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Ricordo di Gino Palmisano

di Dino Angelini

Ho conosciuto Gino Palmisano verso la metà degli anni ’50. Era arrivato a Locorotondo,
da Cisternino, dove era vissuto, grosso modo fino alla terza media, insieme alla sua
famiglia composta, oltre che da lui, dai suoi genitori, Pietro e Italia, e dai due fratelli Lino e
Annamaria.

Il padre, già carabiniere - ma proveniente da un’umile famiglia contadina originaria delle


campagne fra Locorotondo e Cisternino - all'epoca del loro arrivo a Locorotondo era da
lungo tempo in pensione ed aveva trovato lavoro qui in paese presso un distributore di
benzina all'inizio della via che conduce a Martina Franca.

In quel periodo Gino già frequentava con ottimo profitto la scuola agraria Basile-Caramia
di Locorotondo, mentre suo fratello Lino era iscritto da tempo al liceo Tito Livio di Martina
Franca, dove aveva stretto amicizia con buona parte di coloro che poi diventeranno gli
amici locorotondesi di entrambi. E fu così che, dall’oggi al domani, attraverso questa
strada, Gino e Lino entrarono all'interno di un gruppo di ragazzi e di giovani locorotondesi,
prevalentemente figli della piccola e media borghesia locale, la maggior parte dei quali
faceva parte fin dalla fanciullezza di questo agglomerato spontaneo, poi confluito solo per
qualche tempo, almeno per coloro fra noi che crescendo diventarono laici, all’interno
dell’Azione Cattolica.

Si trattava di un gruppo verticale che comprendeva sei o sette fasce di età. Un gruppo che
perciò, in base a questa moderata asimmetria, era solito stemperare, come qualsiasi altro
gruppo verticale - mediamente sano -, la naturale rivalità, tipica dei gruppi adolescenziali,
in un agone centrato sulla lealtà e sulla propensione di tutti alla cooperazione e allo
scambio.

Si trattava altresì di un gruppo i cui membri avevano preso a consumare i propri giorni,
verso la metà degli anni ‘50, in una sorta di luogo mentale comune, che era fatto di
accanite discussioni sia sui grandi temi della vita (quella sull'esistenza di Dio era una delle
più gettonate; seguivano a ruota quella di tipo estetico - incentrata sul tema “è bello ciò
che è bello o è bello ciò che piace”- e quella sul suicidio. Sento ancora la voce di Gino
“non vorrete mettere sullo stesso piano il suicidio di Pavese con quello della quindicenne
che si è ammazzata perché suo padre non le permetteva di indossare la minigonna?”). Ma
anche la musica (che per alcuni di noi era la musica classica, per altri il jazz, per altri
ancora la musica leggera), lo sport erano fra i nostri interessi … giù giù fino a quel
cazzeggiare su ogni cosa che - come hanno poi acutamente rappresentato Truffaut e la
Comencini nei loro film - fa parte di quella palestra della crescita e della maturazione che
caratterizza l’adolescenza, anche se lì per lì appare, specie se guardata dall’esterno,
come una oziosa perdita di tempo (per descriverla, Winnicott usa la bellissima metafora
del “dibattersi nella bonaccia”).

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Si trattava infine di un gruppo che viveva - come abbiamo detto prima - fra la seconda
metà degli anni ‘50 e la prima metà degli anni ‘60, in una situazione di perfetta liminarità
rispetto al mondo adulto ed al paese; liminarità accentuata dal fatto che questo luogo
mentale - il nostro gruppo - si trovava a vivere all’interno di un luogo, il paese, liminare
esso stesso rispetto ai grandi fatti del mondo, che a quel tempo a noi giungevano ancora
attraverso la radio e i giornali, più che attraverso la TV, che solo allora cominciava ad
entrare nelle nostre case.

All'interno di questo gruppo Gino, in base all’età, si trovava in una posizione intermedia:
non era fra i più grandi, e neanche fra i più giovani di noi.
A partire da questa posizione mediana però, nel mio ricordo, Gino prese subito ad
assumere una posizione preminente, innanzitutto all'interno della conversazione: in base
alla sua bontà d’animo e alla sua vivacità intellettuale – doti che condivideva con il fratello
Lino e che - sempre nel mio ricordo - provenivano loro rispettivamente dal padre, e dalla
madre.
Bontà d’animo, vivacità intellettuale e – aggiungerei – severità solo verso se stessi che li
spingeva naturalmente a comprendere e valorizzare sempre l’interlocutore, chiunque esso
fosse, ma anche ad esprimere sempre con acume e chiarezza la propria posizione.
Ma Gino primeggiava anche all'interno dello sport, ed in particolare nel calcio: attività che
lo vide ben presto nella posizione di allenatore della nostra squadra (posizione, peraltro,
alla quale a un certo punto fu costretto, per via della sua malattia). Allenatore della
gloriosa CTG (imbattuta nel ’59!) che ben presto cominciò a scontrarsi sui campi di calcio
in epiche battaglie senza pubblico con degli avversari, che presto divennero gli avversari
di sempre: i Cistranìse, i fasanesi, e soprattutto i martinesi di Dell’Erba erano i nostri
avversari esterni; mentre sul piano interno altrettanto epiche erano le battaglie con la
Mazzola - la squadra degli operai e degli artigiani all'interno della quale ala sinistra era il
nostro Dudduzzo, non ancora a quel tempo nostro amico, ma leale avversario, bravissimo
attaccante, capace di mangiarsi un gol pur di non perdere una battuta del suo grande
amico Nannino, il centravanti della Mazzola.

Il calcio però non era l'unico sport da noi praticato. Facevamo di tutto e di più, per la
maggior parte del tempo: ad esempio per tutta l’estate praticamente ogni pomeriggio
correvamo in bicicletta.
Un brutto giorno però, durante una di queste escursioni che ci portava in giro fra
Locorotondo e i paesi limitrofi, Gino cadde. Cadde dalla bici e finì su di un “parete” irto di
sassi appuntiti. La caduta gli procurò un vero e proprio squarcio al di sopra del labbro, ma
a questa, che allora apparve come la cosa più allarmante, posero rimedio dapprima il
chirurgo e poi la barba che Gino si lasciò crescere, se non ricordo male prima ancora che
venisse di moda. Ciò che non fu colto subito, ma che presto richiese cure drastiche, fu il
fatto che, in base all’impatto della cassa toracica con la pietra, vi fu una fortissima
compromissione della sue capacità polmonari. Gino dovette ben presto rinunciare alla
frequenza scolastica, allo sport, e - per lunghissimi periodi – alla maggior parte di quegli
agi della vita normale, cui solitamente nessuno di noi fa caso, per essere spesso
ricoverato in luoghi di cura che, specie in quell'epoca, erano delle vere e proprie istituzioni
totali, chiuse per ragioni sanitarie all'esterno, anche se dotate all'interno di ogni confort.
Da quel momento Gino prese ad entrare ed uscire ciclicamente da questi luoghi,
abbandonò per sempre di studi regolari e tenne per sé ogni informazione sulla propria vita
là dentro, e sui perché della propria vita lì dentro. Per cui presto ci abituammo a vederlo
apparire e scomparire da Locorotondo; imparammo a non chiedergli nulla sulla sua
condizione e a ricomprenderlo, ad ogni suo ritorno, nel nostro tran tran fatto dei soliti nostri
cazzeggi come se nulla fosse accaduto.

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Si andò definendo così nel tempo una nuova modalità di vita da parte di Gino destinata ad
influenzare fortemente il suo carattere, la natura dei suoi interessi, il suo metodo di studio.

Affinché voi comprendiate meglio partirò proprio da quest'ultimo punto: il suo metodo di
studio: comincia in quel periodo – e a seguito dell’incidente - una modalità di studio del
tutto specifica di Gino. Si tratta di una modalità incentrata su un impegno metodico e
accanito che ad esempio lo porterà, dopo un lungo periodo di assenza da scuola, a
tentare l'esame di seconda liceo classico (lui che si era fermato alla penultima classe di
Caramia) con risultati strabilianti: otto in greco, nove latino – pensate che aveva
cominciato a studiarli insieme praticamente un anno prima! - dieci, se non ricordo male, in
italiano .. con una pecca, però: un 5 in matematica che spinse assurdamente la
commissione d'esame a rimandarlo a settembre. Sfortuna volle che a settembre Gino
stesse male e non potesse andare a sostenere l'esame di riparazione in matematica.
Risultato. Bocciato! Bocciato nonostante in tutte le altre materie avesse preso come
minimo 8!
Si trattò d'uno scandalo. A nulla valse un ricorso, sollecitato da tutti noi e perfino dai nostri
genitori; a nulla l'appello da noi inviato all’allora neo-eletto presidente della Repubblica
Giuseppe Saragat. E fu così che Gino lasciò lì per sempre gli studi classici regolari e
continuò a studiare e ad approfondire per conto proprio le cose che più lo interessavano:
cose che erano tantissime e che andavano dalla politica, alla letteratura, all’arte, eccetera.
Ricordo il suo grande amore per Hemingway, il cui ritratto campeggiava sul suo tavolo di
studio, insieme alla fotografia di quella scena di rugby che ci ha fatto rivedere Alessio e ad
una foto di Belinda Lee, la bella attrice morta giovanissima in un incidente aereo: tutte
icone che a mio avviso ci parlano di lui, della sua vitalità e del suo male.
Diventò un autodidatta tardivo, in grado quindi di approfittare al massimo dei gradi di
libertà maggiore che l’autodidatta ha rispetto a chi compie studi regolari, senza perdersi
nei vicoli secondari e sterili del sapere, come spesso capita agli autodidatti precoci.
Tardivo e onnivoro, che nelle istituzioni totali, da lui ob torto collo frequentate, si
immergeva totalmente nella lettura dei suoi autori preferiti e nell'ascolto della buona
musica (ricordo ancora, in una mia visita ad Arco di Trento dove lui era ricoverato, il suo
letto in camerata dotato, come tutti gli altri letti del resto, di una cuffia per poter ascoltare in
santa pace i programmi preferiti senza disturbare gli altri ricoverati).

Diventato più grande, lui - che era socialdemocratico (un socialdemocratico, però, che
leggeva Marx!) e che già era in rapporto epistolare sia con Pellicani (un teorico della
socialdemocrazia italiana, che aveva anche una rivista e che era parlamentare dello PSDI)
che con Saragat - per un certo periodo visse a Ferrara e divenne segretario proprio di
Pellicani, che evidentemente aveva capito che Gino, pur non avendo fatto studi regolari, –
come si dice a Locorotondo – jère ‘nu pìzze de ròbbe! Constatazione che più tardi, da
quanto mi risulta, ha fatto anche l’editore Laterza.

Noi non dobbiamo assolutamente lasciarsi fuorviare da queste origini politiche di Gino:
innanzitutto perché egli proveniva da una famiglia cattolica (suo fratello diventò poi
sacerdote) e, in quel contesto, dirsi socialdemocratico diventava già un elemento di
distinzione e di rottura; in secondo luogo, come sappiamo, Gino si trovò a vivere fuori dal
mondo la fine dell’adolescenza, periodo in cui molti allora cominciavano a maturare una
posizione politica.
Fuori dal mondo, ed in quei luoghi separati ed ovattati in cui la maggior parte delle cose
mondane dovevano apparirgli come sfuocate: ne so qualcosa io che ho avuto modo di
frequentarlo – come dicevo prima - poco prima del 68 ad Arco e che discutevo con lui
delle cose che andavamo facendo a Trento come FGS Psiup, vale a dire come nucleo

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centrale di quello che pochi mesi dopo diventerà il ‘68 trentino. Lui ascoltava, mostrava
interesse, ma, anche se non lo diceva, io sapevo che il suo pensiero rimaneva distante dal
mio, anche se di lì poco insieme a me, ad Antonio, a Dudduzzo e a un gruppo abbastanza
consistente di studenti e di operai locorotondesi sarà fra i fondatori del Che Guevara di
Locorotondo.

Subito dopo, a poco a poco, e per vie sotterranee, gli ideali del ‘68 finalmente entrarono
dentro di lui, lo condussero a scollarsi dal suo ideale socialdemocratico, e si coniugarono
felicemente con tutte quelle sue parti interne più profonde: politiche, pre-politiche e
caratteriali che lo abitavano da sempre, dando origine a quel profilo di Gino che voi tutti
avete conosciuto.
Il ‘68 rappresentò un momento di passaggio e di discontinuità per tutti i noi di quella
generazione: vedere nei giorni scorsi la foto di Pietro che occupa l’università di Lecce per
me è stato come ritornare per un attimo in quel clima che ci ha segnato tutti e che ha
rappresentato una svolta non solo nel modo di concepire la politica, ma anche, pur fra
mille contraddizioni - come molto opportunamente ci ricorda l’Annamaria nelle sue mail -,
nel modo di concepire la vita.
Lo fu in particolar modo per Gino che - come del resto accadde a molti in quel periodo - fu
come fulminato sulla quella vera e propria via di Damasco che fu il ‘68.

Le cose, sue e nostre, qui a Locorotondo andarono più o meno così: in occasione delle
elezioni del giugno 1968, a seguito di un episodio spiacevolissimo che vide protagonisti
alcuni membri del nostro fino ad allora coeso gruppo adolescenziale, avvenne una rottura,
mai più rimarginata negli anni e nei decenni successivi, fra i membri laici del gruppo e
quelli cattolici, che fino a quel momento non erano mai stati – diciamo così – militanti
democristiani, ma che ora stavano per diventarlo.
A partire da questo episodio noi cinesi (così presero a chiamarci in paese), di fronte agli
attacchi democristiani e fascisti, ricevemmo la solidarietà di tutta la sinistra locorotondese:
ricordo ancora un comizio in cui noi giovani psiuppini avevamo di fronte un gruppo di
gente che era venuta lì non per ascoltarci, ma per interrompere il nostro comizio, e fra noi
e loro un cordone di compagni del PCI che, a difesa del nostro diritto di parola, ci volgeva
le spalle, facendoci letteralmente da scudo e metteva a tacere chiunque osasse
interrompere il nostro comizio. La solidarietà e l’amicizia di un gruppo di giovani operai e
artigiani, fra i quali spiccò fin dall'inizio Dudduzzo. In quel periodo Gino era via dal paese,
presumo in uno dei suoi frequenti momenti di ricovero.

Poco dopo verso la fine del ’68, quando io e mio fratello Antonio tornammo da Trento,
avevamo già in mente di fondare un gruppo in paese. Eravamo usciti dalla FGS Psiup,
nella quale avevamo militato con mezza Trento, a partire dal fatidico 21 agosto di
quell'anno, e cioè dall'invasione della Cecoslovacchia, e ci sentivamo più liberi e - diciamo
così - più leggeri (se vi ricordate lo Psiup, che riceveva i soldi dalla Bulgaria (!), fu più filo-
sovietico del Pci); ma soprattutto eravamo arricchiti umanamente e politicamente
dall'esperienza trentina. Appena giungemmo a Locorotondo Dudduzzo e gli altri compagni
ci dissero che Gino aveva nettamente cambiato la propria posizione politica.

C'incontrammo con Gino e con gli altri. Stilammo un documento introduttivo centrato
sull'esigenza di fare un'inchiesta maoista, cioè trasformativa e non meramente sociologica
sul paese (inchiesta dalla quale poi Gino trarrà lo spunto per la sua analisi sulla condizione
dei contadini locorotondesi che tanto piacque a Pietro), e nacque il gruppo Che Guevara di
Locorotondo.

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Il Che Guevara fu subito attivo su vari fronti: il primo e più importante dei quali era quello
della testimonianza: ciascuno di noi, con lo spessore della propria presenza, con la forza e
l'autonomia della propria parola, scritta e orale, nelle iniziative e nei discorsi pubblici
sottolineava la presenza di un punto di vista e di azione nuovo in paese, la presenza in
esso di una nuova e più radicale opposizione.

E qui voglio aprire una parentesi. Giustamente molti di noi negli scambi via mail dei mesi
scorsi hanno sottolineato, con orgoglio, il fatto che noi del Circolo Lenin abbiamo avuto
una percentuale di voltagabbana molto inferiore a quella di altri gruppi della sinistra
rivoluzionaria che operavano in quegli anni. Ebbene, a mio avviso, uno degli elementi che
hanno determinato questo esito, combinandosi - è ovvio - con vari altri elementi, è nel fatto
che in quel tempo in Puglia e nel meridione in generale, tu giovane, per quanto
sprovveduto politicamente – e noi non lo eravamo! - sapevi che schierarsi e uscire fuori
dalla logica delle clientele comportava il rischio di una condanna alla morte civile, rischio
che nei piccoli paesi diventava una certezza. Ciò, a mio avviso, determinava come una
auto-selezione a priori che spingeva nelle nostre fila solo i più radicali fra noi.

In quella sede iniziale, che paradossalmente era collocata dentro uno dei palazzi simbolo
dello scempio edilizio che si stava già perpetrando in paese, ci riunivamo spesso insieme
ad altri giovani che non aderivano al Che Guevara, ma che avevano voglia di conoscere
le nostre idee e condividere con noi le loro. Ricordo, ad esempio, le accanite discussioni
che facevamo con le amiche locorotondesi di Mani Tese, che – come noi – sentivano le
ragioni dei dannati della terra, ma che cercavano soluzioni diverse e, paradossalmente,
meno palingenetiche delle nostre.
All'interno di queste presenze spiccava quella di Carmelo Giacovazzo, di Martina Franca,
già docente universitario a Bari, che non entrò mai nel Che Guevara e nel Circolo Lenin,
ma che - come vedremo fra un po' - fu decisivo nel determinare il nostro ingresso come
Circolo Lenin, nella lotta dei coloni martinesi.
La nostra attività, come Che Guevara, oltre che su quest’opera di presenza in paese, era
incentrata sul tentativo di cercare una base all'interno degli studenti della scuola agraria e,
soprattutto, su quello – senz’altro più riuscito - di estendere la nostra influenza fra i giovani
apprendisti che lavoravano nelle botteghe artigiane. Apprendisti che presto divennero il
nerbo del Che Guevara e, successivamente, della sede locorotondese del Circolo Lenin di
Puglia.

L'incontro con il Circolo Lenin di Ceglie, prima, e l’ingresso nel Circolo Lenin di Puglia, poi,
avvennero a partire da Trento: fin dal 64\ 65 si era formato a Trento fra gli studenti
meridionali di sociologia quello che oggi si chiamerebbe un gruppo di lettura e di
discussione sui problemi del meridione (gruppo che comprendeva - per dirvi un nome poi
diventato famoso nel campo della politica italiana e della lotta mondiale contro la droga - il
calabrese Pino Arlacchi; ed – oltre a lui - siciliani, pugliesi, abruzzesi, lucani e campani).
A partire dalla pubblicazione dello scritto di Pietro Mita sulla condizione dei contadini e dei
braccianti del sud su “Nuovo Impegno”, e dalla notizia che stava partendo a Ceglie una
dura lotta dei braccianti guidati dal Circolo Lenin locale nacque l'idea di uno di noi
meridionalisti trentini in erba – l’abruzzese Claudio Renzetti, detto Ciccillo, attuale
redattore di Animazione Sociale – di scendere giù a Ceglie. Antonio in quei mesi era a
Locorotondo, così Ciccillo e Antonio entrarono in rapporto con il Circolo Lenin di Ceglie, e
da quel momento il Circolo Lenin di Ceglie non fu solo una, pur interessantissima sigla
posta sotto ad una fresca analisi della situazione contadina e bracciantile di quegli anni,
ma un gruppo in carne ed ossa, peraltro vicinissimo a Locorotondo.

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Cosicché presto entrammo in contatto con i compagni di Ceglie proprio mentre
cominciavamo a trarre i primi frutti, sul piano della pratica, nonché della riflessione sulla
pratica, di quel lavoro di inchiesta cui accennavo prima, che stava avvenendo a
Locorotondo sotto la direzione e l’impulso di Gino.
Legammo subito! E pochi mesi dopo eravamo al famoso incontro fondativo del Circolo
Lenin di Puglia a Ceglie, seduti con i compagni cegliesi, baresi e leccesi su quelle quattro
assi poste sui blocchi di tufo in quello che ci sembrò un vero proprio tugurio, come ha
ricordato on-line qualcuno nelle settimane scorse.

La trasformazione del Che Guevara in sezione locorotondese del Circolo Lenin di Puglia
non comportò alcuna defezione: il gruppo locorotondese ormai era stabile, ed anche le
frequenti partenze per il Nord o verso la Germania, da parte di alcuni giovani compagni
costretti a migrare, non significò mai un allontanamento di alcuno di essi dalla nostra parte
politica. Chi di voi ha avuto la ventura di far visita illo tempore alla seconda nostra sede
locorotondese (quella posta di fronte alla Chiesa Madre del paese) avrà notato un
manifesto bellissimo, affisso proprio di fronte all'ingresso, sul quale campeggiavano una
enorme bandiera rossa e un semaforo acceso sul verde, con una scritta in tedesco:
“Grunen licht fur rote fahne” letteralmente “luce verde per la bandiera rossa”. Ebbene quel
manifesto era stato portato Locorotondo da uno dei nostri iscritti, emigrato in Germania.

Gino divenne ben presto l'animatore della sede, frequentata anche da una giovane
maestra barese, Marisa, che aveva avuto un incarico a Locorotondo e che presto
diventerà la compagna - come voi tutti sapete - di Gino.
La spiccata propensione di Gino a fare proseliti e, soprattutto, alla cura e alla educazione
dei neo-iscritti una volta che essi erano stati condotti nel Circolo Lenin, la dolcezza del suo
carattere che, direi, gli impediva di assumere atteggiamenti astiosi nei confronti sia dei
compagni che degli avversari, la sua acuta intelligenza, la sua sensibilità, il suo rigore
(che, come cercavo di dire all’inizio – non si esprimeva mai in una pretesa verso gli altri,
ma solo come un dovere di coerenza interna), il suo sapere lo portarono ad assumere un
ruolo dirigente sia all'interno della sede locorotondese che, più in generale, nell'esecutivo
del Circolo Lenin di Puglia.
Dell'inchiesta maoista lui curò soprattutto la parte sui contadini. E, quando Carmelo
Giacovazzo – ‘U Professòre - ci chiamò a guidare con lui la lotta dei coloni martinesi
contro i padroni assenteisti, Gino partecipò, insieme a tutti noi a quella lotta che si
concluse con uno sciopero e una manifestazione per le vie di Martina; manifestazione
all'interno della quale ho potuto vedere con i miei occhi di quanta dignità e di quanto sobrio
orgoglio siano capaci i contadini nell’espressione corale delle proprie ragioni e dei propri
diritti.

Oltre che in quella direzione, la nostra attenzione al mondo contadino locorotondese,


lasciati da parte i democristianissimi coltivatori diretti, allo stesso tempo attori e vittime del
modello clientelare locorotondese, si concentrò sul fenomeno delle giovanissime
braccianti che, reclutate da caporali senza scrupoli e spesso sporcaccioni, raggiungevano
ogni giorno il metapontino a bordo di quei famosi pullmini Volkswagen che partivano da
Locorotondo e dai paesi circumvicini ancora nel cuore della notte di ogni santa giornata,
sovraccarichi di ragazze fra i 15 ed i 25 anni che poi, spesso, già a trent'anni avevano la
schiena rotta dalla fatica.
Ma, su questo piano, subito la nostra azione si arenò perché - come ben presto capimmo -
c'erano mille lacci e laccioli che legavano la loro condizione, realmente bracciantile, a
quella dei loro genitori e dei loro parenti coltivatori diretti. Lacci e laccioli che le portavano
ad avere - almeno qui a Locorotondo - una visione del mondo non bracciantile, ma

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“contadina”; e cioè, nel nostro caso, tutta incentrata sulle mille astuzie e connivenze
burocratiche in base alle quali i coltivatori diretti, diventavano braccianti, si iscrivevano
negli elenchi anagrafici e godevano di tutele di cui non avrebbero dovuto godere. Un
meccanismo clientelare collaudatissimo. Una oliatissima macchina di asservimento e di
corruzione delle coscienze.

A questo proposito voglio raccontarvi un episodio, legato ai nostri sforzi di penetrazione


nel mondo delle giovani braccianti: volevamo intervistare alcune di queste giovani e
sapevamo che Narduzzo Cardone - il vecchio sarto senza cappotto del video sulla neve in
cui appare anche Gino – ne conosceva qualcuna; per cui ci siamo fatti presentare - Gino
ed io - ad una di esse. Nel giorno stabilito siamo arrivati con i nostri taccuini, pronti per
l'intervista. Ma si vede che Narduzzo non era stato chiaro, per cui entrando nel trullo ci
siamo trovati di fronte a un giradischi acceso, alla ragazza e ai suoi genitori tutti in
ghingheri, e a una ricca tavolata piena di taralli e di rosolio in bella vista: pensavano che
ambissimo a conoscere la ragazza per fini matrimoniali!

L'intervento della sede locorotondese del Circolo Lenin di Puglia, guidata da Gino,
continuò a concentrarsi sugli studenti e sui giovani apprendisti, ma soprattutto su quella
importante opera di presenza e di testimonianza in paese cui accennavo prima: per cui
ogni ricorrenza, ogni evento critico, ogni trauma nazionale ed internazionale veniva
presentificato al paese, ricordato e interpretato in base alla nostra autonoma visione del
mondo.
In uno di questi episodi su un ta-tse-bao alcuni reazionari locali intravidero qualcosa di
grave che semplicemente non c’era. Alcuni di noi finirono per qualche tempo in galera; altri
– prevalentemente i figli dei borghesi - furono denunciati a piede libero. In quel periodo io
ero già su a Reggio Emilia da oltre un anno, e penso che Gino fosse già Bari. Eppure
fummo denunciati anche noi: evidentemente la verità non interessava a quegli inquirenti
che, attraverso le manette e le denunce, volevano far chinare la testa a chi l'aveva levata
alta e fiera, ponendosi fuori dai balletti dell’arco costituzionale, come allora si diceva.
Volevano ridurre al silenzio una voce scomoda, una voce alta che era diventata capace di
articolare un discorso critico, a partire da una visione del mondo che un gruppo di giovani
locorotondesi aveva acquisito nella pratica e nella riflessione comune che faceva perno
sulla figura, il sapere e l'esempio di Gino Palmisano.

Locorotondo, 21.2.09