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IL LAVORO NELLE COOPERATIVE E LA CESSIONE DI

RAMO AZIENDALE
CORSO P18003
Scandicci, 22-24 gennaio 2018

Martedì, 23 gennaio 2018

Cessione del ramo, esternalizzazione e appalto: presupposti


oggettivi e condizioni di legittimità del decentramento produttivo

Relatore
Prof. Avv. Marco MARAZZA
Università degli Studi di Teramo


Direttiva 2001/23/CE, 12 marzo 2001

CGE 27 aprile 2017, cause riunite C-680/15 e C-681/15


CGE 9 settembre 2015, causa C‐160/14
CGE 6 marzo 2014, causa C‐458/12
CGE, 7 marzo 1996, cause riunite C-171/94 e C-172/94

Cassazione civile 21 settembre 2017, n. 22005


Cassazione civile 19 gennaio 2017, n. 1316
Cassazione civile 26 agosto 2016, n. 17366
Cassazione civile 15 marzo 2016, n. 5038
Cassazione civile 6 marzo 2015, n. 4601
Cassazione civile 27 maggio 2014, n. 11832
Cassazione civile 9 maggio 2014, n. 10128
Cassazione civile 15 aprile 2014 , n. 8757
Cassazione civile 21 novembre 2012, n. 20422
Cassazione civile 6 aprile 2010, n. 8210
Cassazione civile 17 luglio 2008, n. 19740
Cassazione civile 4 dicembre 2002 , n. 17207
L 82/16 IT Gazzetta ufficiale delle Comunità europee 22.3.2001

DIRETTIVA 2001/23/CE DEL CONSIGLIO


del 12 marzo 2001
concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento dei
diritti dei lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di
stabilimenti

IL CONSIGLIO DELL'UNIONE EUROPEA, (6) Nel 1977 il Consiglio ha adottato la direttiva 77/
187/CEE per promuovere l'armonizzazione delle legisla-
visto il trattato che istituisce la Comunità europea, in partico- zioni nazionali relative al mantenimento dei diritti dei
lare l'articolo 94, lavoratori e chiedere ai cedenti e ai cessionari di infor-
mare e consultare in tempo utile i rappresentanti dei
vista la proposta della Commissione, lavoratori.
visto il parere del Parlamento europeo (1), (7) Detta direttiva è stata in seguito modificata alla luce
visto il parere del Comitato economico e sociale ( ), 2 dell'impatto del mercato interno, delle tendenze legisla-
tive degli Stati membri per quanto riguarda il salvataggio
considerando quanto segue: delle imprese con difficoltà economiche, della giurispru-
denza della Corte di giustizia delle Comunità europee,
(1) La direttiva 77/187/CEE del Consiglio, del 14 febbraio della direttiva 75/129/CEE del Consiglio, del 17 febbraio
1977, concernente il ravvicinamento delle legislazioni 1975, concernente il ravvicinamento delle legislazioni
degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti degli Stati membri in materia di licenziamenti collet-
dei lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di tivi (5), e delle norme legislative già in vigore nella
stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti (3) è maggior parte degli Stati membri.
stata modificata in maniera sostanziale (4) ed è, perciò,
opportuno, per motivi di chiarezza, procedere alla sua (8) La sicurezza e la trasparenza giuridiche hanno richiesto
codificazione. un chiarimento della nozione giuridica di trasferimento
alla luce della giurisprudenza della Corte di giustizia.
(2) L'evoluzione economica implica, sul piano nazionale e Tale chiarimento non ha modificato la sfera di applica-
comunitario, modifiche delle strutture delle imprese zione della direttiva 77/187/CEE, quale interpretata dalla
effettuate, tra l'altro, con trasferimenti di imprese, di Corte di giustizia.
stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti a
nuovi imprenditori in seguito a cessioni contrattuali o a (9) La Carta sociale riconosce l'importanza della lotta contro
fusioni. tutte le forme di discriminazione, in particolare quelle
basate sul sesso, sul colore, sulla razza, sulle opinioni e
(3) Occorre adottare le disposizioni necessarie per proteg- sulle credenze.
gere i lavoratori in caso di cambiamento di imprendi-
tore, in particolare per assicurare il mantenimento dei (10) La presente direttiva deve far salvi gli obblighi degli Stati
loro diritti. membri relativi ai termini di attuazione indicati nell'alle-
gato I, parte B,
(4) Sussistono differenze negli Stati membri per quanto
riguarda l'entità della protezione dei lavoratori in questo
settore e occorre attenuare tali differenze.
HA ADOTTATO LA PRESENTE DIRETTIVA:
(5) La carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei
lavoratori, adottata il 9 dicembre 1989 («Carta sociale»),
nei punti 7, 17 e 18 dispone in particolare che la CAPO I
realizzazione del mercato interno deve portare ad un
miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei Ambito di applicazione e definizioni
lavoratori nella Comunità europea. Tale miglioramento
deve consentire, ove necessario, di sviluppare taluni
aspetti della regolamentazione del lavoro, come le proce- Articolo 1
dure per il licenziamento collettivo o quelle concernenti
i fallimenti. Occorre sviluppare l'informazione, la consul- 1. a) La presente direttiva si applica ai trasferimenti di imprese,
tazione e la partecipazione dei lavoratori, secondo di stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti ad
modalità adeguate, tenendo conto delle prassi vigenti nei un nuovo imprenditore in seguito a cessione contrattuale
diversi Stati membri. L'informazione, la consultazione e o a fusione.
la partecipazione devono essere realizzate tempestiva- b) Fatta salva la lettera a) e le disposizioni seguenti del
mente, in particolare in occasione di ristrutturazioni o presente articolo, è considerato come trasferimento ai
fusioni di imprese che incidono sull'occupazione dei sensi della presente direttiva quello di un'entità econo-
lavoratori. mica che conserva la propria identità, intesa come
insieme di mezzi organizzati al fine di svolgere un'attività
(1) Parere espresso il 25 ottobre 2000 (non ancora pubblicato nella economica, sia essa essenziale o accessoria.
Gazzetta ufficiale).
(2) GU C 367 del 20.12.2000, pag. 21.
( ) GU L 61 del 5.3.1977, pag. 26.
3
(5) GU L 48 del 22.2.1975, pag. 29. Direttiva sostituita dalla direttiva
(4) Cfr. allegato I, parte A. 98/59/CE (GU L 225 del 12.8.1998, pag. 16).
22.3.2001 IT Gazzetta ufficiale delle Comunità europee L 82/17

c) La presente direttiva si applica alle imprese pubbliche o CAPO II


private che esercitano un'attività economica, che perse-
guano o meno uno scopo di lucro. Una riorganizzazione Mantenimento dei diritti dei lavoratori
amministrativa di enti amministrativi pubblici o il trasfe-
rimento di funzioni amministrative tra enti amministra-
tivi pubblici, non costituisce trasferimento ai sensi della Articolo 3
presente direttiva.
1. I diritti e gli obblighi che risultano per il cedente da un
2. La presente direttiva si applica se e nella misura in cui contratto di lavoro o da un rapporto di lavoro esistente alla
l'impresa, lo stabilimento o la parte di impresa o di stabili- data del trasferimento sono, in conseguenza di tale trasferi-
mento da trasferire si trovi nell'ambito d'applicazione territo- mento, trasferiti al cessionario.
riale del trattato.
Gli Stati membri possono prevedere che il cedente, anche dopo
3. La presente direttiva non si applica alle navi marittime. la data del trasferimento, sia responsabile, accanto al cessio-
nario, degli obblighi risultanti prima della data del trasferi-
mento da un contratto di lavoro o da un rapporto di lavoro
esistente alla data del trasferimento.
Articolo 2
2. Gli Stati membri possono adottare i provvedimenti neces-
1. Ai sensi della presente direttiva si intende: sari per garantire che il cedente notifichi al cessionario tutti i
diritti e gli obblighi che saranno trasferiti al cessionario a
norma del presente articolo, nella misura in cui tali diritti e
a) per «cedente», ogni persona fisica o giuridica che, in conse-
obblighi siano o avessero dovuto essere noti ai cedente al
guenza di un trasferimento a norma dell'articolo 1, para-
momento del trasferimento. Il fatto che il cedente ometta di
grafo 1, perde la veste di imprenditore rispetto all'impresa,
notificare al cessionario tali diritti e obblighi non incide sul
allo stabilimento o a parte dell'impresa o dallo stabilimento;
trasferimento di detto diritto o obbligo e dei diritti di qualsiasi
lavoratore nei confronti del cessionario e/o del cedente in
b) per «cessionario», ogni persona fisica o giuridica che, in
relazione a detto diritto o obbligo.
conseguenza di un trasferimento a norma dell'articolo 1,
paragrafo 1, acquisisce la veste di imprenditore rispetto
all'impresa, allo stabilimento o a parte dell'impresa o dello 3. Dopo il trasferimento, il cessionario mantiene le condi-
stabilimento; zioni di lavoro convenute mediante contratto collettivo nei
termini previsti da quest'ultimo per il cedente fino alla data
c) per «rappresentanti dei lavoratori» ed espressioni connesse, i della risoluzione o della scadenza del contratto collettivo o
rappresentanti dei lavoratori previsti dalla legislazione o dell'entrata in vigore o dell'applicazione di un altro contratto
dalla prassi degli Stati membri; collettivo.

d) per «lavoratore», ogni persona che nello Stato membro inte- Gli Stati membri possono limitare il periodo del mantenimento
ressato è tutelata come tale nell'ambito del diritto nazionale delle condizioni di lavoro, purché esso non sia inferiore ad un
del lavoro. anno.

4. a) A meno che gli Stati membri dispongano diversamente, i


2. La presente direttiva non lede il diritto nazionale per
paragrafi 1 e 3 non si applicano ai diritti dei lavoratori a
quanto riguarda la definizione di contratto o di rapporto di
prestazioni di vecchiaia, di invalidità o per i superstiti dei
lavoro.
regimi complementari di previdenza professionali o
interprofessionali, esistenti al di fuori dei regimi legali di
Tuttavia, gli Stati membri non potranno escludere dall'ambito sicurezza sociale degli Stati membri.
di applicazione della presente direttiva i contratti o i rapporti di
lavoro a motivo unicamente: b) Anche quando essi non prevedono, a norma della lettera
a), che i paragrafi 1 e 3 si applichino a tali diritti, gli Stati
a) del numero di ore di lavoro prestate o da prestare; membri adottano i provvedimenti necessari per tutelare
gli interessi dei lavoratori e di coloro che hanno già
b) di rapporti di lavoro disciplinati da un contratto di lavoro di lasciato lo stabilimento del cedente al momento del
durata determinata a norma dell'articolo 1, punto 1, della trasferimento per quanto riguarda i diritti da essi matu-
direttiva 91/383/CEE del Consiglio, del 25 giugno 1991, rati o in corso di maturazione, a prestazioni di vecchiaia,
che completa le misure volte a promuovere il migliora- comprese quelle per i superstiti, dei regimi complemen-
mento della sicurezza e della salute durante il lavoro dei tari di cui alla lettera a) del presente paragrafo.
lavoratori aventi un rapporto di lavoro a durata determinata
o un rapporto di lavoro interinale (1); o
Articolo 4
c) di rapporti di lavoro interinali a norma dell'articolo 1,
punto 2, della direttiva 91/383/CEE e del fatto che l'im- 1. Il trasferimento di un'impresa, di uno stabilimento o di
presa, lo stabilimento o la parte d'impresa o di stabilimento una parte di impresa o di stabilimento non è di per sé motivo
trasferita è l'agenzia di lavoro interinale che è il datore di di licenziamento da parte del cedente o del cessionario. Tale
lavoro o parte di essa. dispositivo non pregiudica i licenziamenti che possono aver
luogo per motivi economici, tecnici o d'organizzazione che
(1) GU L 206 del 29.7.1991, pag. 19. comportano variazioni sul piano dell'occupazione.
L 82/18 IT Gazzetta ufficiale delle Comunità europee 22.3.2001

Gli Stati membri possono prevedere che il primo comma non 4. Gli Stati membri adottano gli opportuni provvedimenti al
si applichi a talune categorie delimitate di lavoratori non fine di impedire che l'abuso delle procedure di insolvenza privi
coperti dalla legislazione o dalla prassi degli Stati membri in i lavoratori dei diritti loro riconosciuti a norma della presente
materia di tutela contro il licenziamento. direttiva.

2. Se il contratto di lavoro o il rapporto di lavoro è risolto


in quanto il trasferimento comporta a scapito del lavoratore Articolo 6
una sostanziale modifica delle condizioni di lavoro, la risolu-
zione del contratto di lavoro o del rapporto di lavoro è consi- 1. Qualora l'impresa, lo stabilimento o parte di un'impresa o
derata come dovuta alla responsabilità del datore di lavoro. di uno stabilimento conservi la propria autonomia, sussistono
lo status e la funzione dei rappresentanti o della rappresentanza
dei lavoratori interessati dal trasferimento, secondo le stesse
Articolo 5 modalità e alle stesse condizioni esistenti prima della data del
trasferimento, previsti dalle disposizioni legislative, regolamen-
1. A meno che gli Stati membri dispongano diversamente, tari e amministrative o da accordi, a patto che siano soddisfatte
gli articoli 3 e 4 non si applicano ad alcun trasferimento di le condizioni necessarie per la costituzione della rappresen-
imprese, stabilimenti o parti di imprese o di stabilimenti nel tanza dei lavoratori.
caso in cui il cedente sia oggetto di una procedura fallimentare
o di una procedura di insolvenza analoga aperta in vista della Il primo comma non si applica se, in virtù delle disposizioni
liquidazione dei beni del cedente stesso e che si svolgono sotto legislative, regolamentari e amministrative o della prassi degli
il controllo di un'autotità pubblica competente (che può essere Stati membri o si termini di un accordo con i rappresentanti
il curatore fallimentare autorizzato da un'autorità pubblica dei lavoratori, esistono le condizioni necessarie per la nuova
competente). designazione dei rappresentanti dei lavoratori o la nuova costi-
tuzione della rappresentanza dei lavoratori.
2. Quando gli articoli 3 e 4 si applicano ad un trasferimento
nel corso di una procedura di insolvenza aperta nei confronti Nel caso in cui il cedente sia oggetto di una procedura fallimen-
del cedente (indipendentemente dal fatto che la procedura sia tare o di una procedura di insolvenza analoga aperta in vista
stata aperta in vista della liquidazione dei beni del cedente della liquidazione dei beni del cedente stesso e che si svolge
stesso) e a condizione che tali procedure siano sotto il sotto il controllo di un'autorità pubblica competente (che può
controllo di un'autorità pubblica competente (che può essere essere il curatore fallimentare autorizzato da un'autorità
un curatore fallimentare determinato dal diritto nazionale), uno pubblica competente), gli Stati membri possono adottare i
Stato membro può disporre che: provvedimenti necessari al fine di garantire che i lavoratori
trasferiti siano adeguatamente rappresentati fino alla nuova
a) nonostante l'articolo 3, paragrafo 1, gli obblighi del cedente elezione o designazione di rappresentanti dei lavoratori.
risultanti da un contratto di lavoro o da un rapporto di
lavoro e pagabili prima dei trasferimento o prima dell'aper- Qualora l'impresa, lo stabilimento o la parte di un'impresa o di
tura della procedura di insolvenza non siano trasferiti al uno stabilimento non conservi la propria autonomia, gli Stati
cessionario, a condizione che tali procedure diano adito, in membri adotteranno i provvedimenti necessari per garantire
virtù della legislazione dello Stato membro, ad una prote- che i lavoratori trasferiti, che erano rappresentati prima del
zione almeno equivalente a quella prevista nelle situazioni trasferimento, continuino ad essere adeguatamente rappresen-
contemplate dalla direttiva 80/987/CEE del Consiglio, del tati per il periodo necessario a provvedere ad una nuova costi-
20 ottobre 1980, concernente il ravvicinamento delle legi- tuzione o designazione della rappresentanza dei lavoratori,
slazioni degli Stati membri relative alla tutela dei lavoratori conformemente alla legislazione o alla prassi nazionale.
subordinati in caso di insolvenza del datore di lavoro (1); e/o
2. Qualora il mandato dei rappresentanti dei lavoratori inte-
b) il cessionario, il cedente o la persona o le persone che ressati dal trasferimento scada a causa del trasferimento, questi
esercitano le funzioni del cedente, da un lato, e i rappresen- rappresentanti continuano a beneficiare delle misure di prote-
tanti dei lavoratori, dall'altro, possano convenire, nella zione previste dalle disposizioni legislative, regolamentari e
misura in cui la legislazione o le prassi in vigore lo consen- amministrative o dalla prassi degli Stati membri.
tano, modifiche delle condizioni di lavoro dei lavoratori
intese a salvaguardare le opportunità occupazionali garan-
tendo la sopravvivenza dell'impresa, dello stabilimento o di CAPO III
parti di imprese o di stabilimenti.
Informazione e consultazione
3. Uno Stato membro ha facoltà di applicare il paragrafo 2,
lettera b), a trasferimenti in cui il cedente sia in una situazione
di grave crisi economica quale definita dal diritto nazionale, Articolo 7
purché tale situazione sia dichiarata da un'autorità pubblica
competente e sia aperta al controllo giudiziario, a condizione 1. Il cedente e il cessionario sono tenuti ad informare i
che tali disposizioni fossero già vigenti nel diritto nazionale il rappresentanti dei rispettivi lavoratori interessati da un trasferi-
17 luglio 1998. mento sui seguenti punti:
La Commissione presenterà una relazione sugli effetti della — data o data proposta del trasferimento,
presente disposizione entro il 17 luglio 2003 e sottoporrà — motivi del trasferimento,
eventuali proposte adeguate al Consiglio.
— conseguenze giuridiche, economiche e sociali, del trasferi-
mento per i lavoratori,
(1) GU L 283 del 20.10.1980, pag. 23. Direttiva modificata da ultimo
dall'atto di adesione del 1994. — misure previste nei confronti dei lavoratori.
22.3.2001 IT Gazzetta ufficiale delle Comunità europee L 82/19

Il cedente è tenuto a comunicare tali informazioni ai rappresen- — delle misure previste nei confronti dei lavoratori.
tanti dei suoi lavoratori in tempo utile prima dell'attuazione del
trasferimento. CAPO IV

Disposizioni finali
Il cessionario è tenuto a comunicare tali informazioni ai
rappresentanti dei suoi lavoratori in tempo utile ed in ogni
caso prima che i suoi lavoratori siano direttamente lesi dal Articolo 8
trasferimento nelle loro condizioni d'impiego e di lavoro. La presente direttiva non pregiudica la facoltà degli Stati
membri di applicare o di introdurre disposizioni legislative,
2. Se il cedente o il cessionario prevedono misure nei regolamentari o amministrative più favorevoli ai lavoratori o di
confronti dei rispettivi lavoratori, essi sono tenuti ad avviare in incoraggiare o consentire l'applicazione di accordi collettivi o
tempo utile consultazioni in merito a tali misure con i rappre- di accordi tra le parti sociali più favorevoli ai lavoratori.
sentanti dei rispettivi lavoratori al fine di ricercare un accordo.
Articolo 9
3. Gli Stati membri le cui disposizioni legislative, regola- Gli Stati membri introducono nelle loro normative nazionali i
mentari e amministrative prevedono la possibilità per i rappre- provvedimenti atti a consentire a tutti i lavoratori e ai loro
sentanti dei lavoratori di ricorrere ad un'istanza di arbitrato per rappresentanti che si ritengono lesi dall'inosservanza degli
ottenere una decisione su misure da adottare nei confronti dei obblighi derivanti dalla presente direttiva, di tutelare i loro
lavoratori, possono limitare gli obblighi previsti nei paragrafi 1 diritti con un'azione in giudizio dopo eventuali ricorsi ad altri
e 2 ai casi in cui il trasferimento realizzato comporta una organi competenti.
modifica a livello dello stabilimento che può implicare svan-
taggi sostanziali per una parte consistente dei lavoratori. Articolo 10
La Commissione presenta al Consiglio una relazione sugli
L'informazione e la consultazione devono almeno riferirsi alle effetti delle disposizioni della presente direttiva entro il 17
misure previste nei confronti dei lavoratori. luglio 2006. Essa propone le modifiche che risultano neces-
sarie.
L'informazione e la consultazione devono aver luogo in tempo
utile prima dell'attuazione della modifica a livello dello stabili- Articolo 11
mento di cui al primo comma.
Gli Stati membri comunicano alla Commissione il testo delle
disposizioni legislative, regolamentari e amministrative che essi
4. Gli obblighi di cui al presente articolo si applicano indi- adottano nel settore disciplinato dalla presente direttiva.
pendentemente dal fatto che la decisione riguardante il trasferi-
mento sia presa dal datore di lavoro o da un'impresa che lo Articolo 12
controlla.
La direttiva 77/187/CEE come modificata dalla direttiva di cui
all'allegato I, parte A, è abrogata, fatti salvi gli obblighi degli
Nell'esame delle pretese violazioni degli obblighi in materia di Stati membri relativi ai termini d'attuaziune indicati all'allegato
informazione e di consultazione previsti nella presente diret- I, parte B.
tiva, non si deve tener conto quale mezzo di difesa del fatto che
tale violazione è avvenuta in quanto l'impresa che controlla il I riferimenti alla direttiva abrogata si intendono fatti alla
datore di lavoro non gli ha trasmesso le informazioni neces- presente direttiva e si leggono secondo la tavola di concor-
sarie. danza di cui all'allegato II.

Articolo 13
5. Gli Stati membri possono limitare gli obblighi previsti nei
paragrafi 1, 2 e 3 alle imprese o agli stabilimenti che soddi- La presente direttiva entra in vigore il ventesimo giorno succes-
sfano, per quanto riguarda il numero dei lavoratori occupati, le sivo alla data della sua pubblicazione nella Gazzetta ufficiale delle
condizioni per l'elezione o la designazione di un organo colle- Comunità europee.
giale che rappresenti i lavoratori.
Articolo 14
6. Gli Stati membri possono prevedere che, qualora in
Gli Stati membri sono destinatari della presente direttiva.
un'impresa o in uno stabilimento non vi siano rappresentanti
dei lavoratori per motivi indipendenti dalla volontà degli stessi,
i lavoratori interessati debbano essere informati in precedenza:
Fatto a Bruxelles, addì 12 marzo 2001.
— della data o della data proposta del trasferimento,
— dei motivi del trasferimento, Per il Consiglio
— delle conseguenze giuridiche, economiche e sociali del Il Presidente
trasferimento per i lavoratori, B. RINGHOLM
L 82/20 IT Gazzetta ufficiale delle Comunità europee 22.3.2001

ALLEGATO I

PARTE A

Direttiva abrogata e modificazione successiva


(articolo 12)

Direttiva 77/187/CEE del Consiglio (GU L 61 del 5.3.1977, pag. 26)


Direttiva 98/50/CE del Consiglio (GU L 201 del 17.7.1998, pag. 88)

PARTE B

Elenco dei termini per l'attuazione in diritto nazionale


(articilo 12)

Direttiva Termine d'attuazione

77/187/CEE 16 febbraio 1979


98/50/CE 17 luglio 2001

ALLEGATO II

TAVOLA DI CONCORDANZA

Direttiva 77/187/CEE Presente direttiva

Articolo 1 Articolo 1
Articolo 2 Articolo 2
Articolo 3 Articolo 3
Articolo 4 Articolo 4
Articolo 4 bis Articolo 5
Articolo 5 Articolo 6
Articolo 6 Articolo 7
Articolo 7 Articolo 8
Articolo 7 bis Articolo 9
Articolo 7 ter Articolo 10
Articolo 8 Articolo 11
— Articolo 12
— Articolo 13
— Articolo 14
— Allegato I
— Allegato II
Raccolta della giurisprudenza

SENTENZA DELLA CORTE (Terza Sezione)

27 aprile 2017 *

«Rinvio pregiudiziale — Trasferimento d’impresa — Mantenimento dei diritti dei lavoratori —


Direttiva 2001/23/CE — Articolo 3 — Contratto di lavoro — Normativa di uno Stato membro che
autorizza la stipulazione di clausole che rinviano a contratti collettivi di lavoro successivi alla data del
trasferimento — Opponibilità al cessionario»

Nelle cause riunite C-680/15 e C-681/15,

aventi ad oggetto due domande di pronuncia pregiudiziale proposte alla Corte, ai sensi
dell’articolo 267 TFUE, dal Bundesarbeitsgericht (Corte federale del lavoro, Germania), con decisioni
del 17 giugno 2015, pervenute in cancelleria il 17 dicembre 2015, nei procedimenti

Asklepios Kliniken Langen-Seligenstadt GmbH

contro

Ivan Felja (C-680/15)

Asklepios Dienstleistungsgesellschaft mbH

contro

Vittoria Graf (C-681/15),

LA CORTE (Terza Sezione),

composta da L. Bay Larsen, presidente di sezione, M. Vilaras, J. Malenovský (relatore), M. Safjan e


D. Šváby, giudici,

avvocato generale: Y. Bot

cancelliere: K. Malacek, amministratore

vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 23 novembre 2016,

considerate le osservazioni presentate:

— per la Asklepios Kliniken Langen-Seligenstadt GmbH e la Asklepios Dienstleistungsgesellschaft


mbH, da A. Dziuba e W. Lipinski, Rechtsanwälte;

* Lingua processuale: il tedesco.

IT
ECLI:EU:C:2017:317 1
SENTENZA DEL 27. 4. 2017 – CAUSE RIUNITE C-680/15 E C-681/15
ASKLEPIOS KLINIKEN

— per Ivan Felja e Vittoria Graf, da R. Buschmann, consulente;

— per il Regno di Norvegia, da C. Anker, C. Rydning e P. Wennerås, in qualità di agenti;

— per la Commissione europea, da T. Maxian Rusche e M. Kellerbauer, in qualità di agenti,

sentite le conclusioni dell’avvocato generale, presentate all’udienza del 19 gennaio 2017,

ha pronunciato la seguente

Sentenza

1 Le domande di pronuncia pregiudiziale vertono sull’interpretazione dell’articolo 3 della direttiva


2001/23/CE del Consiglio, del 12 marzo 2001, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli
Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di
stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti (GU 2001, L 82, pag. 16) e dell’articolo 16 della
Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (in prosieguo: la «Carta»).

2 Tali domande sono state presentate nell’ambito di una controversia nella quale il sig. Ivan Felja e la
sig.ra Vittoria Graf (in prosieguo, congiuntamente: i «lavoratori») si contrappongono, rispettivamente,
alla Asklepios Kliniken Langen-Seligenstadt GmbH e alla Asklepios Dienstleistungsgesellschaft mbH
(in prosieguo, congiuntamente: la «Asklepios»), in merito all’applicazione di un contratto collettivo di
lavoro.

Contesto normativo

Diritto dell’Unione

3 La direttiva 2001/23 ha proceduto alla codificazione della direttiva 77/187/CEE del Consiglio, del
14 febbraio 1997, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al
mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di
imprese o di stabilimenti (GU 1977, L 61, pag. 26), come modificata dalla direttiva 98/50/CE del
Consiglio, del 29 giugno 1998 (GU 1998, L 201; pag. 88) (in prosieguo: la «direttiva 77/187»).

4 L’articolo 1, paragrafo 1, lettera a), della direttiva 2001/23 prevede quanto segue:

«La presente direttiva si applica ai trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di


stabilimenti ad un nuovo imprenditore in seguito a cessione contrattuale o a fusione».

5 L’articolo 3 della medesima direttiva così dispone:

«1. I diritti e gli obblighi che risultano per il cedente da un contratto di lavoro o da un rapporto di
lavoro esistente alla data del trasferimento sono, in conseguenza di tale trasferimento, trasferiti al
cessionario.

(…)

3. Dopo il trasferimento, il cessionario mantiene le condizioni di lavoro convenute mediante contratto


collettivo nei termini previsti da quest’ultimo per il cedente fino alla data della risoluzione o della
scadenza del contratto collettivo o dell’entrata in vigore o dell’applicazione di un altro contratto
collettivo.

2 ECLI:EU:C:2017:317
SENTENZA DEL 27. 4. 2017 – CAUSE RIUNITE C-680/15 E C-681/15
ASKLEPIOS KLINIKEN

Gli Stati membri possono limitare il periodo del mantenimento delle condizioni di lavoro, purché esso
non sia inferiore ad un anno.

(…)».

Diritto tedesco

6 In Germania, i diritti e gli obblighi in caso di trasferimento di stabilimento sono disciplinati


dall’articolo 613a del Bürgerliches Gesetzbuch (codice civile), il cui paragrafo 1 così recita:

«Qualora uno stabilimento o una parte di uno stabilimento venga trasferito mediante negozio giuridico
a un altro proprietario, questi subentra nei diritti e negli obblighi derivanti dai rapporti di lavoro in
corso al momento della cessione. Se tali diritti e obblighi sono disciplinati dalle clausole di un
contratto collettivo o di un contratto aziendale, essi divengono parte integrante del rapporto di lavoro
tra il nuovo titolare e il lavoratore e non possono essere modificati a danno del lavoratore prima che
sia decorso un anno a partire dalla data del trasferimento. La norma contenuta nel secondo periodo
non si applica quando i diritti e gli obblighi del nuovo proprietario siano disciplinati dalle clausole di
un altro contratto collettivo o di un altro contratto aziendale. Prima della scadenza del termine di un
anno di cui alla seconda frase, i diritti e gli obblighi possono essere modificati ove il contratto
collettivo o il contratto aziendale non siano più in vigore ovvero in assenza dell’obbligo reciproco di
conformarsi a un altro contratto collettivo la cui applicazione sia stata pattuita tra il nuovo
proprietario e il lavoratore».

Procedimento principale e questioni pregiudiziali

7 I lavoratori erano impiegati presso l’ospedale di Dreieich Lange (Germania), che dipendeva all’epoca da
un ente territoriale comunale. Il sig. Felja lavorava in qualità di operaio polivalente/giardiniere dal
1978, mentre la sig.ra Graf lavorava in qualità di assistente di cura dal 1986. A seguito della cessione
dell’ospedale, nel 1995, da parte di tale ente territoriale comunale a una società a responsabilità limitata
(GmbH), la parte di stabilimento in cui erano occupati i lavoratori è stata trasferita, nel 1997,
all’impresa KLS Facility Management GmbH (in prosieguo: la «KLS FM»).

8 I contratti di lavoro stipulati tra i lavoratori e la KLS FM, la quale non apparteneva ad alcuna
organizzazione datoriale che avesse negoziato e partecipato all’adozione di un contratto collettivo di
lavoro, contenevano una clausola di rinvio «dinamica» che precisava che il loro rapporto di lavoro
sarebbe stato disciplinato, come avveniva prima del trasferimento, dal Bundesmanteltarifvertrag für
Arbeiter gemeindlicher Verwaltungen und Betriebe (contratto collettivo federale dei lavoratori delle
amministrazioni e degli stabilimenti comunali; in prosieguo: il «BMT-G II»), ma anche, nel futuro, dai
contratti collettivi che fossero sopraggiunti a completarlo, modificarlo e sostituirlo.

9 La KLS FM è, poi, entrata a far parte di un gruppo di imprese del settore ospedaliero.

10 Il 1o luglio 2008 la parte di stabilimento presso la quale svolgevano la propria attività i lavoratori è stata
trasferita a un’altra società di detto gruppo, ossia la Asklepios. Come la KLS FM, la Asklepios non è
vincolata, quale membro di un’organizzazione datoriale, né al BMT-G II, né al Tarifvertrag für den
öffentlichen Dienst (contratto collettivo del pubblico impiego; in prosieguo: il «TVöD»), che lo
sostituisce dal 1o ottobre 2005, né al Tarifvertrag zur Überleitung der Beschäftigten der kommunalen
Arbeitgeber in den TVöD und zur Regelung des Übergangsrechts (contratto collettivo che disciplina il
passaggio dei lavoratori degli enti comunali al TVöD e il regime transitorio).

ECLI:EU:C:2017:317 3
SENTENZA DEL 27. 4. 2017 – CAUSE RIUNITE C-680/15 E C-681/15
ASKLEPIOS KLINIKEN

11 I lavoratori hanno proposto ricorso affinché fosse dichiarato che, conformemente alla clausola di rinvio
«dinamica» al BMT-G II contenuta nei rispettivi contratti di lavoro, al loro rapporto di lavoro erano
applicabili le disposizioni del TVöD e dei contratti collettivi che lo completano nonché quelle del
contratto collettivo che disciplina il passaggio dei lavoratori degli enti comunali al TVöD e il regime
transitorio, nella versione di dette disposizioni vigente al momento della proposizione del loro ricorso.

12 La Asklepios sostiene che la direttiva 2001/23 e l’articolo 16 della Carta ostano all’effetto giuridico,
previsto dal diritto nazionale, di tale applicazione «dinamica» dei contratti collettivi del pubblico
impiego cui rinvia il contratto di lavoro. Essa ritiene che, a seguito del trasferimento dei lavoratori di
cui trattasi a un altro datore di lavoro, debba prevalere un’applicazione «statica» di detti contratti, nel
senso che solo le condizioni di lavoro pattuite nel contratto di lavoro stipulato con il datore di lavoro
cedente, derivanti dai contratti collettivi citati da tale contatto, possono essere opposte al datore di
lavoro cessionario.

13 I giudici di grado inferiore hanno accolto i ricorsi proposti dai lavoratori e dinanzi al giudice del rinvio
è stato proposto un ricorso in cassazione («Revision») da parte della Asklepios.

14 In tali circostanze, il Bundesarbeitsgericht (Corte federale del lavoro, Germania) ha deciso di


sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:

«1. a) Se l’articolo 3 della direttiva [2001/23] osti a una normativa nazionale che prevede, nel caso del
trasferimento di un’impresa o di uno stabilimento, che tutte le condizioni di lavoro
individualmente concordate nel contratto di lavoro dal cedente e dal lavoratore nell’ambito
dell’autonomia privata si trasferiscono immutate in capo al cessionario come se questi le avesse
esso stesso negoziate nel singolo contratto con il lavoratore, qualora il diritto nazionale accordi
al cessionario la possibilità di apportare adattamenti, consensualmente ma anche
unilateralmente.
b) In caso di risposta affermativa alla prima questione[, lettera a),] nel suo insieme o rispetto a un
determinato gruppo di condizioni di lavoro contenute nel contratto di lavoro e concordate
individualmente tra cedente e lavoratore:

Se dall’applicazione dell’articolo 3 della direttiva [2001/23] si evinca che determinate condizioni del
contratto di lavoro negoziate dal cedente e dal lavoratore nell’ambito dell’autonomia privata non si
trasferiscono immutate in capo al cessionario e devono essere adeguate solo in ragione del
trasferimento d’impresa o di stabilimento.
c) Se, in base ai criteri delle risposte fornite dalla Corte alla [prima questione pregiudiziale, lettere
a) e b)], un rinvio individuale, concordato nel singolo contratto, in virtù del quale determinate
disposizioni del contratto collettivo sono incluse – in forza dell’autonomia privata e in modo
dinamico – nel contenuto del contratto di lavoro, non si trasferisce in forma immutata in capo
al cessionario:
i) se ciò valga anche quando né il cedente, né il cessionario sono direttamente o
indirettamente parti di un contratto collettivo, ossia se, già prima del trasferimento
dell’impresa o dello stabilimento, le disposizioni del contratto collettivo non avrebbero
trovato applicazione al rapporto di lavoro con il cedente in assenza di una clausola di rinvio
concordata, nell’esercizio dell’autonomia privata, nel contratto di lavoro.
ii) In caso di risposta affermativa alla [prima questione, lettera c), sub i)]:

Se ciò valga anche nel caso in cui il cedente e il cessionario sono imprese appartenenti al
medesimo gruppo.

2. Se l’articolo 16 della [Carta] osti a una disposizione nazionale adottata in attuazione delle direttive
[77/187] o [2001/23] in base alla quale, in caso di trasferimento di un’impresa o di uno
stabilimento, il cessionario è vincolato alle condizioni contrattuali di lavoro negoziate
individualmente nell’ambito dell’autonomia privata dal cedente e dal lavoratore prima di tale

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SENTENZA DEL 27. 4. 2017 – CAUSE RIUNITE C-680/15 E C-681/15
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trasferimento come se le avesse esso stesso concordate anche quando, in forza delle suddette
condizioni, sono incluse nel contratto, in modo dinamico, determinate disposizioni di un contratto
collettivo che non troverebbe altrimenti applicazione al rapporto di lavoro, nei limiti in cui il diritto
nazionale accordi al cessionario la possibilità di apportare adattamenti sia consensuali che
unilaterali».

Sulle questioni pregiudiziali

15 Con le sue questioni, che occorre esaminare congiuntamente, il giudice del rinvio chiede in sostanza se
l’articolo 3 della direttiva 2001/23, letto in combinato disposto con l’articolo 16 della Carta, debba
essere interpretato nel senso che, in caso di trasferimento di stabilimento, il mantenimento dei diritti
e degli obblighi derivanti in capo al cedente da un contratto di lavoro si estenda alla clausola,
negoziata nell’ambito del principio dell’autonomia privata tra il cedente e il lavoratore, in virtù della
quale il loro rapporto di lavoro è disciplinato non solo dal contratto collettivo vigente alla data del
trasferimento, bensì anche dai contratti collettivi successivi a detto trasferimento e che completano,
modificano o sostituiscono il primo, qualora il diritto nazionale preveda, a favore del cessionario, la
possibilità di apportare adattamenti sia consensuali che unilaterali.

16 Anzitutto, è necessario rilevare che un contratto di lavoro può rinviare, mediante clausole contrattuali,
ad altri strumenti giuridici, in particolare a contratti collettivi di lavoro. Siffatte clausole possono quindi
operare un rinvio, vuoi, come le clausole di rinvio «statiche», solo ai diritti e agli obblighi stabiliti dal
testo del contratto collettivo in vigore alla data del trasferimento d’impresa, vuoi, come le clausole di
rinvio «dinamiche» controverse nel procedimento principale, anche alle evoluzioni future dei contratti
che comportino una modifica di tali diritti e obblighi.

17 A tal riguardo, la Corte ha precisato, nell’ipotesi di una clausola contrattuale di natura «statica» e nel
contesto della direttiva 77/187, che dal tenore letterale di quest’ultima non risulta affatto che il
legislatore dell’Unione abbia inteso vincolare il cessionario a contratti collettivi diversi da quello in
vigore al momento del trasferimento e, di conseguenza, imporre di modificare ulteriormente le
condizioni di lavoro con l’applicazione un nuovo contratto collettivo di lavoro stipulato dopo il
trasferimento (v., in tal senso, sentenza del 9 marzo 2006, Werhof, C-499/04, EU:C:2006:168,
punto 29).

18 Infatti, la finalità della direttiva 77/187 si limitava a salvaguardare i diritti e gli obblighi dei lavoratori
vigenti al momento del trasferimento, e non a proteggere mere aspettative e quindi gli ipotetici
benefici derivanti dalle evoluzioni future dei contratti collettivi (v., in tal senso, sentenza del 9 marzo
2006, Werhof, C-499/04, EU:C:2006:168, punto 29).

19 Se è vero che dalla giurisprudenza della Corte contemplata al precedente punto della presente sentenza
discende che l’articolo 3 della direttiva 2001/23 deve essere interpretato nel senso che non impone una
lettura «dinamica» di una clausola «statica», la Corte ha altresì ricordato che un contratto è
caratterizzato dal principio di autonomia della volontà, secondo il quale le parti sono libere di
obbligarsi l’una nei confronti dell’altra (v., in tal senso, sentenza del 9 marzo 2006, Werhof, C-499/04,
EU:C:2006:168, punto 23).

20 Orbene, dal tenore letterale della direttiva 2001/23, e in particolare dal suo articolo 3, non risulta in
alcun modo che il legislatore dell’Unione abbia inteso derogare al suddetto principio. Ne consegue che
la direttiva 2001/23, e segnatamente il suo articolo 3, non deve essere interpretata nel senso che mira
ad impedire, in ogni caso, che una clausola contrattuale di natura «dinamica» produca i propri effetti.

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21 Pertanto, qualora il cedente e i lavoratori abbiano liberamente pattuito una clausola contrattuale di
natura «dinamica» e quest’ultima sia in vigore alla data del trasferimento, la direttiva 2001/23, e in
particolare il suo articolo 3, deve essere interpretata nel senso che prevede, in via di principio, che tale
obbligo derivante da un contratto di lavoro sia trasferito al cessionario.

22 Tuttavia, la Corte ha sottolineato, nell’ipotesi di una clausola contrattuale di natura «dinamica», che la
direttiva 2001/23 non mira unicamente a salvaguardare gli interessi dei lavoratori, ma intende
assicurare un giusto equilibrio tra gli interessi di questi ultimi e quelli del cessionario. Ne deriva, in
particolare, che il cessionario deve essere in grado di procedere, successivamente alla data del
trasferimento, agli adeguamenti e ai cambiamenti necessari alla continuazione della sua attività (v., in
tal senso, sentenze del 18 luglio 2013, Alemo-Herron e a., C-426/11, EU:C:2013:521, punto 25, e dell’
11 settembre 2014, Österreichischer Gewerkschaftsbund, C-328/13, EU:C:2014:2197, punto 29).

23 Più nello specifico, l’articolo 3 della direttiva 2001/23, letto alla luce della libertà d’impresa, implica che
il cessionario deve avere la possibilità di far valere efficacemente i propri interessi in un iter
contrattuale al quale partecipa e di negoziare gli elementi che determinano l’evoluzione delle
condizioni di lavoro dei suoi dipendenti in vista della sua futura attività economica (v., in tal senso,
sentenza del 18 luglio 2013, Alemo-Herron e a., C-426/11, EU:C:2013:521, punto 33).

24 Nel caso di specie, risulta dalla decisione di rinvio, e segnatamente dallo stesso tenore letterale delle
questioni pregiudiziali, che la normativa nazionale controversa nel procedimento principale prevede
che il cessionario possa, successivamente al trasferimento, apportare unilateralmente o
consensualmente adattamenti alle condizioni di lavoro esistenti alla data del trasferimento.

25 Pertanto, si deve ritenere che la normativa nazionale controversa nel procedimento principale soddisfi i
requisiti derivanti dalla giurisprudenza citata al punto 23 della presente sentenza.

26 Giacché detta giurisprudenza prende in considerazione l’articolo 16 della Carta, non occorre esaminare
ulteriormente la compatibilità della legislazione nazionale controversa con il citato articolo.

27 È vero che la Asklepios sembra contestare l’esistenza o l’efficacia di tale possibilità di apportare
modifiche. Tuttavia, in proposito è sufficiente rilevare che non spetta alla Corte pronunciarsi su tale
questione.

28 Infatti, il giudice del rinvio è il solo competente a valutare i fatti e ad interpretare la normativa
nazionale (v. in tal senso, in particolare, sentenza del 4 febbraio 2016, Ince, C-336/14, EU:C:2016:72,
punto 88).

29 Alla luce dell’insieme delle suesposte considerazioni, occorre rispondere alle questioni sottoposte
dichiarando che l’articolo 3 della direttiva 2001/23, letto in combinato disposto con l’articolo 16 della
Carta, deve essere interpretato nel senso che, in caso di trasferimento di stabilimento, il
mantenimento dei diritti e degli obblighi derivanti in capo al cedente da un contratto di lavoro si
estende alla clausola, negoziata tra il cedente e il lavoratore nell’ambito dell’autonomia privata, in virtù
della quale il loro rapporto di lavoro è disciplinato non solo dal contratto collettivo vigente alla data del
trasferimento, ma anche dai contratti collettivi successivi a detto trasferimento e che completano,
modificano o sostituiscono il primo, qualora il diritto nazionale preveda, a favore del cessionario, la
possibilità di apportare adattamenti sia consensuali che unilaterali.

Sulle spese

30 Nei confronti delle parti nel procedimento principale la presente causa costituisce un incidente
sollevato dinanzi al giudice nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute da altri
soggetti per presentare osservazioni alla Corte non possono dar luogo a rifusione.

6 ECLI:EU:C:2017:317
SENTENZA DEL 27. 4. 2017 – CAUSE RIUNITE C-680/15 E C-681/15
ASKLEPIOS KLINIKEN

Per questi motivi, la Corte (Terza Sezione) dichiara:

L’articolo 3 della direttiva 2001/23/CE del Consiglio, del 12 marzo 2001, concernente il
ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei
lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di
stabilimenti, letto in combinato disposto con l’articolo 16 della Carta dei diritti fondamentali
dell’Unione europea, deve essere interpretato nel senso che, in caso di trasferimento di
stabilimento, il mantenimento dei diritti e degli obblighi derivanti in capo al cedente da un
contratto di lavoro si estende alla clausola, negoziata tra il cedente e il lavoratore nell’ambito
dell’autonomia privata, in virtù della quale il loro rapporto di lavoro è disciplinato non solo dal
contratto collettivo vigente alla data del trasferimento, ma anche dai contratti collettivi
successivi a detto trasferimento e che completano, modificano o sostituiscono il primo, qualora
il diritto nazionale preveda, a favore del cessionario, la possibilità di apportare adattamenti sia
consensuali che unilaterali.

Firme

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Lingua del documento : italiano ECLI:EU:C:2015:565

SENTENZA DELLA CORTE (Seconda Sezione)


9 settembre 2015 (*)
«Rinvio pregiudiziale – Ravvicinamento delle legislazioni – Mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di
trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti – Nozione di trasferimento di
stabilimento – Obbligo di sottoporre una domanda di pronuncia pregiudiziale ai sensi dell’articolo 267, terzo
comma, TFUE – Pretesa violazione del diritto dell’Unione imputabile a un giudice nazionale avverso le cui
decisioni non è possibile proporre un ricorso di diritto interno – Normativa nazionale che subordina il diritto al
risarcimento del danno derivante da una simile violazione al previo annullamento della decisione che ha
occasionato tale danno»
Nella causa C‑160/14,
avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dai
Varas Cíveis de Lisboa (Portogallo), con decisione del 31 dicembre 2013, pervenuta in cancelleria il 4 aprile
2014, nel procedimento
João Filipe Ferreira da Silva e Brito e altri
contro
Estado português,
LA CORTE (Seconda Sezione),
composta da R. Silva de Lapuerta (relatore), presidente di sezione, K. Lenaerts, vicepresidente della Corte,
facente funzione di giudice della Seconda Sezione, J.-C. Bonichot, A. Arabadjiev e C. Lycourgos, giudici,
avvocato generale: Y. Bot
cancelliere: M. Ferreira, amministratore principale
vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 25 febbraio 2015,
considerate le osservazioni presentate:
– per il sig. Ferreira da Silva e Brito e a., da C. Góis Coelho, S. Estima Martins e R. Oliveira, advogados;
– per il governo portoghese, da L. Inez Fernandes e A. Fonseca Santos, in qualità di agenti;
– per il governo ceco, da M. Smolek e J. Vláčil, in qualità di agenti;
– per il governo francese, da G. de Bergues, D. Colas e F.‑X. Bréchot, in qualità di agenti;
– per il governo italiano, da G. Palmieri, in qualità di agente, assistita da F. Varrone, avvocato dello Stato;
– per la Commissione europea, da J. Enegren, M. França, M. Konstantinidis e M. Kellerbauer, in qualità di agenti,
sentite le conclusioni dell’avvocato generale, presentate all’udienza dell’11 giugno 2015,
ha pronunciato la seguente
Sentenza
La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’articolo 1, paragrafo 1, della direttiva
2001/23/CE del Consiglio, del 12 marzo 2001, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati
membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di
parti di imprese o di stabilimenti (GU L 82, pag. 16), dell’articolo 267, terzo comma, TFUE nonché di taluni
principi generali del diritto dell’Unione.
Tale domanda è stata presentata nell’ambito di una controversia che vede opposti il sig. Ferreira da Silva e
Brito e altre 96 persone all’Estado português (Stato portoghese) in merito a un’asserita violazione del diritto
dell’Unione, che sarebbe imputabile al Supremo Tribunal de Justiça (Corte suprema).
Contesto normativo
Il diritto dell’Unione
La direttiva 2001/23 ha proceduto alla codificazione della direttiva 77/187/CEE del Consiglio, del 14 febbraio
1977, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei
lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti (GU L 61,
pag. 26), come modificata dalla direttiva 98/50/CE del Consiglio, del 29 giugno 1998 (GU L 201, pag. 88).
Ai sensi del considerando 8 della direttiva 2001/23:
«La sicurezza e la trasparenza giuridiche hanno richiesto un chiarimento della nozione giuridica di trasferimento
alla luce della giurisprudenza della Corte di giustizia. Tale chiarimento non ha modificato la sfera di applicazione

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della direttiva 77/187/CEE, quale interpretata dalla Corte di giustizia».


L’articolo 1, paragrafo 1, lettere a) e b), della direttiva 2001/23 così dispone:
«a) La presente direttiva si applica ai trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti
ad un nuovo imprenditore in seguito a cessione contrattuale o a fusione.
b) Fatta salva la lettera a) e le disposizioni seguenti del presente articolo, è considerato come trasferimento ai
sensi della presente direttiva quello di un’entità economica che conserva la propria identità, intesa come insieme
di mezzi organizzati al fine di svolgere un’attività economica, sia essa essenziale o accessoria».
L’articolo 3, paragrafo 1, primo comma della detta direttiva prevede quanto segue:
«I diritti e gli obblighi che risultano per il cedente da un contratto di lavoro o da un rapporto di lavoro esistente
alla data del trasferimento sono, in conseguenza di tale trasferimento, trasferiti al cessionario».
Il diritto portoghese
L’articolo 13 della legge n. 67/2007 che adotta il regime di responsabilità civile extracontrattuale dello Stato e
degli altri enti pubblici (Lei n. 67/2007 – Aprova o Regime da Responsabilidade Civil Extracontratual do Estado e
Demais Entidades Públicas), del 31 dicembre 2007 (Diário da República, 1a série, n. 251, del 31 dicembre 2007,
pag. 91117), come modificata dalla legge n. 31/2008, del 17 luglio 2008 (Diário da República, 1a série, n. 137,
del 17 luglio 2008, pag. 4454; in prosieguo: l’«RRCEE»), prevede quanto segue:
«1. Fatte salve le situazioni di condanna penale ingiusta e di privazione ingiustificata della libertà, lo Stato
risponderà civilmente per i danni derivati dalle decisioni giurisdizionali manifestamente incostituzionali o
illegittime o ingiustificate per errore manifesto nella valutazione dei rispettivi presupposti di fatto.
2. La pretesa di risarcimento deve fondarsi sulla previa revoca della decisione lesiva da parte del giudice
competente».
Procedimento principale e questioni pregiudiziali
Il 19 febbraio 1993, la Air Atlantis SA (in prosieguo: l’«AIA»), sociétà costituita nel 1985 e operante nel settore
del trasporto aereo non di linea (voli charter), è stata liquidata. In tale contesto, i ricorrenti nel procedimento
principale sono stati oggetto di un licenziamento collettivo.
Dal 1° maggio 1993, la TAP, che era il principale azionista dell’AIA, ha iniziato a gestire una parte dei voli che
l’AIA si era impegnata ad effettuare nel periodo dal 1° maggio al 31 ottobre 1993. La TAP ha effettuato inoltre
un certo numero di voli charter, mercato nel quale fino a quel momento non era attiva, poiché si trattava di rotte
servite in precedenza dall’AIA. A tal fine, la TAP ha utilizzato una parte delle attrezzature che l’AIA utilizzava per
le sue attività, in particolare quattro aerei. La TAP ha altresì preso in carico il pagamento dei canoni
corrispondenti ai relativi contratti di leasing e ha rilevato le apparecchiature da ufficio precedentemente
possedute e utilizzate dall’AIA nei suoi locali di Lisbona e di Faro (Portogallo) nonché altri beni mobili. Inoltre, la
TAP ha assunto alcuni ex dipendenti dell’AIA.
Successivamente, i ricorrenti nel procedimento principale hanno impugnato detto licenziamento collettivo
dinanzi al Tribunal do Trabalho de Lisboa (tribunale del lavoro di Lisbona) chiedendo la propria riassunzione nella
TAP e il pagamento delle loro retribuzioni.
Con decisione del 6 febbraio 2007, il Tribunal do Trabalho de Lisboa ha accolto parzialmente l’impugnazione del
licenziamento collettivo e ha disposto la riassunzione dei ricorrenti del procedimento principale nelle categorie
corrispondenti, nonché il risarcimento dei danni. A sostegno della sua decisione, il Tribunal do Trabalho de
Lisboa ha dichiarato che, nella fattispecie, sussisteva un trasferimento di uno stabilimento, almeno parziale, in
quanto l’identità dello stabilimento era stata conservata e le sue attività erano state proseguite, cosicché la TAP
si era sostituita al precedente datore di lavoro nei contratti di lavoro.
Tale decisione è stata appellata dinanzi al Tribunal da Relação de Lisboa (Corte d’appello di Lisbona), che, con
sentenza del 16 gennaio 2008, ha annullato la decisione di primo grado nella parte in cui aveva condannato la
TAP alla riassunzione dei ricorrenti nel procedimento principale e al risarcimento dei danni, ritenendo verificatasi
la decadenza dal diritto di impugnazione del licenziamento collettivo.
I ricorrenti del procedimento principale hanno quindi proposto ricorso per cassazione dinanzi al Supremo
Tribunal de Justiça, che, nella sua sentenza del 25 febbraio 2009, ha statuito che il licenziamento collettivo non
era viziato da alcuna illegittimità. Detto organo giurisdizionale ha osservato che, perché vi sia trasferimento di
uno stabilimento non è sufficiente la «mera continuazione» di un’attività commerciale, in quanto è altresì
necessario che si conservi l’identità dello stabilimento. Orbene, nel caso di specie, la TAP, nell’effettuare i voli nel
corso dell’estate del 1993, non si sarebbe servita di un’«entità» con la stessa identità dell’«entità» che
apparteneva in precedenza all’AIA. Non sussistendo identità tra le due «entità» in questione, non è possibile che
ci sia stato trasferimento di uno stabilimento.
Il Supremo Tribunal de Justiça ha rilevato che non ci fosse stato neanche il trasferimento di clientela dall’AIA
alla TAP. Inoltre, secondo tale giudice, lo stabilimento di cui era titolare l’AIA era legato ad un bene specifico,
nella fattispecie una licenza, non cedibile, il che avrebbe reso impossibile il trasferimento dello stabilimento,
perché i singoli beni, e non lo stabilimento medesimo, sarebbero stati l’unico possibile oggetto di trasferimento.
Per quanto riguarda l’applicazione del diritto dell’Unione, il Supremo Tribunal de Justiça ha rilevato che la Corte,
pronunciandosi in relazione a situazioni nelle quali un’impresa aveva proseguito l’attività in precedenza svolta da

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un’altra impresa, aveva dichiarato che tale «mera circostanza» non consentiva di concludere che vi fosse stato
un trasferimento di entità economica, poiché «un’entità non può essere ridotta all’attività che le era affidata».
Il Supremo Tribunal de Justiça, poiché alcuni ricorrenti del procedimento principale gli hanno chiesto di
sottoporre alla Corte un rinvio pregiudiziale, ha osservato che «l’obbligo di rinvio pregiudiziale per i giudici
nazionali avverso le cui decisioni non possa proporsi un ricorso giurisdizionale di diritto interno sussiste solo
quando tali giudici ritengano necessario ricorrere al diritto dell’Unione per la risoluzione della controversia di cui
sono aditi e, inoltre, sia stata sollevata una questione di interpretazione di tale diritto». Inoltre, tenuto conto
della giurisprudenza della Corte relativa all’interpretazione delle norme dell’Unione in materia di trasferimento di
uno stabilimento non sussisterebbe «alcun dubbio rilevante» nell’interpretazione di dette norme, «che imponga
il rinvio pregiudiziale».
Secondo il Supremo Tribunal de Justiça, la «stessa Corte di giustizia ha riconosciuto espressamente che la
corretta applicazione del diritto del[l’Unione] può imporsi con tale evidenza da non lasciar adito ad alcun
ragionevole dubbio sulla soluzione da dare alla questione sollevata, escludendo altresì in tal caso l’obbligo di
rinvio pregiudiziale. Orbene, [secondo tale giudice nazionale] alla luce del contenuto delle disposizioni [del
diritto dell’Unione] menzionate dai ricorrenti [del procedimento principale], tenuto conto dell’interpretazione ad
esse data dalla Corte (...) e date le circostanze della causa (...) prese in considerazione (...), non sussiste[va]
alcun dubbio rilevante nell’interpretazione che impon[esse] il rinvio pregiudiziale».
Il Supremo Tribunal de Justiça ha inoltre evidenziato che «(...) la Corte ha stabilito una vasta e consolidata
giurisprudenza sulla problematica dell’interpretazione delle norme [del diritto dell’Unione] che fanno riferimento
al “trasferimento di uno stabilimento”, al punto che la direttiva [2001/23] riflette già il consolidamento delle
nozioni enunciate in forza di tale giurisprudenza, nozioni che vengono formulate ora con chiarezza in termini di
interpretazione giurisprudenziale (comunitaria e nazionale), il che (…) dispensa[va] dalla previa consultazione
della Corte».
I ricorrenti del procedimento principale hanno quindi proposto ricorso per responsabilità civile extracontrattuale
contro l’Estado português chiedendo che quest’ultimo sia condannato al risarcimento di determinati danni
patrimoniali subiti. A sostegno del loro ricorso, essi hanno affermato che la sentenza del Supremo Tribunal de
Justiça in parola è manifestamente illegittima, in quanto interpreta erroneamente la nozione di «trasferimento di
uno stabilimento», di cui alla direttiva 2001/23, e in quanto tale giudice non ha adempiuto all’obbligo di
sottoporre alla Corte le questioni pregiudiziali di diritto dell’Unione pertinenti.
L’Estado português ha sostenuto che, ai sensi dell’articolo 13, paragrafo 2, dell’RRCEE, la pretesa di
risarcimento deve fondarsi sulla previa revoca della decisione lesiva da parte del giudice competente, e ricorda
che, poiché detta sentenza del Supremo Tribunal de Justiça non è stata revocata, non può aver luogo alcun
risarcimento.
Il giudice del rinvio spiega che è necessario determinare se la sentenza emessa dal Supremo Tribunal de Justiça
sia manifestamente illegittima e se interpreti erroneamente la nozione di «trasferimento di uno stabilimento», ai
sensi della direttiva 2001/23 e alla luce degli elementi di fatto di cui quest’ultimo disponeva. Inoltre,
occorrerebbe accertare se il Supremo Tribunal de Justiça avesse l’obbligo di procedere al rinvio pregiudiziale che
gli era stato chiesto.
È in tale contesto che i Varas Cíveis de Lisboa (Sezioni civili di Lisbona) hanno deciso di sospendere il
procedimento e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:
«1) Se la direttiva 2001/23, e in particolare il suo articolo 1, paragrafo 1, debba essere interpretata nel senso che
la nozione di “trasferimento di uno stabilimento” comprenda una situazione in cui un’impresa attiva nel mercato
dei voli charter è liquidata con decisione del suo azionista di maggioranza, a sua volta impresa operante nel
settore dell’aviazione, e in cui, nell’ambito della liquidazione, l’impresa controllante:
– assume la posizione della società liquidata nei contratti di locazione di aerei e nei contratti in vigore di voli
charter stipulati con operatori turistici;
– svolge l’attività precedentemente svolta dalla società liquidata;
– riassume alcuni dipendenti fino a quel momento operanti per la società liquidata e li colloca in funzioni
identiche;
– riceve piccole apparecchiature della società liquidata.
2) Se l’articolo 267 TFUE debba essere interpretato nel senso che il Supremo Tribunale de Justiça, tenuto conto dei
fatti descritti nella prima questione e della circostanza che i giudici nazionali di grado inferiore che avevano
giudicato la causa abbiano adottato decisioni contraddittorie, sia tenuto a sottoporre alla Corte una questione
pregiudiziale vertente sulla corretta interpretazione della nozione di “trasferimento di uno stabilimento” ai sensi
dell’articolo 1, paragrafo 1, della direttiva 2001/23?
3) Se il diritto dell’Unione e, in particolare, i principi sanciti dalla Corte nella sentenza Köbler (C‑224/01,
EU:C:2003:513), sulla responsabilità dello Stato per i danni causati ai singoli a seguito di una violazione del
diritto dell’Unione commessa da un organo giurisdizionale nazionale di ultimo grado, osti all’applicazione di una
normativa nazionale che richiede come fondamento della pretesa di risarcimento esercitata contro lo Stato la
previa revoca della decisione lesiva».
Sulle questioni pregiudiziali

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Sulla prima questione


Con la prima questione, il giudice del rinvio chiede alla Corte se l’articolo 1, paragrafo 1, della direttiva 2001/23
debba essere interpretato nel senso che la nozione di «trasferimento di uno stabilimento» comprenda una
situazione in cui un’impresa attiva nel mercato dei voli charter è liquidata con decisione del suo azionista di
maggioranza, a sua volta impresa operante nel settore del trasporto aereo, e nella quale, in seguito,
quest’ultima si sostituisce all’impresa liquidata riassumendone i contratti di locazione di aerei e i contratti di voli
charters in vigore, svolge l’attività precedentemente svolta dalla società liquidata, riassume alcuni dipendenti
fino a quel momento operanti per tale società e li colloca in funzioni identiche a quelle precedentemente svolte,
e riprende piccole apparecchiature di detta società.
Per rispondere a tale questione, occorre ricordare che la Corte ha statuito che la direttiva 77/187, codificata
dalla direttiva 2001/23, era applicabile in tutti i casi di cambiamento, nell’ambito di rapporti contrattuali, della
persona fisica o giuridica responsabile della gestione dell’impresa, la quale assume le obbligazioni del datore di
lavoro nei confronti dei dipendenti dell’impresa (v. sentenze Merckx et Neuhuys, C‑171/94 e C‑172/94,
EU:C:1996:87, punto 28; Hernández Vidal e a., C‑127/96, C‑229/96 e C‑74/97, EU:C:1998:594, punto 23,
nonché Amatori e a., C‑458/12, EU:C:2014:124, punto 29 e giurisprudenza ivi citata).
Secondo una giurisprudenza costante, lo scopo della direttiva 2001/23 è di assicurare la continuità dei rapporti
di lavoro esistenti nell’ambito di un’entità economica, a prescindere da un cambiamento del proprietario. Il
criterio decisivo, per stabilire se sussista un trasferimento, nel senso di tale direttiva, consiste dunque nel fatto
che l’entità in questione conservi la sua identità, il che si desume in particolare dal proseguimento effettivo della
gestione o dalla sua ripresa (v. sentenze Spijkers, 24/85, EU:C:1986:127, punti 11 e 12; Güney-Görres e
Demir, C‑232/04 e C‑233/04, EU:C:2005:778, punto 31 e giurisprudenza ivi citata, nonché Amatori e a.,
C‑458/12, EU:C:2014:124, punto 30 e giurisprudenza ivi citata).
Per determinare se questa condizione sia soddisfatta, si deve prendere in considerazione il complesso delle
circostanze di fatto che caratterizzano l’operazione di cui trattasi, fra le quali rientrano in particolare il tipo
d’impresa o di stabilimento in questione, la cessione o meno degli elementi materiali, quali gli edifici ed i beni
mobili, il valore degli elementi materiali al momento del trasferimento, la riassunzione o meno della maggior
parte del personale da parte del nuovo imprenditore, il trasferimento o meno della clientela, nonché il grado di
analogia delle attività esercitate prima e dopo la cessione e la durata di un’eventuale sospensione di tali attività.
Questi elementi, tuttavia, sono soltanto aspetti parziali di una valutazione complessiva cui si deve procedere e
non possono, perciò, essere valutati isolatamente (v. sentenze Spijkers, 24/85, EU:C:1986:127, punto 13;
Redmond Stichting, C‑29/91, EU:C:1992:220, punto 24; Süzen, C‑13/95, EU:C:1997:141, punto 14, nonché
Abler e a., C‑340/01, EU:C:2003:629, punto 33).
In particolare, la Corte ha evidenziato che l’importanza da attribuire rispettivamente ai singoli criteri varia
necessariamente in funzione dell’attività esercitata, o addirittura in funzione dei metodi di produzione o di
gestione utilizzati nell’impresa, nello stabilimento o nella parte di stabilimento di cui trattasi (v. sentenze Süzen,
C‑13/95, EU:C:1997:141, punto 18; Hernández Vidal e a., C‑127/96, C‑229/96 e C‑74/97, EU:C:1998:594,
punto 31; Hidalgo e a., C‑173/96 e C‑247/96, EU:C:1998:595, punto 31, nonché, in tal senso, UGT-FSP,
C‑151/09, EU:C:2010:452, punto 28).
È alla luce di tali insegnamenti giurisprudenziali che occorre esaminare la prima questione sollevata, tenendo
conto dei principali elementi di fatto rilevati dal giudice nazionale nella decisione di rinvio e, in particolare, nella
formulazione di tale prima questione.
Innanzitutto occorre sottolineare che, in una situazione quale quella di cui al procedimento principale, che
riguarda il settore del trasporto aereo, il trasferimento di materiali deve essere considerato un elemento
essenziale per valutare se sussista un «trasferimento di uno stabilimento», ai sensi dell’articolo 1, paragrafo 1,
della direttiva 2001/23 (v., in tal senso, sentenza Liikenne, C‑172/99, EU:C:2001:59, punto 39).
A tale proposito, si evince dalla decisione di rinvio che la TAP è subentrata all’AIA nei contratti di locazione di
aerei e li ha effettivamente utilizzati, il che testimonia la riassunzione di elementi indispensabili al
proseguimento dell’attività prima esercitata dall’AIA. Inoltre, è stato ripreso un certo numero di altre
apparecchiature.
Come rilevato dall’avvocato generale ai paragrafi 48, 51, 53, 56 e 58 delle sue conclusioni, altri elementi
contribuiscono a corroborare, alla luce dei criteri ricordati al punto 26 della presente sentenza, il fatto che nel
procedimento principale vi sia stato un «trasferimento di uno stabilimento», nel senso di cui all’articolo 1,
paragrafo 1, della direttiva 2001/23. Lo stesso dicasi per la sostituzione della TAP all’AIA nei contratti di voli
charters in vigore con taluni operatori turistici, la qual cosa significa la ripresa della clientela dell’AIA da parte
della TAP, per lo sviluppo da parte della TAP di attività di voli charters su rotte prima servite dalla AIA, il che
riflette il proseguimento da parte della TAP delle attività prima svolte dall’AIA, per la riassunzione, in seno alla
TAP, di dipendenti distaccati presso l’AIA al fine di svolgere funzioni identiche a quelle svolte in seno a
quest’ultima società, la qual cosa significa la riassunzione da parte della TAP di una parte del personale che era
in servizio presso l’AIA, e, infine, per la riassunzione da parte della TAP, dal 1° maggio 1993, di una parte delle
attività di voli charters svolte dall’AIA fino alla sua liquidazione nel febbraio 1993, il che attesta il fatto che le
attività trasferite non sono praticamente state sospese.

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Ciò premesso, ai fini dell’applicazione dell’articolo 1, paragrafo 1, della direttiva 2001/23, è inconferente il fatto
che l’entità da cui sono stati riassunti il materiale e una parte dell’organico sia stata integrata, senza conservare
la sua struttura organizzativa autonoma, nella struttura della TAP, in quanto è stato mantenuto un collegamento
tra, da un lato, tale materiale e personale trasferiti a quest’ultima e, dall’altro, la prosecuzione delle attività
prima svolte dalla società liquidata. Considerati tali fatti, non rileva che i materiali di cui trattasi siano stati
utilizzati tanto per la realizzazione di voli regolari quanto per quella di voli charters, trattandosi, comunque, di
operazioni di trasporto aereo e posto che la TAP ha onorato gli obblighi contrattuali dell’AIA relativi a tali voli
charters.
Discende infatti dai punti 46 e 47 della sentenza Klarenberg (C‑466/07, EU:C:2009:85) che è il mantenimento
non già della struttura organizzativa specifica imposta dall’imprenditore ai diversi fattori di produzione trasferiti,
bensì del nesso funzionale di interdipendenza e complementarità fra tali fattori a costituire l’elemento rilevante
per determinare la conservazione dell’identità dell’entità trasferita.
Infatti, il mantenimento di un siffatto nesso funzionale tra i vari fattori trasferiti consente al cessionario di
utilizzare questi ultimi, anche se essi sono integrati, dopo il trasferimento, in una nuova diversa struttura
organizzativa al fine di continuare un’attività economica identica o analoga (v. sentenza Klarenberg, C‑466/07,
EU:C:2009:85, punto 48).
Alla luce delle considerazioni sopra esposte, occorre rispondere alla prima questione dichiarando che l’articolo
1, paragrafo 1, della direttiva 2001/23, deve essere interpretato nel senso che la nozione di «trasferimento di
uno stabilimento» comprende una situazione nella quale un’impresa attiva nel mercato dei voli charter è
liquidata dal suo azionista di maggioranza, che è a sua volta impresa di trasporto aereo, e nella quale,
successivamente, quest’ultima subentra all’impresa liquidata riassumendone i contratti di locazione di aerei e i
contratti di voli charters in vigore, svolge l’attività precedentemente svolta dall’impresa liquidata, riassume
alcuni lavoratori fino a quel momento distaccati presso tale impresa, collocandoli in funzioni identiche a quelle
svolte in precedenza e riprende piccole apparecchiature di detta impresa.
Sulla seconda questione
Con la seconda questione, il giudice del rinvio intende sapere se, tenuto conto di circostanze quali quelle di cui
si tratta nel procedimento principale, e, in particolare, dato che talune istanze giurisdizionali di grado inferiore
hanno adottato decisioni discordanti relative all’interpretazione della nozione di «trasferimento di uno
stabilimento», ai sensi dell’articolo 1, paragrafo 1, della direttiva 2001/23, l’articolo 267, terzo comma, TFUE
debba essere interpretato nel senso che un giudice avverso le cui decisioni non è possibile proporre ricorso di
diritto interno è tenuto in linea di principio ad adire la Corte per ottenere l’interpretazione di tale nozione.
A tal proposito, se è vero che il procedimento di cui all’articolo 267 TFUE costituisce uno strumento di
cooperazione tra la Corte e i giudici nazionali, per mezzo del quale la prima fornisce ai secondi gli elementi di
interpretazione del diritto dell’Unione necessari per risolvere la controversia che essi sono chiamati a dirimere,
ciò non toglie che qualora non sia esperibile alcun ricorso giurisdizionale di diritto interno avverso la decisione di
un giudice nazionale, quest’ultimo è, in linea di principio, tenuto a rivolgersi alla Corte ai sensi dell’articolo 267,
terzo comma, TFUE quando è chiamato a pronunciarsi su una questione di interpretazione del diritto dell’Unione
(v. sentenza Consiglio nazionale dei geologi e Autorità garante della concorrenza e del mercato, C‑136/12,
EU:C:2013:489, punto 25 e giurisprudenza ivi citata).
Per quanto riguarda la portata di detto obbligo, risulta da una consolidata giurisprudenza a partire dalla
pronuncia della sentenza Cilfit e a. (283/81, EU:C:1982:335) che un giudice avverso le cui decisioni non sono
esperibili ricorsi giurisdizionali di diritto interno è tenuto, qualora una questione di diritto dell’Unione sia
sollevata dinanzi ad esso, ad adempiere il suo obbligo di rinvio, salvo che abbia constatato che la questione non
è pertinente, o che la disposizione del diritto dell’Unione di cui trattasi abbia già costituito oggetto di
interpretazione da parte della Corte, ovvero che la corretta applicazione del diritto dell’Unione si imponga con
tale evidenza da non lasciar adito a ragionevoli dubbi.
La Corte ha inoltre precisato che la configurabilità di una simile eventualità va valutata in funzione delle
caratteristiche proprie del diritto dell’Unione, delle particolari difficoltà che la sua interpretazione presenta e del
rischio di divergenze di giurisprudenza all’interno dell’Unione (sentenza Intermodal Transports, C‑495/03,
EU:C:2005:552, punto 33).
Certamente, spetta unicamente al giudice nazionale il compito di valutare se la corretta applicazione del diritto
dell’Unione si imponga con un’evidenza tale da non lasciare adito ad alcun ragionevole dubbio e, di
conseguenza, di decidere di astenersi dal sottoporre alla Corte una questione di interpretazione del diritto
dell’Unione che è stata sollevata dinanzi ad esso (v. sentenza Intermodal Transports, C‑495/03, EU:C:2005:552,
punto 37 e giurisprudenza ivi citata).
A questo proposito, il fatto che esistano decisioni contradditorie emesse da altri giudici nazionali non può, di per
sé, costituire un elemento determinante in grado di imporre l’obbligo di cui all’articolo 267, terzo comma, TFUE.
Il giudice che decide in ultimo grado può infatti stimare, nonostante una determinata interpretazione di una
norma del diritto dell’Unione effettuata da giudici subordinati, che l’interpretazione che esso intende dare a
detta norma, differente da quella scelta da tali giudici, si impone senza lasciare adito ad alcun ragionevole
dubbio.

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Occorre tuttavia sottolineare che, per quanto riguarda il settore considerato nel caso di specie e così come si
evince dai punti da 24 a 27 della presente sentenza, l’interpretazione della nozione di «trasferimento di uno
stabilimento» ha sollevato numerosi interrogativi da parte di moltissimi giudici nazionali i quali, pertanto, si sono
visti costretti ad adire la Corte. Tali interrogativi testimoniano non soltanto l’esistenza di difficoltà interpretative,
ma anche la presenza di rischi di giurisprudenza divergente a livello dell’Unione.
Ne consegue che, in circostanze quali quelle del procedimento principale, contraddistinte al contempo da
correnti giurisprudenziali contraddittorie a livello nazionale in merito alla nozione di «trasferimento di uno
stabilimento», ai sensi della direttiva 2001/23, e da ricorrenti difficoltà d’interpretazione di tale nozione nei vari
Stati membri, un giudice nazionale avverso le cui decisioni non sono esperibili ricorsi giurisdizionali di diritto
interno è tenuto ad adempiere al suo obbligo di rinvio alla Corte e ciò al fine di eliminare il rischio di un’errata
interpretazione del diritto dell’Unione.
Alla luce delle suesposte considerazioni, occorre rispondere alla seconda questione dichiarando che l’articolo
267, terzo comma, TFUE deve essere interpretato nel senso che un giudice avverso le cui decisioni non sono
esperibili ricorsi giurisdizionali di diritto interno è tenuto a sottoporre alla Corte una domanda di pronuncia
pregiudiziale vertente sull’interpretazione della nozione di «trasferimento di uno stabilimento» di cui all’articolo
1, paragrafo 1, della direttiva 2001/23, in circostanze quali quelle del procedimento principale, contraddistinte al
contempo da decisioni divergenti di giudici di grado inferiore quanto all’interpretazione di tale nozione e da
ricorrenti difficoltà d’interpretazione della medesima nei vari Stati membri.
Sulla terza questione
Con la terza questione, il giudice del rinvio intende sapere, in sostanza, se il diritto dell’Unione e, in particolare,
i principi sanciti dalla Corte in materia di responsabilità dello Stato per i danni causati ai singoli a seguito di una
violazione del diritto dell’Unione commessa da un organo giurisdizionale avverso le cui decisioni non sono
esperibili ricorsi giurisdizionali di diritto interno debbano essere interpretati nel senso che ostano a una
normativa nazionale che richiede, come previa condizione, l’annullamento della decisione lesiva emessa da tale
organo, allorché un simile annullamento è, in pratica, escluso.
A questo proposito, va ricordato che, in considerazione del ruolo essenziale svolto dal potere giudiziario nella
tutela dei diritti che ai singoli derivano dalle norme del diritto dell’Unione, la piena efficacia di queste ultime
verrebbe rimessa in discussione e la tutela dei diritti che esse riconoscono sarebbe affievolita se fosse escluso
che i singoli possano, a talune condizioni, ottenere un risarcimento allorché i loro diritti sono lesi da una
violazione del diritto dell’Unione imputabile a una decisione di un organo giurisdizionale di ultimo grado di uno
Stato membro (v. sentenza Köbler, C‑224/01, EU:C:2003:513, punto 33).
Il giudice del rinvio s’interroga sulla compatibilità con tali principi della norma di cui all’articolo 13, paragrafo 2,
dell’RRCEE, la quale prevede che una domanda di risarcimento per detta responsabilità «[debba] essere
fondata» sul previo annullamento della decisione lesiva da parte del giudice competente.
Consegue da tale norma che ogni azione per far valere la responsabilità dello Stato per violazione dell’obbligo
derivante dal mancato rispetto dell’obbligo previsto all’articolo 267, terzo comma, TFUE è irricevibile se manca
l’annullamento della decisione lesiva.
Occorre ricordare che, qualora siano soddisfatte le condizioni che fanno sorgere la responsabilità dello Stato, il
che spetta ai giudici nazionali stabilire, è nell’ambito della normativa nazionale sulla responsabilità che lo Stato è
tenuto a riparare le conseguenze del danno arrecato, restando inteso che le condizioni stabilite dalle legislazioni
nazionali in materia di risarcimento dei danni non possono essere meno favorevoli di quelle relative ad analoghi
reclami di natura interna (principio di equivalenza) e non possono essere congegnate in modo da rendere
praticamente impossibile o eccessivamente difficile ottenere il risarcimento (principio di effettività) (v. sentenza
Fuß, C‑429/09, EU:C:2010:717, punto 62 e giurisprudenza ivi citata).
Orbene, una norma di diritto nazionale, quale quella di cui all’articolo 13, paragrafo 2, dell’RRCEE, può rendere
eccessivamente difficile ottenere il risarcimento dei danni arrecati dalla violazione del diritto dell’Unione di cui
trattasi.
Infatti, si evince dal fascicolo a disposizione della Corte e dalle discussioni in sede di udienza che le ipotesi in
cui le decisioni del Supremo Tribunal de Justiça possono essere riesaminate sono estremamente limitate.
Il governo portoghese sostiene, al riguardo, che la disposizione del diritto nazionale in parola obbedisce a
preoccupazioni legate al principio del giudicato e del principio della certezza del diritto. Tale governo sottolinea,
in particolare, che, nella situazione di cui trattasi nel procedimento principale, il riesame della valutazione che ha
svolto un organo giurisdizionale di ultimo grado è incompatibile con la funzione di tale organo giurisdizionale,
posto che l’obiettivo delle sue decisioni consiste nel porre un termine definitivo a una controversia, a pena di
rimettere in discussione il primato del diritto e il rispetto delle decisioni giurisdizionali, indebolendo la
gerarchizzazione del potere giudiziario.
È vero che la Corte ha sottolineato l’importanza che il principio dell’autorità di cosa giudicata riveste sia
nell’ordinamento giuridico dell’Unione sia negli ordinamenti giuridici nazionali, precisando che, in assenza di una
normativa dell’Unione in materia, le modalità di attuazione di tale principio rientrano nell’ordinamento giuridico
interno degli Stati membri in virtù del principio dell’autonomia procedurale di questi ultimi (v., in tal senso,
sentenza Fallimento Olimpiclub, C‑2/08, EU:C:2009:506, punti 22 e 24).

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Quanto all’incidenza del principio dell’autorità di cosa giudicata sulla situazione di cui trattasi nel procedimento
principale, è sufficiente ricordare che il riconoscimento del principio della responsabilità dello Stato per la
decisione di un organo giurisdizionale di ultimo grado non ha di per sé come conseguenza di rimettere in
discussione l’autorità della cosa definitivamente giudicata di una tale decisione. Un procedimento inteso a far
dichiarare la responsabilità dello Stato non ha lo stesso oggetto e non implica necessariamente le stesse parti
del procedimento che ha dato luogo alla decisione che ha acquisito l’autorità della cosa definitivamente
giudicata. Infatti, in un’azione per responsabilità contro lo Stato, il ricorrente ottiene, in caso di successo, la
condanna di quest’ultimo a risarcire il danno subito, ma non ottiene necessariamente che sia rimessa in
discussione l’autorità della cosa definitivamente giudicata annessa alla decisione giurisdizionale che ha causato
tale danno. In ogni caso, il principio della responsabilità dello Stato inerente all’ordinamento giuridico
dell’Unione richiede un simile risarcimento, ma non impone la revisione della decisione giurisdizionale che ha
causato il danno (v. sentenza Köbler, C‑224/01, EU:C:2003:513, punto 39).
Per quanto attiene all’argomento attinente al mancato riconoscimento del principio della certezza del diritto,
occorre rilevare che, anche supponendo che tale principio possa essere preso in considerazione in una situazione
giuridica quale quella controversa nel procedimento principale, esso non può in alcun modo soverchiare il
principio della responsabilità dello Stato per danni causati alle persone da violazioni del diritto dell’Unione ad
esso imputabili.
Infatti, tener conto del principio della certezza del diritto avrebbe la conseguenza, quando una decisione
emessa da un giudice di ultimo grado si fonda su un’interpretazione manifestamente errata del diritto
dell’Unione, di impedire al singolo di far valere i diritti che può trarre dall’ordinamento giuridico dell’Unione e, in
particolare, quelli che derivano da tale principio della responsabilità dello Stato.
Orbene, quest’ultimo principio è inerente al sistema dei trattati sul quale è fondata l’Unione (v., in tal senso,
sentenza Specht e a., da C‑501/12 a C‑506/12, C‑540/12 e C‑541/12, EU:C:2014:2005, punto 98 e
giurisprudenza ivi citata).
Date tali circostanze, un ostacolo importante, quale quello che risulta dalla norma del diritto nazionale
controverso nel procedimento principale, all’effettiva applicazione del diritto dell’Unione e, in particolare, di un
principio così fondamentale quale quello della responsabilità dello Stato per violazione del diritto dell’Unione non
può essere giustificato né dal principio dell’autorità di cosa giudicata né dal principio della certezza del diritto.
Dalle considerazioni che precedono risulta che alla terza questione occorre rispondere dichiarando che il diritto
dell’Unione e, in particolare, i principi sanciti dalla Corte in materia di responsabilità dello Stato per i danni
causati ai singoli a seguito di una violazione del diritto dell’Unione commessa da un organo giurisdizionale
avverso le cui decisioni non sono esperibili ricorsi giurisdizionali di diritto interno devono essere interpretati nel
senso che ostano a una normativa nazionale che richiede, come previa condizione, l’annullamento della
decisione lesiva emessa da tale organo, allorché un simile annullamento è, in pratica, escluso.
Sulle spese
Nei confronti delle parti nel procedimento principale la presente causa costituisce un incidente sollevato dinanzi
al giudice nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute da altri soggetti per presentare
osservazioni alla Corte non possono dar luogo a rifusione.
Per questi motivi, la Corte (Seconda Sezione) dichiara:
1) L’articolo 1, paragrafo 1, della direttiva 2001/23/CE del Consiglio, del 12 marzo 2001, concernente
il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei
lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti,
deve essere interpretato nel senso che la nozione di «trasferimento di uno stabilimento» comprende
una situazione nella quale un’impresa attiva nel mercato dei voli charter è liquidata dal suo azionista
di maggioranza, che è a sua volta impresa di trasporto aereo, e nella quale, successivamente,
quest’ultima subentra all’impresa liquidata riassumendone i contratti di locazione di aerei e i
contratti di voli charters in vigore, svolge l’attività precedentemente svolta dall’impresa liquidata,
riassume alcuni lavoratori fino a quel momento distaccati presso tale impresa, collocandoli in
funzioni identiche a quelle svolte in precedenza e riprende piccole apparecchiature di detta impresa.
2) L’articolo 267, terzo comma, TFUE deve essere interpretato nel senso che un giudice avverso le cui
decisioni non sono esperibili ricorsi giurisdizionali di diritto interno è tenuto a sottoporre alla Corte
di giustizia dell’Unione europea una domanda di pronuncia pregiudiziale vertente
sull’interpretazione della nozione di «trasferimento di uno stabilimento» di cui all’articolo 1,
paragrafo 1, della direttiva 2001/23, in circostanze quali quelle del procedimento principale,
contraddistinte al contempo da decisioni divergenti di giudici di grado inferiore quanto
all’interpretazione di tale nozione e da ricorrenti difficoltà d’interpretazione della medesima nei vari
Stati membri.
3) Il diritto dell’Unione e, in particolare, i principi sanciti dalla Corte in materia di responsabilità dello
Stato per i danni causati ai singoli a seguito di una violazione del diritto dell’Unione commessa da un
organo giurisdizionale avverso le cui decisioni non sono esperibili ricorsi giurisdizionali di diritto
interno devono essere interpretati nel senso che ostano a una normativa nazionale che richiede,

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come previa condizione, l’annullamento della decisione lesiva emessa da tale organo, allorché un
simile annullamento è, in pratica, escluso.
Firme

* Lingua processuale: il portoghese.

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Lingua del documento : italiano ECLI:EU:C:2014:124

SENTENZA DELLA CORTE (Nona Sezione)


6 marzo 2014 (*)
«Rinvio pregiudiziale – Politica sociale – Trasferimento di imprese – Mantenimento dei diritti dei lavoratori –
Direttiva 2001/23/CE – Trasferimento dei rapporti di lavoro in caso di cessione contrattuale di una parte di
azienda non identificabile come entità economica autonoma preesistente»
Nella causa C‑458/12,
avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dal
Tribunale di Trento (Italia), con decisione del 20 settembre 2012, pervenuta in cancelleria l’11 ottobre 2012, nel
procedimento
Lorenzo Amatori e altri
contro
Telecom Italia SpA,
Telecom Italia Information Technology Srl, già Shared Service Center Srl,
LA CORTE (Nona Sezione),
composta da M. Safjan, presidente di sezione, J. Malenovský (relatore) e A. Prechal, giudici,
avvocato generale: N. Wahl
cancelliere: A. Calot Escobar
vista la fase scritta del procedimento,
considerate le osservazioni presentate:
– per Lorenzo Amatori e altri, da R. Bolognesi, avvocato;
– per Telecom Italia SpA e Telecom Italia Information Technology Srl, già Shared Service Center Srl, da
A. Maresca, R. Romei e F.R. Boccia, avvocati;
– per il governo italiano, da G. Palmieri, in qualità di agente, assistita da L. D’Ascia, avvocato dello Stato;
– per la Commissione europea, da C. Cattabriga e J. Enegren, in qualità di agenti,
vista la decisione, adottata dopo aver sentito l’avvocato generale, di giudicare la causa senza conclusioni,
ha pronunciato la seguente
Sentenza
La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’articolo 1, paragrafo 1, lettere a) e b),
della direttiva 2001/23/CE del Consiglio, del 12 marzo 2001, concernente il ravvicinamento delle legislazioni
degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di
stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti (GU L 82, pag. 16).
Tale domanda è stata presentata nell’ambito di una controversia che oppone il sig. Amatori e altri 74 ricorrenti
a Telecom Italia SpA (in prosieguo: «Telecom Italia») e a Telecom Italia Information Technology Srl, già Shared
Service Center Srl (in prosieguo: «TIIT»), vertente sulla qualificazione come «trasferimento di parte di azienda»
del conferimento effettuato da Telecom Italia a favore di TIIT di un ramo di attività informatica denominato «IT
Operations» (in prosieguo: il «ramo IT Operations»).
Contesto normativo
Diritto dell’Unione
La direttiva 2001/23 ha abrogato e sostituito la direttiva 77/187/CEE del Consiglio, del 14 febbraio 1977,
concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei
lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti (GU L 61,
pag. 26), come modificata dalla direttiva 98/50/CE del Consiglio, del 29 giugno 1998 (GU L 201, pag. 88).
Il considerando 3 della direttiva 2001/23 recita:
«Occorre adottare le disposizioni necessarie per proteggere i lavoratori in caso di cambiamento di imprenditore,
in particolare per assicurare il mantenimento dei loro diritti».
L’articolo 1, paragrafo 1, lettere a) e b), di detta direttiva dispone quanto segue:
«a) La presente direttiva si applica ai trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti
ad un nuovo imprenditore in seguito a cessione contrattuale o a fusione.
b) Fatta salva la lettera a) e le disposizioni seguenti del presente articolo, è considerato come trasferimento ai

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sensi della presente direttiva quello di un’entità economica che conserva la propria identità, intesa come insieme
di mezzi organizzati al fine di svolgere un’attività economica, sia essa essenziale o accessoria».
L’articolo 3, paragrafo 1, primo comma, della direttiva 2001/23 stabilisce quanto segue:
«I diritti e gli obblighi che risultano per il cedente da un contratto di lavoro o da un rapporto di lavoro esistente
alla data del trasferimento sono, in conseguenza di tale trasferimento, trasferiti al cessionario».
L’articolo 6, paragrafo 1, primo e quarto comma, della medesima direttiva è così formulato:
«Qualora l’impresa, lo stabilimento o [la] parte di un’impresa o di uno stabilimento conservi la propria
autonomia, [verranno mantenuti] lo status e la funzione dei rappresentanti o della rappresentanza dei lavoratori
interessati dal trasferimento, secondo le stesse modalità e alle stesse condizioni esistenti prima della data del
trasferimento, previsti dalle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative o da accordi, a patto che
siano soddisfatte le condizioni necessarie per la costituzione della rappresentanza dei lavoratori.
(...)
Qualora l’impresa, lo stabilimento o la parte di un’impresa o di uno stabilimento non conservi la propria
autonomia, gli Stati membri adotteranno i provvedimenti necessari per garantire che i lavoratori trasferiti, che
erano rappresentati prima del trasferimento, continuino ad essere adeguatamente rappresentati per il periodo
necessario a provvedere ad una nuova costituzione o designazione della rappresentanza dei lavoratori,
conformemente alla legislazione o alla prassi nazionale».
L’articolo 8 della direttiva 2001/23 così dispone:
«La presente direttiva non pregiudica la facoltà degli Stati membri di applicare o di introdurre disposizioni
legislative, regolamentari o amministrative più favorevoli ai lavoratori o di incoraggiare o consentire
l’applicazione di accordi collettivi o di accordi tra le parti sociali più favorevoli ai lavoratori».
Diritto italiano
L’articolo 2112, commi 1 e 5, del codice civile, come modificato dall’articolo 32 del decreto legislativo del 10
settembre 2003, n. 276, recante attuazione delle deleghe in materia di occupazione e mercato del lavoro, di cui
alla legge 14 febbraio 2003, n. 30 (Supplemento ordinario alla GURI n. 235, del 9 ottobre 2003) (in prosieguo:
il «codice civile»), in vigore alla data dei fatti del procedimento principale, dispone quanto segue:
«1. In caso di trasferimento d’azienda, il rapporto di lavoro continua con il cessionario (...).
(...)
5. Ai fini e per gli effetti di cui al presente articolo, si intende per trasferimento d’azienda qualsiasi
operazione che, in seguito a cessione contrattuale o fusione, comporti il mutamento nella titolarità di un’attività
economica organizzata, con o senza scopo di lucro, preesistente al trasferimento e che conserva nel
trasferimento la propria identità a prescindere dalla tipologia negoziale o dal provvedimento sulla base del quale
il trasferimento è attuato ivi compresi l’usufrutto o l’affitto di azienda. Le disposizioni del presente articolo si
applicano altresì al trasferimento di parte dell’azienda, intesa come articolazione funzionalmente autonoma di
un’attività economica organizzata, identificata come tale dal cedente e dal cessionario al momento del suo
trasferimento».
Risulta inoltre dalla decisione di rinvio che l’ultima frase di tale articolo 2112, comma 5, stabiliva, nel testo
antecedente al citato decreto legislativo, quanto segue:
«Le disposizioni del presente articolo si applicano altresì al trasferimento di parte dell’azienda, intesa come
articolazione funzionalmente autonoma di un’attività economica organizzata ai sensi del presente comma,
preesistente come tale al trasferimento e che conserva nel trasferimento la propria identità».
Inoltre, la decisione di rinvio precisa che, ove non sussista un «trasferimento di azienda o di parte dell’azienda»
ai sensi dell’articolo 2112, comma 5, del codice civile, la cessione di contratti di lavoro da parte del datore di
lavoro ricade sotto l’articolo 1406 di questo stesso codice. In base a tale norma, la cessione del contratto di
lavoro esige il consenso del lavoratore.
Procedimento principale e questioni pregiudiziali
Nel febbraio 2010, Telecom Italia ha proceduto ad una riorganizzazione interna.
Prima di questa riorganizzazione, la struttura di Telecom Italia comprendeva una divisione denominata
«Technology and Operations», formata da una serie di dipartimenti tra cui figurava in particolare il ramo
«Information Technology». Quest’ultimo costituiva una struttura unica che integrava le attività operative di
innovazione, progettazione, realizzazione, esercizio applicativo ed esercizio infrastrutturale delle soluzioni
informatiche. In occasione della suddetta riorganizzazione interna, Telecom Italia ha suddiviso tale struttura
unica in una decina di sottostrutture, tra cui quelle denominate «IT Operations», «IT Governance» e
«Ingegnerie». Il ramo «Ingegnerie» ha raggruppato le funzioni di innovazione e progettazione.
Tre sottostrutture, tra cui il servizio «Software and test factory» destinato alle funzioni di realizzazione, sono
state inglobate nel ramo IT Operations.
Dopo la creazione del ramo IT Operations, i lavoratori addetti al ramo «Ingegnerie» e quelli addetti al servizio
«Software and test factory» non hanno mai cessato di collaborare insieme.
Inoltre, successivamente alla creazione e al trasferimento del ramo IT Operations, il servizio «Software and test
factory» è stato destinatario di specifiche istruzioni promananti da Telecom Italia.
Il 28 aprile 2010, Telecom Italia ha trasferito il ramo suddetto alla propria controllata TIIT mediante un

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conferimento in natura nel capitale di quest’ultima. I ricorrenti nel procedimento principale, impiegati nel ramo
suddetto, hanno proseguito, senza prestare il proprio consenso, il loro rapporto di lavoro con il cessionario, a
norma dell’articolo 2112, comma 1, del codice civile.
Ritenendo che tale conferimento non potesse essere qualificato come trasferimento di parte di azienda ai sensi
dell’articolo 2112, comma 5, del codice civile, i ricorrenti nel procedimento principale hanno adito il Tribunale di
Trento in qualità di giudice del lavoro, al fine di far constatare che il suddetto conferimento era inefficace nei loro
confronti e che di, conseguenza, il loro rapporto di lavoro aveva continuato a sussistere con Telecom Italia.
I ricorrenti nel procedimento principale hanno fatto valere, a sostegno del loro ricorso, che, prima del suo
conferimento nel capitale di TIIT, il ramo IT Operations non costituiva una suddivisione funzionalmente
autonoma nella struttura di Telecom Italia. Inoltre, detto ramo non sarebbe stato preesistente al trasferimento.
Peraltro, anche il potere preponderante esercitato dal cedente sul cessionario avrebbe impedito di qualificare
tale conferimento come trasferimento d’azienda.
Inoltre, in seguito al conferimento del ramo IT Operations, TIIT ha continuato a realizzare una parte
nettamente preponderante della propria attività a favore di Telecom Italia.
Alla luce di quanto sopra, il Tribunale di Trento ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla
Corte le seguenti questioni pregiudiziali:
«1) Se la disciplina dell’Unione europea in tema di “trasferimento di parte di azienda” [in particolare l’articolo 1,
paragrafo 1, lettere a) e b), in riferimento all’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva (...) 2001/23(...)], osti ad
una norma interna, quale quella dettata dall’articolo 2112, comma 5, del codice civile, che consente la
successione del cessionario nei rapporti di lavoro del cedente, senza necessità del consenso dei lavoratori ceduti,
anche qualora la parte di azienda oggetto del trasferimento non costituisca un’entità economica funzionalmente
autonoma già preesistente al trasferimento, tanto da poter essere identificata come tale dal cedente e dal
cessionario al momento del suo trasferimento.
2) Se la disciplina dell’Unione europea in tema di “trasferimento di parte di azienda” [in particolare l’articolo 1,
paragrafo 1, lettere a) e b), in riferimento all’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva (...) 2001/23(...)], osti ad
una norma interna, quale quella dettata dall’articolo 2112, comma 5, del codice civile, che consente la
successione del cessionario nei rapporti di lavoro del cedente, senza necessità del consenso dei lavoratori ceduti,
anche qualora l’impresa cedente eserciti, dopo il trasferimento, un intenso potere di supremazia nei confronti
della cessionaria che si manifesti attraverso uno stretto vincolo di committenza ed una commistione del rischio
di impresa».
Sulle questioni pregiudiziali
Sulla prima questione
Con la sua prima questione, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se l’articolo 1, paragrafo 1, lettere a) e b),
della direttiva 2001/23 debba essere interpretato nel senso che osta ad una normativa nazionale, come quella
oggetto del procedimento principale, la quale, in presenza di un trasferimento di una parte di impresa, consenta
la successione del cessionario al cedente nei rapporti di lavoro nell’ipotesi in cui la parte di impresa in questione
non costituisca un’entità economica funzionalmente autonoma preesistente al suo trasferimento.
Sulla ricevibilità
Telecom Italia e TIIT sostengono che la prima questione è irricevibile, in quanto muove dal presupposto
infondato secondo cui il ramo oggetto del trasferimento dovrebbe rappresentare un’entità preesistente alla
cessione. Infatti, la nozione di «preesistenza» sarebbe estranea sia al nuovo testo dell’articolo 2112 del codice
civile sia alla direttiva 2001/23 nonché alla giurisprudenza della Corte.
A questo proposito occorre rilevare che tale obiezione, là dove fa riferimento all’articolo 2112 del codice civile,
solleva una questione attinente non già alla ricevibilità del primo quesito pregiudiziale, bensì alla competenza
della Corte.
Orbene, se certo, a norma dell’articolo 267, primo comma, TFUE, la Corte è competente a statuire, in via
pregiudiziale, sull’interpretazione dei Trattati nonché sulla validità e sull’interpretazione degli atti adottati dalle
istituzioni, dagli organi e dagli organismi dell’Unione, nondimeno l’interpretazione del diritto nazionale non
rientra nella sua sfera di attribuzioni.
Tuttavia, contrariamente a quanto asseriscono Telecom Italia e TIIT, il giudice del rinvio non chiede alla Corte
un’interpretazione del proprio diritto nazionale, alla quale detto giudice ha già proceduto.
Inoltre, il punto se la nozione di «preesistenza» sia estranea alla direttiva 2001/23 non esula dalla competenza
della Corte, dal momento che esso non riguarda la ricevibilità della prima questione, bensì attiene al merito di
quest’ultima (v., per analogia, sentenza del 27 giugno 2013, VG Wort e a., da C‑457/11 a C‑460/11, punto 46).
Risulta così dall’insieme delle considerazioni che precedono che la prima questione sollevata dal Tribunale di
Trento è ricevibile.
Nel merito
In via preliminare, occorre ricordare che la direttiva 2001/23 è applicabile in tutti i casi di cambiamento,
nell’ambito di rapporti contrattuali, della persona fisica o giuridica responsabile della gestione dell’impresa, la
quale assume le obbligazioni del datore di lavoro nei confronti dei dipendenti dell’impresa medesima (v.
sentenza del 20 gennaio 2011, CLECE, C‑463/09, Racc. pag. I‑95, punto 30 e la giurisprudenza ivi citata).

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Secondo una consolidata giurisprudenza, per stabilire se sussista un «trasferimento» dell’impresa, ai sensi
dell’articolo 1, paragrafo 1, della direttiva 2001/23, il criterio decisivo è quello di accertare se l’entità in
questione conservi la propria identità dopo essere stata rilevata dal nuovo datore di lavoro (v. in tal senso, in
particolare, sentenza del 6 settembre 2011, Scattolon, C‑108/10, Racc. pag. I‑7491, punto 60 e la
giurisprudenza ivi citata).
Tale trasferimento deve riguardare un’entità economica organizzata in modo stabile, la cui attività non si limiti
all’esecuzione di un’opera determinata. Costituisce un’entità siffatta qualsiasi complesso organizzato di persone
e di elementi, il quale consenta l’esercizio di un’attività economica che sia finalizzata al perseguimento di uno
specifico obiettivo e sia sufficientemente strutturata ed autonoma (v. sentenze del 10 dicembre 1998,
Hernández Vidal e a., C‑127/96, C‑229/96 e C‑74/97, Racc. pag. I‑8179, punti 26 e 27; del 13 settembre 2007,
Jouini e a., C‑458/05, Racc. pag. I‑7301, punto 31, nonché Scattolon, cit., punto 42).
Ne consegue che, ai fini dell’applicazione di detta direttiva, l’entità economica in questione deve in particolare,
anteriormente al trasferimento, godere di un’autonomia funzionale sufficiente, là dove la nozione di autonomia
si riferisce ai poteri, riconosciuti ai responsabili del gruppo di lavoratori considerato, di organizzare, in modo
relativamente libero e indipendente, il lavoro in seno a tale gruppo e, più specificamente, di impartire istruzioni
e distribuire compiti ai lavoratori subordinati appartenenti al gruppo medesimo, e ciò senza intervento diretto da
parte di altre strutture organizzative del datore di lavoro (sentenza Scattolon, cit., punto 51 e la giurisprudenza
ivi citata).
Tale conclusione è corroborata dall’articolo 6, paragrafo 1, primo e quarto comma, della direttiva 2001/23,
relativo alla rappresentanza dei lavoratori, a norma del quale tale direttiva è destinata ad applicarsi a qualsiasi
trasferimento che soddisfi le condizioni enunciate all’articolo 1, paragrafo 1, della direttiva medesima,
indipendentemente dal fatto che l’entità economica trasferita conservi o meno la propria autonomia nella
struttura del cessionario (v., in tal senso, sentenza del 12 febbraio 2009, Klarenberg, C‑466/07,
Racc. pag. I‑803, punto 50).
Infatti, l’impiego, al citato articolo 6, paragrafo 1, primo e quarto comma, del termine «conservi» implica che
l’autonomia dell’entità ceduta deve, in ogni caso, preesistere al trasferimento.
Pertanto, qualora risultasse, nel procedimento principale, che l’entità trasferita di cui trattasi non disponeva,
anteriormente al trasferimento, di un’autonomia funzionale sufficiente – circostanza questa che spetta al giudice
del rinvio verificare –, tale trasferimento non ricadrebbe sotto la direttiva 2001/23. In tal caso, dalla direttiva
non deriverebbe alcun obbligo di mantenimento dei diritti dei lavoratori trasferiti.
Ciò detto, la direttiva sopra menzionata non deve essere letta nel senso che vieti ad uno Stato membro di
prevedere un siffatto mantenimento dei diritti dei lavoratori nella situazione evocata al punto precedente della
presente sentenza.
Infatti, il considerando 3 della direttiva 2001/23 afferma che occorre adottare le disposizioni necessarie per
proteggere i lavoratori in caso di cambiamento dell’imprenditore, in particolare per assicurare il mantenimento
dei loro diritti.
Pertanto, il citato considerando evidenzia il rischio rappresentato, per il mantenimento dei diritti dei lavoratori,
dalla situazione di subentro di un nuovo imprenditore, nonché la necessità di tutelare i lavoratori dinanzi a tale
rischio mediante l’adozione di opportune disposizioni.
Dunque, la semplice mancanza di autonomia funzionale dell’entità trasferita non può, di per sé, costituire un
ostacolo a che uno Stato membro garantisca nel proprio ordinamento interno il mantenimento dei diritti dei
lavoratori dopo il cambiamento dell’imprenditore.
Tale conclusione è corroborata dall’articolo 8 della direttiva 2001/23, il quale dispone che quest’ultima non
pregiudica la facoltà degli Stati membri di applicare o di introdurre disposizioni legislative, regolamentari o
amministrative più favorevoli ai lavoratori.
Infatti, la direttiva summenzionata è intesa soltanto ad un’armonizzazione parziale della materia in oggetto, e
non mira ad instaurare un livello di tutela uniforme per tutta l’Unione secondo criteri comuni, bensì a garantire
che il lavoratore interessato sia tutelato, nei suoi rapporti con il cessionario, allo stesso modo in cui lo era nei
suoi rapporti con il cedente, in forza delle norme giuridiche dello Stato membro interessato (v., in tal senso,
sentenze del 12 novembre 1992, Watson Rask e Christensen, C‑209/91, Racc. pag. I‑5755, punto 27, nonché
del 6 novembre 2003, Martin e a. C‑4/01, Racc. pag. I‑12859, punto 41).
Alla luce di tutte le considerazioni che precedono, occorre rispondere alla prima questione sollevata dichiarando
che l’articolo 1, paragrafo 1, lettere a) e b), della direttiva 2001/23 deve essere interpretato nel senso che non
osta ad una normativa nazionale, come quella oggetto del procedimento principale, la quale, in presenza di un
trasferimento di una parte di impresa, consenta la successione del cessionario al cedente nei rapporti di lavoro
nell’ipotesi in cui la parte di impresa in questione non costituisca un’entità economica funzionalmente autonoma
preesistente al suo trasferimento.
Sulla seconda questione
Con la sua seconda questione, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se l’articolo 1, paragrafo 1, lettere a) e
b), della direttiva 2001/23 debba essere interpretato nel senso che osta a una normativa nazionale, come quella
oggetto del procedimento principale, la quale consenta la successione del cessionario al cedente nei rapporti di

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lavoro nell’ipotesi in cui, dopo il trasferimento della parte di impresa considerata, tale cedente eserciti un
intenso potere di supremazia nei confronti del cessionario.
Sulla ricevibilità
Telecom Italia e TIIT sostengono che la seconda questione è irricevibile in quanto implica una valutazione dei
fatti.
A questo proposito occorre rilevare che la questione sollevata dal giudice del rinvio, intesa a stabilire se la
direttiva 2001/23 sia applicabile anche nell’ipotesi in cui, dopo il trasferimento di una parte di impresa, il
cedente eserciti un intenso potere di supremazia nei confronti del cessionario, riguarda l’interpretazione di tale
direttiva e, dunque, del diritto dell’Unione.
Dal momento che, a norma dell’articolo 267, primo comma, TFUE, la Corte è competente a statuire, in via
pregiudiziale, sull’interpretazione del diritto dell’Unione, la seconda questione sollevata dal Tribunale di Trento è
ricevibile.
Nel merito
Anzitutto, non risulta da alcuna disposizione della direttiva 2001/23 che il legislatore dell’Unione abbia voluto
che l’indipendenza del cessionario nei confronti del cedente costituisse un presupposto per l’applicazione della
direttiva stessa.
Poi, occorre ricordare come la Corte abbia in passato affermato che con la direttiva 77/187, come modificata
dalla direttiva 98/50, e in sostanza abrogata e sostituita dalla direttiva 2001/23, si è inteso disciplinare
qualunque mutamento giuridico della persona del datore di lavoro, qualora siano per il resto soddisfatte le altre
condizioni da essa stabilite, e che pertanto detta direttiva può essere applicata ad un trasferimento tra due
consociate di uno stesso gruppo, che costituiscono persone giuridiche distinte ognuna delle quali ha contratto
rapporti di lavoro specifici con i rispettivi dipendenti. A questo proposito è irrilevante il fatto che le società di cui
trattasi abbiano non soltanto gli stessi proprietari, ma anche la stessa direzione e gli stessi locali e siano
impegnate nell’esecuzione della stessa opera (sentenza del 2 dicembre 1999, Allen e a., C‑234/98,
Racc. pag. I‑8643, punto 17).
Nulla giustifica che, ai fini dell’applicazione della citata direttiva, l’unità del comportamento tenuto sul mercato
dalla capogruppo e dalle consociate prevalga sulla separazione formale tra queste società aventi personalità
giuridiche distinte. Infatti, una soluzione del genere, che porterebbe ad escludere dall’ambito di applicazione
della direttiva in parola i trasferimenti tra società di uno stesso gruppo, si porrebbe precisamente in contrasto
con l’obiettivo di tale direttiva, che è di garantire, per quanto possibile, il mantenimento dei diritti dei lavoratori
in caso di cambiamento dell’imprenditore, consentendo loro di rimanere al servizio del nuovo imprenditore alle
stesse condizioni pattuite con il cedente (sentenza Allen e a., cit., punto 20).
Di conseguenza, una situazione come quella oggetto del procedimento principale, in cui l’impresa cedente
esercita nei confronti del cessionario un intenso potere di supremazia, che si manifesta attraverso uno stretto
vincolo di committenza ed una commistione del rischio di impresa, non può costituire, di per sé, un ostacolo
all’applicazione della direttiva 2001/23.
Infine, una diversa interpretazione permetterebbe di eludere facilmente l’obiettivo perseguito da detta direttiva,
mirante, secondo una consolidata giurisprudenza della Corte, ad assicurare la continuità dei rapporti di lavoro
esistenti nell’ambito di un’entità economica, indipendentemente dal cambiamento di proprietario (sentenza
Klarenberg, cit., punto 40 e la giurisprudenza ivi citata).
Alla luce di tutte le considerazioni che precedono, occorre rispondere alla seconda questione sollevata
dichiarando che l’articolo 1, paragrafo 1, lettere a) e b), della direttiva 2001/23 deve essere interpretato nel
senso che non osta a una normativa nazionale, come quella oggetto del procedimento principale, la quale
consenta la successione del cessionario al cedente nei rapporti di lavoro nell’ipotesi in cui, dopo il trasferimento
della parte di impresa considerata, tale cedente eserciti un intenso potere di supremazia nei confronti del
cessionario.
Sulle spese
Nei confronti delle parti nel procedimento principale la presente causa costituisce un incidente sollevato dinanzi
al giudice nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute da altri soggetti per presentare
osservazioni alla Corte non possono dar luogo a rifusione.
Per questi motivi, la Corte (Nona Sezione) dichiara:
1) L’articolo 1, paragrafo 1, lettere a) e b), della direttiva 2001/23/CE del Consiglio, del 12 marzo
2001, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento
dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di
stabilimenti, deve essere interpretato nel senso che non osta ad una normativa nazionale, come
quella oggetto del procedimento principale, la quale, in presenza di un trasferimento di una parte di
impresa, consenta la successione del cessionario al cedente nei rapporti di lavoro nell’ipotesi in cui
la parte di impresa in questione non costituisca un’entità economica funzionalmente autonoma
preesistente al suo trasferimento.
2) L’articolo 1, paragrafo 1, lettere a) e b), della direttiva 2001/23 deve essere interpretato nel senso
che non osta a una normativa nazionale, come quella oggetto del procedimento principale, la quale

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CURIA - Documenti 21/01/18, 10(54

consenta la successione del cessionario al cedente nei rapporti di lavoro nell’ipotesi in cui, dopo il
trasferimento della parte di impresa considerata, tale cedente eserciti un intenso potere di
supremazia nei confronti del cessionario.
Firme

* Lingua processuale: l’italiano.

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MERCKX E NEUHUYS

S E N T E N Z A D E L L A CORTE (Sesta Sezione)


7 marzo 1996 *

Nei procedimenti riuniti C-171/94 e C-172/94,

aventi ad oggetto domande di pronuncia pregiudiziale proposte alla Corte, a


norma dell'art. 177 del Trattato CE, dalla Cour du travail di Bruxelles nelle cause
dinanzi ad essa pendenti tra

Albert Merckx (C-171/94),

Patrick Neuhuys (C-172/94)

Ford Motors Company Belgium SA,

domande vertenti sull'interpretazione della direttiva del Consiglio 14 febbraio


1977, 77/187/CEE, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati
membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento
di imprese, di stabilimenti o di parti di stabilimenti (GU L 61, pag. 26),

* Lingua processuale: il francese.

I - 1267
SENTENZA 7. 3. 1996 — CAUSE RIUNITE C-171/94 E C-172/94

LA C O R T E (Sesta Sezione),

composta dai signori C.N. Kakouris, presidente di sezione, G.F. Mancini (relato-
re), RA. Schockweiler, P.J.G. Kapteyn e H . Ragnemalm, giudici,

avvocato generale: C O . Lenz


cancelliere: signora D. Louterman-Hubeau, amministratore principale

viste le osservazioni scritte presentate:

— per i signori Merckx e Neuhuys, dall'avv. Joan Dubaere, del foro di Bruxelles;

— per la Ford Motors Company Belgium SA, dagli avv.ti Cari Bevernage, Bernard
van de Walle de Ghelcke e Lue Vanaverbecke, del foro di Bruxelles;

— per il governo del Regno Unito, dal signor John E. Collins, del Treasury
Solicitor's Department, in qualità di agente, assistito dalla signora Eleanor
Sharpston, barrister;

— per la Commissione delle Comunità europee, dalla signora Marie Wolfcarius e


dal signor Christopher Docksey, membri del servizio giuridico, in qualità di
agenti,

vista la relazione d'udienza,

sentite le osservazioni orali dei signori Merckx e Neuhuys, della Ford Motors
Company Belgium SA, del governo del Regno Unito e della Commissione
all'udienza del 15 giugno 1995,

sentite le conclusioni dell'avvocato generale, presentate all'udienza del 6 luglio


1995,

ha pronunciato la seguente

I -1268
MERCKX E NEUHUYS

Sentenza

1 Con due sentenze in data 15 giugno 1994, pervenute alla Corte il 22 giugno
seguente, la Cour du travail di Bruxelles ha posto, ai sensi dell'art. 177 del Trattato
CE, una questione pregiudiziale relativa all'interpretazione della direttiva del Con-
siglio 14 febbraio 1977, 77/187/CEE, concernente il ravvicinamento delle legisla-
zioni degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso
di trasferimento di imprese, di stabilimenti o di parti di stabilimenti ( G U L 61, pag.
26; in prosieguo: la «direttiva»).

2 Tale questione è stata sollevata nell'ambito di due controversie che oppongono, da


un lato, il signor Merckx e, dall'altro, il signor Neuhuys alla Ford Motors Com-
pany Belgium SA (in prosieguo: la «Ford») circa le conseguenze, sui contratti di
lavoro conclusi dai signori Merckx e Neuhuys con la Anfo Motors SA (in prosie-
guo: la «Anfo Motors»), della cessazione dell'attività di quest'ultima impresa e del
rilevamento, da parte della SA Novarobel (in prosieguo: la «Novarobel»), della
concessione di vendita di autoveicoli precedentemente detenuta dalla Anfo Motors.

L'ambito normativo e i fatti della causa principale

3 Come risulta dal secondo 'considerando', la direttiva mira a «proteggere i lavora-


tori in caso di cambiamento di imprenditore, in particolare per assicurare il man-
tenimento dei loro diritti». A tal fine, essa prevede, all'art. 3, n. 1, il trasferimento
al cessionario dei diritti e degli obblighi che risultano per il cedente da un contratto
di lavoro esistente alla data del trasferimento. L'art. 4, n. 1, primo comma,
aggiunge che il trasferimento di un'impresa, di uno stabilimento o di una parte di
stabilimento non è di per sé motivo di licenziamento da parte del cedente o del ces-
sionario.

I -1269
SENTENZA 7. 3. 1996 — CAUSE RIUNITE C-171/94 E C-172/94

4 Ai sensi dell'art. 1, n. 1, la direttiva si applica ai trasferimenti di imprese, di stabi-


limenti o di parti di stabilimenti ad un nuovo imprenditore in seguito a cessione
contrattuale o a fusione.

5 Le disposizioni della direttiva sono state attuate in diritto belga mediante il con-
tratto collettivo 7 giugno 1985, n. 32 bis, che riguarda il mantenimento dei diritti
dei lavoratori in caso di cambiamento del datore di lavoro a seguito di un trasfe-
rimento contrattuale di impresa e che disciplina i diritti dei lavoratori riassunti in
caso di rilevamento dell'attivo dopo fallimento o concordato giudiziario per
abbandono dell'attivo, approvato con regio decreto 25 luglio 1985 (Moniteur belge
del 9 agosto 1985, pag. 11527).

6 Al tempo dei fatti controversi, i signori Merckx e Neuhuys erano venditori presso
la Anfo Motors. Quest'ultima esercitava un'attività di vendita di autoveicoli in un
certo numero di comuni dell'agglomerato urbano di Bruxelles in qualità di conces-
sionaria della Ford, che era anche il suo principale azionista.

7 Ľ 8 ottobre 1987, la Anfo Motors comunicava ai signori Merckx e Neuhuys che


avrebbe cessato ogni attività il 31 dicembre 1987 e che, a decorrere dal 1 ° n o v e m -
bre 1987, la Ford avrebbe lavorato, nei comuni coperti dalla concessione della
Anfo Motors, con un concessionario indipendente, la Novarobel. Quest'ultima
avrebbe rilevato 14 dei 64 lavoratori della Anfo Motors, con mantenimento delle
loro mansioni, della loro anzianità e di tutti gli altri benefici contrattuali, in con-
formità alle disposizioni del contratto collettivo n. 32 bis.

8 Per il resto la Anfo Motors inviava ai suoi clienti una lettera per informarli della
cessazione della sua attività e raccomandare loro i servizi del nuovo concessionario.

I -1270
MERCKX E NEUHUYS

9 Con lettere 27 ottobre 1987, i signori Merckx e Neuhuys rifiutavano il trasferi-


mento proposto, sostenendo che la Anfo Motors non poteva imporre loro di lavo-
rare per un'altra ditta, stabilita in un altro luogo, e in condizioni di lavoro diffe-
renti, senza alcuna garanzia circa il mantenimento della clientela e la realizzazione
di un fatturato di vendita. Essi ritenevano quindi che la decisione della Anfo
Motors costituisse una risoluzione unilaterale del contratto di lavoro e chiedevano
il versamento di un'indennità di licenziamento, nonché degli importi dovuti ad
altro titolo.

10 Con lettere 30 ottobre e 2 novembre 1987, la Anfo Motors confermava ai signori


Merckx e Neuhuys il trasferimento del loro contratto alla Novarobel e sosteneva
che, con un accordo collettivo del 30 ottobre, le organizzazioni sindacali avevano
riconosciuto l'applicazione del contratto collettivo n. 32 bis e quindi la validità dei
trasferimenti. Essa invitava i signori Merckx e Neuhuys a presentarsi immediata-
mente presso la Novarobel, altrimenti la Anfo Motors avrebbe reclamato il paga-
mento di un'indennità di risoluzione.

1 1 I signori Merckx e Neuhuys non davano seguito a tale invito e, dopo un altro
scambio di corrispondenza rimasto infruttuoso, adivano il Tribunal du travail di
Bruxelles per far condannare, innanzi tutto, la Anfo Motors e, quindi, la Ford, che
le era succeduta in giudizio, a pagare loro diversi importi a titolo di indennità di
risoluzione, di evizione e di chiusura, nonché di percentuale del premio di fine
anno. La Anfo Motors presentava due domande riconvenzionali intese a far con-
dannare i signori Merckx e Neuhuys a versarle indennità di risoluzione. Con sen-
tenze 20 luglio 1990 il Tribunal du travail dichiarava infondate le domande princi-
pali e irricevibili le domande riconvenzionali.

12 I signori Merckx e Neuhuys presentavano appello contro queste sentenze dinanzi


alla Cour du travail di Bruxelles mentre la Ford presentava appelli incidentali. Gli
appellanti in via principale hanno sostenuto che le circostanze non erano costitu-
tive di un trasferimento di impresa ai sensi del contratto collettivo n. 32 bis, ma di
una chiusura di impresa. L'appellata in via principale ha sostenuto la tesi opposta.

I -1271
SENTENZA 7. 3. 1996 — CAUSE RIUNITE C-171/94 E C-172/94

13 Il giudice nazionale ha innanzi tutto constatato che, in conformità ad una «conven-


zione e garanzia» conclusa con la Novarobel il 15 ottobre 1987, la Ford ha deciso
di porre fine all'attività della sua filiale Anfo Motors e di affidare la concessione di
vendita gestita da quest'ultima società alla Novarobel, che rilevava talune attività
svolte nell'ambito della Anfo Motors, in conformità al contratto collettivo n. 32
bis, mediante garanzie da parte della Ford. Esso ha poi osservato che, anche se è
vero che la Ford era l'azionista principale della Anfo Motors, in realtà è quest'ul-
tima che ha deciso di porre fine alla sua attività. Infine, il giudice nazionale ha rile-
vato che nessuna convenzione legava la Anfo Motors alla Novarobel, che la Anfo
Motors ha licenziato più di tre quarti dei suoi dipendenti ed ha versato loro le
indennità di chiusura di impresa previste dalla legge, che nessun elemento patrimo-
niale è stato trasferito dalla Anfo Motors alla Novarobel e che non risulta che la
Anfo Motors abbia trasmesso il suo schedario clienti alla Novarobel.

1 4 In considerazione di quanto precede, la Cour dutravail di Bruxelles ha deciso di


sospendere il procedimento e di chiedere alla Corte di pronunciarsi, in via pregiu-
diziale sulla seguente questione, formulata in termini identici nelle due cause:

«Se vi sia trasferimento di impresa ai sensi della direttiva del Consiglio 14 febbraio
1977, 77/187/CEE, quando un'impresa, che ha deciso di porre termine alla sua atti-
vità il 31 dicembre 1987, licenzia la maggior parte del suo personale, mantenendo
alle proprie dipendenze soltanto quattordici persone su un totale di oltre sessanta,
decide che queste quattordici persone, nel rispetto dei diritti da esse maturati,
dovranno lavorare dal 1 ° novembre 1987 in un'impresa alla quale non è vincolata
da alcun accordo, ma che dal 15 ottobre 1987 fruisce della concessione di vendita
da essa in precedenza detenuta, e quando la prima società non ha ceduto nessun
elemento patrimoniale alla seconda».

15 Tale questione mira in sostanza ad accertare, innanzi tutto, se l'art. 1, n. 1, della


direttiva debba essere interpretato nel senso che rientra nel suo campo di applica-
zione una situazione in cui un'impresa titolare di una concessione di vendita di
autoveicoli per un territorio determinato ponga fine alla sua attività e la conces-
sione venga allora trasferita ad un'altra impresa che rileva una parte del personale e
beneficia di una promozione presso la clientela, senza che siano trasferiti elementi
patrimoniali. In secondo luogo, tenuto conto delle circostanze delle cause princi-
pali e al fine di fornire una soluzione utile al giudice nazionale, occorre accertare se

I -1272
MERCKX E NEUHUYS

l'art. 3, n. 1, della direttiva, si opponga a che un lavoratore occupato dal cedente


alla data del trasferimento di impresa non accetti il trasferimento del suo contratto
o del suo rapporto di lavoro al cessionario.

Sull'esistenza di un trasferimento ai sensi della direttiva

16 Per quanto riguarda la prima parte della questione così riformulata, occorre ricor-
dare che, secondo una giurisprudenza costante, il criterio decisivo per stabilire se si
configuri un trasferimento ai sensi della direttiva consiste nella circostanza che
l'entità in questione conservi la propria identità, il che risulta in particolare dal
fatto che la sua gestione sia stata effettivamente proseguita o ripresa (v., in partico-
lare, sentenza 19 maggio 1992, causa C-29/91, Redmond Stichting, Racc. pag.
I-3189, punto 23).

17 Per determinare se questa condizione sia soddisfatta si deve prendere in conside-


razione il complesso delle circostanze di fatto che caratterizzano l'operazione di
cui trattasi, fra le quali rientrano in particolare il tipo di impresa o di stabilimento
in questione, la cessione o meno degli elementi materiali, quali gli edifici ed i beni
mobili, il valore degli elementi immateriali al momento della cessione, la riassun-
zione o meno della maggior parte del personale da parte del nuovo imprenditore, il
trasferimento o meno della clientela, nonché il grado di analogia delle attività eser-
citate prima e dopo la cessione e la durata di un'eventuale sospensione di tali atti-
vità. Va tuttavia precisato che tutti questi elementi sono soltanto aspetti parziali
della valutazione complessiva cui si deve procedere e non possono, perciò, essere
considerati isolatamente (citata sentenza Redmond Stichting, punto 24).

18 Alla luce di questi principi occorre constatare che, nella situazione che costituisce
oggetto delle controversie dinanzi al giudice nazionale, la Ford, azionista principale
della Anfo Motors, ha trasferito alla Novarobel la concessione di vendita di auto-
veicoli nel territorio coperto dalla Anfo Motors e ha pertanto trasmesso al di fuori
del suo gruppo il rischio economico collegato a questa attività, che la Novarobel ha
continuato senza interruzione l'attività svolta dalla Anfo Motors nello stesso

I - 1273
SENTENZA 7. 3. 1996 — CAUSE RIUNITE C-171/94 E C-172/94

settore a condizioni analoghe, che essa ha rilevato una parte del personale e che ha
beneficiato di una promozione presso la clientela, destinata ad assicurare una con-
tinuità nello sfruttamento della concessione di vendita.

19 Tutti questi elementi, considerati nel loro complesso, consentono di ritenere che il
trasferimento della concessione di vendita in circostanze quali quelle della causa
principale può entrare nel campo di applicazione della direttiva. Occorre tuttavia
esaminare se talune circostanze fatte valere dalle appellanti nella causa principale
non siano tali da invalidare questa constatazione.

20 Innanzi tutto i signori Merckx e Neuhuys hanno sostenuto che, nella fattispecie di
cui alla causa principale, non vi è stato né trasferimento di elementi materiali o
immateriali dell'impresa né mantenimento, quanto meno parziale, della struttura e
dell'organizzazione dell'impresa. Per il resto, la sede della Novarobel sarebbe
situata in comuni dell'agglomerato urbano di Bruxelles diversi da quelli in cui la
Anfo Motors esercitava la sua attività.

21 Tali circostanze non sono tali da porre ostacolo all'applicazione della direttiva, in
quanto, tenuto conto della natura dell'attività svolta, il trasferimento di elementi
patrimoniali non è determinante affinché l'entità di cui trattasi conservi la sua iden-
tità economica (v., in tal senso, sentenza 14 aprile 1994, causa C-392/92, Schmidt,
Racc. pag. I-1311, punto 16). Infatti, l'attività di una concessione esclusiva di ven-
dita di autoveicoli di una marca determinata in un certo settore conserva il suo
oggetto anche se è svolta sotto un altro nome, in locali diversi e con altre attrez-
zature. È anche indifferente il fatto che la sede si trovi in una zona diversa dello
stesso agglomerato urbano, qualora il territorio che costituisce oggetto della con-
cessione rimanga lo stesso.

22 In secondo luogo, i signori Merckx e Neuhuys hanno fatto rilevare che non vi
potrebbe essere trasferimento ai sensi della direttiva quando un'impresa ha defini-
tivamente cessato ogni attività ed è stata messa in liquidazione, come sarebbe

I - 1274
MERCKX E NEUHUYS

avvenuto nel caso della Anfo Motors. In tali condizioni, l'entità economica avrebbe
cessato di esistere e non avrebbe potuto conservare la sua identità.

23 A tal riguardo è sufficiente constatare che, se non si vuole pregiudicare l'obiettivo


di protezione dei lavoratori perseguito dalla direttiva, l'applicazione di quest'ul-
tima non può essere esclusa per il semplice fatto che l'impresa cedente ponga fine
alla sua attività al momento della cessione e costituisca successivamente oggetto di
una liquidazione. Quando l'attività di questa impresa viene continuata da un'altra
impresa, queste circostanze sono piuttosto tali da confermare l'esistenza di un tra-
sferimento ai sensi della direttiva.

24 In terzo luogo, secondo i signori Merckx e Neuhuys, il fatto che la maggior parte
del personale sia stata licenziata all'atto del trasferimento della concessione di ven-
dita comporterebbe che la direttiva non trova applicazione.

25 In forza dell'art. 4, n. 1, della direttiva, il trasferimento di un'impresa, di uno sta-


bilimento o di una parte di stabilimento non è di per sé motivo di licenziamento.
Tuttavia, questa disposizione non pregiudica i licenziamenti che possono aver
luogo per motivi economici, tecnici o di organizzazione che comportano variazioni
sul piano dell'occupazione.

26 Alla luce di quanto sopra, la circostanza che la maggior parte del personale sia stata
licenziata in occasione del trasferimento non è sufficiente per escludere l'applica-
zione della direttiva. Infatti, i licenziamenti di cui trattasi sono potuti avvenire per
motivi economici, tecnici o di organizzazione, nel rispetto dell'art. 4, n. 1, sopram-
menzionato e, d'altra parte, in ogni caso l'eventuale violazione di tale disposizione
non rimette in discussione l'esistenza di un trasferimento ai sensi della direttiva.

I - 1275
SENTENZA 7. 3. 1996 — CAUSE RIUNITE C-171/94 E C-172/94

27 Infine i signori Merckx e Neuhuys hanno sostenuto che, anche supponendo che un
trasferimento ai sensi della direttiva sia effettivamente avvenuto, ciò non derive-
rebbe da una cessione contrattuale come richiede l'art. 1 della direttiva. Infatti,
questa nozione comporterebbe necessariamente l'esistenza di un vincolo contrat-
tuale tra il cedente ed il cessionario. Ora, un tale vincolo mancherebbe nella fatti-
specie di cui alla causa principale.

28 A causa delle differenze tra le versioni linguistiche della direttiva e delle divergenze
tra gli ordinamenti nazionali sulla nozione di cessione contrattuale, la Corte ha
dato a questa nozione un'interpretazione sufficientemente elastica per rispondere
all'obiettivo della direttiva, che è quello di tutelare i lavoratori subordinati in caso
di trasferimento della loro impresa, ed ha affermato che tale direttiva si applicava in
tutti i casi di cambiamento, nell'ambito di rapporti contrattuali, della persona fisica
o giuridica responsabile dell'impresa, che assume le obbligazioni del datore di
lavoro nei confronti dei dipendenti dell'impresa stessa (v., in particolare, citata sen-
tenza Redmond Stichting, punti 10 e 11).

29 La Corte ha pertanto ritenuto che rientravano nella direttiva la risoluzione di un


contratto di affitto-gestione relativo ad un ristorante, seguita dalla conclusione di
un nuovo contratto di gestione con un altro gestore (sentenza 10 febbraio 1988,
causa 324/86, detta «Daddy's Dance Hall», Tellerup, Race. pag. 739), la risoluzione
di un contratto di locazione seguita da una vendita da parte del proprietario (sen-
tenza 15 giugno 1988, causa 101/87, Bork International, Race. pag. 3057) o ancora
una situazione in cui un'autorità pubblica decida di porre fine alla concessione di
sovvenzioni ad una persona giuridica provocando così la cessazione completa e
definitiva delle attività di quest'ultima per trasferirle ad un'altra persona giuridica
che persegue un fine analogo (citata sentenza Redmond Stichting).

30 Da questa giurisprudenza deriva che, affinché la direttiva trovi applicazione, non è


necessario che esistano rapporti contrattuali diretti tra il cedente ed il cessionario.
Di conseguenza, quando si pone fine ad una concessione di vendita di autoveicoli
con una prima impresa ed una nuova concessione di vendita viene attribuita ad
un'altra impresa che continua a svolgere la stessa attività, il trasferimento di
impresa deriva da una cessione contrattuale ai sensi della direttiva, come interpre-
tata dalla Corte.

I -1276
MERCKX E NEUHUYS

31 Per il resto, dal fascicolo risulta che, nella situazione che costituisce oggetto delle
controversie dinanzi al giudice nazionale, la Ford, principale azionista della Anfo
Motors, ha concluso con la Novarobel una «convenzione e garanzia» con la quale
si è in particolare impegnata a sostenere le spese relative a talune indennità di riso-
luzione, di evizione o di protezione eventualmente dovute dalla Novarobel al per-
sonale precedentemente occupato dalla Anfo Motors. Una tale circostanza con-
ferma l'esistenza di una cessione contrattuale ai sensi della direttiva.

32 Pertanto occorre risolvere la prima parte della questione così come sopra riformu-
lata dichiarando che l'art. 1, n. 1, della direttiva dev'essere interpretato nel senso
che rientra nel suo campo di applicazione una situazione in cui un'impresa titolare
di una concessione di vendita di autoveicoli per un territorio determinato pone fine
alla sua attività e la concessione viene allora trasferita ad un'altra impresa che rileva
una parte del personale e beneficia di una promozione presso la clientela, senza che
siano trasferiti elementi patrimoniali.

Sulla facoltà per il lavoratore di opporsi al trasferimento del contratto o del


rapporto di lavoro

33 Per quanto riguarda la seconda parte della questione così come sopra riformulata,
la Corte, nella sentenza 11 luglio 1985, causa 105/84, Danmols Inventar (Racc.
pag. 2639, punto 16), ha dichiarato che la tutela che la direttiva mira a garantire è
svuotata di contenuto quando lo stesso interessato decide spontaneamente di non
continuare il rapporto di lavoro, dopo il trasferimento, con il nuovo datore di
lavoro.

34 Risulta inoltre dalla sentenza 16 dicembre 1992, cause riunite C-132/91, C-138/91
e C-139/91, Katsikas e a. (Racc. pag. I-6577, punti 31 e 32), che la direttiva, anche
se consente al lavoratore di rimanere alle dipendenze del nuovo datore di lavoro
alle stesse condizioni di quelle pattuite con il cedente, non può essere interpretata
nel senso che essa obbliga il lavoratore a proseguire il rapporto di lavoro col
cessionario. U n obbligo del genere comprometterebbe i diritti fondamentali del

I - 1277
SENTENZA 7. 3. 1996 — CAUSE RIUNITE C-171/94 E C-172/94

lavoratore, il quale dev'essere libero di scegliere il suo datore di lavoro e non può
essere obbligato a lavorare per un datore di lavoro che non ha liberamente scelto.

35 N e consegue che, qualora il lavoratore decida liberamente di non proseguire il con-


tratto o il rapporto di lavoro col cessionario, spetta agli Stati membri stabilire la
disciplina riservata al contratto o al rapporto di lavoro. Gli Stati membri possono,
in particolare, disporre che in tal caso il contratto o il rapporto di lavoro va con-
siderato rescisso, su domanda del dipendente o su domanda del datore di lavoro.
Essi possono anche disporre che il contratto o il rapporto di lavoro continua col
cedente (citata sentenza Katsikas, punti 35 e 36).

36 I signori Merckx e Neuhuys hanno poi sostenuto che, nella fattispecie di cui alla
causa principale, la Novarobel ha rifiutato di garantire loro il mantenimento della
loro retribuzione, che era calcolata in funzione in particolare del fatturato realiz-
zato.

37 Relativamente a quest'affermazione, occorre far presente che, ai sensi dell'art. 4,


n. 2, della direttiva, se il contratto di lavoro o il rapporto di lavoro è rescisso in
quanto il trasferimento ai sensi dell'art. 1, n. 1, comporta a scapito del lavoratore
una sostanziale modifica delle condizioni di lavoro, la rescissione del contratto di
lavoro o del rapporto di lavoro è considerata come dovuta alla responsabilità del
datore di lavoro.

38 Ora, un cambiamento del livello della retribuzione concessa al lavoratore figura tra
le modifiche sostanziali delle condizioni di lavoro ai sensi di questa disposizione,
anche quando la retribuzione dipende in particolare dal fatturato realizzato.
Quando il contratto o il rapporto di lavoro è rescisso per il fatto che il trasferi-
mento comporta un tale cambiamento, la rescissione dev'essere considerata come
dovuta alla responsabilità del datore di lavoro.

I -1278
MERCKX E NEUHUYS

39 Pertanto, occorre risolvere la seconda parte della questione, così come riformulata,
nel senso che l'art. 3, n. 1, della direttiva non si oppone a che un lavoratore occu-
pato dal cedente alla data del trasferimento di impresa non accetti il trasferimento
del suo contratto o del suo rapporto di lavoro al cessionario. In tale ipotesi, spetta
agli Stati membri determinare la disciplina da applicare al contratto o al rapporto di
lavoro con il cedente. Tuttavia, quando il contratto o il rapporto di lavoro è
rescisso a causa di una modifica del livello della retribuzione concessa al lavoratore,
l'art. 4, n. 2, della direttiva impone agli Stati membri di prevedere che la rescissione
è dovuta alla responsabilità del datore di lavoro.

Sulle spese

40 Le spese sostenute dal governo del Regno Unito e dalla Commissione delle Comu-
nità europee, che hanno presentato osservazioni alla Corte, non possono dar luogo
a rifusione. Nei confronti delle parti nella causa principale il presente procedi-
mento costituisce un incidente sollevato dinanzi al giudice nazionale, cui spetta
quindi statuire sulle spese.

Per questi motivi,

LA C O R T E (Sesta Sezione),

pronunciandosi sulla questione sottopostale dalla Cour du travail di Bruxelles con


sentenze 15 giugno 1994, dichiara:

1) L'art. 1, n. 1, della direttiva del Consiglio 14 febbraio 1977, 77/187/CEE, con-


cernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al
mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento di imprese,

I - 1279
SENTENZA 7. 3. 1996 — CAUSE RIUNITE C-171/94 E C-172/94

di stabilimenti o di parti di stabilimenti, dev'essere interpretato nel senso che


rientra nel suo campo di applicazione una situazione in cui un'impresa tito-
lare di una concessione di vendita di autoveicoli per un territorio determi-
nato pone fine alla sua attività e la concessione viene allora trasferita ad
un'altra impresa che rileva una parte del personale e beneficia di una promo-
zione presso la clientela, senza che siano trasferiti elementi patrimoniali.

2) L'art. 3, n. 1, della direttiva 77/187, non si oppone a che un lavoratore occu-


pato dal cedente alla data del trasferimento di impresa non accetti il trasfe-
rimento al cessionario del suo contratto o del suo rapporto di lavoro. In tale
ipotesi, spetta agli Stati membri determinare la disciplina da applicare al con-
tratto o al rapporto di lavoro con il cedente. Tuttavia, quando il contratto o
il rapporto di lavoro è rescisso a causa di una modifica del livello della retri-
buzione concessa al lavoratore, l'art. 4, n. 2, della direttiva impone agli Stati
membri di prevedere che la rescissione è dovuta alla responsabilità del datore
di lavoro.

Kakouris Mancini Schockweiler

Kapteyn Ragnemalm

Così deciso e pronunciato a Lussemburgo il 7 marzo 1996.

Il cancelliere Il presidente della Sesta Sezione

R. Grass C.N. Kakouris

I - 1280
Archivio selezionato: Sentenze Cassazione civile
Autorità: Cassazione civile sez. VI
Data: 21/09/2017
n. 22005
Classificazioni: LAVORO SUBORDINATO (Rapporto di) - Trasferimento d'azienda - - in genere

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE


SEZIONE SESTA CIVILE
SOTTOSEZIONE L
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. CURZIO Pietro - Presidente -
Dott. DORONZO Adriana - rel. Consigliere -
Dott. ARIENZO Rosa - Consigliere -
Dott. ESPOSITO Lucia - Consigliere -
Dott. FERNANDES Giulio - Consigliere -
ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA
sul ricorso 20113/2015 proposto da:
TELECOM ITALIA S.P.A., in persona del legale rappresentante pro
tempore elettivamente domiciliata in ROMA, L.G. FARAVELLI 22, presso
lo studio degli avvocati ARTURO MARESCA, ROBERTO ROMEI, FRANCO
RAIMONDO BOCCIA ed ENZO MORRICO, che la rappresentano e difendono
unitamente e disgiuntamente;
- ricorrente -
contro
M.R., elettivamente domiciliato in ROMA, C.SO VITTORIO
EMANUELE II, 269, presso lo studio dell'avvocato LUCA SILVESTRI,
rappresentato e difeso dall'avvocato ERNESTO MARIA CIRILLO;
- controricorrente -
avverso la sentenza n. 1110/2015 della CORTE D'APPELLO di NAPOLI,
depositata il 25/02/2015;
udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non
partecipata del 19/07/2017 dal Consigliere Dott. ADRIANA DORONZO.

Fatto
RILEVATO IN FATTO

che:

1. la Corte di Appello di Napoli ha confermato la decisione del giudice di primo grado che aveva
accolto la domanda dell'attuale parte intimata di accertamento dell'inefficacia del trasferimento del
ramo d'azienda effettuato da Telecom Italia s.p.a. alla Telepost s.p.a. con conseguente persistenza
del rapporto di lavoro con la impresa cedente.

2. La Corte territoriale, ribadito l'onere inderogabile dell'impresa cedente di dimostrare la


conformità dell'operazione di traslazione del ramo ai requisiti dell'art. 2112 c.c. e richiamata la
giurisprudenza di legittimità sulla cessione del ramo d'azienda (Cass. 20422/2012; 5678/2013;
9875/2014; 11575/2014) e, in particolare, del ramo in oggetto, denominato Document
management, ha escluso che la cessione avesse riguardato lavoratori dotati di particolare
specializzazione e, in definitiva, un'articolazione aziendale in grado di presentarsi sul mercato in
modo autosufficiente; pertanto, ha rilevato che, nella specie, la cessione si era risolta nel
trasferimento di una pluralità di contratti di lavoro.

3. Telecom Italia s.p.a. ha proposto ricorso per la cassazione di tale sentenza, affidato ad un
motivo e il lavoratore intimato ha resistito con controricorso.
4. La proposta del relatore è stata comunicata alle parti ai sensi dell'art. 360 bis c.p.c.. Il collegio
ha disposto di adottare una motivazione semplificata.

Diritto
CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

1. il ricorso è qualificabile come manifestamente infondato, tenuto conto della costante


giurisprudenza di questa Corte formatasi con riferimento alla medesima vicenda traslativa (cfr., ex
multis, Cass. 5425/2015 e numerose altre).

2. "L'art. 2112 c.c., sia nel testo sostituito dal D.Lgs. n. 18 del 2001, art. 1, vigente a decorrere dal
1 luglio 2001, sia nel testo modificato dal D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 32, applicabile, ratione
temporis, alla presente controversia, ha mantenuto immutata la definizione di "trasferimento di
parte dell'azienda" nella parte in cui essa è "intesa come articolazione funzionalmente autonoma di
un'attività economica organizzata". Tale nucleo della disposizione è rimasto intatto, non essendo
stato toccato dalle modifiche normative che hanno invece riguardato, con riferimento
all'articolazione appena descritta, la soppressione dell'inciso "preesistente come tale al
trasferimento e che conserva nel trasferimento la propria identità" e l'aggiunta testuale "identificata
come tale dal cedente e dal cessionario al momento del suo trasferimento".

3. La nozione di trasferimento di ramo d'azienda nella parte di testo non modificata è coerente con
la disciplina in materia dell'Unione Europea (direttiva 12 marzo 2001, 2001/23/CE, che ha
proceduto alla codificazione della direttiva 14 febbraio 1977, 77/187/CEE, come modificata dalla
direttiva 29 giugno 1998, 98/50/CE) secondo cui "è considerato come trasferimento ai sensi della
presente direttiva quello di una entità economica che conserva la propria identità, intesa come un
insieme di mezzi organizzati al fine di svolgere un'attività economica, sia essa essenziale o
accessoria" (art. 1, n. 1, direttiva 2001/23).

4. La Corte di Giustizia, cui compete il monopolio interpretativo del diritto comunitario vivente
(ex phirimis: Cass. n. 19740 del 2008), ha ripetutamente individuato la nozione di entità
economica come complesso organizzato di persone e di elementi che consenta l'esercizio di
un'attività economica finalizzata al perseguimento di un determinato obbiettivo (cfr. Corte di
Giustizia, 11 marzo 1997, C13/95, Suzen, punto 13; Corte di Giustizia, 20 novembre 2003,
C340/2001, Abler, punto 30; Corte di Giustizia, 15 dicembre 2005, C232/04 e C-233/04,
Guney-Gorres e Demir, punto 32) e sia sufficientemente strutturata ed autonoma (cfr. Corte di
Giustizia, 10 dicembre 1998, Hernandez Vidal, C-127/96, C-229/96, C-74/97, punti 26 e 27; Corte
di Giustizia, 13 settembre 2007, Jouini, C-458/05, punto 31; Corte di Giustizia, 6 settembre 2011,
C-108/10, Scattolon, punto 60).

5. Il criterio selettivo dell'autonomia funzionale del ramo d'azienda ceduto, letto conformemente
alla disciplina dell'Unione, consente di affrontare e scongiurare ipotesi in cui le operazioni di
trasferimento si traducano in forme incontrollate di espulsione di personale.

6. Pertanto nessuna censura può essere addebitata alla sentenza impugnata laddove assume il
canone della "articolazione funzionalmente autonoma" di un'attività economica organizzata quale
pre-requisito indispensabile per configurare una efficace cessione del contratto di lavoro senza il
consenso del lavoratore, prima ed oltre la questione della preesistenza del ramo ceduto.

7. Peraltro sull'aspetto della preesistenza del ramo ceduto di recente la Corte di Giustizia,
pregiudizialmente sollecitata da un giudice italiano proprio in riferimento alla formulazione
dell'art. 2112 c.c., novellata dall'art. 32 del cit. D.Lgs., ha testualmente ritenuto che "L'art. 1, par.
1, lett. a) e b), della direttiva 2001/23/CE del Consiglio, del 12 marzo 2001,..., deve essere
interpretato nel senso che non osta ad una normativa nazionale, come quella oggetto del
procedimento principale, la quale, in presenza di un trasferimento di una parte di impresa,
consenta la successione del cessionario al cedente nei rapporti di lavoro nell'ipotesi in cui la parte
di impresa in questione non costituisca un'entità economica funzionalmente autonoma preesistente
al suo trasferimento" (CGUE, 6 marzo 2014, C-458/12, Amatori ed a.)" (così Cass. 5425/2015).

8. In definitiva come questa S.C. ha già avuto modo di statuire in numerose e analoghe
controversie concernenti il trasferimento di rami d'azienda da Telecom Italia S.p.A. (cfr., ad es.,
Cass. n. 18675/14), ai sensi dell'art. 2112 c.c. (sia nel testo previgente, sia in quello modificato, in
applicazione della direttiva n. 50/98/CE, dal D.Lgs. 2 febbraio 2001, n. 18, applicabile ratione
temporis) deve intendersi come ramo autonomo d'azienda, in quanto tale suscettibile di
trasferimento riconducibile alla disciplina della norma citata, ogni entità economica organizzata in
maniera stabile la quale, in occasione del trasferimento medesimo, conservi la propria identità.

9. Ciò presuppone una preesistente realtà produttiva autonoma e funzionalmente esistente e non
una struttura produttiva creata ad hoc in occasione del trasferimento, o come tale identificata dalle
parti del negozio traslativo, essendo preclusa l'esternalizzazione come forma incontrollata di
espulsione di frazioni non coordinate fra loro, di semplici reparti o uffici, di articolazioni non
autonome, unificate soltanto dalla volontà dell'imprenditore e non dall'inerenza dei rapporti di
lavoro ad un ramo di azienda già costituito (cfr., Cass. n. 8017/06; Cass. n. 2489/08 nonchè, in
controversie pressochè analoghe alla presente, relative a cessione di rami Telecom, ex multis,
Cass. n. 21711/12; Cass. n. 20095/13; Cass. n. 22627/13; Cass. n. 22742/13; Cass. n. 9949/14;
Cass. 16262/2015).

10. Ne discende che si applica l'art. 2112 c.c., anche in caso di cessione di parte dello specifico
settore aziendale, purchè si tratti di un insieme organicamente finalizzato ex ante all'esercizio
dell'attività di impresa, con autonomia funzionale di beni e strutture già esistenti al momento del
trasferimento (e, dunque, non solo teorica o potenziale).

Inoltre, come già rilevato da Cass. n. 20422 del 2012, in vicenda traslativa concernente il
medesimo ramo d'azienda in oggetto, l'obiezione della società ricorrente - secondo cui basta che il
complesso dei beni trasferito sia funzionalmente idoneo a svolgere un determinato servizio, anche
perchè la giurisprudenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea prevede che possa aversi
azienda pur in presenza di un'esigua dotazione materiale - non è conferente perchè è proprio tale
idoneità ad essere stata motivatamente negata dall'impugnata sentenza.

Al riguardo, la Corte territoriale ha evidenziato che nemmeno i lavoratori coinvolti dal


trasferimento risultavano costituire un gruppo coeso per professionalità, precisi legami
organizzativi preesistenti alla cessione e specifico know how ovvero utilizzo di copyright, brevetti
o altro, tale da individuarli come una struttura unitaria funzionalmente idonea e non come una
mera sommatoria di dipendenti.

11. In conclusione, il ricorso va rigettato.

Le spese di lite, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza, con distrazione in favore
dell'avvocato Ernesto Maria Cirillo, dichiaratosi antistatario.

La circostanza che il ricorso sia stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013 impone di
dare atto dell'applicabilità del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto
dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 (sulla ratio della disposizione si rinvia a Cass. Sez. Un.
22035/2014 e alle numerose successive conformi).

PQM
P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese, liquidate in Euro
3000,00 per compensi professionali e Euro 100,00 per esborsi, oltre al rimborso forfettario del
15% delle spese generali e agli altri accessori di legge, da distrarsi in favore dell'avvocato Ernesto
Maria Cirillo.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dichiara sussistenti i presupposti per
il versamento, da parte del ricorrente, dell'ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, pari a
quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 -bis.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, il 19 luglio 2017.

Depositato in Cancelleria il 21 settembre 2017

Note
Utente: ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI
www.iusexplorer.it - 21.01.2018
© Copyright Giuffrè 2018. Tutti i diritti riservati. P.IVA 00829840156
Archivio selezionato: Sentenze Cassazione civile
Autorità: Cassazione civile sez. lav.
Data: 19/01/2017
n. 1316
Classificazioni: AZIENDA - In genere

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE


SEZIONE LAVORO
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. DI CERBO Vincenzo - Presidente -
Dott. BALESTRIERI Federico - Consigliere -
Dott. DE GREGORIO Federico - Consigliere -
Dott. ESPOSITO Lucia - Consigliere -
Dott. CINQUE Guglielmo - rel. Consigliere -
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso 15926-2011 proposto da:
S.P. C.F. (OMISSIS), + ALTRI OMESSI
- ricorrenti -
contro
W.T. S.P.A. (già Weather Investments S.P.A.), in
persona del Direttore pro tempore, elettivamente domiciliata in
ROMA, VIA L.G. FARAVELLI 22, presso lo studio dell'avvocato ARTURO
MARESCA, che la rappresenta e difende, giusta delega in atti;
- controricorrente -
e contro
FALLIMENTO (OMISSIS) S.P.A. (già (OMISSIS) S.P.A);
- intimato -
avverso la sentenza n. 492/2010 della CORTE D'APPELLO di MILANO,
depositata il 17/06/2010 R.G.N. 1323/2009;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del
02/11/2016 dal Consigliere Dott. GUGLIELMO CINQUE;
udito l'Avvocato CIVITELLI ANTONIO per delega Avvocato ZEZZA LUIGI;
udito l'Avvocato BOZZI CARLO per delega verbale Avvocato MARESCA
ARTURO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.
CELESTE Alberto che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. La Corte di appello di Milano, con la sentenza n. 492/2010, ha confermato - per quello che
interessa in questa sede - le pronunce n. 142/09 e n. 196/09 del Tribunale di Monza, rilevando che
l'operazione economica riguardante la cessione del Call Center di (OMISSIS), dalla W.T. spa alla
(OMISSIS) spa, fosse qualificabile come cessione di ramo di azienda agli effetti dell'art. 2112 c.c.
in quanto l'attività di cali center ceduta era già svolta dal cedente in forma funzionalmente
autonoma e debitamente strutturata e che il ramo costituiva, pertanto, un insieme di elementi
patrimoniali e personali idonei al raggiungimento di un fine economico-produttivo, nell'accezione
elaborata dalla giurisprudenza comunitaria.

2. Ricorrono per cassazione S.P. e gli altri dipendenti in epigrafe indicati con nove motivi di
ricorso.

3. Resiste con controricorso la W.T. spa.

4. Restano intimati, senza svolgere attività difensiva, sia il Fallimento (OMISSIS) spa che la
(OMISSIS) spa in bonis.
5. Sono state depositate memorie ex art. 378 c.p.c. nell'interesse delle parti costituite.

Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE

6. Preliminarmente va respinta l'eccezione di inammissibilità del ricorso, in quanto proposto oltre


il termine semestrale, e fondata sulla circostanza che gli atti di appello furono depositati il
27.7.2009 ed il 7.1.2010, ossia ben dopo l'entrata in vigore della riforma operata con la L. n. 69 del
2009, sollevata dalla W.T. spa. Al riguardo deve rilevarsi che, nella specie, si applica il testo
originario dell'art. 327 c.p.c. (la decadenza dell'impugnazione un anno dopo la pubblicazione della
sentenza impugnata) e non il nuovo testo, che riduce il termine utile a sei mesi, perchè esso si
applica, ai sensi della L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 58, comma 1, ai soli giudizi instaurati dopo la
sua entrata in vigore e, quindi, dal 4.7.2009, dal momento che bisogna avere riguardo al deposito
del ricorso di 1^ grado, restando irrilevante il momento di una successiva fase o di un successivo
grado di giudizio (Cass. n. 17060/2012 e Cass. n. 5249/2014).

7. Con il primo motivo i ricorrenti lamentano la violazione e/o falsa applicazione dell'art. 2112
c.c., in relazione alla mancata individuazione, da parte della Wind e della OSC, dell'oggetto del
contratto di cessione del ramo di azienda ceduto (art. 360 c.p.c., n. 3). In particolare sottolineano la
discordanza tra quanto previsto nella comunicazione di apertura della procedura di cui alla L. n.
428 del 1990, art. 47 ed il successivo contratto di cessione di cui viene lamentata anche la
genericità.

8. Con il secondo motivo si censura la contraddittoria motivazione della sentenza, circa un fatto
decisivo per il giudizio, in relazione alla ritenuta mancanza ed insussistenza di autonomia
funzionale delle attività di assistenza clienti eseguite presso il sito di (OMISSIS). A tal uopo si
evidenzia che l'attività di assistenza clienti veniva effettuata in vari siti dislocati in tutta Italia (e
non solo a (OMISSIS)) e che nel citato sito di Sesto venivano effettuate attività non solo di
assistenza clienti, ma anche funzioni esterne a tale segmento produttivo e non cedute alla OSC (le
quali erano necessarie al completamento e al compimento della attività di assistenza clienti
medesima), di talchè non si poteva parlare di una unitaria "entità economica" e costituire, quindi,
un ramo di azienda nel senso e nella accezione datane dalla giurisprudenza. Nè a tal fine poteva
essere rilevante, secondo l'assunto dei ricorrenti, la circostanza dell'intervenuta cessione dalla
Wind alla OSC spa dei rapporti di lavoro dei team leader e degli area manager, perchè il teste A.,
qualificatosi come responsabile di tutto il Call Center di (OMISSIS) ed in particolare dell'area
customer, era rimasto in Wind; analogo discorso poteva essere argomentato per il teste P.
responsabile dell'area consumer.

9. Con il terzo motivo i ricorrenti si dolgono della violazione e/o falsa applicazione dell'art. 2112
c.c., in relazione alla mancata cessione dalla Wind alla OSC spa dei beni materiali essenziali ed
indispensabili ai fini dell'esecuzione delle attività di assistenza clienti eseguite presso il sito di
(OMISSIS), costituiti dai sistemi applicativi ed informatici. Al riguardo osservano che l'avere
mantenuto in capo alla cedente alcuni beni (sistemi informatici) non consentiva di individuare
un'entità economica capace di dare vita ad un ciclo produttivo completo, in grado di funzionare
con gli stessi contenuti e con la stessa intensità già esistente presso Wind ravvisandosi, in
contrario, una ipotesi di smembramento non rientrante nell'art. 2112 c.c..

10. Con il quarto motivo si eccepisce l'omessa e/o insufficiente motivazione della sentenza circa
un fatto decisivo per il giudizio, in relazione alla asserita consuetudine per cui i beni essenziali per
la produzione del servizio richiesto, nel settore interessato alla cessione in esame, avrebbero
potuto non essere ceduti all'acquirente di ramo di azienda (art. 360 c.p.c., n. 5): ciò perchè non
viene spiegato in che cosa consisterebbe il carattere "consuetudinario" e quali sarebbero gli
elementi che avrebbero potuto determinare una completa rivisitazione della materia.

11. Con il quinto motivo i ricorrenti si dolgono della violazione e falsa applicazione dell'art. 2112
c.c., in relazione alla mancare ed insussistenza di autonomia operativa degli operatori addetti alla
attività di assistenza clienti eseguita presso il sito di (OMISSIS) (art. 360 c.p.c., n. 3) perchè ogni
lavoratore operante nel citato sito, interessato come tale alla cessione, mai aveva avuto libertà e
capacità di definire i contenuti della prestazione da effettuarsi, nonchè di definire i tempi e le
modalità cui porre in essere il servizio assistenza: e ciò, a differenza di quanto ritenuto dalla Corte
di appello di Milano, evidenziava la non ricorrenza e la non applicabilità dell'art. 2112 c.c. nella
parte in cui prevede che oggetto della cessione debba appunto essere una "articolazione
funzionalmente autonoma di una attività economicamente organizzata".

12. Con il sesto motivo si censura l'omessa e/o insufficiente motivazione della sentenza circa un
fatto decisivo per il giudizio, in relazione alla mancanza di autonomia operativa degli operatori
addetti all'attività di assistenza clienti eseguita presso il sito di (OMISSIS) (art. 360 c.p.c., n. 5),
per non avere spiegato la Corte di appello la sussistenza dell'autonomia del ramo ceduto e la sua
capacità di dare vita ad un ciclo produttivo completo, pur in presenza di una interazione tra il
personale di (OMISSIS) con quelli di altre strutture, ritenendo che fosse nella natura dell'attività di
assistenza clienti il fatto che obiettivi e procedure fossero fissati a livello centrale ed esternamente
al sito ove venivano eseguite.

13. Con il settimo motivo si deduce la contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo per il
giudizio, in relazione alla mancata ed insussistenza di autonomia operativa degli operatori addetti
alla attività di assistenza clienti eseguita presso il sito di (OMISSIS) (art. 360 c.p.c., n. 5) perchè la
Corte territoriale era giunta alla illogica e contraddittoria conclusione sull'autonomia del ramo
ceduto, pur dando atto che l'attività di assistenza clienti potesse completarsi solo con l'intervento di
personale ad esso esterno.

14. Con l'ottavo motivo i ricorrenti si dolgono della contraddittoria motivazione della sentenza
circa un fatto decisivo per il giudizio, in relazione alla mancanza ed insussistenza di autonomia
gestionale degli operatori addetti alle attività di assistenza clienti eseguita presso il sito di
(OMISSIS) (art. 360 c.p.c., n. 5) perchè il giudice di seconde cure, pur evidenziando la assoluta
impossibilità del centro di (OMISSIS), quanto alla organizzazione del rapporto tra personale ed
attività da eseguirsi, di potere decidere anche la destinazione degli addetti ad ogni singolo servizio
pervenendo ogni direttiva da personale non gestito dalla OSC spa, tuttavia non aveva ritenuto tali
circostanze, idonee ad inficiare la validità dell'operazione di trasferimento ex art. 2112 c.c..

15. Oggetto del nono motivo, proposto in via subordinata, è, infine, la richiesta di sospensione del
procedimento con il rinvio alla Corte di Giustizia affinchè la stessa si pronunzi sul seguente
quesito: se vi sia trasferimento di parti di impresa o di stabilimenti ai sensi dell'art. 1 della direttiva
del Consiglio 12.3.2001 23/01, concernente il riavvicinamento delle legislazioni degli Stati
membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento di imprese, di
stabilimenti o di parti di impresa o di stabilimenti, qualora il soggetto cedente tale parte di impresa
o di stabilimento trasferisca nella proprietà del soggetto acquirente a tempo indeterminato i soli
rapporti dei dipendenti addetti alla parte di impresa o di stabilimento ceduti, mantenga nella sua
proprietà i beni materiali essenziali ed indispensabili alla esecuzione dell'attività eseguita in e da
detta parte di impresa e stabilmente ceduti, e conceda in uso al medesimo soggetto acquirente tali
beni materiali essenziali ed indispensabili per la esecuzione delle relative attività per un tempo
determinato.

16. Il primo motivo è inammissibile per violazione del principio di autosufficienza del ricorso.

17. Infatti, il ricorrente ha l'onere, nel processo di legittimità, di indicare specificamente, a pena di
inammissibilità, i documenti su cui il motivo è fondato mediante la riproduzione diretta del
contenuto che sorregge la censura oppure attraverso la riproduzione indiretta di esso con
specificazione della parte del documento cui corrisponde l'indiretta riproduzione.

18. Nel caso in esame i ricorrenti lamentano una discordanza tra la comunicazione di apertura
della procedura prevista dalla L. n. 428 del 1990, art. 47 circa l'oggetto della futura prescritta
cessione, e quello che effettivamente è stato oggetto del trasferimento ma non hanno riprodotto
integralmente i due documenti per valutare la fondatezza della censura. Si sono limitati a
richiamare alcune espressioni dei documenti in questione, senza però riportare in modo esauriente
e puntuale il contenuto degli atti asseritamente male o insufficientemente valutati dal giudice di
merito precludendo, così, in sede di legittimità di valutare il vizio denunziato, se non sceverando,
compito non spettante alla Suprema Corte di estrapolare dal documento elementi rilevanti ai fini
del decidere.

19. Per esigenze di, pregiudizialità logico-giuridica, vanno preliminarmente esaminati i motivi
(terzo e quinto) con i quali si denunzia la violazione e falsa applicazione dell'art. 2112 c.c. della
gravata sentenza nella parte in cui ha ritenuto qualificabile l'operazione economica in esame come
cessione di ramo di azienda agli effetti dell'art. 2112 c.c. nonostante non fossero stati ceduti i beni
materiali essenziali ed indispensabili ai fini dell'esecuzione dell'attività di assistenza clienti
eseguite presso il sito di (OMISSIS), costituiti dai sistemi applicativi ed informatici e nonostante
gli operatori addetti alle attività di assistenza clienti, eseguita presso il suddetto sito, non
godessero di autonomia operativa in quanto non avevano alcuna libertà di determinare il benchè
minimo contenuto della prestazione da effettuarsi.

20. I motivi sono fondati.

21. I vizi denunziati sono quelli di violazione e falsa applicazione dell'art. 2112 c.c. e concernono
la ricerca e l'interpretazione della norma ritenuta regolatrice del caso concreto nonchè
l'applicazione della norma stessa al caso concreto una volta correttamente individuata ed
interpretata.

22. Nella fattispecie in esame gli elementi di fatto, posti a sostegno delle censure, sono
incontroversi.

23. La problematica riguarda la sussunzione della cessione nell'ambito applicativo dell'art. 2112
c.c..

24. Sul punto va ricordato il principio di questa Sezione (Cass. sent. n. 10542 del 25.2.2016), che
il Collegio condivide, secondo cui costituisce elemento costitutivo della cessione del ramo di
azienda prevista dall'art. 2112 c.c., anche nel testo modificato dal D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 32,
l'autonomia funzionale del ramo ceduto, ovvero la capacità di questo, già al momento dello
scorporo dal complesso cedente, di provvedere ad uno scopo produttivo con i propri mezzi,
funzionale ed organizzativi e quindi di svolgere - autonomamente dal cedente e senza integrazioni
di rilievo da parte del cessionario - il servizio o la funzione cui risultava finalizzato nell'ambito
dell'impresa cedente al momento della cessione, indipendentemente dal coevo contratto di
fornitura di servizi che venga contestualmente stipulato tra le parti".

25. Ebbene, ritiene il Collegio che la Corte territoriale non abbia fatto corretta applicazione di tale
principio.

26. L'autonomia funzionale del ramo di azienda ceduto può non coincidere con la materialità dello
stesso, ma comunque l'autonomia dell'entità ceduta deve essere obiettivamente apprezzabile, sia
pure con possibili interventi integrativi imprenditoriali ad opera del cessionario, al fine di
verificarne l'imprescindibile requisito comunitario della sua conservazione.

27. L'art. 1, lett. b), della direttiva 2001/23 stabilisce, infatti, che "è considerato come
trasferimento ai sensi della presente direttiva quello di una entità economica che conserva la
propria identità, intesa come insieme di mezzi organizzati al fine di svolgere un'attività economica,
sia essa essenziale o accessoria".
28. Ciò suppone una preesistente realtà produttiva funzionalmente autonoma (art. 2112 c.c.,
comma 5 come sostituito dal D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 32, comma 1) e non anche una struttura
produttiva creata ad hoc in occasione del trasferimento (ex alis Cass. n. 21697 del 13.10.2009; n.
21481 del 9.10.2009; n. 20422 del 3.10.2012).

29. La ratio è quella di evitare che le parti imprenditoriali possano creare, in occasione della
cessione, strutture produttive che, in realtà, costituirebbero l'oggetto di una forma incontrollata di
espulsione di frazioni non coordinate fra loro, unificate soltanto dalla volontà dell'imprenditore e
non dall'inerenza del rapporto ad un'entità economica dotata di autonoma ed obiettiva funzionalità
(Cass. n. 19740 del 17.7.2008 e n. 21481/2009 cit.).

30. La Corte di Giustizia, cui compete l'interpretazione del diritto comunitario, ha affermato che,
proprio per garantire una protezione effettiva dei diritti dei lavoratori in una situazione di
trasferimento, obiettivo perseguito dalla direttiva 2001/23, il concetto di identità dell'entità
economica non può riposare unicamente sul fattore relativo all'autonomia organizzativa (Corte di
Giustizia 12.2.2009 C-466/07 Dietmar, punto 43) e che l'impiego del termine "conservi" nell'art. 6,
par. 1 commi 1 e 4 della direttiva "implica che l'autonomia dell'entità ceduta deve, in ogni caso,
preesistere al trasferimento" (Corte di Giustizia 6.3.2014, C- 458/12, Amatori, punti 30 e 32) pur
non ostando che uno stretto vincolo di committenza ed una commistione del rischio di impresa
non possa costituire di per sè ostacolo all'applicazione della direttiva 2001/23 (sentenza CG citata,
Amatori, punto 50).

31. Muovendo da tali premesse, contrariamente a quanto ritenuto dai giudici di merito, non può
affermarsi che l'attività trasferita del Cali Center di Sesto Giovanni fosse un'attività
economicamente organizzata, come tale valutabile prima della cessione, funzionalmente autonoma
e debitamente strutturata e, soprattutto, che la struttura produttiva ceduta fosse identica a quella
preesistente.

32. Invero, avendo riguardo ai fatti incontroversi e ai soli fini di valutare se debba appunto
applicarsi la fondamentale garanzia dell'art. 2112 c.c., vanno evidenziate le seguenti risultanze
istruttorie.

33. I beni materiali effettivamente ceduti sono stati gli arredi, n. 304 personal computers, cuffie,
telefoni, stampanti, apparati di rete e apparati sale.

34. Con il contratto di appalto (di durata quinquennale), sottoscritto unitamente a quello di
cessione, la W.T. spa affidò a O.S.C. spa, per un corrispettivo di Euro 10.400.00,00, la fornitura a
proprio favore dei servizi customer care per la propria clientela corporate non Top e consumer
(privati e piccole aziende), in particolare i servizi di cali center inbound e outbound e quelli di
back office.

35. La Wind, invece, non affidò i medesimi servizi per la clientela TOP, che era anche gestita dal
Call Center di (OMISSIS), nonchè l'assistenza tecnica.

36. Inoltre, con il Long Term Agreement (LTA), fu sottoscritto un contratto avente ad oggetto
"ulteriori beni funzionali all'esercizio dell'attività del Ramo di Azienda - la cui titolarità rimarrà in
capo a Wind, senza alterare l'unità economica e funzionale del Ramo di Azienda - secondo
previsto nel Contratto di Appalto di Servizi". La durata del contratto fu determinata in cinque anni.

37. A tale riguardo non possono essere condivise le argomentazioni dei giudici di seconde cure
circa la sussistenza di un carattere consuetudinario, nell'attività di cali center, e particolarmente in
un settore ad alta tecnologia informatica, dell'utilizzo di beni, quali i data base e i programmi SW
necessari per gestirli che rimangano nella proprietà del committente e vengano utilizzati
dall'appaltatore, così come riconosciuto in altri settori dalla Corte di Giustizia, per esempio, in
quello minerario (cfr. causa Allen - CG 2.12.1999 - causa C - 234/98).
38. Infatti, in primo luogo va osservato che la mancata cessione dei programmi e dei sistemi
informatici (che venivano utilizzati dai dipendenti prima dello scorporo), nel settore della telefonia
mobile, può trovare il suo fondamento non nella consuetudine, bensì nel fatto che i data base
contenevano (e contengono) dati sensibili relativi ai clienti per cui l'incedibilità dei programmi che
consentono l'accesso e la modifica di tali data base è connessa ad esigenze di riservatezza e alla
conseguente necessità che anche gli altri programmi e gli operativi informatici utilizzati prima
della cessione per lo svolgimento di diverse attività rimangano nella proprietà della cedente.

39. In secondo luogo, deve precisarsi che la giurisprudenza comunitaria richiamata dalla Corte
territoriale, posta a fondamento della ritenuta sussistenza di un carattere consuetudinario circa il
mancato trasferimento da parte del cedente dei beni per la realizzazione dell'attività, riguarda
settori (ristorazione in ospedali, sentenza Abler; controllo passeggeri, sentenza Guney-Gorres,
Demir; trivellazione, sentenza Allen) dove l'entità economica era sin da principio costituita da due
specifiche parti (personale, da una parte, e beni materiali, dall'altra), ascrivibili alla proprietà e
titolarità formale di due distinti soggetti.

40. Circostanza, questa, non rinvenibile nel caso in esame in cui vi era un unico titolare dei beni,
materiali e personale, successivamente separati senza che i lavoratori avessero chiesto di seguire
l'azienda.

41. Con riferimento, inoltre, proprio al personale dipendente deve sottolinearsi che oggetto della
cessione furono 268 lavoratori. Per alcuni di questi, però, la stessa Corte di merito ha riattivato il
rapporto con W.T. spa perchè mancava il requisito dell'appartenenza funzionale al ramo ceduto.

42. Da tale ultima circostanza possono ricavarsi due conseguenze.

43. La prima concerne il fatto che non si è in presenza di una cessione di un ramo
"dematerializzato" o "leggero" perchè i lavoratori ceduti evidentemente non costituivano un
gruppo coeso per professionalità, con precisi legami organizzativi preesistenti alla cessione e
specifico Know how tali da individuarli come una struttura unitaria funzionalmente idonea e non
invece come una mera sommatoria di dipendenti.

44. La seconda riguarda la circostanza che quella ceduta è stata una struttura produttiva creata ad
hoc in occasione del trasferimento, o come tale identificata dalle parti del negozio traslativo,
proprio perchè ad essa facevano parte anche lavoratori addetti alla attività di assistenza della
clientela di fascia più alta (TOP fisso e mobile), rimasta della competenza Wind.

45. Infine, sotto il profilo dell'autonomia operativa, va considerata la mancanza di autonomia nella
organizzazione del lavoro atteso che tutte le procedure operative, anche dettagliate, erano
determinate a livello centrale, così, come gli obiettivi da raggiungere, l'autorizzazione, di spese per
trasferte, rimborsi e cancelleria nonchè le regole comportamentali di base per il rapporto con il
cliente al punto che, in caso di necessità, gli interventi venivano passati ad altre strutture, interne o
esterne Wind.

46. Dagli elementi sopra indicati, incontroversi e pacificamente riportati nella gravata sentenza,
non può ritenersi applicabile il disposto di cui all'art. 2112 c.c. perchè non si verte in una ipotesi di
cessione di un insieme organicamente finalizzato ex ante all'esercizio dell'attività di impresa, con
autonomia funzionale di beni e strutture già esistenti al momento del trasferimento e, dunque, non
solo teorica o potenziale (Cass. Sesta sez. lav. n. 5038 del 23.2.2016).

47. Mancava, infatti, nella cessione come realizzata l'autonomia e l'autosufficienza


dell'articolazione aziendale trasferita, dimostrata dalla continua interazione necessaria per la
realizzazione dell'attività ceduta, non svolta in autonomia, in continuo collegamento e sotto il
controllo di Wind, con i programmi informatici necessari rimasti in proprietà esclusiva
dell'impresa cedente e senza i quali non sarebbe stato possibile l'espletamento del servizio.
48. E' ipotizzabile, invece, una mera esternalizzazione di semplici reparti o uffici, di articolazioni
non autonome, unificate soltanto dalla volontà dell'imprenditore e non dall'inerenza dei rapporti di
lavoro ad un ramo di azienda già costituito (in questi termini Cass. n. 8017/2006, n. 2489/2008).

49. Alla stregua di quanto esposto sono fondate le doglianze di cui al il terzo e quinto motivo del
ricorso, restando assorbito l'esame degli altri.

50. La gravata sentenza deve essere, pertanto, cassata con rinvio alla Corte di appello di Milano, in
diversa composizione che, nel procedere al riesame della controversia nei sensi sopra indicati e
avendo riguardo al principio di diritto sopra citato, provvederà anche sulle spese del presente
giudizio.

PQM
P.Q.M.

La Corte:

accoglie il terzo e quinto motivo di ricorso, assorbiti gli altri, e rinvia, anche per le spese, alla
Corte di appello di Milano in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 2 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 19 gennaio 2017

Note
Utente: ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI
www.iusexplorer.it - 21.01.2018
© Copyright Giuffrè 2018. Tutti i diritti riservati. P.IVA 00829840156
Archivio selezionato: Sentenze Cassazione civile
Autorità: Cassazione civile sez. lav.
Data: 26/08/2016
n. 17366
Classificazioni: LAVORO SUBORDINATO (Rapporto di) - Trasferimento d'azienda - - in genere

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE


SEZIONE LAVORO
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. DI CERBO Vincenzo - Presidente -
Dott. PATTI Adriano Piergiovanni - Consigliere -
Dott. ESPOSITO Lucia - Consigliere -
Dott. GHINOY Paola - rel. Consigliere -
Dott. AMENDOLA Fabrizio - Consigliere -
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso 10018/2014 proposto da:
VODAFONE OMNITEL BV. (già VODAFONE OMNITEL N.V. Società soggetta a
Direzione e Coordinamento di VODAFONE GROUP PLC) C.F. (OMISSIS), in
persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIA VIRGILIO 8, presso lo studio degli avvocati
ENRICO CICCOTTI, ANDREA MUSTI, che la rappresentano e difendono
unitamente all'avvocato FRANCO TOFACCHI, giusta delega in atti e
rappresentata e difesa dall'avvocato ANTONIO SCARPINO giusta procura
speciale notarile in atti;
- ricorrente -
contro
A.R.S., + ALTRI OMESSI
- intimati -
Nonchè da:
COMDATA CARE S.P.A. (già COMDATA CARE S.P.A.) P.I. (OMISSIS), in
persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIA GRACCHI 128, presso lo studio dell'avvocato
LARA ARCESE (STUDIO LEXELLENT), che la rappresenta e difende
unitamente agli avvocati CARLO MAJER, GIORGIO SCHERINI, giusta
delega in atti;
- controricorrente e ricorrente incidentale -
contro
A.R.S. C.F. (OMISSIS), + ALTRI OMESSI
- controricorrenti al ricorso incidentale -
e contro
VODAFONE OMNITEL BV. (già VODAFONE OMNITEL N.V. Società soggetta a
Direzione e Coordinamento di VODAFONE GROUP PLC) C.F. (OMISSIS);
- intimata -
Nonchè da:
A.R.S. C.F. (OMISSIS), + ALTRI OMESSI
- controricorrenti e ricorrenti incidentali -
contro
VODAFONE OMNITEL BV. (già VODAFONE OMNITEL N.V. Società soggetta a
Direzione e Coordinamento di VODAFONE GROUP PLC) C.F. (OMISSIS), in
persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIA VIRGILIO 8, presso lo studio degli avvocati
ENRICO CICCOTTI, ANDREA MUSTI, che la rappresentano e difendono
unitamente all'avvocato FRANCO TOFACCHI, giusta delega in atti e
rappresentata e difesa dall'avvocato ANTONIO SCARPINO giusta procura
speciale notarile in atti;
- controricorrente al controricorso incidentale -
e contro
COMDATA CARE S.P.A. (già COMDATA CARE S.P.A.) P.I. (OMISSIS);
- intimata -
avverso la sentenza n. 7693/2013 della CORTE D'APPELLO di ROMA,
depositata il 30/10/20 R.G.N. 90/2013;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del
11/05/2016 dal Consigliere Dott. PAOLA GHINOY;
udito l'Avvocato TOFACCHI FRANCO;
udito l'Avvocato LUBERTO ENRICO;
udito l'avvocato MAJER CARLO;
udito l'avvocato SOLFANELLI ANDREA per delega avvocato SCHERINI
GIORGIO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.
PAOLA MASTROBERARDINO, che ha concluso per il rigetto di tutti i
ricorsi.

Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte d'appello di Roma con la sentenza n. 7693 del 2013, confermava la sentenza del
Tribunale della stessa sede, che aveva dichiarato l'invalidità nei confronti di D.R. ed altri
litisconsorti del contratto di cessione di ramo d'azienda intervenuto tra Vodafone Omnitel N.V. e
Comdata Care s.p.a., già Comdata Care s.r.I., e, per l'effetto, aveva disposto il ripristino dei
rapporti di lavoro alle dipendenze di Vodafone Omnitel.

Con il suddetto contratto di cessione di ramo d'azienda, con effetto dal 9 novembre 2007
Vodafone aveva ceduto a Comdata care s.r.l. "un ramo d'azienda che svolge i servizi di back office
consumer (dealer support, supporto tecnico unificato, reclami,variazioni e subentri), back office
corporate (sales support, variazioni, subentri, attivazioni, standard/network/fisso, customer
relationship management amministrazione vendite) e gestione credito (phone collection, verifica
del credito, gestione non telefonico, gestione inbound) con proprio personale presso le sedi di
(OMISSIS)". Con il suddetto contratto venivano ceduti i dipendenti pertinenti al ramo d'azienda, i
contratti ad esso inerenti, ad eccezione dei contratti di locazione relativi alle sedi di (OMISSIS).
Venivano anche ceduti tutti i beni mobili non registrati delle sedi di (OMISSIS) e (OMISSIS), ivi
inclusi gli arredi utilizzati negli uffici ed i PC comprensivi dei sistemi operativi degli apparati,
rimanendo però escluse le infrastrutture tecnologiche, hub e router. Contestualmente le parti
davano atto di aver stipulato un contratto per la fornitura da Comdata care a Vodafone dei servizi
di back office consumer, back office corporate e gestione credito, ossia i servizi consistenti nella
gestione dei servizi di assistenza amministrativa a beneficio dei clienti privati o delle società e dei
titolari di partita Iva, mentre nella gestione credito erano state trasferite alcune attività come phone
collection e verifica del credito.

La Corte territoriale premetteva che, pur dopo la modifica dell'art. 2112 c.c., comma 5, operata dal
D.Lgs. n. 2761 del 2003, art. 32, operante ratione temporis, il trasferimento del ramo d'azienda
richiedesse la conservazione dell'identità funzionale del ramo preesistente alla cessione, e che esso
dovesse essere già in tale momento in grado di esercitare autonomamente un'attività economica
organizzata. Con riferimento al caso di specie, riteneva che il mancato trasferimento dei
programmi e dei sistemi informatici determinasse la mancanza dell'autonomia e
dell'autosufficienza dell'articolazione aziendale trasferita nella gestione di supporto tecnico,
variazioni ecc., dei contratti e di gestire gli aspetti economici del servizio telefonico. La Corte
aggiungeva poi che non era decisivo che fosse stato trasferito tutto il personale addetto ai servizi
ceduti, in quanto in difetto di cessione degli strumenti informatici prima utilizzati veniva meno il
requisito dellà preesistenza del ramo ceduto (essendo ceduto qualcosa di diverso da quello che era
prima ossia articolazione di azienda costituita da dipendenti beni immobili e beni immateriali per
l'esercizio dell'attività). Inoltre, non si era dedotto e dimostrato che il gruppo di lavoratori trasferiti
fosse dotato di un particolare know how, e cioè di un comune bagaglio di conoscenze tale che solo
con esso fosse possibile fornire lo stesso od altro servizio, mentre il fatto che l'organizzazione in
capo a Comdata della funzionalità del servizio fosse stata garantita atteneva ad un momento
successivo a quello della realizzazione della cessione di ramo d'azienda, al quale occorre avere
riguardo.
Per la cassazione della sentenza Vodafone Omnitel B.V., già Vodafone Omnitel N.V., ha proposto
ricorso, affidato a due motivi, cui hanno resistito con controricorso i lavoratori, che hanno
proposto altresì ricorso incidentale affidato ad un motivo, cui ha resistito Vodafone Omnitel B.V.
con controricorso, nonchè Comdata s.p.a.(già Comdata Care s.p.a.), che ha proposto anch'essa
ricorso incidentale affidato a due motivi, cui hanno resistito con controricorso i lavoratori. Tutte le
parti hanno depositato memorie ex art. 378 c.p.c..

Nelle memorie ex art. 378 c.p.c., si riferisce che n. 35 lavoratori hanno conciliato la controversia
con Vodafone, nell'ambito del contenzioso ex L. n. 92 del 2012, originato dal licenziamento
collettivo dei lavoratori che erano risultati vincitori nel presente giudizio e riammessi in servizio a
seguito delle sentenze del Tribunale.

Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorso principale di Vodafone Omnitel B.V. e quelli incidentali sono stati riuniti in quanto
proposti avverso la medesima sentenza.

1. All'udienza pubblica è stata prodotta una visura rilasciata dalla della CCIA di Milano di
Comdata s.r.l.. Il documento non fornisce sufficiente contezza di vicende evolutive verificatesi
riguardo a Comdata s.p.a., che pertanto deve ritenersi ancora essere una delle parti del presente
giudizio. Deve peraltro in proposito rilevarsi (con Cass. 14 dicembre 2006, n. 26826) che
l'eventuale trasformazione di una società da un tipo ad un altro previsto dalla legge non si
tradurrebbe comunque nell'estinzione di un soggetto e correlativa creazione di uno nuove in luogo
di quello precedente, ma configurerebbe una vicenda meramente evolutiva e modificativa del
medesimo soggetto; essa comporta, in particolare, soltanto una variazione di assetto e di struttura
organizzativa, la quale non incide sui rapporti sostanziali e processuali facenti capo alla originaria
organizzazione societaria.

2. Sono stati poi prodotti, unitamente alle memorie ex art. 378 c.p.c., i verbali di conciliazione
(giudiziale per tutti con eccezione di S.S., che ha conciliato in sede sindacale) stipulati con
Vodafone Omnitel B.V. con i seguenti lavoratori: Z.F., + ALTRI OMESSI

Il contenuto degli accordi transattivi e la volontà così manifestata dalle parti si appalesano idonei a
dimostrare l'intervenuta cessazione della materia del contendere ed il conseguente sopravvenuto
difetto di interesse a proseguire il processo nei confronti di Vodafone.

Il contenuto dell'accordo transattivo, che ha regolato anche il regime delle spese processuali,
giustifica la compensazione tra le parti stipulanti delle spese processuali del giudizio.

3. Sempre in via preliminare, si rileva che la notifica del ricorso incidentale è stata richiesta da
Comdata s.p.a. in data 26.5.2014, quando già il termine per l'impugnazione ex art. 327 c.p.c.,
comma 1, era decorso, considerato che la sentenza gravata era stata depositata in data 30.10.2013.
La sostanziale sovrapponibilità dei motivi del ricorso principale e di quello incidentale fa però
ritenere che l'impugnazione di Comdata non possa configurarsi come incidentale in senso stretto,
in quanto meramente adesiva all'impugnazione principale e non presidiata da un autonomo
interesse ad impugnare da essa originato. Come rilevato da Cass. n. 6444 del 17/p3/2009 in
relazione ad una fattispecie di cessione di azienda come quella che ci occupa, il litisconsorzio tra
cedente e cessionario e l'inscindibilità delle cause, comportano infatti che l'impugnazione proposta
dal primo impedisca anche nei confronti del secondo il passaggio in giudicato della sentenza sui
punti comuni, cessando perciò di aver rilievo il fatto che questi non abbia proposto la medesima
impugnazione (cfr. anche Cass. 25 giugno 2003, n. 10125, ed altre conformi), sicchè nessun
ulteriore risultato utile deriva dal ricorso incidentale. Questo Collegio ritiene allora di aderire
all'indirizzo interpretativo di questa Corte che trae origine dalla sentenza delle Sezioni Unite n.
7339 del 1996 e che, successivamente posto in discussione dalle stesse Sezioni Unite con la
sentenza n. 24627 del 24.11.2007, pare oggi prevalente (v. Cass. n. 109 del 7/1/2016, n. 21990 del
28/10/2015, n. 20040 del 07/10/2015; n. 1120 del 21/01/2014, n. 1610 del 25/1/2008, n. 6284 del
10/3/2008, ma, contra, Cass. n. 12714 del 25/5/2010, n. 9308 del 22/4/2011, n. 6444 del 17/3/2009
), secondo il quale tale ricorso resta soggetto ai termini ordinari di impugnazione, non potendosi
applicare l'art. 334 c.p.c., comma 1. Il ricorso incidentale tardivo di Comdata dev'essere pertanto
dichiarato inammissibile.

4. Occorre quindi esaminare il ricorso incidentale proposto dai lavoratori, che attiene alla regolare
instaurazione del contraddittorio.

E difatti si fa ivi rilevare che la sentenza di primo grado non è stata appellata rispetto ai signori
B.G., + ALTRI OMESSI

Il motivo di ricorso incidentale ha quindi ad oggetto il terzo rilievo, quello concernente la mancata
costituzione in giudizio dei sigg.ri Br. e C.. Per tutte le altre indicate erronee indicazioni, in via
condizionata al ricorso principale, la difesa chiede che questa Corte voglia provvedere rettificando
tali errori, nel caso non ritenga che tale procedura possa essere automaticamente espletata a
seguito della verifica della correttezza delle indicazioni fornite. Aggiunge che controparte ha
operato ulteriori errori laddove ha rinnovato, con la proposizione del ricorso, domande nei
confronti dei signori P. (senza nome), A.P., V.S., D.P.A., B.L., che, viceversa, avevano rinunziato
nel corso del giudizio di primo grado alla controversia.

4.1. Preso atto della correzione effettuata dal difensore di Vodafone all'udienza di discussione
degli errori materiali contenuti nel ricorso introduttivo di questo giudizio con riferimento ai
nominativi di N., C. e R., si deve rilevare che il ricorso incidentale è inammissibile.

L'omessa o inesatta indicazione del nome di una delle parti nell'intestazione della sentenza va
infatti considerata un mero errore materiale, emendabile con la procedura di cui agli artt. 287 e
288 c.p.c., quando dal contesto della sentenza risulti con sufficiente chiarezza l'esatta identità di
tutte le parti; comporta, viceversa, la nullità della sentenza qualora da essa si deduca che non si è
regolarmente costituito il contraddittorio, ai sensi dell'art. 101 c.p.c., e quando sussiste una
situazione di incertezza, non eliminabile a mezzo della lettura dell'intera sentenza, in ordine ai
soggetti cui la decisione si riferisce (Cass. n. 7343 del 26/03/2010). Nel caso, gli errori addebitati
alla sentenza gravata vengono descritti come errori materiali, considerato che i signori Br. e C.
sono comunque indicati come parti del giudizio di appello.

Inoltre, questa Corte non può procedere alla correzione di errori materiali nei quali sia incorsa la
Corte di merito, dovendo provvedervi il giudice a quo. E difatti è già stato chiarito che nel caso in
cui sia stato proposto ricorso per cassazione avverso una sentenza viziata da errore materiale,
l'istanza di correzione non può essere proposta dinanzi alla corte di legittimità, ma unicamente al
giudice di merito, a norma dell'art. 287 c.p.c.; tale principio risulta avvalorato all'esito della
dichiarazione di parziale illegittimità costituzionale del detto articolo, operata dalla sentenza della
Corte Cost. n. 335 del 2004, limitatamente alle parole "contro le quali non sia stato proposto
appello", sicchè il solo giudice competente alla correzione è quello che ha emesso la sentenza
affetta dall'errore (Cass. n. 9968 del 12/05/2005, n. 21492 del 07/11/2005, n. 28712 del
30/12/2013).

Ne deriva che, essendo i nominativi degli intimati coincidenti con quelli indicati nella sentenza
gravata (salve le apportate correzioni) e risultando parte nel giudizio di secondo grado Comdata
Care s.p.a., ritualmente rappresentata e assistita, nessun rilievo può essere accolto in questa sede in
proposito.

5. I motivi del ricorso principale possono così essere riassunti:

5.1. Come primo motivo, viene dedotta la nullità della sentenza per violazione dell'art. 24 Cost.,
comma 2, e art. 111 Cost., comma 2, artt. 101, 112 e 115 c.p.c., e art. 2697 c.c., nonchè violazione
e falsa applicazione delle predette norme. La ricorrente richiama il D.Lgs. n. 196 del 2003, art.
123, comma 5, Codice in materia di protezione dei dati personali, che impone ai gestori del
servizio pubblico di telefonia mobile la piena e diretta responsabilità dei programmi che
consentono l'accesso ai data base contenenti i dati dei propri clienti, e ribadisce che in virtù di tale
normativa Vodafone non avrebbe potuto cedere la titolarità della sua banca dati, nè può consentire
a terzi di sviluppare autonomamente un programma di accesso alla stessa. Sostiene che la
distinzione tra data base e software non è mai stata allegata in giudizio da nessuna delle parti, nè
può ritenersi fatto notorio rientrante tra le nozioni di comune esperienza; inoltre tale distinzione
non troverebbe alcun fondamento nella realtà, in quanto non esiste la possibilità di gestire le
pratiche di attivazione di SIM telefoniche ovvero di gestione del credito senza entrare nel data
base dei clienti della società di telefonia.

5.2. Come secondo motivo, Vodafone Omnitel B.V lamenta violazione e falsa applicazione
dell'art. 2112 c.c.. Ribadisce l'irrilevanza della mancata cessione dei programmi operativi e la
natura decisiva dell'elemento dell'organizzazione, colpevolmente travisato dalla Corte d'appello,
nonchè la non necessità del requisito della preesistenza del ramo ceduto, alla luce della novella del
2003, e comunque il suo travisamento operato dalla Corte d'appello di Roma. Argomenta che il
servizio ceduto non avrebbe interdipendenza funzionale con Vodafone, ma solo forme di legittimo
raccordo. Evidenzia ancora che il legislatore all'art. 2112 c.c., comma 6, ha espressamente
disciplinato la fattispecie dell'appalto di servizi eseguito dall'appaltatore attraverso il ramo
d'azienda acquisito, così ammettendo come pienamente legittima l'interconnessione operativa
funzionale che il ramo ceduto continua a mantenere con l'organizzazione del cedente.

6 I due motivi di ricorso, che possono essere esaminati congiuntamente in quanto connessi, sono
infondati.

Al fine di individuare quando ricorra la fattispecie della cessione di ramo d'azienda, secondo la
Direttiva 12 marzo 2001, 2001/23/CE, che ha sostituito la direttiva 14 febbraio 1977, 77/187/CEE,
come modificata dalla direttiva 29 giugno 1998, 98/50/CE, "è considerato come trasferimento ai
sensi della presente direttiva quello di una entità economica che conserva la propria identità, intesa
come un insieme di mezzi organizzati al fine di svolgere un'attività economica, sia essa essenziale
o accessoria" (art. 1, n. 1, direttiva 2001/23). La Corte di Giustizia, cui compete il monopolio
interpretativo del diritto comunitario, ha ripetutamente individuato tale nozione come complesso
organizzato di persone e di elementi che consenta l'esercizio di un'attività economica finalizzata al
perseguimento di un determinato obbiettivo (cfr. Corte di Giustizia, 11 marzo 1997, C- 13/95,
Suzen, punto 13; Corte di Giustizia, 20 novembre 2003, C- 340/2001, Abler, punto 30; Corte di
Giustizia, 15 dicembre 2005, C- 232/04 e C233/04, Guney-Gorres e Demir, punto 32) e sia
sufficientemente strutturata ed autonoma (cfr. Corte di Giustizia, 10 dicembre 1998, Hernandez
Vidal, C-127/96, C-229/96, C-74/97, punti 26 e 27; Corte di Giustizia, 13 settembre 2007, Jouini,
C-458/05, punto 31; Corte di Giustizia, 6 settembre 2011, C-108/10, Scattolon, punti 51 e 60).
Tale interpretazione è stata confermata nella recente sentenza 6 marzo 2014, C-458/12, Amatori
ed a., in cui la Corte UE - in particolare ai punti 30 e 32 - ha richiamato la propria precedente
giurisprudenza, ed ha anzi precisato (pt. 34) che l'impiego del termine "conservi" nell'art. 6, par. 1,
commi 1 e 4 della direttiva "implica che l'autonomia dell'entità ceduta deve, in ogni caso,
preesistere al trasferimento", per concludere al pt. 35 che "..qualora risultasse... che l'entità
trasferita di cui trattasi non disponeva, anteriormente al trasferimento, di un'autonomia funzionale
sufficiente - circostanza questa che spetta al giudice del rinvio verificare - tale trasferimento non
ricadrebbe sotto la direttiva 2001/23".

In tale sentenza la Corte UE ha anche evidenziato, in specie al punto 51, che l'obiettivo della
Direttiva è di garantire, per quanto possibile, il mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di
cambiamento dell'imprenditore, consentendo loro di rimanere al servizio del nuovo imprenditore
alle stesse condizioni pattuite con il cedente: ha così ritenuto coerente con tale finalità
l'allargamento da parte della legge nazionale dell'ambito della protezione del lavoratore ceduto ad
ipotesi ulteriori rispetto a quelle di cessione di ramo d'azienda così come sopra individuata, e ciò
prescindendo dall'indagine in ordine alla genuinità della cessione ad altri fini, eventualmente
concorrenti, di tutela.

6.1. La nozione di cessione d'azienda così delineata è stata confermata dalla successiva sentenza 9
settembre 2015, nella causa C-160/14, Joao Filipe Ferreira da Silva e Brito e altri c. Estado
portuguès, in cui la Corte di Giustizia ha ribadito (punto 25) che il criterio decisivo, per stabilire se
sussista un trasferimento nel senso indicato dalla richiamata Direttiva, consiste nel fatto che
l'entità in questione conservi la sua identità, il che si desume in particolare dal proseguimento
effettivo della gestione o dalla sua ripresa. Ha aggiunto che per determinare se questa condizione
sia soddisfatta, si deve prendere in considerazione "il complesso delle circostanze di fatto che
caratterizzano l'operazione di cui trattasi, fra le quali rientrano in particolare il tipo d'impresa o di
stabilimento in questione, la cessione o meno degli elementi materiali, quali gli edifici ed i beni
mobili, il valore degli elementi materiali al momento del trasferimento, la riassunzione o meno
della maggior parte del personale da parte del nuovo imprenditore, il trasferimento o meno della
clientela, nonchè il grado di analogia delle attività esercitate prima e dopo la cessione e la durata di
un'eventuale sospensione di tali attività", precisando che questi elementi sono soltanto aspetti
parziali di una valutazione complessiva cui si deve procedere e non possono, perciò, essere
valutati isolatamente.

6.2. La normativa nazionale non è stata rimodellata con il fine di allargare l'ambito della
fattispecie astratta della cessione di ramo d'azienda rispetto alla nozione adottata in sede
comunitaria, considerato che il legislatore al contrario ha manifestato l'esplicita volontà di
adeguarvisi. La legge n. 30 del 2003 all'art. 1, comma 2 lettera p) ha infatti delegato il governo a
rivedere il D.Lgs. 2 febbraio 2001, n. 18, (che aveva già modificato l'art. 2112 c.c.), al fine
dichiarato di realizzare un "completo adeguamento della disciplina vigente alla normativa
comunitaria", costituita dalla richiamata direttiva 2001/23/CE del Consiglio del 12 marzo 2001,
già recepita dalla L. 1 marzo 2002, n. 39, richiedendo poi in particolare al punto 2) la previsione
del requisito dell'"autonomia funzionale del ramo di azienda nel momento del suo trasferimento".

All'esito dell'esercizio della delega, l'art. 2112 c.c., nel testo modificato dal D.Lgs. n. 276 del
2003, art. 32, applicabile ratione temporis alla presente controversia, ha mantenuto immutata la
definizione di "trasferimento di parte dell'azienda" nella parte in cui essa è "intesa come
articolazione funzionalmente autonoma di un'attività economica organizzata", mentre le modifiche
normative hanno riguardato la soppressione dell'inciso "preesistente come tale al trasferimento e
che conserva nel trasferimento la propria identità" e l'aggiunta testuale "identificata come tale dal
cedente e dal cessionario al momento del suo trasferimento", che richiede che al momento della
cessione venga individuato l'ambito dell'autonomia funzionale del complesso ceduto. Ha altresì
introdotto al comma 6, un regime di solidarietà tra appaltante ed appaltatore per il caso in cui
l'alienante stipuli con l'acquirente un contratto di appalto la cui esecuzione avvenga utilizzando il
ramo d'azienda oggetto di cessione.

6.3. L'intervento normativo del 2003 ha quindi ribadito e sottolineato che costituisce elemento
costitutivo della fattispecie della cessione d'azienda l'autonomia funzionale del ramo d'azienda
ceduto, ovvero la capacità di questo, già al momento dello scorporo dal complesso cedente, di
provvedere ad uno scopo produttivo con i propri mezzi, funzionali ed organizzativi (così come
chiarito in più occasioni da questa Corte, v. Cass. n. 5425 del 2015, n. 25229 del 2015, n. 8759 del
2014, n. 2766 del 2013, n. 22613 del 2013, n. 21711 del 2012). Il fatto che la nuova disposizione
abbia rimesso al cedente e al cessionario di identificare l'articolazione che ne costituisce l'oggetto
non significa che sia consentito di rimettere ai contraenti la qualificazione della porzione
dell'azienda ceduta come ramo, così facendo dipendere dall'autonomia privata l'applicazione della
speciale disciplina in questione, ma che all'esito della possibile frammentazione di un processo
produttivo prima unitario, debbano essere definiti i contenuti e l'insieme dei mezzi oggetto del
negozio traslativo, che realizzino nel loro insieme un complesso dotato di autonomia organizzativa
e funzionale apprezzabile da un punto di vista oggettivo. Il requisito della preesistenza del ramo e
dell'autonomia funzionale nella previsione si integrano quindi reciprocamente, nel senso che il
ramo ceduto deve avere la capacità di svolgere autonomamente dal cedente e senza integrazioni di
rilievo da parte del cessionario il servizio o la funzione cui esso risultava finalizzato già
nell'ambito dell'impresa cedente anteriormente alla cessione. La disposizione legittima quindi
anche la cessione di un ramo "dematerializzato" o "leggero" dell'impresa, ovvero nel quale il
fattore personale sia preponderante rispetto ai beni, quando però il gruppo di lavoratori trasferiti
sia dotato di un particolare know how, e cioè di un comune bagaglio di conoscenze, esperienze e
capacità tecniche, tale che proprio in virtù di esso sia possibile fornire lo stesso servizio (Cass. n.
21917/2013 e 15690/2009).

6.4. Tale requisito, letto conformemente alla disciplina dell'Unione, consente di limitare le ipotesi
di deroga al principio generale stabilito dall'art. 1406 c.c., secondo il quale la cessione del
contratto richiede il consenso della parte ceduta, scongiurando operazioni di trasferimento che si
traducano in una mera espulsione di personale, in quanto il ramo ceduto dev'essere dotato di
effettive potenzialità commerciali che prescindano dalla struttura cedente dal quale viene
estrapolato (in tal senso in particolare v. Cass. n. 5425 del 2015, n. 25229 del 2015, citate) ed
essere in grado di offrire sul mercato ad una platea indistinta di potenziali clienti quello specifico
servizio per il quale è organizzato.

6.5. L'analisi non deve quindi basarsi sull'organizzazione assunta dal cessionario successivamente
alla cessione, eventualmente grazie alle integrazioni determinate da coevi o successivi contratti di
appalto, ma all'organizzazione consentita già dalla frazione del preesistente complesso produttivo
costituita dal ramo ceduto. Il sistema normativo è infatti ben chiaro nel distinguere l'appalto (anche
di servizi) dalla cessione di ramo d'azienda. L'attuale art. 2112 c.c., comma 6, valorizzato dalla
Corte territoriale ed anche dalla parte ricorrente, ha introdotto un regime di solidarietà tra
appaltante ed appaltatore (quello di cui al D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 29, comma 2, in virtù della
modifica apportata dal D.Lgs. 6 ottobre 2004, n. 251, art. 9, comma 1) per il caso in cui il cedente
stipuli con il cessionario un contratto di appalto la cui esecuzione avvenga utilizzando il ramo
d'azienda oggetto di cessione, così manifestando come la consistenza del ramo d'azienda utilizzato
e il contratto di appalto del servizio ceduto restino su due piani distinti. Il comma 3 del citato art.
29, poi, chiarisce che l'acquisizione del personale già impiegato nell'appalto a seguito di subentro
di un nuovo appaltatore, in forza di legge, di contratto collettivo nazionale di lavoro, o di clausola
del contratto d'appalto, non costituisce trasferimento d'azienda o di parte d'azienda, in tal modo
nettamente chiarendo che, anche quando il cedente stipuli con il cessionario un contratto d'appalto
per la fornitura del servizio ceduto, si può configurare una cessione di ramo d'azienda (solo)
quando al trasferimento del personale si accompagni quella del complesso degli altri elementi che
lo rendeva autonomamente idoneo allo svolgimento del servizio.

6.6. Dal punto di vista processuale, poi, occorre rilevare che incombe su chi intende avvalersi
degli effetti previsti dall'art. 2112 c.c. che costituiscono eccezione al principio del necessario
consenso del contraente ceduto stabilito dall'art. 1406 c.c., fornire la prova dell'esistenza di tutti i
requisiti che ne condizionano l'operatività: grava, cioè, sulla società cedente l'onere di allegare e
provare l'insieme dei fatti concretanti un trasferimento di ramo d'azienda (Cass. n. 4500 del
8.3.2016 e Cass. n. 206 del 2004).

6.7. Il principio di diritto che regola la fattispecie è dunque il seguente: "Costituisce elemento
costitutivo della cessione di ramo d'azienda prevista dall'art. 2112 c.c., anche nel testo modificato
dal D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 32, l'autonomia funzionale del ramo ceduto, ovvero la capacità di
questo, già al momento dello scorporo dal complesso cedente, di provvedere ad uno scopo
produttivo con i propri mezzi, funzionali ed organizzativi e quindi di svolgere - autonomamente
dal cedente e senza integrazioni di rilievo da parte del cessionario - il servizio o la funzione cui
risultava finalizzato nell'ambito dell'impresa cedente al momento della cessione,
indipendentemente dal coevo contratto di fornitura di servizi che venga contestualmente stipulato
tra le parti. Incombe su chi intende avvalersi degli effetti previsti dall'art. 2112 c.c., che
costituiscono eccezione al principio del necessario consenso del contraente ceduto stabilito
dall'art. 1406 c.c., fornire la prova dell'esistenza di tutti i requisiti che ne condizionano
l'operatività".

7. La Corte territoriale, facendo applicazione di tali principi, ha escluso che nella fattispecie
sottoposta al suo vaglio fosse stata fornita la prova idonea a ritenere che nella specie fosse stata
trasferita un' attività organizzata "funzionalmente autonoma", con una valutazione di merito che,
in quanto espressa con motivazione sufficiente e non contraddittoria, sfugge al sindacato di
legittimità (cfr. Cass. n. 5117 del 2012, Cass. n. 20422 del 2012, Cass. n. 2151 del 2013, Cass. n.
20729 del 2013, Cass. n. 1821 del 2013, Cass. n. 24262 del 2013).

Nel valorizzare, come riportato nello storico di lite, la mancata cessione dei programmi e dei
sistemi informatici che venivano utilizzati dai dipendenti prima dello scorporo, la Corte territoriale
non ha fatto altro che esaminare il contenuto del contratto di cessione, e la sua ricostruzione
fattuale non è stata censurata dalla parte ricorrente. Questa piuttosto valorizza l'incedibilità -
indiscussa - dei data base di Vodafone, contenente i dati sensibili relativi ai clienti, onde farne
discendere l'incedibilità anche non solo dei programmi che consentono l'accesso e la modifica di
tali data base, ma anche di tutti i programmi e gli operativi informatici che venivano utilizzati
prima della cessione per lo svolgimento delle diverse attività (promozione commerciale,
consulenza tecnica, gestione delle pratiche amministrative, gestione del credito) con una soluzione
che accomuna elementi distinti (i data base da un lato, i programmi operativi necessari per lo
svolgimento delle attività di assistenza alla clientela e gestione del credito dell'altro), la cui
coincidenza ed inscindibilità avrebbe però dovuto essere dedotta e dimostrata dalla stessa cedente.

7.1. Neppure risulta utilmente smentita, al di là di un generico richiamo al livello di


inquadramento impiegatizio dei lavoratori, l'affermazione della Corte territoriale secondo la quale
non è risultato che il gruppo di lavoratori trasferiti fosse dotato di un particolare know how o
comunque di una specifica ed elevata professionalità, avente rilievo determinante nello
svolgimento del servizio ceduto.

7.2. Correttamente poi la Corte d'appello ha rilevato che gli aspetti che anche nel giudizio di
secondo grado erano stati valorizzati da Vodafone e Comdata attenevano alla funzionalità del
servizio in un momento successivo al contratto di cessione di ramo d'azienda, sicchè rimanevano
elementi organizzativi introdotti dalla cessionaria che non valevano a dimostrare che l'oggetto
della cessione fosse in grado di funzionare autonomamente al momento della cessione stessa.

7.3. Le censure alla ricostruzione fattuale si traducono quindi nella richiesta di riesame dell'intero
materiale probatorio, che risulta inammissibile, considerato che neppure vengono prospettate
risultanze processuali la cui valutazione, omessa dalla Corte territoriale, avrebbe determinato un
diverso risultato interpretativo, tanto più considerando che al presente giudizio si applica ratione
temporis la formulazione dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, introdotta dal D.L. 22 giugno 2012, n.
83, art. 54, convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, che ha ridotto al "minimo
costituzionale" il sindacato di legittimità sulla motivazione, nel senso chiarito dalle Sezioni Unite
con la sentenza n. 8053 del 2014, secondo il quale la lacunosità e la contraddittorietà della
motivazione possono essere censurate solo quando il vizio sia talmente grave da ridondare in una
sostanziale omissione, nè può fondare il motivo in questione l'omesso esame di una risultanza
probatoria, quando essa attenga ad una circostanza che è stata comunque valutata dal giudice del
merito.

8. Segue il rigetto del ricorso principale, nonchè la condanna di Vodafone e Comdata s.p.a. in
solido al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità nei confronti dei lavoratori
controricorrenti che non hanno conciliato la vertenza, liquidate come da dispositivo, con
distrazione ex art. 93 c.p.c.. in favore del difensore dichiaratosi anticipatario, nonchè la condanna
della sola Comdata s.p.a. al pagamento nei confronti dei lavoratori che hanno conciliato, con
distrazione ex art. 93 c.p.c., in favore del difensore dichiaratosi anticipatario. Compenspte le spese
tra Vodafone Omnitel B.V. e Comdata s.p.a. e tra Vodafone Omnitel B.V. ed i lavoratori che
hanno conciliato.

In considerazione della data di notifica dei ricorsi, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti
di cui al primo periodo del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto
dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, ai fini del raddoppio del contributo unificato
per i casi di impugnazione respinta integralmente o dichiarata inammissibile o improcedibile.

PQM
P.Q.M.

La Corte dichiara cessata la materia del contendere tra Vodafone Omnitel B.V. e Z.F., + ALTRI
OMESSI

Dichiara inammissibili i ricorsi incidentali e rigetta il ricorso principale di Vodafone Omnitel B.V.
Condanna Comdata s.p.a. al pagamento delle spese del giudizio in favore dei lavoratori
controricorrenti che hanno conciliato la vertenza, che liquida in complessivi Euro 6.000,00 per
compensi professionali, oltre ad Euro 100,00 per esborsi, rimborso spese generali al 15% ed
accessori di legge, con distrazione in favore del difensore avv. Luberto.

Condanna Comdata s.p.a. e Vodafone Omnitel B.V. al pagamento in solido delle spese del
giudizio in favore dei lavoratori controricorrenti che non hanno conciliato la vertenza, che liquida
in complessivi Euro 10.000,00 per compensi professionali, oltre ad Euro 100,00 per esborsi,
rimborso spese generali al 15% ed accessori di legge, con distrazione in favore del difensore avv.
Luberto.

Compensa le spese tra Vodafone Omnitel B.V. e Comdata s.p.a. e tra Vodafone Omnitel B.V. ed i
lavoratori che hanno conciliato la vertenza.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dichiara la sussistenza dei
presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale e di quelli incidentali,
dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale e
per quello incidentale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 11 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 26 agosto 2016

Note
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Data: 15/03/2016
n. 5038
Classificazioni: LAVORO SUBORDINATO (Rapporto di) - Trasferimento d'azienda - - in genere

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE


SEZIONE SESTA CIVILE
SOTTOSEZIONE L
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. ARIENZO Rosa - Presidente -
Dott. FERNANDES Giulio - Consigliere -
Dott. GARRI Fabrizia - Consigliere -
Dott. MANCINO Rossana - rel. Consigliere -
Dott. PAGETTA Antonella - Consigliere -
ha pronunciato la seguente:
ordinanza
sul ricorso 11095-2014 proposto da:
TELECOM ITALIA SPA (OMISSIS), in persona del legale
rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA L.
G. FARAVELLI 22, presso lo studio dell'avvocato MARESCA ARTURO, che
la rappresenta e difende unitamente agli avvocati FRANCO RAIMONDO
BOCCIA, ROMEI ROBERTO giusta procura a margine del ricorso;
- ricorrente -
contro
M.V., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GERMANICO
172, presso lo studio dell'avvocato PANICI Pier Luigi, che lo
rappresenta e difende giusta procura a margine del controricorso;
- controricorrente -
avverso la sentenza n. 7713/2013 della CORTE D'APPELLO di ROMA del
25/09/2013, depositata il 30/10/2013;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del
23/02/2016 dal Consigliere Relatore Dott. ROSSANA MANCINO;
udito l'Avvocato Gaetano Gianni (delega verbale) difensore della
ricorrente che si riporta agli scritti;
udito l'Avvocato Emiliano Fasan (delega verbale) difensore del
controricorrente che si riporta agli scritti.

Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE

1. La Corte pronuncia in camera di consiglio ex art. 375 c.p.c., a seguito di relazione a norma
dell'art. 380-bis c.p.c., condivisa dal Collegio.

2. Con sentenza del 30.10.2013 la Corte di Appello di Roma ha confermato la decisione del
giudice di primo grado che aveva accolto la domanda dell'attuale parte intimata, di accertamento
dell'inefficacia del dedotto trasferimento del ramo d'azienda effettuato da Telecom Italia s.p.a. alla
MP Facility S.p.a. con conseguente persistenza del rapporto di lavoro con il predetto lavoratore.

3. La Corte territoriale, ribadito l'onere inderogabile dell'impresa cedente di dimostrare la


conformità dell'operazione di traslazione del ramo ai requisiti dell'art. 2112 c.c. e richiamata la
giurisprudenza di legittimità sulla cessione del ramo d'azienda (Cass. 21711/2012), riteneva non
assolto il predetto onere dal datore di lavoro e non contrastata efficacemente l'affermazione
dirimente del giudice di primo grado secondo cui la struttura ceduta non avesse una propria
identità in grado di per sè di funzionare autonomamente, dal momento che l'intera attività di
controllo e coordinamento dei servizi ceduti era affidata a Telecom.
4. Telecom Italia s.p.a. ha proposto ricorso per la cassazione di tale sentenza, affidato a due
motivi.

5. Il lavoratore intimato ha resistito con controricorso.

6. Il ricorso è qualificabile come manifestamente infondato.

7. Parte ricorrente denuncia violazione di plurime norme di diritto:

si duole che la Corte territoriale abbia ritenuto l'interesse ad agire del lavoratore (primo motivo);
deduce violazione degli artt. 1362, 1324 e 2112 c.c., critica gli argomenti posti a fondamento della
ritenuta illegittimità della cessione e deduce, infine, l'omessa considerazione di un fatto decisivo ai
fini della controversia (secondo motivo).

8. Il primo motivo, per quanto inammissibile perchè svolto non evocando argomenti addotti dalla
sentenza impugnata, non merita comunque accoglimento, come già ritenuto da questa Corte (v., ex
multis, Cass. 8756/2014), posto che deve riconoscersi l'interesse concreto ed attuale del lavoratore,
in un contesto di incertezza non eliminabile se non attraverso il ricorso alla giurisdizione,
all'individuazione del soggetto con il quale deve ritenersi intercorrere il suo rapporto di lavoro.

9. La Corte territoriale si è, pertanto, correttamente conformata al principio secondo cui sussiste


l'interesse del lavoratore ad accertare in giudizio la non ravvisabilità di un ramo d'azienda in un
complesso di beni oggetto del trasferimento e perciò l'inefficacia di questo nei suoi confronti, in
assenza di consenso;

nè questo interesse è escluso dalla solidarietà di cedente e cessionario stabilita dal capoverso
dell'art. 2112 c.c., la quale ha per oggetto solo i crediti del lavoratore ceduto "esistenti" al
momento del trasferimento e non quelli futuri, onde ben può considerarsi l'esistenza di un
pregiudizio a carico del ceduto nel caso di cessione dell'azienda a soggetto meno solvibile (v.
Cass. n.8756 cit.).

10. Sul secondo motivo va, innanzitutto richiamata la costante giurisprudenza di questa Corte
formatasi con riferimento alla medesima vicenda (cfr., ex multis, Cass. 5425/2015 e numerose
altre coeve).

11. "L'art. 2112 c.c., sia nel testo sostituito dal D.Lgs. n. 18 del 2001, art. 1 vigente a decorrere dal
1 luglio 2001, sia nel testo modificato dal D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 32 applicabile, ratione
temporis, alla presente controversia, ha mantenuto immutata la definizione di "trasferimento di
parte dell'azienda" nella parte in cui essa è "intesa come articolazione funzionalmente autonoma di
un'attività economica organizzata". Tale nucleo della disposizione è rimasto intatto, non essendo
stato toccato dalle modifiche normative che hanno invece riguardato, con riferimento
all'articolazione appena descritta, la soppressione dell'inciso "preesistente come tale al
trasferimento e che conserva nel trasferimento la propria identità" e l'aggiunta testuale "identificata
come tale dal cedente e dal cessionario al momento del suo trasferimento".

12. Detta nozione di trasferimento di ramo d'azienda nella parte di testo non modificata è coerente
con la disciplina in materia dell'Unione Europea (direttiva 12 marzo 2001, 2001/23/CE, che ha
proceduto alla codificazione della direttiva 14 febbraio 1977, 77/187/CEE, come modificata dalla
direttiva 29 giugno 1998, 98/50/CE) secondo cui "è considerato come trasferimento ai sensi della
presente direttiva quello di una entità economica che conserva la propria identità, intesa come un
insieme di mezzi organizzati al fine di svolgere un'attività economica, sia essa essenziale o
accessoria" (art. 1, n. 1, direttiva 2001/23).

13. La Corte di Giustizia, cui compete il monopolio interpretativo del diritto comunitario vivente
(ex plurimis: Cass. n. 19740 del 2008), ha ripetutamente individuato la nozione di entità
economica come complesso organizzato di persone e di elementi che consenta l'esercizio di
un'attività economica finalizzata al perseguimento di un determinato obbiettivo (cfr. Corte di
Giustizia, 11 marzo 1997, C13/95, Suzen, punto 13; Corte di Giustizia, 20 novembre 2003,
C340/2001, Abler, punto 30; Corte di Giustizia, 15 dicembre 2005, C232/04 e C-233/04,
Guney-Gorres e Demir, punto 32) e sia sufficientemente strutturata ed autonoma (cfr. Corte di
Giustizia, 10 dicembre 1998, Hernandez Vidal, C-127/96, C-229/96, C-74/97, punti 26 e 27; Corte
di Giustizia, 13 settembre 2007, Jouini, C-458/05, punto 31; Corte di Giustizia, 6 settembre 2011,
C-108/10, Scattolon, punto 60).

14. Il criterio selettivo dell'autonomia funzionale del ramo d'azienda ceduto, letto conformemente
alla disciplina dell'Unione, consente di affrontare e scongiurare ipotesi in cui le operazioni di
trasferimento si traducano in forme incontrollate di espulsione di personale.

15. Pertanto nessuna censura può essere addebitata alla sentenza impugnata laddove assume il
canone della "articolazione funzionalmente autonoma di un'attività economica organizzata" quale
pre-requisito indispensabile per configurare una efficace cessione del contratto di lavoro senza il
consenso del lavoratore, prima ed oltre la questione della preesistenza del ramo ceduto.

16. Peraltro sull'aspetto della preesistenza del ramo ceduto di recente la Corte di Giustizia,
pregiudizialmente sollecitata da un giudice italiano proprio in riferimento alla formulazione
dell'art. 2112 c.c. novellata dall'art. 32 del cit. D.Lgs., ha testualmente ritenuto che "L'art. 1, par. 1,
lett. a) e b), della direttiva 2001/23/CE del Consiglio, del 12 marzo 2001, ..., deve essere
interpretato nel senso che non osta ad una normativa nazionale, come quella oggetto del
procedimento principale, la quale, in presenza di un trasferimento di una parte di impresa,
consenta la successione del cessionario al cedente nei rapporti di lavoro nell'ipotesi in cui la parte
di impresa in questione non costituisca un'entità economica funzionalmente autonoma preesistente
al suo trasferimento" (CGUE, 6 marzo 2014, C-458/12, Amatori ed a.)" (così Cass. 5425/2015).

17. In definitiva come questa S.C. ha già avuto modo di statuire in numerose e analoghe
controversie concernenti il trasferimento di rami d'azienda da Telecom Italia S.p.A. (cfr., ad es.,
Cass. n. 18675/14), ai sensi dell'art. 2112 c.c. (sia nel testo previgente, sia in quello modificato, in
applicazione della direttiva n. 50/98/CE, dal D.Lgs. 2 febbraio 2001, n. 18, applicabile ratione
temporis) deve intendersi come ramo autonomo d'azienda, in quanto tale suscettibile di
trasferimento riconducibile alla disciplina della norma citata, ogni entità economica organizzata in
maniera stabile la quale, in occasione del trasferimento medesimo, conservi la propria identità.

18. Ciò presuppone una preesistente realtà produttiva autonoma e funzionalmente esistente e non
una struttura produttiva creata ad hoc in occasione del trasferimento, o come tale identificata dalle
parti del negozio traslativo, essendo preclusa l'esternalizzazione come forma incontrollata di
espulsione di frazioni non coordinate fra loro, di semplici reparti o uffici, di articolazioni non
autonome, unificate soltanto dalla volontà dell'imprenditore e non dall'inerenza dei rapporti di
lavoro ad un ramo di azienda già costituito (cfr., Cass. n. 8017/06; Cass. n. 2489/08 nonchè, in
controversie pressochè analoghe alla presente, relative a cessione di rami Telecom, ex multis,
Cass. n. 21711/12; Cass. n. 20095/13;

Cass. n. 22627/13; Cass. n. 22742/13; Cass. n. 9949/14; Cass. 16262/2015).

19. Ne discende che si applica l'art. 2112 c.c. anche in caso di cessione di parte dello specifico
settore aziendale, purchè si tratti di un insieme organicamente finalizzato ex ante all'esercizio
dell'attività di impresa, con autonomia funzionale di beni e strutture già esistenti al momento del
trasferimento (e, dunque, non solo teorica o potenziale).

20. Tanto premesso, nel caso in esame la sentenza impugnata si fonda sul rilievo, reiteratamente
affermato, secondo cui la Telecom, a tanto onerata, non aveva fornito la prova dell'autonomia
funzionale della struttura ceduta (nella specie, l'articolazione "Servizi Ambientali"), tale da poterla
individuare come ramo d'azienda.

21. Una pertinente censura a tale affermazione non può dunque concretizzarsi soltanto nella
pretesa irrilevanza degli elementi indicati dalla Corte territoriale come necessari a tal fine, ma
avrebbe dovuto essere svolta, in positivo, attraverso la precisa indicazione delle fonti di prova,
ritualmente acquisite al processo, dalle quali, se esaminate, si sarebbe dovuto ritenere l'avvenuto
assolvimento di tale onere probatorio.

22. In tale prospettiva, la articolata censura non appare idonea a scalfire la descritta statuizione ove
si consideri la palese inammissibilità del motivo che non reca una integrale riproduzione del
contenuto dei documenti, richiamati dalla sentenza impugnata, e dai quali si pretende evincere una
lettura diametralmente opposta.

23. Neanche risultano rispettati l'art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4:
invero, al fine di ritenere integrato il requisito predetto, quando esso concerna la valutazione da
parte del giudice di merito di atti processuali o di documenti, è necessario specificare la sede in cui
nel fascicolo d'ufficio o in quelli di parte essi siano rinvenibili, sicchè, laddove, come nella
fattispecie, siffatta specificazione manchi, il motivo è da ritenersi inammissibile (vedi in tali sensi,
ex plurimis, Cass. 2 dicembre 2014 n. 25482, Cass. 24 ottobre 2014 n. 22607).

24. Infine, in ordine al prospettato omesso esame di un fatto decisivo, "che cioè il ramo ceduto ha
continuato a svolgere regolarmente la propria attività pur in assenza di una struttura reputata
decisiva e che invece risulta essere stata ceduta due anni dopo", deve ribadirsi, come peraltro già
affermato da questa Corte, che comunque la mera prosecuzione dell'attività ad opera del ramo
ceduto non dimostra affatto che lo stesso configurasse una realtà produttiva funzionalmente
autonoma, ossia proprio ciò che l'odierna ricorrente avrebbe dovuto dimostrare a sostegno della
legittimità dell'operato trasferimento (cfr., fra le altre, Cass. 8756/2014).

25. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato.

26. Le spese di lite, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza, con distrazione in
favore dell'avvocato Pier Luigi Panici dichiaratosi antistatario.

27. La circostanza che il ricorso sia stato notificato alla parte intimata in tempo posteriore al 30
gennaio 2013 impone, inoltre, di dar atto dell'applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art.
13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.
Invero, in base al tenore letterale della disposizione, il rilevamento della sussistenza o meno dei
presupposti per l'applicazione dell'ulteriore contributo unificato costituisce un atto dovuto, poichè
l'obbligo di tale pagamento aggiuntivo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto
oggettivo - ed altrettanto oggettivamente insuscettibile di diversa valutazione - del rigetto integrale
o della definizione in rito, negativa per l'impugnante, dell'impugnazione, muovendosi, nella
sostanza, la previsione normativa nell'ottica di un parziale ristoro dei costi del vano funzionamento
dell'apparato giudiziario o della vana erogazione delle, pur sempre limitate, risorse a sua
disposizione (così Cass. Sez. Un. n. 22035/2014).

28. Essendo il ricorso in questione (avente natura chiaramente impugnatoria) da rigettarsi, deve
provvedersi in conformità.

Diritto
PQM
P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese, liquidate in Euro
100,00 per esborsi, Euro 3.000,00 per compensi professionali, oltre accessori e rimborso
forfettario spese generali, con distrazione in favore dell'avvocato Pier Luigi Panici. Ai sensi del
D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il
versamento da parte dei ricorrenti dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a
quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 23 febbraio 2016.

Depositato in Cancelleria il 15 marzo 2016

Note
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n. 4601
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LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE


SEZIONE LAVORO
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. ROSELLI Federico - Presidente -
Dott. AMOROSO Giovanni - Consigliere -
Dott. BRONZINI Giuseppe - rel. Consigliere -
Dott. LORITO Matilde - Consigliere -
Dott. TRICOMI Irene - Consigliere -
ha pronunciato la seguente:
sentenza
sul ricorso 18270-2013 proposto da:
TELECOM ITALIA S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona del legale
rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA L.
G. FARAVELLI 22, presso lo studio degli avvocati MORRICO ENZO, ROMEI
ROBERTO, FRANCO RAIMONDO BOCCIA, MARESCA ARTURO che la rappresentano
e difendono, giusta delega in atti;
- ricorrente -
contro
C.G. C.F. (OMISSIS), elettivamente
domiciliato in ROMA, VIA ITALO CARLO FALBO 22, presso lo studio
dell'avvocato ANGELO COLUCCI, che lo rappresenta e difende unitamente
all'avvocato ANDREOLI ANTONELLA, giusta delega in atti;
- controricorrente -
avverso la sentenza n. 314/2013 della CORTE D'APPELLO di ANCONA,
depositata il 03/05/2013 R.G.N. 233/2012;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del
04/12/2014 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE BRONZINI;
udito l'Avvocato ROMEI ROBERTO; udito l'Avvocato COLUCCI ANGELO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.
MATERA Marcello,che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto
MOTIVI DELLA DECISIONE

Con sentenza del 4.4.2013 la Corte di Appello di Ancona ha confermato la decisione del giudice di
primo grado che aveva accolto la domanda del dipendente C.G.L., di accertamento dell'inefficacia
del dedotto trasferimento del ramo d'azienda effettuato da Telecom Italia spa alla MP Facility Spa
con conseguente persistenza del rapporto di lavoro con la detta lavoratrice. Per quanto qui
interessa la Corte territoriale ha ritenuto la sussistenza di un interesse ex art. 100 c.p.c., la
mancanza di elementi che comprovassero la dedotta volontà del lavoratore di rinunciare alla
contestazione della cessione del contratto ed ha osservato che nella vicenda in esame non era
ravvisabile una cessione di ramo d' azienda sussumibile nell'ambito della disciplina di cui all'art.
2112 c.c. per mancanza del requisito dell'autonomia funzionale del ramo ceduto.

La Corte territoriale ha sottolineato che la cessione aveva riguardato dotazioni di ufficio


assolutamente esigue ed erano stati limitati a soli 20.000,00 Euro gli interventi manutentivi
straferiti, così come una serie di interventi erano stati conservati alla diretta gestione del cedente.
Non era emersa una stabile e persistente funzionalizzazione del complesso ceduto, dell'esistenza di
un servizio chiaramente individuato e distintamente apprezzabile sul piano economico.
Ricorre Telecom Italia Spa, domandandone la cassazione per un quattro motivi. Resiste l'intimato
con controricorso, illustrati da memorie.

MOTIVI DELLA DECISIONE Con il primo motivo si allega la violazione e falsa applicazione
dell'art. 1362 e 1406 c.c.. L'impugnativa del trasferimento era avvenuta dopo oltre cinque anni dal
momento della cessione, il che dimostra come dimostrazione della volontà del lavoratore di
rinunciare all'impugnazione del contratto.

Il motivo appare infondato alla luce della costante giurisprudenza di questa Corte che richiede, per
la dimostrazione di un "tacito consenso" del lavoratore rispetto mutamenti contrattuali che si ha
diritto di impugnare l'esistenza di elementi concreti ed inequivocabili ulteriori rispetto al mero
decorso del tempo, ove non sia decorso il termine prescrizionale per far valere il diritto. Nel caso
in esame, a parte il decorso del tempo, si allega la prosecuzione del rapporto di lavoro con la
cessionaria, circostanza non idonea a dimostrare che il lavoratore abbia rinunciato a far valere i
propri diritti nei confronti della pare cedente rispetto alla quale il lavoratore non ha posto in essere
alcun comportamento concludente.

Con il secondo motivo si allega la violazione e falsa applicazione dell'art. 100 c.p.c.. Non esisteva
un autonomo interesse del lavoratore ad un'azione di accertamento.

Il motivo appare infondato. Va premesso che l'interesse ad agire, in termini generali, si identifica
nell'esigenza di ottenere un risultato utile giuridicamente apprezzabile e non conseguibile senza
l'intervento del giudice. In particolare, nelle azioni di accertamento, esso presuppone uno stato di
incertezza oggettiva sull'esistenza di un rapporto giuridico, tale da arrecare all'interessato un
pregiudizio concreto ed attuale, che si sostanzia in una illegittima situazione di fatto continuativa e
che, perciò, si caratterizza per la sua stessa permanenza (tra le altre: Cass. n. 7096 del 2012; n.
2051 del 2011; n. 11536 del 2006). Su tale premessa si è andato consolidando, dunque,
l'orientamento di questa Corte per il quale, in ipotesi di trasferimento di ramo d' azienda, sussiste
l'interesse ad agire del lavoratore, stante l'incertezza oggettiva sull'esistenza di un rapporto
giuridico, non eliminabile senza l'intervento di un giudice, tale da arrecare all'interessato un
pregiudizio concreto ed attuale che ben può ravvisarsi nel mutamento del datore di lavoro, ed in
sostanza nel rapporto di lavoro medesimo, rilevando altresì per il creditore anche la consistenza
patrimoniale dell'impresa debitrice (in termini, Cass. n. 21710 del 2012; n. 21771 del 2012). Si è
anche evidenziato l'interesse dei lavoratori a non vedersi pregiudicati da operazioni economiche
che prescindono dalla effettività delle esigenze organizzative per perseguire intenti elusivi delle
norme (Cass. n. 5678 del 2013). Detto interesse qualificato, che altro non è che il riflesso di
quell'originario interesse del creditore a non veder mutata, nel rapporto obbligatorio di cui è parte,
la persona del debitore della prestazione senza consenso (principio espresso nell'art. 2740 c.c., art.
1268 c.c., comma 1, art. 1272 c.c., comma 1, art. 1273 c.c., comma 1, art. 1406 c.c.), ha trovato
nella materia che ci occupa successiva conferma nella L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 4, lett.
c), che sottopone a termini di decadenza stragiudiziale e giudiziale l'impugnazione della "cessione
del contratto avvenuta ai sensi dell'art. 2112 c.c. con termine decorrente dalla data del
trasferimento". Sicchè non è possibile configurare un termine di decadenza per un'azione
inammissibile per mancanza dell'interesse ad agire.

Con il terzo motivo di ricorso si denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 2112 c.c. ai sensi
dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Erroneamente il giudice d' appello avrebbe ritenuto
insussistente un trasferimento di ramo d' azienda efficace ai sensi della disposizione codicistica per
mancanza di autonomia funzionale del ramo ceduto. Si critica la sentenza impugnata laddove
ritiene che la esiguità dei beni oggetto della cessione rappresenti una circostanza tale da deporre
nel senso della inesistenza del requisito della autonomia funzionale del ramo ceduto. Il ramo
ceduto aveva effettuato l'attività stabilita nel contratto di cessione.

Con il quarto motivo si allega l'omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio. Il ramo ceduto
aveva necessità di beni non particolarmente cospicui ed aveva effettivamente svolto l'attività
prevista con i fornitori.

I motivi che devono essere trattati congiuntamente appaiono infondati. La Corte territoriale, dopo
aver dato atto degli orientamenti della giurisprudenza di legittimità nell'interpretazione di tale
disposizione, ha ribadito che il legislatore non ha mai modificato la norma di cui all'art. 2112 c.c.
nella parte in cui definisce il ramo d' azienda come articolazione funzionalmente autonoma di
un'attività economica organizzata.

L'assunto non può che essere condiviso. L'art. 2112 c.c., sia nel testo sostituito dal D.Lgs. n. 18 del
2001, art. 1 vigente a decorrere dal 1 luglio 2001, sia nel testo modificato dal D.Lgs. n. 276 del
2003, art. 32 applicabile alla presente controversia, ha mantenuto immutata la definizione di
"trasferimento di parte dell' azienda" nella parte in cui essa è "intesa come articolazione
funzionalmente autonoma di un'attività economica organizzata". Tale nucleo della disposizione è
rimasto intatto, non essendo stato toccato dalle modifiche normative che hanno invece riguardato,
con riferimento all'articolazione appena descritta, la soppressione dell'inciso "preesistente come
tale al trasferimento e che conserva nel trasferimento la propria identità" e l'aggiunta testuale
"identificata come tale dal cedente e dal cessionario al momento del suo trasferimento". Detta
nozione di trasferimento di ramo d' azienda nella parte di testo non modificata è coerente con la
disciplina in materia dell'Unione Europea (direttiva 12 marzo 2001, 2001/23/CE, che ha proceduto
alla codificazione della direttiva 14 febbraio 1977, 77/187/CEE, come modificata dalla direttiva 29
giugno 1998, 98/50/CE) secondo cui "è considerato come trasferimento ai sensi della presente
direttiva quello di una entità economica che conserva la propria identità, intesa come un insieme di
mezzi organizzati al fine di svolgere un'attività economica, sia essa essenziale o accessoria" (art. 1,
n. 1, direttiva 2001/23).

La Corte di Giustizia, cui compete il monopolio interpretativo del diritto comunitario vivente (ex
plurimis: Cass. n. 19740 del 2008), ha ripetutamente individuato la nozione di entità economica
come complesso organizzato di persone e di elementi che consenta l'esercizio di un'attività
economica finalizzata al perseguimento di un determinato obbiettivo (cfr. Corte di Giustizia, 11
marzo 1997, C- 13/95, Suzen, punto 13; Corte di Giustizia, 20 novembre 2003, C- 340/2001,
Abler, punto 30; Corte di Giustizia, 15 dicembre 2005, C- 232/04 e C-233/04, Guney-Gorres e
Demir, punto 32) e sia sufficientemente strutturata ed autonoma (cfr. Corte di Giustizia, 10
dicembre 1998, Hernandez Vidal, C-127/96, C-229/96, C-74/97, punti 26 e 27; Corte di Giustizia,
13 settembre 2007, Jouini, C-458/05, punto 31; Corte di Giustizia, 6 settembre 2011, C-108/10,
Scattolon, punto 60). Il criterio selettivo dell'autonomia funzionale del ramo d'azienda ceduto, letto
conformemente alla disciplina dell'Unione, consente di affrontare e scongiurare ipotesi in cui le
operazioni di trasferimento si traducano in forme incontrollate di espulsione di personale. Pertanto
nessuna censura può essere addebitata alla sentenza impugnata laddove assume il canone della
"articolazione funzionalmente autonoma di un'attività economica organizzata" quale pre-requisito
indispensabile per configurare una efficace cessione del contratto di lavoro senza il consenso del
lavoratore, prima ed oltre la questione della preesistenza del ramo ceduto. Peraltro sull'aspetto
della preesistenza del ramo ceduto di recente la Corte di Giustizia, pregiudizialmente sollecitata da
un giudice italiano proprio in riferimento alla formulazione dell'art. 2112 c.c. novellata dall'art. 32
del cit. D.Lgs., ha testualmente ritenuto che "L'art. 1, paragrafo 1, lett. a) e b), della direttiva
2001/23/CE del Consiglio, del 12 marzo 2001, ..., deve essere interpretato nel senso che non osta
ad una normativa nazionale, come quella oggetto del procedimento principale, la quale, in
presenza di un trasferimento di una parte di impresa, consenta la successione del cessionario al
cedente nei rapporti di lavoro nell'ipotesi in cui la parte di impresa in questione non costituisca
un'entità economica funzionalmente autonoma preesistente al suo trasferimento" (CGUE, 6 marzo
2014, C-458/12, Amatori ed a.)- Ciò posto la Corte territoriale ha escluso che nella fattispecie
sottoposta al suo vaglio fossero emerse circostanze tali da far ritenere che nella specie fosse stata
trasferita una attività organizzata "funzionalmente autonoma", con una valutazione di merito che,
ove espressa con motivazione sufficiente e non contraddittoria, sfugge al sindacato di legittimità
(cfr. Cass. n. 5117 del 2012, Cass. n. 20422 del 2012, Cass. n. 2151 del 2013, Cass. n. 20729 del
2013, Cass. n. 1821 del 2013, Cass. n. 24262 del 2013). Invero i giudici d'appello hanno accertato,
circa l'inesistenza dei presupposti di applicabilità dell'art. 2112 c.c., che la cessione aveva
riguardato dotazioni di ufficio assolutamente esigue ed erano stati limitati a soli 20.000,00 Euro
gli interventi manutentivi straferiti, così come una serie di interventi erano stati conservati alla
diretta gestione del cedente. Non era emersa una stabile e persistente funzionalizzazione del
complesso ceduto, dell'esistenza di un servizio chiaramente individuato e distintamente
apprezzabile sul piano economico. Si tratta di un percorso motivazionale sufficiente e non
contraddittorio, formalmente coerente nell'equilibrio dei vari elementi che ne costituiscono la
struttura argomentativa, immune da vizi logici o giuridici cui si pongono censure generiche e
comunque di merito. In una prospettiva processuale, poi, occorre rilevare che - come
condivisibilmente sostenuto dalla Corte territoriale - incombe su chi intende avvalersi degli effetti
previsti dall'art. 2112 c.c. quale eccezione al principio del necessario consenso del lavoratore
creditore ceduto, fornire la prova dell'esistenza di tutti i requisiti che ne condizionano l'operatività:
grava, cioè, sulla società cedente l'onere di allegare e provare l'insieme dei fatti concretanti un
trasferimento di ramo d' azienda (cfr., in motivazione, Cass. n. 206 del 2004). Nella specie tale
prova, secondo la valutazione di merito del giudice d'appello non è stata fornita, nè parte ricorrente
individua fatti controversi e decisivi che sarebbero stati trascurati dalla Corte territoriale, in
rapporto di causalità tale con la soluzione giuridica della controversia da far ritenere, con giudizio
di certezza e non di mera probabilità, che la loro corretta considerazione avrebbe comportato una
decisione diversa. L'accertamento della insussistenza degli elementi che connotano una cessione di
ramo d'azienda è di competenza del Giudice di merito ed è stata congruamente e logicamente
motivata con riferimento a specifiche circostanze che appaiono genericamente contestate. Non
sussistono, pertanto, le carenze motivazionali lamentate nel quarto motivo.

Pertanto si deve rigettare il proposto ricorso. Le spese del giudizio di legittimità, liquidate come al
dispositivo, seguono la soccombenza in favore della parte costituita. Nulla nei confronti delle parti
non costituite.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater la Corte dà atto della sussistenza dei
presupposti per il versamento da parte del ricorrente principale dell'ulteriore importo, a titolo di
contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13,
comma 1 bis.

Diritto
PQM
P.Q.M.

La Corte:

rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in
favore della parte costituita che si liquidano in Euro 100,00 per esborsi, nonchè in Euro 4.000,00
per compensi oltre accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater
dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente principale
dell'ulteriore importo, a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale,
a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 4 dicembre 2014.

Depositato in Cancelleria il 6 marzo 2015

Note
Utente: ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI
www.iusexplorer.it - 21.01.2018
© Copyright Giuffrè 2018. Tutti i diritti riservati. P.IVA 00829840156
Archivio selezionato: Sentenze Cassazione civile
Autorità: Cassazione civile sez. lav.
Data: 27/05/2014
n. 11832
Classificazioni: LAVORO SUBORDINATO (Rapporto di) - Trasferimento d'azienda - - in genere

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE


SEZIONE LAVORO
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. ROSELLI Federico - Presidente -
Dott. VENUTI Pietro - Consigliere -
Dott. MAROTTA Caterina - Consigliere -
Dott. TRICOMI Irene - Consigliere -
Dott. BUFFA Francesco - rel. Consigliere -
ha pronunciato la seguente:
sentenza
sul ricorso 4275/2012 proposto da:
TELECOM ITALIA S.P.A. P.I. *00488410010*, in persona del legale
rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA L.
G. FARAVELLI 22, presso lo studio degli avvocati MARESCA ARTURO,
BOCCIA FRANCO RAIMONDO, ROMEI ROBERTO, che la rappresentano e
difendono giusta delega in atti;
- ricorrente -
contro
\CASTELLO ROSARIO\, #SIMONELLI GIGLIOLA, IEZZI ELEONORA, CARDINALI
CLAUDIO, ZACCAGNINO ANTONIO, COLIBAZZI FABIO, GRIFEO MASSIMO, DELLE
VILLE MARCO, INANNUCCI LUCIANA, ROSSANO ALBINO, PACETTI GISELLA,
STEFANI SUSANNA, ANIBALLI DANIELE, LAVEZZO MARIO, BEATO LOREDANA#,
tutti elettivamente domiciliati in ROMA, VIA G. NICOTERA 29, presso
lo studio degli avvocati PIRANI GIORGIO e PARASCANDOLO SILVIA, che li
rappresentano e difendono giusta delega in atti;
- controricorrenti -
HEWLETT PACKARD DISTRIBUTED COMPUTING SERVICES S.R.L.;
- intimata -
Nonchè da:
HEWLETT PACKARD CUSTOMER DELIVERY SERVICES S.R.L. (già HEWLETT
PACKARD DISTRIBUTED COMPUTING SERVICES S.R.L. P.I. *03678670286*, in
persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIA PAOLO DI DONO 3/A, presso lo studio degli
avvocati MOZZI VINCENZO e DE BERARDINIS PAOLO, che la rappresentano e
difendono giusta delega in atti;
- controricorrente e ricorrente incidentale -
contro
\CASTELLO ROSARIO\, #SIMONELLI GIGLIOLA, IEZZI ELEONORA, CARDINALI
CLAUDIO, ZACCAGNINO ANTONIO, COLIBAZZI FABIO, GRIFEO MASSIMO, DELLE
VILLE MARCO, INANNUCCI LUCIANA, ROSSANO ALBINO, PACETTI GISELLA,
STEFANI SUSANNA, ANIBALLI DANIELE, LAVEZZO MARIO, BEATO LOREDANA#,
TELECOM ITALIA S.P.A. P.I. *00488410010*;
- intimati -
avverso la sentenza n. 3852/2011 della CORTE D'APPELLO di ROMA,
depositata il 29/09/2011 R.G.N. 3749/2007 + 1;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del
18/02/2014 dal Consigliere Dott. FRANCESCO BUFFA;
uditi gli Avvocati ROMEI ROBERTO, BOCCIA RAIMONDO FRANCO;
udito l'Avvocato PIRANI GIORGIO;
udito l'Avvocato DE BERARDINIS PAOLO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.
GIACALONE Giovanni, che ha concluso per il rigetto dei ricorsi.
Fatto
FATTO E DIRITTO

1. Con sentenza 29.9.2011, la Corte d'appello di Roma ha confermato la sentenza del Tribunale
della stessa sede che aveva dichiarato la nullità della cessione dei contratti di lavoro di alcuni
lavoratori di IT Telecom s.p.a. in favore di Hewelett Packard DCS s.r.l. e per l'effetto, ordinato il
ripristino dei loro rapporti con Telecom Italia s.p.a. (nella quale era stata incorporata per fusione la
prima società) nelle mansioni precedentemente svolte o in altre equivalenti.

2. In particolare, la Corte ha escluso la configurabilità di una cessione di ramo d'azienda, ed ha


riconosciuto il diritto dei lavoratori a proseguire il rapporto di lavoro con Telecom, ritenendo privo
di efficacia verso quest'ultima le conciliazioni sindacali sottoscritte da alcuni lavoratori con
Hewelett Packard DCS. 3. Avverso tale sentenza ricorre Telecom per tre motivi; resistono i
lavoratori con controricorso, illustrato da memoria; propone ricorso incidentale per adesione, per
tre motivi, Hewelett Packard.

4. Il ricorso principale e quello incidentale per adesione devono essere riuniti in quanto proposti
contro la stessa sentenza.

5. Con il primo motivo di ricorso, si deduce - in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3 - violazione e
falsa applicazione dell'art. 100 c.p.c., e degli artt. 1406, 2094 e 2112 c.c., per avere la sentenza
ritenuto la sussistenza dell'interesse ad agire dei lavoratori per accertare l'illegittimità del
trasferimento di ramo d'azienda, trascurando la normale inconfigurabilità di un intuitus personae
nei confronti del datore e l'assenza di un pregiudizio concreto ed attuale del lavoratore, non
configurabile a fronte di rapporti di lavoro proseguiti con il cessionario senza soluzione di
continuità.

6. Con il secondo motivo di ricorso, si deduce - in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3 - violazione e
falsa applicazione dell'art. 2112 c.c., per avere la sentenza ritenuto che l'autonomia organizzativa e
funzionale delle attività trasferite dovesse essere preesistente al trasferimento, quale presupposto
essenziale per la configurabilità di un ramo di azienda.

7. Con il terzo motivo di ricorso, si deduce - in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 5 - insufficiente e
contraddittoria motivazione della sentenza impugnata, la quale non avrebbe motivato
adeguatamente in ordine al ritenuto difetto di autonomia del ramo, che era invece già esistente al
momento della cessione.

8. Il primo motivo di ricorso è infondato.

Nel rapporto obbligatorio il debitore è, di regola, indifferente al mutamento della persona del
creditore, mentre il mutamento della persona del debitore può ledere l'interesse del creditore. In
base a questo principio - espresso nell'art. 2740 c.c., art. 1268 c.c., comma 1, art. 1272 c.c., comma
1, art. 1273 c.c., comma 1, art. 1406 c.c. - deve considerarsi inefficace la cessione del contratto di
lavoro qualora il lavoratore, titolare di crediti verso il datore, non abbia prestato il consenso di cui
all'art. 1406 citato. L'art. 2112 c.c., che permette all'imprenditore il trasferimento dell'azienda, con
successione del cessionario negli obblighi del cedente e senza necessità di consenso del lavoratore,
costituisce eccezione al detto principio e non si applica se non sia identificabile, quale oggetto del
trasferimento, un'azienda o un suo ramo, da intendere come entità economica organizzata in
maniera stabile e con idoneità alla produzione o allo scambio di beni o di servizi.

9. Di conseguenza sussiste l'interesse del lavoratore ad accertare in giudizio la non ravvisabilità di


un ramo di azienda in un complesso di beni oggetto del trasferimento e perciò l'inefficacia di
questo nei suoi confronti, in assenza di consenso. Nè questo interesse è escluso dalla solidarietà di
cedente e cessionario stabilita dal capoverso dell'art. 2112, la quale ha per oggetto solo i crediti del
lavoratore ceduto, "esistenti" al momento del trasferimento e non quelli futuri, onde può ben
configurarsi un pregiudizio a carico del ceduto in caso di cessione dell'azienda a soggetto meno
solvibile.

Per altro verso, è evidente che l'interesse del lavoratore ad agire per l'accertamento della
illegittimità della cessione del ramo d'azienda si configura anche in ragione del rischio di una
modifica in pejus della disciplina collettiva applicabile al rapporto lavorativo, nonchè, per altro
verso, della possibilità di diversa garanzia, in fatto o in diritto, di conservazione del posto di lavoro
presso il cessionario.

10. Del resto, la giurisprudenza di questa Corte ha sottolineato l'esigenza di tutela del lavoratore
connessa al generale divieto di esternalizzazione "come forma incontrollata di espulsione di
frazioni non coordinate tra loro, di semplici reparti o uffici, di articolazioni non autonome,
unificate soltanto dalla volontà dell'imprenditore", divieto funzionale proprio all'interesse ad
accertare che il ramo di azienda ceduto consista in una "preesistente realtà produttiva autonoma e
funzionalmente esistente, e non in una struttura produttiva creata ad hoc in occasione del
trasferimento" (in tale senso, cfr. Sez. L, 6.4.2006 n. 8017 e Sez. L, 30.12.2003 n. 19842), e che il
mutamento del datore di lavoro non si collochi in una prospettiva di elusione delle norme (così
Cass. Sez. L, sentenza 28.10.2013, n. 22627).

11. Può dunque affermarsi che, in tema di trasferimento di azienda, il lavoratore ha interesse ad
accertare in giudizio la non ravvisabilità di un ramo di azienda in un complesso di beni oggetto del
trasferimento e, quindi, l'inefficacia di questo nei suoi confronti in difetto del suo consenso, per
l'inapplicabilità dell'art. 2112 cod. civ. e l'operatività della regola generale di cui all'art. 1406 cod.
civ., non essendo indifferente per il lavoratore, quale creditore della prestazione retributiva, il
mutamento della persona del debitore, ossia del datore di lavoro, che può offrire garanzie più o
meno ampie di tutela dei diritti dei lavoratori.

12. Il secondo motivo di ricorso è del pari infondato.

L'art. 2112 c.c., comma 5, nel testo introdotto dal D.Lgs. 2 febbraio 2001, n. 18, art. 1 (di
attuazione della direttiva n. 98/50/Ce, relativa al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di
trasferimento di imprese, di stabilimenti o di parti di stabilimenti) prevedeva - prima della novella
del 2003 e nel testo qui applicabile- il trasferimento di parte dell'azienda, precisando che per
quest'ultimo doveva intendersi un'articolazione funzionalmente autonoma di quell'attività
economica organizzata definita nella prima parte del medesimo quinto comma e con le medesime
connotazioni;

inoltre, la citata disposizione prescriveva anche che tale frazione dell'impresa, oggetto del
trasferimento parziale, doveva essere preesistente al trasferimento e, pur a seguito di questo,
doveva conservare la propria identità. Pertanto, rientra nella nozione di trasferimento di parte
dell'azienda, prevista dalla richiamata disposizione, l'enucleazione di attività che avessero avuto
una loro originaria identità tale da rispecchiare già le connotazioni tipiche dell'attività d'impresa,
mentre non vi rientra l'assemblaggio di frammenti del processo produttivo, che, quale parte del
tutto, avrebbero potuto semmai dar vita ad una nuova impresa, ma questa non sarebbe stata
preesistente, bensì sarebbe sorta proprio con l'atto di trasferimento (o, meglio, di conferimento) in
favore del cessionario.

13. Con riferimento al caso di specie, la sentenza impugnata ha accertato che il complesso ceduto,
denominata IT User support e composta da circa 600 dipendenti, ricomprendeva il GISP centrale e
territoriale (che si occupava di reti LAN, sicurezza informatica ed interconnessioni), il Customer
care (che assicurava l'assistenza informatica al cliente interno), l'Asset management (che curava la
gestioni delle apparecchiature, l'inventario e la distribuzione: è il settore nel quale prestavano
servizio i ricorrenti), il Desktop management (che svolgeva la manutenzione dell'hardware, delle
postazioni di lavoro, l'assistenza per gli applicativi e l'help desk tecnico). In tale complesso erano
confluiti lavoratori già dipendenti di società diverse (Netsiel, Eis, Saritel, Sodalia, Telesoft),
svolgenti diverse funzioni presso diverse sedi; peraltro, non tutti i dipendenti di tali società erano
stati assegnati ai detti servizi, e solo parte delle funzioni svolte dai detti settori erano confluite
nell'IT user support (altre erano state inglobate in una "control room", in capo al soggetto cedente).

14. La corte territoriale ha altresì evidenziato che l'accorpamento nell'IT user support aveva
riguardato attività disomogenee per funzioni e professionalità, non integrate tra loro e prive di
coordinamento unitario, e dunque sprovviste di qualsiasi autonomia organizzativa, funzionale ed
economica.

15. La sentenza impugnata ha quindi ritenuto che, al fine di una corretta applicazione dell'art. 2112
c.c., l'oggetto del trasferimento deve consistere in una preesistente entità economica che
oggettivamente si presenti dotata di autonomia organizzativa ed economica funzionalizzata allo
svolgimento di un'attività volta alla produzione di beni e servizi, non essendo sufficiente la sola
volontà dell'imprenditore ad unificare un complesso di beni (di per sè privo di una preesistente
autonomia organizzativa ed economica volta ad uno scopo unitario) al solo scopo di renderlo
oggetto di un contratto di cessione di ramo di azienda.

16. La conclusione è in linea con la giurisprudenza di questa Corte, che - con riferimento alla
cessione di azienda regolata dall'art. 2112 c.c., nella formulazione anteriore alla modifica
introdotta dalla c.d. legge Biagi - ha sempre ritenuto che l'elemento essenziale che caratterizza la
cessione del ramo di azienda è la preesistenza di una struttura organizzata e funzionalmente
autonoma all'interno della cedente ed il mantenimento di tale struttura all'interno della cessionario,
non potendo costituire invece un ramo di azienda l'assemblaggio di frammenti del processo
produttivo privi di autonomia.

17. Si è infatti affermato (così Cass. Sez. L, sentenza 3.10.2013, n. 22627; Sez. L, sentenza n.
22613 del 03/10/2013; Sez. L, sentenza n. 21711 del 04/12/2012; Sez. L, sentenza n. 2489 del
01/02/2008;

Sez. L, sentenza n. 6452 del 17/03/2009) che per "ramo d'azienda", ai sensi dell'art. 2112 c.c. (così
come modificato dalla L. 2 febbraio 2001, n. 18, in applicazione della direttiva CE n. 98/50), come
tale suscettibile di autonomo trasferimento riconducibile alla disciplina dettata per la cessione di
azienda, deve intendersi ogni entità economica organizzata in maniera stabile la quale, in
occasione del trasferimento, conservi la sua identità, il che presuppone una preesistente realtà
produttiva autonoma e funzionalmente esistente e non anche una struttura produttiva creata "ad
hoc" in occasione del trasferimento o come tale identificata dalle parti del negozio traslativo,
essendo preclusa l'esternalizzazione come forma incontrollata di espulsione di frazioni non
coordinate fra loro, di semplici reparti o uffici, di articolazioni non autonome, unificate soltanto
dalla volontà dell'imprenditore e non dall'inerenza del rapporto ad un ramo di azienda già
costituito. Si è pure rilevato (Sez. L, sentenza n. 206 del 10/01/2004) che l'art. 2112 c.c., letto in
linea con la giurisprudenza comunitaria formatasi in merito alla interpretazione della direttiva n.
187 del 1977 e con le esplicite indicazioni fornite dalla direttiva n. 50 del 1998, consente di
ricondurre alla cessione di azienda anche il trasferimento di un ramo della stessa, purchè si tratti di
un insieme di elementi produttivi organizzati dall'imprenditore per l'esercizio di un'attività, che si
presentino prima del trasferimento come una entità dotata di autonoma ed unitaria organizzazione,
idonea al perseguimento dei fini dell'impresa e che conservi nel trasferimento la propria identità.

In presenza di tali condizioni, può configurarsi un trasferimento aziendale che abbia ad oggetto
anche solo un gruppo di dipendenti stabilmente coordinati ed organizzati tra loro, la cui capacità
operativa sia assicurata dal fatto di essere dotati di un particolare "know how", realizzandosi in
tale ipotesi una successione legale di contratto non bisognevole del consenso del contraente
ceduto, ex art. 1406 c.c. e ss.. Requisito indefettibile della fattispecie legale tipica delineata dal
diritto comunitario e dall'art. 2112 c.c., resta comunque, anche in siffatte ipotesi, l'elemento della
organizzazione, intesa come legame funzionale che rende le attività dei dipendenti appartenenti al
gruppo interagenti tra di esse e capaci di tradursi in beni o servizi ben individuabili,
configurandosi altrimenti la vicenda traslativa come cessione del contratto di lavoro, richiedente
per il suo perfezionamento il consenso del contraente ceduto.

18. Detta nozione di trasferimento di ramo d'azienda è coerente con la disciplina in materia
dell'Unione Europea (direttiva 12 marzo 2001, 2001/23/CE, che ha proceduto alla codificazione
della direttiva 14 febbraio 1977, 77/187/CEE, come modificata dalla direttiva 29 giugno 1998,
98/50/CE) secondo cui "è considerato come trasferimento ai sensi della presente direttiva quello di
una entità economica che conserva la propria identità, intesa come un insieme di mezzi organizzati
al fine di svolgere un'attività economica, sia essa essenziale o accessoria" (art. 1, n. 1, direttiva
2001/23).

19. La Corte di Giustizia, cui compete il monopolio interpretativo del diritto comunitario, ha
ripetutamente individuato la nozione di entità economica come complesso organizzato di persone
e di elementi che consenta l'esercizio di un'attività economica finalizzata al perseguimento di un
determinato obiettivo (cfr. Corte di Giustizia, 11 marzo 1997, C-13/95, Suzen, punto 13; Corte di
Giustizia, 20 novembre 2003, C-340/2001, Abler, punto 30; Corte di Giustizia, 15 dicembre 2005,
C-232/04 e C-233/04, Guney-Gorres e Demir, punto 32) e sia sufficientemente strutturata ed
autonoma (cfr. Corte di Giustizia, 10 dicembre 1998, Hernandez Vidal, C-127/96, C-229/96, C-
74/97, punti 26 e 27; Corte di Giustizia, 13 settembre 2007, Jouini, C-458/05, punto 31; Corte di
Giustizia, 6 settembre 2011, C-108/10, Scattolon, punto 60).

20. Tali principi sono stati ribaditi ulteriormente dalla Corte Europea che, pur richiamando l'art. 8
della direttiva 2001/23 e la facoltà ivi prevista che gli Stati membri applichino o introducano
disposizioni legislative, regolamentari o amministrative più favorevoli ai lavoratori, prevedendo ad
esempio il mantenimento dei diritti dei lavoratori anche in ipotesi più ampie (e così nell'ipotesi in
cui la parte di impresa in questione non costituisca un'entità economica funzionalmente autonoma
preesistente al suo trasferimento), ha affermato che, ai fini dell'applicazione di detta direttiva,
l'entità economica in questione deve in particolare, anteriormente al trasferimento, godere di
un'autonomia funzionale sufficiente, e che, per altro verso, l'impiego, al citato articolo 6, paragrafo
1, primo e quarto comma, del termine "conservi" implica che l'autonomia dell'entità ceduta deve,
in ogni caso, preesistere al trasferimento (Corte di Giustizia 6 marzo 2014, C-458/12, Amatori ed
a., punti 32-34).

21. In proposito, va segnalato che la specifica finalità perseguita dalla giurisprudenza comunitaria
(volta ad agevolare il trapasso dei lavoratori al cessionario e la conservazione del posto di lavoro)
non è incompatibile con la finalità, perseguita dalla giurisprudenza nazionale, di impedire le
esternalizzazioni che realizzino un peggioramento della posizione dei lavoratori, trattandosi di
tutele volte alla protezione dei diritti dei lavoratore nell'ambito delle vicende successorie del
datore di lavoro.

Affinchè, dunque, si possano produrre gli effetti derivanti dall'applicazione dell'art. 2112 c.c.,
occorre la configurabilità di un trasferimento di ramo di azienda, ciò che postula necessariamente,
secondo quanto detto, una struttura organizzata e funzionalmente autonoma all'interno della
cedente ed il mantenimento di tale struttura all'interno della cessionario.

23. Tale situazione non ricorre nella specie, secondo quanto accertato in fatto dal giudice di
merito.

24. Può dunque affermarsi che esattamente il giudice di merito esclude la ravvisabilità di un ramo
di azienda, oggetto di cessione ai sensi dell'art. 2112 c.c., in un complesso di servizi - privi di
struttura aziendale autonoma e preesistente - consistenti nella gestione e manutenzione di strutture
informatiche ed in assistenza tecnica, che restino disomogenei per funzioni svolte e professionalità
coinvolte, non integrati tra loro e privi di coordinamento unitario. Nè può assumere rilievo, al fine
di ravvisare un trasferimento di ramo di azienda, la sola decisione, assunta dal soggetto cedente, di
unificare alcuni beni e lavoratori, affidando a questi un'unica funzione al momento del
trasferimento, in quanto la qualificazione come ramo di azienda contrasterebbe sia con le direttive
comunitarie nn. 1998/50 e 2001/23, che richiedono già prima di quest'atto "un'entità economica
che conservi la propria identità", ossia un assetto già formato, sia con gli artt. 4 e 36 Cost., che
impediscono di rimettere discipline inderogabili di tutela dei lavoratori (corte cost. n. 115 del 1994
) ad un mero atto di volontà del datore di lavoro, incontrollabile per l'assenza di riferimenti
oggettivi.

25. Il terzo motivo è del pari infondato.

L'iter logico seguito dalla sentenza è lineare e coerente e la soluzione è adeguatamente motivata: la
sentenza ha infatti rilevato che dall'istruttoria era emerso che IT Telecom aveva trattenuto il polo
informatico al suo interno, esternalizzando solo quattro settori con funzioni eterogenee che, in
precedenza, avevano operato non in contratto tra loro e senza alcun coordinamento ed essendo
anzi appartenute ancor prima a società diverse, e che conseguentemente doveva escludersi che alla
cessione preesistesse una articolazione autonoma. In difetto della possibilità di individuare un
criterio unificante dell'IT user support, anche solo per sottrazione rispetto alle funzioni relative ai
servizi informatici rimasti in Telecom (nella c.d. control room o in una delle altre cinque divisioni
nelle quali, insieme all'IT user support, era stata organizzata la originaria IT operations and
infrastruetures), la conclusione cui è pervenuta la corte territoriale risulta immune da censure.

26. Il controricorso incidentale per adesione proposto da Hewelett Packard, proposto per i
medesimi motivi del ricorso principale, deve essere, al pari di questo e per i motivi fin qui esposti,
respinto.

27. Le spese seguono la soccombenza.

Diritto
PQM
P.Q.M.

la Corte riunisce i ricorsi e li rigetta; condanna i ricorrenti al pagamento delle spese e competenze
di lite, che si liquidano in Euro tremila per compensi ed Euro cento per spese, oltre accessori come
per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 18 febbraio 2014.

Depositato in Cancelleria il 27 maggio 2014

Note
Utente: ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI
www.iusexplorer.it - 21.01.2018
© Copyright Giuffrè 2018. Tutti i diritti riservati. P.IVA 00829840156
Archivio selezionato: Sentenze Cassazione civile
Autorità: Cassazione civile sez. lav.
Data: 09/05/2014
n. 10128

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE


SEZIONE LAVORO
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. ROSELLI Federico - Presidente -
Dott. VENUTI Pietro - Consigliere -
Dott. GARRI Fabrizia - Consigliere -
Dott. TRICOMI Irene - rel. Consigliere -
Dott. BUFFA Francesco - Consigliere -
ha pronunciato la seguente:
sentenza
sul ricorso 23404/2010 proposto da:
TELECOM ITALIA S.P.A. P.I. (OMISSIS), in persona del legale
rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA VIA
L.G. FARAVELLI 22, presso lo studio degli avvocati MARESCA ARTURO,
BOCCIA FRANCO RAIMONDO, ROMEI ROBERTO, che la rappresentano e
difendono giusta delega in atti;
- ricorrente -
contro
C.A. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata
in ROMA, VIA COLA DI RIENZO 28, presso lo studio dell'avvocato
BOLOGNESI RICCARDO, che la rappresenta e difende giusta delega in
atti;
- controricorrente -
e contro
HEWLETT PACKARD DISTRIBUTED COMPUTING SERVICES S.R.L.;
- intimata -
Nonchè da:
HEWLETT PACKARD DISTRIBUTED COMPUTING SERVICES S.R.L. P.I.
(OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore,
elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PAOLO DI DONO 3/A, presso lo
studio degli avvocati MOZZI VINCENZO e DE BERARDINIS PAOLO, che la
rappresentano e difendono giusta delega in atti;
- ricorrente incidentale per adesione -
e contro
TELECOM ITALIA S.P.A. C.F. (OMISSIS), C.A.;
- intimati -
avverso la sentenza n. 672/2010 della CORTE D'APPELLO di L'AQUILA,
depositata il 28/05/2010 R.G.N. 568/2009;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del
18/02/2014 dal Consigliere Dott. IRENE TRICOMI;
uditi gli Avvocati BOCCIA FRANCO RAIMONDO e ROMEI ROBERTO;
udito l'Avvocato BOLOGNESI RICCARDO;
udito l'Avvocato DE BERARDINIS PAOLO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.
GIACALONE Giovanni, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. La Corte d'Appello dell'Aquila, con la sentenza n. 672 del 2010, pronunciando sull'appello
proposto da Hewlett Packard Distributed Computing Service srl e da Telecom Italia spa nei
confronti di C.A., avverso la sentenza del Tribunale di Pescara n. 570 del 2009, rigettava le
impugnazioni.
Il Tribunale di Pescara, accogliendo la domanda proposta dalla suddetta lavoratrice, ritenendo non
legittima la cessione di ramo d'azienda (struttura IT User Support, omologa a Desktop
Managment, ex Eis, a H.P.), aveva dichiarato la nullità della cessazione, avvenuta in data 16 aprile
2003, del contratto di lavoro relativo alla stessa, e per l'effetto aveva ordinato il ripristino del
rispettivo rapporto di lavoro in capo alla società Telecom Italia spa, con inquadramento nelle
medesime pregresse mansioni o in altre ad esse equivalenti.

Per la cassazione della sentenza resa in grado di appello ricorre Telecom Italia spa, prospettando
tre motivi di ricorso.

Hewlett Packard Distributed Computing Service srl ha proposto ricorso incidentale per adesione ai
motivi di impugnazione proposti da Telecom Italia spa.

Resiste con controricorso C.A., che ha depositato memoria in prossimità dell'udienza.

Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE

1. In via preliminare occorre rilevare, quanto alla controricorrente, che con memoria depositata in
prossimità dell'udienza pubblica, rivolta anche a HP CDS srl, già HP DCS srl, la stessa ha
manifestato in modo chiaro di resistere anche al ricorso di quest'ultima.

2. Tanto premesso, e prima di passare all'esame di emotivi di ricorso, occorre ricordare che nella
specie trattasi di asserita cessione di ramo d'azienda, avvenuta pacificamente in data 16 aprile
2003.

Onde verificare la reale ricorrenza della fattispecie di cui all'art. 2112 c.c., la Corte d'appello ha
correttamente esaminato le vicende che avevano preceduto la cessione. Essa ha quindi preso in
considerazione un contratto con cui la società Telecom aveva ceduto alla società Netsiel con
decorrenza dal 1 gennaio 2001, il settore informatico nella sua globalità ed in tutte le sue pregresse
diversificate articolazioni, con il trasferimento dei lavoratori (in numero di 1600 unità) alle varie
competenze del medesimo settore adibiti.

La Corte rileva, tuttavia, che nel successivo contesto temporale, avente ad oggetto il periodo di
gestione del polo informatico ad opera della spa Netsiel, si erano inseriti una serie di atti ed
accadimenti sintomatici di una strategia aziendale, consapevolmente preordinata ad una
sostanziale modificazione dell'identità e dell'autonomia funzionale del suddetto ramo d'azienda,
costituendo circostanze particolarmente significative: a) l'intervenuta confluenza di circa 300
dipendenti della società Eis, proveniente da esperienza lavorative diverse ed estranee a quelle di
pertinenza del settore esercizio dei sistemi informatici ex Telecom, previa collocazione dei
medesimi nel settore Desktop Managment e destinazione di essi all'attività di assistenza tecnica
delle postazioni di lavoro; b) l'avvenuto conferimento delle prestazioni lavorative, ad opera di
taluni appartenenti al Gips, nell'esclusivo interesse di Telecom, previa utilizzazione degli
strumenti operativi già appartenenti a quest'ultima azienda; c) il mantenimento di un immutato
assetto organizzativo, funzionale al soddisfacimento del cliente Telecom, salvo sottrarre, a fine
anno 2002, la gestione reti Lan al Gisp per attribuirla alla funzione Rete di Telecom; d) la fusione
di spa Netsiel, unitamente ad altre società del gruppo (Sodalia, Telesoft, Saritel) in spa IT
Telecom, costituita nell'agosto 2002.

Lo snaturamento del polo informatico originario era proseguito durante la brevissima fase di IT
Telecom, assumendo connotazioni fattuali significative, quali la realizzazione della struttura IT
User Support, omologa al Desktop Managment, che era stata ceduta ad H.P. al corrispettivo
simbolico di Euro 10.000,00, con contestuale stipulazione di un contratto di prestazione dei
servizi, ad essa struttura risalenti, ad opera della cessionaria in favore della cedente.
Affermava la Corte d'Appello, quindi, che la strategia aziendale elusiva dell'art. 2112 c.c. - nel
senso di supportare il convincimento in ordine alla mancanza dei presupposti di operatività della
fattispecie ivi delineata - era confermata alla luce delle seguenti indicative condotte: a)
l'intervenuta istituzione ad opera di Telecom di un corso di formazione per addetti all'assistenza di
sistemi informativi, a riprova della non integrale cessione delle funzioni di pertinenza della
lavoratrice appellata al settore IT User Support; b) l'avviamento di tale struttura ad attività non
sovrapponibili a quelle risalenti all'originario settore informativo;

c) la destinazione dei lavoratori a compiti operativi diversi da quelli di rispettiva pregressa


titolarità.

La Corte ritenne, quindi, che, come statuito dal giudice di primo grado, sussisteva il carattere
fittizio, ex art. 2112 c.c., della cessione del ramo d'azienda concordata tra spa IT Telecom e H.P.,
nel senso che l'operazione messa in essere, lungi dal configurare il trasferimento di una struttura
aziendale dotata di preesistente autonomia organizzativa, funzionale ed economica, era stata, in
realtà, concepita da entrambe le società, in funzione di esternalizzazione, e si era materializzata
esclusivamente in via strumentale all'estromissione di personale dipendente già appartenente alla
Telecom, ma, come tale, da assoggettarsi, ai sensi dell'art. 1460 c.c., all'onere del preventivo
consenso dei lavoratori ceduti, nella specie pacificamente non adempiuto.

3. Con il primo motivo del ricorso principale è dedotta violazione e falsa applicazione dell'art. 100
c.p.c., e degli artt. 1406, 2094 e 2112 c.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3.

Espone la ricorrente che mancherebbe in capo alla lavoratrice l'interesse ad agire che si specifica
nel rapporto di utilità intercorrente tra la lesione di un diritto ed il provvedimento di tutela
giurisdizionale che viene richiesto, atteso che non è stata dedotta, nella specie, la lesione di alcun
diritto e di alcuna conseguenza negativa derivante dal trasferimento del rapporto di lavoro
nell'ambito del trasferimento del ramo d'azienda di cui facevano parte la lavoratrice. In proposito,
espone la ricorrente che è insufficiente la motivazione della Corte d'Appello che si è limitata ad
affermare che l'interesse a far accertare l'illegittimità di un trasferimento del ramo d'azienda e il
conseguente mutamento del datore di lavoro comporta di per se stesso l'interesse ad agire.

3.1. Il motivo non è fondato e deve essere rigettato.

Nel rapporto obbligatorio il debitore è, di regola, indifferente al mutamento della persona del
creditore, mentre il mutamento della persona del debitore può ledere l'interesse del creditore. In
base a questo principio - espresso nell'art. 2740 c.c., art. 1268 c.c., comma 1, art. 1273 c.c., comma
1, e art. 1406 c.c. - deve considerarsi inefficace la cessione del contratto di lavoro qualora il
lavoratore, titolare di crediti verso il datore, non abbia prestato il consenso di cui all'art. 1406 cit..
L'art. 2112 c.c., che permette all'imprenditore il trasferimento dell'azienda, con successione del
cessionario negli obblighi del cedente e senza necessità di consenso del lavoratore, costituisce
eccezione al detto principio e non si applica se non sia identificabile, quale oggetto del
trasferimento, un'azienda o un suo ramo, da intendere come entità economica organizzata in
maniera stabile e con idoneità alla produzione e allo scambio di beni o di servizi.

Di conseguenza sussiste l'interesse del lavoratore ad accertare in giudizio la non ravvisabilità di un


ramo d'azienda in un complesso di beni oggetto del trasferimento e perciò l'inefficacia di questo
nei suoi confronti, in assenza di consenso. Nè questo interesse è escluso dalla solidarietà tra
cedente e cessionario stabilita dal capoverso dell'art. 2112, la quale ha per oggetto solo i crediti del
lavoratore ceduto "esistenti" al momento del trasferimento e non quelli futuri, onde ben può
configurarsi un pregiudizio a carico del ceduto nel caso di cessione dell'azienda a soggetto meno
solvibile.

4. Con il secondo motivo di ricorso è dedotta violazione e falsa applicazione dell'art. 2112 c.c., in
relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3.
Ad avviso della ricorrente tra le condizioni previste dal legislatore per operare il trasferimento di
azienda non è compresa la preesistenza del ramo. Nè, in proposito si può richiamare la
giurisprudenza della Corte di Giustizia, occorrendo, invece, solo che il soggetto subentrante abbia
proseguito la stessa attività utilizzando del tutto tutti o in parte i mezzi o riassumendo in tutto o in
parte il personale del precedente complesso aziendale.

In ogni caso, il ramo in questione esisteva già da un anno circa prima del suo trasferimento, ed era
esistente con quelle caratteristiche che poi ha mantenuto fino al suo trasferimento e ciò in virtù di
una decisione organizzativa di Telecom che no può essere sindacata in sè. Nè è ravvisabile
eterogeneità delle funzioni svolte dal ramo.

5. Con il terzo motivo di ricorso è prospettato il vizio di insufficiente e contraddittoria


motivazione ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 5. Ad avviso del ricorrente, la sentenza impugnata pone
delle premesse in diritto che non hanno riscontro negli elementi di fatto posti a base della
decisione, non illustrando quali circostanze di fatto non consentiscano di ritenere che il ramo
trasferito non avesse mantenuto la propria identità o si caratterizzasse alla stregua di un
contenitore di diversi servizi.

6. I suddetti motivi devono essere trattati congiuntamente in ragione della loro connessione. Gli
stessi non sono fondati e devono essere rigettati.

Occorre ricordare come questa Corte ha già affermato (Cass., sentenza 4 dicembre 2012, n. 21711,
6 febbraio 2013 n. 2766), in linea con la prevalente dottrina formatasi sul punto, che in materia di
trasferimento di parte (c.d. ramo) di azienda, tanto la normativa comunitaria (direttive CE nn.
98/50 e 2001/23) quanto la legislazione nazionale (art. 2112 c.c., comma 5) perseguono il fine di
evitare che il trasferimento si trasformi in semplice strumento di sostituzione del datore di lavoro,
in una pluralità di rapporti individuali, con altro sul quale i lavoratori possano riporre minore
affidamento sul piano sia della solvibilità sia dell'attitudine a proseguire con continuità l'attività
produttiva. La citata direttiva del 1998 richiede, pertanto, che il ramo d'azienda oggetto del
trasferimento costituisca un'entità economica con propria identità, intesa come insieme di mezzi
organizzati per un'attività economica, essenziale o accessoria, e, analogamente, l'art. 2112 c.c.,
comma 5, si riferisce alla "parte d'azienda, intesa come articolazione funzionalmente autonoma di
un'attività economica organizzata". Deve, quindi, trattarsi di un'entità economica organizzata in
modo stabile e non destinata all'esecuzione di una sola opera (cfr. Corte di Giustizia CE, sentenza
24 gennaio 2002, C-51/00), ovvero di un'organizzazione quale legame funzionale che renda le
attività dei lavoratori interagenti e capaci di tradursi in beni o servizi determinati (Cass. 8 giugno
2009 n. 13171). Ne consegue che, nonostante talune difformi opinioni basate sul dato letterale
dell'assenza, nelle Direttive comunitarie, del concetto di preesistenza (pur essendo previsto quello
della conservazione dell'identità), l'entità economica trasferita deve in realtà ritenersi preesistente
al trasferimento, non potendo conservarsi quel che non c'è (cfr. sul punto Cass. 13 ottobre 2009 n.
21697). Il concetto di preesistenza deve poi ritenersi necessariamente riferito ad una articolazione
funzionalmente autonoma dell'azienda, posto che qualunque lavorazione aziendale, per poter
essere ceduta, non potrebbe che preesistere al negozio traslativo, essendone il necessario oggetto
contrattuale.

Tale conclusione risulta obbligata anche alla luce della legge delega n. 30 del 2003, considerando
che essa prevedeva la sussistenza del requisito dell'autonomia funzionale del ramo d'azienda al
momento del suo trasferimento, dovendosi conseguentemente ritenere non consentito attribuire
unicamente alle parti imprenditoriali di individuare a quali cessioni si applichi la fondamentale
garanzia di cui all'art. 2112 c.c., risultando peraltro arduo sostenere che competa unicamente al
datore di lavoro decidere sull'applicabilità di disposizioni inderogabili a garanzia dei lavoratori.

Ed invero, seppure può oggi ritenersi che l'autonomia funzionale del ramo di azienda ceduto non
coincida con la materialità dello stesso (quanto a strutture, beni strumentali ed attrezzature, etc),
ma possa consistere anche in un ramo "smaterializzato" o "leggero", costituito in prevalenza da
rapporti di lavoro organizzati in modo idoneo, anche potenzialmente (od al netto dei supporti
generali sussistenti presso l'azienda cedente), allo svolgimento di un'attività economica, ciò non
toglie che tale autonomia dell'entità ceduta debba essere obiettivamente apprezzabile, sia pur con
possibili interventi integrativi imprenditoriali ad opera del cessionario, al fine di verificarne
l'imprescindibile requisito comunitario della sua "conservazione". Non può ammettersi invece -
alla luce dei principi comunitari, cfr. C.G.E. 24 gennaio 2002, causa C-51/00 - che tale legame
funzionale possa derivare (soggettivamente) solo dalla qualificazione fattane dal cedente e dal
cessionario al momento del trasferimento, consentendo ai soggetti stipulanti il negozio traslativo
(peraltro neppure portatori di superiori interessi pubblici o collettivi), la libera definizione della
fattispecie cui la norma inderogabile si applica, e ciò in contrasto con la disciplina comunitaria in
ordine all'inderogabilità dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento di azienda. D'altro canto è
principio consolidato nella giurisprudenza comunitaria (cfr. C.G.E. 14 novembre 1996,
C-305/1994) quello per cui la vicenda traslativa si perfeziona ipso iure, risultando irrilevante la
contraria volontà delle parti del negozio traslativo.

Questa Corte ha poi già ritenuto che mentre nell'ipotesi della cessione di ramo di azienda si
realizza la successione legale nel rapporto di lavoro del cessionario senza bisogno del consenso dei
contraenti ceduti, nel caso della mera esternalizzazione di servizi ricorre la fattispecie della
cessione dei contratti di lavoro, che richiede per il suo perfezionamento il consenso dei lavoratori
ceduti (Cass. 16 ottobre 2006 n. 22125; Cass. 5 marzo 2008 n. 5932).

Deve pertanto ritenersi operante, ai sensi dell'art. 2112 c.c., come tale suscettibile di autonomo
trasferimento vi riconducibile alla disciplina dettata per la cessione di azienda, deve intendersi
ogni entità economica organizzata la quale, in occasione del trasferimento, conservi la sua identità
- come del resto previsto dalla prima parte del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 32, - pur potendosi
individuare, nel contratto di cessione, una porzione o frazione produttiva che precedentemente era
strettamente legata ai supporti logistici e materiali presenti nell'azienda cedente. Ciò presuppone
comunque una preesistente entità produttiva funzionalmente autonoma (potendo conservarsi solo
qualcosa che già esiste).

Ne consegue che può applicarsi la disciplina dettata dall'art. 2112 c.c., anche in caso di
frazionamento e cessione di parte dello specifico settore aziendale destinato a fornire il supporto
logistico sia al ramo ceduto che all'attività della società cessionaria, purchè esso presenti,
all'interno della più ampia struttura aziendale oggetto della cessione, la propria organizzazione di
beni e persone al fine della fornitura di particolari servizi per il conseguimento di obiettive finalità
produttive, sicchè i reciproci rapporti vengono trasferiti dal cedente al cessionario, ai sensi dell'art.
2112 cod. civ., senza necessità di un loro consenso (cfr.

già Cass. 1 febbraio 2008 n. 2489; Cass. 17 marzo 2009 n. 6452;

Cass. 13 ottobre 2009 n. 21697).

Alla luce dei suddetti principi la Corte d'Appello, esattamente e con congrua motivazione esclude
la ravvisabilità di un ramo d'azienda, oggetto di cessione ai sensi dell'art. 2112 c.c., in un servizio
consistente nella gestione e manutenzione di strutture informatiche, privo di struttura aziendale
autonoma e preesistente, non identificabile sulla base di interessi del cessionario successivi alla
cessione, ed anzi esclusa dai criteri di designazione dei lavoratori trasferiti, provvisti di
competenze professionali non omogenee, e comunque ancora interagenti con operatori
dell'impresa cedente.

7. La recente sentenza della Corte di giustizia UE 6 marzo 2014 n. C- 458/12 conferma quanto
detto. Da essa risulta infatti che: a) non si ha trasferimento di ramo d'azienda qualora il ramo non
preesista alla cessione (dispositivo, n. 1; considerato n. 32); b) in tal caso spetta all'ordinamento
nazionale di garantire il lavoratore (dispositivo, n. 1; considerato n. 39).
8. Per le medesime ragioni deve essere rigettato il ricorso incidentale adesivo di H.P. D.C.S.
Service, fondato su motivi di impugnazione analoghi a quelli proposti da Telecom Italia spa.

9. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

PQM
P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta. Condanna i ricorrenti al pagamento delle spese di giudizio
che liquida in Euro cento per esborsi, oltre Euro tremila per compensi professionali, oltre
accessori.

Così deciso in Roma, il 18 febbraio 2014.

Depositato in Cancelleria il 9 maggio 2014

Note
Utente: ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI
www.iusexplorer.it - 21.01.2018
© Copyright Giuffrè 2018. Tutti i diritti riservati. P.IVA 00829840156
Archivio selezionato: Sentenze Cassazione civile
Autorità: Cassazione civile sez. lav.
Data: 15/04/2014
n. 8757
Classificazioni: LAVORO SUBORDINATO (Rapporto di) - Trasferimento d'azienda - - in genere

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE


SEZIONE LAVORO
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. STILE Paolo - Presidente -
Dott. BANDINI Gianfranco - Consigliere -
Dott. NAPOLETANO Giuseppe - rel. Consigliere -
Dott. LORITO Matilde - Consigliere -
Dott. AMENDOLA Fabrizio - Consigliere -
ha pronunciato la seguente:
sentenza
sul ricorso 16390/2010 proposto da:
TELECOM ITALIA S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona del legale
rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, L.G.
FARAVELLI 22, presso lo studio degli avvocati MARESCA Arturo, BOCCIA
FRANCO RAIMONDO, ROMEI ROBERTO, che la rappresentano e difendono
giusta delega in atti;
- ricorrente -
contro
M.C. (OMISSIS), G.R.
(OMISSIS), B.C. (OMISSIS), V.
R. (OMISSIS), P.P. (OMISSIS),
MO.FE. (OMISSIS), tutti elettivamente
domiciliati in ROMA, VIA G. PISANELLI 4, presso lo studio
dell'avvocato GIGLI Giuseppe, che li rappresenta e difende unitamente
all'avvocato GRANDESE SANDRO, giusta delega in atti;
- controricorrenti -
avverso la sentenza n. 630/2009 della CORTE D'APPELLO di VENEZIA,
depositata il 22/12/2009 r.g.n. 899/2008;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del
26/02/2014 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE NAPOLETANO;
udito l'Avvocato ROMEI ROBERTO;
udito l'Avvocato GRANDESE SANDRO;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.
CELESTE Alberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso, salvo
estinzione per la G. per rinuncia.

Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte di Appello Venezia, confermando la sentenza del Tribunale di Venezia, accoglieva la


domanda dei lavoratori in epigrafe indicati, proposta nei confronti della società Telecom, avente
ad oggetto l'impugnativa del loro trasferimento presso la società MP Facility a seguito di cessione
di ramo d'azienda da parte della prima società alla seconda delle menzionate società.

La Corte del merito, rilevava, preliminarmente, che in caso di trasferimento d'azienda o di un suo
ramo,nonostante l'art. 2112 c.c., garantisse ai lavoratori trasferiti il mantenimento dello stesso
livello retributivo e d'inquadramento goduto presso il datore di lavoro cedente, sussisteva
l'interesse dei lavoratori ad agire proprio perchè la relativa azione era diretta a verificare l'effettiva
titolarità del rapporto di lavoro in capo ad un soggetto piuttosto che ad un altro rilevando tanto, e
sul regime di stabilità applicabile rapporto di lavoro, e sul capacità economica del datore di lavoro
di garantire la retribuzione fonte di sostentamento del lavoratore.
Ciò precisato, la Corte territoriale dopo un articolato excursus sulla disciplina del trasferimento
d'azienda a livello nazionale e comunitario, sul presupposto che "al fine di ritenere applicabile
l'art. 2112 c.c., anche al trasferimento di un ramo dell'azienda è necessario che sia ceduto un
complesso di beni che oggettivamente si presenti quale entità dotata di una propria autonomia
organizzativa ed economica, funzionalizzata allo svolgimento di una attività volta alla produzione
di beni e servizi", riteneva che le censure mosse dalla società non scalfivano l'affermazione del
Tribunale secondo il quale "la semplice lettura del contratto di cessione del ramo di azienda
provava che al di là delle parole usate non vi era stata la cessione di un articolazione
funzionalmente autonoma di un'attività economica di Telcom Italia, ma semplicemente il
trasferimento o la cessione di una serie di lavoratori" emergendo dalle testimonianze e dalla
documentazione che "non era stata realizzata una reale cessione di ramo d'azienda, bensì una mera
esternalizzazione del servizio di manutenzione degli impianti ad uso ufficio e dei servizi
ambientali, per la cui validità era necessario che la società ottenesse il consenso dei lavoratori".

Avverso questa sentenza la società Telecom ricorre in cassazione sulla base di quattro censure.

Le parti intimate resistono con controricorso illustrato da memoria.

Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente va rilevato che parte ricorrente ha depositato verbale di conciliazione in sede


sindacale da cui si evince la sua rinuncia al ricorso nei confronti della resistente G.R. che ha
accettato la rinuncia.

Il relativo processo deve essere pertanto dichiarato estinto ai sensi dell'art. 391 c.p.c..

Nulla deve disporsi, tra le nominate parti, per le spese a norma dell'u.c., del richiamato art. 391
c.p.c..

Con il primo motivo la società ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione dell'art. 100
c.p.c. e artt. 1406, 2094 e 2112 c.c., sostiene che erroneamente la Corte del merito ha ritenuto
sussistente, nella specie, un interesse ad agire dei lavoratori in causa atteso, per un verso
l'inesattezza del riferimento all'intuitus personae con riguardo al datore di lavoro, e dall'altro alla
irrilevanza del richiamo a pregiudizi del tutto ipotetici.

Con la seconda censura la società Telecom Italia, denunciando violazione e falsa applicazione
dell'art. 2112 c.c., critica la sentenza impugnata, e per aver assunto quale elemento essenziale ai
fini dell'applicabilità del denunciato art. 2112 c.c., la preesistenza del ramo d'azienda, e per non
aver tenuto conto che, comunque, come accertato dalla stessa Corte, il ramo ceduto preesisteva
alla cessione.

Con il terzo motivo la società ricorrente, assumendo vizio di motivazione, prospetta che la Corte
del merito non spiega perchè la circostanza che il ramo ceduto fosse stato costituito da più di un
anno non vale ad integrare il requisito della preesistenza e non esplicita alcuna ragione circa
l'insussistenza dell'autonomia funzionale se non quella della esistenza di una struttura di controllo
sull'operato della struttura esternalizzata.

Con la quarta critica la società Telecom Italia, deducendo violazione dell'art. 2112 c.c., allega che
i due indici, rappresentati rispettivamente dalla non omogeneità delle funzioni trasferite e dalla
esistenza di un organismo di controllo, assunti dalla Corte del merito quali parametri di non
autonomia funzionale del ramo trasferito, non trovano alcun riscontro nella legge in quanto il
concetto di articolazione funzionalmente autonoma deve intendersi con stretto riferimento al
concetto di attività economica organizzata.
I motivi, che in quanto strettamente connessi dal punto di vista logico giuridico vanno trattati
unitariamente, sono infondati.

Mette conto rilevare, in primo luogo, quanto alla questione dell'interesse ad agire che nel rapporto
obbligatorio il debitore è, di regola, indifferente al mutamento della persona del creditore,mentre il
mutamento della persona del debitore può ledere l'interesse del creditore.

In base a questo principio - espresso nell'art. 2740 c.c., art. 1268 c.c., comma 1, art. 1272 c.c.,
comma 1, art. 1273 c.c., comma 1, art. 1406 c.c. - deve considerasi inefficace la cessione del
contratto di lavoro qualora il lavoratore, titolare di crediti verso il datore, non abbia prestato il
consenso di cui all'art. 1406 c.c..

L'art. 2112 c.c., che permette all'imprenditore il trasferimento dell'azienda, con successione del
cessionario negli obblighi del cedente e senza necessità di consenso del lavoratore, costituisce
eccezione al detto principio e non si applica se non sia identificabile, quale oggetto del
trasferimento, una azienda o un suo ramo, da intendere come entità economica organizzata in
maniera stabile e con idoneità alla produzione o allo scambio di beni o di servizi.

Di conseguenza sussiste l'interesse del lavoratore ad accertare in giudizio la non ravvisabilità di un


ramo d'azienda in un complesso di beni oggetto del trasferimento e perciò l'inefficacia di questo
nei suoi confronti in assenza di consenso.

Nè questo interesse è escluso dalla solidarietà di cedente e cessionario stabilita dal cpv dell'art.
2112 c.c., la quale ha per oggetto solo i crediti del lavoratore ceduto "esistenti" al momento del
trasferimento e non quelli futuri, onde ben può considerarsi un pregiudizio a carico del ceduto nel
caso di cessione dell'azienda a soggetto meno solvibile.

Relativamente, poi, alla problematica concernente, per quanto attiene alla nozione di trasferimento
d'azienda ed in particolare alla preesistenza del ramo d'azienda trasferito mette conto sottolineare
che la Corte del merito, contrariamente a quanto prospettato da parte ricorrente, non assume quale
"requisito" ai fini dell'applicabilità dell'art. 2112 c.c., la detta preesistenza la quale è, invece,
considerata dalla Corte del merito non elemento qualificante ai fini dell'accertamento
dell'autonomia organizzativa.

In altri termini la Corte del merito dopo aver affermato che "al fine di ritenere applicabile l'art.
2112 c.c., anche al trasferimento di un ramo dell'azienda è necessario che sia ceduto un complesso
di beni che oggettivamente si presenti quale entità dotata di una propria autonomia organizzativa
ed economica, funzionalizzata allo svolgimento di una attività volta alla produzione di beni e
servizi", rileva che la precostituzione del ramo di azienda non significa necessariamente
autonomia organizzativa della stessa.

Analoghe considerazioni valgono per quanto attiene la struttura di controllo all'interno dell'azienda
cedente creata per verificare l'operato della struttura esternalizzata. Infatti la Corte territoriale non
esclude l'applicabilità dell'art. 2112 c.c., perchè esiste la detta struttura di controllo, ma perchè
ritiene che la giustificazione fornita dalla Telecom, circa la creazione di tale struttura, sia correlata
all'assunto della stessa Telecom, che non sia necessaria, ai fini di cui trattasi, un'autonomia
funzionale del ramo ceduto nè prima, nè dopo la cessione.

Non vi è, quindi, alcuna contraddizione nella sentenza impugnata o violazione di legge per aver
assunto ad elementi qualificanti la fattispecie normativamente prevista in base ad elementi estranei
alla norma. Le argomentazioni utilizzate dalla Corte di Appello nella sentenza impugnata e ed in
questa sede censurate, è bene sottolineare, sono sviluppate dalla Corte del merito a confutazione
dei motivi di appello della società Telecom e sono funzionali non alla interpretazione della
fattispecie astratta normativamente stabilita, ma a ritenere infondate le prospettazioni di fatto poste
a base dei motivi di appello.
D'altro canto il decisum della sentenza impugnata si basa sostanzialmente sulla condivisione
dell'accertamento condotto dal Tribunale secondo il quale, come riportato innanzi, "la semplice
lettura del contratto di cessione del ramo di azienda prova che al di là delle parole usate non vi è
stata la cessione di un articolazione funzionalmente autonoma di un'attività economica di Telcom
Italia, ma semplicemente il trasferimento o la cessione di una serie di lavoratori" emergendo dalle
testimonianze e dalla documentazione che "non è stata realizzata una reale cessione di ramo
d'azienda, bensì una mera esternalizzazione del servizio di manutenzione degli impianti ad uso
ufficio e dei servizi ambientali, per la cui validità era necessario che la società ottenesse il
consenso dei lavoratori".

Del resto parte ricorrente non censura in modo idoneo siffatto accertamento omettendo, tra l'altro,
di trascrivere nel ricorso,eventuali contrarie emergenze istruttorie.

Nè può sottacersi che la giurisprudenza di questa Corte è oramai orientata nel ritenere operante,
anche a seguito del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 32, il principio per cui per "ramo d'azienda", ai
sensi dell'art. 2112 c.c., deve intendersi ogni entità economica organizzata la quale, in occasione
del trasferimento, conservi la sua identità - come del resto previsto dalla prima parte del D.Lgs. n.
276 del 2003, art. 32 - presupponendo ciò comunque una preesistente entità produttiva
funzionalmente autonoma (potendo conservarsi solo qualcosa che già esiste), e non anche una
struttura produttiva creata ad hoc in occasione del trasferimento o come tale unicamente
identificata dalle parti del negozio traslativo, essendo preclusa l'esternalizzazione come forma
incontrollata di espulsione di frazioni non coordinate fra loro, di semplici reparti o uffici, di
articolazioni non autonome, unificate soltanto dalla volontà dell'imprenditore e non dall'inerenza
del rapporto ad una entità economica dotata di autonoma ed obiettiva funzionalità (Cfr. Cass. 4
dicembre 2012 n. 21711 e nello stesso senso Cass. 8 giugno 2009 n. 13171 e Cass. 9 ottobre 2009
n. 21481).

D'altro canto, come pure affermato da questa Corte,non può ammettersi un trasferimento di ramo
d'azienda con riferimento alla sola decisione, assunta dal soggetto cedente, di unificare alcuni beni
e lavoratori, affidando a questi un unica funzione al momento del trasferimento. Tanto infatti
contrasterebbe, e con le direttive comunitarie nn. 1998/50 e 2001/23 che richiedono già prima di
quest'atto "un entità economica che conservi la propria identità" ossia un assetto già formato, e con
gli artt. 4 e 36 Cost., che impediscono di rimettere discipline inderogabili di tutela dei lavoratori (
sent. n. 115 del 1994 della Corte Cost.) ad un mero atto di volontà del datore di lavoro,
incontrollabile per l'assenza di riferimento oggettivi (Cfr. Cass. 4 dicembre 2012 n. 21711 cit.).

Pertanto anche a volere seguire la tesi di parte ricorrente, secondo la quale la Corte del merito
avrebbe sussunto nella nozione di ramo d'azienda ex art. 2112 c.c., il requisito della preesistenza
della struttura ceduta, la sentenza impugnata essendo conforme alla giurisprudenza di questa Corte
non incorre nella denunciata violazione.

Nè incorre, sotto il profilo in esame, in alcun vizio di motivazione la Corte del merito
relativamente alla negata rilevanza, nella specie, della preesistenza del ramo d'azienda ceduto,
atteso che siffatta irrilevanza è assunta in base alla considerazione della non autonoma funzionalità
organizzativa della relativa struttura, non essendo sufficiente, ai fini dell'operatività della regola di
cui al citato art. 2111 c.c., la mera preesistenza del ramo d'azienda, occorrendo invece che questo
si presenti "quale entità dotata di una propria autonomia organizzativa ed economica,
funzionalizzata allo svolgimento di una attività volta alla produzione di beni e servizi".

Quanto alla non omogeneità delle funzioni trasferite,che secondo la Telecom viene valutata dalla
Corte del merito quale parametro di non autonomia della struttura ceduta, è sufficiente osservare
che la predetta Corte, anche in questo caso e a confutazione del motivo di appello della stessa
Telecom, non afferma affatto che ai fini di cui trattasi occorre l'omogeneità dei servizi ceduti, ma
che, comunque, è sempre necessario che sia "rispettato il principio dell'autonomia funzionale".
Concludendo poichè tutte le argomentazioni spese dalla Corte territoriale si fondano sul principio
che per l'applicabilità dell'art. 2112 c.c., occorre che la struttura ceduta sia dotata di una propria
autonomia organizzativa ed economica funzionalizzata allo svolgimento di una attività volta alla
produzione di beni e servizi, accertata come non sussistente nelle specie, devesi ritenere
l'impugnata sentenza corretta in diritto in quanto conforme alla interpretazione fornita da questa
Corte dell'art. 2112 c.c. (V. per tutte Cass. 1 febbraio 2009 n. 2489, nonchè Cass. 8 giugno 2009 n.
13171 cit. e Cass. 4 dicembre 2012 n. 21711 cit.) e, per le ragioni sopra esposte, priva di
contraddizioni e formalmente coerente.

Il ricorso va, quindi, rigettato.

Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

PQM
P.Q.M.

La Corte dichiara estinto il processo nei confronti di G. R.. Nulla per le spese tra Telecom e G..
Rigetta il ricorso proposto nei confronti delle altre parti e condanna il ricorrente al pagamento
delle spese del giudizio di legittimità liquidate in Euro 100,00 per esborsi ed Euro 4000,00 per
compensi oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 26 febbraio 2014.

Depositato in Cancelleria il 15 aprile 2014

Note
Utente: ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI
www.iusexplorer.it - 21.01.2018
© Copyright Giuffrè 2018. Tutti i diritti riservati. P.IVA 00829840156
Archivio selezionato: Sentenze Cassazione civile
Autorità: Cassazione civile sez. lav.
Data: 21/11/2012
n. 20422
Classificazioni: LAVORO SUBORDINATO (Rapporto di) - Trasferimento d'azienda - - in genere

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE


SEZIONE LAVORO
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. VIDIRI Guido - Presidente -
Dott. STILE Paolo - Consigliere -
Dott. MANNA Antonio - rel. Consigliere -
Dott. BALESTRIERI Federico - Consigliere -
Dott. GARRI Fabrizia - Consigliere -
ha pronunciato la seguente:
sentenza
sul ricorso 12065/2010 proposto da:
TELECOM ITALIA S.P.A. (OMISSIS), in persona del legale
rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, V.L.G.
FARAVELLI 22, presso lo studio degli avvocati MARESCA ARTURO, BOCCIA
FRANCO RAIMONDO, ROMEI ROBERTO, che la rappresentano e difendono
giusta delega in atti;
- ricorrente -
contro
B.M.F. (OMISSIS), + ALTRI OMESSI
tutti elettivamente domiciliati in ROMA, VIA
FLAMINIA 195, presso lo studio dell'avvocato VACIRCA SERGIO, che li
rappresenta e difende unitamente agli avvocati SCARPELLI FRANCO,
DAVIDE BONSIGNORIO, giusta delega in atti;
- controricorrenti -
avverso la sentenza n. 878/2009 della CORTE D'APPELLO di MILANO,
depositata il 06/11/2009 r.g.n.2162/07;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del
03/10/2012 dal Consigliere Dott. ANTONIO MANNA;
udito l'Avvocato BOCCIA FRANCO RAIMONDO;
udito l'Avvocato VACIRCA SERGIO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.
ROMANO Giulio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza depositata il 6.11.09 la Corte d'appello di Milano rigettava il gravame interposto da
Telecom Italia S.p.A. contro la sentenza n. 3227/07 del Tribunale della stessa sede che aveva
dichiarato l'inefficacia nei confronti di A.L., + ALTRI OMESSI del trasferimento di ramo
d'azienda dalla predetta società a Telepost S.p.A. e la sussistenza fra le parti d'un rapporto di
lavoro subordinato, con ordine a carico della Telecom di reintegrare i summenzionati lavoratori
nel posto di lavoro.

Per la cassazione di tale sentenza ricorre Telecom Italia S.p.A. affidandosi a cinque motivi.

I summenzionati lavoratori (ad eccezione di P.A., che è rimasta intimata) resistono con
controricorso, poi ulteriormente illustrato da memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE
Preliminarmente si ribadisce l'inaccoglibilità dell'istanza di rinvio a fini di eventuale riunione o
trattazione nella medesima udienza - presentata dalla società ricorrente solo il 20.9.12 - in
relazione ad altra causa pendente innanzi a questa S.C. per l'udienza del 31.10.12 (causa che
avrebbe ad oggetto analoga questione, relativamente ad altri lavoratori).

Invero, come questa S.C. ha già statuito (cfr. Cass. 1.3.2012 n. 3189; Cass. S.U. 3.11.2008 n.
26373), il rispetto del diritto fondamentale a una ragionevole durata del processo impone al
giudice, ai sensi degli artt. 175 e 127 c.p.c., di evitare attività processuali non giustificate dalla
struttura dialettica del processo e, in particolare, dal rispetto del principio del contraddittorio, da
garanzie di difesa e dal diritto alla partecipazione al processo, in condizioni di parità, dei soggetti
nella cui sfera giuridica l'atto finale è destinato a esplicare i propri effetti. Ne deriva che l'istanza
per la trattazione congiunta di una pluralità di giudizi relativi alla medesima vicenda, non
espressamente contemplata dagli artt. 115 e 82 disp. att. c.p.c., deve essere sorretta da ragioni
idonee ad evidenziare i benefici suscettibili di bilanciare gli inevitabili ritardi conseguenti
all'accoglimento della richiesta, bilanciamento che va effettuato con particolare rigore nel giudizio
di cassazione, caratterizzato da impulso d'ufficio.

Nel caso di specie la società ricorrente non ha chiarito i benefici che avrebbero - in ipotesi -
bilanciato il ritardo conseguente all'ipotetico accoglimento dell'istanza, nè ha spiegato se l'altro
ricorso - pur attinente alla medesima cessione di ramo d'azienda - è basato su questioni di diritto
analoghe a quelle dedotte nella presente sede (in cui si fanno valere anche errores in procedendo e
vizio di motivazione, per loro natura definiti dalle peculiarità del singolo giudizio e della singola
sentenza).

1- Con il primo motivo si lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 102 e 106 c.p.c., per
avere l'impugnata sentenza negato la chiamata in causa di Telepost S.p.A., invano sollecitata
anche in primo grado, nonostante che quest'ultima società avesse un chiaro interesse a partecipare
al giudizio, rischiando di vedersi improvvisamente sottrarre un cospicuo numero di lavoratori.

Il motivo è infondato.

Infatti, ove un lavoratore, agendo in giudizio, affermi la persistenza del rapporto di lavoro in capo
al cedente il ramo d'azienda e neghi il rapporto con il cessionario, non sussiste litisconsorzio
necessario ex art. 102 c.p.c., in quanto in siffatta evenienza il lavoratore non deduce in giudizio un
rapporto plurisoggettivo nè una situazione di contitolarità, ma tende a conseguire un'utilità
rivolgendosi ad un solo soggetto, ossia a quello che reputa essere il vero e unico datore di lavoro;
in tal caso, l'accertamento negativo dell'altro rapporto avviene soltanto in via incidentale, senza
efficacia di giudicato e senza lesione alcuna dei diritti del cessionario (v. Cass. 8.6.09 n. 13171;
nell'analoga ipotesi di azione intesa ad accertare un'intermediazione illecita di manodopera e la
sussistenza del rapporto lavorativo con il committente, quale effettivo datore di lavoro, cfr. Cass.
S.U. 22.10.02 n. 14897 e successiva conforme giurisprudenza).

Nè giova alla società ricorrente lamentare, in subordine, la mancata autorizzazione alla chiamata
in causa ex art. 106 c.p.c., della cessionaria Telepost S.p.A., noto essendo - sempre in virtù di
costante giurisprudenza di questa S.C., da cui non v'è motivo di discostarsi - che il provvedimento
discrezionale con il quale il giudice autorizza o nega la chiamata in causa di un terzo ad istanza di
parte è incensurabile mediante appello o ricorso per cassazione (cfr., per tutte, Cass. 20.12.2005 n.
28227).

2 - Con il secondo motivo si deduce violazione e falsa applicazione dell'art. 100 c.p.c., e artt. 2118
e 2112 c.c., per avere la Corte milanese rigettato l'eccezione di inammissibilità delle domande dei
lavoratori C., + ALTRI OMESSI i cui rapporti di lavoro con Telepost erano già cessati, avendo
essi aderito in via transattiva alla procedura di mobilità volontaria promossa da tale azienda,
decisione incompatibile - contrariamente a quanto ritenuto dall'impugnata sentenza - con la
volontà di proseguire la causa nei confronti di Telecom Italia.
Analoga doglianza è sostanzialmente fatta valere anche con il terzo motivo di ricorso, sotto forma
di denuncia di vizio di motivazione.

Tali motivi - da trattarsi congiuntamente perchè connessi - sono infondati.

L'interesse ad agire ex art. 100 c.p.c., è l'interesse ad ottenere concreti ed attuali benefici da una
data azione in giudizio.

Altra cosa è l'asserita (in)coerenza o (in)compatibilità delle attività negoziali, di per sè indifferente
al concetto di cui all'art. 100 c.p.c., per il semplice che rilievo che, essendo la transazione
intercorsa con Telepost res inter alios acta, in quanto tale inidonea ad incidere nella sfera giuridica
di Telecom Italia, nulla escludeva che i lavoratori de quìbus conservassero interesse a coltivare la
domanda proposta nei confronti della società cedente, con la quale i rapporti erano rimasti -
appunto - impregiudicati.

Ma - giova ribadire - a parte ogni considerazione sui motivi e sulla concreta portata della
transazione intercorsa fra Telepost e i summenzionati lavoratori (questione non devoluta e neppure
suscettibile di essere proposta innanzi a questa S.C., involgendo apprezzamenti di fatto), resta il
rilievo che, proprio perchè res inter alios acta, all'odierna ricorrente non giova nè nuoce.

Per tali ragioni non può condividersi l'argomentazione secondo cui, avendo dato le dimissioni da
Telepost, i predetti lavoratori avrebbero fatto cessare quello stesso ed unico rapporto lavorativo
che prima avevano con Telecom Italia, che quindi non potrebbe più rivivere, assunto - per altro -
viziato sia dal supporre l'esistenza fra cedente, cessionario e lavoratori ceduti ex art. 2112 c.c.,
d'un inscindibile rapporto plurisoggettivo (escluso, invece, alla luce delle considerazioni sopra
svolte) sia dal dedurre in premessa quella che - invece - sarebbe la tesi da dimostrare (vale a dire
l'efficacia, nei confronti dei lavoratori, dell'impugnato trasferimento di ramo d'azienda e la
conseguente prosecuzione del loro rapporto di lavoro in capo a Telepost).

3 - Con il quarto motivo si lamenta violazione e falsa applicazione dell'art. 421 c.p.c., nella parte
in cui la Corte territoriale ha ritenuto che correttamente il giudice di prime cure avesse omesso di
esercitare i poteri istruttori d'ufficio in considerazione della carenza di pertinenti allegazioni da
parte di Telecom Italia in ordine ai requisiti di indipendenza e autonomia del ramo d'azienda
trasferito: obietta a riguardo la società ricorrente la doverosità dell'esercizio di tali poteri a fronte
di pur significativi elementi di prova articolati nei capitoli di prova testimoniale.

Il motivo è infondato.

Nel rito del lavoro l'esercizio di poteri istruttori d'ufficio, previsto per contemperare il principio
dispositivo con quello della ricerca della verità materiale, involge un giudizio di opportunità
rimesso al discrezionale apprezzamento del magistrato, incensurabile se correttamente motivato.

In proposito i giudici del merito hanno negato ulteriori approfondimenti istruttori vista
l'insufficienza di pertinenti allegazioni da parte di Telecom Italia in ordine ai requisiti di
autonomia e indipendenza del ramo d'azienda ceduto, nonchè la mancata contestazione, da parte
della società, delle allegazioni in punto di fatto formulate dai lavoratori.

In altre parole, avendo l'impugnata sentenza ritenuto già acclarati i fatti, viene meno il presupposto
stesso dei poteri istruttori d'ufficio.

D'altro canto, se - come insegna Cass. S.U. 17.6.04 n. 11353 - il ricorso all'art. 421 c.p.c., non è
consentito per ammettere prove intese a sminuire o smentire altre già acquisite e sufficienti ai fini
del decidere, a maggior ragione deve negarsene l'uso ove inteso ad aggirare il principio di non
contestazione.
4 - Con il quinto motivo ci si duole di violazione e falsa applicazione dell'art. 2112 c.c., avendo la
gravata pronuncia erroneamente ritenuto rilevante, ai fini della asserita inconfigurabilità di una
cessione di ramo autonomo d'azienda nei sensi di cui all'art. 2112 c.c., l'esiguità dei beni
strumentali trasferiti da Telecom Italia a Telepost: obietta a riguardo la società ricorrente che ciò
che rileva ai fini del disposto dell'art. 2112 c.c., è non la consistenza patrimoniale del ramo
d'azienda ceduto, bensì la sua idoneità funzionale a svolgere un determinato servizio, ancor più
considerato che la giurisprudenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea prevede che possa
aversi azienda anche in presenza di un'esigua dotazione materiale, purchè vi sia un complesso
organizzato di persone e di beni; conclude, infine, il ricorso con il contestare la rilevanza di quelli
che i giudici di merito hanno considerato come indici sintomatici dell'assenza d'un legittimo
trasferimento d'azienda.

Il motivo è infondato.

Si premetta che l'art. 2112 c.c., presuppone che vengano trasferiti - nella loro funzione unitaria e
strumentale e non nella loro autonoma individualità - beni materiali destinati all'esercizio
dell'impresa, ovvero strutture a tal fine organizzate (cfr., e pluribus, Cass. 19.8.2009 n. 18385;
Cass. 6.6.2007 n. 13270; Cass. 12.7.2002 n. 10193; Cass. 17.10.2005 n. 20012).

E se è vero che un'azienda può comprendere anche beni immateriali (come l'avviamento),
nondimeno non può ridursi solo ad essi, giacchè la sua stessa nozione (contenuta nell'art. 2555
c.c.) evoca pur sempre la necessità anche di beni materiali organizzati tra loro in funzione
dell'esercizio dell'impresa (di fatto impossibile in totale assenza di strutture fisiche, per quanto
esigue).

Sempre in virtù dell'art. 2112 c.c., deve intendersi per ramo autonomo d'azienda, come tale
suscettibile di trasferimento, ogni entità economica organizzata in maniera stabile che, in
occasione del trasferimento, conservi la propria identità.

Ciò suppone - come questa S.C. ha più volte statuito (v., ex aliis, Cass. 13.10.2009 n. 21697; Cass.
9.10.2009 n. 21481; Cass. 1.2.2008 n. 2489; Cass. 6.6.2007 n. 13270) - una preesistente realtà
produttiva funzionalmente autonoma (il requisito della preesistenza al trasferimento è
espressamente previsto nell'art. 2112 c.c., comma 5, come sostituito dal D.Lgs. n. 276 del 2003,
art. 32, comma 1) e non anche una struttura produttiva creata ad hoc in occasione del
trasferimento.

Nel caso in esame i giudici del merito hanno accertato - con motivazione esauriente ed immune da
vizi logici o giuridici - l'assenza d'un legittimo trasferimento di ramo d'azienda in ragione della sua
creazione fittizia proprio in vista della cessione.

Tale conclusione è stata avvalorata non soltanto dall'inconsistenza dei beni materiali ceduti, intesa
come sostanziale inidoneità a consentire lo svolgimento dell'attività produttiva di Telepost S.p.A.
(che, in sintesi, avrebbe dovuto gestire la documentazione cartacea di Telecom Italia), ma anche
dalla mancanza di autonomi rapporti tra fornitori e Telepost, dalla mancata attribuzione di
software e di necessaria strumentazione informatica (che continuavano ad appartenere a Telecom),
nonchè dallo svuotamento delle attività che Telepost avrebbe dovuto svolgere.

In particolare, i giudici del merito hanno segnalato che i circa 200 lavoratori confluiti nella società
cessionaria e distribuiti su tutto il territorio nazionale sono rimasti sforniti di adeguata
organizzazione di beni strumentali; che, pur dopo il trasferimento d'azienda, Telecom e Telepost
(la seconda operante in immobili ricevuti in comodato gratuito dalla prima) hanno avuto in
comune la stessa numerazione progressiva di protocollazione, attività che Telecom ha continuato
ad espletare avvalendosi della propria procedura informatica, la stessa data in uso a Telepost; che
nell'agosto 2006, in occasione del trasferimento del personale Telepost dalla sede di via
(OMISSIS) a quella di via (OMISSIS), si è verificato per 48 ore un blocco dell'attività per il
collegamento dei terminali al server centrale di Telecom; che per accedere al sistema SIGEC -
cioè la procedura informatizzata di Telepost, che coincide con quella utilizzata in Telecom dal
2005 - bisogna prima accedere alla rete Intranet di Telecom etc. In breve, da una lunga a specifica
serie di indici sintomatici i giudici del merito hanno accertato il carattere meramente fittizio della
cessione di ramo d'azienda.

L'obiezione della società ricorrente - secondo cui basta che il complesso dei beni trasferito sia
funzionalmente idoneo a svolgere un determinato servizio, anche perchè la giurisprudenza della
Corte di Giustizia dell'Unione Europea prevede che possa aversi azienda pur in presenza di
un'esigua dotazione materiale - non è conferente perchè è proprio tale idoneità ad essere stata
motivatamente negata dall'impugnata sentenza. Anzi, la Corte territoriale ha evidenziato che
nemmeno i lavoratori coinvolti dal trasferimento risultavano costituire un gruppo coeso per
professionalità, precisi legami organizzativi preesistenti alla cessione e specifico know how tale da
individuarli come una struttura unitaria funzionalmente idonea e non come una mera sommatoria
di dipendenti.

5 - In conclusione, il ricorso è da rigettarsi.

Le spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

PQM
P.Q.M.

LA CORTE rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente a pagare le spese del giudizio di
legittimità, liquidate in Euro 50,00 per esborsi e in Euro 5.000,00 per compensi professionali, oltre
accessori come per legge.

Così deciso in Roma, il 3 ottobre 2012.

Depositato in Cancelleria il 21 novembre 2012

Note
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Autorità: Cassazione civile sez. trib.
Data: 06/04/2010
n. 8210

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE


SEZIONE TRIBUTARIA
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. CAPPABIANCA Aurelio - Presidente -
Dott. IACOBELLIS Marcello - Consigliere -
Dott. VIRGILIO Biagio - Consigliere -
Dott. GRECO Antonio - Consigliere -
Dott. SCARANO Luigi Alessandro - rel. Consigliere -
ha pronunciato la seguente:
ordinanza
sul ricorso 5760-2008 proposto da:
B.G. titolare della ditta "Gima Oro", elettivamente
domiciliato in ROMA, presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e
difeso dall'avvocato PASANISI GIOVANNI, giusta procura speciale a
margine del ricorso;
- ricorrente -
contro
AGENZIA DELLE ENTRATE;
- intimata -
avverso la sentenza n. 39/2006 della Commissione Tributaria Regionale
di L'AQUILA del 10.10.06, depositata il 30/12/2006;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del
12/01/2010 dal Consigliere Relatore Dott. LUIGI ALESSANDRO SCARANO.
E' presente il P.G. in persona del Dott. EDUARDO VITTORIO
SCARDACCIONE.

Fatto
RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO

Considerato che è stata depositata in cancelleria relazione del seguente tenore:

"Con sentenza del 30/12/2006 n. 39/6/06 la Commissione Tributaria Regionale dell'Abruzzo


dichiarava inammissibile il gravame interposto dal contribuente sig. B.G., titolare dell'impresa
individuale Gima Oro esercente attività di commercio all'ingrosso di preziosi, nei confronti della
pronunzia della Commissione Tributaria Provinciale di L'Aquila di rigetto dell'opposizione dal
medesimo proposta in relazione ad avviso di accertamento in rettifica emesso a titolo di I.V.A. per
l'anno d'imposta 1997, con sanzioni ed interessi.

Avverso la suindicata pronunzia del giudice dell'appello il B. propone ora ricorso per cassazione,
affidato ad unico motivo.

L'intimata non ha svolto attività difensiva.

Con unico motivo il ricorrente denunzia violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del
1992, art. 51, art. 53, ultima parte, artt. 20 e 22, art. 53, comma 2, prima parte, nonchè "illegittima
interpretazione estensiva della norma, in contrasto con i principi generali dell'ordinamento -
violazione e/o falsa applicazione degli artt. 12 e 14 disp. gen. (preleggi)", in riferimento all'art. 360
c.p.c., comma 1, n. 3.

Deduce quindi dubbio di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53, comma 2,
ultima parte, in riferimento all'art. 24 Cost..
Il motivo e il dedotto dubbio di legittimità costituzionale dovranno essere dichiarati infondati.

Risponde invero a consolidato principio affermato da questa Corte che in tema di contenzioso
tributario, ove entro trenta giorni dalla proposizione l'appellante non abbia depositato nella
segreteria dell'adita Commissione tributaria l'originale del ricorso notificato o copia dello stesso,
unitamente a copia della ricevuta (se la notifica è avvenuta a mezzo posta), ai sensi del combinato
disposto di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53, comma 2, e art. 22, commi 1 e 2, il ricorso è
inammissibile, e tale prevista sanzione deve essere rilevata d'ufficio in ogni stato e grado del
processo (v., da ultimo, Cass., 18/1/2008, n. 1025; Cass., 15/5/2002, n. 7033).

Orbene di tale principio il giudice dell'appello ha nel caso fatto corretta e puntuale applicazione.

Nè la disciplina applicata prospetta come fondati i dubbi di legittimità costituzionale segnalati dal
ricorrente, atteso che, nel debitamente regolare in modo diverso situazioni obiettivamente
differenti, risultano posti a carico del ricorrente, laddove opti per la notificazione in forma privata
anzichè affidata all'ufficiale giudiziario, dei meri oneri relativi ad adempimenti concernenti atti
nella sua sfera di disponibilità, in alcun modo per il medesimo ostativi all'accesso alla tutela
giurisdizionale garantita ex art. 24 Cost.";

atteso che la relazione è stata comunicata al P.G. e notificata ai difensori delle parti costituite;

rilevato che il ricorrente non ha presentato memoria nè vi è stata richiesta di audizione in camera
di consiglio; considerato che il P.G. ha condiviso la relazione; rilevato che a seguito della
discussione sul ricorso tenuta nella camera di consiglio il collegio ha condiviso le osservazioni
esposte nella relazione, con le precisazioni di seguito indicate;

osservato che il giudice dell'appello ha ritenuto inammissibile l'interposto gravame (proposto


l'11/1/2006, e pertanto rientrante nell'ambito di applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53,
come modif. dal D.L. n. 203 del 2005, art. 3 bis), in quanto l'atto d'appello, notificato a mezzo
posta, non è stato entro 30 gg.

depositato in copia presso la segreteria del giudice a quo;

atteso che, movendo dal rilievo che il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53, comma 2, secondo periodo,
(come modif. dal D.L. n. 203 del 2005, art. 3 bis) non reca alcuna indicazione al riguardo, la
censura si sostanzia nella dedotta arbitrarietà dell'adottato riferimento al suindicato termine di 30
giorni;

considerato che, mediante il richiamo al precedente art. 22, comma 1, D.Lgs. n. 546 del 1992, art.
53 (come modif. dal D.L. n. 203 del 2005, art. 3 bis) prevede che il ricorso in appello deve, a pena
d'inammissibilità, essere depositato nella segreteria della C.T.R. entro 30 giorni dalla proposizione
del ricorso in appello;

atteso che il D.Lgs. n. 546 del 1992, richiamato art. 53 (come modif.

dal D.L. n. 203 del 2005, art. 3 bis) altresì stabilisce che "ove il ricorso non sia notificato a mezzo
di ufficiale giudiziario, l'appellante deve, a pena d'inammissibilità, depositare copia dell'appello
presso l'ufficio di segreteria della Commissione Tributaria che ha pronunziato la sentenza
impugnata";

ritenuto che, in quanto espressamente prescritto a pena d'inammissibilità dell'appello (rilevabile


anche d'ufficio, attese le ragioni di ordine pubblico processuale cui essa risponde: cfr.

Cass., 30/9/2009, n. 20947; Cass., 26/11/2008, n. 28223; Cass., 27/3/2007, n. 7258; e già Cass.,
12/1/1996, n. 190), il compimento della formalità del deposito di copia dell'appello presso l'ufficio
di segreteria del giudice a quo deve ritenersi anch'esso prevista, a pena della preclusione
dell'impugnazione, entro un termine perentorio;

considerato che, attenendo al compimento di un'attività finalizzata al perfezionamento della


proposizione del gravame di merito, siffatto termine perentorio non può essere invero altrimenti
individuato se non in quello (di trenta giorni) dalla prima parte del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53,
comma 2 (come modif. dal D.L. n. 203 del 2005, art. 3 bis) già indicato, mediante il richiamo al
precedente art. 22, comma 1, per il deposito del ricorso presso la segreteria della Commissione ad
quem;

ritenuto che, in difetto del deposito nel caso di copia dell'atto di appello entro 30 gg. presso la
segreteria del giudice a quo, correttamente il giudice del gravame di merito ha ritenuto
l'impugnazione pertanto inammissibile;

considerato che il ricorso deve essere conseguentemente rigettato;

atteso che le spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo, seguono la
soccombenza.

Diritto
PQM
P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 12 gennaio 2010.

Depositato in Cancelleria il 6 aprile 2010

Note
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Archivio selezionato: Sentenze Cassazione civile
Autorità: Cassazione civile sez. lav.
Data: 17/07/2008
n. 19740
Classificazioni: LAVORO SUBORDINATO (Rapporto di) - Trasferimento d'azienda - - in genere

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE


SEZIONE LAVORO
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. SENESE Salvatore - Presidente -
Dott. CUOCO Pietro - Consigliere -
Dott. CELENTANO Attilio - Consigliere -
Dott. STILE Paolo - Consigliere -
Dott. MAMMONE Giovanni - rel. Consigliere -
ha pronunciato la seguente:
sentenza
sul ricorso proposto da:
ANSALDO ENERGIA S.P.A., in persona del legale rappresentante pro
tempore, elettivamente domiciliata in ROMA L.G. FARAVELLI 22 presso
lo studio dell'avvocato MORRICO ENZO, che la rappresenta e difende
giusta procura notarile;
- ricorrente -
contro
MANITAL CONSORZIO PER SERVIZI INTEGRATI, elettivamente domiciliato in
ROMA LUNGOTEVERE MICHELANGELO 9, presso lo studio dell'avvocato
MITTIGA ZANDRI PATRIZIA, che lo rappresenta e difende unitamente
all'avvocato BOSIO CESARE, giusta delega in atti;
- controricorrente -
e contro
G.A.M., elettivamente domiciliata in ROMA VIA FLAMINIA
195, presso lo studio dell'avvocato VACIRCA SERGIO, che la
rappresenta e difende unitamente all'avvocato VINCENZO PAOLILLO,
giusta delega in atti;
- controricorrente -
avverso la sentenza n. 720/04 della Corte d'Appello di GENOVA,
depositata il 22/07/04 R.G.N. 1084/03;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del
11/03/08 dal Consigliere Dott. Giovanni MAMMONE;
udito l'Avvocato CASENTINO VALERIA per delega MORRICO;
udito l'Avvocato MITTIGA ZANDRI PATRIZIA;
udito l'avv. Vacirca;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.
MATERA Marcello che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso al Giudice del lavoro del Tribunale di Genova G.A. M., esponeva di essere stata
dipendente della Ansaldo Energia s.p.a. fino al 15.9.97 e di essere stata trasferita, assieme ad altri
colleghi di lavoro, a Manital Consorzio Servizi integrati per cessione del ramo di azienda cui ella
era addetta ex art. 2112 c.c..

Ritenendo che detto trasferimento desse luogo ad una semplice esternalizzazione di servizi non
riconnessi all'attività imprenditoriale propria della soc. Ansaldo, risolvendosi in una sostanziale
riduzione di personale senza il rispetto delle garanzie di legge ed in un appalto vietato di mere
prestazioni di lavoro, chiedeva che il Tribunale dichiarasse illegittimo il trasferimento di azienda e
la cessione del suo contratto di lavoro, con condanna della soc. Ansaldo Energia a reintegrarla
nell'originario posto di lavoro, con pagamento delle differenze retributive e risarcimento del danno
ex art. 18 dello Statuto dei lavoratori.

Si costituivano, chiedendo il rigetto della domanda, la soc. Ansaldo Energia ed il Consorzio


Manital; quest'ultimo proponeva in subordine domanda riconvenzionale per ottenere la
restituzione di quanto corrisposto all'attrice a titolo di maggior trattamento retributivo.

Accolta la domanda principale e rigettata la riconvenzionale, proponeva appello la soc. Ansaldo


Energia contestando la sentenza di primo grado e ritenendo che nella specie sussistesse
trasferimento di ramo d'azienda, essendosi realizzato il passaggio da un soggetto all'altro di una
organizzazione funzionale di beni e di rapporti giuridici che consentiva l'esercizio di un'impresa
autonoma. La G. chiedeva il rigetto dell'appello, il Consorzio Manital aderiva alle difese della soc.
Ansaldo Energia.

Con sentenza 7-22.7.04 la Corte di appello di Genova rigettava l'impugnazione. Per quanto qui
rileva, la Corte disattendeva innanzitutto l'eccezione di cessazione della materia del contendere per
acquiescenza della lavoratrice per avere ella prestato la propria attività a favore del cessionario
accettando la relativa retribuzione. Nel merito la Corte procedeva alla disamina della questione
alla luce innanzitutto del diritto comunitario, ritenendo che, sulla base dei principi enunziati dalla
Corte di giustizia delle Comunità europee, per aversi trasferimento di azienda o di ramo di azienda
deve preesistere al trasferimento un insieme, sufficientemente strutturato ed autonomo, di elementi
produttivi organizzati dall'imprenditore per l'esercizio di una attività. La Corte di merito ravvisava
un conforme avviso nella giurisprudenza della Corte di cassazione, che riteneva non sufficiente ad
integrare trasferimento di azienda (o di ramo di azienda) la volontà dell'imprenditore di destinare
determinati beni ad uno scopo produttivo, essendo necessario invece che i beni siano
obiettivamente organizzati e coordinati per il raggiungimento dello scopo in questione. Il legame
obiettivo che salda tra loro i fattori produttivi e crea una entità che può essere legittimamente
oggetto di trasferimento, dunque, deve preesistere al trasferimento stesso e non può essere
conseguenza del negozio traslativo, nè tanto meno può essere sostituito dalla mera volontà
dell'imprenditore di costituire beni e rapporti giuridici in ramo di azienda al solo fine della loro
cessione ai sensi dell'art. 2112 c.c..

Facendo applicazione di questi principi al caso di specie, il giudice di merito rilevava che dagli
elementi acquisiti non emergeva nessun elemento concreto che deponesse per la preesistenza di
un'autonoma ed unitaria organizzazione dell'entità ceduta, nè nel suo complesso, nè nelle sue
singole componenti, in particolare dovendosi escludere che il complesso delle attività svolte dai
lavoratori trasferiti (i ed. servizi generali) assegnasse autonoma consistenza organizzativa e
produttiva all'entità ceduta. Pertanto, il giudice negava la ricorrenza dei presupposti di
applicabilità dell'art. 2112 c.c. e considerava la fattispecie alla stregua non di un trasferimento di
azienda, ma di una mera cessione di contratti di lavoro senza il consenso dei contraenti ceduti,
come tale a questi ultimi non opponibile. La nullità delle cessioni comportava la prosecuzione del
rapporto in capo alla soc. Ansaldo energia, la quale era pertanto tenuta a riammettere in servizio la
G. nella posizione lavorativa prima occupata e con la retribuzione ad essa collegata.

Propone ricorso per cassazione la Ansaldo Energia s.p.a., cui rispondono con controricorso il
Consorzio Manital e la G.. Il datore e il Consorzio hanno depositato memoria.

Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorso è fondato nei limiti di seguito indicati.

Con il primo motivo parte ricorrente deduce violazione dell'art. 177 del Trattato CE (ora art. 234
del Trattato UE) non avendo il giudice di merito rimesso alla Corte di Giustizia europea la
questione dell'interpretazione delle direttive in materia di trasferimento di azienda 14.2.77 n. 187 e
29.6.98 n. 50, avendo esso ritenuta già chiarita la questione interpretativa sulla base della
giurisprudenza della Corte. Ritiene, invece, parte ricorrente dovuta la rimessione per la Corte di
cassazione, in ragione del suo ruolo istituzionale di istanza suprema della giustizia nazionale.

La stessa ricorrente, con riferimento alla direttiva 187/77, applicabile ratione temporis, contesta
l'interpretazione data dalla Corte territoriale alla norma comunitaria pervenendo, anch'essa sulla
base dell'esame della giurisprudenza comunitaria, alla diversa conclusione che per potersi
configurare trasferimento di azienda l'entità trasferita deve essere costituita da un complesso
organizzato di persone ed elementi che consentono l'esercizio di un'attività economica finalizzata
al perseguimento di un obiettivo, senza che l'attività economica esercitata dal cedente sia uguale o
semplicemente analoga a quella del cessionario.

Con il secondo motiva è dedotta carenza di motivazione ed è contestata l'affermazione del giudice
di merito che "le risorse non debbono difettare di un centro direttivo ed organizzativo capace di
renderle idonee al fine produttivo perseguito", in quanto contrastante con la lettera della direttiva,
sulla base della quale dovrebbe, invece, privilegiarsi l'autonomia dell'attività del ramo rispetto a
quella rientrante nella missione sociale, ossia lo svolgimento da parte dei dipendenti addetti a
compiti aventi i requisiti della specificità, della stabilità e della comunanza.

Con il terzo motivo è dedotta violazione dell'art. 2112 c.c., sostenendosi che integrerebbe la
fattispecie legislativa della cessione di azienda anche il trasferimento solo di alcuni beni, a
condizione che permanga nell'azienda del cedente un residuo di organizzazione che dimostri
l'attitudine all'esercizio dell'impresa e, rispetto al momento della cessione, l'entità ceduta acquisti
una propria autonomia organizzativa rispetto all'impresa cedente, anche inserendosi nel contesto
aziendale del cessionario.

Con il quarto motivo è dedotta violazione dell'art. 2697 c.c., contestandosi l'affermazione che la
soc. Ansaldo non avrebbe fornito prova della sussistenza del ramo d'azienda, in quanto l'unico
onere probatorio ad essa facente carico era quello di fornire la prova che la lavoratrice ricorrente
svolgeva presso Manital la stessa attività che svolgeva presso Ansaldo. Si censura, inoltre, la
mancata ammissione al riguardo di mezzi istruttori per prova testimoniale - richiesti da ambo le
parti - con cui pure di voleva provare l'esistenza o meno dell'autonomia organizzativa del ramo
ceduto.

Con lo stesso motivo si lamenta la mancata considerazione del contenuto di una perizia estimativa,
la cui considerazione avrebbe consentito di acclarare che le attività cedute erano complementari
all'attività principale della soc. Ansaldo.

Con il quinto motivo parte ricorrente, in subordine al rigetto dei primi quattro mezzi di
impugnazione, contesta la sentenza nella parte in cui ha rigettato l'eccezione di cessazione della
materia del contendere, atteso che era evidente la volontà della lavoratrice di accettare la
modificazione soggettiva del datore di lavoro.

Con il sesto ed ultimo motivo Ansaldo Energia lamenta la violazione dell'art. 2112 c.c. e dell'art.
18 s.d.l. per la concessione del risarcimento del danno nella misura di cinque mensilità e per il
riconoscimento a proprio carico delle retribuzioni maturate sino all'effettiva reintegra, atteso che la
dipendente non aveva perso il posto di lavoro, ma aveva solo cambiato datore in applicazione
dell'art. 2112 c.c., non traendone alcun pregiudizio economico.

In ragione della loro connessione, debbono essere trattati in unico contesto i primi quattro motivi
di ricorso.

Come noto l'istituto del trasferimento di azienda è andato evolvendosi per il recepimento
nell'ordinamento nazionale di due direttive comunitarie e per la evoluzione della stessa normativa
interna. L'originario testo dell'art. 2112 c.c. ha subito un primo mutamento con la L. 29 dicembre
1990, n. 428, art. 47, comma 3, (legge comunitaria per l'anno 1990, che nella specie ha dato
attuazione alla direttiva del Consiglio delle Comunità europee n. 77/187), il quale ha formulato
una diversa disciplina in materia di responsabilità dell'acquirente, di liberazione dell'alienante, di
individuazione dei contratti collettivi applicabili dall'acquirente.

Più recentemente, il D.Lgs. 2 febbraio 2001, n. 18, art. 47, comma 3, attuativo della direttiva
comunitaria 98/50, è intervenuto nuovamente sull'art. 2112, integralmente sostituendolo e
prevedendo una sostanziale riscrittura dell'istituto, soprattutto per quel che riguarda la definizione
di trasferimento di azienda. Tale formulazione trova applicazione dal 1 luglio 2001 (del D.Lgs. n.
18 del 2001, art. 3). La definitiva puntualizzazione del concetto di trasferimento di azienda si è
avuta, infine, con il D.Lgs. 10 settembre 2003, n. 276, art. 32 (attuativo della Legge Delega 14
febbraio 2003, n. 30, in materia di occupazione e mercato del lavoro) che ha modificato
ulteriormente l'art. 2112 c.c., comma 5. Tale nuova versione dell'art. 2112 c.c. è applicabile
dall'entrata in vigore del D.Lgs. n. 276 del 2003, e cioè dal 24.9.03.

I due ultimi interventi non sono direttamente applicabili al caso che qui si esamina, che ha ad
oggetto una vicenda aziendale avvenuta nell'anno 1997, per cui, ai fini della decisione del ricorso è
necessario far riferimento al concetto di trasferimento di azienda vigente a quella data,
richiamando non tanto l'art. 2112 vigente ratione temporis (il quale, a differenza del testo del 2001
e del 2003, non dava una definizione del concetto di "trasferimento di azienda"), quanto la
direttiva comunitaria n. 77/187, nella parte in cui fissa il suo campo di applicazione "ai
trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di stabilimenti ad un nuovo imprenditore in
seguito a cessione contrattuale o a fusione" (art. 1, comma 1).

Sulla base di questa (invero scarna) definizione, sul piano generale l'approccio della Corte di
cassazione è stato che la nozione di trasferimento di azienda è realizzata in tutte le ipotesi in cui la
cessione abbia per oggetto un'attività economica che con il trasferimento conservi la propria
identità, il che può verificarsi "quando l'acquirente ne abbia effettivamente proseguito o
riconosciuto l'esercizio con attività economiche identiche o analoghe a quelle dell'alienante" (Cass.
20.8.92 n. 9706); ovvero nell'ipotesi di trasferimento di singole unità produttive costituenti idoneo
e compiuto strumento di impresa, "con la conseguenza che non costituisce circostanza ostativa alla
applicabilità della citata norma il fatto che i beni già organizzati da un imprenditore per l'esercizio
di un'attività commerciale non restino autonomi e separati in capo all'impresa cessionaria, ma
siano integrati e riorganizzati nella più ampia struttura aziendale di quest'ultima".

Alla nozione di "azienda" è, comunque, collegato in questo contesto l'obiettivo di dare la massima
estensione alle garanzie dei lavoratori, di modo che la giurisprudenza ha elaborato un concetto tale
da ricomprendervi anche i casi in cui il trasferimento avesse ad oggetto non solo l'intero
complesso aziendale (Cass. 14.12.98 n. 12554, 14.7.93 n. 7795 e 22.2.92 n. 1763), ma anche una
parte o un ramo di esso Cass. n. 12554 del 1998 cit., 18.5.95 n. 5483 e 8.1.91 n. 67). Il che
giustifica che, oltre il riscontro dei dati effettuali, quali l'eventuale collegamento
economico-funzionale fra le imprese e la continuità delle prestazioni lavorative di uno o più
lavoratori prima alle dipendenze di una determinata impresa e successivamente alle dipendenze di
un'altra, debba indagarsi anche la volontà del cedente e dell'acquirente, allo scopo di accertare se i
beni ceduti siano stati considerati nella loro autonoma individualità o non piuttosto nella loro
funzione unitaria e strumentale (Cass. 30.12. 99 n. 14755 e 17.3.93 n. 3148).

Con riferimento specifico alla cessione di una sola parte dell'azienda, la giurisprudenza mette in
rilievo la necessità che dopo la separazione la porzione ceduta mantenga una funzionalità effettiva
attraverso la conservazione dei rapporti indispensabili per la sua concreta attività, atteso che
propria la vicenda della cessione di parte dell'azienda richiede una maggiore attenzione, sia per le
implicazioni direttamente attinenti la tutela dei lavoratori addetti, sia per il richiamo esplicitamente
contenuto nella direttiva n. 77/87 che, come sopra precisato, inserisce nel suo campo di azione la
"cessione ... di parti di stabilimenti".
La giurisprudenza di questa Corte, prendendo spunto dalla elaborazione giurisprudenziale della
Corte di giustizia europea e dalle fattispecie da essa esaminate, nella maggior parte dei casi aventi
ad oggetto proprio ipotesi di trasferimento parziale, ha fissato il concetto di "ramo d'azienda",
come tale suscettibile di autonomo trasferimento riconducibile alla disciplina dettata per la
cessione di azienda, qualificando come tale ogni entità economica organizzata in maniera stabile la
quale, in occasione del trasferimento, conservi la sua identità. Tale nozione presuppone una
preesistente realtà produttiva autonoma e funzionalmente esistente, e non anche una struttura
produttiva creata ad hoc in occasione del trasferimento, o come tale identificata dalle parti del
negozio traslativo.

Tale conclusione è frutto non solo dell'esame dell'evoluzione giurisprudenziale dell'organo di


giustizia europea, ma anche dell'approdo cui è pervenuta la legislazione comunitaria con la
direttiva n. 50 del 1998, atteso che la definizione di ramo d'azienda nei termini resi più espliciti da
questa ultima direttiva, aveva già trovato ampio riscontro nelle sentenze della Corte riferite alla
direttiva del 1977 (v. Cass. 30.12.03 n. 19842 e 4.12.02 n. 17207, in fattispecie aventi ad oggetto
richieste analoghe a quelle ora in esame, proposte da altri dipendenti di Ansaldo Energia coinvolti
nel trasferimento di ramo di azienda per cui è causa).

Tale nozione di ramo d'azienda è utilizzabile anche quando i fatti di causa - come nella specie -
sono precedenti rispetto alle modifiche legislative introdotte in attuazione della direttiva n. 98/50,
in quanto tale nozione costituiva già in precedenza espressione del diritto comunitario vivente,
sviluppato dalle sentenze interpretative della Corte di giustizia, e come tale vincolante per il
giudice nazionale, in virtù del principio di supremazia del diritto comunitario sul diritto nazionale,
da cui deriva per il giudice nazionale l'obbligo di una interpretazione adeguatrice (Cass. n. 19482
del 2003 cit.).

La giurisprudenza appena citata ha confutato la tesi, anche ora esposta dalla società ricorrente,
secondo cui sarebbe soddisfatta l'autonomia funzionale del ramo trasferito qualora il nucleo dei
beni o rapporti ceduti fosse astrattamente idoneo ad essere organizzato per l'esercizio dell'attività
presso il soggetto cessionario, rilevando che dato essenziale della fattispecie comunitaria di
trasferimento di ramo di azienda è la conservazione dell'entità economica prima e dopo il
trasferimento. In caso contrario l'unificazione del complesso dei beni troverebbe la sua fonte nella
sola volontà dell'imprenditore che, sarebbe così non solo un indice di valutazione della natura
della fattispecie traslativa (come richiesto dalla più sopra richiamata giurisprudenza della Corte di
cassazione), ma l'elemento che promuove la riorganizzazione dei beni trasferiti (v. anche Cass.
16.10.06 n. 22125 e 17.10.05 n. 20012).

Il Collegio aderisce a questa impostazione e, al pari della richiamata giurisprudenza, ritiene che
non sussistano le condizioni per sottoporre in via pregiudiziale alla Corte di giustizia
l'interpretazione della direttiva n. 187 del 1977, come richiesto dalla parte ricorrente, atteso che i
riscontri rinvenuti nella elaborazione dell'organo di giustizia europea a sostegno della
interpretazione accolta tolgono ogni dubbio interpretativo circa la portata della norma comunitaria
contenuta nell'art. 1 della direttiva n. 77/187, facendo venir meno il presupposto in presenza del
quale l'art. 234 del Trattato impone la rimessione pregiudiziale.

La sentenza impugnata ha fatto corretta applicazione dei principi appena indicati. Individuati i
termini della fattispecie concreta, in cui la società cedente procede alla esternalizzaione di alcuni
servizi già gestiti in proprio, mediante trasferimento del ramo d'azienda identificato nei ed. servizi
generali, ha ritenuto non provata l'autonomia organizzativa delle attività svolte dal preteso ramo di
azienda, riscontrando in esso eterogeneità delle attività dei lavoratori e mancanza di funzione
unitaria della struttura derivatane. Tale Situazione configura detta esternalizzazione come forma
incontrollata di espulsione di frazioni non coordinate tra loro, di semplici reparti o uffici, di
articolazioni non autonome, con identificazione dei lavoratori coinvolti sulla base delle mansioni
svolte e non dell'inerenza del rapporto ad un ramo di azienda che sia oggettivamente tale già prima
del trasferimento.
Correttamente, dunque, il giudice di merito ha escluso l'applicabilità dell'art. 2112 c.c. (e dei
principi in tema di trasferimento di ramo di azienda) ed è pervenuto la conclusione che trattasi di
cessione dei rapporti di lavoro, come tale subordinata al consenso dei lavoratori interessati.

I primi quattro motivi del ricorso sono, dunque, infondati e debbono essere rigettati.

Neppure possono trovare accoglimento le censure contenute nel quinto motivo del ricorso. La
Corte ha accertato in fatto che, di fronte all'univoca contestazione degli effetti che la società
Ansaldo intendeva collegare ai contratti di cessione e di appalto, non era consentito desumere una
volontà negoziale contraria dal fatto della prosecuzione dell'attività lavorativa alle formali
dipendenze del Consorzio e della riscossione del superminimo unilateralmente attribuito dallo
stesso consorzio.

Si tratta di valutazione neppure specificamente contestata e comunque insindacabile in questa sede


perchè sorretta da motivazione sufficiente e logicamente plausibile.

E', invece, fondato il sesto motivo di ricorso. La soc. Ansaldo Energia con l'ultimo motivo di
appello aveva contestato la pronunzia del giudice di primo grado che l'aveva condannata al
pagamento delle differenze retributive e al risarcimento del danno ex art. 18 dello Statuto dei
lavoratori nella misura di cinque mensilità, evidenziando che la dipendente non aveva perso il
posto di lavoro, ma aveva solo cambiato datore in applicazione dell'art. 2112 c.c., non traendone
alcun pregiudizio economico. Il giudice di appello, pur affermando correttamente che la nullità
della cessione del rapporto di lavoro comporta la prosecuzione dello stesso in capo alla soc.
Ansaldo nella posizione lavorativa precedentemente occupata dall'attrice, rigettando in toto
l'impugnazione non ha modificato la pronunzia del primo giudice che aveva condannata la soc.
cedente al risarcimento del danno nella misura di cinque mensilità ed al pagamento delle
retribuzioni omesse fino alla reintegra.

Nella specie, invece, il rapporto della lavoratrice è proseguito (seppure solo di fatto) con la società
acquirente del ramo di azienda, con conservazione per la stessa di tutti i diritti derivanti. Ne
consegue che, essendo pacifica la continuazione dell'attività lavorativa ed il godimento della
retribuzione, ai lavoratori ceduti non è derivato alcun danno da licenziamento illegittimo, non
essendoci stato allontanamento dal posto di lavoro.

Conseguentemente i lavoratori avrebbero potuto richiedere il risarcimento del danno per


l'illegittima cessione del rapporto di lavoro secondo le norme codicistiche sull'illecito contrattuale
(art. 1218 e ss. c.c.) e non già secondo la disciplina speciale posta dall'art. 18 dello Statuto dei
lavoratori (v. Cass. 6.3.98 n. 2521).

Non essendo stata fornita prova di danno, neppure sotto il profilo della perdita delle retribuzioni (o
di parte di esse), il motivo deve ritenersi fondato e deve essere accolto.

In conclusione, debbono essere rigettati i primi cinque motivi di ricorso e deve essere accolto il
sesto, con cassazione dell'impugnata sentenza in relazione a tale accoglimento. Non essendo
necessari ulteriori accertamenti, provvedendosi nel merito ai sensi dell'art. 384 c.p.c., debbono
dichiararsi non dovute la somma di cinque mensilità e le retribuzioni maturate fino all'effettiva
reintegra di cui alla sentenza di primo grado.

Sussistono giusti motivi per compensare le spese del giudizio di legittimità.

PQM
P.Q.M.

La Corte accoglie il sesto motivo di ricorso e rigetta i rimanenti;


cassa l'impugnata sentenza in relazione al motivo accolto e, decidendo nel merito, dichiara non
dovute la somma di cinque mensilità e le retribuzioni maturate fino all'effettiva reintegra di cui
alla sentenza di primo grado, fermo il resto. Conferma le pronunzie di merito in punto di spese e
compensa le spese del presente grado di legittimità.

Così deciso in Roma, il 11 marzo 2008.

Depositato in Cancelleria il 17 luglio 2008

Note
Utente: ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI
www.iusexplorer.it - 21.01.2018
© Copyright Giuffrè 2018. Tutti i diritti riservati. P.IVA 00829840156
Archivio selezionato: Sentenze Cassazione civile
Autorità: Cassazione civile sez. lav.
Data: 04/12/2002
n. 17207
Classificazioni: LAVORO SUBORDINATO (Rapporto di) - Trasferimento d'azienda - - in genere

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE


SEZIONE LAVORO
composta degli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. Ettore MERCURIO
Presidente
Dott. Pietro CUOCO
Consigliere
Dott. Giovanni MAZZARELLA
Consigliere
Dott. Guido VIDIRI Rel.
Consigliere
Dott. Pasquale PICONE
Consigliere
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
sul ricorso proposto
da
ANSALDO ENERGIA s.p.a.
in persona del Direttore del Personale e Organizzazione, dott.
Giorgio Nannetti, in virtù dei poteri conferitigli
dall'Amministratore Delegato e legale rapp.te p.t., ing. Rodolfo Di
Stefano, con procura per notar Rosa Voiello di Genova del 18 novembre
1999, rep. n. 64740, rapp.to e difeso dall'avv. Enzo Morrico, presso
il quale elett.te domicilia in Roma, Via L. G. Faravelli, 22 giusta
procura speciale a margine del ricorso,
- ricorrente -
contro
BRONZATI Oreste, MOLINARI Maria Luisa, CASARINO Carlo, RUBBA
Eugenio, MOLINELLI Ferruccio, TOGNETTI Marco, TAMMARO Aniello
rapp.ti e difesi dagli avv. Paolo Pissarello, del Foro di Genova, e
Bruno Cossu, presso il quale ultimo elett.te domiciliano in Roma, via
Alberico II, n. 33, giusta procura speciale a margine del
controricorso
- controricorrenti -
e contro
MANITAL - CONSORZIO PER I SERVIZI INTEGRATI
in persona dell'Amministratore Delegato e legale rapp.te p.t.. dott.
Graziano Cimadon, rapp.to e difeso dagli avv.ti Cesare Bosio e Maria
Teresa Barbantini, presso la quale ultima elett.te domicilia in Roma,
Viale Giulio Cesare, 14 giusta procura speciale a margine del
controricorso,
- controricorrente -
e c-
ANGRISANO GENNARO e DERUDAS Francesco
- intimati -
e sul ricorso incidentale proposto
da
BRONZATI Oreste, MOLINARI Maria Luisa, CASARINO Carlo, RUBBA
Eugenio, MOLINELLI Ferruccio, TOGNETTI Marco, TAMMARO Aniello
rapp.ti e difesi dagli avv. PaoloPissarello, del Foro di Genova, e
Bruno Cossu, presso il quale ultimo elett.te domiciliano in Roma. via
Alberico II, n. 33, giusta procura speciale a margine del
controricorso con ricorso incidentale,
- ricorrenti incidentali -
contro
ANSALDO ENERGIA s.p.a.
- intimata avverso il ricorso incidentale -
e contro
MANITAL - CONSORZIO PER I SERVIZI INTEGRATI
- intimata avverso il ricorso incidentale -
per l'annullamento della sentenza del Tribunale di Genova n. 11369-99
depositata il 23.09.1999, R.G. n. 01814-99.
Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del
19 giugno 2002 dal Relatore Cons. dott. Guido Vidiri,
Uditi gli avv.ti Enzo Morrico per la Ansaldo Energia s.p.a., Maria
Teresa Barbantini per Manital, e Bruno Cossu per Bronzati e
litisconsorti.
Udito il P.M., in persona del Procuratore Generale Dott.
Elisabetta Maria Cesqui, che ha concluso per il rigetto del ricorso
principale e assorbito l'incidentale.

Fatto
Svolgimento del processo

In data 4 luglio 1997 l'Ansaldo Energia SpA inviava le comunicazioni ex art. 47 legge 428-1990
alle RSA in ordine all'intenzione di cedere il ramo d'azienda "Servizi Generali" al Consorzio
Manital.

La decisione di cessione veniva giustificata con la finalità di rispondere all'esigenza di impegnare


sempre più le capacità aziendali nelle attività dirette su prodotto, mercato e tecnologie,
contenendo, nella misura possibile, gli altri alti costi di funzionamento "; in particolare,
l'operazione aziendale veniva definita come rientrante nell'ambito di un più ampio programma di
riorganizzazione aziendale tendente a far riacquisire "competitività" all'Ansaldo.

Il ramo d'azienda "Servizi Generali" comprendeva le seguenti attività: conduzione e manutenzione


di impianti termotecnici, di impianti elettrici, telefonici, Tv, di impianti di sicurezza, controllo ed
antincendio, di ascensori e montacarichi e di altri impianti speciali; manutenzione di immobili
industriali e civili e relative pertinenze; manutenzione reti di viabilità; monitoraggio e riparazioni
reti fognarie ed idriche; progettazione di nuovi impianti generali; gestione pratiche per
autorizzazioni edilizie, permessi di costruzione, autorizzazioni USL, VVFF, etc.; gestione e
manutenzione attrezzature mensa; gestione e manutenzione di fotocopiatrici ed altre attrezzature di
ufficio; movimentazione arredi, materiali ed attrezzature; facchinaggio; gestione dei mezzi relativi
alla trasmissione delle informazioni (telex, fax, etc.), distribuzione documentazione; ricevimento e
smistamento posta; fattorinaggio interno ed esterno; riproduzione della documentazione (disegni,
etc.); gestione degli archivi generali, di deposito e relativa conservazione e messa a disposizione
della documentazione; pulizia dei fabbricati; giardinaggio; gestione e distribuzione cancelleria;

gestione di pratiche relative alle trasferte dei dipendenti (prenotazioni, acquisto biglietti, rinnovo e
visto passaporti, autonoleggio, "navette", etc.); traduzioni documenti; segreteria, reporting ed altri
compiti di carattere gestionale e-o di supporto riferiti alle attività suddette.

L'operatività del trasferimento di azienda è stata fatta decorrere dal 15 settembre 1997, mentre, in
data 29 luglio 1997 l'Ansaldo e Manital Consorzio per i Servizi Integrati hanno stipulato un
contratto di fornitura di servizi e manutenzioni generali.

La qualificazione giuridica dell'operazione di ristrutturazione aziendale come cessione di ramo di


azienda, con conseguente applicazione dell'art. 2112 c.c., è stata contestata da alcuni dei lavoratori
interessati, secondo il cui assunto la fattispecie era, invece, di semplice cessione dei contratti di
lavoro in corso con l'Ansaldo, da considerare inefficace in quanto non era intervenuto il consenso
del contraente ceduto, consenso che comunque sarebbe stato in ogni caso necessario anche in
presenza di cessione di ramo di azienda.
In particolare, nella controversia sottoposta al vaglio della Corte, con ricorso al Pretore di Genova
è stato domandato l'accertamento dell'invalidità della cessione del contratto di lavoro, con
conseguente reintegrazione nel posto di lavoro e risarcimento del danno. È stata chiesta altresì la
dichiarazione di invalidità dello stesso contratto di appalto dei servizi sopra menzionati, per
violazione, da un lato, del divieto di interposizione nelle prestazioni di lavoro, dall'altro, dell'art.
24 del c.c.n.l., che vieta di affidare in appalto le attività direttamente connesse a quelle aziendali o
relative alla manutenzione ordinaria.

Il Pretore ha rigettato la domanda, ma la sentenza è stata riformata, in parziale accoglimento


dell'appello dei lavoratori, dal Tribunale di Genova, che ha dichiarato la nullità della cessione del
contratto di lavoro da Ansaldo Energia SpA a Manital e ha condannato la prima "a reinserire il
ricorrente nella sua funzione lavorativa e nella retribuzione anteriore alla cessione".

Il Tribunale ha ritenuto che alla fattispecie di cessione di ramo di azienda, cui si applicano gli ari
2112 c.c. e 47 l. 428-1990, è completamente estranea l'operazione di mera "esternalizzazione" di
attività aziendali, non idonee, come tali ad esplicare effetti diretti sui contratti di lavoro (ferma
restando la possibilità di effetti indiretti, potendo, in ipotesi, la ristrutturazione tradursi in
riduzione di personale mediante le procedure previste dalla legge). La ricorrenza dell'una o
dell'altra delle fattispecie dipende, a giudizio del Tribunale, da dati assolutamente oggettivi, non
certo dalle determinazioni del datore di lavoro, dati da identificare, perché si possa dire di essere in
presenza di un ramo di azienda - anche alla stregua della normativa comunitaria e della
giurisprudenza della Corte di giustizia Cee - nella preesistenza di un nucleo minimo dotato di
autonomia operativa e finanziaria, idoneo a giustificare l'unificazione funzionale della parte di
azienda ceduta, La cassazione della sentenza è domandata con ricorso con cinque motivi dalla
SpA Ansaldo Energia.

Si è costituito con controricorso Manital - Consorzio per i servizi integrati.

Resistono con controricorso i lavoratori. proponendo con lo stesso atto ricorso incidentale affidato
a due motivi.

Diritto
Motivi della decisione

1 - Preliminarmente, la Corte riunisce i ricorsi proposti contro la stessa sentenza (art. 335 c.p.c.).

2. Il primo motivo di ricorso denuncia violazione e falsa applicazione dell'art 177 del Trattato Cee,
per avere il Tribunale rifiutato di accogliere la richiesta di rimessione degli atti alla Corte di
giustizia europea in merito all'interpretazione del senso e della portata delle direttive 14 febbraio
1977, n. 187, e 29 giugno 1998, n. 50, atteso che, in presenza del mutamento del titolare di
un'entità organizzata in modo stabile, costituita dal complesso dei lavoratori stabilmente incaricati
di svolgere attività omogenee, la legislazione comunitaria impone di considerare il lavoratore
trasferito con l'impresa, da intendere quale organizzazione funzionale di beni e rapporti giuridici
che ne consentano l'esercizio.

3. Il secondo motivo denuncia motivazione contraddittoria su di un punto decisivo per avere il


Tribunale dichiarato di volersi uniformare ai principi dell'ordinamento comunitario come precisati
dalla Corte di giustizia, mentre in realtà con essi si è posto in contrasto affermando che "le
risorse... anche... modeste non debbono difettare di un centro direttivo ed organizzativo, capace di
renderle idonee al fine produttivo perseguito". Al contrario, l'entità economica può consistere
anche in una semplice attività, valutabile economicamente e che conservi la propria identità con il
trasferimento, mediante una valutazione non astratta ma concreta.

4. Il terzo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 2112 c.c. perché l'operazione di
"esternalizzazione" di servizi può ben essere realizzata con lo strumento del trasferimento di un
ramo di azienda e ciò proprio al fine di garantire i posti di lavoro senza procedere all'estinzione dei
rapporti di lavoro divenuti inutili, e, quindi, nella prospettiva di garanzia dei diritti dei lavoratori
che è l'obiettivo del legislatore comunitario; l'art.

2112 c.c., infatti, richiede la cessione di un'insieme di beni coordinati per l'esercizio di un'attività
di impresa, senza che sia necessario anche che tale esercizio sia attuale, bastando l'astratta idoneità
allo scopo produttivo unitario.

4.1. In conclusione, per l'azienda, si era in presenza di un'entità economica che l'imprenditore
poteva collocare sul mercato, ancorché il dato dell'organizzazione autonoma (che, del resto, non
sarebbe mai configurabile in relazione ai rami di azienda svolgenti attività accessorie) non fosse
preesistente al trasferimento, ma solo con la cessione si fosse realizzata l'unificazione di
determinati servizi e attività in capo ad un unico soggetto, il quale era stato così posto in
condizione di rispondere a domande del mercato. Conclude, quindi, la società ricorrente che
l'autonomia dell'entità economica (nel caso, i servizi generali) deve apprezzarsi in concreto, per il
fatto che alcuni beni siano separabili dalla parte restante dell'azienda e, immediatamente (come
accaduto nella specie, senza alterazioni dell'organizzazione preesistente), siano in grado di
consentire la realizzazione di servizi e prodotti richiesti dal mercato.

4.2. Nè rappresentava un ostacolo l'eterogeneità delle attività cedute, essendo fondamentale, per
integrare un'attività economica, la comunanza dell'attività delle maestranze trasferite che sia
idonea a conferire alla stessa una vera e propria autonomia produttiva, comunanza consistente nel
fatto che si trattava dei servizi ausiliari a quelli propri dell'attività produttiva dell'azienda, la cui
prestazione era continuata senza soluzioni presso Manital acquistando altresì l'attitudine (prima
solo potenziale) di prestare gli stessi servizi anche a terzi.

5. Il quarto motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 2697 c.c. per avere la
sentenza impugnata, tra l'altro, affermato che l'Ansaldo non aveva fornito la prova della
sussistenza del ramo d'azienda, mentre, in realtà, tutti gli elementi della fattispecie erano
dimostrati e comunque non contestati.

6. Il quinto motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 1406 c.c. per avere il
Tribunale omesso di valorizzare il significato del comportamento del lavoratore, di accettazione
dell'incremento retributivo riconosciuto all'atto del passaggio alle dipendenze di Manital, nel senso
di accettazione tacita della cessione del contratto, con cessazione della materia del contendere.

7. La Corte giudica il ricorso infondato.

Vanno esaminate unitariamente, in quanto concernenti la medesima questione, i primi quattro


motivi del ricorso.

Ansaldo e Manital sostanzialmente concordano nel ricondurre la vicenda al fenomeno ed. di


outsourcing, comprendente tutte le possibili tecniche mediante le quali un'impresa dismette la
gestione diretta di alcuni segmenti dell'attività produttiva e dei servizi estranei alle "competenze di
base" (cd. core business).

Nella fattispecie, l'operazione di ristrutturazione aziendale è stata qualificata come cessione di


ramo di azienda, comportante l'applicazione dei principi di cui agli art. 2112 c.c. e 47 della legge
29 dicembre 1990, n. 428 (ed infatti l'operazione è stata preceduta dalla comunicazione alle
organizzazioni sindacali).

8. La nozione di ramo di azienda, estranea sia al testo originario dell'art. 2112 c.c., sia alla sua
riformulazione ad opera dell'art. 47 l. 428-1990, compare a livello normativo solo con l'art. 3,
commi 3 e 4, della legge 23 luglio 1991, n. 223 (cessione dell'azienda o di sue parti).
Invero, dall'art. 2573 c.c. - che contempla il trasferimento di una parte dell'azienda come
presupposto per il trasferimento del diritto di uso del marchio registrato - poteva evincersi la
possibilità di trasferire singole unità produttive, da considerare come "aziende" ai sensi e per gli
effetti dell'art. 2112 c.c.

Ad ogni modo, la nozione stessa è stata elaborata dalla giurisprudenza al fine di estendere le
garanzie dei lavoratori anche all'ipotesi in cui non veniva in considerazione il trasferimento
dell'intero complesso aziendale, ma solo di una sua parte di esso (cfr. Cass., 24 gennaio 1991, n.
671; Cass. 17 marzo 1993, n. 3148;

Cass. 5 maggio 1995, n. 4873; Cass.16 dicembre 1995, n. 12872; Cass.

14 dicembre 1998, n. 12554; Cass. 30 dicembre 1999, n. 14755; Cass.

30 agosto 2000, n. 11422). Ed invero, questa Corte ha, con orientamento consolidato, affermato
che rientrano nella fattispecie del trasferimento di azienda tutti quei casi, in cui, restando inalterate
le strutture e l'unità organica dell'azienda, ne venga mutato soltanto il titolare, indipendentemente
dal mezzo tecnico adoperato per trasferire (cfr. ex plurimis Cass. 14 dicembre 1998, n.

12554 cit.; Cass. 14 luglio 1993, n. 7795; Cass. 22 febbraio 1992, n.

1763); ha ribadito più volte che la vicenda circolatoria, oltre a interessare l'azienda, ossia il
complesso di beni organizzati per l'esercizio dell'impresa, può riguardare un solo ramo di essa (cfr.

Cass. 14 dicembre 1998, n. 12554 cit, che evidenzia, fra l'altro, come anche per il disposto dell'art.
2573 c.c., in materia di trasferimento del diritto d'uso del marchio, si evinca la suscettibilità di
singole unità produttive a costituire idonei completi strumenti di impresa, nonché Cass. 18 maggio
1995, n. 5483;

Cass. 17 marzo 199J, n. 3148; Cass. 8 gennaio 1991, n. 67); ha anche statuito che il complesso di
beni, oggetto del conferimento dell'azienda (o di un ramo di essa), deve essere idoneo a consentire
lo svolgimento di una determinata attività di impresa, anche se non necessariamente la stessa
esercitata dal conferente (cfr. Cass. 21 ottobre 1995, n. 10993, secondo cui il nuovo titolare può
integrare l'insieme dei beni trasferiti con ulteriori fattori produttivi sempre che i fattori mancanti
non siano tali da alterare l'unità economica e funzione del complesso aziendale, dal momento che
non basta che i beni conferiti abbiano fatto parte di una azienda, essendo altresì necessario che
essi, per le loro caratteristiche ed il loro collegamento funzionale, rendano possibile lo
svolgimento di una specifica attività imprenditoriale).

9. Nei precedenti citati non è stata mai messa in discussione la scelta economica di "separazione" e
si è altresì tenuto presente l'esigenza di assicurare un'effettiva funzionalità alla porzione di azienda
ceduta attraverso la conservazione dei rapporti necessari alla sua concreta attività, esigenza
imprescindibile in tenia di circolazione dell'azienda (art. 2558 c.c.). Ma certamente è stata
prevalente la prospettiva della tutela del lavoratore, sotto il profilo della continuità
dell'occupazione e della conservazione dei diritti maturati, nella convinzione che la tutela
apprestata dall'art. 2112 c.c. si rendesse necessaria soprattutto con riferimento alle vicende di
trasferimento parziale.

10. Il descritto orientamento trovava un diretto riferimento nella direttiva comunitaria n. 771-87
che comprendeva nel suo ambito di applicazione anche i trasferimenti di "parti di stabilimenti".

Da questa più ampia accezione ha preso le mosse l'elaborazione giurisprudenziale della Corte di
giustizia europea sii ciò che deve considerarsi oggetto del trasferimento da assoggettare alle regole
della direttiva. Ed infatti, nella maggior parte dei casi, le ipotesi concrete sottoposte al vaglio della
Corte europea hanno riguardato appunto, cessioni parziali, riferite a singoli servizi, casi, cioè, di
cd. "esternalizzazione, nei quali erano ravvisabili la dismissione da parte dell'impresa di una certa
attività, spesso ausiliaria, e la prosecuzione della stessa attività da parte di altro soggetto, anche
mediante moduli organizzativi, quanto ai mezzi, strutture e persone, diversi da quelli adottati dal
cedente.

11. Tuttavia, gli orientamenti della giurisprudenza comunitaria non sono stati costanti, ancorché
unificati nella prospettiva di conferire una certa elasticità ed adattabilità alla nozione di
trasferimento di impresa rispetto alle fattispecie concrete, anche se non si è mancato di evidenziare
dalla dottrina, che la Corte, nei suoi arresti, ha compiuto una significativa scelta di campo a favore
della interpretazione teleologica del dato normativo, in linea con la Direttiva 77-187 e con il suo
art. 1, comma 1, che mira a garantire la continuità dei rapporti di lavoro esistenti nell'ambito di
una "entità economica".

In un primo tempo, la giurisprudenza comunitaria ha richiesto, per l'applicazione della direttiva, il


trasferimento di un'entità economica individuata in base ad elementi oggettivi e "misurabili", quali
i beni materiali, il valore di quelli immateriali, la riassunzione di buona parte del personale, il
trasferimento della clientela (cfr. CGCE 18 marzo 1986, causa n. 24-1985, Spijkers; 10 febbraio
1988, causa n. 234-1986, Daddy's Dance Hall).

12. Successivamente, ha ritenuto sufficiente l'identità e anche la sola analogia del servizio svolto
dal cessionario rispetto a quello svolto dal cedente, senza necessità di un trasferimento di elementi
materiali e patrimoniali. e senza un rapporto negoziale diretto tra i due soggetti, giungendo cosi ad
inserire tutti i meccanismi di "esternalizzazione" nell'ambito di tutela della direttiva (cfr. CGCE 12
novembre 1992, causa n. 20911991, Wastson Rask c. Christensen; 14 aprile 1994, causa n.
293-1992, Schimid; 7 marzo 1996, cause riunite n. 171-1994-172-1994, Mercks).

Significative espressioni di una siffatta scelta ermeneutica finalizzata ad apprestare ai lavoratori un


sempre più esteso ventaglio di garanzie, sono: a) la sentenza della Corte di Giustizia 12 novembre
1992, causa C-209-91 (sentenza Watson Rask) che - in una fattispecie avente ad oggetto
l'affidamento ad un imprenditore esterno della gestione di un servizio di mensa, in precedenza
organizzato direttamente dall'imprenditore cedente - ha affermato che non configura un ostacolo
all'applicabilità dei principi della Direttiva 187-77, sul trasferimento di stabilimenti o parti di essi,
il fatto che l'attività ceduta abbia "carattere accessorio" e non sia "in rapporto di necessarietà con
l'oggetto sociale dell'impresa originale"; b) e la meno risalente sentenza della Corte di Giustizia 11
marzo 1997, causa C-13-95 (sentenza Suzen) che ha ricondotto la manodopera nella nozione di
"entità economica", oggetto di trasferimento, sulla base della considerazione che "in determinati
settori in cui l'attività si fonda essenzialmente sulla manodopera, un gruppo di lavoratori che
assolva stabilmente una attività comune, può corrispondere ad una entità economica" (punto 21);
affermazione questa, reputata di grande rilievo in dottrina, per determinare uno spostamento
dell'angolo visuale in cui si colloca il rapporto di lavoro, che passa da essere "destinatario di forma
di tutela a elemento costitutivo del complesso aziendale".

13. Questo orientamento, confermato in altre decisioni, (Corte di Giustizia 10 dicembre 1998,
cause riunite n. C-127-1996, C-229-1996 e C-74-1997; 10 dicembre 1998, cause riunite n.
C-173-1996 e C-247-1996), risulta pienamente in linea con la più recente Direttiva 98-50, secondo
la quale l'entità economica è da intendere come insieme di mezzi organizzati al fine di svolgere
un'attività economica, sia essa essenziale o accessoria, che deve conservare, con il trasferimento
"di parti di imprese o di stabilimenti", la propria identità.

L'opportunità di dare sistemazione organica alla materia ha indotto poi il Consiglio dell'Ue ad
emanare l'ulteriore direttiva n.

2001-23-Ce (con cui sono state abrogate sia la direttiva del 1977 che quella del 1998), che in
buona parte presenta connotati meramente ricognitivi della precedente regolamentazione della
complessa materia in esame.
14. L'indicata applicazione della normativa sul trasferimento di azienda anche al caso del
trasferimento di parte soltanto del complesso aziendale, ha finito per determinare l'insorgenza di
problematiche assolutamente nuove.

La dottrina ha notato che la nozione allargata di ramo di azienda potrebbe legittimare, attraverso il
trasferimento, tutte le operazioni di "esternalizzazione" di servizi, anche se consistenti nella pura e
semplice espulsione di quote di personale, evitando il "costo" sociale, ma anche economico, di un
licenziamento collettivo.

In altri termini, ne deriverebbe un ribaltamento della prospettiva tradizionale di considerare le


norme di tutela dei lavoratori in caso di trasferimento di azienda, con il garantire all'impresa
cedente il passaggio automatico, quale effetto ex lege, della cessione di azienda, dei lavoratori alle
dipendenze del cessionario, lavoratori sui quali andrebbe a cadere il rischio, nel medio periodo,
dell'affidabilità del nuovo datore di lavoro, e ciò soprattutto in presenza della cessione di una parte
soltanto del complesso aziendale rilevato da soggetto legato al cedente da contratto di
committenza, per così dire "governato" da quest'ultimo.

15. In tale contesto, uno dei correttivi proposti dalla dottrina consiste nel ripensare il concetto di
disponibilità delle garanzie di tutela, mediante un'interpretazione che subordini il passaggio del
lavoratore al suo consenso.

Ma un ostacolo insormontabile deriva dall'assetto legislativo dato alla materia dall'art. 2112 c.c.,
sicuramente congegnato in guisa da determinare l'inscindibilità tra rapporto di lavoro e azienda,
facendo della successione a titolo particolare nel contratto di lavoro dell'acquirente un effetto
legale immancabile della cessione di azienda.

In ogni caso, poi, non si vede come potrebbe configurarsi il diritto, in ipotesi di rifiuto del
trasferimento, a restare alle dipendenze del cedente, perché ciò dovrebbe comportare
necessariamente l'inserimento del lavoratore in una unità produttiva, diversamente strutturata,
nonché la sua adibizione, nella maggior parte dei casi, a differenti mansioni incompatibili con il
doveroso rispetto del disposto di cui all'art. 2103 c.c..

Del resto, la Corte di giustizia ha precisato che la direttiva 77-187 aveva lasciato gli Stati membri
liberi di definire la sorte del rapporto (CGCE 12 novembre 1998, in causa C-399-1996,
Europiecès). Ed infatti, nel nuovo testo dell'art. 2112 c.c., introdotto dal D. lgs. 2 febbraio 2001, n.
18, è stata prevista solo una speciale facoltà di dimissioni, fondata su una "sostanziale modifica"
delle condizioni di lavoro, che può essere esercitata entro tre mesi dal trasferimento, ovviamente
nei confronti del cessionario e dunque a rapporto ormai passato.

16. Di certo ha, invece, il conforto del diritto positivo la limitazione derivante da una nozione più
restrittiva di ramo di azienda, che, per essere tale, deve avere una sua autonomia funzionale, nel
senso che deve presentarsi come una sorta di piccola azienda in grado di funzionare in modo
autonomo, e che non deve rappresentare, al contrario, il prodotto dello smembramento di frazioni
non autosufficienti e non coordinate tra loro, nè una mera espulsione di ciò che si riveli essere pura
eccedenza di personale.

Con queste caratteristiche e con queste limitazioni, quindi, il ramo di azienda deve preesistere alla
vicenda traslativa, nel senso che già prima esso deve essere identificabile e idoneo a funzionare
autonomamente, senza, peraltro che tale requisito venga a mancare sol perché il ramo di azienda
venga integrato da altri elementi, una volta inserito nella complessiva azienda dell'acquirente.

17. Ed infatti in tal senso si è espressa la giurisprudenza della Corte di Cassazione che ha
identificato i rami di azienda come unità produttive suscettibili di costituire idoneo e completo
strumento di impresa una volta che abbiano acquistato autonomia rispetto all'originaria struttura
unitaria (cfr., in particolare, Cass. 14 dicembre 1998, n. 12554, cit.) 18. In altri termini la
giurisprudenza della Corte ha recepito una nozione commercialistica di azienda, ai sensi dell'art.
2555 c.c., attribuendo rilievo decisivo al requisito dell'autonomia organizzativa del ramo di
azienda ceduto, che, oltre a risultare antecedente alla cessione, deve presentarsi come idoneo al
perseguimento dei fini dell'impresa.

19. Alla luce delle considerazioni finora svolte non può essere condivisa la tesi dell'Ansaldo,
secondo cui l'autonomia funzionale del ramo trasferito può essere anche soltanto potenziale presso
il cedente, essendo sufficiente, al fine dell'attribuzione della qualità di ramo di azienda, l'astratta
idoneità del nucleo di beni o rapporti ceduti ad- essere organizzati per l'esercizio di un'attività.

Al riguardo è opportuno precisare ancora una volta che il diritto positivo richiede per
l'applicazione dell'art. 2112 c.c., che sia ceduto un complesso di beni che oggettivamente si
presenti quale entità dotata di una propria autonomia organizzativa ed economica funzionalizzata
allo svolgimento di un'attività volta alla produzione di beni o servizi. Altrimenti, sarebbe la
volontà dell'imprenditore ad unificare un complesso di beni (di per sè privo di una preesistente
autonomia organizzativa ed economica volta ad uno scopo unitario), al solo fine di renderlo
oggetto di un contratto di cessione di ramo di azienda, rendendo applicabile la relativa disciplina
sulla sorte dei rapporti di lavoro. Ciò non esclude, però, che in alcuni casi tale autonomia
organizzativa ed economica possa - in alcuni settori o aree produttive in cui le strutture materiali
assumono scarsa se non nessuna rilevanza - configurarsi, anche in presenza di trasferimento di
sola manodopera e quindi di soli lavoratori, che, per essere addetti ad un ramo dell'impresa, e per
avere acquisito un complesso di nozioni e di esperienze, siano capaci di svolgere le loro funzioni
presso il nuovo datore di lavoro, potendosi, appunto, la suddetta autonomia concretizzare non solo
attraverso la natura e le caratteristiche della concreta attività spiegata, ma anche in ragione di altri
significativi elementi, quali, ad esempio, la direzione e l'organizzazione del personale, il suo
specifico inquadramento, le peculiari modalità di articolazione del lavoro e i relativi metodi di
gestione.

20. A conforto di una tale interpretazione dell'art. 2112 c.c. non possono trascurarsi i successivi
sviluppi legislativi.

Il D. lgs. 2 febbraio 2001, n. 18, di attuazione della direttiva n. 98-50, nell'estendere espressamente
la disciplina dell'art. 2112 c.c. al trasferimento di "parte dell'azienda" ha dato di quest'ultima una
definizione sostanzialmente in linea con i risultati cui era pervenuta la giurisprudenza nazionale.
Infatti, "parte di azienda" è, innanzi tutto, una "articolazione funzionalmente autonoma"
dell'attività economica organizzata (in sostanza, un'unità produttiva), dove l'autonomia funzionale
riassume le condizioni - di carattere produttivo, gestionale e organizzativo - perché la parte o
"ramo" di azienda possa avere una "vita" sua e sia, così, separabile dal complesso aziendale
generale. All'autonomia funzionale il legislatore delegato ha poi aggiunto, quale necessario
completamento, il requisito della preesistenza del ramo, come tale, nonché quello della
conservazione, nel trasferimento della sua identità.

Ne resta dunque, confermato il generale principio giurisprudenziale dell'assimilazione tra azienda


e parte di azienda, differenziate solo, come ovvio, sotto il profilo quantitativo, sicché resta escluso
che un ramo di azienda possa essere disegnato e identificato solo al momento del trasferimento e
in esclusiva funzione di esso, con un'operazione strumentale indirizzata all'espulsione, per questa
via indiretta, di lavoratori eccedenti, consegnati ad un cessionario che, strettamente legato
all'impresa cedente - ancorché vero imprenditore e non semplice interposto di mano d'opera -
sarebbe posto in condizione di modificare liberamente le preesistenti condizioni di lavoro
(contratti collettivi, condizioni di stabilità del posto di lavoro, ecc.).

Tanto ciò è vero che il d.d.l. per la delega al Governo in materia di mercato di lavoro (collegato
alla finanziaria 2002 e approvato dal consiglio dei Ministri il 15 novembre 2001) si propone
proprio di incidere su questo punto, annoverando tra i criteri di delega per la modifica all'art. 2112
c.c. l'eliminazione del requisito "dell'autonomia funzionale del ramo di azienda preesistente al
trasferimento".

21. Dalle considerazioni che precedono discende l'insussistenza delle condizioni per operare il
rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia europea in merito all'interpretazione della direttiva
771-87. Anche ammettendo che la direttiva suddetta debba interpretarsi nei sensi patrocinati
dall'Ansaldo e dal Consorzio Manital, la decisione in tali termini della Corte europea non sarebbe
rilevante per la decisione della controversia in oggetto, dal momento che l'acclaramento di
eventuali contrasti tra ordinamento comunitario e ordinamento interno, risulterebbe, in ogni caso,
inidoneo a produrre effetti sul rapporto giuridico controverso, stante il principio dell'inefficacia
orizzontale (cioè nei rapporti interprivati) delle direttive, ancorché precise e incondizionate.

Ben può dunque la presente controversia essere - senza ulteriori interventi della Corte di Giustizia
- decisa sulla base della normativa codicistica, la cui interpretazione non può però trascurare i
risultati cui è pervenuta la giurisprudenza comunitaria nell'opera di omogeneizzazione della
legislazione statale dei diversi paesi.

22. Nella controversia, i fatti rilevanti per la decisione risultano pacifici, stante la ricostruzione
della vicenda operata dalla stessa società Ansaldo e dalle stesse tesi giuridiche prospettate.

Come risulta già dal solo elenco dei servizi "esternalizzati", nessuno di essi concretava una realtà
organizzativa riconducibile alla nozione di unità produttiva, essendo i soli elementi unificatori
quello dell'estraneità alle cd. "competenze di base" e quello di mera accessorietà con esse.

Ed invero - come ha osservato la sentenza impugnata a seguito di una attenta valutazione dei fatti
di causa e con motivazione congrua e corretta sul piano logico - giuridico, insuscettibile, pertanto,
di alcuna censura in questa sede di legittimità - nel trasferimento dell'entità economica ceduta
(Servizi Generali) sono rimaste ignote sia la dimensione strutturale che quella dimensionale, e, per
di più, non è risultata una corrispondenza tra attività trasferite ed attività già facenti capo ai Servizi
Generali (sia nel senso che non tutte le attività rientranti nei detti Servizi sono state oggetto di
trasferimento, sia nel senso che lavoratori già estranei all'unità economica in oggetto sono stati
ceduti con l'asserito ramo di azienda). Il trasferimento, invece, ha riguardato tutti (o quasi) i
lavoratori del "Centro di costo 991", che, per ammissione della stessa Ansaldo, era stato costituito
per ricevere tutto il personale rientrato nell'aprile 1996 dalla Cassa integrazione guadagni, e già
indicato dall'azienda come eccedente le esigenze strutturali. Tale centro, peraltro, di cui non è stata
provata alcuna autonomia organizzativa, si caratterizzava per la estrema eterogeneità delle
funzioni dei lavoratori ad esso addetti, ed - è bene ribadirlo - per la mancanza di qualsiasi funzione
unitaria, suscettibile in qualche modo di farlo assurgere ad unitaria "entità economica". Nè, di
certo, la stipulazione del contratto di appalto era di per sè idonea a trasformare in una "unità" i vari
e ben distinti elementi costituenti l'oggetto del trasferimento. Come ha puntualmente osservato la
decisione impugnata, è mancata nel caso di specie la prova di un assetto organizzativo, che valesse
ad attribuire ai Servizi Generali una portata unificante e, nello stesso tempo, un carattere di
autonomia nell'ambito della globale struttura imprenditoriale dell'Ansaldo Energia, sicché
l'operazione, sulla cui legittimità questa Corte è chiamata a pronunziarsi, è stata dai giudici di
appello correttamente considerata come cessione di una pluralità di rapporti lavorativi non
assoggettabili alla normativa di cui all'art. 2112 c.c..

23. Come detto, l'art. 2112 c.c., anche nel testo anteriore alle modifiche di cui al D. lgs. 18-2001,
certamente non impedisce del tutto di ricondurre alla cessione di azienda i processi di
"esternalizzazione", consentendo che siano ceduti singole funzioni o singoli servizi, ma solo a
condizione che essi si presentino, prima del trasferimento, funzionalmente autonomi. Ma
certamente il suddetto articolo preclude l'esternalizzazione come forma incontrollata di espulsione
di frazioni non coordinate tra loro, di semplici reparti o uffici, di articolazioni non autonome, con
identificazione dei lavoratori coinvolti sulla base delle mansioni svolte e non dell'inerenza del
rapporto ad un ramo di azienda.
24. In conclusione, non merita censura alcuna la sentenza impugnata per avere ritenuto la
mancanza dei requisiti richiesti per configurare il ramo di azienda ed applicare imperativamente
l'ari 2112 c.c. (e l'automatismo in esso sancito) e conseguentemente ha configurato la vicenda
traslativa come cessione del contratto di lavoro, richiedente per il suo perfezionamento il consenso
del lavoratore ceduto.

25. Nè possono trovare accoglimento, infine, le censure contenute nel quinto motivo del ricorso.

Il Tribunale ha accertato in fatto che, di fronte all'univoca contestazione degli effetti che la società
Ansaldo intendeva collegare ai contratti di cessione e di appalto, non era consentito desumere una
volontà negoziale contraria dal fatto della prosecuzione dell'attività lavorativa alle formali
dipendenze del Consorzio e della riscossione del superminimo unilateralmente attribuito dallo
stesso consorzio.

Si tratta di valutazione neppure specificamente contestata e comunque insindacabile in questa sede


perché sorretta da motivazione sufficiente e logicamente plausibile, 26. La decisione di rigetto del
ricorso principale rende inammissibile il ricorso incidentale, con il quale, con duplice motivo, si
censura la sentenza impugnata per avere escluso la rilevanza del consenso del lavoratore ceduto
anche in presenza di un effettivo trasferimento di ramo di azienda, e per aver ritenuto assorbiti i
profili riguardanti la violazione della legge n. 1369-60 e del divieto contrattuale di appalti
continuativi svolti in azienda (ex art. 24, parte generale, sezione terza, CCNL metalmeccanici
pubblici). Al riguardo è sufficiente osservare che manca qualsiasi interesse all'esame delle
censure, non potendone derivare utilità ulteriori alla parte ricorrente, e che, inoltre, le doglianze si
manifestano del tutto generiche in violazione del principio di autosufficienza del ricorso per
cassazione.

27. Gli aspetti di novità e complessità delle questioni costituiscono giusti motivi per compensare le
spese tra tutte le parti.

PQM
p.q.m.

La Corte riunisce i ricorsi; rigetta il ricorso principale e dichiara inammissibile il ricorso


incidentale; compensa interamente tra tutte le parti le spese del giudizio di cassazione Così deciso
in Roma il 19 giugno 2002.

Note
Utente: ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI
www.iusexplorer.it - 21.01.2018
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