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Scheda tematica e di approfondimento.

1) La Cassazione e la funzione nomofilattica. L’attuale conformazione del giudizio


di legittimità dopo il d.l. n. 168-16.
2) La cameralizzazione generalizzata del processo dinanzi alle sezioni semplici: la
distinzione funzionale tra adunanza camerale e pubblica udienza.
3) Il presidio della nomofilachia: l’art. 360-bis.
4) Il filtro del precedente.

Approfondimenti tematici.

a) La nomofilachia: perché si parla di nomofilachia negativa e nomofilachia


positiva ?

La distinzione tra nomofilachia negativa e nomofilachia positiva, teorizzata in dottrina,


è alla base dell’art. 360-bis c.p.c., norma di importanza essenziale nell’economia del
giudizio di cassazione. La funzione nomofilattica, prima divisa tra l’apposita sezione, da
un lato, e il binomio sezione semplice-sezioni unite, dall’altro, appare oggi ripartita tra
l’apposita sezione e la sezione semplice in adunanza camerale, da un lato, e sezione
semplice in pubblica udienza e sezioni unite, dall’altro. L’art. 65 ord. giud., nel
descrivere le attribuzioni della Corte Suprema di cassazione, precisa che la Corte,
“quale organo supremo della giustizia, assicura l’‘esatta osservanza’ e l’‘uniforme
interpretazione della legge’, l’unità del diritto oggettivo nazionale, il rispetto dei limiti
delle diverse giurisdizioni; regola i conflitti di competenza e di attribuzioni, ed adempie
gli altri compiti ad essa conferiti dalla legge “. La funzione nomofilattica è descritta
nella prima parte della disposizione, ed è ripartita in due distinte attività – diverse ma
complementari, e ambedue necessarie - : una negativa (‘l’esatta osservanza’), finalizzata
cioè a eliminare il singolo atto contrario alla legge; e una positiva (“l’uniforme
interpretazione”), tesa a dettare il criterio cui debbano ispirarsi le future decisioni sul
medesimo oggetto. In tal senso l’“unità del diritto oggettivo” è data appunto dalla
“esatta osservanza della legge” e dalla “sua uniforme interpretazione”.

b) Il vincolo del principio di diritto in sede di rinvio.

In ipotesi di annullamento con rinvio per violazione di norme di diritto, la pronuncia


della Corte di cassazione vincola al principio affermato ed ai relativi presupposti di
fatto, onde il giudice del rinvio deve uniformarsi non solo alla "regola" giuridica
enunciata, ma anche alle premesse logico-giuridiche della decisione, attenendosi agli
accertamenti già compresi nell'ambito di tale enunciazione, senza poter estendere la
propria indagine a questioni che, pur se non esaminate nel giudizio di legittimità,
costituiscono il presupposto stesso della pronuncia, formando oggetto di giudicato
implicito interno, atteso che il riesame delle suddette questioni verrebbe a porre nel

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nulla o a limitare gli effetti della sentenza, in contrasto col principio di intangibilità.
(Sez. 5, Sentenza n. 20981 del 16/10/2015, Rv. 636959 - 01)

Il principio della vincolatività, sia per il giudice di rinvio sia per la stessa Corte di
cassazione, che sia nuovamente investita del ricorso avverso la sentenza pronunziata dal
giudice di rinvio, del principio di diritto enunciato in sede rescindente presuppone
l'omogeneità delle situazioni devolute reiteratamente al giudizio di legittimità e non
opera con riguardo ad un "thema decidendum" non affrontato in occasione del primo
giudizio rescindente o quando sopravvenga un fatto, estintivo o modificativo del diritto
fatto valere, afferente a un profilo non affrontato in precedenza dai giudici di merito ed
esulante dal "decisum" del giudizio rescindente. (Sez. L, Sentenza n. 11716 del
26/05/2014, Rv. 630971 - 01)

L'efficacia vincolante della sentenza di cassazione con rinvio presuppone il permanere


della disciplina normativa in base alla quale è stato enunciato il principio di diritto, e
pertanto viene meno allorché quella disciplina sia stata successivamente abrogata,
modificata o sostituita per effetto di "ius superveniens". (Nella specie, la S.C. ha cassato
con rinvio la decisione di appello che, nella determinazione delle conseguenze
economiche della nullità del termine apposto ad un contratto di lavoro, si era limitata a
verificare l'"aliunde perceptum", senza procedere alla determinazione dell'indennità
risarcitoria in base ai criteri di cui alla sopravvenuta legge 4 novembre 2010, n. 183, art.
32, commi 5, 6 e 7). (Sez. 6 - L, Ordinanza n. 1995 del 04/02/2015, Rv. 634291 - 01)

c) L’operatività dell’art. 393 c.p.c. a seconda del tipo di processo.

La mancata riassunzione del giudizio di rinvio determina, ai sensi dell'art. 393 cod.
proc. civ., l'estinzione dell'intero processo, con conseguente caducazione di tutte le
attività espletate, salva la sola efficacia del principio di diritto affermato dalla Corte di
cassazione, senza che assuma rilievo che l'eventuale sentenza d'appello, cassata, si sia
limitata a definire in rito l'impugnazione della decisione di primo grado ovvero abbia
rimesso la causa al primo giudice e, dunque, manchi un effetto sostitutivo rispetto a
quest'ultima pronuncia, rispondendo tale disciplina ad una valutazione negativa del
legislatore in ordine al disinteresse delle parti alla prosecuzione del procedimento. (Sez.
3, Sentenza n. 6188 del 18/03/2014, Rv. 629888 - 01)

Quando, a seguito della cassazione di una sentenza, la causa non sia stata riassunta
dinanzi al giudice del rinvio, ma sia stato instaurato un nuovo giudizio, trova
applicazione l'art. 393 cod. proc. civ., secondo il quale la pronuncia della Corte di
cassazione conserva effetto vincolante anche nel nuovo processo che sia stato instaurato
con la riproposizione della originaria domanda. Peraltro, detta pronuncia vincola anche
il giudice di un diverso processo introdotto in data anteriore, a condizione che esso
riguardi le medesime parti e il medesimo oggetto. (Sez. 1, Sentenza n. 13974 del
19/06/2014, Rv. 631394 - 01)

Nel giudizio tributario, a norma dell'art. 392 cod. proc. civ., alla riassunzione della
causa avanti al giudice di rinvio può provvedere disgiuntamente ciascuna delle parti,
configurandosi essa non come atto di impugnazione, ma come attività di impulso
processuale, che coinvolge gli stessi soggetti che sono stati parte nel giudizio di

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legittimità; ne consegue che, ove nessuna delle parti si sia attivata per la riassunzione, il
processo si estingue, determinando, con riguardo al giudizio tributario, la definitività
dell'avviso di accertamento, che ne costituiva l'oggetto. (Sez. 5, Sentenza n. 16689 del
03/07/2013, Rv. 627058 - 01)

In tema di effetti del giudizio di rinvio sul giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo,
qualora alla pronunzia sul decreto sia seguita l'opposizione con il suo accoglimento
(totale o parziale), e successivamente la sentenza di merito sia stata a sua volta cassata
con rinvio, nel caso in cui il processo non sia stato riassunto nel termine prescritto non
trova applicazione il disposto dell'art. 653 cod. proc. civ., secondo cui a seguito
dell'estinzione del processo di opposizione il decreto che non ne sia munito acquista
efficacia esecutiva, ma il disposto dell'art. 393 cod. proc. civ., alla stregua del quale alla
mancata riassunzione consegue l'estinzione dell'intero procedimento e, quindi, anche
l'inefficacia del decreto ingiuntivo opposto. Tuttavia, nel diverso caso in cui l'estinzione
del giudizio di rinvio sia successiva ad una pronuncia di cassazione di una decisione di
rigetto, in primo grado o in appello, dell'opposizione proposta avverso un decreto
ingiuntivo, a tale estinzione consegue il passaggio in giudicato del decreto opposto,
secondo quanto prevede il citato art. 653, comma primo, cod. proc. civ., che,
limitatamente a questa ipotesi, prevale sul menzionato art. 393. (Sez. U, Sentenza n.
4071 del 22/02/2010, Rv. 611575 - 01)

d) L’obbligo del giudice di pronunciare su tutta la domanda; il vizio di omessa


pronuncia; l’irrilevanza nei casi di domanda infondata.

Il dovere del giudice di pronunciare su tutta la domanda, ai sensi dell'art. 112 c.p.c., va
riferito all'istanza con la quale la parte chiede l'emissione di un provvedimento
giurisdizionale in merito al diritto sostanziale dedotto in giudizio, sicché non è
configurabile un vizio di infrapetizione per l'omessa adozione, da parte del giudice, di
un provvedimento di carattere ordinatorio, come quello relativo alla sospensione
necessaria del giudizio ex art. 295 c.p.c. (Sez. 1, Sentenza n. 4120 del 02/03/2016, Rv.
638813 - 01)

La mancanza di motivazione su questione di diritto e non di fatto deve ritenersi


irrilevante, ai fini della cassazione della sentenza, qualora il giudice del merito sia
comunque pervenuto ad un'esatta soluzione del problema giuridico sottoposto al suo
esame. In tal caso, la Corte di cassazione, in ragione della funzione nomofilattica ad
essa affidata dall'ordinamento, nonché dei principi di economia processuale e di
ragionevole durata del processo, di cui all'art. 111, comma 2, Cost., ha il potere, in una
lettura costituzionalmente orientata dell'art. 384 c.p.c., di correggere la motivazione
anche a fronte di un "error in procedendo", quale la motivazione omessa, mediante
l'enunciazione delle ragioni che giustificano in diritto la decisione assunta, anche
quando si tratti dell'implicito rigetto della domanda perché erroneamente ritenuta
assorbita, sempre che si tratti di questione che non richieda ulteriori accertamenti in
fatto. (Sez. U - , Sentenza n. 2731 del 02/02/2017, Rv. 642269 - 01)

In sede di impugnazione, non rileva né l'omessa pronuncia su di un'eccezione di


inammissibilità, né l'omessa motivazione su tale eccezione, atteso che solo l'effettiva
esistenza dell'inammissibilità denunciata sarebbe idonea a determinare la decisione del

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giudice del gravame che, accogliendo le richieste in relazione alle quali l'eccezione è
stata formulata, l'ha implicitamente rigettata. (Sez. 1, Sentenza n. 13425 del 30/06/2016,
Rv. 640949 - 01)

Alla luce dei principi di economia processuale e della ragionevole durata del processo
come costituzionalizzato nell'art. 111, comma secondo, Cost., nonché di una lettura
costituzionalmente orientata dell'attuale art. 384 cod. proc. civ. ispirata a tali principi,
una volta verificata l'omessa pronuncia su un motivo di appello, la Corte di cassazione
può omettere la cassazione con rinvio della sentenza impugnata e decidere la causa nel
merito allorquando la questione di diritto posta con il suddetto motivo risulti infondata,
di modo che la pronuncia da rendere viene a confermare il dispositivo della sentenza di
appello (determinando l'inutilità di un ritorno della causa in fase di merito), sempre che
si tratti di questione che non richiede ulteriori accertamenti di fatto. (Sez. 2, Sentenza n.
2313 del 01/02/2010, Rv. 611365 - 01)

Nel giudizio di legittimità, alla luce dei principi di economia processuale e della
ragionevole durata del processo di cui all'art. 111 Cost., nonché di una lettura
costituzionalmente orientata dell'attuale art. 384 c.p.c., una volta verificata l'omessa
pronuncia su un motivo di appello, la Corte di cassazione può evitare la cassazione con
rinvio della sentenza impugnata e decidere la causa nel merito sempre che si tratti di
questione di diritto che non richiede ulteriori accertamenti di fatto. (Sez. 5, Sentenza n.
21968 del 28/10/2015, Rv. 637019 - 01)

e) Le plurime rationes decidendi e il principio di assorbimento: la preclusione a


decidere il merito in caso di affermata inammissibilità della domanda o
dell’impugnazione.

Quando una decisione di merito, impugnata in sede di legittimità, si fonda su distinte ed


autonome "rationes decidendi" ognuna delle quali sufficiente, da sola, a sorreggerla, il
rigetto del motivo di ricorso attinente ad una di esse rende superfluo l'esame degli
ulteriori motivi, non potendo la loro eventuale fondatezza portare alla cassazione della
sentenza, che rimarrebbe ferma sulla base dell'argomento riconosciuto esatto. (Sez. 1,
Sentenza n. 10420 del 18/05/2005, Rv. 580893 - 01)

Le argomentazioni ultronee, che non hanno lo scopo di sorreggere la decisione già


basata su altre decisive ragioni, sono improduttive di effetti giuridici e, come tali, non
sono suscettibili di censura in sede di legittimità. (Sez. 1, Sentenza n. 10420 del
18/05/2005, Rv. 580891 - 01)

Qualora il giudice, dopo una statuizione di inammissibilità (o declinatoria di


giurisdizione o di competenza), con la quale si è spogliato della "potestas iudicandi" in
relazione al merito della controversia, abbia impropriamente inserito nella sentenza
argomentazioni sul merito, la parte soccombente non ha l'onere né l'interesse ad
impugnare; conseguentemente è ammissibile l'impugnazione che si rivolga alla sola
statuizione pregiudiziale ed è viceversa inammissibile, per difetto di interesse,
l'impugnazione nella parte in cui pretenda un sindacato anche in ordine alla motivazione
sul merito, svolta "ad abundantiam" nella sentenza gravata. (Sez. U, Sentenza n. 3840
del 20/02/2007, Rv. 595555 - 01)

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f) La cd. terza via: il principio del contraddittorio e la questione di diritto.

Nel caso in cui il giudice esamini d'ufficio una questione di puro diritto, senza procedere
alla sua segnalazione alle parti onde consentire su di essa l'apertura della discussione
(c.d. terza via), non sussiste la nullità della sentenza, in quanto (indiscussa la violazione
deontologica da parte del giudicante) da tale omissione non deriva la consumazione di
altro vizio processuale diverso dall'"error iuris in iudicando" ovvero dall'"error in
iudicando de iure procedendi", la cui denuncia in sede di legittimità consente la
cassazione della sentenza solo se tale errore sia in concreto consumato: qualora invece
si tratti di questioni di fatto, ovvero miste di fatto e di diritto, la parte soccombente può
dolersi della decisione, sostenendo che la violazione di quel dovere di indicazione ha
vulnerato la facoltà di chiedere prove o, in ipotesi, di ottenere una eventuale rimessione
in termini, con la conseguenza che, ove si tratti di sentenza di primo grado appellabile,
potrà proporsi specifico motivo di appello solo al fine di rimuovere alcune preclusioni
(specie in materia di contro-eccezione o di prove non indispensabili), senza necessità di
giungere alla più radicale soluzione della rimessione in primo grado, salva la prova, in
casi ben specifici e determinati, che sia stato realmente ed irrimediabilmente vulnerato
lo stesso valore del contraddittorio. (Sez. U, Sentenza n. 20935 del 30/09/2009, Rv.
610517 - 01)

g) La rilevazione e l’operatività del giudicato.

Posto che il giudicato va assimilato agli "elementi normativi", cosicché la sua


interpretazione deve essere effettuata alla stregua dell'esegesi delle norme e non già
degli atti e dei negozi giuridici, essendo sindacabili sotto il profilo della violazione di
legge gli eventuali errori interpretativi, ne consegue che il giudice di legittimità può
direttamente accertare l'esistenza e la portata del giudicato esterno con cognizione piena
che si estende al diretto riesame degli atti del processo ed alla diretta valutazione ed
interpretazione degli atti processuali, mediante indagini ed accertamenti, anche di fatto,
indipendentemente dall'interpretazione data al riguardo dal giudice di merito. (Sez. U,
Sentenza n. 24664 del 28/11/2007, Rv. 600071 - 01)

Il giudicato va assimilato agli elementi normativi, cosicché la sua interpretazione deve


essere effettuata alla stregua dell'esegesi delle norme e non già degli atti e dei negozi
giuridici, e gli eventuali errori interpretativi sono sindacabili sotto il profilo della
violazione di legge; ne consegue che il giudice di legittimità può direttamente accertare
l'esistenza e la portata del giudicato esterno, con cognizione piena, che si estende al
diretto riesame degli atti del processo ed alla diretta valutazione ed interpretazione degli
atti processuali, mediante indagini ed accertamenti, anche di fatto, indipendentemente
dall'interpretazione data al riguardo dal giudice di merito. (In applicazione di tale
principio, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata che, nell'interpretare una precedente
sentenza di condanna al risarcimento del danno da illecito extracontrattuale, nella quale
non era stato fissato il "dies ad quem" della rivalutazione monetaria, aveva individuato
detto termine nella data di soddisfacimento del debito, anziché, alla stregua del
consolidato orientamento giurisprudenziale, in quella della pubblicazione della
sentenza). (Sez. 1, Sentenza n. 21200 del 05/10/2009, Rv. 610451 - 01)

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In tema di impugnazioni, qualora il giudicato esterno si sia formato nel corso del
giudizio di secondo grado e la sua esistenza non sia stata ivi eccepita dalla parte
interessata, la sentenza di appello che si sia pronunciata in difformità da tale giudicato è
impugnabile con il ricorso per revocazione e non con quello per cassazione. (Sez. 5,
Sentenza n. 22506 del 04/11/2015, Rv. 637074 - 01)