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UN DESTINO TRAGICO

CONSIDERAZIONI INATTUALI
SU ARTISTI, FILOSOFI E SCIENZIATI

di Tommaso Iorco
(autore tutelato dalla S.I.A.E.)

«Nel mondo moderno, l’artista, lo scienziato, il


filosofo vivono in un totale isolamento, sono
individui dispersi. Entrano tutt’al più in classi
professionali, ma non trovano nessuna comunità che
li sostenga sin dalla giovane età. L’artista, il filosofo,
così isolato, è preda del potere mondano e politico,
oppure va incontro a un destino tragico». Quando
Giorgio Colli scrisse queste parole (nel suo
illuminante Dopo Nietzsche, del 1974, edito da
Adelphi), sapeva — a malincuore, crediamo — che
non avrebbe trovato alcun vero artista, filosofo o
scienziato al mondo in grado di contraddirlo. Ma è
stato forse così diverso nel passato? In un certo
senso, sì, poiché non di rado l’artista poteva godere
dell’appoggio e dei favori di qualche Principe
ammaliato dal fascino dell’arte. Mentre oggi, benché
vi siano centinaia di uomini sulla faccia della terra
che hanno accumulato una ricchezza economica
spaventosa, quanti tra essi dimostrano di avere quella
signorile magnanimità, quella raffinata propensione
artistica, quell’alto mecenatismo che induceva les
Seigneuries d’antan a investire nella creazione di
opere d’arte che potessero perdurare nei secoli,
sopravvivendo alla loro piccola maschera (o
persona, che dir si voglia)? Tiranni questi uomini lo
furono senza alcun dubbio, ma perlomeno
albergarono propensioni artistiche, e anche grazie al
loro sostegno sono giunti a noi capolavori unici,
diversamente da quanto accade ai potenti di oggi, del
tutto privi di slancio, di generosità, di autentica
grandezza; e il cui dispotismo, peraltro, pur se
abilmente camuffato, non è certo minore di quello
dei loro più illustri predecessori. Celebri i versi di
Ludovico Ariosto coi quali assolve Cesare Augusto:
«L’aver avuto in poesia buon gusto | La proscrizion
iniqua gli perdona» (Orlando Furioso, XXXV, 26).
Non più così, oggi, nell’èra dei nanerottoli boriosi.
E tuttavia, la questione va articolata in altre direzioni
ancora. Innanzi tutto, è da vedere se il destino più
tragico, per un artista, consista nel chiudersi in un
isolamento più o meno forzato, come quello di un
Van Gogh o di un Dino Campana, oppure nel farsi
preda del potere mondano e politico cui Colli
cennava. E, soprattutto, non dobbiamo dimenticare
che, nel passato, l’artista — ponendosi sotto le ali
protettive di un qualche signorotto — si trovava di
fatto costretto a mettersi al servizio di un potere
religioso o politico, con tutti i compromessi cui era
costretto a sottoporsi. Con l’unica, capitale
differenza, che quanto allora era un male necessario,
oggi risulta essere mero servilismo, volgare
prostituzione. Qualunque artista, nel mondo
moderno, può sopravvivere senza doversi vendere —
quando si inchina al potere costituito, è solo perché
la parte più opportunista e mercantile della sua
natura prende il sopravvento su quella più
genuinamente artistica. Oltretutto, il mecenate del
passato, in fondo in fondo, lo si poteva raggirare
come si voleva: basti pensare al medioevo in Italia, in
cui il Papa era così gretto da non accorgersi
minimamente che le navate della basilica superiore
di Assisi, dopo essere state affidate al pennello
sublime di Giotto, hanno preso a tuonare un’aspra
invettiva contro la corruzione e la ricchezza dei
sedicenti vicari di Cristo (e la condanna, guarda
caso, suona più forte a mano a mano che ci si
appressa alla pala dell’altare!). Oggi, l’artista che
crede farsi beffa del proprio protettore figura
esattamente come una sgualdrina che pensa di essere
più scaltra del proprio magnaccia, e che finisce per
essere da questi strangolata.
«Che volgarità essere qualcuno», recita un verso di
Emily Dickinson. Solo i mediocri sgomitano a destra
e a manca nella smania di diventare ‘qualcuno’. I
veri, grandi artisti non hanno bisogno di dimostrare
alcunché.
Sul finire dell’800, Tolstoj scrisse un saggio
magistrale e provocatorio (seppure
fondamentalmente inaccettabile, ci pare) dal titolo
«Che cos’è l’arte?». Oggidì, all’alba del III
millennio, noi vorremmo sapere, piuttosto, chi è
l’artista, dato che tutti quanti oramai — dalla
soubrette Coscialunga al presentatore di Turno — si
definiscono tali. Ora, quando si arriva a generalizzare
in questo modo, è perché si è arrivati a raschiare il
fondo della banalizzazione più grottesca, e le parole
perdono tutto il loro valore. Una cosa è infatti
enunciare una verità generale, come ad esempio fece
Benedetto Croce nella sua Estetica, affermando che
«la materia poetica corre nell’animo di tutti: solo
l’espressione, cioè la forma, fa il poeta», ben altra
concludere, come ridicola illogica conseguenza di un
simile postulato, che anche il più insulso e pedestre
scribacchino merita l’alloro.
Come si sarà certamente notato, procedendo in
questo nostro breve ragionamento, ci siamo
concentrati sempre più esclusivamente sull’artista,
tralasciando volutamente le altre due figure con le
quali abbiamo iniziato il presente articolo, ovvero il
filosofo e lo scienziato, poiché il discorso si farebbe
evidentemente troppo complesso. Giacché, dopo
Nietzsche, per l’appunto, «il filosofo moderno è
simile a un giocatore di scacchi che giuochi una
partita da solo, muovendo i pezzi dell’avversario in
modo che sia utile (ma la cosa non deve trasparire)
allo svolgimento del proprio giuoco», per usare
nuovamente le parole argute e mordaci di Giorgio
Colli (op.cit.), e chi si interessa di filosofia
contemporanea sa quanto l’affermazione sia vera.
Mentre gli scienziati «restringono il campo della loro
indagine, circondano di steccati i loro terreni, e
mettono poi in vendita i prodotti “utili” di loro
proprietà» (ibidem). L’individuo rappresentativo di
questo atteggiamento a dir poco mediocre è, per lo
stesso Colli, «Cartesio: un impasto di basse passioni,
di invidie e di risentimenti, pauroso, teso a reprimere
e soffocare tutti gli ingegni brillanti intorno a lui,
ipocrita e gesuitico nel mascherare l’eterodossia di
certi suoi pensieri. Se si studia la storia della scienza
moderna in connessione alla personalità dei suoi
protagonisti, viene in mente la caratterizzazione data
da Nietzsche ai filologi classici del suo tempo:
creature deformi, sordidi pedanti, maledetti cristiani»
(ib.).
Così, pare non esserci salvezza per gli scienziati e i
filosofi moderni. E, in tutta sincerità, quando
vediamo artisti-cortigiani che si rodono il fegato alla
notizia del Premio Nobel assegnato a Dario Fo,
avremmo voglia di strappare a questi «poeti laureati»
(per dirla con Montale) le loro onoreficenze
accademiche, di escluderli da ogni agone poetico
(seguendo in tal modo un consiglio di Eraclito) e di
bandirli infine dalla Repubblica, come già fece
Platone nella sua.

© Novembre 2001