come colui cui le
donne fanno ricorso per risolvere, a esempio, problemi legati alla
gravidanza. In una parola, sono presenti tutti quegli elementi che
costituiscono l’immaginario orientalista sull’Algeria araba.
È stato scritto che caratteristica di Rhaïs è quella di descrivere la
comunità arabo musulmana dall’interno. Ciò sarebbe riscontrabile dal
dettaglio e dalla precisione con cui vengono introdotti e analizzati i
rapporti fra le donne in particolare. In realtà, come vedremo, non si
tratta altro che di un cliché. Nemmeno il presunto primato attribuito
all’autrice di denuncia di una condizione, quella femminile, regge a
un’attenta lettura di questo e dei romanzi appartenenti al ciclo
“arabo”. Se, infatti, il lettore può essere portato a simpatizzare con la
protagonista costretta a una vita che non ha scelto, non v’è traccia di
denuncia, neppure velata, e si tratta piuttosto di constatare una
situazione. Quest’osservazione mi pare confermata dall’epilogo del

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romanzo: nel momento in cui la protagonista e il suo amato si


ribellano allo stato di fatto sociale, sono sì liberi, ma vengono esclusi
dalla società:
Maintenant, chaque soir, les hommes de Mimich, en descendant
à Blida pour veiller au café maure, pour négocier leurs olives ou
leurs caroubes, rencontrent, dans la vallée immense de l’oued
El-Kébir, deux ombres errantes: Nedjma guidant, comme on
guide un aveugle, Ali le pâtre… Souvent, ils sont arrêtés devant
la Fontaine Fraiche: Nedjma tend à boire à son fiancé dans les
creux de sa main, et après avoir lui soigneusement essuyé les
lèvres avec son haïk en lambeaux, elle lui prend le bras et ils
regagnent tristement le chemin de leur grotte. Kharbassa les
suit, cueillant le cresson, les tiges de fenouil pour leur
nourriture…
Les vieux montagnards se détournent avec respect, mais disent:
‒ Allah l’a mieux puni!
‒ Et les petits pâtres murmurent, avec des regards d’envie:
‒ Mon Dieu, nous voudrions devenir fous comme lui pour avoir
une gardienne comme elle! (Ibi, 211-212).
L’immagine che se ne ricava è sempre mediata dalla lettura del
colonialismo francese e si inserisce a pieno titolo in quella letteratura
etnografico coloniale di cui Pierre Loti, Fromentin e tanti altri sono
rappresentanti e a cui si dice Rhaïs abbia fatto riferimento nella
redazione delle sue opere:
le succès d’Elissa Rhaïs fut énorme […] la raison en est simple:
avec “la petite Algérienne de la ville des roses”, la première
romancière à venir de l’altérité, on tenait enfin un écrivain
véritablement oriental. On avait un Loti vrai dont les romances
sentimentales authentifiaient l’orientalisme (Siblot 1985: 248).

Mimesi 2: la “juive orientale”


La denominazione di “petite orientale” è controbilanciata da quella
di “juive orientale” (Boumendil : 37). Anche in questo caso
l’affermazione ricorrente è la profonda conoscenza di Rhaïs della
comunità ebraica algerina dall’interno (Assa 2005) e dal suo
pseudonimo, suggerito dall’entourage francese e che sarebbe un

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anagramma “approssimativo” di Israël (Boumendil 2008: 18). Il


romanzo che ben rappresenta questa identità è Les juifs ou la fille
d’Eléazar (Rhaïs 1921). Anche per l’appartenenza alla comunità
ebraica d’Algeria vengono invocate la visione dall’interno e il fatto
che gli elementi che compongono l’ambiente descritto fanno
riferimento alla “realtà” della comunità (Boumendil 2008: 45-47 ).
All’autrice viene inoltre attribuito il merito di aver presentato per la
prima volta la comunità ebraica in modo positivo (Allali 1996).
La trama del romanzo, tuttavia, non si discosta da quella delle opere
ambientate nella comunità musulmana: anche qui una storia d’amore
tra la figlia di un rabbino e un giovane studente che non può compiersi
perché il padre della ragazza ha altri progetti. Questa volta non di
carattere pecuniario ma legati alla carriera del giovane come rabbino.
L’epilogo è tragico perché i due protagonisti, una volta entrambi
sposati ad altri, continueranno, pur vivendo ciascuno la propria vita ad
amarsi; nella comunità religiosa di appartenenza, tuttavia, anche
l’amore platonico è peccato e pertanto dovrà essere punito. Da notare
che la punizione ricade solamente sulla protagonista femminile,
Deborah, che vedrà il figlio avuto dal marito morire. Coloro che
hanno commentato quest’opera come appartenente alla letteratura
giudeo-maghrebina, ne hanno sottolineato la profonda conoscenza
delle pratiche legate alla religione ebraica e alle tradizioni della
comunità in Algeria; non solo, la protagonista Deborah viene descritta
come appartenente a una famiglia osservante – aspetto considerato
ovviamente positivo – in contrasto con quella del marito che viene
scelto per lei, che si esprime in francese (e non in giudeo-arabo) e che
si è allontanata dalla stretta osservanza, senza minimamente citare la
costrizione cui la giovane e Jacob, studioso di Talmud e di lei
innamorato, vengono sottoposti. Boumendil scusa anche alcuni errori
rilevati da altri critici in riferimento ad alcuni passaggi in cui si
descrivono delle feste tradizionali, sostenendo che il motivo di queste
incongruenze è dovuto al fatto che Rhaïs sapeva che il pubblico dei
suoi romanzi non conosceva le tradizioni ebraiche: “[...] Élissa Rhaïs
ait considéré que son public français, ignorant, ne serait guère sensible
à un quelconque souci de précision en ce domaine et qu’elle pouvait
donc se contenter d’approximations” (Boumendil 2008: 80).

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Mimesi 3: scrittura originale?


A un terzo gruppo di opere appartiene Le sein blanc (Rhaïs 1928).
Rifiutato dall’editore Plon, verrà pubblicato da Flammarion. Questo
non è l’unico romanzo che Rhaïs pubblica con un altro editore e per
questo motivo è degno d’interesse. In effetti Le sein blanc viene citato
di sfuggita sia da coloro che si occupano di Rhaïs orientale sia da
Boumendil, che non può non far riferimento al romanzo poiché
ambientato nella comunità ebraica algerina, ma che lo cita senza
approfondirne la trama e le tematiche affrontate, perché non funzionali
al suo discorso di esaltazione di Rhaïs come portavoce della comunità
ideale. Il rifiuto di Plon alla pubblicazione sembra essere legato al
fatto che questo romanzo – così come alcuni altri – non
corrispondesse alle attese dell’editore (Déjèux 1984: 51): la trama e lo
stile non rientrano, infatti, nel personaggio della “piccola orientale”.
La comunità ebraica non viene in questo caso presentata con un
occhio positivo ancorché in parte critico come ne Les Juifs ou la fille
d’Eléazar, ma lo sguardo è più crudo. Le sein blanc narra la storia di
un adescamento. Un ricco commerciante seduce una giovane donna
appartenente a una famiglia semplice, Rachel. L’uomo, che viene
presentato in maniera molto negativa all’inizio del romanzo come un
voyeur e un uomo che, schiavo delle proprie voglie, prende ciò che gli
aggrada, trova tuttavia nella giovane l’amore della sua vita, amore che
verrà ricambiato. La storia d’amore dei protagonisti si svolge lontano
dall’Algeria, al riparo dagli sguardi delle rispettive famiglie, in
Marocco e, come per gli altri romanzi, avrà un triste epilogo, poiché le
colpe dei genitori ricadono sui figli, argomento questo ricorrente nei
romanzi di Rhaïs. Dal punto di vista della trama quindi, nulla di
particolarmente nuovo. La diversità sta nella scrittura, per nulla
ornata, senza continui riferimenti etnografici o inserimento di vocaboli
in lingua originale. Un’altra particolarità è che, contrariamente agli
altri romanzi, la protagonista femminile non viene punita da un deus
ex machina qualsivoglia, ma a essere condannato e a pagare per il suo
comportamento “scorretto” secondo le regole della sua comunità è
Henri, il protagonista maschile. Una scrittura “più sobria” (Ibi: 52),
poco confacente ai temi e allo stile cari all’Orientalismo che ha fatto
pensare a riferimenti a fatti realmente accaduti e che avevano dato
scandalo nella comunità giudeo-araba di Blida.

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stesso: il caso di Elissa Rhaïs

La presenza di questo romanzo e di alcuni altri in questo stile pone


il dubbio sull’autorialità delle opere (Kutschera 1994).
In una recensione all’opera di Rhaïs comparsa sul Bulletin de
l’Afrique française si legge: “Mais les patronages tiennent-ils lieu de
talent? ” (Lacharrière 1922: 334). Il dubbio sulla validità letteraria
delle opere di Rhaïs, dunque, era già stato posto da alcuni critici coevi.
L’interesse che riveste l’esperienza dell’autrice, tuttavia, non sta nel
valore della sua scrittura quanto nella sua capacità di essere riuscita a
incarnare le aspettative immaginate da diversi gruppi religiosi e sociali
e dall’essere diventata da strumento nelle mani della cultura coloniale
ad agente attivo e a sua volta strumentalizzare la cultura coloniale.
L’Orientalismo ha preso in giro se stesso, poiché il suo prodotto gli si
è rivoltato contro, manipolandolo. Non solo: tanto potente è stata la
mimicry di Rhaïs che i suoi effetti perdurano nel tempo, prima negli
anni ’80 con l’affare Tabet e ben oltre fino ai primi anni del 2000,
quando una casa editrice decide di ripubblicare le sue opere e di
pubblicare un inedito già segnalato da Déjèux (Déjèux 1982:).
Djelloul de Fès (Rhaïs 2003), sicuramente ripulito nel linguaggio per
adattarsi al gusto del lettore moderno, presenta, ancora una volta, una
storia d’amore fra due giovani. Ma in questo caso, a dispetto di tutto e
tutti l’epilogo è felice. Non è più tempo per le storie d’amore tragiche,
ma è ancora tempo per porre, forse per l’ultima volta, la domanda: chi
era Elissa Rhaïs?

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Opere citate

• Allali J.-P., 1996, “Elissa Rhaïs, la mystérieuse conteuse de


Blida”, Tribune juive 1369, p. 29.
• Apter E., 1995, “Ethnographic travesties: Colonial Realism,
French Feminism and the Case of Elissa Rhaïs”, in G. Prakash,
(a cura di), After Colonialism. Imperial Histories and
Postcolonial Displacements, Princeton University Press,
Princeton New Jersey, pp. 299-325.
• Assa S., 2005, “Elissa Rhaïs”, in Jewish Women. A
comprehensive historical Encyclopedia, disponibile al sito
jwa.org (ultimo accesso 15.03.2012).
• Bahbha H. K., “Of Mimicry and Man: The Ambivalence of
Colonial Discourse”, October 28, (Spring 1984), pp. 317-325.
• Bahloul J., 1985, “Elissa Rhais”, in A. Memmi, (a cura di),
Ecrivains francophones du Maghreb, Seghers, Paris, pp. 275-
281.
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Jolanda Guardi Quando l'orientalismo è vittima di se
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18
Quaderni Asiatici 102 – giugno 2013

L'Autore
Jolanda Guardi, arabista, attualmente svolge attività di ricerca
presso l’Universitat Rovira i Virgili di Tarragona (Spagna) con un
progetto sulla letteratura algerina di lingua araba e presso
l’Università degli Studi di Milano, dove coordina la sezione araba
del progetto VocA per la creazione di un database terminologico
sulle tematiche dell’EXPO 2015.
Ha insegnato Lingua e letteratura araba e Traduzione per molti
anni presso l’Università degli Studi di Milano e l’Università degli
Studi di Pavia.
I suoi principali interessi di ricerca sono il rapporto tra
intellettuali e potere, declinato anche nella variante di genere e la
Critical Discourse Analysis (CDA-F) applicata a testi in lingua
araba.
E’ membro del comitato scientifico del SIMREF, Seminario
Interdisciplinar de Metodologia de Recerca Feminista
dell’Università di Tarragona per il quale conduce moduli di
epistemologia della ricerca sul mondo arabo musulmano; e del
comitato scientifico internazionale della rivista Komunikatjia i
Kultura dell’Università di Belgrado; collabora con diverse riviste
specialistiche internazionali. E’ autrice di numerose pubblicazioni
monografiche e articoli, anche in lingua araba.
Nel 2008 è stata insignita del Premio Internazionale Benhadūga
per la traduzione dall’arabo; nel 2010 del Custodian of the Two
Holy Mosques King Abdullah International Prize for Translation e
nel 2011 del titolo di Teologa Honoris Causa dal CTI,
Coordinamento Teologhe Italiane.
Ha un blog che si occupa di quanto pubblicato sul mondo arabo
musulmano: www.letturearabe.altervista.org.

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Jolanda Guardi Quando l'orientalismo è vittima di se
stesso: il caso di Elissa Rhaïs

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