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VITA NUOVA, DANTE

Punti problematici:
- sì come appare manifestamente a chi lo intende [VIII]: cosa vorrà dire?
- «Poi che è tanta la beatitudine in quelle parole che lodano la mia donna, perché altro parlare
è stato lo mio?» [XVIII]: cos’è questo ‘altro parlare’?
- Come si passa dall’immaginazione del XXIII a quella del XXIV? Posto che si avverte
perfettamente lo spartiacque che il poeta crea tra l’uno e l’altro. Forse che la difficoltà sia voluta
dal poeta per il lettore?
- Qual è la logica del passaggio da Amore come accidente di sostanza alla lirica volgare,
contenuta nel XXV?
- Cos’è questa centralità in Tanto gentile del sospiro? Cosa aggiunge? [XXVI]
- Quando viene detto che la VN è dedicata a Guido? [XXX]
- “Mi ricordava de la mia nobilissima donna che di simil colore si mostrava tuttavia” [XXXVI]:
cosa intende?

I - Prologo
Comunica l’intenzione del poeta. In questo libello vuole copiare le parole - se non tutte, almeno
il loro significato - che si trovano in quella parte del libro della sua memoria in cui si trova la
rubrica: incipit vita nova.
Il libro è costituito da due livelli: scrittura e lettura.
La vita nuova: centralità della parola ‘vita’ nella poetica di Dante, polisemia dell’aggettivo
‘nuovo’.
Sentenza: centralità del significato nell’esperienza vitale del poeta che in questo libro verrà
narrata.
Rapporto analogico-espressivo che la metafora del libro inizia tra la parola interna
dell’esperienza e la parola esterna della scrittura.
Purg. XXIV, 52-54: I’ mi son un che, quando/ Amor m’ispira, noto, e a quel modo/ ch’ei ditta
dentro vo significando.
- Perché Dante scrive questo libello?
- Che valore aggiunge al libro della memoria? = Comunicare aggiunge qualcosa all’esperienza

II
A 9 anni accade il primo incontro. Valore simbolico (non necessariamente ‘falso’) del numero
9: NOVE, NUOVO. In un simbolo è probabile che Dante faccia convergere diverse coincidenze, con
la finalità di richiamare l’attenzione del lettore.
√9 = 3  il numero 9 indica il miracolo, la cui unica radice è la divinità.
Sul Miracolo vedi qui Appendice 1.
A li occhi apparve: la traiettoria della conoscenza dall’esterno all’interno dell’io.
Bice Portinari, figlia di Folco.
Gloriosa: ora è nella gloria
Tempi al passato e deittici: indicatori del fatto che B. è morta.
Novità di Dante nella concezione di Amore: governa l’uomo con il consiglio della Ragione.
Descrizione di stampo aristotelico di tutta la dinamica che la visione di B. mette in moto.

Il dialogo tra gli spiriti è figura retorica che permette di drammatizzare l’eccesso di stimoli che
il desiderio offre alla sensibilità, secondo il procedimento di disgregazione e personificazione
delle funzioni vitali proprio di Cavalcanti.

III
A 18 anni risale il secondo incontro narrato. La dinamica di questo incontro stabilisce una legge:
saluto di B.- meditazione del poeta - visione - sonetto - primo amico (Guido).
Vedi: indice di parole nel libro.
Parole chiave: salute/salutare, beatitudine.
Visione: Manifestazione di Amore - Dominus, il quale sostiene tra le braccia B. dormiente e
avvolta in un drappo rosso e in una delle sue mani ha un cuore (il cuore di D.). Amore desta B.
dal sonno e le fa mangiare il cuore di D., B. piange. La visione termina con la dipartita di Amore
e B. verso l’alto.
L’angoscia provocata dalla visione interrompe il sonno di D. il quale compone un sonetto per i
trovatori pregandoli che giudicassero la sua visione: A ciascun alma presa.
Gli risponderà Cavalcanti, per questo ‘primo de li miei amici’.
Tutta la narrazione è al passato, il narratore si pone al di là dello scioglimento della vicenda: la
morte di B. A ciò fa riferimento l’ultima frase del capitolo.

IV
Da questa visione D. smette di mangiare, poiché l’anima è tutta presa dal pensiero di B. [la
persona è una].
Reazioni della gente: gli amici si impietosiscono, la gente è presa dall’invidia: volevano sapere
chi aveva reso D. in quello stato.

V
In Chiesa un giorno gli viene l’idea della donna “schermo de la veritade.”

VI
Volendo ricordare il nome di B., a D. viene un’altra idea: stilare l’elenco delle 60 donne più belle
di Firenze. Avvenne che B. occupò la nona posizione.

VII- prima partenza


La donna-schermo cambia città. D., preoccupato perché la sua bella difesa è venuta meno, è
preso dallo sconforto. Scrive una lamentazione che segue il modello di O vos omnes qui transitis,
Liturgia, Lamentazioni di Geremia.

VIII - seconda partenza


Muore una compagna di B.; la compassione che il dolore della donna amata provoca nel poeta
è tale che D. scrive due sonetti.

IX - terza partenza, il cammino de li sospiri


D. si dirige al luogo dov’era la donna-schermo. Gli appare nell’immaginazione Amore vestito da
pellegrino, indica a D. una seconda donna-schermo. Consolato, torna a casa. Il giorno successivo
scrive un sonetto: Cavalcando.
X - la partenza definitiva: negazione del saluto
Nei confronti della seconda donna-schermo D. passa i limiti della cortesia. Le malelingue sulla
sfrontatezza di D. cominciano a diffondersi e arrivano a B. Ella un giorno, incontrandolo per la
via, gli negò il saluto.
Per farci capire cosa tale negazione significhi per lui, ci spiegherà cosa generava in lui il saluto
di B.

XI - effetti del saluto di B. in D.


Il desiderio di ricevere il suo saluto gli faceva perdonare chi l’offendeva.
Quando era sul punto di ricevere tale saluto, perdeva tutti i sensi fuorché la vista.
Quando lei lo salutava, il corpo di D. si muoveva come cosa grave, inanimata.
Per queste ragioni, D. riteneva che nel saluto di B. dimorasse la sua beatitudine, tanto che molte
volte passava e superava la sua capacità.

XII
Per il dolore del saluto negato D. si ritira. In sogno gli appare Amore. D. dapprima non lo
riconosce e, pur parlandogli Amore in latino, non lo capisce. Una volta riconosciutolo, domanda
perché B. gli ha negato il saluto. Amore gli spiega che essendo B. nemica di tutte le volgarità,
sentendo dagli altri che nell’atteggiamento di D. verso la seconda donna-schermo c’era qualcosa
di disonorevole, per timore non si degnò di salutarlo.
Quindi Amore dice a D. di scrivere a B. il suo segreto in rima spiegandole la forza che lo stesso
Amore aveva sopra di lui e come ‘fosti suo tostamente da la tua puerizia.’ Ballata i’ voi.

XIII
D. si trova “in amorosa erranza.” Ha 4 pensieri, come 4 cammini e non sa quale prendere.

XIV
Un amico, volendo fare cosa gradita, porta D. ad una festa. C’è anche B., prima ancora di vederla
a D. vengono meno le forze: Amore l’ha vista prima di lui e ha preso possesso di D. Il poeta,
abbattuto, si ritira perché le donne si sono accorte del suo malore. Se B. sapesse…!

XV
Problema: quando D. vede B. diventa ridicolo. E si domanda perché la cerca continuamente: il
desiderio fa dimenticare le pene d’amore.

XVI
Ancora sugli effetti distruttivi della bellezza dell’amata.

XVII
Si annuncia un cambiamento: materia nuova più nobile dell’anteriore.

XVIII - la poesia de la loda


Nel dialogo con alcune donne gentili D., per la prima volta, parla della POESIA DELLA LODA
spiegando quando e come nacque.
Le donne gli domandano quale sia il fine per cui ama B., non potendo sostenere la sua presenza.
La risposta del poeta costituisce un passo fondamentale verso la Comedia. «Madonne, lo fine
del mio amore fue già lo saluto di questa donna e in quello morava la beatitudine, ché era fine
di tutti li miei desiderii [Ed io, ch’al fine di tutti i disii/appropinquava, Par. XXXIII 46-7]. Ma poi
che le piacque di negarlo a me, lo mio segnore Amore, la sua merzede, ha posto tutta la mia
beatitudine in quello che non mi puote venire meno.» E all’insistenza delle donne che gli
domandano quale sia questo nuovo fine, D. risponde: «In quelle parole che lodano la donna
mia.»
Non viene creduto e non sa perché: «Poi che è tanta la beatitudine in quelle parole che lodano
la mia donna, perché altro parlare è stato lo mio?»
Non osa cominciare questo nuovo poetare: “e così dimorai alquanti dì con disiderio di dire e
con paura di cominciare.”

XIX - Donne ch’avete intelletto d’amore


Punti notevoli:
* Si rivolge alle donne gentili, in seconda persona, quelle donne che con le loro domande han
fatto maturare in D. la coscienza del fine di tutti i disii.
* È il primo componimento della POESIA DELLA LODA. Scopo della rima non è ‘finire la laude’ ma
‘ragionar per isfogar la mente’.
* Si rivela la potenza della parola: ‘farei parlando innamorar la gente’.
* Gli angeli interrogano Dio su B. e Lui risponde che in terra c’è uno [D.] ‘che perder lei s’attende,’
e che persino all’Inferno [se lì finirà] potrà dire: ‘O mal nati,/io vidi la speranza de’ beati.’ [anche
questo, se si vuol vedere, è profezia della prima Cantica della Comedia: per esempio Inf. X o XV].

XX - Amore e ‘l cor gentil sono una cosa


Sonetto che rappresenta la rivoluzione culturale iniziata: il superamento dell’identità “cor
gentile=nobiltà di rango” e l’affermazione della dignità intellettuale di ogni uomo.
Succede che, dopo aver letto la canzone del capitolo precedente, alcuni amici chiedono a D. di
pronunciarsi su che è Amore. Probabilmente Donne ch’avete intelletto d’amore ha reso D. un
esperto nel tema del desiderio.
Punti notevoli:
* Nell’affermare l’identità desiderio e cuore, D. si rifà a Guinizzelli e la sua canzone Al cor gentil
rempaira sempre Amore, manifesto del Dolce Stil Novo.
* Il passaggio dalla seconda quartina alla prima terzina corrisponde al filosofico passo potenza-
atto, qui dichiarato possibile grazie all’oggetto: Bieltade.
* Importante, anche se non nuovo, l’aggettivo che accompagna la donna: saggia. Secondo
l’intuizione di Cavalcanti, il desiderio è percezione del contenuto ideale che si nasconde in un
corpo.
* E simil face in donna omo valente: qui siamo dinanzi ad una espressione della rivoluzione in
atto. Era totalmente nuova l’affermazione dell’identità in termini morali e intellettuali tra uomo
e donna.

XXI - Negli occhi porta la mia donna Amore


A B. viene attribuita la capacità non solo ‘di riducere la potenza in atto’, ma anche di ‘inducere
Amore [il desiderio] in potenza là ove non è.’
XXII - La morte del padre di B.
Ivi si parla dell’immedesimazione del poeta nella donna amata, al punto da essere riconosciuta
dai passanti. Il tutto è mostrato in una successione di scene nelle quali D., fermo per la via,
ascolta alcune frasi che le donne che tornano dalla casa di B. si scambiano. Così è al corrente di
quanto accaduto, e allo stesso modo si accorge di ciò che sta avvenendo in lui: «Questi ch’è qui
piange né più né meno come se l’avesse veduta, come noi avemo.»

XXIII
Da alcuni giorni di malattia nasce una riflessione sulla morte e la consapevolezza che anche B.
morirà. Il pianto che insorge in D. dà il via ad un’immaginazione della morte di B., alcune donne
vedendo D. così angosciato nel sonno lo svegliano per consolarlo. D., come ringraziamento
scrive loro una canzone per raccontare cosa gli è successo.

XXIV - difficile capire l’origine di questo cambiamento


Altra immaginazione: questa volta di Amore. Era lieto nell’aspetto [strano] e gli dice: «Pensa di
benedicere lo dì che io ti presi, pero che tu lo dei fare.» D. si allietò in cuore per la sua [del cuore]
nuova condizione, tanto che non gli pareva il suo!
In questo passaggio è narrata un’altra grande rivoluzione culturale: dall’amore come patologia
D. inizia a parlare dell’amore come desiderio di salvezza. Ecco la grande differenza tra D. e
Guido.
Che c’entri Guido in questo punto del discorso è dallo stesso poeta indicato in tanto in quanto
la visione che Amore gli suscita ha due protagoniste: B. e Giovanna, detta Prima-vera, che tempo
prima era stata la donna del suo primo amico. È Amore che rivela a D. il perché di questo nome:
Primavera > prima verrà, il giorno in cui B. si mostrerà dopo l’immaginazione del suo fedele>
venne prima, come il Battista è stato precursore di Cristo = Giovanni/Giovanna.

XXV - sulla poesia in lingua volgare


L’inizio del discorso presuppone alcuni attacchi che probabilmente furono diretti a D. per il suo
modo di parlare d’Amore, come se questi fosse un uomo. Il punto di partenza è dunque una
riflessione su cosa sia Amore: ‘non è di per sé come sustanzia [sostanza è l’essere, ciò che
perdura nel tempo senza patire alterazioni], ma è uno accidente [accidente è ciò che modifica
l’essere] in sustanzia.’
Per spiegare l’uso delle FIGURE RETORICHE in poesia bisogna risalire all’origine della rima in
volgare. ‘Lo primo che cominciò a dire sì come poeta volgare, si mosse però che volle fare
intendere le sue parole a donna, a la quale era malagevole d’intendere li versi latini.’  Avere
come destinatario privilegiato le donne implica abbandonare la lingua artificiale latina che si
impara a scuola per la lingua materna volgare che si impara in famiglia.
Ecco che la rima in volgare ha origine nella poesia d’amore:

Il primato dell’amore è motivo d’ispirazione della poesia volgare, nella Vita Nova come nella Comedia.
D. riconosce nel desiderio il principio ispiratore radicale e nella storia il criterio ermeneutico per
comprendere. La verità della poesia si cela dietro le FIGURE RETORICHE e si rivela nei momenti di
autocomprensione critica [autocoscienza?]: consiste in quella ricerca di felicità che il desiderio mette
in atto, che si mostra nel tempo personale e collettivo, riempiendolo di significato.
Passi argomentativi: il volgare è trovato per dire d’amore > ai poeti più che ai prosaici dittatori
è concessa licenza di parlare > dunque se i poeti han parlato alle cose inanimate e le han fatte
parlare, cioè se nelle poesie molti accidenti parlano come fossero sostanze > ‘degno è a lo
dicitore in rima fare lo somigliante.’
A questo punto emerge la novità dantesca: ‘ma non senza ragione alcuna, ma con ragione la
quale poi sia possibile d’aprire per prosa.’
Sono citate poi le auctoritates: Virgilio, Lucano, Orazio come Omero, Ovidio [sì ch’io fui sesto tra
cotanto senno Inf. IV, 102].
Ma c’è un criterio fondante la licenza poetica: solo se le metafore contengono un significato vero
implicito che la prosa può spiegare [ragionevolezza?]. È questa la scoperta che D. presenta in
questo capitolo, dopo averla narrata nel XVIII.

L’episodio narrato nel capitolo XVIII traduceva in piano romanzato e biografico la scoperta
ermeneutica che D. qui formula, in termini astratti e generali. Si tratta della scoperta più
rivoluzionaria nella storia della letteratura occidentale, poiché per la prima volta si identifica la
poesia con un intervento critico del soggetto sul proprio io. Da questo momento la poesia sarà intesa
come il principale dispositivo di autocoscienza dell’individuo, in rapporto espressivo e comunicativo
con un pubblico di lettori soggettivamente impegnati nell’interpretazione del testo. Quel che viene
prima di questa scoperta appartiene a una concezione obsoleta di poesia, finalizzata a produrre
reazioni nel pubblico che si vuole persuadere o sedurre.

XXVI - Tanto gentile e tanto onesta pare


Questo sonetto nasce con il proposito che altri sappiano di B. ciò che le parole possono far
intendere. Lo stile che il famoso sonetto segue è quello della sua loda, e in esso si dice l’opera
mirabile della donna amata.
C’è un passaggio importante: gli ‘esperti’ son chiamati a rendere testimonianza della veracità
delle parole di D. di fronte a chi non gli crede [expertus potest credere … San Bernardo].
Alla visione di lei per via le persone accorrono e ciò allieta D., al punto che in questa poesia
descrive ciò che avviene negli altri, non in lui.
Visione, beltà, salvezza, ricordo, sospiro  l’arco della poesia coincide con il passaggio di B. per
la via.
Un altro sonetto è contenuto in questo capitolo ed ha la medesima finalità: comunicare un fatto
a chi non l’ha visto. Vede perfettamente onne salute: narra come la virtù di B. operava nelle
donne che le stavano accanto.

XXVII - accade la morte di B. ma D. ancora non lo sa, eppure…


Riguardando i sonetti del capitolo precedente D. ritiene di aver parlato difettivamente poiché
non aveva detto ciò che la vista di B. operava in lui nel tempo presente. Inizia una canzone: Sì
lungiamente m’ha tenuto Amore, in cui si narra come la virtù di B. operava in D., interrotta dopo
la prima strofa. Nel capitolo seguente veniamo a conoscenza del motivo: fu il momento in cui B.
morì [capitolo XXVII, 27 = 9 x 3].
Elemento nuovo: nell’indicare cosa gli avviene dice che ‘m’avvene ovunque ella mi vede’. Era
sempre stato il contrario, era lo sguardo del poeta che cercava l’amata. Ora è lo sguardo di B.
che ‘guarda’ D., lo protegge: questo accade quando una persona cara muore, ci vede veramente.
XXVIII - presa di coscienza di quanto avvenuto nel precedente
D. ci spiega cosa è successo mentre lui stava scrivendo la canzone interrotta. Il poeta ci
comunica che non tratterà della dipartita di B. perché lo scopo del libello - stabilito e dichiarato
nel proemio - è un altro, perché gli mancherebbero le parole - ‘non sarebbe sufficiente la mia
lingua’- e dovrebbe lodare anche se stesso in quanto la grazia di fare esperienza del divino è
concessa solo a persone straordinarie. Sono tre ragioni non estranee alla Comedia.
Qui ci parlerà del numero nove, della ragione per cui questo numero fu ‘a lei cotanto amico.’

XXIX - 8 giugno 1290


B. è il numero 9 perché sua radice è il 3: il 3 per se medesimo dà il 9 così come il miracolo è dato
solo da Dio e non da altro fattore. √9 = 3  fatto che rimanda inevitabilmente al divino.
Vedi qui: capitolo II e Appendice 1.

XXX
Dovuto alla morte di B. e al conseguente innalzarsi della materia, D. si pone di nuovo il problema
della lingua: deve forse continuare l’opera in latino? Due sono i motivi di una risposta negativa:
di nuovo per quanto dichiarato nel proemio e per la natura di quest’opera, dedicata al suo primo
amico [Guido].

XXXI - per sfogare la tristezza


Per aver pianto molto gli occhi di D. si affaticano al punto che non potevano più sfogare la
tristezza. Per questa ragione diventa necessario scrivere una canzone [per sfogare la tristezza,
non potendo più piangere]: Li occhi dolenti per pietà del core.
Almeno due sono i punti notevoli:
* Poscia piangendo, sol nel mio lamento/chiamo Beatrice, e dico: «Or se’ tu morta?»;/e mentre
ch’io la chiamo, me conforta.
* Ma qual ch’io sia la mia donna il si vede,/e io ne spero ancor da lei merzede.
In questo secondo passo citato si conferma quanto detto alla fine della prima strofa della
canzone interrotta del capitolo XXVII: la morte dell’amata trasforma il poeta in oggetto del suo
sguardo - protezione.

XXXII
Un caro amico di D. e parente stretto di B. chiede al poeta di dire alcuna cosa per una donna che
s’era morta - schermo de la veritade.
D., sapendo che si tratta di B., scrive il sonetto come se fosse l’altro ad averlo scritto.

XXXIII
Avvertita l’insufficienza del sonetto scritto nel precedente capitolo, D. scrive una canzone.
Questa canzone è composta di due strofe, se si osserva attentamente si capirà che son due
persone diverse quelle che parlano nelle due strofe: ‘l’una non chiama sua donna costei, e l’altra
sì, come appare manifestamente.’

XXXIV - un anno dalla morte di B.


Assorto nel ricordo di B. non si accorge che alcuni amici sono presso di lui. Quando li vede, dice
loro: «Altri era testé meco, però pensava.»
XXXV - una gentile donna giovane e bella molto
D., colto dal ricordo, è in un momento di tristezza: i pensieri gli vengono così dolorosi che il suo
aspetto è di forte sbigottimento. Leva gli occhi per vedere se ci sia qualcuno, a osservarlo. Ed
ecco, da una finestra a una certa altezza, una donna dallo sguardo compassionevole lo sta
guardando, e lui, per la pietà che la sua vista desta nella donna, si commuove e si allontana.
Scrive un sonetto a questa donna.
Sono state individuate analogie con la prima donna-schermo: il punto intermedio della
traiettoria dello sguardo di D. a B. era la prima donna-schermo, la donna gentile è il punto
intermedio della traiettoria dello sguardo di B. a D. (orizzontale la prima, verticale la seconda).

XXXVI
Qui, ancora elementi che mettono in relazione analogica la donna gentile con B.: ‘là ovunque
questa donna mi vedea’ = ‘m’avvene ovunque ella mi vede’, della canzone interrotta dalla morte
di B.; il colore pallido della pietà è anche quello dell’amore [oltre che della paura, vedi Virgilio
scendendo al Limbo in Inf. IV, 13-21]. Scrive un altro sonetto alla donna gentile nel quale
esprime il conforto che ritrova in lei.

XXXVII - la lite tra gli occhi e il cuore


D. si accorge del piacere che prova alla vista della donna gentile e si sente diviso. L’espressione
di questa divisione, secondo la tecnica di Guido, è la drammatizzazione di un litigio tra i suoi
occhi e il cuore, dove quest’ultimo riprende duramente i primi. L’accusa è di voler guardare la
donna gentile non già per piangere la lontananza di B. ma per dimenticarla. La conclusione è la
decisione di ricordare B. il più spesso possibile. Scrive un sonetto che descrive l’orribile
condizione in cui si trovava.

XXXVIII
Nella battaglia tra gli occhi e il cuore vince la donna gentile, a tal punto che a volte il cuore
consentiva il ‘ragionar di lei’. Scrive un sonetto, Gentil pensiero, dove gentile indica la donna non
il desiderio, che D. chiama vilissimo. In questa poesia parlano il cuore (l’appetito) e l’anima (la
ragione).
Perché non è in contrasto questo secondo litigio con il primo, essendo che in questo il cuore è
contro la donna gentile e in quello è chi la difende? D. spiega con il crescere d’intensità del
desiderio della donna gentile dagli occhi si passa al cuore, ma al cuore come appetito. Per questo
non è in contraddizione.

XXXIX
D. ha un’immaginazione di B. così forte che lo riporta al suo antico giudizio. B. si presenta alla
sua mente come la prima volta, vestita di rosso e della stessa età d’allora [9 anni]. Così cominciò
a pensare a lei.
Scrive un sonetto che comprendesse [=esporre] il giudizio della ragione. Si racconta la vittoria
della ragione sugli occhi.

XL - i pellegrini e il velo della Veronica


In quel tempo passa molta gente da Firenze diretta a Roma per contemplare il velo della
Veronica. Due punti d’analogia gli ispirano un sonetto:
- la condizione di pellegrini, vengono da lontano, sono pensosi nell’aspetto, ‘forse pensano de li
loro amici lontani’;
- vanno a contemplare l’immagine che Gesù ci lasciò ‘per essemplo de la sua bellissima figura,
la quale vede la mia donna gloriosamente’;
D. sa che se parlasse loro di ciò che è capitato a Firenze li commuoverebbe fino alle lacrime. Così
decide di scrivere un sonetto come s’avesse parlato con loro: Deh peregrini che pensosi andate.
Specifica poi i significati della parola ‘pellegrino’ [da ricordare per la lettura del Purgatorio].
Divide prima in due accezioni: larga, ‘chiunque è fuori de la sua patria’; stretta, ‘chi va verso la
casa di sa’ Iacopo o riede.’ Poi ci sono tre modi di chiamare ‘le genti che vanno al servigio de
l’Altissimo’: palmieri, in Terra Santa, perché molte volte vanno al martirio; peregrini, coloro che
vanno in Galizia e romei coloro che vanno a Roma.
Firenze, la città dolente, ha perduto la sua beatrice e le parole che uno di lei può dire hanno la
virtù di far piangere l’altro. Questo è il contenuto degli ultimi due versi del sonetto, tema
costante degli ultimi capitoli, il potere della parola di colpire il cuore degli altri e suscitare in
loro sentimenti davvero intensi e profondi. In una parola si può dire COMMUOVERE, muovere i
cuori insieme al poeta.

XLI - profezia del viaggio per i 3 Regni


Due donne chiedono a D. di mandare loro il sonetto scritto per i pellegrini. Pensando alla loro
nobiltà, decide di scrivere anche un sonetto per narrare il suo stato: Oltre la spera. In questo
sonetto si narra del sospiro (effetto del pensiero d’amore) che esce dal cuore del poeta e va
verso l’alto, oltre la sfera più lontana: B., che il desiderio mantiene nella sua mente, è chi lo
attrae in alto [prima quartina]. Quando il desiderio arriva là dove vuole, vede una donna
onorata e una luce che per il suo splendore dallo spirito peregrino è contemplata [seconda
quartina]. Commentando questa parte, D. indica il legame con il capitolo precedente costituito
dal termine pellegrino: secondo l’accezione larga, l’uomo sulla terra è pellegrino, andando solo
spiritualmente oltre la sfera più lontana, e dimorando lo spirito nel poeta è pellegrino.
La visione della donna è tale che, quando il sospiro torna al poeta e gli ridice ciò che ha visto, il
poeta non può intenderlo [Nel ciel che più de la sua luce prende/ fu’ io e vidi cose che ridire/né
sa né può chi di là su discende;/ perché appressando sé al suo disire/ nostro intelletto si
profonda tanto/ che dietro la memoria non può ire. Par. I, 4-9]. L’unica cosa che il poeta sa è che
questo sospiro gli sta parlando di B. perché sentendolo raccontare gli ricorda B., così che questo
lo intende bene. È la memoria di B. viva che garantisce la continuità.

XLII - l’incompiuta
Dopo la composizione di questo sonetto gli appare una visione ‘di cose’ che lo convincono di
non dire più di B. fino a quando non potrà trattare ‘più degnamente’ di lei. ‘E di venire a ciò io
studio più che posso’. Spera che la sua vita duri ancora un po’ per poter arrivare a dire di lei
‘quello che mai fue detto d’alcuna.’

APPENDICE 1 - SUL MIRACOLO

L. Giussani, Perché la Chiesa, pp. 288-290:


«Quando nella mia prima liceo, dopo la pausa estiva, sono rientrato in seminario a Venegono,
ho passato il primo mese, il mese di ottobre, malinconicissimo. In fondo era perché ero andato
via da casa, ma, quando si è così carichi di mestizia, si cerca sempre, e si trova, un pretesto, un
alibi per non accusare la propria debolezza; e l’alibi era che non mi arrivava il vocabolario di
greco del Gemoll. Mia madre me l’aveva spedito agli inizi di ottobre, ma i giorni passavano e il
Gemoll non mi arrivava; ed era anche brutto perché, nei compiti in classe, dovevo sempre
chiedere il vocabolario al compagno, con gran seccatura dell’amico e anche mia.
L’ultimo
mercoledì di quel mese di ottobre padre Motta, il nostro padre spirituale, alla fine della sua
piccola meditazione del mattino, ci disse che il mercoledì della settimana era, dalla pietà
cristiana, riservato alla devozione a san Giuseppe, il quale aveva un grande compito nella
Chiesa: che dunque ci rivolgessimo fiduciosi a lui, prima di tutto perché era il protettore della
buona morte e in secondo luogo perché faceva miracoli. In quell’istante, alle sette del mattino,
ho detto: “Oggi arriva il Gemoll”. E mi ricordo che a colazione e nel gioco successivo tutti i miei
compagni mi chiedevano: “Ma cosa ti è successo?”, perché avevo cambiato faccia, ero diverso
da come mi avevano conosciuto quel mese, avevo riacquistato il mio buonumore e, ogni volta
che mi domandavano, rispondevo: “Oggi mi arriva il Gemoll”.
Era il 1938, e allora la posta
arrivava dovunque una volta al giorno. A mezzogiorno in seminario era il momento della
distribuzione della posta: veniva il vicerettore nel grande refettorio (dove eravamo in trecento
a mangiare) con un gran “paccone” e distribuiva la posta a tutti; era un momento molto atteso
della giornata, pressappoco come a militare. Io ero tranquillissimo: “Oggi mi arriva il Gemoll”,
ma il mio Gemoll non c’era. Però io ero sicuro che mi sarebbe arrivato. Qualche rara volta, in
quell’epoca, la posta arrivava anche nel pomeriggio, e il vicerettore, in tal caso, alla sera a cena
ripeteva il giro. Quella sera ci fu. Ma il mio Gemoll non c’era. Erano le otto di sera. Dopo la cena
c’era un’ora di gioco, di ricreazione, poi, dalle nove e mezzo alle dieci e mezzo un’ora di studio;
alle dieci e mezzo suonava l’ultima campana, si dicevano le preghiere della sera e si andava a
letto. Si studiava in una grande aula, eravamo lì in una ottantina, ognuno col suo banco. Alle
dieci e mezzo suona la campana di fine giornata e in quell’istante entra uno dal fondo dell’aula,
e va dal prefetto con un plico. Io ho detto forte ai miei compagni: “È il mio Gemoll”. Era il mio
Gemoll!
Evidentemente ad altri questo fatto può non aver detto niente, a me disse
moltissimo.
Ho citato questo episodio per insistere sulla seconda accezione della parola
“miracolo”: un accento degli avvenimenti che richiama una persona a Dio e, richiamandola,
richiama anche il prossimo, chi le è vicino.
La grandezza di Dio sa palesarsi proprio nella
familiarità con cui vive con l’uomo, vive nella vita dell’uomo».