Sei sulla pagina 1di 264

n

CS
BIBLIOTECA DI «NUOVA STORIA CONTEMPORANEA»

Collana diretta da Francesco Perfetti

22
EUGENIO DI RIENZO

STORIA D’ITALIA
E IDENTITÀ NAZIONALE

Dalla Grande Guerra alla Repubblica

Le Lettere
In copertina:

La pubblicazione di questo volume è stata resa possibile grazie al con-


tributo Murst-Miur (fondo di ricerca, anno 2004) e a quello dell’Uni-
versità degli Studi di Salerno (fondo di ricerca 60%, anno 2005).
Ambedue i fondi sono stati gestiti dal Dipartimento di Scienze Storiche
e Sociali dell’Università degli Studi di Salerno.

Copyright © 2006 by Casa Editrice Le Lettere - Firenze


ISBN 88 7166 986 X
www.lelettere.it
A Vittorio Volpe, in memoria
ABBREVIAZIONI

ABC = Archivio Benedetto Croce


ACorsera = Archivio Storico del Corriere della Sera
ACS = Archivio Centrale dello Stato
AEI = Archivio Storico dell’Enciclopedia Italiana
AFG = Archivio della Fondazione Gentile
AGDR = Archivio Guido de Ruggiero
AGP = Archivio Giuseppe Prezzolini
CV = Carte Gioacchino Volpe
FAC = Fondo Alessandro Casati
FFP = Fondo Fortunato Pintor
FV = Fondo Gioacchino Volpe
PREMESSA

Ma la storia, qualunque storia, è cosa viva o morta, secondo che


sono vivi o morti, in sul declinare o in sul crescere, gli uomini
che si volgono a guardarla. Essa, che nulla insegna a chi non sa
fare da sé, dice ed insegna a chi fa e cammina. Ed anche la storia
conchiusa si rifonde nella vita, se questa è fortemente vissuta.
Gioacchino Volpe, 1922

Un volume dedicato alla genesi e allo sviluppo della storiografia nazio-


nale italiana può apparire, oggi, un semplice esercizio di antiquariato
storiografico, quando anche nel nostro paese l’attenzione degli studiosi
sembra piuttosto indirizzarsi verso i luminosi e progressivi approdi della
«World History» e della «Global History» e quando si decreta, con
petulanza, il crollo definitivo del ruolo di indirizzo dello Stato-Nazione
nella ricerca storica, sostituito dalla comparsa di altre «deleghe» euro-
pee e planetarie (ma anche regionali, municipali, etniche, religiose,
culturali e multiculturali, persino ambientali, addirittura di «genere»),
dalle quali si desume il novissimo Sillabo e insieme il Decalogo al quale
l’analista del passato dovrebbe sottomettersi, accettando come esclusi-
vi valori di riferimento «la repulsione verso la guerra come soluzione
dei conflitti, la possibilità di considerare i diritti del futuro e delle pros-
sime generazioni, il rispetto delle identità e delle differenze»1.
Si tratta di una ricetta impastata di buone intenzioni, persino banali
nella loro ovvietà. Una ricetta, che ricorda da vicino quella formulata
per la prima volta, nel lontano 1928, con il progetto, espresso all’inter-
no del Comitato Internazionale di Scienze Storiche, di attuare una re-
visione dei manuali di storia, per purgarli dai più scoperti riferimenti di
carattere nazionale2, che, se applicata, avrebbe condotto necessariamen-

1
G. RICUPERATI, Apologia di un mestiere difficile. Problemi, insegnamenti e responsabili-
tà della storia, Roma-Bari, Laterza, 2005, p. 44. Per una garbata messa in guardia contro i
pericoli di una deriva del «politically correct» nel campo storiografico, si veda, invece, R. VI-
VARELLI, I caratteri dell’età contemporanea, Bologna, Il Mulino, 2005, in particolare pp. 273 ss.
2
K.D. ERDMANN, Toward a Global Community of Historians. The International Histo-
rical Congresses and the International Comittee of Historical Sciences, 1898-2000, New York-
Oxford, Berghahn Book, 2005, pp. 134-135. Sullo sviluppo ulteriore di quel progetto,
qualche cenno è in M. VERGA, Storie d’Europa. Secoli XVIII-XX, Roma, Carocci, 2004,
pp. 85 ss.
8 PREMESSA

te ad un disciplinamento forzoso dell’attività storiografica. Quella pro-


posta, che venne considerata, allora, non tanto per i suoi contenuti
quanto per il suo carattere dirigistico e verticistico, come lesiva della
libertà dello studioso3, nella sua odierna riformulazione rischierebbe di
provocare non un arricchimento del percorso della ricerca, ma piutto-
sto una sua stagnazione nella palude del «politicamente corretto», in
un labirinto delle legittimità, fatto di veti incrociati, costellato da divie-
ti di accesso e sensi vietati che renderebbero, per davvero, il mestiere
dello storico non solo difficile, come è sempre stato, ma addirittura
impraticabile nella sua pienezza. Lo stesso potrebbe accadere, natural-
mente, se lo storico, nello svolgimento della sua attività, venisse costretto
ad uniformarsi ad altri comandamenti eterodiretti, di diversa tendenza:
l’obbligo di ricordare nell’insegnamento scolastico anche gli aspetti
positivi del colonialismo o quello di valorizzare, d’autorità, i momenti
di resistenza e di reazione (cattolici, legittimisti, popolari) alla costru-
zione dello Stato liberale e nazionale nella prima metà dell’Ottocento.
E dato che il passaggio da questi divieti e da queste imposizioni, di
diverso colore, allo justicialismo è pericolo sempre incombente nei pae-
si di cosiddetta «democrazia latina», passando dalle parole ai fatti, si è
assistito recentemente in Francia all’emanazione di una disposizione
legislativa che impone, codice penale alla mano, di riconoscere per verità
storica sentenze di tribunale sui «crimini contro l’umanità», mentre
in quello stesso paese si sono mobilitati veri e propri «comitati di sorve-
glianza» (nomen omen), autoproclamatisi inquisitori e censori della lim-
pieza de sangre democratica dei cultori delle scienze del passato4.
Se questi lacci e laccioli e queste intimidazioni fossero stati presenti

3
La reazione negativa di Gioacchino Volpe veniva espressa immediatamente dopo il
varo del progetto. Si veda Compte rendu du VI Congrès International des Sciences Histori-
ques, in «Bulletin d’information du Comité International des Sciences Historiques», 1929,
2, p. 145 e Gioacchino Volpe ad Antonio Casertano, Presidente della Camera dei Depu-
tati, 1 settembre 1928, in Archivio Centrale dello Stato (ACS), Presidenza del Consiglio
dei Ministri, 1929, fasc. 14/3, 3432. L’opposizione era ribadita in una serie di articoli
apparsi sul «Corriere della Sera» tra 1929 e 1934, poi raccolti in ID., Pacifismo e storia.
Una macchinosa propaganda. Guerra Pace e Civiltà. La revisione pacifista dei testi. Le “Ri-
soluzioni Casares”, Roma, Istituto Nazionale Fascista di Cultura, 1934, ora anche in ID.,
Storici e maestri, Firenze, Sansoni, 1967, pp. 362 ss. L’opuscolo del 1934 appariva nella
collana «Quaderni dell’Istituto Nazionale Fascista di Cultura», Serie quarta, II. Sui suoi
contenuti si esprimeva, in un resoconto assai positivo, C. MORANDI, in «Scuola e cultura.
Annali dell’istruzione media», 1934, 2, p. 205. Sullo stesso punto, ID., Storia diplomatica
e manuali scolastici (Sul significato del trattato italo-tedesco del 1887), in «Rivista Storica
Italiana», 1938, 3, pp. 100-104, ora in ID., Scritti storici, a cura di A. Saitta, Roma, Istitu-
to Storico Italiano per l’Età moderna e contemporanea, 1980, I, pp. 25 ss.
4
Del tutto condivisibili, a questo proposito, le osservazioni di G. GALASSO, Libera
Storia in libero Stato, in «Corriere della Sera», 21 febbraio 2006. Rimando anche al mio,
Non disarmiamo i guerrieri della memoria, in «il Giornale», 24 febbraio 2005.
PREMESSA 9

nel momento (a partire dai primi decenni del Novecento) in cui il mon-
do intellettuale italiano si propose l’impresa di costruire una storia
nazionale, consona allo spirito del tempo e adeguata all’accresciuto peso
del nostro paese nel contesto internazionale, le pagine che seguono
sarebbero prive della loro materia prima. Ma ciò fortunatamente non
accadde. Ed in questo modo la nostra cultura storica si aprì coraggio-
samente, e a volte, senza dubbio, spericolatamente, ad alcune sfide di
portata epocale, ancora oggi attualissime. Da un lato, l’apertura della
storia d’Italia alla «storia contemporanea», che portò i maggiori intel-
lettuali del nostro paese a concepire, già tra 1917 e 1918, una storia
della «Grande» guerra italiana, come impresa scientifica rigorosa lon-
tana dai rischi emotivi della cronaca, della memoria, della celebrazione,
e poi ad analizzare, in presa diretta, la grande trasformazione del siste-
ma politico italiano dalla stagione liberale al fascismo, accettando i ri-
schi di una navigazione a mare aperto, senza rotte segnate, tra gli infidi
marosi della «storia immediata» e dell’«evento»5. Dall’altro, l’emergere
di una dimensione «pubblica» del sapere storiografico, oggi tante volte
invocata e discussa6, nella quale lo storico professionista avrebbe dovu-
to gestire in prima persona la sfera della divulgazione, individuando
originali canali di comunicazione con il largo pubblico, senza scadere
nella pratica narrativa e senza abbandonare il dovere di un almeno ten-
denziale approssimarsi all’oggettività scientifica. Infine, la necessità di
aprire un confronto storiografico a livello europeo e mondiale, di carat-
tere comparatistico7, in una prospettiva che intendeva valorizzare l’ap-
porto costruttivo di altre discipline, come lo studio delle relazioni in-

5
J. LACOUTURE, La storia immediata, in La nuova storia, a cura di J. Le Goff, Milano,
Mondadori, 1980, pp. 207 ss.; P. NORA, Il ritorno dell’avvenimento, in Fare storia. Temi e
metodi della nuova storiografia, Torino, Einaudi, 1981, pp. 139 ss.; O. DUMOULIN, «Con-
temporanea (Storia)», in Dizionario di scienze storiche, a cura di A. Burguière, Milano,
Edizioni Paoline, 1992, pp. 152 ss.
6
Si veda L’uso pubblico della storia, a cura di N. Gallerano, Milano, Franco Angeli,
1995; L. JORDANOVA, History in Practice, London-New York, Arnold-Oxford University
Press, 2000, pp. 141 ss.
7
G. VOLPE, Programma e orientamenti per una Storia d’Italia in collaborazione e per
una Collana di volumi storici, s. l., s. d. [Bologna, Zanichelli, 1922]. Lo si veda ora in
Appendice, infra: «I collaboratori della Storia d’Italia saranno consapevoli della necessità
di non isolare le vicende dell’Italia, di creare e trovare l’Italia anche entro la chiostra de-
gli altri paesi, per lo meno di quelli su cui essa più ha agito, e dentro la chiostra dell’Italia
cercare e trovare quel che vi è confluito da altre storie ed è diventato tutto una storia con la
sua. Se v’è al mondo paese aperto e ventilato da ogni parte, tutto risonante di echi, tagliato
da mille strade che vi si incontrano, ora tutto proteso verso il di fuori, ora tutto permeato
dal di fuori, questo paese è il nostro, per sua buona e mala ventura. E lo storico deve ave-
re il senso di questa ampiezza, afferrare gli elementi più importanti di questo ricco pano-
rama: condizione indispensabile per dare alla storia della nostra terra o nazione un signi-
ficato, per ritrovare le giuste proporzioni che non possono risultare se non da un sia pur
tacito confronto, per vederla e valutarla anche nella sua individualità nazionale».
10 PREMESSA

ternazionali e la geopolitica, ma che soprattutto richiedeva il conforto


di un realismo storiografico e insieme politico, comunque inassimilabi-
le ad ogni forma di velleitario cosmopolitismo.
Proprio su questo terreno, tuttavia, il progetto della Storia d’Italia,
in quanto storia nazionale, conosceva un suo primo momento di crisi,
trovandosi ad essere travolto non tanto dalle ipotesi di Storia d’Euro-
pa, attive già alla fine degli anni Venti8, ma dall’irrompere, quasi con-
temporaneo a quei progetti, della nuova realtà del «grande spazio»
continentale9, che, come elemento scatenante del secondo conflitto, non
solo sarebbe sopravissuto a quell’evento ma anzi si sarebbe sviluppato,
a partire dal 1945, dilatandosi nella dimensione politica dello «spazio-
mondo»10. Ferito gravemente da queste congiunture esterne, l’impian-
to nazionale della storiografia italiana avrebbe poi sperimentato altri
micidiali vulnera, questa volta di carattere politico interno, nella lunga
«guerra civile storiografica» che avrebbe contrassegnato il nostro se-
condo dopoguerra11, fino al suo depotenziamento e ad una sua avanza-
ta dissoluzione, che si spera possa non essere definitiva. Esiste infatti,
io credo, lo spazio per un rilancio di una storiografia autenticamente
nazionale, che nella sua nuova versione potrà essere l’espressione di
un’idea-guida, non nostalgica né «neo-moderata», come alcuni sembra-
no ritenere12, ma semplicemente e autenticamente liberale.

***
Nel concludere questo lavoro, dedicato alla memoria di Vittorio
Volpe, mi è grato saldare i miei debiti di riconoscenza con alcuni amici
(Antonino De Francesco, Aurelio Musi, Francesco Perfetti, Guido
Pescosolido), con i quali ho potuto confrontarmi durante la sua stesu-
ra, nel consenso ma anche nel dissenso delle nostre reciproche posizio-
ni. A Giuseppe Galasso, un grazie particolare per la ferma e affettuosa
insistenza con la quale mi ha convinto a redigerlo.

8
M. VERGA, Storie d’Europa, cit., pp. 72 ss.
9
W. BENDERSKY, Carl Schmitt teorico del Reich, Bologna, Il Mulino, 1989, pp. 293 ss.;
P.P. PORTINARO, La crisi dello “jus publicum europaeum”. Saggio su Carl Schmitt, Milano,
Edizioni di Comunità, 1982, pp. 188 ss.; P. FONZI, Nazionalsocialismo e Nuovo ordine euro-
peo: la discussione sulla “Grossraumwirtschaft”, in «Studi Storici», 2004, 2, pp. 313 ss.
10
C. SCHMITT, L’ordinamento planetario dopo la seconda guerra mondiale, in ID., L’unità
del mondo e altri saggi, a cura di A. Campi, Roma, Pellicani Editore, 2003, pp. 209 ss.
11
E. DI RIENZO, Un dopoguerra storiografico. Storici italiani tra guerra civile e Repub-
blica, Firenze, Le Lettere, 2004, in particolare pp. 371 ss. Per una replica alle numerose
reazioni suscitate dal volume, ID., Un dopoguerra storiografico... Due o tre cose che so di
lui, in «Nuova Storia Contemporanea», 2005, 5, pp. 131 ss.
12
G. RICUPERATI, Apologia di un mestiere difficile, cit., p. 190.
I

CANTIERI DI LAVORO

1. Appare ormai davvero poco plausibile l’equazione brutale e senza


sfumature che si era soliti instaurare tra i tentativi di assicurare anche
al nostro paese una storiografia a impianto nazionale, quali si sperimen-
tarono nel decennio precedente e negli anni immediatamente posterio-
ri alla Grande Guerra, e lo sviluppo di una analisi del passato in chiave
nazionalistica, revanscista, imperialista, cui pure arrise qualche non
piccola fortuna durante il fascismo1. Quell’equazione, molto spesso
ancora oggi additata come un segno significativo dell’«anomalia italia-
na»2, ma che in realtà si fondava su qualche inciso di Gramsci3, a cui si
è voluto accoppiare un passo di Croce, troppo spesso equivocato4, ri-
sultava tanto più sviante quanto meno si sforzava di rendere conto della
profonda affinità che, pur all’interno di un panorama fortemente diffe-
renziato, esisteva tra alcune correnti, certamente non minoritarie, della
storiografia europea (Ernst Lavisse, John Seeley, soprattutto John Ri-
chard Green, autore della famosissima A Short History of English Peo-
ple)5 e le tendenze di quegli storici italiani che, tra vigilia del primo

1
G. GALASSO, A proposito di Storia d’Italia, in ID., Croce, Gramsci e altri storici, Mila-
no, Il Saggiatore, 19782, p. 570, che fa dipendere quell’equazione dalla «necessità di esor-
cizzare spettri che, bisogna pur dirlo, non possono condizionare in eterno il libero movi-
mento della cultura italiana».
2
M. CLARK, Gioacchino Volpe and fascist historiography in Italy, in Writing National
Histories. Western Europe since 1800, edited by S. Berger, M. Donovan, K. Passmore, Lon-
don-New York, Routledge, 1999, pp. 189 ss. Si veda anche R.J.B. Bosworth, Explaining
Auschwitz and Hiroshima: History Writing and the Second World War, London, Routled-
ge, 1994, pp. 125 ss.
3
Sulla storiografia italiana post-risorgimentale, in quanto «propaganda politica» che
«tendeva a creare l’unità nazionale, cioè la nazione, dall’esterno, contro la tradizione», e
sulla sua successiva degenerazione nel mito della «nazione retorica», a partire dalla vigi-
lia della Grande Guerra, cfr. A. GRAMSCI, Quaderni del carcere, edizione critica dell’Isti-
tuto Gramsci, a cura di V. Gerratana, Torino, Einaudi, 2001, I, pp. 361-363.
4
B. CROCE, Soliloquio di un vecchio filosofo (gennaio 1942), in ID., Discorsi di varia
filosofia, Bari, Laterza, 1959, 2 voll., II, p. 299, dove si parlava della degradazione che il
«simbolo della “patria”» ebbe a soffrire «nei cosiddetti “nazionalismi”», quando fu tra-
dotto o sostituito con l’altro di “nazione” e si fece simbolo di spiriti prepotenti e feroci».
5
Un primo momento di sintesi, non sempre soddisfacente, su questa tematica è nel
volume Writing National Histories. Western Europe since 1800, cit. Sul punto, parzialmente
12 CAPITOLO PRIMO

conflitto e dopoguerra, s’impegnarono, da diverse angolature ideologi-


che e metodiche, a realizzare una storia d’Italia capace di descriverne
ma anche di corroborarne e di indirizzarne la dinamica di integrazione
e di espansione nazionale. Allora, come Croce aveva benissimo intuito,
nell’ottobre del 1915, l’evento bellico andava modificando profonda-
mente anche il tradizionale assetto storiografico, risvegliandolo dal tor-
pore erudito, avvicinandolo a nuove esigenze non solo presenti, ma pres-
santi e stringenti6.
In quel momento, nessuno o davvero pochi studiosi del nostro paese
avrebbero sostenuto, come accadde a Werner Kaegi nel 1938, che «l’idea
di nazione», pure intesa come «concetto storico fondamentale», porta-
va impresso fin dalla sua nascita «il difetto della tendenza politica»7, né
avrebbero preso netta distanza, come facevano Henri Pirenne e Marc
Bloch, dopo la boucherie di Verdun e dei campi della Somme, da una
possibile perversione nazionalistica della ricostruzione del passato8, che
aveva trovato nell’«idolo delle origini» il suo più fertile terreno di col-
tura9. In quel momento, invece, ritornava alla ribalta l’idea d’Italia in
quanto «problema storiografico». Riprendevano, in un contesto forte-
mente mutato nei confronti del dibattito che aveva accompagnato le
vicende risorgimentali (da Carlo Botta a Pasquale Villari)10, le discus-

accettabili le considerazioni di Stuart J. WOLFF, Introduction, Nationalism in Europe: 1850


to present. A Reader, London, Routledge, 1996, p. 3: «I would be erronous and injust to
accuse these historians of deliberately distorting their national past [...]. Rather, the very
triumph of Nation State confirmed and consolidated nationalist historiography in all coun-
tries. The assumption that a “national spirit” could be followed like a red thread through
the centuries, laid down with academic authority to lay audience by Ernest Lavisse in
France, J.R. Green in England, Pietro Silva in Italy, became, through endless symplifica-
tion and repetition in school and family, uncritical dogma». Sull’opposizione dell’ecume-
ne degli storici ad una perversione nazionalistica della ricerca si veda, invece, K.D. ERD-
MANN, Toward a Global Community of Historians, cit., in particolare pp. 69 ss.
6
Benedetto Croce a Giovanni Laterza, 7 ottobre 1915, in B. CROCE-G. LATERZA, Car-
teggio. II. 1911-1920, a cura di A. Pompilio, Roma-Bari, Laterza, 2005, p. 494: «La Bi-
blioteca storica non è cosa che possa improvvisarsi, né questo è il momento di lanciare tale
impresa. Io avevo fatto un certo disegno prima della guerra; ma, ora, le condizioni sono
cangiate, e poiché quella biblioteca deve avere lo scopo di creare la coltura storica che
manca agli italiani in relazione alla vita politica e sociale e intellettuale, bisogna che io la
adatti alle nuove condizioni».
7
W. KAEGI, Meditazioni storiche, Bari, Laterza, 1960, p. 36.
8
Sul punto, C. VIOLANTE, Uno storico europeo tra guerra e dopoguerra, Henri Pirenne
(1914-1923). Fine della grande illusione: per una rilettura della Histoire de l’Europe, Bolo-
gna, Il Mulino, 1998.
9
Si veda M. BLOCH, Apologia della storia o Mestiere di storico, Torino, Einaudi, 1998,
pp. 24 ss.
10
B. CROCE, Storia della storiografia italiana nel secolo decimonono. Seconda edizione
riveduta con Appendice sulla storiografia recente, Bari, Laterza, 19302, 2 voll., I, ai capito-
li, V, VI, VII; E. SESTAN, Per la storia di un’idea storiografica: l’idea di una unità della sto-
ria italiana, in «Rivista Storica Italiana», 1950, 2, pp. 180 ss.
CANTIERI DI LAVORO 13

sioni sulla possibilità, sulla consistenza, sui limiti cronologici e sulla unità
della storia d’Italia. Si faceva di nuovo urgente la necessità di indivi-
duare, nella molteplicità e nella sovrapposizione dei diversi fattori po-
litici, economici, intellettuali, lo «spirito», il «genio», il «carattere»
unificante delle nostre vicende nazionali, considerate in parallelo e in
contrasto con quelle del resto d’Europa.
Nel gennaio del 1915, Giustino Fortunato sosteneva che la debolez-
za italiana (la debolezza di un paese «infinitamente debole, venuto su a
galla per sola virtù del Caso») era soprattutto la poca o nessuna coscienza
«della realtà morale ed economica dell’Italia, dall’unità ad oggi», e
ancora di più «della realtà storica anteriore e durante il miracoloso
periodo del Risorgimento»11. E anche un altro intellettuale del tutto
estraneo ad ogni possibile contaminazione tra storiografia e volontà di
potenza, come Antonio Labriola, tra 1901 e 1902, pur senza abbando-
nare la tesi relativa ad una insussistenza di una «storia generale d’Ita-
lia», fino al 187012, aveva considerato indispensabile interrogarsi sul
problema di una storia della nazione italiana come fenomeno già costi-
tuitosi nel secolo XI, caratterizzato da un’«unità di temperamento e di
inclinazioni, che costituisce il popolo nel senso storico della parola, nel
quale la nazione neo-latina apparisce costituita»13.
Al compiersi dell’unificazione, quel problema era apparso sorpassa-
to «perché l’unità politica finalmente conseguita induceva a non dubi-
tare più dell’unità e della consistenza, fin dai tempi più antichi, della
storia di una nazione, che la geografia politica e la politica internazio-
nale avevano finito con l’identificare col suo paese»14. Ma, poi, la trasfi-
gurazione di quella comunità politica nell’Italia nazione, che il battesi-
mo del sangue di una guerra difficile ma vittoriosa aveva compiuto,
accelerando e a volte esasperando, fino a renderlo ingovernabile, l’im-
petuoso moto di modernizzazione del principio del secolo, e trasfor-

11
G. FORTUNATO, Carteggio, 1912-1922, a cura di Emilio Gentile, Bari, Laterza, 1979,
p. 184. Su Fortunato e la storia d’Italia, soprattutto in rapporto al nodo irrisolto della
«questione meridionale», G. GALASSO, Il pensiero storico di Giustino Fortunato, in «Rivi-
sta Storica Italiana», 1969, 4, pp. 940 ss.; M. SIMONETTI, Risorgimento e Mezzogiorno alle
origini della storiografia contemporanea in Italia. Pietro Silva e Raffaele Ciasca fra “La Voce”
e “L’Unità”, 1911-1915, in «Atti e memorie dell’Accademia toscana di Scienze e Lettere
“La Colombaria”», XXXVIII, 1973, pp. 215 ss., in particolare pp. 264 ss.
12
A. LABRIOLA, Saggi intorno alla concezione materialistica della storia. IV. Da un secolo
all’altro. Considerazioni retrospettive e presagi. Ricostruzione di L. DAL PANE, Bologna, Cap-
pelli, 1925, p. 51: «Noi dobbiamo considerare relativamente passiva la condizione d’Italia,
in tutti gli anni anteriori al 1870, nei quali le altre nazioni direttive posero le premesse e
dettero la prima potente avviata alla presente espansione e gara veramente mondiale».
13
Ivi, p. 52. Sul punto, G. GALASSO, Labriola e la storia generale d’Italia, in «Giornale
critico della filosofia italiana», 2005, 1, pp. 49 ss.
14
ID., L’Italia come problema storiografico, Torino, Utet, 1979, p. 166.
14 CAPITOLO PRIMO

mando in maniera epocale i tradizionali rapporti di forza dello scenario


internazionale, avrebbe richiesto nuove risposte a quell’interrogativo.
Risposte che comportavano il rischio di ridurre ulteriormente lo stretto
confine che da sempre, da quando storia è storia, separa le res gestae
dall’historia rerum. In questo modo, certamente, il «nazionalismo» di-
veniva il rischio della «storia nazionale»15. E fu rischio condiviso da
un’intera generazione di storici, che reputava quell’alea inevitabile, alla
stregua di un azzardo che il tempo e l’ora obbligavano ad affrontare.
Così almeno la pensava Gioacchino Volpe quando nel marzo 1923,
sulle pagine di «Gerarchia», forniva un obliquo elogio del paradigma
nazionale che dominava la storiografia francese. Se «bella», infatti, era
la «storia di Francia», in quanto «storia di un popolo che da secoli è,
senza interruzioni, presente e attivo nella vita del mondo», che ha «ra-
dici profonde e largamente ramificate», che possiede «tradizioni seco-
lari», «a cui il patriota francese risale, come, su per una strada di san-
tuari», quella stessa «bellezza» era possibile e anzi doveroso riscontrar-
la, certo con maggiori difficoltà e attraverso percorsi meno rettilinei,
nella storia d’Italia, che, fin dal suo passato remoto, non era stata estra-
nea «alla massa imponente di interessi, di istinti, di forze sociali incon-
sce, di volontà che nell’Europa ed altrove hanno, dal di dentro, solleci-
tato la vita dei popoli, per lo meno di certi popoli, aiutatili a ritrovare sé
stessi e a costituirsi politicamente»16. Un programma, questo, che non
era solo il meccanico riflesso della muscolosa politica estera del regime,
che proprio in quell’anno Volpe avrebbe appoggiato con molta convin-
zione a proposito dell’incidente di Corfù17, ma che rappresentava inve-
ce un obiettivo largamente condiviso dalle più diverse componenti del
mondo intellettuale italiano, fin dalla vigilia del grande conflitto, pur nel
rifiuto di fare alcuna concessione ad una possibile deriva etnicistica, dalla

15
Che la costruzione di una storia nazionale, in Italia, si sia, quasi di necessità, inter-
secata e a volte sovrapposta all’elaborazione del mito politico della Nazione lo dimostra
molto bene un libro importante come quello di E. GENTILE, La grande Italia. Il mito della
nazione nel XX secolo, Roma-Bari, Laterza, 2006.
16
G. VOLPE, Bella storia, la storia di Francia! Mentre si riprende a “dissipare gli equi-
voci”, in «Gerarchia», 25 marzo 1923, in ID., Guerra Dopoguerra Fascismo, Venezia, La
Nuova Italia, 1928, pp. 185 ss., in particolare pp. 187 e 188-189.
17
ID., A crisi superata. Constatazioni e previsioni, in «Gerarchia», ottobre 1923, ivi,
pp. 203 ss. Dopo la fine del conflitto, l’Italia appoggiava l’Albania nel contenzioso insor-
to con la Grecia a proposito di alcune questioni territoriali. Un ufficiale italiano, il gene-
rale Tellini, membro della commissione internazionale preposta alla delimitazione dei con-
fini tra i due paesi, veniva ucciso dai greci. In risposta all’eccidio, il 31 agosto 1923, Mus-
solini faceva bombardare Corfù dalla nostra flotta e ne disponeva l’occupazione. Su pres-
sione di Francia e Inghilterra, la Società delle Nazioni obbligava l’Italia a sgombrare l’isola,
in cambio delle scuse del governo di Atene e del versamento, a titolo di indennizzo, di 50
milioni di lire.
CANTIERI DI LAVORO 15

quale Giovanni Gentile aveva già messo in guardia con grande energia18.
Nell’immediato anteguerra, molteplici furono le iniziative in questo
senso, a partire dal progetto di Giovanni Prezzolini, che, tra 1913 e 1914
e più oltre, aveva cercato di impegnare Volpe, Antonio Anzilotti, Arrigo
Solmi nella direzione di una collana di venti monografie sulla storia d’Ita-
lia, opera di diversi autori, da pubblicare nelle edizioni della «Voce»19,
per attuare anche in quel settore gli obiettivi di modernizzazione cultu-
rale che la rivista si prefiggeva e che uno dei condirettori della futura
collezione aveva ampiamente teorizzato in un intervento del 1914, dove
il disegno di una storia nazionale aveva come necessario presupposto
l’abbandono del metodo positivo e la valorizzazione della filosofia idea-
listica anche nel campo degli studi storici, se veramente si era intenziona-
ti ad edificare «una storia italiana, una storia interiore, capace di mostrar-
ci il ritmo dello spirito nostro e della nostra civiltà nel tempo»20, invece di
persistere nella vecchia «retorica, che spesso aveva rispecchiato il sen-
timento politico del nostro Risorgimento e la passione di nazionalità»21.
L’impresa storiografica «vociana» sarebbe stata poi travolta dall’ini-
zio delle ostilità. Ma se la guerra aveva impedito lo svolgimento di quel
progetto, proprio la guerra ne avrebbe direttamente sviluppato altri,
mettendo in moto un circolo, ora virtuoso ora vizioso, tra ricerca del-
l’identità nazionale e analisi del nostro passato remoto e soprattutto
prossimo, nel quale Volpe avrebbe operato da protagonista. In questo
momento, lo storico aveva maturato sostanzialmente il suo divorzio dalle
strettoie della scuola economico-giuridica, attraverso un intenso lavo-
rio di elaborazione delle sue precedenti posizioni, che, se certo non aveva
atteso il momento della guerra per manifestarsi, come si è sostenuto

18
Si veda G. GENTILE, Nazione e nazionalismo, 2 marzo 1917, in ID., Guerra e fede.
Frammenti politici, Riccardo Ricciardi Editore, 1919, pp. 48 ss.
19
G. VOLPE, Prefazione a Toscana medievale. Massa Marittima Volterra Sarzana, Firenze,
Sansoni, 1964, p. XVIII: «Tra il ’13 e il ’14 io – io ed un amico – tratteggiammo il piano
di una Storia d’Italia in collaborazione: e avemmo consensi, sollecitazioni, offerte edito-
riali, come quella di Prezzolini, direttore della “Voce”, volto allora ad una attività di edi-
tore messa al servizio di un rinfrescamento della cultura. La guerra interruppe ogni lavo-
ro preparatorio». Si veda anche Pietro Silva a Giuseppe Prezzolini, 10 maggio 1914 e
Gioacchino Volpe a Giuseppe Prezzolini, Roma, 7 settembre 1964, Archivio Giuseppe
Prezzolini della Biblioteca Cantonale di Lugano, (AGP): «Mi fa piacere questo tenue filo
che, tramite il mio figliolo, si è di nuovo teso fra me e te, dopo quel certo collegamento
che vi fu tra il 1910 e il 1915, e poi di nuovo dopo la guerra, in vista di una Storia d’Italia
in vari volumi, da promuovere».
20
A. ANZILOTTI, Storia e storiografia d’Italia, in «La Voce», VI, 1914, 22, ora in ID.,
Movimenti e contrasti per l’unità italiana, a cura di A. Caracciolo, Milano, Giuffré, 1964,
pp. 353 ss.
21
ID., La storiografia realistica, in «La Voce», I, 1909, 25, ivi, pp. 333 ss., in parti-
colare p. 337.
16 CAPITOLO PRIMO

sulla base delle sue stesse indicazioni22, non si era neppure sviluppato
per semplice esaurimento, come mera partogenesi, e per graduale, quasi
insensibile distacco dalle posizioni degli antichi maestri e compagni di
strada: non solo Roberti, Romano, Tamassia, Caggese, Solmi, Arias, ma
anche Crivellucci, Salvemini, infine Luzzatto, Barbagallo e il gruppo di
«Nuova Rivista Storica»23. L’impulso al cambiamento, al contrario, era
stato in buona parte determinato dall’intensissimo commercio intellet-
tuale instaurato con Benedetto Croce fin dai primissimi anni del seco-
lo, come dimostrava ampiamente la lettera indirizzata al filosofo il 22
gennaio del 1916, nella quale, in un lungo excursus dedicato a France-
sco Novati (illustre filologo romanzo e preside dell’Accademia scienti-
fico-letteraria di Milano), la cui grande erudizione non era riuscita a
superare le angustie del metodo positivo, si manifestava la necessità di
non farsi rinchiudere in quello stesso circuito difettoso e di costruire,
piuttosto, un’indagine del passato nutrita di idee-guida e non solo di
accumulo documentario, per passare ormai dalla piccola storia dei pic-
coli municipi della Toscana medioevale alla grande storia dell’Italia
nazione.

Del resto, voi conoscete meglio di me le virtù e le deficienze del Novati: dello
studioso e dell’uomo. E mi duole che egli sia morto con la persuasione che io
sparlassi di lui, che io gli fossi stato ingrato ecc. ecc. Ogni volta che ho parlato
di lui, ho detto che avrei voluto possedere una metà della sua coltura. Talora
aggiungevo: peccato che egli non la sa o può sistemare in opere organiche. Era
un giudizio, non una malevolenza, da cui io rifuggo sempre. Era forse – dentro
di me – lo spunto di un’idea orgogliosa: che cioè io, forse, con quella vasta coltura
mi sarei sentito capace di far qualcosa di più. Perdonatemi questa confessione
che io fo a voi solo. Certo una volta avevo speranze ed ambizioni e fiducia gran-
de, ora un po’ meno, dopo che da alcuni anni la mia attività di studioso è come
impantanata, cioè si muove a rilento, con molta fatica e scarso frutto. Ma spero
di riprendermi ancora, appena avrò liquidato il mio recente passato. Sto finen-
do ora di stampare il 3° dei lavori sulle minori città toscane (il 1° su Massa è
uscito negli Studi storici, il 2° su Volterra è stampato e non pubblicato, il 3° su
Luni-Sarzana si sta finendo di stampare) scritti 4 o 5 anni fa, ma tali che hanno
seguitato a pesarmi sulle spalle fino ad ora. Voi conoscete forse il 1° – mi pare
di avervene mandato una copia – e vi farò conoscere anche il 2° e il 3° fra qual-

22
Si veda G. BELARDELLI, Il mito della “nuova Italia”. Gioacchino Volpe tra guerra e
fascismo, Roma, Edizioni Lavoro, 1988, pp. 197 ss. Questa ipotesi era stata accreditata da
Volpe, nella Prefazione a Momenti di storia Italiana, Firenze, Vallecchi, 1925, pp.VI-VII,
dove si sosteneva: «Nel caso mio e della generazione mia, è innegabile, come effetto della
guerra e della nuova temperie spirituale precedente la guerra stessa, un maggior apprez-
zamento di taluni valori nell’esame dei fatti storici (ad esempio, nazione invece di classe)».
23
E. ARTIFONI, Salvemini e il Medioevo. Storici italiani fra Otto e Novecento, Napoli,
Liguori, 1990, pp. 163 ss.
CANTIERI DI LAVORO 17

che settimana o mese. Credo siano – dato il genere – migliori; con alcuni capi-
toli forse belli. Ma io non so più, veramente, come giudicarli: forse perché vi ho
vissuto troppo dentro e mi ci sono stancato e tediato troppo. Sono quindi molto
curioso di vedere quale sia il vostro giudizio, che mi dite già scritto in uno dei
saggi sulla storiografia. Forse, prima che sia pubblicato, potrebbe avere gli altri
due volumi che possono o confermare o mutare qualche vostra impressione.
Del resto, si tratta di lavori a cui io tengo sicut et in quantum. Riconosco che, in
un certo senso, possono anche servir di modello a indagini monografiche di sto-
ria locale. È la piccola città vista nei suoi nessi con la più grande storia attorno.
E in Italia, non si può dire che la piccola storiografia di questo genere sia ad un
livello così alto da non potersi avvantaggiare da quei miei lavori. Tuttavia, non
hanno gran valore per quello che è la coltura storica di un paese; per quel che
sono idee direttive; impulsi a batter nuove vie ecc.24.

2. L’impatto degli eventi bellici conferirà maggior vigore a questo


cambiamento di rotta quando Volpe, richiamato alle armi nel dicembre
del 191625, dopo un periodo di intensa attività nel movimento interven-
tista, dispiegatasi soprattutto sulle colonne dell’organo dei Gruppi
nazionali-liberali, «L’Azione»26, veniva assegnato, nel mese di agosto del
1917, all’Ufficio Storiografico della Mobilitazione, creato a Roma nel-
l’aprile di quello stesso anno da Giovanni Borelli, che poi ne assunse la
direzione27. L’ente, secondo le ipotesi del suo ideatore, avrebbe dovuto
fornire «la letteratura scientifica e la storia documentale» dell’Italia
impegnata nella prova bellica, «di cui l’indagine e il pensiero sorgenti
dalla realtà, ricostruiranno per i testimoni e per i posteri la grande tra-
sformazione», assicurando in questo modo, «con la vittoria sul nemico,

24
Gioacchino Volpe a Benedetto Croce, Milano, 22 gennaio del 1916. La lettera è
conservata nell’Archivio Benedetto Croce, Fondazione «Biblioteca Benedetto Croce»,
Palazzo Filomarino in Napoli, (ABC). Il riferimento è al saggio di Croce, La storiografia
in Italia dai cominciamenti del secolo decimonono ai giorni nostri. XVII. La storiografia eco-
nomico-giuridica come derivazione del materialismo storico, dove si discutevano ampiamen-
te i lavori di Volpe e Salvemini. Croce aveva terminato di redigere, il 18 febbraio 1915,
questo contributo, che apparirà molto più tardi su «La Critica», XVIII, 1920, pp. 321 ss.,
e che poi entrerà a far parte di ID., Storia della storiografia italiana nel secolo decimonono,
cit., II, capitolo XVIII, pp. 143 ss. La prima edizione dell’opera è del 1921. Il volume era
composto a partire da una serie di saggi pubblicati su «La Critica», tra 1915 e 1920, nelle
annate XIII-XVIII.
25
G. VOLPE, Prefazione a Toscana Medievale, cit., p. XVIII.
26
Sul punto, il mio, Gioacchino Volpe tra la pace e la guerra, 1914-1915, in «Clio», 2005,
2, pp. 229 ss. Su quella rivista, ora, compiutamente, C. PAPA, Intellettuali in guerra. “L’Azio-
ne”, 1914-1916, Milano, Franco Angeli, 2006.
27
Si veda M.U. MIOZZI, La mobilitazione industriale italiana, 1915-1918, Roma, La Go-
liardica, 1980; B. BRACCO, Memoria e identità dell’Italia della grande guerra. L’Ufficio sto-
riografico della mobilitazione, 1916-1926, Milano, Unicopli, 2002. Su Giovanni Borelli, la
voce di A. RIOSA, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell’Enciclopedia
Italiana, 1972, XII, pp. 541 ss.
18 CAPITOLO PRIMO

la vittoria riepilogatrice e costruttiva dentro di noi, il raggiungimento,


dalla potenza all’atto, dell’unità reale ed ideale nella razza e nella nazio-
ne»28. L’Ufficio era potuto sorgere grazie soprattutto alla protezione del
generale Dallolio, sottosegretario al Ministero delle Armi e Munizio-
ni29, il quale aveva avuto ragione di innumerevoli difficoltà di ordine
politico e amministrativo che avevano ostacolato l’iniziativa di Borelli30.
In questa sede, la Serie o Sezione statistico-economica e tecnica, coor-
dinate rispettivamente da Corrado Gini e Giuseppe Belluzzo, e quella
sociale-politica-giuridica, diretta da Prezzolini insieme a Enrico Reden-
ti31, impegnavano il fiore dell’intellettualità italiana, al fine di redigere
una storia politica, sociale e materiale del conflitto in corso.
La presa di servizio di Volpe datava dalla fine di settembre, come
risulta dalla lettera di Giovanni Borelli del 27 di quel mese. La corri-
spondenza anticipava alcuni dei problemi (difficoltà di rapporti con le
autorità ministeriali, con università e istituti di cultura; conflitti di com-
petenza tra diverse Sezioni e all’interno della stessa Sezione), che avreb-
bero afflitto lo Storiografico per tutta la sua durata, ma prospettava
anche la possibilità di compiere un’analisi di tipo assolutamente nuovo
della realtà italiana, a metà tra instant history e analisi sociologica, nella
quale l’elaborazione teorica si sarebbe sempre dovuta intrecciare stret-
tamente con la ricerca sul campo.

Hai inteso perfettamente, caro Volpe. Occorre rielaborare, concretare, fis-


sare la nuova terza serie, e subito. Ti ho detto nella cartolina che domenica ti
attendo qui. Allo Storiografico troverai aria e modo di vivere, con l’intelligenza
e la passione necessarie, la guerra. Anche muovendoti dentro di essa. I ritardi,
le tristi mie disavventure quotidiane sono inezie di fronte ai possibili risultati;
e la volontà avrà ragione del maltalento e del malcostume burocratico. Me ne
fanno di tutti i colori. Pazienza pur di andare avanti. Vedrai che lo spirito, e una

28
G. BORELLI, Piano generale del “Corpus” della Mobilitazione e dell’ordinamento del-
l’Ufficio Storiografico, Roma, marzo 1917, pp. 4-5, ACS, Pres. Consiglio, Prima guerra
mondiale, b. 19. 4. 4, fasc. 131.
29
Su di lui, si veda la voce di M. BARSALI, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma,
Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1970, XXIII, pp. 128 ss. Su Dallolio e lo Storiografi-
co, dati interessanti in E. MORELLI, La prima guerra mondiale nelle carte Alfredo Dallolio,
in «Rivista Storica del Risorgimento», 1976, 2, pp. 235 ss.
30
G. PREZZOLINI, Diario, 1900-1941, Milano, Rusconi, 1978, p. 260, alla data del 27
aprile 1917: «Dopo varie settimane di agitazioni e minacce di dimissioni, Borelli ha vinto
la partita. Il ministro lo accredita presso il Comando Supremo e Boselli, ed annunzia uf-
ficialmente l’istituzione dello Storiografico. Lo Stato Maggiore ostile non l’ha spuntata.
La Società del Risorgimento non l’ha spuntata. L’Università non l’ha spuntata».
31
Gini era docente di Statistica all’Università di Padova, Redenti, di Procedura civile
nell’Ateneo bolognese. Belluzzo era direttore della Scuola Motori, presso il Regio Istitu-
to tecnico-superiore di Milano, dove insegnava Meccanica.
CANTIERI DI LAVORO 19

grandiosa parte del piano generale rimarranno nella nuova elaborazione. Oc-
corre soltanto che ve ne persuadiate voi. Comincia tu dal chiedere al Belluzzo
che cosa mai gli salta in mente: mi scrive rinunziando, perché il Ministro della
Guerra ha ceduto l’organo al Dallolio limitandoglielo. Ma che c’entra la serie
tecnica nella limitazione non riesco a vedere: ché anzi del piano rielaborato la
tecnica acquista un posto protagonistico e di rilievo luminoso. Gli scrivo: ma
fagli capire che se gli ostacoli mi vengono aumentati proprio dagli uomini di
cultura, niuna meraviglia che il generoso e tenace mio volere anch’esso una bella
mattina pianti in asso gente e paese cui non si confanno le migliori iniziative.
Trascinalo con te qui; in un giorno avremo combinato e veramente fermato tutto.
Poi apriremo l’Ufficio a Milano, senza un’ora di indugio32.

Volpe arrivava tardi nella Sezione sociale-politica, anche per sue ti-
tubanze personali ad abbandonare Milano, cui si accennava nella cor-
rispondenza. Tardi e sicuramente dopo che Prezzolini aveva pensato di
collocare al suo posto Giovanni Amendola33, e di impegnare nell’orga-
nizzazione dei lavori Ardengo Soffici con la lettera del 10 maggio 1917.

Ti prego di prendere in esame la proposta che ti faccio, riflettendoci su. Non


posso ancora garantirti che da proposta amichevole divenga ufficiale. Ma d’al-
tra parte non potrebbe mai diventare ufficiale se prima non fosse amichevole e
il tuo consenso sicuro. Si tratta di questo. Fra le monografie che più mi danno
pensiero, nella mia sezione, di cui ti accludo un piano provvisorio e schemati-
co, ce n’è una: l’anima del soldato. E mi dà pensiero perché per essa occorre
uno scrittore, dico un uomo che sappia vedere e far vedere, sentire lui e far sentire
agli altri, abbia umanità profonda e senso della nostra razza. Ti domando: ti
sentiresti tu di scrivere questo lavoro? Si tratta di un’opera che deve escire sotto
l’egida dello Stato. È un’opera storica e quindi di verità. Ma si capisce bene che
il momento in cui escirà (un paio d’anni dopo la pace) non sarà tale da permet-
tere questa completa libertà nei particolari che sarà possibile, per esempio, fra
cento anni. Capisci? Sottolineo nei particolari perché nelle linee generali e nei
suoi fatti costitutivi anche ora la storia deve essere rispettata. Occorrerà soltan-
to un certo tatto, qualche misura negli apprezzamenti. Ma tu queste limitazioni
sei in grado di sentirle mi pare e non avresti difficoltà ad aderire, se mai, ai miei
consigli. Che bel libro potresti fare! Il materiale te lo forniremo noi e penso che
otterrei per te larga libertà di lavoro anche ora facendoti girare un poco il fron-
te. Tu dovresti leggere molte relazioni di ufficiali, impossessarti di dati magari
statistici che ti preparerebbe il nostro ufficio, e su quelle, con l’intuito che hai,
con la ricca tua umanità, costruire un bel libro che accompagnasse il soldato da

32
Giovanni Borelli a Gioacchino Volpe, 27 settembre 1917, in Archivio Centrale del-
lo Stato, Ministero Armi e Munizioni. Sottosegretariato per le Armi e Munizioni. Ufficio
Storiografico per la Mobilitazione Industriale, (d’ora in poi, USMI), busta 10, fascicolo
«Volpe».
33
Amendola aveva partecipato alla riunione preparatoria dei lavori dello Storiografi-
co del 29 gennaio, come risulta dal verbale della riunione, in USMI, busta 1.
20 CAPITOLO PRIMO

casa sua al deposito, di lì al fronte, poi negli ospedali o in prigionia ecc. Rispon-
dimi e non dir nulla a nessuno34.

Il tentativo non avrebbe avuto esito. Soffici, dopo aver espresso un


elogio non formale del progetto di lavoro, aggiungeva un categorico
rifiuto, per ogni ipotesi di collaborazione. Diniego fondato soprattutto
sul timore di dover collaborare ad un’opera che correva il rischio di
configurarsi come paludata ed encomiastica storiografia di Stato, tutta
diversa da quella impietosa cronaca di trincea che Soffici andava com-
ponendo35, incapace, quindi, di corrispondere al dramma della nazione
in guerra.

Trovai interessantissimo l’insieme del progetto e credo che potrà essere


un’opera, una volta compiuta, di grandissima utilità ed importanza. È quanto
dirti che anche io sarei felice di lavorarci e che presi in molta considerazione la
tua proposta. Tanto più che essa coincideva con un’ombra di progetto che mi
va girando in testa da un pezzo di uno scritto sull’Italia o sul popolo italiano,
così mal capiti l’una e l’altro non solo dagli stranieri, ma dagli stessi nostri com-
patriotti – e dai migliori. Tuttavia davanti alla proposta precisa mi son doman-
dato: è un lavoro, quello che mi si propose, che io possa fare, come sarebbe
necessario fare? Sono rimasto molto nell’incertezza, fra il desiderio di accon-
tentarti, di approfittare dell’occasione, e il sentimento di che un mio scritto non
potrà mai rispondere allo scopo che vi proponete voialtri. Mi dispiace di con-
statarlo, ma è così. Il grande, l’insormontabile inconveniente è che la pubblica-
zione debba essere fatta, sotto l’egida dello stato. Lo stato è qualche cosa che
contraddice alla profonda verità delle cose, che non si adatta con la sincerità,
che non può, né deve, ammettere una visione originale, sebbene l’originalità di
ogni modo di concepire le cose sia in ultima analisi, ciò che costituisce la bontà
del modo stesso. Insomma è certo che le ragioni per le quali io posso trovare
grande e nobile il nostro popolo non sono quelle che lo stato può trovar buono
di render note. Credo anzi che sia il contrario36.

Erano perplessità che la realtà avrebbe esattamente verificato. So-


prattutto la Sezione sociale-politica era esposta al rischio di essere pa-
ralizzata, per quello che riguardava l’approfondimento di alcuni temi,
dal veto incrociato di interdetti censori, che sempre più si infittivano

Giuseppe Prezzolini ad Ardengo Soffici, 10 maggio 1917, in G. PREZZOLINI-A. SOF-


34

FICI,Carteggio. I. 1907-1918, a cura di M. Richter, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura,


1977, pp. 284-285.
35
A. SOFFICI, Kobilek. Giornale di battaglia, Firenze, Vallecchi, 1919.
36
Ardengo Soffici a Giuseppe Prezzolini, 16 maggio 1917, in A. SOFFICI, Lettere a
Prezzolini, 1908-1920, a cura di A. Mannetti Piccinni, Firenze, Vallecchi, 1988, p. 117.
Prezzolini tornava ad insistere sulla proposta con una lettera del 30 maggio, in G. PREZ-
ZOLINI-A. SOFFICI, Carteggio. I, cit., p. 286.
CANTIERI DI LAVORO 21

dopo il primo anno di ostilità37, e dalla naturale ritrosia delle superiori


autorità, dettata da un tradizionalismo e da un perbenismo, ormai ve-
ramente incompatibili con la brusca accelerazione modernizzatrice che
il conflitto aveva imposto al paese, disgregando e riaggregando su basi
nuove il vecchio tessuto sociale. Su questo nodo, precisamente, si diva-
ricavano, fino al punto di rottura, gli intendimenti degli intellettuali in
grigioverde e quelli degli ambienti politici e militari, come testimoniava
ad abundantiam questa lettera di Prezzolini a Borelli.

Il lavoro su “La donna mobilitata”. Parte prima: “La salariata” fu da me


concepito nelle sue relazioni con la vita sociale, etica, politica del paese, perché
la Sezione che ho l’onore di dirigere fu appunto così concepita e chiamasi “Se-
zione sociale-politica”. Non comprendo come tale lavoro possa far dubitare, in
qualunque modo, della legittimità e della necessità della nostra guerra. Questo
è anzi il fondamento di tutta la nostra inchiesta. Si tratta di tracciare un quadro
rapido di tutto quello che la donna ha fatto per la guerra e per la vittoria. E
prima di tutto, perché di più facile studio, la donna salariata, negli stabilimenti
ausiliari, negli uffici, nei pubblici servizi. Il presentare alcuni inconvenienti che
possono essere nati dalla mobilitazione della donna, mostrando insieme con
quanta spontaneità il sano corpo sociale italiano cerchi di porvi rimedio, non è
un dubitare della guerra. Ma è un collaborare ad un’opera nazionale, già inizia-
ta, di risanamento. Quanto poi all’obiezione che non tutta la famiglia sia rap-
presentata da quella operaia, volentieri dedicherei a quella contadina, magari
in alcune province tipo, un supplemento di inchiesta, per il quale avrei già pronto
apposito questionario e scelti collaboratori, in numero non soverchio che mi
riservo di indicare. Ma il lavoro limitato alla “donna mobilitata nell’industria”,
senza referenze sociali ed etiche, non può rientrare nel campo della mia Sezio-
ne. Esso fa bensì parte di quello della Sezione statistico-economica ed è già
oggetto di una inchiesta del prof. Dettori. Scientificamente non posso accettare
limitazioni dettate da ragioni estranee alla ricerca propostami, mentre ricono-
sco il diritto alle competenti autorità di definire i limiti, per ragioni politiche, di
quello che dovrà, a suo tempo, essere reso pubblico. La cosa è ben diversa e di
ciò non mi sembra tenga conto la Sua risposta. Militarmente, posso fare “La
donna mobilitata nell’industria” oggetto di una relazione. In tal caso, domando
ordine preciso per scritto, contenente istruzioni sui problemi ai quali debbo
rispondere (e che non vedo nella Sua risposta), sul numero e sulle località degli
stabilimenti ausiliari da visitare38.

Lo stesso Volpe non si nascondeva né il peso di questi intralci ammi-


nistrativi né i rischi e le difficoltà dell’impresa per quello che riguarda-

37
Si veda P. MELOGRANI, Storia politica della Grande Guerra, 1915-1918, Milano, Mon-
dadori, 19982, pp. 55 ss.
38
Giuseppe Prezzolini a Giovanni Borelli, 12 settembre 1917, USMI, busta 17, fasci-
colo 2.
22 CAPITOLO PRIMO

va le possibilità di una fattiva collaborazione tra intellettuali di diversa


matrice ideologica.

Il nostro lavoro è, per ora, poco conclusivo. Lo Storiografico non ha ancora


basi. Solo Dallolio lo approva senza riserve, ma non egualmente il nuovo Mini-
stro della Guerra. E i miei colleghi, alcuni che stanno benissimo a Roma, son
disposti a mettersi a lavorare anche senza la certezza di andare in fondo; altri
invece vogliono prima la garanzia che l’istituzione sorgerà. Tuttavia ora stiamo
cercando noi di accordarci e dividerci i compiti. E speriamo che non vi sia di-
scordia. Domani sarà giornata decisiva, perché dovremo tirar i confini io e
Prezzolini; e Prezzolini dovrà rientrare nei limiti più ristretti di quelli che egli
si era tracciato da sé, dovrà rinunciare a qualche tema a cui tiene molto. Io non
avevo nessuna prevenzione sul conto suo; ma iersera, tornando a casa dopo cena,
egli mi fece tali discorsi e mi rivelò una tale concezione della guerra che non mi
par possibile di lasciare a lui la trattazione di alcuni argomenti39.

Erano discrasie e idiosincrasie reciproche, che trovavano perfetta


corrispondenza nel diario di Prezzolini40, uomo di ben diverso naziona-
lismo di quello di Volpe41, e maggiormente aperto al dialogo con i grup-
pi dell’interventismo democratico con i quali lo storico intensificava,
invece, proprio in questo momento, una già accesa polemica. I rapporti
tra i due, che avevano già registrato una frizione nel 1913, quando «La
Voce» si era impegnata a pubblicare alcune opere di Volpe, venendo
poi meno alla promessa42, si irrigidivano al punto da provocare un in-
tervento mediatore dello stesso Borelli, il 4 dicembre 1917, che invitava
i due collaboratori a ritrovare una concordia d’intenti indispensabile al
proseguimento del comune lavoro.

39
Gioacchino Volpe alla moglie, Elisa Serpieri Volpe, 31 settembre 1917. Questo e
altri documenti, che mi sono stati messi a disposizione dal compianto Vittorio Volpe, sa-
ranno, d’ora in poi, indicati come Carte Volpe (CV).
40
G. PREZZOLINI, Diario, cit., p. 275, alla data del 3 dicembre 1917: «Volpe trova osta-
coli a concluder qualunque cosa nella sua estrema finezza che lo fa dubitare di tutto e di
tutti. Sembra aver la testa sempre qualche centimetro sopra la realtà. Gli passano inosser-
vate cose che dovrebbero fermarlo, e vuol mettere insieme cose che fanno a pugni. È una
mente storica straordinaria, ma come uomo pratico difficile da sopportare».
41
E. GENTILE, “La Voce” e l’Italia giolittiana, Milano, Pan, 1972, pp. 87 ss.
42
Gioacchino Volpe a Giuseppe Prezzolini, 9 ottobre 1921, AGP: «Ah quella Voce!
Ah quel Baldasserani! Se fossero stati degli estranei o dei nemici non mi avrebbero trat-
tato così male, così dispettosamente, come hanno fatto. Sai che da due anni hanno acqui-
stato dalla R. Deputazione di Storia patria di Toscana due miei volumi di ricerche, già stam-
pati dal 1913 e mai pubblicati per la guerra che sopraggiunse, e non hanno voluto met-
terli fuori? Fra Deputazione e Voce mi han fatto mangiare bile in quantità! Ora, se den-
tro il mese non si decideranno, io ricorrerò a rimedi estremi». I due volumi uscivano per
le edizioni della «Voce», nel 1923: Volterra; Lunigiana medioevale. (Storia di Vescovi-Si-
gnori, d’istituti Comunali, di rapporti Stato-Chiesa nelle città italiane nei secoli XI-XV).
CANTIERI DI LAVORO 23

Prendo atto, caro Prezzolini, della sua comunicazione sopra l’accordo da


Lei stabilito con il prof. Volpe per la singola orbita di lavoro e di competenza.
Superfluo ripeterle che è mia viva e maggiore speranza vedere fondato l’accor-
do tra i membri dello Storiografico meglio che sui limiti di competenza forma-
le, sopra uno spirito comune di fervore e d’amore all’opera insigne43.

Alla data di questo messaggio, Volpe, sicuramente appoggiato da


Borelli, a cui lo legava la comune militanza nei Gruppi nazionali-libe-
rali, aveva comunque avuto partita vinta per quello che riguardava l’es-
senziale delle sue richieste, che erano state largamente accettate da
Prezzolini con la lettera del 3 dicembre.

In seguito ai nostri colloqui di questi giorni passati, resta così fissata la divi-
sione del lavoro nella nostra Sezione. Grossamente parlando io mi occuperò
degli argomenti sociali e tu di quelli politici. In particolare restano sotto la mia
direzione, dell’elenco da me stabilito nella relazione del 1 maggio 1917, i se-
guenti temi: le classi sociali. La mobilitazione femminile. I ragazzi e la guerra.
Il folklore. L’assistenza civile. Le associazioni di turismo e di sport. La Nazione
in armi con i seguenti sottotemi: come il paese ha risposto alla mobilitazione.
La propaganda fra i soldati. L’anima del soldato. Lettere di soldati. La vita ses-
suale. Prigionieri in Austria. Passano invece al tuo gruppo: il Papato e la sua
politica. Il clero italiano. I partiti. Il parlamento. La neutralità. Il governo. Lo
spionaggio. La censura. Le colonie. L’emigrazione. La politica estera. Gli irre-
denti. Il conflitto ideale. Rimane altresì inteso che il prof. Buonaiuti, chiamato
da me, passerà alle tue dipendenze. Però egli mi coadiuverà per la Bibliografia
facendo lo spoglio di riviste e quotidiani cattolici. Gli impegni presi da me con
il prof. Granello (Trentini) e con il Ferrari (Partito repubblicano) saranno sciolti
di comune accordo. L’inchiesta della mobilitazione militare sarà anche compiuta
di comune accordo, e cioè io accetterò tutti gli elementi che tu mi potrai indicare,
quali ufficiali informatori nei depositi, e introdurrò nei questionari e nelle norme
quelle domande e quelle istruzioni che ti parranno necessarie per il tuo lavoro.
Però il tema resterà al mio gruppo e sarà trattato da un collaboratore mio44.

Timori di perdita d’indipendenza, presenti anche in altri collabora-


tori, rivalità personali e più profonde dissonanze non avrebbero impe-

43
Giovanni Prezzolini a Gioacchino Volpe, 4 dicembre 1917, USMI, busta 10, fasci-
colo «Prezzolini».
44
Giovanni Prezzolini a Gioacchino Volpe, 3 dicembre 1917, ivi, busta 17, fascicolo
1. Copia di questa comunicazione è anche in CV. Sul punto, si veda anche Gioacchino
Volpe a Giuseppe Prezzolini, 24 ottobre 1917, AGP: «Siamo, presso a poco, sempre allo
stesso punto. Io avevo preparato un piccolo schema di lavoro, che il nostro Borelli avreb-
be dovuto presentare o notificare al Ministro, con alcuni quesiti a cui questi avrebbe do-
vuto rispondere. Ma ieri e oggi non mi è stato possibile veder Borelli. Forse è in giro per
il questionario degli statistici, che incontra qualche difficoltà? I giorni scorsi sono un po’
andato anche io con lui e mi son convinto che questo lavoro di approccio è necessario.
Spero vederlo riapparire prossimamente e concordare con lui il da fare».
24 CAPITOLO PRIMO

dito alla fine il lavoro comune in quel «laboratorio della memoria», il


cui principale traguardo era quello di valorizzare il conflitto in corso
come atto fondativo della nazione, in tutte le sue componenti sociali,
politiche, culturali, confessionali, sessuali, generazionali, secondo un
ampio sommario inviato da Prezzolini a Benedetto Croce già alla fine
del febbraio 1917.

Si è costituito qui un Ufficio storiografico della mobilitazione, con lo scopo


di preparare il materiale per una Storia della nostra mobilitazione in quanto
questa non sarà soltanto sforzo di uomini e di industrie ma anche responsabi-
lità di partiti, cooperazione di classi, collaborazione di organismi sociali, previ-
denza legislativa di governi. Di questa idea, merito di Giovanni Borelli, le avrei
scritto prima se il Borelli non mi avesse promesso di venire con me da lei a
parlarne; tanto più che sapeva che lei desiderava appunto ciò. Ma vedo che il
Borelli tarda a tornare ed in attesa del colloquio le scrivo per domandarle con-
siglio. Le accludo lo schema degli argomenti che vorrei fossero trattati nella
sezione sociale-politica a me affidata, e le chiedo di indicarmi lacune che ci veda
e di suggerirmi nomi di possibili collaboratori, i quali devon essere tutti sogget-
ti al vincolo militare. Un piccolo gruppo sarà qui a organizzare; uno stuolo nelle
fila dell’esercito, sul fronte, nelle fabbriche, nei depositi dovrà investigare, cer-
care, rispondere alle nostre inchieste45.

L’attività di quella sezione dello Storiografico, che poi avrebbe pre-


visto la partecipazione di Achille Bertarelli, Francesco Baldasseroni,
Antonio Anzilotti, Giuseppe Stefanini, Giorgio Falco, Enrico Finzi,
Roberto Michels, si articolava secondo questo schema complesso e per
molti aspetti assolutamente innovativo:

I. Il Popolo italiano.
1. Le classi:
a) I contadini.
b) Gli operai.
c) La gente di mare.
d) La piccola borghesia.
e) I grossi capitalisti (mobiliari, immobiliari).
f) Burocrazia.
g) Aristocrazia.
2. Le regioni.
3. Le popolazioni di confine prima e durante la guerra.
4. Gli irredenti in Italia prima e durante la guerra:
a) Trentini.

Giuseppe Prezzolini a Benedetto Croce, 16 febbraio 1917, in B. CROCE-G. PREZZO-


45

LINI,Carteggio. II. 1911-1945, a cura di E. Giammattei, Roma, Edizioni di Storia e Lette-


ratura, 1990, pp. 455-456.
CANTIERI DI LAVORO 25

b) Adriatici.
5. La donna: la sua mobilitazione, la sua nuova condizione nella famiglia.
6. I ragazzi e la guerra.
7. Le organizzazioni religiose:
a) Cattolica: le direttive del Papato e il clero. L’azione dei Vescovi. L’azione delle
minori autorità ecclesiastiche nelle città e nelle campagne. Il Vescovo castrense
e i cappellani militari. I preti soldati.
b) Israelita.
c) Protestante.
d) Massonica.
II. I Partiti.
1. Monarchici, Interventisti (compresi i Radicali), Nazionalisti.
2. Neutralisti.
3. Repubblicani.
4. Cattolici.
5. Socialisti e Anarchici.
III. Preparazione ed Assistenza.
1. L’Italia dall’agosto del 1914 al maggio del 1915: come e perché siamo arrivati
alla guerra.
2. Azione del Parlamento prima e durante la guerra.
3. Assistenza morale e pratica: delle Prefetture, dei Comuni, dei Comitati, delle
Associazioni, distribuzione dei sussidi e dei soccorsi, Case del soldato, Uffici
pacchi, lana, corrispondenza. Ricreatori. Rifugi. Posti di ristoro nelle Stazioni.
L’Opera dello “Scaldarancio”. Iniziative varie.
IV. La disciplina del Paese.
1. La disciplina dei consumi e dei risparmi.
2. La disciplina del lavoro.
3. La disciplina dell’esercito.
4. Lo sport e la guerra.
5. Movimenti popolari.
V. La difesa dello Stato.
1. Spionaggio. Internati. Profughi dei paesi occupati o sgomberati. Polizia.
2. Gli stranieri in Italia prima e durante la guerra.
3. I prigionieri e i disertori austriaci.
4. La censura.
VI. La Nazione in armi.
1. Mobilitazione militare:
a) Come il paese ha risposto alla mobilitazione (i volontari, gli intellettuali, gli
emigrati, gl’imboscati, i renitenti, i disertori, i simulatori di malattie).
b) Come il Governo è riuscito a mobilitare le competenze tecniche e le energie
individuali.
2. La propaganda tra i soldati: Circolari del Comando Supremo, del Governo,
dei Corpi d’Armata, ecc. Conferenze degli Ufficiali ecc.
3. L’anima del soldato: la recluta. Nei Depositi. In zona d’Operazioni. A ripo-
so. In licenza. Negli Ospedali (feriti, ammalati). Il ritorno al fronte dopo la de-
genza negli Ospedali. Il prigioniero.
4. Raccolta di lettere dei soldati.
5. Vita sessuale del soldato: Come sopporta l’astinenza. I postriboli in zona di
26 CAPITOLO PRIMO

guerra. La prostituzione libera. Le malattie veneree.


VII. Le Colonie e la guerra.
1. Le Colonie di dominio diretto.
2. I centri di emigrazione permanente.
3. I centri di emigrazione temporanea.
VIII. L’Italia e le altre Potenze.
1. L’Italia nell’opinione pubblica delle Potenze ora alleate.
2. L’Italia nell’opinione pubblica delle Potenze ora nemiche, nel periodo della
neutralità.
3. L’Italia nell’opinione pubblica delle Potenze neutrali.
4. Il Papato e l’Italia. La Questione Romana, ecc.
IX. La coltura.
1. La coltura e le idee del paese:
a) La scuola.
b) Il libro.
c) Riviste e giornali.
d) Il dibattito ideale.
2. Folklore di guerra (con raccolta di materiale):
a) Letteratura popolare (canzoni, leggende, gerghi, ecc.).
b) Superstizioni.
X. Bibliografia della Guerra.
1. Pubblicazioni ufficiali italiane.
2. Pubblicazioni ufficiali dei nostri alleati.
3. Pubblicazioni ufficiali dei nostri nemici.
4. Pubblicazioni ufficiali dei neutri.
5. Pubblicazioni di coltura superiore.
6. Pubblicazioni popolari.
7. Iconografie, cartoline satiriche, stampe, musiche, canzonette46.

Erano argomenti che Volpe avrebbe fatti propri e ripresi sistemati-


camente nel grande ciclo dedicato alla «storia civile, interna del popolo
italiano durante la guerra»47, e nella sintesi di storia nazionale (dall’età
di mezzo a quella contemporanea), la cui genesi deve essere datata al
periodo bellico, precisamente a ridosso dei lavori dello Storiografico.

Naturalmente L’Italia in cammino sta viceversa fermissima, quasi inchiodata


in terra. E ci rimarrà chi sa quanto, non ostante la voglia di spingerla avanti! Ci
terrei molto in verità. E se c’è poi un momento buono per mettere al mondo un
libro così, il momento è questo. Ora che tu, come mi scrivi, non hai più ambi-
zione per i miei lavori, ce l’ho io, guarda un po’! Essa rimane come sempre in

46
Ufficio Storiografico della Mobilitazione. Sezione sociale-politica. Programma, USMI,
busta 17, fascicolo 2.
47
Gioacchino Volpe a Giovanni Gentile, Roma, 3 giugno 1943, Archivio della Fon-
dazione Giovanni Gentile (AFG). Su Volpe storico del primo conflitto, C. GHISALBERTI,
Gioacchino Volpe e la Grande Guerra, in «Clio», 2000, 2, pp. 201 ss.
CANTIERI DI LAVORO 27

me, quando sono nel periodo conclusivo di qualche cosa... Mi dispiace solo di
non poter dedicare a te il mio volume... quando si stamperà. E ho paura che
neanche lo dedicherò a Nanni, salvo qualche dedica sottaciuta o sottointesa.
Un libro così al giorno che corre bisogna consacrarlo ai combattenti, ai vivi ed ai
morti. Essi ne sono la materia ideale, da essi mi è venuta l’ispirazione al lavoro48.

Il 30 aprile, anche Volpe, come già precedentemente Prezzolini, rie-


pilogava a Benedetto Croce il piano di lavoro dello Storiografico in una
lunga corrispondenza, che costituiva, al tempo stesso, un’agenda del
proprio futuro impegno di ricerca, che ora traeva il suo principio ispi-
ratore dall’esperienza della nazione in armi. Da quella lettera balzava-
no già ben formate in idea molte delle future opere di Volpe (e nuova-
mente la sintesi di una storia italiana degli ultimi mille anni), ma anche
i progetti per un’analisi del passato, frutto della collaborazione di stu-
diosi diversi, di diversa competenza disciplinare e di diverso tempera-
mento ideale, che si svilupperanno compiutamente negli anni ’20 e negli
anni ’30, in un’ottica di apertura europea tanto più autentica quanto
più radicata in un contesto nazionale e quanto più lontana avrebbe
saputo mantenersi, occorre dirlo, dai fremiti nazionalistici, sciovinisti-
ci, imperialistici del loro ideatore.

Sapete dell’Ufficio Storiografico e di quello che si propone, se non sarà tra-


volto da un qualche colpo di vento, ora che ha le radici ancora a fior di terra.
Ricordo anzi qualche vostro dubbio e qualche parola non certo incoraggiante.
Dubbi ne ho avuti e ne ho anche io, di vario genere, riguardanti l’esecuzione e
l’ideazione. Ma penso che tutto, in fondo, dipenderà dal trovare un manipolo
di studiosi seri, un po’ affiatati spiritualmente, persuasi dell’utilità di conoscere
e far conoscere bene, studiando la guerra e i precedenti ed i connessi e annessi
suoi, l’Italia moderna, la quale, appunto in questo sforzo di guerra, si rivela in
ogni sua parte, mette allo scoperto ciò che era nascosto, ci presenta vivo e fram-
mentario ciò che noi sapevamo per sentito dire o per intuizione approssimati-
va, ci permette di intender meglio tutta la storia d’Italia del XX secolo. Se que-
sto manipolo di studiosi si troverà, se da ognuno di essi uscirà fuori uno studio
coscienzioso sopra taluni aspetti dell’Italia contemporanea (poiché nella guer-
ra italiana c’è tutta l’Italia), noi non diremo di aver la storia della guerra, che
deve essere opera unitariamente concepita e scritta, ma avremo dei saggi stori-
ci: e non saranno inutili per la coltura e la educazione nazionale nostra e per
una miglior conoscenza dell’Italia fra gli stranieri.
Non vi dirò qui tutto il piano del lavoro, come io lo concepirei. Vedo uno
studio su Italia e Francia nell’ultimo cinquantennio (rapporti politici, rapporti
di coltura, francofilia italiana, legami di partito, nostra accettazione di ideolo-
gie francesi, ecc., ecc.); altri di egual numero, su Germania e Italia, Inghilterra

48
Gioacchino Volpe a Elisa Serpieri Volpe, 31 agosto 1918, CV. «Nanni» è il diminu-
tivo del figlio dello storico, Giovanni.
28 CAPITOLO PRIMO

e Italia; su I problemi balcanici e adriatici dell’Italia nell’ultimo cinquantennio;


su la Formazione e sviluppo della coscienza nazionale italiana nei paesi politica-
mente non italiani; su Il papato, la chiesa e il clero italiano di fronte alla guerra
italiana; su La guerra e le maestranze operaie; su L’opinione pubblica dei paesi
amici, neutrali, nemici su l’Italia durante la guerra; su Gli Italiani all’estero (gli
emigranti) e la guerra nostra, ecc. ecc. E poi una ricostruzione degli avvenimen-
ti ottobre-novembre 1917 (non come storia militare ma come crisi italiana,
dell’esercito e del paese, come reazione dell’opinione italiana ecc.), una serie di
profili o medaglioni degli uomini che meglio hanno rappresentato in questi tre
anni l’Italia in guerra, che meglio hanno operato, che meglio incarnavano certe
capacità nuove o riaffiorate ora del nostro popolo. Nessuno si illude di poter
dar giudizio storicamente esatto in ogni sua parte su questi avvenimenti che ora
ai nostri occhi si presentano più o meno grandi o più piccoli di quello che non
sono in realtà, di quello, cioè, che non si presenteranno di qui a 10 o 20 o 50
anni, a svolgimento compiuto o avanzato. Ma intanto si raccoglieranno e si siste-
meranno materiali storici (per quel tanto che le due operazioni del raccogliere e
dell’elaborare sono distinte e possono farsi da distinte persone) e si darà una prima
valutazione dei fatti: la quale per un verso sarà più imperfetta di quella che sarà
data fra 50 anni, ma per un altro avrà certe condizioni di superiorità...
A voi ora chiedo qualche consiglio su le persone. Chi vi sembra che possa
essere capace (e più disposto ad accettare) di studiare ad es. Italia e Germania?
Si tratta, come dicevo, di veder dentro i fatti della politica, dell’economia, della
coltura; si tratta di veder chiaro e giudicar serenamente su fatti che in questi
ultimi tre anni sono stati maledettamente strapazzati da gente d’ogni natura,
non esclusi i professori universitari, tutti cascati dalle nuvole, tutti accortisi ad
un tratto che “quella Germania che essi reputavano maestra ecc., ecc...”, tutti
affrettatisi a battersi il petto davanti all’opinione pubblica anglo-latina. Egual-
mente Italia e Francia ecc. Penso anche fra me a chi potrebbe bene illustrare la
coltura italiana durante la guerra (o il pensiero politico italiano durante la guerra,
ecc.) o collaborare in medaglioni o magari raccogliere in uno i problemi del
Mezzogiorno e la guerra.
Io ho già assicurato qualche collaboratore; da altri aspetto risposta; ma non
bastano e poi spero sempre di trovarne migliori di quelli pensati da me. Per la
coltura o pensiero politico, De Ruggiero? O Lombardo? O altri? Se anche ora fosse-
ro impegnati nella milizia, non sarebbe nulla. Lavorerebbero dopo. Anche io, ades-
so, do poco o nulla. Mi trovo in zona di guerra al comando della 5a Armata, e
passo di brigata in brigata, servo così l’Ufficio di propaganda e informazione, nel
tempo stesso che raccolgo osservazioni e materiale di studio. Se lo Storiografico
dovesse andar male, non dovrò rimproverarmi di aver inutilmente passato questi
mesi, vuoi per la mia coltura vuoi per le necessità pratiche del momento. Cono-
sco, ad esempio, abbastanza bene le divisioni che ora sono andate in Francia. Non
c’è battaglione presso il quale non mi sia trattenuto un giorno, conversando con
gli ufficiali, parlando ai soldati, avvicinandomi ad essi negli accantonamenti, se si
faranno, come spero, onore, oso rivendicar a me 1/999 parte del merito.
Domani riparto per lassù. Conto di andare alla 5a e poi ad altre armate. Ho
desiderio vivo di esser vicino ai combattenti nei giorni vicini del cimento. Gli
studi, naturalmente, languono ora. Tuttavia, nel corso del 1917, quando coman-
davo il distaccamento nelle solitudini di Castellazzo, ho disteso la materia di un
CANTIERI DI LAVORO 29

volumetto della Biblioteca rossa dell’Università popolare milanese. E non è riu-


scito male: appena pubblicato, ve lo manderò. Ed ho anche schizzato un qua-
dro succinto dello svolgimento storico del popolo e della nazione italiana nel-
l’ultimo millennio. Lo avevo fatto per Vallardi e doveva già essere uscito ora;
ma Vallardi si è fatto morto e il ms. è sempre qui: effetto della crisi della carta?
Spero che i giovani vi troveranno quella linea di sviluppo che non trovano nei
libri di testo. È tutto qui. Ho riletto qualche capitolo del vostro volume sulla
storiografia. Io non sono filosofo, caro amico! E qualche volta stento a render-
mi conto di taluni pensieri vostri attinenti alla mia disciplina. Ma nelle vostre
pagine trovo sempre tanto succo e sostanza, tante vive suggestioni, tante vive
verità che non mi rammarico troppo se qualche linea dell’insieme mi sfugge.
Non so quali correzioni la vostra filosofia avrà subito fra 50 anni, come sistema.
Ma non dubito che la vostra attività di scrittore, complessivamente presa, sarà
per un pezzo nutrimento vitale per gli Italiani di questi ultimi venti anni49.

Evidenti in questa lettera erano anche le preoccupazioni per lo scio-


glimento prossimo futuro dello Storiografico, da cui gli elementi mi-
gliori, e lo stesso Volpe, avevano chiesto il distacco e l’invio verso la
zona di combattimento, dopo la sconfitta di Caporetto50. Stesse preoc-
cupazioni erano state presenti anche nel fondatore della «Voce», che si
era sforzato di porre il sempre malcerto futuro di quell’istituzione sotto
l’indiretto patronage del più illustre e influente intellettuale italiano, già
con la ricordata lettera del febbraio 1917. Ma né la corrispondenza di
Prezzolini, né tanto meno quella di Volpe ricevettero risposta adeguata
da parte di Croce. Segno inequivocabile, questo, di un malcelato fasti-
dio del filosofo napoletano, che, se aveva abbandonato il suo atteggia-
mento neutralista a favore di un leale e convinto sostegno alla nazione
impegnata nel conflitto51, restava concettualmente contrario ad una «sto-

49
Gioacchino Volpe a Benedetto Croce, 30 aprile 1918, ABC. Il riferimento è al volume
di B. CROCE, Filosofia dello spirito. IV. Teoria e storia della storiografia, Bari, Laterza, 1917.
50
Gioacchino Volpe a Giovanni Borelli, 18 dicembre 1917, USMI, busta 10, fascico-
lo «Volpe»: «La questione è sempre quella che ti esposi: in questo momento, per lo Sto-
riografico non si può se non preparare il lavoro per il poi. Ed io non mi sento di far di
più. Forse è assurdo pensare di far di più. Non si hanno punti d’appoggio per lavorare ideal-
mente. Essi si formeranno, ma non ci sono ancora. E poi io ho bisogno di qualche espe-
rienza diretta della guerra e degli uomini che la fanno. Quindi io desidero ciò che sai.
Intanto, io ho scritto a Casati se è possibile, nel caso che io non possa pel tramite dello
Storiografico, che egli mi chiami. Caro Borelli, non dolerti. Ma bisogna che io provveda
in qualche modo a far ciò che reputo utile e doveroso».
51
Si veda P. MELOGRANI, Le “Pagine sulla guerra” di Benedetto Croce (e una sua lettera
a Vittorio Emanuele Orlando), in «Il nuovo osservatore», luglio-agosto 1966, pp. 643 ss.
Si ricordino, a questo proposito, i fermi inviti alla riscossa indirizzati da Croce al popolo
italiano dopo Caporetto: Parole di un italiano, in «Giornale d’Italia», 5 novembre 1917, e
Un mondo da ricostruire, in «Vita italiana», dicembre 1917, in ID., Pagine sulla guerra, cit.,
pp. 233 ss. Su Croce e il problema della guerra, G. GALASSO, Croce e lo spirito del suo tempo,
Roma-Bari, Laterza, 20022, pp. 255 ss.
30 CAPITOLO PRIMO

ria della guerra» e soprattutto ad una storia di quell’evento che così


tanto si distaccava dai suoi convincimenti in materia di ricostruzione
del passato. Ad una storia, in altri termini, che Volpe e Prezzolini vede-
vano non più unicamente come storia dello Stato italiano, delle sue éli-
tes intellettuali e delle sue classi dirigenti, ma come storia nazionale à
part entière, che doveva essere costruita a partire dall’analisi dei grandi
movimenti di struttura nell’economia, nella società, nella mentalità. Era
un’insuperabile diversità di concezione, che era già emersa tra Croce e
Prezzolini subito dopo Caporetto, quando quest’ultimo aveva esposto
al direttore della «Critica» il prospetto di «un’Antologia, dove raccolgo
le pagine che mi paiono migliori sulla guerra nostra», chiedendogli di
poter «accogliervene alcune sue, fra le meno amare»52. Non solo alla
sua personale partecipazione ma anche al progetto intero di quel volu-
me, che nel 1918 avrebbe visto la luce con il titolo di Tutta la guerra.
Antologia del popolo italiano sul fronte e sul paese53, Croce opponeva
un violento rifiuto. Rifiuto nel quale appariva ancora traccia del suo
passato atteggiamento di fermo oppositore di quell’avventura bellica,
in cui un’Italia, a suo avviso malamente preparata, si era andata a cac-
ciare sull’onda di un’emotività letteraria che neanche i tanti drammati-
ci eventi, che avevano attraversato il conflitto, erano riusciti a cancellare.

Desidererei consentire alla vostra cortese richiesta; ma non posso. Le pagine


che io ho scritte sulla guerra, e a proposito della guerra, hanno una intima unità
e coerenza, che forma il loro qualsiasi valore. Staccarne alcune e, come voi dite,
le meno amare, sarebbe falsare il mio pensiero. Anche oggi mi vedo lodato, sui
giornali francesi, come un convertito, per aver rivolto alcune parole di esorta-
zione agli Italiani, ricordando ad essi l’onore nazionale e la dignità di uomini:
– e quelle parole non sono una conversione, ma una diretta conseguenza delle
mie vecchie idee politiche. Dunque, non voglio accrescere l’equivoco. Del re-
sto, vi pare che la nostra guerra sia materia di antologie? Antologia significa
raccolta di fiori; e vogliamo raccogliere fiori dalle parole che ci scambiamo in-
torno al letto della madre gravemente ammalata? Saremo sempre italiani, cioè
letteratucci?54

A quelle parole sconfortanti replicava Prezzolini, insistendo sulla sua


richiesta e caratterizzando con maggiori particolari il disegno del lavo-
ro. In esso non avrebbe trovato posto nessuna estrapolazione retorica,
nessun dannunzianesimo deteriore, nessuna mistica del sangue e della

52
Giuseppe Prezzolini a Benedetto Croce, 9 dicembre 1917, in Carteggio. II, cit., pp.
457-458.
53
G. PREZZOLINI, Tutta la guerra, cit.
54
Benedetto Croce a Giuseppe Prezzolini, 10 dicembre 1917, in Carteggio. II, cit.,
p. 458.
CANTIERI DI LAVORO 31

morte, ma piuttosto gli scritti di quelle «anime religiose» (da Jahier a


Soffici) che avevano rivelato il «vero volto della guerra» e, insieme ad
esse, le «lettere sgrammaticate di nostri soldati e non Benelli e altri del
genere»55. Nella raccolta, dove doveva trovarsi «il minimo possibile di
letteratura», potevano ricevere la loro giusta collocazione anche le pa-
gine «su la Storia d’Italia, che è quella moderna», recentemente redatte
da Croce, senza nessun trionfalismo, ma solo «in quanto storia non
antica e secolare, ma recente, non strepitosa ma modesta, non radiosa
ma stentata»56. Si trattava, in definitiva, di una visione della vicenda
nazionale, ispirata al massimo realismo, ricca forse più di ombre che di
luci, nella quale Prezzolini pensava di poter distillare l’essenza delle
attività dello Storiografico, ma che non incontrava l’approvazione del
filosofo che tornava ad esprimere la sua contrarietà nella lettera del 16
dicembre, dove si ribadiva la sua «intima riluttanza a tutto ciò che è
manipolazione letteraria della guerra»57. Riluttanza che pure contrasta-
va, avrebbe obiettato Prezzolini con una punta di veleno, con le fiere e
severe prese di posizione formulate da Croce, immediatamente dopo la
rotta dell’Isonzo, che «le hanno conquistato molte simpatie ed han fat-
to del bene assai su persone che si credevano autorizzate, da quello che
sembrava loro il suo pensiero, ad un contegno equivoco e antitaliano»58.
Si trattava di un dialogo tra sordi. Da una parte Prezzolini, che aveva
colto precocemente il carattere rivoluzionario della guerra in corso59.
Dall’altra Croce, nel quale si profilava già l’atteggiamento da tenere dopo
la fine del conflitto: chiudere la parentesi del grande disordine e ritor-
nare «dopo la guerra sovvertitrice», per dirla con Giustino Fortunato60,

55
Giuseppe Prezzolini a Benedetto Croce, 10 dicembre 1917, ivi, pp. 458-459.
56
Si trattava di alcune postille apparse sulla «Critica» durante il 1916, poi raccolte
con il titolo di Sulla Storia d’Italia, in ID., Pagine sparse. Serie seconda. Pagine sulla guerra,
raccolte da G. Castellano, Napoli, Ricciardi, 1919, d’ora in poi citato come Pagine sulla
guerra, pp. 131 ss.
57
Benedetto Croce a Giuseppe Prezzolini, 16 dicembre 1917, in Carteggio. II, cit., pp.
459-460, dove si obiettava: «Ora occorrerebbe solo gente che afferrasse per gli orecchi
gli Italiani e li costringesse a pensare alla serietà della nostra situazione e a fare il loro
dovere».
58
Giuseppe Prezzolini a Benedetto Croce, 18 dicembre 1917, in Carteggio. II, cit., p.
460. Il riferimento è a B. CROCE, Parole di un italiano, cit.
59
G. PREZZOLINI, Diario, cit., pp. 239-240, alla data del 3 dicembre 1916: «Parlo con
Guido Slataper. Gli dico che la rivoluzione sociale che è avvenuta è più importante del-
l’esito della guerra. Vinca l’Intesa o la Germania, né l’una né l’altra potranno modificare
il collettivismo che è entrato nelle abitudini e nelle menti degli uomini. Un agricoltore,
che paga il 90% del suo reddito in tasse, non è che un impiegato dello Stato».
60
Si veda G. FORTUNATO, Dopo la guerra sovvertitrice, Bari, Laterza, 1921. Sul punto,
M. GRIFFO, Profilo di Giustino Fortunato. La vita e il pensiero politico, Firenze, Cet, 2000,
pp. 58 ss.; pp. 75-76.
32 CAPITOLO PRIMO

al normale e ordinato decorso del vivere civile61. Dominava nel filosofo


la volontà di arrivare, il prima possibile, ad un ripristino del vecchio
status quo ante, che trovava un esatto riscontro politico nell’azione del
governo Nitti, intenzionato a procedere ad una frettolosa smobilitazio-
ne materiale e morale dell’apparato bellico, non senza larghe conces-
sioni ad una routine «opportunistica» che ricalcava il vecchio modello
d’intervento giolittiano62.
In questa congiuntura avveniva la liquidazione dello Storiografico,
nonostante la disperata resistenza di Borelli63, che tuttavia poteva esibi-
re come unico attivo della sua creatura un certo numero di monografie
in fase di preparazione, tra le quali anche un volume di Volpe sulla
«mentalità della guerra (storia delle idee e delle correnti d’opinione)»64.
In questo caso, al malvolere o alla indifferenza del governo si aggiunge-
va l’ostilità di vasti settori della pubblica opinione per quel frutto del
conflitto. Il 30 maggio 1919, l’edizione romana dell’«Avanti», nel con-
testo di una violentissima campagna anti-militarista, dipingeva quell’en-
te come un covo di «ufficiali imboscati», che ora si apprestava a dive-
nire «una prospettiva magnifica di pappatoria per tutta una legione di
giornalisti falliti, di professori bocciati e di politicanti patriottardi»65.
Con toni più moderati, la «Nuova Antologia» chiedeva a sua volta lo
scioglimento dell’istituzione e ne domandava il passaggio delle funzio-
ni e delle attribuzioni ad un «Istituto di scienze storiche e sociali»66,
rivendicando così all’alta cultura universitaria e accademica il monopo-
lio esclusivo della storia nazionale. Su questa stessa posizione si era già
attestato Croce, fin dal gennaio 1918, il quale alla richiesta di collabo-
razione di un membro dello Storiografico rispondeva seccamente:

Io non intendo come in questi tempi si possa pensare a raccolte storiche sulla
guerra che si svolge. Non bastano gli archivi dello Stato? In verità, codesto

61
Si veda B. CROCE, Il nostro dovere presente, in Pagine sulla guerra, cit., pp. 248 ss.
Sull’evento bellico, come frattura nello sviluppo dell’Italia liberale, si veda ID., Storia d’Ita-
lia dal 1871 al 1915, Bari, Laterza, 19345, pp. 293 ss.
62
R. VIVARELLI, Storia delle origini del fascismo. I. L’Italia dalla Grande Guerra alla
marcia su Roma, Bologna, Il Mulino, 1991, pp. 460 ss. Sul governo Nitti, da diverse e non
sempre condivisibili prospettive, F. BARBAGALLO, Francesco Saverio Nitti, Torino, Utet,
1984; S. D’AMELIO, Francesco Saverio Nitti, Roma-Bari, Laterza, 2003.
63
A. CARACCIOLO, L’“Ufficio storiografico della mobilitazione” e l’intervento di Croce
per il suo scioglimento nel 1919-1920, in Studi storici in onore di Vittorio De Caprariis, Roma,
Tombolini, 1970, pp. 279 ss.; B. BRACCO, Memoria e identità dell’Italia della grande guer-
ra, cit., pp. 149 ss.
64
Giovanni Borelli alla Sezione Milanese dell’Ufficio Storiografico della Mobilitazio-
ne, 3 luglio 1920, USMI, busta 13, fascicolo 2.
65
A. CARACCIOLO, L’“Ufficio storiografico della mobilitazione”, cit., p. 280.
66
Si veda Per un Istituto di scienze storiche e sociali, in «Nuova Antologia», 19 marzo
1919, pp. 118 ss.
CANTIERI DI LAVORO 33

“ufficio storiografico” mi pare wert, dass es zu Grunde geht, e vorrei che voi ed
altri amici che siete ora costà, aiutaste a liquidarlo, perché è il meglio che si
possa fare67.

Era già una condanna senza appello che prefigurava il ruolo di liqui-
datore ufficiale dell’organismo di Borelli, in seguito attribuito ufficial-
mente a Croce, nel settembre del 1919, con la nomina di presidente
della «Commissione pei provvedimenti da adottare per l’Istituto sto-
riografico della mobilitazione»68. Annotando più tardi la sua risposta
favorevole all’incarico propostogli da Nitti, Croce avrebbe fatto riferi-
mento non solo ad un suo precedente giudizio secondo il quale «lo
Storiografico non concluse nulla e servì soltanto a spreco di danaro e a
collocare in posti comodi alcuni che volevano oziare, o profittare, o il-
ludersi di fare»; ma anche al fatto che, in vista di un possibile «stabiliz-
zarsi» dell’ente dopo la guerra, «io richiamai su di esso l’attenzione del
Presidente del Consiglio che mi diè incarico di liquidarlo»69. Delle
manovre di Croce non era d’altra parte all’oscuro Borelli che avrebbe
parlato del pregiudizio del filosofo riguardo al fatto che «da noi si sia
avuta la balorda idea di stampo nettamente imperiale tedesco di com-
mettere allo Stato la scrittura della propria storia»70. Pregiudizio, o in-
tima e motivata convinzione, che in ogni caso molto doveva contare nel
giudizio finale della commissione che Croce inviava a Nitti il 12 gen-
naio con questa lettera di accompagnamento:

Eccoti la relazione della Commissione di cui mi nominasti presidente, inca-


ricata di provvedere alla liquidazione dell’Ufficio storiografico della mobilita-
zione. Vedrai che abbiamo procurato di non ferir nessuno e di essere indulgen-
ti e benevoli. Ma le miti ed eque proposte da noi fatte sono da adottare nell’inte-
resse della pubblica amministrazione e della serietà delle sue opere. Se avessi scritto
in nome mio soltanto, e cioè non in via ufficiale, avrei dato più vivo risalto al mio
profondo scetticismo sull’opera di quell’Istituto, passata, presente e futura71.

Ferito a morte da quella sentenza, lo Storiografico sarebbe comun-


que riuscito a continuare stentatamente la sua esistenza fino al 1923.

67
Benedetto Croce a Roberto Palmarocchi, 20 gennaio 1918, in B. CROCE, Epistola-
rio I. Scelta di lettere curata dall’autore, 1914-1935, Napoli, Istituto italiano per gli studi
storici, 1967, p. 22.
68
Benedetto Croce a Francesco Saverio Nitti, 22 settembre 1919, ivi, pp. 36-37.
69
Ibidem.
70
Lettera di Giovanni Borelli a Francesco Saverio Nitti, s. d. [ma fine del 1919], cita-
ta in B. BRACCO, Memoria e identità dell’Italia della grande guerra, cit., p. 159.
71
Benedetto Croce a Francesco Saverio Nitti, 12 gennaio 1920, in B. CROCE, Episto-
lario I, cit., pp. 43-44. La relazione della Commissione è pubblicata in A. CARACCIOLO,
L’“Ufficio storiografico della mobilitazione”, cit., pp. 282 ss.
34 CAPITOLO PRIMO

Ma intanto con quella relazione che ne decretava lo scioglimento, e dove


erano pure contenute opinioni difficilmente accettabili sul carattere
accessorio del fattore economico per la ricostruzione del conflitto72, si
era scavata una grave frattura tra due diversi modi d’intendere l’analisi
del passato. Una frattura che il tempo avrebbe ingigantito e che avreb-
be condotto al grande duello storiografico tra Croce e Volpe sulla sto-
ria d’Italia del 1928.

3. Ma il rapporto tra l’esperienza del conflitto e l’urgenza di trarre


proprio da quell’esperienza un’indicazione forte per l’elaborazione della
nostra memoria nazionale non si arrestava qui. Quasi a testimoniare il
carattere anomalo della nostra storiografia, una volta paragonata a quella
degli altri Stati del continente, non sarebbe stata né la vittoria, né la
risonanza di una battaglia vinta a porre nuovamente, subito dopo l’espe-
rimento dello Storiografico, l’attenzione su questa tematica. Un inte-
ressante progetto di storia d’Italia nasceva infatti a ridosso della scon-
fitta di Caporetto, di quella catastrofe non solo delle armi, ma anche
della politica e della società italiana, che si sarebbe trasformata in du-
revole mito negativo73, e quasi sindrome della ineliminabile debolezza
italiana, come Volpe avrebbe fatto osservare:

Caporetto, con tante recriminazioni, rinfacci, esami storici; con tanto frugar
dentro e gridar alto sui tetti; Caporetto, che già nelle primissime ore aveva as-
sunto per opera nostra, al cospetto del mondo, proporzioni e carattere di irre-
parabile e quasi vergognoso disastro, crebbe, si dilatò ancora di più, rimase nella
storia generale degli eventi bellici come fatto unico, quasi il fatto italiano per
eccellenza, come la guerra italiana. Altre rotte, non molto minori di quella nostra,
con manifestazioni collettive non molto diverse, si verificarono in primavera su
altri scacchieri dell’Intesa. Meglio ancora: venne, nel giugno, la grande resistenza
e la vittoriosa controffensiva nostra sul Piave, con effetti militari, politici, mo-
rali di enorme e generale portata; venne, a fine ottobre, la vittoriosa offensiva
oltre Piave ed oltre monti, che spazzò l’esercito nemico e affrettò la resa anche
della Germania. E pur tuttavia, “Caporetto”, creato un poco, da noi stessi, come
50 anni prima Custoza e Lissa, come venti anni prima Adua; “Caporetto” rima-
se e ancora rimane, e ogni tanto noi Italiani ce lo vediamo buttato fra i piedi da
quanti hanno interesse a fermarci su la nostra strada74.

72
Ivi, p. 282: «Il materiale archivistico, invece, non concerne se non alcuni aspetti
della guerra italiana, e particolarmente quello industriale, escludendone il fondamentale,
cioè quello politico militare».
73
Si veda M. ISNENGHI, La tragedia necessaria. Da Caporetto all’Otto settembre, Bolo-
gna, Il Mulino, 1999, pp. 15 ss.
74
G. VOLPE, Ottobre 1917, dall’Isonzo al Piave, Milano-Roma, Libreria d’Italia, 1930,
pp. 212-213. Su quel libro e le sue polemiche, E. DI RIENZO, Un dopoguerra storiografico,
cit., pp. 118 ss.
CANTIERI DI LAVORO 35

La rotta disastrosa di Tolmino, Plezzo, Monte Nero veniva conside-


rata immediatamente come punto di rottura nella continuità della Sta-
to unitario e momento di disgregrazione della fragile identità italiana,
in cui uomini di diversissimo orientamento, come Ardengo Soffici e An-
tonio Gramsci, avrebbero immediatamente individuato il significato
profondo di crisi generale della nazione e soprattutto delle sue vecchie
classi dirigenti75. Una diagnosi, condivisa anche da Mussolini76, e dal
gruppo di politici e intellettuali ma anche di semplici combattenti (Mar-
co Ciriani, Nicola Coco, Alessandro Conflenti, Mario Ferrara, Gino Fer-
retti, Agostino Lanzillo, Giovanni Marchi, Felice Momigliano, Romolo
Murri, Roberto Sanseverino, Vincenzo Torraca, Umberto Zanotti-Bian-
co), riunitisi, dal novembre del 1917, nel Comitato per l’«Esame nazio-
nale», per aggiungere senso storico al significato politico e militare della
sconfitta dell’Isonzo, per trarre, come avrebbe ricordato Prezzolini, il
possibile attivo di quella tragedia sul piano del rafforzamento della
coscienza nazionale.

Il fatto importante, dopo Caporetto, è consistito in questo, che l’Italia ha


cominciato a riflettere per la prima volta, da che si era dichiarata la guerra. Nelle
ansiose settimane della neutralità si era interrogata, e le sue simpatie si erano
manifestate. Ma qui accadeva qualcosa di più. L’Italia iniziava un esame di
coscienza e di auto critica che è durato mesi: intenso fino alla vittoria di giugno
sul Piave, meno acuto fino a Vittorio Veneto, che l’ha cancellato del tutto in
quasi tutti. Gli italiani cominciarono a riflettere; ed a forza di riflettere sentiro-
no di dover meno accusare la sorte avversa, il nemico terribile, le responsabilità
dei capi. Dall’aneddoto passarono alla visione, dalla cronaca alla storia. Le cau-
se del disastro erano così numerose, grandi, remote, profonde, lontane nel corso
dei secoli, che non era possibile, se non a piccoli individui, lanciare accuse contro
questo o quell’uomo [...]. L’Italia guardava a sé e sentiva, su di sé tutta, rove-
sciarsi la colpa. Nessuna classe si sottraeva a questo peso, nessun cittadino ne

75
Ardengo Soffici a Giuseppe Prezzolini, 28 novembre 1917, in A. SOFFICI, Lettere a
Prezzolini, cit., p. 123: «Dopo la ritirata ho avuto modo di sapere, di parlare, di veder
chiaro in molte altre faccende e il mio giudizio si precisa sempre di più. Il soldato è in-
nocente in gran parte di tutto: la colpa di ciò che è successo va divisa fra tutti coloro che
sono sopra il popolo». Si veda anche, sempre sulla responsabilità della classe dirigente come
causa ultima del disastro militare, A. GRAMSCI, Quaderni del carcere, cit., II, pp. 736-737.
76
Benito Mussolini a Silvano Fasulo, 30 ottobre del 1917: «Il nostro torto grave ed
imperdonabile è stato quello di aver consegnato la nostra guerra a gente che non la senti-
va, non la voleva, non l’accettava, e l’ha subita come una corvée penosa e pesante più delle
altre. Siamo stati degli ingenui. Sono d’accordo con te, non appena quest’ora tragica sia
passata, bisogna fare risolutamente il processo al modo col quale abbiamo fatto la guerra
e agli uomini, nessuno escluso, nemmeno gli altissimi». Lettera citata in R. DE FELICE,
Mussolini il rivoluzionario, 1893-1920, Torino, Einaudi, 19952, p. 379. Sullo stesso pun-
to, B. MUSSOLINI, Unità d’animi, in «Il popolo d’Italia», 29 ottobre 1917, in Mussolini gior-
nalista, 1912-1922, a cura di R. De Felice, Milano, Rizzoli, 2001, pp. 201-203.
36 CAPITOLO PRIMO

era libero. Vario il grado, comune in quasi tutti la colpa. Chi aveva fatto il male,
chi eccitato, chi aiutato, chi tollerato, chi preparato, chi trepidamente combat-
tuto, e ciò da anni, per vizio di educazione e di tradizione, più grave, più nasco-
sto, più profondo. Il fenomeno più importante era quello dell’esame di coscienza;
ed appunto da questo prese nome un’iniziativa, partita da un gruppo di studio-
si e di combattenti, che, in una circolare diffusa, esprimeva bene il bisogno da
tutti sentito di riprendere in mano e riesaminare la storia della nostra formazio-
ne nazionale77.

Convinti della necessità di fare i conti con il presente attraverso


un’analisi del passato non solo spregiudicata ma anche all’occorrenza
spietata, i membri del Comitato, nel primo numero dell’omonimo bol-
lettino, datato 18 aprile 1918, rivolgevano un urgente appello «agli stu-
diosi e agli uomini d’azione» perché fosse prontamente iniziata una
revisione critica della storia patria, secondo un piano di lavoro colletti-
vo che avrebbe dovuto veder la luce subito dopo la fine delle ostilità.

Bisogna che, almeno appena sia finita la guerra, la nazione sappia, compia il
suo esame, vegga la storia degli ultimi cinquanta anni, quello che fu, al lume di
quello che deve essere, e che doveva essere. E per questo è necessario preparare
sin da oggi una esposizione sincera, completa, documentata degli errori e delle
colpe che ci hanno condotto alla disfatta del 24 ottobre; così che, a guerra con-
chiusa, gli italiani, leggendo le pagine rivelatrici e riconoscendosi in esse, impa-
rino e sappiano provvedere. Sarà la vendetta dei morti, dei profughi, dei super-
stiti doloranti, dei vili che tradirono inconsciamente e vissero, avanzi di patria
disfatta in essi, infelici fra tutti; sarà la sola vera rinnovazione che deve inco-
minciare dallo spirito. È sorto quindi in alcuni il pensiero di rivolgere appello
agli studiosi ed agli uomini d’azione italiani, capaci, per nobiltà d’animo e per
idealismo morale, di vedere il passato recente – che è poi il presente dal quale
è necessario liberarci – alla luce di questo giudizio della storia che è stata la
guerra, e in particolare la disfatta del 24 ottobre, e di iniziare dalla revisione del
passato la rinascita della volontà nazionale. Secondo le loro speciali attitudini
e preparazione, questi studiosi sceglieranno, ciascuno sulle basi di un piano pre-
stabilito, un lato e un aspetto della vita pubblica italiana da esaminare e da il-
lustrare; sia rifacendo, con occhio critico e con vigore di sintesi, la storia del
Risorgimento, sino ad oggi congerie di documenti o adulazione retorica; sia
ricostruendo l’Italia politica, amministrativa, scolastica, religiosa di prima del-
la guerra; sia, infine, documentando le imprevidenze, gli errori, le colpose e
dolose omissioni, le occulte complicità col nemico nella condotta dell’Italia in
guerra78.

77
G. PREZZOLINI, Vittorio Veneto, Roma, Società Editrice Anonima La Voce, 1920, pp.
5-7. Una prima, breve indagine sul Comitato è in P. MELOGRANI, Storia politica della Gran-
de Guerra, cit., pp. 428-429.
78
Che cosa vuole essere l’Esame Nazionale, in «L’Esame Nazionale», 15 aprile 1918,
pp. 1-2.
CANTIERI DI LAVORO 37

Era un programma vibrante di spirito d’indignazione e di rivalsa, che


non si preoccupava di celare ostilità e sospetto contro tutti quelli che al
di qua delle linee avevano sabotato lo sforzo bellico italiano. Un pro-
gramma, che il cervello politico dell’iniziativa, Romolo Murri79, aveva
stilato e diffuso «in pochissime copie», il 20 gennaio 1918, come sem-
plice «circolare confidenziale», al quale avevano fornito con sollecitu-
dine la loro adesione numerose personalità del mondo degli studi e della
politica, tutti provenienti, come i patrocinatori del Comitato, dai più
diversi settori del «vario interventismo italiano» (in questo caso soprat-
tutto democratico, radicale, liberal-liberista, sindacalista-rivoluziona-
rio; in minor misura nazionalista e liberal-nazionale)80, che proprio in
quel momento cercavano di ritrovare la passata unità d’intenti in buo-
na parte dissoltasi dopo le «radiose giornate» del maggio 1915. Tra
gennaio e marzo del 1918, rispondevano all’appello: Antonio Anzilotti,
Ettore Ciccotti, Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, Edoardo Giret-
ti, Alfredo Galletti, Gennaro Mondaini, Emanuele Sella, Niccolò e
Francesco Fancello, Gaetano Salvemini, Sergio Panunzio, Giuseppe
Prezzolini, Pietro Silva81.
Anche i due maggiori intellettuali italiani del momento – Benedetto
Croce e Giovanni Gentile – non facevano mancare la loro convinta
approvazione. Il primo plaudiva all’iniziativa con la lettera del 3 feb-
braio, dove si esprimeva il rammarico di non poter partecipare ai lavori

79
Punto di riferimento della corrente democratico-cristiana all’interno dell’Opera dei
Congressi e dei Comitati Cattolici, Romolo Murri, dopo lo scioglimento di quell’associa-
zione voluta da Pio X, fondava la Lega Democratica Nazionale, un movimento politico
cattolico, autonomo e spesso fortemente critico nei confronti della gerarchia ecclesiasti-
ca. Sospeso a divinis, nel 1907, e quindi scomunicato nel 1909, in seguito alla sua candi-
datura al Parlamento in una lista sostenuta dalla Lega Democratica Nazionale, dai radi-
cali e dai socialisti, Murri si presentava ancora candidato nel 1913, nelle fila dei radicali.
Dalla fine del 1914, aderiva al movimento favorevole all’intervento in guerra italiano. Su
di lui, C. GIOVANNINI, Romolo Murri dal radicalismo al fascismo. I cattolici tra religione e
politica (1900-1925), Bologna, Cappelli, 1981.
80
Antonio Colonna di Cesarò, radicale, divenne direttore in età liberale della «Rasse-
gna contemporanea», insieme alla sparuta pattuglia dei «nazionalisti democratici»: Paolo
Arcari, Picardi, Rivalta. Durante la guerra è il presidente della sezione romana della Trento-
Trieste, vicina ai nazionalisti ma anima di molte iniziative unitarie tra le diverse correnti
interventiste. Edoardo Giretti, economista liberista vicino a Salvemini (come lui contra-
rio alla guerra di Libia), nell’immediato dopoguerra fu animatore, con Zanotti-Bianco, del
Gruppo liberista. Francesco Fancello, interventista, volontario e ufficiale degli Arditi, nel-
l’immediato dopoguerra aderisce al gruppo della rivista «Volontà» di Torraca, espressio-
ne del combattentismo democratico. Nicolò, repubblicano in gioventù, firmò con Ago-
stino Lanzillo l’appello costitutivo del Fascio rivoluzionario d’Azione interventista di Roma.
Maggiori dettagli sul gruppo promotore del Comitato e sui successivi aderenti sono in R.
DE FELICE, Mussolini il rivoluzionario cit., passim.
81
Le prime adesioni, in «L’Esame Nazionale», 15 aprile 1918, p. 15.
38 CAPITOLO PRIMO

del gruppo, per la sua innata e insuperabile idiosincrasia nei confronti


di un progetto storiografico che invece di essere parto di un solo autore
doveva essere affidato alla collaborazione di molti:

Non posso se non lodare l’ottimo proposito di promuovere un esame di


coscienza della vita nazionale. Io, che ho sempre frugato con animo ansioso e
doloroso le pagine della storia d’Italia e perciò ho accolto e seguito la guerra
presente con tensione e trepidazione, ho avuto opportunità di osservare che la
storia, la storia vera d’Italia, è quasi ignota a tutti. Anche coloro che maneggia-
no i destini della patria, ne hanno idee confuse e si appagano di frasi vuote e
retoriche. Se non potrò prender parte ai lavori che lor signori pensano d’intra-
prendere, ciò dipende solo dal mio modo di lavorare, che m’impedisce, in cose
scientifiche e letterarie, la partecipazione ad opere collettive. Ma ho ripigliato
un mio antico pensiero di scrivere un libro sulla storia d’Italia dal Seicento ai
giorni nostri, pel quale molto ho già nell’intelletto e nella memoria. Se la vita mi
dura, anche questo lavoro sarà da me eseguito, e mi vi accingerò tosto che mi
sarò sbrigato degli altri che ho in corso. Voglia il Cielo che il principio del mio
lavoro sia illuminato dal sole della riscossa italiana82.

Il secondo interveniva con un articolo pubblicato sul «Nuovo Gior-


nale», il 10 febbraio, che entrava ampiamente nel merito scientifico e
ideale del progetto, lodando in esso il felice e opportuno congiungi-
mento del «pensiero» e dell’«azione», e l’occasione per la formazione
di una nuova leva di storici, più attenta dei loro predecessori alle solle-
citazioni dell’ora presente.

Con il titolo di Esame Nazionale un gruppo di valenti studiosi e uomini politici


ha nei giorni passati annunziata una vasta opera storica e critica esponendone
il concetto informatore e il programma; un’opera che essi si propongono di
scrivere con la collaborazione dei competenti che consentano nelle idee di questa
loro circolare, e vedano nella storia italiana del secolo XIX e di questi primi
lustri del XX le cause immediate o remote, ma non meno importanti a conosce-
re e meditare, dei luttuosi avvenimenti italiani della fine d’ottobre. Giacché
l’opera sarebbe divisa in tre parti; delle quali soltanto la terza dedicata a studia-
re l’Italia (governativa e parlamentare, militare e amministrativa, e sopra tutto
morale) durante la guerra europea; ma la seconda dovrebbe prendere in minu-
to esame la vita pubblica italiana dell’ultimo ventennio; e la prima, e fonda-
mentale, ricostruire criticamente la storia del nostro Risorgimento. Storia che
si accenna a voler far cominciare col 1831; ma che molto probabilmente si sen-
tirà il bisogno di riprendere dalle sue origini, che sono, com’è stato chiarito da
molti studi recenti, nel periodo napoleonico. E questa parte deve investigare
tutto lo sviluppo della politica italiana durante il governo della Destra e duran-

82
Ivi, pp. 15-16. La lettera sarebbe stata poi pubblicata, con il titolo Per l’“Esame
nazionale”, in B. CROCE, Pagine sulla guerra, cit., pp. 236 ss.
CANTIERI DI LAVORO 39

te quello della Sinistra, dal ’76 al ’98. Nessun dubbio che, se attorno a questo
lavoro, non certo facile, né forse destinato a raccogliere molte simpatie e inco-
raggiamenti, gli egregi promotori riusciranno a raccogliere un sufficiente nu-
mero di valide forze, che non siano né di uomini politici dilettanti di storia, né
di puri storici, addestrati al metodo della tecnica coscienziosa ed esatta, ma
digiuni di profondo interesse politico e non abituati a cercare la vita dove sol-
tanto essa è, dentro agli animi umani, con tutti i loro bisogni e le loro idee: nessun
dubbio, che sarà l’opera di grandissimo interesse scientifico e di un interesse
vitale pel nostro paese83.

Nel suo intervento, Gentile esprimeva tuttavia qualche non piccola


riserva sul carattere processuale e giustizialista, per così dire, che l’ini-
ziativa rischiava di assumere:

Che cittadini, illuminati e patriotti, senz’aspettare che la guerra finisca e gli


animi si abbandonino all’inerte riposo morale, di cui dopo tanti travagli è pur
naturale e sempre più assillante il desiderio, s’adoperino oggi a diffondere e a
schiarire il senso di codesto dovere è ufficio quanto mai opportuno, ed è una
vera benemerenza. Ma tanto più feconda potrà essere l’opera loro e tanto mag-
giore quindi il merito, quanto più essi si alzeranno con la virtù della intelligenza
al di sopra delle passioni, che ora dividono i partiti, e si inaspriscono tra le accuse
e i contrasti personali; non già perché non ci siano persone e partiti, che meri-
tino particolari rimproveri e siano, per debito di giustizia, tenuti ad espiare le
loro colpe in faccia al paese; ma perché dietro le persone e ai partiti, a render
possibile tutto ciò che si può a loro rimproverare, c’è il passato, c’è la vita ita-
liana nelle sue profonde propaggini storiche, ci siamo noi tutti, insomma, che
dobbiamo espiare, che abbiamo cominciato ad espiare le nostre colpe; e a cui
la storia che ha bisogno d’intendere a fondo ha interesse reale d’istruire il pro-
cesso. [...], Vengano dunque i futuri storici dell’Esame Nazionale; ma siano sto-
rici e non accusatori convinti di servire così, e soltanto così, la patria, lavorando
all’edificazione della coscienza nazionale nuova, con cui essa dovrà uscire dalla
guerra84.

Il monito di Gentile sarebbe però rimasto inascoltato. L’associazio-


ne per l’«Esame Nazionale» non intendeva limitare, infatti, la sua atti-
vità alla sola stesura di una storia d’Italia «teologicamente orientata verso
Caporetto», come poi si disse con non poca ironia85. L’obiettivo del
Comitato, nelle sue linee più generali, era infatti squisitamente politico
e si prefiggeva di far luce sulla disfatta che si era verificata nell’«ottobre
nero» del 1917, non per speculazione disinteressata ma per smaschera-
re «le responsabilità mediate e profonde che risalgono a cinquant’anni

83
G. GENTILE, L’Esame nazionale, in ID., Guerra e fede, cit., pp. 84 ss.
84
Ibidem.
85
G. VOLPE, Ottobre 1917, cit., p. 212.
40 CAPITOLO PRIMO

di malgoverno; di corruzione politica, di dittature parlamentari, di men-


zogna elettorale, di cattiva amministrazione, di debolezza verso i nemi-
ci interni, antichi e nuovi, di mancanza assoluta della scuola popolare,
di voluto e sistematicamente procurato servilismo in tutti i rami di fun-
zionarii, di assenza di dignità, di forza, di volontà nei rappresentanti
dello Stato»86. Finalità, questa, che, trasposta sul piano dell’analisi sto-
riografica, non stemperava ma anzi potenziava il suo animus polemico,
non senza preciso riferimento al dibattito sulla «decadenza» italiana (da
De Sanctis a Pasquale Villari) ma soprattutto al paradigma della storia-
denunzia, inaugurato dalla Lotta politica di Alfredo Oriani, che la casa
editrice torinese Roux e Frassati aveva pubblicato nel 1892.
L’opera costituiva il frutto più maturo di quella denuncia dei limiti,
delle contraddizioni, delle storture del nostro processo unitario, che
dalla torbida atmosfera della crisi di fine secolo sarebbe rimbalzata nella
cultura politica del periodo bellico e poi del dopoguerra e del fasci-
smo87. Oriani riassumeva, con indubbio vigore stilistico, queste temati-
che: il forzoso processo di «Nation-building» legittimato da plebisciti
di tipo bonapartista, spesso contrassegnati da brogli, corruzione, inti-
midazioni, violenze; l’insufficienza politica della nuova monarchia e l’as-
senza in essa di una connotazione davvero nazionale; la mancanza di
una spinta propulsiva rivoluzionaria in grado di fornire un sostegno di
massa al nuovo Stato; le vaste enclaves d’insubordinazione e di indiffe-
renza cattoliche, legittimiste, più semplicemente popolari; la debolezza
militare e la situazione di sovranità mutilata nel panorama internazio-
nale; la superfetazione burocratica che costituiva il seguito naturale di
una «violenta unificazione»; una guida politica già «malavitosa», dove
«il governo ridotto ad una clientela venne sfruttato dalla classe gover-
nante, e la plutocrazia germogliò vigorosamente dalla politica»88. E di
questo grande o piccolo orianesimo dava prova anche il manifesto del
Comitato, quando sosteneva:

Come perché in Italia sia stata così povera e insufficiente questa viva vita
della Patria dovrà appunto dire un’inchiesta, risalendo gli ultimi decenni della

86
Che cosa vuole essere l’Esame Nazionale, cit., p. 2.
87
Per il forte influsso di Oriani sulla cultura storiografica italiana, G. VOLPE, Alfredo
Oriani storico e politico, in ID., Scritti sul Fascismo, 1919-1938, Roma, Volpe, 1976, 2 voll.,
II, pp. 153 ss.; W. MATURI, Alfredo Oriani, in Interpretazioni del Risorgimento, Torino, Ei-
naudi, 1962, pp. 377 ss.; L. MANGONI, Alfredo Oriani e la cultura politica del suo tempo,
in «Studi Storici», 1984, 1, pp. 169 ss. Sulla pervasività dell’orianesimo tra mitopoiesi e
senso comune, pagine illuminanti sono in G. ALIBERTI, La resa di Cavour. Il carattere na-
zionale italiano tra mito e cronaca, 1820-1976, Firenze, Le Monnier, 2000, pp. 59 ss.
88
A. ORIANI, La lotta politica in Italia, Bologna, Cappelli, 1946, III, pp. 33 ss.; 107
ss.; 146 ss.
CANTIERI DI LAVORO 41

formazione nazionale, sino al Risorgimento ed ai suoi antecedenti immediati,


frugando ogni aspetto e ogni angolo della vita nazionale; chiamando ad esame
la classe politica, il parlamento, l’amministrazione, la scuola, l’esercito, la Chie-
sa, i partiti, le dottrine. Vano sarebbe voler qui anticipare in breve quelli che
saranno i risultati di tale inchiesta; ma, solo per spiegar meglio il nostro pensie-
ro, indicheremo alcuni punti sui quali crediamo che maggior luce sarà fatta.
Essi sono – ed il lettore è pregato di tener conto della sommarietà dell’accenno
– la struttura economico-sociale del paese, fattasi in tre secoli di decadenza
economica, dopo la scoperta delle Americhe e della via alle Indie, e di servitù
politica e spirituale, sicché la più gran parte di essa risultava composta da un
proletariato rurale, analfabeta, e da un connesso artigianato ai quali, anche dopo
l’unità sopravvenuta, furono lasciati mancare, da una borghesia povera, pro-
vinciale, corrosa dall’ipocrisia e da una concezione umanistica, stanca ed esau-
sta, di pura cultura, gli elementi di sapere e di educazione nazionale indispen-
sabili a che il popolo potesse prendere parte viva e consapevole alla vita politica
nazionale, della quale furono democratiche le forme, servile e corrotto dalla
menzogna il contenuto; il non essere riuscito lo Stato unitario ad eliminare e
superare, nel processo della sua costituzione, elementi e istituti antinazionali
per tradizione e per interesse, i quali poi hanno continuato a svolgere una effi-
cace opera antiunitaria; l’esser mancata, in tutto questo tempo, alla nazione e
allo Stato una vigorosa corrente di idealismo e di fede morale che temperasse
gli animi, tutti ancora presi da vecchi particolarismi, moralmente infiacchiti dalla
decadenza e poi guastati da una sopravveniente concezione materialistica e
grettamente utilitaria della vita; il non avere le nuove dottrine socialistiche,
tendenti ad una lotta di classe senza limiti e all’internazionalismo proletario,
trovato valido correttivo e freno in una coscienza nazionale già saldamente
costituitasi89.

Queste considerazioni storiche, divenute di bruciante attualità, ve-


nivano direttamente poste all’attenzione della pubblica opinione, che
era chiamata a coadiuvare attivamente il lavoro del Comitato per realiz-
zare una grande «inchiesta nazionale» sulla genesi vicina e lontana dei
mali del nostro paese, in grado di fornire «al massimo numero di Italia-
ni l’opportunità di riflettere, di giudicare, di porre l’ideale di un’Italia
migliore, come l’imperativo di un dover essere liberamente accettato, a
segno di una vigorosa volontà e disciplina dell’azione». La revisione della
storia d’Italia non doveva riguardare, quindi, soltanto intellettuali e
storici professionisti. Anche i comuni cittadini erano invitati ad orga-
nizzarsi in gruppi di lavoro, che avrebbero dovuto soprattutto compren-
dere i membri della borghesia colta (insegnanti, professionisti, giorna-
listi), ai quali si raccomandava soprattutto di vagliare e di raccogliere
l’enorme materiale pubblicistico e propagandistico che la stampa quo-

89
Per un’inchiesta nazionale, in «L’Esame Nazionale», 15 aprile 1918, pp. 3-4.
42 CAPITOLO PRIMO

tidiana, gli opuscoli, i fogli volanti producevano sulla guerra presente90,


ma anche di trasformarsi in testimoni oculari degli avvenimenti in corso.

Particolare importanza avrà, naturalmente, tutto quello che riguarda la na-


zione in armi e il corso degli avvenimenti militari; e saremo vivamente grati a
tutti coloro che, avendo avuto diretta esperienza di un qualche aspetto o mo-
mento di essi, vorranno esporci le loro impressioni personali che noi terremo
riservatissime e delle quali nessun uso pubblico sarà fatto senza il permesso
esplicito degli autori e prima della fine della guerra e della smobilitazione91.

Nel formulare questo invito, il Comitato non intendeva soltanto porre


le basi per una storia veramente pubblica e collettiva, ma voleva anche
costituire le basi di una capillare rete di controinformazione, alternati-
va alle notizie, ufficiali e ufficiose, sullo svolgimento del conflitto, in
grado di fornire un contributo alla lotta combattuta sul fronte interno
contro il neutralismo e il «disfattismo» di vario colore, anche cattolico
ma principalmente socialista e persino «governativo», responsabile di
quella «Caporetto morale» che aveva fatto seguito al disastro militare.
Una lotta che si sarebbe caratterizzata per una violenza di toni e di at-
teggiamenti destinata a tramutare il confronto politico, il dibattito sulle
ragioni del conflitto in corso, in una sorta di vera e propria guerra civi-
le, nella quale talvolta, se non addirittura molto spesso, alla forza degli
argomenti si sarebbero sostituite, senz’altro, le ragioni della violenza,
determinando un forte imbarbarimento della vita politica italiana92. Il
partito interventista, posto di fronte al trauma della disfatta ma anche
al diffuso ribellismo della sinistra socialista, di molto rafforzatosi alle
prime notizie della rivoluzione russa, moltiplicava le sue iniziative, per
rinvigorire le sue organizzazioni territoriali, per coordinarne le attività
a livello nazionale. Riprendeva con maggiore acredine la propaganda
del quotidiano romano «Il Fronte interno» – fondato nell’estate del 1916
da Gianfranco Guerrazzi, di cui sarà attivo collaboratore anche Romo-
lo Murri – che si distingueva per un’ isterica campagna di denuncia, ma
più spesso di diffamazione, contro il «nemico interno» annidato nella
magistratura, negli istituti di credito, nella classe intellettuale, nel mon-

90
Ivi, p. 15.
91
Piano di lavoro, ivi, p. 8
92
Sul punto, e per quel che segue, R. DE FELICE, Mussolini il rivoluzionario, cit., al
cap. XI; A. STADERINI, Combattenti senza divisa. Roma nella Grande guerra, Bologna, il
Mulino, 1995, al cap. III; G. PROCACCI, Gli interventisti di sinistra, la rivoluzione di feb-
braio e la politica interna italiana nel 1917, in «Italia contemporanea», 1980, 1, pp. 49 ss.;
A. ROCCUCCI, Roma capitale del nazionalismo, 1908-1823, Roma, Archivio Guido Izzi, 2001,
al cap. IV; A. VENTRONE, La seduzione totalitaria. Guerra, modernità, violenza politica, 1914-
1918, Roma, Donzelli, 2003, al cap. IV.
CANTIERI DI LAVORO 43

do della scuola e in quello politico. Si potenziavano e si ramificavano


nei maggiori centri cittadini – da Milano a Roma – i Comitati per la
resistenza interna, le Leghe «antitedesche», a cui si aggiungevano quel-
le «antibolsceviche». Di tutti questi gruppi poi si sperimentava un coor-
dinamento nazionale con la costituzione del Fascio parlamentare di
difesa nazionale, una sorta di alleanza delle forze interventiste, nella
quale militavano anche Ciccotti e Colonna di Cesarò, che doveva evi-
denziare sui banchi della Camera la divisione tra deputati neutralisti e
rappresentanti favorevoli al proseguimento del conflitto93.
Ma la riscossa del fronte interventista si spingeva più oltre, quando
il timore di un complotto disfattista e antipatriottico si ravvivava, dopo
lo scoppio dei cosiddetti moti di Torino, nell’agosto del 1918, che furo-
no in realtà spontanei e non organizzati dal Psi. Di fronte a questo
paventato pericolo, le minacce già manifestate dalle associazioni patriot-
tiche – chiamare il «popolo sano d’Italia» a compiere direttamente «le
azioni di energia e di giustizia» – cominciarono a diventare ancora più
frequenti, sulla falsariga di quanto stabilito, secondo una nota della
prefettura di Milano del 15 maggio 1918, nel Programma schematico
del Comitato Nazionale per la resistenza interna, sottoscritto da Ottavio
Dinale, Angelo Oliviero Olivetti, Giovanni Battista Pirolini, Eliseo
Porro, che nel dopoguerra sarebbero confluiti nei Fasci di combatti-
mento94.
Il Comitato per l’Esame Nazionale era parte minore, ma integrante,
di questa galassia di iniziative dell’interventismo militante, deciso ad
arrivare ad una rapida e risolutiva resa dei conti con tutti i nemici della
«Guerra italiana» ed in particolare con il «disfattismo socialista». Obiet-
tivo, questo, che appariva evidente, senza possibilità di equivoci, al
deputato Giovanni Zibordi, legatissimo alla piattaforma riformista di
Turati, che in un articolo apparso su «Critica Sociale», a metà aprile,
ironizzava sulla minuta ricerca genealogica dei remoti mali italiani, quale
il Comitato intendeva intraprendere, non senza far notare che quella
indagine poteva costituire lo strumento più adatto per gettare un velo
d’ombra tendenzioso sugli errori fatali e recentissimi delle cosiddette
«élites» che, dal maggio 1915, avevano esautorato la volontà di popolo
e Parlamento, al fine di spingere l’Italia a quella presa d’armi che ora si
presentava come scelta azzardata e calamitosa.

Scriveva pochi giorni fa l’onorevole Murri che, per rivelare a se stessa le


ragioni di alcune pagine non liete della propria storia presente – tragica e do-

R. DE FELICE, Mussolini il rivoluzionario, cit., pp. 370 ss. e 386 ss.


93

ACS, A5G PGM, b. 106, f. 225, sf. 16, ins. 1, Nota della prefettura di Milano, 15
94

maggio 1918.
44 CAPITOLO PRIMO

lorosa fra esse quella dell’ottobre 1917 – e per esaminare, adunare ed accresce-
re le proprie forze ai prossimi e maggiori cimenti, l’Italia avrebbe bisogno di
studiare le sue tradizioni, le origini, gli elementi, i “precedenti” insomma, per
usare una parola corrente, risalendo di parecchi secoli il corso della sua storia.
Che l’anamnesi sia necessaria alla diagnosi e alla prognosi è ottimo canone di
medicina; ma, specialmente in casi di malattie acute, o di fasi acute di malattie
croniche, il sanitario di solito non pospone lo studio delle circostanze più im-
mediate e degli urgenti rimedi alla ricerca minuta e erudita del gentilizio. E non
è malizioso supporre che in questo voler risalire, su per i secoli, al gemino uovo
di Leda, vi sia un intento, forse istintivo, di schivare indagini più recenti e moleste
a determinate correnti politiche che da tre anni si assunsero volentieri la ditta-
tura delle cose nostre, ma non sembrano volerne accettare altrettanto volentie-
ri le responsabilità. Senza risalire al Risorgimento, al Rinascimento, al Medioe-
vo – dove certamente si ritroverebbero le radici della nostra “formazione na-
zionale”, ma ai soli effetti di un fatalismo generico, che non può concretarsi in
nessuna applicazione politica attuale – basta riferirsi alle giornate di Maggio o
poco più in là, per trovarvi i primi anelli di una catena di errori di psicologia
politica; scienza la quale, soprattutto in un popolo come il nostro, ha un’impor-
tanza non minore della diplomazia o dell’arte militare95.

Nel suo intervento, Zibordi condannava poi «la propaganda, o certa


propaganda, irosa, polemica, irritante, cui s’abbandonano alcuni per
sfogo impunitario di tristi libidini, tutto fuor che patriottiche, e altri
per un fanatismo nazionale che li acceca». E concludeva sostenendo
che chiunque, gruppi di cittadini o governo, «batta addosso ai sociali-
sti, con aspetto di persecuzione politica, estranea e non necessaria alla
situazione di guerra, semina negli animi delle plebi il tremendo convin-
cimento che la guerra sia fatta contro di loro», provocando così un di-
sfattismo più pernicioso di quello che «nessun agente nemico saprebbe
spargere nelle trincee morali della nazione».
Era un giudizio, sicuramente di parte, ma che pure conteneva qual-
che non trascurabile elemento di verità, che veniva ad essere conferma-
to anche da una sommaria analisi del Piano di lavoro proposto dal
Comitato96. In esso, come già nei progetti elaborati da Volpe e da Prez-
zolini, la storia d’Italia diveniva soprattutto «storia contemporanea»,
fatto salvo un breve prologo di sapore desanctisiano, relativo alla cause
storiche della decadenza italiana tra XVI e XVII secolo. Breve era an-
che l’excursus che doveva essere dedicato al passato prossimo, dal Ri-
sorgimento a Crispi, per non togliere spazio alla descrizione dell’«Italia
recentissima» in un’analisi, quasi non più di storia ma di sociologia sto-

95
G. ZIBORDI, Il disfattismo antisocialista, in «Critica Sociale», 1-15 aprile 1918, pp.
76-78, in particolare p. 76.
96
Piano di lavoro, cit., pp. 6-8.
CANTIERI DI LAVORO 45

rica, che si doveva sviluppare in numerose sezioni tematiche (dalla con-


dizione femminile alla politica coloniale, all’emigrazione, ai rapporti tra
amministrazione centrale e regioni, allo «sfruttamento elettorale del
Mezzogiorno»), nelle quali in tutte prevaleva una forte polemica anti-
democratica, anticlericale, antisocialista, antigiolittiana. Per quello che
riguardava le Correnti generali di pensiero, si richiamava l’attenzione
sugli «errori, eccessi, contraffazioni» della democrazia degenerata in
«demagogismo». Per Lo Stato e l’Amministrazione, si evidenziavano i
mali del parlamentarismo, in quanto «petulanza degli interessi effetti-
vamente rappresentati nell’agone elettorale e dei gruppi organizzati per
la pressione politica e il ricatto, con il sacrificio dei non rappresentati».
Per La Burocrazia, definita come «servile, detestante la responsabilità e
l’iniziativa, docile a tutte le sollecitazioni interessate», se ne ricordava
la funzione di «strumento elettorale del potere esecutivo». Per i rap-
porti tra Chiesa e Stato, si insisteva sui danni del «clericalismo come
forma mentis e stato d’animo nelle dottrine e nella vita dei partiti». Per
Il Socialismo, si sottolineava la «decadenza» di quel movimento, in pre-
da ormai ad «amoralismo semplicistico e a dommatico internazionali-
smo». Per L’Italia in guerra, si suggeriva un’analisi che non omettesse le
colpe, gli atti mancati, le omissioni della vecchia classe dirigente, del-
l’amministrazione, dei partiti, del movimento cattolico e della Chiesa.
Dall’«atteggiamento dei deputati», intriso di spirito neutralista e rinun-
ciatario nella loro maggioranza, al «tentativo giolittiano» di lasciare l’Ita-
lia fuori del conflitto, alla fine sconfitto, di misura soltanto, dall’«in-
surrezione popolare di maggio», alla irresolutezza della politica estera,
agli «errori, scandali, insufficienza» del sistema degli approvvigiona-
menti, al «ritardo e insufficienza» della mobilitazione industriale e ci-
vile, alla «prodigalità e imprevidenza» nella gestione delle forniture
militari, alle carenze della «legislazione di guerra», che «nei suoi criteri
ispiratori e nei suoi risultati» avrebbe dovuto costituire invece un ade-
guato «preludio al dopoguerra».
L’urgenza polemica del presente divorava completamente l’analisi del
passato in questo progetto, dove la storia invece di essere «giustificatri-
ce», secondo quello che poi sarebbe stato l’ammonimento di Croce97,
diveniva «giustiziera», e per di più a favore di una sola parte, con il
risultato, più che probabile, non di rinsaldare, ma di corrodere ulte-
riormente la mal certa identità nazionale, già messa a dura prova dalle
velleità giacobine del fronte interventista, e soprattutto della sua com-
ponente democratica, che in quel momento insisteva nella sua propa-

97
B. CROCE, La storia come pensiero e come azione, Bari, Laterza, 19393, pp. 32 ss.
46 CAPITOLO PRIMO

ganda con il proporre l’immagine – non sempre corrispondente a realtà


e non certamente nella misura ipotizzata – di un paese lacerato tra fautori
e sabotatori dell’impegno bellico, tra «cittadini» e «meticci» della nazio-
ne, fra patrioti e antipatrioti, tra italiani nazionali e antinazionali98.
Le finalità direttamente propagandistiche del gruppo, capitanato da
Murri, inquietavano anche lo stesso Ministro della Guerra, Vittorio
Zupelli, che, il 15 luglio, con la circolare 13740, classificata come «ri-
servatissima», inviata alla Presidenza del Consiglio, al Comando Supre-
mo, a quelli di Corpo d’Armata e al Servizio Informazioni, decideva di
vietare la partecipazione alle attività del Comitato ai militari in servizio,
che costituivano una parte non trascurabile degli aderenti.

Consta a questo Ministero che a far parte del Comitato dal nome di “Esame
Nazionale” – sorto in Roma dal novembre 1917 – si trovano insieme ad uomini
politici, anche ufficiali dell’Esercito, e che altri hanno aderito al programma
che si ripromette l’esame delle vicende della guerra, delle deficienze al fronte e
all’interno e delle relative responsabilità. La partecipazione di ufficiali al suddet-
to Comitato, in aperto contrasto col disposto del Regolamento di disciplina,
deve assolutamente essere impedita. Pertanto invito LL. EE. i Comandanti di
Corpo d’Armata a voler dare quelle disposizioni, che meglio crederanno in-
tonate alla singola situazione del territorio di loro giurisdizione, allo scopo di
impedire che l’infiltrazione nell’Esercito di questo spirito ipercritico non possa
realizzarsi, in opposizione alle norme disciplinari militari e al giuramento di
fedeltà. Dei risultati ottenuti gradirò essere informato con cortese sollecitu-
dine99.

Il presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando, lodava senz’al-


tro l’iniziativa, con un breve messaggio, dove si manifestava «il bisogno
di esprimere tutta la mia approvazione per la decisione di V.E. e, per
quanto ciò sia superfluo, aggiungere l’esortazione di fare che gli uffici
subordinati eseguano con tutto il rigore quanto loro viene prescritto»100.
Insorgeva, invece, contro il provvedimento di Zupelli, il deputato re-
pubblicano Ubaldo Comandini, ras incontrastato del suo partito in
Romagna e soprattutto a Cesena, dove, dopo qualche tentativo di inte-
sa tra tutte le forze democratiche, si era contraddistinto per la sua ag-
guerrita competizione con il partito socialista a cui aveva strappato il

98
Si veda G. SABBATUCCI, La Grande Guerra come fattore di divisione: dalla frattura
dell’intervento al dibattito storiografico, in Due nazioni. Legittimazione e delegittimazione
nella storia dell’Italia contemporanea, a cura di L. Di Nucci e E. Galli della Loggia, Bolo-
gna, Il Mulino, 2003, pp. 107 ss.
99
La circolare è conservata in ACS, PCM, Guerra Mondiale, b. 10L bis, fasc. 19.4.8.
100
Vittorio Emanuele Orlando a S.E. il Generale Vittorio Zupelli, Ministro della
Guerra, 18 luglio 1918, ivi.
CANTIERI DI LAVORO 47

controllo di quella città101. Presidente del gruppo parlamentare repub-


blicano, Comandini si schierava, nel 1914, in favore della neutralità,
dissociandosi, nell’agosto di quell’anno, dalle posizioni del partito in
considerazione della contrarietà delle masse lavoratrici alla guerra. Pochi
mesi dopo, modificava radicalmente le sue posizioni, divenendo un
fervente interventista, tanto da partecipare ai velleitari tentativi di or-
ganizzare una spedizione di volontari in Francia e Dalmazia. Ottenuto
l’incarico di ministro senza portafogli, nel giugno 1916, fu, insieme a
Bissolati e a Bonomi, al centro della lobby parlamentare favorevole a
Cadorna, divenendo un instancabile critico della gestione, a suo dire,
pavida e irresoluta del conflitto da parte del governo Boselli. Ispiratore
di una «carboneria», composta da Federzoni, De Ambris e Martini,
ostile alla costituzione del gabinetto Orlando, diveniva in quel ministe-
ro Commissario generale per l’Assistenza civile e la Propaganda inter-
na, nel febbraio 1918. In quella funzione, l’esponente repubblicano
aveva proposto alla presidenza del Consiglio un piano diretto a coordi-
nare le varie iniziative propagandistiche già attuate e ancora da attuare,
attraverso la collaborazione di militari e civili, che era stato fortemente
osteggiato da Zupelli e poi insabbiato dallo stesso Orlando102. Ora, la
circolare emanata dal Ministro della Guerra a proposito dell’iniziativa
di Murri, a cui si accompagnava la perentoria raccomandazione indi-
rizzata a Comandini di voler impedire ad un ufficiale posto alle sue
dirette dipendenze (Agostino Lanzillo, esponente di spicco del sinda-
calismo rivoluzionario, che di lì a poco sarebbe transitato nel movimento
fascista)103 la partecipazione ai lavori del Comitato, riaccendeva il non
sopito dissidio con Zupelli, a cui il Commissario per la Propaganda
faceva pervenire, il 28 luglio, una lettera di ferma protesta.

Ho ricevuto dal Comando del Deposito di Spoleto le unite due lettere, una
a me diretta, l’altra diretta al capitano Lanzillo Agostino, comandato presso il
mio Ufficio. V.E. vedrà il contenuto di esse. Non voglio portare alcun giudizio
intorno alle lettere stesse ma devo ritornarle a V.E., da che ripugna alla mia
coscienza di italiano e di studioso dare comunicazione del loro contenuto al
capitano Lanzillo. Mi consenta in ogni modo V.E. di dichiarare che la persona
o le persone le quali hanno creduto che “L’Esame Nazionale” potesse costitui-
re una Associazione con fini di sovvertimento della disciplina dell’Esercito non
hanno neppure letto (o se hanno letto non hanno compreso) il bollettino che,
per determinare le proprie finalità, “L’Esame Nazionale” ha pubblicato in data

101
Su di lui, il profilo di G. SIRCANA, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Isti-
tuto dell’Enciclopedia Italiana, XVII, 1982, pp. 521 ss.
102
P. MELOGRANI, Storia politica della Grande Guerra, cit., pp. 474-475.
103
Si veda R. BERNARDI, Agostino Lanzillo tra sindacalismo, fascismo e liberismo (1907-
1952), Milano, Edizioni Unicopli, 2001.
48 CAPITOLO PRIMO

15 aprile decorso. Se V.E. vorrà esaminarlo o farlo esaminare vedrà che si tratta
di una Associazione che si propone scopi di studio storico critico e di pubbli-
cazioni e di volumi che saranno scritti dagli uomini più cospicui nel campo in-
tellettuale italiano. Comunque mi consenta V.E. di trovare singolare che si di-
mentichi che la maggioranza degli ufficiali italiani hanno un passato, come stu-
diosi e come uomini politici e che nessuno può loro richiedere, quando, come
fanno e come ne danno quotidiana prova, compiono il loro dovere come solda-
ti e come cittadini, che essi rinneghino o dimentichino il loro passato o vivano
avulsi dalla vita nazionale, nella quale devono ritornare come una forza viva per
la grandezza del nostro Paese. Son certo che V.E. non può dissentire da questo
sentimento e che vorrà provvedere perché, riesaminata la cosa, non faccia luo-
go ad atti che servirebbero non a rafforzare, ma a indebolire la compagine na-
zionale ed eventualmente a riscavare fra Paese ed Esercito quel solco che già ci
portò così amari frutti104.

Nella stessa data, Comandini inviava un lungo messaggio, indirizza-


to a Orlando, nel quale si accusava Zupelli di sabotare sistematicamen-
te l’attività del Commissariato a lui sottoposto e si ritornava sull’«in-
cidente Lanzillo», minacciando addirittura le dimissioni dal proprio
incarico, se il responsabile della Guerra avesse insistito nell’intralciare,
«con i suoi capricci», l’opera di propaganda che, da qualsiasi parte fosse
provenuta, «non credo sia stata inutile al Paese e sia oggi quanto prima
necessaria, perché lo spirito pubblico non abbia a intiepidirsi e si man-
tenga invece in quello stato di fervore che ha avuto in questi ultimi tem-
pi»105. A poche settimane di distanza, il 7 agosto, era addirittura un
membro del gabinetto di guerra, Leonida Bissolati, ad intervenire a
favore del Comitato. L’indiscusso campione dell’interventismo demo-
cratico, che, nel corso del conflitto, si era sempre più avvicinato al «par-
tito militare» favorevole a Cadorna, e che, dopo Caporetto, aveva addi-
rittura avallato, con l’ipotesi dello «sciopero militare», la spiegazione
che l’Alto comando aveva fornito della rottura del fronte106, scriveva in
questi termini al Presidente del Consiglio:

Ti mando una copia dell’Esame. La più attenta lettura mi fa persistere nella


mia impressione: trattasi di rivista filosofica e sociologica. Ma anche ammetten-
do che dalla filosofia si possa scendere all’esame concreto di cose attinenti alla
guerra e alle istituzioni militari, e ciò si disconvenga a ufficiali in funzione, ri-
mane sempre la questione del modo con cui codesti ufficiali avrebbero dovuto

104
Ubaldo Comandini a S.E. il Generale Vittorio Zupelli, Ministro della Guerra, 28
luglio 1918, ACS, PCM, Guerra Mondiale, b. 10L bis, fasc. 19.4.8.
105
Ubaldo Comandini a S.E. Vittorio Emanuele Orlando, Presidente del Consiglio dei
Ministri, 28 luglio 1918, ivi.
106
Si vedano R. COLAPIETRA, Leonida Bissolati, Milano, Feltrinelli, 1958, pp. 250 ss.;
P. MELOGRANI, Storia politica della Grande Guerra, cit., pp. 182 ss. e passim.
CANTIERI DI LAVORO 49

essere messi al corrente di questo apprezzamento delle loro superiori autorità.


Tanto più che gli ufficiali sono de’ patriotti e de’ valorosi provati. Conflenti e
Ferrara sono feriti e decorati al valore. Lanzillo, ferito anch’esso. Marchi ha 36
mesi di fronte, proposto per medaglia al valore. Sanseverino è volontario di guer-
ra, ha 46 anni ed è decorato al valore. Torraca ha due decorazioni al valore. Za-
notti Bianco è ferito e decorato al valore. Questa gente, fiore di intellettualità e di
idealismo e di eroismo, non deve essere trattata con metodi brutali di polizia107.

La levata di scudi del partito interventista non impensieriva però


Zupelli, che persisteva nella sua posizione, ribadendo e anzi ampliando
i contenuti della ormai famosa e famigerata circolare del 15 luglio.
Nell’informativa inviata ad Orlando ai primi di ottobre, il ministro
comunicava con soddisfazione che «tutti i dipendenti comandi hanno
dato assicurazione a questo Ministero circa l’integrale applicazione del
divieto di partecipazione del R. Esercito al Comitato “Esame Naziona-
le”» e aggiungeva che «essendovi però la possibilità che il detto Comi-
tato abbia aderenti in zona di guerra si è fatta premura al Comando
Supremo perché voglia chiedere ai Comandi mobilitati assicurazione
analoga a quella chiesta da questo Ministero con circolare 13740»108. La
ferma opposizione ministeriale non avrebbe arrestato comunque l’im-
presa, se nell’aprile del 1919 Murri poteva scrivere a Prezzolini (che da
pochissimo aveva fondato la Società Anonima Editrice, intitolata a «La
Voce»), dando conto del pure non esaltante avanzamento dei lavori.

Per l’Esame Nazionale, il Comitato ha fatto poco sino ad ora per vari motivi:
la crisi provocata dall’ukase del ministro della guerra, la mia assenza da Roma
e specialmente l’incerta situazione internazionale ed interna. Ma ormai queste
difficoltà cessarono ed è il caso di incominciare. Abbiamo, come vedrete dal
foglio accluso, buone adesioni di collaboratori. I sottoscrittori sono sino ad ora
una quarantina. Cerchiamo l’editore. Vorreste dirci se e a quali condizioni as-
sumereste l’ufficio? Abbiamo stabilito di compensare gli autori con una parte-
cipazione agli utili lordi. Una quota parte di questi andrebbe anche al Comita-
to. Il contratto potrebbe essere per una prima serie di fascicolo, un 100 pagine
l’uno, o volumi da un 400 pagine (più lavori in un volume). Formato: quello
della Critica, a un dipresso per la prima edizione. La proprietà dei lavori reste-
rebbe al Comitato. In questo sono G. Gentile, G. Ferretti, F. Momigliano, N.
Fancello, A. Lanzillo, V. Torraca ed io. Altri aggregheremo. Qualche lavoro sarà
pronto in breve. Altri ne solliciteremo appena concluso l’accordo editoriale109.

107
Leonida Bissolati a S.E. Vittorio Emanuele Orlando, Presidente del Consiglio dei
Ministri, ACS, PCM, Guerra Mondiale, b. 10L bis, fasc. 19.4.8.
108
Il ministro della Guerra a S.E. Vittorio Emanuele Orlando, Presidente del Consi-
glio dei Ministri, 8 ottobre 1918, ivi.
109
Romolo Murri a Giuseppe Prezzolini, 23 aprile 1919. Lettera pubblicata in Giu-
seppe Prezzolini e il dibattito modernista, a cura di A. Botti, in «Fonti e documenti per la
storia del Modernismo», X, 1981, pp. 319-320.
50 CAPITOLO PRIMO

Nonostante il tono ottimista ostentato da Murri, l’iniziativa non


avrebbe però avuto alcun esito, restando allo stato di puro e semplice
«libro dei sogni». Puntando, quasi esclusivamente, sulla valorizzazione
degli elementi di divisione della identità italiana, e non sul lungo, tor-
mentato, accidentato e incerto cammino che aveva pure portato al costi-
tuirsi di una compagine nazionale che infine aveva dato buona prova
nel grande conflitto europeo, la storia d’Italia progettata dal Comitato
era nata, per così dire, già morta fin dalla culla, come avrebbe sottoli-
neato, nel 1922, Corrado Barbagallo ricordando che «fra le tante cose,
gli innumeri propositi, i disegni sterminati di iniziative e di rinnova-
menti culturali, concepiti durante la Guerra europea, e che più tardi la
mancata attuazione doveva far precipitare nel ridicolo, ci fu quella di
una grande Storia d’Italia, con impronte e caratteri nuovissimi», la quale
«ancora oggi superstite, non sappiamo quando potrà venire tradotta in
realtà»110.
Parole che sembravano segnare uno iato profondo tra il risveglio
nazionale, che il conflitto aveva suscitato, e quella che doveva conti-
nuare ad essere l’asettica serietà del lavoro storiografico, ma che in realtà
erano state almeno in parte contraddette dalla comparsa di altre inizia-
tive editoriali, attive già nel primo anno di pace, che recavano ancora
l’impronta della nuova atmosfera morale che la guerra aveva impresso
sulla cultura italiana. Alla fine del 1918, prendeva avvio l’iniziativa di
Giacinto Romano di una Storia d’Italia in quattordici volumi, da affi-
dare a diversi specialisti (tra cui Barbagallo, Solmi, Caggese, Rota,
Ferrari, Luzzatto), che, elaborata alla luce dell’esperienza della Grande
Guerra, ma anche sulla falsariga del precedente tentativo della «Voce»,
doveva fornire «un possente rincalzo della nostra coscienza etnica e
nazionale» e, «senza voler essere sonante di frasi o gonfia di tirate pa-
triottiche, riuscire a un tempo scientificamente severa e altamente na-
zionale»111. Era Antonio Anzilotti a informare Giuseppe Prezzolini della
proposta editoriale di Romano nella corrispondenza del 2 novembre 1918,
la quale terminava con questo passo, fortemente indicativo del clima po-
litico da cui prendevano il via tali progetti di storia nazionale.

110
C. BARBAGALLO, Una nuova Storia d’Italia, in «Nuova Rivista Storica», VI, maggio-
agosto 1922, III-IV, pp. 386 ss., in particolare p. 386.
111
Il programma di Romano veniva parzialmente riprodotto e commentato da G.
LUZZATTO, Una Storia d’Italia..., in «Nuova Rivista Storica», III, settembre-dicembre 1919,
V-VI, pp. 664-665. Sul punto anche, Gaetano Salvemini a Pietro Silva, 12 febbraio 1919,
in ID., Carteggio 1914-1920, Roma-Bari, Laterza, 1984, p. 447: «Rodolico ti ha scritto del
progetto di “storia d’Italia”? Non potresti fare una scappata a Firenze per parlarne con
noi?».
CANTIERI DI LAVORO 51

Ti avverto che a Milano hanno già preso l’iniziativa della “Storia d’Italia”
con collaborazioni di Volpe, Salvemini, Rota, Fedele, etc. Mi hanno scritto
perché firmi il contratto con l’editore per un volume sul ’500. L’editore è Val-
lardi: il piano dell’opera è come l’avevamo pensato noi. Anche il Battistelli pre-
para una serie di volumi sui grandi pensatori italiani (Machiavelli, Sarpi, Catta-
neo, etc). Che ne dici? Ti scrivo sotto l’impressione della nostra grande vittoria.
Abbiamo – se Dio vuole – vinto da soli (questo forse dispiacerà a qualcuno).
Siamo non un piccolo popolo, ma un grande popolo e questa fede vale più, mio
caro, di tutte le formulette massoniche, che si stanno riverniciando. Ormai ci sia-
mo guadagnati non solo l’Adriatico, ma anche il Mediterraneo orientale. Si deve
andare in Asia minore non per noi, ma per i nostri figli! W l’Italia112.

Ma il tentativo di Romano non sarebbe restato un esperimento iso-


lato. In quello stesso inquieto dopoguerra, prendeva avvio, all’interno
delle iniziative della Biblioteca dell’Università Popolare Milanese113, una
collana di «Nozioni di storia» di chiaro intento divulgativo, ma di im-
pianto innovativo, per tematiche e scelta degli autori, il cui catalogo era
stato redatto da Volpe insieme a Ugo Guido Mondolfo già nel 1913114.
In quella collezione, dove Volpe avrebbe pubblicato la prima versione
del suo Medioevo (progettando altri volumetti su età di mezzo ed età
moderna, Comuni, regime feudale, Rinascimento) si annunciavano
anche altre piccole monografie, ad opera di Niccolò Rodolico (Le civil-
tà antiche), di Ferruccio Quintavalle (La rivoluzione religiosa del secolo
XVI), di Ugo Guido Mondolfo (La Rivoluzione francese e Movimenti
nazionali e rivoluzioni del secolo XIX), di Leone Gaetani (L’Islamismo),
di Giuseppe Ricchieri, (La Guerra Mondiale). Tra gli opuscoli della
cosiddetta «Biblioteca rossa», dove compariva anche il titolo di Gaeta-
no Salvemini, La questione del mezzogiorno, per la serie «Questioni
sociali e di attualità», rappresentava un elemento di originalità, forte-
mente legato alla nuova congiuntura ideale e politica, la monografia di
Arrigo Solmi, edita nel 1919 e dedicata alla Storia del Risorgimento ita-
liano, che infrangeva completamente le tradizionali paratie cronologi-
che in cui era stato rinchiuso quell’evento, facendo arrivare la spinta
propulsiva del moto unitario fino al 1918, con epicentro nelle «giorna-

112
Antonio Anzilotti a Giuseppe Prezzolini, 2 novembre 1918, AGP.
113
Sull’Università Popolare di Milano, gli interventi di D. PINARDI e M.L. CICALESE,
in La cultura milanese e l’Università popolare negli anni 1901-1927, a cura di U.A. Gri-
maldi, Milano, Franco Angeli, 1983. Sull’irradiamento delle Università popolari a livello
nazionale, F.L. PULLE, Venti anni di vita delle Università popolari: (Federazione Nazionale
delle Università popolari, scuole libere e associazioni pro coltura popolare. Comitato federa-
le), Bologna, Azzoguidi, 1921; M.G. ROSADA, Le Università popolari, 1900-1918, Roma,
Editori Riuniti, 1975.
114
Catalogo ragionato per una Biblioteca di cultura generale, Storia, Milano, Federazione
Italiana delle Biblioteche Popolari, s. d. [ma 1913].
52 CAPITOLO PRIMO

te di maggio» del 1915, «che furono una vera rivoluzione, poiché, ri-
svegliando le energie sopite della grande maggioranza del popolo ita-
liano, rivelarono che questo era ormai cosciente della sua forza e geloso
della sua dignità nazionale, era ormai capace di levarsi concorde contro
le speculazioni politiche tese nell’ombra»115.
A questi programmi si sarebbe aggiunto, a breve, quello della «Sto-
ria d’Italia in collaborazione», che Volpe, nel corso del 1921, annuncia-
va in una serie di lettere indirizzate ad Alessandro Casati, Giovanni
Gentile, Fortunato Pintor, Benedetto Croce. Una corrispondenza, dove
alla concisa esposizione dei criteri della nuova collezione storica, che
avrebbe dovuto iniziare le pubblicazioni tra 1923 e 1924 per conclu-
dersi nel triennio successivo, si accompagnava un urgente e a volte
imperioso «call for book» rivolto ai futuri collaboratori, del quale uno
dei primi destinatari era stato Guido de Ruggiero, il 18 marzo 1921.

L’amico Casati mi dà il suo indirizzo napoletano ed io le scrivo nella speran-


za di trovare in lei un collaboratore ad un’opera che mi sta molto a cuore. Ecco
di che cosa si tratta. Vorremmo pubblicare una serie di volumi in cui fossero
lumeggiati i momenti o fasi più importanti della storia d’Italia: l’età barbarica
e feudale, quasi vestibolo della storia d’Italia vera e propria; le città e borghesie
di città; signorie principali e relativa coltura del Rinascimento; l’Italia e l’Euro-
pa, dal cozzo, alla fine del XV, al principio del XVIII secolo; il rinnovamento
del XVIII, fino al 1815; l’azione e il pensiero politico dal 1815 al 1861 circa,
cioè alla morte di Cavour; l’Italia di oggi. Vagheggerei volumi di storia, nel sen-
so pieno della parola, in cui tutti gli elementi della vita storica si fondessero in
una esposizione meditata, precisa, organica, chiara, capace di interessare lo stu-
dioso e nel tempo stesso entrare nella biblioteca della semplice persona colta,
dello studente universitario, del professionista che abbia qualche curiosità fuo-
ri della sua professione. Accanto o attorno a questo nucleo, un’altra serie di
volumi in cui si riprendano motivi già toccati nei volumi precedenti, ma per dar
loro maggiore svolgimento. Ad esempio: l’economia italiana e l’economia eu-
ropea alla fine del Medio Evo; il Rinascimento italiano in Europa; l’Italia e
l’Oriente europeo; Italia e Germania nel XIX secolo (rapporti di coltura-poli-
tica-economia); Italia e Inghilterra, nel XIX secolo; Italia e Francia dopo la Ri-
voluzione francese (specie durante il Risorgimento italiano); l’emigrazione ita-
liana e le colonie italiane in America latina dalla 2° metà del XIX secolo. Ora io
ho pensato anche a lei. La conosco serio studioso di filosofia e, di recente, an-
che di problemi di storia politica. Cerco, poi, persone non troppo disformi nel
modo di concepire la realtà storica, in modo che la loro sia, entro certi limiti,
una “collaborazione”. Mi sono consigliato anche coll’amico Casati e lui mi ha
incoraggiato a rivolgermi a lei (il Casati sarà uno del gruppo, sebbene non pro-
fessi studi storici; ma non mi dispiace cercar fuori dei professionisti, che po-

115
A. SOLMI, Il Risorgimento italiano, 1814-1918, Milano, Biblioteca della Università
Popolare Milanese e della Federazione Italiana delle Biblioteche Popolari, 1919, p. 73.
CANTIERI DI LAVORO 53

tranno aver pratica maggiore ma hanno anche abiti professorali!). Lei conosce
l’Inghilterra. Non potrebbe addossarsi il volume su Italia e Inghilterra nel XIX
secolo? Vi sono da lumeggiare i rapporti con la Sicilia e i Borboni nel primo
XIX secolo, la politica inglese nei vari scacchieri del Po, in ordine al Piemonte
e all’Austria, allo Stato della Chiesa, al Regno di Napoli, le correnti dell’opinio-
ne pubblica inglese durante il Risorgimento, ciò che i nostri (cito Cavour) han-
no preso o aspettato dall’Inghilterra e sua coltura e sue istituzioni politiche, la
posizione delle due nazioni, l’una di fronte all’altra negli ultimi decenni ecc.
Oppure la Francia e l’Italia nel XIX secolo. Rapporti in certo senso più compli-
cati. Gli italiani sono vissuti nell’orbita del pensiero politico francese, nel tem-
po stesso che avevano o acquistavano la consapevolezza di questa loro scarsa
autonomia e cercavano di liberarsene, anche per giungere alla indipendenza
politica (Balbo, Gioberti, lo stesso Mazzini, che tuttavia dipende molto dall’89,
pur mentre considera la Francia del suo tempo come non più capace di dire la
parola nuova, riservata invece all’Italia). E poi il 1859, la politica napoleonica
del decennio successivo, la Francia degli ultimi tempi in rapporto a noi, certi
influssi del socialismo francese sul pensiero dei nostri sulla metà del secolo (Gio-
berti, Pisacane, ecc.). Tutte cose che già i due scrittori dei volumi di storia toc-
cano, ma che meritano poi una trattazione a sé. Ho in mente dei volumi su le
400 pagine, del formato della sua storia della filosofia o presso a poco, con un
piccolo ma succoso corredo di erudizione bibliografica in fondo al volume o ai
capitoli. L’editore fa condizioni piuttosto buone ed è Zanichelli. Ci pensi qual-
che giorno: ma, la prego, non troppo, perché avrei fretta di conchiudere, e poi
mi risponda affermativamente. E se ha qualche nome da propormi per uno di
quei due volumi e magari anche per un volume su la monarchia meridionale dal-
l’XI al XIV secolo (fino a che, cioè, cessa di rappresentare un mondo piuttosto
a sé nell’Italia cittadina e borghese e sfocia nell’Italia dei principati), che potrei
desiderar di inserire nella 1° serie dei volumi, mi farà piacere116.

All’invito, così caldamente formulato, faceva seguito una risposta


interlocutoria di de Ruggiero, che, se rifiutava l’offerta di redigere il
titolo proposto da Volpe (sicuramente affine per la materia ai suoi pre-
cedenti lavori, ma considerato ormai lontano dai suoi attuali interes-
si)117, offriva un’ampia disponibilità di massima a lavorare per la collana
in gestazione. Volpe ritornava immediatamente alla carica, suggerendo
un nuovo argomento: il Rinascimento italiano in Europa118. A quel pun-
to, de Ruggiero scioglieva ogni riserva. Suggeriva d’inserire tra i nomi
dei collaboratori anche quello di Omodeo per uno studio sulla Contro-
riforma e accettava di impegnarsi per un volume su Il movimento libe-

116
Gioacchino Volpe a Guido de Ruggiero, Milano, 18 marzo 1921. La lettera è con-
servata nel Fondo Guido de Ruggiero, Fondazione Spadolini-Nuova Antologia di Firen-
ze, d’ora in poi FGDR.
117
Nel 1921, de Ruggiero aveva pubblicato, presso Vallecchi, L’Impero britannico dopo
la guerra.
118
Gioacchino Volpe a Guido de Ruggiero, Milano, 14 aprile 1921, FGDR.
54 CAPITOLO PRIMO

rale in Europa nel secolo XIX. Un tema in qualche misura non estraneo
a quella sua ricerca «sul movimento storico-politico napoletano, da Vico
a Cuoco»119, ampliatasi e poi edita in volume nel 1922120, che tra 1918 e
1920 aveva preso forma per la prima volta in tre puntate su «Politica»:
la rivista nazionalista di Francesco Coppola e di Alfredo Rocco, con la
quale, dopo molti dubbi, de Ruggiero aveva acceso una collaborazione
che aveva incontrato il pieno gradimento di Benedetto Croce121. Ambe-
due le offerte trovavano l’immediato consenso di Volpe nella lettera del
22 maggio 1921:

Mi piace il tema che lei mi propone e che in parte contiene quegli altri propo-
sti da me: Il movimento liberale in Europa nel secolo XIX: cioè, dottrine, con le
loro radici nel XVIII secolo; atteggiamento o fisionomia varia che prendono nei
vari ambienti e nazioni europee, specie nei più vicini a noi più connessi; fatti sociali
da cui il liberalismo trae alimento; rapporti con i movimenti nazionali ecc. Così,
siamo intesi: lei lavorerà su questo tema e non ho dubbi che debba e possa riusci-
re un volume di molto interesse e non solo per i cultori di studi storici, ma per
quanti cercano orientamenti nel campo delle idee e della azione pratica. Questo
tutti dovremmo proporcelo e ce lo proporremo: ma vi sono problemi che si pre-
sentano subito e direttamente come problemi di vita presente, anche agli studiosi
di vita pratica. [...] E mi piace anche l’Omodeo, che lei mi propone. Pensavo alla
Controriforma, ma non avevo sottomano l’uomo. Ho anche io molta considera-
zione per l’Omodeo. Ricordo che anni fa, in un concorso per il perfezionamento
all’estero, io sostenni l’Omodeo che si presentava con il mss. di quel suo lavoro
sul cristianesimo primitivo. E non dipese da me se non riuscì122.

119
Guido de Ruggiero a Benedetto Croce, 23 agosto 1918, ABC.
120
Si veda G. DE RUGGIERO, Il pensiero politico meridionale nei secoli XVIII e XIX, Bari,
Laterza, 1922.
121
Nelle lettera a de Ruggiero del 29 novembre 1918, Croce definiva «utilissima la
campagna che la vostra rivista intraprende in un momento in cui gli ideologi democratici
operano da veri (e, quel che è peggio, inconsapevoli) traditori d’Italia». Cfr. B. CROCE, Epi-
stolario, I, cit., p. 32.
122
Gioacchino Volpe a Guido de Ruggiero, Milano, 22 maggio 1921, FGDR. Per quello
che riguardava il riferimento ad Omodeo, occorre ricordare che questi, nel maggio 1913,
aveva partecipato al concorso per una borsa di studio di perfezionamento all’estero. La
commissione era composta da Zuretti, Cardinali, Villa, Fasola, Volpe. Il concorso si chiu-
deva il 6 giugno 1913, con la vittoria di Umberto Mancuso. Sul punto, Carteggio Gentile-
Omodeo, a cura di S. Giannantoni, Firenze, Sansoni, 1974, pp. 80 ss. Ma si veda anche la
lettera di Volpe a Giovanni Gentile del 12 giugno 1913, conservata in AFG: «Aspettando
il treno in stazione. Ebbi la tua lettera a Pintor e con molto piacere vidi confermato il
giudizio che già avevo espresso sul Dott. Omodeo. Il quale, se fosse stato laureato qual-
che anno prima e se avesse presentato a stampa almeno una parte del suo lavoro, non
dubito che sarebbe entrato in gara per la vittoria. Ma era lì un altro candidato del quale
Zuretti ha detto mirabilia; un candidato che già insegna da 3 anni ed ha vinto un paio di
concorsi ed ha presentato molta roba stampata che il Cardinali ha giudicato bene, e lo
Zuretti benissimo... Sarà per un altro anno. Certo, in questi concorsi, il giudice che viene
già prevedendo e calcolando la vittoria dell’uno o dell’altro si trova in condizioni di su-
periorità su quello che vuole prima pesar tutti i candidati e poi decidersi».
II

LIBERALISMO E STORIA D’ITALIA

1. L’argomento scelto da de Ruggiero reclamava con urgenza la parte


che la politica si sarebbe ritagliata all’interno del progetto della «Storia
d’Italia», che Volpe aveva messo in cantiere. Nel primo dopoguerra, il
problema del liberalismo, la sua definizione storica e teorica, le sue
prospettive di sviluppo, i suoi progetti di riforma costituivano uno dei
maggiori punti controversi per saggiare l’identità e la continuità della
vita nazionale, in vista della rapida modificazione del sistema post-ri-
sorgimentale che il grande conflitto, con tutte le ricadute eversive sul
quadro sociale, politico, istituzionale, aveva provocato. Tutto questo già
appariva con nettezza, tra febbraio e marzo del 1919, a partire dalla
polemica tra Mario Missiroli e Giovanni Gentile sulla possibilità, soste-
nuta dal primo, di una trasformazione dell’idea liberale in semplice
«molla di progresso, che era passata ormai di esclusiva competenza dei
socialisti», considerato «il conservatorismo reazionario proprio del
partito liberale». Ipotesi alla quale il secondo obiettava non soltanto la
duplice funzione del liberalismo in quanto «concezione dello Stato come
libertà e della libertà come Stato», inconciliabile quindi con la dottrina
socialista, ma anche e specialmente i rischi insiti in un sistema di «libe-
ralismo conciliatore, che accosta e accorda le idee rappresentative degli
interessi sociali», quale quello che si era manifestato nella pratica tra-
sformista del «giolittismo» che «per un ventennio fu, o parve, l’espres-
sione più adeguata della vita politica italiana; ma che merita nondime-
no d’essere battezzato dal nome di chi fu l’esponente più cospicuo di
cotesta vita, e più fece per sostenerla contro tutti i tentativi di ribellione
e contro l’opposizione delle minoranze più sane e pensose dell’avveni-
re nazionale»1.
Era una polemica di grande peso, densa di conseguenze pratiche
nell’immediato futuro, che sicuramente Gobetti non seppe intendere
nel suo giusto valore, quando nel 1923 avrebbe scritto:

1
I testi della polemica sono raccolti in M. MISSIROLI, Polemica liberale, Bologna, Za-
nichelli, 19543, pp. 3 ss.; G. GENTILE, Dopo la vittoria. Nuovi frammenti politici, Roma,
Società Anonima Editrice La Voce, 1920, pp. 162 ss. Per le citazioni, si veda, rispettiva-
mente, p. 18 e p. 186.
56 CAPITOLO SECONDO

La tesi pratica che il Missiroli derivava dalle sue premesse, definendo libe-
rale l’opera dei socialisti in Italia, era assai brillante e seducente nel campo sto-
rico: mentre in sede teorica il metodo missiroliano fa rivivere un pensiero gene-
ricamente progressista, che ripete l’impotenza degli illuministi nel tentativo di
definire il progresso, ossia in sostanza non sa dirci come la teoria professata
debba incarnarsi in azione politica. Il Gentile alla sua volta confondeva libera-
lismo con arte di governo. Privo del senso delle distinzioni e delle lotte prati-
che, egli si riduceva a un concetto del liberalismo come risultante di forze op-
poste, come conservazione che è anche innovazione, ossia al vecchio pensiero
moderato che non vuole andare né a destra né a sinistra e pretende di masche-
rare i propri interessi conservatori gabellandoli per interessi generali. Del resto
in tutta l’equivoca concezione del Gentile, che vanamente si appella a Mazzini
e a Cavour, si scorge l’assenza più desolante di ogni generosa passione per la
libertà2.

Il dibattito ideale tra i due liberalismi aveva trovato al contrario una


sua precisa ricaduta politica nel contrasto tra l’ipotesi di un liberalismo
progressivo maggiormente aperto ai valori e alle esigenze della demo-
crazia industriale, che Giolitti e poi soprattutto Nitti andavano svilup-
pando3, e il progetto di modernizzazione «non socialista ma sociale»,
mai meramente moderato e conservatore di quella dottrina, propugna-
to da Sonnino, e con accenti maggiormente autoritari da Salandra, in
parziale sintonia con l’eresia liberale dei «giovani turchi» di Giovanni
Borelli4. Queste ultime tendenze tracimavano nella polemica antiparla-
mentare e antidemocratica e nella denuncia dell’«assolutismo giolittia-
no» già dispiegatasi nel crinale che aveva separato il vecchio e il nuovo
secolo. Dal richiamo all’ordine di Sonnino, relativo alla necessità di ri-
pristinare in senso nazionale l’ortodossia del governo costituzionale,
attribuendo un maggior rilievo ad esecutivo e corona, contro le dege-
nerazioni del sistema parlamentare, da quello di Salandra, concentrato
in una visione difensiva dal punto di vista borghese e maggiormente
interessato all’aspetto istituzionale dei rapporti tra Stato e società, il
passo, non breve certamente né obbligato, risultava pure praticabile
verso gli approdi della teoria dell’élite e della «classe politica» di Pare-

2
P. GOBETTI, Il liberalismo italiano, in «La Rivoluzione liberale», 1923, 14, pp. 57-58.
3
Si veda G. GALASSO, Italia democratica. Dai Giacobini al Partito d’Azione, Firenze,
Le Monnier, 1986, pp. 123 ss.
4
Sulle ipotesi di riforma liberale portate avanti da Sonnino e Salandra, B. VIGEZZI,
Da Giolitti a Salandra, Firenze, Vallecchi, 1969; E. GENTILE, Il mito dello Stato nuovo. Dal
radicalismo nazionale al fascismo, Bari, Laterza, 20022, pp. 73 ss. Sull’eresia liberale di
Giovanni Borelli, B. VIGEZZI, Da Giolitti a Salandra, cit., pp. 32 ss.; 287 ss.; 318 ss. e la
voce di A. RIOSA, in Dizionario Biografico degli Italiani, cit. Su tutti questi temi, un qua-
dro, tuttora insostituibile, è in G. VOLPE, Italia moderna, con un’Introduzione di F. Per-
fetti, Firenze, Le Lettere, 20024, 3 voll., II, pp. 424 ss.; III, 227 ss.; 316 ss. e passim.
LIBERALISMO E STORIA D’ITALIA 57

to e Mosca. In direzione, quindi, di quella concezione della minoranza


che è sempre «qualitativamente maggioranza, perché sa e può», la qua-
le, in alternativa al mito della maggioranza sovrana in ragione del suo
solo numero, si radicò fortemente nella coscienza politica di molti in-
tellettuali italiani, dal nazionalismo modernizzatore di Papini e Prezzo-
lini a Benedetto Croce5. Concezione che, a sua volta, pareva costituire
il corollario a quel tema dell’«uomo forte» già manifestatosi nella sta-
gione crispina che, pure, nella cultura politica italiana non si presenta-
va con un’inflessione immediatamente dittatoriale e antidemocratica ma
piuttosto all’interno del disegno di un sostanziale recupero di libera-
lismo6.
Si trattava piuttosto, avrebbe poi commentato Volpe, di poggiare sulla
speranza di un «deus ex machina a rimedio della decadenza parlamen-
tare», di trovare un ancoraggio esterno al sistema «visto che un organi-
co ubi consistam» non esisteva al suo interno, di costituire un argine
legale «da opporre d’urgenza all’avanzata del radicalismo», di dare
spazio ad una personalità che «avrebbe fronteggiato l’onnipotenza del
Parlamento, fatto funzionare il Parlamento a suo dispetto, rimesso
quindi paese e Governo nella normalità costituzionale e parlamenta-
re», di «rimettersi alla virtù e alla capacità di un uomo, per raddrizzare
un regime, magari facendo violenza ad esso»7.
In due volumi lucidissimi del 1934 e del 1940, che più che un eser-
cizio di storia delle dottrine politiche costituivano un saggio di biogra-
fia politica della nazione italiana e delle sue élites politiche e intellettua-
li, Rodolfo De Mattei ripercorreva le tappe del processo di perversione
della vita pubblica «dopo l’Unità», e il suo deragliamento fuori dai le-
gittimi confini di un corretto sistema rappresentativo8. Punti qualifi-
canti di questo processo degenerativo erano: lo strapotere della «con-
sorteria», del «favoritismo», della «coalizione» in quanto fattori prima-

5
Si veda, rispettivamente, E. GENTILE, Il mito dello Stato nuovo, cit., pp. 93 ss.; G.
GALASSO, Croce e lo spirito del suo tempo, cit., pp. 252 ss. e passim. Qualche spunto felice
è anche in P. VITA-FINZI, Le delusioni della libertà, Firenze, Vallecchi, 1961, pp. 103 ss.
6
Diversamente, E. GENTILE, Il mito dello Stato nuovo, cit., p. 255: «Nella figura del
duce, come istituto permanente dello Stato nuovo, prendeva forma definita l’idea dell’uo-
mo di Stato vagheggiata dal radicalismo nazionale, diverso dall’uomo di Stato liberale
espresso da una maggioranza parlamentare, da questa condizionato nella sua azione e vin-
colato dalle regole della costituzione e delle leggi».
7
G. VOLPE, Italia moderna, cit., I, pp. 181 ss.
8
Si veda R. DE MATTEI, Il problema della democrazia dopo l’Unità, Roma, Istituto
Nazionale Fascista di Cultura, 1934; ID., Dal trasformismo al socialismo, Firenze, Sanso-
ni, 1940, dai quali sono tratte tutte le citazioni. Un recente profilo di questo studioso è in
L. RUSSI, Il passato del presente. Rodolfo De Mattei e la storia delle dottrine politiche in Italia,
Pescara, Edizioni Scientifiche Abruzzesi, 2005.
58 CAPITOLO SECONDO

ri e decisivi dello «svisamento della funzione parlamentare», attivi già


prima e certamente dopo la caduta della Destra, la «dittatura della
maggioranza» contro la reale volontà dei rappresentanti e del paese,
l’«onnipotenza del Parlamento» in assenza della «potenza del potere
esecutivo», il monopolio della decisione politica, completamente sot-
tratto alla pubblica opinione ed esclusivamente affidato alla Camera
che, «va così sempre più diventando una parziale e fittizia rappresen-
tanza del paese, giacché, di giorno in giorno, una quantità sempre
maggiore di forze vive, di elementi atti alla direzione politica ne resta
esclusa», l’oligarchismo imperante sotto la maschera della volontà po-
polare, il condizionamento reciproco tra politica e amministrazione, il
male oscuro del trasformismo responsabile di una «rivoluzione parla-
mentare» che annichiliva il sistema dei partiti, annullava la fisiologica
separazione di maggioranza e opposizione, faceva venir meno la possi-
bilità di un’alternanza di potere.
Tutti inconvenienti questi, denunciati con diversità di accenti da
pubblicisti e uomini politici di diverso orientamento ma non costitu-
zionalmente estranei alla tradizione liberale né alla speranza di un suo
rafforzamento (Stefano Jacini, Angelo Majorana, Marco Minghetti,
Giorgio Arcoleo, Pasquale Turiello, Ruggero Bonghi, Sonnino), ai qua-
li corrispondeva la proposta di diverse soluzioni. Alcune di carattere
eminentemente tecnico, riportabili a disparate ricette di ingegneria
costituzionale: dall’allargamento del suffragio alla diminuzione del
numero dei deputati. Altre escogitate in qualche misura «non per virtù
del sistema parlamentare ma a dispetto di esso», che, soprattutto in
Gaetano Mosca, in Scipio Sighele, in Vittorio Emanuele Orlando, ri-
lanciavano l’ipotesi salvifica del «despota di genio», dell’«uomo di così
incontrastata superiorità, di così indomabile valore da stringere con
mano di ferro il timone dello Stato e far sentire energicamente su tutti
l’esercizio di un’azione governativa e ricostruire su basi più salde lo Stato
italiano». Una soluzione che De Mattei indicava erroneamente, con
indebita concessione al canone di un «precursorismo» storiografico, da
lui stesso altrove fortemente contrastato9, come una indiscutibile anti-
cipazione della «proficua e duratura soluzione extraparlamentare» del
1915 e del 1922, che aveva consentito l’«ingresso attivo del popolo, al
di fuori dei suoi ufficiali rappresentanti, nella vita politica del paese con
una diretta e spontanea e imperativa manifestazione di volontà, che si
risolveva senz’altro in una esautorazione dell’istituto»10.

9
R. DE MATTEI, Sul metodo, contenuto e scopo di una Storia delle dottrine politiche, in
«Archivio di Studi Corporativi», 1938, 2, pp. 233 ss.
10
ID., Il problema della democrazia dopo l’Unità, cit., p. 57.
LIBERALISMO E STORIA D’ITALIA 59

In tutte queste proposte, il male da estirpare non era invece il siste-


ma liberale e rappresentativo in quanto tale, ma piuttosto quello indi-
cato con la pregnante definizione di «democrazia latina», già da Gio-
vanni Amendola11, nella quale, in virtù del dominio incontrastato dei
poteri locali, parziali, corporativi, organizzati a livello elettorale in lob-
bies, clientele, gruppi di pressioni, si perveniva sistematicamente allo
snaturamento dei rapporti tra governo e parlamento, si incentivava la
pratica trasformistica, si sedimentava l’instabilità dell’equilibrio socia-
le generale, dovuto alla piccola politica di interessi parziali largiti da un
apparato burocratico, impermeabile ad ogni ipotesi di risanamento, che
assumeva pienamente il ruolo extraistituzionale di «quarto potere».
Nella realtà politica italiana questo scadimento della vita istituzionale
veniva a identificarsi nel «giolittismo»: un sistema personale di potere,
che sarà vissuto a destra come a sinistra dello schieramento intellettua-
le e politico come il più grande ostacolo ad una riforma istituzionale ma
soprattutto morale del paese, come sosteneva «La Voce» nel 1910,
quando così commentava una delle ripetute ritirate strategiche di colui
che restava, anche in assenza di un suo diretto impegno governativo, il
«padrone del Parlamento» e della vita politica italiana.

Il governo di Giolitti è stato parlamentare e non nazionale, cioè circondato


da solida obbedienza di clientele nel parlamento e larga antipatia del paese; non
è stato sostenuto da nessuna corrente di simpatia morale, non è stato offeso da
nessun soffio di violenta passione disinteressata. Giolitti ha governato non con
il consenso del paese, ma con una maggioranza parlamentare: e questa se l’è
procurata e mantenuta con due sistemi: 1°. Col porre ai ministeri uomini in ge-
nerale incompetenti della materia, ma capaci di servire a puntino i deputati della
maggioranza in tutti quei piccoli favori che servono a mantenere l’appoggio dei
capi-elettori e dei galoppini; 2°. Con la corruzione e la violenza elettorale eser-
citata specialmente nei collegi del mezzogiorno, per incutere terrore negli av-
versari e fedeltà riconoscente nei seguaci. A questi espedienti di politica parla-
mentare ed elettorale bisogna aggiungere la dispersione degli avanzi del più
florido bilancio d’Europa in piccoli provvedimenti legislativi diretti ad acquie-
tare piccole clientele affariste e burocratiche, senza che si risolvesse a fondo un
solo problema d’interesse nazionale. Così Giolitti s’è formato una maggioranza
legata a lui per riconoscenza e per eguaglianza di spirito politico, composta di

11
Si veda G. AMENDOLA, Fra Dio e il diavolo, in «La Cultura Contemporanea», 1-16
settembre 1910, pp. 277 ss., dove si denunciava «quella volgare gazzarra che è la politica
democratica nei paesi latini e soprattutto in Italia». Il passo è citato in G. CAROCCI, Gio-
vanni Amendola nella crisi dello Stato italiano, 1911-1925, Milano, Feltrinelli, 1956, p. 16.
Ma per la messa a punto di questa definizione sul piano storiografico, si veda G. GALAS-
SO, Potere e istituzioni in Italia. Dalla caduta dell’Impero romano ad oggi, Torino, Einaudi,
1974, pp. 222 ss.; ID., Italia nazione difficile. Contributo alla storia politica e culturale del-
l’Italia unita, Firenze, Le Monnier, 1994, pp. 97 ss.
60 CAPITOLO SECONDO

circa centocinquanta dei 200 deputati meridionali che, appoggiati violentemente


dal governo, sfruttano, in compagnia delle loro clientele, quei disgraziati paesi,
e da un centinaio fra i 300 settentrionali (liguri, piemontesi, ecc.) che vivono di
affarismo e che trovano le condizioni per il libero sviluppo del loro affarismo
soltanto nel regime giolittiano. Con questa massa di 200 fedeli, Giolitti può dirsi
il vero padrone del parlamento: ed è insieme un vero pericolo nazionale. Con
una maggioranza che gli deve la vita, che gli deve l’esistenza, che sarebbe dissolta
da un sistema differente di elezione; con un’estrema sinistra imbevuta di simpatia
per lui e priva di ogni lievito ideale, Giovanni Giolitti non solo è il padrone di ieri,
è anche il padrone di oggi e si prepara ad essere il padrone di domani12.

Era questa, tra le tante, l’espressione di un altro antigiolittismo mol-


to diverso dalla becera gazzarra ribellistica di vario colore che avrebbe
perseguitato l’«uomo di Dronero» dallo scandalo della Banca Romana
alla vigilia della guerra13. Non più dunque la polemica contro Giolitti
«Tiburzi», Giolitti «Palamidone», Giolitti «Schiattamorto» e non an-
cora Giolitti «mestatore di Dronero», Giolitti «vecchio boia labbrone,
le cui calcagna di fuggiasco sanno la via di Berlino», come avrebbe so-
stenuto D’Annunzio al culmine della sua frenesia bellicistica nel «mag-
gio radioso» del 191514. Ma piuttosto l’antigiolittismo, avrebbe infine
riassunto Gobetti, di «quegli uomini che si sentono superiori a lui», di
tutti coloro che non avversavano l’uomo ma piuttosto il sistema da lui
creato in forma di «un malgoverno esitante, pericolante, sulla base dei
compromessi di una minoranza di inetti che vive alle spalle dello Sta-
to», la cui pratica consisteva nella «limitatezza di vedute», nella «non-
curanza fatale e necessaria che Giolitti deve manifestare verso i supre-
mi interessi», al fine di «mantenere il governo a qualunque costo»15. E
già, si potrebbe dire, un’opposizione a Giolitti in quanto suprema in-
carnazione dei «custodi del disordine», secondo l’icastica formula di
Curzio Malaparte, come ultima personificazione di quella classe politi-

12
G. PREZZOLINI, Da Giolitti a Sonnino, in «La Voce», 16 dicembre 1909, ora in ID.,
La Voce, 1908-1913. Cronaca, antologia e fortuna di una rivista, con la collaborazione di
E. Gentile e V. Scheiwiller, Milano, Rusconi, 1974, pp. 661-662. Sulla polemica antigio-
littiana di questa rivista e le sue ampie oscillazioni nel giudizio sullo statista piemontese,
si veda E. GENTILE, “La Voce” e l’età giolittiana, Milano, Pan, 1972, pp. 51 ss.
13
Si veda G. ANSALDO, Giovanni Giolitti. Il Ministro della buona vita, con una Introduzio-
ne di F. Perfetti, Firenze, Le Lettere, 2002, pp. 74-75; 212 ss.; 254 ss. Ma sul «vario antigiolit-
tismo», si vedano le pagine di sintesi di E. GENTILE, Il mito dello Stato nuovo, cit., pp. 31 ss.
14
G. D’ANNUNZIO, Arringa al popolo di Roma in tumulto, la sera del XIII maggio
MCMXV, in ID., Per la più grande Italia. Orazioni e messaggi, Roma, L’Oleandro, 1938,
pp. 68-69.
15
P. GOBETTI, Giolitti, giolittismo e antigiolittismo, in «Energie Nove», 5 luglio 1919,
in ID., Scritti politici, a cura di P. Spriano, Torino, Einaudi, 1960, pp. 125 ss.
LIBERALISMO E STORIA D’ITALIA 61

ca che, dopo aver dilapidato l’eredità della rivoluzione risorgimentale,


neppure si era curata di nascondere «il suo intimo avviso sulla necessità
di mantenere l’Italia in un perenne stato di disordine ma costituzionale,
pur di non fare prevalere in piazza e in parlamento la parte avversa»16.
La nuova opposizione intellettuale alla «dittatura» giolittiana, che,
come avrebbe sottolineato Volpe, proprio per esser «vestita di libertà»
risultava tanto più insidiosa, si basava su questa accusa sommaria. Ma
si articolava poi sulla denuncia di alcuni indiscutibili dati di fatto, o che
almeno parvero tali a molti, e che in ogni caso posero delle fortissime
riserve sul suo operato. Riserve che furono sentite in profondità nella
vita italiana del tempo e che fino ai nostri giorni si sarebbero riflesse nei
diversi e fortemente divaricati giudizi storici su quella stagione17. Non
solo la condanna per i limiti della cultura giolittiana, considerata come
architrave del «gran partito positivista» o come espressione degradata
del vecchio «materialismo storico conservatore e borghese», per dirla
con Croce e Volpe18, che ne rendevano l’azione di governo incapace di
direttive e di elaborazioni che andassero al di là dell’immediata con-
giuntura politica. Non soltanto il biasimo per la direzione della politica
estera, incapace di riconoscere come obiettivo primario la volontà di
potenza della nazione, sempre posposta invece alle esigenze del minuto
gioco politico interno, nonostante l’impresa di Libia e il temperamento
delle condizioni della Triplice ottenuto in favore dell’Italia. Non unica-
mente la censura per la politica sociale, da molti considerata solo come
un accordo «collaborazionista» tra alcuni settori privilegiati del capita-
le e del lavoro, a scapito di tutti gli altri, e per il non grande vantaggio
ricavato dal programma di allargamento del quadro parlamentare alle
forze socialiste, poi largamente fallito dopo il 1914, quando, dopo molti
precedenti insuccessi, era venuta definitivamente meno l’ipotesi di
quella «democrazia legalitaria, specie di conglomerato radico-socialista,
composto da tutti gli elementi dei partiti democratici che ammettevano
di lavorare d’accordo con la monarchia»19. Non semplicemente lo scan-

16
C. MALAPARTE, I custodi del disordine, Milano, Aria d’Italia, 1953, p. 21. La prima
edizione del volume veniva edita a Torino, Fratelli Buratti Editori, 1931.
17
Ad un parziale recupero, operato da distinti versanti, del valore della politica gio-
littiana (G. GALASSO, Italia nazione difficile, cit., pp. 148 ss.; E. RAGIONIERI, La storia poli-
tica e sociale, in Storia d’Italia. Dall’Unità a oggi. IV. 4, Torino, Einaudi, 1976, IV. 3, pp.
1866 ss.) fa riscontro il severo giudizio sul giolittismo, articolato da R. ROMEO, Italia mo-
derna fra storia e storiografia, Firenze, Le Monnier, 1977, pp. 140 ss. Giudizio che, nel suo
complesso, molto ancora deve a G. VOLPE, Italia moderna, cit., III, pp. 241 ss.
18
Si veda B. CROCE, Storia d’Italia, cit., pp. 65 ss., dove l’espressione non è diretta-
mente riferita a Giolitti; G. VOLPE, Italia moderna, cit., III, p. 244.
19
A. LABRIOLA, Storia di dieci anni, 1899-1909, Milano, Il Viandante, 1910, p. 232.
62 CAPITOLO SECONDO

dalo per un sistema di istruzione superiore, che era divenuto, come


avrebbe sostenuto Volpe commentando le manovre che avevano sbar-
rato le porte dell’ateneo di Napoli a Giovanni Gentile nel 1908, «quasi
patrimonio di famiglia da amministrarsi secondo i criteri del maggior
tornaconto personale» da «gente così fatta che è ancora l’arbitra della
nostra vita universitaria, per la forza loro e per la debolezza della pub-
blica opinione italiana»20.
Il fuoco dell’opposizione a Giolitti riguardava soprattutto la messa
in evidenza dello snaturamento istituzionale dello Stato, del Parlamen-
to, del momento elettorale. Il primo, sempre manovrato in stretta sim-
biosi con le fortune del governo. Il secondo, amministrato come sede
di un’aggregazione molecolare di consensi e non valorizzato come in-
terlocutore istituzionale primario della dinamica politica. Il terzo,
infine, in larga parte gestito spregiudicatamente per via amministra-
tiva, a danno della competizione diretta di gruppi e partiti autentica-
mente rappresentativi delle esigenze del paese, che comportava in
ultima analisi la tolleranza verso la violazione delle regole del regime
parlamentare, manomesso dalle spinte centrifughe di gruppi di pote-
re privato e dal ricorso alla corruzione, all’intimidazione, alla violen-
za, come avrebbe denunciato Salvemini nel 1910 in un pamphlet di
straordinario successo, il cui titolo avrebbe per molti e per lungo tem-
po costituito la più esatta definizione dell’età giolittiana21. Un libello
che descriveva nel dettaglio la gestione «malavitosa» delle elezioni nel
collegio elettorale di Gioia del Colle, dove Salvemini si era presentato
per ricevere una sonora bocciatura, in gran parte dovuta alle interfe-
renze dei poteri prefettizi e alle minacce dei mazzieri del partito go-
vernativo, che si erano rivelate decisive nel corso di una competizione
impari che sempre Salvemini avrebbe più tardi rinnovato senza suc-
cesso e che pure, commentava Volpe, aveva sortito il non piccolo ri-
sultato di «aver avuto il consenso di tutta la gente per bene, nell’aver
seminato per il prossimo raccolto, nell’aver contribuito alla fine – che

20
Gioacchino Volpe a Giovanni Gentile, 1 maggio 1909, AFG. Contro quell’esclu-
sione, Croce scriveva una lettera aperta di protesta al ministro della Pubblica istruzione,
Luigi Rava, sulle pagine di «Nuovi doveri». La lettera veniva ristampata anche su «La
Voce» e veniva infine edita separatamente: B. CROCE, Il caso Gentile e la disonestà nella
vita universitaria italiana, Bari, Laterza, 1909. La mancata chiamata di Gentile suscitava
lo sdegno di numerosi intellettuali, come Giustino Fortunato. Sul punto, si veda Giovan-
ni Gentile a Benedetto Croce, 2 giugno 1908, in Giovanni Gentile, Epistolario V. Lettere
a Benedetto Croce, a cura di S. Giannantoni, Firenze, Sansoni, 1976, pp. 216-217.
21
Si veda G. SALVEMINI, Il ministro della mala vita. Notizie e documenti sulle elezioni
giolittiane nell’Italia meridionale, a cura di S. Bucchi, con una nota di G. Arfé, Torino,
Bollati Boringhieri, 2000.
LIBERALISMO E STORIA D’ITALIA 63

non potrà tardare – dell’assolutismo giolittiano»22.


Queste le articolazioni del «disordine», edificato da Giolitti, che
anche Gobetti denunciava proprio per la sua strategia di «naturale
conversione del liberalismo in democrazia demagogica»23, fattasi strut-
tura organica di malgoverno, e, nel migliore dei casi, di governo di basso
profilo dove la politica si riduceva a routine amministrativa, a tattica di
mediazione per la mediazione tra particolari interessi di ceto, di cate-
goria e di consorteria, dalla quale restavano esclusi comparti fondamen-
tali della vita nazionale. Queste le deformazioni di un sistema liberale,
ormai tale solo nel nome e non più nei fatti, contro il cui snaturamento
si sarebbe battuta una minoranza attiva, costituita da «una specie di
aristocrazia intellettuale anelante a più alta moralità pubblica, a più nette
disposizioni ideali, a più fecondi contrasti, a più energici atteggiamenti
di politica estera, rispondenti alle cresciute energie e possibilità del
paese»24. Obiettivi in tutto o almeno in parte condivisi da un vero e
proprio «partito degli intellettuali», che si costituiva come «antipartito
della cultura»25. Da Salvemini, a Croce, a Gentile, a Prezzolini, ad
Amendola, ad Omodeo, a Lombardo Radice, a Mosca, a Luigi Einaudi,
a Giustino Fortunato, a Guglielmo Ferrero, a Luigi Albertini, ad Alfre-
do Rocco, ad Arturo Labriola, al quale si doveva una delle più vivaci
descrizioni della corruzione amministrativa giolittiana che, prometten-
do di lavorare per il «governo della borghesia», aveva in realtà costitui-
to il «governo degli affaristi»26. Ai molti altri che Gobetti qualificava
come cultori di «esercitazione politica solitari», come fautori di «tenta-

22
Gioacchino Volpe a Gaetano Salvemini, s. d., s. l. [ma 1913] in G. SALVEMINI, Car-
teggio, 1912-1914, a cura di E. Tagliacozzo, Roma-Bari, Laterza, 1984, p. 128. Sulla de-
nuncia dei brogli e delle violenze che contraddistinsero le elezioni pugliesi del 1913, a cui
Salvemini aveva partecipato, si veda la campagna di stampa organizzata dal periodico di-
retto da Salvemini, ora pubblicata in L’Unità di Gaetano Salvemini, a cura di B. Finoc-
chiaro, Venezia, Neri Pozza Editore, 1958, pp. 263 ss.
23
P. GOBETTI, Il liberalismo italiano, cit., p. 58: «Dopo il ’70, il partito liberale, risul-
tante di tutte le debolezze teoriche ed obiettive, è svuotato dalla sua funzione rinnovatri-
ce perché privo di una dominante passione libertaria e si riduce a un partito di governo,
ad un equilibrismo per iniziati, che esercita i suoi compiti tutori ingannando i governati
con le transazioni e gli artifici della politica sociale. La pratica giolittiana fu liberale solo
in questo senso conservatore, e la politica collaborazionista non salvava il liberalismo, ma
le istituzioni, tenendo conto non del movimento operaio, ma dello spirito piccolo-borghese
del partito socialista».
24
G. VOLPE, Italia moderna, cit., III, p. 274.
25
In un’ottica più circoscritta, N. ZAPPONI, Il tempo della “Voce”: l’antipartito della
cultura e la cultura come “prepartito”, in Il partito politico nella belle époque, Milano, Giuffré,
1980, pp. 280 ss. Sul punto, ma con diverso giudizio di valore da quello da me utilizzato,
si veda anche A. ASOR ROSA, La cultura, in Storia d’Italia. Dall’Unità ad oggi. IX. Lettera-
tura e sviluppo della nazione, Torino, Einaudi, 1975, pp. 1254 ss.
26
A. LABRIOLA, Storia di dieci anni, cit., pp. 227 ss.
64 CAPITOLO SECONDO

tivi di eresia e di sforzi di concentrare intorno ad organi di studio e di


ricerca gruppi di giovani disinteressati e alieni da speculazione dema-
gogica», che poi si sarebbero ritrovati «confusi insieme in un compito
indifferenziato di illuministi»27. Da tutti coloro, in altri termini, che, al
di là delle possibili divisioni, reclamavano l’esigenza di uno spirito nuo-
vo, la fuoriuscita dal progressivo abbassamento del tono morale, la cor-
rezione della montante indisciplina sociale che si rifletteva in misura
perversa sulla vita quotidiana del paese. Richieste pressanti che interse-
cavano le tradizionali coalizioni ideologiche e politiche, che si drappeg-
giavano di diverse parole d’ordine, da quella di «classe» a quella di
«nazione», ma che, nella sanior pars dello schieramento ostile allo sta-
tista piemontese, si ispiravano soprattutto al ripristino di un liberali-
smo più severo, opposto al liberalismo giolittiano, «venato o contami-
nato nell’azione politica quotidiana da tanto illiberalismo»28, di un sen-
so dello Stato più rigoroso e moralmente animato. La cui reintegrazio-
ne poteva richiedere anche il ricorso ad una soluzione extra legem, come
sarebbe avvenuto nel maggio del 1915, quando il colpo di Stato inter-
ventista contro la maggioranza del Parlamento e del paese apparve ad
alcuni soprattutto come «un mezzo per liberare l’Italia da Giolitti»29.

2. Ma tutto questo non significava, come poi spesso è stato suggeri-


to30, fino ai primi anni Venti, o addirittura molto prima di quella data,
che la richiesta di un nuovo liberalismo associato ad un fascio di forze
costituzionali e nazionali, capace di concepire e far agire la compagine
statale come un complesso organico, fosse irrimediabilmente situata sul
piano inclinato che portava alla completa dismissione delle garanzie
statutarie e all’instaurazione di una piena dittatura31. Non era, o me-

27
P. GOBETTI, Il liberalismo italiano, cit., p. 58.
28
G. VOLPE, Italia moderna, cit., III, p. 247.
29
Ivi, p. 253. Il giudizio tornava in ID., Giolitti e la Monarchia, in «Il Tempo», 10 feb-
braio 1950, p. 2, dove si invitava, almeno nel giudizio storico, a «registrare questo stato
d’animo di tanti Italiani d’allora, e specialmente della gioventù, invocante un rinnovamento,
cioè partiti e classi dirigenti oltre che governo; registrarlo, dico, per capire poi l’interven-
tismo del 1914-1915 che fu, tra l’altro, rivolta antigiolittiana, e gli avvenimenti che in Ita-
lia seguirono alla prima grande guerra, cioè l’“infausto ventennio”».
30
Si veda G. CAROCCI, Giovanni Amendola nella crisi dello Stato italiano, cit., pp. 22 ss.
31
R. DE FELICE, Introduzione a Il fascismo e i partiti politici italiani, a cura di R. De
Felice, Bologna, Cappelli, 1966, pp. 17-18, dove si sosteneva che per dare valutazione
storiografica dei limiti e degli errori della classe dirigente liberale, nei confronti dell’av-
vento del fascismo, era «necessario domandarsi, anche al di là della sostanza, quale era
allora l’apparenza del fascismo, cosa cioè esso apparisse ai suoi contemporanei, che idea
essi ne avessero e dove credessero sarebbe sboccato». Insisteva sullo stesso punto, B. VI-
GEZZI, Introduzione a 1919-1925. Dopoguerra e fascismo. Politica e stampa in Italia, a cura
di B. Vigezzi, Bari, Laterza, 1965, pp. V ss.
LIBERALISMO E STORIA D’ITALIA 65

glio, non era ancora quella la strada indicata, ad esempio, nel Proemio
che apriva il primo numero de «La Nuova Politica Liberale» del gen-
naio 1923, a firma di Carmelo Licitra, il redattore di quel nuovo perio-
dico, promosso da Croce, Gentile e Lombardo Radice32. E anche da
Volpe che aderiva a quell’iniziativa, affermando di condividere assolu-
tamente «il senso di quelle necessità, che nella fase attuale della coltura
italiana» avevano suscitato una salutare reazione «dopo il caos mentale
di quattro anni di guerra: caos tuttavia da cui dovrebbe venir fuori un
po’ di ordine e di vita, appena i pensieri ricominciano a filtrare purifi-
cati attraverso una più calma meditazione»33.
Nel preambolo programmatico elaborato da Licitra, si sosteneva la
necessità di un avvicinamento al movimento di Mussolini che non do-
veva recidere ma anzi rafforzare i legami con la tradizione della Destra
storica, «che sembrò si spezzasse nel ’76», e con «quella corrente libe-
rale antidemocratica che fa capo al nostro Gioberti»34. Queste indica-
zioni venivano ripetute nell’articolo del luglio di quello stesso anno, che,
commentando l’iscrizione di Gentile al Pnf, motivata dal riconoscimento
dello «spirito liberale che anima il governo fascista», tornava a fare il
punto sul concetto storico di liberalismo italiano, sulla sua peculiarità
originaria, sulle sue più autentiche matrici e sulle sue nuove incarnazioni.

Oggi la parola liberalismo copre tutta una confusione di idee. Il liberalismo,


in senso largo, del nostro Risorgimento oggi non può più rappresentare un
particolare partito, e nella comune accezione si riduce a qualcosa di vago, nel
quale tutti i partiti possono in qualche modo entrare. [...] Ma dentro il vecchio
liberalismo del Risorgimento era pure una corrente liberale con caratteri pro-
pri, sin dal principio in opposizione con altre correnti che si dicevano pure li-
berali e lo erano certamente per tanta parte dei problemi di allora, poco intesa

32
Così Adolfo Omodeo annunciava la comparsa della rivista sul «Giornale critico
della Filosofia italiana», III, 1922, p. 41: «”La Nuova Politica Liberale” è il titolo d’una
nuova rivista che inizierà a Roma le sue pubblicazioni il 1 gennaio 1923. Ne sono promo-
tori G. Gentile, B. Croce, G. Volpe, G. Lombardo-Radice: segretario di redazione C. Li-
citra. Programma: riprendere la tradizione liberale del nostro Risorgimento, smarritasi
nell’evoluzione democratica dell’ultimo cinquantennio, e dando pieno sviluppo ai suoi
presupposti idealistici, inserirsi fattivamente nel presente problema politico d’Italia. In so-
stanza non una pigra affermazione di tutte le libertà sino al suicidio della libertà, ma la
libertà come metodo perenne di politica».
33
Gioacchino Volpe a Giovanni Gentile, novembre 1922, AFG. Su quella rivista Volpe
avrebbe pubblicato L’ultimo cinquantennio: l’Italia che si fa, in «La Nuova Politica Libe-
rale», 1923, 1 e 2, pp. 30 ss.; 113 ss. Il testo era riprodotto in ID., Fra storia e politica, Roma,
De Alberti, 1924, pp. 7 ss., da cui si cita.
34
C. Licitra, Proemio, ora in ID., Dal Liberalismo al Fascismo, con prefazione di G.
Gentile, Roma, De Alberti, 1925, p. 10. L’articolo era significativamente datato «Novem-
bre 1922».
66 CAPITOLO SECONDO

perché informata al grado più elevato della cultura contemporanea, poco inte-
sa anche perché schiettamente italiana, in un periodo in cui il pensiero nazio-
nale incominciava a riaffermare la propria originalità dopo la più vasta impor-
tazione di idee e di programmi stranieri. Quel pensiero politico del Gioberti,
del Cavour e del più intimo Mazzini, che dopo la formazione del regno si con-
tinuò nella dottrina e nell’opera della Destra, era certamente un liberalismo con
caratteri suoi, che oggi riusciamo a vedere più chiaramente nella loro antitesi
con quelli delle altre correnti liberali. La loro fu vera politica, cui seguì il lungo
periodo della democrazia a caratteri sociologici più che politici, che se per un
verso rappresenta una decadenza nello sviluppo della vita nazionale, per un altro
verso fu la liquidazione di una residuale trascendenza e una prima ammissione
alla vita politica di quella massa del popolo che fino allora ne era rimasta fuori
del tutto. Oggi, pur facendo tesoro delle conquiste democratiche, si torna alla
politica e, insieme, ad un liberalismo concreto e adeguato ai nostri tempi35.

Era l’invito, dopo il decennio della «grigia prosa» giolittiana, a ritor-


nare, nel solco della memoria nazionale, ai momenti alti della grande
politica, che veniva esteso anche a tutti coloro che, certamente sinceri
fautori dell’idea liberale ed «elementi di valore sotto ogni rispetto» ma
«ancora legati alla concezione astrattistica e naturalistica della libertà»,
non avevano saputo e voluto cogliere, spesso in base a motivi puramen-
te dottrinali, «lo spirito del Fascismo», così come rischiavano di non
comprendere «come il Gentile possa appoggiare con l’autorità del nome
e della dottrina una politica che ai loro occhi resta sempre una politica
antiliberale, perché lesiva di libertà particolari, di diritti acquisiti e
persino delle nostre istituzioni»36. Per questo aspetto particolare, la presa
di posizione di Licitra era destinata ad avere largo seguito, proprio nei
punti che costituivano quasi una parafrasi delle dichiarazioni di Genti-
le, apparse sempre sul primo numero de «La Nuova Politica Liberale».
In quell’intervento, l’accordo tra liberalismo e fascismo si risolveva in-
tegralmente, e in apparenza soltanto, nella condivisione della «necessi-
tà di uno Stato forte», tante volte nel passato invocato da molti riforma-
tori liberali, in grado di portare «un senso di misura e di determinatez-
za politica, cioè di concretezza sociale e storica nello sviluppo etico-
religioso dell’individuo»37.
Il programma di rifondazione liberale della rivista di Licitra non
convinceva il gruppo gobettiano, che, in un articolo violento soprattut-
to contro le dottrine di Gentile («l’equazione di volontà e legge, che
serve a giustificare la politica del dittatore Mussolini»), finiva per con-

ID., Giovanni Gentile e lo sviluppo del Fascismo, ivi, pp. 41-42.


35

Ivi, pp. 43-44.


36

37
G. GENTILE, Il mio liberalismo, ora in ID., Politica e cultura, a cura di Hervé A.
Cavallera, Firenze, Le Lettere, 1990, 2 voll., I, pp. 115-116.
LIBERALISMO E STORIA D’ITALIA 67

cludere: «Fuori di metafora: ai gentiliani vestiti da liberali preferiamo i


fascisti, con tutto il loro dichiarato antiliberalismo»38. Del tutto favore-
vole alle posizioni di «Nuova Politica Liberale» era invece un altro in-
tervento, ospitato sullo stesso numero della rivista torinese, siglato dal-
l’economista Umberto Ricci, che, in nome della tradizione più genuina
del liberalismo italiano, stigmatizzava il rovinoso connubio tra l’idea
liberale e quella democratica, realizzatasi con il ministero Nitti e con
l’ultimo gabinetto Giolitti, a cui la «rivoluzione d’ottobre» italiana ave-
va posto fine, scacciando dall’arena della politica coloro che ritenevano
consistere «la sapienza di un capo del governo nel contemplare gli av-
venimenti dall’alto senza guidarli e lasciando che le difficoltà si vincano
per virtù e con il naturale corso degli eventi» o, tutt’al più, nello stabi-
lizzare il quadro sociale con «un programma finanziario che è tutto un
omaggio ai pregiudizi delle folle e all’odio di classe»39. Argomenti che
riecheggiavano la polemica di Rocco contro la «finanza demagogica»
del primo dopoguerra, che a buon diritto poteva considerarsi l’erede
del vecchio giolittismo per la sua sistematica sovversione della libertà
economica40.
Questi assunti, pur con molte semplificazioni, rimandavano a quelli
agitati da Antonio De Viti de Marco, capofila dell’esiguo ma combatti-
vo drappello degli antiprotezionisti radicali, composto da socialisti ri-
formisti e salveminiani ma anche da liberali e liberisti puri come Giu-
stino Fortunato e Luigi Einaudi41, di cui una non esigua minoranza
concesse un appoggio di massima al fascismo non solo sulla base della
comune battaglia contro l’illegalismo di un «socialismo» tralignato in
«bolscevismo»42. Il sostegno alla nuova forza politica si basava soprat-
tutto sulla speranza di smantellare il «contratto politico» siglato da

38
N. SAPEGNO, La politica dei filosofi, in «Rivoluzione liberale», I, 1923, 1, p. 36.
39
U. RICCI, Liberalismo e democrazia, in «La Rivoluzione liberale», 1923, 1, pp. 2-3.
A cui faceva eco una decisa replica di Gobetti a difesa dell’operato di Nitti, che, nono-
stante la sua resa nei confronti del fascismo, veniva considerato «il politico più intelligen-
te che abbia avuto l’Italia dopo Vittorio Veneto, e Giolitti e Mussolini quando non hanno
fatto spropositi sono stati semplicemente suoi modesti discepoli». Il tenore della critica
di Ricci era anticipato in ID., La politica economica del Ministero Nitti. Gli effetti dell’in-
tervento economico dello Stato, Roma, Società Editrice La Voce, 1920.
40
A. ROCCO, Mentre non si fa la pace, in «Politica», 10 marzo 1919, poi in ID., Scritti
e discorsi politici, con una Prefazione di Benito Mussolini, Milano, Giuffrè, 1938, 3 voll.,
II, p. 571.
41
Si veda Nota storica sul movimento antiprotezionista in Italia, in A. DE VITI DE MAR-
CO, Un trentennio di lotte politiche, 1894-1922, Roma, Collana Meridionale Editrice, 1929,
pp. XI ss., e ora in L. TEDESCO, L’alternativa liberista in Italia. Crisi di fine secolo, antiprotezioni-
smo e finanza democratica nei liberisti radicali, 1898-1904, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2002.
42
A. DE VITI DE MARCO, Al lettore, luglio 1929, in ID., Un trentennio di lotte politi-
che, cit., pp. VIII-IX.
68 CAPITOLO SECONDO

Giolitti tra «i vecchi gruppi parassitari della borghesia e i nuovi del


proletariato», con la complicità e l’assenso del «socialismo riformista,
rappresentante del particolarismo burocratico» e di «una parte della
borghesia industriale». Un contratto, all’interno del quale la spensiera-
ta largizione del pubblico denaro al fine di «dar parvenza della tran-
quillità sociale e dell’ordine pubblico» aveva trasformato la Camera in
«un mercato dove si negoziavano i grandi e piccoli favori dello Stato»43,
con grave nocumento degli ordinamenti liberali e del loro massimo
presidio, dato che la «massa anonima dei cittadini», esclusa da quel
mercimonio di «benefici legislativi», aveva finito «per disprezzare l’isti-
tuto parlamentare»44.
In quello stesso momento, Omodeo si manteneva in un prudente
atteggiamento d’attesa ma anche di fiducia verso gli esiti della nuova
dinamica politica, che in ogni caso stimava tale da poter assicurare, dopo
la nomina ministeriale di Gentile, una generale e positiva riforma degli
studi45. Mentre Croce, che già tra 1918 e 1921 aveva guardato con favo-
re al risveglio nazionale del dopoguerra46, visto come proseguimento
della battaglia da lui condotta negli anni del conflitto per «la difesa
dell’autorità e forza dello Stato, contro le ideologie democratiche, e della
politica in quanto politica»47, dopo aver a lungo sostenuto che l’auten-
tica ispirazione del liberalismo non si poteva riconoscere nel vecchio
partito liberale, come in ogni altra tradizionale formazione politica48,
ammetteva pure che gli ideali di quella dottrina potevano trovare un’in-
diretta forma di rinvigorimento dalla discesa in campo del movimento
Mussolini49. Questa posizione, che, subito dopo la marcia su Roma,
aveva suscitato lo sbalordimento di Giustino Fortunato per un «Bene-
detto Croce, che ha plaudito e plaude al Mussolino»50, e che era appun-

43
ID., Per un programma d’azione democratica. Conferenza tenuta alla Pro Cultura di
Firenze il 2 giugno 1913, poi pubblicata sull’«Unità» del 25 luglio successivo, ivi, pp. 317
ss., in particolare p. 326.
44
ID., Al lettore, ivi, p. IX.
45
M. MUSTÈ, Adolfo Omodeo. Storiografia e pensiero politico, Bologna, Il Mulino, 1990,
pp. 212 ss.
46
Si veda R. PERTICI, Croce e il “vario nazionalismo” post-bellico, 1918-1921, in Studi
per Marcello Gigante, a cura di S. Palmieri, Bologna, Il Mulino, 2003, pp. 575 ss.
47
B. CROCE, Contributo alla critica di me stesso, a cura di G. Galasso, Milano, Adel-
phi, 1989, p. 82.
48
Ipotesi poi compendiata in ID., La concezione liberale come concezione della vita, in
ID., Etica e politica, a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 1994, pp. 331 ss.
49
Sul punto, P. VITA-FINZI, Le delusioni della libertà, cit., pp. 159 ss., e ora G. BEDE-
SCHI, Croce e il fascismo. Un caso esemplare di rimozione storica, in «Nuova Storia Con-
temporanea», 2002, 2, pp. 7 ss. Si veda anche ID., La fabbrica delle ideologie. Il pensiero
politico del Novecento, Roma-Bari, Laterza, 2002, pp. 2006 ss.
50
Giustino Fortunato a Gaetano Mosca, 8 novembre 1922, in ID., Carteggio, 1912-
1922, cit., p. 417.
LIBERALISMO E STORIA D’ITALIA 69

to stigmatizzata con un bisticcio tra il cognome del direttore del «Po-


polo d’Italia» e quella del famoso bandito, veniva più tardi ampiamen-
te ribadita. In una serie d’interviste concesse tra ottobre del 1923 e luglio
del 1924, il filosofo dichiarava che il nucleo vitale del fascismo si rico-
nosceva in alcuni ideali non estranei a quelli del pensiero di Spaventa e
della vecchia Destra – «l’amore della patria italiana», «il sentimento della
sua salvezza e salvezza dello Stato», «il giusto convincimento che lo Stato
senza autorità non è Stato» – in grado di accrescere, nell’attuale con-
giuntura, «il numero di coloro che, scotendo il tradizionale indifferen-
tismo italiano, sentono la passione della politica e prendono profondo
interesse alle cose dello Stato»51.
Volpe, da parte sua, sempre nel primo numero del periodico diretto
da Licitra, considerava le prove sostenute contro l’autocrazia giolittia-
na, fino alla vigilia del conflitto, da una minoranza intellettuale consa-
pevole e virtuosa, come un potenziamento dell’idea liberale, che avreb-
be poi accompagnato il cammino dell’Italia nella contesa vittoriosa
contro i suoi nemici esterni ed interni52. Il fascismo infatti, superando le
chiusure del vecchio nazionalismo, non solo richiamava nella trincea
della politica «i gruppi nazionali-liberali, sorti dopo la scissione del
partito nazionalista nel 1914, che ebbero qualche anno di vita non in-
feconda al principio della guerra», ma rinnovava la tradizione del-
l’«autentico ed energico liberalismo che accettava la lotta e la concor-
renza e la selezione, riconosceva ed esaltava i valori individuali, lasciava
entro lo Stato una larghissima sfera d’azione ai cittadini, ma vigilava
con occhi d’Argo i cancelli dello Stato stesso e giungeva sino all’adora-
zione dello Stato, come vi giungevano gli uomini alla Silvio Spaventa»53.
Sincronizzato sulla stessa frequenza era Carlo Curcio, che nel 1924
avrebbe definito Mussolini come il «vero capo della restaurazione libe-
rale, che riprendeva, sulla linea della sua tradizione, la sua forma, la sua
logica, la sua dirittura, pur nell’esperienza nuova che la storia dettava»:
esperienza che «questa volta sì, veramente liberale»54. Mentre Gaetano
Mosca, nella seconda edizione dei suoi Elementi di scienza politica, stam-
pati a Torino soltanto l’anno precedente, non esitava a considerare come

51
B. CROCE, Pagine sparse, Bari, Laterza, 1943, 2 voll., II, pp. 480-481. Sull’apologia
fatta da Croce in relazione a quei pronunciamenti si vedano i «ricordi» del settembre 1944
contenuti in ID., Relazioni o non relazioni col Mussolini, in Nuove pagine sparse, Bari,
Laterza, 1966, 2 voll., I, pp. 61 ss., che non compensano le reticenze del Contributo alla
critica di me stesso, cit., pp. 87 ss.
52
Si veda G. VOLPE, L’ultimo cinquantennio: l’Italia che si fa, cit., pp. 7 ss.
53
ID., Giovane Italia, apparso su «Gerarchia» nel gennaio 1923, ivi, pp. 335 ss.
54
C. CURCIO, L’esperienza liberale del fascismo, Napoli, Morano, 1924, pp. 69 ss. Ri-
prodotto in R. DE FELICE, Autobiografia del fascismo. Antologia di testi fascisti, 1919-1945,
Torino, Einaudi, 20043, pp. 170 ss.
70 CAPITOLO SECONDO

utile rimedio alla corruzione del vecchio Stato liberale «un breve perio-
do durante il quale un governo forte e onesto eserciti molti poteri ed
abbia molta autorità», al fine di preparare quelle condizioni che pote-
vano rendere possibile «il normale funzionamento del sistema rappre-
sentativo», così come era accaduto a Roma «nei migliori tempi della
Repubblica, quando qualche volta si ricorreva, per brevi periodi, alla
dittatura»55. Un’ipotesi che comportava l’ammissione della liceità all’uti-
lizzazione strumentale di un regime politico d’eccezione, «provvisorio»
e «conservatore» dell’ordine liberale, che molti allora condividevano e
al quale anche Croce avrebbe fatto riferimento, dopo la crisi politica
del 1924, ammonendo l’opinione pubblica italiana a non «lasciar di-
sperdere i benefici del fascismo, e di non tornare alla fiacchezza e alla
inconcludenza che lo avevano preceduto»56.
Molto prossime, eppure ancora lontane – almeno nella dimensione
temporale di una congiuntura politica eccezionale vissuta dai contem-
poranei come un mutamento tanto rapido, da far equivalere gli anni ad
altrettanti lustri – erano le prese di posizione di Gentile del luglio 1925,
nelle quali non si poneva più soltanto una diretta linea di continuità tra
liberalismo e fascismo, come fino ad allora ci si era limitati a fare57, ma
si risolveva integralmente il primo termine nel secondo in quanto «più
coerente e più storicamente matura e perfetta concezione dello Stato
come libertà»58. Davvero veramente remote apparivano, e non solo nella
cronologia, quelle di Rocco, che, dopo aver magnificato nel 1927 quel-
la rivoluzione copernicana della politica, che aveva trasformato in un
breve lasso di tempo lo Stato liberale in quello fascista59, nell’aprile del
1932 avrebbe dichiarato con soddisfazione di aver «seppellito il libera-
lismo definitivamente», aggiungendo che «esso è morto e non resusci-
terà giammai»60. Anche se nell’aprile del 1919 il condirettore di «Poli-

55
G. MOSCA, Elementi di scienza politica, con una Prefazione di B. Croce, Bari, Later-
za, 1953, 2 voll., II, p. 240.
56
B. CROCE, Pagine sparse, cit., II, p. 485.
57
Si veda G. GENTILE, Il fascismo e la Sicilia, 31 marzo 1924, ora in ID., Politica e cul-
tura, cit., I, pp. 38 ss.
58
ID., Prefazione a C. LICITRA, Dal Liberalismo al Fascismo, cit., p. V. Ora anche in ID.,
Politica e cultura, cit., I, p. 163.
59
A. ROCCO, La trasformazione dello Stato. Dallo Stato liberale allo Stato fascista, Roma,
“La Voce”, 1927, in particolare p. 8, dove l’autore sosteneva di aver compendiato tutti i
«documenti della trasformazione operata dal fascismo dopo il 3 gennaio 1925 nel campo
più generale dell’organizzazione dello Stato».
60
A. ROCCO, Sul disegno di legge “Stato di previsione della spesa del Ministero della
Giustizia e degli Affari di Culto per l’esercizio finanziario dal 1 luglio al 30 giugno 1933, in
ID., Scritti e discorsi politici, a cura di E. Campochiaro, con un saggio di G. Vassalli, Bolo-
gna, Il Mulino, 2005, pp. 525 ss., in particolare p. 543.
LIBERALISMO E STORIA D’ITALIA 71

tica» aveva decretato, proprio sulle pagine di quella rivista, la scompar-


sa prossima ventura dello Stato liberale, sul punto di dissolversi per sua
«naturale inettitudine»61, e ancora più precocemente, nel 1914, aveva
sostenuto l’estraneità del vario liberalismo italiano, «moderato» o «con-
servatore», nei confronti delle nuove energie nazionali che andavano
affermandosi trionfalmente in Italia62.

3. All’incrocio di queste linee di forza divergenti e convergenti, che


tra breve sarebbero entrate in violenta rotta di collisione, si situava
dunque il progetto della storia del liberalismo di de Ruggiero, che poi
sarebbe divenuto stimolo fondamentale del suo impegno di meditazio-
ne e di azione pratica63. Dell’immediatezza politica di questo lavoro
Volpe non solo era benissimo consapevole, ma da essa sembrava rica-
vare un motivo di ulteriore compiacimento visto e considerato che quel-
l’interrogarsi sull’idea liberale, in rapporto alle esigenze dell’oggi, era
parte costitutiva del suo impegno militante. Nel presente, ma soprat-
tutto nel passato prossimo: se si pensa che, nel novembre 1919, poco
prima del suo avvicinamento al fascismo, lo storico era stato tra i redat-
tori, insieme a Luigi Einaudi, Gentile, Cesarini Sforza, Umberto Ricci,
Giuseppe Prato, Lolini, del manifesto del Gruppo Nazionale Liberale
romano, che, unito ad altre associazioni liberali, nazionalistiche, e a
gruppi di ex combattenti, partecipava all’«Alleanza Nazionale per le
elezioni politiche»64, sulla base di un programma dove si riaffermava la
«profonda devozione alla Monarchia» e si proclamava l’avversione al
bolscevismo, la rivendicazione di uno «Stato forte», anche se provvisto
di larghe autonomie regionali e comunali, in grado di farsi motore es-

61
ID., Il movimento economico e sociale, in «Politica», 24 aprile 1919, poi in ID., Scrit-
ti e discorsi politici, cit., II, p. 568.
62
ID., Che cosa è il nazionalismo e cosa vogliono i nazionalisti, ivi, I, pp. 67 ss. Si veda
anche, sempre per la non conciliabilità di liberalismo e fascismo, ID., La formazione della
coscienza nazionale dal liberalismo al fascismo. Discorso pronunciato il 5 aprile 1924, al-
l’Augusteo di Roma, per le elezioni politiche, ivi, II, pp. 755 ss.
63
Per una ricostruzione del pensiero politico di de Ruggiero, da diverse e anche di-
vergenti prospettive, R. DE FELICE, Guido de Ruggiero e la vita politica italiana fra il 1924
e il 1926 in ID., Intellettuali di fronte al fascismo. Saggi e note documentarie, Roma, Bo-
nacci, 1983, pp. 11 ss.; ID., «De Ruggiero, Guido», in Dizionario Biografico degli Italiani,
Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1991, XXXIX, pp. 248 ss.; E. GARIN, Intellet-
tuali italiani del XX secolo, Roma, Editori Riuniti, 19872, pp. 105 ss.; D. COLI, Guido de
Ruggiero: cultura e politica (1910-1922), in «Annali dell’Istituto di Filosofia dell’Univer-
sità di Firenze», 1979, 1, pp. 359 ss.; G. BEDESCHI, Per una “democrazia liberale”. Sociali-
smo, fascismo, liberalismo nell’analisi di Guido de Ruggiero, in «Nuova Storia Contempo-
ranea», 2002, 5, pp. 67 ss.
64
A. ROCCUCCI, Roma capitale del nazionalismo, cit., pp. 396 ss.
72 CAPITOLO SECONDO

senziale di una politica favorevole all’incremento della produzione, al


«ristabilimento della libera concorrenza», alla lotta senza quartiere
contro la metastasi burocratica e contro ogni forma di protezionismo,
ma soprattutto tale da porsi come modello di sviluppo alternativo alle
incaute aperture democratiche del governo Nitti che, «pur largheggian-
do in belle promesse e buoni propositi, si è palesemente dimostrato
inetto a tutelare i supremi interessi della Nazione, incapace di cogliere
e tanto meno interpretare i sentimenti più schietti e nobili»65.
Si trattava del tentativo di riunire ancora una volta la piccola pattu-
glia degli intellettuali «liberali nazionali», che, raccolti intorno alla rivi-
sta «L’Azione», dalla vigilia della guerra fino al 1916, avevano operato
attivamente per la promozione di una originale strategia di riforma li-
berale. La proposta di questa nuova piattaforma politica aveva tentato,
grazie all’apporto di Alberto Caroncini e soprattutto di Antonio Anzi-
lotti, e pur tra gravi distorsioni del progetto originario, di trovare una
propria identità peculiare, approfondendo le differenze con il liberali-
smo tradizionale e il nazionalismo ufficiale, grazie ad una modernizza-
zione della tradizionale polemica contro il sistema giolittiano. Questo
avveniva soprattutto in relazione ai temi di una riforma economica che
trovava significativi punti di contatto con la battaglia antiprotezionista
e antiburocratica di De Viti de Marco e del suo gruppo, e in relazione
alla identificazione degli obiettivi che dovevano spingere l’Italia verso
la prova delle armi66. Obiettivi che, specialmente per Volpe, venivano a
coincidere con la rigorosa «Real-Politik», professata da Croce in quello
stesso periodo, senza nessuna concessione all’ideologia dell’interven-
tismo democratico. Si trattava dello stesso realismo politico, che ispira-
va anche i numerosi interventi di de Ruggiero per il «Resto del Carli-

65
Il Manifesto del novembre 1919 veniva pubblicato da Gobetti, accompagnato da
una polemica nota intitolata Frammenti di estetismo politico, in «Energie Nove», II, 30
novembre 1919, 10, pp. 205 ss., ora in ID., Scritti politici, cit., pp. 164 ss. Alla nota di
Gobetti rispondeva Umberto Ricci nelle pagine della stessa rivista (Frammenti di esteti-
smo politico. La poesia giocosa, ivi, II, 12 febbraio 1920, 12, pp. 246-247), dove appariva
anche una contro-replica di Gobetti (ivi, pp. 247-249), nella quale si rammentava agli
aderenti al Gruppo nazionale-liberale, qualificati come «partito dell’intelligenza», che la
via degli studi non sempre coincideva con quella della politica. Sostanzialmente favore-
vole verso il programma dei Nazionali Liberali era l’intervento di C. BARBAGALLO, I libe-
rali-nazionali, in «La Sera», 8 settembre 1920, dove gli esponenti del piccolo partito era-
no in ogni caso accusati di non possedere «alcuna delle qualità pratiche indispensabili al
successo», perché «le loro idee sono troppo fini, troppo aristocratiche, troppo aliene da
quella volgare faciloneria, che oggi forma la potenza dei partiti politici, in seno a questo
regime di suffragio universale e di rappresentanza proporzionale legiferante».
66
Sul programma de «L’Azione», e sul suo sostanziale fallimento, rimando a E. DI
RIENZO, Gioacchino Volpe tra la pace e la guerra, cit.
LIBERALISMO E STORIA D’ITALIA 73

no», il quotidiano che avrebbe fiancheggiato attivamente i gruppi libe-


rali-nazionali per il breve arco temporale della loro esistenza67.
Analoga in Croce, in Volpe, ma anche in de Ruggiero, sebbene in
quest’ultimo forte fosse anche la consonanza con i fini ideali della guer-
ra come occasione di rigenerazione morale indicati da Gentile68, era la
polemica contro il nazionalismo corradiniano (mutuata anche questa
da Gentile)69, incapace di innestarsi sul «vecchio tronco della Destra
italiana». Il solo partito, secondo de Ruggiero, che «potesse vantare una
tradizione schiettamente nazionale, ringiovanendola con una coscien-
za nuova e vivace e correggendone l’astratto dottrinarismo con mode-
rate esigenze realistiche», in alternativa alla politica estera «debole e
frammentaria» promossa dal ceto politico liberale ma soprattutto in
contrapposizione con i fautori della «guerra democratica», che non
riuscivano a guardare «nel movimento storico delle nazioni, alla esigenza
del loro sviluppo né alla forza della loro espansione, ma piuttosto alla
necessità che tutte si commisurino ad un astratto piano d’equilibrio,
estrinseco a tutte»70. Assente in Croce e Volpe ogni accento costituzio-
nalmente «germanofobo», fin troppo pronunciato invece in de Ruggie-
ro71, ma non fino al punto di offuscarne la lucidità dell’analisi politica,
come dimostravano i violenti affondi contro il feticcio ideologico del
«militarismo tedesco», tante volte utilizzato dalla «propaganda demo-

67
Cfr. G. CAROCCI, Giolitti e l’età giolittiana. Dall’inizio del secolo alla prima guerra
mondiale, Torino, Einaudi, 1961, p. 155, dove si parla del quotidiano bolognese, che cer-
cò di «muoversi sul terreno del liberalismo conservatore ed immettergli un nuovo vigore
di energie giovani, che dovevano avere la loro piena espansione soprattutto in una politi-
ca estera più dinamica e sensibile al problema dell’irredentismo», mettendo in evidenza
«gli aspetti nazionali della tradizione liberale e le sue origini autoctone».
68
Si veda G. GENTILE, La filosofia della guerra, conferenza tenuta nella Biblioteca fi-
losofica di Palermo l’11 ottobre 1914 e in quella di Firenze il 22 novembre successivo,
poi in ID., Guerra e fede, cit., pp. 1 ss.
69
ID., Nazione e nazionalismo e L’ideale politico di un nazionalista, ivi, pp. 48 ss. I due
interventi sono del marzo 1917 e dell’agosto 1918.
70
G. DE RUGGIERO, Il pensiero italiano e la guerra, pubblicato in versione francese nella
«Revue de Métaphisique et de Morale», 1916, 5, pp. 749 ss., ora in ID., Scritti politici, 1912-
1926, a cura di R. De Felice, Bologna, Cappelli, 1963, pp. 125 ss. Il saggio, che riprende-
va i contenuti di alcuni articoli di de Ruggiero (Come la guerra travolge i partiti. I. La de-
mocrazia, in «L’Idea Nazionale», 20 dicembre 1914; Le idealità della guerra. Negazioni;
Le idealità della guerra. Affermazioni, in «Il Resto del Carlino», 23 e 29 dicembre 1914),
fu recensito sfavorevolmente da Benedetto Croce ne «La Critica», 20 marzo 1917, poi in
ID., Pagine sulla guerra, cit., pp. 153 ss.
71
Si veda G. DE RUGGIERO, Da Emanuele Kant al mortaio da 420, in «L’Idea Naziona-
le», 12 ottobre 1914, in La stampa nazionalista, a cura di F. Gaeta, Bologna, Cappelli, 1965,
pp. 73 ss. Al quale faceva seguito il severo giudizio di Croce, A proposito di una firma, in
«La Critica», 15 dicembre 1914, ora in ID., Pagine sulla guerra, cit., pp. 5 ss.
74 CAPITOLO SECONDO

cratica italo-francese»72, che Volpe avrebbe ripresi quasi ad litteram73.


Urgente in de Ruggiero già alla vigilia del conflitto, così come in Croce
e Volpe, la necessità di pervenire ad un rilancio del liberalismo, che nel
primo si manifestava anche in qualche concessione alla «mentalità rea-
zionaria» per la sua battaglia contro lo spirito democratico e in difesa
del principio di autorità, alla quale l’odierno «flaccido liberalismo» era
venuto meno74, e nell’ipotesi di uno «Stato organizzatore», dove «l’in-
dividuo è solo un momento del tutto, e la forma dello Stato ha un valore
originale e nuovo rispetto agli elementi costitutivi»75. Ipotesi a tratti
tangente con il costituzionalismo nazionale di Sonnino e di Salandra e
persino con le sue ricadute francamente conservatrici, nei confronti del
quale anche altri intellettuali non erano insensibili76. Lontana, invece,
la posizione di de Ruggiero, sia dalle seduzioni del «socialismo libera-
le» di Missiroli che dal culto nostalgico per la Destra storica. Soprattut-
to fieramente avversa al regime di Giolitti visto come «il livellatore e
perciò il distruttore dei partiti e delle idealità nazionali» e il responsa-
bile primario del «decadimento assoluto, non già dello Stato italiano,
ma di una particolare concezione dello Stato: e cioè di quel naturalismo
e positivismo per cui i valori sono sinonimi di masse, le idealità annega-
no nella gretta economia, e l’aristocrazia delle menti degenera nella de-
mocrazia brutale del numero»77.
Progressivamente diverse invece le posizioni di questi intellettuali
dopo la fine del conflitto, a proposito del giudizio sulla «nuova diplo-
mazia» di Wilson: favorevole, con una brusca contromarcia rispetto alle
sue precedenti posizioni, de Ruggiero, fortemente contrario Volpe, che
si collocava sulla stessa linea di Gentile e di Croce, il quale esprimeva le

72
G. DE RUGGIERO, Il pensiero italiano e la guerra, cit., pp. 131-132: «La democrazia
afferma di combattere il militarismo tedesco, e non lo spirito tedesco, l’industria, la cul-
tura tedesca; vuol fiaccare l’uno e lasciare intatto tutto il resto. [...] E non intende che quel
che chiama militarismo prussiano non è il fatto materiale di posseder molti cannoni e molti
fucili, ma il tono, lo spirito stesso della mentalità tedesca, che si esplica nell’organizzazio-
ne dell’industria, della scuola, della scienza, così come degli eserciti».
73
Si veda G. VOLPE, Il militarismo prussiano, in «L’Azione», 15 febbraio 1916, ora in
ID., Guerra Dopoguerra Fascismo, cit., pp. 17 ss.
74
G. DE RUGGIERO, La mentalità reazionaria, in «Il Resto del Carlino», 30 giugno 1913,
ora in ID., Scritti politici, cit., pp. 102 ss.
75
ID., Il Tramonto del liberalismo, in «Il Resto del Carlino», 19 febbraio 1917, ivi, pp.
166 ss.
76
Se ne veda l’eco in G. VOLPE, La neutralità italiana nella seconda metà del 1914, in
«Corriere della Sera», 20 marzo 1928, p. 3 (poi in «Bibliografia fascista», 1928, 1, pp. 4-
5). Si trattava della recensione ad A. SALANDRA, La neutralità italiana, 1914, Milano, Mon-
dadori, 1928, animata dai sensi di un sentito apprezzamento per l’operato dello statista.
77
G. DE RUGGIERO, La Monarchia socialista, in «L’Idea nazionale», 7 maggio 1914, ora
in ID., Scritti politici, cit., pp. 107 ss.
LIBERALISMO E STORIA D’ITALIA 75

più ampie riserve sul voler trasportare di peso «nella vita internaziona-
le quel meccanismo ideale di eguaglianza, che non si è riuscito mai,
nonché di attuare, nella vita stessa dei singoli Stati»78. Diversità che si
approfondiva in relazione alla disputa sui mancati acquisti territoriali
che lo sfavorevole decorso delle trattative di Parigi aveva provocato,
creando quel mito della «vittoria mutilata», che «per quanto sembri
fondato solo su apparenze discutibili o ingannevoli, fu egualmente tra
gli elementi di sedimentazione della difficoltà nazionale di vivere la
condizione italiana (in questo caso, di grande potenza sulla scena inter-
nazionale) ed ebbe un suo ruolo nella crisi dello Stato liberale e nell’av-
vento del regime fascista»79. Da una parte Volpe, con i suoi infuocati
editoriali pubblicati su «La Sera» nell’aprile del 191980: lo stesso quoti-
diano milanese, vicino alle posizioni dei Fasci di combattimento, che
aveva minacciato un movimento insurrezionale contro la remissività del
governo italiano nei confronti degli antichi alleati, a proposito della
delineazione del confine orientale81. Dall’altra de Ruggiero, che avreb-
be poi definito le rivendicazioni italiane sull’Istria e la Dalmazia come
la morta gora dove si erano impantanate le ultime possibilità di rinno-
vamento del partito liberale, inchiodato «per propria insipienza, per
insufficienza dei suoi stessi oppositori, alla controversia di quattro span-
ne quadrate di suolo sulla sponda adriatica, in un miserabile problema
dove la megalomania dei propositi non riusciva neppure a dissimulare
la microcefalia dei concepimenti politici»82.
Erano opinioni non assimilabili e destinate a divaricarsi ulteriormente
nella crisi politica del dopoguerra. Nel novembre del 1920, Volpe tran-
sitava, sia pure nelle vesti di semplice fiancheggiatore, nelle fila del

78
Rispettivamente, ID., Revisioni, in «Il Tempo», 21 febbraio 1919, ivi, pp. 210 ss.;
G. VOLPE, Guerra pacifista, in «Saluto», 1 gennaio 1919, poi in ID., Per la storia dell’VIII
Armata. Dalla controffensiva del giugno alla vittoria del settembre-ottobre, 1918, Roma,
Mondadori, 1919, pp. 209 ss.; B. CROCE, “La Società delle Nazioni”. Intervista concessa a
il «Tempo» di Roma, 17 gennaio 1919, in ID., Pagine sulla guerra, cit., pp. 296 ss.; G.
GENTILE, La Società delle Nazioni. Intervista concessa a il «Tempo» di Roma, 26 gennaio
1919, in ID., Guerra e Fede, cit., pp. 371 ss.
79
G. GALASSO, Italia nazione difficile, cit., p. 15. Sul punto, una corretta analisi in E.
GOLDSTEIN, Gli accordi di pace dopo la Grande Guerra, 1919-1925, Bologna, Il Mulino,
2005, in particolare pp. 44 ss. Non interamente condivisibile, invece, quella di P. PASTO-
RELLI, Dalla prima alla seconda guerra mondiale. Momenti e problemi della politica estera
italiana, 1914-1943, Milano, Led, 1998, pp. 75 ss.
80
G. VOLPE, Tornando dalla Dalmazia, in «La Sera», 21 aprile 1919, p. 1; ID., Momento
grave, ivi, 30 aprile 1919, p. 1.
81
ID., Attendendo la soluzione della vertenza italiana, ivi, 7 maggio 1919, p. 1. Artico-
lo anonimo, ma forse ispirato o redatto dallo stesso Volpe.
82
G. DE RUGGIERO, Il concetto liberale, in «La nostra scuola», 16-31 marzo 1921, ora
in ID., Scritti politici, cit., pp. 365 ss., in particolare p. 365.
76 CAPITOLO SECONDO

movimento fascista, sulla base di un fiducioso progetto di restaurazio-


ne degli ideali liberali e nazionali. Un transito che si realizzava con un
intervento indirizzato a Mussolini, che, redatto il 18 di quello stesso
mese, veniva dato alle stampe, in casuale ma significativa coincidenza,
la domenica della strage di palazzo d’Accursio a Bologna83, dopo la quale
lo squadrismo compiva un ulteriore salto di qualità politico e militare,
in ragione del quale il problema della violenza fascista si trasformava
da semplice problema di ordine pubblico a problema di praticabilità
del sistema costituzionale italiano84. Nel giugno del 1921, ancora Vol-
pe, con una nuova lettera al direttore del «Popolo d’Italia», pur tra
qualche esitazione e qualche difficoltà, esprimeva la sua fiducia che il
fascismo avrebbe saputo rapidamente liberarsi delle sue incrostazioni
sovversive (repubblicane e socialiste), per divenire partito d’ordine,
garante del mantenimento dello status quo istituzionale85. Nel marzo del
1921, de Ruggiero aveva già assunto, invece, senza equivoci, una posi-
zione fortemente polemica contro il movimento di Mussolini e i suoi
sostenitori, provenienti dagli ambienti della borghesia liberale, incapa-
ci di comprendere, che, proprio con l’entrata in campo del fascismo e
con la pretesa di rintuzzare per sua mano la «tracotanza socialista»,
rendendo violenza per violenza, «mai la borghesia è stata tanto schiava
del proletariato quanto oggi, che, per affermare la propria autonomia,
ne accetta passivamente e servilmente il massimo postulato della lotta
di classe» e che in nessun momento, come ora, «il filo-socialismo, scon-
fessato nelle formule, è stato così presente in atto»86.
Su questo punto, il «j’accuse» di de Ruggiero proseguiva, negli anni
successivi, e si distingueva per il vigore dell’analisi, apprezzabile soprat-
tutto nel confronto con la debolezza di altre interpretazioni coeve (Gu-
glielmo Ferrero e in fondo lo stesso Salvatorelli)87, componendosi in
quella teoria degli opposti ma convergenti estremismi, nella quale il

83
G. VOLPE, Per la nuova Italia. Lettera aperta a Benito Mussolini, in «Il Popolo d’Ita-
lia», 21 novembre 1920, poi in ID., Tra storia e politica, cit., pp. 241 ss.
84
R. DE FELICE, Mussolini il rivoluzionario, cit., pp. 599 ss.
85
G. VOLPE, Consensi e dissensi. Lettera aperta a Benito Mussolini, in «Il Popolo d’Ita-
lia», 7 giugno 1920, poi in ID., Tra storia e politica, cit., pp. 250 ss.
86
G. DE RUGGIERO, Il concetto liberale, cit., p. 368.
87
G. FERRERO, Da Fiume a Roma. Storia di quattro anni, 1919-1923, Milano, Athena,
1923, che si componeva di interventi giornalistici redatti a partire dal 1919. Di questo testo
esiste una recente ristampa, a cura di P. Flecchia, Roma, Eretica, 2003; L. SALVATORELLI,
Lineamenti del Nazionalfascismo, in «La Rivoluzione liberale», II, 1923, 12, pp. 49-50.
Articolo che aveva suscitato un acceso dibattito tra i collaboratori del periodico. Si veda
UN UNITARIO [P. Giannotto], L’interventismo, ivi, II, 1923, 14, p. 60; A. MONTI, Interven-
tismo-Neutralismo e Fascismo, ivi, II, 1923, 33, pp. 135-136; G. ANSALDO, La piccola bor-
ghesia, ivi, II, 1923, 18, p. 75. Chiudeva la polemica L. SALVATORELLI, Risposta ai critici di
Nazionalfascismo, ivi, II, 1923, 35, p. 143.
LIBERALISMO E STORIA D’ITALIA 77

«bolscevismo nero» contrastava col «bolscevismo rosso», solo per al-


cuni marginali obiettivi, ma non per la strategia di conquista e poi di
generale dissoluzione dello Stato liberale88. Eppure, l’analisi di de Rug-
giero conosceva anche qualche distinguo, di non poco conto, a propo-
sito del carattere di «necessaria reazione» della violenza fascista nel corso
della «guerra civile» italiana89. Distinguo che si rafforzavano con la messa
in evidenza del carattere meno rovinoso della rivoluzione fascista, una
volta paragonata agli esiti di un possibile sconvolgimento di matrice
bolscevica, al quale sarebbe mancato non solo «il provvido concorso
della borghesia conservatrice, un certo senso di misura e di equilibrio
nei capi responsabili», ma specialmente il «prestigio sulla folla» di
Mussolini, di cui i capi socialisti erano ormai privi90. Erano elementi di
giudizio, tali, comunque, da non attenuare la condanna per un movi-
mento, eversivo nelle sue radici più profonde, impossibile da far rien-
trare, nonostante le pie illusioni di molti «ben pensanti conservatori»,
nell’alveo costituzionale91, e soprattutto privo, allo stesso modo del sov-
versivismo comunista, di qualsiasi idealità autenticamente nazionale92.
Anche da questo punto di vista, allora, nessun rapporto di conver-
genza, nemmeno parziale e temporanea, era possibile instaurare tra li-
beralismo e fascismo, come dichiarava Augusto Monti, in un interven-
to che riecheggiava largamente le posizioni di de Ruggiero, dove si so-
steneva che l’avvento di Mussolini era stato «la pietra di paragone del
liberalismo italiano». Da quel momento, infatti, «i liberali di razza, anche
se militanti in altri partiti, subito, di istinto, si son posti contro al fasci-
smo, e ne han sentito tanto maggior ripugnanza quanto più radicato
era in loro il liberalismo»93. Ma questa presa di posizione si scontrava

88
Si veda G. DE RUGGIERO, Bolscevismo in azione, in «Il Paese», 10 agosto 1922, ora
in ID., Scritti politici, cit., pp. 544 ss. Si veda anche ID., Anarchismo conservatore, in «Il Pae-
se», 17 luglio 1921, ivi, pp. 372-373: «Un partito conservatore, che intende serbare l’ordine
costituito, e intanto, per smontare gli avversari dalle loro posizioni, scende anch’esso in piaz-
za, e sostituisce all’autorità dello Stato un’azione diretta, rivoluzionaria per definizione, rea-
lizza un vero assurdo. In atto esso sovverte quel che in principio vorrebbe conservare».
89
ID., Il concetto liberale, cit., p. 368: «Io non voglio contestare che molte giovani e
sane energie si prodighino con illusori miraggi nel movimento fascista; né che in alcune re-
gioni questo rappresenti un moto di spontanea reazione contro atti d’indicibile violenza».
90
ID., Un teorico del socialismo, in «La Critica Politica», 25 maggio 1924, ora in Scrit-
ti politici, cit., pp. 638 ss., in particolare p. 643.
91
ID., L’avvenire del fascismo, in «Il Paese», 13 settembre 1921, ivi, pp. 389 ss.
92
Si veda ID., Bolscevismo in azione, in «Il Paese», 10 agosto 1922, ivi, pp. 544 ss., in
particolare p. 546: «La nativa sottigliezza dei nostri beoti ama distinguere tra una dittatu-
ra rossa e una dittatura nera, tra un bolscevismo nazionale e un bolscevismo antinaziona-
le. [...] Qualunque azione faziosa e sovvertitrice è invece anti-nazionale; la realtà adegua
quel che una verbosa retorica pretenderebbe di contrapporre».
93
A. MONTI, Due fascismi, in «La Rivoluzione liberale», I, 1922, 1, p. 57.
78 CAPITOLO SECONDO

con gli aspri fatti della storia che in breve avrebbero travolto molte
distinzioni tradizionali, quando, come Volpe avrebbe ricordato, «molti
“intellettuali”, orientati in gran parte verso quel liberalismo, che era,
per i più, vivere e lasciar vivere, e non impegnava troppo le coscienze,
si strinsero di più al fascismo»94.

94
G. VOLPE, Storia del movimento fascista, Milano, Ispi, 1939, p. 125.
III

UNA DIASPORA INTELLETTUALE

1. Dirompenti erano dunque, già a partire dal 1921, gli elementi del-
l’inconciliabilità nell’analisi politica tra due intellettuali come Volpe e
de Ruggiero, che, provenienti dalla stessa matrice liberale, avevano
percorso un largo tratto di strada in comune, lungo il cammino che per
entrambi avrebbe dovuto condurre verso una profonda rigenerazione
morale della vita nazionale, in alternativa alla «democrazia approssi-
mativa e a fondo cesareo» di Giolitti1. E adesso che questa frattura
appariva davvero insanabile come era possibile pensare di fiancheggiarsi
ancora in un lavoro di alta valenza politica, come il progetto di una Storia
d’Italia doveva necessariamente essere? Come pretendere di mantene-
re in vita una «collaborazione», che inevitabilmente avrebbe dovuto
travalicare il campo dei comuni interessi scientifici e che richiedeva,
come Volpe aveva sottolineato, il concorso di «persone non troppo
disformi nel modo di concepire la realtà storica», al fine di concentrarsi
anche su «problemi di vita presente», che dovevano divenire materia di
discussione «non solo per i cultori di studi storici, ma per quanti cerca-
no orientamenti nel campo delle idee e della azione pratica»?2 Davvero
fino a questo punto un programma di impegno culturale collettivo
poteva, nell’aspro panorama del primo dopoguerra, non dico ridurre
ma anche soltanto rimuovere le divisioni di parte e di partito? Di tanto
vigore e di tanta capacità di durata era ancora munita la cittadella della
cultura per resistere alla scossa degli impetuosi movimenti tellurici che
si propagavano ormai anche all’interno delle sue «antiche mura»? Nel
1916, l’interventista «d’ordine» Volpe aveva scritto al neutralista «d’or-
dine» Croce che la «storia ci unisce e la realtà politica ci divide un
poco»3. Ma ora non dovevano invece le divisioni della politica avere la
meglio anche sul comune amore per gli studi, interrompere sodalizi
consolidati, antiche consuetudini, profonde amicizie, legami di stima e
di rispetto reciproci?

1
A. LABRIOLA, Storia di dieci anni, cit., p. 318.
2
Gioacchino Volpe a Guido de Ruggiero, Milano, 18 marzo e 22 maggio 1921, cit.
3
Gioacchino Volpe a Benedetto Croce, Milano 22 gennaio 1916, cit.
80 CAPITOLO TERZO

Apparentemente no. In quegli anni tempestosi il progetto della «Sto-


ria d’Italia in collaborazione» iniziava il suo cammino, anche grazie ad
una serie d’incontri, tra Firenze e Bologna, con i responsabili della
Zanichelli, ai quali partecipavano, insieme a Volpe, anche Anzilotti e
Ciasca, e nel corso dei quali si precisavano i criteri economici e scien-
tifici della collana4. L’iniziativa procedeva, così, apparentemente al ri-
paro dai contraccolpi terribili della congiuntura storica e anzi conosce-
va una sua diretta ricaduta pubblica. Nell’ottobre del 1921, Volpe im-
pegnava de Ruggiero per una conferenza, da tenersi a Milano, presso il
Circolo Filologico («un’istituzione seria di coltura, pur volgendosi al
pubblico mezzanamente colto»), di cui lo storico era divenuto presi-
dente5, che doveva riprendere il soggetto del volume in preparazione.
La scelta del tema era motivata con questa considerazione: «Una quan-
tità di frammenti di idee brulicano in molti cervelli su ciò: si tratterebbe
di aiutar quei cervelli a dar loro un ordine, un organismo, sia pur som-
mario»6. Nella lettera d’invito si aggiungeva che:

Sarebbe preferibile che la conferenza avesse un carattere generale, cercasse


di mostrare, nella sua genesi e nell’epoca della sua maturità, il nocciolo del
pensiero liberale, osservato nei paesi ove rappresentò qualcosa di vivo e di fat-
tivo. E accennare che cosa è stato corroso poi, e come e da chi, di quel pensiero
e che cosa è rimasto. Non una conferenza politica la sua e quelle tutte del Cir-
colo; ma che possa contribuire a chiarificare le idee politiche e determinare
qualche atteggiamento pratico7.

Alla risposta positiva di de Ruggiero, che aveva addirittura proposto


di raddoppiare il numero delle conferenze, Volpe così replicava, quasi
delineando le linee direttive essenziali del libro futuro:

In caso che si potesse farne due, certo mi piacerebbe che la prima si occu-
passe del liberalismo in genere, del suo sorgere e svilupparsi nei paesi che gli
furono più veramente patria; la seconda, del liberalismo italiano, magari in
speciale riguardo agli scrittori meridionali. Qualora ci si dovesse contentare di

4
Si vedano le lettere di Volpe ad Alessandro Casati del 22 settembre, 14 ottobre, 15
novembre 1921, in Archivio Centrale dello Stato, Fondo Alessandro Casati (FAC).
5
Sul punto, G.C. BASCAPÉ, L’opera del Circolo Filologico Milanese dal 1927 al 1940,
Milano, Ubezzi e Dones, 1940; N. RAPONI, Intellettuali e istituti di cultura di fronte al fa-
scismo. Il caso del circolo filologico, 1919-1928, in Scuola e resistenza, a cura di N. Raponi,
Parma, La Pilotta, 1978, pp. 133 ss.
6
Gioacchino Volpe a Guido de Ruggiero, Santarcangelo di Romagna, 8 ottobre 1921,
FGDR. Tra gli altri argomenti proposti da Volpe: «Le correnti del pensiero filosofico del
XIX secolo», e anche il «pensiero politico dei giacobini italiani fra il XVIII e il XIX
secolo».
7
Gioacchino Volpe a Guido de Ruggiero, Milano, 10 novembre 1921, ivi.
UNA DIASPORA INTELLETTUALE 81

una sola conferenza bisognerà mettere un pizzico di liberalismo europeo, un


altro di liberalismo italiano, un ultimo di meridionalismo. Servirà per invoglia-
re a leggere qualche libro e chiarire qualche idea8.

Nell’elenco degli altri relatori, che avrebbero dovuto partecipare agli


incontri milanesi, figurava Gentile con lo stesso tema (Il pensiero del
Rinascimento italiano e il pensiero europeo), che doveva costituire la
materia del volume della collezione di Vallardi9. Ma anche Croce, a cui
soltanto il suo ancora troppo recente atteggiamento di fermo opposito-
re dell’entrata in guerra dell’Italia impediva di attribuire, nonostante
l’intenzione di Volpe, un tema fortemente calato nell’attualità politica,
come «il pensiero politico o i dibattiti di pensiero durante la guerra»10.
Non era questo un caso isolato, tra quelle che poi poterono apparire
come innaturali convergenze che il mondo della cultura manteneva in
vita in quel momento, valicando i confini che la crudezza del confronto
politico andava segnando. Nel settembre del 1923, era Salvemini, uno
degli intellettuali italiani che con maggiore precocità aveva manifestato
la sua opposizione verso il nuovo ordine politico, a progettare «una serie
di 5 o 6 conferenze sull’Italia negli ultimi cinquant’anni», alle quali
avrebbe dovuto assistere soltanto «un pubblico assai ristretto di di-
plomatici e uomini politici»11. Tra i relatori di quello che sembrava poter
divenire un vero e proprio laboratorio politico, venivano elencati Gino
Luzzatto («Lo sviluppo economico dell’Italia dal 1870 ad oggi»), Luigi
Salvatorelli («I partiti democratici»), Rodolfo Mondolfo («Il movimen-
to socialista»), Ernesto Buonaiuti («Il movimento cattolico»). Infine,
Volpe, che avrebbe dovuto impegnarsi sul tema: «Il movimento nazio-
nalista e fascista». Una scelta che travalicava le divisioni politiche at-
tuali, e che certo non era immemore della comune battaglia a favore
dell’ingresso dell’Italia nel conflitto, che Salvemini considerava il pro-

8
Gioacchino Volpe a Guido de Ruggiero, Santarcangelo di Romagna, 17 ottobre
1921, ivi.
9
Gioacchino Volpe a Giovanni Gentile, 15 novembre 1921, AFG.
10
Gioacchino Volpe a Giovanni Gentile, settembre 1921, ivi: «Croce sarebbe l’uomo
per una tale conferenza ma credo che non accetterebbe e su lui e contro di lui corrono
ancora troppe prevenzioni». Su quella opposizione a Croce, tacciato di antipatriottismo,
si esprimeva P. GOBETTI, Benedetto Croce e i pagliacci della cultura, in «Energie Nove», I,
15-20 novembre 1918, ora in ID., Scritti politici, cit., p. 17: «La gazzarra contro Benedet-
to Croce dura ormai da qualche tempo: l’hanno sollevata, sotto l’egida del patriottismo,
pochi, interessati, nemici personali, più che nemici, botoli ringhiosi, invidiosi, impotenti.
Gli ingenui hanno abboccato e c’è uno sciocco a Torino, pieno di pretese e di bile, che lo
chiama von Kreutz». Per il progetto della conferenza al Filologico, si vedano anche le lette-
re indirizzate da Volpe al filosofo dell’ 8 ottobre 1921 e del 16 marzo 1922, ABC.
11
Gaetano Salvemini a Gino Luzzatto, 14 aprile 1923 in ID., Carteggio, 1921-1926, a
cura di E. Tagliacozzo, Bari, Laterza, 1985, pp. 186-187.
82 CAPITOLO TERZO

seguimento ideale della lotta contro il «malgoverno della democrazia


giolittiana»12.
I nodi dell’antica comunanza d’intenti che avevano legato individui,
che si erano riconosciuti in un progetto collettivo culturale, ma anche
politico, non si erano dunque, fino a quel momento, ancora lacerati,
come dimostrava una nuova lettera dell’ottobre 1923, in cui Volpe tor-
nava ad insistere con Croce per ottenere la sua partecipazione agli eventi
culturali promossi dal Circolo Filologico.

Ricordo sempre una vostra promessa; una conferenza al Filologico. Ci ten-


go, anzi, ci teniamo molto. Quest’anno poi penso che essa potrebbe coincidere
con la celebrazione della ricorrenza del cinquantenario. Non faremo luminarie
e banchetti, naturalmente, ma, innanzi tutto, un discorso. Se questo discorso lo
faceste voi? Vorremmo qualcosa di più di un privato cittadino e di un comune
conferenziere: e voi siete stato, precisamente, ministro della Istruzione e siete
senatore; potreste benissimo rappresentare il governo ecc. ecc. Troverete a Mila-
no molti amici che vi vogliono bene e moltissimi che, a dispetto delle vicende
della moda, seguitano a tenervi in quell’altissimo posto in cui vi tenevano una
volta13.

In quel periodo, si sviluppava concretamente l’iniziativa editoriale


della «Storia d’Italia», si precisava nelle finalità, nell’individuazione dei
soggetti da svolgere e nella scelta degli autori. I quali tutti dovevano
proporsi «unità massima nel disegno dei vari volumi, nei criteri diretti-
vi ecc., da raggiungere mediante discussione e accordi fra i vari colla-
boratori e specialmente fra i confinanti»14. E dei quali è possibile stilare
un elenco a partire dalle lettere di Volpe con i suoi più stretti interlocu-
tori: Casati, Pintor, Gentile, ma anche Benedetto Croce15. Ai nomi di de

12
Gaetano Salvemini a Pietro Silva, 14 ottobre 1914, in ID., Carteggio, 1914-1920, cit.,
pp. 52-53, dove era lodato l’«ottimo articolo» di Volpe pubblicato su L’Azione di Mila-
no». Il riferimento era a Ora o mai più, in «L’Azione», 4 ottobre 1914.
13
Gioacchino Volpe a Benedetto Croce, Santarcangelo, 26 ottobre 1923, ABC. Nella
lettera si alludeva al malcontento suscitato in molti ambienti dalla riforma scolastica in-
trapresa da Croce, che Volpe invece aveva appoggiato pubblicamente, con la lettera aper-
ta a Benito Mussolini, I progetti di Croce e le manovre nittiane, che «Il Popolo d’Italia» ave-
va pubblicato con ampio rilievo il 13 febbraio 1921. Dopo il rifiuto di Croce, fu Volpe a
tenere il discorso commemorativo nella sua qualità di presidente del Circolo filologico. Si
veda G. VOLPE, Una grande istituzione di coltura. Il Circolo Filogico Milanese. Discorso per
la ricorrenza cinquantennale, in «La Lettura», XIII, 1 febbraio 1923, 2, pp. 107 ss.
14
Gioacchino Volpe a Giovanni Gentile, Milano 24 maggio 1921, AFG.
15
Si veda in particolare Gioacchino Volpe a Guido de Ruggiero, Milano, 22 maggio
1921 (AGDR); Gioacchino Volpe a Giovanni Gentile, Milano 24 maggio 1921 (AFG);
Gioacchino Volpe a Fortunato Pintor, Milano, 24 maggio 1921 e 17 giugno 1921, Archi-
vio Centrale dello Stato, Fondo Fortunato Pintor (FFP); Gioacchino Volpe a Benedetto
Croce, Milano, 15 novembre 1921 e 30 novembre 1924 (ABC). Si veda anche Antonio
UNA DIASPORA INTELLETTUALE 83

Ruggiero, Omodeo, Gentile, futuri autori dei volumi su Il Liberalismo


europeo ed italiano nel XIX sec, la Controriforma, il Rinascimento italia-
no e pensiero europeo dal secolo XVI al XVII16, si aggiungevano quelli di
Ugo Monneret de Villard (Correnti commerciali e forme di attività indu-
striali in Italia e attorno all’Italia nel primo Medio Evo), e Gino Luzzat-
to (L’espansione economica italiana in Europa alla fine del Medio Evo).
A Giuseppe Prato, i cui studi sul Piemonte sabaudo nella transizione
tra antico regime e stagione rivoluzionaria erano stati recensiti con en-
tusiasmo da Volpe sulla «Critica»17, si assegnava come tema L’economia
italiana, nei suoi nessi con l’economia europea nel XIX secolo, poi rifor-
mulato e ampliato come L’economia italiana nei suoi rapporti con l’eco-
nomia mondiale dal Risorgimento in poi. Antonio Anzilotti, lo «storico
della “Voce”», che per primo aveva assicurato ai lavori di Volpe un’at-
tenzione più estesa di quella costituita dal tradizionale pubblico acca-
demico18, e che aveva illustrato teoricamente ma anche impostato con-
cretamente un’originale e per molti versi rivoluzionaria analisi del Ri-

Anzilotti a Giuseppe Prezzolini, Firenze, 1921, s. d. (AGP); Antonio Anzilotti a Guido


de Ruggiero, Firenze, 27 giugno 1924 (AGDR). Gioacchino Volpe ad Alessandro Casati,
11 febbraio 1924, FAC.
16
Gioacchino Volpe a Giovanni Gentile, Milano, 24 maggio 1921, cit. «Ora per te avrei
pensato di affidare alle tue spalle il Rinascimento italiano in Europa. Da principio l’avevo
concepito come un gran quadro dell’azione artistica, letteraria, filosofica esercitata sul di
fuori. Ma il volume avrebbe scarsa unità ed organicità e richiederebbe poi in una stessa
persona troppa vasta e varia preparazione. Meglio limitarsi ad un certo aspetto del pro-
blema: Rinascimento italiano e pensiero europeo. Vuol dire che questo aspetto ricevereb-
be giusta luce se preceduto e accompagnato da qualche capitolo, oppure alcuni accenni e
tocchi differenziati qua e là, su ciò che è stato il Rinascimento nel campo artistico e lette-
rario. A te non sarebbe difficile raccogliere i risultati più sicuri sull’argomento e fonderli
col grosso della tua esposizione».
17
Gioacchino Volpe a Benedetto Croce, Milano, 12 maggio 1910, ABC: «La mia ras-
segna è già fatta, ma ero in forse se mandarla piuttosto all’Archivio storico o alla Rivista
del Risorgimento, o alla Critica. È in parte esposizione del contenuto dei volumi (breve
esposizione) e poi ricerca e dimostrazione di quanto libri cosiffatti contribuiscano alla
intelligenza e visione complessiva della vita storica. Studiando bene la terra, i valori, le
imposte, le vicende e ordinamenti contabili, viene molta luce alle caratteristiche morali,
alla formazione ed azione delle classi sociali, a tutto ciò che è oggetto più comune e pro-
prio dell’indagine storica». La rassegna di Volpe, che sarebbe stata pubblicata su «La
Critica», VIII, 1910, pp. 355 ss., con il titolo Studi di storia economica italiana (poi in ID.
Momenti di storia italiana, cit., pp. 177 ss.), comprendeva: G. PRATO, Il costo della guerra
di successione spagnola e le spese pubbliche in Piemonte dal 1700 al 1713, Torino, Fratelli
Bocca, 1907; ID., La vita economica in Piemonte a mezzo il secolo XVIII, Torino, Fratelli
Bocca, 1908; ID., L’evoluzione agricola nel secolo XVIII e le cause economiche dei moti del
1792-98 in Piemonte, Torino, Vincenzo Bona, 1909. Estratto dalle Memorie della R. Ac-
cademia delle Scienze di Torino, serie 2, tomo 60, 1908-1909.
18
Si veda A. ANZILOTTI, Uno storico dell’Italia medievale: Gioacchino Volpe, in «La
Voce», I, 5 agosto 1909, 15, pp. 138 ss.; ID., La storiografia realistica, cit., in particolare
pp. 337-338.
84 CAPITOLO TERZO

sorgimento19, era incaricato di sviluppare l’analisi relativa a Le lotte na-


zionali in Italia nel XIX secolo, 1815-1870.
Nino Cortese veniva invece impegnato per uno studio «su Italia e
Spagna, XVI-XVII secolo: rapporti di coltura, funzione dei domini ita-
liani nell’organizzazione dell’impero di Carlo V, attività di Italiani fuori
d’Italia nell’ambito della monarchia ecc.», che avrebbe dovuto «ripren-
dere ed allargare la materia» trattata da Croce nel volume La Spagna
nella vita italiana durante la Rinascenza, edito da Laterza nel 191720. A
Leonardo Vitetti e Roberto Cantalupo, due pubblicisti, specialisti di
politica internazionale e attivi su l’«Idea Nazionale»21, il secondo dei
quali sarebbe stato destinato ad una fortunata carriera politica durante
il regime22, erano commissionate le monografie dedicate a Italia e In-
ghilterra e a Italia e Francia, durante il XIX secolo. Quest’ultimo volu-
me doveva far luce sulla «politica francese verso l’Austria e l’Italia, il
muoversi della coltura e del pensiero politico italiano nell’orbita della
Francia rivoluzionaria, lo sforzo di liberarsene e prendere un’autono-
mia fino a tutta la guerra»23.
Dalla corrispondenza risultava che Volpe pensava di poter contare
anche su altri studiosi, in qualche caso gli stessi menzionati nel proget-
to della «Storia dell’Italia in guerra», sottoposto, nell’aprile del 1918,
all’attenzione di Croce24. Naturalmente Alessandro Casati, insieme a
Francesco Ercole, Ettore Rota, Salvemini, Raffaele Ciasca, ma anche
Pietro Egidi, Paolo Negri, molto attivo sulle pagine di «Nuova Rivista

19
ID., Per una storiografia del Risorgimento, ivi, pp. 307 ss. Sull’Anzilotti «risorgimen-
tista», M. MIRRI, Dalla storia dei “lumi” e delle “riforme” alla storia degli “antichi stati ita-
liani”, in Pompeo Neri. Atti del colloquio di studi di Castelfiorentino (6-7 maggio 1998),
a cura di A. Fratoianni e M. Verga, Castelfiorentino, Società storica della Valdelsa, 1992,
pp. 401 ss.; ID., Riflessioni su Toscana e Francia, riforme e rivoluzioni, in «Annuario del-
l’Accademia etrusca di Cortona», XXIV, 1990, pp. 117 ss.
20
L’incarico conferito a Cortese non ebbe però seguito. Si veda Gioacchino Volpe a
Benedetto Croce, Milano, 16 marzo 1922, ABC: «Il prof. Cortese vi avrà detto perché non
ho potuto, pur con la migliore disposizione, affidargli il volume che progettavo. Ma non
è escluso che in seguito mi sia possibile».
21
Si veda L. VITETTI, Il conflitto anglo-americano, Bologna, Zanichelli, 1921; ID., La
conferenza di Washington, Roma, Società Editrice “Politica”, 1922; ID., La politica del pre-
sidente Harding, con prefazione di Francesco Coppola, Roma, Società Editrice “Politica”,
1922; R. CANTALUPO, La politica francese da Clemenceau a Millerand, Milano, Treves, 1921.
22
Roberto Cantalupo, deputato fascista dal 1924, nel 1926 iniziava la sua collabora-
zione al «Corriere» sulle questioni coloniali, che avrebbe proseguito fino al 1929. Nel 1924
era stato nominato Sottosegretario del Ministero delle Colonie e poi Ministro plenipoten-
ziario in Egitto. Volpe avrebbe recensito il volume di Cantalupo (La classe dirigente, Mi-
lano, Alpes, 1926) sul «Corriere della Sera» del 5 dicembre 1926, poi in ID., Guerra do-
poguerra Fascismo, cit., pp. 405 ss.
23
Gioacchino Volpe a Giovanni Gentile, Milano, 15 novembre 1921, AFG.
24
Gioacchino Volpe a Benedetto Croce, Milano, 30 aprile 1918, cit.
UNA DIASPORA INTELLETTUALE 85

Storica», e in un secondo momento, forse, Mario Vinciguerra. A Volpe


sarebbe toccato probabilmente il volume Città e borghesie cittadine in
Italia alla fine del Medio Evo, che avrebbe dovuto estendere cronologi-
camente i contenuti dello studio, Ricerche sull’origine e sul primo svol-
gimento dei Comuni nell’Italia longobarda (secoli IX-XII), di cui uno
schema molto articolato era stato inviato a Croce nel giugno 190525.
Oppure, più verosimilmente, la sintesi di storia italiana, dall’XI secolo
fino al conflitto mondiale, poi realizzata con un forte restringimento
della sua estensione temporale nel 1927, che poteva dirsi terminata per
la prima parte nell’ottobre del 1923, come l’autore comunicava ad Ales-
sandro Casati:

In questi giorni, ho finito il volume Italia che nasce (XI-XIV sec.), che è il 1°
volume dell’Italia in cammino, Il resto verrà... dopo. Non si può dir un lavoro
originale; ma sufficientemente organico: è il quadro che ho preferito26.

Per le altre monografie (La monarchia meridionale dall’XI al XIV


secolo, L’Italia e il Levante europeo, Germania e Italia nel XIX secolo)
non pare invece che si fosse arrivati a individuare un possibile autore o
almeno questo non risulta dai dati a nostra disposizione. Né dalla do-
cumentazione esistente è possibile ricavare il tema affidato ad Alessan-
dro Casati, che pure Volpe considerava «uno dei filoni più importanti
della nostra impalcatura» e che «anche per ragione dell’epoca sarà il
volume più letto»27. Infine, Volpe pensava di inserire nella collana uno
studio consacrato a L’età del Romanticismo. L’ampliamento dell’inte-
resse alla storia letteraria era così motivato:

La storia letteraria è fuori dai miei piani, per quanto poi vedo che documen-
ti letterari e documenti cosiddetti storici servono ad un obietto unico o, meglio,
che storici letterari e storici civili mirano, servendosi di vie diverse, a giungere
ad una stessa meta che è la storia degli uomini, del vario atteggiarsi del loro
spirito, del vario loro operare secondo che quello spirito soffia. Ma, ripeto, non
ho pensato a storia letteraria. Vedrò e non escludo. Certo vedo il sussidio che
un volume sul Romanticismo, specie italiano, potrebbe portare alla compren-
sione dei moti nazionali e liberali del primo XIX secolo28.

25
Gioacchino Volpe a Benedetto Croce, Pisa, 22 giugno 1905, ABC. Notizia del pro-
getto del volume tornava anche nella corrispondenza con Gentile del 25 gennaio 1905,
AFG. Si veda anche la lettera dell’aprile 1905, ivi. Un disegno di quello studio, mai re-
datto, è in G. VOLPE, Questioni fondamentali sull’origine e svolgimento dei comuni italia-
ni, Pisa, Nistri, 1904, poi in ID., Medioevo italiano, Vallecchi, 1923, pp. 1 ss.
26
Gioacchino Volpe ad Alessandro Casati, Santarcangelo di Romagna, 22 ottobre 1923,
FAC.
27
Ibidem.
28
Gioacchino Volpe a Guido de Ruggiero, Milano, 22 maggio 1921, FGDR.
86 CAPITOLO TERZO

Il disegno della collana si sarebbe ulteriormente precisato con la ste-


sura di un opuscolo, in cui erano suggeriti alcuni indirizzi generali «per
armonizzare un po’ il lavoro dei collaboratori»29, concepito alla fine del
1920, redatto già nell’ottobre del 1921, infine pubblicato nel marzo
dell’anno successivo, che avrebbe dovuto servire anche come base di
discussione tra tutti i partecipanti al piano di lavoro30. In quel Program-
ma e orientamenti per una Storia d’Italia in collaborazione e per una
Collana di volumi storici si manifestava un disegno di storia nazionale
che doveva dare il senso del nuovo clima politico, sociale e morale che
si era affermato al termine della guerra, ma «senza retorica e senza enfasi,
senza “boria di nazioni” e parole pronunciate ore rotundo e supervaluta-
zione, cioè deformazione del nostro passato, a scopo di effimera propa-
ganda». Una storia quindi che doveva essere storia politica, in quanto
storia delle istituzioni statuali e dei «gruppi sociali politicamente orga-
nizzati», ma solo a condizione di essere concretamente storia della so-
cietà e dei suoi componenti con i loro bisogni, i loro obiettivi, i loro con-
flitti, perché molto spesso «lo Stato è un fantasma, con scarso rilievo e
personalità e azione propria, e la vita sociale trabocca fuori dei suoi de-
boli argini e si svolge indisciplinata o conforme ad una sua propria disci-
plina, affidata alle classi, ai partiti, ai gruppi affiancati o contrapposti».
In qualche modo, dunque, una storia che ambiva ad essere «totale»
ma soprattutto che doveva realizzare il fine di essere storia «contempo-
ranea», «storia attuale»31. Storia, avrebbe ripetuto Croce, dei «propri
tempi»32, che dal passato guardava al presente, per accompagnare il
«cammino» dei popoli e degli individui verso il futuro. Storia, aveva sen-
tenziato Gentile e, con lui, Omodeo, che addirittura avrebbe dovuto es-
sere pratica normativa per il momento attuale, perché in essa «il giudizio,
la sentenza non è vana parola contro vane ombre del passato, ma è la
sentenza che si attua, il giudizio che incide perpetuo nella storia stessa»33.

29
G. VOLPE, Programma e orientamenti per una Storia d’Italia in collaborazione, cit.
30
Si veda Gioacchino Volpe ad Alessandro Casati, 14 ottobre 1921, cit.: «In quanto
al carattere dell’opera, siamo presso a poco intesi. Ma a giorni manderò all’editore, per la
stampa, un paio di paginette-programma, di cui tutti avrete le bozze, con ampia facoltà
di osservazioni e proposte». Si veda anche Gioacchino Volpe a Giovanni Gentile, Milano,
23 ottobre 1921, cit.; Gioacchino Volpe a Benedetto Croce, Milano, 16 marzo 1922, cit.
31
B. CROCE, Teoria e storia della storiografia, Bari, Laterza, 19233, pp. 22-23.
32
ID., L’obiezione contro le «storie dei propri tempi», in ID., Dieci conversazioni con gli
alunni dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici di Napoli, Bologna, Il Mulino, 19932, pp.
137 ss.
33
A. OMODEO, Res gestae e historia rerum, in «Annuario della Biblioteca filosofica»
di Palermo, II, 1913, pp. 1 ss. Se ne veda l’edizione, a cura di F. Tessitore, in «Annali della
Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Napoli», VI, 1975-1976, XVIII, pp. 147
ss. Sull’intera materia, illuminanti le pagine di F. TESSITORE, Storiografia e storia della cul-
UNA DIASPORA INTELLETTUALE 87

Storia, avrebbe concluso Volpe, per suo conto, che non poteva non
muovere dalle «suggestioni dell’oggi», dai fermenti della vita presente
che ne costituiscono «l’elemento animatore e vivificatore», dato che
«l’interpretazione e ricostruzione del passato sarebbe “fatta” e non più
da fare o rifare solo il giorno – ipotesi irrealizzabile – che gli uomini si
fermassero nelle posizioni raggiunte e non vi fosse più domani per essi»34.
Di qui la struttura a piramide rovesciata dell’opera, che, poggiata
sulla salda base di una ricognizione di quei caratteri originali che si erano
manifestati soprattutto sul piano giuridico ed economico tra Età di
mezzo e Rinascimento, tendeva ad allargarsi con lo scorrere dei secoli,
quando la storia della nazione italiana aveva dovuto confrontarsi, tra
luci e più spesso tra ombre, ma sempre con formidabili ricadute sul
contesto interno, con quelle delle altre formazioni politiche mediterra-
nee e continentali. Una Storia d’Italia, infatti, doveva e non poteva non
essere anche una storia dell’Italia nella storia d’Europa35. E quella dina-
mica parallela, strettamente intrecciata, se non davvero unitaria, tra
nazione e continente doveva essere illustrata a partire dai «due secoli di
dominio straniero nella Penisola», fino al Settecento, in cui il nostro
paese trovava la sua prima forma di identità politica come «sistema di
Stati» fino allo sconvolgimento rivoluzionario e alla sistemazione napo-
leonica, alle lotte nazionali del XIX secolo, nel cui scenario diplomati-
co soltanto poteva intendersi, come Volpe aveva già ampiamente sotto-
lineato, il nostro Risorgimento36, allo scontro non più soltanto europeo,
ma ormai mondiale, delle «Grandi Potenze» tra 1870 e 1918.
Questa internazionalizzazione della storia patria risultava soprattut-
to evidente nel progetto di affiancare, ai volumi di Storia d’Italia pro-
priamente detta, altri contributi che, dal Medio Evo in poi, investigas-
sero le «vicende dell’Italia fuori d’Italia», i «problemi di rapporti fra
noi e gli altri, problemi di interesse vivo ancor oggi e che stanno fra la
politica e la storia, con visibili riferimenti pratici». Rapporti di cultura
e di religione. L’influsso dell’Islam attraverso la Spagna e la Sicilia. L’ir-
radiazione europea del Rinascimento. La Controriforma, identificata
come «fatto universale che ha tuttavia il suo centro in Italia ed è, in

tura, Bologna, Il Mulino, 1990, pp. 171 ss. Sul punto anche l’intervento di Benedetto Croce
del 1929, La grazia e il libero arbitrio, in ID., Ultimi saggi, Bari, Laterza, 1948, pp. 290 ss.
34
G. VOLPE, Una storia del Risorgimento, a proposito del primo volume di I. RAULI-
CH, Storia del Risorgimento politico d’Italia, Bologna, Zanichelli, 1921, in «La Critica»,
1922, poi in ID., Momenti di storia italiana, cit., pp. 221 ss., pp. 224-225.
35
Questo indirizzo sarebbe stato poi direttamente sviluppato da Volpe nei saggi Eu-
ropa e Mediterraneo nei secoli XVII e XVIII, in «Politica», 1923, poi in ID., Storia della
Corsica italiana, Milano, Ispi, 1939, pp. 89 ss.; Italia e Europa, in «Gerarchia», 1925, infi-
ne in ID., Momenti di storia italiana, cit., pp. 301 ss.
36
Si veda G. VOLPE, Una storia del Risorgimento, cit.
88 CAPITOLO TERZO

certo senso, una specie di Riforma italiana», individuata, quindi, come


movimento della «cattolicità, ma che lascia in Italia il suo contro», che
«è papato, che nel XVI secolo ha così visibili segni, direi, nazionali; pur
mentre opera nel mondo, si nutre di succhi nazionali»37, con una defi-
nizione che non sarebbe spiaciuta a Croce38. E ancora, la matrice euro-
pea del «Settecento riformatore» italiano, i rapporti di reciproco scam-
bio ma anche di lotta e di contrasto per l’egemonia intellettuale con
Spagna, Francia, Inghilterra, Germania, di cui un capitolo fondamen-
tale doveva essere costituito dalla storia del fuoriuscitismo politico a
partire dal 181539. Ma soprattutto rapporti di economia, di politica, di
potenza: dall’espansione commerciale italiana verso il Levante dopo l’XI
secolo, al predominio del «commercio e banca italiana nell’Europa
centrale e occidentale», alla «trasformazione e crisi dell’economia ita-
liana nel ‘400 e ‘500, per circostanze interne ed esterne», fino al vasto
moto dell’emigrazione prima artistica e intellettuale poi, a partire dal
secolo XIX, prevalentemente di risorse imprenditoriali, artigianali, di
mano d’opera verso l’Africa e le Americhe.
Questo tema, caro a Volpe fin dagli anni della prima giovinezza40,
sarebbe stato riformulato con evidenti concessioni alla propaganda
nazionalista di Corradini alla vigilia dell’intervento41, e poi avrebbe
costituito uno dei punti centrali della monografia del 192742. Quella
materia era ora delineata nella lettera del 24 maggio 1921, indirizzata a

37
Gioacchino Volpe a Guido de Ruggiero, Milano, 22 maggio 1921, cit.
38
Il motivo di una presenza attiva, e non soltanto reattiva, del Papato nella formazio-
ne della coscienza nazionale italiana sarebbe stato poi ampiamente sviluppato dal laico
Volpe, fuori di ogni pregiudizio «ghibellino» e massonizzante, in XX Settembre – Italia e
Papato. Discorso pronunciato a Venezia il 20 settembre 1924, pubblicato nello stesso anno
su «Gerarchia», poi in ID., Momenti di storia italiana, cit., pp. 237 ss. Qualche significa-
tivo nesso con questo intervento, proprio a proposito della Controriforma, è da riscon-
trarsi in B. CROCE, Storia dell’età barocca in Italia. Pensiero – Poesia e Letteratura – Vita
morale, Bari, Laterza, 19462, pp. 3 ss. Si veda anche ID., Stato e Chiesa in senso ideale e
loro perpetua lotta nella storia, in ID., Etica e politica, cit., pp. 394 ss.
39
Si veda G. VOLPE, Programma e orientamenti per una Storia d’Italia in collaborazio-
ne, cit.: «L’emigrazione politica italiana dal 1815 in poi: correnti principali, importanza sua
come incontro e collaborazione di italiani di Stati diversi, come avvicinamento Italia-Eu-
ropa, come influenza culturale reciproca, come primo avviamento di altra e diversa emi-
grazione di operai e contadini».
40
G. BELARDELLI, Il mito della “nuova Italia”, cit., p. 13.
41
G. VOLPE, Per i nostri emigranti, in «L’Azione», 31 gennaio 1915, p. 2. Sullo stesso
punto e con argomenti non sostanzialmente diversi, E. CORRADINI, La patria lontana, Mi-
lano, Treves, 1910; ID., Le nazioni proletarie e il nazionalismo. Discorso letto a Napoli, nel
gennaio 1911, in ID., Il Nazionalismo italiano, Milano, Treves, 1914, pp. 40-41.
42
G. VOLPE, L’Italia in cammino. L’ultimo cinquantennio, Milano, Treves, 1927, pp.
66 ss. e 187 ss. Nuova edizione, a cura di G. Belardelli, Roma-Bari, Laterza, 1991, pp. 64
ss. e 151 ss.
UNA DIASPORA INTELLETTUALE 89

Fortunato Pintor43. Al quale si domandava di intercedere presso il fra-


tello Luigi, importante dirigente del Ministero delle Colonie, per otte-
nere la segnalazione di «qualche intelligente ed onesto funzionario dello
Stato, affiatato con i paesi di immigrazione italiana», disposto a stilare
una storia della Colonizzazione italiana in America nell’ultimo cinquan-
tennio. Nella corrispondenza emergeva con energia la necessità di di-
staccarsi dalla tradizionale trattazione di questo argomento. L’emigra-
zione italiana non doveva essere studiata dal «punto di partenza, cioè
dalle condizioni italiane che hanno provocato l’esodo», e di conseguenza
esclusivamente come depotenziamento demografico e culturale della
comunità nazionale, come era accaduto nei pur pregevoli studi di Fran-
cesco Coletti44, ma «nel suo punto d’arrivo» e in quanto analisi «della
formazione, lo sviluppo, la vita e stato presente delle colonie italiane in
America dalla metà del XIX secolo in poi». Il flusso migratorio andava
considerato, dunque, non soltanto come penosa «diaspora» e cartina
di tornasole del sottosviluppo della Penisola e delle sue zone più arre-
trate, ma come fenomeno di espansione dell’Italia nel mondo, in qual-
che misura paragonabile alla dinamica dell’incremento nazionale as-
sicurato dalla conquista coloniale. E non casualmente al volume sul-
l’emigrazione doveva affiancarsene un altro, che solo la «sua posizio-
ne ufficiale ed una certa tal quale sua paternità della recente politica
africana del nostro paese» impediva di affidare a Luigi Pintor. Uno stu-
dio che doveva incentrarsi sulle «vicende dell’azione e politica italiana
in Africa dai viaggiatori del secolo scorso in poi», e soprattutto sul-
l’«azione nostra allo studio del continente, gruppi di immigrazione (in
Egitto, Tunisi ecc.), politica coloniale, problemi relativi, rapporti con
Inghilterra, Francia, Turchia, mondo arabo in conseguenza di tale po-
litica»45.
Era un soggetto che avrebbe avuto un’immediata ricaduta politica,
tra 1922 e 192346, e che, poco più tardi, nel 1926, Volpe avrebbe ricapi-
tolato in un sintetico saggio sulla storia del colonialismo italiano47. Dalla
ripresa, se non altro ideale, tra ’700 e ’800, della vocazione di conquista
mediterranea, ai primi incerti passi, attorno al 1880, di quella rinnovata
espansione, «quando l’Italia cominciò a sentire lo stimolo delle sue in-

43
La lettera è conservata in FFP.
44
F. COLETTI, Dell’emigrazione italiana, Milano, Hoepli, 1912.
45
Gioacchino Volpe a Fortunato Pintor, Milano, 17 giugno 1921, FFP.
46
G. VOLPE, Egitto e Italiani d’Egitto, corrispondenze dall’Egitto per il «Popolo d’Ita-
lia», maggio-giugno 1922, poi fuse in due articoli apparsi su «Politica», tra 1922 e 1923,
ora in ID., Guerra Dopoguerra Fascismo, cit., pp. 116 ss.
47
Si veda, G. VOLPE, Come è nata l’Italia coloniale, in «Corriere della Sera», 21 aprile
1926, p. 1.
90 CAPITOLO TERZO

terne esigenze e degli esempi altrui e gettò anch’essa gli occhi sui vicini
continenti», al massiccio afflusso di lavoratori italiani nell’America
meridionale, per il quale «nientessima era la sollecitudine» della ma-
drepatria, ma che «cangiò la faccia del continente sud-americano e vi
creò i grandi centri e diede potente impulso alla economia capitalistica,
ma nulla diede alla nazione italiana», all’intensa stagione dell’esplorazio-
ne italiana in Africa, intimamente collegata ai progressi dell’apostola-
to del clero romano in quelle regioni, alla costituzione dell’insedia-
mento di Massaua, su sollecitazione dell’Inghilterra «che voleva un
ausiliario dalla parte del Mar Rosso per la sua campagna di riconqui-
sta del Sudan», ostacolato da «una Francia ostile che fu subito all’opera
per attraversarci la strada», alla conquista della Libia verso la quale
«le forze del mondo sospingevano a tergo anche i riluttanti come
Giovanni Giolitti», alla nuova situazione creatasi dopo la fine del
conflitto mondiale, nella quale all’Italia si chiedeva, con scarsa gene-
rosità e con scarsissina comprensione del nuovo quadro geo-politico,
di accontentarsi della gestione di routine del suo magro dominio d’ol-
tremare.

Ma il nostro problema coloniale si esaurisce, per noi, tutto in questa più


accurata valorizzazione economica? Pongo la domanda e non le do qui rispo-
sta. Dico solo che nel 1914-1915, quando entrammo in guerra, noi chiedevamo
altro: e altro abbiamo chiesto a guerra finita. Dico che anche i bisogni che allo-
ra ci premevano sono cresciuti assai: popolazione che aumenta, sbocchi migra-
tori, che si chiudono, urgenza sempre maggiore di materie prime, i grandi Stati
coloniali, tendenti a far una politica delle materie prime poco promettente per
taluni paesi, universale protezionismo, ecc. Insieme a questi bisogni è cresciuta
anche la nostra esperienza e capacità coloniale. Abbiamo ormai un piccolo ma
temprato stato maggiore di ufficiali, di soldati, di pionieri-agricoltori, capaci di
inquadrare e comandare. Ancora: è cresciuta in certa misura la nostra sicurezza
continentale che suole, per esperienza storica, esser principio di politica più
vasta. Cresciuta la nostra compattezza interna, la nostra coscienza di essere
qualcosa. Approfondita e diffusa tra i più giovani la concezione della vita come
lotta. Vorrei non far rettorica ma constatare una realtà: per vantaggio nostro e
anche degli altri. Possiamo sperare che gli altri la comprendano? Che non ga-
bellino per “irrequieto spirito di conquista” questo stato d’animo degli italia-
ni? Qualche giornale o uomo politico francese o inglese o tedesco ha avuto la
nota giusta negli ultimi giorni. E si è riconosciuta l’esistenza di un problema
coloniale italiano, di un problema di espansione italiano “come uno dei nodi
centrali della politica mondiale”. E questa è la verità.

La storia del nostro paese doveva essere, quindi, anche la storia della
sua spinta propulsiva nello scenario internazionale: antica e nuova. Anzi
quella storia doveva rafforzare l’impeto di quella spinta, come Volpe, a
più riprese, negli anni a venire, avrebbe inteso fare, in coincidenza con
UNA DIASPORA INTELLETTUALE 91

l’avverarsi dell’ideale imperiale del regime48. Ma già con i due saggi


progettati nel 1921 – poi precisati nel titolo come Gl’Italiani d’America
e L’Italia nel continente africano – il disegno della «Storia d’Italia» co-
nosceva una sua decisa flessione in senso nazionalista. Nel rispondere
alla più che scontata domanda su quando si dovesse datare il momento
storico costitutivo dell’unità italiana, il suo primo impiantarsi come
«nazione», Volpe rispondeva, senza esitazioni, indicando quell’epoca
nel Medio Evo e con maggiore precisione nell’intervallo tra i secoli XI
e XIV. Solo allora, si sosteneva nel Programma:

Si presentano al nostro occhio la crescente omogeneità delle genti della Pe-


nisola e la più attiva circolazione e confluenza degli elementi della vita locale;
lo sviluppo delle relazioni intellettuali ed economiche dalla Valle del Po alla
Sicilia; il distacco delle regioni periferiche dai lontani ed estranei centri cui si
eran legate nel primo millennio dopo Cristo, per gravitar verso il corpo della
Penisola, verso i centri della coltura specificamente italiana; quel certo rappor-
to di interdipendenza che si costituisce fra i vari Stati, Venezia e Napoli, Firen-
ze e Milano, sino a presentarsi essi, taluni momenti, quasi come un fascio solo,
soggetto alle stesse fortune; la funzione italiana e quasi nazionale che assolve il
Papato, istituzione universale che solo in parte inquadra nella storia della na-
zione, ma che tuttavia la nazione, nel suo inconscio divenire, ora ha utilizzato
ai propri fini, ora ha promosso, fornendogli mezzi di azione e gran parte dell’al-
ta gerarchia, e comunicandogli qualche cosa del suo stesso vigore, della sua stessa
forza; le attività italiane che si espandono fuori dei termini della Penisola agi-
scono sugli altri, ne risentono l’influsso e in fine incitano loro reazioni, deter-
minano loro atteggiamenti e giudizi che investono tutta la nazione italiana ecc.;
il successivo decadimento interno e svalutamento nei rapporti internazionali,

48
G. VOLPE, Lettere e diari. Documenti di italica virtù, Eroico manipolo nelle prime
campagne d’Africa, in «Il Corriere della Sera», 21 novembre 1935, p. 2 (recensione a F.
LEMMI, Lettere e diari d’Africa, 1885-1886, Edizioni Roma, 1936, poi ripresa in ID., Le
nostre prime campagne d’Africa. Ammonimenti e vaticini d’eroi, in «Rivista di Fanteria»,
II, 12 dicembre 1935, pp. 1677 ss.); ID., L’Italia d’Africa, in Le ragioni dell’Italia, R. Acca-
demia d’Italia, 1936, p. 3 (discorso pronunciato nell’adunanza generale dell’Accademia
d’Italia del 19 gennaio 1936, dedicata alla campagna d’Etiopia); ID., Ascesa all’Impero: nel
primo giorno annuale della proclamazione dell’Impero, in «Bonifica e Colonizzazione», V,
maggio 1936, pp. 427-430; ID., Le relazioni politiche, economiche, spirituali tra l’Italia e
l’America Latina, Milano, Ispi, 1936. (Si tratta della relazione generale al primo Conve-
gno per gli Studi di Politica Estera, Milano, 15-17 ottobre 1936); ID., Introduzione a R.
TRUFFI, I precursori dell’Impero africano, Roma, Edizioni, Roma, 1937, pp. 9 ss.; ID., In
Libia, con gli studenti dell’Università di Roma, discorso radiofonico del 1938. Quest’ulti-
mo intervento, insieme a buona parte di quelli qui citati, sono stati ripubblicati in Saluto
ad un Maestro. Scritti di Gioacchino Volpe, con una lettera di A. Soffici, Roma, Gruppo
Universitario “Caravella”, 1951, pp. 117 ss. e in ID., L’Italia che fu. Come un italiano, la
vide, sentì, amò, Roma, Le Edizioni del Borghese, 1961, pp. 53 ss. Su Volpe e la questio-
ne coloniale, un primo approccio è nel saggio di E. CAPUZZO, La proiezione oltremare del-
la nazione: Volpe e il colonialismo italiano, in «Clio», 2004, 3, pp. 447 ss.
92 CAPITOLO TERZO

dei più piccoli o inadatti Stati della Penisola, mentre emerge qualche altro meglio
attrezzato per le opere di pace e di guerra, col risultato di rompere lo sterile
equilibrio e dare alla Penisola un centro e quasi una testa; una coscienza nazio-
nale che affiora e variamente si atteggia e si irrobustisce, fino a divenire forza
viva, quasi il fiore e il frutto di una pianta in via di crescere.

Questa datazione era già presente nella corrispondenza del giugno


1905 con Croce, quando Volpe sosteneva di poter individuare nel «pri-
mo svolgimento dei Comuni nell’Italia longobarda» alcuni significativi
«fattori reali ed ideali della unificazione e del sentimento nazionale ita-
liano»49. Non aveva quindi torto Prezzolini quando, nel novembre del
1922, in un articolo apparso su «Il Resto del Carlino», avrebbe soste-
nuto che lo svolgimento di una storia della nazione italiana, da parte di
Volpe, era già contenuta in nuce nel disegno storiografico complessivo,
che lo storico andava elaborando, molto tempo prima dell’inizio del
conflitto, anche se solo il contatto con il popolo italiano e con le sue
classi dirigenti, impegnate nella prova della Grande Guerra, aveva dato
la spinta a quella materia per «diventare pensiero dominante nella sua
mente», per fornire ad essa una «coscienza storica» precisa e dunque
una «coscienza patria»50. L’attenzione per quel tema, infatti, aveva at-
traversato, come motivo generale, le opere maggiori dell’anteguerra e
compariva, in misura già non soltanto carsica, negli studi sulle istituzio-
ni comunali a Pisa del 1902, dove le stesse guerre di parte e di fazione
combattute pro e contro le grandi strutture politiche e religiose, che
fino a quel momento avevano dominato la storia del nostro paese, pa-
revano configurare il primitivo irradiarsi della coscienza nazionale, se
non altro come valore morale, ancora privo di risvolti pratici, eppure
già radicato come iniziale ma già profonda aspirazione ideale.

Papato e impero combattono infatti per scopi propri e per riflesso della lot-
ta che agitava e divideva in due grandi campi ogni città, ogni regione, in fine
tutta quanta l’Italia, con un moto in apparenza disordinato, di fatto regolare e
continuo, se si guarda alle idee ed ai fini che sono come il filo rosso che attra-
versa teso e diritto la storia nostra di quei secoli; combattono per scopi pratici
e per il trionfo di idee nuove. È il rumore di vecchi edifici che crollano e di
nuovi che l’inconscia forza della storia viene faticosamente innalzando. Il con-
cetto dell’unità d’Italia si viene appunto formando in questo progressivo, reale
coordinamento delle forze e dei partiti. Concetto astratto certamente, non anco-
ra divenuto sentimento profondo e tanto meno capace di determinare una azio-
ne politica: ma pur tuttavia lontano, fra poco, di poeti e scrittori, delineantesi

Gioacchino Volpe a Benedetto Croce, Pisa, 22 giugno 1905, cit.


49

G. PREZZOLINI, Uno storico nostro: Gioacchino Volpe, in «Il Resto del Carlino», 2
50

novembre 1922, p. 3; ID., La cultura italiana, Firenze, La Voce, 1923, p. 342.


UNA DIASPORA INTELLETTUALE 93

confusamente in parte come riflesso della realtà storica, che risospingeva le menti
a certe forme della civiltà latina, intese ora e sentite in tutta la loro umanità51.

Questa stessa indicazione si manifestava con maggior decisione in


alcuni saggi pubblicati tra 1904 e 1905, dove aspra era la contrapposi-
zione alla storiografia tedesca e alla sopravalutazione, connotata da
scoperti riferimenti «etnici», della supremazia dell’elemento germani-
co nella storia dell’Italia medievale52. Emergeva alla luce infine, ormai
con piena evidenza, nella lettera a Gentile del maggio 191853, nella quale
si sosteneva di poter racchiudere in una storia complessiva del Medio
Evo europeo e mediterraneo, a partire dal primo millennio fino alla
Rinascenza (poi effettivamente realizzata dal 1921 al 1927)54, un dise-
gno «di quello che può considerarsi il processo di formazione del po-
polo italiano, della sua unità morale», che «potrebbe mutare il suo tito-
lo e diventare una Storia d’Italia; quella storia che, contenuta in un
volume di tre o quattrocento pagine, sarebbe, credo, ottima cosa forni-
re al popolo italiano». La sintesi del 1927 avrebbe infatti restituito un
Medio Evo più «italiano e peninsulare che non europeo», con al «cen-
tro della scena l’Italia» e attorno «un po’ succinti sbiaditi gli altri per-
sonaggi». Una limitazione che non costituiva un difetto né una forzatu-
ra ideologica perché la Penisola, in quanto «sede del Papato e dell’Im-
pero», come «punto di convergenza delle ambizioni di dominio e di

51
G. VOLPE, Studi sulle Istituzioni comunali a Pisa. Città e contado, consoli e podestà
nei secoli XII-XIII, Pisa, Nistri, 1902. Se ne veda la più recente edizione a cura e con una
ricca introduzione di C. Violante, Firenze, Sansoni, 1970, alle pp. 430-431, per la citazione.
52
Si veda ID., Bizantinismo e Rinascenza. A proposito di uno scritto di Karl Neumann,
Byzantinische Kultur und Renaissancekultur, («Historische Zeitschriften», 1903, pp. 215
ss.) in «La Critica», III, 1905, pp. 47 ss., poi in ID., Momenti di storia italiana, cit., pp. 95
ss.; ID. Lambardi e Romani nelle campagne e nelle città. Per la storia delle classi sociali, della
nazione e del Rinascimento italiano, XI-XV, in «Studi Storici», XIII, 1904, pp. 54 ss.; 167
ss.; 21 ss.; 369 ss.; ID., Emendamenti e aggiunte, ivi, XIV, 1905, pp. 124 ss. Per il giudizio
di Croce relativo al primo saggio, si veda la lettera a Volpe del 4 agosto 1904, CV: «Gen-
tile Amico, lasci che le dica che la sua recensione al Neumann mi sembra semplicemente
stupenda, e lasci che la ringrazi del prezioso lavoro che ella mi ha fornito per la Critica, e
che è così bene intonato all’indole di essa. Vi sono cose che da un pezzo desideravo fos-
sero inculcate agli storici italiani e stranieri».
53
Gioacchino Volpe a Giovanni Gentile, Brescia, 30 maggio 1918, AFG. Si veda an-
che la lettera a Benedetto Croce del 30 aprile 1918, ABC: «Gli studi, naturalmente, lan-
guono ora. Tuttavia nel corso del 1917, quando comandavo il distaccamento nelle solitu-
dini di Castellazzo, ho disteso la materia di un volumetto della Biblioteca rossa dell’Uni-
versità popolare milanese. Ed ho anche schizzato un quadro succinto dello svolgimento
storico del popolo e della nazione italiana nell’ultimo millennio».
54
G. VOLPE, Il Medioevo nel primo millennio D.C., Milano, Biblioteca di cultura popo-
lare pubblicata dalla Biblioteca della Università Popolare Milanese e dalla Federazione Ita-
liana delle Biblioteche Popolari, 1921; ID., Il Medioevo, Firenze, Vallecchi, 1927.
94 CAPITOLO TERZO

espansione delle altre dinastie», come «punto di irradiazione di attività


commerciali e bancarie», come «sorgente di una nuova coltura», costi-
tuiva effettivamente «il centro della vita medievale»55.
Ma quell’Italia vista nel pieno del suo processo di espansione verso
l’esterno era al suo interno effettivamente nazione? C’era da dubitarne.
L’età immediatamente pre-comunale e poi soprattutto quella pienamen-
te comunale, come evoluzione di un mercato parzialmente integrato e
soprattutto come costruzione di un patrimonio giuridico e politico
uniforme, con tutte le sue ricadute sul piano sociale, culturale e persino
religioso, costituiva il dato unificante solo del comparto centro-setten-
trionale della Penisola. Da quel processo di amalgama risultava escluso
l’intero Mezzogiorno, al quale pure il Programma aveva dedicato non
piccola considerazione56. L’una delle «due Italie», che avevano progres-
sivamente divaricato il loro percorso a partire dal crollo dell’Impero
romano57, insieme alle molte altre Italie minori che sarebbero divenute
altrettante «piccole Patrie» nel corso dei secoli, rendendo difficile e
ancora incompleto, fino almeno alla Grande Guerra, l’effettivo compi-
mento dell’unificazione. Così aveva sostenuto Labriola, all’inizio del
secolo, parlando di «un’unità illusionale di una storia d’Italia», che «per
secoli rimase divisa in due mondi: di qua il ciclo germanico-romano, di
là il mondo bizantino-islamitico»58. Così aveva fatto notare Giustino
Fortunato, nel gennaio del 1908, ricordando con enfasi che il «mistero
della storia dell’Italia meridionale attendeva ancora di essere svelato»,
in tutta la sua irriducibile alterità59: quasi prognosticando la disatten-
zione che la storiografia di Croce e anche di Volpe (intenzionato, già
nel 1919, a liquidare integralmente la «questione meridionale» in quel-
la «nazionale, nel cui contesto il Mezzogiorno doveva assumere forza-
tamente, per remoti retaggi e odierne sue responsabilità, il ruolo di socio

55
ID., Prefazione a Toscana Medievale, cit., p. XX.
56
ID., Programma e orientamenti per una Storia d’Italia in collaborazione, cit., dove si
prevedeva un volume dedicato a Il Regno di Sicilia, dal XI al XV secolo, che avrebbe do-
vuto riassumere «le vicende longobardo-bizantine del sud-Italia. Varietà di condizioni e
di coltura e, insieme, certa omogeneità a fondo romano-bizantino che agevola il compito
unitario dei Normanni. Normanni e Svevi, carattere della Monarchia, sue basi, suo sfor-
zo costruttivo dello Stato, sue debolezze. Borghesia, baronato, popolazioni rurali, Chiesa
romana. Progressivo entrar del Regno nell’orbita della vita italiana, delle sue lotte, della
sua coltura, della sua attività mercantile, contribuendovi anche esso con elementi arabo-
bizantini, con spunti di vedute politiche ecc.».
57
G. GALASSO, Potere e istituzioni in Italia, cit., pp. 46 ss.
58
A. LABRIOLA, Saggi intorno alla concezione materialistica della storia. IV. Da un seco-
lo all’altro. Considerazioni retrospettive e presagi, cit., p. 52.
59
Giustino Fortunato a Gioacchino Volpe, 8 novembre 1908, in ID., Carteggio, 1865-
1911, a cura di E. Gentile, Roma-Bari, Laterza, 1978, p. 149.
UNA DIASPORA INTELLETTUALE 95

di minoranza nella «società contratta dopo il 1860»60) avrebbe riservato


al problema dell’antico, progressivo e mai composto divorzio tra il nord
e il sud della Penisola61. Così avrebbe ribadito la letteratura storiogra-
fica successiva, fino ad ora concorde nel ritenere la media e la bassa età
medioevale come la continuazione, magari «creativa», del processo di
frantumazione di un’ossatura unitaria, dissoltasi nella definitiva crisi del
sistema imperiale tra V e VIII secolo62, dopo la quale l’Italia aveva as-
sunto una fisionomia politica policentrica e insieme centrifuga, incom-
patibile con il manifestarsi di un sentimento nazionale anche sul solo
piano della rappresentazione storiografica63.
Certo Arrigo Solmi avrebbe posto, di lì a non molto, l’«unità della
storia d’Italia» nel fenomeno cittadino, non rifiutando, come è stato
detto, di «consertare il suo acceso unitarismo e nazionalismo col fede-
ralismo ed europeismo di un Cattaneo»64. Avrebbe considerato il «fat-
tore urbano», in quanto antica derivazione delle città italiche, etrusche
e dei municipi romani, come una potente «forza conservatrice dell’in-
dole nazionale», dalla pianura padana, al confine orientale, alla Sici-
lia65, con una intuizione importante che avrebbe trovato numerosi echi
significativi, anche molto recenti, proprio in rapporto alle vicende del
sud della Penisola66. Ma questa generalizzazione, che pareva tenere in-

60
G. VOLPE, Nord e Sud, 1 gennaio 1919, in ID., Per la storia dell’VIII Armata. Dalla
controffensiva del giugno alla vittoria del settembre-ottobre 1918, Milano, Mondadori, 1919,
pp. 186 ss.
61
G. GALASSO, Il Mezzogiorno. Da “questione” a “problema aperto”, Manduria-Bari-
Roma, Lacaita, 2005, pp. 150 ss. Ma sulle debolezze della storiografia italiana in rappor-
to al problema meridionale, si veda, soprattutto per gli studi di Romolo Caggese e Raf-
faele Ciasca, M. SIMONETTI, Risorgimento e Mezzogiorno alle origini della storiografia con-
temporanea in Italia, cit., pp. 273 ss.; ID, Storiografia e politica avanti la Grande Guerra.
Romolo Caggese fra revisionismo e meridionalismo, 1911-1914, «Archivio Storico Italia-
no», CXXX, 1972, pp. 495 ss.
62
G. GALASSO, Potere e istituzioni in Italia, cit., pp. 22 ss. Si veda anche G. TABACCO,
La storia politica e sociale in Storia d’Italia. Dalla caduta dell’Impero romano al secolo XVIII.
I. La società medievale e le corti del Rinascimento, Torino, Einaudi, 1974, pp. 142 ss.
63
G. GALASSO, L’Italia come problema storiografico, cit., pp. 102 ss.
64
E. SESTAN, Per la storia di un’idea storiografica, cit., p. 195. Dove il riferimento era
naturalmente al saggio di Cattaneo, La Città considerata come principio ideale delle istorie
italiane. Sul punto, ora, D. CASTELNUOVO FRIGESSI, La città nella storia d’Italia, in L’opera e
l’eredità di Carlo Cattaneo, a cura di C.G. Lacaita, Bologna, Il Mulino, 1975, I, pp. 270 ss.
65
A. SOLMI, L’unità fondamentale della Storia d’Italia. Discorso tenuto a Bologna, nella
Sala dell’Archiginnasio, il 31 ottobre 1926, poi in ID., Discorsi della Storia d’Italia, Firen-
ze, La Nuova Italia, 19352, pp. 3 ss., in particolare pp. 25 ss.
66
G. VITOLO-A. MUSI, Il Mezzogiorno prima della questione meridionale, Firenze, Le
Monnier, 2004, pp. IX-X, dove si mette in evidenza l’importanza del «soggetto-città», an-
che per la storia del Sud in età medioevale, «pur rilevandone il percorso affatto diverso
da quello dei Comuni dell’Italia centro-settentrionale».
96 CAPITOLO TERZO

sufficiente conto della concreta specificità delle istituzioni economiche


e giuridiche fatte oggetto dell’analisi, e che soprattutto rischiava quasi
di necessità, una volta più esattamente verificata, di depotenziare e
sbriciolare l’unità della storia nazionale nel tessuto particolaristico del-
la storia locale, non poteva soddisfare Volpe. Era allora necessaria una
diversa risposta al quesito, capace di individuare un momento forte di
coesione non più sul piano interno ma su quello esteriore. Risposta che
veniva fornita nel saggio, apparso su «Politica», nel gennaio 1922, con
il titolo emblematico di Albori della Nazione italiana 67.
Con un forte rimando ad un primo assai sintetico abbozzo di storia
nazionale, apparso nel 1914 all’interno di una pubblicazione d’ispira-
zione neo-irredentista promossa dalla Dante Alighieri68, Volpe rinno-
vava la scelta dei secoli XI e XIII come culla della storia italiana, ma
questa volta in quanto processo di de-bizantinizzazione e de-arabizza-
zione della Penisola, di contenimento della Slavisierung sul confine nord-
orientale, di opposizione alla struttura sovrastatale dell’Impero, dell’af-
facciarsi di alcune dinastie provviste di un pur del tutto embrionale pro-
getto di dominio peninsulare, di diffuso senso dell’unità di uno «spazio
politico», se non altro, come «avversione al dominio di genti estranee».
Si delineava così un’interpretazione che forniva al secolare processo del
Nation-building del nostro paese una solida base di lunga durata, la quale
non sarebbe stata mai del tutto smentita dalla successiva letteratura
storiografica69. Ma non era tutto. In questo contributo e in altri inter-
venti, Volpe vedeva l’Italia farsi nazione anche nella sua spinta propul-
siva verso l’esterno, già nell’età medievale. Non solo grazie all’attività

67
Lo si veda in G. VOLPE, Momenti di storia italiana, cit., pp. 3 ss.
68
G. VOLPE, La «Dante Alighieri» e la vita italiana fuori dai confini, introduzione a
Per la Dante Alighieri nel XXV anniversario della sua fondazione, numero unico a cura del
Comitato di Milano, 19 aprile 1914, pp. 1 ss. Lo si veda ora parzialmente riprodotto in
Appendice, infra. Il contributo di Volpe costituiva l’apertura di un numero unico dedica-
to all’attività della Dante Alighieri nel venticinquesimo anniversario della sua fondazio-
ne, al quale collaboravano: S. JACINI, Emigrazione e lingua italiana; E.G. PARODI, Dante
Alighieri; C. SALVIONI, Le condizioni della cultura italiana nel Ticino; G. MIRA, Il sottoco-
mitato studentesco di Milano della Dante Alighieri; S. BENCO, L’Università italiana a Trie-
ste; A. TAMARO, Trieste e la Dalmazia per la coltura italiana. Sul punto, Gioacchino Volpe
ad Alessando Casati, Santarcangelo di Romagna, 28 febbraio 1914, FAC: «So che sei sta-
to fuori d’Italia per vari giorni. Ci racconterai qualche cosa, e forse mi darai qualche buon
consiglio per un numero unico che la sezione milanese della Dante Alighieri vuol pubbli-
care il 21 aprile».
69
G. GALASSO, L’identità italiana: premesse per una storia, in ID., L’Italia s’è desta. Tra-
dizione storica e identità nazionale dal Risorgimento alla Repubblica, Firenze, Le Monnier,
2002, p. 75: «È al più tardi nel secolo XII, che l’unitarietà di questo spazio politico in
quanto ambito di un particolare sistema di Stati o di entità politiche nel contesto euro-
peo viene più chiaramente avvertita».
UNA DIASPORA INTELLETTUALE 97

degli «Italiani fuori di Italia» e come semplice egemonia commerciale


sul Mediterraneo70, ma come vera e propria conquista territoriale volta
verso l’Istria, la Dalmazia, la Tripolitania, la Corsica, il Levante, le Ba-
leari71, che suggellava quella che verrà poi definita l’«età dell’espansio-
ne» dell’economia italiana tra XII e XIII secolo, tanto impetuosa da
ribaltare completamente il tradizionale equilibrio di potere tra mondo
cattolico-latino e mondo greco-mussulmano e da assicurare al contem-
po una vasta e profonda penetrazione nei mercati dell’Europa centrale
e settentrionale72.

2. L’articolo del 1922, del tutto consentaneo con il manifesto pro-


grammatico della rivista di Coppola e Rocco73, proprio per il suo tra-
scorrere dal passato all’ora presente, dalle conquiste delle antiche «Re-
pubbliche del mare» alle ambizioni espansionistiche della «più grande
Italia» conculcate da un’ingiusta pace, era accolto con grande favore
da Salvemini, seppure con qualche disappunto per la sua collocazione
editoriale74. Ma gli umori, si dica pure scopertamente nazionalistici, di
quell’intervento non dovevano aver disturbato neanche gli altri autori
della «Storia d’Italia». Non Croce, anch’egli collaboratore di «Politi-
ca», che si esprimeva assai affettuosamente sulla persona di Volpe, in
una lettera ad Alessandro Casati dell’estate del 192275. Né sicuramente

70
Si veda G. VOLPE, Italiani fuori d’Italia alla fine del Medio Evo, pubblicato in due di-
stinti articoli su «Gerarchia» nel 1922, ora in ID., Momenti di storia italiana, cit., pp. 61 ss.
71
ID., Albori della Nazione italiana, ivi, pp. 26 ss.
72
P. JONES, La storia economica in Storia d’Italia. Dalla caduta dell’Impero romano al
secolo XVIII. IV. L’economia delle tre Italie, Torino, Einaudi, 1974, pp. 1681 ss.,
73
Manifesto, in «Politica», I, 15 novembre 1918, 1, pp. 1 ss., dove la necessità di con-
trastare l’«anarchia bolscevica» non si distingueva da quella di assicurare all’Italia i suoi
destini di potenza. Il testo è riprodotto in Il nazionalismo italiano, a cura di F. Perfetti,
Milano, Edizioni del Borghese, 1969, pp. 233 ss. Sullo stesso punto, A. ROCCO, L’espan-
sione italiana nel mondo. Discorso pronunziato nella seduta del Congresso per l’espan-
sione economica e commerciale dell’Italia all’estero, ora in ID., Scritti e discorsi politici,
cit., II, pp. 747 ss.
74
Ernesto Sestan a Gioacchino Volpe, s. l., 4 dicembre 1957, CV: «Salvemini, negli
ultimi mesi, si era ridotto molto male, senza speranza e anche senza volontà di vivere, che
è brutto segno. Mi è dispiaciuto molto della sua dipartita, anche se scontata da tempo,
perché troppo dei miei primi passi nella via degli studi e della mia formazione giovanile è
legato al ricordo del suo insegnamento. E fra quei ricordi c’è anche il ricordo di un gior-
no del 1923 [sic], in cui, con alti elogi per Lei, mi consigliò e invogliò a leggere il Suo
saggio su Gli albori della Nazione Italiana uscito allora in una rivista che, per altro verso,
non doveva riuscirgli molto gradita, la “Politica” di Coppola».
75
B. CROCE, Epistolario. II. Lettere ad Alessandro Casati, Napoli, Istituto Italiano per
gli Studi Storici, 1969, p. 67: «Sento con molto dispiacere che il Volpe, di ritorno dal suo
viaggio, si è ammalato. Non gli scrivo per non dargli noia. Volete voi farmi sapere come
sta, e da quale malattia è stato colpito? Vi prego di rassicurami presto».
98 CAPITOLO TERZO

de Ruggiero, che il 5 febbraio di quello stesso anno pubblicava un ampio


resoconto del progetto editoriale di Zanardelli sul «Resto del Carlino»76,
dove si parlava di «un’opera veramente grandiosa che rappresenterà
uno dei frutti migliori del nuovo “storicismo” e darà all’Italia una co-
scienza adeguata di sé e del suo passato». Di quell’iniziativa e del suo
spirito guida, così diverso da quello che aveva dominato l’«era spiritua-
le del Risorgimento», de Ruggiero valorizzava soprattutto la ricaduta
pratica e politica, la capacità di voler essere programmaticamente sto-
ria del passato che diveniva anche «storia del presente».

Oggi la vita del nostro popolo trabocca dagli angusti limiti in cui settant’an-
ni fa audaci minoranze costrinsero la storia d’Italia. C’è uno sviluppo esube-
rante di quistioni sociali che non trova ragione nelle stilizzate vicende dell’uni-
tà nazionale, e che ci spinge invece ad affondar lo sguardo in quella zona ancora
grigia della popolazione (la quasi totalità!) che fu assente dal moto unitario ma
che pur visse e lavorò per l’avvenire. Vi son valori positivi di opere, di tradizio-
ni, di cultura in quegli statarelli d’Italia che ci son stati rappresentati come pezzi
di carne da insaccare per far salcicce. E ce ne accorgiamo o confessiamo di ac-
corgercene solo ora che abbiamo dimesso i vecchi pudori patriottici. C’è un
respiro più ampio di vita internazionale, pur nelle vicende nazionali dell’Italia,
che non si lascia misurare con le solite filie e fobie – in istile patriottico – degli
stranieri verso noi o viceversa. Investito dalla luce del presente, l’orizzonte del
passato si allarga.

L’iniziativa conosceva, in questo modo, il suo primo battesimo del


fuoco dinnanzi ad un più largo pubblico, fuori della ristretta cerchia
degli addetti ai lavori, in attesa di un dibattito imminente di più ampio
respiro. Un dibattito che lo stesso Volpe cercava di stimolare e di am-
pliare, con la lettera a Prezzolini del dicembre 1922, che mentre conte-
neva un ringraziamento per il pezzo, a lui dedicato, recentemente com-
parso sul quotidiano bolognese, attirava l’attenzione sulla discussione
che si andava accendendo intorno alla nuova iniziativa storiografica.

Io non so se merito le parole di lode che tu mi rivolgi; ma mi sembra che


cogli giusto quando rilevi in me lo sforzo, più o meno fortunato, di approfon-
dire ed allargare la visione della realtà storica. È diventata per me quasi una
seconda natura; e spiega un po’ la mia incontentabilità di fronte a me stesso, la
lentezza del mio lavoro, la scarsa fecondità. Ma spero che nei prossimi due o tre
anni una piccola ondata di roba mia batterà sulla sponda del mondo librario (io
procedo a ondate, ogni tre o quattro o cinque anni, quanto è necessario per
rimettermi in pressione!). L’articolo su Politica è il capitolo di un libro che verrà

76
G. DE RUGGIERO, Per una Storia d’Italia, in «Il Resto del Carlino», 5 febbraio 1922,
p. 3. Sul punto, Gioacchino Volpe a Guido de Ruggiero, Milano, 14 febbraio 1922, AGDR.
UNA DIASPORA INTELLETTUALE 99

fuori nei primi mesi del prossimo anno. Al principio del ’24 ne verrà alla luce
un altro. Nel ’25 un altro ancora. Insomma, molta carne al fuoco. Vedremo se
cuocerà tutta. Dal tuo articolo non appare che tu conosca l’iniziativa di una
serie di volumi di storia d’Italia che Zanichelli pubblicherà e che io dirigo. Ti
può interessare il programma che io ho scritto e che ti manderò o ti darò per-
sonalmente. Se ne occupa anche la N. Rivista Storica del luglio scorso77.

Quella che poi sarebbe stata definita, proprio da Volpe, la «polemi-


ca» sulla storia d’Italia aveva infatti preso avvio con una nota di Corra-
do Barbagallo apparsa sulla rivista milanese78. Uno studioso, con cui
Volpe era già entrato in contrasto per una sorta di generale discrasia
politica e culturale. A Barbagallo, «interventista democratico», strenuo
sostenitore dell’«intesa latina» tra Italia e Francia durante il conflitto,
Volpe aveva fatto osservare, nel giugno del 1916, quanto pesasse anco-
ra e quanto avrebbe dovuto forse maggiormente pesare, su quella pre-
sunta infrangibile fraternità d’armi cementata da un comune vincolo
etnico, la sistematica politica di ostilità della Francia contro l’Italia
nell’ultimo cinquantennio79. Nel mese successivo, anche in rapporto a
questa profonda divergenza, era venuta meno la possibilità di una co-
operazione di carattere scientifico, che avrebbe dovuto portare alla
creazione di «una rivista storica che dovrebbe proporsi di penetrare
non fra i circoli degli eruditi, ma fra le persone che hanno altre e più
larghe aspirazioni in fatto di coltura storica»80. La «Nuova Rivista Sto-
rica» sarebbe nata infatti con l’esclusione di Volpe dal comitato di di-
rezione81, il quale, annunciando a Croce la rottura delle trattative, co-
municava di non essersi «accordato col Barbagallo o, meglio, mi sono
convinto che non era facile collaborare con lui in una comune opera»,
per «questione di temperamento o di altro»82. Una dichiarazione, a dir

77
Gioacchino Volpe a Giuseppe Prezzolini, 9 ottobre 1921, AGP. Nella lettera i ri-
ferimenti sono all’articolo Albori della Nazione italiana e ai volumi Medio Evo italiano,
Momenti di storia italiana, Il Medio Evo, che sarebbero stati editi da Vallecchi rispettiva-
mente nel 1923, nel 1925 e nel 1927.
78
C. BARBAGALLO, Una nuova Storia d’Italia, cit.
79
Si veda Gioacchino Volpe a Corrado Barbagallo, Milano, 16 giugno 1916, CV.
80
Gioacchino Volpe a Benedetto Croce, Milano, 22 gennaio [1916], ABC.
81
Secondo il progetto originale, il comitato direttivo del periodico doveva essere com-
posto da Corrado Barbagallo e Volpe, promotori dell’iniziativa, con Arrigo Solmi, Guido
Porzio, Antonio Anzilotti, Francesco Ercole. La rivista, poi nata nel 1917, vedrà invece
figurare tra i direttori, rispetto alla rosa originale, soltanto Barbagallo, Anzilotti, Porzio,
insieme ad Ettore Rota. Sul punto, A. CASALI, Storici italiani fra le due guerre. La “Nuova
Rivista Storica”, 1917-1943, Napoli, Guida, 1989, pp. 1 ss.; E. ARTIFONI, Salvemini e il
Medioevo, cit., pp. 145 ss.
82
Gioacchino Volpe a Benedetto Croce, Santarcangelo di Romagna, 8 luglio 1916,
ABC.
100 CAPITOLO TERZO

poco eufemistica, che malcelava la profonda disparità tra i due studio-


si. Tra Volpe, che per suo conto e in maniera affatto originale andava
realizzando una rivoluzione storiografica vicina a quella preconizzata
dall’idealismo di Croce e di Gentile83, e Barbagallo, ancora intimamen-
te legato a quella lezione del metodo positivo, che molto spesso rischia-
va di degenerare, come proprio Volpe aveva comunicato a Salvemini,
già nel 1906, in «erudizione» che restava «scopo a se stessa»84.
Ora, l’intervento di Barbagallo sul progetto editoriale di Zanichelli
approfondiva ulteriormente quella disparità. Sia pure con molto garbo,
l’iniziativa di Volpe veniva criticata in maniera scolastica e pedantesca,
soprattutto, e in fondo unicamente, per non aver posto a basamento
della storia italiana la storia di Roma repubblicana e imperiale. Fonda-
mento storico che invece era stato assunto dalla «Storia politica d’Ita-
lia. Scritta da una Società di Professori» promossa da Pasquale Villari,
edita da Vallardi in due riprese a partire dal 1880 e dal 190085, e più
recentemente, nel 1919, dalla nuova «Collezione di Storia italiana» di-
retta da Giacinto Romano, egualmente pubblicata dall’editore milane-
se, che prevedeva tra le prime uscite una monografia di Barbagallo,
dedicata appunto alla Storia di Roma antica: la Monarchia e la Repubbli-
ca (753-44 a. C.). Una proposta editoriale, quella di Romano, molto
elogiata da Gino Luzzatto sulle pagine di «Nuova Rivista Storica»86, alla
quale Volpe aveva riservato invece gli strali di una pungente ironia,
parlando del pigro e assonnato procedere dei «volumi vallardiani»87.
Non si trattava soltanto della semplice rivalità tra due gruppi acca-
demici distanti idealmente, culturalmente e politicamente. Più che
l’esclusione della storia di Roma, doleva a Barbagallo il criterio che aveva
portato a quella omissione e cioè la convinzione, espressa da Volpe, che
«la storia d’Italia non è più storia di Roma, e la storia di Roma non è
ancora storia d’Italia», se si voleva davvero intendere «l’Italia come
entità spirituale, e la storia d’Italia, come storia di un determinato po-
polo e nazione»88. Parole a cui il direttore di «Nuova Rivista Storica»
controbatteva, non soltanto sostenendo che a partire dal III secolo
dell’era pagana, grazie alla centralità politica dell’Urbe, «il molteplice
regionalismo scompare, e si ha una comune storia italiana con comuni
caratteri, con comune linguaggio, con comuni volontà, coscienza, or-

Si veda A. ANZILOTTI, Storia e storiografia d’Italia, cit., pp. 360 ss.


83

Gioacchino Volpe a Gaetano Salvemini, 13 gennaio 1906. La lettera è citata in A.


84

CASALI, Storici italiani tra le due guerre, cit., pp. XIII-XIV.


85
Il primo volume conteneva i contributi di E. BRIZIO, Epoca preistorica, e di F. BER-
TOLINI, Storia romana. Re e Repubblica, Milano, Vallardi, 1880.
86
Si veda G. LUZZATTO, Una Storia d’Italia..., cit.
87
Gioacchino Volpe a Giovanni Gentile, Milano, 24 maggio 1921, cit.
88
G. VOLPE, Programma e orientamenti per una Storia d’Italia in collaborazione, cit.
UNA DIASPORA INTELLETTUALE 101

goglio nazionale», ma anche con una ridondante tirata dove si afferma-


va che l’«Italia romanizzata, e non più Roma come per brevità (o per
errore) si dice, è d’ora innanzi la forza, la Potenza che muove e domina
il mondo; che ha nel mondo una condizione di privilegio; che al mondo
impone la sua civiltà».
Era un’affermazione che dimostrava implicitamente come il taglio
cesareo della storia romana, operato da Volpe, con il quale de Ruggiero
pienamente concordava89, avesse, tra gli altri meriti, proprio quello di
evitare questo deragliamento verso la mitologia della romanità, a cui il
nostro paese era sembrato essere, nel passato prossimo e più lontano,
fin troppo predisposto. Quell’operazione chirurgica non solo si basava
su ben motivate ragioni storiografiche, ma permetteva di emanciparsi
dalla retorica del nazionalismo corradiniano, fatto, per dirla con Prez-
zolini, di «ricordo fragoroso di Roma imperiale; fracasso e rullio di frasi
sull’Italia; concezioni vaghe di forza della “stirpe”, di “destino”, di “la-
tinità”, di “barbari da respingere”, di “leggi della vita nazionale”; im-
precisione di cognizioni sui fini e sui frutti della vita spirituale e mate-
riale italiana»90. Una retorica che avrebbe conosciuto la sua ascesa trion-
fante, in un irresistibile crescendo, immediatamente prima del 1922 e
poi soprattutto durante il fascismo. Da Alfredo Rocco, che già nel 1920
aveva indicato lo «Stato romano» come il modello di riferimento di una
statualità organica e coesa in tutti i suoi elementi, alla quale aveva fatto
seguito «la disgregazione sociale e politica» che seguì il suo crollo, a cui
ancora non si era posto riparo91, a Emilio Bodrero, a Pietro De Franci-
sci, a Goffredo Coppola92. Ai molti altri che si sarebbero incamminati
sul piano inclinato di un ritorno all’antico, capace di evolversi pure in
una versione «politicamente corretta», democratica e progressiva, come
quella sviluppata da Luigi Salvatorelli, il quale proprio in relazione alla
polemica del 1922, avrebbe poi sostenuto che occorreva far risalire l’uni-

89
G. DE RUGGIERO, Per una Storia d’Italia, cit.
90
G. PREZZOLINI, Prefazione a G. PAPINI-G. PREZZOLINI, Vecchio e nuovo nazionalismo,
Milano, Studio Editoriale Lombardo, 19242, p. IV.
91
A. ROCCO, La crisi dello Stato e i sindacati, 1920, in ID., Scritti e discorsi politici, cit.,
II, p. 645.
92
Si veda E. BODRERO, Roma e il Fascismo, Roma, Istituto di Studi Romani, 1939; P.
DE FRANCISCI, Civiltà Romana, Roma, Istituto Nazionale di Cultura Fascista, 1939, in
particolare pp. 42 ss., dove Roma diveniva il prototipo di una società «totalitaria» nella
quale si rispecchiava una dinamica di sviluppo «guidata da un continuo, ostinato, sapien-
te processo di integrazione», intesa a «disciplinare entro le sue strutture un numero sem-
pre maggiore di cittadini». Sul punto, in generale, G. BELARDELLI, Il ventennio degli intel-
lettuali: cultura, politica, ideologia nell’Italia fascista, Roma-Bari, Laterza, 2005, pp. 206
ss. Sulle posizioni di Coppola, si veda ora A. JELARDI, Goffredo Coppola. Un intellettuale
del fascismo fucilato a Dongo, Mursia, Milano, 2005. Per la ricostruzione della biografia
politica di questo intellettuale, L. CANFORA, Il papiro di Dongo, Milano, Adelphi, 2005.
102 CAPITOLO TERZO

tà della storia d’Italia almeno al I secolo a. C., e alla crisi del bellum
sociale, non escludendo, per altro, qualche precorrimento di quell’uni-
tà fin dall’età preromana93.
Anche se privi della diretta replica a Barbagallo, che fu pronunciata
oralmente, senza essere trascritta, in una seduta del Regio Istituto Lom-
bardo di Scienze e Lettere nel luglio 192394, possiamo supporre che
Volpe abbia dovuto pensare che troppa retorica di «quadrate legioni»,
di «colli fatali» ma anche di «pugnali di Bruto», di «virtù repubblica-
na», di «romanico» o «italico» amore per la libertà era incrostata in
quella storia remota da cui si voleva far prendere origine quella della
«Nuova Italia». Questo almeno risultava essere il suo avviso, espresso
in un articolo apparso sulle colonne del «Popolo d’Italia», nell’anniver-
sario del «Natale di Roma» del 192195. Se la redazione del quotidiano
inquadrava l’intervento tra titoli cubitali che annunciavano quel ge-
netliaco come la «giornata fascista» votata all’esaltazione della «nostra
razza e della nostra storia, del nostro passato e del nostro avvenire»,
Volpe, seppur con qualche concessione al carattere celebrativo di quel-
la ricorrenza, sosteneva tutt’al contrario che:

La storia di noi italiani non è certo la storia di Roma. Roma era il mondo
d’allora e noi siamo un frammento di quel mondo: un frammento che ha dovu-
to poi, come gli altri frammenti, ordire da sé la trama della propria vita, costrui-
re da sé la propria storia. E cominciò al tempo dei barbari, quando la Penisola
o le sue genti si individuarono rozzamente entro il mondo romano e cristiano
e germanico. E proseguì nei secoli dopo, componendo e fondendo a modo suo,
secondo il genio dei suoi antichissimi, antichi e nuovi abitatori, secondo i suc-
chi della sua terra e la temperie del suo cielo, gli elementi vari di ogni natura e
provenienza che si erano venuti ad incontrare dalle Alpi al mar di Sicilia. E un
po’ per volta assimilò gli elementi assimilabili, eliminò gli altri, ruppe i legami
che la tenevano avvinta a centri lontani ed estranei. E noi, finalmente vediamo
emergere dalla caligine, prendere contorno e lineamenti l’Italia, creatura spiri-
tuale: l’Italia che è una determinata lingua, una determinata visione d’arte, una
determinata religiosità, una determinata filosofia, un determinato diritto e co-
stume a carattere morale.

93
Si veda L. SALVATORELLI, Spiriti e figure del Risorgimento, Firenze, Le Monnier, 1962,
pp. 3 ss.
94
La notizia è contenuta nel Postscriptum aggiunto da Barbagallo in coda alla nota di
P. PIERI, Di alcuni momenti di storia italiana, in «Nuova Rivista Storica», 1926, 4-5, pp.
406 ss., in particolare p. 408, n. 1: «L’on. Prof. Volpe rispose con una Lettura presso il R.
Istituto Lombardo di Scienze e Lettere in data 5 luglio 1923. Questa lettura non è stata
mai pubblicata; ma nel verbale della adunanza si legge il riassunto di una breve ma effica-
ce replica, del prof. Carlo Pascal». La nota di Pieri costituiva un resoconto molto positi-
vo del volume di VOLPE, Momenti di storia italiana, cit.
95
G. VOLPE, Il Natale di Roma. Risalendo il corso della storia, in «Il Popolo d’Italia»,
21 aprile 1921, p. 1.
UNA DIASPORA INTELLETTUALE 103

Roma indiscutibilmente, continuava Volpe, fu anch’essa alma mater


della nazione italiana. Ma più nella memoria commossa della sua passa-
ta grandezza che nella realtà effettuale degli eventi che ne avrebbero
segnato le vicende fino ai nostri giorni, e che ora dopo la «grande pro-
va» del conflitto parevano comporsi con maggiore vivacità nell’affre-
sco mosso, contrastato, poliforme di una «storia che passa», mai ricon-
ducibile ad una sola genealogia lineare, ad un meccanico rapporto di
causa e di effetto, magari fondato sulle presunte leggi immutabili del-
l’identità della stirpe, ma che invece prendeva vigore dalle tante e con-
trastanti energie sotterranee dello sviluppo storico, dallo scontro e dal-
l’incontro di popoli diversi e di diverse etnie.

Un turbinio millenario di eventi; vette e profondità; svolte rapide della stra-


da; ondate di genti che vengono a frangersi su questo piccolo scoglio mediter-
raneo: lavoro tante volte iniziato e altrettanto interrotto e poi ripreso: germi
sparsi a piene mani sull’Italia e dall’Italia; tutti i venti vorticanti attorno o sopra
essa; influenze venienti di Germania o d’Africa, di Francia o Spagna o di Bisan-
zio! Caos e disordine alla superficie, ordine e continuità negli strati profondi,
nell’inconsapevole divenire. Ogni secolo, ogni anno che scorre è un passo avanti
verso la formazione di un popolo italiano. Ogni secolo ed ogni anno è un lega-
me interno che si tende, un frammento isolato e inerte che entra nella circola-
zione del tutto, un rapporto di dipendenza che dal di fuori si spezza, un centro
coordinatore e propulsore, ora Milano, ora Firenze, ora Palermo, ora Roma,
ora Torino, che si forma. E sempre più rapidamente e consapevolmente e volu-
tamente, per merito nostro e di stranieri: anche, a modo loro, di dominatori e
di nemici: poiché il mondo è tutto una collaborazione, anche se e dove i nostri
occhi mortali vedono contrasto di forze armate.

Era un vero e proprio manifesto storiografico, più ancora che un


giudizio storico singolare su una materia d’altronde di carattere gene-
rale e fondamentale. Un giudizio che Volpe avrebbe ribadito di lì a poco,
con maggiori dettagli, in una nota comparsa su «Gerarchia», molto si-
gnificativa fin dalla scelta del titolo, Roma e l’Italia. In essa si ricordava
come la favola bella dell’Italia romana, che pure «aiutò gli Italiani a
costruire la loro italianità» nei secoli più bui della loro storia, avesse
contenuto in sé anche un elemento inibitorio e repulsivo alla ricerca di
una autentica identità nazionale, quando «nelle mani degli Accademici
o in quella dei Gesuiti, che dominavano nelle scuole, divenne materia
di esercitazioni o fu un diversivo perché la gente si smarrisse dietro i
Bruti e gli Scipioni, roba lontana, e non si impicciasse d’altro»96. Era un
avvertimento che sicuramente anche altri condividevano. Soprattutto

96
G. VOLPE, 21 aprile. Roma e l’Italia, in «Gerarchia», I, 25 aprile 1922, 4, pp. 173
ss., in particolare p. 182. Lo si veda parzialmente riprodotto in Appendice, infra.
104 CAPITOLO TERZO

Benedetto Croce, che interveniva nel dibattito con un breve appunto


essenziale pubblicato sulla «Critica», intessuto di più ragionate obie-
zioni, nel confronto di quelle avanzate da Barbagallo che in ogni caso
avrebbe continuato la sua polemica fino alla fine del 192697. Eppure,
anche l’analisi di Croce riverberava motivi di ordine ideologico, «pra-
tico», si sarebbe detto allora, e non solo di natura meramente storiogra-
fica. E anche in questo caso il nodo del contendere era costituito dalla
data di origine della storia italiana, che per Croce aveva inizio solo dal
«tempo in cui sorge uno Stato italiano, ossia dall’anno 1860, e negli anni
o nei secoli anteriori trova nient’altro che il suo prologo, in quegli sfor-
zi ed opere e tentativi che si indirizzarono, consapevolmente o inconsa-
pevolmente, al fine di creare uno Stato italiano»98. Con quella obiezio-
ne, con la quale avrebbe concordato anche uno studioso assai poco
stimato da Volpe, come Romolo Caggese99, Croce riduceva quindi la
Storia d’Italia alla storia dell’organismo politico unitario e al suo pre-
ambolo più prossimo, operando una sbrigativa dissociazione tra «Stato
e Nazione», che molto più tardi gli sarebbe stata rimproverata da Sal-
vatorelli.

97
C. BARBAGALLO, Postscriptum a P. PIERI, Di alcuni momenti di storia italiana, cit., p.
408: «Roma cancellò le vecchie impronte regionali dell’Italia antichissima; dette al no-
stro paese – a tutto il paese – un’impronta unica, interessi comuni, privilegi e orgogli co-
muni, e finì col creare non già uno Stato, nel quale una città si sovrapponeva ad altre, ma
uno Stato, in cui tutte le città della penisola, nazionalmente organata, dominavano il mon-
do. Di fronte a tutto questo, la coscienza nazionale, in sulle origini dei Comuni, è assai
povera cosa. [...] Giacché caratteristica fondamentale dell’età dei Comuni è proprio que-
st’altra: che l’unità nazionale sia dilacerata, compromessa, condannata, dal trionfante par-
ticolarismo municipale e regionale».
98
B. CROCE, recensione a G. VOLPE, Programma e orientamenti per una Storia d’Italia
in collaborazione, cit., in «La Critica», XXI, 1922, pp. 46 ss., in particolare p. 47.
99
Volpe avrebbe ricordato l’intervento di Caggese, in ID., La Storia d’Italia e la sua
polemica, in «Corriere della Sera», 5 dicembre 1934. Lo si veda ora in Appendice, infra.
Per il giudizio assai limitativo di Volpe sull’attività di Caggese, si veda G. VOLPE, recen-
sione a R. CAGGESE, Classi e Comuni rurali nel Medioevo italiano. Saggio di storia econo-
mica e giuridica, ivi, VI, 1908, pp. 263 ss.; 361 ss.; ID., recensione a R. CAGGESE, La repub-
blica di Siena e il suo contado nel secolo XIII, in «Archivio Storico Italiano», 1907, 5, pp.
374 ss. Si veda anche Gioacchino Volpe a Giustino Fortunato, Desenzano sul Lago, 3
ottobre 1908, in Giustino Fortunato, Carteggio, 1865-1911, cit., p. 83: «Son contento anche
che lei condivida il mio giudizio sul libro del Caggese e sul suo autore. Avevo qualche
scrupolo; temevo di aver trattato male quel giovane che pure mi è amico. Lei mi rassicu-
ra. Il Caggese è ancora in tempo per rientrare in sé e riacquistare il senso giusto dei suoi
mezzi, delle difficoltà del lavoro che noi compiamo, della necessità di far un po’ matura-
re i fatti e le idee nel nostro spirito. Senza fermentazione riposata e temperatura adatta
l’uva anche eccellente dà cattivo vino, forse frizzante ma non resistente». Non meno cle-
menti critiche Croce avrebbe rivolto agli studi di Caggese sulla Repubblica fiorentina, in
«La Critica», X, 1912, 5, pp. 461-463. Sul punto, M. SIMONETTI, Storiografia e politica avanti
la Grande Guerra. Romolo Caggese fra revisionismo e meridionalismo, cit., pp. 528-529.
UNA DIASPORA INTELLETTUALE 105

La storia d’Italia non comincia col Risorgimento; il Risorgimento bensì è un


periodo di questa storia. La concezione modernistica estrema sarebbe in verità
inconfutabile solo se del Risorgimento si accettasse il concetto puramente po-
litico-territoriale. Prima della costituzione dello stato unitario esisteva da seco-
li un popolo italiano. La molteplicità politica ineliminabile dell’Italia medioe-
vale non significa che non esistesse in quel tempo l’idea e la realtà di una nazio-
ne italiana, poiché non deve confondersi il concetto di nazione con quello di
stato unitario di tipo moderno. I nuclei di vita politica costituiti dalle città ita-
liane non erano estranei tra loro come lo sono stati di nazioni diverse100.

Ma non era quella «cronologica» la sola contestazione che Croce


opponeva al Programma di Zanichelli. L’altra maggiormente composta
sul piano teoretico escludeva la possibilità di «fondere in una, cioè
neutralizzare in un x inqualificato, le varie storie particolari (della vita
economica e della filosofia, della poesia e della politica, ecc.)» con
un’ipotesi di lavoro incapace di rendersi conto dell’«impossibilità della
cosa, perché quelle storie risorgeranno sempre ciascuna nella sua in-
vincibile particolarità, nel suo proprio carattere». Su questi punti, la
polemica di Croce sarebbe continuata ancora nel 1929 e nel 1936101, in
un contesto politico, ormai mutato e deteriorato, quando, come il di-
rettore della «Critica» avrebbe sottolineato, si snaturò «il quesito teo-
rico in questione di ordine pubblico, e perciò di competenza della po-
lizia», e «si tentò d’imporne dall’alto la soluzione o piuttosto la decisio-
ne, sentenziando che la storia d’Italia è “unitaria”, e cattivo cittadino o
“antinazionale” chi pensa diversamente»102.
Ancora clemente era invece il clima politico del 1923, che permette-
va a Croce di stendere alla fine, nonostante quelle riserve sostanziali,
un elogio del Programma concepito da Volpe e di sostenere di aver «tale
concetto dell’ideatore e direttore dell’opera, tale fiducia nel suo inge-
gno e nella sua dottrina, da esser certo che, quale che sia il programma,
ciò che praticamente verrà fuori dal lavoro sarà sempre cosa assai pre-
gevole ed istruttiva, e sempre di molto superiore a quanto finora è stato
fatto in quel campo»103. Un apprezzamento, che Croce avrebbe poi eli-

100
L. SALVATORELLI, Pensiero e azione nel Risorgimento, Torino, Einaudi, 1943, pp. 8-
9. Passo in cui appare evidente la ripresa delle tesi di Volpe, e in particolare di quelle di
Solmi, sull’organizzazione municipale come fattore di continuità della storia italiana.
101
Si veda B. CROCE, Intorno alle condizioni presenti della storiografia in Italia. IV. La
storiografia sociale e politica, in «La Critica», 1929, poi in appendice a ID., Storia della sto-
riografia italiana del Secolo decimonono, cit., II, pp. 250-252; ID., Recenti controversie in-
torno all’unità della Storia d’Italia, in Proceedings of the British Academy, London 1936,
XXII, ora in ID., La storia come pensiero e come azione, cit., pp. 331-344.
102
Ivi, p. 331.
103
B. CROCE, recensione a G. VOLPE, Programma e orientamenti per una Storia d’Italia
in collaborazione, cit., p. 48.
106 CAPITOLO TERZO

minato dalla ristampa del suo intervento, nel 1932104, fornendo una te-
stimonianza inequivoca dell’ormai avvenuta lacerazione del tessuto
unitario della «repubblica letteraria» italiana, nella quale si sarebbe
consumato anche il tracollo del progetto di collaborazione storiografi-
ca portato avanti da Volpe, che sarebbe stato infine paragonato addirit-
tura agli «annunzi e le promesse di quella tale storia “complessiva” o
“sintetica”, ch’era una utopia dei filologi, i quali facevano consistere
l’ideale della storia nella compilazione dei risultati di tutte le loro varie
ricerche»105.

3. Nel 1924, il programma editoriale di Zanichelli entrava rapida-


mente in crisi e si avviava verso un tempestoso fallimento. La morte di
alcuni collaboratori, come Paolo Negri e Anzilotti, era stata preceduta
dall’abbandono dell’impresa da parte della maggioranza degli altri au-
tori per considerazioni politiche che esulavano dai contenuti della col-
lezione. Desistevano sicuramente dalla collaborazione Guido de Rug-
giero, Omodeo, Ettore Rota, Raffaele Ciasca, Gino Luzzatto, ma anche
il medievista Monneret de Villard, il cui rifiuto di continuare nell’opera
intrapresa suscitava in Volpe l’ironico interrogativo relativo al fatto «se
la storia economica dell’alto Medio Evo possa, nella sua interpretazio-
ne, risentir di fascismo o antifascismo»106. Veniva meno all’impresa co-
mune anche l’amico Alessandro Casati, che fino a quel momento e più
oltre avrebbe pure sostenuto attivamente il nuovo corso politico, con
una risoluzione del febbraio 1924, che Volpe tentava di scongiurare
attraverso un incontro di chiarimento, sostenendo che era sul punto di
aprirsi «una falla troppo grande nella chiglia della nostra barca: e forse
senza sufficienti motivi»107. Si sarebbe trattato di un colloquio senza
esito. Casati, pochi giorni più tardi, avrebbe anzi formalizzato con una
lettera i motivi di ordine politico del suo abbandono. A quella comuni-
cazione seguiva la risposta di Volpe che pure con grande rincrescimen-
to prendeva atto dell’ormai irreversibile divorzio di Casati, pur lasciando
aperto, per pura cortesia, lo spiraglio per un possibile ripensamento.

Che cosa debbo dirti? Mi duole la tua decisione, quando io ed amici comuni
ti sapevamo all’opera ed eravamo sicuri che tu avresti dato, con quel volume, la
misura della tua capacità costruttiva nel campo degli studi. Insistere perché tu

104
ID., Conversazioni critiche. IV, Bari, Laterza, 1932.
105
ID., Intorno alle condizioni presenti della storiografia in Italia. IV. La storiografia
sociale e politica, cit., p. 250.
106
Gioacchino Volpe a Benedetto Croce, Roma, 30 novembre 1924, cit.
107
Gioacchino Volpe ad Alessandro Casati, 11 febbraio 1924, cit.
UNA DIASPORA INTELLETTUALE 107

ritorni sopra la decisione presa? Mi pare inutile! Capisco che quando si scrive
così, si è riflettuto abbastanza e non si muta più di parere. Tuttavia, ti dico che,
fin quando io non abbia trovato chi ti sostituisca, tu farai sempre a tempo a
riprendere il posto che ora abbandoni: tanto più che non ci vorrà poco per
trovare un nuovo collaboratore! Per il cambio che tu proponi, non posso dirti
nulla per ora. Proprio mercoledì scorso, ho ricevuto la lettera da Vinciguerra,
che mi si dichiarava disposto ad assumersi quel tema di studio. Nulla è ancora
conchiuso, ma io sono un po’ impegnato. Appena saprò qualcosa di concreto,
ve lo comunicherò108.

Gli analisti di questa vicenda hanno in maggioranza insistito nell’at-


tribuire quella diaspora alla precoce e «intensa politicizzazione fascisti-
ca con cui il progetto editoriale del Volpe si era andato caratterizzan-
do»109. Altri, invece, ha giustamente sottolineato che, in sé per sé, quel
piano di lavoro e la sua evoluzione non offriva materia per una tale
contrapposizione tra l’ala «liberal-democratica» e quella «liberal-nazio-
nalista», e, se proprio si vuole, «fascista» degli addetti ai lavori, e che il
collasso dell’iniziativa andava riportato ad una «interferenza politica»
che in ogni caso «non snaturò il livello concettuale della disputa» sugli
obiettivi scientifici da raggiungere110. Una conclusione che collima con
le testimonianze di Volpe, che ancora nel luglio del 1922 pensava che la
«breve critica del Croce al programma» potesse costituire lo stimolo
affinché «i collaboratori meglio preparati si pronunciassero su quella e
consimili questioni generali su la storia d’Italia»111, e che nel 1934, avreb-
be poi sostenuto che il naufragio di quella «collaborazione» doveva
essere riportato per intero ad una precisa fase della «vita nazionale».
Quel naufragio infatti era stato causato in larga parte soltanto dai ma-
rosi della politica, «quando fattasi discorde l’italiana repubblica delle
lettere e quindi raffredatisi e allontanatisi altri collaboratori che nella
progettata “Storia d’Italia” cominciarono a temere, per colpa dell’ini-
ziatore, una Storia “fascista”, cioè di partito o di tendenza, cioè parti-
giana e falsa, la compagnia, già costituita, e un po’ già all’opera, si sban-
dò e tutto andò a monte»112.
Fino a quel momento, al contrario, come qui si è anche fin troppo
spesso ripetuto, le rigide differenziazioni politiche che poi condussero

108
Gioacchino Volpe ad Alessandro Casati, 15 febbraio 1924, FAC.
109
I. CERVELLI, Gioacchino Volpe, Napoli, Guida, 1977, p. 565. Si veda anche ID., Sto-
riografia e politica: dalla società allo Stato. Note su Gioacchino Volpe, in «La Cultura», 1969,
4, pp. 509 ss. Non diversamente, nel fondo, G. BELARDELLI, Il mito della “nuova Italia”,
cit., pp. 198 ss.
110
Si veda G. GALASSO, L’Italia come problema storiografico, cit., pp. 166 ss.
111
Gioacchino Volpe a Guido de Ruggiero, Milano, 17 luglio 1922, FGDR.
112
G. VOLPE, La Storia d’Italia e la sua polemica, cit.
108 CAPITOLO TERZO

a quello sbandamento ancora non si erano determinate, almeno non


con quella nettezza. Ipotesi che può essere avvalorata da una analisi più
ravvicinata della fisionomia politica degli intellettuali associati in quel
progetto. In primo luogo, i vecchi amici della Normale di Pisa (Gentile
e Pintor), ai quali si era aggiunto negli anni milanesi Alessandro Casati,
esponente del patriziato ambrosiano cattolico e liberale, interventista
della prima ora e audace combattente sull’altopiano di Asiago e nella
battaglia della Bainsizza113, legato da stretta amicizia con Croce, che
aveva messo in contatto Volpe con il cenacolo modernista del «Rinno-
vamento», con Prezzolini e il circolo della «Voce»114. In secondo luogo,
un gruppo che non mi pare possibile ancora definire né fascista, né
nazionalfascista (se si esclude Vitetti e Cantalupo), ma piuttosto catto-
lico-conservatore nel caso di Egidi, e liberal-nazionale, per quello che
riguardava Negri, ma soprattutto Anzilotti, Ercole, Prato, dalle cui
posizioni non era stato molto distante in un non lontano passato nean-
che Guido de Ruggiero. Infine, uno schieramento più composito di
studiosi, in parte appartenenti al fronte democratico (Salvemini, Rota,
Luzzatto, Ciasca), ma tutti, a partire da Omodeo115, contrari alla politi-
ca dei partiti tradizionali, che, lungo l’intero quindicennio appena tra-
scorso, avevano vigorosamente contrastato.
Quale era dunque il punto di connessione, tra personalità comun-
que diverse, che autorizzava Volpe a poter pensare alla efficacia e alla
fattibilità di una collaborazione su di un argomento di così vitale im-
portanza non solo storiografica ma anche pratica e politica? Apparen-
temente nessuno, se si fa riferimento alla tradizionale distinzione sto-
riografica tra antifascismo e fascismo, che in quel momento non si era
tuttavia manifestata che in misura assolutamente embrionale, almeno
nei termini che poi diverranno consueti. Tanto da farci presupporre,
come unica risposta plausibile, l’ingenuità e la sprovvedutezza di alcu-
ni collaboratori di quell’impresa, che avrebbero ceduto incautamente
alle profferte di Volpe che capziosamente, in questo modo, insieme a
Gentile, avrebbe cercato di attirare alcuni intellettuali di prestigio nel-
l’orbita del movimento di Mussolini116. Una tesi che non pare davvero
convincente, alla quale è possibile, forse, sostituirne un’altra, che pun-
ta invece sul comune atteggiamento antigiolittiano di quell’alleanza della
cultura che fino all’estate del 1924 poteva costituire un potente punto

113
Sull’esperienza militare di Casati, A. SOFFICI, Kobilek, cit., pp. 12 ss. Si veda anche
Gioacchino Volpe a Giovanni Gentile, Brescia, 30 maggio 1918, AFG.
114
Si veda Gioacchino Volpe a Giuseppe Prezzolini, 20 giugno 1909, AGP.
115
M. MUSTÈ, Adolfo Omodeo, cit., pp. 91 ss.
116
S. ZEPPI, Il pensiero politico dell’idealismo italiano e il nazionalfascismo, Firenze, La
Nuova Italia, 1973, pp. 123 ss.
UNA DIASPORA INTELLETTUALE 109

d’intesa, in grado non di annullare, certamente, ma almeno di rimuove-


re parzialmente e, se non altro, di mettere tra parentesi ogni altro ele-
mento di dissenso nei confronti di una dinamica politica che promette-
va di raggiungere due traguardi da molti a lungo agognati: risolvere la
«crisi morale» italiana e avviare un rapido processo di «rinascita nazio-
nale»117.
Dopo il delitto Matteotti, dopo la messa a nudo del volto non più
soltanto autoritario, ma ormai eversivo, per non dire terroristico, del
regime, questa situazione era destinata a modificarsi profondamente.
Le divisioni politiche si sarebbero fatte nette, non più componibili nel-
l’opinione pubblica in generale118, ma anche nel mondo della cultura.
Da una parte, Gentile e coloro che di lì ad un anno aderiranno al ma-
nifesto di sostegno al fascismo. Dall’altra, quelli che assumeranno più
o meno nettamente una posizione di «oppositori» o quantomeno di
«stranieri» alla dittatura. Croce, che nell’aprile del 1925 dichiarava di
essere costretto ad interrompere ogni rapporto di collaborazione intel-
lettuale con Gentile e Volpe119. Lombardo Radice e Omodeo, che ten-
teranno ripetutamente, ma senza risultati, di staccare Gentile dal fasci-
smo120. Giustino Fortunato, legato a Volpe da una lunga e affettuosa
consuetudine epistolare, che, nel gennaio 1924, scriveva di riconoscere
«nel presente Governo una “volontà di governo”, così come l’eguale
non ricordo dall’80 ad oggi», per poi aggiungere, però, che anche la
nuova direzione del paese «era al pari delle precedenti, fuori della real-
tà», incapace quindi di «dare alcuna fiducia del domani» e anzi respon-
sabile di aggravare le condizioni dell’«Italia politica, fatta più che mai
imperialista e sognatrice»121. Una critica, che più tardi avrebbe investi-
to direttamente Volpe122, già a partire dalla lettera del 10 aprile, nella
quale Fortunato, dopo essersi congratulato per uno scritto «favorevole
al fascismo»123, che «intellettualmente mi è molto piaciuto», dichiarava,

117
G. GENTILE, in ID., La crisi morale, 15 ottobre 1919, in ID., Dopo la vittoria, cit.,
pp. 69 ss.
118
Si veda R. DE FELICE, Mussolini il fascista. II. La conquista del potere, 1921-1925,
Torino, Einaudi, 19952, pp. 619 ss.
119
Benedetto Croce a Gioacchino Volpe, 7 aprile 1925, in Epistolario. I, cit., p. 108.
120
G. SASSO, Visitando una mostra. Considerazioni, ricordi, polemiche, in «La Cultu-
ra», 1986, 1, p. 20 ss.; M. MUSTÈ, Adolfo Omodeo, cit., pp. 227 ss.
121
Giustino Fortunato a Gioacchino Volpe, Napoli, 3 gennaio 1924, in ID., Carteg-
gio, 1923-1926, a cura di E. Gentile, Roma-Bari, Laterza, 1981, p. 100.
122
Ivi, pp. 6, 53-54, 132-133, 99; 132, 215. Dove sono contenute critiche sempre più
esplicite a proposito dell’impegno politico di Volpe.
123
G. VOLPE, Fascismo. Governo fascista. Problemi italiani del momento. Pnf. Elezio-
ni politiche, 1924, Milano, Società Anonima Istituto Editoriale Scientifico, s. d. Si tratta-
110 CAPITOLO TERZO

in ogni caso, di nutrire una ben diversa «visione della nostra realtà, che
la «inimmaginabile falsità delle ultime elezioni ha di tanto, di tanto
peggiorata»124. Sempre in risposta all’invio di quello scritto, il generale
Caviglia, sotto il cui comando Volpe aveva servito durante il conflitto e
che pure nel 1919 non aveva negato il suo appoggio ai Fasci di Combat-
timento125, comunicava la sua profonda perplessità per l’impegno mili-
tante del suo antico subordinato con queste eloquenti parole:

Le sono grato d’avermi mandato il suo discorso politico. Nessuno poteva


trattare così bene l’argomento che Ella ha scelto. Eppure la lettura del piccolo
opuscolo non mi consola dal timore che la sua serenità di storico sia turbata
dalla politica126.

Nei mesi successivi, Fortunato Pintor comunicava a Gentile la sua


preoccupazione per la «crisi di ordine morale in cui il nostro Paese si
dibatte e che si fa sempre più grave», al quale nessuna riforma costitu-
zionale avrebbe potuto «dare pace»127. E, sempre a Gentile, de Ruggie-
ro avrebbe inviato, nella primavera del 1925, un commiato ultimo e
definitivo. In quella lettera, dopo aver accusato il filosofo di aver prodot-
to una crisi irrimediabile, «rompendo l’unità di un mondo appena in
formazione e creando un dissidio profondo nell’animo di coloro che, come
me pensavano che molte cose potessero e dovessero essere salvate da
questo sconvolgimento», de Ruggiero affermava che «ponendoci contro
di voi, noi ora ci difendiamo e forse difendiamo ancora qualcosa di voi»128.

va della stampa del discorso pronunciato alla Scala di Milano, in occasione delle elezioni
politiche del 1924, alle quali Volpe si presentò candidato. L’appoggio di Volpe al fasci-
smo era soprattutto motivato, in quella occasione, da ragioni di politica estera, (ivi, pp.
30-31): «Il Fascismo rappresenta il nuovo animus della nazione e segna l’inizio di una nuova
fase della nostra vita internazionale. La politica interna, l’ordine interno, la ricostruzione
interna ci si presentano non fine a sé stessi ma mezzo ad una vita più larga nei rapporti
internazionali». Il discorso è ripubblicato in ID., Scritti sul fascismo, cit., I, pp. 189 ss.
124
Giustino Fortunato a Gioacchino Volpe, Napoli, 10 aprile 1924, CV.
125
M. LEDEEN, War as Style of Life, in The War Generation: Veterans of the First Wor-
ld War, edited by S.R. Ward, New York-London, 1975, p. 115. Secondo Salvemini, Cavi-
glia, inviato a Milano come membro della delegazione ministeriale per compiere un’inchie-
sta sul crescere della violenza politica, si sarebbe congratulato con Mussolini e Marinetti per
la riuscita incursione contro la tipografia e la redazione milanese dell’«Avanti» nell’aprile
1919. Si veda G. SALVEMINI, “Lezioni di Harvard”. L’Italia dal 1919 al 1929, in Opere. VI.1.
Scritti sul fascisno, a cura di R. Vivarelli, Milano, Feltrinelli, 1966, p. 440.
126
Enrico Caviglia a Gioacchino Volpe, 8 marzo 1924, in Fondo Gioacchino Volpe,
Biblioteca Comunale di Santarcangelo di Romagna (FV).
127
Fortunato Pintor a Gentile, 3 settembre 1924, in Giovanni Gentile e il Senato.
Carteggio, 1895-1944, a cura di E. Campochiaro, L. Pasquini, A. Milozzi, Soveria Man-
nelli, Rubbettino, 2004, p. 387.
128
Guido de Ruggiero a Giovanni Gentile, 26 aprile 1925 in M. DI LALLA, Vita di
Giovanni Gentile, Firenze, Sansoni, 1975, p. 339.
UNA DIASPORA INTELLETTUALE 111

Altri, come Umberto Ricci e De Viti de Marco, attenderanno più a lun-


go per segnare il tempo di quel distacco. Il primo solo nel giugno del
1925, ma con molte, troppe oscillazioni e tentennamenti successivi129. Il
secondo addirittura nel luglio del 1929, quando depositava, anche a
nome del suo gruppo politico di riferimento, questa sconsolata testi-
monianza in forma di biografia politica di una intera generazione «per-
duta» tra la crisi della guerra e del dopoguerra.

Contro il caos sorse il fascismo, organizzazione privata di resistenza, segno


non dubbio di vitalità nel paese. Con lo squadrismo si ebbero fenomeni tipici
di guerra civile. Il partito vincitore ristabilì l’ordine pubblico e sostituì lo Stato,
praticamente scomparso; e poi lo plasmò poco a poco a sua immagine: Stato
antiliberale e antidemocratico; l’individuo è soppresso di fronte alla volontà
assoluta dello Stato, cioè del gruppo dominante. Sono due momenti distinti:
nel primo il fascismo affronta il socialismo degenerato in bolscevismo; nel se-
condo è contro coloro che pongono le libertà dell’individuo a base dello Stato.
Noi avemmo in comune col fascismo un punto di partenza; la critica e la lotta
contro il vecchio regime. La nostra critica, però, intesa a creare nel Paese una
elevata coscienza pubblica contro tutte le forme degenerative delle libertà indivi-
duali e del sistema rappresentativo, aveva pur sempre di mira la difesa e il conso-
lidamento dello Stato liberale e democratico. Così il nostro gruppo fu travolto130.

Ma il momento delle separazioni senza possibilità di ritorno, e anche


della contrapposizione senza esclusione di colpi, era in realtà incomin-
ciato molto prima, almeno nel mondo della cultura. Nel febbraio del
1924, Gobetti aveva iniziato questo nuovo corso, in un articolo ironico,
amaro e corrosivo, dove, prendendo a pretesto il conferimento della
laurea honoris causa a Mussolini, si affermava che «mentre i professori
di Bologna eleveranno il maestro elementare a dignità di professore,
Solmi e Volpe, storici, Cian erudito, Balbino Giuliano filosofo lo accla-
meranno signore in Parlamento e non si potrà più, dopo la solenne
prova, parlare d’incompatibilità tra fascismo e intelligenza»131. Più ac-
corato, ma ancora più energico nei toni, risultava invece essere l’inter-
vento di Giovanni Mira, un allievo milanese di Volpe, che nel luglio di
quello stesso anno, pubblicava un articolo contro gli intellettuali fattisi
organici al nuovo regime, qualificandoli come i «peggiori» tra tutti i
compagni di strada dell’avventura fascista.

129
Sul punto, in una prospettiva molto giustificazionista, si veda G. BUSINO, Materiali
per la bio-bibliografia di Umberto Ricci, in «Annali della Fondazione Luigi Einaudi»,
XXXV, 2001, pp. 323 ss.
130
A. DE VITI DE MARCO, Al lettore, luglio 1929, cit., p. IX.
131
P. GOBETTI, Figure del Listone: Vittorio Cian, in «Il Lavoro», 28 febbraio 1924, poi
in ID., Scritti politici, cit., pp. 622 ss.
112 CAPITOLO TERZO

I peggiori non sono i bastonatori e non sono i libellisti, non i servi per sti-
pendio e non i complici per viltà, non quelli che non pagano e non quelli che
trafugano: i peggiori sono essi, i De Stefani, i Casati, i Gentile, i Volpe, questi
uomini di cultura che da venti mesi aiutano, approvano, rincalzano l’assalto
diuturno che il regime tenta contro questa indispensabile base della nostra
cultura di popolo moderno che sono le nostre libertà politiche; questi uomini
di pensiero che partecipano alla persecuzione del pensiero; questi uomini chia-
mati a una vocazione di educatori e di scienziati che vituperano la scienza e
l’educazione nei loro metodi e nei loro principi, asservendosi a una azione bru-
tale di cieco settarismo e di miracolismo brutale. Tutti gli altri hanno delle at-
tenuanti, solo questi no. Noi possiamo rispettare le illusioni degli inesperti;
possiamo compatire le aberrazioni dei fanatici. A questi non possiamo conce-
dere né le scuse della buona fede né quelle dell’ignoranza. Perché, questi, nes-
suno meglio di noi ha la possibilità e il diritto di giudicarli. Noi abbiamo cam-
minato insieme ad essi fino a ieri. Sappiamo quali sono stati i loro maestri, quale
è stata la loro vita: conosciamo, fase per fase, tutto il processo di formazione e
la struttura del loro spirito. Abbiamo letto gli stessi libri, abbiamo parlato la
stessa lingua. Per questo essi non possono ingannarci. Noi sappiamo benissimo
che essi hanno piena coscienza dei danni incalcolabili che questo regime di
sedizione e di arbitrio sta arrecando all’anima della nazione; piena coscienza
che questa tattica che consiste nel disarmare l’illegalismo associandovisi, e con
la quale essi pretenderebbero di giustificare la loro adesione al regime, non è
che un’iniqua menzogna. In realtà noi possiamo essere inesorabili contro di essi,
perché siamo i soli a conoscere tutto il peso del tradimento che essi hanno
commesso contro le loro origini e il loro passato. Fratelli nella stessa fede, nella
stessa morale, nella stessa tradizione, questo tradimento che è stato anche contro
di noi è l’unica cosa che ci abbia ferito fino in fondo, che ci abbia quasi potuto
spingere in certi momenti a disperare della patria. È perciò che ad essi non potre-
mo perdonare più132.

Eppure anche i «peggiori», e dunque la maggioranza degli intellet-


tuali italiani che persistevano nella loro adesione al sistema di potere di
Mussolini, erano lontani dal costituire un fronte non dico granitico ma
anche semplicemente omogeneo. Volpe, il quale, pure ancora sprovvi-
sto della tessera del Pnf, per scelta personale ma anche per la irriduci-
bile opposizione dei gruppi estremisti del fascismo milanese133, aveva
rinnovato la sua fiducia al capo del governo, con il discorso elettorale

132
G. MIRA, I peggiori, in «il Caffè», 15 luglio 1924, p. 1.
133
Si veda Camillo Pellizzi a Mario Casotti, 8 febbraio 1923: «Il fascismo di oggi non
deve far soltanto gli italiani; deve fare, in gran parte, gli stessi fascisti. Ed è degno di un
fascista riconoscerlo. A Pisa si osteggia l’ingresso nel partito del Prof. Carlini. A Firenze
si osteggia il Codignola. Sulla stessa linea e nello stesso stile si è osteggiato a Milano l’in-
gresso ufficiale nel partito di Gioacchino Volpe». La lettera è citata in D. BRESCHI-G.
LONGO, Camillo Pellizzi. La ricerca delle élites tra politica e sociologia, Soveria Mannelli,
Rubbettino, 2003, p. 34.
134
G. VOLPE, Fascismo. Governo fascista, cit.
UNA DIASPORA INTELLETTUALE 113

del marzo 1924134, che lo avrebbe condotto al Parlamento, assumeva


durante la convulsa fase politica del mese di novembre un atteggiamen-
to di speranzosa aspettativa per un possibile ristabilimento della lega-
lità istituzionale, financo per un drastico ridimensionamento dell’auto-
rità di Mussolini e, se non altro, per quello dell’illegalismo squadrista.

Siamo in una fase forse risolutiva per la politica: discussione bilancio inter-
ni. Non vedo come Mussolini possa uscirne tanto forte e con tanto consenso
quanto è necessario per fronteggiare i dissidenti che ormai crescono anche nella
maggioranza. E d’altra parte non vedo come possa ritirarsi, ora alla vigilia o
quasi del processo Matteotti. Chi lo sa, in che misura egli vi è impegnato? Certo
gli avversari puntano su quel processo per liquidare fascismo e fascisti e duci.
Insomma, siamo di nuovo in alto mare e con un lievito di passioni concentrate
che fan quasi più paura di quelle che erano palesemente scatenate nel 1921 e
1922. Non credo tuttavia a disordini gravi. Questa lotta ha rimesso in atto Re
ed esercito e forza pubblica. Gli elementi estremisti del fascismo, che potreb-
bero voler spingere all’estremo, sono isolati. Molti dei quali sono stufi. Anche
Farinacci, il ras di Cremona è alquanto abbacchiato. Lancia sfide a destra e a
manca e nessuno le raccoglie! Ciò che è grave e che mina il fascismo come partito
è non tanto la politica quanto la condotta morale. Ogni giorno c’è un processo
che mette a nudo inframmettenze, quattrini, pasticci. Aggiungi il sempre più
chiaro rivelarsi della personalità di Mussolini, il suo oscillare, il suo essere sem-
pre in balia dell’ultimo venuto...135.

Già nella corrispondenza con Gentile del luglio 1924 il recente rim-
pasto ministeriale veniva definito un autentico pasticcio136. E in quella
indirizzata a Pellizzi, nel novembre successivo137, Volpe avrebbe chiara-
mente parlato di un disfacimento strutturale del «partito fascista che
non resisterà alla crisi che lo travaglia e che si manifesta poi in un con-
trasto fra lo stato di mobilitazione armata in cui si trova ed il lavoro, la
capacità costruttiva, che compie e possiede in misura sempre minore».
Una constatazione da cui scaturiva legittimamente la domanda «se il
fascismo non ha già assolto la sua funzione, quella effettiva, voluta e
consentita dalla storia, non quella mitica che gli uomini si compiaccio-
no di attribuire ai partiti». Come spiegare allora il tetragono e apparen-
temente cieco attaccamento di Volpe al regime, che rimase saldo anche
in quell’annus horribilis della vita pubblica italiana? Alcuni per farlo
hanno utilizzato la frase attribuita a Togliatti nel 1956, che insisteva sulla
necessità di «stare dalla propria parte, anche quando questa parte ha

135
Gioacchino Volpe a Elisa Serpieri Volpe, 17 novembre 1924, CV.
136
Gioacchino Volpe a Giovanni Gentile, luglio 1924, AFG.
137
Gioacchino Volpe a Camillo Pellizzi, 8 novembre 1924. La lettera è pubblicata in
appendice al mio, Gioacchino Volpe: fascismo, guerra e dopoguerra. Nuovi documenti, 1924-
1945, in «Nuova Storia Contemporanea», 2004, 2, pp. 101 ss., in particolare pp. 122-123.
114 CAPITOLO TERZO

torto»138. Ma a me pare, invece, che si possano trovare motivi più spe-


cifici e magari più nobili per comprendere l’atteggiamento di Volpe e
di altri intellettuali di fronte a questo cruciale passaggio storico.
Ancora rivolgendosi alla consorte, a proposito del rimaneggiamento
ministeriale del 1925, Volpe esprimeva il dubbio fondato che «la pro-
gressiva fascistizzazione rappresenti un progressivo peggioramento di
uomini come qualità», pur sottolineando che anche l’acuirsi dello scon-
tro politico e persino la temporanea dissoluzione delle garanzie statu-
tarie erano da preferirsi al vecchio trasformismo giolittiano, al suo con-
sociativismo, all’adulterino connubio di maggioranza e opposizione.

Io per conto mio credo che Mussolini abbia fatto una delle due cose che
doveva fare: instaurar dittatura o andarsene. Proseguire, come finora, era il
peggio. Otterrà con la compressione quel che non si era ottenuto con il lasciar
fare di ieri? Gli altri rispondono, con fede, sì, no. Io non lo so, confesso. È
un’esperienza che l’Italia non ha mai fatto. Non abbiamo mai avuto né un go-
verno che voglia governare col pugno di ferro e sia disposto a tutto, né una
opposizione così velenosa e irreducibile. Le altre opposizioni erano, al confronto,
roba da ridere: opposizioni per la piazza. Dietro le quinte bevevano il bicchiere
insieme! Ma ora ci sono, lì in mezzo, dei fanatici che si farebbero tagliare a pezzi.
Tuttavia si parla di crisi aventiniana. Repubblicani e popolari vorrebbero tor-
nare. Gli altri, specialmente Amendola, puntano i piedi. E così, l’Italia è sem-
pre sull’orlo della guerra civile139.

Ma anche Salvemini, tra 1922 e 1924, vedeva nel fascismo il calami-


toso remedium che avrebbe potuto spazzare via il vecchio notabilato
politico socialista e liberale, purgare il paese dal male oscuro del siste-
ma di potere di Giolitti, distruggere ogni remora ad un efficace proces-
so di modernizzazione nazionale. Tanto da sostenere che «se Mussolini
venisse a morire, e avessimo un ministero Turati, ritorneremo pari pari
all’antico. Motivo per cui bisogna augurarsi che Mussolini goda di una
salute di ferro, fino a quando non muoiano tutti i Turati, e non si faccia
avanti una nuova generazione liberatasi dalle superstizioni antiche»140.
E con grande amarezza, sempre Salvemini, in quello stesso momento,
modulava il de profundis di una «lost generation» che, fuori e dentro il

138
R. PERTICI, Volpe, Chabod e altri storici. A proposito di un libro recente, in «Stori-
ca», 29, 2004, pp. 111 ss. Si tratta della recensione al mio, Un dopoguerra storiografico.
Storici italiani tra guerra civile e Repubblica, cit. Sull’atteggiamento di Togliatti, N. AJEL-
LO, Intellettuali e Pci, 1944-1958, Roma-Bari, Laterza, 1997, pp. 406 ss.
139
Gioacchino Volpe a Elisa Serpieri Volpe, 6 gennaio 1925, CV.
140
G. SALVEMINI, Memorie e soliloqui. Diario 1922-1925, a cura di R. Pertici, Bologna,
Il Mulino, 2001, pp. 338-339. Sul punto, per una contestualizzazione di queste afferma-
zioni, R. PERTICI, L’antigiolittismo di Gaetano Salvemini, in «Contemporanea», 2001, 3,
pp. 549 ss., in particolare pp. 552-554.
UNA DIASPORA INTELLETTUALE 115

fascismo, era stata travolta dai contraccolpi della «reazione legittima


contro l’azione insincera, falsaria, camorristica, prevaricatrice dei “par-
titi democratici”», nella quale la rivolta dei «democratici sinceri e coe-
renti si è confusa con la reazione antidemocratica delle oligarchie e delle
plutocrazie»141.
In questo contesto si consumava la dissoluzione del gruppo di lavo-
ro riunito intorno al disegno della «Storia d’Italia», che la corrispon-
denza tra Volpe e de Ruggiero ci restituisce in tutta la sua drammatici-
tà. Nel luglio del 1922, il primo tornava a scrivere all’autore della Storia
del liberalismo, per avere notizie dello stato di avanzamento del volu-
me, aggiungendo che «ve ne sono parecchi in elaborazione», tanto da
poter ipotizzare che «fra il 1923 e il 1924 si dovrebbe porre mano alla
stampa di qualcuno»142. Seguiva poi un silenzio emblematico di quasi
due anni, durante i quali continuava la redazione dello studio sul mo-
vimento liberale, che si sarebbe conclusa precisamente «nella seconda
metà del 1924»143. In quel periodo, de Ruggiero andava elaborando la
decisione di abbandonare l’impresa della «Storia d’Italia» e di trovare
una nuova collocazione per il suo lavoro, che gli veniva offerta da Piero
Gobetti, il 17 dicembre del 1923, nelle edizioni della «Rivoluzione libe-
rale»144. Un cambio di cavallo emblematico dell’accentuarsi dell’intran-
sigenza antifascista di questo intellettuale, ulteriormente testimoniata
dai contributi che, tra 1922 e 1924, sarebbero stati pubblicati proprio
sulla rivista torinese145.
In quegli interventi veniva espresso aperto consenso al progetto di
«democrazia dei ceti medi» di Amendola, per il suo tentativo di rompe-
re la camicia di forza del vecchio Stato oligarchico e di fornire un’am-
pia base democratica alla rinascita del liberalismo146. Così come stava
accadendo in Inghilterra grazie alla creazione di una inedita alleanza
liberal-laburista. Così come non era invece accaduto in Italia, dove il

141
G. SALVEMINI, Memorie e soliloqui, cit., pp. 197-198.
142
Gioacchino Volpe a Guido de Ruggiero, Milano, 17 luglio 1922, cit.
143
G. DE RUGGIERO, Avvertenza del 1943, in ID., Storia del liberalismo europeo, Bari,
Laterza, 1949, p. VII.
144
Si veda Piero Gobetti a Guido de Ruggiero, Torino, 17 dicembre 1923, FGDR:
«Caro de Ruggiero, grazie della sua cartolina. Se non ha altri impegni, terrei a pubblicare
io la sua Storia del liberalismo, in volume. Attendo che Ella collabori. Mi mandi le copie
delle sue lezioni inglesi, che io utilizzerò citandone qualche parte. Russo è fascista. No?
E allora lo faccia collaborare».
145
G. DE RUGGIERO, I presupposti economici del liberalismo, in «La Rivoluzione libe-
rale», I, 1922, 2, pp. 6 ss.; ID., Il liberalismo e le masse, ivi, II, 1923, 2, pp. 49 ss.; ID., Li-
berali e laburisti, ivi, III, 1924, 14-15, pp. 51 ss. I primi due articoli sono raccolti in ID.,
Scritti politici, cit., pp. 455 ss.; 624 ss.
146
G. BEDESCHI, Per una “democrazia liberale”. Socialismo, fascismo, liberalismo nel-
l’analisi di Guido de Ruggiero, cit.
116 CAPITOLO TERZO

partito liberale scontava drammaticamente il vizio d’origine che ne aveva


segnato la fisionomia a partire dalle lotte del Risorgimento, trovandosi
«stretto da una parte tra le forze conservatrici e reazionarie (diversa-
mente ma non meno delle antiche) e dall’altra tra le forze popolari stra-
ripanti». Una situazione di stallo, questa, che si era ampiamente river-
berata nella «filosofia politica della Destra», nella quale molti trovava-
no, oggi, il pretesto storico per giustificare l’appoggio al movimento
fascista. E forse, a buon motivo, aggiungeva de Ruggiero, dato che «la
dottrina di Bertrando Spaventa e dei suoi scolari, col dedurre l’autorità
dalla libertà (celando troppo spesso alla vista dei profani l’alma parens),
col concentrare nello Stato tutta la forza spirituale ed etica della nazio-
ne», fu, «in rapporto al liberalismo, la prima e radicale negazione»147.
Era un’obiezione radicale alla strategia politica di Gentile, di Lici-
tra, e persino di Croce, alla quale i fatti del 1924 avrebbero fornito
nuovo, ampio alimento, rendendo, per de Ruggiero, davvero improcra-
stinabile la necessità di liberarsi dall’impegno editoriale preso con il
«fascista» Volpe. Urgenza che si manifestava nella corrispondenza con
Anzilotti, che a de Ruggiero replicava, nel mese di giugno, con un’im-
portante lettera, in buona parte dedicata alle debolezze del regime di
«democrazia latina» nell’attuale crisi politica italiana, che né il vecchio
né il nuovo schieramento politico liberale, né la classe intellettuale nel-
la sua quasi interezza erano riusciti a comprendere, nella sua genesi e
nel suo sviluppo, e a contrastare con qualche competenza e con qual-
che energia.

Attendo con vera impazienza il suo libro sul liberalismo, che viene a soddi-
sfare un mio desiderio assai vecchio di abbracciare tutto quanto il movimento
liberale europeo, che sgorga dal seno della società moderna. L’Italia e la Spagna
oggi dimostrano anche ai ciechi quello che realmente sono e sono sempre stati:
paesi precapitalistici. Il problema italiano oggi si rivela in tutta la sua tragica verità
e il fascismo non è causa, ma effetto di uno stato di cose, che lo stesso Albertini
e lo stesso Amendola non saprebbero sanare. Per capire i termini realistici del
problema bisogna spiegarsi questo fatto: perché l’Italia ha avuto, dopo la guer-
ra, il bolscevismo e il fascismo (due facce d’un unico movimento), mentre non
hanno avuto, né l’uno né l’altro Francia e Inghilterra. La risposta a questo quesito
è la chiave della soluzione. Anche se la valvola di sicurezza dell’emigrazione
avesse funzionato, la piccola borghesia disoccupata e i declassés della guerra,
in un paese incapace di assorbimento, dove la grande industria è eccezione,
meridionale a nord e a sud, dove si potevano cacciare? Tutto quello che dicono

147
G. DE RUGGIERO, I presupposti economici del liberalismo, in ID., Scritti politici, cit.,
pp. 466-467. Si veda la nota di Gobetti che accompagnava l’articolo, snaturandone in
buona parte i contenuti: «Il rinascimento liberale si prepara (attraverso ogni sorta di astrat-
ti miti) per opera delle autonome forze popolari che credono di negarlo».
UNA DIASPORA INTELLETTUALE 117

sulla democrazia e sul liberalismo sono parole di chi non sa che cosa sia vita
politica. Legga, a questo proposito, gli scritti di Max Weber (specialmente quelli
sul capitalismo) e vedrà se non ho ragione di definire l’Italia un paese precapi-
talistico. Il pagliettismo non è un fenomeno soltanto meridionale.

E la lettera continuava, poi, con più diretto riferimento alle vicissitu-


dini della «Storia d’Italia in collaborazione»:

Non credo che Volpe desideri mettere la collana storica da lui diretta all’om-
bra di un’insegna politica, che non è quella di alcuni (quasi tutti) collaboratori.
Egli poi è uno spirito libero e alto, che ha un grande rispetto per la personalità
altrui. Guardi che con Lei vi sono anche: Ciasca (un salveminiano) e Rota (un
democratico). Gli scriva; ma per spiegarsi in buoni termini. Mi dispiacerebbe
che il suo volume non facesse parte della collezione. Sto lavorando ancora at-
torno al volume, che spero getterà luce anche sul problema del liberalismo,
studiandolo nelle sue origini più lontane e profonde148.

Nonostante l’intervento pacificatore di Anzilotti, che da parte sua


confermava il proprio impegno per la collana di Zanichelli, ormai i va-
scelli della riconciliazione erano stati bruciati alle spalle dei due prota-
gonisti di questa vicenda. Mentre a molti doveva sembrare inconcepi-
bile la pubblicazione di un’analisi storica dell’idea liberale in una colla-
na ormai «politicamente scorretta». A Croce, di sicuro, che, di lì a poco,
indirettamente avrebbe suggerito a de Ruggiero di interrompere quella
collaborazione, aggiungendo che lo «studio del liberalismo» era «un
tema veramente attuale, come non lo è l’idealismo attuale, che si è pu-
nito da sé fondendosi col fascismo», a patto di non sottovalutare mai
per la riflessione su quella tematica il problema «morale», con i suoi
riflessi nella sfera economica e politica, che aveva contraddistinto an-
che la natura «di un piccolo liberalismo, quello nostro, napoletano»149.
La rottura ampiamente nell’aria iniziava a prendere forma a metà
novembre. De Ruggiero esponeva a Volpe il suo «caso di coscienza»,
sottolineando che, «in tutt’altro tempo, non sarebbe neppure nata una
tale questione». E Volpe rispondeva ponendo uno steccato invalicabile
tra ragioni della politica e ragioni della cultura. Da parte sua, infatti,
non era mutata la buona disposizione a pubblicare il volume, «se il vostro
libro lo avete scritto con lo stesso spirito con cui lo avreste scritto “in
altro tempo”, cioè due o tre anni fa; se avete non solo tenuto fuori dal-

148
Antonio Anzilotti a Guido de Ruggiero, Firenze, 27 giugno 1924, cit. Nel post-
scritto, Anzilotti aggiungeva: «Lei mi dice che non si possono dare le discussioni di filo-
sofo. Lei invece le può dare benissimo alla storia, per la quale ha splendide attitudini».
149
Benedetto Croce a Guido de Ruggiero, s. l., 14 agosto 1924, FGDR.
118 CAPITOLO TERZO

l’uscio la polemica, ma anche l’animus polemico; se avete conservato la


vostra piena libertà in questi ultimi mesi non solo di fronte al fascismo
ma anche al suo anti; se avete guardato il processo storico da storico,
cioè con desiderio innanzitutto di spiegare e non di far trionfare questa
o quella tendenza»150. Eppure, il dissidio già debordava nel personale,
quando Volpe rivendicava la sua fisionomia di deputato fascista, ma
senza tessera, di «uomo partibus solutus», ad esclusione di quella «fa-
vorevole disposizione per quel complesso di idee, più o meno elabora-
te, e di aspirazioni, più o meno determinate, che è il fascismo e che il
fascismo, consapevolmente o no, ha raccolto un po’ da certa tradizione
italiana, e un po’ dal nazionalismo, da quel nazionalismo col quale an-
che voi aveste qualche contatto dieci anni fa».
L’ormai tempestosa corrispondenza registrava un accenno di schia-
rita a poco più di una settimana di distanza, quando de Ruggiero do-
mandava addirittura di accelerare i tempi della pubblicazione e richie-
deva perentoriamente un «mutamento di contratto», che veniva accet-
tato dall’editore151. Ma il clima tornava a guastarsi rapidamente e si sta-
bilizzava sul tempestoso. Lo testimoniava la lettera di Volpe a Croce
del 30 novembre 1924, nella quale si chiedeva ragione del sostegno
fornito al cambiamento di rotta di de Ruggiero, per passare poi ad una
descrizione, decisamente ab irato, dei venti di guerra che avevano inve-
stito il mondo della cultura. Venti di guerra che destavano polemiche
ad personam di bassa cucina giornalistica, come la campagna di stampa
intrapresa dal «Becco giallo» di Alberto Giannini contro Volpe e Gen-
tile, di cui gli interessati facevano responsabile de Ruggiero152, nono-
stante i dinieghi sicuramente sinceri di quest’ultimo153. Venti di guerra

150
Gioacchino Volpe a Guido de Ruggiero, Roma, 18 novembre 1924, ivi.
151
Gioacchino Volpe a Guido de Ruggiero, Milano, 29 novembre 1924, ivi.
152
Gioacchino Volpe a Benedetto Croce, Roma, 30 novembre 1924, cit.: «Non sapete
che un giornale umoristico di Roma ha scritto aver io, occupandomi di cose moderne, detto
“un cofano di fesserie”? Se è vero, voglio che lo dica non Il becco giallo ma un giornale
rispettabile!». Nella lettera il riferimento era alla recensione di G. VOLPE, L’ultimo cinquan-
tennio: l’Italia che si fa, cit. Volpe avrebbe ricordato l’attività della rivista, parlando di «un
Guido de Ruggero, che, pur beffeggiando sul “Becco Giallo” Giovanni Gentile, mini-
stro, ne coltivava l’amicizia e ne frequentava la casa». Si veda ID., Memoriale al Ministro
della Pubblica Istruzione, 15 luglio 1946, ora pubblicato da I. VALENTINI, Le interferenze
politiche nell’epurazione universitaria. L’“esame di coscienza” di Gioacchino Volpe e la “car-
riera” di Luigi Salvatorelli, in «Nuova Storia Contemporanea», 2003, 2, pp. 123 ss.; p. 129.
153
Guido de Ruggiero alla moglie, 12 dicembre 1924, FGDR: «Gentile mi ha fatto
una recriminazione per il trattamento sadico che gli va facendo il Becco giallo: alias quel
mascalzone di X... La cosa è veramente seccante perché siccome è notorio che io sono
collaboratore del B. G., quelle sudicerie vengono attribuite a me e io ci faccio una pessi-
ma figura. Dovrò dire a Giannini che la smetta: dica quel che vuole di G. politico, ma lasci
in pace la filosofia e la famiglia».
UNA DIASPORA INTELLETTUALE 119

che trasformavano l’aula degli studi in un’arena gladiatoria, dove le


ragioni degli uni e degli altri parevano a questo punto destinate a misu-
rarsi solo nella prova delle armi.

La cosa è tanto più urtante, in quanto credo che dietro gli scrupoli ideali o
morali c’è sempre qualche altra cosa di meno alto: cioè passione partigiana e
faziosa, desiderio di non compromettersi in nessun modo in pubblico ecc. Tan-
to è vero che feroci antifascisti attuali che ora quasi evitano toccarmi per paura
di lebbra, non molto tempo addietro ricorrevan a me per aver agevolazioni dal
“governo fascista”. Perché nessuno potrà farmi persuaso che non si possa, oggi,
scrivere di un argomento storico o storico-politico, senza farne cosa polemica,
senza mortificarlo con le nostre presenti passioni. Chi impediva a de Ruggiero
di valutare storicamente il fatto “liberalismo” nel suo sorgere e nel suo fiorire
e magari desumerne la convinzione della sua grandezza e della sua vitalità? Non
potrei farlo io, che non son socialista o comunista, del socialismo o del comu-
nismo? Lui mi scrive che voi gli avete dato ragione: ma non so persuadermene.
E in ogni modo, della conciliabilità del volume con la collezione dovevo e po-
tevo essere giudice anche io, che aspetto il volume da due anni ed ho impegni
editoriali ed ho lavorato per questa collezione! Ma non signore! Tutto questo
è, permettetemelo, stupido. Tradisce un sentimento che, se diffuso, crea ipso
facto la guerra civile, armi alla mano. Ed io che sono, mi pare, fuori dalle fazioni
e dalle parti, sento anche io, a volte, investirmi dallo spirito fazioso e partigia-
no, per legittima ritorsione!154

Si era ormai molto al di là della tradizionale contesa delle penne e dei


calamai, tante volte combattuta dal mondo accademico. Ci si trovava,
invece, nel pieno di un bellum intestinum autentico, secondo la pre-
gnante definizione di Volpe, che tornava a scrivere a de Ruggiero, inti-
mando la consegna del manoscritto, come suo preciso diritto, che, se
ancora una volta negato, avrebbe fatto concludere, anche a norma di
legge, «che lei si vuol sottrarre all’obbligo contratto per motivi che non
hanno nulla a che fare con le esigenze scientifiche», con grave nocu-
mento di «editore e dirigenti che dovevan credere di cominciare a rea-
lizzare il loro programma di lavoro»155. Alla metà di gennaio del 1925,
il manoscritto della Storia del liberalismo perveniva finalmente a Volpe,
ma mutilo proprio della parte che riguardava l’Italia e quindi non uti-
lizzabile per il progetto della collana. Per sottrarsi ai doveri legali della
collaborazione, de Ruggiero aveva utilizzato quell’espediente, la cui
scorrettezza veniva immediatamente stigmatizzata da Volpe, che dopo
un primo controllo del volume, così ribatteva nella lettera dell’11 feb-
braio:

154
Gioacchino Volpe a Benedetto Croce, Roma, 30 novembre 1924, cit.
155
Gioacchino Volpe a Guido de Ruggiero, Roma, 5 dicembre 1924, FGDR.
120 CAPITOLO TERZO

Lettura interessante. Ma io vi ho cercato invano un poco d’Italia. Si parla di


tutto fuorché dell’Italia. Capisco che qui la elaborazione dottrinale del libera-
lismo sia stata debole, anche per l’interferenza delle aspirazioni nazionali oltre
che per l’assenza di tutte quelle forze sociali e politiche che altrove alimentava-
no il dibattito; ma se anche debole, pur vi è stato un pensiero liberale italiano,
dal XVIII secolo in poi. E vi sono stati movimenti pratici, ispirati ad un pensie-
ro. E vi è stato un influsso delle dottrine francesi e tedesche... Tutto ciò lei lo sa
meglio di me. Questo silenzio sull’Italia è veramente strano, in un libro fatto
per prender posto in una collezione di volumi su la storia d’Italia. Tanto che
penso che lei abbia messo da parte le pagine relative all’Italia. Vedo infatti dopo
la Germania un salto nella numerazione delle pagine. Non ho trovato più l’in-
dice mss. nelle mie carte e quindi non posso confrontare. Ma nei fogli che lei mi
ha dato l’Italia non esiste. Ed allora? Un volume siffatto non è a suo posto nella
collezione. Anzi direi che esso non è stato scritto per la collezione. Curerò domani
di farle riavere il copione156.

Nella corrispondenza immediatamente successiva, Volpe sosteneva


quella decisione con nuovi argomenti. Non solo nel manoscritto l’Italia
era assente e «volutamente assente», ma tutto l’impianto del lavoro era
stravolto in relazione a quello che si era domandato ai collaboratori
dell’opera e che questi si erano risolti ad accettare. Non restava che
concludere che la politica si era «messa di mezzo» e aveva reclamato e
ottenuto troppo spazio dall’autore, come dimostrava un più attento
esame dell’opera.

Qua e là si fa non l’esame del liberalismo nella sua storica formazione, ma


l’elogio del liberalismo. Ora, io non ho questioni personali col liberalismo, e
son persuaso che in esso è una esigenza sempre viva; ma l’indole della raccolta
vuole libri di storia non manuali per il perfetto uomo politico di questo o di
quel colore. Direi la stessa cosa se lei mi avesse fatto l’apologia del fascismo o
del nazionalismo. Non hic locus. È anzi strano che lei stesso non abbia avuto il
senso di questa necessità, mentre scriveva un determinato volume per una de-
terminata raccolta. È stato lusingato dall’idea di un libro attuale? Ma l’attuali-
tà, me lo permetta, uno studioso la raggiunge in altro modo o in vario modo
secondo le varie circostanze157.

Nella sua risposta, de Ruggiero tornava a intorbidare le acque e ac-


cusava il direttore della collezione di cercare capziosi pretesti e scusan-
ti pretestuose per impedire la pubblicazione di quel testo, in una colla-
na che si manifestava a questo punto essere una vera e propria apologia
del fascismo. E qui Volpe sbottava davvero, in una risposta che a mala-
pena si manteneva nei limiti della correttezza formale.

156
Gioacchino Volpe a Guido de Ruggiero, Roma, 11 febbraio 1925, ivi.
157
Gioacchino Volpe a Guido de Ruggiero, Roma, 12 febbraio 1925, ivi.
UNA DIASPORA INTELLETTUALE 121

Mi pare che lei mi cambi le carte in tavola. Io faccio “notevoli sforzi per
giustificarmi”! “Giustificarmi” di che? Io avevo insistito di aver il mss. non per
desiderio di respingerlo, ma di accoglierlo. Il desiderio di non darmelo era il
suo. E quando me lo ha dato è probabile che abbia fatto di tutto per renderme-
lo inaccettabile. Non spiego altrimenti la mancanza di un capitolo su l’Italia e
il salto della numerazione che presentava il manoscritto, dopo i capitoli su l’In-
ghilterra, la Francia, la Germania. Un lavoro così fatto non rispondeva a nessu-
na delle condizioni esplicitamente ed implicitamente segnate ed io dovevo re-
spingerlo. Per il resto, le sue ironie non mi toccano. Che cosa va cianciando di
“intento apologetico” che mi sono proposto? Avrebbe fatto meglio a conchiu-
dere: ho preso un impegno e non lo ho mantenuto, di proposito. E ora basta.158

4. Il resto della vicenda è sufficientemente noto. Le accuse di de


Ruggiero, sapientemente diffuse tra la comunità degli studiosi, allarga-
vano il solco tra i «migliori» e i «peggiori» e cominciavano a comporre
la leggenda nera che da quel momento avrebbe avvolto Volpe e che
Raffaele Ciasca immediatamente faceva sua nella lettera del marzo 1925,
dove appunto si scriveva: «Che Volpe sia stato più mascalzone, di quel-
lo che tu credevi, mi dispiace veramente. Anche io lo credevo migliore.
Ma è bene che egli e il Gentile sentano il distacco tuo che rappresenti
un carattere e un’idea. Sappiano, cioè, che i migliori non sono con loro
ma contro di loro»159. Intanto, la Storia del liberalismo – sicut erat in
votis! – sarebbe stata ospitata, in quello stesso anno, nella «Collezione
storica» di Laterza diretta da Croce160, come il filosofo annunciava al-
l’autore con il biglietto del 16 giugno161. Nell’avvertenza all’edizione del
1943, de Ruggiero avrebbe ricapitolato le vicende editoriali di quel vo-
lume, senza alcun accenno al dissidio con Volpe ma sottolineando
ampiamente l’animus polemico che aveva finito per determinarne la
frattura definitiva e forse per stravolgerne la fisionomia originale.

Questo libro, preparato tra il 1921 e il 1924, redatto nella seconda metà del
1924, fu pubblicato nel 1925 mentre tutte le libertà italiane venivano conculca-
te. Esso perciò risente, nella vibrazione dello stile, dell’ambiente e del tempo in

158
Gioacchino Volpe a Guido de Ruggiero, Roma, 20 febbraio 1925, ivi.
159
Raffaele Ciasca a Guido de Ruggiero, Messina, s. d. [ma marzo 1925], FGDR.
160
La scelta editoriale di Laterza risaliva ai primi mesi del 1925. Sul punto, Raffaele
Ciasca a Guido de Ruggiero, 23 marzo 1925, ivi: «Aspetto con impazienza il tuo studio,
che sarà indubbiamente molto bello e molto interessante. Mi prenoto fin da ora col La-
terza, perché voglio che una delle prime copie disponibili sia a me destinata». Sui prece-
denti rapporti di de Ruggiero con la casa editrice pugliese, B. CROCE-G. LATERZA, Carteg-
gio. II. 1911-1920, cit., passim. Si veda anche D. COLI, Il filosofo, i libri, gli editori. Croce,
Laterza e la cultura europea, Napoli, Editoriale Scientifica, 2002, passim.
161
Benedetto Croce a Guido de Ruggiero, Napoli, 16 giugno 1925, FGDR.
122 CAPITOLO TERZO

cui fu scritto. La profonda reazione suscitata dal delitto Matteotti e la rivelazio-


ne, attraverso di essa, dello spirito sordido e brutale della nuova dittatura, fa-
cevano sperare non lontana l’ora della liberazione, di qui il tono ottimistico del
libro, che gli eventi immediati parvero smentire, procurando all’autore la dub-
bia fama di un Laudator temporis acti 162.

A noi resta da domandarci, tuttavia, se i contenuti di quell’opera, a


parte le controversie che la ragione politica aveva imposto con prepo-
tenza, fossero davvero così distanti da quelli che Volpe avrebbe voluto
veder realizzati. E qui la risposta deve essere differenziata nel dettaglio.
Sicuramente sì, per quello che riguardava il capitolo dedicato all’In-
ghilterra, dove de Ruggiero tornava ad elogiare, senza riserve, la recen-
te alleanza «liberal-laburista», capace di costituire la protoforma di un
«socialismo liberale», che nulla aveva a che fare con la «tendenza auto-
ritaria del socialismo», ma che operava invece nell’«interesse dell’indi-
viduo e della società insieme»163. Sì ancora, per quelle pagine dove de
Ruggiero rivendicava l’estraneità del liberalismo non al «sentimento
nazionale» ma allo snaturarsi di quel sentimento nel «nazionalismo»,
che, «nella sua esplicazione logica, porta all’egemonia di una nazione
su tutte le altre, cioè a una doppia negazione del principio di naziona-
lità, quella delle nazioni assoggettate, e quella della stessa nazione con-
quistatrice, che verrebbe così deformata dall’assorbimento di elementi
così eterogenei»164. Assolutamente sì, per l’auspicio di un «vivace risve-
glio del sentimento liberale» in grado di contrapporsi alla dittatura fa-
scista erede del «vecchio dispotismo poliziesco, rammodernato e peg-
giorato dal concorso del dispotismo demagogico della piazza»165.
No invece, direi, con altrettanta certezza, per la condanna della «sta-
tolatria democratica», del «condensamento di un immenso potere a
servizio di una maggioranza spesso fittizia»166, del quale de Ruggiero
ritrovava le caratteristiche nell’organizzazione corporativa fascista167,
varata dalla «Commissione dei Quindici», ai cui lavori aveva partecipato
anche Volpe insieme a intellettuali e a deputati di diversa formazione:
Gentile, Rocco, Corradini, Ercole, Leicht, Santi Romano, Lanzillo, An-
gelo Oliviero Olivetti168. Era un giudizio, quello di de Ruggiero, anticipa-

G. DE RUGGIERO, Avvertenza del 1943, in ID., Storia del liberalismo europeo, cit.
162

Ivi, pp. 165 ss.


163

164
Ivi, p. 442.
165
Ivi, pp. 362-363.
166
Ivi, pp. 397 ss.
167
Ivi, p. 410, dove il nuovo assetto corporativo era definito «un ibrido connubio di
reminiscenze sindacaliste mal digerite e d’istituzioni liberali incautamente rimaneggiate».
168
Si veda A. AQUARONE, L’organizzazione dello Stato totalitario, Torino, Einaudi, 1965,
pp. 52 ss. La Commissione, nominata personalmente da Mussolini su designazione del di-
UNA DIASPORA INTELLETTUALE 123

to in un intervento del marzo 1925, poi di peso rifuso nel volume169, al


quale avrebbe senz’altro aderito Croce170, ma che non risultava estraneo
neanche al sentire di Volpe. Il quale rimarrà in qualche misura dubbioso
sui risultati dell’esperienza corporativa intrapresa dal regime171, e che,
durante i lavori parlamentari del giugno 1925, aveva tentato, pur con non
grande impegno e con scarsissimo successo, di evitare il completo an-
nientamento delle guarentigie statutarie e di difendere le «tradizioni del
liberalismo»172. Quelle stesse tradizioni, che Rocco avrebbe definito sprez-
zantemente, due anni dopo, «i detriti del vecchio mondo politico»173.
Ma più forti elementi di affinità Volpe avrebbe potuto trovare pro-
prio in quella parte del volume, dedicata al «liberalismo italiano», nel
punto dove de Ruggiero insisteva nella critica ai limiti della Destra, ma
solo per contrapporre a quei limiti le colpe ancora più gravi della Sini-
stra, la quale aveva messo sistematicamente in moto la «pratica del tra-
sformismo e del collaborazionismo, che rendeva i programmi oggetto
di mercanti e di compromessi». Una pratica che Giolitti aveva perfe-
zionato fino al punto da trasformare lo spirito liberale delle istituzioni
rappresentative in una «consumata arte di governo», che era riuscita,
in ogni caso, a «temperare la sostanza oligarchica» del sistema politico
senza venir meno al «formale rispetto degli ordinamenti costituziona-
li». In questo modo, la lunga presidenza di Giolitti era riuscita ad assi-
curare un lungo periodo di tranquillità pubblica, con un «minimo di

rettorio del Pnf il 4 settembre 1924, iniziava i lavori sotto la direzione di Gentile il 28 ot-
tobre. Sul ruolo di Gentile si veda anche M.L. CICALESE, Gentile e la filosofia come coscienza
critica della politica (a proposito della Commissione dei Quindici: 1924-1925), in «Il Pen-
siero Politico», 1993, 3, pp. 382 ss., ora in ID., Nei labirinti di Giovanni Gentile. Bagliori
e faville, Milano, Franco Angeli, 2005, pp. 93 ss.
169
Si veda G. DE RUGGIERO, Classe e partito, in «Rinascita liberale», 20 marzo 1925.
L’intervento – ricompreso in ID., Storia del liberalismo europeo, cit., pp. 404 ss. – è ora
ripubblicato, insieme ad altri materiali, in Adolfo Tino e il partito della democrazia, in
«Nuova Antologia», 1988, 1, pp. 11 ss.
170
B. CROCE, recensione a G. DE RUGGIERO, Storia del liberalismo europeo, in «La Cri-
tica», 20 settembre 1925, pp. 305-306.
171
Si veda G. VOLPE, Storia del movimento fascista, in appendice a B. MUSSOLINI, La
dottrina del fascismo, Milano-Roma, Treves-Treccani-Tuminelli, 1932, pp. 118 ss. Si trat-
ta della parte storica della voce «Fascismo», pubblicata in quello stesso anno nell’Enci-
clopedia italiana. Questo giudizio ritornava in ID., Storia del movimento fascista, cit., p. 145.
Larvatamente non favorevole era anche l’opinione sull’attività della «Commissione dei
Quindici». Si veda ID., Guerra Dopoguerra Fascismo, cit., pp. 313 ss.; e Storia del movi-
mento fascista (1932), cit., pp. 115-116.
172
La citazione rimanda all’intervento di Volpe, in occasione della discussione del
disegno di legge sulla dispensa dal servizio dei funzionari dello Stato, al quale lo storico
dichiarava di dare voto favorevole solo «per disciplina di partito». Cfr. Atti parlamentari.
Camera dei Deputati. Legislatura XXVII, 1° Sessione. Discussioni. Tornata del 19 giugno
1925, Roma, Tipografia della Camera, s. d., p. 4343.
173
A. ROCCO, La trasformazione dello Stato, cit., p. 16.
124 CAPITOLO TERZO

mezzi coercitivi», e aveva concretizzato anche l’obiettivo di realizzare


«l’inquadramento politico delle forze sociali, nel primo fermento del
socialismo». Al riconoscimento dei meriti di quella stagione politica de
Ruggiero faceva immediatamente seguire, tuttavia, un energico atto
d’accusa contro la sostanza generale di quel metodo di gestione degli
affari del paese, instaurando una diretta linea di continuità tra l’appa-
rente «pax giolittiana» e la crisi del dopoguerra che aveva evidenziato
la mancanza di coesione della vita nazionale, il suo regredire verso i
secoli più bui del suo passato.

Il vizio di quell’arte è stato che, dietro una facciata decorosa di liberalismo


e democrazia, esso celava una classe decaduta e una plebe apolitica. Le convul-
sioni sociali del dopo-guerra hanno svelato l’illusione, ponendo a nudo ciò che
per l’innanzi era stato dissimulato. Si è visto allora quanto poco il popolo italia-
no avesse assimilato dal liberalismo moderno, nei suoi opposti ma concorrenti
elementi della libertà degli individui e della organizzazione statale. Dal bolsce-
vismo al fascismo, le cronache d’Italia son tutte un continuo rigurgito della storia
passata e non digerita. Ritornano le fazioni comunali, le condotte e i principati,
le prone servitù dell’età vicereale, le angustie mentali dell’assolutismo, le ipo-
crisie dei moderati, e molte altre cose ancora. Dopo più di sessanta anni di vita
statale unitaria, l’unità organica del popolo italiano non è ancora formata174.

In quest’ottica, Giolitti non aveva costituito soltanto la causa recen-


te e occasionale dell’avvento del fascismo per le sue aperture al movi-
mento di Mussolini durante la sua ultima esperienza di governo175, come
andava ripetendo Matteotti che avrebbe nientemeno parlato di un «gio-
littismo mussoliniano»176. Di quella dinamica l’uomo di Dronero era
stato piuttosto la causa remota e strutturale. La nuova Italia fascista era
stata covata a lungo nel seno dell’Italia giolittiana, tanto da poter essere
definita una semplice «rivelazione» della crisi morale dell’ultimo ven-
tennio. Troppo semplice, aveva sostenuto de Ruggiero nel febbraio del
1922, era infatti «trarre una conclusione negativa sul fascismo», se non
si estendeva quella conclusione sfavorevole a «tutta l’età nostra, a cui il
fascismo, poiché ci ha vissuto e ci vive, si adegua necessariamente»177. E
questo giudizio ritornava nel primo mese del 1923, in margine alla re-
censione delle Memorie di Giolitti178.

174
G. DE RUGGIERO, Storia del liberalismo europeo, cit., p. 362.
175
R. DE FELICE, Mussolini il rivoluzionario,, cit., pp. 599 ss.
176
G. MATTEOTTI, Reliquie, a cura di C. Treves, Milano, Dall’Oglio, 1964, pp. 35 ss.
177
G. DE RUGGIERO, Intorno al Fascismo, cit., p. 454.
178
G. GIOLITTI, Memorie della mia vita. Con uno studio di Olindo Malagodi, Milano,
Fratelli Treves, 1922. La recensione di de Ruggiero, intitolata Memorie inutili, era com-
parsa in «Le Battaglie del Mezzogiorno», 31 gennaio-1° febbraio 1923, ora in ID., Scritti
politici, cit., pp. 616 ss.
UNA DIASPORA INTELLETTUALE 125

Memorie davvero «inutili», alla luce dell’ora presente, sosteneva il


loro recensore, la cui lettura mostrava con evidenza come l’opera di
quello statista sia «ormai sorpassata e che la sapienza politica che si
esprime in essa non abbia più addentellati nella nuova realtà che si va
formando». Eppure, nonostante questo senso di straniamento, un bi-
lancio storico sull’opera di Giolitti restava condizionato dal sentimento
di «disgusto con cui il passato ancora sopravvive e preme sul presente».
E si acutizzava, quel moto di ripulsa, nell’analisi della più «genuina e
autentica» creazione politica del decennio giolittiano. Quella «demo-
crazia parlamentare» che aveva fatto del mondo politico «un sistema
bene equilibrato di clientele elettorali», che aveva «dissimulato dietro
il paravento decoroso del parlamento il contenuto affaristico di natura
bancario-industriale», che aveva creato «la muraglia cinese di una bu-
rocrazia capace di far da presidio a quei di dentro e da argine a quei di
fuori», che aveva infine creato una classe politica composta di «buro-
crati e affaristi di scarsa cultura e deficiente preparazione», costituzio-
nalmente «sovvertitrice delle intime ragioni degli istituti parlamenta-
ri», che sarebbe sopravvissuta alla scomparsa politica del suo creatore,
per costituire il più saldo presidio del regime fascista.

Questa classe ha abdicato di fronte alla guerra, ha abdicato di fronte al fasci-


smo, senza un’esitazione, senza un rossore, senza uno di quegli atti impulsivi di
ribellione che, se pur vani, riscattano la servitù dei caduti e preparano la riscos-
sa per l’avvenire. E, quel che è peggio, questa classe, nel tempo stesso che ab-
dicava, continuava a manovrare, a prepararsi un dominio di fatto pur nel suo
nuovo stato servile. [...] E così questa classe, vinta, avvilita, schiaffeggiata, e che
dovrebbe pertanto appartenere già ad un passato senza ritorno, s’insinua anco-
ra nel presente, cercando di riprendere i suoi interessi, i suoi rancori, le sue
cupidigie nella trama del lavoro altrui. Continua insomma, più subdola, più sor-
da, la sua tenace opera di pervertimento e di confusione. Noi non possiamo
dimenticare che Giolitti è il duce, il patrono, il creatore di questo vecchio ceto
dirigente: non possiamo dimenticare che egli ha vissuto, bivaccato, goduto in
mezzo alle sue creature179.

Anche Volpe, dal fronte opposto di un’Italia ormai tagliata in due,


aveva osservato con preoccupazione i tanti sintomi di questa perversa
continuità, mettendo in guardia il nuovo presidente del Consiglio «da-
gli industriosi ed insidiosi ragni che certo cominceranno subito a tesse-
re i loro fili attorno al Viminale, come attorno ai Fasci»180. Altri, in que-

179
G. DE RUGGIERO, Memorie inutili, cit., pp. 617-618.
180
G. VOLPE, Giovane Italia, cit., p. 410. Si veda anche, sempre sul pericolo di veder
risorgere intorno al fascismo la vecchia pratica della mediazione d’interessi giolittiana,
Gioacchino Volpe a Elisa Serpieri Volpe, 19 novembre 1922; 20 giugno e 17 novembre
1924, cit.
126 CAPITOLO TERZO

sto stesso periodo, andavano modulando, invece, un pieno recupero


dell’età giolittiana e del suo protagonista. Missiroli abbandonava il suo
guardingo e oscillante antigiolittismo, per sostenere, nel 1920, che il
nuovo gabinetto affidato allo statista piemontese poteva forse rinnova-
re la felice esperienza del passato, quando un «governo paterno, me-
diante una dittatura personale», aveva trovato i suoi limiti nella «Mo-
narchia, supremo ideale, e nella burocrazia, supremo strumento»181. In
questo senso il nuovo dicastero rappresentava davvero l’«ultimo tenta-
tivo conservatore», ma tale «nel senso buono, nobile, elevato della pa-
rola», che ancora si sarebbe sforzato di «far largo alle nuove correnti
del popolo e della pubblica opinione», lasciando intatti quei capisaldi
«su cui si è retto fino ad ieri lo Stato italiano»182. Due anni più tardi, con
una brusca contromarcia, Missiroli avrebbe accusato Giolitti di essere
uomo fuori della storia «nel vagheggiare impossibili ritorni al passato»,
nel tentare una politica che significava la negazione dell’oggi e della sua
«logica ideale»183. Ma dopo la morte dell’uomo politico, nel luglio del
1928, nuovamente e con maggior rilievo sarebbero venuti alla luce gli
elementi positivi del decennio giolittiano, tanto da comporsi un un’au-
tentica apologia dell’uomo che fu la più autentica incarnazione dello
«spirito liberale», del «savio empirista della democrazia», dello stre-
nuo fautore dell’«ordinaria amministrazione» contro gli azzardi della
grande politica184.
Queste attestazioni di stima valsero il perdono di Croce a Missiroli
per la sua adesione al fascismo, quando, nel secondo dopoguerra, il
principe del giornalismo italiano incappò nei rigori dell’epurazione185.
Perdono concesso pour cause, è il caso di dirlo, perché quell’articolo
del 1928 coincideva nei toni e quasi financo nella data di comparsa con
quel processo di beatificazione dell’età di Giolitti portato a termine nella
Storia d’Italia186, ma già da molto intrapreso. Ai primi del 1925, Croce
non aveva soltanto separato la sua causa da quella del fascismo, ma aveva
già iniziato una profonda revisione di giudizio sull’ultimo ventennio
della storia italiana, che di molto stemperava quella pregiudiziale anti-
giolittiana187, che fino a quel momento era restata inalterata e che anzi
si era acutizzata durante il conflitto, quando nelle Pagine sulla guerra

181
M. MISSIROLI, Tutti giolittiani, in «La Stampa», 2 giugno 1920, poi in ID., Polemica
liberale, cit., pp. 149 ss.
182
ID., Il ritorno di Giolitti, in «La Stampa», 17 giugno 1920, ivi, pp. 155 ss.
183
ID., La disfatta di Giolitti, in «La Stampa», 28 febbraio 1922, ivi, pp. 215 ss.
184
ID., Giolitti, ivi, pp. 331 ss.
185
Cfr. B. CROCE, Taccuini di guerra, 1943-1945, a cura di C. Cassani, Milano, Adel-
phi, 2004, p. 188, alla data del 25 luglio 1944.
186
ID., Storia d’Italia, cit., pp. 224 ss.
187
G. GALASSO, Croce e lo spirito del suo tempo, cit., pp. 349 ss.
UNA DIASPORA INTELLETTUALE 127

era stata invocata l’esigenza di smantellare «lo Stato agnostico, disgre-


gato, impotente d’anteguerra, soprattutto nella sua forma patteggiante
compromissoria elaborata da Giolitti»188.
Più tardi, di fronte alla crisi morale e politica del paese, alcuni, come
Volpe e Gentile, avevano scelto il rimedio del fascismo, altri, come de
Ruggiero, avevano guardato verso il futuro alla ricerca di una democra-
zia politica diffusa, alternativa alle chiusure censitarie del vecchio regi-
me liberale189. Altri ancora, come Amendola e Salvemini, si erano man-
tenuti fermi nella loro opposizione verso la «dittatura costituzionale»
di Giolitti, che per il primo aveva soltanto anticipato quella personale
di Mussolini190, e che per il secondo aveva isterilito la vita politica «in
una pratica bigotta e scontrosa, che gettava inevitabilmente fuori del-
l’ufficialità “democratica” molti giovani desiderosi di provare e ripro-
vare, in piena libertà di spirito, sui medesimi testi classici della critica
antidemocratica, i principi sui quali è fondata»191. Croce, al contrario,
ipotizzava, come unica possibilità di fuoriuscita dalla difficile congiun-
tura, che aveva fatto seguito all’intervallo bellico, il ritorno alla «demo-
crazia parlamentare» del decennio giolittiano, pur con tutti i suoi difet-
ti e i suoi processi degenerativi. E lo faceva, così poteva sembrare a molti,
rimettendo indietro le lancette dell’orologio della storia, con una buo-
na dose di scetticismo sulle possibilità di una radicale rigenerazione della
vita nazionale e anche a costo, gli avrebbe obiettato Gentile, di stende-
re l’apologia di un «liberalismo democratico che è in stridente contra-
sto con tutte le idee da lui altre volte espresse»192. Su questo punto pre-
ciso, tra 1928 e 1930, si scatenerà il profondo dissidio che avrebbe
opposto Croce a Volpe sulla storia d’Italia dell’ultimo cinquantennio193,
come questi molto più tardi avrebbe ricordato a Prezzolini.

Non ho mai scritto articoli su la fine di Croce, che sarebbe stata una scem-
piaggine. Ho solo scritto un articolo-rassegna sulla Storia d’Italia (“Corriere della

188
R. COLAPIETRA, Benedetto Croce e la politica italiana, Bari, Santo Spirito, 1969-1970,
2 voll., I, pp. 328 ss., p. 304 per la citazione.
189
Si veda G. DE RUGGIERO, Il momento della democrazia, in «Giornale della Sera»,
14-15 ottobre 1922, in Scritti politici, cit., pp. 580 ss.
190
Cfr. G. SALVEMINI, Memorie e soliloqui, cit., pp. 52-53: «La “dittatura” di Mussoli-
ni non è una novità. Tutta la vita parlamentare italiana è stata “dittatura”, da quando io
ho memoria di vita politica. [...] Giolitti fu “dittatore” dal 1902 al 1913: non fu mai la
Camera che lo mandò via: furono talvolta tumulti popolari (sciopero ferroviario), o in-
successi di politica estera, o interesse suo a rimanere per qualche mese in disparte».
191
G. AMENDOLA, La democrazia dopo il 6 aprile 1924, Milano, Corbaccio, 1924,
pp. 84-85.
192
G. GENTILE, Il liberalismo di B. Croce, in «L’Epoca», 21 marzo 1925, in ID., Politi-
ca e cultura, cit., I, pp. 144 ss.
193
Per il quale rimando al mio, Un dopoguerra storiografico, cit., pp. 135 ss.
128 CAPITOLO TERZO

Sera”), svolto poi nelle pagine di prefazione che io apposi alla 2° edizione di
Italia in cammino: una critica educata, là dove mi pareva criticabile, di quella
storia, critica che mi pare valida ancora oggi. Il fallimento finale di idee, aspira-
zioni, spunti, che prima del 1914 si facevano strada in Italia ed entravano nel
tessuto della sua vita, non vuol dire che Croce, in quel quadretto di maniera,
tutto giolittiano, che fa dell’Italia di prima della guerra, avesse ragione a non
accorgersene, come non esistessero. Il rimprovero che gli facevo era di aver fatto
della polemica retrospettiva, aver delineato la storia d’Italia attorno al 1910
secondo i gusti e le tendenze del posteriore Croce antifascista. Ma quel caro
vecchio e i suoi tirapiedi non mi hanno mai perdonato quella critica, anzi, come
essi dissero, quel “tradimento”, come se io fossi uomo da mafie e da camorre o
setta, che giura fedeltà ad oltranza! Da allora Croce prese a bersagliarmi di
sarcasmi; esso che fino allora aveva sempre sollecitato la mia collaborazione. E
tutta la sua consorteria dietro194.

Parole dure, persino acrimoniose, ancora nel 1950, quelle di Volpe,


che però restituivano bene, a distanza di decenni, il clima di una stagio-
ne ferrea, che non conosceva più distinzione tra contesa politica e scon-
tro personale. Lo stesso Volpe aveva paragonato la «crisi di coscienza»
di de Ruggiero, che lo condusse ad interrompere la collaborazione con
l’iniziativa della «Storia d’Italia» Vallardi, ad un «caso clinico o patolo-
gico»195. Poco prima, Gentile aveva parlato di «nervi che non tornano
più a posto», per stigmatizzare le preoccupazioni di Lombardo Radice
sulla deriva illiberale del regime196. E sempre Gentile, nel 1931, avreb-
be definito de Ruggiero «un pover uomo, come si potrà dimostrare per
filo e per segno, quando certe cose, che ora destano una nausea invin-
cibile, si saranno allontanate nel tempo»197. Né più mite la temperatura
era sull’altro crinale della barricata, dove, secondo una verosimile testi-
monianza, il «salotto domenicale» di Palazzo Filomarino, a Napoli,
spargeva almeno, dal 1923, veleni non meno potenti198. Nei primi anni
Trenta, se Croce non riconosceva altro merito a Gentile («un ignorante

194
Gioacchino Volpe a Giuseppe Prezzolini, Roma [1950], AGP. Sulle cautele di
Volpe nell’affrontare quella materia sulle colonne del quotidiano milanese, si veda la sua
lettera al direttore del giornale, Maffio Maffi, del 15 febbraio 1928, in Archivio Storico
del Corriere della Sera, Milano (ACorsera): «Non mi è stato, poi, facile trovare un punto
di vista adeguato per giudicare, e al bisogno criticare il volume di Croce. [...] Il pezzo che
mando ora sarà, io calcolo, due colonne e un quarto. Non mi è stato possibile restringer-
lo, a voler dare idea un po’ esatta e dare ragione delle manchevolezze del libro».
195
Gioacchino Volpe a Benedetto Croce, Roma, 30 novembre 1924, cit.
196
Giovanni Gentile a Fortunato Pintor, 9 novembre 1924, in G. GENTILE-F. PINTOR,
Carteggio, 1895-1944, a cura di E. Campochiaro, Firenze, Le Lettere, 1993, pp. 322-323.
197
G. GENTILE, Buffonate antifasciste, in «Educazione Fascista», 1931, 3, ora in ID.,
Politica e cultura, II, cit., pp. 257 ss.
198
M. MUSTÈ, Adolfo Omodeo, cit., p. 216.
UNA DIASPORA INTELLETTUALE 129

in materia» di filosofia) che quello di essere «un distributore o imboni-


tore di cattedre»199, Omodeo e Luigi Russo parlavano di Volpe come di
un individuo in cui si era estinta ogni «sensibilità morale»200. E di qui
una nuova serie di accuse e contro accuse, in continuo crescendo201. Per
Croce, Gentile approfittava del suo prestigio di notabile della dittatura
per infierire contro coloro che «censurano i suoi raziocini sbagliati»,
additandoli ai «pubblici castighi e alle pubbliche vendette», nella spe-
ranza di confondere «le proprie faccende personali in questioni politi-
che»202. Per Gentile, Croce usava senza ritegno gli strali di una polemi-
ca, nella quale gli avversari diventano «fantocci che hanno perduto ogni
carattere di umanità», tanto da essere esposti al ludibrio senza neppure
quella «elementare simpatia onde ogni uomo guarda sempre ad un al-
tro uomo»203.
È ancora oggi doloroso analizzare quella degradazione dei rapporti
tra personalità tanto alte e un tempo così profondamente unite in un
comune sodalizio. Ingenuo però era chi, come Volpe, supponeva che le
vecchie amicizie potessero conservarsi immutate nonostante le ferite
sanguinose inferte loro dalla lotta politica. Nell’ipotizzare questo, l’in-
genuità rischiava di non rimanere tale ma di tramutarsi in sentimento
colposo, che testardamente non voleva tener conto di come i nuovi tempi
avessero sepolto definitivamente la grande alleanza intellettuale, che si
era cementata in un passato anche molto recente. Assurdo era pensare,
ad esempio, che Croce conservasse gratitudine per il suo articolo gra-
tulatorio del luglio 1923204, in occasione del conferimento della laurea
da parte dell’università di Oxford, che venne ignorato dalla stampa
quotidiana e addirittura contestato da alcuni ambienti intellettuali205.
Davvero assurdo pensarlo, quando in quell’intervento, con qualche non
esile ragione, Volpe attribuiva a Croce il merito di aver contribuito a
creare il clima morale che aveva portato alla vittoria del fascismo. Ad-

199
Benedetto Croce a Guido Calogero, 6 maggio 1935, in Carteggio Croce-Calogero, a
cura di C. Farnetti, introduzione di G. Sasso, Bologna, Il Mulino, 2004, p. 49.
200
E. DI RIENZO, Un dopoguerra storiografico, cit., pp. 126 ss.
201
Sul punto, le belle pagine di G. SASSO, Per invigilare me stesso. I Taccuini di lavoro
di Benedetto Croce, Bologna, Il Mulino, 1989, pp. 46 ss.
202
B. CROCE, A proposito di una “Filosofia dell’Arte”, in «La Critica», XXIX, 1931, 1,
ora in ID., Conversazioni critiche. IV, cit., p. 377.
203
G. GENTILE, La distinzione crociana di pensiero e azione, in «Giornale critico della
Filosofia italiana», XXII, 1941, 1, pp. 274 ss., in particolare p. 277.
204
Si veda G. VOLPE, Onore ad un italiano ed all’Italia, in «Il Popolo d’Italia», 8 lu-
glio 1923, in ID., Guerra Dopoguerra Fascismo, cit., pp. 293 ss.
205
ID., Postilla del 1928, ivi, pp. 298-299. Si veda anche Gioacchino Volpe a Elisa
Serpieri Volpe [luglio 1923], CV. Sul punto, R. COLAPIETRA, Benedetto Croce e la politica
italiana, cit., II, pp. 482 ss.
130 CAPITOLO TERZO

dirittura inconcepibile ritenere, infine, che il filosofo potesse accettare


l’offerta di collaborare all’Enciclopedia Italiana, che era diretta, così
Croce motivava il suo rifiuto, da colui che ha «osato proclamare che la
cultura deve essere fascista»206.
Eppure, in questa opera di mediazione, non credo che Volpe si con-
formasse unicamente alle direttive dei vertici del regime, che, proprio
secondo la testimonianza di Croce, «alternando le intimidazioni e le
lusinghe, procurano anche di amicarsi gli uomini di critica e di pensie-
ro e di guadagnarseli»207. Si vorrebbe pensare, invece, che cercasse piut-
tosto di preservare il mondo della cultura, formatosi nel primo venten-
nio del secolo, dagli attacchi dell’impaziente e rissoso intransigentismo
fascista. Nel 1923, aveva dato il via a quell’assalto Curzio Malaparte
nella prefazione ad una raccolta di scritti di Ardengo Soffici, redatti tra
1919 e 1922, significativamente denominata Battaglia fra due vittorie,
che davano conto del progressivo avvicinamento al fascismo della ge-
nerazione maturatasi tra le trincee dell’Isonzo e del Carso, nei combat-
timenti del Piave e di Vittorio Veneto. Molto eloquente era anche il titolo
del preambolo di Suckert, Ragguaglio sullo stato degli intellettuali ri-
spetto al Fascismo, dove si affermava senza reticenze che la rivoluzione
del 1922 doveva ancora debellare il più insidioso dei suoi nemici, a ri-
schio di trasformarsi in una rivoluzione mancata.

La nostra rivoluzione, si badi, era ed è più contro Benedetto Croce che non
contro Buozzi o Modigliani. Il giorno in cui abbiamo vinto, il nostro torto è stato
di non mostrare al popolo e alla borghesia come giallastro è il sangue dei filo-
sofi e dei poeti prudentissimi, dei retori tronfi, dei loici dubbiosi, dei chierici
increduli, dei sofisti pieni di cautele e di riguardi. È stato di non mostrare agli
italiani, i quali delle rivoluzioni han sempre avuto un sacro orrore, che le rivo-
luzioni si fanno anche contro il parere e i programmi degli enciclopedisti, anzi
contro, e che non vale usar la critica e la logica quando è tempo di menar le
mani; sono argomenti retorici buoni in tempi buoni, non già quando la som-

206
Benedetto Croce a Gioacchino Volpe, Napoli, 7 aprile 1925, cit. Il riferimento era
al discorso di G. GENTILE, Il Fascismo nella cultura, in Politica e cultura, I, cit., p. 99. In-
tervento che aveva di poco preceduto la stesura del manifesto d’appoggio degli intellet-
tuali al regime del marzo di quello stesso anno.
207
B. CROCE, Il feticcio dello Stato etico e della morale governamentale, in «Il Caffè»,
26 aprile 1925, ora in Il Caffè, 1924-1925, a cura di B. Ceva, Milano, Feltrinelli, 1961, p.
244. Sui tentativi del fascismo di recuperare Croce, si veda R. COLAPIETRA, Benedetto Croce
e la politica italiana, cit., II, al capitolo VII. Tali tentativi sarebbero continuati fino al 1934,
come ha recentemente dimostrato G. SEDITA, L’intellettuale che spiava Benedetto Croce.
L’attività informativa di Aldo Romano, in «Nuova Storia Contemporanea», 2005, 4, pp.
49 ss. Sulla tattica di «transigenza» tra fascismo e intellettuali dissidenti o «afascisti», G.
GENTILE, Discorso inaugurale dell’Istituto Nazionale Fascista di cultura, 19 dicembre 1925,
in ID., Politica e cultura, cit., I, pp. 256 ss., in particolare p. 268.
UNA DIASPORA INTELLETTUALE 131

mossa urge alle porte della città e chiede di far giustizia dei giudici, dei dottori,
degli affamatori, dei traditori208.

Soltanto due anni dopo, l’intenzione di farla finita con la «dispersa


e vile famiglia degli intellettuali», che insisteva testardamente nella sua
contestazione al nuovo corso politico, veniva fatta propria e tradotta in
realtà dal governo presieduto da Mussolini. Nella seduta del 28 novem-
bre 1925, veniva presentato alla Camera dei deputati, su impulso di Fe-
derzoni, Rocco e dello stesso Duce del fascismo, il disegno relativo alla
cosiddetta «legge sui fuoriusciti», che doveva decretare la perdita della
cittadinanza per coloro che avevano imboccato il cammino dell’emi-
grazione in ragione di un aperto conflitto con il nuovo regime. Nella
sua relazione, Rocco sottolineava che la sanzione non avrebbe avuto
«carattere antiproletario», non avrebbe infierito su «operai traviati o
illusi» dalla loro stessa ignoranza, ma avrebbe colpito invece l’opposi-
zione intellettuale, «perché coloro i quali all’estero diffamano il loro
Paese, o congiurano contro il loro Paese, oppure organizzano contro il
loro Paese la guerra civile, non sono proletari: ma gente perduta, detriti
e naufraghi della borghesia italiana; pseudointellettuali e avventurieri
di ogni risma». In questo modo, i dissidenti intellettuali erano inseriti
nella schiera degli italiani «antinazionali» e venivano assimilati ai fau-
tori del «brigantaggio» post-unitario, «organizzato fuori dai confini del
nostro Regno, da pessimi italiani, principi spodestati e loro adepti, i
quali non temettero di armare la mano dei loro fratelli contro la Pa-
tria»209.
Tra le prime vittime illustri dello spirito, se non ancora della lettera,
di questa normativa, poi varata l’anno successivo, che decretava l’ostra-
cismo contro gli «italiani rinnegati non contro il Fascismo o contro il
Governo soltanto, ma contro l’Italia», fu Gaetano Salvemini, accusato
da Volpe, in quella stessa tornata del 28 novembre, di aver scritto, in
una lettera aperta al Rettore di Firenze, ampiamente ripresa dalla stam-
pa anglosassone, che il regime aveva ridotto l’«insegnamento universi-
tario della storia» a strumento di «servile adulazione del partito domi-
nante». In quell’occasione, Volpe, si è detto, avrebbe tentato tuttavia

208
A. SOFFICI, Battaglia fra due vittorie, preceduto da un Ragguaglio sullo stato degli
intellettuali rispetto al Fascismo di C. Suckert, Firenze, Società Anonima Editrice “la
Voce”, 1923, pp. XXII-XXIII. Sulla battaglia «anti-intellettuale» di Malaparte, si veda
G. PARDINI, Curzio Malaparte. Biografia politica, Milano-Trento, Luni Editrice, 1998,
pp. 97 ss.
209
A. ROCCO, Sul disegno di legge “Modificazioni ed aggiunte alla legge 13 giugno 1912,
n. 555 sulla cittadinanza. Camera dei Deputati, tornata del 28 novembre 1925, in ID., Scritti
e discorsi politici, cit., pp. 239 ss., in particolare pp. 239-240.
132 CAPITOLO TERZO

una difesa in extremis dell’amico e collega210. Si tratta però di una «leg-


genda aurea», che va ridimensionata in buona misura. Volpe certamen-
te riconosceva a Salvemini «alcune sue benemerenze nella prima parte
delle sua esistenza di studioso». Ne ricordava la fama internazionale
«per ragioni che in parte, e precisamente per quella prima parte, gli
fanno onore, e in parte maggiore non gli fanno onore». Ma questi pur
cauti attestati di stima non dovevano, per nessun motivo, tramutarsi
nell’assoluzione di un intellettuale, del quale la ragione politica esigeva
invece una censura pubblica se non forse una vera e propria condanna,
per aver oltrepassato il confine tra un’attività di ricerca che, pur ispira-
ta alle esigenze del presente, restava disinteressata e l’impegno militan-
te di parte.

Proprio perché questo studioso non è ignoto fuori d’Italia, io credo dovero-
so che una voce di persona che, come lui, vive la vita delle Università italiane,
si innalzi qui nel Parlamento a dire che non è vero quello che è affermato nella
lettera del prof. Salvemini. Nelle Università italiane è ancora oggi lecito di pro-
fessare liberamente quella e qualsiasi altra disciplina, anche la storia; lo ricono-
scono del resto anche quelli dell’altra parte che non sono accecati dalla passio-
ne. Solo è necessario questa e qualsiasi altra disciplina non mescolarla mala-
mente con la politica. Sappiamo che la storia è anche politica, nel senso che i
fatti anche lontanissimi è difficile valutarli senza un criterio politico direttivo,
ma esiste un limite che divide la politica, in quanto storia, dalla politica in quanto
polemica, dalla politica avvelenata, dallo spirito fazioso! Questo limite il prof.
Salvemini non lo ha sentito! È necessario che i maestri questo limite lo sentano,
tanto per necessità, per esigenza immanente dello Stato e della vita civile, quan-
to pel rispetto agli alunni e alla scuola, alla scienza e alla stessa politica211.

La pretesa di tenere separate la sfera della storia da quella della po-


litica, che Volpe aveva avanzato nei confronti di de Ruggiero, veniva
ribadita ora, in un contesto assai più drammatico. Anche a seguito di
quella denuncia, infatti, quello che si era ipotizzato poter essere uno
degli autori della «Storia d’Italia in collaborazione» veniva destituito
dal suo insegnamento, il 4 dicembre successivo212. Poco più tardi, Sal-

210
Ernesto Sestan a Gioacchino Volpe, 4 dicembre 1957, cit.: «Ricorderò ancora che,
quando nel ’31 fui attaccato per essere stato scolaro di Salvemini, lei mi difese a viso aperto
in un modo che suonava anche stima per Salvemini maestro; e ricordo anche di aver letto
in non so quale volume degli Atti Parlamentari, mi pare del ’26 [sic], parole Sue in difesa
di Salvemini».
211
Atti parlamentari. Camera dei Deputati. Legislatura XXVII, 1° Sessione. Discussioni,
V, pp. 4693-4694.
212
Salvemini, sospeso dal ruolo, il 6 giugno 1925, in seguito al procedimento per la
pubblicazione clandestina di «Non mollare», veniva reintegrato, nel mese di luglio, a se-
guito dell’amnistia per i detenuti politici. Sulle vicende che, tra 1924 e 1925, portarono
UNA DIASPORA INTELLETTUALE 133

vemini imboccava il cammino dell’emigrazione, sul quale lo avrebbero


seguito un numero poco rilevante, eppure significativo, di chierici resi
forzosamente stranieri alla loro patria213. Altri restarono esuli anche
all’interno dei confini nazionali, nella terra di nessuno dell’umbratile
tolleranza, che il fascismo avrebbe riservato a molti dei suoi oppositori
provenienti dagli ambienti della borghesia intellettuale, fino agli anni
tempestosi del secondo conflitto, quando anche de Ruggiero sarebbe
stato dispensato dal servizio e allontanato dalle aule universitarie. Il
provvedimento, motivato dalla ristampa della Storia del liberalismo
europeo, avvenuta nel 1942, veniva comunicato all’interessato dal mini-
stro della Cultura Popolare, Giuseppe Bottai, con queste parole:

L’opera contiene esposizioni di teorie ed enunciazioni di principi assoluta-


mente in contrasto con l’attuale nostra concezione dello Stato; teorie e principi
che lo Stato, anzi, considera oggi nettamente superati, oltre che contrari alle
sue direttive e finalità. Ora, l’aver consentito, a così grande distanza di tempo,
alla ristampa del volume, lasciandone inalterato il testo, e senz’alcuna dichiara-
zione diretta a precisare l’attuale posizione di pensiero dell’autore, senza un
accenno ai grandi eventi svoltisi dal 1925 ad oggi e a tutto il movimento dottri-
nario che nel frattempo ha accompagnato lo sviluppo della vita politica italia-
na, e per cui ogni concezione politica ispirata ai principi del liberalismo deve
ritenersi senza possibilità di dubbi storicamente superata, è segno manifesto di
una mentalità insanabilmente opposta al nostro concetto dello Stato214.

al definitivo allontanamento di Salvemini dall’Università, si veda P. CALAMANDREI, Il man-


ganello, la cultura e la giustizia, in “Non mollare” (1925). Riproduzione fotografica. Con
saggi di E. Rossi e P. Calamandrei, a cura di M. Franzinelli, Torino, Bollati Boringhieri,
2005, 2, pp. 65 ss., in particolare pp. 78 ss.
213
Si veda G. GALASSO, Italia nazione difficile, cit., pp. 227 ss.
214
La lettera di Bottai del 31 luglio 1942 è riprodotta in G. BELARDELLI, Il ventennio
degli intellettuali, cit., pp. 83-84.
IV

STORIA D’ITALIA E FASCISMO

1. A distanza di più di venti anni, Salvemini, ricordando l’episodio av-


venuto nel crudo inverno di regime del 1925, avrebbe di rimando accu-
sato «il prof. Volpe» di avere smarrito, a partire da quel momento e per
sempre, il limite che divideva «la politica in quanto storia dalla storia in
quanto fede politica»1. Un giudizio difficile da condividere, se, senza
pregiudizi, si prende in considerazione l’attività di Volpe durante il
ventennio2. Anni in cui lo storico, estromesso dalla vita politica attiva,
per i suoi interventi contro il «rassismo» e a favore di una normalizza-
zione costituzionale del regime3, che forse de Ruggiero avrebbe potuto
condividere almeno in qualche passaggio, tornava ad inserirsi piena-
mente nel mondo degli studi. Proprio in quel periodo, infatti, il proget-
to della «Storia d’Italia in collaborazione» avrebbe conosciuto una sua
nuova fioritura e prodotto frutti importanti, a riprova del fatto che il
criterio del «politically correct» risulta spesso sviante quando si tratta di
giudicare non solo i fatti della storia ma anche quelli della storiografia.
Sicuramente, il proposito di perseguire il disegno di una storia della
nazione italiana, nel momento in cui la dittatura estrometteva dal corpo
di questa alcuni suoi componenti con la qualifica di «italiani antinaziona-
li»4, poneva non piccoli problemi. Certo, la scomparsa degli antichi ami-
ci, dei vecchi compagni di strada non era facilmente rimpiazzabile. Ma
quell’impoverimento di risorse era almeno in parte risarcito da una nuo-
va generazione di storici che si facevano avanti, per compiere il loro ap-

1
G. SALVEMINI, Memorie di un fuoriuscito, a cura di G. Arfé, Milano, Feltrinelli, 1960,
p. 41. Più tardi Salvemini avrebbe definito, a più riprese, Volpe come lo «storico ufficiale
della dittatura fascista», pur continuando a riconoscere i suoi meriti di studioso. Si veda
ID., “Lezioni di Harvard”, cit., pp. 305, 400, 485, 599, 617; G. SALVEMINI e G. LA PIANA,
Duell Sloan and Pearce, New York, 1943, poi in traduzione italiana, con il titolo di La sorte
dell’Italia, Roma-Firenze-Milano, Edizioni U, 1945, pp. 76-77.
2
E. DI RIENZO, Un dopoguerra storiografico, cit., al capitolo III.
3
G. VOLPE, Un’occhiata alla nuova Camera, in «Gerarchia», aprile 1924; ID., Ripensan-
do al Congresso Fascista, in «Gerarchia», agosto 1925, ora in ID., Guerra dopoguerra Fasci-
smo, cit., pp. 301 ss. e 381 ss. Sulla giubilazione politica di Volpe, R. DE FELICE, Mussolini
il fascista. II. L’organizzazione dello Stato fascista, 1925-1929, Torino, Einaudi, 1996, p. 130.
4
L. DI NUCCI, Lo Stato fascista e gli italiani “antinazionali” in Due nazioni, cit.,
pp. 127 ss.
136 CAPITOLO QUARTO

prendistato o il loro perfezionamento in quella Scuola di storia moderna


e contemporanea, di cui Volpe sarebbe stato nominato direttore nel 19265.
Mai si è infatti osservato come gli argomenti del progetto editoriale
di Zanichelli non fossero caduti nel vuoto dopo il fallimento dell’inizia-
tiva, ma invece sistematicamente affidati ai borsisti di quell’istituzione
e agli altri giovani studiosi che ruotavano nella sfera dell’insegnamento
di Volpe. A Chabod, l’Italia spagnola, anche grazie alle prime fortunate
ricerche negli archivi di Simancas, di cui Volpe avrebbe voluto dare
notizia sulle pagine del «Corriere della Sera»6. A Nello Rosselli, le rela-
zioni diplomatiche italo-inglesi nel XIX secolo. A Bulferetti e poi a
Valsecchi, il «Settecento riformatore». Franco Borlandi portava a ter-
mine lo studio sull’economia italiana nell’800, che era stato affidato a
Giuseppe Prato. Quello sulle lotte nazionali in Italia, tra 1815-1870,
che era stato di pertinenza di Anzilotti, si rifletteva largamente nell’at-
tività di Maturi e nei lavori di Carlo Capasso, di Ruggero Moscati, e
ancora di Valsecchi, pur nella maggiore enfasi concessa allo scenario
diplomatico. Il tema dei rapporti tra Italia e Francia, in relazione alla
stagione rivoluzionaria e napoleonica, passava per una lunga trafila da
Baldo Peroni, a Walter Maturi, a Carlo Zaghi7. E, per l’età della Restau-
razione, veniva approfondito da Aldo Romano. L’irradiazione europea
del Rinascimento toccava a Cantimori8, come primo essenziale capitolo
di quella «storia d’Italia fuori d’Italia», che sarebbe stata soprattutto
continuata dai lavori di Carlo Morandi9, ma anche di Ersilio Michel e

5
U.M. MIOZZI, La scuola storica romana (1926-1943), Roma, Edizioni di Storia e Let-
teratura, 1982, 2 voll.; E. DI RIENZO, Un dopoguerra storiografico, cit., passim. Ai quali si
rimanda per quel che segue, salva diversa indicazione.
6
Gioacchino Volpe a Maffio Maffi, 26 gennaio 1928, ACorsera: «Sto preparando
anche, se a lei non dispiacerà, un articolo sulla esplorazione degli archivi stranieri per
documenti di storia italiana. Nei mesi scorsi una spedizione torinese ha frugato Simancas
e la Spagna. Mi pare l’argomento meriti. Siamo al principio di una impresa necessaria».
Si tratta della missione organizzata da Pietro Egidi, compiuta tra 1928 e 1929, con la par-
tecipazione Chabod. Sulla quale si veda la testimonianza dello stesso Chabod, depositata
nel curriculum vitae consegnato alla Scuola di storia moderna e contemporanea di Roma,
il 27 dicembre 1929, ora in Archivio Chabod, Istituto di Storia moderna e contempora-
nea di Roma.
7
E. DI RIENZO, Conservatorismo e tradizione storiografica. Gli studi sulla stagione ri-
voluzionaria in Italia, in Revisioni e revisionismi. Storie e dibattiti sulla modernità in Ita-
lia, a cura di I. Botteri, Brescia, Editore Grafo, 2004, pp. 65 ss.
8
ID., Delio Cantimori e il dopoguerra storiografico, 1943-1962, in «Nuova Storia Con-
temporanea», 2005, 1, pp. 67 ss., in particolare pp. 76 ss.
9
C. MORANDI, Italiani nella vecchia Austria; ID., Italiani in Ungheria e in Transilvania,
in «Popoli», 1941, 4, 9, in ID., Scritti storici, cit., III, pp. 526 ss.; ID., Per una storia degli ita-
liani fuori d’Italia. A proposito di alcune note di Antonio Gramsci, in «Rivista Storica Italia-
na», 1949, 3, pp. 379 ss. Questo interesse rimase a lungo vivo in Morandi. Si veda Ernesto
Ragionieri a Corrado Vivanti, 26 marzo 1970: «Fra le carte Morandi ho trovato varie cose
STORIA D’ITALIA E FASCISMO 137

Rosario Russo sull’emigrazione intellettuale e politica tra fine del XVIII


secolo e Risorgimento. L’analisi del pensiero politico radicale dalla ri-
voluzione francese al 1848, che Volpe aveva proposto a de Ruggiero,
sarebbe stata abbozzata, infine, da Pia Onnis Rosa, Cantimori, Roma-
no. E questa lista potrebbe essere ancora ampliata. Ma credo, con poco
frutto, se questo fosse di ostacolo alla messa in evidenza di più impor-
tanti influssi che scaturivano dall’iniziativa del 1922 e che riguardava-
no anche Giovanni Gentile.
Fondamentale, infatti, era stato sul filosofo, per la precisazione del
concetto di Rinascimento sviluppato all’interno della sua Storia della
filosofia italiana, fino a Lorenzo Valla, l’influsso del saggio-recensione
di Volpe, Bizantinismo e Rinascenza, apparso sulla «Critica» nel 190510.
E ancora da Volpe Gentile aveva mutuato, nel discorso fiorentino del
marzo 1925, molto importante anche sotto il profilo politico, l’immagi-
ne di «questa Italia storica, viva, ma di una vita che si prolunga e s’affon-
da con le sue radici nei secoli, e già è l’Italia, con i caratteri nazionali
che si faranno sempre più evidenti intorno al Mille, quando pullulano
dall’Impero disfatto i Comuni con l’impeto delle loro libertà e delle loro
arti, e preparano quel Rinascimento, che sarà la più geniale creazione
dello spirito italiano, splendidissimo faro agli uomini di ogni parte del
mondo»11. Da questo comune approdo si dipartivano indubbiamente
anche progetti di carattere pratico, direttamente spendibili sul terreno
della politica di potenza nazionale, in cui sarebbero stati impegnati, in
stretto accordo, i due compagni di studio della Normale di Pisa. La
decisa messa in evidenza dell’espansionismo della nazione italiana, già
nell’età medievale, forniva la giustificazione storica alle mire di un «nuo-
vo irredentismo», attivo fin dalla vigilia della Grande Guerra, che si
prefiggeva di annettere al suolo di una più grande patria le principali
isole mediterranee, Nizza, Savoia e alcuni territori della Svizzera12. A
questo fine, nel 1923, Volpe recepiva immediatamente l’invito di Gen-
tile a prodigarsi in una campagna pubblicistica che avrebbe dovuto
mirare a dimostrare la secolare italianità delle Corsica13, e che sarebbe

interessanti: moltissimi appunti per la storia degli italiani all’estero». La lettera è conservata
nell’Archivio Ragionieri dell’omonima Biblioteca comunale di Castelfiorentino.
10
Si veda A. SCAZZOLA, Giovanni Gentile e il Rinascimento, Napoli, Vivarium, 2002,
pp. 190 ss.
11
G. GENTILE, Che cos’è il Fascismo. Conferenza tenuta a Firenze al Circolo di cultu-
ra fascista, l’8 marzo 1925, ora in Politica e cultura, cit., I, pp. 7 ss., in particolare p. 12.
12
G. VOLPE, Italia moderna, cit., III, pp. 205 ss.; ID., Nazionalismo fra le due guerre
(Nizza, Malta, Corsica), in «Il Veltro», 1964, 3, pp. 481 ss.
13
Gioacchino Volpe a Giovanni Gentile, Milano, 23 giugno 1923, AFG. La corrispon-
denza annunziava la pubblicazione di G. VOLPE, Italiani vicini e lontani. I Corsi, in «Ge-
rarchia», giugno 1923, poi in ID., Corsica, Milano, Istituto Scientifico Editoriale, 1926, pp.
47 ss., infine in ID., Storia della Corsica italiana, Milano, Ispi, 1939, pp. 139 ss.
138 CAPITOLO QUARTO

culminata nella pubblicazione del «Bollettino degli Amici della Corsi-


ca» nel marzo del 192414.
La rivista, al suo primo apparire, suscitava una dura reazione di
Giovanni Ansaldo che dalle pagine di «La Rivoluzione liberale», ne
stigmatizzava i malcelati contenuti di propaganda nazionalista. A pro-
posito della nascita di movimenti che rivendicavano l’autonomia cultu-
rale dell’isola e a proposito dell’interesse dimostrato da Volpe per la
presenza in essi di fermenti autonomistici che, nelle sue intenzioni,
avrebbero dovuto interrompere o almeno ridimensionare l’egemonia
politica e culturale della Francia, Ansaldo osservava:

Naturalmente, dal campo della difesa dialettale a un ripensamento autono-


mo della storia e della cultura isolane il passo è stato breve. I côrsi, per farlo,
non aspettano certo i soccorsi degli eruditi italiani, siano questi, o no, deputati
fascisti. È affatto gratuito affermare che gli studi storici côrsi siano stati tutti
viziati da una pregiudiziale politica filofrancese. Il prof. Gioacchino Volpe, in
un programma di un certo gruppo di “Amici della Corsica” di recente forma-
zione ambrosiana, afferma la opportunità di contrastare la “sopravalutazione
del momento francese” negli studi côrsi. Chi esamini l’opera della “Société des
sciences historiques et naturelles de la Corse”, di Bastia, non si avvede del grave
difetto segnalato dal prof. Volpe. La Società fu fondata nel 1884, dall’abate
Letteron, un “champenoise” erudito ed attivo, andato in Corsica come profes-
sore di Liceo, ed abituato a lavorare come i preti francesi eruditi, cioè molto
seriamente. Le annate dei bollettini della società radunano studi di capitale
importanza, per tutta la storia della Corsica, e specie per quella feudale: le opere
pubblicate dalla società non rivelano nessun proposito di apologia francese: basti
dire che v’è la Storia dei Corsi e la Corsica del Gregorovius, due libri in cui il
“momento francese” non è certo “sopravalutato”. Il professore Volpe, che ha
inaugurato la storiografia “italianissima” della Corsica con un recente scritto
pubblicato in Politica, è in errore se crede di poter nascondere la propria ten-
denziosità e la propria aspirazione ad accelerare un irredentismo côrso, accu-
sando di scarsa coscienziosità scientifica uomini insigni negli studi locali côrsi,
come il Letteron, il Lucciana, il De Morati. Piuttosto, è da ricordare un parti-
colare; che la “Société des Sciences de la Corse” non contò fino ad oggi neppure
un socio ordinario (e pagante) fra i dotti o patrioti italiani; e ha tre sole malin-
coniche “Società di Storia patria” italiane fra i soci corrispondenti. Non so se
il prof. Volpe, in tempi recentissimi, si sia associato; mi auguro che, oggi alme-
no, egli abbia rotto una assenza che spiega – ma insieme aggrava – l’impruden-
za di certe accuse contro gli studiosi côrsi15.

14
Il primo e unico numero della rivista, stampato a Milano, è conservato presso la
Biblioteca Nazionale di Firenze.
15
G. ANSALDO, La Corsica, in «La Rivoluzione liberale», IV, 1925, 8, pp. 33 ss., in
particolare p. 36. Ansaldo tornava a polemizzare con Volpe nell’articolo Bibliografia del-
la Corsica, ivi, IV, 1925, 9, p. 39: «Fra gli scrittori italiani che recentemente trattarono della
Corsica: G. VOLPE, Europa e Mediterraneo nel XVII e XVIII secolo, in Politica, anno V, n.
STORIA D’ITALIA E FASCISMO 139

La comparsa del periodico impensieriva anche Mussolini che ne


avrebbe sospeso la pubblicazione, obiettando a Volpe che quella rivista
poteva «danneggiare la causa stessa che vorrebbe servire» e procurare
«non pochi fastidi anche al gruppo degli autonomisti corsi, che sono
esposti alla vigilanza delle autorità locali»16. Erano preoccupazioni for-
se esagerate, come dimostrava, nel 1925, la creazione di una nuova ri-
vista: l’«Archivio Storico di Corsica». Il cui obiettivo, secondo Volpe, si
doveva limitare ad «assorbire» e ad «assimilare» la storia dell’isola in
quella dell’Italia17, controbilanciando e integrando l’attività di pubbli-
cazioni francesi e francofile come il «Bulletin de la Société des sciences
historiques et naturelles de la Corse» e la più recente «Revue de la
Corse»18. Senza cedimenti verso le ragioni di un gretto sciovinismo, e
senza fornire alcun elemento ad un presunto «irredentismo corso», di
cui Volpe avrebbe infine negato non solo la consistenza ma anche l’esi-
stenza19, l’«Archivio» si proponeva di ricostruire le vicende dell’isola,
dall’alto Medioevo alla prima età contemporanea, evidenziandone i
rapporti di commercio, di politica, di cultura con la Penisola: «Alto do-
minio della Santa Sede, attorno al Mille; lunga contesa fra Pisa e Geno-
va per la Corsica, con prevalenza di Pisa poi di Genova», che su quella
regione instaurò «una lunga signoria»20. Una particolare attenzione era
attribuita: alle due rivolte di Pasquale Paoli, al perfezionarsi della con-
quista francese, a cui non avrebbe fatto seguito fino al XIX secolo l’in-
staurarsi di «nessi politici e ideali tra l’isola e la Francia», alla parteci-

XLIX, vuole essere la introduzione storica ad un movimento culturale corsista in Italia.


Il Volpe, se avesse un po’ più di tempo, fonderebbe l’irredentismo corso; fortuna che è
deputato, e molto preso anche dalla voglia di diventare ministro».
16
Benito Mussolini a Gioacchino Volpe, Roma, 25 maggio 1924. La lettera è pubbli-
cata in appendice a E. DI RIENZO, Gioacchino Volpe: fascismo, guerra e dopoguerra, cit., in
particolare p. 122.
17
Si veda Gioacchino Volpe a Giovanni Gentile, Santarcangelo di Romagna, 30 lu-
glio 1932, AFG.
18
Si veda ID., La Corsica dopo il 1796, in «Nuova Antologia», 1923, ora in ID., Storia
della Corsica italiana, pp. 159 ss., in particolare pp. 162-163.
19
Ivi, pp. 213-214. E ancora a p. 215: «Il nostro irredentismo anti-austriaco aveva a
base una ferma volontà anti-austriaca degli Italiani di Trento, Trieste, Zara. Ora la volon-
tà corsa forse non è francese, ma neanche italiana». Più tardi, e in un momento storico
ben altrimenti rilevante, Volpe avrebbe ribadito il suo scetticismo sulla presenza di cor-
renti filo-italiane in Corsica. Si veda ID., «Corsica. Storia e problemi politici», in PNF.
Dizionario di Politica, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1940, 5 voll., II, p. 656.
Su tutto questo, nel dettaglio, rimando al mio Lo spazio politico mediterraneo nella storio-
grafia italiana tra Grande Guerra e fascismo, di prossima pubblicazione in «Clio».
20
G. VOLPE, Archivio storico di Corsica: un decennio di attività (1925-1934), in «Ar-
chivio Storico di Corsica», 1935, 1, pp. 1 ss., ora in ID., Storia della Corsica italiana, cit.,
pp. 217 ss., con il titolo Studi italiani sulla Corsica.
140 CAPITOLO QUARTO

pazione di sparute minoranze di Corsi ai moti risorgimentali, al «recen-


te riapparire di una Corsica che vuol essere Corsica e che perciò non
può non essere un poco Italia»21. Che questa attività, anche così ridi-
mensionata, provocasse in ogni caso malumori nel mondo politico e
intellettuale d’oltre Alpe era tuttavia testimoniato dalla lettera di Volpe
a Prezzolini del 2 luglio 1927, dove lo storico si lamentava della troppo
timida recensione del suo «volumetto» sulla Corsica del 1926, redatta
dallo stesso Prezzolini per il pubblico francese:

Tu mi chiedi se sono inquieto per la Corsica. No. Ma un po’ sorpreso, sì. Se


di un libretto come quello tu non hai creduto di potere in Francia dire più di
quelle quattro parole, piuttosto insignificanti, vuol dire che o ti hanno legato le
mani o tu le mani te le sei legate da te. E allora, la tua coopération intellectuelle?
Allora vuol dire che tu sei un buon funzionario francese e nulla di più, sollecito
innanzi tutto di accontentare le superiori gerarchie. E sì che da giornali france-
si si è largamente scritto di quel volumetto!22

L’atteggiamento non soltanto neo-irredentista ma a tratti scoperta-


mente nazional-imperialista di alcuni interventi di Volpe, che si sareb-
be progressivamente accentuato nel decennio successivo23, non inter-
rompeva però il suo attivo commercio con il mondo della cultura inter-
nazionale proprio sullo scottante problema della storia e dell’attualità
delle relazioni tra Stati nel bacino mediterraneo. Ancora, nel febbraio
del 1937, la Dotation Carnegie pour la paix internationale invitava lo
storico italiano a partecipare ad una serie di conferenze sui «problèmes
de la Mediterranée depuis 1920».

Comme vous vous êtes vous-même occupé de façon particulièrement émi-


nente de cette question, nous serions particulièrement désireux et honorés de
vous voir consentir à nous accorder votre précieuse collaboration sous la forme
d’une conférence faite à la Dotation. Nous nous en remettons entièrement à
Vous pour le choix du sujet que vous entendriez traiter et du titre que vous
désiriez donner à votre conférence. Comme nous prévoyons des conférenciers
espagnol, français, anglais, ellénique et d’autres encore peut-être et comme la

21
ID., Italiani vicini e lontani: i Còrsi e La Corsica dopo il 1796, ora in ID., Storia della
Corsica italiana, pp. 139 ss. e 159 ss. Su Volpe e la storia della Corsica, di qualche utilità
è L. DEL PIANO, Gioacchino Volpe e la Corsica ed altri saggi, Cagliari, Cuec, 1987.
22
Gioacchino Volpe a Giuseppe Prezzolini, 2 luglio 1927, AGP. Il riferimento è G.
VOLPE, Corsica, cit. In quel momento Prezzolini soggiornava a Parigi, dove era responsa-
bile delle pubbliche relazioni presso l’Ufficio cultura della Società per le Nazioni.
23
Sul punto, M. MASUTTI, L’Italia fuori d’Italia: Gioacchino Volpe tra storiografia e
politica, 1920-1940, in «Clio», 2002, 3, pp. 571 ss. e il mio contributo, Lo spazio politico
mediterraneo nella storiografia italiana tra Grande Guerra e fascismo, cit.
STORIA D’ITALIA E FASCISMO 141

position si importante que l’Italie occupe dans la Méditerranée doit être plei-
nement mise en lumière et ne saurait mieux l’être que par un Italien, peut-être
pourriez-vous vous consacrer plus particulièremente à un exposé des intérêts
italiens dans la Méditerranée24.

In margine a quella comunicazione, Volpe annotava una scaletta dei


possibili contenuti dell’intervento:

L’Italia nel Mediterraneo dal 1920; Missione e compiti dell’Italia nel pensie-
ro del Risorgimento; l’Italia e l’intervento, 1914-1915; Storia di Roma e Storia
d’Italia; Risorgimento e Fascismo; Risorgimento (limiti cronologici e fasi diver-
se): in certo senso, 1846-1848, ma anche 1815, 1796, anche XVII-XVIII secolo;
“Risorgimento”: presuppone decadenza da una pristina grandezza. In che sen-
so è da intendersi ciò?; Fatti da esaminare: Europa, Savoia, Italia25.

L’anno successivo, sempre sotto gli auspici della Fondazione Carne-


gie, usciva a New York l’opuscolo The Mediterranean problem. Intere-
sts and policies of England and Italy, a firma di Volpe e di Sir Stephen
King-Hall26. Quasi a testimoniare che, almeno agli occhi dell’uditorio
internazionale, l’impegno storiografico di Volpe aveva evitato il devia-
mento verso un chiuso e anacronistico nazionalismo storiografico, come
pure si è autorevolmente sostenuto27. Lo dimostravano anche le succin-
te Norme e criteri per la redazione degli articoli di Storia medioevale e
moderna per l’Enciclopedia Italiana, 1925, in cui si ribadivano alcune
delle direttrici del progetto di «Storia d’Italia in collaborazione», ac-
compagnate da un guardingo senso del realismo storico28. Nel 1929,
Volpe, sempre nella sua qualità di responsabile della sezione storica della
Treccani, interveniva sul testo della voce di Silvio Pivano, dedicata al
marchese di Ivrea, Arduino, incoronatosi «re d’Italia» nel 1000, nel
tentativo di emancipare i territori da lui dominati dalla sovranità impe-

24
André Tibal, professeur à la Sorbonne et à la Dotation Carnegie, à Gioacchino
Volpe, 3 febbraio 1937, CV.
25
Ibidem.
26
Si veda The Mediterranean problem. Interests and policies of England and Italy, by
Commander Stephen King-Hall, R.N. and His Excellency Gioacchino Volpe. Questions
on our policy in China conflict and Secretary of State Hull’s reply, New York, Carnegie En-
dowment for International Peace, Division of Intercourse and Education, 1938.
27
G. GALASSO, L’Italia come problema storiografico, cit., pp. 98-99.
28
Il testo delle Norme, stampato per uso interno a cura dell’Istituto Giovanni Trecca-
ni, conservato in Archivio storico dell’Enciclopedia Italiana, Roma (AEI), venne riprodotto
in La predisposizione del lavoro in una grande impresa scientifico-editoriale. L’Enciclopedia
Italiana dell’Istituto Giovanni Treccani, in «L’organizzazione scientifica del lavoro. Rivi-
sta dell’Ente nazionale italiano per l’organizzazione scientifica del lavoro», 1928, 3, p. 450.
Lo si veda ora in Appendice, infra.
142 CAPITOLO QUARTO

riale. Alla ripresa dell’interpretazione mitologica di questa vicenda se-


condo la più vieta vulgata risorgimentale Volpe obiettava con queste
parole: «Non voglio contrapporre troppo nettamente una mia opinio-
ne alla tua nella faccenda di “Arduino”. Ma tu, fine storico e conosci-
tore del decimo e dell’undecimo secolo, non puoi non convenire che è
eccessivo rappresentare oggi Arduino come un re “schiettamente na-
zionale”. Tu conosci meglio di me la storia e la vicenda di questo sen-
timento, e la necessità di trovare le parole adatte per esprimerlo nei suoi
vari momenti»29. A questo cortese ma fermo richiamo all’ordine, Volpe
aggiungeva di suo pugno una significativa riformulazione del passo fi-
nale del lavoro dello storico torinese, dove erano ben tenute distinte le
ragioni del passato remoto, del passato prossimo e anche del presente
della storia italiana.

Ben rilevata si presenta la figura di questo re sullo sfondo della vita italiana
attorno al mille. Assai notevole la sua azione in un’epoca di profondo travaglio
della società medioevale nella valle del Po. Trovandosi egli spesso solidale con
la piccola nobiltà contro i vecchi signori, ne aiutò indirettamente l’ascesa: e si
sa qual parte quella classe sociale ebbe nella prima organizzazione del Comu-
ne. Insofferente di dominio straniero, vagheggiò un regno indipendente nel-
l’alta Italia, nella regione stessa in cui questa aspirazione si sarebbe poi più volte
ripresentata, specie nelle coscienze, a difesa degli stranieri, e in essa, mutate le
condizioni d’Italia e d’Europa, si sarebbe infine realizzata. E questo ci spiega
come nel XIX secolo gli uomini del risorgimento si siano riconosciuti in Ardui-
no ed abbiano visto in lui un precursore. Certo, si deve ammettere che, attra-
verso i contrasti con i Tedeschi, contrasti che mettevano di fronte principi e
milizie di nazionalità diverse, si venne concretando nelle popolazioni italiane il
sentimento di un loro proprio essere nazionale: il quale sentimento, del resto,
aveva una sua base già nella tradizione non mai spenta delle lotte fra Impero
romano e Germani e delle invasioni barbariche30.

2. La consonanza forte tra Volpe e Gentile, all’interno dell’Enciclope-


dia Italiana, si basava anche su simili prese di posizione, che la Kultur-
kampf dei due studiosi contro le più che reali minacce di una reconqui-
sta cattolica del mondo intellettuale avrebbe ulteriormente cementa-
to31. Eppure quel comune sentire, particolarmente fecondo di risultati

29
Gioacchino Volpe a Silvio Pivano, s. l., 15 giugno 1929, minuta, AEI.
30
Ibidem. Il passo barrato è cancellato nel manoscritto. L’intervento di Volpe riman-
dava a ID., Il Medioevo, cit., pp. 161-162.
31
Si veda E. DI RIENZO, Un dopoguerra storiografico, cit., pp. 85 ss. Sottovaluta que-
sto aspetto G. TURI, Il mecenate, il filosofo e il gesuita. L’“Enciclopedia Italiana”, Bologna,
Il Mulino, 2002, pp. 89-90, 177 ss.
STORIA D’ITALIA E FASCISMO 143

nella comune gestione dei grandi istituti di cultura del regime (dall’Ac-
cademia d’Italia alla Scuola di Storia Moderna e Contemporanea, al-
l’Istituto per la storia del Risorgimento), rivelava anche profondi, in-
consapevoli, o forse soltanto inespressi motivi di diversità e di dissenso.
Questi si collocavano, in primo luogo, nella diversa concezione genera-
le del processo storico. Necessariamente ingabbiata, quella di Gentile,
nel sistema di una filosofia della storia poco predisposta a cogliere i
momenti della decadenza, della caduta, del regresso, dell’involuzione,
della difformità nei confronti di un decorso logicamente preordinato,
che sembrava non poter ammettere la lacerazione di una precedente
sintesi32. Costituzionalmente aperta, quella di Volpe, ad «approfondire
e allargare la visione della realtà storica»33, senza per questo regredire a
mero «vitalismo»34, a valorizzare egualmente, e senza subordinazione
gerarchica o causale, l’alternarsi della fase positiva e di quella negativa,
l’andamento per alti e per bassi delle vicende umane, i tempi di espan-
sione e di contrazione di una società, fino a postulare una legge dello
sviluppo diacronico composta necessariamente «di un momento distrut-
tivo e di un momento costruttivo e innovatore, fusi in uno»35.
Questa posizione aveva avuto un’immediata ricaduta politica nel
1932, quando Volpe comunicava a Gentile la proposta, indirizzata al-
l’Accademia d’Italia e al partito fascista, nella persona del Segretario
nazionale Achille Starace, di celebrare il decennale del regime con un
volume di Studi bibliografici, composto da una «serie di articoli critico-
bibliografici per dar conto dell’attività italiana negli studi storico-poli-
tici-giuridici-economici-filosofici nel quindicennio o circa dalla guerra
ad oggi»36. L’iniziativa non si rivolgeva soltanto a studiosi già da tempo
affermati (come Mario Attilio Levi e Piero Pieri), ma prevedeva la col-
laborazione di una generazione di ricercatori più giovani di quelli inter-
pellati nei primi anni Venti. Tra questi, Chabod, Maturi, Morandi, Se-

32
Si veda G. SASSO, Le due Italie di Giovanni Gentile, Bologna, Il Mulino, 1988, pp.
19 ss.; 46 ss.
33
Gioacchino Volpe a Giuseppe Prezzolini, 9 marzo 1922, AGP.
34
Come sostiene G. SASSO, Le due Italie di Giovanni Gentile, cit., p. 24, mutuando da
I. CERVELLI, Gioacchino Volpe, cit., pp. 587 ss. Ma il giudizio era già nel contributo di E.
SESTAN, Gioacchino Volpe storico e maestro, pubblicato nel settembre 1958, in «Bilancio.
Rassegna bimestrale delle edizioni Sansoni», pp. 14-15.
35
G. VOLPE, Prefazione a Storia d’Italia, Roma, Volpe Editore, 1968, 2 voll., I, p. XIII.
La si veda ora riprodotta in Appendice, infra. Ma il tema è già presente in ID., Motivi ed
aspetti della presente storiografia italiana, in «Nuova Antologia», novembre-dicembre, 1932.
36
Gioacchino Volpe a Giovanni Gentile, Santarcangelo di Romagna, 20 agosto 1932,
AFG. Si veda anche ID., Programma per volume di “Studi bibliografici”. Prima circolare ai
collaboratori, Roma, 8 luglio 1932, CV. Lo si veda riprodotto in Appendice, infra.
144 CAPITOLO QUARTO

stan, naturalmente. Insieme a loro, Armando Momigliano, Felice Bat-


taglia, Ugo Spirito, Arnaldo Volpicelli, Guido Calogero, Rodolfo de
Mattei, al quale Volpe affidava la sezione fascismo37. Nella fattura del-
l’opera, anche questa volta, dovevano essere coinvolti non unicamente
personalità del mondo accademico ma altresì funzionari ministeriali e
pubblicisti come Mario Missiroli38. L’originalità del programma, se così
si può dire, era però un’altra. In quello strumento di lavoro, secondo
Volpe, dovevano infatti essere segnalate anche «le opere che suonano
critica al nuovo ordinamento instaurato dal fascismo, nel campo delle
dottrine e degli istituti politici o delle idee economiche, corporative»,
in quanto «fanno parte anche esse della recente attività intellettuale degli
Italiani, sono anche riflesso degli eventi, possono pur esse aver concor-
so ad acuire l’autocritica ed affinare lo sforzo costruttivo del fascismo»39.
Atteggiamento di apertura non sorprendente per chi, come Volpe, nei
suoi interventi storici e politici aveva sempre sottolineato la non estra-
neità del movimento socialista al potenziamento del sentimento nazio-
nale italiano nell’ultimo trentennio40.
Anche questo nuovo progetto di storia in «collaborazione», che sa-
rebbe stato rapidamente silurato dai vertici del Pnf41, costituiva una
testimonianza della dissonanza tra lo storico e il filosofo, se soltanto si
osserva che, nell’agosto del 1929, Gentile, a proposito della inquietan-
te presenza di elementi ancora antifascisti nell’Università, si era espres-
so sulla necessità di «liquidare un passato che è ben passato» anche
nella memoria storica della nazione42. Quella disparità aveva già pro-

37
Si veda Gioacchino Volpe a Rodolfo De Mattei, Santarcangelo di Romagna, 14 ago-
sto 1932, ivi: «Ci sono due capitoli ancora scoperti: uno è fascismo; cioè dar conto della
produzione più notevole relativa alla storia del fascismo, alla dottrina politica sua, ecc. (esclu-
so ciò che si attiene all’economia), 15-20 pagine di stampa, deve servire di guida al lettore
italiano e straniero. Ho riservato a lei questo capitolo». Volpe avrebbe accolto favorevol-
mente il lavoro di De Mattei con la lettera del 16 settembre: «Bravo, che lavoro! Benissi-
mo, i vari argomenti. Si potrebbe aggiungere forse (o incastrarli in qualcuno dei capitoli
da lei disegnati) un capitolo sul fascismo e ideali di vita, fascismo e concetto dell’uomo».
La lettera è riprodotta in L. RUSSI, Il passato del presente, cit., p. 33 n.
38
L’elenco completo degli studiosi interpellati era in appendice al Programma per
volume di “Studi bibliografici”. Seconda circolare ai collaboratori, Santarcangelo di Roma-
gna, 8 agosto 1932, CV. Lo si veda riprodotto in Appendice, infra.
39
Ibidem.
40
Questa tesi ritornava anche in ID., Storia del movimento fascista, cit., p. 10.
41
La presenza di Missiroli, tra i nomi dei collaboratori del volume di Studi bibliogra-
fici, costituiva una delle cause del divieto di pubblicazione dell’opera da parte di Starace.
Si veda R. DE FELICE, Gli storici italiani nel periodo fascista, in ID., Intellettuali di fronte
al fascismo. Saggi e note documentarie, Roma, Bonacci, 1983, pp. 190 ss., in particolare
pp. 194-196.
42
G. GENTILE, Politica e cultura, cit., II, pp. 235 ss.
STORIA D’ITALIA E FASCISMO 145

dotto, e questa volta nel particolare, la differente valutazione di alcuni


momenti salienti della storia italiana: dalla rilevanza politica e sociale
dell’eterodossia religiosa nell’età di mezzo e più oltre alla crisi civile del
Rinascimento, alla vera o solo presunta decadenza italiana nell’età del
predominio spagnolo, al risveglio patriottico determinato dall’espan-
sione rivoluzionaria francese della fine del secolo XVIII, al significato
nazionale del movimento socialista, al rapporto tra Italia liberale e fa-
scismo. Di qui anche la maggiore apertura della ricostruzione risorgi-
mentista di Volpe, che si allargava a comprendere anche figure intellet-
tuali e politiche, come Romagnosi e Giuseppe Ferrari43, male o per nulla
inseribili non soltanto nel disegno storico tracciato da Croce44, ma an-
che nell’affresco degli «albori della nuova Italia» tratteggiato da Gen-
tile, che restava egemonizzato in misura totalitaria da Rosmini, Giober-
ti e Mazzini45.
La comune battaglia contro l’«antirisorgimento», il «precursorismo»
fascisti, da un lato, e contro il miope e tetragono sabaudismo di De
Vecchi di Val Cismon, dall’altro (battaglia quest’ultima che si sarebbe
trascinata senza successo nel 1933, anche sul piano istituzionale, per il
controllo della Società Nazionale per la Storia del Risorgimento)46, con-
tribuivano in ogni caso ad attutire questi contrasti. Ma non ad eliminar-
li. Questi persistevano, infatti, anche quando la tesi della lunga durata
della nazione italiana, proposta da Volpe, entrava in rotta di collisione
con l’antistoricismo di «certe avanguardie o ali di fascisti... troppo fa-
scisti, per i quali l’Italia nasce attorno al 1920 o, tutt’al più, nel 1914-
1915»47. In questo contesto, Volpe teneva fermo sulla continuità della
storia patria, dal Risorgimento alla stagione della Destra, alla stessa Ita-
lia giolittiana, valorizzando la logica intrinseca di un percorso che ave-
va conosciuto importanti momenti di accelerazione (tra 1915 e 1922),
anch’essi destinati tuttavia a costituire fasi transitorie di un complesso
ciclo di sviluppo che si riconnetteva alla lunga durata della «storia che
passa» e che escludeva che l’Italia potesse avere, come destinazione e
come tappa finale del suo cammino, il regime personale di Mussolini
secondo uno schema teleologico che faceva di ogni evento passato il
remoto o prossimo precorrimento dell’oggi.

43
Gioacchino Volpe a Giovanni Gentile, Pisa, 27 febbraio 1909, AFG.
44
In merito al contenzioso insorto tra Croce e Volpe sulla figura di Giuseppe Ferrari,
G. VOLPE, Ritorno di Ferrari?, in «Corriere della Sera», 8 ottobre 1927, ora in ID., Pagine
risorgimentali, Roma, Volpe, 1967, 2 voll., I, pp. 223 ss. La replica di Croce appariva ne
«La Critica», XXVI, 1928, 2, p. 370.
45
G. SASSO, Le due Italie di Giovanni Gentile, cit., pp. 467 ss.
46
E. DI RIENZO, Un dopoguerra storiografico, cit., pp. 81 ss.
47
G. VOLPE, Ripensando al Congresso fascista, cit., p. 305.
146 CAPITOLO QUARTO

Se vogliamo proprio rifarci indietro, guardiamo tutta la storia italiana, in


quanto rivela certe qualità e attitudini e tendenze del nostro popolo, masse o
individui; guardiamo un po’ di più il XIX secolo, cioè il Risorgimento, con il
suo sforzo di dare all’Italia coscienza piena di azione e di creare lo Stato unita-
rio, con la sua potente aspirazione ad un presente e ad un avvenire pari al pas-
sato, con il suo giobertismo e il mito del “primato” o della “missione”, con i
suoi elementi di socialismo nazionale, con il potente lievito idealistico del suo
Mazzini, con il suo garibaldinismo e volontarismo. Ancora di più, guardiamo i
20 o 30 anni che precedono la guerra: cioè i partiti politici, le forme istituzio-
nali, i gruppi sociali, i pensieri, gli ideali, che tennero il campo, eredità ormai
logora del passato o formazione nuova. È di quel periodo una certa ascesa della
grande massa del popolo italiano, che iniziava anche esso il suo Risorgimento,
laddove ferma, diffidente, spesso ostile era stata nel primo più borghese e citta-
dino. Risorgimento politico del XIX secolo. I progressi dell’economia, la grande
industria, il risveglio agricolo, lo sviluppo dei centri urbani, le agitazioni a fon-
do sociale, la stessa emigrazione, determinano o accompagnano questa ascesa,
che è economica e intellettuale più che veramente politica, ma che appunto per
questo comincia a determinare uno squilibrio fra l’Italia di fatto e l’Italia di
diritto, fra “popolo” e Stato, popolo e governo, popolo e classe dirigente o clas-
se politica48.

Il passo citato è del 1934, lo stesso anno nel quale Volpe aveva preso
le distanze da uno degli autori cardine dell’«anti-risorgimento» del re-
gime, Alfredo Oriani, suscitando la violenta reazione della fascistissima
rivista fiorentina «L’Universale» diretta da Berto Ricci49, che definiva
«pietosa» la rievocazione fatta dallo storico dell’autore della Lotta po-
litica50. Ma già precedentemente Volpe aveva mostrato il suo ampio
scetticismo verso le future sorti progressive, che il regime fascista van-
tava di aver assicurato in esclusiva all’Italia, con una polemica squisita-
mente intellettuale. Nel maggio del 1930, Umberto Fracchia pubblica-

48
ID., Le corporazioni fasciste, a cura di L. Lojacono, Milano-Roma, 1934, numero
speciale di «L’economia italiana. Rassegna fascista mensile di politica ed economia», XIII,
ora in R. DE FELICE, Il fascismo. Le interpretazioni dei contemporanei e degli storici, Roma-
Bari, Laterza, pp. 330 ss., in particolare pp. 330-331. Sulla battaglia contro il «precurso-
rismo» fascista, si veda G. VOLPE, Motivi ed aspetti della presente storiografia italiana, cit.
49
Si veda Gioacchino Volpe ad Augusto Torre, 12 aprile 1934: «Ha letto L’Universa-
le di Firenze che attacca il mio discorso di Ravenna? Credo abbia torto lui, ragione io»,
in A. TORRE-G. VOLPE, Carteggio, 1932-1961, a cura di V. Cimatti, in I Quaderni del Car-
dello. Annali di studi romagnoli della Fondazione “Casa Oriani”, XIX, 2004, pp. 131 ss.,
in particolare p. 132. L’articolo in questione era redatto da Edgardo Sulis ed era apparso
il 25 marzo 1934, con il titolo Animatore o seguace? Il dissidio si rinnovava nel 1940, a
proposito del commento che Volpe avrebbe dovuto redigere per una nuova edizione del-
la Lotta politica di Oriani, ad uso delle scuole medie superiori. Sul punto, M. BAIONI, Il fa-
scismo e Alfredo Oriani. Il mito del precursore, Ravenna, Longo Editore, 1988, pp. 110 ss.
50
G. VOLPE, Alfredo Oriani storico e politico, conferenza tenuta il 18 febbraio 1934 al
teatro Alighieri di Ravenna, cit.
STORIA D’ITALIA E FASCISMO 147

va un intervento che denunciava la mancanza di un pubblico medio


«illuminato», simile a quello delle altre nazioni europee, che fosse con-
sapevole del fatto che lo scrittore «compia opera d’importanza nazio-
nale»51. Da questa denuncia nasceva una vera e propria querelle, che si
allargava a considerare l’assenza di una vera e propria letteratura «po-
polare» italiana, che veniva ripresa da Ugo Ojetti e che avrebbe susci-
tato l’interesse di Gramsci52. L’articolo di Fracchia riprendeva i conte-
nuti di un discorso di Volpe, pronunciato all’Accademia d’Italia nel
maggio dello stesso anno, dove si sosteneva che nell’ultimo decennio
non si erano visti «spuntare grandi opere pittoriche, grandi opere sto-
riche, grandi romanzi», ma si era assistito soltanto al serpeggiare di «for-
ze latenti, aneliti all’ascesa». Tra questi, anche il futurismo che, per
Volpe, non costituiva un vero e proprio fenomeno estetico ma soltanto
l’incamminamento verso un futuro stato di cose nel mondo delle espres-
sioni artistiche, che fino ad allora non aveva prodotto risultati realmen-
te significativi. Era un giudizio che sarebbe stato ribadito ampiamente
nelle pagine di Italia moderna53, e che non riguardava un dissidio di
carattere semplicemente culturale. Quel giudizio investiva infatti an-
che gli aspetti politici del futurismo, che avevano prodotto il cascame
ideologico più ingombrante del fascismo movimento e poi del fascismo
partito, con il loro seguito di «ducismo, superomismo, miracolismo,
provvidenzialismo, idolatrie, mistiche esaltazioni e messianiche attese»54.
Anche Marinetti entrava nel dibattito, ma solo per denunciare il pro-
nunciamento di Volpe, con una dura nota di protesta indirizzata all’Ac-
cademia, che provocava una risposta dell’interessato, direttamente in-
dirizzata al creatore del movimento futurista, nel fondo tutt’altro che
conciliatoria.

Ho letto la Sua protesta. Ho fatto un breve esame di coscienza: mi pare di


non avere colpe. Intanto, escludo in modo assoluto che io abbia voluto fare
allusioni personali e polemiche a chicchessia: cioè a Lei. Sarebbe stato ultra-

51
U. FRACCHIA, Lettera aperta a S.E. Gioacchino Volpe, in «L’Italia Letteraria», II, 22
giugno 1930, 25, pp. 34 ss.
52
Si veda rispettivamente: U. OJETTI, Lettera ad Umberto Fracchia sulla critica, in «Pe-
gaso», II, agosto 1930, 8, pp. 207 ss.; A. GRAMSCI, Quaderni del carcere, cit., IV, pp. 2250-
2251.
53
G. VOLPE, Italia moderna, cit., III, pp. 295-296.
54
ID., Memoriale al Ministro della Pubblica Istruzione, 15 luglio 1946, cit. Su futuri-
smo e fascismo, E. GENTILE, Political Futurism and the Mith of the Italian Revolution, in
G. Berghaus (ed.), International Futurism in Arts and Literature, Berlin-New York, Wal-
ter de Gruyter, 2000, pp. 1 ss.; F. PERFETTI, Futurismo e fascismo, una lunga storia, in Fu-
turismo, 1900-1944. Arte, architettura, spettacolo, grafica, letteratura, a cura di E. Crispol-
ti, Milano, Mazzotta, 2001, pp. 215 ss.
148 CAPITOLO QUARTO

sconveniente, nella mia qualità e in quella occasione. Quanto alla sostanza del-
le parole da me pronunciate, sì, c’era un giudizio, una valutazione di correnti e
movimenti e atteggiamenti di gruppi letterari e artistici. Ma il Segretario gene-
rale non deve avere opinioni? Deve esser egli un ragioniere? Deve pesare, mi-
surare parole e virgole, quando trattasi non di persone ma di cose, di cultura,
di scienza, di arte ecc., per timor di urtare alte suscettibilità? Ed è proprio
Marinetti, il francopolemista, il battagliatore, che prende scandalo di una leg-
gerissima punta nella polemica e mi richiama al dovere in forma ufficiale? Come
a dire che domani io dovrei protestare se Marinetti, divenuto Segretario e rela-
tore, si lasciasse scappar di bocca una concezione della vita storica, un giudizio
sopra opere o libri che io reputassi errato. Caro Marinetti, lei ha sempre parlato
contro le Accademie: ebbene, m’accorgo di essere io, quasi quasi, più antiacca-
demico di lei. Ma io... ho detto male di Garibaldi: cioè ho diffamato la pittura,
la poesia, l’architettura italiana ecc., ho fatto del disfattismo. Santi Numi! Vice-
versa, ho proprio polemizzato contro i disfattisti, contro le prefiche, contro i
1000 e i 100.000 che oggi lamentano la decadenza di tutta la coltura e arte ita-
liana! Ho detto che c’è del torbido, ancora, del caotico, dell’anarchico – quasi
manifestazione superstite di bolscevismo – ma anche fermenti vigorosi, pro-
messe, realizzazioni in fatto di arte, di romanzo, scienze politiche, storiografia,
architettura, ecc.; cioè un mondo ancora non bene espresso ma che batte alla
porta e si fa avanti. Così io considero, caro Marinetti, lo stesso suo futurismo:
non arte essa, ma sintomo di cose che maturano nel campo dell’arte. Questo ho
voluto dire, egregio amico, non perché io sentissi impegnata la mia responsabi-
lità di Segretario ma per chiarire amichevolmente la cosa. Pur non dividendo
tutti i suoi ideali artistici, io ho simpatia per l’“uomo Marinetti”. Il nostro caro
e ottimo Sartorio aveva pensato di investire della cosa il Consiglio Accademico.
Io gli ho detto: no Presidente, queste non sono materie da Consiglio accademi-
co. E poi, il giorno in cui Gioacchino Volpe non fosse più libero, quando parla
all’Accademia, di esprimere un giudizio nel campo degli studi, della scienza,
dell’arte, egli se andrebbe via di volata! 55

Alla fine di novembre del 1931, partecipando, nelle veste ufficiale di


Segretario dell’Accademia d’Italia, al secondo Congresso degli Istituti
fascisti di cultura, Volpe insisteva in questa polemica, parlando del «nuo-
vo spirito che si suole chiamare fascista» solo in quanto «spirito di un’Ita-
lia che ha superato la fase, il momento socialista, nazionalista, liberale,
pur non intendendo rinnegare nessuna di queste esperienze ed esigenze,
e ne tenta la sintesi e il superamento». E concludeva, sostenendo che:

Troppo si accentua – mi pare – l’aspetto, dirò così, miracolistico del Fasci-


smo, mentre bisogna aver presente l’Italia di oggi e quella di ieri, senza segnare
un abisso fra le due Italie. Non corrisponderebbe a verità e ingenererebbe,

55
Gioacchino Volpe a Filippo Tommaso Marinetti, Roma, 10 giugno 1930, minuta
manoscritta, CV. In margine alla lettera un’annotazione di Volpe recitava: «Parole dette
da me in seduta accademica e da Marinetti intese come affronto al Futurismo. Sua prote-
sta e mia risposta».
STORIA D’ITALIA E FASCISMO 149

specialmente tra gli stranieri, l’idea della nostra presente Italia come qualcosa
di artificioso, tutto legato alla vicenda mortale di uomini singoli, di un uomo.
Così non deve essere56.

L’attacco esplicito al montante culto della personalità di Mussolini


era respinto con asprezza da Telesio Interlandi, sulle pagine del «Teve-
re»57. Nella replica a Volpe, il giornalista ridimensionava fino ad annul-
larla l’individualità dell’Italia pre-fascista, postulando come un incon-
trovertibile dato di fatto che se non «c’è il minimo dubbio che è stata
l’Italia a generare di sé, delle sue migliori tradizioni e aspirazioni il
Fascismo; è altrettanto certo che, dentro ciascuno di noi, la drammati-
ca voce di Mussolini ha svegliato quanto di virtuoso vi era assopito; e
quelle tradizioni e aspirazioni solo nell’atmosfera creata da Mussolini si
son viste splendere come valori essenziali al risorgimento d’un popolo;
non altrimenti gli astronomi spiegano il fenomeno delle stelle filanti;
oscuri frantumi di corpi celesti che s’incendiano e splendono soltanto
nell’attraversare l’atmosfera terrestre». Più corrosivo diveniva poi il
contraddittorio sul piano politico, dove Interlandi rivendicava il carat-
tere incontrovertibile di cesura storica rappresentato dalla marcia su
Roma, la cui negazione si configurava addirittura come crimine di lesa
maestà verso il Duce del fascismo e come tradimento nei confronti del
significato «rivoluzionario» delle giornate radiose del fatidico autunno
romano. In quell’occasione, infatti, «la storia ideale della nazione italia-
na ha subito una frattura: qualche cosa non continuò più e qualche cosa
principiò. Nell’ottobre del 1922, infatti, «non subentrò un partito a un
partito, né un governo a un governo, né un Presidente del Consiglio a
un altro: ci fu qualche cosa che si chiama Rivoluzione».
Volpe non si sottraeva al dibattito, replicando con una lettera aperta
a Interlandi58, nella quale si rivendicava la fecondità dei diversi modi,
dei «due, tre, cinque, ottocentomila» modi di vivere il fascismo, e dove
si insisteva certamente sulla «necessità di marciare compatti» per co-
struire la nuova Italia, ma «come una milizia» e «non come frateria».
Tanta eterodossia risultava però incompatibile con la costruzione tota-
litaria di un regime, di cui Interlandi si sentiva il più fedele custode59,

56
L’intervento di Volpe del 23 novembre 1931 è raccolto in Atti del II Congresso de-
gli Istituti fascisti di cultura, 21-23 novembre 1931-Anno X, Roma, 1932, pp. 100-102.
57
Il non identificato fascismo, in «Il Tevere», 25-26 novembre 1931. L’articolo di In-
terlandi appariva in forma anonima.
58
Una lettera aperta di S.E. Volpe sui “modi di sentire e vivere il Fascismo”, in «Il Te-
vere», 27 novembre 1931, ora in G. VOLPE, Scritti sul fascismo, cit., I, pp. 147 ss.
59
Su Interlandi e il suo giornale, che spesso era utilizzato come portavoce ufficioso
del capo del governo, pagine molto efficaci sono in G. MUGHINI, A via Mercede c’era un
razzista, Milano, Rizzoli, 1991.
150 CAPITOLO QUARTO

tanto da provocare una nuova e più accesa controreplica sulle pagine


del «Tevere», che finiva per espellere Volpe, e con lui molti altri uo-
mini provenienti dall’esperienza del nazionalismo liberale, dall’eccle-
sia mussoliniana, per spingerlo addirittura nella terra sconsacrata del-
l’«afascismo», se non addirittura dell’antifascismo militante. Se infatti
il latitudinario fascismo di Volpe si riduceva ad un «generico patriotti-
smo, ad un amore per il suolo della Patria, ad un orgoglio per la gloria
italiana, ad una speranza per le fortune avvenire», in quel modo di vi-
vere e di intendere il fascismo poteva rientrare la vecchia Italia dei
Giolitti, dei Nitti, degli Sforza, degli Sturzo, con conseguenze facilmente
immaginabili sulla coerenza ideologica di un regime, ormai prossimo a
celebrare il suo decennale, destinata a tramutarsi in una «una broda
insipida, una specie di involucro tricolore, come quello che si mette agli
agrumi per l’esportazione»60.
La temperatura al calor bianco raggiunta dalla polemica provocava
un intervento superiore per mettere la sordina ai due contendenti, come
registrava lo stesso Interlandi nella lettera a Camillo Pellizzi del 28
novembre, dove si ritornava in ogni caso ad insistere sull’urgenza e la
drammaticità del problema posto sul tappeto61. Ma al silenzio calato
forzosamente sulla vicenda faceva riscontro la notizia di un prossimo e
autorevolissimo richiamo all’ordine di Volpe, presumibilmente da parte
dello stesso Mussolini, alla quale lo storico reagiva, giocando d’anticipo,
con la lettera del primo dicembre, indirizzata a Lando Ferretti, Capo
dell’Ufficio stampa della Presidenza del Consiglio. Nella corrispondenza
Volpe ribadiva le sue posizioni e concludeva domandando ironicamente
a Ferretti di «dirmi se, d’ora in avanti, io debbo, quando mi pare che
abbia qualcosa che valga la pena di dire, dirlo oppure vietare a me stesso
di scrivere e parlare di fascismo e limitarmi a far l’uomo accademico»62.

60
T. INTERLANDI, Uno, ottocentomila e nessuno, in «Il Tevere», 28-29 novembre 1931.
A fianco dell’editoriale di Interlandi appariva una lettera di Vittorio Cian contraria a
Volpe, indirizzata al direttore del «Tevere», che significativamente si concludeva afferman-
do: «L’intransigenza è imposta dalla passione e dalla fede, della quale è condizione essen-
ziale. Un fedele che transige è già un infedele...».
61
Si veda Telesio Interlandi a Camillo Pellizzi, 28 novembre 1931, Archivio Fonda-
zione Ugo Spirito, Fondo Camillo Pellizzi, b 30, f. 25: «Avete letto quel che dice Volpe e
quel che rispondo io, sul Tevere? A me pare che sia una discussione di capitale importan-
za, nella quale dovrebbero metter bocca tutte le persone intelligenti e ansiose delle sorti
del Fascismo e dell’Italia. Noi abbiamo bisogno di parlarci chiaro; e il momento è buono.
Perché non scrivete qualche cosa sull’argomento? Io ho la sensazione che si stia giocan-
do un brutto scherzo a Mussolini; che gli si voglia far fare il mestiere del venditore levan-
tino di tappeti, che domanda cento per contentarsi di due. Mi scrivereste qualche cosa?».
62
Gioacchino Volpe a Lando Ferretti, Capo dell’Ufficio stampa della Presidenza del
Consiglio, Roma, 1 dicembre 1931. La lettera è pubblicata in E. DI RIENZO, Gioacchino
Volpe: fascismo, guerra e dopoguerra, cit., pp. 124-125.
STORIA D’ITALIA E FASCISMO 151

Era una replica che rischiava di aggravare ulteriormente il già avan-


zato processo di isolamento politico dello storico all’interno del regi-
me. Un isolamento, tuttavia, che Gentile si incaricava di interrompere
autorevolmente con un’esplicita ripresa delle posizioni di Volpe, ap-
parsa nel dicembre del 1931 sulle pagine di «Politica Sociale», nella
quale si ribadiva la lunga continuità della storia italiana e dove si affer-
mava che smarrire il filo di quella continuità o spezzarlo non poteva
essere interesse del fascismo, «la cui rivoluzione è progresso in quanto
è restaurazione: consolidamento delle basi per edificarvi su un solido
edificio, alto, nella luce. Ogni originalità senza tradizione, come ogni
spontaneità senza disciplina, è velleità sterile, non volontà virile. Ca-
priccio, non programma. Non è lo spirito del Fascismo, ma la sua cari-
catura»63. Ma, anche in questo caso, l’aiuto fraterno prestato da Gentile
al condiscepolo della Scuola Normale malcelava delle differenze non
sottovalutabili. Per Gentile, pure poco indulgente contro le «futuristi-
che negazioni» della realtà storica, il fascismo rappresentava in ogni caso
un evento in grado di costituire il compimento ultimo e definitivo del
grande moto risorgimentale, l’unico possibile inveramento del liberali-
smo e quindi la logica conclusione di tutta la storia nazionale64. Un’ipo-
tesi che, in ultimo almeno, non solo trovava qualche punto di tangenza
con la ricostruzione che Roberto Farinacci presentava nella sua Storia
della Rivoluzione fascista65, ma che era ribattuta da alcuni studiosi, nel
passato molto vicini a Volpe, come Francesco Ercole ed Arrigo Solmi66,
il quale nel 1935 avrebbe sostenuto:

Per l’Italia, la guerra ha determinato una profonda trasformazione, che lo


storico dovrà spiegare in tutta la sua grandiosa estensione. Infatti è dalla guerra
e dalla vittoria che si precisa la nuova coscienza nazionale, la quale dà vita agli
ideali e alle istituzioni del Fascismo. Questa profonda trasformazione, veramente
rivoluzionaria, si spiega soltanto come il prodotto di fattori, che si legano agli
avvenimenti, alla struttura e alle vicende della storia italiana, dall’età remota
della maturazione civile sotto la guida di Roma, attraverso la miracolosa ripresa
dell’età dei Comuni e del Rinascimento, fino alla faticosa ricostruzione, susse-
guente alle tragiche esperienze della servitù politica, per opera del Risorgimen-
to. Sotto questo aspetto il Fascismo è fenomeno schiettamente italiano: esso

63
G. GENTILE, Risorgimento e fascismo, in Politica e cultura, cit., II, pp. 111 ss., in
particolare p. 116.
64
ID., Prefazione a C. LICITRA, Dal liberalismo al fascismo, cit.
65
R. FARINACCI, Storia della Rivoluzione fascista, Cremona, Società editrice Cremona
Nuova, 1937, 3 voll., III, pp. 198 ss.
66
A. SOLMI, La genesi del Fascismo. Quaderni dell’Istituto Nazionale Fascista di Cul-
tura. Serie Terza, 9, Milano, Treves, 1933; F. ERCOLE, La Rivoluzione fascista, Palermo,
Ciuni, 1936.
152 CAPITOLO QUARTO

non avrebbe potuto nascere, se non avesse avuto dietro di sé, nella storia, quale
asse ereditario di provenienza più o meno remota, la serie delle creazioni civili
e degli eventi singolari della storia italiana, oggetto degli studi e dell’ammira-
zione di tutti i popoli moderni, ma derivati da energie nazionali. Tutto ciò risul-
ta non soltanto dall’azione, ma anche dagli scritti veramente mirabili di Benito
Mussolini, creatore del Fascismo, poiché in questi scritti è vivo il senso della
tradizione e della grandezza romana, vivo il senso del valore storico del Rina-
scimento e del Risorgimento italiano, e più volte affermato il vincolo diretto tra
il Risorgimento, la guerra mondiale e il Fascismo67.

Per Volpe, tutto al contrario, il movimento di Mussolini restava ap-


punto «movimento», fenomeno sicuramente necessario allo sviluppo
della vita nazionale ma solo in quanto fase transeunte e temporanea della
storia italiana, tale da degradarsi nel suo trapasso a «regime», nell’ab-
bandono della sua funzione di dittatura provvisoria e costituzionale,
che avrebbe dovuto essere necessariamente anche fortemente autorita-
ria, a differenza del troppo mite regime di Diego de Rivera68, ma non
totalitaria (così come non sembrava esserlo l’Estado Novo creato da
Salazar)69, e piuttosto indirizzata a rinvigorire, senza distruggere, lo
spirito e gli istituti della vita liberale. Nel discorso pronunciato per il
centenario della nascita di Simon Bolivar, il 17 dicembre 1930, questa
interpretazione veniva ripresa con chiarezza e senza equivoci:

Insomma Bolivar non vuole essere re, non imperatore. Cioè pieni poteri: ma
non come normale situazione di diritto; e neppure imposta con la forza. Inten-
de che i pieni poteri gli siano conferiti regolarmente, legalmente, in risponden-
za ad una volontà nazionale che egli ha la certezza di incarnare. Dittatura e,
insieme, sovranità popolare: cioè dittatura riconosciutagli da popolo, sia pure
pel tramite dell’organo costituzionale che è interposto fra il capo supremo e il
popolo. Insomma, da una parte i principi, che non si vuole, non si può rinne-
gare; dall’altra, il temperamento autoritario di Bolivar, le stesse esigenze del
momento e dell’ambiente. Da una parte, la necessità della legge e di una costi-
tuzione ferma; dall’altra, il senso della insufficienza della legge e della costitu-
zione. Cose non tutte, forse, conciliabili; certo, non facili a conciliare70.

A. SOLMI, Introduzione ai Discorsi sulla Storia d’Italia, cit., pp. XIV-XV.


67

G. VOLPE, La dittatura del generale Rivera, in «Nuova Antologia», maggio-giugno


68

1930, pp. 49 ss., dove il regime di de Rivera veniva considerato una «dittatura dolce, qual-
che volta troppo dolce», tale da contrastare con la «logica» di un sistema dittatoriale.
69
ID., Salazar e lo “Stato nuovo” portoghese, in «Storia e politica internazionale», 31
marzo 1941, 1, pp. 3 ss. Il saggio era anche pubblicato come prefazione del volume di A.
BIZZARRI, Origine e caratteri dello Stato Nuovo portoghese, Milano, Ispi, 1941.
70
G. VOLPE, Simone Bolivar, 1783-1830. Discorso per il Centenario pronunziato alla
Reale Accademia d’Italia, il 17 dicembre 1930-X, Roma, Reale Accademia d’Italia, 1931,
pp. 16-17.
STORIA D’ITALIA E FASCISMO 153

Profondamente differenti, dunque, non potevano che essere, pro-


prio nella valutazione storica, le pagine che Gentile dedicava all’edifi-
cazione del sistema mussoliniano, nella seconda parte del suo Origini e
dottrina del fascismo 71, dalla Storia del movimento fascista di Volpe72.
Un’opera che al suo apparire, nel 1939, riceveva una sprezzante stron-
catura sulle colonne del «Popolo d’Italia»73. Ma che un intellettuale
fascista di grande classe come Camillo Pellizzi definiva, proprio nella
lettera indirizzata a Volpe il 23 luglio 1939, «il migliore e più autorevole
lavoro sull’argomento», aggiungendo in una successiva corrisponden-
za del gennaio 1940, con un’esplicita punta polemica rivolta contro
Gentile: «Volesse il cielo che, anche per la Dottrina, avessimo un libro
di questa levatura!»74. Ritornava infatti in questo punto, tra Volpe e
Gentile, la non conciliabile diversità di un giudizio storico destinato a
riverberarsi inesorabilmente, all’indomani del settembre 1943, sulle loro
biografie politiche, quando l’Italia si sarebbe drammaticamente «divi-
sa in due»75. Il filosofo avrebbe testimoniato fino all’estremo sacrificio
la sua fedeltà al regime fascista76, e insieme al suo sistema di pensiero
che a quel regime aveva tentato di dare compiuta forma teorica77. Lo

71
G. GENTILE, Politica e cultura, cit., I, pp. 369 ss.
72
Anche uno storico, certo non allineato con il regime, come Gino Luzzatto, definiva
alcune pagine della Storia del movimento fascista «abbastanza oneste». Si veda M. BEREN-
GO, Gino Luzzatto, Corrado Barbagallo e la censura fascista, in Studi in onore di Paolo Ala-
tri. II. L’Italia contemporanea, a cura di C. Carini e P. Melograni, Napoli, Esi, 1991, pp.
261 ss., in particolare p. 269.
73
L’articolo appariva l’11 febbraio 1939 sul «Popolo d’Italia», siglato B.B. Nello stri-
minzito resoconto, si definiva l’opera una «storia del fascismo narrata da un punto di vi-
sta extra fascista, entro il quale se costante ed estremamente onesto si rivela sempre lo
sforzo di comprendere, di giustificare e talvolta di esaltare quel gran capitolo della storia
dell’umanità che ha nome Fascismo», l’autore finiva per mostrarsi «guardingo e calcola-
to negli apprezzamenti e abbastanza lontano da quel pathos eroico da cui una storia del
Fascismo dovrebbe pur essere avvinta». Si veda la ferma replica di Volpe a quel giudizio,
nella lettera al direttore del quotidiano, Vito Mussolini, in data 25 luglio 1939, da me
pubblicata in Gioacchino Volpe: fascismo, guerra e dopoguerra, cit., pp. 129-130.
74
Camillo Pellizzi a Gioacchino Volpe, 23 luglio 1939 e 20 gennaio 1940, FV. Scon-
tato nella lettera del 1940 il riferimento a La dottrina storica del Fascismo con una storia
del movimento fascista, cit., che riproduceva, nella prima parte, la voce «Fascismo» del-
l’Enciclopedia Italiana, a firma di Mussolini, ma opera in realtà di Gentile. Nella prima
corrispondenza, indirizzata al «Caro Maestro», Pellizzi offriva a Volpe i suoi servigi per
realizzare una traduzione inglese della Storia del movimento fascista, da lanciare sul mer-
cato editoriale britannico.
75
G. SASSO, Giovanni Gentile e Gioacchino Volpe dinnanzi al crollo del fascismo, in
ID., Filosofia e idealismo. IV. Paralipomeni, Napoli, Bibliopolis, 2000, pp. 531 ss.; E. DI
RIENZO, Un dopoguerra storiografico, cit., pp. 179 ss.
76
Sull’adesione di Gentile all’ultimo fascismo, il rimando è a S. ROMANO, Giovanni
Gentile. Un filosofo al potere negli anni del regime, Milano, Rizzoli, 20042, pp. 402 ss.
77
Non convince, infatti, l’ipotesi di G. SASSO, Le due Italie di Giovanni Gentile, cit.,
secondo la quale l’assenso del filosofo al fascismo sarebbe stato determinato solo da un
154 CAPITOLO QUARTO

storico, in ossequio alla sua qualità di fermissimo monarchico, si sareb-


be ritirato nella pure non rassicurante nicchia dell’attendismo e della
zona grigia, rifiutando la sua adesione alla Repubblica di Salò78, ma
deprecando anche, dopo l’8 settembre, il tradimento del governo di
Badoglio nei confronti dell’antico alleato e persino le cautissime aper-
ture di quel ministero agli esponenti della resistenza al fascismo79.

3. Ma il tempo calamitoso della guerra civile era, ancora nel giugno 1943,
un evento neppure ipotizzabile alla lontana, quando Volpe comunicava
a Gentile di aver realizzato, dopo un lavoro ventennale, gran parte del
suo programma relativo alla storia italiana durante il primo, grande
conflitto.

Nel 1940, ho pubblicato il 1° volume di una storia civile, interna del popolo
italiano durante la guerra (Il popolo italiano fra la pace e la guerra). È già in
composizione il 2° volume (Il popolo italiano nella Grande Guerra, 1914-1918).
Fra 15 dì uscirà il 1° volume di Italia moderna, 1815-1915, a cui seguirà un se-
condo, pure di 500 pagine80.

Quel programma, la cui prima ispirazione risaliva al periodo di atti-


vità presso l’Ufficio Storiografico, aveva incontrato forti ostacoli nella
sua pratica attuazione, a partire dal volume sulla crisi di Caporetto, di
cui proprio Mussolini aveva espressamente ritardato la pubblicazione
per impedire che la comparsa di quel libro coincidesse con le celebra-
zioni della vittoria del 191881. La «Storia dell’Italia in guerra» di Volpe
risultava infatti sgraditissima al regime, preoccupato che quella ricerca
si attenesse «di preferenza e puramente allo studio delle agitazioni ope-
raie, dei moti comunisti e rivoluzionari, della propaganda disfattista;

generico patriottismo, senza trovare alcuna reale motivazione nella sua filosofia. Sul pun-
to, correttamente, A. DEL NOCE, Giovanni Gentile, Bologna, Il Mulino, 1990, in partico-
lare pp. 283 ss.; F. PERFETTI, Il fascismo di Gentile, in «Nuova Storia Contemporanea»,
2004, 2, pp. 5 ss.
78
Sulla rottura tra Gentile e Volpe, si veda ID., Ricordi di scuola, di studi, di amici, in
ID., Nel regno di Clio, Roma, Volpe, 1977, p. 289. Sul definitivo distacco dello storico da
Mussolini, si veda Gioacchino Volpe a Giovanni Gentile, Roma, 16 agosto 1943, AFG.
79
E. DI RIENZO, Un dopoguerra storiografico, cit., pp. 187-188.
80
Gioacchino Volpe a Giovanni Gentile, Roma, 3 giugno 1943, AFG. Il primo volu-
me usciva, appunto nel 1940, presso le edizioni dell’Istituto per gli Studi di Politica In-
ternazionale. Il secondo, restato a lungo inedito, è stato recentemente pubblicato per la
cura di A. Pasquale, Luni, Milano-Trento, 1998.
81
Si veda Gioacchino Volpe a Benito Mussolini, 23 giugno 1929, ACS, Segreteria
particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-1934), fasc. W/R, «Volpe Gioacchino»,
sottof. I., b 97.
STORIA D’ITALIA E FASCISMO 155

vale a dire dello stato d’animo operaio durante quel periodo»82. L’obiet-
tivo di dare «sintetica rappresentazione della vita italiana durante la
guerra, partiti politici, dibattiti di idee, condizione delle varie classi,
sforzi compiuti, difficoltà superate», ma anche di fornire un’analisi
obiettiva, di quel che riguardava «la vita delle maestranze operaie, lo
sviluppo industriale, le agitazioni di classe» durante il periodo bellico83,
costituiva un elemento di forte dissonanza con il disegno apologetico
delle gerarchie del Pnf e del governo che, in quello stesso momento,
stavano inserendo le vicende del conflitto nel Pantheon dell’agiografia
fascista84.
In quegli stessi anni, aveva preso forma anche un più vasto profilo di
storia d’Italia, dall’Età di mezzo a quella attuale, seppure in forma assai
essenziale e quasi miniaturizzata, nell’omonimo articolo dell’Enciclope-
dia Italiana85. Nel luglio del 1932, lo storico scriveva a Gentile di star
lavorando «alacremente all’articolo magno, con gran fatica a dominare
l’ampia materia e ridurla a voce»86. In realtà, impedito da cause di salu-
te, Volpe avrebbe redatto solo il secondo frammento, «dai regni barba-
rici al 1713»87. Il segmento dedicato all’antichità fino alla caduta del-
l’Impero romano era invece opera di Arnaldo Momigliano. Quello dalla
pace di Utrecht al 1861, di Niccolò Rodolico. La sintesi dall’Unità al
fascismo, di Alberto Maria Ghisalberti, subentrato a Francesco Ercole,
che aveva rinunciato all’incarico dopo la sua nomina a ministro dell’Edu-
cazione Nazionale nel luglio 193288. L’ampia bibliografia finale era stata

82
Giovanni Marinelli, Segretario Particolare di S.E. il Presidente del Consiglio dei
Ministri a Giovanni Gentile, Ministro della Pubblica Istruzione, 17 luglio 1923, ivi.
83
Gioacchino Volpe a Benito Mussolini, Milano, 24 giugno 1923, ivi. Come risultava
da questa lettera, il lavoro di Volpe doveva essere l’introduzione ad una serie di mono-
grafie promosse dal «Comitato italiano della Fondazione Carnegie per la “Storia econo-
mica e sociale della guerra”». Sul punto, F. DEGLI ESPOSTI, Grande Guerra e storiografia.
La storia economica e sociale della Fondazione Carnegie, in «Italia contemporanea», 2001,
3, pp. 413 ss.
84
Ministero dell’Interno. Appunto per l’On. Segreteria di S.E. il Presidente del Consi-
glio, s. d. [ma luglio 1923], ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-
1934), fasc. W/R, «Volpe Gioacchino», sottof. I., b 97.
85
«Italia. Storia», Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1932,
XIX, pp. 800 ss.
86
Gioacchino Volpe a Giovanni Gentile, Santarcangelo di Romagna, 30 luglio 1932,
AFG.
87
ID., Prefazione a Storia d’Italia, cit., I, p. I: «Fu, la mia, un’Italia mutila, poiché giunto
al ’700, dovetti, per ragioni di salute, fermarmi e cedere la penna a mani più giovani e ri-
posate ed anche, per questi ultimi due secoli, più esperte delle mie: N. Rodolico e A.M.
Ghisalberti». Il volume del 1968 riproponeva il «testo originario alquanto più ampio, avanti
che esigenze di spazio consigliassero o imponessero, agli uffici redazionali dell’Enciclo-
pedia, tagli e riassunti».
88
Francesco Ercole a Giovanni Gentile, 12 maggio 1933, AFG.
156 CAPITOLO QUARTO

affidata a Chabod, come si apprende da una lunga recensione, apparsa


sul «Corriere della Sera», che parlava per quel contributo di perfetto
«adeguamento dell’Italia politica all’Italia della cultura scientifica», si-
gnificativamente verificatosi nel momento in cui «la Penisola ricongiunta
totalmente a Roma con infrangibili vincoli materiali e spirituali, su tra-
ma romana, sul fondamento degli universali principi d’equità tra le classi
ed i popoli che diedero al mondo la pace romana, può riprendere, con
la pienezza delle sue forze ritemprate e affinate dal lungo travaglio, la
sempre più vasta tessitura della sua storia»89.
Nella sua porzione, Volpe ribadiva il convincimento relativo all’esi-
stenza di un’identità nazionale, molto anteriore alla creazione dell’uni-
tà statale, già attiva almeno fin dal XIII secolo90. In quel periodo sicu-
ramente si assisteva al crollo dell’«effimera unità di dominio o control-
lo politico su tutta la Penisola», che dopo quella «ghibellina, imperiale,
regia impersonata dagli Svevi di Sicilia» era stata promossa senza mi-
glior successo dalla fazione «guelfa, angioina, papale». Ma quegli epi-
sodi pure erano stati importanti «come indice e fattore di comuni ele-
menti di vita, comuni tendenze e passioni e pensieri», come indicatore
e causa di «corrosione e di rilassamento di istituti e di spiriti municipa-
li», che preludevano ad una superiore composizione. E in ogni caso dove
la politica aveva fallito, bene era riuscita l’azione aggregante dei rap-
porti economici, all’interno e soprattutto all’esterno, nel creare «certa
morale omogeneità», qualche nuovo elemento «alla formazione dell’uo-
mo italiano».
Al di qua dei confini del «bel Paese» che l’Appennino «parte», l’am-
pio volume dei traffici aveva messo in moto non unicamente una «ricca
economia di scambio che, specialmente dalla metà del XIII secolo, si
svolge nell’ambito di tutta la Penisola». La spinta propulsiva del com-
mercio interno aveva favorito un’integrazione economica composta da
un ininterrotto flusso di merci e di uomini che, per questo ultimo aspet-
to, corrispondeva ad una vera e propria emigrazione interna e che co-
stituiva una potente leva di fusione nazionale, spingendo artigiani della
seta e della lana «da Verona a Bologna, da Lucca e Firenze a Venezia»,
architetti, pittori, mastri di pietra della Lombardia e della Toscana ver-
so la Puglia e le isole tirreniche. All’esterno del limes italico, l’«attività
coloniale degli Italiani dal XI al XIV» verso il Levante, l’Africa setten-
trionale, fino alla Siria, aveva come controaltare la fortunata penetra-
zione finanziaria e bancaria verso Occidente, che era «grande fatto della

89
G. VENEROSO, Dodici secoli di storia italiana. Una sintesi di Gioacchino Volpe, in
«Corriere della Sera», 2 dicembre, 1933, p. 3.
90
G. VOLPE, Storia d’Italia, cit., pp. 251 ss.
STORIA D’ITALIA E FASCISMO 157

storia economica e anche politica europea». Tutti questi contatti di


commercio e di cultura e più spesso «i contrasti frequenti con genti
diverse e, spesso, ostili aiutava gli Italiani a ritrovare certa loro sostan-
ziale affinità» Il sentimento di appartenere ad un solo popolo traeva
infine potente alimento dall’«opinione dei forestieri in mezzo a cui essi
vivono e dal nome che li designa». Anche se quel nome corrispondeva
ancora, da Lione, a Londra, a Bruges, ad Amburgo, a quello di «Lom-
bardi» e non ancora a quello di «Italiani».
Tutto immutato dunque rispetto all’impostazione del 1922? Purtrop-
po no. All’ombra del fascio littorio, Volpe aveva sviluppato anche altri
contributi di storia italiana, che rappresentavano, questa volta, un vero
e proprio schiacciamento della sua ricerca sulle parole d’ordine del
regime. Nel 1933, faceva la sua comparsa, per i tipi della casa editrice
Treves, un sommario storico dedicato alla gioventù fascista: La storia
degli Italiani e dell’Italia91. Volume richiesto espressamente a Volpe da
Mussolini, che l’autore inviava alla Segreteria particolare del Duce,
esprimendo il convincimento che quell’opera «fino a tanto non venga
altro libro migliore, possa essere il libro in cui ragazzi e giovani e popo-
lo acquistino il senso vivo della storia d’Italia; compia cioè l’ufficio che
i libri di scuola e i soliti libri per il popolo non compiono»92. Volume, in
cui non mancavano certo elementi innovativi e persino eterodossi, so-
prattutto per quello che riguardava la scansione cronologica del Risor-
gimento, che per Volpe iniziava nel 1796, in coincidenza con la spedi-
zione di Bonaparte, e non già con l’assedio di Torino del 1706, secondo
l’interpretazione sabaudocentrica che De Vecchi di Val Cismon inten-
deva imporre93. Non era questa una differenza trascurabile, come avreb-
be dimostrato non esclusivamente il violento conflitto, con forti rica-
dute sul piano politico, che avrebbe opposto su questo punto l’autore
di Italia in cammino al Quadrumviro della marcia su Roma94, ma anche
l’imbarazzo del tremebondo Maturi ad accettare quella datazione, che

91
Un primo abbozzo dell’opera usciva, nel 1931, con altro titolo, I fatti degli Italiani
e dell’Italia, presso Mondadori.
92
Gioacchino Volpe alla Segreteria particolare del Duce, 12 ottobre 1933, ACS, Se-
greteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-1934), fasc. W/R, «Volpe Gioac-
chino», sottof. I., b 97.
93
Si veda C. DE VECCHI DI VAL CISMON, Il “senso dello Stato” nel Risorgimento, in
«Rassegna storica del Risorgimento», 1933, 1, pp. 221 ss.; A. ALBERTI, Risorgimento e fa-
scismo, ivi, pp. 253-259; C. DE VECCHI DI VAL CISMON, Rivediamo la storia, ivi, 1935, 3,
pp. 639 ss. Diversamente, Volpe nella relazione del Congresso sulla storia del Risorgimento
di Bologna dell’autunno 1935. Si veda ID., Principi di Risorgimento nel ’700 italiano, in
«Rivista Storica Italiana», 1936, 1, pp. 1 ss., ora in ID., Pagine risorgimentali, cit., I, pp. 7 ss.
94
Come avrebbe ricordato lo stesso Volpe nel Memoriale al Ministro della Pubblica
Istruzione, 15 luglio 1946, cit.
158 CAPITOLO QUARTO

contrastava, ad un tempo, con l’interpretazione di Croce, di Gentile e


dello stesso Mussolini95. Né era questa cruciale precisazione cronologi-
ca il solo pregio della Storia degli Italiani. Come nel volume del 1927, la
narrazione di Volpe puntava sui grandi temi sociali ed economici della
industrializzazione, della questione agraria, dell’emigrazione con pagi-
ne di grande efficacia, alle quali facevano riscontro tuttavia altre pagine
di sapore smaccatamente encomiastico sull’«uomo del destino» sotto
la cui guida, nel 1922, si era finalmente riunita, nel segno della pacifi-
cazione e della concordia, la «grande famiglia» italiana, dopo i tempi
bui del sovversivismo e delle «settimane rosse»96.
Peggio accadeva nella corposa monografia che Volpe pubblicava nel
1932, poi ampliata nel 1934, per le Scuole dei Fasci Italiani all’Estero,
con il titolo Il Risorgimento dell’Italia97. Si trattava di un contributo che
costituiva una piccola ma non marginale molla della complessa macchi-
na di organizzazione del consenso che il regime aveva edificato fuori
dei nostri confini, a partire dal suo primo decennale98, nel quale il tono
dell’esposizione, sottolineato dalle dodici, efficacissime incisioni a co-
lori di Mario Sironi che illustravano il volume, si faceva davvero enfa-
tico e celebrativo. In quelle pagine, dove grande spazio avevano ovvia-
mente le vicende della nostra emigrazione e della colonizzazione africa-
na99, si ridimensionavano, fino ad annullarsi, tutte le critiche che Volpe
aveva riservato alla politica del regime. Veniva meno quello ius mormo-
randi, di cui lo storico aveva dato prova, persino nelle opere dedicate
alla storia del movimento fascista e in altri interventi ufficiali: dalle
eccezioni assai consistenti sulla strategia economica corporativa, sulla
politica di conciliazione con la Chiesa, in rapporto ai problemi dell’edu-
cazione nazionale100, sul precoce snaturarsi del fascismo nel suo «diven-
tare da fatto esclusivamente cittadino, come lo vedeva da principio
anche Mussolini, anche rurale anzi specialmente rurale, mentre le mas-
se operaie e cittadine resistono a lungo»101. Nessuna di queste riserve

95
Si veda Walter Maturi a Gioacchino Volpe, Roma, 4 agosto 1932, CV: «Il Duce,
Gentile, Benedetto Croce, in tante cose discordi, sono concordi nel far risalire al Cuoco e
ai meridionali del 1799 i primi germi della coscienza politica unitaria italiana! E quando
mi sarò messo sotto la discorde concordia di quei tre Santi, credo che nessuno oserà tor-
neare meco».
96
G. VOLPE, La Storia degli Italiani e dell’Italia, Milano, Treves, 1933, pp. 339-340.
97
Il Risorgimento dell’Italia, narrato da Gioacchino Volpe, con disegni a colori di Mario
Sironi, Milano, 1934.
98
B. GARZARELLI, “Parleremo al mondo intero”. La propaganda del fascismo all’estero,
Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2005.
99
G. VOLPE, Il Risorgimento dell’Italia, cit., pp. 225 ss.
100
ID., Il patto di S. Giovanni in Laterano, in «Gerarchia», febbraio 1929, ora in ID.,
Pagine risorgimentali, cit., II, pp. 269 ss., in particolare pp. 283-284.
101
Gioacchino Volpe a Giovanni Gentile, Dakar, 23 dicembre 1932, AFG.
STORIA D’ITALIA E FASCISMO 159

sopravviveva all’elogio della dittatura, che nell’ultimo decennio, così


nella prefazione del volume asseriva Piero Parini (allora segretario dei
Fasci Italiani all’Estero, poi podestà di Milano tra 1943 e 1944)102, ave-
va restituito all’Italia la sua «secolare funzione mediterranea», compo-
sto ogni dissidio con le autorità religiose, e soprattutto «inaugurato un
ordine nuovo, che tutto il mondo studia e ammira ed offre, con lo Stato
corporativo, creazione originale del genio di Mussolini, che ha fondato
il tipo del nuovo Stato di domani, un modello nel quale sono destinate
a risolversi pacificamente le contraddizioni e le antitesi della coscienza
politica moderna»103.
Una completa resa di Volpe nei confronti del regime, dunque? Così
sembrerebbe. Anche se occorre dire che gli stessi contenuti e i medesi-
mi accenti del Risorgimento dell’Italia si ritrovavano nel Sommario del-
la Storia d’Italia di Luigi Salvatorelli, edito nel 1938 (e poi riproposto in
versione «migliorata e accresciuta» nel 1942), che, se dava conto con
molto distacco della presa di potere di Mussolini, giustificata dal peri-
colo bolscevico e dalla necessità di erigere una «democrazia autorita-
ria» in Italia, non era avaro di riconoscimenti per le ricadute sociali
dell’«economia regolata» promossa dal regime, per la «grandiosa poli-
tica di lavori pubblici diretta ad aumentare la produzione e l’attrezza-
mento economico nazionale», per l’«intrapresa grandiosa» delle boni-
fiche pontine e dello sventramento della capitale, per il Welfare fasci-
sta, per la sigla dei Patti Lateranensi, per la personale abilità diploma-
tica del Capo del Governo che portò agli accordi italo-francesi del 1935
e, infine, per il vigoroso impegno con cui il regime «ha curato la forza
militare della nazione rinnovandone e sviluppandone l’attrezzamento
militare-industriale, creando una forte aviazione e sviluppando l’edu-
cazione fisica e la preparazione militare»104. Niente di più e nulla di meno
di quanto avrebbe sostenuto Raffaele Ciasca, un allievo di Salvemini
e di Giustino Fortunato, nell’antologia storica per la prima classe della
nuova scuola media, data alle stampe nel 1941, nella quale si magni-
ficava l’ininterrotta «azione illuminatrice di civiltà e di cultura» di
Roma e dell’Italia: dal Rinascimento, al Risorgimento, all’avvento del
Fascismo105.
Erano questi i frutti di una comune atmosfera culturale degli studi

102
Piero Parini, proveniente dalla carriera diplomatica, aveva assunto quest’incarico
nel 1928. Sull’organizzazione e le finalità dei Fasci Italiani all’Estero, si veda C. PELLIZZI,
Problemi e realtà del Fascismo, Firenze, Vallecchi, 1924, pp. 205 ss.
103
P. PARINI, Presentazione di G. VOLPE, Il Risorgimento dell’Italia, cit., pp. II-III.
104
L. SALVATORELLI, Sommario della Storia d’Italia dai tempi preistorici ai nostri giorni,
Torino, Einaudi, 1942, pp. 649 ss.
105
R. CIASCA, Grecia e Roma, Firenze, Sansoni, 1941, p. 5.
160 CAPITOLO QUARTO

storici, già diffusa a largo raggio nel 1934, quando si sarebbe riaccesa
la «polemica» sulla storia d’Italia. Causa non occasionale della ripre-
sa del dibattito era stata la comparsa, in quello stesso anno, del volume
di Arrigo Solmi, Discorsi sulla Storia d’Italia, che ampliava i contenuti
dei suoi precedenti interventi, dove l’unità di quella storia era stata rin-
tracciata soprattutto nella secolare permanenza e sviluppo delle istitu-
zioni giuridiche municipali. Ora, Solmi non mutava questo punto di
vista, ma lo integrava con un altro fattore costituito dall’unità etnica
della nazione italiana. Era una tesi ancora lontana da quel sistematico
razzismo storiografico, che questo autore avrebbe poi abbracciato, par-
tecipando attivamente al corso su «La politica fascista della razza»,
svoltosi nel 1939, presso l’Istituto Nazionale di Cultura Fascista, con
una relazione intitolata Da Roma a noi: unità di storia, unità di popolo106.
Prima della promulgazione della legislazione del 1938, come anche
Croce aveva riconosciuto, la storiografia italiana risultava infatti del tutto
immune da quella caduta, «perché se il razzismo dispiega oggi l’impe-
tuosa irruenza della frenesia, non meno energica, ma di ben altrimenti
sana e soda energia, è l’opposizione e il biasimo che dappertutto lo fron-
teggia»107.
Nel 1926, Solmi aveva sì elogiato l’integrità di stirpe della nazione
italiana, che apparve nel 1919 «davanti al Congresso di Parigi», come
«la nazione organicamente più fusa ed etnicamente e moralmente più
compatta», nel confronto con «i vecchi Stati contrastanti e le nuove
formazioni politiche», indotti «da insaziabili cupidigie a includere en-
tro i loro confini larghissime minoranze allogene» e a presentarsi per-
tanto «sotto l’aspetto di conglomerati di genti e di paesi, piuttostoché
come nazioni vere e proprie»108. Ma a questa rivendicazione della coe-
sione di sangue e di suolo della patria italiana faceva seguito, subito
dopo, la tesi che la secolare identità del nostro paese andava ricercata
in un fattore culturale, e non biologico, che aveva dato luogo ad un
amalgama di popoli diversi tenuti insieme dalla civilizzazione giuridica
e politica prima etrusca (quindi presumibilmente non indoeuropea), e
poi romana, a testimonianza che «la civiltà nasce, non già da un solo
elemento etnico o morale, ma da una giustapposizione, da un contrasto

106
Si veda A. SOLMI, Da Roma a noi: unità di storia, unità di popolo. Testo della lezio-
ne del corso su “La politica fascista della razza”, tenuta nelle sede centrale dell’Istituto
Nazionale di Cultura Fascista, Tivoli, Arti grafiche Chicca, 1939. L’opuscolo di Solmi era
recensito con entusiasmo in «Il Diritto razzista. Rivista del diritto razziale italiano», II,
maggio-giugno 1940, pp. 56-57.
107
B. CROCE, Recenti controversie intorno all’unità della Storia d’Italia, cit., p. 343.
108
A. SOLMI, L’unità fondamentale della Storia d’Italia, in ID., Discorsi sulla Storia d’Ita-
lia, cit., pp. 3-4.
STORIA D’ITALIA E FASCISMO 161

e da una fusione di numerosi e diversi elementi inclinati ad affinità elet-


tive»109. Soltanto un decennio più tardi, questa posizione si modificava
parzialmente, ma significativamente, quando Solmi avrebbe sostenuto
invece che dalle Alpi alla Sicilia:

Anche nell’età primitiva, allorché la varietà delle stirpi e la mobilità delle


vicende sembrano maggiori, gli studiosi più recenti scorgono già visibili i segni
che indicano accordi e parentele di sviluppi, e più frequenti le tendenze verso
una unificazione della Penisola, tanto da far pensare, come vogliono alcuni,
all’esistenza di un’antica gente, forse derivata da ceppi apparentati, la quale
svolse già una grande civiltà, sulla quale si sarebbero poi sovrapposte, nel pe-
riodo degli spostamenti e delle invasioni, altre genti, venute da paesi più o meno
lontani e più o meno civili, le quali sconvolgono, senza distruggerla, quella ci-
viltà primitiva, e forse in parte la accolgono, dando nuove espressioni di vita
italiana110.

La possibilità che simili tendenze costituissero un pericoloso e in-


controllabile deragliamento della storia in leggenda politica aveva, tut-
tavia, già inquietato Croce che, nel 1929, polemizzava duramente con-
tro quelle utopie storiografiche, le quali volendo «porre un’unità geo-
grafica in luogo di quella storica» erano costrette a secondare anche le
«fantasie nazionali o nazionalistiche in cerca di miti da foggiare»111. Ma
il fuoco di quell’intervento non era in quel punto ed era invece diretto
a contestare tutti coloro che non avevano inteso che l’«unità storica»,
che si richiedeva per poter parlare di «Storia d’Italia», non poteva es-
sere che quella «politica o etico-politica». «Italia», infatti, storicamente
parlando, era «il nome di una determinata volontà e azione» e la sua
storia non iniziava se non quando «comincia questa volontà e quest’azio-
ne; e non si può fare la storia dei secoli andati col criterio di un fatto che
sorse più tardi». Né poi valeva, continuava Croce, per rigettare questa
obiezione, «metter capo alle ben note e antiquate e screditate storia “a
scompartimenti” e “a cassettini”, o con cassettini più variamente alter-
nati sì da dar superficialmente l’illusione che essi formino una rete di
comunicazioni e un unico tutto».
La critica riguardava direttamente Volpe, che decideva di replicare
dalla tribuna del «Corriere della Sera», progettando ben tre articoli sulla
materia112. Di questi, soltanto due venivano alla luce tra dicembre del

109
Ivi, p. 8.
110
ID., Unità e autonomia della Storia italiana, in «Pan», novembre 1934, ora in ivi, p. 323.
111
B. CROCE, Intorno alle condizioni presenti della storiografia in Italia, cit.
112
Si veda Gioacchino Volpe ad Andrea Marchioni, Roma, 1° novembre 1934; Id. ad
Aldo Borelli, Roma, 4 giugno e 24 novembre 1934; Aldo Borelli a Gioacchino Volpe, 26
novembre 1934, ACorsera.
162 CAPITOLO QUARTO

1934 e marzo del 1935. Nel primo, si prendeva direttamente di petto


Croce, che rinserrando la storia italiana nella storia dello Stato italiano,
la limitava al solo momento liberale (dal Risorgimento all’età giolittia-
na), sottraendo il prima e il dopo di quella storia e costringendola nei
rigidi confini di «certa specifica unità», che nasceva «sotto gli auspici e
le direttive del pensiero moderno, della moderna dottrina liberale-na-
zionale»113. Nel secondo114, rivolto sempre contro Croce, la polemica si
allargava a contestare l’identificazione tra storia nazionale e storia raz-
ziale, o meglio razzistica, fondata sul principio del Blut und Boden, sulla
teoria pseudoscientifica della Rassenkunde115, che nulla aveva a che fare,
per Volpe, con un concetto di nazione che non era «dato di natura: certo
sangue, certe innate e immutabili caratteristiche; e ancor meno certa
terra, certo clima, certi confini»116, ma piuttosto «certa cultura, certo
spirito, certa coscienza, certi rapporti che sono in dipendenza di questa
comunanza di cultura, spirito, coscienza: tutte cose che si formano e
trasformano perennemente attraverso mille vicende, varie da Nazione
a Nazione, e si manifestano nella lingua, nella letteratura, nel diritto,
nell’arte, nella stessa filosofia, con una rispondenza e aderenza sempre
più stretta fra Nazione e questi che ne sono insieme, fattura e fattori».
In quello stesso contributo, si ritornava poi sul punto centrale della

113
G. VOLPE, La Storia d’Italia e la sua polemica, in «Corriere della Sera», 5 dicembre
1934, cit.
114
ID., Stato, Nazione e storia, ivi, 21 marzo 1935. Lo si veda anche in Appendice, infra.
115
B. CROCE, Recenti controversie intorno all’unità della storia d’Italia, cit., pp. 342-
343, contro l’identificazione di «zoologia e storia», dove si levava la voce contro la dege-
nerazione della cultura di quei popoli, per i quali «l’unità, l’unità fantasticata e impensa-
bile della loro storia, è riposta francamente nella “razza”, oggetto ormai di assidue fati-
che di storici, filosofi e di fisiologi, molti dei quali appartengono a coloro che sono sem-
pre parati a rendere servigi, coi loro teorizzamenti, a chi ha afferrato la forza e tiene il
potere». Sulla nazificazione della storiografia tedesca, H. SCHLEIER, German historiography
under National Socialism: dreams of a powerful nation-state and German Volkstum come
true, in Writing National Histories. Western Europe since 1800, cit., pp. 176 ss.
116
Ricordiamo che Volpe, che aveva definito, in questo stesso articolo, la parola razza
una «brutta parola che si sente e si legge spesso anche in Italia, sebbene con sensi meno
animaleschi che non altrove», avrebbe rifiutato di partecipare, in sostituzione di France-
sco Coppola, alla Commissione dell’Accademia d’Italia, composta da Rodolfo Benini,
Roberto Paribeni, Raffaele Pettazzoni, Giuseppe Tucci, convocata da Federzoni per il
novembre del 1938, «con l’incarico di riferire intorno all’azione dell’Ebraismo nella sto-
ria e nella vita d’Italia dal tempo di Roma antica fino ai nostri giorni», al fine di «dire la
parola seria e consapevole della scienza sull’argomento del giorno, in perfetta armonia con
le direttive già espresse dal Duce all’orientamento della Nazione, ma sulla base della veri-
tà obiettivamente riconosciuta e valutata». Sul punto, il mio Gioacchino Volpe: fascismo,
guerra e dopoguerra, cit., p. 127 ss. e A. CAPRISTIO, La Commissione per lo studio dei pro-
blemi della razza istituita presso la Reale Accademia d’Italia: note e documenti, in «Rasse-
gna Mensile di Israel», LXIII, 1997, pp. 89 ss., in particolare p. 95.
STORIA D’ITALIA E FASCISMO 163

disputa e si controbattevano nel dettaglio alcune critiche espresse dal


filosofo nel 1922 sull’impossibilità di delineare una storia nazionale
prima del 1860, dato che fino a quel tempo era soltanto possibile par-
lare delle vicende delle formazioni politiche che si erano spartite il
dominio della Penisole e dunque delle «storie, prese per sé stesse, di
Firenze e di Venezia, dei Comuni lombardi e del Regno di Sicilia, della
monarchia di Savoia e della Repubblica di Genova, del governo ponti-
ficio e dell’Italia spagnola»117. Una ricetta storiografica, sosteneva Vol-
pe, che se faceva ostacolo alla redazione di una Storia d’Italia, avanti il
suo approdo unitario, avrebbe dovuto, egualmente e a più forte ragio-
ne, impedire quella della Storia d’Europa del secolo XIX, nella quale
Croce pure si era recentemente cimentato. Difficile era, infatti, proprio
a partire dai presupposti crociani, fare la storia di un continente «che
in quel secolo ha, certo, avuto comuni elementi di vita, cioè idee e ispi-
razioni che oltrepassavano i confini delle Nazioni e Stati singoli, ma non
ha avuto uno Stato o Superstato: e neanche, salvo qualche fede in un’Eu-
ropa concorde, qualche pensiero di possibile Federazione europea dopo
attuata la libertà di tutte le Nazioni, qualche attività internazionale di
esuli, a vantaggio di tutte le patrie, neanche ha avuto una attività poli-
tica risolta a creare quello Stato».
Se, dunque, si doveva concordare sul fatto che la storia d’Italia era
stata unicamente «la storia della nazione italiana divenuta Stato e per-
fezionata nello Stato», non si poteva sicuramente negare che storia ita-
liana fosse «anche la storia degli eventi attraverso i quali questa Nazio-
ne, giunta in un certo momento ad un certo grado di determinatezza,
individuazione, coscienza di sé, avverte sempre più l’insufficienza dei
particolari Stati in cui è ordinata, e non solo si viene nel fatto compo-
nendo in più vasti organismi, ma anche manifesta aspirazioni e pensieri
di unità, oltre che morale politica, come suggello e modo di conserva-
zione e sviluppo di quella stessa unità morale». Il senso di appartenen-
za ad un solo popolo, ad una sola civiltà di usi e costumi giuridici, alle
medesime tradizioni culturali e religiose era il preludio indispensabile
all’unità politica. Su quei «valori ideali», e non solo e non tanto sul lungo
lavorio diplomatico che aveva costituito fin dal XV secolo il «sistema»
di piccole e medie potenze della Penisola, si era fondata la premessa
indispensabile in grado di costituire poi un solo Stato arbitro dei desti-
ni di un’Italia una. Su quei valori e sui riflessi politici di quei valori,
apprezzabili nel sentimento di «certi comuni interessi da tutelare con
la concordia e l’unione delle forze per cui le guerre fra italiani appaio-

117
B. CROCE, recensione a G. VOLPE, Programma e orientamenti per una Storia d’Italia
in collaborazione, cit.
164 CAPITOLO QUARTO

no, ad un certo momento, come guerre civili e fratricide», era nata


«l’idea della “libertà d’Italia”, che è indipendenza dei vari Stati della
Penisola da stranieri oltre che conservazione di una equilibrata autono-
mia di quegli Stati, l’uno di fronte all’altro». La storia di quei valori e
delle loro realizzazioni pratiche non era anche essa «la risposta ad una
determinata domanda di carattere etico-politico», dalla quale secondo
Croce aveva l’obbligo di prendere le mosse ogni racconto storico orga-
nico? E se sì, allora la Storia d’Italia, se non doveva sicuramente con-
fondere e annullare nella sua sfera la storia delle formazioni politiche
pre-unitarie, non poteva e anzi non doveva racchiuderla e comporla in
una superiore unità?

Ci sarà sempre posto per lo studio dei particolari Stati della Penisola, di quelli
che ricevono luce e senso solo nella storia di questi Stati; cioè per una storia
veneta, napoletana, sabauda: nel modo stesso che la storia d’Europa nel XIX
secolo, dato che si possa veramente fare, lascia posto ad una storia della Francia
e Germania e Italia e via discorrendo. Ma ci sarà sempre posto anche per una
storia unitaria che, debole e povera da principio, sempre più diventa ricca di
spirituale sostanza: una storia unitaria che male inquadra nelle particolari sto-
rie dei particolari Stati, sebbene poi dia anche ad esse un suo colore ed un
comune colore.

Non erano argomenti deboli. Ma pure erano argomenti che pareva-


no un po’ sfocati, solo a confrontarli con le intrepide dichiarazioni del
decennio precedente. Come il passo appena citato annunciava, parlan-
do di una possibile «Storia d’Europa» che avrebbe forse imposto di
condensare nei suoi capitoli quella degli Stati europei, la storia della
nazione italiana poteva apparire, in quella metà degli anni Trenta, an-
cora come un fondamentale soggetto accademico, privo però di una
rilevante ricaduta politica. Ad altra storia, forse, si doveva pensare
quando la promessa (e per altri la minaccia) di un ordine nuovo inter-
nazionale batteva alle porte del presente, imponendo un diverso asset-
to politico continentale e forse planetario, in cui poco avrebbero potu-
to contare le formazioni politiche del Vecchio Mondo, che rischiavano
di essere assorbite nei nuovi «grandi spazi terrestri», secondando le leggi
inflessibili della volontà di potenza geopolitica del XX secolo118. Un’ipo-
tesi che non entusiasmava Volpe, come dimostrava il suo tenersi al
margine, nonostante la sua carica di segretario generale dell’Accade-

Nel 1941, sarebbe stato pubblicato anche in versione italiana il saggio di C. SCH-
118

MITT, Il concetto d’Impero nel diritto internazionale. Ordinamento dei grandi spazi con esclu-
sione delle potenze estranee, a cura e con prefazione di L. Vannutelli Rey e con appendice
di F. Pierandrei, Roma, Istituto Nazionale di Cultura Fascista, 1941.
STORIA D’ITALIA E FASCISMO 165

mia d’Italia, dal convegno internazionale del novembre 1932, organiz-


zato da quell’istituto in collaborazione con la Fondazione Alessandro
Volta, dedicato alla crisi e alla metamorfosi dell’idea di Europa, nel quale
lo storico intuiva il segno di una trovata propagandistica del regime119,
in vista della preparazione da parte di Mussolini del Patto a Quattro
del giugno 1933, che si disse ideato per dare all’antico continente «die-
ci anni di pace», ma che in realtà fu concepito «in vista di una solidale
attività che avrebbe dovuto manifestarsi con la revisione di Versalil-
les»120. Un’ipotesi che, tuttavia, diveniva certezza nel 1939, quando Volpe
era costretto ad ammettere che ormai gli obiettivi di politica estera del
fascismo e del suo capo si volgevano verso prospettive più ampie di
quelle tendenti ad attribuire all’Italia un ruolo egemonico continenta-
le121, nella cornice della tradizionale strategia di rafforzamento dello
Stato nazionale.

A guardar bene dentro Mussolini, si potrebbe scorgere in lui qualcosa di


più: per esempio, il grande sogno di una Europa fatta veramente unita e solida-
le, veramente “Società di nazioni”. Come ha lavorato ad organizzare la società
nazionale, sottraendola al gioco alquanto disordinato delle sue forze, così orga-
nizzare l’Europa, la famiglia varia e una delle sue genti; sommetterla al trava-
glio della medesima volontà costruttiva, non per violentarne le forze nazionali
ma per incanalarle e dirigerle e portarle alla coscienza nazionale della loro so-
lidarietà. Insomma aggiornare il “principio nazionale”, forse potenziarlo, poi-
ché esso, vivo e beneficamente operoso nel secolo scorso e durante la grande
guerra, si viene ormai isterilendo; e l’interesse nazionale, la libertà nazionale,
comporle in un superiore interesse, conciliarle con una superiore autorità. Tutto
questo, nel quadro ben circoscritto dell’Europa, di un’Europa che è in parte
entità geografica, ma assai più entità spirituale, non in tutto coincidente con
quella122.

119
E. SESTAN, Memorie di un uomo senza qualità, Firenze, Le Lettere, 1997, pp. 230-
231. Su quell’evento, S. GIUSTIBELLI, L’Europa nella riflessione del convegno della Fonda-
zione Volta (16-20 novembre 1932), in «Dimensioni e problemi della ricerca storica»,
2001, pp. 181 ss.
120
G. VOLPE, I Convegni Volta, in «Il Tempo», 22 marzo, 1950, in ID., L’Italia che fu,
cit., pp. 335 ss., dove si aggiungeva: «Si spiegava la propaganda paneuropea di Kalergi;
circolavano riviste dedicate a “Paneuropa” o “Europe” o “Nouvelle Europe”; si discute-
va di rapporti tra Europa e America, Europa e mondo di colore; si invocava nei pubblici
discorsi un’Europa che sanasse i suoi squilibri e la sua frammentarietà, adeguasse l’ordi-
ne politico alla geografia ed anche alla cultura che facevano di essa un’unità, acquistasse
coscienza di sé; si facevano innanzi progetti di federazione e il Piano Briand. Ebbene, que-
sta fu la materia del convegno».
121
Come era stato sostenuto in ID., Il contributo dell’Italia alla vita dell’Europa dopo
la guerra, in «Corriere della Sera», 14 novembre 1933.
122
ID., Storia del movimento fascista, cit., p. 145.
V

ANTICLIMAX

1. Il mito della Nuova Europa, che fascismo e nazionalsocialismo pro-


mettevano di tradurre in realtà in un futuro non lontano1, avrebbe con-
quistato molte adesioni tra gli intellettuali italiani e tra gli storici in
particolare, a partire proprio da alcuni allievi di Volpe, come Ernesto
Sestan e soprattutto Carlo Morandi2. Anche il loro maestro bruciava, in
maniera più o meno convinta, qualche granello d’incenso a quel mito,
almeno fino al 19413, per rendersi conto, solo più tardi, di quanto san-
gue e di quanto fango grondasse la creazione di «un’Europa organizza-
ta unitariamente sotto una palese insegna germanica»4. E persino un
letterato di confine, lontano dall’epicentro delle grandi decisioni poli-
tiche e delle più ardite elaborazioni intellettuali dell’epoca, come Bia-
gio Marin, consentiva, a conflitto da un anno già iniziato, al progetto di
una «nuova organizzazione solidale europea, che comprenda anche la
Russia», quale poteva essere realizzata dalla «guerra totalitaria» delle

1
Si veda l’opuscolo Nuova civiltà per la Nuova Europa, Roma, Unione Editoriale d’Ita-
lia, 1942, pp. XI ss., dove si parlava della necessità di instaurare un nuovo ordine «rivo-
luzionario», privo di «borghesie nazionali». Sul punto, G. LONGO, L’idea di Europa nella
cultura politica italiana, 1930-1950, in «Annali della Fondazione Ugo Spirito», XI, 1999,
pp. 255 ss.; Il fascismo e l’idea d’Europa. Il convegno dell’Istituto Nazionale di Cultura Fa-
scista, 1942, a cura di G. Longo, Roma, Fondazione Ugo Spirito, 2000.
2
R. DE FELICE, Mussolini l’alleato. L’Italia in guerra, 1940-1943. t. I: Dalla guerra “bre-
ve” alla guerra lunga; t. II: Crisi e agonia del regime, Torino, Einaudi, 1990, pp. 857 ss. Si
veda anche, E. DI RIENZO, Un dopoguerra storiografico, cit., passim; M. SERRI, I Redenti. Gli
intellettuali che vissero due volte, 1938-1948, Milano, Corbaccio, 2005, pp. 107 ss.
3
G. VOLPE, L’Italia e la nuova Europa, in «La Vittoria», agosto 1941, 10, p. 7: «Il
destino del secolo che viviamo, avendo ormai il principio nazionale dato tutto quel che
poteva dare come forza creativa di nuove vite nel nostro e in altri continenti, sarà segnato
dalla sua capacità o meno di comporre in modo nuovo, nell’interno degli Stati, i concetti
di libertà e autorità e di comporre inoltre, nei rapporti internazionali, vita di Nazioni e
vita di quel complesso spirituale, etnico ed economico, che si chiama Europa. Ora nella
nuova Europa che si va preparando, intravista da noi più che vista, ondeggiante ancora
fra utopia e realtà, ognuno vede quale funzione ideale e pratica è chiamata ad esercitare
l’Italia, forte della sua tradizione romana e cristiana, forte anche del suo nuovo pensiero
e della sua opera di rinnovamento politico». L’articolo riprendeva il testo di una confe-
renza tenuta da Volpe a Losanna nel maggio 1941.
4
Gioacchino Volpe a Elisa Serpieri Volpe, 12 settembre 1944, CV.
168 CAPITOLO QUINTO

due dittature occidentali5. La tenuta dell’Inghilterra e del suo fedele


Commonwealth, la straordinaria resistenza della Russia sovietica, che
sembrava ritrovare l’empito patriottico del 1812, in breve annientava-
no quell’illusione e riportavano alla ribalta, invece, lo spettro di una
futura Europa in «regime uniforme di lavoro germanizzato», nella qua-
le «solo ai tedeschi sarà riservato il diritto dell’uso delle armi, e gli altri
popoli saranno degli iloti»6. Una profezia tragica che si rafforzava dalla
desolante visione della cattiva prova delle armi italiane in quella cam-
pagna di Grecia, rapidamente tramutatasi nella disfatta d’Albania, che
era stata causa di «tante perdite, di tanti dolori» e soprattutto di «una
grande mortificazione dello spirito nazionale»7.
Identico era stato il mortificante responso che Volpe aveva tratto
dall’analisi di quell’episodio bellico, nella corrispondenza indirizzata
nella primavera del 1941 al Segretario del Pnf, Adelchi Serena, in cui si
sosteneva che la vittoria, ottenuta solo grazie all’intervento tedesco,
rischiava di trasformare a breve scadenza l’Italia in un semplice «pro-
tettorato del Reich»8. A partire dal quel momento, lo storico comincia-
va ad aver chiaro che la disfatta militare costituiva l’indicatore di una
crisi più profonda nella quale il regime aveva sprofondato la nazione e
che l’avvento del fascismo, che avrebbe dovuto soprattutto costituire
un momento di rinnovamento e di potenziamento della nazione italia-
na9, si andava risolvendo nell’esatto contrario di quella speranza. L’8
luglio 1941, Volpe rifiutava l’invito del Consigliere nazionale, Giacomo
Di Giacomo, di partecipare all’opera Panorama di realizzazioni del Fa-
scismo, sostenendo che la triste congiuntura storica non permetteva più
«nuovi panegirici, nuovi elogi della nostra grandezza, sapienza, bravu-
ra ecc., quanto un buono, un onesto e severo esame di coscienza»10. Era
la stessa espressione che Volpe aveva utilizzato dopo Caporetto ma che
ora assumeva un’urgenza ancora più stringente, visto e considerato «che
ormai, con la guerra, abbiamo il vero collaudo del fascismo come di
tutti i regimi autoritari e totalitari; e che, se il collaudo fallisse, tutti noi
saremo falliti, fascismo e fascisti».
Il senso di questa affermazione era ribadito nella lettera inviata al

5
Cfr. B. MARIN, La pace lontana. Diari, 1940-1950, a cura di L. Marin, Gorizia, Li-
breria Editrice Goriziana, 2005, pp. 31 e 33.
6
Ivi, p. 18.
7
Ivi, p. 19.
8
E. DI RIENZO, Un dopoguerra storiografico, cit., pp. 176-177.
9
G. VOLPE, Storia del movimento fascista (1932), cit., p. 128.
10
Gioacchino Volpe a Giacomo di Giacomo, Consigliere nazionale del Pnf, 8 luglio
1941. Questa e le altre lettere, di seguito citate, sono riprodotte, salva diversa indicazio-
ne, nel mio, Gioacchino Volpe: fascismo, guerra e dopoguerra, cit., pp. 131 ss.
ANTICLIMAX 169

nuovo Segretario del Partito, Carlo Scorza, il 2 luglio 194311. In quella


comunicazione era messa sotto accusa la strategia diplomatica italiana
che, promuovendo o semplicemente accettando il conferimento della
corona di Croazia ad Aimone di Savoia-Aosta, rischiava di gettare nella
sanguinosa, tragica e grottesca faida balcanica un membro della fami-
glia regnante12. Il 20 luglio 1943, infine, Volpe accettava, ma a malin-
cuore e senza nessun intimo convincimento, di redigere un articolo per
il «Corriere della Sera» sulle «ragioni politiche ideali sociali e storiche
della nostra guerra»13. All’invio del pezzo faceva però riscontro una
durissima lettera di accompagnamento al direttore del quotidiano, Aldo
Borelli14, che costituiva un vero atto di accusa contro la stampa italiana
nel suo complesso, la quale non poteva ormai sottrarsi alla responsabi-
lità di aver orchestrato una sistematica campagna di disinformazione
(di «supervalutazione e sottovalutazione delle forze nostre ed altrui»),
che sembrava destinata a protrarsi anche nel momento in cui il territo-
rio nazionale era stato violato dalle forze alleate e «quando abbiamo i
nemici in casa e ci vorrebbero quei cannoni che non abbiamo, quegli
aeroplani che non abbiamo, quei generali che hanno fatto tanto difetto,
quei capi nei quali non abbiamo più gran fede, quell’Italia morale sen-
za la quale non si costruisce grandezza o solo effimera!».
Quella sfiducia aveva già toccato il cuore del lavoro storiografico
di Volpe, come risultava dall’intervista rilasciata alla redattrice del «Re-
gime fascista», Amalia Dodi, il primo gennaio del 1942. Colloquian-
do con la giornalista, Volpe riaffermava certamente i sentimenti del-
l’«oraniana certezza di una nostra necessità dell’azione africana», e te-
stimoniava la sua «fiducia che l’Italia sappia uscire vittoriosa da una
prova così ardua» grazie al «valore dei nostri soldati», alla «coraggiosa
resistenza del suo popolo», alla «funzione forse insopprimibile che essa
ha nell’Europa e nel mondo», alla «necessità che essa viva ed operi,
perché viva ed operi il tutto di cui è parte». Ma il tono mutava nella
parte finale dell’intervista, dove Volpe dava notizia dell’avanzata com-
posizione del primo volume di Italia moderna, con parole che malcela-
vano la profonda crisi morale di quegli anni:

Si tratta non di una nuova edizione dell’Italia in cammino, ma di un rifaci-


mento ab imis di quell’opera, che scritta di getto, in un momento di grazia, riu-
scì un libro vivo e caldo come sono sempre i libri scritti con l’anima. Tutti gli

11
Gioacchino Volpe a Carlo Scorza, Segretario Nazionale del Pnf, 2 luglio 1943.
12
Sull’avventura croata dei Savoia un resoconto impietoso è in G.C. FUSCO, Tomisla-
vo senza regno, in ID., Le rose del ventennio, Palermo, Sellerio, 2000, pp. 51 ss.
13
L’articolo era stato richiesto da Aldo Borelli con il telegramma del 24 giugno 1943.
14
Gioacchino Volpe ad Aldo Borelli, 20 luglio 1943.
170 CAPITOLO QUINTO

Italiani, 10 o 15 anni prima di adesso, avevano vissuto un momento di grazia.


Oggi io ho 15 anni di più! Quell’euforia è passata. Quei punti fermi, che allora
mi pareva di avere sotto i piedi e che sono il necessario fondamento e presup-
posto di ogni lavoro storico (specialmente dedicato alla storia modernissima)
ora non mi paiono più tanto fermi. Certo questo lavoro mi è costato grande
fatica, come chi marci sopra un terreno irregolare e stenti a trovar strade o piste
o tantomeno rotaie. E invidio qualche mio collega in storiografia che queste
rotaie le ha trovate belle, lucide, diritte. E il suo convoglio vi corre sopra senza
una scossa che è una meraviglia15.

Quelle parole costarono allo storico l’accusa di «sabotaggio della


guerra» sollevata da Marinetti sulle pagine di «Mediterraneo Futurista.
Motore dei Gruppi Futuristi Italiani». Si trattava di un quindicinale di
taglio giornalistico, fondato nel 1938 (quattro fogli, formato tabloid, con
titoli gridati, incorniciati da pregevoli incisioni dell’Aereopittura futu-
rista), che recava nella prima pagina il nome del direttore, l’aereopoeta
futurista cagliaritano, Gaetano Patarozzi16, e quello dell’«Animatore e
Primo collaboratore»: Filippo Tommaso Marinetti, «Sansepolcrista e
Accademico d’Italia». A partire dal giugno 1940, la rivista e il suo diret-
tore s’impegnavano in una strategia di energica mobilitazione a soste-
gno dello sforzo bellico nazionale, animata dalla granitica e incrollabile
fiducia nella vittoria finale dell’Asse17. Obiettivo della rivista, in cui
sempre più forte si era intanto andata facendo l’influenza di Marinetti,
era quello di animare il fronte interno e di denunciare al tribunale della
pubblica opinione tutte le forme del «nuovo disfattismo». Nell’articolo
Marcia di Vittoria!, comparso il 28 ottobre 1942, a firma del «Sansepol-
crista», Mario Dessy, la polemica si ampliava dal tradizionale obiettivo,
costituito dai «catastrofisti di professione» e dagli «esterofili ad oltran-
za», fino ad abbracciare un nuovo, più diffuso e più insidioso genere di

15
A. DODI, Visita agli Accademici d’Italia. Intervista allo storico Gioacchino Volpe, in
«Il Regime fascista», 18 gennaio 1942, p. 3.
16
Qualche notizia su questo personaggio è in M. MARITANO, Futurismo in Sardegna.
L’episodio sardo alla fine degli anni Trenta, Oristano, S’Alvure, 1993. Patarozzi aveva pub-
blicato nel 1936 Canzoni d’Africa, in omaggio all’impresa etiopica e, nel 1939, il più fa-
moso Aeropoema futurista della Sardegna, che appariva nelle Edizioni futuriste di poesia.
17
Si veda G. PATAROZZI, Inghilterra fogna di passatismo. Presentazione del poeta F.T.
Marinetti, Roma, Unione Editoriale d’Italia, 1941; ID., Civiltà colonizzatrice tedesca, Roma,
Clet, 1942. Ancora il 19 luglio 1943, Marinetti, Patarozzi e Prampolini inviavano a Mus-
solini questo telegramma: «Gruppi futuristi adoratori Patria, Madre Boccioni, Mediter-
raneo Futurista mentre nostri eroici soldati contendono nostra terra adorata a nemico che
può vantare soltanto peso oro et quantità riaffermano originale indistruttibile superiorità
militare Alleati Germania Giappone. Tutti futuristi rivista Mediterraneo futurista et fede
in Mussolini ci pregano insistentemente riaffermare loro metallica fede in Benito Musso-
lini incarnazione della Patria immortale». Il documento è conservato in ACS, Fondo
SPDCO, fascicolo n. 509. 446.
ANTICLIMAX 171

«negatori della vittoria delle armi italiane», annidati in sedi di respon-


sabilità politica e soprattutto negli ambienti intellettuali.

Ci sono poi gli antitaliani per costituzione. Perennemente amici dei nostri
nemici. Costoro erano tedescofili durante la guerra 1915-1918, solo perché l’Ita-
lia era schierata contro gli Imperi Centrali. Sono oggi anglofili o francofili; sa-
rebbero domani partigiani sfegatati degli abitanti della luna se l’Italia si trovas-
se in conflitto con il pallido pianeta. Tutti questi illustri rappresentanti di un
mondo che dovrà essere energicamente spazzato via dalla vita italiana hanno i
loro quartieri generali – a preferenza – nei salotti cosiddetti intellettuali, nei
bar dei grandi alberghi, talvolta nelle anticamere di illustri personaggi; negli
ambienti, insomma, ove si conquista il tempo chiacchierando. Vi sono, da ulti-
mo, elementi ancora più pericolosi – coperti dallo scudetto fascista, dal presti-
gio di discutibili benemerenze e dalla autorità di alte cariche. Codesti signori,
sono preoccupati soltanto di garantirsi il domani comunque dovessero finire le
cose. Come classificare codeste prove di incomprensione e di insensibilità se
non con l’unico termine che vi si addice: Tradimento? Si deve credere che tutto
ciò possa essere tollerato? Io vi dico di no. Ma oggi, più che mai, bisogna, asso-
lutamente bisogna, anche contro le nostre impazienze legittime avere fiducia
nella giustizia del Duce. Sapiente illuminata giustizia, che al momento oppor-
tuno scenderà inesorabilmente a punire i colpevoli e a premiare i meritevoli.
Noi fascisti saremo allora, ancora una volta, l’arma della sua volontà18.

Ma se l’articolo di Dessy apriva ufficialmente la caccia alle streghe


contro la quinta colonna delle forze plutodemocratiche e giudaico-
bolsceviche, «Mediterraneo Futurista» aveva già precedentemente ini-
ziato la sua opera di smascheramento degli elementi antinazionali. Nel
numero del 14 agosto, interamente dedicato alla glorificazione della
partenza volontaria di Marinetti per il fronte russo19, trovava posto un
ben evidenziato trafiletto, firmato dallo stesso Marinetti, che recitava:

18
M. DESSY, Marcia di Vittoria!, in «Mediterraneo Futurista. Motore dei Gruppi Fu-
turisti Italiani», anno V, 28 ottobre 1942, 16, p. 2. Nello stesso numero, la rivista ospitava
un articolo violentemente antisemita, Roma ha distrutto il Tempio di Sion. Chi lo riedifi-
cherà?, a firma di Bruno Archeri, accompagnato da ampi estratti dei Protocolli degli An-
ziani di Sion. Nel fascicolo del 13 giugno 1942 era apparso l’intervento Tutti gli ebrei al
servizio del lavoro, siglato M. F.
19
Nell’anonimo editoriale di apertura, Saluto a Marinetti, in «Mediterraneo Futuri-
sta. Motore dei Gruppi Futuristi italiani», anno V, 14 agosto 1942, 14, p. 1, si leggeva:
«Partendo volontario per il fronte russo, Marinetti ha compiuto uno di quei gesti di di-
sinteressato patriottismo che hanno sempre caratterizzato la sua vita di Poeta frenetica-
mente innamorato della Patria. Fin dall’inizio delle ostilità Egli aveva atteso con ansia che
le condizioni di salute gli consentissero di partecipare a questo gigantesco conflitto che
vede il trionfo delle forze futuriste delle giovani nazioni sul passatismo cieco e reazionario
dei popoli morfinizzati dall’ebraismo. Sul fronte russo è giunta con Marinetti una inconta-
minata bandiera di italianità, simbolo delle fede che anima centinaia e centinaia di artisti
futuristi tutti devoti fino al sacrificio al Duce nella certezza dell’immancabile vittoria».
172 CAPITOLO QUINTO

Occorre a tutti i costi ribadire questa verità: l’opera critica di Silvio D’Ami-
co è antipatriottica, antitaliana, antifascista. La giuria chiamata a risolvere la
vertenza ha trascurato la questione base su cui convergevano gli attacchi di Anton
Giulio Bragaglia, noto direttore del “Teatro delle Arti”, le cui benemerenze nel
rinnovamento futurista del Teatro italiano sono indiscutibili. Si trattava di di-
chiarare se l’attività del critico Silvio d’Amico è patriottica o antipatriottica.
Purtroppo questa questione base è stata trascurata perché uno dei membri
della giuria, lo storico Eccellenza Volpe (celebre negli ambienti giornalistici per
aver dichiarato a un’intervistatrice del “Regime fascista”: Ma è proprio necessa-
rio vincere questa guerra?), non poteva logicamente preoccuparsi del valore pa-
triottico20.

Volpe reagiva all’infamante accusa ricorrendo alle vie legali e comu-


nicava al Ministro dell’Educazione Nazionale «che in seguito a menzo-
gnere e calunniose sciocchezze stampate dall’Accademico Marinetti a
mio riguardo sul “Mediterraneo futurista” di agosto, gli ho dato quere-
la»21. Per superiori decisioni, alla giustizia ordinaria si sostituiva, per
dirimere la grottesca vicenda, un giurì d’onore, composto da alcuni
membri dell’Accademia d’Italia, presieduto dal Vice Segretario del Pnf,
Alessandro Tarabini, che stabiliva che l’imputazione era «in contrasto
con tutta l’attività di studioso, di scrittore e di oratore svolta dal Volpe
avanti e durante l’attuale conflitto»22. Ma il senso dell’intervista, con-
cessa dallo storico, risultava però chiarissimo a chi voleva intendere.
Poteva farsi, infatti, storia della nascita e dell’ascesa dello Stato italia-
no, a pochi passi dall’abisso che portava ad una sconfitta militare ine-
vitabile, in cui rischiava di dissolversi l’Italia come nazione? O non
conveniva piuttosto ritornare ai primordi di quella storia, quali si erano
delineati nell’Età di Mezzo, come pure Volpe intendeva fare, quando
domandava, nel giugno del 1943, di passare ad altro insegnamento, ab-
bandonando la cattedra di Storia della politica moderna, nella Facoltà di
Scienze politiche, per quella di Storia medievale in quella di Lettere?23
Eppure, il lavoro attorno a quello che sarebbe divenuto il grande
massiccio storiografico di Italia Moderna continuava. Pubblicato il pri-

F.T. MARINETTI, Sansepolcrista, Il caso D’Amico, ivi, p. 3.


20

Gioacchino Volpe a S.E. il Ministro dell’Educazione Nazionale, Santarcangelo di


21

Romagna, 20 settembre 1942, ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Ge-
nerale Istruzione Universitaria, fasc. Professori universitari, G. Volpe.
22
Sul punto, si veda la relazione del commissario della R. Accademia d’Italia, Vincenzo
Rivera, inviata alla Commissione di ricostituzione dell’Accademia dei Lincei, presieduta
da Benedetto Croce, in data 7 novembre 1944. La relazione è conservata nell’Archivio del-
l’Accademia Nazionale dei Lincei.
23
Sulle contrastatissime vicende di quel trasferimento, E. DI RIENZO, L’Università ita-
liana, l’antisemitismo e l’epurazione antifascista, in «Nuova Storia Contemporanea», 2005,
3, pp. 151 ss., in particolare pp. 155-156 e 162.
ANTICLIMAX 173

mo volume dell’opera, che sarebbe stato immediatamente posto sotto


sequestro dalle autorità di Salò24, per i sentimenti di fervido lealismo
monarchico contenuti nella prefazione25, Volpe si apprestava a rediger-
ne la prosecuzione, proprio quando, dopo l’8 settembre, lo sbandamento
delle armate italiane e lo squagliamento delle strutture statali, rendeva-
no sempre più ardua quell’impresa26. Per drammatico paradosso o per
fatale contrappasso, la narrazione delle vicende della patria italiana, che
aveva realizzato la sua crescita interna e posto le premesse della sua
affermazione internazionale nel primo ventennio del secolo, si incro-
ciavano e si sovrapponevano con quelle di una apocalittica attualità, in
cui la nazione, sconvolta da una guerra civile, questa volta combattuta
a mano armata, regrediva al suo stato premoderno, «con i suoi rancori,
le sue vendette, il suo spirito fazioso da vecchia Italia dei Comuni, le
sue più negazioni che affermazioni»27. E se era difficile veramente com-
porre la memoria del paese, nel momento in cui gli eserciti stranieri
scorrazzavano sul suo suolo28, la penna sembrava dover cadere davvero
dalla mano dinnanzi alla «grandezza e terribilità della nostra tragedia
nazionale, quale neanche i più pessimisti avrebbero potuto immagina-
re», nella quale il popolo italiano era divenuto «un monte di rottami,
dal quale non si sa bene, quando le macerie saranno rimosse, cosa ri-
marrà in piedi»29.
Sembrava avverarsi, così, la catastrofe che Gentile aveva annuncia-
to, insistendo sul fatto che «un’Italia destinata a morire per effetto d’una
disfatta militare» non sarebbe stata neppure degna di vivere se non come
«un’accozzaglia di uomini, senza disciplina di sorta»30. Era la stessa
catastrofe che Croce aveva visto profilarsi, proprio nel momento in cui

24
Si veda Gioacchino Volpe a Vittorio Emanuele Orlando, 21 marzo 1945, CV: «Il
volume, che non potè giungere a Roma se non in poche diecine di copie, fu sequestrato a
Milano e nelle librerie dal governo repubblicano».
25
Nella lettera a Gentile del 16 agosto 1943 (AFG), Volpe definiva la prefazione 1943
a Italia moderna, datata 1 giugno 1943, ma forse redatta dopo il 25 luglio, «un piccolo
atto di coraggio».
26
Sulla storia della composizione dell’opera in quel momento, F. PERFETTI, Introdu-
zione a G. VOLPE, Italia moderna, cit., pp. V ss. Si veda anche la testimonianza di Volpe
in Id., Storici e maestri, cit., pp. 285 ss.
27
ID., Prefazione (1943-1945) a Italia moderna, ivi, p. XI.
28
Gioacchino Volpe a Ernesto Sestan, 23 aprile 1944, CV.
29
Gioacchino Volpe a Fortunato Pintor, 13 maggio 1944, FV.
30
G. GENTILE, Discorso agli italiani, tenuto in Campidoglio il 24 giugno 1943, in ID.,
Dal Discorso agli Italiani alla morte, 24 giugno 1943-15 aprile 1944. Ristampa anastatica
dell’edizione, Firenze, Sansoni, 1954, con una Prefazione di M. Pera, Roma, Senato della
Repubblica, 2004, pp. 67 ss., in particolare p. 69. In questo punto, Gentile citava ad litte-
ram un brano dell’articolo composto dopo la disfatta di Caporetto. Si veda ID., Esame di
coscienza, 15 dicembre 1917, in ID., Guerra e fede, cit., pp. 60 ss.
174 CAPITOLO QUINTO

il golpe istituzionale del 25 luglio liberava per sempre l’Italia dalla dit-
tatura «che aveva venduto la nazione e il suo avvenire, cooperando alla
servitù di tutti in Europa»31. Il recente conflitto non era stato infatti
una «guerra per la libertà», ma come tutte le altre, una guerra «per l’in-
dipendenza, per il dominio, e per il vantaggio economico e politico»32.
E la sconfitta in quella contesa, avrebbe più tardi sostenuto il filosofo,
nel momento in cui le clausole del trattato di Parigi mutilavano parti
integranti del corpo della nazione, era stata la sconfitta di tutti. Fascisti
e antifascisti portavano egualmente il peso della sconfitta di quella pro-
va delle armi, male incominciata e malamente persa: «Anche coloro che
l’hanno deprecata con ogni loro potere, anche coloro che sono stati
perseguitati dal regime che l’ha dichiarata, anche coloro che sono mor-
ti per l’opposizione a questo regime, consapevoli, come erano tutti, che
la guerra sciagurata, impegnando la nostra patria, impegnava anche noi,
senza eccezioni, noi che non possiamo distaccarci dal bene e dal male
della nostra patria, né dalle sue vittorie né dalle sue sconfitte»33.

2. Ma la «morte della patria», e almeno il crollo istituzionale e politico


del 1943, che alcuni reputavano tale, se pure corrispondeva al brusco
depotenziamento di ogni tendenza ideologica non solo nazionalistica,
ma anche nazionale34, non equivaleva per questo alla morte della storia.
Si sarebbe trattato piuttosto di un cambio storiografico, che non pote-
va non far seguito all’apertura di una nuova stagione politica. Se i volu-
mi di Italia moderna (prima proibiti dopo il 25 aprile 1945, e poi negli
anni successivi sottoposti ad un vero e proprio boicottaggio politico35,
e peggio ad una «sporca silenziosa congiura del silenzio»36) rischiavano
di cadere nel dimenticatoio, insieme al suo autore, la nazione, restituita
ai valori della libertà e della democrazia, dopo un frettoloso bagno lu-
strale di antifascismo, si confrontava con il suo passato da nuove e di-
verse prospettive ideali.
Ci aveva già provato Carlo Antoni con un breve opuscolo del no-
vembre 1943 che, in sole quindici pagine, tentava di riepilogare quasi
cento anni di storia del nostro paese37. Fedele alla datazione proposta

31
B. CROCE, Taccuini di guerra, cit., p. 14.
32
Ivi, pp. 55-56.
33
ID., Contro l’approvazione del dettato di pace. Discorso alla Costituente del 24 lu-
glio 1947, in Scritti e discorsi politici (1943-1947), Bari, Laterza, 1963, 2 voll., II, p. 404.
34
G. ALIBERTI, La resa di Cavour, cit., pp. 161 ss.
35
E. DI RIENZO, Un dopoguerra storiografico, cit., pp. 264 ss.
36
Gioacchino Volpe ad Augusto Torre, aprile 1952, Carteggio, cit., p. 139.
37
Si veda C. ANTONI, Della Storia d’Italia, Roma, Quaderni del Movimento liberale
italiano, novembre 1943.
ANTICLIMAX 175

da Croce, che lo definiva un «importante saggio di storia italiana»38, il


piccolo scritto ribadiva che «non si può scrivere una Storia d’Italia, se
non cominciando dall’istante in cui, con l’unificazione, ha preso a svol-
gersi un’unitaria vita nazionale», aggiungendo che quella cronologia
andava intesa, proprio alla luce degli ultimi e degli ultimissimi eventi,
«in un senso anche più profondo e doloroso e grave, che non sia quello
d’un richiamo ad una norma di metodologia storiografica». Prima del
1861, la storia italiana poteva essere narrata, infatti, solo in negativo,
mettendo in evidenza gli elementi di divisione che di molto superavano
le possibili, debolissime spinte verso l’aggregazione.
Certo è che per Antoni l’età medievale dei liberi comuni non costi-
tuiva neanche lontanamente la culla della nazione italiana. Anzi, pro-
prio in quel periodo, e poi nell’età delle Signorie, l’Italia divenne teatro
del «sovvertimento» e della «rissa», della «violenza sedata con la vio-
lenza» dal «bando, dalla delazione, dal pugnale del sicario, dall’inqui-
sizione del bargello». Quella «disunità» avrebbe costituito la cifra del
destino politico della Penisola, fino ma anche oltre l’unificazione, tra
tramonto del vecchio secolo e inizio del nuovo, quando a poco serviro-
no la pure meritorie «alchimie politiche» di Giolitti per contrastare, a
destra e a sinistra, gli «intransigenti della parola e del gesto», i «tribuni
delle piazze», i «capi-popolo». Neanche il grande conflitto avrebbe
assicurato al paese maggiore coesione. Tra le ombre e le nebbie del primo
dopoguerra si sarebbe levata anzi una sistematica volontà di annichili-
mento delle basi stesse dell’edificio unitario. Dall’ammutinamento di
Fiume alla marcia su Roma, si consumava la stagione dell’«Antiri-
sorgimento». Quegli episodi segnavano il ritorno dell’«antica Italia delle
fazioni, della illegalità anarchica, del tumulto», che emergevano dal
passato con nuove incarnazioni: «Ex combattenti, ex repubblicani, ex
massoni, ex clericali, ex anarchici, ex socialisti, persino ex comunisti,
nonché naturalmente, semplici bravi e sicari». Ma anche i «vecchi libe-
rali medesimi», che non dettero mano alla sedizione, ma che pure l’ap-
provarono, «illudendosi che il problema italiano si potesse risolvere con
quattro bastonate e qualche colpo di rivoltella».
Poi, i bui anni di regime, nei quali i vecchi comuni guelfi e ghibellini
aderirono con entusiasmo al «nuovo ordine», che venne affidato ad un
partito trasformatosi in «una polizia di parte», al quale rimasero estra-
nei solo i territori di due antichi organismi politici: il Mezzogiorno e il
Piemonte, dove la tradizione liberale dello Stato si mantenne ferma e a
Napoli «assunse accento universale riaffermandosi nella sua forma più

38
Benedetto Croce a Carlo Antoni, 31 luglio 1944, in Carteggio Croce-Antoni, a cura
di M. Mustè, introduzione di G. Sasso, Bologna, Il Mulino, 1996, p. 63.
176 CAPITOLO QUINTO

alta e pura con Benedetto Croce». Infine, la tragedia della guerra e il


tracollo. Soltanto in parte riscattato dalla lotta armata contro gli inva-
sori esterni ed interni, che non era riuscita ad avere ragione delle anti-
che spinte disgregatrici. Al vecchio Antirisorgimento se ne sostituiva
infatti uno nuovo. Quell’idea-forza corrosiva, che dalle pagine di Oria-
ni aveva propagato trasversalmente la sua perniciosa influenza in Go-
betti, Malaparte, Farinacci, Togliatti39, trovava nuovi interpreti nelle
forze più pugnaci della resistenza al nazifascismo. Dal Pci al Partito
d’Azione: contro il cui «sconfortante spettacolo di leggerezza e di fa-
ziosità» lo scritto di Antoni era particolarmente rivolto40.
Si riaffacciavano dunque, in nuovo contesto, le «futuristiche nega-
zioni del passato», che l’estremismo fascista aveva fatto proprie, e si
coniugavano insieme ad altre influenze fino a formare una «storiogra-
fia politica della disfatta». L’eredità ambigua della Lotta politica in Ita-
lia dava origine, attraverso la mediazione di Missiroli, Gobetti, Guido
Dorso, Giorgio Fenoaltea, al fenomeno che Maturi denominava come
«piccolo orianesimo», e che Carlo Morandi definiva appunto un «filo-
ne di derivazione orianesca, arricchito d’altre angosciose esperienze
recenti, da particolari e indubbiamente sinceri stati d’animo»41. Questa
tendenza si esprimeva nella «radicata convinzione» che, non esistendo
prima dell’unificazione del 1870, ottenuta solo in forza della «conqui-
sta militare» e della «sopraffazione burocratica», un «popolo italiano»,
non poteva darsi una storia d’Italia, né una «storia degli Stati italiani»,
ma soltanto quella dei «diversi popoli italiani». Tutto questo, continua-
va Morandi, costituiva una posizione, egualmente opposta «non appe-
na a quella del Volpe e del Salvatorelli, ma anche a quella di Croce».
Una posizione, che guardava a Custoza e a Lissa come a premesse «lo-
giche e inevitabili di ben altre sconfitte, di Caporetto e della marcia
anglo-americana dall’Africa alla Sicilia», che avevano segnato infine, col
«collasso dello Stato, sorto 85 anni or sono», la conclusione logica di
una «costruzione artificiale inadeguata agli italiani».
Questa stralunata fenomenologia storiografica, destinata però a ra-
dicarsi durevolmente nella communis opinio del nostro paese42, aveva
toccato il suo culmine con Giulio Colamarino e Fabio Cusin. Il primo,
prematuramente scomparso nel 1945, invertiva il senso dell’approdo

39
E. DI RIENZO, Il secondo Antirisorgimento, 1943-1961, in «L’Acropoli», 2003, 3,
pp. 341 ss.
40
Carlo Antoni a Benedetto Croce, 10 agosto 1944, in Carteggio Croce-Antoni, cit.,
p. 64.
41
C. MORANDI, recensione a L. TOMEUCCI, Il mito del Risorgimento, Messina, Ferara,
1947, in «Rivista Storica Italiana», 1950, 1, pp. 133 ss.
42
G. GALASSO, L’Italia s’è desta, cit., pp. 275 ss.
ANTICLIMAX 177

del Risorgimento al fascismo, che Gentile e molti altri dopo di lui aveva-
no considerato come la tappa finale e più significativa della storia d’Ita-
lia. Da sintomo positivo quella continuità si rovesciava nel suo esatto con-
trario43. L’ascesa del fascismo e poi il «miserando epilogo italiano» del
1943 traevano origine da un processo di unificazione politica fallito, da
una dinamica di nazionalizzazione incompiuta. E il fatto che Mussolini
avesse potuto «spendere a suo vantaggio i grandi nomi degli unificatori
della patria e presentarsi come l’autentico erede del Risorgimento» non
equivaleva soltanto ad una truffaldina manipolazione della storia.
La riuscita di un così vasto inganno, perpetrato con «l’assenso e la
collaborazione di una larga categoria di intellettuali», non poteva spie-
garsi unicamente con l’abilità del truffatore. Per comprenderne effetti-
vamente la portata bisognava invece ammettere non solo «l’assenza di
una chiara coscienza delle conquiste ideali del Risorgimento nel popo-
lo italiano», ma soprattutto «riconoscere che dagli stessi eventi di quel
periodo non si deduce un chiaro disegno del futuro d’Italia; non si di-
strica quella formula limpida e avvincente che non tollera equivoci
perché si traduce in norma di vita collettiva». Non casualmente infatti
il «crollo politico del 1922» era stato propiziato dal vecchio ceto poli-
tico liberale, da quella stessa «classe dirigente che avrebbe dovuto cu-
stodire il patrimonio ideale del Risorgimento». Né, per puro caso, la
caduta del regime fascista si era verificata, non «in seguito ad un moto
di rivolta delle opposizioni», ma ad opera del Gran Consiglio e della
Monarchia che, soltanto «sotto l’incubo della disfatta militare», avevano
posto fine a «vent’anni di oppressione instaurata col consenso e la colla-
borazione delle classi alte e medie», giacché gli unici ad opporre resisten-
za alla dittatura, prima di quell’evento, furono le organizzazioni operaie
e contadine, «sia pure non in nome degli ideali del Risorgimento».
Argomenti non del tutto originali, quelli di Colamarino, se già nel
Togliatti nel 1931, nel corso di una furiosa polemica con Carlo Rosselli,
aveva sostenuto che se «la tradizione del Risorgimento vive infatti nel
fascismo ed è stata da esso sviluppata all’estremo», la rivoluzione anti-
fascista «non potrà essere che una rivoluzione contro il Risorgimento,
contro la sua ideologia, contro la soluzione che essa ha dato al proble-
ma dell’unità dello stato e a tutti i problemi della vita nazionale»44.

43
Si veda G. COLAMARINO, Il fantasma liberale, con una Prefazione di C. Alvaro, Mi-
lano, Bompiani, 1945, in particolare al capitolo I, pp. 3 ss., dedicato alla «Polemica sul
Risorgimento».
44
ERCOLI [P. Togliatti], Sul movimento di “Giustizia e Libertà”, in «Lo Stato operaio»,
V, settembre 1931, 9, pp. 469 ss., in particolare pp. 470-471. Per la polemica con Ros-
selli, si veda A. GAROSCI, Primo e secondo Risorgimento, in «Rivista Storica Italiana», 1962,
1, pp. 27 ss.
178 CAPITOLO QUINTO

Argomenti che gravitavano in fitta sospensione nell’atmosfera degli anni


successivi alla «resa incondizionata» del settembre 1943, dei quali si
serviva anche Corrado Alvaro, che al volume di Colamarino aveva pre-
messo una commossa prefazione, per dare conto della disfatta morale
italiana che il trauma dell’8 settembre non aveva prodotto ma solo
portato alla luce. Quell’episodio costituiva infatti il traguardo della
politica italiana «in settant’anni di vita unitaria», con il risultato che
«non solo l’Italia è cancellata dal novero delle grandi e libere nazioni,
presumibilmente per molti anni, ma che sta rischiando la sua stessa unità
nazionale». Né questo sconsolato panorama si modificava, guardando
al futuro, se «quel paese con una abilità e una prestezza impressionan-
ti» era riuscito a «tradurre gli stessi organismi della liberazione in ter-
mini di dittatura, e che dalla dittatura d’un solo gruppo ha creduto di
passare a quella di più gruppi, e per esprimerci in termini italiani, dalla
signoria di Firenze all’oligarchia di Venezia»45.
Questa stessa percezione di crollo totale animava la speculazione
storiografica di Fabio Cusin, a partire dal volume del 1945, L’italiano,
realtà e illusioni, dove si sviluppava la tesi sulla natura del fascismo come
inevitabile esito politico dell’Italia unitaria e pre-unitaria, nella quale la
tradizionale frammentazione delle piccole patrie, che avevano avuto per
solo collante la «boria cittadina», non era stata ridotta ma surrogata
forzosamente con l’invenzione del «mito epico nazionale», prima risor-
gimentale e poi fascista46. In questa visuale, il Risorgimento, tuttavia,
non aveva avuto neanche la capacità di generare il fascismo, «che era
tendenza innata nella società e nel carattere dell’anima italiana», come
Cusin sosteneva nella sua opera maggiore (si fa per dire), edita nel 1948
da Einaudi, con il titolo ad effetto di Antistoria d’Italia, grazie alle pres-
sioni di Cantimori e nonostante il veto imposto da Chabod47. Al contra-
rio, tutta la storia dei secoli passati aveva tenuto a battesimo quel regi-
me, la cui protoforma era stata con maggiore approssimazione forgiata
nella stagione del giacobinismo, a partire da quel 1796 che l’Italia car-
ducciana aveva individuato come data natale del Risorgimento.
Giacobina era stata l’Italia riunita sotto lo scettro dei Savoia, dato
che quell’unità fu «necessariamente rivoluzionaria perché spezzerà
vecchi interessi e vecchi costumi, ma sarà giacobina nel carattere deci-

45
C. ALVARO, L’Italia rinunzia?, Milano, Bompiani, 1945, nuova edizione, Palermo,
Sellerio, 1986, pp. 14 e 78.
46
F. CUSIN, L’Italiano, realtà e illusioni, a cura di G. Aliberti, Siena, Edizioni Ram
Multimedia, 2002, p. 62. Si tratta di una versione ridotta rispetto all’edizione originale.
47
Si veda G. ALIBERTI, Le tentazioni della storia: il caso Cusin, in «Clio», 2000, 2, pp.
223 ss.; Id., La resa di Cavour, cit., pp. 193 ss. Si veda anche E. SANTARELLI, Fabio Cusin,
in «Belfagor», 1993, 1, pp. 41 ss.
ANTICLIMAX 179

so e centralista, nonché nel postulato di valersi di qualsiasi forza ai propri


fini»48. Egualmente giacobina sarebbe stata l’Italia fascista che aveva
preteso di potenziare «l’artificioso giacobineggiante centralismo dello
Stato unitario», sebbene la conquista di Roma, «capitale del Risorgi-
mento», fosse stata, nel 1922, soprattutto «opera della campagna ex
borbonica e papalina»49. Ma nell’uno e nell’altro caso l’Italia non era
mai stata nazione, perché tale non poteva definirsi un’entità artatamen-
te creata dalla violenza dell’apparato statale e non spontaneamente sorta
dal desiderio e dalla consapevolezza di un popolo. Né nell’Italia libera-
le né durante la dittatura, infatti, quello Stato fu fattore di coesione.
Quasi sempre invece si trasformò in strumento di divisione. E comun-
que mai fu patria e fu sempre partito. Fino a quando nel 1924, quella
«fazione che sotto sotto aveva cercato di corrodere lo Stato italiano con
l’illegalità, la violenza, il delitto, ma che era stata sinora respinta nei
bassi settori della vita politica, si insediò da padrona nel palazzo del
governo e improntò di sé, della sua asocialità, della sua attitudine a
delinquere le stesse istituzioni e finì per spezzarle con le proprie mani».
Perché tale sarebbe stata la «storia ulteriore del fascismo», che avrebbe
travolto nella sua caduta l’«impalcatura di cartapesta dell’unità nazio-
nale»50.
Sembrava avverarsi la profezia che Carlo Antoni aveva tenuto sospe-
sa, chiedendosi se per davvero il Risorgimento e le sue creazioni non
fossero altro che «l’impresa effimera d’un’esigua schiera di intelletti
generosi», destinata a non aver futuro neppure nella coscienza degli
italiani51. Dalla cronaca di quegli anni terribili si levava una ventata di
antistoria italiana, irosamente polemica con la storiografia di Volpe ma
anche con la lezione di Croce, alla quale avrebbero accondisceso anche
storici classici, come Nino Valeri52, contro la quale poco poteva la fer-
ma reazione di Salvemini53, e che avrebbe condizionato fortemente va-

48
F. Cusin, Antistoria d’Italia, Milano, Mondadori, 2001, p. 89.
49
Ivi, p. 207.
50
Ivi, p. 238.
51
C. ANTONI, Della Storia d’Italia, cit., p. 17.
52
N. VALERI, Premesse ad una storia dell’Italia nel postrisorgimento, in Orientamenti per
la Storia d’Italia nel Risorgimento, Bari, Amici della Cultura-Bari Quaderno n. 1, 1952, pp.
53 ss.; ID., Sulle origini del Fascismo, in Questioni di storia contemporanea, Milano, Marzorati,
1953, III, pp. 733 ss., sulla continuità tra fallimento del Risorgimento e fascismo.
53
G. SALVEMINI, Gli italiani sono fatti così, in «Controcorrente», 1947, ora in ID., Italia
scombinata, a cura di B. Finocchiaro, Torino, Einaudi, 1959, pp. 29 ss. Non meno decisa
era la polemica di Salvemini contro un possibile risorgere della storiografia nazionalista, in
occasione della ristampa, nel 1954, del manuale di Volpe, Storia degli italiani e dell’Italia. Si
veda ID., Da Romolo a Mussolini, in «Il Mondo», 16 febbraio 1954, ivi, pp. 283 ss.
180 CAPITOLO QUINTO

sti settori del lavoro storico, con particolare riferimento a quello gram-
sciano54. Eppure di quel deragliamento l’autore dei Quaderni del Carce-
re era solo parzialmente responsabile55. Nelle sue note, Gramsci non
delineava una controstoria d’Italia, ma un profilo di storia nazionale
che era soprattutto storia del Risorgimento, analisi delle origini dello
Stato italiano, e che era in grado anche di offrire un sintetico sguardo
retrospettivo dal Rinascimento fino al Medioevo. Età nella quale, con-
tro Volpe, veniva colto soprattutto il limite economico-corporativo della
civiltà comunale, che avrebbe in seguito contraddistinto l’intera area
cittadina nei suoi rapporti di mancata integrazione col territorio delle
campagne, ponendo un ostacolo gravissimo alla costruzione di una
superiore unità economica e politica56.
Una storia di lunga durata quindi, quella dei Quaderni, che era in
buona sostanza impermeabile al mito negativo dell’unificazione, consi-
derata soltanto come «conquista regia», come spregiudicata operazio-
ne diplomatico-militare dei Savoia, appoggiata dal partito moderato,
calata dall’alto sul resto del paese. Né quella storia era soltanto storia
delle classi subalterne ma invece, come in Volpe e come in Croce, pri-
ma di tutto storia dei quadri politici e intellettuali «che effettivamente
tengono e tirano i fili delle azioni e governano»57. Era storia, cioè, di
quelle «classi dirigenti» che, al di là del loro inserimento nelle strutture
istituzionali dello Stato58, erano in grado di rappresentare la suprema-
zia di un gruppo sociale come «dominio», come «direzione intellettua-
le e morale», come «egemonia»59.
Lo stacco della storiografia gramsciana rispetto alla corrente «libe-
rale» e «nazionale», che l’aveva preceduta, era infatti un altro. E consi-
steva nella piena identità di storia e politica. Questa assimilazione ol-
trepassava il pure incerto confine tra res gestae e historia rerum, sul quale

54
F. CHABOD, Croce storico, in «Rivista Storica Italiana», 1952, 4, pp. 473 ss., in parti-
colare pp. 518 ss. Più sistematica la polemica di R. ROMEO, La storiografia politica marxi-
sta nel secondo dopoguerra, in «Nord-Sud», agosto-settembre 1956, in ID., Risorgimento
e capitalismo, premessa di G. Pescosolido, Roma-Bari, Laterza, 1998, pp. 11 ss. in parti-
colare pp. 21-22. Si veda anche W. MATURI, La storiografia politica marxista, in Interpreta-
zioni del Risorgimento, cit., pp. 615 ss.
55
G. GALASSO, Gramsci e i problemi della storia italiana, in ID., Croce, Gramsci e altri
storici, cit., pp. 116 ss. Nella sua prima comparsa, l’intervento di Galasso veniva fortemente
contestato in una nota redazionale, apparsa sulla rivista di storia dell’Istituto Gramsci, che
raccoglieva le testimonianze dei maggiori storici del Pci. Si veda Un dibattito su Gramsci
e la Storia d’Italia, in «Studi Storici», 1967, 4, pp. 637 ss. Per la replica di Galasso, Anco-
ra su Gramsci e la Storia d’Italia, ivi, pp. 849 ss.
56
A. GRAMSCI, Quaderni del carcere, cit., III, pp. 2035-2037.
57
B. CROCE, Storia d’Italia, cit., p.108.
58
A. GRAMSCI, Quaderni del carcere, cit., II, p. 1360.
59
Ivi, III, pp. 2010-2011.
ANTICLIMAX 181

si era affaticata la riflessione di Croce e di Gentile, di Volpe e di Omo-


deo, finendo per fare dello studio del passato uno strumento di imme-
diati interessi pratici, che eliminava ogni diaframma tra coscienza sto-
rica e azione di partito. «La storia» – avrebbe scritto Gramsci – «ci
interessa per ragioni “politiche” non oggettive sia pure nel senso di
scientifiche», in quanto la conoscenza di un fenomeno storico deve
essere soprattutto funzionale all’analisi del presente e fornire «una cer-
ta verosimiglianza che le nostre previsioni politiche siano concrete»60.
A partire da quelle premesse il lavoro storiografico, nel suo complesso,
poteva facilmente ridursi a costruzione del «mito politico»61. E la storia
patria, per molti, rischiava di trasformarsi, addirittura nei suoi principi
costitutivi, in «storia-partito», in deliberata volontà di annichilire il
passato percorso unitario della nazione, per sostituire all’immagine di
un vecchio Risorgimento, giustamente sconfitto nella catastrofe del
1943, quella di un nuovo Risorgimento che aveva preso avvio soltanto
all’alba del 25 aprile di due anni dopo62.

3. Da quel rischio sarebbe risultata in buona parte immune la Storia


dell’Italia moderna di Giorgio Candeloro, che esplicitamente e sistema-
ticamente si richiamava alla lezione di Gramsci, ma implicitamente e
più spesso larvatamente rimandava anche al magistero di Gentile e di
Volpe63, ancorandosi ad un approdo che consentiva di non smarrire una
rappresentazione unitaria della storia della Penisola, almeno nella ver-
sione «nazional-popolare», se non davvero più in quella nazionale. Nella
prefazione dell’opera, datata aprile 1956, Candeloro osservava che, se
il pensiero di Gramsci offriva un contributo insostituibile, per una let-
tura alternativa all’analisi prevalentemente «politico-culturale dei fatti
storici», quel sussidio non doveva essere considerato come uno schema
da applicare passivamente, in modo unilaterale, pena la degenerazione
della ricerca in «un superficiale economicismo e sociologismo»64. Era-

60
Ivi, p. 1723.
61
Ivi, p. 1983. Sul punto, G. CAVALLARI, Gramsci e Sorel: la scienza politica fra “parti-
to” e “mito”, in Gramsci: il partito politico nei “Quaderni”, a cura di S. Mastellone e G.
Sola, Firenze, Cet, 2001, pp. 171 ss. In una prospettiva, più specifica, il mio La “storia dei
se” e la “storia dei fatti”. Note sulla storiografia italiana del periodo rivoluzionario, 1945-
2000, in «L’Acropoli», 2002, 4, pp. 442. Se ne veda anche la versione francese ampliata
in «Annales historiques de la Révolution française», 2003, 4, pp. 119 ss.
62
Si veda da ultimo E. RAGIONIERI, Fine del “Risorgimento”. Alcune considerazioni sul
centenario dell’Unità d’Italia, in «Studi Storici», 1964, 1, pp. 3 ss.
63
G. CANDELORO, Giolitti e l’età giolittiana, in «Società», 1950, 4, pp. 129 ss., in par-
ticolare pp. 140 ss.
64
ID., Prefazione a Storia dell’Italia moderna. I. Le origini del Risorgimento, 1700-1815,
Milano, Feltrinelli, 19757, pp. 6-7.
182 CAPITOLO QUINTO

no né più né meno le parole con le quali Volpe aveva invitato a uscire


dalle strettoie della scuola economica-giuridica, negli stessi anni in cui
prendeva avvio il suo progetto di storia italiana65. Non casualmente al-
lora, la Storia d’Italia di Candeloro, in ispecie nei primi volumi, riman-
dava alla storia secolare della nazione italiana con particolare accento
sul «progresso, durato all’incirca dal secolo XI al XIV», datava le ori-
gini del Risorgimento al Settecento, valorizzava Cuoco, la successiva
cultura moderata, lo stesso fenomeno del «giobertismo», concedeva
ampio spazio al secolare lavorio diplomatico dei Savoia e all’iniziativa
di Cavour, emancipandosi in questo modo, come si è giustamente os-
servato, dall’«atteggiamento di persistente polemica e di parziale rifiu-
to della storia nazionale, che hanno caratterizzato una larga parte della
cultura, storica e non, e più in generale della vita politica e morale della
seconda metà del Novecento»66.
Non era quello il solo ritorno al passato, in cui operava la lezione
degli antichi maestri, e di Volpe in particolare, che, magari in misura
largamente misconosciuta e contraffatta, sarebbe restata sempre pre-
sente, intersecando i vari schieramenti ideologici degli studi storici ita-
liani67. Nel giudizio sull’età giolittiana, Croce aveva fatto scuola. Con-
tro Volpe, in primo luogo. Ma anche contro il pur articolato e a volte
contraddittorio giudizio di Gramsci sul «grande conservatore» e «abile
reazionario, che impedì la formazione di un’Italia democratica»68. L’elo-
gio di quello che era stato definito il decennio aureo dello storia d’Italia
rimbalzava dalle pagine della Storia d’Italia alla biografia di Giovanni
Ansaldo. In un’opera che, fatte salve le qualità stilistiche dell’autore,
pareva a tratti costituire una nuova versione del Pinocchio di Collodi:
con Crispi in veste di Mangiafuoco, Sonnino e Salandra in quelle dei
due carabinieri, e Giolitti, infine, come Grillo parlante69.
Giolitti resuscitava gloriosamente dalle sue ceneri anche nell’estem-

65
G. VOLPE, Prefazione a Momenti di storia italiana, cit., pp. VI-VII.
66
R. ROMEO, L’interpretazione del Risorgimento nella nuova storiografia, ora in ID.,
L’Italia unita e la prima guerra mondiale, Bari, Laterza, 1987, pp. 5 ss. Più problematico
era il giudizio di Romeo sulla Storia d’Italia di Candeloro, in La storiografia italiana sul
Risorgimento e l’Italia unitaria nel secondo dopoguerra, in ID., Il giudizio storico sul Risor-
gimento, Catania, Bonanno, 19672, pp. 139 ss. I due saggi sono rispettivamente del 1970
e del 1964.
67
E. DI RIENZO, Un dopoguerra storiografico... due o tre cose che so di lui, in «Nuova
Storia Contemporanea», 2005, 5, pp. 131 ss. ID., Storici e maestro. Allievi volpiani tra con-
tinuità e innovazione,1945-1962, relazione presentata al Convegno di Roma, Gioacchino
Volpe tra passato e presente, 1-2 dicembre 2005.
68
A. GRAMSCI, Quaderni del carcere, cit., in particolare III, pp. 2019 ss.
69
Diverso il giudizio di F. PERFETTI nell’Introduzione di G. ANSALDO, Il ministro della
buona vita, cit.
ANTICLIMAX 183

poranea saggistica storiografica di Carlo Sforza, una volta messo a con-


fronto con l’operato di Sonnino che, addirittura insieme a D’Annun-
zio, veniva annoverato tra i precursori del fascismo: l’uno per aver dato
fondamento alle «origini letterarie», l’altro a quelle «diplomatiche» del
movimento di Mussolini70. Ma la stagione giolittiana trovava anche un
caldo apprezzamento nelle note di storia italiana di Togliatti. In quegli
appunti si sosteneva – in contraddizione con le sue personali invettive
del 1923 contro la «dittatura del liberale Giolitti» – che se «sarebbe
assurdo pensare che Giovanni Giolitti, uomo politico, uscito dalla vec-
chia classe dirigente borghese e conservatrice, fosse l’araldo del rinno-
vamento della società», pure non si poteva negare che «tra gli uomini
politici della sua epoca egli appaia oggi quello che più degli altri aveva
compreso quale era la direzione in cui la società italiana avrebbe dovu-
to muoversi per uscire dai contrasti del suo tempo»71. Giudizio larga-
mente positivo che riguardava tanto la capacità dimostrata da Giolitti
di sapersi emancipare, in politica estera, dai pericolosi diktat che ave-
vano condizionato quasi tutti i governi dell’età dell’imperialismo, quan-
to, in politica interna, quella di essersi prospettato l’esigenza di una
rapida integrazione politica dei «ceti popolari» e di aver avuto l’intui-
zione di quel problema non «come problema di polizia, ma di indirizzo
economico e politico», soltanto poco dopo rispetto a quando «il poco
lungimirante barone Sonnino invocava, di fronte all’avanzata del movi-
mento degli operai, un “fascio” di tutte le forze conservatrici e un’ap-
plicazione reazionaria, prussiana, delle norme dello Statuto».
Di lì, la rivalutazione della lunga egemonia politica dell’uomo di
Dronero sarebbe passata, come una parola d’ordine, ad influenzare
molti giudizi della sinistra storiografica (primo fra tutti quello di Erne-
sto Ragionieri)72, provocando naturalmente il «gran dispitto» di Salve-
mini e quello di Volpe. Il primo che, nel 1928, aveva rimproverato a
Croce il silenzio sull’«impressionante regresso della vita politica italia-
na» e sul «lento ma costante aumento del discredito delle istituzioni
parlamentari» degli anni di governo di Giolitti, che avevano costituito
il fattore determinante dell’ascesa del fascismo, irrideva alla nuova

70
C. SFORZA, Costruttori e distruttori, Roma, Donatello de Luigi, 1945, in particolare,
per il giudizio su Giolitti e Sonnino, pp. 235 e 299 ss. Ricordiamo che il volume di Sforza
era uscito per la prima volta, e contemporaneamente, in edizione francese e inglese, nel
1931. Una versione italiana, stampata a Parigi, nel 1935, era stata quasi totalmente distrut-
ta grazie all’intervento dell’ambasciata italiana.
71
P. TOGLIATTI, Discorso su Giolitti. Testo della conferenza di Torino del 30 aprile 1950,
in Id., Momenti di storia italiana, Roma, Editori Riuniti, 19742, pp. 79 ss.
72
E. RAGIONIERI, Palmiro Togliatti e la Storia d’Italia, in ID., Palmiro Togliatti, Roma,
Editori Riuniti, 1973, pp. 71 ss.
184 CAPITOLO QUINTO

«ageografia» del giolittismo, nella quale «anche i comunisti diventava-


no, in veste di storici, crociani e giolittiani in politica»73. Il secondo, che
già precedentemente non aveva perdonato a Croce le indulgenze «ver-
so il “liberalismo” giolittiano (misto di licenza e di dittatura!)»74, repli-
cava seccamente in una nota a piè di pagina del terzo e ultimo tomo di
Italia moderna, osservando come l’odierna riabilitazione di Giolitti fos-
se in larghissima parte figlia dell’attuale, non esaltante, congiuntura
storica e non di un disinteressato sforzo di analisi del passato.

Era già scritto questo mio volume quando pullularono libri e articoli su
Giolitti, anche di buone penne, di antichi e nuovi, un po’ improvvisati ammi-
ratori suoi, come Nicola Natale e Giovanni Ansaldo. Cosa più che legittima e
utile questo mettere in sempre maggior luce un uomo politico che ha campeg-
giato per una quindicina e più di anni su la scena politica italiana. Solo che questo
nuovo slancio verso Giolitti ha un po’ le sue sorgenti nell’attuale psicologia della
sconfitta, nella reazione a Governi troppo ambiziosi ed a miraggi troppo alti:
sorgenti poco sicure e molto soggette ai capricci della meteorologia e ai pericoli
dell’inquinamento. Già con Croce e la sua Storia d’Italia, Giolitti servì non poco
come mezzo polemico contro Mussolini. E ne venne fuori quell’idilliaca ma-
nierata e falsa Italia giolittiana degli anni precedenti la guerra, che tutti ricorda-
no. Non sarebbe meglio, le polemiche, farle chiare e schiette, senza disturbare
la storia?75

Su tale materia Volpe era già tornato diffusamente, negli anni imme-
diatamente precedenti questa esternazione, con un intervento pubbli-
cato sul «Tempo» di Roma, nel quale si smontava la favola bella, antica
e novissima, del «liberalismo» giolittiano:

Liberale, dunque, Giolitti sarà stato. Ma questo liberalismo, di quanto illi-


beralismo non era venato o contaminato, nell’azione quotidiana di governo!
Quante ferite al liberalismo, di sinistra o destra che sia! Non liberale e demo-
cratica la sua politica economica, riguardosissima delle grandi industrie protet-
te, mentre i genuinamente liberali le bersagliavano; non la politica di favore svolta
sotto la pressione socialista, verso leghe o cooperative, cioè verso i gruppi più

73
La testimonianza di Salvemini è riportata da Gaetano Arfè nella Prefazione a G.
SALVEMINI, Movimento socialista e questione meridionale, Milano, Feltrinelli, 1963, II, p.
X. Per il giudizio sull’Italia giolittiana, riproposto, in termini immutati, da Salvemini nel
secondo dopoguerra, si vedano gli interventi, dal 1945 al 1952, raccolti in G. SALVEMINI,
Il ministro della mala vita e altri scritti sull’Italia giolittiana, cit., pp. 499 ss.
74
G. VOLPE, A proposito di Storia d’Italia, seconda Prefazione a L’Italia in cammino,
cit., pp. 5 ss. Si trattava della recensione, apparsa sul «Corriere della Sera» nel febbraio
1928, che veniva poi ampliata e posta come prefazione alla nuova edizione di Italia in
cammino, Milano, Treves-Tuminelli, 1930.
75
ID., Italia Moderna, cit., III, p. 246, nota. Il terzo volume dell’opera veniva pubbli-
cato nel 1952.
ANTICLIMAX 185

forti del proletariato. E l’accentramento burocratico crescente? E il crescente


accaparramento del risparmio nazionale, attraverso la Cassa Depositi e Prestiti
e, fra poco, l’Istituto Nazionale delle Assicurazioni, sottratto all’agricoltura,
specialmente del Mezzogiorno e distribuito con criteri politici, un po’ bene e
un po’ male? E gli interventi continui nelle amministrazioni locali, non legitti-
mati sempre né da ragioni obiettive di pubblico bene né da una seria azione
moralizzatrice che essi si proponessero e raggiungessero? E l’ingerenza spesso
scandalosa nelle elezioni politiche, nonché comunali? E la pratica sempre più
diffusa, da lui non combattuta e forse incoraggiata, di pubblici funzionari, cioè
di uomini dipendenti dal potere esecutivo e sindacati dal Parlamento, che, a
dispetto della legge positiva, della divisione dei poteri e della democrazia stes-
sa, ascendono a Montecitorio e sono assunti a ministri, diventano così arbitri
del potere stesso e sindacatori della propria opera, nonché maneggevoli arnesi
nella mano del Capo del Governo? Questo era il metodico lavoro di Giolitti
per farsi la Camera, la sua Camera e anche il suo Senato, la sua maggioranza. Se
Giolitti non inventò lui l’ingerenza governativa nelle elezioni, certo lui la portò
ad un alto grado di spregiudicatezza, impegnando a ciò l’opera della Polizia e
dei Prefetti, avallando molte loro soverchierie, mettendoli nella necessità o ten-
tazione di parteggiare con le più basse camorre locali, compromettendo il pre-
stigio loro e, in fondo, del Governo agli occhi delle popolazioni che proprio al
tempo di Giolitti cominciarono a vedere nel Prefetto più l’agente elettorale,
sollecito a procurare voti o, comunque, vittoria ai candidati ministeriali, che
non il superiore e imparziale rappresentante del Potere centrale. Ragione per
cui, quel governare per mezzo del Parlamento, di cui Giolitti menava vanto, era
più un’illusione che una realtà. Realtà era la burocrazia e il potere esecutivo76.

Ai più, queste ultime punte polemiche di Volpe contro Giolitti po-


tevano apparire davvero fuori del tempo, in un’Italia che ritornava ad
essere, sotto mutato nome, «giolittiana», nella pratica di una vita poli-
tica ispirata al grigiore della prosa quotidiana e nella predisposizione
ad un’arte della transazione che poco o nulla si distingueva da quella
del compromesso per il compromesso, dove risorgevano potentemente
clientele e gruppi di pressione corporativi. Egualmente, fortemente
inattuale doveva apparire la frecciata che Volpe dedicava a Salvemini
per non aver saputo comprendere, nel 1911, la grandezza e la necessità
della missione africana dell’Italia, nelle pagine dedicate all’impresa di
Libia, che Volpe aveva estrapolato dal corpo di Italia moderna77, per
ricavarne, nel 1945, un volumetto direttamente spendibile nel dibattito
sul futuro assetto internazionale delle nostre colonie78. E se lo storico,
con quell’edizione si arruolava senza esitazioni nel partito favorevole al
mantenimento di quei territori alla madrepatria, dedicandola «ai com-

76
ID., Il liberalismo di Giolitti, in «Il Tempo», 25 gennaio 1950, p. 2.
77
ID., Italia Moderna, cit., III, pp. 315 ss.
78
Gioacchino Volpe a Giovanni Volpe, 24 settembre 1946, CV.
186 CAPITOLO QUINTO

battenti e lavoratori d’ogni lavoro, vivi e morti, che dal 1885 al 1943
hanno acquistato, dissodato, difeso, con sangue e con sudore, le nostre
terre africane»79, bisognerà pur dire che si trovava in buona o forse in
cattiva compagnia. Insieme a Ferruccio Parri, Pietro Nenni, Alcide De
Gasperi, Ruggero Grieco, Palmiro Togliatti che ancora nel marzo del
1948 si domandava con artefatto candore: «Se il governo inglese vuole
proprio dimostrarci la sua amicizia perché invece che cominciare da
Trieste non comincia col dichiarare di esser d’accordo che rimangano
all’Italia le sue vecchie colonie?»80.
Anche da questo episodio minore, ma assai significativo del clima
dell’immediato dopoguerra, occorreva trarre tutte le conclusioni, an-
che le più amare. Se uno dei più prestigiosi uomini politici dell’Italia,
ormai fattasi Repubblica, arrivava a proporre quell’«infame baratto»,
dopo aver a più riprese sostenuto, con la sola significativa opposizione
di Gaetano Salvemini e di pochi altri, la liceità dell’annessione delle re-
gioni orientali alla Jugoslavia81, quale speranza esisteva di poter mante-
nere in vita una tradizione di storia nazionale, in tutto o almeno in parte
simile al modello che Volpe aveva auspicato? Scarsissima speranza, per
non dire nessuna. Di quel modo d’intendere l’analisi del passato non
poteva, non doveva sopravvivere neanche una versione aggiornata alla
luce di criteri democratici e liberali, come quella sperimentata da Fede-
rico Chabod. Neppure una storia nazionale «politicamente corretta», a
tutti gli effetti, risultava ammissibile, in un momento nel quale gli intel-
lettuali italiani guardavano all’estero – a Est oppure a Ovest – e piutto-
sto che su come accompagnare la crescita della nazione si concentrava-
no su come correggere, se non soffocare, i caratteri nazionali, su come
importare, se non imporre, le forme della modernità capitalista o co-
munista82. Internazionalismo socialista e atlantismo impedivano il pro-
trarsi di quel ciclo storiografico, in un paese nel quale, come poi avreb-

79
G. VOLPE, L’impresa di Tripoli, 1911-1921, Roma, Edizioni Leonardo, 1946. La fra-
se citata appariva nell’exergo del volume, con la data del primo dicembre 1945.
80
La dichiarazione di Togliatti era riportata su «l’Unità» del 26 marzo 1948. Sul pun-
to, il mio Togliatti e «gli italiani da buttare a mare», in «il Giornale», 31 gennaio 2005.
81
P. TOGLIATTI, Batti, ma ascolta!, in «Rinascita», 2 febbraio 1945, poi in ID., Per la
salvezza del nostro paese, Roma, Giulio Einaudi, 1946, pp. 393 ss. Sulla politica orientale
del segretario del Pci, si veda E. AGA-ROSSI-V. ZASLAVASKY, Togliatti e Stalin. Il Pci e la
politica estera staliniana negli archivi di Mosca, Bologna, Il Mulino, pp. 131 ss. Per l’op-
posizione a quella politica, G. SALVEMINI, Trieste e gli stalinisti, in «L’Italia libera», 16 feb-
braio 1945, in ID., Opere. VII-L’Italia vista dall’America, a cura di E. Tagliacozzo, Milano,
Feltrinelli, 1969, pp. 640-641.
82
E. DI RIENZO, Un dopoguerra storiografico, cit., pp. 418 ss. Sul punto, anche le acute
osservazioni di R. VIVARELLI, A neglected question. Historians and the Italian national State
(1945-95) in Writing National Histories. Western Europe since 1800, cit., pp. 230 ss.
ANTICLIMAX 187

be osservato Rosario Romeo, la catastrofe del 1943 aveva condotto alla


«rinuncia all’obiettivo di portare l’Italia al livello dei grandi paesi d’Oc-
cidente che aveva ispirato tanta parte del nostro Risorgimento»83. Ma
anche una nuova ventata di europeismo militava a distruggere quel
modo di trasmettere la memoria e l’identità italiana. Nuova o forse già
vista, già utilizzata, nel recente passato, per altri fini e altri scopi. In un
frammento manoscritto, intitolato Storia del tramonto del nuovo irre-
dentismo dopo la seconda guerra mondiale, destinato ad approfondire le
cause e gli effetti della fine del sogno di una «grande Italia», che avreb-
be dovuto riunire nel suo seno Malta, Corsica, Canton Ticino, Volpe
annotava infatti:

Con la nuova guerra, che ebbe nel Mediterraneo e paesi attorno il suo cen-
tro e investì tutte quelle nostre terre “irredente”; con essa e con la sua, per noi
infelice e non del tutto onorevole conclusione; con la perdita di ogni nostro
prestigio internazionale e di nostra forza di attrazione assai viva nel ventennio
precedente; col nuovo clima politico e morale che regna da noi; con tutto que-
sto la scena muta. Il nuovo irredentismo o quasi irridentismo rimane pressoché
interrotto. [...] “Al di sopra della patria, si viene formando una nuova religione
politica di tono e indirizzo europeo e di interesse sociale”, scriveva lo scrittore
e professore Luigi Russo, nella prefazione alla sua rivista “Belfagor” nel 1943
[recte: 1946]. Ma questo avveniva più in certi paesi che in altri. Né poi arrestava
la lenta espansione di certe stirpi più giovani o più vigorose – nel caso nostro,
Tedeschi e Slavi al Nord-Est – verso aree più o meno italiane di qua dalle Alpi,
dove nostro interesse e aspirazione era, se non proprio rivendicar territori, al di
là della linea politica, difendere, conservare quel tanto di italianità che pur vi
era in fatto di lingua, coltura, sentimento84.

Significativo in questo passo era soprattutto il riferimento all’artico-


lo di «Belfagor», che riproduceva, nel finale, un intervento dello stesso
Russo apparso su «Primato» nel febbraio del 194185, nel quadro di una
inchiesta su insegnamento universitario e cultura attuale, dove si met-
teva in risalto il progressivo venir meno del valore dell’idea di «patria»
nella gioventù del Littorio.

83
R. ROMEO, Italia mille anni. Dall’età feudale all’Italia moderna ed europea, Firenze,
Le Monnier, 1996, pp. 198-199. Sul punto, R. DE FELICE, Il problema della nazione nodo
centrale del pensiero di Rosario Romeo, storico e intellettuale, in «Storia contemporanea»,
1992, 2, pp. 285 ss. ora in ID., Fascismo, antifascismo, nazione, Roma, Bonacci, 1996, pp.
273 ss. G. SASSO, Rosario Romeo e l’idea di “nazione”. Appunti e considerazioni, in «La
Cultura», 1992, 1, pp. 7 ss.
84
Il manoscritto è in CV.
85
In quello stesso numero, la rivista ospitava anche l’articolo di C. MORANDI, Le uni-
versità e la cultura, 15 febbraio 1941, ora in ID., Scritti storici, cit., III, pp. 359 ss.
188 CAPITOLO QUINTO

La vita delle Università italiane oggi è radicalmente mutata. Alla vigilia del-
l’altra guerra europea tutti vivevamo dei miti tramandatici dal nostro Risorgi-
mento... Gli umori dei giovani sono cambiati; parlare di “Patria” con loro par-
rebbe mediocre discorso, ricordi di quel nostro “piccolo mondo moderno”
dell’800 diventato, ahimè, antico. Al di sopra della Patria si viene formando
una religione politica di tono e indirizzo europeo e d’interesse sociale. I miti
dei nostri giovani hanno tutti un carattere sopranazionale, perché tutti volti con-
sapevolmente e inconsapevolmente alla creazione di un’anima e di una unità
europea. Fascismo, nazismo, comunismo, liberal-socialismo (per la prima volta
era fatto questo nome in pubblico!), democrazia, fedi antitetiche fra loro, sono
comunque familiari, alla loro fantasia, o per essere accettate o per essere com-
battute. Ma in ogni modo questi sono miti che chiamano i giovani fuori degli
schemi usuali per il superamento dei vecchi nazionalismi dell’800. La guerra
stessa oggi è sentita non tanto come Guerra di Patria, ma come guerra di reli-
gioni e di ideologie di partito86.

Era un concetto, questo, che era stato ribattuto con insistenza sulle
pagine della rivista di Bottai. In particolare, nei numerosi interventi di
Carlo Morandi, e in quello che significativamente s’intitolava Questa
guerra e il Risorgimento, dove si scorgeva nel nuovo conflitto intercon-
tinentale l’occasione per liberarsi delle vecchie incrostazioni nazionali
e nazionalistiche e per l’affermazione invece di «una comunità d’idee e
di popoli», alla luce di un’«idea-forza rivoluzionaria che agisce come
elemento eversore d’un sistema, come volontà costruttrice di un ordine
nuovo», nel quale del tutto marginali apparivano le «nostre particolari
rivendicazioni nazionali»87.
Questa linea di tendenza, secondo la lettura giustificazionista che ne
avrebbe dato Russo, testimoniava prematuramente la liquidazione del-
la «così detta “patria del Duce” e dei suoi accoliti», ferita a morte dal
nuovo, giovane pensiero circolante nelle riunioni dei Guf e nei Litto-
riali della cultura, sia pure con «le reticenze interlineari che gli italiani
del 1941 erano ormai abituati a comprendere». Si trattava evidentemen-
te di una forzatura, se non addirittura di una falsificazione che il senno
del poi aveva suggerito. Perché poco veramente aveva a che fare il su-
peramento del nazionalismo, nell’ottica «ordine-nuovista» auspicata
dall’ultimo fascismo, con i contenuti della Storia d’Europa di Croce, e
con i temi della propaganda del federalismo e dell’europeismo antifa-
scista, propugnato dal movimento di «Giustizia e Libertà» e dal suo

86
L. RUSSO, I giovani nel venticinquennio fascista, 1919-1944, in «Belfagor», 1946, 1,
pp. 7 ss., in particolare pp. 15-16.
87
C. MORANDI, Questa guerra e il Risorgimento, in «Primato», 1° aprile 1941, ora in
ID., Scritti storici, cit., III, pp. 369 ss.
ANTICLIMAX 189

principale ideologo, Carlo Rosselli88. Eppure proprio quella prima ten-


denza, pur nella mistificazione e nella confusione delle lingue, si era
fatta feconda di risultati già prima della fine della guerra. Ancora tra
giugno e marzo 1945, sotto la Rsi, l’Istituto per gli Studi di Politica
Internazionale, che dal 1934 aveva fornito la piattaforma ideologica per
l’aggressiva politica estera del regime89, continuava a promuovere una
serie di studi relativi al «dato “cultura”, “civiltà” europea» e la pubbli-
cazione di un ampio apparato documentario relativo al «concetto di
cultura o di storia europea, e sulla sua unitaria civiltà» che avrebbe
dovuto integrare la «documentazione relativa ai progetti veri e propri
di un’unificazione europea, ai problemi specifici di economia, di orga-
nizzazione»90. Quel piano di lavoro era stato, anche in questo caso, for-
temente connesso ad una finalità pratica; il velleitario tentativo di lan-
ciare, nell’aprile del 1943, una carta della «Nazioni Unite» europee, a
base italocentrica, che doveva essere alternativa ai progetti di un nuovo
sistema internazionale che gli Alleati intendevano mettere in opera,
come al programma dell’«Ordine Nuovo» nazionalsocialista91. Tra gli
studiosi che si erano dimostrati interessati al progetto, il segretario
dell’Ispi, Gerolamo Bassani, ricordava Federico Chabod, che di lì a poco
avrebbe redatto la sua Storia dell’idea d’Europa, e altri ricercatori attivi
nella redazione di «Rassegna di politica internazionale» (poi divenuta
«Relazioni internazionali»), sempre pubblicata dall’istituto milanese
sotto il patrocinio del Ministero degli Esteri, della quale si è voluto
sottolineare, con qualche esagerazione, la caratteristica di ponte tra
cultura del regime e nuova cultura antifascista92.

88
P. GRAGLIA, Unità europea e federalismo: da Giustizia e libertà ad Altiero Spinelli,
Bologna, Il Mulino, 1996, pp. 21 ss.
89
L’Ispi, fondato nel 1934 da Pierfranco Gaslini, un allievo dello storico nazionalista
Arrigo Solmi, veniva presieduto dal 1935 dall’industriale Alberto Pirelli e godeva da quel
momento di un forte sostegno finanziario, che ne rilanciava l’attività di ricerca e quella
editoriale. Nel settembre del 1935 veniva costituito un comitato direttivo composto da
Pirelli, Salata, Bevione, Volpe. Gaslini conservava la direzione responsabile dell’Istituto.
Sul punto, A. PIRELLI, Taccuini, 1922-1943, a cura di D. Barbone, prefazione di E. Orto-
na, Bologna, Il Mulino, 1984, pp. 21-22; A. MONTENEGRO, Politica estera e organizzazione
del consenso. Note sull’Istituto per gli studi di politica internazionale, 1933-1943, in «Stu-
di Storici», 1978, 4, pp. 802 ss.; E. DECLEVA, Politica estera, storia, propaganda: l’Ispi di
Milano e la Francia (1934-1943), in «Storia contemporanea», 1982, 3, pp. 607 ss.; V. GA-
LIMI, Culture fasciste e droit à la guerre. L’Istituto per gli studi di politica internazionale dans
les années Trente, in «Mil neuf cent», 2005, 1, pp. 167 ss.
90
Gerolamo Bassani ad Alberto Pirelli, Milano, 26 marzo 1945. Tutta la documentazione
relativa a questo progetto dell’Ispi è conservato in ACS, Carte Renzo De Felice, busta 16.
91
Si veda G. BASTIANINI, Volevo fermare Mussolini. Memorie di un diplomatico fasci-
sta, con una Prefazione di S. Romano, Milano, Rizzoli, 2005, pp. 96 ss. e 382 ss.
92
E. SAVINIO, “Lo Stato moderno”. Mario Boneschi e gli azionisti milanesi, Milano,
Franco Angeli, 2005, pp. 74-75.
190 CAPITOLO QUINTO

Sia come sia, anche per questo episodio, il presente rivelava un cuo-
re antico. E, in ogni caso, il forte interesse per una storia d’Europa, per
una vocazione storiografica cosmopolita, che, a prescindere dalla sua
genealogia politica, avrebbe affascinato nell’immediato futuro il mon-
do italiano degli studi storici del dopoguerra93, contribuiva a corrodere
ulteriormente l’idea di nazione e di storia nazionale. Di questo risulta-
to, nonostante lo straniamento che il lungo soggiorno negli Stati Uniti
avrebbe potuto provocare, doveva essere ben consapevole Giuseppe
Prezzolini, al quale Volpe manifestava, nel febbraio 1947, i sensi del
suo atterramento morale, dichiarando di essere «rotto in due e più pezzi
dalla tragedia che ha colpito e risospinto indietro e cacciato nel disor-
dine e nella miseria il nostro paese ed ha tolto agli uomini della nostra
generazione di rivederlo rispettato e rispettabile, Nazione italiana, Sta-
to italiano, e non accozzaglia di 45 milioni di persone, fra giovani e
vecchi, uomini e donne, pastori e pecore»94. Tanto sbigottimento non
aveva tuttavia intaccato la «resistenza al lavoro» dello storico, se questi
proponeva all’antico amico di fargli da tramite presso un «editore ame-
ricano», per realizzare la versione inglese di «una Storia d’Italia dal V
secolo al 1870, un volume di 500 pagine, che è per tre quarti fatto e
dentro il ’47 finito». Notizia di questo progetto editoriale, che avrebbe
visto la luce solo alla fine degli anni ’60, ritornava nella corrispondenza
seguente, e si riaffacciava quando nell’aprile del 1952 Volpe ringrazia-
va Prezzolini «per i libri tuoi da te offertimi in loco, fra cui The Legacy
of Italy, a cui mi ero proposto di dedicar una colonna o mezza sul Tem-
po di Roma: e avevo anche preparato qualche appunto del libro»95. Quel
resoconto purtroppo non venne mai scritto, privandoci del giudizio di
Volpe su di un’opera che a dire poco capovolgeva il suo concetto di
storia nazionale.
Il volume di Prezzolini, poi apparso anche in lingua italiana, nel 1958,
con il titolo di L’Italia finisce. Ecco quel che resta96, costituiva infatti una
vera e propria anti-storia d’Italia, nella quale le allucinate considerazio-
ni di Cusin venivano riproposte, in un contesto stilistico certamente
privo delle asprezze dello studioso triestino, senza però che ne venisse
intaccato il senso di tragica rivelazione. Il cataclisma del 1943 era infat-
ti iscritto per Prezzolini nelle vicende nazionali, fin dagli albori. Com-
pletamente separata dall’eredità di Roma e dalla capacità politica orga-

93
M. VERGA, Storie d’Europa, cit., pp. 117 ss. Si veda anche Storia e storici d’Europa
nel XX secolo, a cura di M.M. Benzoni e B. Vigezzi, Milano, Unicopli, 2001.
94
Gioacchino Volpe a Giuseppe Prezzolini, 24 febbraio 1947, AGP.
95
Gioacchino Volpe a Giuseppe Prezzolini, 15 aprile 1952, ivi. Il volume di Prezzo-
lini era uscito a New York, nel 1948, presso l’editore Vanni.
96
Se ne veda la recente edizione, Milano, Rizzoli, 2003.
ANTICLIMAX 191

nizzatrice della Repubblica e dell’Impero, l’Italia aveva creato sì mira-


bili istituzioni civili, come il Comune e la Signoria, che avevano tuttavia
formato altrettanti ostacoli ad un suo possibile cammino unitario. La
civitas municipale si opponeva alla creazione di uno Stato italiano, come
il carattere degli abitanti della Penisola sembrava opporsi a quel neces-
sario disciplinamento etico che solo poteva formare una nazione. Privo
di un suo centro aggregante, condizionato dal potere della Chiesa, il
«bel Paese» era stato la culla di spinte centrifughe e disgregatrici all’in-
terno, che la sua stessa espansione di carattere commerciale e culturale,
fuori dai confini, aveva aggravato. Il fiorire dei traffici internazionali
nell’età di mezzo, la creazione delle Università nel XII secolo, in cui
«nazioni» diverse si trovavano ad interagire nel ristretto spazio munici-
pale, il fenomeno dell’Umanesimo, della Controriforma, lo stesso mito
universalistico di Roma facevano dell’Italia più una «cosmopoli» che
una comunità di sangue, di stirpe, volontà in grado di realizzare un certo
grado di coesione. Ed in questa cornice nulla da stupirsi se la stessa
dinamica risorgimentale era stata fenomeno estraneo alla maggioranza
degli italiani, che lo vissero appunto, come in gran parte fu, nel modo
di «una rivoluzione compiuta da altri», imposta dalle maggiori potenze
europee con la forza delle armi e il calcolo diplomatico dei gabinetti di
Londra e Parigi
Se proprio doveva parlarsi di identità italiana, continuava Prezzoli-
ni, questa doveva essere ricercata in fenomeni che esulavano dalla co-
struzione di una collettività nazionale e statale, e che anzi molto spesso
si contrapponevano a quel processo. Come la religiosità francescana,
l’amore per il melodramma, l’arte dell’improvvisazione che trovava la
sua migliore espressione nella Commedia dell’arte, il brigantaggio, le
radici terragne della cultura contadina, ben rappresentate dalla masche-
ra di Bertoldo, la figura dell’«avventuriero» (dall’Aretino a Casanova), la
cucina, divenuta «una filosofia di vita», le bellezze artistiche e naturali, il
mito del paese delle mille città e delle mille piccole patrie, che tanto piac-
que ai viaggiatori europei, a partire da Montaigne. Anche un altro com-
pagno di strada della «Voce», Giovanni Papini, aveva trovato, significa-
tivamente proprio alla vigilia del secondo conflitto europeo, i segni del-
l’appartenenza italiana in altri simboli, diversi da quelli relativi all’epos
politico e militare, all’idea stessa di Stato. Piuttosto, invece, li aveva cer-
cati nello spettacolo di una patria «che ogni figlio poteva abbracciare e
possedere» a titolo personale. Nella visione consueta e sempre rinnovata
dell’«Italia di tufo e di macigno, di giardini e di fiumi, di zolle e di palu-
di», con «tutti i viventi che la ricoprono di case e di tombe»97. E ancora

97
G. PAPINI, Italia mia, Firenze, Vallecchi, 1939, pp. 22-23.
192 CAPITOLO QUINTO

all’Italia sentita come dimora comune, ormai soltanto all’interno di un


rapporto privato, né politico né pubblico, riandava Biagio Marin per
testimoniare l’italianità delle terre di confine, sul punto di essere strap-
pate dal «nesso dello Stato». Perché Italia, nel momento in cui si con-
sumava il sacrificio di quelle regioni, altro non poteva essere che il sen-
timento di una comunione con usi e abitudini antiche della vita mate-
riale che erano non solo «la vita dei veneti ma quella di tutti gli italiani,
dalla romanità ai nostri giorni», che costituivano «la nostra storia, il
nostro precedente, il nostro ieri», soprattutto il «nostro titolo di giusti-
ficazione di fronte agli altri popoli e di fronte a Dio»98.
Ma quella di Prezzolini, specialmente, era un’intuizione destinata ad
un vasto successo futuro, se, dalla fine degli anni Novanta, una fortuna-
ta collana editoriale poneva a base dell’«identità italiana», appunto, non
i grandi episodi politici, militari, culturali, ma piuttosto, anche se non
esclusivamente, altri simboli di riconoscimento ben più presenti dei
primi nell’immaginario collettivo. Lo studioso che nel 1996 aveva cele-
brato il lutto della «morte della patria», successiva al collasso del 194399,
sosteneva, ora, che non a quell’evento bisognava far risalire la frantu-
mazione della costruzione nazionale. Quel processo di disgregazione,
infatti, era attivo da sempre, dato che una moderna identità nazionale,
sentita e vissuta come tale, in realtà non sarebbe mai sorta, quanto meno
in forma compiuta e conseguente100. Il dato, secondo cui in Italia la
nazione, lungi dal preesistere allo Stato, ne sarebbe stata invece una
creatura, costituiva la radice stessa della debole identità nazionale ita-
liana, aggravata da una «storica assenza di Stato», intesa per un verso
nel senso della secolare mancanza di un’organizzazione politica unita-
ria e per un altro verso nel senso della drammatica carenza di un’auten-
tica cultura istituzionale nutrita al tempo stesso di civismo, che avrebbe
caratterizzato l’intero svolgimento della storia post-unitaria. A questa
cultura civica, attiva nei maggiori paesi europei, aveva fatto riscontro
invece, al di qua delle Alpi, fin dall’età comunale, una «situazione fa-
zionale» di scontro, di divisione, di contrasto, per nobili ideali e per
meno nobili interessi, che aveva costituito il «paradigma permanente
della vita politica italiana». In questo vuoto di statualità avevano finito
per prevalere i tenaci particolarismi della società e della politica, che
avrebbero poi reso impossibile la formazione e il consolidamento di una
moderna e genuina consapevolezza nazionale. Se è pur vero, si aggiun-

98
B. MARIN, La pace lontana, cit., p. 269.
99
E. GALLI DELLA LOGGIA, La morte della patria. La crisi dell’idea di nazione tra Resi-
stenza, antifascismo e Repubblica, Roma-Bari, Laterza, 1996.
100
ID., L’identità italiana, Bologna, Il Mulino, 1998.
ANTICLIMAX 193

geva, che esiste «una realtà e un’unica idea d’Italia, che tiene insieme e
comprende tutte le altre», il paradosso della storia del nostro paese è
che una tale identità non ha mai potuto assumere una «forma moder-
na», non ha cioè mai potuto tradursi in un vero e proprio fattore di
coesione. Solo scrutando, da nuove prospettive, il senso profondamen-
te unitario della nostra storia si potevano, allora, individuare i tratti
distintivi di «quella patria italiana che ancora ci manca», la peculiarità
di quella «identità italiana» che appare come fattore distinto, se non
addirittura antinomico alla costruzione di una «identità nazionale».
A partire da questi assunti, i personaggi, gli eventi, le istituzioni che
tradizionalmente venivano considerati, nel bene e nel male, i fattori
propulsivi della vita associata degli italiani trovavano sicuramente il loro
posto nella collezione: Giordano Bruno e Giovanni Gentile, Cavour e
Mussolini, un santo del Novecento e un importante sindacalista dello
stesso secolo, la battaglia del Piave, la celebrazione delle festività nazio-
nali, i monumenti civici, il ruolo della monarchia, di cui però si sotto-
lineavano soprattutto le spinte anticostituzionali e financo eversive, lo
Statuto Albertino come fragile ancoraggio della legalità statale, mai in
grado, tuttavia, di rappresentare il patto fondativo della patria di tutti
gli italiani. Ma su queste icone prevaleva lo spazio concesso ad altri sim-
boli di identificazione. Primo fra tutti, la mamma, unico, infrangibile
punto di ralliement per tutti gli italiani. E poi la pizza e gli spaghetti,
Capri, il melodramma, il fotoromanzo, un affermato giornalista e un
famoso attore del Novecento, alcuni celebri sportivi, la rete autostrada-
le che aveva ridotto il divario non solo geografico tra Nord e Sud, un
luogo tradizionalmente deputato allo shopping di massa, qualche cele-
bre monumento, Brighella, Pantalone, Arlecchino, un singolo partito
politico, una catena montagnosa, perfino una singola regione, la Roma-
gna, «la più italiana delle nostre piccole patrie», considerata come «pic-
colo specchio della nazione, in cui si riflette il profilo ironico e senti-
mentale della provincia italiana»101.
Questa decomposizione del concetto di nazione era, d’altra parte,
già attiva da tempo nella storiografia del secondo dopoguerra102, e avreb-
be trovato il suo acme nelle scialbe e distratte celebrazioni per il cente-
nario dell’unità italiana, egemonizzate dal disegno politico di un esecu-
tivo a maggioranza democristiana, ormai proiettato in una irresistibile
marcia di avvicinamento all’esperienza del centro-sinistra103. L’inedita
intesa tra cattolici e socialisti non si limitava a condizionare i nuovi

101
R. BALZANI, La Romagna, Bologna, Il Mulino, 2001.
102
G. ALIBERTI, La resa di Cavour, cit., pp. 215 ss.
103
M. MEROLLA, Italia 61. I media celebrano il Centenario della nazione, Milano, Franco
Angeli, 2004.
194 CAPITOLO QUINTO

equilibri politici ma vincolava fortemente la ricostruzione del passato,


che ora soprattutto puntava ad enfatizzare il tema orianesco del «Risor-
gimento tradito»: a gettare un anacronistico ponte tra il disinganno
patito dai democratici di cento anni prima e la realizzazione dei loro
ideali, che aveva dovuto attendere la stagione della lotta contro nazi-
smo e fascismo, gli anni della Costituente e della fondazione della Re-
pubblica. Era un canovaccio già visto104, ma che ora veniva riproposto
con maggiore vigore, e con molta spregiudicatezza, nel tentativo di in-
staurare un parallelismo tra il «primo» e il cosiddetto «secondo» Risor-
gimento, tra le spinte eversive del mazzinianesimo radicale e del rivolu-
zionarismo garibaldino e i conati di modificazione globale dello status
quo sociale, pure presenti nella guerra civile del 1943-1945105, grazie alla
quale i grandi partiti della sinistra avevano legittimato la loro presenza
nello Stato, nonostante la presenza nella loro politica e nella loro dot-
trina di tendenze francamente antinazionali e antidemocratiche106.
In questo modo, su quell’anniversario si proiettava quella stessa
manovra ideologica che era «alla radice di deficienze morali e debolez-
ze innegabili della presente vita italiana», nella quale, concludeva Ro-
meo, «le nuove forze uscite dalla lotta di liberazione, nelle quali oggi si
esprimono le esigenze e gli ideali della gran parte del popolo italiano,
sono quasi del tutto indipendenti dalla tradizione risorgimentale e rap-
presentano se mai quell’altra Italia, dei “rossi” e dei “neri”, che all’Ita-
lia liberale era rimasta in gran parte estranea»107. La grande macchina
mediatica messa in piedi dal comitato promotore di quei festeggiamen-
ti era criticata, in una corrispondenza privata, anche da Volpe, con un
violento attacco all’esposizione storica sul Risorgimento del 1961 di
Torino, in quanto megafono reclamistico di un’interpretazione esclusi-
vamente sociale del moto unitario, che, nella sua semplicistica tenden-

104
A. GAROSCI, Gli ideali di libertà dal Risorgimento alla crisi fascista, in Il secondo
Risorgimento. Nel decennale della Resistenza e del ritorno alla democrazia, 1945-1955. Scrit-
ti di A. Garosci, L. Salvatorelli, C. Primieri, R. Cadorna, M. Bendiscioli, C. Mortati, P.
Gentile, M. Ferrara, F. Montanari, Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, 1955, pp. 3 ss.
105
Si veda C. PAVONE, Le idee della Resistenza: antifascisti e fascisti di fronte alla tradi-
zione del Risorgimento, in «Passato e Presente», 1959, 7, pp. 859 ss., ora in ID., Alle ori-
gini della repubblica. Scritti su fascismo, antifascismo e continuità dello Stato, Torino, Bol-
lati Boringhieri, 1995, pp. 3 ss. Una tematica ripresa dallo stesso autore in Una guerra civile.
Saggio storico sulla moralità della resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 20003, al cap. IV.
106
Sul punto, il mio Revisionismo e consegna del silenzio, in «Nuova Storia Contem-
poranea», 2005, 1, pp. 139 ss.; R. VIVARELLI, Vinti e vincitori in Italia alla fine della Secon-
da guerra mondiale, introduzione a W. SCHIVELBUSCH, La cultura dei vinti, Bologna, Il
Mulino, 2006, pp. IX ss.
107
R. ROMEO, La celebrazione del primo Centenario dell’Unità d’Italia, Torino, Comi-
tato Italia ’61, 1961, pp. 191 ss., ora in ID., Dal Piemonte sabaudo all’Italia liberale, Bari,
Laterza, 1974, pp. 319-320.
ANTICLIMAX 195

ziosità, poteva «dar occasione ai nemici o tiepidi dell’Italia risorgimen-


tale – comunisti, democristiani, clericali – di dire o ripetere che il Risor-
gimento fu una sopraffazione dei borghesi sui proprietari, e quindi
sentirsi incoraggiati a disfare oggi quel che i nostri padri fecero ieri»108.
Nella lettera, verosimilmente indirizzata al generale Giovanni Messe,
Volpe ammetteva senz’altro il carattere elitario del Risorgimento, pur
deprecando ogni sottolineatura politico-propagandistica di quell’even-
to che lo riducesse a semplice presa di potere della borghesia:

Quanto alla partecipazione alla Mostra torinese avrei qualche dubbio. Cer-
to, il Risorgimento è per i tre quarti o quattro quinti opera di ceti medi, con
qualche elemento della nobiltà, ed anche con qualche partecipazione di popo-
lo, cioè di massa, ma solo nel quadro della città, durante le insurrezioni, non si
sa quanto mosso da aspirazioni o ideali. Questo è cosa nota. La massa aveva
suoi bisogni e sue aspirazioni che qualche volta la mettevano contro quella élite
ed a fianco dei vecchi principi e dell’Austria stessa. Ma la Mostra torinese mira
a mettere il Risorgimento d’Italia in luce come complesso di forze, senza trop-
po distinguere le une dalle altre, le forze dalle debolezze, anche perché le stesse
debolezze servirono di incitamento ai patriotti per fare quel che fecero. Voleva-
no, i migliori, redimere tutta l’Italia, anche quella degli indifferenti o avversi. In
sede di studio può essere sempre di un certo interesse tener presente la condi-
zione sociale degli uomini che operarono positivamente. Ma in altra sede, in
sede politica, dubito che ciò convenga.

Contro la deriva di questo nuovo «processo al Risorgimento», che


trovava ora il suo profeta in un mediocre studioso d’oltre Manica, assai
gradito e molto sopravvalutato dalla sinistra storiografica del nostro
paese, sia Romeo che Volpe opponevano un vigoroso argine109. E sem-
pre Volpe, nel 1968, nella prefazione alla ristampa allargata della voce
«Italia» dell’Enciclopedia Italiana, polemizzava con un contributo di
Ernesto Sestan del 1950, dove la storia italiana sembrava di necessità
doversi annullare in un mosaico microstorico, «nel quale, cioè, la ricer-
ca sia da condurre al fine di scoprire e porre in risalto ciò che, nelle
storie regionali e municipali, prepara e compie, in tutte, il dissolversi

108
La lettera, senza indicazione di destinatario né di data (ma riferibile al 1961), è
conservata in FV.
109
Il riferimento è a D. MACK SMITH, Storia d’Italia: dal 1861 al 1958, Bari, Laterza,
1959. Sul quale, R. ROMEO, Nazione e nazionalismi dopo la seconda guerra mondiale, in ID.,
Italia mille anni, cit., p. 199; G. VOLPE, L’Italia giudicata da un inglese, in «Il Tempo», 29
marzo 1960. La polemica proseguiva nella lettera aperta al Direttore de «Il Tempo», Dopo
le celebrazioni centenarie. Un assente, in «Il Tempo», 4 dicembre 1961, ora in G. VOLPE,
Pagine risorgimentali, cit., II, pp. 155 ss. Egualmente dedicato allo studio di Mack Smith
è il più ampio articolo di Volpe, apparso sulla «Nuova Antologia» del 1961, ora in ID.,
Nel regno di Clio, cit., pp. 204 ss.
196 CAPITOLO QUINTO

delle minori entità statali e del sentimento particolaristico, o, piuttosto,


il suo inserirsi e subordinarsi alla coscienza nazionale»110. A queste af-
fermazioni, Volpe replicava sostenendo che quella scelta di metodo
equivaleva a «prendere come punto di partenza non tanto il momento
positivo e costruttivo nella formazione della nazione e relativo senti-
mento, quanto il momento negativo, cioè l’esaurirsi della vita puramente
locale, il dissolversi degli interessi e sentimenti particolaristici, per dar
luogo ad altri interessi e sentimenti»111. A parte l’asprezza della replica
del vecchio maestro, non era difficile cogliere in questo passo la denun-
cia dell’ultimo atto del depotenziamento di quell’ipotesi di storia na-
zionale che nel male e nel bene aveva dominato la storiografia posterio-
re alla Grande Guerra. Depotenziamento che avrebbe condotto nei
decenni successivi alla costruzione di un paradigma storiografico tutto
teso a valorizzare il momento dell’anti-Stato e dell’anti-Nazione, fino a
leggere la storia della Penisola in chiave di mero regionalismo, se non
addirittura di municipalismo, e unicamente in quanto storia delle classi
subalterne112. Anche Croce, d’altra parte, in un intervento sempre del
1950, ritornando sulla vecchia polemica relativa all’unità della storia
del nostro paese, giungeva a negare anche quella limitata porzione di
organicità della storia italiana, da lui precedentemente accettata per il
periodo posteriore al 1860, che ora veniva considerata una semplice
concessione fatta per essersi «lasciato condurre sul terreno stesso degli
avversari», mentre il nodo della questione era «non già di correggere
questa o quella teoria di unità riposta in un fatto particolare, ma di
negare il problema stesso come assurdo»113.
In questo terreno di coltura, a partire dai primi anni Settanta, si svi-
luppava il grande progetto della Storia d’Italia, promosso dall’editore
Einaudi. Un’opera certo pregevole per la qualità e la quantità dei con-
tributi, per la scelta degli autori arruolati nell’impresa, che non malce-

110
E. SESTAN, Per la storia di un’idea storiografica: l’idea di una unità della storia italia-
na, cit., p. 198.
111
G. VOLPE, Prefazione a Storia d’Italia, cit., pp. XXI-XXII.
112
G. GALASSO, Italia unita e storiografia nel secondo dopoguerra, in L’Italia s’è desta,
cit., pp. 107-108: «Da questo punto di vista veniva, anzi, a cadere, a rigor di termini, an-
che la distinzione fra storia locale o municipale e storia dei movimenti politici e sociali
(partiti, sindacati, cooperative, ecc.). Il municipio era quasi, in sostanza, il luogo di una
fictio juris storiografica, il cui maggiore significato era, in ogni senso, quello di aver costi-
tuito un contro-potere di classe anziché un’articolazione del potere statale».
113
B. CROCE, Dove sia riposta l’effettiva unità della storia, in «Quaderni della Critica»,
XVI, 1950, pp. 26 ss., in particolare pp. 28-29. Il saggio sarebbe stato poi ricompreso in
ID., Storiografia e idealità morale. Conferenze agli alunni dell’Istituto storico di Napoli, Bari,
Laterza, 1950. Lo si legge oggi in ID., Dieci conversazioni con gli alunni dell’Istituto Italia-
no per gli Studi Storici di Napoli, cit., pp. 127 ss.
ANTICLIMAX 197

lava il carattere «progressivo» dell’impianto politico e ideologico che


l’animava. Nella presentazione dell’editore, firmata Giulio Einaudi, ma
sicuramente opera dello staff storiografico della casa libraria torinese
(Ruggero Romano e Corrado Vivanti), si sosteneva infatti che «se un’ope-
ra che affronta la storia d’Italia si è sempre proposta di rispondere ai
più gravi interrogativi che ponevano i problemi del momento e i mag-
giori cambiamenti intervenuti in tempi recenti», anche ora «l’Italia d’og-
gi deve guardare da un suo punto di vista al proprio passato e ricono-
scersi»114, non senza prima, però, aver attuato un radicale ripudio di
quel paradigma di storia nazionale che aveva in buona misura domina-
to il primo dopoguerra e che specialmente si era incarnato nell’opera di
Volpe.

Il nostro recente passato ci ha mostrato – se ce ne era bisogno – l’importanza


dei rapporti di interdipendenza fra l’Italia e gli altri paesi, ridimensionando
valutazioni, dileguando mitizzazioni e costringendoci a stabilire raffronti non
casuali con la realtà del mondo circostante. In fondo, la pochezza ideale e intel-
lettuale del nazionalismo può essere argomentata anche solo ricordando il me-
schino risultato raggiunto da un grande studioso di storia, quando si propose
di mostrare “l’Italia in cammino” verso la meta del fascismo115.

Subito dopo la comparsa dei primi volumi della nuova storia italia-
na, Rosario Romeo interveniva con due severi interventi su questo in-
generoso apprezzamento116, assolutamente e colposamente dimentico
della grande attenzione concessa da Volpe al contesto internazionale,
che era stata considerata «condizione indispensabile per dare alla sto-
ria della nostra terra o nazione un significato, per ritrovare le giuste
proporzioni che non possono risultare se non da un sia pur tacito con-
fronto, per vederla e valutarla anche nella sua individualità naziona-
le»117. Ma la critica di Romeo si concentrava soprattutto sull’impianto
generale dell’opera, con una valutazione negativa sistematica dell’ini-
ziativa dell’editore torinese che, proprio per aver voluto rinunciare a

114
Presentazione dell’editore, in Storia d’Italia, cit., I, pp. XII ss.
115
Ivi, p. XX.
116
R. ROMEO, Chi siamo, dove andiamo, in «La Stampa», 24 febbraio e 5 marzo 1974,
in ID., Scritti storici, 1951-1987, Milano, Il Saggiatore, 1991, pp. 177 ss., in particolare pp.
182-183: «Un tentativo di giungere a una visione organica della società italiana nella va-
rietà dei suoi aspetti, ma in un periodo assai più breve, venne compiuto una trentina d’anni
fa da Gioacchino Volpe nella sua Italia moderna, dedicata alla storia d’Italia unitaria sino
alla prima guerra mondiale: e, per quanto si possa dissentire dall’indirizzo ideologico di
quell’opera, non v’è dubbio che il compito vi è assolto con organicità di coerenza incom-
parabilmente maggiore di quanto non accada nella Storia einaudiana».
117
G. VOLPE, Programma e orientamenti per una Storia d’Italia in collaborazione, cit.
198 CAPITOLO QUINTO

priori all’esigenza di costruire una storia «nazionale», aveva abdicato


alla «ricerca della “cosiddetta unità della storia d’Italia”, che ha impe-
gnato molti dei nostri storici maggiori, da Cesare Balbo a Benedetto
Croce, da Gioacchino Volpe a Luigi Salvatorelli»118. Al suo posto gli
storici einaudiani avevano adottato un criterio eminentemente empiri-
co, secondo il quale la storia d’Italia finiva per essere soltanto «la storia
degli sforzi compiti dagli uomini nel paese chiamato Italia». Criterio,
aggiungeva Romeo, utile forse a «fugare i fantasmi del passato idealisti-
co, nazionalistico, storicistico», ma che riduceva l’esigenza di qualche
unità da dare alla trattazione, al «mero riferimento geografico». Il nes-
so unitario era ricuperato unicamente nel «richiamo alla “valida chiave
interpretativa” offerta, per l’insieme della realtà italiana, dal “gramscia-
no momento dell’egemonia”», che risultava poi essere, nel concreto,
una petizione di principio politico-culturale del tutto incongruente per
dar conto dei disparati squarci di sociologia storica (dallo sport, al folklo-
re, alla cucina, alla canzone popolare), giustapposti nei vari volumi, nel
tentativo di detronizzare «la vecchia storia politica dal suo seggio pri-
vilegiato». Di qui la forte disomogeneità dell’opera, incapace di inte-
grare le sue parti costitutive non meglio di quanto avessero fatto le
«vecchie storie a cassettini», partorite dalla furia tassonomica del vec-
chio metodo positivo, «nelle quali, peraltro, la coerenza esterna, la pro-
porzione tra le singole parti erano sorvegliate con maggiore cura»119.
Era la stessa critica che Croce aveva utilizzato, nel 1929, per stigma-
tizzare i criteri scelti da Volpe per la sua «Storia d’Italia in collaborazio-
ne». E l’analogia di quella critica rivelava anche una qualche consisten-
te similitudine tra i due progetti. Non soltanto la scelta polifonica di
una storia d’Italia a più voci, affidata ad autori di diverso orientamento,
eppure affini per una generale e a volte soltanto generica scelta ideolo-
gica. Ma anche la scansione cronologica che in ambedue i casi esclude-
va la trattazione dell’età antica e poneva l’inizio dell’analisi all’Italia
altomedioevale, intrinsecamente diversa dall’Italia romana. Soprattut-
to, come si è voluto recentemente ricordare120, l’attenzione per lo sce-
nario esterno che nell’opera più recente si ribaltava significativamente:
dalle vicende degli «italiani fuori d’Italia», secondo una scelta di Volpe,
poi valorizzata da Gramsci121, alla visione dell’«Italia fuori d’Italia», dove
la nostra storia era analizzata nel prisma delle reazioni internazionali.

118
R. ROMEO, Chi siamo, dove andiamo, cit., p. 178.
119
Ivi, p. 183.
120
Si veda R. COLAOA, Così l’Italia trova l’identità nella storia, in «Il Sole 24 ore», 1
settembre 2005, pp. 14-15. L’articolo compariva in coincidenza della ristampa della Sto-
ria d’Italia Einaudi, promossa dal quotidiano.
121
C. MORANDI, Per una storia degli italiani fuori d’Italia, cit.
ANTICLIMAX 199

Erano, queste, affinità certamente significative, e forse non accidentali,


tra i due piani di lavoro, che si collocavano tuttavia in due contesti sto-
rici e ideali tanto diversi da renderli davvero inassimilabili e forse addi-
rittura non paragonabili a giusto titolo. A distanza di un cinquantennio
dal programma di Volpe, finalizzato a rendere «bella» anche la storia
d’Italia, al pari di quella delle altre grandi nazioni europee, nei tomi
einaudiani, la storia del nostro paese restava, almeno per quello che
riguardava il suo sviluppo fino al 1945, irrimediabilmente «brutta», così
come era apparsa a Gramsci in un passo dei Quaderni, e addirittura
tale da non consentire di fare di essa nessuna organica narrazione, per-
ché in quella storia «non ci poteva essere unità nazionale, mancando
l’elemento permanente, il popolo-nazione»122.

122
A. GRAMSCI, Quaderni del carcere, cit., I, pp. 362 ss.
APPENDICE
G. Volpe
La storia d’Italia fuori d’Italia, 19141

Da che è sorta, la “Dante Alighieri” celebra a mezzo aprile, con l’inizio


della primavera e con la ricorrenza del “Natale di Roma”, la sua festa
annuale. Essa guarda indietro al lavoro compiuto, fissa gli occhi al più
grande lavoro che è da compiere, chiama a raccolta gli amici fedeli, cerca
di scaldare i tiepidi, di svegliare i dormienti, di trasfondere in essi, fin
quanto è possibile, il senso di certi bisogni sempre più urgenti della no-
stra vita nazionale. Poiché oggi corrono o si preparano per essa tempi
non lieti, e solo lieta è la visione del passato, la speranza per l’avvenire.
Nel passato, vi furono secoli, dal XII al XV, in cui l’Italia che allora
s’affacciava alla storia come nazione ebbe una meravigliosa forza espan-
siva e agì sul mondo col fiore della sua gente, con quella classe di navi-
gatori e di mercanti e capitalisti che non conosceva limiti alla sua intra-
prendenza e si imponeva ad ogni contraria forza o circostanza, e legava
il proprio destino al calcolo, alla previdenza, alla intelligenza. Ora dal-
l’Italia partono per il mondo masse incolte di proletari che sono poco
più che forza bruta di lavoro, disseminati dall’Argentina alla Siberia,
destinati a lasciar in ogni luogo brandelli della loro carne, dominati,
sfruttati, depressi dalle circostanze, dal capitale ingordo, dal disprezzo
o dalla diffidenza delle popolazioni e dei governi.
Nel passato, il bacino orientale del Mediterraneo si popolava di co-
lonie genovesi, pisane, veneziane, amalfitane; la Sicilia e Malta ritorna-
vano nell’orbita della vita peninsulare; la Sardegna e la Corsica si lega-
vano con mille vincoli a Pisa e Genova; le valli italiane delle Alpi, l’Istria
e la costa dalmata subivano l’azione delle città lombarde e di Venezia.
Quelle terre che Arabi, Bizantini, Tedeschi, Slavi avevano preso o mi-
nacciavano di prendere, estraniando la vita delle regioni periferiche
d’Italia ai centri maggiori e più caratteristici della nazione, furono ri-
conquistate e, sulla comune base latina, italianamente rafforzate. E ogni
provincia ebbe comune con l’altra il diritto, il linguaggio e il pensiero,
in virtù specialmente di quei centri di energie spirituali che furono la

1
Pubblichiamo, con l’eccezione di alcune pagine finali, il contributo La “Dante Ali-
ghieri” e la vita italiana fuori dai confini, introduzione a Per la Dante Alighieri nel XXV
anniversario della sua fondazione, numero unico a cura del Comitato di Milano, 19 aprile
1914, pp. 1 ss.
204 APPENDICE

corte dei Re di Sicilia nel ’200, Firenze, Bologna, le fucine appunto più
fervide della filosofia, del linguaggio, del diritto italiani.
Ora... tante di queste posizioni sono perdute di nuovo. All’Italia
venne, dopo il ’400, a mancare ancora la lena. Essa si ritrasse dai mari
lontani, perdé quasi di vista il vicino Oriente, allentò i suoi legami con
le regioni periferiche. E intanto, l’Inghilterra, la Francia e la Germania
creavano grandi dominî coloniali ed accentuavano la loro influenza
commerciale, politica e linguistica nel bacino orientale del Mediterra-
neo; il Canton Ticino, il Trentino e l’Istria, fatti italiani dalla natura e
dalla storia, si saldavano ad organismi politici ed etnici d’oltre Alpe;
Malta, geograficamente e linguisticamente italiana come la Sicilia e quasi
in vista della Sicilia e già da secoli soggetta all’alta sovranità di quel
Regno, passava in mani inglesi; la Corsica era venduta alla Francia ed
alla Francia fu costretta, restìa, a soggiacere; Nizza cessò anche essa di
esser parte del vecchio Piemonte e della nuova Italia; la costa dalmata,
la Tunisia, l’Egitto, paesi fuori del cerchio segnato da natura attorno
alla Penisola, ma italiani o quasi italiani per antichi legami politici e
culturali e demografici, diventano paesi austriaci, francesi, inglesi. La
nostra coltura da per tutto, poco o molto, cedeva.
Qui sotto troverete, o lettori, qualche dato e qualche osservazione
sullo stato attuale di questa italianità fuori d’Italia, sulle forze che la
sostengono e sui nemici che muovono all’assalto per demolirla o scava-
no per spiantarla. Leggerete come nell’Europa centrale l’emigrazione
temporanea italiana richieda ogni più sollecita cura da parte nostra, se
non si vuole impedire che masse di italiani cessino non solo d’essere
italiani ma anche uomini; come l’italianità di Malta tenacemente si con-
servi, ma non trova più molta grazia presso la potentissima Gran Bre-
tagna; come in Corsica ed a Nizza lingua e coltura italiana, pur così
vigorose nel passato, languiscono; come nel Canton Ticino esse si man-
tengano, ma non senza pericoli da parte degli elementi tedeschi che la
ferrovia del Gottardo convoglia giù per la valle; come nel Trentino il
pericolo sia ancora più grave per l’attività irrequieta delle società pan-
germanistiche di Germania e d’Austria, come poi sempre peggio si
presentino le condizioni dell’italianità nell’Istria, a Fiume, in Dalmazia,
solo riuscendo essa a difendersi e conservarsi onorevolmente e, per ora,
vittoriosamente, nei massimi centri urbani. Sopra ogni punto del gran-
de arco di cerchio che va dal Trentino a Cattaro, slavi e tedeschi premo-
no. È uno sforzo di masse che lentamente avanzano; è disciplinata e
consapevole azione di società nazionali o nazionalistiche a larga base; è
politica dello Stato che tende forse a semplificare la babele interna sop-
primendo le stirpi meno numerose o ricambia la fedeltà e l’appoggio
delle nazionalità più potenti, dando in loro balìa quelle più deboli, anche
se più civili.
APPENDICE 205

Sono, qui in queste pagine, pochi dati e poche osservazioni; ma vi


sentirete l’eco di tragiche lotte e di ansie indicibili. Pochi come sono,
potranno tuttavia darvi il senso della gravità del problema italiano, uno
ed insieme molteplice, a seconda dei paesi dove si osserva; potranno
commuovervi ed esaltarvi; potranno spingervi a pensare e ad agire.
Poiché del grande mutamento sopra accennato, che è quasi uno
spostamento di base e di centro della vita europea e direi mondiale,
qualcosa fu e rimane fatale e definitivo. Giudicare diversamente, desi-
derare diversamente, sarebbe mettersi fuori della realtà e della storia e
anche della giustizia. Ma qualche cosa può e deve essere salvato o con-
servato, se non proprio e sempre riacquistato. Voglio dire l’italianità
della lingua e della coltura, dovunque siano Italiani: Italiani fissatisi da
una o due generazioni fuori della patria e sui quali è perciò possibile
una qualche azione; Italiani randagi per il mondo, lungo le grandi stra-
de ferroviarie in costruzione, all’imbocco dei tunnel, presso le micidiali
vetrerie o miniere della Lorena francese e tedesca, nei mostruosi formi-
cai umani di Nuova York; Italiani di province che rimangono fuori del
nesso politico nostro, ma hanno comuni con noi tradizioni di vita civile
e linguaggio, e vogliono conservare questa comunanza, ed appaiono ai
nostri occhi quasi Italiani più veri e maggiori, in quanto la italianità in
essi non è solo e tanto uno stato di vita quanto un sentimento fervido ed
una volontà.
C’è qualcuno fuori d’Italia che possa contrastare la legittimità di
questa aspirazione? C’è qualcuno, entro l’Italia, che possa non sentire
la nobiltà e la necessità e l’utilità di un tale lavoro?
Poiché sono in giuoco non ubbìe di intellettuali o sentimentali, ma i
destini stessi della patria nostra, i destini materiali e ideali, se la distin-
zione ha valore. Si tratta di ricchezza, di civiltà nostra, di forza politica
e militare, di esistenza. Per noi è di sommo interesse che gli emigratori
tornino, e tanto più facilmente torneranno quanto più rimarranno le-
gati a noi pel vincolo spirituale del linguaggio; che essi siano, anche,
quasi intermediari vivi ed attivi fra il paese che li ospita durevolmente
e la patria; che essi non ricevano in scuole di nazioni, poco tenere del-
l’Italia, o di gesuiti o di congregazioni clericali, una impronta antiitalia-
na; non imparino troppo facilmente dai preti ad odiare l’Italia degli
usurpatori, non siano esposti senza difesa agli influssi della propagan-
da anarchica. A noi preme che le sponde orientali dell’Adriatico non
siano tutte slave, ciò che indebolirebbe ancor più la posizione politica
e militare italiana in quel mare e colpirebbe, nel bacino orientale del
Mediterraneo, quella conoscenza e intelligenza della lingua italiana di
cui il nostro commercio si giova e di cui son propagatori, adesso, i
marinai triestini e fiumani e zaratini non meno e forse più che veneziani
e anconitani e pugliesi. A noi preme che l’Istria e Gorizia contribuisca-
206 APPENDICE

no ad attenuare sui nostri confini politici la pressione diretta degli Slavi


che potrebbero per avventura far massa con quei 50.000 loro consan-
guinei del Friuli italiano ed incunearsi così entro il nostro territorio
politico, facendovi propaganda – come hanno già cominciato a fare – in
gloria ed esaltazione dell’Austria “nostra patria”, “unica patria” ecc. A
noi preme egualmente che il Trentino, finora italianissimo, e la forte
minoranza italiana del Tirolo meridionale (già, in molti luoghi, maggio-
ranza) non siano troppo indeboliti o intimiditi dal denaro, dalle violen-
ze, dalle illegalità, dal turismo, dalle scuole delle organizzazioni pan-
germanistiche e formino come una barriera ideale dinanzi a chi, da Ber-
lino o Monaco o Innsbruck, sogna il Garda e Verona da una parte, Trie-
ste dall’altra, cioè il dominio dell’Adriatico, cioè... la fine dell’Italia.
Ma aggiungiamo: questa conservazione e difesa dell’italianità nel
mondo, sia essa inconsapevole e latente o consapevole e spiegata come
una bandiera, noi la dobbiamo volere per un senso di fraterna solida-
rietà con chi ci è affine di sangue, di memorie, di linguaggio. Noi lo
dobbiamo volere per attaccamento quasi filiale a ciò che ci fa nazione,
cioè al nostro patrimonio ideale in sé stesso; per coerenza quasi con noi
stessi, col nostro passato, con la nostra storia che sarebbe quasi rinne-
gata o perduta se noi rinnegassimo o perdessimo la nostra lingua.
G. Volpe
Programma e orientamenti per una Storia d’Italia in collaborazione
e per una Collana di volumi storici, 19222

La Storia d’Italia che, scritta da un gruppo di collaboratori, la Casa


Zanichelli intende pubblicare, consterà di circa 8-10 volumi, in forma-
to maneggevole, e si rivolgerà ad un pubblico assai largo di lettori: lo
studioso di professione, il discepolo universitario o liceale, la persona
semplicemente colta, curiosa di cose storiche od incline a risalire dalla
politica e dalle questioni sociali alla Storia: categorie varie di lettori che
nel nostro paese hanno raramente, quando non si tratti di poesia o di
romanzo, il libro che serva a tutti o a molti, e a tutti o a molti fornisca,
in un modo o in un altro, materia di buon nutrimento. Il programma
nostro è perciò alquanto audace, poiché esso si attuerà dando libri di
“storia”, nel buono e pieno senso della parola: cosa semplicissima a dire,
meno semplice a fare. Ma i collaboratori che ora si associano in questa
impresa cercheranno di avvicinarsi per quanto sarà possibile a questa
“Storia”. Essi non faranno sfoggio di virtuosità erudita e non esibiran-
no dovizie bibliografiche, anche se ogni volume ed ogni capitolo indi-
cherà il meglio della bibliografia generale e particolare intorno a quel-
l’epoca. Non si indugeranno su piccole questioni o su questioni ormai
superate o che esistono soltanto per l’erudito o per chi sia abituato a
scambiare la sua libreria con la vita, certi problemi tradizionalmente
cari agli studiosi di professione con i problemi intrinsecamente impor-
tanti e vitali. Quei collaboratori non chiuderanno gli occhi su ciò che si
muove attorno al loro oggetto, cioè fuori dei termini della Penisola, in
modo che il lettore abbia sempre, su la strada che egli deve percorrere,
i necessari punti di orientamento. Non faranno una semplice esposizio-
ne o racconto di fatti politici, nel senso angusto che a questa parola si
dà comunemente: ma tenderanno con ogni sforzo ad una ricostruzione
possibilmente organica e integrale della storia nostra.
Organica e integrale, diciamo. Quindi, siamo di avviso che debbano
restringersi i termini cronologici di tale Storia. E lasceremo in disparte
la preistoria e la storia delle prime genti della Penisola, e la storia di

2
L’opuscolo veniva stampato, senza indicazione di data, dall’editore Zanichelli di
Bologna.
208 APPENDICE

Roma e del suo impero, che non sono la “Storia d’Italia”, anche se molti
elementi di esse si ritrovano in questa, che dovranno da noi e da chiun-
que altro essere tenuti presenti. Come, raccontando e spiegando il
Medio Evo e il Rinascimento italiano, ignorare Roma che grandeggia lì
da presso e domina potentemente le fantasie ed ha lasciato qualche erede
degno di essa? Ma, nel tempo stesso, come non vedere e sentire che la
storia d’Italia non è più storia di Roma e la storia di Roma non è ancora
storia d’Italia, intesa l’“Italia” come entità spirituale e la “Storia d’Ita-
lia” come storia di un determinato popolo o nazione giunti ad un certo
grado di unità spirituale? Anzi, da tal punto di vista, la stessa storia
delle invasioni e dei successivi domini barbarici e dell’età feudale è da
considerar più come lontano annuncio di una Storia d’Italia che non
come Storia d’Italia vera e propria, la quale trova il suo inizio col sorge-
re di una coltura italiana (cioè non più romana, non più germanica), di
una lingua letteraria comune in cui essa si esprime, di un qualche spi-
rito italiano, di una sia pure rudimentale consapevolezza negli Italiani
di siffatto loro nuovo essere.
E questa storia italiana, così circoscritta nel tempo, vorremmo fosse
bene armonizzata con una Storia più vasta; fosse in ogni sua parte sen-
tita e scritta come realizzazione locale nazionale o peninsulare o di
qualcosa che trascende la vita locale nazionale. L’ideale, per i libri di
storia, sarebbe che, ad ogni pagina, il lettore sentisse gli echi o qualche
eco della vita del mondo e riconoscesse a qual punto del suo cammino
il mondo è giunto: intendo quel mondo che è veramente concreta unità
storica, ricco di forze e influssi circolantivi dentro, che per noi è il mondo
mediterraneo orientale-romano-germanico, col quale solamente più
tardi o non ancora hanno preso contatto altri mondi. Senza presumere
di riuscir ad attuare questo ideale, i collaboratori della Storia d’Italia
saranno consapevoli della necessità di non isolare le vicende dell’Italia,
di creare e trovare l’Italia anche entro la chiostra degli altri paesi, per lo
meno di quelli su cui essa più ha agito, e dentro la chiostra dell’Italia
cercare e trovare quel che vi è confluito da altre storie ed è diventato
tutto una storia con la sua. Se v’è al mondo paese aperto e ventilato da
ogni parte, tutto risonante di echi, tagliato da mille strade che vi si in-
contrano, ora tutto proteso verso il di fuori, ora tutto permeato dal di
fuori, questo paese è il nostro, per sua buona e mala ventura. E lo sto-
rico deve avere il senso di questa ampiezza, afferrare gli elementi più
importanti di questo ricco panorama: condizione indispensabile per
dare alla storia della nostra terra o nazione un significato, per ritrovare
le giuste proporzioni che non possono risultare se non da un sia pur
tacito confronto, per vederla e valutarla anche nella sua individualità
nazionale.
Questo ultimo compito è, per noi, centrale: scopo, di fronte a cui
APPENDICE 209

tutto il resto è poco più che mezzo. Dobbiamo ritrovare e mettere in


chiara luce ciò che è caratteristico nostro e fa di noi, da certa epoca in
poi, un popolo ed una storia; cogliere e segnalare a mano a mano che si
presentano al nostro occhio la crescente omogeneità delle genti della
Penisola e la più attiva circolazione e confluenza degli elementi della
vita locale; lo sviluppo delle relazioni intellettuali ed economiche dalla
Valle del Po alla Sicilia; il distacco delle regioni periferiche dai lontani
ed estranei centri cui si eran legate nel primo millennio dopo Cristo,
per gravitar verso il corpo della Penisola, verso i centri della coltura
specificamente italiana; quel certo rapporto di interdipendenza che si
costituisce fra i vari Stati, Venezia e Napoli, Firenze e Milano, sino a
presentarsi essi, taluni momenti, quasi come un fascio solo, soggetto
alle stesse fortune; la funzione italiana e quasi nazionale che assolve il
Papato, istituzione universale che solo in parte inquadra nella storia della
nazione, ma che tuttavia la nazione, nel suo inconscio divenire, ora ha
utilizzato ai propri fini, ora ha promosso, fornendogli mezzi di azione
e gran parte dell’alta gerarchia, e comunicandogli qualche cosa del suo
stesso vigore, della sua stessa forza; le attività italiane che si espandono
fuori dei termini della Penisola agiscono sugli altri, ne risentono l’in-
flusso e in fine incitano loro reazioni, determinano loro atteggiamenti e
giudizi che investono tutta la nazione italiana ecc.; il successivo decadi-
mento interno e svalutamento nei rapporti internazionali, dei più pic-
coli o inadatti Stati della Penisola, mentre emerge qualche altro meglio
attrezzato per le opere di pace e di guerra, col risultato di rompere lo
sterile equilibrio e dare alla Penisola un centro e quasi una testa; una
coscienza nazionale che affiora e variamente si atteggia e si irrobusti-
sce, fino a divenire forza viva, quasi il fiore e il frutto di una pianta in
via di crescere; personalità singole che emergono nel sentimento degli
italiani, o perché gli Italiani ritrovino ed esaltino in essi qualcosa di sé
stessi (Dante) o perché essi abbiano consapevolmente ed altamente e
durevolmente operato a fini nazionali (Mazzini) e sono quindi da con-
siderare quasi padri spirituali della gente italiana, piloni di sostegno della
storia italiana. Il tutto, senza rettorica e senza enfasi, senza “boria di
nazioni” e parole pronunciate ore rotundo e supervalutazione, cioè de-
formazione del nostro passato, a scopo di effimera propaganda. A quel
passato è desiderabile che si guardi con occhio simpatico e cuore com-
mosso, ma insieme con spirito libero, dominando dall’alto i fatti, anche
questi fatti che ci toccano così da vicino, cercando di capire e di far
capire, di veder vivere, animarsi, muoversi, errare, cadere, risorgere,
trovare se stessa, affermare variamente il suo posto nel mondo ed en-
trare a pieno nella storia, una magnifica creatura della vita universale,
l’Italia.
Con ciò abbiamo implicitamente manifestato un’altra esigenza a cui
210 APPENDICE

dovrà piegare il nostro lavoro. I volumi della Storia d’Italia terranno


presenti tutte le manifestazioni più salienti della vita storica italiana,
quelle per lo meno che sono fra loro interdipendenti o dialetticamente
allegate e più facilmente riducibili ad unità economica e politica: ordini
costituzionali e pensieri su lo Stato, vita religiosa e intuizioni su l’uomo.
Il tutto armonizzato e fuso nel racconto, anziché oggetto di dissertazio-
ne o dimostrazione che fiancheggi il racconto stesso, lasciando questo
vuoto, incolore, insapore, quasi esanime. Si mettano pure, al centro del
quadro, lo Stato ed i gruppi sociali politicamente organizzati, ma lo Stato
appaia come espressione di tutte le forze vive che agiscono in esso e si
manifestano in esso e da esso e per suo mezzo operano; ed i gruppi sociali
si presentino nella loro interezza, con tale o tale altra mentalità, con tali
o tali altri interessi, con tale o tal altro grado di collegamento o di auto-
nomia di fronte allo Stato ecc. Vuol dire che, per certe epoche, è pos-
sibile e necessario metter lo Stato a centro del quadro, come elemento
per noi unificatore di ciò che altrimenti male riusciremmo a raccogliere
e sistemare; per altre epoche, invece, no, ché lo Stato è un fantasma,
con scarso rilievo e personalità e azione propria, e la vita sociale traboc-
ca fuori dei suoi deboli argini e si svolge indisciplinata o conforme ad
una sua propria disciplina, affidata alle classi, ai partiti, ai gruppi af-
fiancati o contrapposti. Lo storico che scriverà delle campagne e città
attorno al Mille non procederà come l’altro cui spetta il compito di
rendere l’immagine dell’Italia spagnuola col suo onnipotente governo
di Madrid, col suo Papato venuto su dalla Controriforma, con i suoi
Savoia restaurati ed armati. Cerchiamo qui dar un’idea del contenuto
dei vari volumi.
Vol. I - Su la soglia della storia d’Italia. (Età barbarica e feudale, rico-
struita a grandi linee con rilievo delle differenze che essa presenta di
fronte ad altri paesi vicini ed affini. Ripercussioni demografiche e so-
ciali delle invasioni. Processo di mistione o fusione o assimilazione, di
conversione delle genti in ceti, di trasformazione dei Germani ed anche
dei Romani, di organizzazione dello Stato. Quadro della società feuda-
le, specie nel Centro e Nord, con il possesso fondiario accentrato; con
l’esaurimento o depressione del potere regio da una parte, dei ceti
mezzani e contadineschi dall’altra; con la prevalente economia natura-
le, e servitù della gleba, e fantasmagoria di Re, e Chiesa presa nell’in-
granaggio della società feudale, frantumata, secolarizzata, fatta quasi
acefala. Come è detto su, bisogna veder in queste vicende della Peniso-
la un aspetto di più vasta e non troppo diversa vicenda, ora specialmen-
te che manca alla nostra ed altre Storie un contenuto nazionale vero e
proprio e tutto è tradizione romana, Bisanzio, Papato, Germania, Islam,
e malamente, entro il vastissimo quadro, si individua un più ristretto
quadro italiano. Ma compito dello storico sarà mettere in luce gli acca-
APPENDICE 211

dimenti e le apparizioni che rimarranno operanti in tutta la storia della


Penisola e le daranno l’impronta, cioè la persistenza di fortissimi ele-
menti di romanità, il Potere temporale dei Papi ed il loro atteggiamen-
to verso lo Stato o la Monarchia, il delinearsi di un dissidio Stato-Chie-
sa e di una crisi spirituale nel cittadino-credente, il definitivo frantu-
marsi politico della Penisola, laddove in altri paesi permane certo tes-
suto unitario, l’organarsi della vita regionale attorno ad altrettanti cen-
tri dell’universalismo romano e cattolico. E vedere come si atteggia nella
Penisola ciò che è proprio di tutto il mondo romano-germanico, cioè la
sua romanità, il suo cristianesimo o cattolicesimo, la sua società feudale
che è lungi dal sistemare in ferreo organismo, come altrove, tutti gli
elementi della vita italiana. Poiché si sa che vi fu notevole persistenza e
relativo vigore di città e di economia di scambio e di piccolo possesso
e di popolazione libera anche nelle campagne. Lo stesso feudo, diverso
da noi che in Francia: con impronta e fini, cioè, non tanto politici quan-
to economici e civili, e quindi più facilmente e rapidamente esposto poi
all’azione corrosiva della borghesia che nasce. Ecc. ecc.).
Vol. II - Città e borghesie cittadine in Italia alla fine del M.E. (Ripren-
der in mano rapidamente la materia ultima del 1° vol., specie quanto
riguarda le città, il regime dei Vescovi, le tracce di una economia non
rudimentale, l’inquadramento delle masse rurali nel latifondo, l’attività
di centri marittimi come Amalfi e Venezia, il carattere del feudo italia-
no ecc. Coglier poi tutti i segni italiani — e anche europei — di un
accelerarsi del ritmo della vita economica e sociale, di una crisi della
compagine feudale, di spostamenti nelle classi, di agitazioni agrarie e
urbane, inizio di una organizzazione nuova a base contrattuale e volon-
taria ecc.: fatti che costituiscono un po’ la sostanza civile delle lotte per
la Riforma ecclesiastica e per le Investiture e da queste lotte sono pro-
mossi e accelerati. Intanto, i vecchi dominî o influssi stranieri (Arabi,
Bizantini) scompaiono o si attenuano nelle regioni periferiche del-
l’Adriatico, nelle isole tirreniche ecc. Funzione italiana importante del
Papato, in quanto aiuta, per ragioni politiche e religiose, la liquidazio-
ne bizantina e araba, avversa l’ingerenza degli Imperatori tedeschi nel-
la Penisola, e caldeggia uno svolgersi autonomo delle sue forze politi-
che e sociali che esso vuole sistemare nel modo più rispondente alla
propria sicurezza e potenza. Le città nel XII sec., anche del Sud-Italia,
avanti che la Monarchia normanna di Ruggero II si consolidi. Regime
consolare e suoi compiti: libertà di fronte ai Vescovi, autonomia dal-
l’Impero, acquisto del Contado e sicurezza delle vie di traffico. D’ora
in avanti, il quadro si fa più complicato. Bisogna maneggiare molte fila:
sviluppo della borghesia, espansione coloniale e capitalistica, movimenti
religiosi e contrasti Stato-Chiesa, organizzazione giuridico-economica
del territorio, la nuova coltura, la serrata vita di relazione entro tutta la
212 APPENDICE

Penisola, il complesso delle condizioni e circostanze che portano ad una


crisi costituzionale nel regime delle città, l’affiorare di idealità naziona-
li sia pure di ispirazione letteraria ecc. Valutazione complessiva di que-
sta civiltà a base cittadina. Che cosa è quella democrazia? A quali con-
dizioni europee e mediterranee oltre che peninsulari, è legato il fatto
del suo sorgere e del suo decadere? Limite cronologico: dal XI al prin-
cipio del XIV sec. per l’alta Italia, del XV per la Toscana. Ma l’A. trarrà
anche dal sec. successivo gli elementi del suo giudizio).
Vol. III - Il Regno di Sicilia, dal XI al XV sec. (Riassumere le vicende
longobardo-bizantine del Sud-Italia. Varietà di condizioni e di coltura
e, insieme, certa omogeneità a fondo romano-bizantino che agevola il
compito unitario dei Normanni. Normanni e Svevi, carattere della
Monarchia, sue basi, suo sforzo costruttivo dello Stato, sue debolezze.
Borghesia, baronato, popolazioni rurali, Chiesa romana. Progressivo
entrar del Regno nell’orbita della vita italiana, delle sue lotte, della sua
coltura, della sua attività mercantile, contribuendovi anche esso con
elementi arabo-bizantini, con spunti di vedute politiche ecc. Scadimento
della Sicilia come centro del Regno. Politica di grandi linee svolta dal
Regno, ma, insieme, intrinseca crescente debolezza sua, con Roberto e
Ladislao. Progressi aragonesi in Italia, dalla fine del XIII sec., Sicilia,
Sardegna, Napoli, Alfonso e Ferdinando d’Aragona di fronte alle que-
stioni vitali del Regno (baronato e Curia romana). Insomma, un com-
plesso di problemi connessi, sociologicamente e politicamente impor-
tanti, che ormai è possibile, dopo tante ricerche, specie su l’epoca bi-
zantina normanna e sveva, prospettare con chiarezza in un volume sin-
tetico che racconti e rappresenti ed esamini. Lo studio delle condizioni
interne deve aiutarci a capire qualcosa delle posteriori vicende di quel
paese e dei mali che ancora lo travagliano. Nel tempo stesso, dobbiamo
lumeggiare la importanza internazionale che per tre o quattro secoli
ebbe il Regno di Sicilia: costruito con materiali bizantini, arabi, longo-
bardi, normanni; proteso verso la Balcania, l’Oriente, l’Africa a scopi
di dominio politico; aperto, per la sua posizione e per iniziativa papale,
a continui interventi europei. In rapporto al resto d’Italia, il Regno prima
è quasi estraneo, poi parte integrante: crollato esso, per quella breccia
la Spagna risale tutta la Penisola).
Vol. IV - Signorie e principati italiani alla fine del M.E. (Prime appa-
rizioni loro nel XIII sec., organicamente collegate allo sviluppo della
Società cittadina. I Signori rappresentano negazione e insieme conti-
nuazione e perfezionamento dello Stato di città e del regime a popolo.
Decadenza della vita di città, arresto dello sviluppo demografico e del-
le energie produttive, progressi agrari, sbollire delle passioni civiche,
nuovi ideali politici e di coltura ecc. Originaria diversità delle prime
Signorie, derivante dalla diversa radice feudale o cittadina, e lor cre-
APPENDICE 213

scente assimilarsi nel XIV e XV sec. Che cosa rappresenta il nuovo Stato,
come pensiero politico-sociale, come direttiva economica, come rela-
zioni col di fuori. Quadro sommario del dominio sabaudo, della signo-
ria viscontea, dello Stato fiorentino, dello Stato della Chiesa, del Regno
di Napoli, della Repubblica veneta, dal ’300 a buona parte del ’400;
loro condizioni, interessi che li dividono ed insieme li avvicinano, am-
bizioni territoriali e conati unitari sempre più fiacchi e vani nel XV sec.,
politica d’equilibrio e stabilizzazione, qualche lieve tentativo federale,
certa unità non più imperiale o papale ma italiana della Penisola. Rap-
presentazione della vita spirituale italiana nell’età dell’umanesimo, va-
lore universale ed espansione di quella coltura, sua virtù fecondatrice
nell’Europa ecc. L’A. di questo volume dovrebbe essere — perfezio-
nandoli, in rapporto al progresso degli studi — il Cipolla e insieme il
Burckardt armonizzati insieme, saper fondere la materia assai grezza
del primo con la elaborazione sistematica e lo sforzo interpretativo del
secondo. La stretta connessione che è fra le varie manifestazioni di vita
in quella età agevola del resto questa armonizzazione e fusione).
Vol. V - La lotta europea per la conquista dell’Italia e due secoli di
dominio straniero nella Penisola, XVI-XVII. (Questo vol. dovrebbe
presentarci l’Italia che, chiusa l’era dello sviluppo autonomo o quasi,
entra, un po’ di sua iniziativa — frequente ricorso agli stranieri, per
risolvere situazioni italiane — assai più per iniziativa non sua, nel giuo-
co delle forze politiche europee, ne subisce l’urto, vede crollare il suo
sistema politico, perde gran parte di quella funzione attiva che aveva
per lo innanzi esplicato nei rapporti economici e culturali in un’Europa
ancora arretrata, diminuisce di importanza come valore storico; ma nel
tempo stesso porta a maturità i frutti della sua cultura e, con lento pro-
cesso di adattamento e perfezionamento, prepara le condizioni per poter
riapparire e valere nella nuova Europa a base di grandi Stati e nazioni
organizzate. Sono due momenti che potrebbero eventualmente dar
materia a due volumi invece che uno. Nel primo, interessa vedere quale
fu la politica degli Stati italiani e come si atteggiò il sentimento pubbli-
co della nazione, durante le varie fasi della lotta; quali ripercussioni
economiche la guerra, insieme con gli altri accadimenti mondiali del
tempo, ebbe su la economia italiana; quali esperienze lo spirito italiano
fece; quali più intimi contatti stabilì con l’Europa occidentale e centra-
le; quali stimoli risentì al proprio pensiero politico e ad una più serrata
organizzazione di Stati ancora malamente compaginati (Piemonte, To-
scana, Chiesa), quale capacità espansiva acquistò per un secolo la sua
coltura in una Europa tutta ormai legata e intercomunicante. Nel se-
condo, si presentano successivamente: le condizioni generali dell’Italia
in regime di assicurato predominio spagnuolo; la funzione di Roma,
Venezia e Piemonte di fronte alla varia pressione spagnuola, austriaca,
214 APPENDICE

francese; la ripresa della attività politica dei Borboni in Italia, con rela-
tiva valorizzazione di alcune dinastie nostre; il moltiplicarsi degli attori
su la scena d’Europa e d’Italia (Inghilterra e Austria, XVII-XVIII sec.)
e maggiori possibilità di azione offerte a taluna di quelle dinastie, men-
tre le altre sempre più si esautoravano; benefica ripercussione delle
guerre fra il ’600 e ’700 su le condizioni economiche e politiche italia-
ne, su una più energica e larga circolazione di idee fra l’Italia e l’Euro-
pa, sul sentimento nazionale scosso ed eccitato. È necessario presentar
questa epoca in modo sensibilmente diverso da quello che è il cliché
tradizionale, vederne gli attivi oltre che i passivi e considerar certi pas-
sivi come condizione e momenti di progresso. Certo, l’Italia vive nel-
l’Europa più che non avesse mai vissuto, guadagna in omogeneità so-
ciale e in unità territoriale perfeziona il senso dello Stato e certi organi
statali, acquista nel Piemonte una forza propulsiva e direttiva che aspet-
terà solo un più opportuno momento per farsi valere nazionalmente).
Vol. VI - Le origini dell’Italia moderna. (Si riprende e svolge il moti-
vo già accennato nel volume precedente. Si chiariscono i segni, sempre
più visibili, del rinnovamento e del più celere cammino: intensificata la
produzione e migliorato lo stato economico del paese; crescente senso
di vuoto e insoddisfazione, spirito critico, desiderio di rinnovare, di
progredire nei riguardi della cultura tradizionale, di certe istituzioni,
dell’economia; gran voglia di vedere e studiare il mondo, uniformarsi
agli altri più progrediti e insieme emularli, affrancarsi da essi; discus-
sioni e voti sui problemi della vita economica, tendenze liberali varie,
interessi unitari, irrobustita coscienza morale e più seria attività intel-
lettuale. Le riforme. Esame sommario della condizione interna e della
posizione internazionale dei vari Stati. Il volume conterrà circa un se-
colo di vita italiana, fino al 1815, e consterà anche esso come di due
grandi capitoli (perciò, egualmente suscettibile di eventuale sdoppia-
mento), dedicati l’uno alla fase riformista l’altro alla rivoluzionaria: fasi
che si seguono cronologicamente e si contrappongono l’una all’altra
nella coscienza degli uomini, e seguiteranno ancora a contrapporsi
durante le lotte nazionali, quando gli Italiani saranno riformatori e ri-
voluzionari, tenderanno a collegarsi ai principi e ministri del ’700 od
agli uomini dell’89 e delle Repubbliche filiali italiane, sebbene poi il
Risorgimento, visto nel suo complesso e nei risultati, debba considerar-
si sintesi dell’una e dell’altra fase e tendenza. Riforme e rivoluzione
hanno una impronta largamente europea e quasi cosmopolita; ma l’A.
cercherà ritrovar con la maggior precisione possibile il proprio volto
dell’Italia e veder come il suo pensiero si atteggia nel ’700, e come tra-
duce in sua lingua il frasario della rivoluzione d’oltre Alpe, e come im-
posta con crescente senso realistico e coscienza di se stessa i problemi
che poi il XIX affronterà di proposito e con le sole forze nazionali, e
APPENDICE 215

come esce nel rapporto pratico e nelle condizioni di spirito dal duro
travaglio napoleonico. Si tratterà di fare un bilancio, bandendo franco-
filia e francofobia).
Vol. VII - Le lotte nazionali in Italia nel XIX sec.: 1815-1870. (Che
struttura ha la società italiana, nel quindicennio che segue al 1815; che
forze vive e pesi morti, che passioni, che animo di fronte ai governi
restaurati, anche essi così diversi dal sec. precedente? Il filo conduttore
di questo volume sarà dato necessariamente dagli sforzi della nazione
italiana di darsi nuovi e più liberi e propri ordini. Ma l’A. non si limite-
rà a far la storia del patriottismo italiano. Dovrà giungere con l’occhio
anche là dove la patria è ignorata e sondare un po’ lo spesso strato delle
masse e rendersi ragione della loro assenza dalla storia d’Italia; pur nel
tempo stesso che osserverà i progressi dei ceti medi e le esigenze del-
l’economia; e seguirà via via le varie correnti di pensiero, cioè i vari
programmi politici dei novatori, sempre più precisi e concreti e consa-
pevoli delle difficoltà dell’opera e dei mezzi da impiegare; e osserverà la
mutevole situazione internazionale, sempre più favorevole o meno av-
versa ad un nuovo assetto politico della Penisola ecc. Di questa vicenda
noi possiamo ormai fissare le giuste proporzioni, che non sono date né
dal numero dei morti nelle guerre di indipendenza che taluno vorrebbe
contar su le cinque dita, né da alcuni pochi sia pur grandissimi spiriti
che veramente contribuirono a dar al Risorgimento italiano certi carat-
teri di universalità. Gli studi del cinquantennio e la conoscenza nostra
di ciò che è stata ed è l’Italia posteriore al ’70 ci permettono di reagire
tanto alla micromania degli uni quanto alla megalomania degli altri).
Vol. VIII – L’Italia d’oggi. (Il nuovo Stato unitario dopo il ’70, l’op-
posizione interna ed esterna, borbonici, repubblicani, internazionale
cattolica, Francia ecc. Accentramento e aspirazioni regionalistiche. Con-
dizioni finanziarie, ordinamento amministrativo, ferrovie, e lavori pub-
blici, politica ecclesiastica ecc. La vecchia Destra. L’avvento della Sini-
stra. La nuova borghesia italiana, suo spirito, sua educazione politica,
sue manchevolezze. Tunisi. La Triplice. Progressi della coscienza uni-
taria e dell’economia nazionale. La denuncia del trattato di commercio
con la Francia e sue varie ripercussioni. L’irredentismo. Diffondersi del
socialismo. Condizioni demografiche ed emigrazione. Il Mezzogiorno
e la Questione meridionale. I Fasci siciliani. Il problema coloniale: ten-
tativi e insuccessi. Francesco Crispi. Il 1898. Il nuovo spirito pubblico
e il nuovo orientamento politico attorno al 1900. Agricoltura e indu-
stria in Italia fra l’800 e il ’900 e rapidi loro progressi. Francia, Germa-
nia e Italia nel riguardo economico e politico. Accentuazione nazionale
del sentimento italiano e correnti nazionalistiche. Progressivo avvici-
narsi dei cattolici all’Italia del 1870. Italia ed Austria. Dalla crisi inter-
nazionale del 1908 alla guerra di Tripoli. L’Italia e il problema dell’Adria-
216 APPENDICE

tico, della Balcania e dell’Asia Minore. Guerra e dopo guerra: il dibat-


tito per l’intervento o neutralità, importanza dell’intervento e del con-
tributo italiano, il fronte interno, Governo e Monarchia durante la
guerra, il blocco anglo-franco-americano e l’Italia dopo la vittoria, spo-
stamenti sociali, fermenti rivoluzionari ecc. ecc. Questa, schematica-
mente, la materia del volume, la quale gravita come su tre centri: il
governo della Destra, rappresentante di correnti moderate del Risorgi-
mento, cui toccò in sorte di dar la propria impronta all’ultima fase del
Risorgimento stesso e di comunicar poi il primo moto allo Stato italia-
no; il governo della Sinistra, nel significato pregnante che la parola ha,
in ordine alle nuove forze e interessi e aspirazioni che affiorano nella
nazione, con il complesso dei problemi interni e internazionali del dopo
guerra. Questa storia di 50 o 60 anni è, per un verso, ancora il Risorgi-
mento e contiene problemi che il Risorgimento aveva posti o solo in
parte risolti, ed è pieno di echi e risonanze del Risorgimento, e presenta
ancora vivi ed operosi molti uomini del ’59 e del ’60 che nel governo
dell’Italia dopo il 1860 portano non poco del loro bagaglio risorgimen-
tale; ma per un altro verso ed assai più, è cosa nuova. Problemi nuovi,
sorti con l’unità e per il fatto stesso dell’unità, sono al centro: problemi
politico-economici e politico-sociali. La nazione italiana comincia ve-
ramente a vivere tutta quanta e si mette via via al posto della piccola e
audace aristocrazia che, collaborando con la storia d’Europa ma solle-
citando con le sue iniziative e il suo soffrire il troppo lento corso delle
cose, aveva fatto l’Italia. L’irredentismo sta solo al margine della vita
italiana di quegli anni. Se qualche volta noi coloriamo di Risorgimento
fatti ed iniziative nostre, quasi per imprimer loro un suggello di mag-
gior nobiltà – come è avvenuto durante la guerra – lo spirito animatore
è tutt’altro e tutt’altro sono le necessità da cui la vita italiana è premuta.
Il vol. VIII dovrebbe per ciò mostrarci ancora visibili, su gli accadi-
menti posteriori al ’70, certi segni del Risorgimento, ma più ancora pre-
sentarli con i loro tratti propri e nuovi, in rispondenza alle nuove forze
ed ai nuovi bisogni della società nazionale italiana.
Quanto è detto fin qui non vuol essere una traccia o via segnata al
lavoro di chi la via dovrà e saprà trovar da sé. Ma vuol essere un som-
marissimo orientamento intorno ai limiti, ripartizione, carattere gene-
rale dell’opera che prepariamo. Abbiamo additato fatti e problemi su
cui sarà bene che gli autori concentrino il loro studio. Abbiamo cercato
di agevolare fra questi certa intesa per la trattazione di questioni che i
50 o 100 o 200 anni di tempo assegnati ad un volume non esauriscono
e che ogni volume trova impostate nel volume precedente e da esso
raccoglie in eredità, con certo obbligo di non rinnegarle e non spostar-
ne troppo le basi. Insomma, rimuovere gli ostacoli, agevolare quella
coordinazione di lavoro che è necessaria in un’opera collettiva, ed in-
APPENDICE 217

sieme delimitare le varie zone secondo criteri storicamente razionali,


per porre ogni scrittore davanti ad un’epoca o ad una serie di problemi
ben circoscritti: come sarebbe le origini della borghesia e dello Stato di
città nell’Italia uscita dal travaglio delle invasioni, dal sommario ordi-
namento barbarico e dal feudalesimo; l’inserirsi della vita italiana nella
vita dell’Europa dalla fine del ’400 in poi; la costituzione dello Stato
nazionale ecc. ecc. Senza aspettare che dal distinto lavoro di più uomi-
ni, sia pure affiatati, possa uscire un’opera di perfetta organicità, una
ben coerente Storia d’Italia, tuttavia si deve volere da parte nostra che
a questa organicità e coerenza ci si avvicini più che è possibile. Ma noi
non consideriamo esaurito il nostro compito, con la pubblicazione degli
otto o dieci volumi della Storia d’Italia. Questa procederà alquanto sin-
teticamente. Cercherà di assumere una andatura piuttosto rapida e
presentar la materia storica nel suo movimento e nei suoi molteplici
interni legamenti e non amerà indugiarsi troppo lungo la via. Ma vi sono
fatti e problemi che vogliono essere esaminati in sé stessi e con maggior
ampiezza di quel che l’economia dei volumi precedenti non consenta:
problemi di rapporti fra noi e gli altri, problemi di interesse vivo ancor
oggi e che stanno fra la politica e la storia, con visibili riferimenti pra-
tici. Perciò ai volumi della Storia d’Italia si accompagneranno e segui-
ranno nella pubblicazione altri volumi che staranno ognuno a sé e fa-
ranno serie aperta, per quanto dello stesso tipo e formato di quelli della
Storia.
Ecco i titoli di alcuni volumi che vorremmo includere nella serie:
Correnti commerciali e forme di attività industriali in Italia e attorno
all’Italia nel primo M.E. (Ritrovare ed esaminare quel tanto di vita eco-
nomica che non è economia naturale, varia da paese a paese; fissare le
grandi strade per cui si incanala il traffico, studiare i contributi partico-
lari che alle industrie, anche d’indole artistica, portano le varie genti
confluite sul suolo romano dopo le invasioni ecc.).
Economia italiana ed economia europea alla fine del M.E. (Traffici e
colonizzazioni nei paesi del Levante dopo l’XI sec. Commercio e banca
italiana nell’Europa centrale e occidentale. Azione delle attività italiane
su la vita economica dei paesi più arretrati. Economia cittadina e terri-
toriale. Idee economiche del Rinascimento. Coefficienti economici della
politica dei grandi Stati europei verso l’Italia, fra il XV e XVI sec. Tra-
sformazione e crisi dell’economia italiana nel ’400 e ’500, per circostan-
ze interne ed esterne).
L’Islam nel bacino del Mediterraneo. (Dominio politico, sviluppo
culturale, contatti con la vita europea ecc., il tutto studiato con speciale
riguardo alla Sicilia e alla Spagna).
Rinascimento italiano e pensiero europeo dal sec. XVI al XVII. (Con
sguardi anche su le altre e varie influenze che il Rinascimento ebbe sul
218 APPENDICE

di fuori, in letteratura, arte ecc.).


La Controriforma. (Come fatto universale che ha tuttavia il suo cen-
tro in Italia ed è, in certo senso, una specie di Riforma italiana).
Italia e Spagna nel ’500 e ’600. (Che cosa rappresenta l’Italia nel qua-
dro della Monarchia spagnola; influssi reciproci nei vari campi).
L’Italia e l’Oriente europeo negli ultimi secc. (Rapido richiamo alla
colonizzazione italiana nel M.E, qualche capitolo dedicato a Venezia e
al suo dominio nel XVI e XVII secolo, e poi pensiero e azione pratica
e interessi italiani intorno alla questione d’Oriente ed in Oriente, nel-
l’ultimo secolo e, più ancora, negli ultimi decenni).
Motivi francesi e motivi italiani nella fase rivoluzionaria fra ’700 ed
’800. (Non solo e non tanto come fenomeno letterario, ma anche e più
come intuizione della vita, come pensiero politico e storiografia e atti-
vità pratica).
Il Settecento riformatore in Italia, visto nei suoi pensieri, nella sua
azione, nei suoi svolgimenti posteriori.
Italia e Germania nel XIX sec. (Rapporti di cultura col mondo tede-
sco in genere, rapporti politici ed economici con l’Impero germanico e
coi popoli dell’Impero, specialmente dopo conchiusa la Triplice, fino
alla guerra).
L’emigrazione politica italiana dal 1815 in poi. (Correnti principali,
importanza sua come incontro e collaborazione di italiani di Stati di-
versi, come avvicinamento Italia-Europa, come influenza culturale re-
ciproca, come primo avviamento di altra e diversa emigrazione di ope-
rai e contadini).
Italia e Francia nel XIX sec. (Atteggiamenti degli Italiani verso la
Francia dopo il 1815, politica della Monarchia francese avanti il ’59 verso
gli Stati italiani e l’Austria, muoversi della vita spirituale italiana nel-
l’orbita francese e tendenza sua ad affrancarsene, correnti francofile e
francofobe in Italia, opinione pubblica francese in rapporto ai proble-
mi italiani e specialmente alla Questione romana, la Francia di fronte al
nuovo Regno d’Italia, fino alla guerra e dopo la guerra).
Italia e Inghilterra nel XIX sec. (L’Inghilterra in rapporto alla Sicilia
e al Regno dei Borboni; l’Inghilterra in rapporto al Regno di Sardegna
ed all’Austria; l’Inghilterra e gli esuli italiani; liberalismo e liberismo di
ispirazione inglese in Italia; l’Inghilterra nel 1848-49 e nel 1859-60; la
politica inglese e l’Italia nell’ultimo cinquantennio, in regime di Tripli-
ce Alleanza ecc.).
L’Italia nel continente africano. (Esplorazioni, contributo italiano alla
conoscenza dell’Africa, questione di Tunisi e questione d’Egitto, im-
prese e guerre e politica coloniali in Abissinia, Somalia, Tripolitania,
nuclei italiani nell’Africa mediterranea, prospettive e possibilità italia-
ne ecc.).
APPENDICE 219

Il liberalismo europeo ed italiano nel XIX sec. (Dottrine, centri mag-


giori di irradiazione, loro influssi reciproci, riflessi nella storiografia,
varia critica del liberalismo ecc.).
L’economia italiana nei suoi rapporti con l’economia mondiale duran-
te il Risorgimento e fino alla guerra 1914-18. (Sviluppo della vita econo-
mica italiana dalla metà del 1700. Agricoltura, industria, commercio,
nei vari stati. Moto economico e moto politico nazionale. L’Italia eco-
nomica attorno al 1860. Dottrine economiche. Politica finanziaria.
Popolazione, emigrazione, colonie ecc. Industrie ed agricoltura italia-
ne fra il XIX e il XX sec. Problemi economici italiani connessi con la
guerra mondiale ecc.).
Gli Italiani d’America dalla metà del XIX sec. in poi. (Formazione dei
nuclei coloniali, loro carattere, attività, legami con la madre patria, at-
teggiamento di fronte allo Stato ed alle società indigene. Politica dello
Stato italiano verso di loro. Gli emigrati italiani e la guerra mondiale. I
problemi dell’oggi e del domani ecc.).
G. Volpe
Storia di Roma e Storia d’Italia, 19223

Questa unità romana, entro cui la Penisola annega, dura molti secoli.
Sopravvive anche alla caduta dell’Impero, almeno in parte. Dopo l’uni-
tà imperiale romana, viene quella del cattolicesimo romano e quella data
al mondo romano dei Germani, invasori e nuovi sistematori dell’Impe-
ro. E l’Italia, quando tornerà a profilarsi vagamente all’orizzonte, sarà
un fatto nuovo. Nascerà anche da altri semi, si alimenterà di altri suc-
chi. La sua storia non è la storia di Roma, poiché la storia di un popolo,
o di una nazione, non è il racconto delle vicende secolari e millenarie di
un paese. Tuttavia gli Italiani, cominciando a creare la loro cultura
nazionale ed a vivere la loro nuova vita di nazione, amarono riattaccarsi
a Roma. La quale perciò rivive o è rivissuta ed opera. Per tutti gli uomi-
ni civili o affacciati a civiltà, ma per gli Italiani innanzi tutto. Compiti
umani e nazionali essa assolve per essi. Da una parte, gli Italiani che
venivano prima degli altri, riprendendo i contatti col mondo e riabili-
tando il mondo e ricercando l’uomo e la natura, ebbero dall’antichità,
che questi valori aveva conosciuto, un aiuto a ritrovarli anche essi attor-
no a sé ed in sé. Amando e quasi divinizzando Roma e le sue gesta e i
suoi personaggi famosi, e vedendoli animati da uno spirito “non uma-
no ma divino”, come dice Dante, essi si allenarono a riamare, oltre quella
umanità romana, tutto l’umano, con cuore naturalmente non di pagani
ma di cristiani, a colmare l’abisso medievale fra cielo e terra, a vedere
Dio nell’uomo e nelle sue opere. Dall’altra parte, gli Italiani novellaro-
no di Roma come di un’antica madre; fecero di essa la fondatrice di
tutte le loro città e l’instauratrice delle loro istituzioni e del loro diritto;
dal ricordo di essa trassero incitamento a scrivere la storia dei loro
municipi; di essa si fecero forti e orgogliosi per difendere la loro auto-
nomia politica, affermandosi romani perché liberi e liberi perché ro-
mani, cioè identificando romanità e libertà; considerarono ed esaltaro-
no se stessi, di fronte ai “barbari”, come latini e solo essi latini, “seme,
sangue e ossa” di Roma. La quale aiutò così gli Italiani a costruire la
loro italianità. Cominciarono a sentirsi distinti dalle altre genti come

3
Sono qui riprodotte le pagine finali del contributo apparso con il titolo 21 aprile.
Roma e l’Italia, in «Gerarchia», I, 25 aprile 1922, 4, pp. 173 ss.
APPENDICE 221

latini e figli di Roma; cominciarono ad amare nell’Italia Roma che in


essa riviveva. E finirono col sentirsi distinti come Italiani, aventi una
propria e superiore civiltà; con l’amare l’Italia di per se stessa. Non solo:
ma, primi a risuscitare l’antico, a guardarlo con occhi nuovi e intender-
lo, essi ne promossero lo studio e l’intelligenza e l’utilizzazione presso
gli altri popoli più affini e progrediti d’Europa; primi a portar a matu-
rità, con l’aiuto dell’antico, una nuova e propria coltura e a darle certi
caratteri di universalità ed accreditarla, essi poterono diffonderla lar-
gamente, conservando nel ’400 e nel ’500, nel campo dell’attività intel-
lettuale e della creazione artistica, quel primato che, dal XI al XIV se-
colo, avevano conquistato nel campo delle attività pratiche, come navi-
gatori e colonizzatori e mercanti. Donde la consapevolezza di una loro
superiorità e l’ambizione e l’orgoglio di essere per la seconda volta
maestri del mondo, depositari di un nuovo impero, diverso ma non
minore dell’antico. Il pensiero di Roma accompagnò così gli Italiani nel
loro nascere e lo accelerò. Roma divenne per essi una forza operosa,
anche se e quando la città materiale era tutto un rudere e gli avanzi
degli archi trionfali e delle terme e dei palazzi imperiali servivano a
costruire chiese e torri magnatizie o a fare calcina; diventò anche essa,
in un certo senso, storia d’Italia, elemento unificatore dell’Italia, come
era stata nei due o tre secoli avanti Cristo. E taluni sognarono che po-
tesse tornare ad essere per l’Italia, anche politicamente, ciò che era sta-
ta allora, cioè pacificatrice, legislatrice, coordinatrice delle sue parti
discordi, centro di uno Stato che fosse sopra i particolari Stati della
Penisola, sede di un magistrato di cui l’elezione spettasse insieme a
Romani e Italiani. “Roma e la sacra Italia son da ridurre ad unione
concorde, pacifica, sacra, indissolubile”. (Cola di Rienzo). Entro l’uni-
tà cattolica, sopra il suo particolarismo cittadino, Roma accennava, nel
pensiero degli idealisti e dei poeti, a ricongiungersi con l’Italia, a met-
tersi verso essa nel rapporto stesso in cui si era messa verso i confede-
rati latini e italiani dopo la guerra sociale e italica. Caio Gracco e Cola
di Rienzo. Vi è di mezzo un abisso, e non solo nel materiale computo
cronologico. Ma anche vi è, ognuno di essi a suo tempo, qualche linea-
mento comune, se non altro per quel loro rispecchiare esigenze sociali
ed esigenze nazionali insieme, per quel loro affermare un nesso inscin-
dibile tra il destino di Roma e il destino d’Italia. Rettorica? Ma anche
Mazzini, dopo altri cinque secoli, e in modo rispondente al suo secolo,
pensava la stessa cosa. Ed anche, negli ultimi anni, Camillo di Cavour.
“Perché noi abbiamo il diritto, anzi il dovere, di chiedere, insistere
perché Roma sia riunita all’Italia? Perché senza Roma capitale d’Italia,
l’Italia non si può costituire”. (Seduta della Camera, 25 marzo 1861).
Ora, tutto questo può parere “storia antica”, cioè conchiusa per noi
e per tutti, e fuori del nostro presente interesse: in altre parole, morta.
222 APPENDICE

L’Impero romano non esiste più da un pezzo e nessuno pensa a restau-


rarlo a nostro beneficio. L’Italia unita è, e nessuna volontà, estranea,
per quanto forte, potrebbe riuscire durevolmente a disfarla. Roma e
l’Italia sono congiunte e saldate e nessun corrosivo le può distaccare.
Certo sì, tutto questo. Ma la storia, qualunque storia, è cosa viva o morta,
secondo che sono vivi o morti, in sul declinare o in sul crescere, gli
uomini che si volgono a guardarla. Essa, che nulla insegna a chi non sa
fare da sé, dice ed insegna a chi fa e cammina. Ed anche la storia con-
chiusa si rifonde nella vita, se questa è fortemente vissuta. La storia di
Roma fu viva alla fine del Medio Evo per noi Italiani e sembrò che si
riversasse tutta nelle nostre vene, quando molto vivi e in vigoroso svi-
luppo e ricchi di esigenze spirituali e di possibilità pratiche noi erava-
mo. Difatti nessuna città con tanta convinzione si proclamò “figlia di
Roma” ed ebbe tanti cultori appassionati di antichità romane ed utiliz-
zò l’antico per creare la sua storiografia, la sua architettura, la sua pro-
sa, quanto Firenze che era, viceversa, nuovissima ed originalissima crea-
tura della vita italiana. Ma essa faceva leva su quel grande passato – non
suo, veramente, ma del mondo – per risolvere il problema di esistere e
di crescere. Poi quella storia morì. Nelle mani degli Accademici o in
quella dei Gesuiti, che dominavano nelle scuole, divenne materia di
esercitazioni o fu un diversivo perché la gente si smarrisse dietro i Bruti
e gli Scipioni, roba lontana, e non si impicciasse d’altro. Poi ancora ri-
nacque nel secolo del Risorgimento, quando il passato della Penisola
risfavillava tutto e ridiventava fonte di commozione e stimolo ad agire.
Quella storia, cioè, ha avuto la vicenda stessa del popolo italiano. Ora,
deve ancora grandeggiare. Deve nuovamente essere presente e può dire
ancora qualche cosa a quei 40 o 50 milioni d’Italiani che hanno un pic-
colo territorio e una grande fecondità, che sono insuperabili dissodato-
ri di terre e costruttori di strade, che posseggono intelligenza e intra-
prendenza. Forse che non è venuta anche per essi l’ora di prendere posto
fra i popoli che guidano e che comandano, anziché fra quelli che seguo-
no e obbediscono?
G. Volpe
Norme e criteri per la redazione degli articoli di Storia medioevale
e moderna per l’Enciclopedia Italiana, 19254

1. Nell’esposizione della materia si desidera il massimo dell’obiettivi-


tà. Non apologia, né propaganda, né polemiche. Tuttavia, poiché si
tratta di una Enciclopedia Italiana, ai collaboratori incaricati di trat-
tare la storia degli altri paesi si chiede che si compiacciano di dar
rilievo a quella che può essere stata la ripercussione di avvenimenti
e personaggi italiani su la vita dei paesi stessi.
2. Esposizione esatta, sobria. Il meno di parole, col massimo di dati
utili, ma senza per ciò cadere nello schematico.
3. Ai collaboratori non si chiede (naturalmente sarà sempre meritoria
e bene accetta) novità di ricerche, assoluta originalità di vedute e
trattazione. Ma si desidera che l’articolo rispecchi, più esattamente
che sia possibile, lo stato attuale degli studi sopra l’argomento e porti
una bibliografia fresca e sostanziosa; che non sia una semplice rima-
nipolazione e meno ancora una traduzione di altre Enciclopedie. In
questo caso l’articolo sarebbe respinto al suo autore.
4. Poiché l’Enciclopedia Italiana avrà un ricco corredo figurativo, i
collaboratori sono pregati di segnalare le voci suscettibili di illustra-
zione figurata nonché il materiale illustrativo e di fare le relative pro-
poste (anche piante e vedute panoramiche di città importanti o ca-
ratteristiche; bolle pontificie e sigilli, autografi e stemmi insigni, ri-
tratti, miniature e quadri, bassorilievi capaci di dare un’idea del co-
stume e del modo di vivere di una determinata epoca).
5. Sarà gradita la segnalazione di eventuali mancanze che si trovassero
negli elenchi e la proposta di aggiunte o soppressioni di voci, di au-
mento o diminuzione dello spazio assegnato a ciascuna voce, ecc.

4
Questo testo, stampato per uso interno, a cura dell’Istituto Giovanni Treccani, e
conservato nell’Archivio storico dell’Enciclopedia Italiana di Roma, venne riprodotto in
La predisposizione del lavoro in una grande impresa scientifico-editoriale. L’Enciclopedia Ita-
liana dell’Istituto Giovanni Treccani, in «L’organizzazione scientifica del lavoro. Rivist